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Sistema

Universit

Notiziario
trimestrale
Anno VII, n. 30
Dicembre 2009

Autorizzazione n. 320
del Tribunale di Milano - 11/5/1996
Poste Italiane Spa
Spedizione in A.P. - 70%
LO/MI

Sul filo del rasoio


di Dario Casati
pag.

Biobanche:
il futuro gi iniziato
di Laura Boella
pag..

Metabolismo
transcellulare
di Angelo Sala

Neuromanie,
o della risonanza
del salmone

pag.

di Gabriella Pravettoni
e Gianluca Vago

Dalla modellistica
molecolare
una nuova strategia
antitumore

pag.

di Stefano Pieraccini
e Maurizio Sironi
pag.

7
Foglie come
pannelli solari
di Paolo Pesaresi
pag.

Acqua e Civilt
nelle terramare
di Mauro Cremaschi
pag.

10

EDITORIALE

Sul filo del rasoio


A

di Dario Casati, Prorettore,


Universit degli Studi di Milano.

dicembre lAteneo ha predisposto il bilancio di previsione per


il 2010. Un atto che in passato poteva essere considerato quasi routinario,
negli ultimi anni, in particolare in questo e ancor pi nel prossimo,
divenuto un momento di grave impegno per gli organi di governo,
costretti a decidere a fronte di ingenti decurtazioni, senza conoscere con
certezza limporto che verr assegnato e con lobbligo di non presentare
un bilancio in passivo, il che sarebbe inconcepibile.
Per il 2010 la situazione richiede una compiuta presa di coscienza da parte
dellintera comunit universitaria. Sul versante delle entrate, la principale
fonte di finanziamento, il Fondo di finanziamento ordinario (Ffo), pari
nel 2009 a circa 290 milioni di euro, stando al quadro legislativo
e finanziario vigente al momento dellapprovazione del bilancio, scender
a 267 milioni, mentre gli altri trasferimenti dallo Stato caleranno in media
del 30%. La strada di un aumento dei contributi degli studenti preclusa
dal fatto che il loro importo non pu, per legge, superare il 20% del Ffo.
A fronte di entrate in flessione si configura una dinamica della spesa che
invece in costante crescita. Limporto delle retribuzioni, che non pu
superare il 90% del Ffo, sale fisiologicamente, per la dinamica delle carriere
e degli incrementi salariali, non riconosciuta, se non in parte e a distanza
di anni. Allo stesso tempo, i costi per la gestione ordinaria lievitano, sia
a causa dellincremento del patrimonio edilizio - conseguente a decisioni
che giungono in porto ora - sia per la dinamica dei costi energetici,
delle manutenzioni e delle consuete voci di spesa indispensabili per
il funzionamento dellAteneo.
Il bilancio, predisposto in un momento in cui non era possibile fare
affidamento con certezza su stanziamenti superiori (per intenderci su
quei 400 milioni di euro che derivano dallo scudo fiscale), chiude
in pareggio, nonostante un potenziale disavanzo di circa 17 milioni di euro
che stato possibile colmare facendo ricorso allutilizzo dellavanzo
di amministrazione, ossia a risorse non spese e trasferite al 2010
per coprire gli impegni gi assunti e quelli nuovi.
Con senso di responsabilit, e consapevole
della gravit delle decisioni assunte, il Consiglio
di amministrazione ha approvato un bilancio che
a malapena copre la spesa obbligatoria, rinviando
a successive variazioni le integrazioni alle voci
introdotte senza stanziamenti per memoria
e ritenute discrezionali in questa fase.
Esse riguardano affidamenti e contratti
dinsegnamento, linvestimento nella rete
informatica per via Mercalli, i contributi alle strutture decentrate salvo la
dotazione ordinaria e una parte dei contributi di laboratorio per coprire
eventuali emergenze, gli stanziamenti per la ricerca
e linternazionalizzazione, con leccezione di biblioteche e assegni
post laurea.
evidente che un bilancio di questo genere in realt non in grado
di garantire il funzionamento minimo. La situazione migliorata
successivamente allapprovazione del nostro bilancio, con lassegnazione
di un importo fino a 400 milioni a tutto il sistema universitario.
Se lintero ammontare sar confermato e distribuito con criteri omogenei
a quelli del passato, compresi quelli che premiano il nostro Ateneo,
disporremmo di altri 18 milioni, che consentirebbero di coprire
il disavanzo, ma non gli incrementi fisiologicamente prevedibili.
Nel Consiglio di gennaio si operata una prima manovrina di bilancio,
per prudenza contenuta in circa 8,9 milioni, finanziando in particolare
la rete per ledificio di via Mercalli, gli affidamenti e i contratti, il 75%
del potenziamento della didattica e dei contributi alle strutture,
la contrattazione decentrata, il 50% del finanziamento delle scuole
di specializzazione e delle spese per i concorsi, i dottorati,
linternazionalizzazione, lo stanziamento per il cofinanziamento
dei progetti di ricerca.
A primavera, quando conosceremo meglio lammontare del finanziamento,
il Consiglio proceder con le altre voci, a partire dagli altri fondi per la
ricerca, la cui sospensione temporanea , per molti aspetti, la pi dolorosa.
La gravit della situazione evidente e ricorda a tutti limportanza
di una gestione sempre pi consapevole delle ridotte risorse disponibili.
Occorre operare con coerenza e senso di responsabilit per valorizzarle,
avendo sempre presente lobiettivo strategico della crescita dellAteneo,
un obiettivo che non pu essere rinviato in attesa di tempi migliori.

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Approfondimenti

Biobanche:il futuro gi iniziato


di Laura Boella, Dipartimento di Filosofia, Comitato Etico, Universit degli Studi di Milano.

ra le 10 idee che cambiano il mondo (lintelligenza ecologica,


lamortalit o eterna giovinezza, lapertura dellAfrica al business,
la ristrutturazione delle periferie, lacquisto di ingenti estensioni di
terra da coltivare ecc.), il numero speciale di Time dedicato al 2009
cita le biobanche.
Il boom delle biobanche un fenomeno recente che si sta imponendo
allattenzione. Le raccolte di materiali biologici o biobanche (genetiche
e tissutali), insieme ai database su larga scala risultanti dalle informazioni
cliniche associate allindividuo, stanno diventando sempre pi comuni
e importanti per la ricerca e per la cura di malattie di forte impatto
sociale e economico.
Si profilano nuovi problemi etici, giuridici e di governance legati
alla necessit di una gestione efficace e legittima di queste risorse, tale
da assicurare luso appropriato dei dati, garantendo, insieme,
la promozione della ricerca per il beneficio della collettivit e la tutela
dei diritti degli individui.
Lapertura di questo nuovo ambito di riflessione e di intervento
normativo rappresenta in effetti un rilevante segnale
dellaggiornamento in corso di alcuni capisaldi della bioetica,
del biodiritto e in generale dei rapporti tra scienza e societ.
Ci si interroga sulladeguatezza delle procedure di consenso informato,
delle regole per la protezione della privacy del singolo e per
il trattamento dei dati al cospetto delle caratteristiche e finalit
della ricerca nellepoca postgenomica.
In gioco una nuova misura dellautonomia individuale: unetica
individualistica sembra lasciare il posto a unetica sensibile
alla donazione, alla solidariet umana nel presente e in prospettiva
intergenerazionale, quindi favorevole allo sviluppo della ricerca, anche
quando le sue ricadute cliniche sono a lungo termine o in gran parte
imprevedibili.
Un crescente interesse di tipo scientifico, filosofico, giuridico e politico
per le biobanche si trova oggi in ambito europeo di fronte
a una situazione variegata e poco omogenea che sta mettendo
alla prova la fiducia dei donatori (in alcuni casi ignari) nelle istituzioni
pubbliche e private che gestiscono i materiali biologici, con
la conseguenza di porre seri ostacoli alla ricerca. Si notano tensioni tra
la diversificazione delle posizioni etiche e cresce lesigenza di
un indispensabile piedestallo comune di principi e procedure che
gestiscano questa materia.
Altrettanto conflittuali sono spesso le reazioni sociali, divise tra
laspettativa di nuove terapie e lapprensione riguardante la possibile
violazione della privacy e leventuale discriminazione genetica.

