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Il proletariato e il

problema della direzione


rivoluzionaria
L'esperienza proletaria
seguito da

Claude Lefort
[ Le proltariat et le problme de la direction rvolutionnaire, in Socialisme ou Barbarie, serie IV, n. 10, luglio-agosto 1952.
Lexprience proltarienne, in Socialisme ou Barbarie, serie IV, n. 11, novembre-dicembre 1952, pp. 1-19; una
traduzione italiana apparve in Collegamenti per l'organizzazione diretta di classe, n. 3-4, maggio 1978, pp. 129-48 ]

Introduzione
L'esperienza proletaria di oggi ruota tutta intorno alla fine dell'identit operaia. Posta cos,
quest'affermazione non pone particolari problemi a chicchessia: anche i nostalgici del Gran Partito e dei
ranghi compatti della classe operaia sono talvolta disposti a riconoscere la crisi d'identit della classe
per la quale militano. Il problema sorge nel momento in cui si va a grattare nel torbido di questa crisi
d'identit. Forse che essa solo e unicamente imposta prodotto dell'offensiva capitalista e
dell'arretramento delle lotte? O piuttosto un qualcosa che la classe, da parte sua, assume e declina
attivamente nei suoi comportamenti e nelle sue lotte?
I due articoli di Socialisme ou Barbarie che qui proponiamo ci dicono principalmente una cosa ( il
motivo per cui li proponiamo): che la classe come materia prima, semplice oggetto del capitale, una
robinsonata non meno patente di quelle dell'economia politica classica duramente criticate da Marx.

E nella realt attuale abbiamo pi di un motivo per sottoscrivere ancora una volta l'analisi. Si
scandalizzino pure i sognatori di egemonie progressive o Stati Maggiori del proletariato, di cammini
pacifici o tumultuosi dalla lotta sindacale alla lotta politica, di un'ideale di unit di classe tutto formale e
comunque perduto: la segmentazione della classe, la discontinuit e la non-convergenza delle lotte, il
corporativismo etc., sono tutte cose non semplicemente imposte e subite, ma pi spesso
volontariamente cercate e apertamente rivendicate.
Lasciamo pure da parte l'etnicizzazione della lotta di classe stessa (ma chi si ricorda i picchetti antiitaliani degli operai inglesi alla raffineria di Lindsey nel 2009?). Aggiungiamo che la fine dell'identit
operaia, attivamente assunta, ha oltre a queste espressioni modi ben pi banali di manifestarsi nella
vita quotidiana: l'accesso almeno per i nativi occidentali alla condizione operaia come conseguenza
del fallimento del percorso scolastico; le piccole fughe individuali dal salariato formale, dal lavoro
autonomo all'economia informale, criminalit compresa; quei 3 milioni dati Istat per l'Italia che non
hanno un lavoro e non lo cercano pi perch troppo stanchi e sfiduciati.
Sul versante delle lotte, tutto il micromondo militante si aspettava, con l'ultima riforma del lavoro e
l'attacco allo Statuto del Lavoratori simbolo delle lotte passate e della dignit operaia in Italia, mito
mobilitante innalzato quasi allo stesso rango della Resistenza antifascista da umanisti sinistrorsi alla
Giorgio Bocca la ricomparsa in pompa magna dei ranghi compatti e dell'unit operaia. Ci non
avvenuto. E bisognerebbe rifletterci sopra seriamente, al di l delle solite litanie sulla mancanza di
coscienza di classe.
Per il proletariato nel suo insieme, l'appartenenza di classe rimane una realt inaggirabile, ma ci sono
molte maniere diverse di viverla: oggi, in ogni suo aspetto, una costrizione per guadagnarsi di che
vivere, impossibile da volgere in positivo. L'unit della classe esiste anch'essa, ma non pi altro che
un'oggettivit estranea che esiste nella divisione del lavoro, nella cooperazione capitalistica, nell'operaio
collettivo che esiste, insomma, perch il capitale esiste. Fine dell'identit operaia vuol dire anche che
non vi pi mediazione tra il particolare e il generale della situazione di classe. Lo vediamo nella fase attuale: da
una parte le lotte operaie specifiche di azienda o di settore (i minatori asturiani, i facchini del polo
logistico nel Nord Italia etc.), dall'altra l'universale astratto l'unico possibile delle lotte interclassiste
di Oakland e Barcellona: siamo il 99%. Impossibile sussumere il particolare sotto il generale,
altrettanto impossibile ridurre il generale al particolare. Di qui un paradosso, che la stessa ragion
d'essere della prospettiva comunizzatrice: fino a che i proletari non inizieranno a rimettere praticamente
in causa il rapporto che li unisce cio il rapporto capitalistico essi ritroveranno ancora e sempre, in
ogni lotta, tutte le divisioni e le separazioni loro inerenti; che non sono affatto, detto en passant, dei
banali accidenti in rapporto ad un'essenza invariante pi o meno atemporale, ma il fatto stesso della
loro appartenenza di classe. Di fronte alla consistenza molecolare delle lotte operaie, l'unica unit possibile
rimarr quella del contratto sociale, la comunit (astratta) dei cittadini pi o meno indignati. Questi sono
i termini del problema. Hic Rhodus, hic salta!
[ Il Lato Cattivo, dicembre 2012 ]
***

Il proletariato e il problema della direzione rivoluzionaria


Le riflessioni che sottoponiamo ai compagni di Socialisme ou Barbarie e al pubblico della rivista, non
costituiscono altro che un contributo al problema della direzione rivoluzionaria. Non pretendiamo
affatto di presentare una teoria nuova da opporre, per esempio, alla teoria leninista dell'organizzazione.
Si vedr che si tratta piuttosto di criticare l'idea stessa di una teoria della direzione e di mostrare che su
questo punto preciso delle forme di lotta e d'organizzazione, il proletariato la sua propria teoria.
significativo che la maggior parte dei raggruppamenti di estrema sinistra, quali che siano per altri versi
le loro divergenze ed il grado di maturit ideologica, concordino sulla necessit di costruire un partito
del proletariato. La critica qualora essa esista concerne il ruolo e la natura di questo partito (inteso,
per esempio, sul modello dell'organizzazione bolscevica); ma l'idea fuori discussione, come fosse un

postulato della rivoluzione. non meno significativo, ai nostri occhi, che l'avanguardia sembri non
voler vedere questa evidenza: nessuna delle manifestazioni rivoluzionarie successive alla Liberazione ha
avuto per effetto quello di suscitare la creazione di un partito o di rafforzare il piccolo partito esistente
il P.C.I.1 (tenendo conto della sua politica profondamente erronea); l'antipatia degli operai pi
coscienti rispetto ad un nuovo partito evidente. Questa repulsione soltanto un aspetto minore della
demoralizzazione operaia, oppure riveste un senso pi profondo? Essa incita almeno alla riflessione, e il
fatto di non porre la questione in tutta la sua ampiezza, significa dare prova di un allarmante
dogmatismo. Si potrebbe pensare che sia artificiale il fatto di sollevare questo problema in un periodo
in cui praticamente impossibile costituire un partito, e in cui le divergenze su tale punto sono
apparentemente prive di conseguenze. Ma ci significherebbe non comprendere che il problema della
direzione rivoluzionaria non un problema tra gli altri, esso mette in causa l'idea stessa di proletariato.
ci che, del resto, ci apparso quando, incaricati dal gruppo di preparare un testo sulla classe e la sua
avanguardia, abbiamo dovuto necessariamente collegare la nostra analisi ad una concezione della
direzione.
Senza entrare nel dettaglio di questo primo testo, senza preoccuparci di dimostrare in questa sede la
validit del concetto di proletariato n di descrivere il suo movimento storico, isoliamo comunque
alcuni punti essenziali che guidano la nostra interpretazione attuale.
Note preliminari sulla natura del proletariato
1) Il proletariato ha una definizione economica e i suoi tratti pi generali sono fissati da questa
definizione. Ma questa definizione comprende una storia; anche laddove ridotto al suo ruolo
di produttore, esso gi preso in una trasformazione, che si interromper solo con la sua
sparizione. Tutti i cambiamenti che sopravvengono nel suo modo di lavorare hanno delle
ripercussioni sul suo numero, la sua concentrazione, la sua composizione e la sua condotta.
2) In rivolta per il semplice fatto di essere una classe sfruttata, costretto ad una lotta permanente
contro il capitalismo dalla sua situazione di classe salariata (che deve difendere il valore della sua
forza-lavoro sul mercato), il proletariato rivoluzionario per la natura del suo lavoro, che gli
conferisce una concezione universale e razionale della societ. La storia mostra che la coscienza
politica non una sua acquisizione tardiva, successiva alle lotte rivendicative locali e limitate, ma
che inseparabile dall'origine della sua situazione nella societ. Lo sviluppo del proletariato deve
essere interamente considerato come una maturazione della sua coscienza rivoluzionaria, che
rappresenta la protensione di una classe verso la conquista della sua unit e l'affermazione della
sua supremazia sociale.
3) La costituzione del movimento operaio, che si traduce in un colpo solo nell'organizzazione e
nella differenziazione della classe, non diviene intelligibile se non viene messa in rapporto con
l'evoluzione economica della classe stessa; ma la prima non , in ogni caso, meccanicamente
determinata dalla seconda. I cambiamenti che il proletariato subisce nel suo numero, nella sua
struttura e nel suo modo di lavoro, non acquistano senso se non nella misura in cui la classe li
assimila soggettivamente e li ritraduce nella sua opposizione allo sfruttamento. Ci equivale a
dire che non c' alcun fattore oggettivo che garantisca al proletariato il suo progresso. Allorch la
borghesia instaura e sviluppa un potere economico gi in seno alla societ feudale, il proletariato
non pu progredire se non attraverso la coscienza che acquisisce del suo ruolo nella societ, se
non attraverso la comprensione della sua natura e dei suoi compiti storici.
4) La capacit del proletariato di organizzarsi di fronte allo sfruttamento e di trovare delle forme
nuove di lotta, sono l'espressione diretta della sua maturit storica. Pi che le idee o i
1 Parti Communiste Internationaliste, piccola organizzazione trotzkysta, sezione francese della IV Internazionale, fondata nel
marzo del 1944 e dissoltasi nel giugno 1968. Cornelius Castoriadis e Claude Lefort, tra i principali fondatori di Socialisme
ou Barbarie, avevano abbandonato questa organizzazione nel 1947. (NdT)

programmi di partito, i modi in cui si dispongono i diversi elementi della classe, i rapporti
concreti che intrattengono in un senso gi fissato dai tipi di raggruppamenti adottati
(sindacati, partiti, soviet etc.); in un altro senso che si rivela all'interno dei raggruppamenti sotto
una forma ancor pi sensibile (relazioni dirigenti-esecutori in seno al partito e al sindacato)
indicano il grado di maturit reale della classe.
5) La storia del proletariato dunque esperienza, e quest'ultima deve essere intesa come progresso
d'autorganizzazione. In ogni periodo la classe si pone i problemi che sono implicati, ad un
tempo, dalla sua condizione di classe sfruttata e da tutta la sua storia anteriore. Al giorno d'oggi,
l'unificazione crescente della societ di sfruttamento e il passato delle lotte che ha prodotto la
burocratizzazione operaia, di cui lo stalinismo l'aspetto compiuto, determinano un momento
essenziale dell'esperienza proletaria. Allorch fino ai giorni nostri quest'ultima si svolta sotto il
segno della lotta immediata contro la borghesia e della soppressione semplice della propriet
capitalista, essa consiste ora in una rimessa in questione totale dello sfruttamento e della forma
positiva del potere operaio.
Critica della nozione di partito rivoluzionario: esso legato ad un'epoca trascorsa della storia proletaria
Da questa breve analisi vogliamo isolare questa idea essenziale: il proletariato non pu giungere a
instaurare il suo potere che progredendo senza sosta nella coscienza dei suoi obiettivi, organizzandosi e
differenziandosi. Ci non implica alcuna posizione sulla forma determinata che deve assumere la sua
direzione. L'affermazione secondo cui la necessit del partito non pu essere rimessa in causa, senza
che lo sia allo stesso tempo la concezione del proletariato, ci sembra erronea. significativo che Marx
abbia potuto affermare, nel Manifesto, che i comunisti non possono costituire un partito separato dalla
classe; nello stesso modo in cui Lenin e Rosa Luxemburg, nonostante si incontrassero sull'importanza
del ruolo del partito, hanno potuto attribuirgli un contenuto totalmente differente, cos oggi gli elementi
dell'avanguardia, sebbene siano legati al marxismo, ne rigettano l'idea. Ci si deve al fatto che il partito
non un attributo permanente del proletariato, ma uno strumento da esso forgiato per i bisogni della
lotta di classe, in un'epoca determinata della sua storia.
La questione che dobbiamo porre dunque questa: a quale necessit corrisponde, per il proletariato,
la costituzione di un partito? La sua funzione o meno superata? Per la classe operaia, si tratta di
sormontare la dispersione delle sue lotte, e nello stesso tempo di coordinarle e di orientarle verso un
unico obiettivo: la distruzione della borghesia. Questa classe si trova nella necessit di affermare i suoi
obiettivi permanenti ed essenziali, che superano gli interessi particolari di tale o talaltro dei suoi strati, e
di portare avanti un'azione preparata e concertata. Ideologicamente, il partito significa lo sforzo della classe
per pensare la sua lotta in maniera universale. Strutturalmente, significa la selezione di una parte
dell'avanguardia che formi un corpo relativamente estraneo alla classe, che funzioni secondo leggi
proprie e che si ponga come direzione della classe. La costituzione di un partito traduce l'esperienza,
fatta dalla classe, della sua ineguaglianza di sviluppo, della sua dispersione, del suo basso livello culturale,
della sua estrema inferiorit in rapporto all'apparato di combattimento della borghesia; della necessit,
di conseguenza, di darsi dei capi. Pi il partito centralizzato, disciplinato, separato dalla classe, pi si
presenta autoritariamente come la direzione della classe, pi si assume dei compiti rivoluzionari, pi
corrisponde in un certo senso al ruolo che il proletariato si attende da lui, cosciente della sua
incapacit di realizzare i propri compiti rivoluzionari. Ora, questa esigenza di un corpo di rivoluzionari
che faccia, per conto della classe, ci che essa non pu fare da sola, corrisponde ad una concezione
astratta della rivoluzione. L'accento viene messo sulla necessit di lottare contro il capitalismo, di
rovesciare la borghesia, di abolire la propriet privata. la rivoluzione, e non il potere proletario,
l'obiettivo. L'essenziale risiede dunque nell'efficacia della lotta immediata e ci fonda l'appello ad una
minoranza rigidamente organizzata alla quale ci si possa affidare per la direzione del combattimento.
In tali condizioni, logico che il partito si costituisca e si sviluppi effettivamente attraverso un
processo relativamente estraneo al modo d'azione del proletariato. Quest'ultimo ha bisogno di una
direzione posta come corpo relativamente esteriore a se stesso, e nella realt questo corpo si forma e si

comporta come tale.


