Sei sulla pagina 1di 29

Dante Alighieri La Vita

Dante Alighieri nasce a Firenze nel 1265 in una famiglia della piccola nobilt fiorentina. Il suo
primo e pi importante maestro di arte e di vita Brunetto Latini, che in questi anni ha una notevole
influenza sulla vita politica e civile di Firenze. Dante cresce in un ambiente "cortese" ed elegante,
impara da solo larte della poesia e stringe amicizia con alcuni dei poeti pi importanti della scuola
stilnovistica: Guido Cavalcanti, Lapo Gianni e Cino da Pistoia, condividendo con loro un ideale di
cultura aristocratica e di poesia raffinata.
Ancora giovanissimo conosce Beatrice (figura femminile centrale nellopera del nostro poeta), a cui
Dante legato da un amore profondo e sublimato dalla spiritualit stilnovistica. Beatrice muore nel
1290, e questa data segna per Dante un momento di crisi: lamore per la giovane donna si trasforma
assumendo un valore sempre pi finalizzato allimpegno morale, alla ricerca filosofica, alla
passione per la verit e la giustizia che infine portano Dante (a partire dal 1295) ad entrare
attivamente e coscientemente nella vita politica della sua citt.
La sua carriera politica raggiunge lapice nel 1300 quando Dante, guelfo di parte bianca, viene
eletto priore (la carica pi importante del comune fiorentino): il poeta un politico moderato,
tuttavia convinto sostenitore dellautonomia della citt di Firenze, che deve essere libera dalle
ingerenze del potere del Papa . Lanno successivo, il papa Bonifacio VIII decide di inviare a Firenze
Carlo di Valois, fratello del re di Francia, con lintenzione nascosta di eliminare i guelfi bianchi
dalla scena politica; Dante e altri due ambasciatori si recano dal Papa per convincerlo a evitare
lintervento francese, ma ormai troppo tardi ! Dante gi partito da Firenze quando Carlo di
Valois entra nella citt e sostiene il potere dei guelfi neri: il poeta non ritorner mai pi nella sua
citt natale, condannato ingiustamente allesilio.
Per Dante lesilio rappresenta un momento di sofferenza e di dolore e al tempo stesso uno stimolo
per la sua produzione letteraria e poetica: lontano da Firenze pu vedere in modo pi nitido la
corruzione, legoismo, lodio che governano la vita politica, civile e morale dei suoi contemporanei.
La denuncia e il tentativo di indirizzare di nuovo luomo verso la retta via sono per lui lispirazione
di una nuova poesia che prende forma nella Divina Commedia
Negli anni dellesilio, Dante viaggia per lItalia centrale e settentrionale, chiede ospitalit alle varie
corti (va a Forl, a Verona, in Lunigiana dai signori Malaspina) continua a sostenere le sue idee
politiche nella figura dellimperatore Arrigo VII, possibile portatore di pace nella nostra penisola
(1310); ma di nuovo la speranza svanisce con la morte improvvisa dellimperatore nel 1313. Negli
ultimi anni visita la corte di Can Grande della Scala, a Verona, e di Guido Novello Da Polenta, a
Ravenna (1318). Muore a Ravenna nel 1321.
Dante Alighieri Le opere
1295: Vita nuova. La Vita nuova nasce dallamore del giovane Dante per Beatrice ed una raccolta
delle poesie giovanili, collegate da parti in prosa scritte fra il 1293 e il 1295. Si pu definire come
unautobiografia spirituale, dove lamore non descritto nella sua forma sensibile e terrena , ma
come un sentimento che porta a un amore e a un ideale di vita pi alti.
1304-1306: De Vulgari Eloquentia. Con questo trattato, scritto in latino, Dante vuole dare agli
scrittori delle regole sullarte dello scrivere in italiano volgare. In questopera, che Dante scrive solo
in parte, il poeta apre una questione linguistica molto importante: la lingua volgare pu sostituire il
latino?
1304-1307: Convivio. Dante scrive il Convivio nei primi anni dellesilio, in lingua volgare, con lo
scopo di ricordare alle persone che governano, che lo studio della filosofia e il rispetto delle leggi
morali sono una condizione necessaria per la convivenza degli uomini nella societ. Il primo trattato
introduce largomento e le finalit dellopera; nel secondo, terzo e quarto trattato, Dante commenta
sue tre canzoni.
1310-1313: De Monarchia. In questo trattato, scritto in latino, Dante affronta il tema a lui pi caro:
quello politico. Per il poeta, lunica forma di governo che possa assicurare la pace e la sicurezza,

la monarchia, una monarchia universale, che rifletta nel nostro mondo lunicit e luniversalit del
regno di Dio; limperatore deve garantire la pace, la giustizia e la libert degli uomini.
Le Rime: Si tratta della raccolta, ordinata dai posteri, dei componimenti poetici che Dante scrive nel
corso della sua vita e che non include nella Vita Nuova e nel Convivio. I temi di queste poesie sono
legati alle varie esperienze di vita del poeta: lamore cortese, la filosofia, la politica, lo stile poetico,
lesilio.
1306-1321: Divina Commedia. La Divina Commedia il capolavoro di Dante e lopera che
racchiude tutta la sua esperienza umana, civile, politica, spirituale e poetica. E composta da tre
cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso), ciascuna delle quali comprende 33 canti, scritti in terzine
di endecasillabi, eccetto lInferno che contiene un canto in pi quale prologo allintera opera.
LInferno viene completato probabilmente verso il 1309, il Purgatorio verso il 1312, il Paradiso
verso il 1318; tuttavia Dante lavora sulla Commedia fino alla morte.
Dante Alighieri Il Convivio
La composizione dellopera, dopo lesilio, collocata dal 1303 al 1308 e consiste in un prosimetro,
proprio come lopera Vita Nuova. La poesia un composto di prosa e 3 canzoni, poich Dante
riteneva che la canzone fosse uno dei generi pi elevati. Il componimento unopera filosofica,
scritta in volgare e il cui titolo corrisponde al termine banchetto. Il titolo ricorda lopera di un
filosofo dellantichit, Platone, scrittore del Simposio, sinonimo di convivio e quindi di
banchetto. Lo scrittore, con questo componimento, vuole divulgare, nella maniera pi ampia
possibile, lo scibile umano ed quindi anche la filosofia. Il titolo indica un banchetto di sapienza,
poich egli era convinto che la felicit terrena si poteva raggiungere, sviluppando le capacit e le
potenzialit umane, dove alla base vi era lamore per il sapere e il buon uso della ragione.
In particolare, modello del Convivio era la filosofia aristotelica, la quale riteneva che tutti gli
uomini hanno il desiderio innato di sapere e di apprendere, ma che per non tutti hanno la
possibilit di coltivarlo. Nel medioevo, poi, si riteneva che tutto ci che riguardasse il sapere,
dovesse far parte del bagaglio culturale delluomo. Dante, quindi, volle scrivere lopera per
divulgare le sue conoscenze ad una grande quantit di persone e questo fu anche il motivo della
scelta del volgare, mentre il latino era conosciuto soltanto da una ristretta elite. Lopera, in
vuolessere una divulgazione del sapere filosofico e scientifico, come una sorta di enciclopedia. Il
componimento sarebbe dovuto essere molto vasto, infatti Dante credeva di poter scrivere 15 trattati
ma si interrompe al quarto trattato, molto probabilmente per la maturazione dellidea della Divina
Commedia. Unaltra ipotesi consiste nel superamento di questa fase riguardante la filosofia,
sinonimo di sapere, per dedicarsi al suo punto di arrivo che non quello della sapienza ma Dio.
Lamore tuttavia non viene abbandonato nella sua opera finale, infatti Beatrice sar uno dei
protagonisti dellopera, come anche la filosofia, la conoscenza che sar alla base delle due prime
cantiche come una guida. Questi due elementi, sono degli strumenti che porteranno alla strada della
salvezza. Il Convivio si differenzia dalla Vita Nuova per la struttura, e per la sezione in prosa
che nel Convivio funge da spiegazione, da commento e da interpretazione mentre nella Vita
Nuova da introduzione, che per faceva parte dellimpianto narrativo. Dante sceglie il volgare, ed
in seguito ricostruir anche la nascita di questa lingua nellopera De Vulgari Eloquentia, perch la
considerava una lingua importante e degna d esser utilizzata per lesigenza di dover realizzare
unampia diffusione dellopera. Questa lingua per, non era veramente quella del volgo, infatti
consisteva in un linguaggio abbastanza elevato, che doveva arrivare al ceto medio della borghesia,
esclusi i mercanti, i banchieri, la cosddetta gente nova, che non hanno, secondo Dante, pensato al
sapere o lhanno pensato per finalit commerciali, di profitto e guadagno.
Il Convivio - Tattato IV Riassunto e Analisi
La canzone che compare in questo trattato intitolata Le dolce rime damor chi solia. Dante
parla della verace nobilit, affrontando una questione soprattutto morale e affermando che in
ognuno di noi ci pu essere la vera nobilt. Lautore si rif alla scorta del Guinizzelli, dicendo che la

vera nobilt non si eredita, non deriva da vincoli di sangue, ma pu albergare sono nel cuore nobile
ed quella danimo. Questa nobilt danimo una dura conquista, dovuta alla qualit danimo e che
si ottiene attraverso lesercizio delle virt. Cos dicendo confuta, rovescia il pensiero di Federico II,
che credeva che la nobilt dipendesse dalla nascita. Da ci scaturisce la sua idea politica, che
approfondir in un trattato politico, il De Monarchia,dove sostiene che lImpero era stato voluto da
Dio. Accenna lidea che Dio assegn ai Romani il compito di formare un vastissimo Impero e che
lImperatore doveva essere supportato dalla filosofia e doveva essere un uomo saggio, colto e
sapiente.
Testo completo e Analisi - Il Convivio Trattato IV.4
1. Lo fondamento radicale de la imperiale maiestade, secondo lo vero, la necessit de la umana
civilitade, che a uno fine ordinata, cio a vita felice; a la quale nullo per s sufficiente a venire
sanza laiutorio dalcuno, con ci sia cosa che luomo abbisogna di molte cose, a le quali uno solo
satisfare non pu. E per dice lo Filosofo che luomo naturalmente compagnevole animale. 2. E s
come un uomo a sua sufficienza richiede compagnia dimestica di famiglia, cos una casa a sua
sufficienza richiede una vicinanza: altrimenti molti difetti sosterrebbe che sarebbero impedimento
di felicitade. E per che una vicinanza [a] s non pu in tutto satisfare, conviene a satisfacimento di
quella essere la cittade. Ancora la cittade richiede a le sue arti e a le sue difensioni vicenda avere e
fratellanza con le circavicine cittadi; e per fu fatto lo regno. 3. Onde, con ci sia cosa che lanimo
umano in terminata possessione di terra non si queti, ma sempre desideri gloria dacquistare, s
come per esperienza vedemo, discordie e guerre conviene surgere intra regno e regno, le quali sono
tribulazioni de le cittadi, e per le cittadi de le vicinanze, e per le vicinanze de le case, [e per le case]
de luomo; e cos simpedisce la felicitade. 4. Il perch, a queste guerre e a le loro ragioni torre via,
conviene di necessitade tutta la terra, e quanto a lumana generazione a possedere dato, essere
Monarchia, cio uno solo principato, e uno prencipe avere; lo quale, tutto possedendo e pi
desiderare non possendo, li regi tegna contenti ne li termini de li regni, s che pace intra loro sia, ne
la quale si posino le cittadi, e in questa posa le vicinanze samino, in questo amore le case prendano
ogni loro bisogno, lo qual preso, luomo viva felicemente; che quello per che esso nato. 5. E a
queste ragioni si possono reducere parole del Filosofo chegli ne la Politica dice, che quando pi
cose ad uno fine sono ordinate, una di quelle conviene essere regolante, o vero reggente, e tutte
laltre rette e regolate. S come vedemo una nave, che diversi offici e diversi fini di quella a uno
solo fine sono ordinati, cio a prendere loro desiderato porto per salutevole via: dove, s come
ciascuno officiale ordina la propria operazione nel proprio fine, cos uno che tutti questi fini
considera, e ordina quelli ne lultimo di tutti; e questo lo nocchiero, a la cui voce tutti obedire
deono. 6. Questo vedemo ne le religioni, ne li esserciti, in tutte quelle cose che sono, come detto , a
fine ordinate. Per che manifestamente vedere si pu che a perfezione de la universale religione de la
umana spezie conviene essere uno, quasi nocchiero, che considerando le diverse condizioni del
mondo, a li diversi e necessari offici ordinare abbia del tutto universale e inrepugnabile officio di
comandare. 7. E questo officio per eccellenza Imperio chiamato, sanza nulla addizione, per che
esso di tutti li altri comandamenti comandamento. E cos chi a questo officio posto chiamato
Imperadore, per che di tutti li comandamenti elli comandatore, e quello che esso dice a tutti
legge, e per tutti dee essere obedito e ogni altro comandamento da quello di costui prendere vigore e
autoritade. E cos si manifesta la imperiale maiestade e autoritade essere altissima ne lumana
compagnia. 8. Veramente potrebbe alcuno gavillare dicendo che, tutto che al mondo officio
dimperio si richeggia, non fa ci lautoritade de lo romano principe ragionevolemente somma, la
quale sintende dimostrare; per che la romana potenzia non per ragione n per decreto di convento
universale fu acquistata, ma per forza, che a la ragione pare esser contraria. 9. A ci si pu
lievemente rispondere, che la elezione di questo sommo officiale convenia primieramente procedere
da quello consiglio che per tutto provede, cio Dio; altrimenti sarebbe stata la elezione per tutti non
iguale; con ci sia cosa che, anzi lofficiale predetto, nullo a bene di tutti intendea. 10. E per che
pi dolce natura in segnoreggiando, e pi forte in sostenendo, e pi sottile in acquistando n fu n
fia che quella de la gente latina - s come per esperienza si pu vedere - e massimamente [di] quello