n convegno svoltosi lo scorso dicembre presso la nostra


Universit, organizzato dal Comitato Etico di Ateneo in cooperazione
con la Fondazione Centro Nazionale di Prevenzione e Difesa SocialeCNPDS, ha colto tempestivamente loccasione di un dibattito tra
esperti e studiosi sulle numerose questioni aperte riguardanti
le biobanche e ha proposto a un folto pubblico unopportunit
di conoscenza e di confronto. In particolare, il convegno ha inteso
sollecitare una riflessione etica e giuridica che non si limiti a seguire
gli sviluppi in gran parte irreversibili del biobanking, ma si adoperi per
anticiparli.
I lavori sono stati suddivisi in quattro sessioni, dedicate rispettivamente
agli aspetti scientifici, alla ricognizione delle biobanche per la ricerca
esistenti nellarea milanese, agli aspetti etici e a quelli legali.
Nellambito della prima, dedicata a fornire unesauriente informazione
sullo stretto legame sussistente tra ricerca di base e clinica (Di Fiore:
medicina molecolare, Filocamo: genetica, McVie: oncologia)
e biobanche, risuonata molto chiaramente una domanda.
Quando una risorsa, che nel caso delle raccolte di tessuti ha la doppia

natura di materiale biologico e di informazione, diventa una risorsa


della comunit? Lindagine scientifica si collegata cos in maniera
interessante con un resoconto dellattivit delle biobanche per
la ricerca esistenti nellarea milanese. I contributi di Rebulla, Pece e
Pierotti hanno mostrato come, nellambito di realt dotate di una forte
impronta progettuale, stiano maturando esperienze di notevole rilievo.
In particolare, per quanto riguarda i molteplici attori che animano la
scena delle biobanche, e i cui interessi ed esigenze sono diversi e non
sempre ricevono uguale attenzione, emerge con chiarezza la necessit
di tener conto della qualit di cittadini, che accomuna pazienti/donatori,
scienziati, clinici e amministratori.
Il contesto concreto di progetti in fase sperimentale ha offerto quindi
un suggerimento molto importante: solo sul terreno di una mediazione
(magari rappresentata da unautorit che rivesta il ruolo di parte
terza: Pece) tra autonomia del singolo donatore, integrit dello
scienziato e valutazione di competenza, si pu ipotizzare levoluzione
della cornice culturale e della mentalit comune, resa urgente dal
veloce sviluppo delle biobanche.
Fiducia, bilanciamento di interessi, visione pi generosa dellautonomia,
condivisione e scambio sono state le parole chiave delle due sessioni
che hanno affrontato il tema centrale del convegno: ripensare
lautonomia, sotto il profilo etico e giuridico.
I punti pi controversi, e tuttora in evoluzione, nellambito
del biobanking sono infatti:
il consenso informato;
la tutela della riservatezza;
laccesso e controllo dellinteressato sulle proprie informazioni,
la condivisione di dati e risultati;
la propriet del materiale biologico e le implicazioni commerciali
dei risultati di questo tipo di ricerca.
Negli interventi di Chadwick, Cambon-Thomsen, Elger e Hansson
apparsa evidente la ricerca di un bilanciamento tra lesigenza di tutela
del singolo e la dimensione dellinteresse collettivo e della ricerca.

on si pu sottovalutare in ogni caso la difficolt del passaggio


da una prospettiva, etica e giuridica, preoccupata primariamente
della salvaguardia dei diritti individuali, a una che accolga listanza
di una solidariet pi ampia tra gruppi e generazioni.
Si tratta infatti di un banco di prova decisivo per letica
contemporanea: ampliare lautonomia del singolo pu forse implicare
una diluizione delle esigenze etiche in funzione meramente
pragmatica (Chadwick)? Ripensare i principi etico-giuridici vuol dire
rafforzarli o indebolirli? Letica a sua volta promuove od ostacola la
condivisione delle risorse e dei dati biologici (Cambon Thomsen)?
A queste domande si pu rispondere solo se la tutela della dignit
umana, dei diritti e delle libert fondamentali dellindividuo, il rispetto
della privacy, il principio di autonomia e la garanzia di non
discriminazione e non stigmatizzazione non pretendono di avere
una priorit assoluta sulla solidariet e sul bene comune.
Da uno studio condotto con interviste e test, i cui risultati sono stati
presentati al convegno da Elger, il profilo di senso comune
del potenziale paziente e/o donatore di campioni apparso peraltro
molto pi contraddittorio e sfaccettato di quanto si possa pensare
in relazione allidea di autonomia e di privacy.
Nel campo del biobanking emergono nozioni profondamente
trasformate di consenso informato, ognuna delle quali, che sia ampia
o stratificata o parzialmente ristretta, appare impegnata a fronteggiare
il problema della protezione dei diritti individuali nel mondo delle reti
e della processazione informatica dei dati personali e relativi alla salute
nel corso di lunghi periodi di tempo.
In diversi interventi, stato peraltro ricordato un dato molto recente

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e inequivocabile: oggi le procedure di anonimizzazione si rivelano


inadeguate rispetto alla possibilit, consentita dal progresso delle
tecniche bioinformatiche, di determinare se un individuo ha partecipato
a uno studio basandosi soltanto sulla combinazione di sets di dati.
La ricerca genetica in particolare un processo aperto e
temporalmente indeterminato, che stenta a conciliarsi con aspetti
tradizionali del consenso informato, come il vincolo con uno studio
specifico e il diritto di ritiro.
Se, come si visto prima, il linguaggio dellautonomia individuale oggi
deve necessariamente fare i conti con soggetti (pazienti, donatori,
scienziati, clinici) che si vivono anche come cittadini, occorrono modelli
complessi piuttosto che nette contrapposizioni di valori.
Per esempio, nellipotesi di un consenso ampio o aperto (trusted vs
informed), la fiducia non deve essere intesa come una cambiale in
bianco, in seguito alla quale il singolo perde qualsiasi potere di
intervento. Unipotesi quella di interpellarlo indirettamente tramite
un sistema che chiama in causa le istituzioni democratiche e
rappresentative (registri nazionali delle cause di morte, istituiti dal
governo o dal Parlamento, pubblicit in rete dei risultati di una ricerca
in progress), nonch comitati etici che bilancino linteresse del paziente
(Chadwick).
Appare chiaro che campioni biologici e informazioni non sono due
mondi separati. Anche se la propriet del campione biologico non si
esaurisce nellindividuo da cui prelevato (che pu donarlo), luso
dellinformazione estratta da esso deve essere regolata in accordo con
i principi europei di protezione dei dati personali (Lattanzi).

