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Stefano Scrima

Sul Manifesto del nuovo realismo di Maurizio Ferraris

Che dal legno storto di cui fatto luomo non possa costruirsi niente di perfettamente dritto ormai
pacifico. La storia cinganna, alimenta e puntualmente disillude le speranze dun progresso morale
dellumanit; mentre Benedetto XVI tuona indefesso il potere salvifico della preghiera, sullItalia
post-berlusconiana (sar davvero cos?) grava una maledizione: debiti pubblici alle stelle, politici
ladri e corrotti destra e sinistra si litigano il primato , diamanti, lingotti, lauree cadute dal cielo,
calcio-scommesse, gossip e reality colorano la nostra fosca quotidianit. Il malcontento cresce e
anche i suicidi a detta dei telegiornali, gli stessi che trenta secondi pi tardi mandano in onda servizi
sulla pancia della moglie di Alberto II di Monaco nella speranza di una miracolosa gravidanza e si
suole dire, ingenuamente: non ci sono pi valori; ma per lo stesso motivo di prima la storia
cinganna sarebbe bene ricordare ai nostri compatrioti che il vizio italico di non pagare le tasse, di
cui solo oggi il paese sembra essere affetto, non certo un caso isolato della nostra breve storia
repubblicana, per non parlare del cosiddetto familismo. La rivoluzione informatica ha infinitamente
ridotto le distanze di questo gi piccolo pianeta; la differenza qui: oggi lo scandalo rimane al buio
a fatica.
Questi sono fatti, la realt che viviamo. S, vero, in parte labbiamo costruita noi in natura non
troviamo n imposte n telegiornali , ma c un filo dArianna, sottile e tenace, che tiene unita la
realt sociale, dipendente dallevoluzione della collettivit, e quella naturale (originale), che
configura il nostro orizzonte di possibilit. Senza questa realt naturale, della quale tuttavia non
conosciamo i segreti ultimi, non ci sarebbe possibile prendere una posizione stabile, coscia e
responsabile; il terreno ci si sgretolerebbe sotto i piedi. Questa levidenza, dapparente buon
senso, riproposta dal Manifesto del nuovo realismo di Maurizio Ferraris in realt un compendio
delle ricerche degli ultimi ventanni del filosofo torinese. E se il dibattito sul nuovo realismo, fiorito
sulle pagine de La Repubblica nellagosto 2011 come singolar tenzone tra lo stesso Ferraris e il suo
maestro Gianni Vattimo, ha ottenuto, e continua a ottenere, cos vasto seguito, un motivo dovr pur
esserci. La parvente banalit dalla quale la diatriba realisti-antirealisti ha il dovere di guardarsi,
invero custodisce un significato profondo, che riguarda luomo e il suo approccio alla vita, il suo
agire. Ed lazione umana il soggetto della storia, di quella che studiamo e di quella che
contribuiamo a plasmare. Realisti e antirealisti, nel corso dei secoli, si accusarono vicendevolmente
di connivenza con totalitarismi e populismi, positivismi e ideologie, scambiandosi spesso gli
argomenti; ed ora, dopo quella stagione autoproclamatasi postmoderna, risuona propizio il
momento per una reazione realista, la quale, secondo Ferraris, ha riacquistato terreno col tornante
del secolo. Portavoce di questo movimento, nuovo soltanto nelle modalit decostruttive che
aggrediscono una realt sociale mutata rispetto al passato, Ferraris stila la diagnosi del presente,
premessa della terapia, affermando che soltanto una visione realistica, sebbene minimalistica e
modesta, permette una vera e propria critica, quindi una trasformazione della condizione sociopolitica; ogni decostruzione fine a se stessa irresponsabilit. Il postmodernismo filosofico
battezzato da Lyotard (La condizione postmoderna1) alla fine degli anni 70, che trov nei primi
1

J.-F. Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere (1979), Feltrinelli, Milano, 1981.