popolo santo nel quale lalto sangue troiano era mischiato, cio Roma, Dio quello elesse a quello
officio. 11. Per che, con ci sia cosa che a quello ottenere non sanza grandissima vertude venire si
potesse, e a quello usare grandissima e umanissima benignitade si richiedesse, questo era quello
popolo che a ci pi era disposto. Onde non da forza fu principalmente preso per la romana gente,
ma da divina provedenza, che sopra ogni ragione. E in ci saccorda Virgilio nel primo de lo
Eneida, quando dice, in persona di Dio parlando: "A costoro - cio a li Romani - n termine di cose
n di tempo pongo; a loro ho dato imperio sanza fine". 12. La forza dunque non fu cagione
movente, s come credeva chi gavillava, ma fu cagione instrumentale, s come sono li colpi del
martello cagione del coltello, e lanima del fabbro cagione efficiente e movente; e cos non forza,
ma ragione, e ancora divina, [conviene] essere stata principio del romano imperio. 13. E che ci sia,
per due apertissime ragioni vedere si pu, le quali mostrano quella civitade imperatrice, e da Dio
avere spezial nascimento, e da Dio avere spezial processo. 14. Ma per che in questo capitolo sanza
troppa lunghezza ci trattare non si potrebbe, e li lunghi capitoli sono inimici de la memoria, far
ancora digressione daltro capitolo per le toccate ragioni mostrare; che non fia sanza utilitade e
diletto grande.
---Inizia cos unampia digressione sui caratteri e i limiti dellautorit imperiale, il cui fondamento
individuato in quella stessa legge di natura che impone alluomo la realizzazione della propria
felicit. Poich, infatti, condizione indispensabile al perseguimento di tale fine vivere in una
societ giusta e pacifica, la necessit dellImpero universale emerge dal fatto che soltanto esso pu
garantire pace e giustizia allintera comunit umana. Dopo aver dimostrato che a conferire lufficio
imperiale a Roma e al popolo romano era stata la stessa Provvidenza divina, che attraverso un
ordinamento politico unitario aveva voluto garantire, nellimminenza dellincarnazione del Figlio di
Dio, un terreno di facile propagazione al verbo cristiano.
Dante Alighieri Monarchia
La Monarchia, divisa in tre parti e scritta in latino, si configura come una raccolta organica delle
idee politiche di Dante e contiene un approfondimento dei temi politici gi trattati nel Convivio. Gli
studiosi collocano la composizione della Monarchia tra il 1310 e il 1315, un dato che spiegherebbe
le affinit riscontrate con il Paradiso.
Il primo libro incentrato sul tema della necessit di una monarchia universale, unico sistema
politico in grado di garantire la felicit terrena. Per Dante luomo compie scelte moralmente
sbagliate a causa dallavidit, a sua volta causata dalla possibilit di possedere beni materiali.
Allinterno di un regime monarchico, invece, tutti i beni apparterrebbero al re (o allimperatore)
rendendo cos luomo libero dalla cupidigia. Limperatore, a sua volta, sarebbe libero di operare con
tutte le sue energie a favore della pace e sarebbe al sicuro dalle tentazioni non avendo nulla da
desiderare, in quanto possessore di ogni bene. Lautore prosegue inserendo altre due considerazioni
volte a supportare la tesi della necessit di un impero universale: il bisognonaturale delluomo di
appartenere a una societ gerarchica e il bisogno di una guida che indirizzi lumanit verso la
conoscenza e la diritta via. A supporto di questa tesi, Dante conlcude il primo libro riportando
lesempio della nascita di Cristo, avvenuta non a caso secondo la sua mentalit -, durante il regno
augusteo, ovvero nel periodo di massima pace e di massima espansione dellimpero romano.
Questultimo esempio funge da collegamento al tema trattato nel secondo libro che si configura
come unanalisi teologica e provvidenzialistica della storia. Limpero fondato dai romani sarebbe
stato originato direttamente dalla volont di Dio affinch la parola di Cristo potesse diffondersi
lungo tutto il territorio unificato.
Il terzo libro ritorna sullattulit e tocca uno degli aspetti pi controversi nel dibattito politico del
tempo: i rapporti tra impero e papato. Dante non si schiera n dalla parte dei filo-imperiali, che
reputavano il potere temporale superiore al quello spirituale, n dalla parte dei filo-papali, ma si
colloca in una posizione intermedia cercando di delimitare le rispettive sfere dinfluenza dei due

poteri: nella sua visione allimperatore sarebbe spettato il compito di assicurare la pace cercando di
ricreare il paradiso in terra (servendosi delle armi della ragione e della filosofia) mentre il papa
avrebbe avuto il compito esclusivo di guidare lessere umano verso la salvezza eterna (con fede e
carit). Per questo motivo, in difesa di una Chiesa povera e vicina alla sua essenza originaria, Dante
si scaglia contro la cosidetta donazione di Costantino (che in effetti risulter essere un falso),
documento che aveva sancito la donazione dei territori dellItalia centrale alla Chiesa romana. Non
bisogna per assimilare le idee di Dante a quelle di un laico moderno; egli non auspic una
separazione dei poteri ma al contrario una loro coordinazione; il papa e limperatore erano pari e
di pari dignit, in quanto entrambi legittimati direttamente dal volere di Dio. Detto ci, il monarca
avrebbe dovuto comunque ostentare rispetto nei confronti del pontefice come un figlio nei
confronti del padre.
De Monarchia Libro III cap. 15 traduzione e parafrasi
Bench nel precedente capitolo, riducendo a inconveniente, abiamo provato lautorit dello
nperio dal pontefice non dipendere, non s per interamente mostro essa sanza mezo venire da
Dio, se non per conseguenza. Egli conseguente cosa che sse non viene dal vichario di Dio, che
vengha sanza mezo da Dio. E per [a] perfettamente dichiarare el proposito, per affermativa
dimostratione proveremo che llo nperadore ha rispetto sanza mezo a Dio, prencipe dello
huniverso. A ntendere questo, si vuole sapere che ssolo luomo, nellordine delle chose, tiene el
mezo tra lle cose corruttibili et non corruttibili; sicch rettamente lassimigliano e filosafi allo
orizonte, che el mezo de due emisperi. Inper che ssolo [lo] huomo si considera secondo luna et
laltra parte essentiale, c[i]o anima et corpo: secondo el corpo corruttibile, secondo lanima non
corruttibile. Et bene disse Aristotile di lui nel secondo DellAnima, secondo chegli incoruttibile,
in questo modo: E questo solo si pu seperare, come perpetuo, da corruttibile. Adunque se lo
huomo in mezo tra queste due cose, et hogni mezo tiene la natura degli stremi, necessario che lo
huomo tengha delluna et dellaltra natura. E per chagione che ogni natura a huno hultimo fine si
riducie, bisognia che lo huomo si riducha a due cose, delle quali luna sia fine dello huomo secondo
chegli corruttibile, laltra fine suo secondo chella incorruttibile.
Adunque quella providenza che non pu errare propuose allo huomo due fini: luno la beatitudine di
questa vita, che cconsiste nelle hoperationi della propria virt, et pel tereste paradiso si fighura;
laltra la beatitudine di vita etterna, la quale consiste nella fruitione dello aspetto divino, a la quale
la propia virt non pu salire, se non dal divino lume aiutata, la quale pel paradiso celestiale
sintende. A queste due beatitudini, come a diverse concluxioni, bisognia per diversi mezi venire.
Inper che alla prima noi pervegniamo secondo gli ammaestramenti filosophychi, purch quegli
seghuitiamo secondo le virt morali et intellettuali hoperando; alla seconda per gli amaestramenti
spirituali, che trascendono la humana ragione, pure che quegli seghuitiamo hoperando secondo le
virt teologiche, fede, speranza et carit. Adunque queste due concrusioni et mezi, bench ci sieno
mostri luna dalla humana rag[i]one, la quale pe filosaphy c manifesta, laltra dal Santo Spirito, el
quale pe profeti et sagri scriptori et per lo etterno figliuolo di Dio, Yes Cristo, et pe sua discepoli
la virt sopranaturale et le cose a nnoi necessarie ci rivel; nientedimeno la humana cupidit le
posporebbe, se gli huomini, come cavalli nella loro bestialit vaghabondi, con freno non fussino
rattenuti. Honde e fu di bisognio allo huomo di due direzioni, secondo due fini: c[i]o del sommo
pontefice, el quale secondo le revelationi dirizassi la humana generatione alla felicit spirituale; et
dello inperadore, el quale secondo gli amaestramenti filosofichi alla tenporale filicit dirizasse gli
huomini. Certamente a questo porto nessuni ho pochi et dificilmente potrebono pervenire, se lla
generatione humana, sedate et quietate londe della cupidit, non si riposassi libera nella tranquilla
pacie; questo quel segnio, al quale massime debba risguardare lo inperadore della terra, principe
romano, acci che in questa abitatione mortale in pacie si viva. E perch la dispositione di questo
mondo seghuita la dispositione delle celeste spere, necessario a questo che gli huniversali
amaestramenti della pacificha libert comodamente a luoghi et a tenpi sadattino, che questo
terreno inperadore sia da ccholui spirato, el quale presentialmente vede tutta la dispositione de
cieli. Costui solo quello che ordin questa, acci che llui, per queste cose provedendo, tutte le

cose co suoi ordini conleghassi. E ssegli cos, solo Iddio eleggie, solo Iddio conferma, non
avendo lui supperiore. Onde ancora vedere si pu che n questi che ora si dicono, n altri che mai si
sieno detti elettori, cos si debbono chiamare, ma pi tosto denuntiatori della providentia divina.
Di qui aviene che spesso insieme si discordano quegli, a quali data facult dannunziare, o perch
tutti loro, o perch alcuno di loro, ottenebrati dalla nebbia della cupidit, non discernono la faccia
della dispositione divina. Cos adunque apparisce che lla autorit della tenporale monarchia sanza
mezo alcuno innesso monarcha discende del Fonte della huniversale autorit: el quale Fonte, nella
sommit della senplicit sua unito, in vari rivoli partiscie licore della bont sua abondante. G[i] mi
pare assai avere toccho el proposito termino: inper chegli dichiarata la verit di quella quistione
per la quale si cercava se al bene essere del mondo fusse luficio del monarcha necessario; et ancora
di quella che cercava se l populo romano per ragione satribu lo nperio; similmente dellultima,
nella quale si dimandava se llautorit del monarcha sanza mezo da Dio overo da altri dependa. La
verit di questa ultima quistione non si debba cos strettamente intendere, che l principe romano
non sia al pontefice innalcuna cosa subgetto, conciosiach questa mortale felicit alla filicit
inmortale sia ordinata. Cesare adunque quella riverenza husi a Piero, la quale el primogenito
figliuolo husare inverso el padre debba, acci che lui, inlustrato dalla lucie della paterna gratia, con
pi virt il circulo della terra inlumini, al quale circulo da ccolui solo proposto, el quale di tutte
le cose spirituali et tenporali ghovernatore.
------Sebbene nel capitolo precedente sia stato provato, con la riduzione all'assurdo, che l'autorit
dell'Impero non deriva dall'autorit del Sommo Pontefice, tuttavia non stato affatto dimostrato che
essa dipenda immediatamente da Dio, se non in quanto ci ne risulta di conseguenza. logico
infatti dire che, se non dipende dal Vicario di Dio, debba dipendere da Dio. Perci, per una
trattazione completa dell'assunto, occorre dimostrare in modo diretto che l'Imperatore, cio il
Monarca del mondo, dipende immediatamente dal Signore dell'universo, che Dio. Per
comprendere questa tesi, bisogna osservare che, tra tutti gli esseri, soltanto l'uomo tiene il posto
intermedio tra le cose corruttibili e quelle incorruttibili, e perci giustamente viene dai filosofi
paragonato all'orizzonte che si trova in mezzo tra i due emisferi. Se infatti si considera l'uomo
secondo ambedue i suoi componenti essenziali, cio l'anima e il corpo, egli corruttibile, se invece
si considera solo secondo un componente, cio l'anima, egli incorruttibile. E per questo il
Filosofo, nel secondo libro Dell'anima, riferendosi a questo elemento in quanto incorruttibile,
dice: Solo questo, in quanto immortale, pu separarsi dall'elemento corruttibile. Se pertanto
l'uomo qualcosa di mezzo tra gli esseri corruttibili e quelli incorruttibili, deve necessariamente
partecipare della natura di ambedue, dato che ogni essere intermedio partecipa della natura degli
estremi. E siccome ogni natura ordinata ad un suo fine ultimo, ne consegue che il fine dell'uomo
duplice, cosicch egli, come l'unico tra tutti gli esseri a partecipare dell'incorruttibilit e della
corruttibilit, cos l'unico fra tutti ad essere ordinato a due fini ultimi, ad uno in quanto
corruttibile, all'altro in quanto incorruttibile.
Dunque lineffabile Provvidenza indic alluomo due fini da perseguire: e cio la felicit di questa
vita, che consiste nella realizzazione della potenzialit propria delluomo, ed raffigurata nel
paradiso terrestre; e la felicit della vita eterna, che consiste nel godimento della visione di Dio, cui
la potenzialit propria delluomo non pu arrivare se non aiutata dalla luce divina, e che
raffigurata nel paradiso celeste. A queste due forme di felicit, come a obiettivi diversi, necessario
giungere attraverso mezzi diversi. Infatti giungiamo alla prima per mezzo degli insegnamenti
filosofici, purch li seguiamo operando secondo le virt morali e intellettuali; e alla seconda
giungiamo attraverso gli insegnamenti spirituali che trascendono lumana ragione, purch li
seguiamo operando secondo le virt teologali, cio fede, speranza e carit. A questi fini e a questi
mezzi bench ci siano stati mostrati, i primi dallumana ragione che tutta ci stata spiegata dai
filosofi, e i secondi dallo Spirito Santo che rivel la verit soprannaturale e a noi necessaria
attraverso i profeti e gli agiografi, attraverso Ges Cristo figlio di Dio a lui coeterno la cupidigia
umana volterebbe le spalle se gli uomini, simili a cavalli che vagano nella loro bestialit, non

fossero trattenuti nel loro viaggio con morso e briglie. Per cui fu necessaria alluomo una duplice
guida, in relazione al duplice fine; e cio il Sommo Pontefice, che conducesse il genere umano alla
vita eterna secondo la Rivelazione, e lImperatore, che dirigesse il genere umano alla felicit
temporale secondo gli insegnamenti della filosofia. E poich a questo porto non pu pervenire
nessuno o possono farlo in pochi, e questi pochi con estrema difficolt se il genere umano,
calmati i flutti della seducente cupidigia, non riposa libero nella tranquillit della pace, ecco qual
lo scopo al quale sopra ogni altro deve tendere colui che ha cura del mondo, che chiamato
Principe romano: e cio che in questa aiuola dei mortali si viva liberamente in pace. E, poich
lordinamento di questo mondo segue lordinamento risultante dalla rotazione delle sfere celesti,
necessario, affinch gli utili insegnamenti della libert e della pace siano applicati adeguatamente ai
luoghi e ai tempi, che colui che deve averne cura sia ispirato da Colui che ha presente al suo
sguardo lintera disposizione dei cieli. E questi pu essere solo Colui che preordin tale
disposizione, provvedendo Egli stesso affinch, attraverso di essa, ogni cosa fosse stabilmente
collocata al posto che le spetta. Perci, se cos stanno le cose, solo Dio elegge, solo Dio conferma,
perch non c nessuno al di sopra di lui. Da ci si pu ancora dedurre che, n questi che ora sono
detti elettori, n gli altri che in qualunque modo furono detti cos, debbano essere chiamati in
questo modo: che piuttosto devono esser considerati annunciatori della divina provvidenza.Per
cui avviene che ogni tanto abbia luogo un dissenso tra quanti sono stati investiti del compito di
annunciarla, perch tutti, o alcuni di essi, ottenebrati dalla nebbia della cupidigia, non discernono
laspetto della divina disposizione.Cos dunque evidente che lautorit del Monarca temporale
discende, senza alcun intermediario, dal Fonte dellautorit universale: il quale Fonte, indivisibile
nella rocca della sua semplicit, scorre in molteplici fiumi per abbondanza di bont.
E gi ritengo di aver raggiunto la meta prefissata. Si infatti giunti alla verit intorno
allinterrogativo se lufficio del Monarca fosse necessario per il bene del mondo; intorno
allinterrogativo se il popolo romano si sia attribuito limpero a buon diritto; e infine intorno
allinterrogativo se lautorit del Monarca discenda direttamente da Dio o da un altro soggetto. Ma
questa verit sullultima questione non va intesa in modo forzato, concludendo che il Principe
romano non sia in nulla soggetto al romano Pontefice, giacch questa felicit mortale in qualche
modo finalizzata alla felicit eterna. Abbia dunque Cesare verso Pietro quella reverenza che il figlio
primogenito deve avere verso il padre: affinch, illuminato dalla luce della paterna grazia, illumini
con maggiore efficacia la terra, alla quale stato preposto da Colui solo che guida di tutte le cose
spirituali e temporali.
Dante Alighieri Epistola ad arrigo VII di Lussemburgo - Riassunto
Ultimo elemento del trittico epistolare legato alla discesa di Arrigo VII in Italia, questa lettera,
scritta dall"exul immeritus" a nome suo e degli altri fuoriusciti fiorentini (definiti "omnes Tusci qui
pacem desiderant"), si rivolge direttamente allimperatore, salutandolo come sole a lungo bramato,
sorto a segnare lalba di unra finalmente felice. Dopo aver ricordato ad Arrigo che la giurisdizione
del suo impero si estende per diritto naturale su tutte le terre del pianeta e che lo stesso Cristo,
sottomettendosi al censimento della popolazione decretato dalleditto di Augusto, sanc la
legittimit del potere imperiale, Dante esorta il principe romano, allora intento a sedare la rivolta di
alcune citt lombarde, affinch rotto ogni indugio scenda risolutamente in Toscana per estirpare la
vera radice di quella ribellione, annidata nella citt di Firenze. Questa, infatti, non solo fomenta
linsurrezione delle altre citt italiane contro limperatore, come una pecora infetta che contagia il
gregge del suo padrone ("languida pecus gregem domini sui sua contagione commaculans"), ma
cerca anche di seminare discordia tra lui e il pontefice. La lettera, che si chiude con lauspicio di un
prossimo rientro degli esuli nella citt toscana, finalmente ricondotta sotto il vessillo augusteo, reca
la sottoscrizione "scriptum in Tuscia sub fonte Sarni XV Kalendas Maias, divi Henrici faustissimi
cursus ad Ytaliam anno primo".