innanzitutto un fatto che l'elaborazione del programma di partito, come l'iniziativa della sua
costituzione, siano l'opera di elementi non proletari, che sfuggono in ogni caso allo sfruttamento che
regna all'interno del processo di produzione. l'opera, pi spesso, di intellettuali piccolo-borghesi che,
grazie alla cultura che posseggono e al loro modo di vita, sono in grado di dedicarsi totalmente alla
preparazione teorica e alla pratica della rivoluzione. un altro fatto che il partito, per un lungo periodo,
comprenda soprattutto elementi non proletari e non faccia, per cos dire, alcuno spazio per gli operai
tra i suoi quadri. Trotzky, nel suo Stalin2, indica come Souvarine che la partecipazione operaia ai
primi congressi socialdemocratici era inesistente (tanto fra i bolscevichi quanto fra i menscevichi).
Trotzky descrive duramente il comportamento dei primi quadri bolscevichi, che egli chiama
Comitardi, e che noi definiremmo oggi burocrati; questi, egli racconta, persuadevano gli operai della
loro incapacit a dirigere e li impegnavano all'obbedienza. Anche allorch la componente operaia del
partito si accentua, la supremazia degli elementi non proletari persiste. Il tipo di militante rivoluzionario
concepito in maniera tale da confinare necessariamente l'operaio all'esecuzione dei compiti pratici in
seno all'organizzazione, o da sradicarlo dalla massa perch divenga un responsabile.
La critica del partito bolscevico non deve consistere in una critica della concezione leninista
dell'organizzazione come fu troppo spesso il caso all'interno del gruppo Socialisme Ou Barbarie ma in
una critica storica del proletariato. Gli errori del Che fare?, prima di essere errori di Lenin, sono in effetti
espressione dei tratti della coscienza proletaria, in uno stadio dato. L'essenziale che il proletariato si
rappresenta la propria direzione come un corpo separato da s, incaricato di condurlo alla rivoluzione.
perch la direzione nei fatti portata dall'esterno che si spiega, per esempio, la concezione del
rivoluzionario di professione, che non fa che tradurre la separazione di partito e classe. L'idea di
Lenin che l'azione delle masse segua un processo incosciente, che essa non possa superare da s la lotta
tradunionista e che la coscienza debba essere importata dall'esterno, non d in se stessa un appoggio
alla critica che gli si rivolge. Giacch, sebbene sia vero che il proletariato porti in se stesso una coscienza
socialista dalla sua origine, egualmente certo che in questo periodo tale coscienza astratta (cio e
solamente coscienza della necessit di rovesciare la borghesia), che essa non ha un contenuto effettivo e
che attende la determinazione di questo contenuto da parte di elementi esteriori alla classe. ci che
rende possibile la teoria di Lenin. Questa, in se stessa, non che un segno; essa cos poco decisiva
che, se bisogna credere al Trotzky di Stalin, Lenin ritornato pi tardi sul suo errore. del resto
significativo che Trotzky che afferma giustamente che il proletariato ha una tendenza istintiva a
ricostruire la societ su basi socialiste faccia propria per altri versi la stessa idea del partito di Lenin,
che la IV Internazionale sia stata costituita in maniera esteriore alla classe e portata verso di essa come
fosse la sua direzione. ancor pi significativo che, per Trotzky, non si dia mai crisi del movimento
operaio ma solamente crisi della sua direzione rivoluzionaria, che detto in altri termini il problema
della rivoluzione sia considerato come quello della direzione della classe.
dunque superfluo prendersela con la teoria del rivoluzionario di professione o con il rigore del
centralismo democratico, quando questi tratti non discendono che dall'esistenza del partito come corpo
costituito che dirige la classe.
Non c' che una forma di potere proletario
Se il partito definito come l'espressione pi compiuta del proletariato, la sua direzione cosciente o
pi cosciente, necessario che tenda a far tacere tutte le altre forme di espressione della classe e che si
subordini tutte le altre forme di potere. Non un caso che nel 1905 il partito bolscevico consideri
inutile il soviet formatosi a Pietrogrado e gli intimi di sciogliersi. N che nel 1917 il partito domini i
soviet e li riduca ad un ruolo fittizio. E non nemmeno il frutto di un qualche machiavellismo dei
dirigenti. Se il partito detiene la verit, logico che tenda ad imporla; se esso ha la funzione di direzione
del proletariato prima della rivoluzione, logico che continui a comportarsi come tale anche dopo.
Infine, logico che la classe si inchini di fronte al partito, anche se essa percepisce nel corso della
rivoluzione la necessit del suo potere totale, poich essa stessa che ha avvertito l'esigenza di una
2 Lev Trotzky, Stalin, Garzanti, Milano 1947.

direzione separata che esercitasse un comando.


La critica del partito bolscevico di Rosa Luxembourg esprime la reazione inquieta dell'avanguardia di
fronte alla divisione della classe operaia; essa non mette in causa l'esistenza del partito, che risponde ad
un'esigenza imperativa per il proletariato; una tale rimessa in questione, a quest'epoca, non pu
esprimersi che in una posizione astratta, quella dell'anarchismo che nega la necessit di ogni sviluppo
storico. Rosa, criticando i tratti estremi che assume la separazione di partito e classe nel bolscevismo,
indica solamente che la verit del partito non pu mai rimpiazzare l'esperienza delle masse (gli errori
commessi da un movimento operaio veramente rivoluzionario sono, storicamente, infinitamente pi
fecondi e pi preziosi che l'infallibilit del migliore comitato centrale, Marxismo contro dittatura); ella
mostra, d'altra parte, che esiste un rischio permanente per il proletariato, nell'essere ridotto a materia
prima per l'azione di un gruppo di intellettuali piccolo-borghesi. Se l'opportunismo, ella risponde a
Lenin, definito dalla tendenza a paralizzare il movimento rivoluzionario autonomo della classe operaia
e a trasformarlo in strumento dell'ambizione degli intellettuali, noi dobbiamo riconoscere che nella fase
iniziale del movimento operaio questo fine pu essere raggiunto pi facilmente non attraverso la
decentralizzazione, ma attraverso una centralizzazione che lascerebbe questo movimento di proletari
ancora incolti, in bala degli intellettuali e capi del comitato centrale.
La posizione di Rosa infinitamente preziosa, giacch testimonia di un senso della realt
rivoluzionario pi acuto di quello di Lenin. Ma tra queste posizioni, non si pu dire veramente quale sia
quella giusta. Esse esprimono entrambe una tendenza autentica dell'avanguardia: fare la rivoluzione e
organizzarsi a questo fine, quale che sia il modo di organizzarsi, nel primo caso; nell'altro, soprattutto
non separarsi dalle masse e anticipare gi nell'organizzazione il carattere rivoluzionario del proletariato.
Non si pu superare l'opposizione tra Lenin e Rosa che mettendola in relazione ad un periodo storico
determinato e facendo la critica di questo periodo.
Questa non possibile se non allorch la storia stessa ad effettuarla; allorch si rivela il carattere
apertamente controrivoluzionario del partito, dopo il 1917. solo allora che possibile vedere che la
contraddizione non risiede nel rigore del centralismo, ma nel fatto stesso del partito; che la classe non
pu alienarsi in alcuna forma di rappresentazione stabile e strutturata, senza che questa
rappresentazione si autonomizzi. allora che la classe operaia pu riflettere sulla sua esperienza e
intendere la sua natura che la differenzia da ogni altra classe. Fino ad allora, essa non prendeva
coscienza di se stessa che nella lotta contro la borghesia e subiva, nella comprensione stessa di questa
lotta, la pressione della societ di sfruttamento. Essa esigeva il partito poich di fronte allo Stato, alla
concentrazione del potere degli sfruttatori, bisognava opporre un'identica unit di direzione. Ma il suo
scacco le rivela che essa non pu dividersi, non pu alienarsi in forme di rappresentazione stabili, come
pu fare la borghesia. Quest'ultima non lo pu fare che in virt della sua natura economica, in rapporto
alla quale i partiti politici non sono che delle sovrastrutture. Ma, come abbiamo detto, il proletariato
non nulla di oggettivo; una classe nella quale l'economico e il politico non sono pi delle realt
separate, una classe che si definisce come esperienza. ci che costituisce il suo carattere rivoluzionario,
ma che indica la sua estrema vulnerabilit. in quanto classe totale, che deve portare a termine i suoi
compiti storici, e non pu affidare i suoi interessi ad una parte staccata da s, giacch ha interessi
separati da quello della gestione della societ.
Evitando questa critica essenziale, il gruppo Socialisme ou Barbarie si limita a dei punti di dettaglio.
Dice che bisogna evitare la formazione di rivoluzionari di professione, che bisogna tendere
all'abolizione dell'opposizione tra dirigenti ed esecutori all'interno del partito, come se le intenzioni
fossero efficaci, il significato del partito indipendente dalla sua struttura e disponibile a questo. Il
gruppo raccomanda che il partito non si conduca come un mero organo di potere. Ma, una tale
funzione, Lenin meno di chiunque altro l'ha mai rivendicata. nei fatti che il partito si comporta come
la sola forma di potere; non un punto del suo programma. Se si concepisce il partito come la
creazione pi vera della classe, la sua espressione compiuta la teoria di Socialisme ou Barbarie , se si
pensa che il partito debba essere alla testa del proletariato prima, durante e dopo la rivoluzione, fin
troppo chiaro che la sola forma di potere. Non che per tattica (dare tempo al proletariato per
assimilare le verit del partito nell'esperienza) che esso tollerer altre forme di rappresentazione della
classe. I soviet, per esempio, saranno considerati dal partito come degli ausiliari, ma sempre meno veri che
il partito nella loro espressione sociale, poich meno capaci di ottenere una coesione ed una omogeneit

