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INDICE

Introduzione p. 2

Biografia di Herta Müller p. 3

Opere e premi letterari p. 5

Contesto storico p. 6

Reisende auf einem Bein p. 8

Lingua e stile p. 10

Identità e Heimat p. 12

La figura della donna

La flanerie p. 17
Il corpo, la sessualità e il potere p. 19

Bibliografia p. 20

1
INTRODUZIONE

Come argomento della nostra ricerca abbiamo preso in considerazione l’opera di Herta
Müller Reisende auf einem Bein:
abbiamo analizzato questo romanzo, facendo innanzitutto una breve introduzione che
riguarda non solo la vita, le esperienze personali e le opere principali di questa autrice,
ma anche il contesto storico-culturale; riteniamo, infatti, sia fondamentale per
comprendere al meglio le tematiche e le vicende sviluppate nel libro.
L’analisi vera e propria del romanzo viene realizzata in una recensione del testo, che
comprende sia le scelte linguistiche e stilistiche dell’autrice, che i temi principali: il
problema dell’identità per l’immigrato, la figura del nomade, il concetto di Heimat , il
fenomeno flanerie.
Abbiamo infine presentato temi che emergono in altre opere di Herta Müller, i quali
delineano aspetti reali del suo ambiente, come la difficile condizione delle donne in un
paese oppresso dalla dittatura.

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VITA E OPERE

Herta Müller nasce nel 1953 a Nitzkydorf nel Banato Svevo, regione di lingua e cultura
tedesca, passata sotto il controllo della Romania dopo la seconda guerra mondiale.
Studia letteratura tedesca e rumena a Timisoara, vivendo come membro dell’
“Aktionsgruppe Banat”, gruppo di scrittori rumeno-tedeschi che intendeva la letteratura
come critica e contrapposizione al regime totalitario di Ceauşescu.
Inizialmente lavora come insegnante di tedesco e traduttrice in una fabbrica di
macchinari, quindi vive molto da vicino quella che è la realtà di fabbrica, le condizioni
di vita molto dure degli operai, e delle donne in modo particolare, a causa del regime
dittatoriale fortemente oppressivo che governava la Romania in quegli anni. Viene qui
licenziata, in quanto rifiuta di cooperare con i Servizi Segreti Rumeni(La Securitate) e
comincia in segreto a scrivere i primi racconti, che daranno poi vita a “Niederungen”,
pubblicato a Bucarest nel 1982.
Non bisogna dimenticare il fatto che Herta Müller, come molti altri scrittori e
intellettuali, subisce la censura da parte del regime, e quindi l’impossibilità di potersi
esprimere liberamente innanzitutto come essere umano e poi come scrittrice: ribellarsi,
contrastare, criticare, ma anche semplicemente fare delle considerazioni un po’
sconvenienti, equivaleva andare in prigione. Questo costrizione è anche uno dei motivi
per il quale utilizza un linguaggio metaforico, simbolico, ma semplice e raffinato allo
stesso tempo, e quindi una seria di stratagemmi linguistici, proprio per sfuggire alla
censura.
Nel 1987 emigra col marito nella Repubblica Federale di Germania, per poter esercitare
incondizionatamente la professione di libera scrittrice. Da allora vive a Berlino dove
pubblica la maggior parte dei suoi lavori, tra cui nel 1989 “Reisende auf einem Bein”.
Nelle sue opere Herta Müller rappresenta gli aspetti più crudi del suo ambiente, in cui
ha vissuto la propria infanzia e giovinezza: dalla condizione di minoranza tedesca del
Banato, ovvero di arretratezza, miseria, chiusura mentale, emarginazione sociale, alla
situazione politico-sociale della Romania, con riferimento particolare alla disperata
condizione delle donne, costrette spesso a subire il ricatto sessuale all’interno delle
fabbriche, e al disorientamento provato in seguito all’emigrazione nella BRD (Bundes
Republik Deutschlands).

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Il filo conduttore di queste tematiche è una presa di distanza da parte dell’autrice, ma
anche un continuo senso di non-appartenenza e di sradicamento, che sente sia nei
confronti della madrepatria, in quanto è contraria all’ostinata conservazione dei riti,
abitudini e tradizioni e all’isolamento da parte della minoranza del Banato, sia nei
confronti del proprio paese di arrivo, la Repubblica Federale Tedesca, in quanto luogo a
lei estraneo.
Herta Müller ha inoltre ricevuto molti premi e riconoscimenti letterari, tra cui i più
recenti: il Premio “Joseph Breitbach” per la letteratura tedesca(2003), e il Premio
Konrad Adenauer(2004).