Francesco Petrarca La Vita


Francesco Petrarca nato ad Arezzo il 20 luglio del 1304 da una famiglia borghese di origine
fiorentina. Nel 1312, quando Francesco ha otto anni, la famiglia si trasferisce prima a Pisa e poi
ad Avignone perch il padre, un guelfo bianco, era stato esiliato dalla citt. Inizialmente il giovane
inizia a studiare diritto, prima a Montepellier e poi a Bologna; dal 1326, dopo la morte del
padre, studia per anche i classici, interessandosi in particolare alla spiritualit cristiana. Gi questo
ci anticipa la profonda differenza tra il modo di concepire l'esistenza di Dante e quello di Petrarca:
quest'ultimo, infatti, non resta radicato e sentimentalmente legato a un'unica citt, ma anzi si sposta
laddove possa trovare una risposta alle sue esigenze. Il 6 aprile del 1327, secondo la sua
testimonianza, incontra Laura nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone: in seguito raccoglie la sua
intera produzione poetica attorno all'immagine di questa figura, che probabilmente rimanda a una
persona reale, ma che fu un episodio marginale nella sua vita e viene assunta a simbolo dell'amore.
Petrarca era un uomo materiale, potremmo definirlo un intellettuale pantofolaio, come altri ce ne
saranno nella nostra tradizione: per questo nel 1330 prende gli ordini minori, in modo da rispondere
ai suoi bisogni economici. Conduce quindi una vita agiata, come testimonia il fatto che possedesse
numerosi libri, molto costosi all'epoca. Viaggia molto, cerca e scopre i classici nelle biblioteche di
varie citt e paesi (Parigi, Fiandre, Germania, Verona, Roma); ha cos modo di conoscere altri
letterati.
Si ritira quindi a Valchiusa, nel 1337, dove pu praticare l'otium, un'attivit intellettuale e spirituale
indipendente. Nel 1341 ottiene l'incoronazione poetica(che invece Dante non ottenne mai); ad
esaminarlo Roberto d'Angi. Segue una grave crisi religiosa, scatenata dall'entrata in convento
dell'amato fratello Gherardo. Petrarca su vergogna del suo comportamento, aveva infatti avuto due
figli: Giovanni nel 1337 e Francesca nel 1343. Ne deriva un conflitto interiore che largamente
testimoniato nelle sue opere. Inizia anche il suo periodo di intellettuale impegnato, contro Avignone
che ritiene la Babilionia infernale; cerca di ottenere il ritorno del papa a Roma.
Nel 1347 abbandona Avignone e si stabilisce in Italia, ospite tra gli altri anche di Boccaccio, per
rimanere infine ad Arqu, sui colli vicino a Padova (dove tutt'ora possibile visitare la sua casa).
Gli ultimi anni sono dedicati a un'intensissima attivit letteraria. Muore il 19 luglio 1374.
Francesco Petrarca Le Opere
Secretum: la pi importante opera di riflessione morale.
De vita solitaria: si tratta di un'opera religioso-morale, in cui l'autore cerca di coniugare
l'otium della civilt classica con la preghiera e la meditazione cristiana.
Epistolario: Petrarca fu un autore prolifico di lettere, che non devono per essere considerate solo
una fonte autobiografica. Egli, infatti, su modello delle Epistole di Cicerone, voleva creare delle
opere che si ponessero anche come modello di stile, e i testi diventano quindi sganciati dalla realt
quotidiana e dai riferimenti troppo precisi. Le epistole sono in latino e sono divise in 24 libri
familiari, 17 di senili (soprattutto indirizzate a Boccaccio), uno di varie e uno intitolato Sine
nomine.
Africa: si tratta di un poema epico di nove libri in esametri, scritto in latino, che ha come tema la
seconda guerra punica. interessante ricordare che con quest'opera Petrarca pensava di ottenere la
gloria poetica e di essere quindi ricordato, perch voleva restituire al latino la sua dignit perduta.
De viris illustribus: sempre un'opera in latino, raccoglie le biografie di importanti personaggi della
romanit classica secondo un genere che aveva una certa fortuna nel medioevo.
Rerum Vulgarium Fragmenta: il cosiddetto Canzoniere senza dubbio l'opera pi importante di
Petrarca.
Trionfi: costituiscono l'unica altra testimonianza, oltre al RVF, della scrittura in volgare dell'autore.

De remediis utriusque fortunae: l'opera, composta di due libri in prosa e in latino, vuole essere una
raccolta sulla moralit. La riflessione principale condotta attorno alla figura del saggio, che deve
resistere alla sorte e mantenere un atteggiamento prudente quando la fortuna sembra assisterlo.
Rime 128 Italia mia, bench 'l parlar sia indarno Testo e Parafrasi
La canzone 128 la pi celebre canzone politica di Petrarca. un messaggio di pace scritto durante
la permanenza forse a Parma intorno al 1344-45, scontri tra signorie e fuga del 45 da Parma a
Verona. Si inserisce in mezzo a un blocco di canzoni amorose che trattano del tormento dell'amante
che un fatto individuale; la canzone 128 tratta il tormento di tutti, il disagio condiviso. Il concetto
di Italia deriva da una riflessione sul passato dell'Italia, con la tradizione romana (Mario e Cesare);
Roma univa in s tradizione classica e novit della tradizione cristiana, egli insiste sulla necessit
che il Papa ritorni a Roma. A: rispetto a. Rettor del cielo: espressione per identificare Dio che non
inerisce alla sostanza, citazione di Lucano Farsalia, di tradizione classica, con funzione retorica.
Roma stata scelta da Dio come centro della cristianit, dunque il suo diletto almo paese. Petrarca
presenta la complessit della situazione italiana, poi chiede a Dio la grazia di aver la capacit di
sciogliere il nodo di rancori dei cuori, assegna a s e alla poesia una funzione privilegiata, quella di
trasmettere una Verit di pace. Fortuna: con la maiuscola, esplicitazione della volont
provvidenziale divina, quella funzione che per Dante assolve l'imperatore. Per il poeta i reggitori
dell'Italia non solo si oppongono l'uno all'altro ma si valgono di spade straniere, non rischiano la
vita gli italiani. Errore: parola chiave di Petrarca, errore del suo folle amore ma anche dei reggitori
che non vedono e non capiscono: cercano in un cuore venale amore e fedelt (cit Farsalia X 407408, chi ha il maggior esercito circondato dal maggior numero di nemici). Anche la Natura un
segno della Provvidenza: ha posto come schermo tra Italia e genti barbare le Alpi, la tedesca rabbia
il furor teutonicus di Lucano. Scabbia: termine dantesco, anche l in rima con rabbia, una delle
malattie di cui Petrarca soffriva, causata da molti fattori tra cui igiene precaria. Mario: riferimento
alla vittoria di Aquae Sextiae sui Teutoni (aperse il fianco). Immagine del fiume di sangue: ripresa
nel trionfo della morte, prima redazione. Cesare taccio: forma di preterizione. Qual colpa: incipit
tradizionale, Dante Purg 5. Prezzo disprezzo: rima ricca e derivativa. Bavarico: svariate
interpretazioni, alcuni pensano a Ludovico il Bavaro di posizioni antipapali, altri solo barbarico,
derivato da queste genti con un accenno ad alcune milizie mercenarie che arrivavano dalla
Germania meridionale. Con la morte scherza: per i soldati mercenari meglio arrendersi che
morire, ci rimettono solo il denaro, non patria o famiglia. Latin sangue: italiano, come sempre
l'aggettivo in questo periodo; Roma il fattore aggregante che permette di riconoscersi in comunit.
Per Petrarca gli italiani sono colpevoli della loro sorte, perch non fatto naturale che la gente di
lass selvaggia vinca in intelligenza il gentil sangue latino. Questa tensione ad identificare Roma
come depositaria degli antichi valori da riproporre sar ripresa con insistenza nell'umanesimo; qui
l'idea la stessa anche se declinata in volgare, la virtus romana viene rappresentata a combattere
con il furor teutonicus, sicuramente vincitrice. Ideale di Petrarca: dedicarsi alla cultura, cos quaggi
si gode e ci si trova aperta la strada per il cielo; sintesi tra tradizioni classica e cristiana. Il congedo
rivolto alla canzone, l'autore chiede di trasmettere cortesemente il suo messaggio di pace perch
trover gente altera (i destinatari sono i reggitori d'Italia), e di cercare sicurezza e fortuna tra pochi
magnanimi.
Italia mia 1, bench l parlar sia indarno

Italia mia, bench parlare sia inutile

a le piaghe mortali

a curare le ferite mortali

che nel bel corpo 2 tuo s spesse veggio,

che vedo cos numerose sul tuo bel corpo,

piacemi almen che miei sospir sian quali


spera l Tevero et lArno,
e l Po 3, dove doglioso et grave or seggio.

mi consola pensare che i miei sospiri siano quelli


che sperano [anche] il Tevere, lArno
e il Po, presso il quale dolente e afflitto io ora risiedo.
Governatore del cielo, io chiedo

Rettor del cielo, io cheggio

che la piet che ti ha condotto in terra

che la piet che Ti condusse in terra

ti volga [nuovamente] al tuo nobile e prediletto

Ti volga al Tuo dilecto almo paese 4.

paese. Signore generoso, considera

Vedi, Segnor cortese,

da quali insignificanti cause che tremenda guerra [ne

di che lievi cagion che crudel guerra;

derivata]; e tu, Padre, spalanca, intenerisci

e i cor, che ndura et serra

e libera i cuori, che Marte

Marte superbo et fero 5,

superbo e terribile indurisce e chiude;

apri Tu, Padre, e ntenerisci et snoda;


ivi fa che l Tuo vero,
qual io mi sia 6, per la mia lingua soda.

l [nei cuori] fa che la tua verit venga udita


attraverso la mia poesia, al di l dei miei limiti.
Voi ai quali la sorte ha posto nelle mani il governo
delle belle regioni,

Voi 7 cui Fortuna posto in mano il freno

nei confronti delle quali pare non abbiate piet

de le belle contrade,

alcuna, che ci fanno qui tante spade straniere?

di che nulla piet par che vi stringa,

perch il terreno verde e rigoglioso

che fan qui tante pellegrine spade?

si tinge di sangue straniero?

perch l verde terreno

Vi seduce una vana illusione:

del barbarico sangue si depinga?

siete miopi, eppure vi pare di vedere molto,

Vano error vi lusinga:

giacch cercate amore o fedelt nei cuori di soldati

poco vedete, et parvi veder molto,

prezzolati. Chi possiede pi soldati,

ch n cor venale amor cercate o fede.

pi circondato da nemici.

Qual pi gente possede,

O diluvio raccolto

colui pi da suoi nemici avolto.

da che strani luoghi selvaggi

O diluvio raccolto

per inondare le nostre dolci pianure!

di che deserti strani

Se questo accade per nostra colpa,

per inondar i nostri dolci campi!

ora chi sar a salvarcene?

Se da le proprie mani

La natura ha ben provveduto alla nostra salvezza,

questo navene, or chi fia che ne scampi?

quando pose le Alpi tra noi

Ben provide Natura al nostro stato,

e il furore tedesco per proteggerci;

quando de lAlpi schermo

ma la cupidigia cieca e inamovibile contro il suo stesso interesse

pose fra noi et la tedesca rabbia ;

si sono poi a tal punto ingegnate

ma l desir cieco, e ncontral suo ben fermo,

che hanno procurato un cancro al corpo sano.

s poi tanto ingegnato,

Ora, dentro alla stessa gabbia,

chal corpo sano procurato scabbia .

dimorano fiere selvagge e mansuete greggi,

Or dentro ad una gabbia

cos che a dolersene sono sempre i migliori [gli italiani]:

fiere selvagge et mansete gregge

e questo popolo, per nostra beffa,

sannidan s che sempre il miglior geme:

appartiene a quella stirpe del popolo

et questo del seme,

senza legge, al quale, come si legge,

per pi dolor, del popol senza legge,

Mario inflisse una ferita tale

al qual, come si legge,

che il ricordo dellimpresa ancora non si offuscato,

Mario aperse s l fianco,

quando assetato e stanco

che memoria de lopra ancho non langue,

bevve dal fiume pi sangue che acqua.

quando assetato et stanco

Non parlo di Cesare, che per ogni pianura

non pi bevve del fiume acqua che sangue.

rese lerba del colore del sangue

Cesare taccio che per ogni piaggia

che scorreva nelle loro vene, dove pose le nostre spade.

fece lerbe sanguigne

Ora (invece) sembra, per non so quale astro avverso,

di lor vene, ove l nostro ferro mise.

che il cielo ci abbia in odio:

Or par, non so per che stelle maligne,

grazie a voi, ai quali stato dato un compito cos grande.

che l cielo in odio naggia:

I vostri voleri discordi

vostra merc, cui tanto si commise.

corrompono il paese pi bello del mondo.

Vostre voglie divise

Quale colpa, quale punizione o destino

guastan del mondo la pi bella parte.