ideologica, poich teatro di tutte le tendenze ideologiche del movimento operaio. allora ineluttabile
che il partito tenda a imporsi come unica direzione e a eliminare i soviet, come accadde nel 1917.
Sul terreno rivoluzionario pi sensibile, che quello delle lotte proletarie, il gruppo, malgrado la sua
analisi della burocrazia, non arriva a nulla. In questo senso, si pu dire che resta ben dietro
l'avanguardia, la quale non fa la critica di Lenin, ma quella di tutto un periodo storico. Se essa rifiuta
oggi l'idea di partito con la stessa ostinazione con la quale la esigeva nel passato, perch questa idea
non ha senso nel periodo attuale. impossibile, del resto, affermare che l'avanguardia ha progredito
radicalmente nella comprensione dei suoi compiti storici, che essa apprende per la prima volta la verit
dello sfruttamento in tutta la sua estensione e non pi sotto la forma parziale della propriet privata,
che essa si rivolge verso la forma positiva del potere proletario e non pi verso il compito immediato di
rovesciare la borghesia; e sostenere allo stesso tempo che questa avanguardia in regressione nella sua
esperienza dell'organizzazione.
Non c' alcuna maniera di sapere se il proletariato, nel periodo attuale, avr la capacit di rovesciare il
potere dello sfruttamento. La sua alienazione nel lavoro, la sua esclusione dal processo culturale,
l'ineguaglianza del suo sviluppo, sono tratti oggi tanto negativi quanto negli ultimi trent'anni; la
costituzione di una burocrazia operaia che ha preso coscienza dei suoi propri fini e l'antagonismo che
quest'ultima ha sviluppato nei confronti della borghesia, ha impedito la sua lotta e l'ha asservito ad altri
sfruttatori. Nondimeno, l'unificazione del proletariato non ha cessato di proseguire in parallelo alla
concentrazione del capitalismo, ed esso ha dietro di se un'esperienza di lotte che gli crea le condizioni di
una nuova percezione dei suoi compiti. Per questo pensiamo che ora non possa inaugurare una lotta
rivoluzionaria senza manifestare da subito la sua coscienza storica. Questo significa che allo stadio
stesso del raggruppamento della sua avanguardia, egli annuncer il suo obiettivo finale, ovvero sar
portato a prefigurare la forma futura del suo potere.
Senza dubbio l'avanguardia sar condotta dalla logica della sua lotta contro il potere concentrato
dello sfruttatore, a raccogliersi in forma minoritaria prima della rivoluzione; ma sar sterile chiamare
partito un tale raggruppamento, che non avr la stessa funzione. In primo luogo, quest'ultimo non
potr realizzarsi che spontaneamente nel corso della lotta ed in seno al processo di produzione, e non
per reazione come creazione di un gruppo non proletario portatore di un programma politico. In
secondo luogo ed essenzialmente, non vi sar dall'inizio nessun altro fine che permettere un potere
operaio. Esso non si costituir come una direzione storica ma solamente come uno strumento della
rivoluzione, non come corpo che funziona secondo leggi proprie, ma come un distaccamento
provvisorio puramente congiunturale del proletariato. Il suo fine, fin dall'inizio, non potr essere che di
abolirsi in seno al potere rappresentativo della classe operaia.
Noi affermiamo, in effetti, che non pu esserci che un solo potere di questa classe: il suo potere
rappresentativo. Dire che un tale potere impraticabile senza il soccorso del partito, precisamente
perch rappresenta l'insieme delle tendenze e le tendenze opportuniste e burocratiche al pari di quelle
rivoluzionarie riporterebbe ad affermare che la classe operaia incapace di provvedere da s al suo
ruolo storico, e deve essere protetta da se stessa con un corpo di rivoluzionari specializzati: cio a
reintrodurre la tesi principale del burocratismo che noi combattiamo.
Situazione dell'avanguardia e ruolo di un gruppo rivoluzionario
Le prime condizioni dell'esperienza attuale sono state poste dallo scacco della rivoluzione russa. Ma
questa esperienza non fu subito percettibile se non in forma astratta, e per un'infima minoranza di
proletari. La degenerazione del bolscevismo non diviene chiara che con lo sviluppo burocratico.
L'avanguardia ne pu ricavare un insegnamento parziale concernente l'evoluzione della societ, la vera
natura dello sfruttamento. La forma in cui essa concepisce il potere della classe non progressivamente
intravisto, se non in opposizione alla forma in cui si realizza il potere della burocrazia. L'universalit dei
compiti del proletariato non si manifesta, se non allorch lo sfruttamento compare con la sua
caratterizzazione di Stato e il suo significato esso stesso universale. Solo l'ultima guerra ha provocato
una coscienza nuova: il regime economico che appariva legato all'URSS si estende ad una parte del
mondo e rivela cos la sua tendenza storica, e i partiti staliniani in Europa occidentale manifestano in

seno al processo di produzione il loro carattere sfruttatore. In questo periodo, una frazione della classe
ha acquisito una coscienza totale della burocrazia (di cui all'epoca abbiamo visto i segni nei comitati di
lotta costituiti su basi antiburocratiche). Lo sviluppo dell'antagonismo URSS-USA, la corsa verso la
guerra, la deriva di ogni lotta operaia a profitto di uno dei due imperialismi, l'incapacit in cui si trova il
proletariato ad agire in maniera rivoluzionaria senza che questa azione assuma subito una portata
mondiale, tutti questi fattori si sono opposti ancora ad una manifestazione autonoma della classe. Essi
sono d'ostacolo egualmente ad un raggruppamento d'avanguardia, poich non vi separazione reale tra
questo e quella. L'avanguardia non pu agire che quando le condizioni permettono oggettivamente la
lotta totale del proletariato. Ci non toglie che l'avanguardia abbia considerevolmente approfondito la
sua esperienza: le ragioni stesse che le impediscono di agire indicano la sua maturit.
Non solo erronea ma anche impossibile, nel periodo attuale, la costituzione di un'organizzazione
qualsiasi. La storia fa giustizia di queste costruzioni illusorie, che si danno il titolo di direzione
rivoluzionaria, facendole periodicamente vacillare. Il gruppo Socialisme ou Barbarie non sfuggito a
questo trattamento. solo comprendendo quali sono la situazione e i compiti dell'avanguardia e quale
rapporto deve unire l'una all'altra, che una collettivit di rivoluzionari pu lavorare e svilupparsi. Una
tale collettivit non pu proporsi come obiettivo che di esprimere all'avanguardia ci che in se stessa
sotto forma d'esperienza e di sapere implicito; di chiarificare i problemi economici e sociali attuali. In
nessuna maniera essa si pu fissare come obiettivo di dare all'avanguardia un programma d'azione da
seguire, e ancor meno un'organizzazione da raggiungere.
***

L'esperienza proletaria
Non esiste formula di Marx pi ripetuta: La storia di ogni societ sinora esistita storia di lotte di
classe3. Tuttavia non ha perso niente del suo carattere esplosivo. Gli uomini non hanno smesso di
fornirne l'esemplificazione pratica e le teorie dei mistificatori di giocare col suo significato,
contrapponendole pi rassicuranti verit. Ma si pu ancora affermare che la lotta di classe definisca la
storia nel suo insieme, che la lotta odierna del proletariato contro le classi sfruttatrici abbia una valenza
cos complessiva, che la creativit della storia e quella del proletariato siano nella societ attuale una cosa
sola? Su questo punto, non vi sono ambiguit in Marx: Di tutti gli strumenti di produzione, la pi
grande forza produttiva la classe rivoluzionaria stessa 4. Ma piuttosto che subordinare tutto a questo
grande potere produttivo, d'interpretare il corso della storia a partire dal cammino della classe
rivoluzionaria, lo pseudo-marxismo di ogni genere preferisce vedere la storia in modo assai pi
deterministico: converte la teoria della lotta di classe in una scienza puramente economica, pretende di
stabilire leggi analoghe a quelle della fisica classica, deduce una sovrastruttura all'interno della quale
ingloba, assieme ai fenomeni propriamente ideologici, il comportamento delle classi. Secondo tale
pseudo-marxismo, il proletariato e la borghesia non sono che personificazioni di categorie
economiche secondo l'espressione contenuta nel Capitale , personificazioni del lavoro salariato e del
capitale. La loro lotta non altro che il riflesso di un conflitto oggettivo tra l'impeto delle forze
produttive e i rapporti di produzione in momenti storici dati. Poich questo conflitto il prodotto
stesso dello sviluppo delle forze produttive, la storia viene a ridursi essenzialmente a questo sviluppo,
trasformata implicitamente in un episodio particolare dell'evoluzione della natura. Se si toglie un ruolo
alle classi, lo si sottrae anche agli uomini. Questa teoria s'interessa in un certo senso allo sviluppo del
proletariato, ma ne considera solo il lato oggettivo: la sua estensione, densit e concentrazione; al
massimo pone il proletariato in relazione con le grandi manifestazioni del movimento operaio. Il
proletariato trattato come una massa inconsapevole e indifferenziata, di cui si sorveglia l'evoluzione
naturale. Gli episodi della lotta permanente del proletariato contro lo sfruttamento, le azioni
3 K. Marx e F. Engels, Manifesto del partito comunista, Editori Riuniti, Roma 1983, p. 54.
4 K. Marx, Miseria della filosofia, Editori Riuniti, Roma 1986, p. 120.

rivoluzionarie e le molteplici espressioni ideologiche che li accompagnano non sono considerati


componenti della storia reale della classe, ma elementi di supporto alla sua funzione economica.
Non solo Marx prende le distanze da questo genere di teoria, ma ne sviluppa una critica esplicita
nelle sue opere filosofiche giovanili. La tendenza a rappresentare lo sviluppo della societ in s, cio
indipendentemente dagli esseri umani concreti e dalle relazioni di cooperazione e di lotta che essi
stabiliscono fra loro, secondo Marx un'espressione dell'alienazione prodotta dalla societ capitalistica.
Gli uomini sono portati a concepire l'attivit umana in generale come un'attivit fisica e a vedere la
societ come un essere in s. Ci conseguenza di un sentirsi estranei al proprio lavoro e al fatto che la
condizione sociale il prodotto di una costrizione indipendente dalla loro volont.
Ma la critica marxiana non ha distrutto questa tendenza teorica, non pi di quanto abbia soppresso
l'alienazione svelandola. Anzi, queste teorizzazioni hanno preso le mosse proprio da Marx, nella forma
di un preteso materialismo storico, che nel corso del tempo ha svolto un preciso ruolo mistificatorio in
seno al movimento operaio. Nell'affermare una divisione sociale del proletariato tra un'lite operaia
associata ad una frazione di intellettuali e la massa della classe, queste teorie hanno alimentato
un'ideologia del comando il cui carattere burocratico si pienamente dispiegato nello stalinismo. La
trasformazione del proletariato in una massa sottomessa a leggi, volta all'espletamento di una funzione
economica, diventata giustificazione di un proletariato inteso come semplice esecutore
nell'organizzazione operaia e come oggetto di sfruttamento.
La vera risposta contro questo pseudo-materialismo economico giunta dal proletariato stesso, nella
sua esistenza pratica. Il proletariato non ha solo reagito, nella storia, a fatti esterni, economicamente
definiti dal grado di sfruttamento (livello di vita, concentrazione produttiva etc.), ma ha anche agito in
modo realmente rivoluzionario in base alla propria esperienza complessiva, non quindi secondo un
schema predefinito dalla situazione oggettiva.
Sarebbe assurdo interpretare lo sviluppo del movimento operaio senza porlo costantemente in
relazione alla struttura economica della societ; ma sarebbe altrettanto assurdo ridurlo a questo e
ignorare tre quarti dell'azione concreta della classe. Chi si azzarderebbe a dedurre il processo
economico dalla trasformazione di un secolo di mentalit operaia, di metodi di lotta, di forme
organizzative?
per essenziale riaffermare, con Marx, che la classe operaia non solo una categoria economica,
ma che essa costituisce la pi grande forza produttiva; e mostrare in quale modo lo per lo sviluppo
della teoria rivoluzionaria, contro i suoi detrattori e mistificatori. Occorre riconoscere che si trattato di
un compito solo abbozzato da Marx e che la sua concezione del proletariato non limpida. Egli si
spesso accontentato di affermare in modo astratto il ruolo della presa di coscienza nella costituzione
della classe, senza spiegare in che cosa consisteva. Al contempo, nell'intento di mostrare la necessit di
una rivoluzione radicale, Marx ha dipinto il proletariato in termini cosi miserandi che ci si pu
legittimamente chiedere come esso possa elevarsi alla consapevolezza delle proprie condizioni e al ruolo
di direzione dell'umanit. Seguendo Marx in alcuni brani dei suoi scritti, il capitalismo avrebbe
trasformato il proletariato in semplice strumento, spogliandolo di ogni carattere umano, fisico e
morale, avrebbe tolto al suo lavoro ogni apparenza di attivit personale, realizzando in lui la perdita
dell'uomo. Secondo Marx, il proletariato pu ribellarsi alla sua sorte ed emancipare l'umanit intera
proprio perch rappresenta una specie di sub-umanit, totalmente alienata, che ha accumulato tutta
l'angoscia della societ. Occorre una classe [...] che sia la perdita totale dell'uomo, che non possa
riconquistarsi a se stessa se non nella conquista totale dell'uomo; o ancora: Solo i proletari del tempo
presente, del tutto esclusi da ogni manifestazione personale, sono in grado di giungere alla loro
completa e non pi limitata manifestazione personale, che consiste nell'appropriazione di una totalit di
forze produttive5. dunque perfettamente evidente che la rivoluzione proletaria non consiste in
un'esplosione liberatrice, seguita da una trasformazione istantanea della societ (Marx ha dimostrato
sufficiente sarcasmo per questa ingenuit anarchica), ma nell'assunzione della direzione della societ da
parte della classe sfruttata. Ma come ci pu concretamente avvenire, come pu il proletariato assolvere
con successo gli innumerevoli compiti politici, economici, culturali derivanti dal suo potere, se si ritrova
radicalmente escluso dalla vita sociale fino alla vigilia della rivoluzione? Ci equivarrebbe a dire che la
metamorfosi della classe avviene durante la rivoluzione stessa. Eppure, se in un periodo rivoluzionario
5 K. Marx e F. Engels, Lideologia tedesca, Opere 1845-1846, vol.V, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 72-73.