Laccesso e linformazione sui risultati di questo tipo di ricerca deve


fare i conti con la natura e gli effetti giuridici, riconosciuti dal WTO e
dallHUGO, del dato genetico come informazione condivisa, risorsa
comune la cui disponibilit deve potersi estendere anche oltre lambito
familiare. Come risulta dalluso ormai comune del termine donatore
per definire lindividuo che acconsente alluso del proprio materiale
biologico, depositato in una biobanca, la donazione finalizzata
a favorire la ricerca lesempio pi chiaro della duplice rilevanza,
privata e pubblica, del materiale biologico. Al valore culturale di tale
duplice rilevanza si aggiunge un potenziale valore economico-politico,
legato a eventuali profitti cos come a specifici problemi di sicurezza.
Ci rende pertanto necessaria una presa di posizione di tipo eticolegale per quanto riguarda la scelta di sinergie tra industria e strutture
pubbliche di ricerca. Larmonizzazione delle legislazioni nazionali
a livello europeo (Zigalvis ha fornito una sintesi dellelaborazione
normativa europea in proposito) non potr essere che lesito
di uneffettiva condivisione e scambio dei dati genetici, epidemiologici
e biologici.
Il convegno milanese ha dunque offerto un quadro completo
e aggiornato delle prospettive che si aprono a coloro che in diversi
modi hanno gi, o avranno, a che fare con il mondo delle biobanche.

Ripensare lautonomia nellepoca delle biobanche


per la ricerca, Milano, Universit degli Studi, 17-18 dicembre 2009.

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Approfondimenti

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Ricerca

Metabolismo transcellulare:
una deroga biologica allaritmetica
di Angelo Sala, Dipartimento di Scienze farmacologiche, Universit degli Studi di Milano.

etabolismo transcellulare definisce un fenomeno che si pu


osservare in sistemi biologici pluricellulari, dove il prodotto
del metabolismo di una cellula (quello che potremmo definire
il prodotto della reazione A) rappresenta il materiale di partenza per
unaltra cellula che in grado di trasformarlo (attraverso una reazione
B) in un prodotto finale.
Mentre spesso entrambe le reazioni (A e B) possono avere luogo
allinterno di ununica cellula, che qundi in grado di sintetizzare
autonomamente il prodotto finale, in alcuni casi nessuna delle due
cellule che partecipano al metabolismo transcellulare in grado, da sola,
di portare a termine la sintesi del prodotto finale.
Tale fenomeno di particolare interesse quando il prodotto finale
dotato di potenti attivit biologiche, come nel caso dei leucotrieni.
Questi composti, identificati alla fine degli anni 70, svolgono un ruolo
importante in patologie su base infiammatoria a livello polmonare
(come lasma bronchiale), ma numerose evidenze ne suggeriscono
un ruolo patogenetico anche in patologie cardiovascolari, quali linfarto
miocardico e lictus cerebrale.
Richiedendo il trasferimento di composti altamente instabili (come nel
caso dei leucotrieni) da una cellula allaltra, il metabolismo transcellulare
presenta diversi ulteriori possibili bersagli farmacologici, rispetto a quelli
tradizionali, in grado di modulare la produzione finale dei prodotti
ad attivit biologica.Tra questi, ricordiamo le proteine, in grado di legare
e stabilizzare lintermedio di sintesi, nonch i trasportatori
di membrana, che permettono allintermedio di passare da una cellula
allaltra. Interferire con queste molecole accessorie al metabolismo
transcellulare significherebbe modulare unicamente la biosintesi
transcellulare di leucotrieni senza alterare la produzione derivante
da cellule capaci di sintetizzare leucotrieni senza lausilio di altre cellule.
Tale distinzione di particolare rilevanza in quanto la biosintesi
transcellulare particolarmente coinvolta nei processi di risposta
infiammatoria, dove la interazione tra cellule diverse (come neutrofili
e cellule endoteliali) rappresenta un passaggio chiave nellambito
della fase cellulare della flogosi.

nche se considerato argomento di grande interesse, fino


al progetto sviluppato in collaborazione con Robert C. Murphy, acting
director del Department of Pharmacology della University of Colorado,
non vi erano evidenze inequivoche che la biosintesi transcellulare
dei leucotrieni avesse luogo in vivo.
Per provare che effettivamente il metabolismo transcellulare potesse
significativamente contribuire in vivo alla biosintesi dei leucotrieni,
abbiamo creato dei topi chimerici nei quali nessuna cellula
da sola possedeva entrambi gli enzimi
necessari alla sintesi di leucotrieni.
Questi animali, come la mitologica
chimera, possedevano sia cellule
il cui corredo genetico era quello
di topi privi di uno degli enzimi, che
cellule il cui corredo genetico era
quello di topi privi unicamente
del secondo degli enzimi necessario
alla sintesi di leucotrieni.
In questi topi, lunica possibilit
di produzione di leucotrieni doveva

passare attraverso meccanismi di biosintesi transcellulare.


Negli animali stata quindi indotta una risposta infiammatoria,
rappresentata da una peritonite sperimentale attraverso la iniezione
di frammenti di parete batterica. La produzione di mediatori
dellinfiammazione che ne conseguita stata valutata mediante
avanzate e specifiche tecniche di spettrometria di massa messe a punto
nel laboratorio di Murphy.
Con grande soddisfazione abbiamo quindi potuto osservare
la produzione di leucotrieni anche in animali nei quali nessuna cellula
possedeva lintero bagaglio enzimatico necessario alla loro sintesi,
provando inequivocabilmente che la biosintesi transcellulare
rappresenta una via metabolica che, per quanto complessa, ha luogo
anche in vivo.
Inoltre, la valutazione dei parametri della risposta infiammatoria ha
permesso di concludere che la quantit di leucotrieni prodotta per
biosintesi transcellulare era sufficiente a contribuire significativamente
alla risposta flogistica osservata.
Nel suo continuo sforzo di adattamento, la natura ha quindi messo
a punto dei meccanismi per i quali una stessa cellula, utilizzando
la stessa macchina enzimatica, pu dare luogo alla formazione
di metaboliti diversi in dipendenza dellambiente cellulare nel quale essa
si viene a trovare, sottraendo, creativamente, la formazione
dei leucotrieni alle rigide regole dellaritmetica.
Questo risultato apre la strada a interessanti sviluppi in ambito
farmacologico, introducendo nuovi potenziali bersagli alla terapia
antiinfiammatoria con lobiettivo di modulare esclusivamente la
biosintesi transcellulare dei leucotrieni.
In considerazione del fatto che tale meccanismo opera quando cellule
differenti si trovano ad interagire nellambito di una reazione
tipicamente infiammatoria, lasciando inalterata la produzione
di mediatori in condizioni diverse dalla flogosi, esso potrebbe
rappresentare un approccio in grado di colpire selettivamente
la risposta infiammatoria alla base di numerose patologie croniche.
Il lavoro che ha portato a questi risultati stato pubblicato nel maggio
2009 su PNAS (Proceedings of the National Academy of Science) 1
e rappresenta il coronamento ideale di una linea di ricerca proseguita
per ventanni (come sono trascorsi in fretta!) e svolta in collaborazione,
a Milano e a Denver, con Giancarlo Folco, Ferruccio Berti, Robert
Murphy e Peter Henson, nonch con Jacques Maclouf, prematuramente
scomparso nel 1998.
doveroso ringraziare gli enti che hanno reso possibile
il raggiungimento di questi risultati: a partire dallUniversit di Milano,
dalla Comunit Europea, attraverso il grant LSHM-CT-2004-5033, fino
al National Heart Lung and Blood Institute che, sostenendo
un programma di scambio bilaterale, ha mantenuto viva negli anni
la collaborazione con Denver e Murphy e fino alla
U.S.-Italy Fulbright Commission, per avere
creduto in questo progetto assegnandogli una
William Fulbright Research Scholarship.
1
Transcellular biosynthesis of cysteinyl leukotrienes in vivo
during mouse peritoneal inflammatio.
Simona Zarini, Miguel A. Gijn, Aaron E. Ransome,
Robert C. Murphy, and Angelo Sala. PNAS 2009,
106:8296-8301, published online before print May 4, 2009,
doi:10.1073/pnas. 0903851106.