[vi induce] a tormentare i miseri

Qual colpa, qual giudicio o qual destino

popoli vicini, ad infierire contro i loro beni straziati e dispersi,

fastidire il vicino

a cercare fuori dItalia

povero, et le fortune afflicte et sparte

e poi accogliere gente che sparga

perseguire, e n disparte

il proprio sangue e venda lanima per denaro?

cercar gente et gradire,

Io parlo per dire il vero,

che sparga l sangue et venda lalma a prezzo?

non per odio, n per disprezzo di qualcuno.

Io parlo per ver dire,

E non vi accorgete ancora, nonostante le tante dimostrazioni

non per odio daltrui, n per disprezzo

di inganno dei mercenari germanici,

N vaccorgete anchor per tante prove

che alzando il dito si fanno beffe della morte?

del bavarico inganno

Peggio il disonore, a parer mio, che il danno;

chalzando il dito colla morte scherza?

ma il sangue dei vostri scorre

Peggio lo strazio, al mio parer, che l danno;

pi copiosamente, dato che vi agita un odio ben maggiore.

ma l vostro sangue piove

Dalla mattina alla terza ora del giorno

pi largamente, chaltrira vi sferza.

pensate a voi stessi, e capirete quanta stima

Da la matina a terza

pu avere degli altri chi ritiene se stesso cos vile.

di voi pensate, et vederete come

Nobile sangue latino.

tien caro altrui che tien s cos vile.

liberati da questi dannosi pesi;

Latin sangue gentile,

non trasformare in un idolo un nome

sgombra da te queste dannose some;

illusorio senza fondamento:

non far idolo un nome

poich nostra responsabilit, e non cosa naturale,

vano senza soggetto:

che la furia degli abitanti del Nord, gente arretrata,

ch l furor de lass, gente ritrosa,

ci superi in intelligenza.

vincerne dintellecto,

Non questa la patria che io toccai prima?

peccato nostro, et non natural cosa.

Non questo il mio nido,

Non questo l terren chi toccai pria?

nel quale ho vissuto cos dolcemente?

Non questo il mio nido

Non questa la patria nella quale io ho fiducia,

ove nudrito fui s dolcemente?

madre benevola e pietosa,

Non questa la patria in chio mi fido,

nella quale sono seppelliti luno e laltro dei miei genitori?

madre benigna et pia,

Per Dio, questo pensiero

che copre lun et laltro mio parente?

talor vi muova, e con piet guardate

Perdio, questo la mente

le lacrime del popolo sofferente,

talor vi mova, et con piet guardate

che spera di ottenere sollievo

le lagrime del popol doloroso,

solo da voi, dopo Dio; e sarebbe sufficiente che mostraste

che sol da voi riposo

qualche cenno di piet,

dopo Dio spera; et pur che voi mostriate

e la virt prender le armi

segno alcun di pietate,

[contro il furore barbarico] e il combattimento

vert contra furore

sar breve: poich lantico valore

prender larme, et fia l combatter corto:

nei cuori del popolo italiano non ancora spento.

ch lantiquo valore

O signori, considerate quanto veloce vola il tempo,

ne gli italici cor non anchor morto.

e, allo stesso modo, quanto la vita scorra

Signor, mirate come l tempo vola,

veloce, e come la morte ci stia sulle spalle.

et s come la vita

Voi ora siete qui; pensate alla morte:

fugge, et la morte n sovra le spalle.

giacch necessario che lanima arrivi

Voi siete or qui; pensate a la partita:

nuda e sola a quel passaggio difficile e cruciale.

ch lalma ignuda et sola

Durante il passaggio in questa valle [della vita

conven charrive a quel dubbioso calle.

terrena] vogliate deporre lodio e lo sdegno,

Al passar questa valle

forze contrarie a una vita serena;

piacciavi porre gi lodio et lo sdegno,

e quel tempo che viene impiegato

vnti contrari a la vita serena;

nel provocare sofferenze a terzi, sia tramutato

et quel che n altrui pena

in qualche azione o pensiero pi degno,

tempo si spende, in qualche acto pi degno

in qualche bella attivit lodevole,

o di mano o dingegno,

in qualche onesta occupazione:

in qualche bella lode,

cos quaggi si pu vivere in pace,

in qualche honesto studio si converta:

e si trova libera la strada che conduce in paradiso.

cos qua gi si gode,

Canzone, io ti esorto

et la strada del ciel si trova aperta.

a esporre cortesemente i tuoi argomenti,

Canzone, io tammonisco

poich dovrai recarti tra genti superbe,

che tua ragion cortesemente dica,

e le loro volont sono piene

perch fra gente altera ir ti convene,

ormai della cattiva e antica abitudine,

et le voglie son piene

sempre nemica della verit.

gi de lusanza pessima et antica,

Troverai la tua fortuna

del ver sempre nemica.

tra i pochi animi nobili che amano il bene.

Proverai tua ventura

D loro: Chi mi difende?

fra magnanimi pochi a chi l ben piace.

Io vado gridando: Pace, pace, pace.

Di lor: - Chi massicura?


I vo gridando: Pace, pace, pace. -

Niccol Machiavelli La Vita


Niccol Machiavelli nacque a Firenze il 3 maggio del 1469 da unantica famiglia nobile ma
economicamente decaduta. Compiuti gli studi umanistici nel 1498 ottenne lincarico di segretario
della seconda cancelleria e poi anche della magistratura dei Dieci. Come tale fu inviato presso molti
corti italiane ed europee. Da quel momento, per quindici anni, si trov presente in momenti e luoghi
di grande importanza per la politica italiana ed europea, impiegato per compiti di tramissione di
ordini, corrispondenze ufficiali, raccolta di notizie e missioni diplomatiche. Pot cos acquisire
conoscenza diretta degli avvenimenti politici di quegli anni: il crollo dellequilibrio e
dellindipendenza degli Stati italiani e lo scontro nella penisola delle principali potenze europee.
Nel 1512, quando i Medici ritornarono a Firenze, rovesciando il governo della Repubblica, Niccol
Machiavelli dovette lasciare il suo incarico.
Nel 1513 venne arrestato e torturato con laccusa di aver partecipato a una congiura antimedicea. Fu
riconosciuto innocente, ma intanto dovette vivere in esilio nei pressi di San Casciano in Val di Pesa,
presso Firenze, dove rimase per il resto della vita dedicandosi allo studio e alla sua attivit di
scrittore. Quando, dopo il sacco di Roma (maggio 1527) Firenze caccia i Medici e ritorna al regime

repubblicano (il quale si manterr solo per tre anni: nel 1530 i Medici prenderanno di nuovo,
definitivamente, il potere), Niccol Machiavelli sper di riavere il suo ufficio di segretario, ma se lo
vide rifiutare accusato di aver collaborato con i Medici. Deluso e addolorato, si ammal e mor in
quello stesso anno, il 21 giugno 1527.
Niccol Machiavelli Le Opere
Il capolavoro di Niccol Machiavelli Il Principe, certamente uno dei libri pi importanti della
cultura moderna. Laltro capolavoro di Niccol Machiavelli sono i Discorsi sopra la prima Deca di
Tito Livio, scritta a pi riprese tra il 1513 e il 1518. Machiavelli neiDiscorsi considera forme
accettabili di Stato solo il principato (o meglio una monarchia limitata controllata dagli aristocratici
e soprattutto dal popolo) e la repubblica. Dopo i Discorsi, lo scritto politico pi importante
elaborato da Niccol Machiavelli nella seconda fase della sua vita Dellarte della guerra,
composto tra il 1519 e il 1520. Lopera contiene una serie di suggerimenti specifici e come Il
Principe non solo un trattato scientifico, vuole avere anche una funzione politica immediata. Fra il
1520 e il 1525, per incarico di Giulio de Medici, Niccol Machiavelli scrisse le Istorie fiorentine,
in otto libri, che narrano i fatti storici sino alla morte di Lorenzo il Magnifico (1492). Lopera un
esempio di storiografia impostata in modo saggistico, dove linterpretazione spregiudicata della
storia conta pi della precisione della narrazione e della documentazione scientifica dei fatti.
Niccol Machiavelli sinteress di letteratura e di poesia per tutto larco della sua vita. Il suo
impegno letterario testimoniato soprattutto dalla novella Belfagor arcidiavolo e dalle commedie
la Mandragola e la Clizia. La Mandragola, scritta intorno al 1518, il capolavoro di Niccol
Machiavelli in campo teatrale.
Lettera a Francesco Vettori Testo e Analisi/Parafrasi/Riassunto
Magnifico ambasciatore. Tarde non furon mai grazie divine. Dico questo, perch mi pareva haver
perduta no, ma smarrita la grazia vostra, sendo stato voi assai tempo senza scrivermi; ed ero dubbio
donde potessi nascere la cagione. E di tutte quelle mi venivono nella mente tenevo poco conto,
salvo che di quella quando io dubitavo non vi havessi ritirato da scrivermi, perch vi fussi suto
scritto che io non fussi buon massaio delle vostre lettere; e io sapevo che, da Filippo e Pagolo in
fuora, altri per mio conto non le haveva viste. Hnne rihato per l'ultima vostra de' 23 del passato,
dove io resto contentissimo vedere quanto ordinatamente e quietamente voi esercitate cotesto ufizio
publico; e io vi conforto a seguire cos, perch chi lascia i sua comodi per li comodi d'altri, e perde
e sua, e di quelli non li saputo grado. E poich la fortuna vuol fare ogni cosa, ella si vuole
lasciarla fare, stare quieto e non le dare briga, e aspettar tempo che la lasci fare qualche cosa
aglhuomini; e allhora star bene a voi durare pi fatica, vegliar pi le cose, e a me partirmi di villa
e dire: eccomi. Non posso pertanto, volendo rendere pari grazie, dirvi in questa mia lettera altro che
qual sia la vita mia; e se voi giudicate che sia a barattarla con la vostra, io sar contento mutarla.
Io mi sto in villa; e poi che seguirono quelli miei ultimi casi, non sono stato, ad accozzarli tutti,
venti d a Firenze. Ho insino a qui uccellato a' tordi di mia mano. Levavomi innanzi d, impaniavo,
andavone oltre con un fascio di gabbie addosso, che parevo el Geta quando e' tornava dal porto con
i libri di Amphitrione; pigliavo el meno dua, el pi sei tordi. E cos stetti tutto settembre. Di poi
questo badalucco, ancorach dispettoso e strano, mancato con mio dispiacere: e quale la vita mia
vi dir. Io mi lievo la mattina con el sole, e vmmene in un mio bosco che io fo tagliare, dove sto
dua ore a rivedere l'opere del giorno passato, e a passar tempo con quegli tagliatori, che hanno
sempre qualche sciagura alle mani o fra loro o co' vicini. E circa questo bosco io vi harei a dire
mille belle cose che mi sono intervenute, e con Frosino da Panzano e con altri che voleano di queste
legne. E Frosino in spezie mand per certe cataste senza dirmi nulla; e al pagamento, mi voleva
rattenere dieci lire, che dice aveva havere da me quattro anni sono, che mi vinse a cricca in casa
Antonio Guicciardini. Io cominciai a fare el diavolo, volevo accusare el vetturale, che vi era ito per
esse, per ladro. Tandem Giovanni Machiavelli vi entr di mezzo, e ci pose d'accordo. Batista
Guicciardini, Filippo Ginori, Tommaso del Bene e certi altri cittadini, quando quella tramontana

soffiava, ognuno me ne prese una catasta. Io promessi a tutti; e manda'ne una a Tommaso, la quale
torn a Firenze per met, perch a rizzarla vi era lui, la moglie, la fante, i figlioli, che pareva el
Gaburra quando el gioved con quelli suoi garzoni bastona un bue. Dimodoch, veduto in chi era
guadagno, ho detto agli altri che io non ho pi legne; e tutti ne hanno fatto capo grosso, e in specie
Batista, che connumera questa tra le altre sciagure di Prato.
Partitomi del bosco, io me ne vo ad una fonte, e di quivi in un mio uccellare. Ho un libro sotto,
o Dante o Petrarca, o uno di questi poeti minori, come Tibullo, Ovidio e simili: leggo quelle loro
amorose passioni, e quelli loro amori ricordomi de' mia: gdomi un pezzo in questo pensiero.
Transferiscomi poi in sulla strada, nell'hosteria; parlo con quelli che passono, dimando delle nuove
de' paesi loro; intendo varie cose, e noto varii gusti e diverse fantasie d'huomini. Viene in questo
mentre l'hora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi che questa povera villa
e paululo patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell'hosteria: quivi l'hoste, per
l'ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m'ingaglioffo per tutto d
giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole
iniuriose; e il pi delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San
Casciano. Cos, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignit
di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.
Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull'uscio mi spoglio quella veste
cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente,
entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente,mi pasco di
quel cibo che solum mio e chio nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e
domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanit mi rispondono; e non sento
per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povert, non mi
sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.
E perch Dante dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo havere inteso - io ho notato quello di che
per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto uno opuscolo De principatibus; dove io mi
profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subietto, disputando che cosa principato, di
quale spezie sono, come e' si acquistono, come e' si mantengono, perch e' si perdono. E se vi
piacque mai alcuno mio ghiribizzo, questo non vi doverrebbe dispiacere; e a un principe, e massime
a un principe nuovo, doverrebbe essere accetto: per io lo indirizzo alla Magnificentia di Giuliano.
Filippo Casavecchia l'ha visto; vi potr ragguagliare in parte e della cosa in s e de' ragionamenti ho
hauto seco, ancora che tutta volta io l'ingrasso e ripulisco.
Voi vorresti, magnifico ambasciatore, che io lasciassi questa vita, e venissi a godere con voi la
vostra. Io lo far in ogni modo; ma quello che mi tenta hora certe mie faccende, che fra sei
settimane l'har fatte. Quello che mi fa star dubbio , che sono cost quelli Soderini, e quali sarei
forzato, venendo cost, visitarli e parlar loro. Dubiterei che alla tornata mia io non credessi
scavalcare a casa, e scavalcassi nel Bargiello; perch, ancora che questo stato habbia grandissimi
fondamenti e gran securit, tamen egli nuovo, e per questo sospettoso; n manca di saccenti, che
per parere, come Pagolo Bertini, metterebbono altri a scotto, e lascierebbono el pensiero a me.
Pregovi mi solviate questa paura, e poi verr in fra el tempo detto a trovarvi a ogni modo.
Io ho ragionato con Filippo di questo mio opuscolo, se gli era ben darlo o non lo dare; e, sendo ben
darlo, se gli era bene che io lo portassi, o che io ve lo mandassi. Il non lo dare mi faceva dubitare
che da Giuliano e' non fussi, non che altro, letto; e che questo Ardinghelli si facessi onore di questa
ultima mia fatica. El darlo mi faceva la necessit che mi caccia, perch io mi logoro, e lungo tempo
non posso stare cos che io non diventi per povert contennendo. Appresso al desiderio harei che
questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un
sasso; perch, se poi io non me gli guadagnassi, io mi dorrei di me; e per questa cosa, quando la
fussi letta, si vedrebbe che quindici anni, che io sono stato a studio all'arte dello stato, non gli ho n
dormiti n giuocati; e doverrebbe ciascheduno haver caro servirsi di uno che alle spese di altri fussi
pieno di esperienza. E della fede mia non si doverrebbe dubitare, perch, havendo sempre observato
la fede, io non debbo imparare hora a romperla; e chi stato fedele e buono quarantatr anni, che io