si assiste ad un'accelerazione del processo storico, ad un rovesciamento dei rapporti tra gli uomini, ad
una comunicazione di ognuno con la societ globale, tale da provocare una maturazione straordinaria
della classe, sarebbe tuttavia assurdo, sociologicamente parlando, fare coincidere la nascita della classe
con la rivoluzione. La classe matura e si sostanzia solo se essa dispone di un'esperienza passata che
interpreta e sa mettere in pratica positivamente.
Le affermazioni di Marx sulla totale alienazione del proletariato, si ricollegano all'idea secondo cui il
rovesciamento della borghesia di per s la condizione necessaria e sufficiente della vittoria del
socialismo. Ma in entrambi i casi, le sue preoccupazioni si limitano al problema della distruzione della
vecchia societ e a quello di anteporle una societ comunista, al positivo che si oppone al negativo. Qui
emerge la dipendenza necessaria del pensiero di Marx dal periodo storico nel quale viveva. La storia pi
recente invita invece a riconsiderare il passaggio dalla vecchia societ alla societ post-rivoluzionaria. Il
problema della rivoluzione diventa quello della capacit del proletariato di gestire la societ; il che
spinge ad interrogarsi sullo sviluppo del proletariato all'interno della societ capitalista stessa.
Non mancano in Marx, va detto, indicazioni che alludono ad un'altra concezione del proletariato. Per
esempio, egli scrive che il comunismo il movimento reale che abolisce la societ esistente. Questa tesi
marxiana colloca, in un certo senso, nella societ attuale i presupposti del comunismo: stabilisce
insomma un principio di continuit tra le forze sociali esistenti nello stadio capitalista e in quello
dell'umanit futura. Pi esplicitamente, Marx pone l'originalit del proletariato come espressione di una
dissoluzione di tutte le classi, non essendo questa classe legata ad alcun interesse particolare. Essa
assorbe elementi delle vecchie classi e li miscela in una matrice unica, non mantiene un legame
necessario e vincolante con un territorio particolare, e in generale, con la nazione. Inoltre, se Marx
insiste, a giusto titolo, sul carattere negativo, alienante del lavoro proletario, egli mostra anche come
questo lavoro attribuisca alla classe operaia un carattere universale, attraverso lo sviluppo delle macchine
e della loro capacit d'introdurre un interscambio di compiti e una razionalizzazione virtualmente senza
limiti. Con la sua concezione dell'industria, Marx sottolinea la funzione creatrice del proletariato,
definito come il libro aperto delle forze essenziali dell'uomo 6. Il proletariato non appare pi come una
sub-umanit, ma come il produttore della vita sociale nel suo insieme, che fabbrica gli oggetti grazie ai
quali si riproduce e si sviluppa, in ogni campo, la vita degli uomini; e non v' sfera umana tranne forse
quella dell'arte che non deve le sue condizioni alla produzione industriale. Ma se il proletariato il
produttore universale, occorre che esso sia in qualche modo anche il depositario della cultura e del
progresso sociale.
D'altra parte, Marx sembra dipingere a pi riprese la condotta della borghesia e quella del
proletariato negli stessi termini, come se le due s'apparentassero non solo per collocazione produttiva,
ma anche per modalit evolutive e per i rapporti che esse stabiliscono fra gli individui. Marx scrive ad
esempio: i singoli individui formano una classe in quanto debbono condurre una lotta comune contro
un'altra classe; per il resto essi stessi si ritrovano l'uno contro l'altro nella concorrenza. D'altra parte, la
classe acquista a sua volta autonomia di contro agli individui, cosicch questi trovano predestinate le
loro condizioni di vita [...] 7. Tuttavia, nelle descrizioni concrete, Marx differenzia radicalmente
l'evoluzione del proletariato e quella della borghesia. In sostanza, i borghesi sono classe nella misura in
cui assumono un'analoga funzione economica. Hanno interessi e orizzonti comuni, che presiedono alle
loro condizioni di esistenza. Indipendentemente dalla loro condotta politica, formano un gruppo
omogeneo dotato di una struttura fissa; cosa confermata, d'altronde, dalla capacit di questa classe di
rimettersi ad una frazione politicamente specializzata, di fare rappresentare al meglio i propri interessi,
al di l di espressioni ed interpretazioni particolari. Questa caratteristica della borghesia si manifesta fin
dalle sue origini: le condizioni di vita del singolo borghese diventarono per opposizione alle
condizioni prevalenti e al modo di produzione che ne derivava insieme condizioni che erano comuni a
tutti i borghesi e indipendenti da ciascun individuo singolo 8; in altri termini, l'identit della loro
situazione economica nella societ feudale che li unisce e fornisce loro le caratteristiche di una classe,
che si imposta all'origine come semplice associazione per somiglianza. Marx esprime questo fatto
6 K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, a cura di N. Bobbio, Einaudi, Torino 1968, p. 120.
7 K. Marx e F. Engels, Lideologia tedesca, cit., p. 63.
8 Ivi, p. 62.

anche dicendo che il servo in fuga gi un mezzo borghese 9. Non vi soluzione di continuit tra il
servo e il borghese, ma legalizzazione, da parte di quest'ultimo, di una forma d'esistenza anteriore. La
borghesia emerge nella societ feudale in quanto gruppo (interno a tale societ) che sviluppa un proprio
specifico modo di produzione. Sebbene la borghesia urti contro le condizioni esistenti, queste ultime
non sono in contraddizione con la sua presenza, essendo solo elementi di disturbo del suo sviluppo.
Marx non lo dice espressamente, ma i suoi scritti lo suggeriscono: dalle origini, la borghesia quello che
sar, ossia classe sfruttatrice. Anche se sotto-privilegiata, essa era da subito in possesso di tutte quelle
caratteristiche che si consolideranno in seguito.
Lo sviluppo del proletariato molto diverso. Ridotto a pura funzione economica, esso rappresenta
una categoria sociale determinata, per non contiene ancora il proprio senso di classe, il senso
costituito da un suo agire peculiare, in sostanza dalla lotta della classe contro i ceti sociali avversi, in
tutte le sue forme possibili. Ci non significa che il ruolo della classe nella produzione sia trascurabile
vedremo anzi pi avanti come il ruolo odierno degli operai, nonch quello di protagonisti della
riappropriazione delle condizioni sociali d'esistenza, si fondi direttamente sul loro ruolo di produttori
ma che questo ruolo non contiene nessun potere immediato, solo una crescente facolt potenziale di
direzione. La borghesia continuamente di fronte al risultato del proprio lavoro, ed esso che le
conferisce la sua oggettivit; il proletariato si eleva attraverso il lavoro senza che il risultato lo riguardi
mai, essendogli sottratti sia il prodotto, sia le operazioni costitutive. In un certo senso, il progresso
tecnico vale solo per l'avvenire, si iscrive come lato negativo nella societ dello sfruttamento. (Le
capacit tecniche del proletariato americano contemporaneo sono assolutamente imparagonabili a
quelle del proletariato francese del 1848, ma entrambi sono privi di ogni potere economico). vero che
gli operai, come i borghesi, hanno interessi tra loro simili, imposti dalle comuni condizioni di lavoro
per esempio, l'interesse al pieno impiego e agli alti salari , ma questi interessi sono, da un certo punto
di vista, di altro tipo rispetto all'interesse profondo di non essere operai. Apparentemente, l'operaio
punta all'aumento salariale come il borghese cerca il profitto; e come, in apparenza, entrambi sono
possessori di merce sul mercato: di capitale oppure forza lavoro. In pratica, il borghese si costituisce
come autore della propria classe, edifica il sistema di produzione su cui si regge la sua struttura sociale;
il proletario, dal canto suo, non fa altro che reagire alle condizioni imposte, agisce sotto il controllo dei
suoi sfruttatori. E la sua rivendicazione, sebbene sia il punto di partenza della sua opposizione radicale
allo sfruttamento, ancora parte integrante della dialettica del capitale. Il proletariato si afferma come
classe autonoma, di fronte alla classe borghese, solo quando ne contesta il potere, vale a dire il modo di
produzione; in altre parole, lo sfruttamento stesso. il suo comportamento rivoluzionario che
costituisce il suo essere classe. Non incrementando i suoi attributi economici che il proletariato trae il
senso di essere classe, bens negandoli radicalmente per istituire un nuovo ordine economico; donde il
fatto che i proletari, a differenza dei borghesi, non saprebbero liberarsi individualmente, perch la loro
emancipazione suppone non il libero compimento di ci che essi sono gi virtualmente, bens
l'abolizione in quanto tale della condizione proletaria 10. Marx fa notare, nello stesso senso, che i
borghesi appartengono alla propria classe solo come membri o come individui medi, vale a dire
passivamente determinati dalla loro condizione economica; mentre gli operai, sempre secondo Marx,
formando una comunit dei proletari rivoluzionari 11 che diventano propriamente individui; divengono
i componenti della classe nella misura in cui pongono sotto il loro controllo la situazione e il rapporto
immediato con la produzione.
Se vero che nessuna classe pu essere ridotta unicamente alla sua funzione economica, che una
descrizione dei rapporti sociali concreti in seno alla borghesia necessaria alla comprensione della
natura di questa classe, ancora pi vero che il proletariato esige un approccio specifico che permetta
di coglierne lo sviluppo soggettivo. Questo concetto suscita qualche riserva. Eppure esso riassume
meglio di ogni altro il tratto saliente del proletariato. Il proletariato soggettivo nel senso che la sua
condotta non semplice conseguenza delle sue condizioni di esistenza; che, pi specificatamente,
queste stesse condizioni richiedono una lotta costante per essere trasformate, dunque una costante
presa di distanza dalla sorte immediata; e che il progresso di questa lotta e l'elaborazione del contenuto
9 Ivi, pp. 65-66.
10 Ivi, p. 66.
11 Ibid.

ideologico sul quale si regge tale presa di distanza, creano l'esperienza attraverso cui la classe si
costituisce.
Parafrasando ancora Marx, occorre evitare prima di tutto di fissare il proletariato come astrazione di
fronte all'individuo, capire come la sua struttura sociale emerga incessantemente dal processo vitale di
individui determinati. Poich, ci che vero per la societ, lo a maggior ragione, secondo Marx, per il
proletariato, il quale rappresenta, allo stadio storico attuale, la forza eminentemente sociale, il gruppo
produttore della vita collettiva.
Occorre comunque riconoscere che queste indicazioni che possiamo trovare in Marx, ossia
l'orientamento verso l'analisi concreta dei rapporti sociali costitutivi della classe operaia, non sono stati
sviluppati nel movimento marxista. La questione per noi fondamentale come gli uomini in condizioni
di lavoro industriale si appropriano del loro lavoro, sviluppano tra loro rapporti specifici, perseguono e
costruiscono praticamente la loro relazione con il resto della societ, producono un'esperienza comune
che li rende forza storica questo problema non stato direttamente preso in esame. Lo si abbandona
a favore di una concezione pi astratta, il cui oggetto , per esempio, la societ capitalista considerata
nella sua generalit e le forze che la compongono, messe sullo stesso piano. Per Lenin il proletariato
un'entit il cui senso storico stabilito una volta per tutte, trattato (salvo il fatto di prendere partito per
esso) come la borghesia avversaria. Il proletariato da Lenin considerato in funzione dei caratteri
esteriori e un eccessivo interesse dato all'analisi dei rapporti di forza, senza che questa si distingua
dall'analisi della lotta tra le classi. Come se l'essenziale fosse di misurare la pressione che una delle due
masse esercita sull'altra. Non si vuole, detto ci, disconoscere il valore di un'analisi obiettiva della
struttura e delle istituzioni della societ nel suo complesso, e magari pretendere che non ci possa essere
alcuna conoscenza reale altra da quella dei proletari stessi, non legata ad un preciso radicamento nella
classe. Questa teoria operaista della conoscenza, che, sia detto en passant, annullerebbe l'opera di
Marx, deve essere respinta per almeno due ragioni. Anzitutto, perch ogni conoscenza pretende di
essere oggettiva (anche quando consapevole del proprio condizionamento psicologico e sociale);
inoltre perch nella natura del proletariato aspirare ad un ruolo praticamente e ideologicamente
universale, in definitiva identificarsi con l'insieme della societ. Ma l'analisi oggettiva, sebbene sia
condotta col massimo rigore, come nel Capitale di Marx, rimane incompleta, perch costretta ad
interessarsi solo dei risultati della vita sociale e delle forme date nelle quali quest'ultima si integra (ad
esempio l'evoluzione delle tecniche e della concentrazione del capitale), e ad ignorare l'esperienza
umana che interviene nel processo materiale (per esempio il rapporto degli uomini con il lavoro
nell'epoca della macchina a vapore e in quella dell'elettricit, nella fase del capitalismo concorrenziale e
di quello monopolistico di Stato). In un certo senso, impossibile distinguere tra le forme materiali e
l'esperienza degli uomini, poich quest'ultima determinata dalle condizioni nelle quali matura, e visto
che queste condizioni sono il risultato di un'evoluzione sociale, il prodotto di un lavoro umano.
Tuttavia, dal punto di vista pratico, l'analisi oggettiva che si deve subordinare all'analisi concreta, dato
che non sono le condizioni ma gli uomini a essere rivoluzionari, e in ultima istanza la questione di
sapere come essi s'appropriano della propria situazione trasformandola.
L'urgenza e l'interesse per l'analisi concreta s'impone a noi anche da un altro punto di vista. In
sintonia con Marx, abbiamo sottolineato il ruolo degli operai come produttori della vita sociale. Questa
tesi potrebbe applicarsi ad ogni classe che nel corso della storia ha subito il fardello del lavoro. Il
proletariato per legato al proprio ruolo di produttore come nessuna classe nel passato. Ci la
conseguenza del fatto che la societ industriale moderna pu essere solo parzialmente paragonata alle
precedenti forme di societ. Peraltro, oggi molti sociologi affermano che le societ primitive pi
arcaiche sono pi vicine alla societ europea del Medioevo, di quanto quest'ultima lo sia alla societ
capitalista; anche se non si evidenziato a sufficienza il ruolo delle classi e del loro rapporto reciproco.
In effetti, in ogni societ esiste la doppia relazione fra gli uomini e fra gli uomini e ci che essi
trasformano; ma il secondo aspetto di questa relazione assume un'importanza peculiare. Esiste oggi una
sfera della produzione retta da leggi in una certa misura autonome. Questa sfera fa parte della societ
complessiva, visto che i rapporti tra le classi sono in fin dei conti costituiti in seno al processo di
produzione. E tuttavia, lo sviluppo della tecnica, il processo di razionalizzazione che caratterizza
l'evoluzione capitalista dalle sue origini, hanno una portata che supera il quadro ristretto della lotta di
classe. Per esempio (si tratta di una banale constatazione), l'utilizzazione del vapore o dell'elettricit per