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OPERE
♦ Niederungen (Bucarest, Kriterion 1982; Rotbuch, Berlin 1984)
♦ Der Mensch ist ein großer Fasan auf der Welt, Rotbuch, Berlin 1986
♦ Barfüßiger Februar, Rotbuch, Berlin 1987
♦ Drückender Tango, rororo Verlag 1988
♦ Reisende auf einem Bein, Rotbuch, Berlin 1989
♦ Der Teufel sitzt im Spiegel, Rotbuch, Berlin 1991
♦ Der Fuchs war damals schon der Jäger, Rotbuch, Reinbeck bei Hamburg 1992
♦ Eine warme Kartoffel ist ein warmes Bett, Europäischen Verlagsanstalt, Hamburg
1992
♦ Der Wärter nimmt seinen Kamm. Vom Weggehen und Ausscheren, Rowohlt, 1993
♦ Der Rottenfänger von Hameln, Dessart, 1994
♦ Herztier, Rowohlt, Reinbeck bei Hamburg 1994
♦ Hunger und Seide, Rowohlt, 1995
♦ In der Falle, Wallstein, 1996
♦ Heute wär ich mir lieber nicht begegnet, Rowohlt, 1999
♦ Der fremde Blick oder das Leben ist ein Furz in der Laterne, Wallstein, 1999
♦ Im Haarknoten wohnt eine Dame, Rowohlt, 2000
♦ Wenn die Katze ein Perd wäre, könnte man durch die Bäume reiten, di Herta Müller
e altri autori, Swiridoff, 2001
♦ Heimat ist, was gesprochen wird. Rede an die Abiturienten des Jahrgangs 2001,
Gollenstein Verlag
♦ Momente in Jerusalem, di Herta Müller e altri autori, Bleicher 2002

PREMI LETTERARI
♦ Premio “Ricarda Huch”, 1987
♦ Premio “Marie Luise Fleißer”, 1989
♦ Premio letterario ”Kranichstein”, 1991
♦ Premio “Kleist”, 1994
♦ Premio “Franz Kafka”, 1999
♦ Premio “Joseph Breitbach” per la letteratura tedesca, 2003

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♦ Premio letterario della fondazione “Konrad Adenuaer”, 2004
♦ Premio letterario ”Walter Hasenclever” per l’opera omnia, 2006

CONTESTO STORICO

Dopo aver brevemente introdotto l’autrice del nostro libro, occorre fare dei riferimenti
al contesto storico e politico-sociale nel quale Herta Müller ha vissuto la propria
infanzia, gioventù, e dal quale deriva quindi la propria formazione personale e
professionale.
Siamo negli anni compresi tra il 1965-1989, la Romania è sotto il regime di Ceauşescu,
uno dei dittatori più duri e oppressivi che l’Europa ricordi negli ultimi tempi. Egli portò
avanti il programma politico di Gheorrghiu-Dej ( 1952-1965), uno dei principali leader
del Partito Comunista Rumeno, entrando prima come membro dell’Ufficio Politico e
Segretario del Comitato centrale del Pcr (1955), e poi ottenendo la nomina a Primo
Segretario dello stesso (1965). Il regime socialista di Ceauşescu prevedeva una politica
estera flessibile, aperta e filo-occidentale, totalmente indipendente dall’influenza
dell’Unione Sovietica: secondo il leader la Romania doveva avvicinarsi all’Europa
Occidentale, soprattutto dal punto di vista economico.
In questa prospettiva colse l’occasione di prendere definitivamente le distanze da
Mosca, e allo stesso tempo di guadagnarsi le lodi e i sostegni economici dall’Occidente,
condannando l’intervento sovietico del 1968 in Cecoslovacchia. Significativo è il fatto
che la Romania fu il primo paese socialista ad entrare negli Organismi Monetari
Internazionali.
Nel 1975 fu stipulato un trattato commerciale tra Romania e Stati Uniti che conferì al
paese balcanico lo status di nazione più favorita; l’obbiettivo di Ceauşescu era
promuovere la cooperazione tra Stati, soprattutto con l’Europa Occidentale, al fine di
rendere la Romania un paese sì socialista, ma anche moderno e industrializzato.
Sebbene fosse quindi un leader apparentemente abile e democratico, in realtà dimostrò
di essere assolutamente incapace nel gestire la situazione economica del paese. Quasi
tutti i suoi grandiosi progetti, infatti, furono un fallimento clamoroso.

Non riuscì a tenere sotto controllo i prestiti ottenuti dalle nazioni occidentali, e col
passare degli anni il crescente debito estero devastò le risorse finanziare del paese.