ho, non debbe poter mutare natura; e della fede e bont mia ne testimonio la povert mia.
Desidererei adunque che voi ancora mi scrivessi quello che sopra questa materia vi paia. E a voi mi
raccomando. Sis felix.
---Gran parte dellepistolario di Machiavelli composto da lettere indirizzate allamico Francesco
Vettori, allepoca ambasciatore di Firenze presso la corte papale. Celeberrima la missiva che data
10 Dicembre 1513, in cui Machiavelli preannuncia al Vettori il progetto del De principatibus. Nella
prima parte della lettera, prima di giungere a tale dichiarazione, Machiavelli racconta allamico le
sue giornate da esiliato allAlbergaccio, caratterizzate da un ozio forzato. Dopo che la famiglia
dei Mediciaveva riottenuto il potere a Firenze, infatti, il Machiavelli aveva dovuto abbandonare la
vita politica della citt. Machiavelli, quasi sfidando la Fortuna avversa, reagisce a questa condizione
di isolamento dalla citt e dalla cultura fiorentina, che l'autore continua comunque ad agognare e a
desiderare. Reagisce quindi in modo attivo alla sorte. Come racconta allamico, di giorno si mescola
al popolo occupandosi di cose volgari e quotidiane: "Cos, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el
cervello di muffa, e sfogo questa malignit di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per
questa via, per vedere se la se ne vergognassi. Quando giunge la sera invece si spoglia di questi
abiti volgari e si dedica alla sua vera passione, la lettura dei classici latini, fondamentali anche per la
stesura del suo progetto letterario, riservando particolare attenzione agli scritti di Tito Livio.
In questa lettera al Vettori lautore sintetizza dunque limportanza del rapporto coi classici, che
costituiscono una delle sue componenti culturali principali. In una lettera del 1515 sempre
indirizzata al Vettori, Machiavelli sottolinea la variet di toni stilistici e di argomenti affrontati e
utilizzati nella loro corrispondenza, e di come in questo modo i due sispirino alla natura. Egli
conferma ancora una volta la propria volont di aderire e di accettare la realt in ogni suo aspetto,
aprendosi alla mutevolezza e ai vari livelli dellesistenza, da quelli pi bassi e volgari, a quelli
intellettuali e colti. Unendo questi due atteggiamenti che compongono la natura
umana, Machiavelligiunge a teorizzare per la prima volta la scienza della politica, presentata come
una materia dindagine indipendente, svincolata dalla religione, dalla filosofia e dalletica. Lunico
modo per comprendere la politica e poter meditare su di essa, secondo Machiavelli, conoscere e
analizzare gli eventi passati.
Niccol Machiavelli De Principatibus ( Il Principe)
Come apprendiamo dalla lettera al Vettori, in un primo momento Machiavelli voleva dedicare il
trattato a Giuliano deMedici, figlio del Magnifico. Ma dopo la sua morte la scelta ricadde su
Lorenzo. Machiavelli proclama di voler guardare alla verit effettuale della cosa, quindi non
propone al principe le virt morali, ma quei mezzi che possono consentirgli la conquista e il
mantenimento dello Stato.
I capitoli I-XI esaminano i vari tipi di principato e i mezzi che consentono di conquistarlo e
mantenerlo.
I capitoli XII-XIV sono dedicati al problema delle milizie, le quali devono essere composte da
cittadini in armi, e non da mercenari.
I capitoli XV-XXIII trattano dei modi di comportarsi del principe con i sudditi, in cui spiega
limpossibilit di seguire in tutto le leggi morali, ma deve imparare anche ad essere non buono,
ove le circostanze lo esigano, guardando al fine, poich qualunque mezzo sar considerato
onorevole se utili al perseguimento finale. Avendo una concezione pessimistica delluomo in chiave
morale, luomo politico, agendo su questo terreno, deve commisurare ad esso le sue azioni,
presentando caratteri umani o feroci come una bestia a seconda delle circostanze(un centauro).
Il capitolo XXIV esamina le cause per cui i principi italiani hanno perso i loro Stati, ovvero
lignavia che non gli ha permesso di prevedere la tempesta e porvi ripari. Da qui scaturisce
largomento del XXV capitolo, il rapporto tra virt e fortuna, cio la capacit di porre argini alle
variazioni della fortuna, paragonata ad un fiume in piena. Lultimo capitolo, il XXVI, invece un
esortazione appassionata ad un principe nuovo, che sappia porsi a capo del popolo italiano e liberare

lItalia dai barbari per uscire dalla gravit de tempi.


Qui alla rigorosa analisi scientifica delle leggi della politica si sostituisce un atteggiamento
profetico e messianico, che si traduce in un oratoria incalzante e passionale. Levidente situazione
senza via duscita dellItalia sembra infatti non dare i giusti presupposti per il disegno di
Machiavelli. E la profonda sfasatura tra questa utopia e la verit effettuale dellItalia mette
proprio in luce la pi profonda sfasatura tra il pensiero di Machiavelli e il contesto da cui nasce.
Machiavelli non un puro teorico, le sue concezioni scaturiscono dal rapporto diretto con la realt
storica, in cui egli impegnato in prima persona. E proprio per questo ogni sua costruzione teorica
parte sempre dallindagine sulla realt concreta, empiricamente verificabile.
Concordemente, stato indicato come il fondatore della moderna scienza politica. Nel Medioevo,
ed ancora nellet umanistica, la teoria politica era subordinata alletica. Machiavelli invece
rivendica vigorosamente lautonomia del campo dellazione politica(se il sovrano sia stato giusto o
crudele, fedele o ha mancato alla parola data, non pertinente alla valutazione politica del suo
operato). Eredita comunque dalla tradizione umanistica la convinzione che luomo, con la propria
virt, possa fronteggiare vittoriosamente, con i suoi limiti, la fortuna. Perch, in primo luogo, essa
pu costituire loccasionedel suo agire. Le doti del politico restano potenziali se non trova
loccasione adatta per affermarle e, viceversa loccasione resta pura potenzialit se un politico
virtuoso non sa approfittarne. Quindi, per opporsi alla fortuna, il politico deve essere duttile
nelladattare i propri comportamenti alle varie esigenze che via via si presentano, ai vari contesti in
cui si opera. Agire a volte con la furbizia di una volpe, a volte con la forza del leone.
Cap. 9 - Testo e Riassunto
Ma venendo allaltra parte quando un Principe cittadino, non per scelleratezza o altra intollerabile
violenza, ma con il favore degli altri suoi cittadini diventa Principe della sua patria, il qual si pu
chiamare Principato civile, n al pervenirvi necessario o tutta virt, o tutta fortuna, ma piuttosto
unastuzia fortunata; dico, che si ascende a questo Principato o col favore del popolo, o col favore
de grandi. Perch in ogni citt si trovano questi duoi umori diversi, e nascono da questo, che il
popolo desidera non esser comandato n oppresso da grandi, e i grandi desiderano comandare e
opprimere il popolo; e da questi duoi appetiti diversi surge nelle citt uno de tre effetti, o
Principato, o Libert, o Licenza. Il Principato causato o dal popolo, o da grandi, secondoch
luna, o laltra di queste parte ne ha loccasione; perch vedendo i grandi non poter resistere al
popolo, cominciano a voltare la riputazione ad uno di loro, e lo fanno Principe, per poter sotto
lombra sua sfogare lappetito loro. Il popolo ancora volta la riputazione ad un solo, vedendo non
poter resistere alli grandi, e lo fa Principe, per essere con lautorit sua difeso. Colui che viene al
Principato con laiuto de grandi, si mantiene con pi difficult, che quello che diventa con laiuto
del popolo; perch si trova Principe con di molti intorno che a loro pare essere eguali a lui; e per
questo non gli pu n comandare, n maneggiare a suo modo. Ma colui che arriva al Principato con
il favor popolare, vi si trova solo, e ha intorno o nessuno o pochissimi che non sieno parati ad
ubbidire. Oltre a questo, non si pu con onest satisfare a grandi, e senza ingiuria daltri, ma
sibbene al popolo; perch quello del popolo pi onesto fine che quel de grandi, volendo questi
opprimere, e quello non essere oppresso. Aggiungesi ancora, che del popolo nimico il Principe non
si pu mai assicurare per essere troppi; de grandi si pu assicurare per essere pochi.
Il peggio che possa aspettare un Principe dal popolo nimico, lessere abbandonato da lui; ma da
grandi nimici non solo debbe temere di essere abbandonato, ma che ancor loro gli venghino contro;
perch essendo in quelli pi vedere e pi astuzia, avanzano sempre tempo per salvarsi, e cercano
gradi con quello che sperano che vinca. necessitato ancora il Principe vivere sempre con quel
medesimo popolo, ma pu ben fare senza quelli medesimi grandi, potendo farne e disfarne ogni d,
e torre e dare, quando gli piace, riputazione loro. E per chiarire meglio questa parte, dico, come i
grandi si debbono considerare in duoi modi principalmente, cio o si governano in modo col
procedere loro, che si obbligano in tutto alla tua fortuna, o no; quelli che si obbligano, e non sieno
rapaci, si debbono onorare ed amare; quelli che non si obbligano, si hanno a considerare in duoi
modi: o fanno questo per pusillanimit e difetto naturale danimo, ed allora ti debbi servir di loro, e

di quelli massime che sono di buon consiglio; perch nelle prosperit te ne onori, e nelle avversit
non hai da temere. Ma quando non si obbligano ad arte, e per cagione ambiziosa, segno come e
pensano pi a s, che a te. E da quelli si deve il Principe guardare, e tenergli come se fussero
scoperti nimici, perch sempre nelle avversit laiuteranno rovinare. Debbe pertanto uno che
diventa Principe per favore del popolo, mantenerselo amico; il che gli fia facile, non domandando
lui se non di non essere oppresso. Ma uno che contro il popolo diventi Principe con il favor de
grandi, deve innanzi ogni altra cosa cercare di guadagnarsi il popolo; il che gli fia facile, quando
pigli la protezione sua. E perch gli uomini, quando hanno bene da chi credevano aver male, si
obbligano pi al beneficatore loro, diventa il popolo suddito pi suo benevolo, che se si fusse
condotto al Principato per li suoi favori; e puosselo il Principe guadagnare in molti modi, li quali
perch variano secondo il suggetto, non se ne pu dare certa regola; per si lasceranno indietro.
Conchiuder solo che ad un Principe necessario avere il popolo amico, altrimenti non ha nelle
avversit rimedio. Nabide Principe degli Spartani sostenne lossidione di tutta Grecia e di uno
esercito Romano vittoriosissimo, e difese contro a quelli la patria sua e il suo Stato, e gli bast solo,
sopravvenendo il pericolo, assicurarsi di pochi. Che se egli avessi avuto il popolo nemico, questo
non gli bastava. E non sia alcuno che ripugni a questa mia opinione con quel proverbio trito, che chi
fonda in sul populo fonda in sul fango; perch quello vero, quando un cittadino privato vi fa su
fondamento, e dassi ad intendere che il popolo lo liberi quando esso fusse oppresso daglinimici, o
da magistrati; in questo caso si potrebbe trovare spesso ingannato, come intervenne in Roma a
Gracchi, ed a Firenze a Messer Giorgio Scali. Ma essendo un Principe quello che sopra vi si fonda,
che possa comandare, e sia un uomo di cuore, n si sbigottisca nelle avversit, e non manchi delle
altre preparazioni, e tenga con lanimo e ordini suoi animato luniversale, non si trover ingannato
da lui, e gli parr aver fatti i suoi fondamenti buoni. Sogliono questi Principati periclitare quando
sono per salire dallordine civile allo assoluto: perch questi Principi o comandano per loro
medesimi, o per mezzo de magistrati. Nellultimo caso pi debole e pi pericoloso lo Stato loro,
perch egli stanno al tutto con la volont di quelli cittadini che sono preposti a magistrati, li quali,
massimamente ne tempi avversi, gli possono torre con facilit grande lo Stato o con fargli contro, o
col non lubbidire; e il Principe non a tempo ne pericoli a pigliare lautorit assoluta, perch li
cittadini, e sudditi, che sogliono avere li comandamenti da magistrati, non sono in quelli frangenti
per ubbidire a suoi, e ar sempre ne tempi dubbi penuria di chi si possa fidare. Perch simil
Principe non pu fondarsi sopra quello che vede ne tempi quieti, quando i cittadini hanno bisogno
dello Stato; perch allora ognuno corre, ognuno promette, e ciascuno vuole morire per lui quando la
morte discosto; ma ne tempi avversi, quando lo Stato ha bisogno de cittadini, allora se ne trova
pochi. E tanto pi questa esperienza pericolosa, quanto la non si pu fare se non una volta. Per
uno Principe savio deve pensare un modo, per il quale li suoi cittadini sempre, ed in ogni modo e
qualit di tempo, abbino bisogno dello Stato di lui, e sempre poi gli saranno fedeli.
Il principato civile. Il principato causato o da popolo o dai grandi, ma quello sorretto sulle spalle
dei grandi si regge con piu fatica di quello sorretto dal popolo. Perch i grandi non si possono
manovrare a proprio piacimento, invece chi arriva a l potere da solo sopra il popolo ha intorno a se
solo persone, persone obbligate ad obbidirlo, invece con i potenti bisogna pestare i piedi e si creano
dei nemici. Come trattare i potenti: se sono fedeli, macchiavelli consiglia al princpe di amarlo
invece quelli che non ti sostengono piu di tanto, bisogna trattarli in due modi; se uno non ti si
obbliga per difetto di carattere, pazienza, ascoltalo nella prosperit, e non devi tenerlo nella
difficolta. Invece quelli che non ti si obbligano per ambizione personale considerali veri e propri
nemici, perch nelle avversita ti si rivoltano contro. Machiavelli consiglia comunque di mantenere il
popolo amico, facile, basta non opprimerlo; perch se non hai il popolo amico dura che ti salvi
qualcuno nelle difficolt.