Derrida e Foucault degni complici loro malgrado, releg il ruolo della filosofia al martello
nietzscheano, alla sua pars destruens, ritenendola, da sola, capace di solvere il gravoso compito
dellemancipazione dello spirito umano da dogmatismi e false credenze. Le sue posizioni
antirealiste, facentesi risalire al motto nietzscheano non ci sono fatti, solo interpretazioni2 e
nella versione di Vattimo (parafrasando Heidegger): solo un processo interpretativo, inteso
anzitutto in riferimento al senso aristotelico di hermeneia, espressione, formulazione, che la verit si
costituisce.3 , postulano per la filosofia un ruolo negativo, di metacritica, quasi schernitore e
caricaturale per la sua incapacit di contribuire alledificazione del nostro futuro. Invero, a detta di
Ferraris, il postmoderno ha trovato una piena realizzazione politica e sociale. Gli ultimi anni hanno
infatti insegnato una amara verit. E cio che il primato delle interpretazioni sopra i fatti, il
superamento del mito della oggettivit si compiuto, ma non ha avuto gli esiti emancipativi
profetizzati dai professori. Lassenza di un tessuto filosofico garante del confronto produttivo tra le
parti (politiche e sociali) avrebbe cos permesso al populismo, e al suo corrispettivo antiintellettualismo, una proliferazione incontrastata.
Ironizzazione, desublimazione e deoggettivazione, per Ferraris, sono i termini connotativi di questo
movimento: un distacco ironico da ogni teoria che eviti possibili ricadute in dogmatismi, la rincorsa
allappagamento del desiderio (ricordando le ragioni del corpo rivendicate da Nietzsche) che
contrasti il dominio consustanziale a ragione e intelletto, e la perdita volontaria di ogni oggettivit
emblematico il caso di Rorty per il quale la verit sarebbe inutile e la solidariet lunica via di
salvezza.
Sulla scorta dei francofortesi, Ferraris rivendica il ruolo dellopinione pubblica, introduzione
fondamentale dellIlluminismo non a caso bersaglio privilegiato del postmoderno , unica
istanza di controllo e di garanzia dei diritti degli individui da parte della critica del potere. Caduto
questo baluardo, svaporato nelle categoria di moralismo attraverso cui tutto pu essere infine
ricondotto al che male c? (lultima stagione politica italiana faccia riflettere), la cosiddetta
rivoluzione desiderante diventa linstrumentum regni della destra, che promettendo pi libert al
popolo legittima una pretesa onnipotenza, il libero sfogo della volont di dominio.
La radicalizzazione del kantismo, ossia non c accesso al mondo se non attraverso la mediazione
operata da schemi concettuali e rappresentazioni, diviene per il postmoderno costruzione: tutto
socialmente costruito, niente oggettivo. E cos labiura di Galileo assume un sapore del tutto
nuovo giacch le ragioni di Bellarmino, a posteriori, ci sembrano avallate da unimpalcatura
concettuale incompatibile con quella galileiana, ma per Feyerabend che offre oggi il destro al
papa per rivendicare una verit trascendente constatando il perenne sfociare in antinomie della
debole ragione umana di pari dignit. E cos anche Baudrillard, eroe senza causa (o meglio di una
causa che non era sua), sostenendo la presunta costruzione mediatica della Guerra del Golfo,
deresponsabilizz, agli occhi dellopinione pubblica, una politica completamente responsabile. Per
Ferraris non vero che non ci sono fatti, solo interpretazioni: ci sono fatti e ci sono
interpretazioni. necessario riacquisire uno sguardo critico sul reale, riconoscere ci che
socialmente costruito da ci che non lo perch esiste qualcosa che non lo , una realt
indipendente dai nostri schemi concettuali per evitare la delegittimazione del sapere umano e il
rinvio a un fondamento trascendente, rischi massimi ai quali siamo costantemente esposti.