Universit

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Interventi

Neuromanie,o della risonanza del salmone


di Gabriella Pravettoni, Dipartimento di Studi sociali e politici, e Gianluca Vago, Dipartimento di Scienze cliniche Luigi Sacco,
Universit degli Studi di Milano.

llinizio dello scorso anno, due neuropsicologi italiani, Paolo


Legrenzi e Carlo Umilt hanno dato alle stampe un breve pamphlet
dal titolo Neuromania. Il cervello non spiega chi siamo, che ha
esplicitato alcune osservazioni critiche sul tema della relazione tra
mente e cervello.
Nellambito delle iniziative del Corso di laurea interfacolt di Scienze
cognitive, abbiamo voluto dare spazio a una discussione pi articolata
su questi temi, in un incontro che si tenuto il 14 ottobre scorso
nella nostra Aula Magna e che ha riscosso un notevole interesse.
La provocazione dei due autori riguarda la necessit di una valutazione
critica dellimponente serie di studi e dati che si sono accumulati,
soprattutto nellultimo decennio, sulla possibilit di localizzazione
topografica delle funzioni mentali, legata allo sviluppo di alcune tecniche
di indagini morfologiche in vivo delle strutture cerebrali.
Prima fra tutte, ma non unica, la risonanza magnetica funzionale, tecnica
di imaging che consente appunto lidentificazione delle aree cerebrali
che vengono attivate (in realt, la risonanza misura il consumo
di ossigeno delle diverse zone del cervello, che si ritiene sia misura
indiretta della loro attivazione) in diverse situazioni sperimentali che
riproducono alcune attivit elementari. Si pu, ad esempio, verificare
quale il pattern di attivazione cerebrale quando si chiede al soggetto
di compiere una scelta tra due alternative di acquisto, o di collocazione
politica, o di scelta morale, o ancora cosa accade di fronte a due
immagini differenti, e cos via. Limplicito, certo non nuovo nella storia
dello studio delle funzioni mentali, che si possano correlare variabili
psicologiche classiche, ad esempio latteggiamento politico, con
parametri neurofisiologici; e da qui, in successione, verificare se
un determinato orientamento politico, o una determinata attitudine
alle scelte economiche, corrisponda a una particolare struttura
della risposta funzionale neuronale. E infine, se sia possibile,
manipolando questa modalit di risposta, indurre delle variazioni
nelle funzioni mentali e nei comportamenti che da esse derivano.

u queste basi, si sono sviluppate, negli ultimi anni, diverse discipline o presunte tali - che fanno riferimento allo studio delle basi
neurofisiologiche che condizionano i processi mentali, in ambiti anche
molto diversi delle scienze umane. Il catalogo, cui fa riferimento appunto
il termine neuromania, lungo, a partire dalla neuro-economia, la neuroestetica, la neuro-etica, la neuro-pedagogia, la neuro-politica, la neuroteologia e via elencando.
Come accaduto spesso nella storia del pensiero scientifico, lo sviluppo
di una tecnica condiziona grandemente la riflessione epistemologica.
In fondo, lo studio delle localizzazioni cerebrali data da almeno due
secoli. Niente impediva di parlare delle varie neuro+, come le hanno
chiamate i due autori, partendo dai dati di localizzazione ottenuti
studiando i deficit cognitivi causati da lesioni cerebrali focali.
stato lo sviluppo delle indagini di neuroimaging e, recentemente,
di stimolazione esterna della corteccia cerebrale, a imporre un nuovo
possibile paradigma (cos come, in un altro campo, stata la scoperta
di una tecnica di amplificazione genica, la polymerase chain reaction,
a trasformare radicalmente le possibilit di studio del genoma umano).
Il salto metodologico rappresentato dalla possibilit di verificare
sperimentalmente cosa avviene nel nostro cervello in risposta a un
determinato stimolo, o in una determinata situazione.
Come era prevedibile, la disponibilit diffusa di questi metodi di indagine
ha portato a un aumento esponenziale degli studi in questo settore,
con un meccanismo di induzione legato anche alle disponibilit
di finanziamento (negli Stati Uniti, ma non solo, ci sono stati importanti
investimenti in questo settore ed chiara la spinta tecnologica
e la ricaduta economica che questi studi implicano) e con effetti, anche
questi ben noti, di replicazione poco originale dei dati (per chi fosse
interessato a questi aspetti, rimandiamo al sito http://spore.swmed.edu/
dejavu).
Sul piano della qualit metodologica, tuttavia, molto pi importante
la verifica, non semplice, dellattendibilit e riproducibilit dei dati

ottenuti con le tecniche di imaging, che, come accennato, misurano,


almeno per quanto riguarda la risonanza magnetica, lattivit cerebrale
in modo indiretto, temporalmente sfasato rispetto allattivazione stessa,
e con complesse rielaborazioni statistiche per la definizione dei valori
soglia. A questo si riferisce il salmone del titolo. Da qualche mese,
stato messo in rete un articolo, ovviamente provocatorio, sui risultati
della risonanza magnetica effettuata su un salmone morto (!). Intento
provocatorio, appunto, da parte di un serissimo gruppo di ricerca
statunitense, volto a sottolineare la necessit di un severo rigore
metodologico, a parer loro debole o mancante del tutto in una parte
delle pubblicazioni di settore. (http//prefrontal.org/files/posters/BennetSalmon-2009.pdf).

e questo vero per chi pi direttamente coinvolto nella ricerca


e nello studio dedicato, lo ancora di pi per gli aspetti divulgativi, che
hanno letteralmente inondato la pubblicistica a larga diffusione, con
eccessivi effetti di semplificazione. probabile che molti si siano convinti
che le aree disegnate in diversi colori, che ciascuno di noi ha visto
riprodotto accanto a una titolistica di richiamo (scoperta larea
dellinnamoramento, cos come, periodicamente, si scopre
il gene dellinnamoramento, accanto allimmancabile immagine della
doppia elica del DNA), corrispondano alla realt, colore compreso.
Il richiamo a queste esigenze, peraltro proprie a qualsiasi ricerca
scientifica, ha trovato anche risposta nella messa a punto da parte
dei neurofisiologi e neurologi della nostra Universit di metodiche
di mappaggio e di stimolazione transcranica che rappresentano
raffinate evoluzioni nello studio e nella manipolazione delle attivit
cerebrali.
Al di l degli aspetti tecnici, il nucleo rilevante delle osservazioni critiche
si concentra, di fondo, sul rischio di un eccessivo riduzionismo
interpretativo e poggia su alcune osservazioni che nel corso
del convegno sono state pi volte ricordate.
La prima ancora legata alle condizioni sperimentali alle quali si
riferisce la maggior parte degli studi di localizzazione; in particolare,
al fatto che lanalisi delle risposte neurofisiologiche si limita, di necessit,
a compiti elementari, e in condizioni molto lontane da quelle nelle quali
ciascuno di noi agisce normalmente.
Un task di scelta economica, ad esempio, rappresenta una funzione
mentale molto semplice, settorializzata, e non contestualizzabile.
In sostanza, necessaria una condivisione chiara, che preceda
la valutazione neurofisiologica, di quali siano le funzioni mentali rilevanti
per la scelta stessa; e questo vale, probabilmente di pi, per gli studi
neuroetici, neuropolitici e cos via.
Come ha sottolineato Carlo Umilt, da qualche anno sono stati
effettuati importanti studi sulle basi nervose delle funzioni mentali
coinvolte nel pensiero matematico, senza che nessuno (almeno, fino
ad oggi) abbia sentito il bisogno di fondare la neuro-matematica.
Proprio partendo dallesempio degli studi in campo neuroeconomico,
la seconda sessione del convegno ha voluto affrontare il punto forse
ora pi controverso (della stessa controversia che riguarda, da tempo,
il rapporto tra geni e comportamento). Sono cio stati discussi tutti
quegli elementi, storici, organizzativi, antropologici ed emotivi che
incontestabilmente condizionano, al di l dei meccanismi fisiologici
che ne sono alla base, il comportamento economico individuale
e di gruppo. Come per ricordare quanto sia rischiosa, e per certi versi
paradossale, la tendenza, questa s impetuosa, alladozione di criteri
esclusivamente definiti dalle condizioni strutturali del cervello
nellinterpretazione delle funzioni mentali e dei comportamenti
che ne derivano.
Come stato fatto notare, questa tendenza al primato del cervello
sulla mente, cio di un criterio puramente corporale, si spinta
al punto di influenzare settori tradizionalmente lontani dagli ambiti
tradizionali di ricerca, su materie cruciali (ad esempio, sul fine vita).
La discussione in plenaria, che ha visto confermata la necessit
e il positivo ritorno di un lavoro comune e condiviso, ha coinvolto