Baldassar Castiglione La vita


Baldassarre (o Baldesar) Castiglione nasce a Casatico di Marcaria (Mantova) il 6 dicembre del 1478

da Cristoforo da Castiglione, appartenente a una nobile famiglia militare legata ai marchesi


Gonzaga. Attende agli studi umanistici a Milano e impara le arti cavalleresche alla corte di
Ludovico il Moro, tra il 1490 e il 1499. Dopo un breve periodo a Mantova, al seguito di Francesco
Gonzaga, nel 1504 lascia la corte lombarda per passare al servizio del duca di Urbino Guidobaldo
da Montefeltro e del suo successore, Francesco Maria Della Rovere. Alla corte di Urbino, una delle
pi raffinate del Cinquecento, ambienta il Cortegiano (iniziato nel 1513 e ultimato nel 1518), un
trattato dialogico in quattro libri che mette in scena alcune conversazioni, avvenute nell'arco di
quattro serate, tra i pi illustri personaggi contemporanei, da Elisabetta Gonzaga e Giuliano de'
Medici a Ludovico di Canossa.
In conclusione del felice soggiorno urbinate, durato nove anni e ricco di missioni diplomatiche, (nel
1506 in Inghilterra alla corte di Enrico VII e nel 1507 a Milano presso Luigi XII), eventi mondani,
(in occasione del carnevale del 1513 allestisce la Calandria all'interno del palazzo ducale, una
commedia di Bernardo Dovizi da Bibbiena) e attivit militari, (al servizio di Francesco Maria Della
Rovere affianca la convulsa politica di Giulio II, il papa guerriero); nel 1513 si trasferisce a Roma
come ambasciatore dei Della Rovere e frequenta numerosi letterati e pittori, tra cui Raffaello (a cui
si lega particolarmente), il quale sceglie di ritrarlo in un famoso dipinto. Nel 1516 di nuovo a
Mantova presso Francesco Gonzaga e sposa la nobildonna Ippolita Torelli che muore nel 1520,
dopo avergli dato tre figli. Nel 1521 intraprende la carriera ecclesiastica e nel 1524 si reca come
nunzio apostolico di Clemente VII presso l'imperatore Carlo V, nel tentativo di ricucire i rapporti tra
la Chiesa e l'Impero. Nonostante i suoi sforzi (a Madrid riscuote la stima di Carlo V, che lo definisce
uno dei migliori cavalieri del mondo), nel 1527 avviene il sacco di Roma, evento la cui
responsabilit gli viene attribuita dal papa per le sue scarse capacit diplomatiche. Muore a Toledo
il 2 febbraio 1529. Quella di Baldesar Castiglione non pu essere ritenuta una cultura letteraria
professionistica: nella sua dimensione di cortigiano al servizio di papi e signori, la scrittura
rappresenta un'occupazione da gentiluomini e fa parte della vita sociale di corte. Tra i suoi scritti
vanno ricordate anche alcune poesie latine e volgari e una nutrita corrispondenza epistolare
(millenovecento lettere circa).
Baldassarre Castiglione Il Cortegiano
Nella prima redazione del Cortegiano, un trattato in forma dialogica, in lingua volgare, erano
presenti temi poi aboliti (come una lunga discussione sulla inferiorit della donna) e assenti altri che
poi avrebbero avuto adeguata trattazione (come quello dei rapporti tra il cortigiano e il principe).
Nella terza redazione, inoltre, si passa dai tre libri della seconda, a quattro: il terzo libro, infatti,
viene suddiviso in due, uno (lattuale terzo) dedicato alla donna di palazzo e un altro (il quarto) ai
rapporti fra cortigiano e principe e allelogio dellamore spirituale, messo in bocca allautore
degli Asolani, Pietro Bembo.
Lopera preceduta da una lettera dedicatoria a Michele De Silva, vescovo di Viseu in Portogallo,
in cui Castiglione dichiara di aver preso a modelloCicerone, Platone e Senofonte. Come costoro
avevano offerto modelli di perfetto oratore (Cicerone, nel De oratore), di perfetto stato (Platone,
nellaRepubblica) e di perfetto sovrano (Senofonte, nella Ciropedia), cos Castiglione vuole
insegnare a diventare perfetti cortigiani.
Nella lettera, egli precisa che il dialogo avvenuto in un tempo passato, facendo presente che quasi
tutti gli interlocutori, che allora si riunivano alla corte di Urbino sotto Guidobaldo di Montefeltro,
sono nel frattempo morti. In tal modo lautore sgancia lopera da una situazione ancora attuale e
concreta: trasforma in miti la corte di Urbino e il dialogo che vi si svolge e li offre come modello
assoluto alle varie corti europee.
Il dialogo ambientato a Urbino nel 1506, durante un viaggio in Inghilterra dellautore. In sua
assenza per quattro sere una trentina di cortigiani, fra cui Pietro Bembo e Giuliano de Medici
(figlio di Lorenzo il Magnifico), riunitisi attorno alla duchessa Elisabetta Gonzaga, avrebbero tenuto
un gioco di societ che poi gli sarebbe stato riferito al suo ritorno. Nelle prime due sere i
gentiluomini che partecipano al dialogo cercano di definire con parole un perfetto cortegiano.

Questi deve essere di nobile famiglia, forte ed elegante nel fisico, abile nel maneggio delle armi,
coraggioso, colto, prudente nei negozi politici, piacevole nel conversare, spiritoso, elegante nel
vestire. Nella terza sera si illustrano le qualit della perfetta donna di corte e infine, nella quarta, si
affronta il problema dei rapporti che il cortigiano deve istituire con il principe: non di servilismo,
ma di consiglio e di illuminazione. Si parla, poi, dei rapporti con le donne, cio dellamore: e a
questo proposito il Bembo espone la dottrina dellamore platonico, cio quello ideale, visto in senso
spirituale, quellamore che fa da tramite tra Dio e luomo.
Libro IV cap. 5 Testo e parafrasi
Il fin1 adunque del perfetto cortegiano, del quale insino a
qui non s parlato, estimo io2 che sia il guadagnarsi per
mezzo delle condicioni attribuitegli da questi signori3
talmente la benivolenzia e lanimo di quel principe a cui
serve4, che5 possa dirgli e sempre gli dica la verit
dogni cosa che ad esso convenga sapere, senza timor o
periculo di despiacergli; e conoscendo la mente di quello
inclinata a far cosa non conveniente6, ardisca di
contradirgli7, e con gentil modo valersi della grazia
acquistata8 con le sue bone qualit per rimoverlo9 da
ogni intenzion viciosa10 ed indurlo al camin11 della
virt; e cos avendo il cortegiano in s la bont, come gli
hanno attribuita questi signori, accompagnata con la
prontezza dingegno e piacevolezza e con la prudenzia e
notizia di lettere12 e di tante altre cose, sapr in ogni
proposito13 destramente14 far vedere al suo principe
quanto onore ed utile nasca a lui ed alli suoi dalla
giustizia, dalla liberalit, dalla magnanimit, dalla
mansuetudine e dallaltre virt che si convengono a bon
principe; e, per contrario, quanta infamia e danno
proceda dai vicii oppositi a queste15. Per16 io estimo
che come la musica, le feste, i giochi e laltre condicioni
piacevoli son quasi il fiore, cos lo indurre o aiutare il
suo principe al bene e spaventarlo17 dal male, sia il vero
frutto della cortegiania18. E perch la laude19 del ben
far consiste precipuamente in due cose, delle quai luna
lo eleggersi20 un fine dove21 tenda la intenzion nostra,
che sia veramente bono, laltra il saper ritrovar mezzi
opportuni ed atti per condursi a22 questo bon fine
desegnato23, certo che lanimo di colui, che24 pensa di
far che25 l suo principe non sia dalcuno ingannato, n
ascolti gli adulatori, n i maldici e bugiardi, e conosca il
bene e l male ed alluno porti amore, allaltro odio,
tende ad ottimo fine.

1. Il fin: il fine ultimo. 2. io: sta parlando


Ottaviano Fregoso. 3. per mezzo signori:
servendosi delle qualit, delle prerogative
(condizioni) a lui attribuite dagli interlocutori di
questo dialogo (questi signori). 4. a cui serve: di
cui a servizio. 5. che: con valore consecutivo
(talmente che). 6. conoscendo non
conveniente: se si accorge (conoscendo) che
lanimo del principe (la mente di quello)
incline a fare qualcosa di sconveniente. 7.
ardisca di contradirgli: abbia il coraggio di
contraddirlo. 8. con gentil modo acquistata:
con modi gentili avvalersi della benevolenza
acquisita. 9. rimoverlo: distoglierlo. 10. viciosa:
negativa, non virtuosa. 11. indurlo al camin:
spingerlo sul cammino, sulla via. 12. notizia di
lettere: conoscenza letteraria, cultura. 13.
proposito: situazione. 14. destramente:
opportunamente, efficacemente. 15. dai vicii
a queste: dalle qualit negative, opposte alle
virt di cui si appena detto. 16. Per: perci.
17. spaventarlo: tenerlo lontano (facendo in
modo che ne abbia timore). 18. cortegiania:
cortigianeria. 19. laude: lode, elogio. 20. lo
eleggersi: scegliersi. 21. dove: al quale. 22. atti
per condursi a: convenienti, adatti a
raggiungere. 23. desegnato: prefissato. 24. di
colui, che: di chi, come il perfetto cortigiano.
25. far che: fare in modo che.

Delineate nei libri precedenti le qualit ideali del perfetto cortigiano, nel libro IV Castiglione ne
indica lambito di applicazione e le finalit. il tema dei rapporti fra il cortigiano e il principe,
posto dallautore in termini squisitamente etico-politici. Il perfetto cortegiano al servizio (serve) di
un principe, ma non persegue i fini bassi degli adulatori, maldici e bugiardi che si aggirano per la
corte (righe 19-20) n occupa una posizione passiva e del tutto subalterna. Il suo status di
intellettuale (egli ha notizia di lettere, cio cultura) e le sue molteplici virt (le bone qualit di cui si
discusso nei libri precedenti, a cominciare dalla grazia e dalla sprezzatura, unite a prontezza
dingegno, piacevolezza, prudenzia, righe 8-9), gli consentono di ricoprire un fondamentale ruolo di
consigliere morale e quasi di educatore. Il buon cortigiano deve saper guadagnarsi [...] la
benivolenza e lanimo del principe al solo fine di potergli dire sempre la verit [...], senza timor o
periculo di despiacergli (righe 2-4): per una ragione dunque essenzialmente morale. Per lo stesso
motivo deve saperne intuire le intenzioni sconvenienti, avere il coraggio di contraddirlo e, seppure

con gentil modo, avere la forza di distoglierlo da ogni intenzion viciosa ed indurlo al camin della
virt (righe 6-7). Il suo compito di indurre [...] il principe al bene e spaventarlo dal male (righe 1415), perch, se il fiore della vita di corte sono la musica, le feste, i giochi, il vero frutto della
cortegiania il comportamento moralmente corretto del principe (righe 13-15).

Paolo Sarpi La Vita


Nasce a Venezia nel 1552, stato teologo del duca di Mantova e collaboratore a Milano
dell'arcivescovo Carlo Borromeo, si laureato in teologia a Padova dove ha conosciuto e
frequentato Galileo Galilei. Nel 1585 diviene procuratore generale dell'ordine monacale dei Servi di
Maria, attivit che lo porta spesso a Roma. nel 1588 di nuovo a Venezia dove rimane fino alla
morte nel 1623. Momento chiave della sua vita la partecipazione al conflitto tra il Papa Paolo V e
il governo veneziano, di cui Sarpi era consigliere.
Tra le opere nate in quegli anni abbiamo:Trattato dell'Interdetto di Paolo V nel quale si dimostra che
non legittimamente pubblicato (1606), Trattato delle immunit della Chiesa (1622),Istoria
particulare delle cose passate tra il sommo pontefice Paolo V e la repubblica di Venezia, pi noto
come Istoria dell'Interdetto (1624, postumo).
Tra le opere giuridiche e storiche ci sono: Trattato delle materie beneficiarie e il famosissimo Istoria
del Concilio tridentino, in cui l'autore ripercorre la storia della Chiesa recente, in modo critico.
Paolo Sarpi Istoria del Concilio Tridentino
Nel breve proemio Sarpi, dopo aver esposto largomento dellopera e le fonti alle quali ha attinto
per scriverla, afferma che il Concilio giunto a conclusioni opposte a quelle per le quali era stato
convocato. Sarpi critica aspramente i risultati del Concilio che ha reso ineliminabili le differenze tra
cattolici e protestanti e ha rafforzato lassolutismo della curia di Roma.
Scritto nel periodo del conflitto politico tra Roma e Venezia lIstoria del Concilio unopera di
parte, in cui Sarpi denuncia la natura politica dellistituzione ecclesiastica e racconta la storia del
consolidarsi di un apparato di potere.
LIstoria del Concilio Tridentino, in otto libri, racconta gli avvenimenti intercorsi fra il papato di
Leone X(1513-1521) e il 1564. Si analizzano quindi i fatti che precedettero e poi quelli che
caratterizzano il Concilio di Trento; questi ultimi sono minuziosamente raccontati in forma di
diario. Paolo Sarpi si avvale di materiale documentario spesso di prima mano, secondo
linsegnamento di Francesco Guicciardini. E come aveva gi fatto questo autore indaga
minutamente la psicologia e il comportamento dei personaggi principali.
La sua unopera rigorosa nellimpianto e nellesposizione, con unattenzione scientifica non
solo alla documentazione, ma anche allanalisi e alla discussione delle fonti; e tuttavia anche
unopera di parte, in cui si dimostra una tesi precisa.
A Paolo Sarpi interessa soprattutto mostrare il gioco di interessi privati e politici, di intrighi, di
finzioni, di trame diplomatiche che muoveva i protagonisti.
La visione di Paolo Sarpi sostanzialmente negativa e pessimistica: al posta di una divina
Provvidenza, un deteriore machiavellismo a determinare le vicende umane ed la Fortuna, cos
come la concepivano Machiavelli e Guicciardini, a presiederne gli orientamenti e gli sviluppi.
Lo stile di Paolo Sarpi freddo, calcolato, razionale, privo di abbellimenti retorici, di aspetti
pittoreschi o sentimentali. Vi brilla il sorriso amaro di una superiore e disincantata ironia.
soprattutto tramite lironia che si rivela lintento polemico dellopera, rivolta a mettere sotto accusa
il centralismo della Chiesa di Roma e la sua profonda corruzione. Il Concilio di Trento vi visto, in
modo del tutto antiprovvidenzialistico, come un momento negativo di degenerazione e di rovinosa
caduta allinterno della storia della cristianit. Secondo Paolo Sarpi, il sogno della riforma cristiana,
di una Chiesa capace di ritornare alla severit e alla castit originaria ed evangelica, di una

religiosit pi intima e autentica, viene spazzato via dal Concilio di Trento.