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La situazione peggiorò ulteriormente, quando nel 1985 (Mikhail Gorbaciov diventava
Presidente dell’Unione Sovietica)gli Stati Uniti abbandonarono la Romania a se stessa,
privandola dello status di “nazione privilegiata”.
Per risanare il debito estero del paese, Ceauşescu decise di esportare gran parte della
produzione agricola, tra cui anche beni di prima necessità, riducendo la vita quotidiana
dei cittadini rumeni una lotta per la sopravvivenza; venne introdotto il razionamento
degli alimenti, dell’acqua e dell’energia elettrica.
Mentre Ceauşescu e sua moglie Elena ( suo primo ministro delegato ) vivevano nel
lusso, il popolo viveva in condizioni disastrose, di miseria, povertà ai limiti della dignità
umana.
Le politiche sociali aggravarono ulteriormente la situazione, rivelando la crudeltà e
l’autoritarismo di questa dittatura: come l’incremento della popolazione, con decreti che
proibivano l’aborto la contraccezione, e obbligavano le donne ad avere almeno 5 figli.
Conseguenza di questa legge fu l’abbandono di molti bambini in orfanotrofi, in
condizioni di degrado terribile, il contagio dell’AIDS, e quindi la morte di molti di loro.
Atteggiamenti di repressione e persecuzione furono indirizzati nei confronti delle
minoranze etniche, ungheresi e tedesche, mentre le opere di molti scrittori e intellettuali
furono censurate. Ceauşescu aveva il potere di decidere su ogni cosa, avvalendosi anche
delle Securitate, polizia segreta: chi era contro il regime veniva punito.
Dopo quasi 25 anni di oppressione, miseria, e disperazione arrivò la l’opportunità di
cambiare le sorti di questo paese.
Il 15 dicembre del 1989, anno in cui i regimi comunisti , uno dopo l’altro, caddero
nell’Europa dell’est ( in quell’anno cadeva anche il muro di Berlino), Padre Laszio
Tokes parlò contro Ceauşescu dalla propria parrocchia di Timisoara. Fu la prima, vera,
pubblica protesta contro il regime.
La Chiesa Riformata di Romania decise di rimuovere il sacerdote dal suo incarico;
quest’episodio generò una certo scalpore e una gran folla di dimostranti si riunì per
protestare contro questa risoluzione. In un clima di disordine rivoluzionario un gruppo
di generali cospiratori, appartenenti alla Securitate, e quindi molto vicini a Ceauşescu,
colse l’occasione per lanciare un colpo di stato a Bucarest.
Tutto avvenne mentre il leader politico teneva un discordo in piazza; molti degli operai
di Bucarest cominciarono a fischiare ad ogni parola di Ceauşescu, e così iniziarono gli
scontri per le strade della capitale tra le truppe armate, la Securitate e la popolazione.

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Iniziò una vera e propria rivoluzione, e il tentativo di rovesciare il regime comunista si
realizzò nel momento in cui l’esercito si schierò dalla parte del popolo.
Il giorno seguente i coniugi Ceauşescu cercarono di fuggire dalla Romania, ma vennero
arrestati, e condannati a morte per una serie di accuse: tra cui genocidio e accumulo di
ricchezze n modo illegale. Verranno giustiziati da un plotone di esecuzione il giorno di
Natale.
REISENDE AUF EINEM BEIN

Reisende auf einem Bein è stato pubblicato nel 1989, due anni dopo il trasferimento
della scrittrice nella Repubblica Federale di Germania.
Il romanzo narra la storia di Irene, una giovane donna la cui nazionalità non viene
esplicitata; il suo paese d’origine, infatti, viene sempre definito con l’espressione „das
andere Land”, l’altro paese. Tuttavia sapendo che la vita di Herta Müller ebbe una forte
influenza nella sua produzione letteraria si può dedurre con facilità che Irene è una
giovane rumena che fugge dagli orrori della dittatura e che si trasferisce nella Germania
dell’Ovest.
Nei primi due capitoli la protagonista si trova ancora nell’altro paese, ma già nella
prima pagina una metafora rivela il suo forte desiderio di fuggire: „In diesem
losgelösten Sommer spürte Irene zum ersten Mal das Wegflieβen des Wassers weit
drauβen näher als den Sand unter den Füβen.“ (RB 7)
Qui Irene viene presentata mentre cammina in riva al mare e sente più vicino il riflusso
dell’acqua in lontananza piuttosto che la sabbia sotto i piedi.
Dal terzo capitolo in poi, invece, viene descritta la nuova vita di Irene soffermandosi in
modo particolare sui suoi pensieri e sulle sue sensazioni, che rivelano un forte senso di
non appartenenza alla nuova realtà. In altre parole Irene, come la stessa Herta Müller,
sperimenta la situazione del nomade, si sente cioè come una persona andata via da un
luogo e non ancora arrivata in un altro.
Il libro ruota proprio attorno a questa tematica e mostra come i ricordi del dittatore e
della sua vita precedente siano tanto impressi nel cuore di Irene da tornare alla mente
anche se si trova fisicamente lontana e se i suoi unici contatti con quel mondo sono le
rarissime lettere dell’amica Dana, naturalmente sottoposte a censura.

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Waren immer schon einmal geöffnet worden, wenn Irene sie öffnete. [...]
Und vorsichtig waren die Inhalte, geprüft, auf das, was man schreiben
durfte. Und auf das, was man nicht schreiben durfte. (RB 78)

In attesa della cittadinanza tedesca Irene si muove tra stazioni, hotel, sale d’attesa,
quindi tra luoghi molto affollati, ma anonimi, senza storia e dove le relazioni tra gli
uomini hanno solo un carattere funzionale. La protagonista sperimenta quindi la
difficoltà di instaurare relazioni durature e legami forti, soprattutto con il sesso opposto.
Le tre figure maschili con cui Irene entra in più stretto contatto sono personaggi sempre
in viaggio, ambigui, freddi e quasi intercambiabili.
Il primo personaggio maschile del romanzo è Franz, uno studente tedesco, conosciuto
dalla protagonista quando si trovava ancora nell’altro paese. E’ l’apparente amore per
lui che fa crescere in Irene il desiderio di trasferirsi in Germania. Tuttavia la loro
relazione si rivela una grande delusione, poiché in realtà non c’è né amore reciproco, né
tenerezza né dialogo.