i due autori insieme ai relatori della giornata e ad altri colleghi di diverse


discipline.
Volendo tentare una valutazione conclusiva, si potrebbe convenire, in
primo luogo, sulla necessit di un rigore metodologico tanto pi
necessario quanto maggiore la rilevanza culturale dei dati
neurofisiologici presentati alla comunit scientifica e ancor pi offerti
alla divulgazione mediatica.
A fronte degli straordinari progressi nel campo degli studi
di localizzazione, e forse proprio per la loro enorme potenzialit,
crediamo sia importante una interpretazione dei dati ottenuti che
non ceda alla tentazione della spiegazione totalizzante,
dellinterpretazione semplificatoria. I sociologi ci hanno
ricordato quanto fosse scontato, una quarantina di anni
fa, lantibiologismo del tutto costruzione sociale.
probabile che londa lunga della rivincita scientista e
tecnologica, iniziata con laffermazione di un

determinismo genetico a tratti estremo e proseguita in questi anni sul


versante neurocognitivo, possa e debba essere ricondotta, a sua volta,
nellambito pi vasto delle scienze del comportamento.
Il fascino esercitato da una nuova tecnologia non una novit, n per chi
quella tecnologia utilizza, n per chi, non esperto, ne ascolta e ne legge
i risultati. Il fascino della spiegazione ultima altrettanto noto.
La fatica del rigore scientifico pi difficile, forse, ma resta una strada
obbligata. In questa prospettiva, ci pare decisivo il confronto
multidisciplinare tra fisiologi e neurologi, filosofi della scienza, psicologi
cognitivi, sociologi, politologi, storici, linguisti ed economisti che
si occupano dello studio dei complessi meccanismi che regolano
il comportamento umano.

Neuromania. Il cervello non spiega chi siamo,


Milano, Universit degli Studi,14 ottobre 2009.

Immagine ICP

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Interventi

Ricerca

Dalla modellistica molecolare


una nuova strategia antitumore

di Stefano Pieraccini e Maurizio Sironi, Dipartimento di Chimica fisica ed elettrochimica, Universit degli Studi di Milano.

egli ultimi anni la ricerca oncologica ha fatto notevoli progressi


nellindividuare nuovi bersagli terapeutici e nello sviluppare molecole
antitumorali sempre pi efficaci e selettive.A questo successo ha
contributo notevolmente anche la possibilit, offerta dalla sempre
crescente potenza dei calcolatori, di disegnare farmaci che
interferiscano con la proliferazione e diffusione delle cellule tumorali
partendo dalla conoscenza a livello molecolare dei meccanismi che
regolano il loro comportamento.
I risultati di una ricerca sullo sviluppo potenziale di nuovi farmaci
antitumorali, interamente svolta allinterno dellUniversit degli Studi
di Milano, sono stati recentemente pubblicati sulla prestigiosa rivista
Nature Chemistry1.
La ricerca stata condotta dal Molecular modeling group di Maurizio
Sironi e Stefano Pieraccini del Dipartimento di Chimica fisica
ed elettrochimica, in collaborazione con il Gruppo di Sintesi organica
di Giovanna Speranza, del Dipartimento di Chimica organica ed
industriale, coadiuvata da Paolo Manitto, Pierangelo Francescato
e da Graziella Cappelletti, del Dipartimento di Biologia.
Il lavoro ha coinvolto anche due giovani dottorandi, Giorgio Saladino,
per gli aspetti modellistici, e Daniele Cartelli, per quelli biologici.
La ricerca ha preso avvio da uno studio computazionale (in silico)
della tubulina, una proteina essenziale per il processo di divisione
cellulare, e ha permesso di disegnare al calcolatore peptidi
con propriet antimitotiche, ossia capaci di bloccare la proliferazione
cellulare e quindi di potenziale interesse per lo sviluppo di nuovi farmaci
antitumorali. Le molecole di tubulina, ciascuna delle quali formata
da due unit e , si possono associare rapidamente (Fig.1), formando
lunghi filamenti che si uniscono formando una sorta di tubo cavo, detto
microtubulo (da cui deriva appunto il nome della proteina).
I microtubuli sono quindi lunghi polimeri rigidi che si estendono
in tutto il citoplasma regolando numerose funzioni cellulari, tra cui
la mitosi, o divisione cellulare. Quando una cellula entra in mitosi,
i microtubuli si disassemblano rapidamente, per poi riorganizzarsi
a formare una struttura caratteristica, il fuso mitotico (Fig. 2), che funge
da binario per i cromosomi che si devono separare nelle due cellule

figlie. Bloccare lassemblaggio dei microtubuli in questa fase, ovvero


impedire la formazione del fuso mitotico, porta a un rapido arresto
della divisione cellulare.
Attualmente, diversi farmaci antitumorali, ad esempio alcuni principi
attivi ricavati dalla pianta della vinca, usano proprio questa strategia per
bloccare la proliferazione delle cellule tumorali. Purtroppo, tuttavia,
le cellule tumorali possono andare incontro a mutazioni che le rendono
resistenti ai farmaci esistenti. Nellarticolo pubblicato su Nature
Chemistry sono state utilizzate le pi moderne tecniche offerte
dalla modellistica molecolare per studiare il complesso network
delle interazioni che si instaurano quando una molecola di tubulina
si avvicina allaltra per formare il microtubulo (Fig. 1).
Due molecole di tubulina, avvicinandosi, mettono in comune una vasta
superficie, dellordine di migliaia di Angstrom quadrati. Utilizzando
tecniche di dinamica molecolare possibile avere un quadro a livello
molecolare dei diversi tipi di interazione che si instaurano fra le due
molecole e calcolare il contributo energetico che ciascun residuo
(amminoacido) fornisce allinterazione complessiva. stato quindi
possibile costruire una mappa dettagliata di tutta la superficie
di interazione fra due molecole di tubulina che evidenziasse la diversa
importanza dei singoli residui (Fig.3).
Abbiamo cos scoperto che solo alcune regioni della superficie hanno
un ruolo preminente nel legare due tubuline nellatto fondamentale
di formazione del microtubulo.
Alcune di queste regioni sono costituite da una sequenza contigua di
amminoacidi e quindi suggerivano che, isolate dalla tubulina, potessero
dar luogo in modo naturale a dei piccoli peptidi, particolarmente
adatti ad interagire con la tubulina stessa. Lattenzione si era focalizzata
in particolare su tre peptidi ritagliati dalla sequenza originale.
Seguendo questa strategia, nasceva tuttavia un problema: la sequenza
in tal modo ottenuta, che ha notevole importanza nel processo
1

In silico design of tubulin-targeted antimitotic peptides.