l'industria implica una serie di conseguenze sia nella divisione del lavoro, sia nella distribuzione
relativamente indipendenti dalla forma generale dei rapporti sociali. Certamente, la razionalizzazione e
lo sviluppo tecnico non sono una realt in s: lo sono cos poco che si possono interpretare come una
difesa del padronato che si vede costantemente minacciato il profitto dalla resistenza del proletariato
allo sfruttamento. Ma se gli obiettivi del capitale sono sufficienti a spiegare la loro origine, non sono in
grado di rendere conto del contenuto del progresso tecnico. La spiegazione pi feconda di
quest'apparente autonomia della logica dello sviluppo tecnico, si ritrova nel fatto che quest'ultimo non
solo opera della direzione capitalista, ma anche prodotto del lavoro proletario. Infatti, l'azione del
proletariato non solo una forma di resistenza (che costringe il padronato ad incessanti miglioramenti
dei metodi di sfruttamento), ma anche un'assicurazione continua del progresso, e prima ancora una
collaborazione attiva in suo favore: i progressi della produzione avvengono perch gli operai esprimono
un adattamento continuo. Pi ancora, attraverso le risposte da loro date ai mille problemi posti
concretamente nella produzione, che gli operai rendono possibile l'emergere di quella risposta di tipo
sistemico che va sotto il nome di invenzione tecnica. Le grandi razionalizzazioni assumono in s,
interpretano, integrano in una prospettiva di classe, le molteplici, frammentarie, disperse innovazioni
prodotte dagli uomini inseriti nel processo concreto della produzione.
Questa constatazione , dal nostro punto di vista, essenziale, poich pone l'accento sull'esperienza
che matura nei rapporti di produzione e sulla percezione che ne hanno gli operai. Non si tratta quindi di
separare radicalmente questo rapporto sociale specifico dai rapporti sociali che si esprimono nella
societ nel suo complesso, bens di riconoscerne la peculiarit. In altri termini, poich la struttura
industriale determina fondamentalmente la struttura sociale, avendo ormai acquisito una stabilit tale
che tutta la societ quale che sia il suo carattere di classe si modella su alcuni dei suoi tratti, occorre
comprendere in che situazione questa struttura pone quegli uomini, i proletari, ad essa necessariamente
integrati.
In cosa dovrebbe dunque consistere un'analisi concreta del proletariato? A questo proposito,
cercheremo di definirla attraverso la presentazione e la valutazione di alcuni approcci possibili.
Il primo approccio in pratica una descrizione della situazione economica della classe e
dell'influenza che quest'ultima esercita sulla sua struttura. Si pu alludere, al limite, ad un'analisi
economica e sociale complessiva, anche se intendiamo qui riferirci, in un senso pi circoscritto, alle
condizioni di lavoro e di vita della classe: i cambiamenti che scaturiscono dalla sua concentrazione e
differenziazione, dai metodi di sfruttamento (la produttivit, la durata del lavoro, i salari e le possibilit
d'impiego etc.). Si tratta dell'approccio pi obiettivo, visto il suo interesse per le caratteristiche pi
visibili (e peraltro essenziali) della classe. Ogni gruppo sociale pu essere studiato in questo modo e
ognuno pu farlo indipendentemente da convincimenti rivoluzionari 12. Tutt'al pi si pu dire che una
siffatta inchiesta, ispirata ad un generico obiettivo politico, non fa necessariamente il gioco della classe
sfruttatrice, ma comunque il suo metodo non ha nulla di specificatamente proletario.
Il secondo approccio si potrebbe invece definire come tipicamente soggettivo. Esso si pone come
scopo l'individuazione delle manifestazioni della coscienza proletaria, di ci che s'intende abitualmente
con il concetto di ideologia. Ad esempio, il marxismo primitivo, l'anarchismo, il riformismo, il
bolscevismo, lo stalinismo hanno rappresentato dei momenti della coscienza proletaria, ed molto
importante capire il senso della loro successione. Perch ampi settori della classe si sono uniti in epoche
diverse sotto le loro bandiere e come queste forme coesistono ancora nella fase attuale? In altri termini,
cosa cerca di affermare il proletariato attraverso queste ideologie? Quest'analisi delle ideologie non
nuova e trova numerose esemplificazioni nella letteratura marxista (per esempio, nella critica leniniana
dell'anarchismo e del riformismo). Senonch, il momento attuale potrebbe costituire un banco di prova
ideale, visto che disponiamo del necessario distacco per apprezzare le trasformazioni delle dottrine, al di
l delle continuit formali (delle idee staliniane fra il 1928 e il 1952 o del riformismo da un secolo a
questa parte). Malgrado il suo potenziale interesse, un'analisi di questo tipo ancora incompleta e
troppo astratta. Da un lato, si rivela un approccio esterno, che una conoscenza libresca (dei
programmi e degli scritti dei grandi movimenti) potrebbe soddisfare, e che non include necessariamente
una prospettiva proletaria; dall'altro, si lascia sfuggire ci che risulta forse pi importante, su questo
piano, dell'esperienza operaia. Si interessa solo all'esperienza esplicita, unicamente a ci che espresso,
12 Si pensi a G. Duveau, La vie ouvrire en France sous le Second Empire, Gallimard, Parigi 1946.

messo in forma di programmi o di articoli, senza preoccuparsi se le idee sono il riflesso preciso dei
pensieri e delle intenzioni degli strati operai che sembrano esserne i portatori. Ora, se vi sempre uno
scarto tra il vissuto il pensiero razionale, questo scarto ha un'ampiezza peculiare per il proletariato.
Anzitutto, il proletariato una classe alienata: non solo dominata, ma anche totalmente esclusa dal
potere economico: perci priva di un qualunque status. Ci non significa disconoscere la relazione fra
ideologia ed esperienza di classe, ma capire che, diventando un sistema di pensiero, l'ideologia suppone
una rottura con questa esperienza e un'anticipazione aperta all'influenza di fattori non proletari.
Riemerge la differenza essenziale tra proletariato e borghesia cui abbiamo fatto cenno. Per la borghesia,
la teoria del liberalismo ha potuto, in un'epoca determinata, avere il senso di una semplice idealizzazione
o razionalizzazione degli interessi; i programmi dei partiti politici esprimono in generale la posizione di
alcuni dei suoi settori. D'altro canto, se il bolscevismo, per il proletariato, rappresentava per certi versi
una razionalizzazione della condizione operaia, esso ne era pure l'interpretazione di una frazione
dell'avanguardia legata ad un'intellighenzia relativamente separata dalla classe. Insomma, ci sono due
motivi che concorrono alla deformazione di quanto espresso dalla massa degli operai: il fatto che questa
interpretazione opera di minoranze esterne alla vita reale della classe o comunque costrette ad una
posizione esterna, e il fatto che si tratta di un'utopia (pur non usando questo termine in un'accezione
negativa), cio di un progetto futuro di cui il presente non contiene tutte le premesse. Non c' dubbio
che le ideologie del movimento operaio sono in parte rappresentative di quest'ultimo, non fosse altro
perch esso le riconosce come proprie; ma esse lo rappresentano solo in forma mediata.
Il terzo approccio pi intrinsecamente storico. Esso si pone alla ricerca di una continuit tra le
grandi espressioni della classe fin dalle sue origini, per stabilire in che modo le rivoluzioni, o pi in
generale le diverse forme di resistenza e di organizzazione operaia (associazioni, sindacati, partiti,
comitati di sciopero e di lotta) siano dei momenti di un'esperienza progressiva, e per dimostrare come
questa esperienza sia connessa all'evoluzione delle forme economiche e politiche della societ
capitalista.
Ma il quarto approccio quello che ci pare pi concreto. Invece di esaminare dall'esterno la
situazione e lo sviluppo del proletariato, esso cerca di restituire dall'interno il suo porsi di fronte al
proprio lavoro e alla societ, e come si manifestano, nella vita quotidiana, le sue capacit di intervento
e/o il suo potere di organizzazione sociale. Prima ancora di qualunque riflessione esplicita, di
un'interpretazione della loro sorte e del loro ruolo, gli operai hanno un comportamento spontaneo nei
confronti del lavoro industriale, dello sfruttamento, dell'organizzazione della produzione, della vita
sociale dentro e fuori la fabbrica; in questo comportamento che si manifesta in modo pi completo la
loro personalit, in questo piano, le distinzioni fra soggettivo e oggettivo perdono di significato. Questo
comportamento contempla le ideologie che ne sono in un certo senso la razionalizzazione, suppone le
condizioni economiche di cui realizza l'integrazione e l'elaborazione permanente.
Questo approccio come abbiamo anticipato non stato finora messo a frutto. Dalle analisi della
classe operaia inglese del XIX secolo offerte dal Capitale possiamo trarre utili spunti e indicazioni in
questo senso. Tuttavia, la preoccupazione essenziale di Marx consiste nel descrivere le condizioni di
lavoro e di vita degli operai. Si limita al primo degli approcci dai noi accennati. Dopo Marx abbiamo a
disposizione solo documenti, lettere e saggi descrittivi della personalit operaia. vero che da alcuni
anni apparsa, essenzialmente negli Stati Uniti, una sociologia operaia che ha la pretesa di analizzare
costantemente i rapporti sociali nelle imprese, proclamando degli intenti pratici. Ma questa strategia
opera del padronato. I capitalisti illuminati hanno scoperto che la razionalizzazione materiale ha dei
limiti, che gli oggetti-uomini hanno delle reazioni specifiche di cui tenere conto, se si vuole trarre da essi
il massimo di benefici, ossia sottometterli allo sfruttamento pi efficace. Ammirevole scoperta, in
effetti, che rimette in circolazione un umanesimo ieri taylorizzato e che fa la fortuna degli pseudopsicanalisti chiamati a liberare gli operai da un risentimento visto come ostacolo deleterio per la
produttivit; oppure degli pseudo-sociologi incaricati d'indagare sugli atteggiamenti degli individui
rispetto al lavoro e ai compagni, allo scopo di introdurre sofisticati metodi d'adattamento sociale. La
disgrazia di questa sociologia che non in grado, per definizione, di cogliere fino in fondo la
personalit operaia, perch condannata dalla sua prospettiva di classe, ad affrontarla dall'esterno e a
considerare la personalit dell'operaio solo come produttore, o meglio semplice esecutore
irriducibilmente legato al sistema di sfruttamento capitalista. I concetti usati sono spesso svuotati di