Ich war zu zweit abgereist. Angekommen bin ich allein. Ständig screib
ich dir Karten. Die Karten vollgeschrieben. Und ich leer. […] Das
Weggehen von Franz war wie ein Schrumpfen. (RB 126)

Irene trova più comprensione in Thomas, un padre di famiglia separato, disoccupato e


omosessuale, con il quale la protagonista parla più spontaneamente, ma nonostante ciò
il loro rapporto rimane superficiale e basato principalmente sull’attrazione fisica. Infine
il personaggio di Stephan, l’uomo che l’accoglie al suo arrivo in aeroporto , ha una
semplice funzione di collegamento tra Irene e gli altri personaggi: è stato fidanzato della
sorella di Franz e amico di Thomas.
In generale si può affermare che Irene non ha alcun punto di riferimento saldo e che la
sua vita si riduce a mera sopravvivenza, caratterizzata dal continuo ripetersi di gesti e
azioni che portano all’annullamento della personalità. Irene riconosce quindi che la
strada verso la libertà è molto dura e piena di pericoli e soprattutto che per raggiungere
la meta finale è necessario accettare le condizioni dell’esistenza per poi poterle
superare.

9
LINGUA E STILE

Per analizzare le caratteristiche linguistiche del romanzo è necessario ricordare alcune


considerazioni fatte dalla stessa scrittrice a riguardo della lingua. Secondo Herta Müller
ogni lingua descrive la realtà in modo diverso soffermandosi su aspetti diversi e
mettendo in evidenza immagini e modi di pensare differenti. In questo senso la scelta di
descrivere la realtà della dittatura rumena utilizzando la lingua tedesca, può essere
interpretata come la volontà di assumere un punto di vista esterno e quindi come
opposizione al regime totalitario, che con metodi repressivi tentava di imporre un’unica
visione del mondo e di eliminare ogni forma di libertà. Allo stesso modo la decisione
della scrittrice di focalizzare la sua attenzione sui dettagli concreti serve per liberarsi
dalla visione totalizzante del potere e per dare più importanza all’individualità.
Gli oggetti e le cose banali di tutti i giorni sono descritte in modo così minuzioso da
creare immagini poetiche, che spesso evocano sentimenti o concetti complessi. Per
dimostrare quanto affermato si può citare l’esempio delle scarpe che diventano metafora
dell’identità del rifugiato o del nomade.

Irene hatte gesehen, wie die Männer und Frauen den einen, passenden
Schuh gefunden hatten. Wie sie ihn über den Kopf hielten mit der einen
Hand. Mit der anderen Hand weiter wühlten, im Haufen der
auseinandergerissenen Paare. Und diese Entfernung blieb, von einem
Schuh zum andern. Sie wuchs hinter dem Rücken. Schloβ auch die
Schultern ein. Auch in den Augen stand diese Entfernung. (RB 29)

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In queste righe viene descritta una situazione banale, ma la precisione con cui viene
presentata permette al lettore di costruire nuovi significati: in particolare la distanza tra
le scarpe può essere interpretata come la distanza tra il nomade e il resto della società.
Altra caratteristica fondamentale della lingua di Herta Müller è la scelta di trascurare le
particolarità geografiche con lo scopo di descrivere una situazione generale. In altre
parole non hanno importanza il nome del dittatore o quello dell’altro paese, ciò che
conta sono invece i pensieri, le paure e i sentimenti di Irene, che rispecchiano quelli di
migliaia di persone che hanno vissuto la stessa oppressione.
Le principali caratteristiche stilistiche sono la forte musicalità, ottenuta attraverso
ripetizioni e parallelismi, la presenza di metafore e l’utilizzo di trasferimenti semantici,
soprattutto dal mondo delle cose a quello umano.
Dal punto di vista sintattico prevalgono frasi semplici e brevi, i dialoghi non vengono
contrassegnati da nessun segno di punteggiatura, tanto che a volte risulta difficile capire
da chi è stata pronunciata una determinata frase.
Infine si può notare che la narrazione non segue il modello classico (inizio, sviluppo e
conclusione), ma procede in modo casuale senza alcun riferimento temporale, cioè
come una successione disordinata di situazioni.
Tutto ciò riflette in maniera evidente la vita incerta della stessa protagonista.