Pieraccini S., Saladino G., Cappelletti G., Cartelli D., Francescato P., Speranza
G., Manitto P., Sironi M., Nature Chemistry, 1, 649 (2009).

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Ricerca
di aggregazione quando collocata su una vasta superficie di interazione,
avrebbe continuato a conservare la sua affinit per la controparte
proteica anche quando si fosse trovata ad agire da sola? Proseguendo
nellindagine modellistica, si scoperto che solo due delle tre sequenze
conservano effettivamente la capacit di legarsi alla tubulina una volta
isolate dal resto.

peptidi cos individuati funzionerebbero quindi come una sorta di


nano tappi molecolari. Legandosi alla superficie di una prima molecola
di tubulina questi peptidi impedirebbero a una seconda molecola
di legarsi: questultima infatti troverebbe la superficie gi occupata
proprio nei punti cruciali per la formazione del complesso proteinaproteina. In questo modo, i peptidi selezionati sarebbero in grado
di bloccare la crescita dei microtubuli.
I peptidi disegnati al calcolatore sono stati quindi sintetizzati in fase
solida e testati in laboratorio. In un sistema semplice, utilizzando
tubulina purificata, i due peptidi selezionati hanno dimostrato di
interferire con lassemblaggio dei microtubuli rallentandone la velocit
di polimerizzazione e diminuendo la massa dei polimeri formati.
A conferma ulteriore della capacit predittiva delle tecniche
computazionali, il terzo peptide si invece dimostrato effettivamente
inattivo, confermando quindi lipotesi che la separazione dallambiente
proteico incida profondamente sulle sue propriet. Passando ad un
sistema complesso, rappresentato da cellule isolate da tumore
polmonare umano, i peptidi non hanno deluso le attese. Nonostante
la presenza delle numerose molecole intracellulari, che interagendo con
i microtubuli ne regolano struttura e funzione, i peptidi in studio hanno
mantenuto la loro attivit antitubulinica, inducendo la disorganizzazione
della rete dei microtubuli e impedendo alle cellule di proliferare.

stato in questo modo dimostrato che i peptidi razionalmente


disegnati per impedire alla tubulina di polimerizzare si sono rivelati un
efficiente strumento per agire in cellula, non solo come antitubulinico
ma anche come antiproliferativo. Poich i peptidi impiegati sono
costituiti da sottosequenze della tubulina stessa, caratterizzate da una
elevata importanza nel ruolo di stabilizzazione, ragionevole ipotizzare
che queste molecole siano meno soggette alla perdita di attivit a
seguito di mutazioni. Se infatti si producessero mutazioni sulla tubulina
nei siti di interazione dei peptidi, riducendo cos la loro attivit, si
avrebbe contestualmente una tubulina con una minore capacit di
polimerizzare, in quanto i siti di legame dei peptidi sono gli stessi con
cui interagirebbero le altre molecole di tubulina.
Tali mutazioni influenzerebbero presumibilmente la funzione cellulare
e potrebbero avere esse stesse un effetto antiproliferativo.
La scoperta, oggetto di una domanda di brevetto internazionale
depositata dallUniversit degli Studi di Milano, apre la possibilit
di realizzare nuovi composti antitumorali dotati di una strategia
innovativa rispetto a quelle conosciute fino ad ora e in grado di
interagire con siti di legame diversi da quelli degli antitubulinici classici.
Il lavoro svolto si colloca nellambito della ricerca di piccole molecole
in grado di interferire con le interazioni proteina-proteina: attualmente
uno degli approcci emergenti nello sviluppo di nuovi farmaci.
Le tecniche modellistiche impiegate in questo studio sono applicabili
a una vasta gamma di sistemi proteici e attualmente la nostra attenzione
focalizzata sulla proteina FtsZ, lanalogo batterico della tubulina
potenziale target di farmaci antibiotici.
Molecular modeling group
Dipartimento di Chimica fisica ed Eelettrochimica
http://www.unimi.it.users/sirgroup

Fig.1. La tubulina formata da due unit, denominate (in giallo) e (in rosso), si aggrega
formando un microtubulo (in alto), essenziale nel processo di divisione cellulare.
La modellistica molecolare permette di analizzare in dettaglio le complesse interazioni che
si instaurano allinterfaccia della proteina (in basso).

Fig. 2. Immagine di cellula in mitosi. Nella fotografia


acquisita al microscopio a fluorescenza sono evidenti
i microtubuli (in rosso), che costituiscono la struttura
bipolare del fuso mitotico. I cromosomi (in blu) sono
allineati allequatore del fuso.

Fig. 3. Rappresentazione al computer della superficie di interazione fra due molecole


di tubulina: solo le regioni colorate, cio una piccola frazione della superficie di contatto proteinaproteina, contribuiscono significativamente alle interazioni fra le due molecole.

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Ricerca

Foglie come pannelli solari

di Paolo Pesaresi, Dipartimento di Scienze biomolecolari e biotecnologie, Universit degli Studi di Milano.

n un lavoro recentemente pubblicato sulla rivista Plos Biology1 tre


gruppi di ricerca delle Universit degli Studi di Milano, del Piemonte
Orientale e della Ludwig Maximilian Universitaet di Monaco hanno
identificato una nuova proteina coinvolta nei meccanismi molecolari
che riportano landamento dellapparato fotosintetico delle piante
alle condizioni atmosferiche.
Attraverso la fotosintesi, le piante assorbono lenergia luminosa
e la convertono in sostanza organica, essenziale per lalimentazione
di molti organismi che popolano il nostro pianeta.
La radiazione luminosa che raggiunge le foglie, tuttavia, soggetta
a cambiamenti continui della propria intensit e composizione
spettrale, conseguenza questa di molteplici e naturalissimi fattori:
le nuvole, il movimento delle foglie indotto dal vento, lalternarsi
del giorno e della notte.
Per fronteggiare al meglio queste situazioni, le piante hanno sviluppato
meccanismi molecolari che consentono loro di adattare rapidamente
lapparato fotosintetico alle diverse condizioni luminose e quindi
di ottimizzare lattivit fotosintetica.
Numerosi studi svolti in passato hanno dimostrato che, a seconda
delle condizioni luminose, lapparato fotosintetico pu assumere due
diverse modalit funzionali, definite come stato 1 e stato 2.
Nel 2005, lo stesso gruppo di ricerca che ha condotto lo studio
pibblicato su Plos Biology, aveva identificato lenzima chinasi STN7
responsabile della transizione dallapparato fotosintetico dallo stato
funzionale 1 allo stato 2, mediante laggiunta di gruppi fosfato
a una proteina dellapparato fotosintetico deputata allassorbimento
della luce (Nature, 2005, 437: 1179-1182).
In questultimo lavoro, i tre gruppi di ricerca hanno identificato
una nuova proteina, lenzima fosfatasi TAP38, responsabile
di rimuovere i gruppi fosfato e quindi di riportare lapparato
fotosintetico allo stato funzionale 1.
Il gene codificante la fosfatasi TAP38 stato isolato nella pianta
modello Arabidopsis thaliana attraverso un approccio di genomica
funzionale. Dieci geni nucleari, codificanti fosfatasi predette o
sperimentalmente verificate essere localizzate nel cloroplasto, sono