valore conoscitivo. Ad esempio, quello di adattamento sociale, che per gli operai ha un senso
contrario a quello attribuitogli dai ricercatori. Per questi ultimi, l'adattamento si lega necessariamente
alle condizioni esistenti, per gli operai l'adattamento in un modo o nell'altro una forma di
disadattamento allo sfruttamento. Il fallimento di questa sociologia mette in luce, per converso, i
presupposti di un'analisi concreta del proletariato. L'importante che questo lavoro sia riconosciuto
dagli operai come momento della loro esperienza, un mezzo per formulare, condensare e confrontare
una conoscenza comunemente implicita, frammentaria, pi sentita che pensata. Tra un lavoro
d'ispirazione rivoluzionaria e la sociologia di cui abbiamo detto, c' tutta la differenza che separa il
cronometraggio del produttivo in una fabbrica capitalista e la determinazione collettiva dei livelli di
produzione nell'ambito di una gestione operaia. All'operaio, il ricercatore venuto a scrutare le tendenze
cooperative o le sue modalit d'adattamento appare come il cronometrista che gli misura la durata
psicologica. Invece, il lavoro qui proposto si fonda sull'idea che il proletariato impegnato in
un'esperienza progressiva che tende a far saltare il quadro definito dallo sfruttamento. Non ha dunque
senso che per coloro che partecipano di tale esperienza, in primo luogo gli operai.
In questo senso, l'unicit radicale del proletariato permane. Questa classe pu essere conosciuta
unicamente attraverso se stessa, solo a condizione che colui che l'interroga introduca il valore
dell'esperienza proletaria, metta radici nella sua situazione e faccia proprio l'orizzonte sociale e storico
della classe; a patto di rompere con le condizioni immediatamente date dal sistema di sfruttamento.
Diverso il procedimento per altri gruppi sociali. Gli americani studiano per esempio con efficacia la
piccola borghesia del Middle West, come studiano i Papua delle isole d'Alor. Indipendentemente dalle
difficolt (che riguardano sempre il rapporto tra l'osservatore e il suo oggetto di studio), e dalla
necessit per il ricercatore di andare oltre la semplice analisi delle istituzioni allo scopo di restituire il
senso che esse hanno per gli uomini concreti, possibile raggiungere una buona conoscenza del gruppo
senza condividerne necessariamente le norme e i valori. La piccola borghesia, come i Papua, ha
un'esistenza sociale che, buona o cattiva che sia, tende a perpetuarsi nella stessa forma e offre ai suoi
membri un insieme di comportamenti e credenze solidamente legate alle condizioni esistenti. Viceversa,
il proletariato non solo l'abbiamo sottolineato ci che sembra essere: la collettivit degli esecutori
della produzione capitalista. La vera esistenza sociale del proletariato rimane celata. Legata certo alle
condizioni presenti, essa rappresenta nondimeno una sorda contraddizione al sistema attuale (di
sfruttamento), il principio di un ruolo totalmente diverso da quello che la societ oggi gli impone.
Questo approccio concreto, motivato dalla particolare natura del proletariato, ci spinge a raccogliere
ed interpretare delle testimonianze operaie. Per testimonianze intendiamo soprattutto delle storie di
vita, o meglio delle storie di esperienze individuali, realizzate dagli operai stessi, che ci forniscono
precise indicazioni sul loro vissuto sociale. Vediamo, ad esempio, alcune delle questioni pi significative
che queste testimonianze potrebbero mettere in luce, e che ci vengono suggerite da documenti gi
disponibili13.
Queste testimonianze potrebbero evidenziare:
a) la relazione fra l'operaio e il lavoro: la sua funzione nella fabbrica, il suo sapere tecnico, la sua
conoscenza del processo di produzione (egli conosce da dove viene e dove va il pezzo sul quale
lavora?), la sua esperienza professionale (ha lavorato in altre fabbriche, su altre macchine, in altri
settori?), il suo interesse per la produzione (qual la sua parte d'iniziativa nel lavoro e la sua curiosit
per la tecnica? Ha idee spontanee sulle trasformazioni che andrebbero introdotte nella struttura
produttiva? Ha in generale un atteggiamento critico verso i metodi di razionalizzazione del padronato?
Come accoglie i tentativi di modernizzazione?).
b) Occorre poi evidenziare i rapporti che nell'impresa l'operaio intrattiene con altri operai e con
membri di altri ceti sociali: differenze d'atteggiamento rispetto ai vari operai, ai capi reparto, agli
impiegati, agli ingegneri, alla direzione; la sua concezione della divisione del lavoro: cosa rappresenta per
lui la gerarchia di funzioni e quella dei salari? Preferisce il lavoro individuale o di gruppo? Come si
articolano le relazioni personali, la formazione di piccoli gruppi? Quale importanza hanno per
13 Cfr. P. Romano, Louvrier amricain in Socialisme ou Barbarie, n. 1, marzo-aprile 1949 e n. 5/6, marzo-aprile 1950.

Il testo, apparso originariamente nel 1947, uscir in italiano tra il 1954 e il 1955 sulla rivista Battaglia comunista,
tradotto da Danilo Montaldi. Cfr. ora P. Romano, L'operaio americano in D. Montaldi, Bisogna sognare. Scritti 1952-1975,
Colibr, Milano 1994, pp. 51-57.

l'individuo? Sono diversi da quelli esistenti negli uffici e come questi ultimi sono percepiti e giudicati?
Quale importanza ha per l'operaio la struttura sociale? Conosce altre fabbriche e le paragona con la
propria? bene informato dei livelli salariali connessi allo svolgimento di funzioni diverse nell'impresa?
Confronta la sua busta paga con quella dei compagni di lavoro?
c) Bisognerebbe che dalla testimonianza emergessero le coordinate della vita sociale fuori dalla
fabbrica e il grado di conoscenza di ci che accade nella societ nel suo complesso. Come incide la vita
di fabbrica su quella esterna? In che modo il suo lavoro influisce materialmente e psicologicamente sulla
sua vita personale e familiare? Quale ambiente frequenta fuori dalla fabbrica? In che misura queste
frequentazioni sono imposte dal suo lavoro e dal quartiere nel quale abita? Come si caratterizza la sua
vita familiare, il rapporto con i figli (e la loro educazione)? Di cosa si occupa nel tempo libero? Quali
sono le sue attivit extra-professionali? Ha gusti spiccati per qualche forma di distrazione? Fruisce o
meno grandi mezzi d'informazione e diffusione della cultura (libri, stampa, radio, cinema), e qual il
suo atteggiamento verso di essi? Quali giornali legge? Che cosa vi legge anzitutto, in quale misura
s'interessa e discute di ci che accade nel mondo (l'avvenimento sociale e politico, la scoperta tecnica, lo
scandalo mondano etc.)?
d) Vanno infine svelati i legami con la tradizione e la storia proletaria specifica (conoscenza del
passato del movimento operaio e familiarit con questa storia, effettiva partecipazione alle lotte sociali e
ricordi che esse hanno lasciato, conoscenza di operai di altri paesi, aspettative nei confronti del futuro,
indipendentemente dalla valutazione politica particolare etc.)
Quale che sia il giudizio su queste domande, ci si pu legittimamente interrogare sulla portata
effettiva delle testimonianze individuali. Sappiamo che potremmo ottenerne solo un numero assai
limitato. Con quale diritto possiamo allora generalizzare? Una testimonianza per definizione singolare.
Come trarre, senza artificio, dalle differenti situazioni d'ognuno quella dell'operaio ventenne o
cinquantenne, impiegato in una piccola azienda o in un grande trust, militante sperimentato, dotato di
un'importante esperienza sindacale e politica, oppure di opinioni ristrette o privo di formazione e di
esperienza particolare insegnamenti di valore universale? La riserva, a questo proposito, ampiamente
giustificabile e pare comunque evidente che i risultati che si potranno ottenere avranno una validit
limitata. Tuttavia, sarebbe altrettanto artificioso negare il valore delle testimonianze. Prima di tutto le
diverse testimonianze si muovono all'interno di un quadro unico, quello definito condizione proletaria,
ed quest'ultima che cerchiamo di comprendere attraverso le sue storie, pi che la specificit di ogni
vita particolare. Due operai in situazioni molto diverse hanno in comune il fatto di essere sottomessi ad
una forma di lavoro e di sfruttamento che essenzialmente la stessa, e che assorbe tre quarti della loro
esistenza personale. Sebbene i loro salari possano essere molto diversi, la loro casa e la vita familiare
siano imparagonabili, entrambi sono produttori, operatori di macchine, e la loro alienazione
fondamentalmente identica. Tutti gli operai lo sanno. Ed questo che stabilisce quei loro rapporti di
familiarit e di complicit sociale (anche se non si conoscono di persona) visibili a occhio per il
borghese che penetra in un quartiere proletario. Non quindi assurdo cercare, in determinati casi
individuali, aspetti che acquistano un significato generale, poich tali casi avranno comunque sufficienti
somiglianze da distinguersi, nel complesso, dalle testimonianze provenienti da altri ceti sociali. Il
metodo della testimonianza sarebbe inoltre criticabile se avesse quale scopo la raccolta e l'analisi di
opinioni, che sono per definizione di natura estremamente eterogenea. Invece, e l'abbiamo gi
suggerito, sono gli atteggiamenti operai che ci interessano. Senza dubbio, capita che gli atteggiamenti
possano esprimersi attraverso la manifestazione di opinioni, le quali, per, spesso, producono un effetto
deformante e in ogni caso di natura meno semplice ed essenziale. Sarebbe un errore volere dedurre da
alcune testimonianze individuali le opinioni del proletariato sull'URSS o su una questione precisa come
quella dei differenziali di salario. Assai pi facile individuare gli atteggiamenti operai assunti
spontaneamente, dentro il processo di produzione, nei confronti del burocrate di turno. Infine, occorre
aggiungere che nessun'altra modalit conoscitiva potrebbe rispondere ai problemi che ci siamo posti.
Anche un vasto apparato di rilevazione statistica (ad esempio l'esistenza di numerosi compagni operai in
grado di porre migliaia di domande nelle fabbriche tenuto conto delle critiche da noi rivolte
all'inchiesta effettuata da esterni alla classe) non ci servirebbe a nulla, data la presenza di risposte
anonime che potrebbero essere messe in correlazione solo dal punto di vista quantitativo. Solo se legate
ad un individuo concreto, le affermazioni, che rinviano le une alle altre, che si confermano o si

smentiscono a vicenda, possono acquisire un senso, rivelare un'esperienza o un sistema di vita e di


pensiero suscettibili di interpretazioni. Per tutte queste ragioni, le testimonianze individuali si
dimostrano insostituibili.
Questo non vuol dire che, in questo modo, si possa pretendere di definire ci che il proletariato
nella sua realt, dopo avere respinto le rappresentazioni che gli operai si fanno della loro condizione
attraverso il prisma deformante della societ borghese o dei partiti che pretendono di rappresentarla.
Bench significativa, simbolica, spontanea, la testimonianza operaia comunque determinata dalla
situazione del testimone. Non tanto l'alterazione che pu derivare dall'interpretazione dell'individuo, ma
quella che la testimonianza impone necessariamente all'autore. Raccontare non agire: suppone anzi
una rottura con un'azione che ne trasforma il senso. Fare il resoconto di uno sciopero non come
parteciparvi, anche solo perch se ne conosce l'esito finale. La riflessione ex post d modo di valutare ci
che nello svolgersi non chiarisce immediatamente il proprio senso. In questo caso scaturisce ben pi di
uno scarto d'opinione, si tratta di una trasformazione dell'atteggiamento: un cambiamento nel modo di
reagire alle situazioni nelle quali ci si trova. Inoltre, il racconto mette l'individuo in una situazione
d'isolamento innaturale. con gli altri uomini che condividono la sua stessa esperienza che l'operaio
agisce solitamente, e non solo nella lotta sociale, come quella che egli conduce, in modo nascosto ma
permanente, in seno al processo di produzione, per resistere allo sfruttamento. Gli atteggiamenti pi
caratteristici, verso il lavoro o gli altri ceti sociali, l'operaio non li trova in se stesso come il borghese o il
burocrate, che si vedono dettare il loro comportamento da interessi individuali, ma li esprime anzitutto
nella partecipazione a risposte collettive. Un uso critico della testimonianza dovrebbe consentire di
intravedere nell'atteggiamento individuale ci che espressione del comportamento del gruppo, pur
sapendo che non possono coincidere perfettamente e in ogni modo la testimonianza fornisce una
conoscenza incompleta. Infine, occorre evidenziare il contesto storico nel quale tali testimonianze sono
rese pubbliche. Non un proletario eterno che racconta, ma un tipo di operaio determinato, che
occupa una posizione definita nella storia, la quale segnata da un riflusso delle forze operaie nel
mondo intero, dove la lotta tra due potenze sfruttatrici riduce progressivamente al silenzio ogni
manifestazione sociale, il conflitto [bellico] tende a farsi aperto e il processo d'unificazione burocratica
del mondo a consolidarsi.
L' atteggiamento del proletariato, anche quell'atteggiamento fondamentale che cerchiamo e che
indipendente in una certa misura dalla congiuntura storica particolare, non certo identico se la classe
agisce nella prospettiva di un'emancipazione vicina oppure condannata momentaneamente a
contemplare orizzonti cupi e a mantenere un silenzio storico.
Ma questo approccio, che abbiamo definito concreto, risulta ancora astratto da pi punti di vista. Tre
dimensioni (pratica, collettiva, storica) del proletariato sono state affrontate sin qui in modo indiretto, e
ne emersa perci un'immagine deformante. Il proletariato concreto non pu essere un semplice
oggetto di conoscenza, perch lavora, lotta, si trasforma. Non si pu comprenderlo teoricamente, ma
solo in modo pratico, partecipando alla sua storia. Eppure, questo assunto ancora una volta astratto,
poich non tiene conto del ruolo della conoscenza nella storia del proletariato, che ne parte integrante
come il lavoro e la lotta. Non si pu negare il fatto che gli operai s'interrogano sulle loro condizioni
d'esistenza e sulle possibilit di trasformarle. Occorre quindi moltiplicare le prospettive teoriche,
necessariamente astratte, pur se connesse tra loro, e affermare che ogni progresso nella chiarificazione
dell'esperienza operaia una tappa ulteriore verso la maturazione di tale esperienza. Non per un vezzo
di stile che consideriamo i quattro approcci sopra esposti (e valutati criticamente come complementari).
Ci non significa che i rispettivi risultati si sommino, ma che possono comunicare nell'individuazione,
per vie diverse, e in modo pi o meno esplicito, della sua realt: quella che abbiamo definito, in
mancanza di meglio, esperienza proletaria. Pensiamo che la critica dell'evoluzione delle forme
d'organizzazione e di lotta del movimento o la critica delle ideologie e la descrizione degli atteggiamenti
operai debbano necessariamente interagire. Le posizioni organiche e razionali che si sono espresse
storicamente nel movimento operaio, nelle organizzazioni e nei movimenti che si sono succeduti,
coesistono, in un certo senso, come interpretazioni o realizzazioni potenziali, nel proletariato attuale.
Sotto, per cosi dire, i vari movimenti, riformista, anarchico, stalinista, e in legame con il rapporto di
produzione, gli operai hanno una percezione della loro sorte futura; percezione che sorregge e contiene
queste stesse elaborazioni organiche e razionali. Allo stesso modo, tecniche di lotta legate a momenti