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IDENTITÀ E HEIMAT

Uno dei temi fondamentali affrontati nel romanzo Reisende auf einem Bein riguarda il
tema dell’identità, e in particolare l’identità del nomade. Irene, la protagonista, è,
infatti, una Aussiedlerin, un’immigrata di origine tedesca proveniente dall’Europa
dell’est, dall’altro paese „das andere Land” di cui si parla nel romanzo. Si trasferisce a
Berlino Ovest, quando ancora esisteva la divisione dettata dal muro, per seguire Franz,
studente di Marburg, che lei ama.
Nella Repubblica Federale di Germania Irene vive in una condizione di provvisorietà,
in attesa del passaporto che le conferisca la cittadinanza tedesca. Vive senza Flucht-
und Haltepunkt, senza punti stabili di riferimento, nel campo dei rifugiati politici nella
Flottenstraβe, una “strada senza uscita” (Die Flottenstraβe war eine Sackgasse. RB
28). Le uniche cose che Irene possiede sono una valigia e il Gästebett, comprato sul
posto. Come sottolinea Vilém Flusser, il possesso non è possibile per chi è nomade,
ma solo per chi risiede stabilmente in un luogo: “Seβhafte sitzen und Nomaden
fahren”.1 Per questo, la possibilità di ripartire è sempre presente per il nomade: nessun
oggetto materiale, come del resto nessuna relazione interpersonale, lo lega
definitivamente ad un luogo. Egli si inserisce in un continuum spazio-temporale
(„Raum-Zeit-Kontinuum”2), a differenza di chi è stanziato e che quindi può essere
facilmente localizzato in una dimensione non solo spaziale ma anche temporale.
Irene si trova sospesa tra il partire e il non arrivare mai, tra il Wegfahren e il Nicht-
Ankommen. É, infatti, perlopiù rappresentata sempre in movimento. All’inizio, ancora
„im anderen Land”, camminava ogni sera lungo la costa per due ore: Zwei Stunden
[..]war Irene die Küste entlang gegangen. Jeden Abend zwei Stunden. (RB 8) Per tutto

1
Vilém Flusser: Von der Freiheit des Migranten. Einsprüche gegen den Nationalismus. Düsseldorf:
Bollmann, 1994, p.58
2
ibidem

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il romanzo poi si sposterà da un posto all’altro della città, passando per stazioni,
aeroporti, fermate dell’autobus e banchine metropolitane. Tutti spazi pubblici, quindi,
che per chi come lei è nomade diventano degli spazi privati o luoghi di soggiorno,
delle vere e proprie dimore. Resta chiaramente difficile ritrovare una propria sfera
privata e personale, visto l’azione distruttrice che la dittatura può esercitare. La stessa
Herta Müller, in un’intervista, definisce la dittatura come: „[die] äuβere Macht, die das
Persönliche zertrampelt”.3 Il vagare di Irene non la conduce, però, ad una meta ben
precisa, anche quando compie la drastica scelta di fuggire dall’altro paese, per lasciarsi
alle spalle la dittatura. Il fatto che sia psicologicamente pronta a superare un confine
geografico e a trasferirsi a ovest, ci viene ricordato attraverso la descrizione della
Grenzgebiet (RB 7), la zona di confine presieduta da soldati, presentata all’inizio del
romanzo.4 È attraverso il confine che l’identità si completa: esso è alla base
dell’identità, le dà forma e sostanza e il suo superamento permette al singolo, all’
„Ich”, di riconoscere la sua propria identità, ma anche di entrare in contatto e
conoscere l’altro „Du”. Non è possibile riconoscere l’identità dell’altro senza farne
esperienza: “Die andere Identität kann das Ich nicht erkennen, es muss diesen
erfahren“.5 Non bisogna però sottovalutare le conseguenze esistenziali che l’esilio
comporta, in particolar modo ciò che esso significa per Irene e la sua soggettività. È
come se si sentisse sull’orlo di un precipizio, come se da un momento all’altro le
dovesse mancare la terra sotto i piedi. Non a caso, Irene soggettivizza il cartello
“pericolo di frana”, che come ogni altra estate vede sulla costa scoscesa:

An den Treppen der Steilküste, wo Erde bröckelte, sah Irene wie in all
den anderen Sommern die Warntafeln stehen: »Erdrutschgefahr.«
Die Warnung hatte in diesem losgelösten Sommer zum ersten Mal wenig
mit der Küste und viel mit Irene zu tun. (RB 7)

O ancora nell’altro paese, Irene riferisce alla sua vita e a quella di chi conosceva
l’ammonimento del cartello di un cantiere, su cui c’era scritto: pericolo di cadere nel
vuoto. Pericolo, che Herta Müller rende anche visivamente descrivendo l’immagine
del cartello, in modo da dare un’idea concreta del “cadere nel vuoto”:

3
Gespräch mit Herta Müller. www.ethlife.ethz.ch/articles/interview/show.html
4
Paola Bozzi: Der fremde Blick. Zum Werk Herta Müllers. Würzburg: Königshausen & Neumann, 2005,
p.113
5
http://www.graz03.at/servlet/sls/Tornado/web/2003/content