Cfr. F. W. Nietzsche, Frammenti postumi, 1885-1887, 7 [60], in Opere complete, vol. 8/1, a cura di G. Colli e M.
Montinari, Adelphi, Milano, 1990.
3
Aa. vv., Il pensiero debole, a cura di G. Vattimo e P. A. Rovatti, Feltrinelli, Milano, 1983, cit., p. 26.

La stagione filosofica del postmodernismo, lungi dal volersi far carico dei risvolti populistici ai
quali abbiamo assistito ultimamente, ha fallito realizzandosi. Le istanze emancipative da essa
propugnate si sono rivelate mezzi di asservimento globale, ma la sua responsabilit pi grave non
aver fornito alla collettivit uno strumento di difesa, quello che si richiede alla filosofia: il
postmoderno si mosso nelle trame dellessere come un parassita, per i suoi seguaci la filosofia
ormai morta, consiste nella migliore delle ipotesi in un tipo di conversazione o in un genere di
scrittura, che non ha nulla a che fare con la verit e con il suo progresso. Laddio alla verit del
postmoderno ha condannato luomo a far a meno duna critica calibrata, destinandolo a uno
scetticismo totale. Decostruire, svelare lartificialit del mondo sociale che ci circonda, inviolabile
diritto del filosofo, il quale, tuttavia, non pu permettersi la sospensione del giudizio sul reale
rifugiandosi nellimpossibilit di far prevalere uninterpretazione su unaltra: l fuori non esiste
realt, perci mi limito a prender atto degli scontri di schemi concettuali che creano il mio mondo.
Dunque la deriva populista di cui parla Ferraris avrebbe semplicemente trovato il campo libero,
sgombro da una modalit di far filosofia privata del suo compito precipuo: indicare una rotta da
seguire; una rotta critica, che abbia a che fare col reale, che prenda le mosse da esso senza per
questo adeguarvisi. Le interpretazioni non possono equivalersi; con buona pace di Benedetto XVI
la terra a girare intorno al sole, non il contrario, ed sempre stato cos, anche quando nessun uomo
sulla terra avrebbe potuto alzare la testa al cielo. Il mondo ha le sue leggi indipendenti dalla nostra
esistenza e dal nostro modo di interpretarle; lungi dal presupporre una adaequatio rei et intellectus,
resta ovvia la nostra angolata e fragile conoscenza della realt.
Linversione di marcia di questi ultimi anni a favore del realismo emerge con la fine della svolta
linguistica (Putnam), la rivendicazione delle ragioni dellesperienza rispetto agli schemi
concettuali (Eco), la considerazione dellestetica come filosofia della percezione (lo stesso
Ferraris) e il rilancio dellontologia come scienza dellessere. Tutto questo rivela per il filosofo
torinese una nuova disponibilit nei confronti del mondo esterno .
Tre sono i termini chiave del realismo di Ferraris: Ontologia, Critica e Illuminismo, i quali, a loro
volta, vorrebbero reagire a quelle che egli chiama le fallacie del postmoderno: essere-sapere,
accertare-accettare e sapere-potere. Ontologia significa che qualcosa, seppur non ben delineabile,
ci resiste, inemendabile, esiste e perdura al di fuori dei nostri concetti, e proprio per questo ci
fornisce un fondamentale punto dappoggio per lazione, per il significativo sviluppo di una scienza
dai netti confini ma sempre rivedibile , distinta da sapere magico e speculazioni trascendentali. Il
postmoderno, in realt gi a partire da Kant (le intuizioni senza concetti sono cieche4), avrebbe
confuso ontologia ed epistemologia, trascurato le differenze tra scienza ed esperienza: che il fuoco
bruci non dipende da nostri schemi concettuali, dal semplice fatto di conoscere il fenomeno. Posso
sapere (o ignorare) tutto quello che voglio, il mondo resta quello che . A soccorrere il filosofo
torinese lestetica intesa come teoria della sensibilit: la percezione incontra una realt che ha il
potere di smentire le nostre aspettative concettuali; linsoddisfazione, che spesso caratterizza il
divario tra esperienza percettiva e concetto, testimonia lesistenza di contenuti non concettuali che
intrecciano rapporti con una realt esterna alla nostra mente, e, in definitiva, la stabilit dun mondo
preesistente alla nostra indagine esperienziale.
Soltanto con la Critica, e solo una volta constatata la presenza duna realt limite, ineludibile,
entriamo in possesso degli strumenti per una trasformazione del mondo sociale e della
fondamentale garanzia del valore della morale: non possibile immaginare un comportamento
4