Vittorio Alfieri La Vita


Nacque ad Asti il 16 gennaio 1749 da una famiglia ricca che gli garant una buona rendita, dandogli
la possibilit di dedicarsi alla letteratura. Studi presso la Reale Accademia di Torino, ma negli anni
a venire ne fu molto insoddisfatto. Terminati gli studi fece una serie di viaggi in Europa ed ebbe
modo di rendersi conto del sistema monarchico, per cui nacque la sua avversione verso la tirannide.
Paesi come lInghilterra e lOlanda suscitarono in lui un sentimento di maggiore simpatia perch
erano esempi di maggiore libert civile. Viaggi molto perch sentiva una certa irrequietezza, un
sentimento di scontentezza e di vuoto che lo portava a muoversi spesso come alla ricerca di un fine,
uno scopo alla sua vita. Tornato a Torino, egli conosce la marchesa Gabriella Turinetti, con la quale
ebbe un rapporto tormentato e doloroso. Questa specie di depressione lo port maggiormente a
dedicarsi alla letteratura e scrisse Antonio e Cleopatra che alla prima rappresentazione ebbe un
grande successo.
A Firenze conobbe Louise Stolberg alla quale si lega con un rapporto stabile ed equilibrato. Con lo
scoppio della Rivoluzione francese fu animato da sentimenti di giustizia, tanto che scrisse unode
per la presa della Bastiglia. Ma, con il periodo del terrore e con la dittatura imposta dagli stessi
rivoluzionari ebbe una grande delusione. Lasci Parigi per trasferirsi a Firenze dove visse in
solitudine i suoi ultimi anni con un odio profondo verso la Francia che intanto si era impadronita
dellItalia con Napoleone. Anche per la Rivoluzione americana scrisse quattro odi, ma si rese conto
che la lotta non era scaturita da ideali di libert e di giustizia, ma da obiettivi materiali ed
economici. Mor a Firenze nel 1803.
Vittorio Alfieri Le opere
Rime. Rappresentano uno dei modi per esprimere la sua vocazione autobiografica. La prima
raccolta complessiva appare postuma nel 1804. Vi il ritratto di un autore in perpetuo e drammatico
conflitto con se stesso, mai svincolato da un sempre notevole elemento paesaggistico.
Sublime specchio di veraci detti. E un sonetto autoritrattistico del 1786. Capelli rossi pretti, lunga
statura e capo a terra prono. D lidea di personaggio grave e solenne. Sottil persona, bianca pelle,
aspetto buono, giusto naso, bel labro, denti eletti. Climax ascendente di fierezza.
Tacito orror di solitaria selva. Sonetto del 1786, composto fra gli abeti in Alsazia. Il testo
bipartito: nelle quartine vi la descrizione dellaspro paesaggio boschivo, nelle terzine invece vi
la riflessione sul rapporto del poeta con gli altri uomini ed il suo tempo. Nel finale chiarisce la sua
polemica: non contro lumanit ma contro il vil mio secol, oppresso dal pesante regal giogo.
Del principe e delle lettere. (1777). Si pone contro la tradizionale pratica del mecenatismo,
affermando che le lettere, per raggiungere il massimo della loro efficacia e perfezione, non devono
essere protette. Il premio vero dellarte del poeta la gloria. Poesia sinonimo di libert.
Lo scrittore artefice di cosa che non ha fine e che giova ai presenti ed ai lontani, e deve anche
confessare che in lui c per lo pi leroe di cui narra. Egli disonora larte e se stesso se cerca o
riceve soccorsi di cui non ha bisogno. I suoi mezzi devono essere solo poca carta, inchiostro e
ingegno, mezzi che nessun principe gli pu dare, se a lui li ha negati la natura.
Merope. (1782). E la regina di Messene, che ha visto nella stessa notte uccisi il marito e i figli dai
soldati insorti sotto la guida di Polifonte. Nel testo alfieriano, Polifonte si presenta come un sovrano
mansueto, disposto a scendere a compromessi per salvaguardare il suo potere, costantemente
minacciato dal favore di cui Merope gode ancora presso il suo popolo. Polifonte giunge cos
addirittura a chiederla in moglie: ma la donna resiste a quello che per lei rappresenta un estremo
oltraggio, fiduciosa nel ritorno dellunico figlio sopravvissuto alla strage, Egisto, sul quale si
raccolgono le speranze di vendetta. Dopo varie vicende che sembrano sfociare nellattuazione con
successo dei piani del sovrano, entra in gioco Egisto, il quale durante la cerimonia nuziale, strappata
la spada ad uno dei militi, uccide lusurpatore, liberando cos dalla tirannia la madre e la patria.

Saul. (1782). Il soggetto della tragedia la fine di Saul, il re biblico assolutista e intollerante, ribelle
alla volont di Dio. Saul ha scelto come sposo per la prediletta figlia Micol il giovane David: ma
avverte in s una terribile gelosia nei confronti del giovane. Decide quindi di riaffermare il suo
potere contro quella che crede essere una congiura ordita ai suoi danni. Si scaglia contro David e i
sacerdoti e non esita a far soffrire i suoi figli. Il dramma di Saul nella coscienza di compiere un
atto che egli stesso sa essere ingiusto, e che lo trasciner, consapevolmente, alla rovina; su di lui
pesa una condanna divina, alla quale non sa far fronte se non con gesti incoerenti, che rivelano
loscura e inquietante miseria della sua anima.
Questa la sintesi: David, gi cacciato da Saul, raggiunge nella notte laccampamento di Israele, per
portare aiuto al suo popolo, impegnato nella guerra contro i filistei. Allalba Saul esce dalla tenda e
confessa al ministro Abner il suo segreto dolore: nel frattempo gli appare David, il quale viene
riconosciuto per innocente e come figlio. Il re cade per presto in preda ad altri sinistri presagi.
David lo consola col suo canto, ma una sua incauta parola scatena la furia di Saul, che gli si getta
contro con la spada e poi caccia dal campo i suoi figli e coloro che crede siano i traditori di Israele.
La mente di Saul sconvolta da desiderio di vendetta. David fugge mentre i filistei assaltano il
campo dIsraele nella notte. Riavutosi dal suo delirio, Saul accorre sul luogo dello scontro sperando
che la morte per la giusta causa dIsraele gli dia la pace tanto sperata. Ma la morte in battaglia gli
viene negata. La disfatta anzi totale: lesercito dIsraele sconfitto, i suoi figli sono stati uccisi.
Resta la sola Micol che il re affida ad Abner perch la conduca in salvo a David.
Mirra. (1784-1789). Il soggetto viene suggerito dal racconto dellamore di Mirra per il padre Ciniro
narrato nelle Metamorfosi di Ovidio, amore orrendo a un tempo ed innocente.
La trama si concentra tutto sullanimo della protagonista. Tragedia eminentemente psicologica,
quindi, in cui messa in rilievo la solitudine delleroina e, antiteticamente alla sua terribile
consapevolezza, laffetto sincero dei familiari che lattorniano interrogandola invano.
Dal primo atto, nel quale i familiari discorrono del male inspiegabile che si impadronito della
fanciulla, seguiamo il ricorrere a vari schermi che fa Mirra per celare langoscioso segreto. Quando
la morsa lenta ed implacabile della verit la cinge dassedio, decide di sposare il promesso Pereo,
sperando che ci la liberi. Nel quarto atto il dramma di Mirra tocca il suo culmine: durante la
cerimonia nuziale, essa si ribella e impreca contro quelle nozze indesiderate. Pereo si uccide dal
dolore. Nellultimo atto (d fatale a tutti noi) infine la fanciulla, sola davanti a Ciniro, costretta a
svelare la verit, avventandosi poi sulla spada del padre per uccidersi. La sua morte non ha tuttavia
nulla del suicidio eroico di tanti altri personaggi alfieriani: Mirra, la pi debole e indifesa delle
eroine, non riesce a riscattare il suo peccato con il supremo sacrificio, e muore anzi col rimpianto di
saperlo del tutto inutile.
Vita. E lopera dellestrema maturit di Alfieri. Conclusa a Parigi nel 1789, nasce insieme dal
molto amor di se stesso e dallintenzione di soddisfare la curiosit dei lettori. Ne nasce un
personaggio non convenzionale, ricco di umori e di naturalezza. Sempre attento alla suprema
affermazione del proprio io, A. non manca di citare avvenimenti anche banali e comici, necessari
a quellideale di verit perseguito dallautore. La prosa costruita sui materiali vivi della
conversazione settecentesca, alla quale si sovrappongono vistosi modi classicheggianti (enfatiche
inversioni sintattiche).
Tutta lopera si impernia sul motivo della conversione letteraria, da un esordio infausto (scarsa
cultura letteraria e linguistica di partenza, linfelicit del luogo natale) allapprodo allessere
poeta.
Il primo soggiorno a Parigi. E indifferente alla mondanit ed allo sfarzo, poco o nulla interessato
alla bellezza dei luoghi. Gli importa solo della qualit morale e civile delle persone che incontra.
Incontra Luigi XV ad una cerimonia di capodanno a Versailles. Latteggiamento sprezzante del re
gli suscita pi che indignazione, ironia. Mi tediai in ogni passatempo in Parigi. Luigi XV,
squadrandomi, non dava segno di riceverne impressione nessuna. Aveva una negativa di sprezzo.
[] Gli effetti e linfluenza di questi re plebei sono pi funesti alla Francia e al mondo che quella
dei re capetingi.

Alfieri Del Principe e delle Lettere


Nel trattato Del principe e delle lettere, in tre libri, il poeta affronta il problema del rapporto tra il
principe e il letterato. Per lui lettere e potere politico non possono essere che naturali nemici: infatti
il principe tende per sua natura a soffocare la libert dei cittadini e a condizionarne la vita morale,
mentre le lettere (come le intende l'Alfieri) hanno soprattutto il compito di promuovere nei lettori
l'amore della libert, la coscienza dei propri diritti, la responsabilit inalienabile del proprio destino.
Severo il giudizio dell'Alfieri sul fenomeno del mecenatismo, giudizio che non investiva solo i
principi ma anche quei poeti (come Virgilio, Dante, Ariosto, Tasso) che in ogni tempo secondo lui si
erano fatti cortigiani ed adulatori. Da quest'opera emerge esplicitamente la nozione che l'Alfieri
aveva del letterato: questi si configura come un'eroe al quale spetta un'alta missione educativa, al di
l di ogni lusinga e di ogni compromesso. Soprattutto maestro di libert, il poeta, e non solo nei
tempi di tirannide politica, ma in ogni tempo perch in ogni tempo la libert pu essere insidiata e
compromessa e rischia di essere ingannata o perduta se non difesa con vigile coscienza da ogni
minaccia.
Il trattato chiude con l'esortazione a liberare l'Italia dai barbari riprendendo il titolo posto dal
Machiavelli all'ultimo capitolo del suo "Principe", per mostrare che in diversi modi si pu ottenere
lo stesso effetto: con gli scritti di "caldi e ferocissimi spiriti". In tal modo l'Alfieri inaugura la
letteratura-azione, che trover nel Foscolo il primo fervidissimo discepolo.

CONTESTO STORICO E CULTURALE (LETA COMUNALE)


Il panorama politico in Italia tra il 200 e il 300 vede una netta bipartizione tra il Centro-Nord, in
cui si erano affermate citt politicamente autonome(i Comuni), e il Sud, retto stabilmente da forme
monarchiche.
NellItalia centrale si era poi consolidato lo Stato della Chiesa. Comunque anche al Nord mancava
un centro politico unificante. Al particolarismo feudale del Sud, che creava perpetui conflitti, si
sostituiva il particolarismo municipale, che contrapponeva tra loro le varie citt. Questo anche a
causa della crisi del potere dellImpero, che consent s ai Comuni di affermare la propria
autonomia, il proprio sviluppo civile ed economico, ma permise di far esplodere tensioni
municipali. La conseguenza una sostanziale debolezza dellItalia nei confronti degli altri Stati
europei.
La Chiesa, che cerca di ampliare i propri privilegi politici e territoriali, anchessa coinvolta nel
complesso gioco di lotte e alleanze che coinvolgono lImpero, le monarchie nazionali e lemergente
forza dei Comuni.
Alla morte dellimperatore Federico II, nel vuoto di potere che si determina, la Chiesa mira con
Bonifacio VIII a impadronirsi della Toscana immettendosi nelle lotte civili tra la fazione dei
Bianchi e quella dei Neri.
Ai primi del 300, la Chiesa vide iniziare un lungo periodo di crisi, decadenza e corruzione, che si
concreta nel trasferimento della sede papale ad Avignone.
Come gi detto, la conflittualit tra i vari Comuni vicini era alta, ma ancora pi alta era la
conflittualit interna al Comune stesso, soprattutto tra Guelfi(fautori del Papato) e
Ghibellini(fautori dellImpero). In genere la parte guelfa sidentificava pi con gli interessi del ceto
popolare(della ricca borghesia mercantile e bancaria), mentre quella ghibellina rispondeva pi
agli interessi dellaristocrazia cittadina.
Ma se nel 200 la citt comunale in piena espansione, nel corso del 300 si manifesta la sua crisi,
con linstaurarsi delle Signorie(dominio di uno solo).
Dal punto di vista culturale, si afferma la figura dellintellettuale-cittadino, che partecipa
attivamente alla vita politica del suo Comune. Ma con laffermarsi delle Signorie, compare un tipo
nuovo di intellettuale: il cortigiano, che si pone al servizio di un signore, dando lustro alla corte,
svolgendo anche diversi servizi. Alla partecipazione politica si sostituisce lideale dellotium
letterario, il distacco dalla realt per immergersi nello studio.
Per quanto riguarda la lingua si assiste ad un affermarsi del volgare, anche grazie alla spinta sociale
e allascesa della classe borghese-mercantile, rispondendo alle esigenze di diffusione della cultura a
strati pi ampi. Ma al policentrismo politico si associa un analogo policentrismo linguistico(nel De
vulgari eloquentia, Dante individua 14 aree linguistiche), derivandone lassenza di una lingua
letteraria unica e comune.
Ma nella produzione sia poetica sia in prosa, il Toscano acquista sempre pi una posizione di
rilievo(il fiorentino, grazie ai modelli di Dante, Petrarca e Boccaccio).
Tuttavia lespandersi di una letteratura in volgare non comporta la scomparsa del latino.
Lintellettuale solitamente bilingue, e la conoscenza del latino un elemento di prestigio e di
distinzione. Questo comporta influssi del latino sul volgare, ma anche la tendenza della sintassi
volgare a modellarsi su quella latina(con le sue complesse costruzioni di subordinate).
E non solo, il policentrismo linguistico ha un corrispettivo per quanto riguarda i generi letterari,
diversi in base ad aree geografiche ben definite(poesia lirica in Sicilia, poesia religiosa in Umbria,
poesia allegorica-didattica e il dolce stil novo in Toscana). La lirica amorosa di ispirazione cortese
tocca la sua fase culminante con il dolce stil novo esercitato da Dante, Cavalcanti, Lapo Gianni. Ci
che li distingue, sul piano formale, il rifiuto degli astrusi artifici stilistici e, sul piano dei contenuti,
la visione pi spiritualizzata della donna. Uno dei temi centrali lidentificazione di amore e
gentilezza, indici di una superiore nobilt danimo(data per natura). Ben presto Dante si distacca
da questa tendenza, vedendo lamor cortese e stilnovistico come sentimento peccaminoso a favore
di una trasfigurazione teologale dellamore.