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In dem anderen Land hatte Irene von einer Baustelle ein Schild
gestohlen. Auf dem Schild fiel ein Mann mit dem Kopf nach unten. Auf
dem Schild stand: Gefahr ins Leere zu stürzen.
Irene hatte das Schild in dem anderen Land in ihr Zimmer gehängt. Über
das Bett. Sie hatte die Warnung auf ihr Leben bezogen. Und auf das
Leben aller, die sie kannte. (RB 84)

„Das andere Land“ non abbandonerà mai Irene. Anche in Germania, infatti, si sentirà
sempre divisa tra due mondi e due culture, in una condizione di Dazwischensein,
trovandosi in mezzo tra due realtà, l’una passata, l’altra presente. Questa situazione è
rappresentata metaforicamente già a partire dal titolo Reisende auf einem Bein und auf
dem anderen Verlorene: Irene viaggia su una gamba sola, perché con questa gamba lei
è salva, sicura nel paese in cui è emigrata. Con l’altra gamba, però, è persa, ancora là
nel paese da cui viene e in cui è stata drammaticamente testimone degli orrori di una
dittatura. Non è più sé stessa e, a quanto pare, non ha identità. Per meglio dire, per
Irene è difficile riconoscersi in un’identità, vale a dire in delle caratteristiche che la
definiscano e le siano proprie. La sua identità è multipla, frammentata ma a tratti quasi
inesistente. Irene, ad esempio, guardando la foto del passaporto nell’altro paese non vi
si riconosce, come se di fronte a lei ci fosse un’altra Irene, a lei sconosciuta:

[Irene] hatte ein Photo aus dem Umschlag genommen und es


angeschaut.
Eine bekannte Person, doch nie wie sie selbst. Und da, worauf es ankam,
worauf es Irene ankam, an den Augen, am Mund, und da, an der Rinne
zwischen Nase und Mund, war eine fremde Person gewesen. Eine fremde
Person hatte sich eingeschlichen in Irenes Gesicht.
Das Fremde an Irenes Gesicht war die andere Irene gewesen. (RB 18)

Anche in Germania, in metropolitana: und wie in dem anderen Land, wie auf den
Passphotos, war auch auf diesen Photos eine fremde Person, [..] die andere Irene. (RB
50)
Alla fine si immagina poi seduta ad un tavolo insieme a Franz, Thomas, Stephan,
l’operaio che ogni giorno guardava lavorare nel cortile interno della sua abitazione e
proprio l’altra Irene. Ad essere confusa, non determinata, non è però soltanto la sua

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identità, bensì anche quelle dei ragazzi con cui ha avuto una relazione: Franz e Thomas.
La molteplicità che caratterizza l’identità di Irene, e più in generale del migrante, può
rimandare all’immagine di un collage. La stessa Irene raccoglie svariate immagini che
poi unisce a formare un collage, senza che questo abbia una sua unità. Sono per lo più
ritagli di giornale con foto che stavano bene insieme, ma che instauravano un
collegamento di contrasto, fino a formare un’immagine estranea. Si può notare, in
questo caso, come l’Entfernung vada a caratterizzare non solo la persona, ma anche le
immagini, oggetti materiali. Inoltre, è proprio dal sentirsi “estranei” che deriva la
possibilità per chi emigra di cambiare continuamente e adattarsi ovunque, seppur non
senza fatica:

Irene klebte die Photos [..]nebeneinander.


Die Verbindung, die sich einstellen, waren Gegensätze. Sie machten aus
allen Photos ein einziges fremdes Gebilde. So fremd war das Gebilde,
dass es auf alles zutraf. Sich ständig bewegte. (RB 47)

Significativo è il fatto che dal collage è esclusa l’immagine di un uomo che sta seduto
in disparte, di colui che “am Rand ist”, come la stessa Irene.
Abbiamo detto che l’identità della protagonista è quasi inesistente, paragonabile a
un’ombra. Herta Müller parla di un numero senza volto, quando Irene attende i
documenti per l’ottenimento della cittadinanza tedesca. Questo concetto è ulteriormente
e metaforicamente spiegato dall’autrice attraverso l’immagine della scarpa, divenuta
simbolo dell’identità nomadica: In der Flottenstraβe hatten die Menschen kein
Geräusch in den Schritten. (RB 29) I passi dei fuggiaschi, quindi, non fanno rumore e
non lasciano impronte, quasi come se non fossero legittimati e liberi di muoversi in un
paese che non è il loro e che non sentono loro. Inoltre, la somiglianza scarpa-identità si
può ricollegare alla somiglianza tra il soggetto reale e quello immaginario, un’unità che
al suo interno presenta però una distanza. Tale Entfernung rimanda alla distanza tra la
società e lo straniero, che come Irene, è caratterizzato non solo dall’estraneità, ma
anche dalla solitudine.6
Irene simboleggia, così, lo sradicamento di chi emigra in un paese straniero. Si
potrebbe parlare di una condizione caratterizzata da elementi di negazione, quali ad
esempio Heimatlosigkeit, Niemandsland, Nicht-Zugehörigkeit. Irene non ha una patria
6
Paola Bozzi: Der fremde Blick. Zum Werk Herta Müllers. Würzburg: Königshausen & Neumann, 2005,
p.116