I. Kant, Critica della ragion pura (1781-1787), Utet, Torino, 1986, cit., A 51/B 75.

morale in un mondo senza fatti e senza oggetti. Gli oggetti, naturali o sociali, e soprattutto i fatti,
hanno diversi contenuti di verit, a partire dai quali possiamo costruire concetti, scienza, linguaggio,
libert; se i gradi di verit fossero equipollenti dovremmo rassegnarci a considerare la scienza non
come ricerca della verit ma come vano conflitto tra volont di potenze.
Essere realisti non vuol dire accettare la realt com, anzi, il miglior modo per cambiarla. Non
vuol dire appellarsi a una qualche legge di natura, ma semplicemente fuggire le mistificazioni. La
democrazia quanto di pi lontano possa esserci dalla legge del pi forte (lex universalis della
natura), ma non per questo rigettata dai realisti; al contrario, difesa come la miglior forma di
governo e soggetta a continui tentativi di perfezionamento. Il realista accerta la realt e, solo grazie
alla consapevolezza acquisita, in grado di progettare un avvenire significativo.
Il postmoderno fu pi di ogni altra cosa, secondo Ferraris, il rifiuto dellIlluminismo, del suo
dichiarato potere emancipativo, dellidea che la conoscenza liberi luomo dalle catene di
superstizioni e pregiudizi. Nietzsche prima, Foucault e Vattimo dopo, proclamarono laddio alla
verit temendo di questultima le presunte possibili cristallizzazioni in volont di potenza,
strumento dasservimento, dogmatismo e violenza. E dunque se la verit coincide col sapere,
meglio far lapologia dellignoranza.
No, per Ferraris non cos. LIlluminismo diceva bene: la conoscenza, la volont di sapere, ci
libera. Tutto sta nel seguire una modalit critica di conoscenza, che tenga conto delle linee
essenziali, oggettive, della realt, le uniche capaci di conferire una legittimazione alla costruzione.
Verit non un principio trascendente, unidea vaga di come vorremmo andasse il mondo, la
ricerca scientifica, nella sua costante rivedibilit (opposta allideale positivista), la constatazione
della piena esistenza dei fatti storici, della loro fondamentale portata per lo sviluppo dellumanit,
contro ogni negazionismo e revisionismo, a favore di una morale reale, che valga per tutti e non
solo per chi ne condivida linterpretazione; , in definitiva, il mezzo, e lanelito, per il
miglioramento del mondo e della condizione umana.
Quella che propone Ferraris, attraverso il nuovo realismo, unetica della responsabilit: lesigenza
di chiudere con un passato filosofico irresponsabile, dimentico del valore primario della filosofia.
E non ha visto cos male Flores dArcais quando paragona il nuovo realismo alla rclamation di un
principio di ragione da parte del Neoilluminismo italiano. A partire dagli anni Quaranta del secolo
scorso, Abbagnano, Bobbio e Geymonat su tutti, attenti osservatori dei fenomeni europei e
doltreoceano, intrapresero il cammino verso una filosofia dalla forte impronta critica, che
chiudesse con le infruttuose (o meglio, in certa misura nefaste) esperienze neoidealistiche e
spiritualistiche radicate in Italia, verso un ridimensionamento del ruolo del filosofo e della filosofia,
con unattenzione particolare alla storiografia filosofica, ai fondamentali rapporti tra filosofia e
scienza e alla teoria del diritto. Fu un fronteggiare la crisi culminata, in Italia, con il ventennio
fascista e la Seconda Guerra Mondiale, eventi che videro complici, volontari o no, gli orientamenti
filosofici sopracitati. Ora, non partendo da unistanza prettamente realistica che questimportante
stagione culturale mosse il suo attacco, ma di certo, per essa, come per Ferraris, grande rilievo
assunse il recupero dellIlluminismo, non dei suoi contenuti o argomentazioni, ma, come affermava
Giulio Preti, del suo specifico atteggiamento. Era necessario recuperare una modalit critica di
confronto coi fatti e la realt, una modalit che il Settecento, inteso come massima sintesi della
modernit, elabor attraverso le sue mire emancipative. Ferraris condivide oggi il recupero di
questo atteggiamento critico per opposizione allo sterile decostruzionismo fine a se stesso. Vi
unessenziale interdipendenza tra sapere, progresso e felicit, e il mezzo per perseguire tal nesso
la ragion critica, per Ferraris figlia dun orientamento realistico della filosofia, che permetta, per