precisi della storia operaia (1848, 1870 o 1917) esprimono tipi di rapporti tra gli operai che continuano
ad esistere e persino a manifestarsi nel tempo (per esempio, come sciopero selvaggio, non organizzato).
Non si vuole con ci affermare che il proletariato in grado di comprendere, per sua natura, la totalit
degli episodi della propria storia e tutte le possibili espressioni ideologiche connesse alla sua condizione.
Potremmo infatti capovolgere la tesi e sostenere che l'evoluzione materiale e teorica del proletariato l'ha
portato ad essere ci che , condensandosi nella sua condotta odierna, per creare un nuovo campo di
possibilit e di riflessione. L'essenziale non perdere di vista nell'indagine degli atteggiamenti operai, il
fatto che la conoscenza ottenuta limitata, e sebbene pi profonda di altre forme di conoscenza, non
solo non nega loro validit, ma deve sapersi associare ad esse, pena la propria inintelligibilit.
Abbiamo messo in luce una serie di questioni che un'analisi concreta potrebbe consentirci di
risolvere o almeno di porre in modo adeguato. Dopo avere formulato alcune riserve sulla loro portata,
ci sembra ora utile indicare in quale modo esse possono saldarsi e contribuire al rafforzamento della
teoria rivoluzionaria. Le questioni principali ci paiono le seguenti: 1) in quale forma l'operaio
s'appropria della vita sociale? 2) Come s'integra alla classe, cio quali sono le relazioni che l'uniscono
agli uomini con cui condivide la stessa condizione, e in quale misura queste relazioni creano una
comunit delimitata e stabile nella societ? 3) Qual la percezione degli altri ceti sociali, la sua
comunicazione con la societ globale, la sensibilit verso le istituzioni e gli avvenimenti non
direttamente legati al suo ambito di vita? 4) In quale modo l'operaio subisce materialmente e
ideologicamente la pressione della classe dominante, e quali sono le tendenze che lo spingono a
prendere le distanze dalla propria classe? 5) Qual il suo atteggiamento nei confronti della storia del
movimento operaio, il suo inserimento di fatto nel passato della classe e la sua capacit d'agire in
funzione della tradizione di classe?
In quale maniera si potrebbe dare una risposta a queste domande e qual il loro interesse?
Consideriamo per esempio la questione dell'appropriazione della vita sociale. Occorre anzitutto essere
informati sulle capacit tecniche e sui saperi dell'operaio, nonch su ci che proprio dell'atteggiamento
professionale. Si dovrebbe capire se e come la cultura tecnica appare al di fuori del lavoro, nel tempo
libero, per esempio nel fai-da-te, o nell'interesse per pubblicazioni tecniche e scientifiche. Occorre
determinare la conoscenza dell'operaio verso i meccanismi dell'organizzazione industriale, la sua
sensibilit nei confronti di ci che riguarda l'amministrazione delle cose. Senza svalorizzare il bagaglio
culturale dell'operaio, nel senso (stretto) dato comunemente dalla borghesia a questo termine (quantit
di conoscenze letterarie, artistiche, scientifiche), occorre cercare di descrivere il campo definito dai
mezzi d'informazione (giornali, radio, cinema etc.). Nel contempo, si dovrebbe sapere se il proletario
presenta un proprio modo d'intendere gli avvenimenti e i comportamenti altrui, quali sono quelli che
suscitano il suo interesse (di cui diretto testimone o dei quali viene a conoscenza attraverso i giornali,
che si tratti di fatti d'ordine politico o meno). Limportante determinare se esiste una mentalit di
classe e in cosa essa differisce dalla mentalit borghese.
A questo proposito, ci limitiamo a qualche indicazione. Non intendiamo fare delle anticipazioni
inopportune sulle testimonianze da raccogliere. Solo queste ultime possono suggerire la corretta chiave
interpretativa, nonch definire l'ampiezza delle questioni proprie alle specifiche indagini. L'interesse
rivoluzionario dell'indagine chiaro: occorre sapere se il proletariato o meno sottomesso al dominio
culturale della borghesia, e se la sua alienazione lo priva di una prospettiva sociale propria. La risposta a
questa domanda pu, da un lato, condurre all'idea che ogni rivoluzione sia condannata al fallimento,
poich il rovesciamento dello Stato non pu che far riemergere, con tutta la sua pesantezza, il vecchio
complesso culturale legato alla societ precedente; oppure, dall'altro, permettere d'intravedere il senso di
una nuova cultura i cui elementi dispersi e spesso inconsci sono gi presenti.
Anticipando le prevedibili critiche in malafede, non ci si scordi che l'inchiesta qui suggerita sulla vita
sociale del proletariato non si propone di studiare la classe dall'esterno, per mostrarne la natura a coloro
che non la conoscono. Essa si pone precise domande a loro volta formulate esplicitamente dalle
avanguardie operaie e implicitamente dalla gran massa della classe, laddove una serie di sconfitte
rivoluzionarie e il dominio della burocrazia operaia hanno minato la fiducia del proletariato nella
propria capacit creatrice ed emancipatrice. Ancora subalterni per questo aspetto alla borghesia, gli
operai pensano di non avere nessuna conoscenza propria, di essere solo i paria della cultura borghese.
In realt, la loro creativit non si manifesta secondo le norme borghesi; la loro cultura non esiste come

ordine separato dalla loro vita sociale, nella forma di una produzione d'idee. Esiste invece come forma
di potere d'organizzazione sulle cose e di adattamento al progresso, come atteggiamento determinato
verso le relazioni fra gli uomini, come disposizione alla comunit sociale. Di ci, presi individualmente,
gli operai hanno un sentimento confuso: l'impossibilit di dare un contenuto oggettivo alla loro cultura
in seno alla societ dello sfruttamento fa loro dubitare dell'esistenza stessa di questa cultura e credere
nella sola realt della cultura borghese.
Consideriamo un secondo ed ultimo esempio. Come descrivere il modo in cui il proletario
integrato alla classe? Occorre, in questo caso, capire come l'operaio percepisce, in seno all'impresa, gli
uomini che condividono il suo lavoro e i membri degli altri ceti sociali. Qual la natura e il senso dei
rapporti con i compagni di lavoro? Manifesta atteggiamenti peculiari nei confronti di operai
appartenenti a categorie diverse, quali l'operaio di mestiere, l'operaio comune, il manovale? Le sue
relazioni d'amicizia si prolungano al di fuori della fabbrica? Ha tendenza a cercare lavori che necessitano
di forme di cooperazione? Se ha sempre lavorato in fabbrica, in quale situazione ha cominciato a farlo?
Egli pensa alla possibilit di svolgere un lavoro diverso? Gli si presentata l'occasione di cambiare
mestiere? Se frequenta ambienti esterni alla propria classe, quale opinione ha di essi? Ha legami con il
mondo contadino e come lo giudica? Bisognerebbe confrontare queste indicazioni con le affermazioni
relative a punti assai diversi: valutare, ad esempio, la familiarit dell'individuo con la tradizione del
movimento operaio, la forza dei ricordi in lui associati ad episodi della lotta sociale, l'interesse per
questa lotta, indipendentemente dal giudizio su di essa. possibile che la condanna della lotta, ispirata
ad un pessimismo rivoluzionario, conviva con una testimonianza entusiasta degli avvenimenti del 1936
o del 1944. Va evidenziato, inoltre, il modo d'intendere la storia e in particolare il futuro dal punto di
vista del proletariato. Occorre capire quali sono le reazioni verso le masse proletarie straniere,
soprattutto verso un proletariato pi privilegiato, come quello nordamericano. Infine, bisogna cercare
nella vita dell'individuo tutto ci che esprime l'appartenenza di classe nonch i tentativi di fuga dalla
condizione operaia: particolarmente significativi sono gli atteggiamenti nei confronti dei figli,
l'educazione impartita loro, i progetti costruiti attorno al loro futuro.
La conoscenza di questi aspetti ha l'obiettivo di mostrare, dal punto di vista rivoluzionario, in che
modo l'operaio parte della propria classe, se l'appartenenza al suo gruppo o meno diversa da quella
del piccolo borghese o del borghese rispetto al loro gruppo di riferimento. E' vero che il proletario lega
la propria sorte, ad ogni livello dell'esistenza, in maniera cosciente o meno, alle sorti della propria
classe? E' possibile verificare concretamente concetti classici, ma spesso troppo astratti, di coscienza di
classe o di atteggiamento di classe e l'idea di Marx secondo cui il proletario, diversamente dal borghese,
non solo membro della sua classe, ma individuo appartenente ad una comunit e cosciente di potersi e
emancipare solo collettivamente?
Socialisme ou Barbarie intende sollecitare e pubblicare delle testimonianze e nel contempo riserver un
ampio spazio a tutte quelle analisi volte a cogliere l'esperienza proletaria. Il lettore potr leggere una
testimonianza a partire da questo numero 14, anche se non tutte le questioni qui messe in evidenza
saranno da essa prese in considerazione. Le ulteriori testimonianze potranno affrontarle, magari
escludendone altre. infatti impossibile fissare un piano di lavoro una volta per tutte. Se abbiamo dato
l'impressione di fornire una sorta di questionario, siamo piuttosto dell'avviso che questo tipo di
procedura non funzioni. La domanda stabilita dall'esterno fonte di disagio per il soggetto interrogato;
determina nei fatti una risposta artificiale, e in ogni modo ne modifica i contenuti. Ci parso utile
indicare alcune piste di ricerca che potranno tornare utili nel caso di una testimonianza provocata. Ma
dobbiamo stare attenti alle specifiche modalit d'espressione che sorreggono un'analisi concreta. Del
resto, il vero problema non quello della forma del documento, ma quello della sua interpretazione.
Chi mostrer dei legami significativi fra questa e quella affermazione per mettere in luce, al di l del
contenuto esplicito, le intenzioni o gli atteggiamenti che le ispirano? Chi metter a confronto le varie
testimonianze? Forse i compagni della rivista Socialisme ou Barbarie? Ma ci non va contro le nostre
intenzioni, visto che ci proponiamo anzitutto, attraverso tale indagine, di fare riflettere degli operai sulla
loro esperienza? Il problema non pu essere risolto in modo semplicistico, soprattutto in questa prima
14 G. Vivier, La vie en usine (cfr. le pp. 48-54 della rivista francese). Questa testimonianza uscita in pi fascicoli e si

conclusa con il fascicolo del luglio-settembre 1955. Lautore, operaio alla Chausson, fabbrica della periferia parigina,
era anche membro della redazione di Socialisme ou Barbarie.

tappa. comunque nostra intenzione coinvolgere gli autori delle testimonianze per una comune
valutazione critica delle stesse. Linterpretazione, indipendentemente da chi la proporr, avr in ogni
modo il vantaggio di uscire accanto al documento da interpretare. Essa potr imporsi solo se risulter
sufficientemente convincente, avendo il lettore la possibilit d'individuare un altro senso nei materiali
che gli verranno sottoposti.
Lobiettivo immediato di riunire questi materiali. Contiamo per questo sulla collaborazione attiva
dei simpatizzanti della rivista.
***

Appendice critica
I
Note sulla classe proletaria come esperienza
[ Maelstrm, n. 3, novembre 1987 estratto ]

