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Accademia Editoriale

Discorsi dei liberti e parodia del Simposio platonico nella Cena Trimalchionis
Author(s): Federica Bessone
Source: Materiali e discussioni per l'analisi dei testi classici, No. 30 (1993), pp. 63-86
Published by: Fabrizio Serra Editore
Stable URL: http://www.jstor.org/stable/23209073
Accessed: 22-06-2016 04:03 UTC
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Federica Bessone

Discorsi dei liberti e parodia del Simposio

platonico nella Cena Trimalchionis


Innumerevoli sono i modelli letterari che il Satyricon coinvolge
nella sua tessitura parodica; il Simposio di Platone uno di que
sti e dissemina tracce di s, visibili, talora anzi esibite, nell'opera
petroniana. L'entrata di Abinna e vari punti della Cena, la sto
ria del fanciullo di Pergamo e alcune riflessioni di Gitone sul

mnage con Encolpio sono luoghi in cui possiamo leggere la

trasformazione romanzesca dell'illustre archetipo, operata nel


segno della parodia e della degradazione1. A sollecitare una ve
rifica del rapporto intertestuale col Simposio ora un altro pun
to del romanzo, la conversazione dei commensali ai capitoli 41
46 della Cena, riconoscere la presenza del modello, in forma di
rovesciamento parodico, nella costruzione del dialogo dei liber

ti ci aiuter ad apprezzare la complessit letteraria di questa

creazione petroniana e a far emergere il disegno di una pi am


pia relazione tra la Cena Trimalchionis e il dialogo platonico.
Al cap. 41, 9 Trimalcione libera momentaneamente gli ospiti
(come il Nasidieno oraziano) dalla sua tirannica presenza. Sot
tratti all'incalzare delle portate e alla rega del padrone di casa, i
convitati si danno alla conversazione: in una sequenza mimetica

pressoch ininterrotta assistiamo cos alle tirate successive di


cinque liberti, accomunate dalla ben nota qualit volgare del
linguaggio e dalla vivacit espressiva che sprigiona effetti comi
ci. Argomenti banali, orizzonti meschini e gusto del pettegolez
zo, un ovvio e trito filosofeggiare, tutto proverbi e frasi fatte,

1. Si vedano i contributi di: A. L., 2 Petronius, Beri. Philol. Wochenschr. 29,


1900, p. 925-26; A. Cameron, Petronius and Plato, Class. Quart. n.s. 19, 1969,
pp. 367-70 (con bibliografia precedente); M. Citroni, Due note marginali a Petro
nio, Maia 27, 1975, pp. 297-305; R. Dimundo, Da Socrate a Eumolpo. Degrada
zione dei personaggi e delle funzioni nella novella del fanciullo di Pergamo, MD
10-11, 1983, pp. 255-65; G. Sommariva, Eumolpo, un 'Socrate epicureo' nel Satyri
con, Ann. Scuoi. Norm. Pisa, Cl. Lett., ser. III, vol. XIV, 1, 1984, pp. 25-58. Il
testo di Petronio sar citato secondo la terza edizione di K. Mller, Mnchen 1983.

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danno l'impronta fondamentale al brano, che celebra la triviali

t di un ambiente sociale determinato.

L'insieme dei discorsi stato interpretato, da un lato (analo


gamente a quanto si era gi fatto per i saggi di cultura di Tri
malcione2), come parodia di un genere letterario, quello del dia
logo (soprattutto) filosofico, che verrebbe riprodotto da Petro
nio nella sua forma esterna, con un evidente rovesciamento a
livello di contenuti e di stile3 ; dall'altro, in relazione pi specifi