stati silenziati e le corrispondenti linee mutanti di Arabidopsis analizzate


per la capacit del loro apparato fotosintetico di passare dallo stato
funzionale 1 allo stato 2 e viceversa in funzione delle condizioni
luminose ambientali.
Si potuto in tal modo osservare che la linea mutante di Arabidopsis,
priva della fosfatasi TAP38, rimaneva bloccata allo stato funzionale 2
indipendentemente dalle condizioni luminose, conseguenza del fatto
che i gruppi fosfato aggiunti dalla chinasi STN7 allapparato
fotosintetico non erano rimossi.
Nello stesso tempo, si anche potuto verificare che altre piante,
parimenti private della fosfatasi TAP38 ma coltivate in serra e quindi
in condizioni di luminosit per le quali la permanenza della pianta
nello stato 2 risulta particolarmente funzionale beneficiavano
di unattivit fotosintetica addirittura migliore rispetto alle piante
selvatiche di controllo, come dimostrato anche dalla maggior
produzione di biomassa. Unosservazione, questultima, particolarmente
interessante per le ricadute che la conoscenza di questo meccanismo
molecolare potr avere nel controllo della produttivit delle
coltivazioni in serra.
In conclusione, oltre a chiarire importanti dettagli molecolari alla base
della regolazione della fotosintesi, i risultati del lavoro pubblicato su
Plos Biology aprono nuove e importanti prospettive per
il miglioramento della fotosintesi e della produttivit agricola.
Considerando le foglie del tutto simili a dei veri e propri pannelli solari,
che assorbono e accumulano lenergia luminosa, la conoscenza
dei meccanismi molecolari utilizzati per ottimizzare lassorbimento
della luce potr inoltre essere utile anche per sviluppare in futuro
tecnologie pi efficienti nellassorbimento e nellaccumulo
della radiazione solare.
1

Role of Plastid Protein Phosphatase TAP38 in LHCII Dephosphorylation


and Thylakoid Electron Flow.
Mathias Pribil, Paolo Pesaresi, Alexander Hertle, Roberto Barbato, Dario Leister
Plos Biology 8(1): e1000288. doi:10.1371/journal.pbio.1000288
http://www.plosbiology.org/article/info:doi/10.1371/journal.pbio.1000288

Limmagine mette a confronto la pianta priva della proteina TAP38 (tap38-1) con la pianta selvatica
di controllo (WT). Si tratta di piante cresciute in serra, dove in genere indotto lo stato 2, pertanto la pianta
priva della fosfatasi (tap38-1), che bloccata in uno stato 2 amplificato, caratterizzata da migliori capacit
fotosintetiche, come del resto evidenziato dal maggiore accumulo di biomassa, quasi raddoppiato rispetto
alla pianta selvatica.

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Le Vetrine del Sapere

Acqua e Civilt nelle terramare.


La vasca votiva di Noceto
di Mauro Cremaschi, Dipartimento di Scienze della terra A. Desio, Universit degli Studi di Milano.

l volume Acqua e Civilt nelle terramare. La vasca votiva di Noceto


- che fa parte della Collana Le Vetrine del Sapere, edita da Universit
degli Studi di Milano e Skira - costituisce la prima pubblicazione
organica - rivolta ad un ampio pubblico - degli scavi e degli studi
archeologici e naturalistici condotti nella vasca votiva di Noceto. Si
tratta di uno straordinario manufatto ligneo, venuto in luce a seguito di
una circostanza fortuita tre anni fa in un cantiere edile, in localit
Torretta di Noceto, sulla sponda sinistra del Taro, in provincia di Parma
e da allora oggetto di ricerche che si svolgono in stretta collaborazione
fra Soprintendenza per i Beni Archeologici dellEmilia Romagna,
Universit degli Studi di Milano e Comune di Noceto.
La scoperta fu inattesa per tutti: per i costruttori, che agivano in unarea
senza vincoli archeologici pregressi, ma anche per gli studiosi, che
ignoravano presenze archeologiche significative nella zona, avendo
ormai la Soprintendenza, ovvero lEnte preposto alla tutela, una buona
conoscenza del territorio in questione per quanto riguarda
distribuzione e consistenza dei monumenti archeologici.
Accurate ricerche darchivio hanno poi permesso di accertare che
la vasca lignea si trova nelle immediate vicinanze della terramara di
Noceto segnalata dalla letteratura ottocentesca, ma di cui si era persa
memoria, perch esaurita dalle cave di terra fertile in essa aperte gi alla
met del XIX secolo. Le terramare infatti devono la loro scoperta da
parte della nascente ricerca preistorica nellOttocento al fatto che per
quasi un secolo vennero utilizzate come cave di terreno fertile ricco
di sostanze azotate, usato come concime minerale.
Da questo terreno, la terra marna, deriva anche il nome con cui esse
vengono identificate.

a scoperta della vasca di Noceto arricchisce notevolmente le nostre


conoscenze sul culto delle acque nella civilt terramaricola, ma anche
sulle sue capacit tecniche ed organizzative e sulla sua cultura materiale.
Innanzi tutto leccellente stato di conservazione a rendere la scoperta
di Noceto straordinaria. Le argille perfettamente impermeabili in cui
la vasca alloggiata hanno garantito le condizioni anossiche che hanno
permesso alla struttura lignea e a tutto il suo contenuto organico
di giungere intatto fino a noi. Quasi mai infatti le opere di carpenteria,
che pure dovevano essere comuni nei villaggi terramaricoli, costruiti
principalmente di legno, si sono conservate e soltanto poche immagini
fotografiche hanno testimoniato fino ad oggi le fortunate scoperte
e terramare sono i resti archeologici di grandi villaggi delimitati
del XIX secolo.
da argine, localizzati nella pianura, in unarea compresa nelle attuali
In secondo luogo, di grande rilievo sono le grandi dimensioni
province di Piacenza, Modena, Cremona e Mantova, che ancor oggi
e larchitettura della vasca, che non ha confronti nellambito della
costituiscono piccole colline artificiali che spiccano sul piatto paesaggio
Protostoria europea. La costruzione della vasca ha richiesto limpegno
padano.Tali insediamenti si sono sviluppati tra media e recente et
di una notevole forza lavoro, e di approfondite competenze artigianali
del Bronzo (dal 1600 al 1150 a.C.) e costituiscono la testimonianza
e conoscenze geotecniche.Alloggiata in una fossa che ha richiesto la
della pi antica civilt che introdusse per la prima volta lagricoltura
rimozione di ottocento metri cubi di terreno, stata costruita in modo
irrigua in val Padana, nel quadro di un progetto ambizioso
modulare mediante soltanto quattro tipi di elementi lignei, tutti
di pianificazione territoriale sistematica.
accuratamente lavorati e sfaccettati: 250 assi ricavate da alberi secolari
Gi gli studiosi del XIX secolo avevano individuato lo stretto rapporto
disposte a rivestire le pareti della vasca su di una altezza di quattro
che intercorre fra i corsi dacqua e gli abitati. Gran parte di questi,
metri, 26 pali verticali posti a distanze regolari a delimitare una
classicamente delimitati da una palizzata e da un terrapieno, apparivano
planimetria rettangolare di 11 X 6 metri, allo scopo di reggere le assi,
circondati da un fossato, che attraverso
sostenuti da due reti di travi orizzontali
un canale veniva alimentato dal vicino corso
incrociate ad angolo retto. I pali posti agli spigoli
dacqua. Questa circostanza, ampiamente
del manufatto, che non sono altrimenti
confermata oggi dalle ricerche geomorfologiche,
sostenuti, vengono trattenuti nella loro
non era dovuta a (o non soltanto) a ragioni
posizione da due travi orizzontali, lunghe ben
difensive, quanto piuttosto alla scelta di utilizzare
tredici metri, che si incrociano al centro
i villaggi come nodi idraulici per raccogliere e
della vasca (Figg. 2 e 3).
ridistribuire la risorsa idrica ai campi circostanti,
Le ricerche degli ultimi anni hanno posto in luce
mediante una fitta rete di canali irrigui
la rilevante capacit operativa ed organizzativa
(o drenarvi quella in eccesso).
delle comunit terramaricole nel realizzare
Ne buon esempio la Terramara Santa Rosa
imponenti opere comunitarie, quali la
(Poviglio, Reggio Emilia), che oggetto di scavi
realizzazione dei canali irrigui, dei fossati
archeologici estensivi da pi di ventanni, i cui
e dei terrapieni che circondano i villaggi. Ma in
margini sepolti dalle alluvioni del Po conservano
questo caso non pu non stupire laccurata
intatte le strutture idrauliche risalenti allet
geometria della struttura, frutto di un perfetto
del Bronzo. Queste appaiono particolarmente
progetto ingegneristico e di una sua attenta
complesse: in un primo tempo nel tratto
realizzazione.
esplorato, una serie di grandi pozzi aperti lungo
Si pensi che non esistono in pratica trucioli
la recinzione per captare le falde sotterranee ivi
nellintero riempimento della vasca, vale a dire
esistenti riversano le loro acque allinterno
che tutti gli elementi della vasca sono stati
Acqua e Civilt nelle terramare. La vasca votiva
del fossato che ha forma asimmetrica, ripido
costruiti altrove e successivamente trasportati
di Noceto, a cura di Maria Bernab Brea
ed inaccessibile verso labitato, dolcemente
e montati in luogo quasi senza incertezze
e Mauro Cremaschi, Universit degli Studi di Milano
inclinato verso la campagna circostante e quindi
e Skira, 2009.
e ripensamenti.