quanto difficile, di distinguere tra bene e male (tra verit, illusione e sortilegio), tra i differenti
contenuti di verit che il mondo ci propone, per edificare un avvenire a misura duomo.
Ferraris, in chiusura, mostra la virata degli stessi postmodernisti, Lyotard, Derrida e Foucault,
accortisi della brutta piega intrapresa dalla realt socio-politica, verso lideale illuministico, verso
quello che proprio Foucault chiam Il coraggio della verit, titolo del suo ultimo corso (1984) al
Collge de France.
Dominio dei mercati, iperindustrialismo, demagogia, populismo, lassismo, tecnicizzazione,
burocratizzazione sono costruzioni sociali frutto dun degenero incontrollato, e proprio in virt della
loro costruzione, distinta dalla realt non costruita, possono essere soggette a revisioni, a tentativi di
miglioramento. Il riduzionismo interpretativo, immemore duna realt originaria custode della
verit la sua , rischia dimprigionare luomo in un immobilismo improduttivo, crogiolo del
malcontento generale.
Ovviamente ripetiamolo questa realt limite, questo zoccolo duro come lo chiama Eco,
sappiamo solo che c, non qual ; per questo che il nuovo realismo assume connotati minimi e
negativi (Eco), minimalistici e modesti (Ferraris). Non si tratta di riproporre un Vetero Realismo
tomistico o infeconde diatribe alla Anselmo-Roscellino, ma di conferire alluomo, di nuovo, la
piena responsabilit della costruzione.
In forza di quel filo dArianna di cui si parlava allinizio, che collega la realt prima a noi
indipendente e la societ costruita, va riconosciuta la verit dei fatti, anchessa indipendente dalle
interpretazioni che la seguono; necessario garantire una dimensione comune di verit, senza la
quale non potrebbero sondarsi le reali responsabilit degli uomini.
In definitiva azzardando una conclusione non troppo fedele al Manifesto di Ferraris non importa
realmente quanta realt ci sia al di fuori della nostra testa, ma quanta coscienza abbia luomo
dellinfluenza del suo agire sul mondo, del potere che ha di trasformarlo in direzione di un
miglioramento delle condizioni di vita. Certo, per, da soli non si fa nulla: imprescindibile rimane
limpegno comune.
Il ritorno al realismo potrebbe fornire il pretesto per spronare luomo a una riflessione pi profonda
sul suo stato attuale, sullo smembramento intimo e sociale, sulla necessit di ripensare a
unorganizzazione dellimpegno collettivo teso al cambiamento.
Resta da valutare la possibilit di concordare con Paolo Parrini (intervenuto nellultimo confronto
sulla questione tenuto a Bologna il 14 maggio 2012) sul considerare Ferraris, che in tal modo
inciamperebbe su se stesso, come un realista metafisico acerrimo nemico del realista empirico.