15
e sente di non appartenere né all’altro paese, né al paese in cui è liberamente fuggita.
Tuttavia, contemporaneamente sente di avere un doppio Io, diviso tra la vecchia e la
nuova identità: “Ich bin weder noch, ich bin beides”. 7 Come spiega Vilém Flusser,
essere „heimatlos” non significa letteralmente essere senza patria: Ich bin heimatlos,
weil zu zahlreiche Heimaten in mir lagern.8
Per quanto riguarda il concetto di patria, Herta Müller ha rivelato una visione
relativamente negativa e scettica, che si può spiegare riferendosi all’ambiente in cui è
vissuta. La patria è rimasta per lei una terra sconosciuta, estranea, più estranea di
qualunque posto in cui si è poi ritrovata. Quella che avrebbe dovuto essere la sua
„Heimat”, non è stata in grado di accettarla: „ Wenn diese Umgebung mich überhaupt
nicht akzeptiert, dann kann ich 100 Jahre dort leben und die Fuβsohlen nie aus dieser
Gegend heben, und ich werde doch nie in einer so genannten Heimat sein.“9 Secondo la
scrittrice, inoltre, la parola „Heimat” viene spesso abusata, in primo luogo da chi è al
potere. Riferendosi ai Nazisti, ma anche alla sua esperienza personale, quindi al regime
dittatoriale in Romania, Herta Müller mette in luce come questi si siano serviti di ampi
concetti correlati all’idea di nazione, uno tra tutti „Heimatliebe”, inserendoli nella loro
propaganda politica, per far sì che un intero popolo si riconoscesse in ideali comuni e
supportasse il partito. L’Heimatliebe degenera così in Staatsliebe, che distrugge non
solo il nostro ambiente ma anche i nostri legami affettivi. 10
Difficile dire, quindi, se sia bene riconoscersi in una patria, quindi in un’identità
nazionale ben delineata, o se sia meglio rimanere “aperti” verso altre identità e Heimat,
in modo da non correre il rischio di farci etichettare e uniformare sotto aspetti legati al
concetto di patria, che potrebbero essere incompatibili con il nostro essere più
profondo, il quale, il più delle volte, viene soffocato nella vita sociale e pubblica.
L’invito di Herta Müller sembra proprio questo: essere disposti a aprirci e relazionarci
alle molteplici realtà che ci circondano. Il confronto con l’altro, d’altronde, rende
possibile anche una migliore comprensione di noi stessi.

7
Irmgard Ackermann (Hg.): In zwei Sprachen leben. Berichte, Erzählungen, Gedichte von Ausländern.
München: dtv, 1983, p.216f
8
Vilém Flusser: Von der Freiheit des Migranten. Einsprüche gegen den Nationalismus. Düsseldorf:
Bollmann, 1994, p.15
9
http://alpha.dickinson.edu/departments/germn/glossen/heft1/hertainterview.html
10
ibidem

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LA FIGURA DELLA DONNA

La flanerie

Il romanzo “Reisende auf einem Bein” descrive Irene, un’immigrata di origine tedesca
proveniente dall’Europa orientale, tramite il suo destino, delineando la sua condizione
di Ortlosigkeit11 attraverso il modo di vivere, di pensare e il punto di vista della stessa
protagonista.
Una delle tematiche centrali, che è possibile individuare analizzando il comportamento
di Irene, è quella dell’esplorazione di una città straniera; ciò permette di inserire questa
figura femminile nella moderna tradizione del flaneur, ossia dell’osservatore vagante
nella società.
La flanerie è un fenomeno nato nel XIX secolo, con la crescita delle moderne metropoli
e dello sviluppo dell’urbanizzazione in seguito al processo di industrializzazione, e che
si protrae anche nel corso del secolo successivo.
Con il termine flaneur si vogliono indicare letterati, pensatori o semplici osservatori, i
quali operano un procedimento di estraniazione dalla moderna società di massa, per
contemplarla, analizzarla in modo distaccato e di conseguenza ritrovare se stessi. In
questo contesto, però, non si poteva ritrovare alcuna figura femminile, poiché vigeva in
quell’epoca una disposizione basata sulla Geschlechtsordnung, ossia su una restrizione
di genere, per cui la libertà di muoversi o girovagare per la città, di osservare e di essere
osservati, era un privilegio esclusivamente maschile. Ne conseguiva che gli uomini
dominavano lo spazio pubblico, senza ovviamente essere esclusi da quello privato,
mentre le donne erano confinate all’interno delle mura domestiche, relegate all’unico
ruolo di donne del focolare. L’apparente assenza di queste ultime nella vita urbana si
rivelava, tuttavia, costante presenza della donna-oggetto negli erranti sguardi maschili.
La stessa città moderna diventava così emblema di questo meccanismo, che innalzava il
dominio maschile sopra ad un piccolo e soffocato mondo di donne ormai sottomesse.