10

facilmente accessibile da questa direzione (Fig. 1).


In una fase tarda dellabitato, quando un periodo di aridit, che forse
contribu al crollo dellintero sistema terramaricolo, aveva determinato
localmente labbassamento delle falde e aveva sostanzialmente
prosciugato il fossato, numerosi pozzi vengono aperti sul fondo per
raggiungere falde acquifere pi profonde ed ancora alimentate.
Essi si addossano particolarmente sul lato esterno verso la campagna
e sono collegati ad una serie di vasche e conche che appaiono destinate
a veicolare lacqua in questa direzione. curioso osservare che
numerosi pozzi posti al margine esterno del fossato contengono tazze
quasi integre che potrebbero avere una destinazione funzionale,
ad esempio per attingere acqua e riempire recipienti di maggiori
dimensioni, ma potrebbero pure costituire modeste offerte rituali, che
si collegano al culto delle acque, ben attestato in tutta let del Bronzo
europea, in luoghi lontani dallabitato, da spade gettate nei fiumi e da
recipienti ceramici posti in grotte sorgive ed in pozzi votivi.

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Le Vetrine del Sapere

a a quale scopo venne costruita la vasca? Innanzi tutto, a


contenere acqua, come indicano inoppugnabilmente i sedimenti che la
colmano.
Le sottili lamine graduate (sabbia alla base e limo organico al tetto),
alternate a sottili strati di fango organico (gyttja) e di limo sono tipici
dellambiente lacustre e dimostrano che la vasca nata ed stata
mantenuta come un piccolo lago artificiale.
La sua posizione innaturale tuttavia - alla sommit di un terrazzo,
in unarea priva di falde sotterranee, dove pu essere stata alimentata
solo mediante particolari accorgimenti - fanno pensare che la sua finalit
esuli dal solo sfruttamento delle risorse idriche.
Bisogna poi considerare il materiale contenuto: a differenza della gran
parte dei depositi archeologici coevi, la vasca di Noceto ha conservato
un numero elevatissimo di manufatti in legno derivanti soprattutto
dal mondo agricolo (quattro aratri, due pale - probabili ventilabri - ,
manici di asce, panieri e molti altri strumenti dalluso sconosciuto).
Vi sono, intercalati alla stratificazione e concentrati nei livelli in cui
sono depositati gli altri oggetti, anche centinaia di piccoli rami,
provenienti dalla scalvatura del bosco e composti da una ricca variet
di essenze arboree, che sembrano essere stati appositamente gettati
allinterno della vasca.
Oltre agli oggetti in legno, sono stati reperiti altri tipi di manufatti, tra
cui un ricchissimo insieme di recipienti ceramici (pi di 150 esemplari
integri o ricostruibili), specialmente tazze ed orcioli.
Questi oggetti non sono stati gettati alla rinfusa, non costituiscono
scarichi di rifiuti e non sono caduti accidentalmente allinterno
della vasca, ma sono stati accuratamente distribuiti ed appoggiati,
a diverse riprese, lungo i margini della vasca stessa e costituiscono,
nellinterpretazione dei curatori del volume (Maria Bernab Brea
e lo scrivente) vere e proprie offerte votive, che farebbero della vasca
di Noceto un singolare manufatto dedicato al culto delle acque.
coerente con questa interpretazione la presenza di un numero
significativo di oggetti fittili miniaturistici, che per lo pi sembrano
1

pertinenti alla ritualit domestica: vasetti, una figurina umana, figurine


di animali, frammenti di ruota. Inoltre, offerte puramente simboliche
sembrano costituite da piccoli ciotoli accuratamente scelti per
dimensioni, forma e litologia dal vicino greto del Taro e gettati nelle acque
della vasca volontariamente. Infine, come offerte sacrificali potrebbero
essere interpretati, a prima vista, anche i resti animali trovati nella vasca,
che sembrano lesito della selezione di alcune parti dello scheletro,
in particolare i frammenti di cranio.
Il legno della struttura e i sedimenti del suo riempimento costituiscono
inoltre uno straordinario archivio di dati naturalistici (pollini, sedimenti,
diatomee, macroresti vegetali, legno, anelli degli alberi), il cui studio
multidisciplinare, solo agli inizi. Gi dai dati pubblicati nel volume
tuttavia emergono importanti elementi per ricostruire il paesaggio
padano dellet del Bronzo, caratterizzato da una radicale deforestazione
e da una prospera agricoltura, e per valutare il peso che ebbero
nel modellarlo le azioni contrapposte del clima e delle comunit che vi
si insediarono.
N meno importante la possibilit di pervenire ad una cronologia fine,
associando le datazioni radiocarboniche a lunghe serie
dendrocronologiche assicurate dai tronchi pluricentenari utilizzati
per la fabbricazione delle assi: in questo modo sar possibile ancorare
la traiettoria della civilt terramaricola alla cronologia delle civilt
centroeuropee e mediterranee.
Lo scavo archeologico nella vasca votiva di Noceto riprender fra breve;
resta infatti da porre in luce unaltra vasca sottostante, fino ad oggi
inesplorata, di cui si ignora il significato e che potrebbe riservare ulteriori
sorprese.
prioritario tuttavia assicurare la conservazione e garantire
la valorizzazione di una struttura cos significativa e importante: a questo
fine in corso, a cura della Soprintendenza per i Beni Archeologici
dellEmilia Romagna, il complesso e lungo lavoro di restauro, al termine
del quale la vasca, ricostruita, potr essere offerta alla fruizione
del pubblico in un Museo ad essa dedicato, che il Comune di Noceto sta
gi realizzando.

1. I pozzi del fossato nella terramara Santa Rosa di Poviglio.


2. La rete di travi inferiori nella vasca votiva di Noceto.
3. Le travi orizzontali sovrapposte al centro della vasca votiva di Noceto.

11

Sistema Universit edito


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