L'apporto specifico di Socialisme ou Barbarie [...] stava nel cercare di cogliere la soggettivit sociale, non
spirituale n psicologica o naturale, all'interno dell'esperienza totale proletaria [...] non a partire da
aspetti o lati che fossero riserve di naturalit o di storicit di vita preesistenti o sottostanti ai rapporti
sociali presenti e da essi miracolosamente immuni.
[...] ci che S. ou B. aveva mostrato che se anche lavoro, sfruttamento etc. formano i tre quarti o i
nove decimi della vita personale del proletario, essi sono sempre parte della sua vita proletaria, nel senso
che vengono compiuti, vissuti, patiti e appropriati da lui in un modo del tutto particolare [...] e ci fa si
che non tutta l'attivit proletaria sia d'acchito un'emanazione del capitale, senza per questo dover
affermare che si tratti di un'attivit totalmente altra, latente, biologica, naturale o arcaica, non
colonizzata dai rapporti capitalistici e che al loro avvento resiste, quindi residuale, resistenziale e
nostalgica. S. ou B. ha rintracciato una passivit-attivit propria del proletariato moderno presente anche
nelle situazioni quotidiane e storiche pi cogenti, di massima espropriazione e reificazione, ineliminabile
e inassorbibile senza contraddizione dal capitale, pur essendo un prodotto specifico della sua societ, e
non propria dell'individuo genericamente umano. Esso ha colto, sotto diversi aspetti decisivi,
l'originalit radicale del proletariato moderno, a partire da quella del suo stesso essere classe. [...] Uno
degli apporti principali de L'esperienza proletaria di aver cominciato a fare chiarezza su questo punto: il
proletariato una classe in un senso nuovo, che non mai esistito prima.
I borghesi compongono una classe in quanto hanno una funzione economica simile; le loro
condizioni di esistenza fanno loro apparire di avere, in accordo con esse, interessi e orizzonti comuni,
pur affrontandosi come singoli nella concorrenza; essi formano un gruppo omogeneo, dotato di una
struttura fissa, prima e indipendentemente da ogni interpretazione o espressione finalistica di questa
omogeneit.
La borghesia si insinua fra le maglie della societ feudale, estendendo in essa il suo modo di
produzione e appropriazione e, anche se in questa estensione viene ad urtarsi contro queste maglie, con

le condizioni feudali, esse sono solo un ostacolo e non sono in contraddizione con la sua esistenza
stessa.
Anche al proletariato assegnata una funzione economica ma, al contrario che per la borghesia, essa
non sua e non sufficiente a fare del proletariato una classe. [...] La borghesia ha sempre un
riscontro della propria attivit in un risultato che le appartiene e che le conferisce quindi il carattere di
una classe formata da individui oggettivi. Il proletariato [...] non si trova mai di fronte al risultato della
sua attivit se non come a un risultato sfuggito, ostile ed estraneo, come capitale, che non lo riguarda
se non negativamente. Il senso di classe del proletariato non quindi contenuto in un essere sociale in
s, funzione economica che determina interessi e orizzonti comuni indipendentemente dalle scelte
politiche adottate, nell'essere una categoria sociale determinata dalle condizioni d'esistenza dominanti,
ma dalla sua peculiare e inestinguibile contrapposizione a queste condizioni. Non estendendo le
proprie attribuzioni economiche che il proletariato sviluppa il suo senso di classe, ma negandole per
istituire un nuovo ordine sociale.
Gi questa semplice e schematica enumerazione di caratteristiche dovrebbe bastare a mostrare che,
contrariamente ai caratteri borghesi del concetto di classe, il proletariato non una classe in s che,
quando prende coscienza di questo essere in s, diventa per s, o, detto in altri termini, il proletariato
non saprebbe mai essere un mero oggetto del capitale che, non si sa come, ne perch, talvolta si
trasformerebbe in soggetto. Tutta questa problematica, introdotta da Marx, ripresa da Lukcs e
ultimamente anche dall'Internazionale Situazionista, viziata alla base. [...]
Il proletariato in s, materia di sfruttamento per il capitale, come ha rivelato la ricerca
contemporanea, un sogno, un'utopia capitalistica che non ha mai avuto alcuna esistenza storica e
sociale. L'in s di una classe che sia oggetto di sfruttamento superato non appena questa classe
esperisce questo sfruttamento [...] la classe, rispetto ai proletari, non n trascendente n il libero
risultato di individui liberi: nello stesso tempo in cui li produce, prodotta da loro.
***

II
Lefort e l'esperienza operaia

[ Histoire critique de l'ultragauche, ditions Senonevero, Marseille, 2009 estratto ]

Nel 1951, la questione dell'organizzazione [all'interno di Socialisme ou Barbarie] viene nuovamente


sollevata con un'offensiva lanciata da Lefort, che introduce il concetto di esperienza proletaria. una
acquisizione teorica che per quanto non la si possa sottoscrivere totalmente pone delle questioni
pertinenti. Questo dibattito presente nel n. 10 della rivista del luglio/agosto 1952.
Vecchio allievo di Merleau-Ponty, Lefort utilizza la fenomenologia e le tesi esistenzialiste 15, ci che
una novit per la teoria comunista. Egli rimette in causa tutte le posizioni oggettiviste definendo la
storia del movimento operaio come esperienza. Intrattenendo un rapporto con il mondo e con s
stesso, il proletariato in quanto tale soggetto, e non la semplice personificazione di una categoria
economica: esso il suo proprio soggetto, che si forma da s. Non semplicemente il capitale variabile
o il risultato della rivoluzione industriale, ma esiste in quanto classe attraverso la sua esperienza, ovvero
attraverso il suo rapporto con il mondo come intenzionalit. In quanto soggetti, non si entra in contatto
col mondo se non con un'intenzione. Lefort riprende la tesi fondamentale dell'esistenzialismo, l'esistenza
precede l'essenza. Non esiste un'essenza fissata del proletariato. Esso si costituisce in quanto classe
attraverso la sua propria attivit, le sue scelte, le sue intenzioni. Non un'etichetta.
Lo sfruttamento la contraddizione tra proletariato e capitale (l'estrazione del plusvalore). A partire
dal momento in cui il plusvalore diviene profitto, la contraddizione mette in movimento, attorno e a
partire da se stessa, l'insieme della societ. Le classi non sono il calco di una struttura economica. Non
esiste materia bruta. Le classi si formano attraverso delle pratiche, delle lotte, delle intenzioni: un
soggetto che si costruisce da s.
La posizione di Lefort pecca di un grande soggettivismo. La costituzione delle classi un fenomeno
di polarizzazione (che egli descrive parlando dell'esperienza proletaria), a partire da un insieme di
pratiche e di attivit. Ma non un movimento unicamente soggettivo, promana anche da una
contraddizione oggettiva, sebbene sia vero che le classi non sono il calco di una struttura economica.
Anche lo storico inglese E.P. Thompson che ha fatto un lavoro enorme sulla formazione del
proletariato inglese lo dice, ma in maniera pi semplice:
15 A quel tempo, in Francia, si assiste al pieno successo di Jean-Paul Sartre.

La formazione della classe operaia contiene tanta storia politica e culturale, quanta storia economica.,
Essa non nata per generazione spontanea a partire dal sistema di fabbrica 16. E noi non dobbiamo
rappresentarci una forza esteriore la rivoluzione industriale che si esercita su un materiale umano in
forma grezza, indefinito e indefinibile, e che produce in fin dei conti una nuova razza di individui. Le
trasformazioni dei rapporti di produzione e delle condizioni di lavoro proprie alla rivoluzione industriale
furono imposte non a un materiale umano grezzo, ma all'Inglese nato libero 17 l'Inglese nato libero cos
come Paine l'aveva lasciato, o cos come i metodisti lo avevano modellato. L'operaio di fabbrica o il
fabbricante di base era anche erede di Bunyan, dei diritti dei villaggi tali quali la memoria li trasmetteva,
delle nozioni di uguaglianza davanti alla legge e delle tradizioni artigianali. Fu sottomesso ad un
indottrinamento religioso massivo e, allo stesso tempo, egli invent delle tradizioni politiche. La classe
operaia si crea da sola, tanto quanto essa venga creata 18.
Nel numero 10 di SouB (luglio-agosto 1952), Claude Lefort scrive:
La storia del proletariato [...] esperienza, e questa dev'essere compresa come progresso
d'autorganizzazione. In ciascun periodo, la classe si pone i problemi che sono implicati ad un tempo dalla
sua condizione di sfruttamento e da tutte le sue esperienze anteriori19.
Non c' una materia bruta che sarebbe il puro risultato della rivoluzione industriale o della fabbrica.
Il lavoro che il proletariato deve fare su se stesso la libert (tema dell'esistenzialismo). Una volta
definita in maniera generale l'esperienza proletaria, la questione di sapere qual la situazione in questo
inizio degli anni Cinquanta.
Oggi l'unificazione crescente della societ di sfruttamento e il passato di lotte che ha prodotto la
burocratizzazione operaia di cui lo stalinismo il punto d'approdo [Si esce quindi dalla concezione
tradizionale che vede la burocrazia come un fenomeno che viene dall'esterno, parassitario;
essa viene direttamente dalle lotte; sono le lotte operaie che hanno prodotto gli organismi
burocratici. Nda] determinano un momento essenziale dell'esperienza proletaria. Se, fino alla nostra
epoca, questa si svolta sotto il segno della lotta immediata contro la borghesia e della soppressione semplice
della propriet capitalista, essa consiste oggi in una messa in questione totale dello sfruttamento e della
forma positiva del suo potere20.
Si ritrova in Claude Lefort la posizione classica di SouB: la forma positiva del suo potere definisce
la societ capitalistica sul tema della gestione.
Lefort non rigetta il partito rivoluzionario perch esteriore alla classe, ma lo descrive come risultato
della storia della classe come esperienza, una forma necessaria ma ora superata.
Per Lefort, dunque, inutile criticare Lenin, facendo egli parte dell'esperienza proletaria dell'epoca. Il
partito bolscevico non ha dirottato la Rivoluzione Russa, esso faceva parte di quell'epoca,
dell'esperienza del proletariato. stato una creazione del proletariato e quest'ultimo lo ha seguito.
Lefort si libera della visione tradizionale dell'ultrasinistra che vede il partito come un qualcosa che va a
dirottare la buona lotta operaia. Il concetto di esperienza proletaria ingloba la storia del movimento operaio
e ne opera la periodizzazione. una rottura completa con il tipo di problematica che concepisce la
16 Il sistema di fabbrica non produce la classe, produce degli operai, una collezione di operai; ma essa una classe?
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Bisogna che essa esista per se stessa. tutto il problema della classe in s e della classe per s. Sembra che
Marx abbordi il problema per la prima volta nel 1947 nella Miseria della filosofia. (NdA)
In questo passaggio si fa riferimento a tutte le sette protestanti che sono state molto importanti nell'origine della
classe operaia. Erano dei movimenti alquanto contestatari in rapporto al potere regale, che oggi si potrebbero
qualificare come autonomi.
Edward Palmer Thompson, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, Il Saggiatore, Milano 1969. Trad.
redazionale dall'originale inglese.
Claude Montal [Lefort], Le proltariat et le problme de la direction rvolutionnaire, in Socialisme ou Barbarie, n. 10,
luglio-agosto 1952, p. 20.
Ibid., p. 20.

storia del movimento operaio come lo scontro del buon principio dell'autonomia e del malvagio principio
della direzione:
essa stessa [la classe] che ha avvertito l'esigenza di una direzione separata che la guidasse 21.
La critica del partito bolscevico non deve consistere in una critica della concezione leninista
dell'organizzazione [...] ma in una critica storica del proletariato 22.
Ci che essenziale per Lefort, di storicizzare il proletariato: ci che esso nella sua
contraddizione con il capitale. Non esiste una classe invariante, definita una volta per tutte
(contrariamente alla tesi bordighista dell'invarianza del proletariato e della sua teoria).
Questa [la critica del periodo che si estende fino al 1917] non possibile se non quando la storia
stessa ad effettuarla23, allorch si rivela il carattere apertamente controrivoluzionario del partito dopo il
1917. solo allora che possibile vedere che la contraddizione non risiede nel rigore del centralismo ma nel
fatto stesso del partito; che la classe non pu alienarsi in alcuna forma di rappresentazione stabile e
strutturata senza che questa rappresentazione si autonomizzi. allora che la classe pu ritornare su se
stessa e concepire la sua natura, che la differenzia radicalmente da tutte le altre classi. Fino a quel momento
essa non aveva preso coscienza di s che nella sua lotta contro la borghesia e subiva ,nella comprensione
stessa di questa lotta, la pressione della societ dello sfruttamento. [...] Ma la sua sconfitta le mostra che
non pu dividersi, non pu alienarsi in forme di rappresentazione stabili, come fa la borghesia.
Quest'ultima lo pu fare solo poich possiede una natura economica in rapporto alla quale, i partiti politici
non sono che delle sovrastrutture. Ma come abbiamo detto, il proletariato non nulla di oggettivo, una
classe presso cui l'economico e la politica non hanno pi delle realt separate, una classe che non si definisce
se non come esperienza24.
Per Lefort, SouB non deve fissarsi come obiettivo di suscitare una organizzazione d'avanguardia
modellata su un programma. Un tale raggruppamento potr sorgere spontaneamente nel corso delle
lotte precedenti la rivoluzione, potendo queste produrre un distaccamento provvisorio puramente
congiunturale, che non deve fissarsi in organizzazione. SouB deve effettuare un lavoro teorico di
chiarificazione, cercare di esprimere ci che implicito nell'esperienza operaia e sperare che si produca
questo raggruppamento spontaneo e congiunturale, la cui esistenza non pu essere provocata.
Castoriadis gli risponder con le sue tesi del 1949 sul Partito rivoluzionario, ma aggiunger che la
costituzione di una direzione non ancora il compito del momento.

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Ibid., p. 23.
Ibid., p. 22.
Non siamo dunque noi in quanto teorici, il proletariato stesso. (NdA)
Ibid., p. 23-24.