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Il termine può essere tradotto in italiano con un giro di parole come “mancanza di dimora fissa” o,
azzardando, “mancanza di una patria”

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Ma nel corso del XX secolo ebbe luogo un radicale cambiamento: l’industria diede un
nuovo impulso verso l’emancipazione, che spingeva la donna, finora imprigionata nei
tabù impostile da una società maschilista, alla “conquista” della città.
Quanto detto fino a questo momento trova espressione nel sopraccitato romanzo di
Herta Müller e in particolare nella sua protagonista.
Irene, mossa dal desiderio di vagabondare per la città, è sempre in viaggio: durante le
sue esplorazioni, osserva le persone e il loro comportamento, senza però ridurre la
distanza tra lei e gli altri, senza ambientarsi, senza inserirsi nel loro mondo, senza
sentirsi appartenente a quella nuova cultura. La percezione di Irene della realtà
circostante si fonda sulla vista e sull’osservazione. Ella pratica un flanierendes Sehen,
che produce negli oggetti osservati, nei gesti e nei comportamenti degli uomini una
frattura: l’impossibilità della vicinanza e del contatto.
Ma ben presto viene trascinata e coinvolta dalla dinamica della metropoli, abbandona
l’iniziale distacco tipico della sua immagine di flaneuse e comincia a tessere un rapporto
intimo con la città:

Doch die Menschen, die Irene nahestanden, ließen keine Gelegenheit


aus, ihr zu zeigen, wie nahe ihnen diese Städte standen. […] Dann sah
Irene, dass die Menschen, die ihr nahestanden, die Stadt, in der sie
lebten, auf dem Rücken trugen. (RB 138f.)

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Il corpo, la sessualità e il potere

Nelle opere di Herta Müller si presta molta attenzione alla descrizione dei corpi, in
particolare di quelli femminili.
Si ha una predilezione per l’oscenità: la corporeità viene descritta in maniera scioccante,
quasi nauseante. Protagonisti sono la repressione del desiderio di toccarsi, la nudità
vissuta come estraneità e vergogna (pudicizia femminile).
Stessa concezione appartiene all’amore: non è più un rapporto sentimentale, bensì si
manifesta in una cupa corporeità e onnipresente sessualità.
L’autrice utilizza il tema della sessualità al fine di violare i tabù imposti dalla società. La
cultura a cui fa riferimento è quella vissuta in prima persona: nella Romania di
Ceauşescu la sessualità era repressa tanto in famiglia quanto nella sfera pubblica. Era
vietato guardarsi nudi allo specchio e toccarsi la pelle nuda; la nudità racchiudeva il
pericolo di fare esperienza del proprio corpo come oggetto di desiderio.
Il tutto si ritrova anche nella descrizione dell’atto sessuale, dove dominano brutalità e
violenza: diventa strumento per essere accettati e risponde alla necessità di un
isolamento vissuto interiormente.
L’onnipresenza del corpo risponde all’intento della scrittrice di affrontare il rapporto tra
potere (politico) e soggettività. Il corpo non è una proprietà individuale, ma è vittima,
nella sua pura materialità, del potere statale; il suo compito è quello di servire
l’ideologia dittatoriale. Divenuto oggetto della supremazia del regime, questo reagisce
con lo sfruttamento eccessivo della proprie funzioni riproduttive.
Nel romanzo in questione si può solo percepire la concezione dell’autrice nel rapporto
della protagonista con il suo corpo e la sua sessualità.
„Auch das fahrende Ich, das Grenzen überschreitet, muss einen Raum unberührt lassen:
Seine Herkunft und die Angst vor Unterdrückung, trägt es immer mit sich“.12
Vi è quindi un interiorizzazione del passato represso e il corpo diventa un mezzo
attraverso il quale far riaffiorare il ricordo di ciò che non viene detto, di ciò che rimane

12
Paola Bozzi: Der fremde Blick. Zum Werk Herta Müllers. Würzburg: Königshausen & Neumann, 2005,
p.90

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nella profondità dell’inconsapevolezza. C’è una relazione tra i movimenti del corpo e le
sensazioni (Mit-dem-Körper schreiben). 13

BIBLIOGRAFIA

Herta Müller, Reisende auf einem Bein und auf dem anderen Verlorene, Reinbek,
Rowohlt, Berlin 1995

Paola Bozzi, Der fremde Blick. Zum Werk Herta Müllers, Würzburg, Königshausen &
Neumann, 2005

Vilém Flusser, Von der Freiheit des Migranten, Düsseldorf, Bollmann, 1994

Irmgard Ackermann (Hg.): In zwei Sprachen leben. Berichte, Erzählungen, Gedichte


von Ausländern. München: dtv, 1983

Siti internet
www.scritturaimmanente.it
http://de.wikipedia.org
http://it.wikipedia.org
www.cronologia.leonardo.it
www.hausarbeiten.de
http://www.graz03.at
http://alpha.dickinson.edu

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Ibidem

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