La Nascita del Libro


E innanzitutto necessario considerare il manoscritto e la stampa come due fenomeni non separabili,
in quanto unificabili da un unico processo di produzione e diffusione culturale.
Si sostiene che la stampa a caratteri mobili sarebbe sorta per soddisfare le esigenze di un nuovo e
pi vasto pubblico di lettori; in realt la produzione del libro manoscritto era sufficiente sul piano
numerico e sul piano qualitativo. Dunque, non si tratt tanto di esigenze di pubblico, ma forse
piuttosto e soprattutto, di esigenze di documentazione, comunicazione, pubblicit, di determinate
istituzioni pubbliche, ecclesiastiche e laiche, che avevano sempre pi bisogno di far produrre in pi
copie e di distribuire rapidamente nelle citt avvisi di vario tipo, bandi, testi di preghiere e anche
libri liturgici.
Per quanto riguarda invece il pubblico, i prototipografi, lungi dal cambiar rotta rispetto al passato,
si rivolsero proprio a quello tradizionale del libro manoscritto, e in particolare agli ecclesiastici, ai
dottori, agli umanisti.
E necessario considerare anche che, almeno inizialmente, il libro mantenne una certa difficolt sul
piano della comprensione e della lettura. In realt, i prototipografi, poco pratici, si limitarono a
riprodurre meccanicamente ora questo, ora quello dei possibili modelli manoscritti, dai caratteri
allimpaginazione, dal formato alla presentazione del testo, e rivelarono la loro imperizia nello
scegliere a volte modelli non adatti al tipo di testo.
A partire dal 1475 il fenomeno della stampa ebbe larga diffusione. Ma, una delle sue caratteristiche,
almeno inizialmente, fu il suo collegamento con il potere pubblico (Stato e Chiesa). Questo perch
il processo di produzione del libro a stampa era assai pi complesso di quello relativo al
manoscritto, e coinvolgeva pi persone contemporaneamente, necessitava di capitali. Inoltre se
prima esponenti del potere comparivano solo come committenti, alla fine risultavano gestori e
controllori, attraverso un meccanismo di privilegi, permessi di stampa e censure.
Schweinheim e Pannartz furono gli introduttori della stampa a caratteri mobili in Italia, ma la loro
opera fu fortemente condizionata dalla complessa situazione culturale, dalle profonde
diversificazioni grafico-scrittorie e dallalto livello di qualit e diffusione raggiunto dal manoscritto
nella penisola.
A Firenze, dove la stampa arriv relativamente tardi, essa entr quasi di soppiatto e tra mille
difficolt, trovando per terreno fertile nellambito del libro popolare di devozione. Il quale era
favorito dallalto tasso dalfabetizzazione della popolazione urbana, dalla ricca tradizione
manoscritta volgare e popolare, e dalla rinnovata spinta religiosa di matrice savonaroliana.
Firenze diede un grosso contributo al fenomeno della stampa italiana dando vita al modello di
libretto a stampa, caratterizzato dal formato ridotto, dallassenza di margini, dallo scarso numero di
pagine: tutte qualit che resteranno proprie del libro popolare toscano e che influiranno largamente
su tutta lanaloga produzione toscana, se non addirittura italiana.
A Napoli, il libro a stampa segu le orme del manoscritto di lusso, con singolare qualit delle
illustrazioni e uno strano impasto stilistico fra influenze oltramontane e sintesi ornamentali di
motivi popolareggianti.
A Roma, la produzione tipografica, seguiva una logica del tutto commerciale. Venivano infatti
stampati libri liturgici, documenti, opere giuridiche e testi di classici. Una produzione rivolta
maggiormente ad un pubblico esterno alla citt o comunque di passaggio, e che mancava di testi in
volgare rivolti alla popolazione semicolta della citt.
Per quanto riguarda il rapporto tra scuola e stampa, questultima apport un cambiamento
epocale nel sistemo scolastico e nei metodi di apprendimento. Nei vari ordini della scuola
medievale, loralit era prevalente sullo scritto. Ma con la definitiva affermazione della stampa a
caratteri mobili (1520-1530 allincirca), il libro divenne prevalente in ogni ordine e grado di
insegnamento.
E importante notare come la decisiva affermazione del libro nella didattica abbia comportato
notevoli conseguenze nei meccanismi individuali, favorendo, ad esempio, la lettura individuale
mediante formati minimi, come lenchiridion di Aldo Manuzio, che incontr il favore di un

pubblico larghissimo perch permetteva un modo di leggere comodo e disimpegnato. Ma favor


anche un uniformizzazione dei processi didattici su larghe estensioni di territorio, e quindi anche dei
processi ideologici.
Infine, c da aggiungere che la stampa aveva contribuito anche a far sopravvivere opere gi
condannate alloblio, svolgendo paradossalmente una funzione di freno, anzich di stimolo, allo
sviluppo della cultura contemporanea.

IL SETTECENTO
CORRENTI DI PENSIERO, MODELLI CULLTURALI
IL SECOLO DELLA RAGIONE
Ragione la parola dordine del Settecento, le radici filosofiche di questa svolta culturale vanno
cercate nella rivoluzione scientifica di Galileo e Newton, nel razionalismo di Cartesio e
nellempirismo di Locke. Il metodo sperimentale e lanalisi razionale vengono applicati al campo
della politica, morale e religione, campi che riguardano la vita di ogni uomo. Questo pensiero nasce
in Inghilterra, liberale e borghese, poi si sposta in Francia, dove la situazione politica e culturale
chiusa e repressiva e stimola un atteggiamento pi polemico e intransigente da cui deriva una
battaglia politica e culturale. Parigi diventa la capitale culturale dEuropa, tutti gli intellettuali
parlano leggono e scrivono in francese (philosophes). Ispiratore delle ideologie rivoluzionarie
lilluminismo, cui si appoggia lassolutismo illuminato dAustria, Russia e Prussia.
TEMI DELLILLUMINISMO
Il pensiero illuminista si basa sulla concezione newtoniana delluniverso come unimmensa
macchina mossa da leggi fisiche, sullincrinatura dei presupposti tradizionali della fede e
limmagine di Dio. Locke affronta i temi della riflessione religiosa con la ragione: con una religione
naturale, il deismo (Voltaire, maggior esponente). Posizioni pi estreme sono prese dai sensisti, che
riducono tutte le attivit dello spirito alle sensazioni fisiche (portando allestremo le concezioni
empiristiche di Locke: memoria, attenzione, volont, desiderio sono sensazioni trasformate). Si
diffonde successivamente anche una visione materialistica: esiste solo la materia, luomo una
macchina mossa da leggi fisiche, anima e Dio sono astrazioni assurde. Naturalmente queste
concezioni non sono condivise da tutti gli illuministi, ci che li accomuna la concezione laica
della morale, concentrata sulla condizione terrena delluomo finalizzata alla realizzazione della sua
felicit. Lilluminista si definisce cosmopolita, cittadino del mondo, il suo obbiettivo la
diffusione della cultura, la ricerca di leggi che consentono di interpretare razionalmente lo svolgersi
degli eventi, et del progresso, et dei lumi e del trionfo della ragione.
Gli illuministi si contrappongono al dogmatismo delle religioni positive e alla repressivit delle
istituzioni sociali ci che originario , precedente allo sviluppo storico si diffonde una visione
positiva della natura umana, socievole e razionale. Questi temi sono ripresi sa Rousseau che non
crede che lo sviluppo delle scienze, tecniche e arti costituisca di per s un autentico progresso per
lumanit, ma una progressiva decadenza da un originario stato naturale, lunica salvezza
restaurare lindipendenza e la spontaneit perduta.
Gli intenti divulgativi e la vastit di interessi dellilluminismo sono raccolti nellEnciclopedia, 28
volumi pubblicati a Parigi, con la collaborazione di Voltaire, Rousseau, Montesquieu e coordinatori
sono Diderot e DAlambert. LEnciclopedia aveva lobbiettivo di riunire tutte le conoscenze sparse
sulla superficie terrestre, ebbe uno straordinario successo.
SVILUPPI E CRISI DELLILLUMINISMO
La massima espansione del pensiero illuminista assecondata dalla politica dellassolutismo
illuminato, raggiungendo il suo culmine negli anni ottanta. Con la rivoluzione francese e americana
le fondamenta dellilluminismo entrano in crisi o vengono messe in discussione. La Germania il
centro pi importante della reazione antirazionalistica, Goethe e Herder fondano il movimento del
Sturm und Drang, che esalta listinto, il sentimento e la passione in opposizione alla ragione
dellilluminismo. Negli stessi anni Kant scrive una serie di opere fondamentali che sono una sintesi
e il superamento del pensiero filosofico settecentesco, illuminista lidea di sottoporre a un esame
razionale la ragione delluomo per individuare i limiti delle capacit conoscitive delluomo inoltre
afferma che il mondo che conosciamo non qualcosa di esterno a noi ma una nostra costruzione.
LILLUMINSMO IN ITALIA
Lilluminismo italiano si sviluppa nelle politiche illuminate della Lombardia e del Regno di Napoli
e assume un carattere moderato dovuto allassenza del ceto borghese e alla continua influenza della
Chiesa, centrato su progetti e sulle proposte operative piuttosto che sullelaborazione ideologica o
filosofica. Milano la citt che intrattiene i rapporti pi vivi con la cultura europea e la
collaborazione tra intellettuali e potere d pi risultati. Qui si forma un combattivo gruppo di
giovani aristocratici tra cui Verri, Alessandro e Beccarla, prima riuniti in unaccademia (Societ dei

Pugni) in seguito nella rivista Il Caff, che conduce una dura polemica contro il carattere
accademico ed erudito della cultura tradizionale, si occupa di letteratura, scienze, diritto, economia
con un linguaggio rapido e grintoso rivolto a un pubblico di non specialisti, realizzando cos una
rivoluzione nella prosa italiana. Nascono qui opere di grande importanza come Dei delitti e delle
pene di Beccarla, un opuscolo che sostiene labolizione della tortura e della pena di morte con
argomenti lucidi e appassionanti. Lamministrazione austriaca chiama gli illuministi lombardi per
collaborare alla politica, ma nascono conflitti e incomprensioni dovuti alla difficolt di conciliare i
principi illuministi (libert diritti del cittadino) allintenzione del governo austriaco di imporre
lautorit assoluta dello stato in ogni campo: il gruppo si disperde e i componenti prendono
posizioni personali.
SCRITORI E SOCIETA
The Spectator una rivista inglese del giornalista Joseph Addison, che si pone lobbiettivo di
diffondere la cultura anche tra le persone comuni non letterate. Questa idea si diffonde dai primi
decenni del secolo in Inghilterra, dove gli sviluppi delleconomia, la diffusione del benessere e la
crescita dellalfabetizzazione hanno ampliato il pubblico dei lettori. I libri e i giornali devono
rispondere alla nuova domanda di cultura dei ceti cittadini e borghesi e devono diventare un affare
dal punto di vista economico nasce lindustria editoriale con nuovi generi letterari e compaiono i
primi scrittori indipendenti. Nelle altre nazioni questo processo avviene con maggior lentezza, si
afferma soprattutto in Francia e Italia con la nascita di giornali e riviste rivolti ad un ampio
pubblico. In tutta Europa gli intellettuali cominciano a svincolarsi dalla subalternit ai principi della
Chiesa e a reputarsi un ceto che offre un autonomo contributo alla societ. In Italia lArcadia il
luogo dove giunge al culmine il processo di auto-organizzazione dei letterati limitati dalla Chiesa,
nella seconda met del secolo si diffonde il modello illuministico del philosophe, lintellettuale
politico che si propone di guidare lazione dei principi e dei governi in nome della ragione e della
pubblica utilit. A differenza degli illuministi inglesi e francesi, quelli italiani sono socialmente
isolati per la scarsit di ceti borghesi colti e la loro forza sta soltanto nellappoggio dei sovrani, non
riescono a mantenersi e vivono di rendita oppure fanno un altro lavoro.
Insieme al declino delle corti e delle accademie come luoghi di aggregazione degli intellettuali, si
creano nuove occasioni di incontro e dibattito grazie al miglioramento delle vie di comunicazione,
allabbattimento delle barriere politiche e a nuovi strumenti come giornali e libri, lEuropa
percorsa da un vivace scambio di idee e di opere e il nuovo luogo di incontro sono i salotti, i caff e
il club dove si formano gruppi spontanei che si danno appuntamenti periodici per discutere gli
argomenti do moda. Un nuovo punto di riferimento, soprattutto per la letteratura, il teatro,
cittadino o nazionale cui accorre un ampio pubblico non necessariamente borghese.
IDEE SULLARTE E SULLA LETTERATURA
LE CONCEZIONI DELLARTE
Il Settecento il secolo in cui nasce lestetica moderna, disciplina che si occupa del bello e dellarte
enfatizzando concetti nuovi come gusto, genio, passione, sentimento. Per la prima volta si delinea
una concezione unitaria di belle arti, analizzate come forme autonome di esperienza e della
conoscenza della realt distinte dalla morale dalla scienza e dalla filosofia.
Gi negli ultimi decenni del Seicento si sviluppa in Francia una concezione dellestetica ispirata al
pensiero di Cartesio, che mira a condurre tutte le arti ad alcuni principi razionali e universalmente
validi (contro il cattivo gusto e le esagerazioni del barocco) affermando che la fantasia e i
sentimenti dellautore devono sottomettersi al giogo della ragione e che oggetto dellarte
devessere il vero. Nella seconda met del Settecento larte si reclama fatta di cose e non di parole,
che non abbia una funzione genericamente morale ma di concreta utilit sociale, legata alla
divulgazione degli sviluppi critici del pensiero politico e filosofico. In questo periodo lattenzione si
sposta dalla forma al contenuto, il valore artistico di un testo non si giudica chiedendosi se sia stato
composto secondo un insieme di regole ma se capace di colpire, interessare, commuovere il
lettore. Questo cambiamento di mentalit si pu ricondurre al nuovo ruolo che lattivit artistica sta
assumendo nella societ: con la nascita del mercato della letteratura e dellarte, gli artisti si
concentrano sui gusti del pubblico tralasciando gli antichi rigidi modelli destinati a una stretta
cerchia di intenditori aristocratici.

THE SPECTATOR E IL CAFFE


Prima del Settecento le pi diffuse pubblicazioni periodiche erano le gazzette di informazione,
repertori di notizie politiche, diplomatiche, militari e rigidamente controllate dai governi.
Successivamente si affianca un nuovo periodico per i letterati. Il nuovo modello di giornalismo
settecentesco linglese The Spectator che si rivolge in tono colloquiale e spesso ironico al nuovo
pubblico borghese, con recensioni, aneddoti, racconti presentati come il resoconto delle discussioni
tenute da personaggi inventati nellambito di un immaginario club; ne scaturisce unimmagine
amichevole e disinvolta della cultura.
Similmente in Italia viene divulgato dal gruppo milanese Caff, collocando i propri articoli sullo
sfondo di unimmaginaria bottega di caff frequentata da vari ospiti che si incontrano per discutere,
proponendo cos vari temi come limpegno politico e filosofico.
LA LIRICA
LA LIRICA ARCADICA
La poesia italiana dominata dallaccademia dellArcadia che ottenne ladesione di quasi tutti i
maggiori scrittori italiani. Con landar del tempo per lArcadia tende a recuperare il controllo sugli
intellettuali e confinando le concezioni razionalistiche solo al campo dellarte, elaborando una
poetica esile ma di straordinario successo e diffusione, contro i fronzoli del barocco. Il tema
dominante lamore per le donne con sintassi semplice e lineare con ritmi armoniosi e cantabili.
Nella seconda met del secolo si diffonde una tendenza didattica legata allilluminismo orientata a
una divulgazione scientifica e alla trattazione di temi filosofici e morali. I temi sono totalmente
estranei alla tradizione letteraria (poemetti dedicati al baco da seta o alla coltivazione del riso) e gli
autori sono quindi obbligati a utilizzare termini tecnici su uno sfondo arcadico e classicistico o
alluso di perifrasi, a riferimenti mitologici, lessico ricco di latinismi e grecismi e citazioni.