camente al Simposio di Platone, come una sorta di anti

Simposio, tentativo fallimentare dei liberti di far rivivere quell'i


deale, suscettibile di una lettura in chiave simbolica pi che di

un'analisi in termini di parodia4. Convinti, al contrario, che

2. Gi da tempo, i ridicoli sfoggi eruditi in cui si cimenta Trimalcione nella Cena


sono stati interpretati come goffe pretese del parvenu di imitare la conversazione
dotta dei simposi letterari, o meglio come comica parodia del genere da parte di
Petronio, di cui sono un segnale metaletterario le parole del personaggio a 39, 4:
oportet etiam inter cenandum philologiam nosse. Un accenno gi in J. Martin, Sym
posion. Die Geschichte einer literarischen Form, Paderborn 1931, p. 24; l'osserva
zione stata ripresa da: A. Hug, Symposion-Literatur, RE IV A2, 1932, col. 1278;
E. Courtney, Parody and Literary Allusion in Menippean Satire, Philologus 106,
1962, p. 97; J. P. Sullivan, The Satyricon of Petronius, London 1968, p. 125; Came
ron, art. cit. p. 370 e soprattutto da G. . Sandy, Petronius and the Tradition of the
Interpolated Narrative, Trans. Am. Philol. Ass. 101,1970, pp. 471-73. Una breve
notazione sulla parodia dei simposi letterari, con la loro conversazione idealizzata,
nella scena del litigio tra Trimalcione e Fortunata si trova in V.Tandoi, Una propo

sta di matrimonio per Trimalcione (PetrSatyr. 74, 15), in: Studia Fiorentina Ale
xandre Ronconi sexagenario oblata, Roma 1970, p. 452.
3. E' questa la tesi sostenuta con un'analisi dettagliata dei capp. 41-46 da A. Peru
telli, Le chiacchiere dei liberti. Dialogo e commedia in Petronio 41-46, Maia 37,
1985, pp. 103-19. In precedenza solo un brevissimo accenno era stato fatto da Ca
meron, art. cit. p. 370: ...the real counterpart of the philosophical conversation
proper to a dialogue is of course the homely philosophy of the freedmen. Perutelli
fa riferimento anche al Simposio, sia in generale sia, specialmente, a proposito del

malevolo discorso di Filerote sul morto Crisanto, possibile rovesciamento degli


elogi platonici di Eros in antielogio (art. cit. p. 112-13; l'osservazione di un'analogia
di struttura con il dialogo del Simposio platonico in particolare sembrerebbe impli
cita in un cenno di Sullivan -1. cit. -, che non coglie per in alcun modo la funzione

parodica: The successive conversational monologues of Trimalchio's guests lack


the formality and singlemindedness of the speakers in the Symposium...).

4. Cos Florence Dupont, Le plaisir et la loi. Du Banquet de Platon au Satyricon,


Paris 1977, pp. 78-82 (da vedere tutto il terzo capitolo, Le Banquet d' Agathon et le
Festin de Trimalchion, pp. 61-89, cui faremo riferimento pi volte). In questo sag
gio di impianto generale viene accostata ad altri confronti tra l'episodio petroniano
e il Simposio platonico l'osservazione di una corrispondenza strutturale tra i cinque

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Simposio platonico e Cena Trimalchionis

quest'ultimo sia l'approccio pi opportuno, la lettura che me


glio risponde all'atteggiamento di Petronio verso i modelli di
letteratura 'alta', ci proponiamo in questa sede di approfondire
l'analisi testuale e di esaminare i meccanismi della parodia messi
in atto dall'autore, la sua strategia intertestuale; per parodia in
tendiamo in questo caso la riproduzione distorta di un modello
nobile, che proietta una luce caricaturale non sul modello ma su
se stessa, copia degradata di quello.
Il testo platonico, di cui conosciamo il valore esemplare per il
Satyricon e per la Cena in particolare, ci offre in tutta la sua
prima parte l'esempio principe di un dialogo fatto di 'assoli'
successivi e ambientato in un contesto conviviale, in evidente
analogia con la costruzione petroniana - che su quella matrice
appare ricalcata il parallelismo di struttura mette in risalto
un'opposizione generale, radicalmente netta, tra i due contesti,
in cui il secondo vuol essere letto (anche) come degradazione ed
inversione del primo; a un'osservazione ravvicinata del brano
del romanzo, come vedremo, emergono poi alcune, puntuali,
opposizioni significative nei confronti del modello, che sottoli
neano il generale gesto parodico di cui esso fatto oggetto.
Non solo l'ambientazione del 'dialogo' petroniano , ovvia
mente, conviviale, ma la sua precisa collocazione nell'ambito
della cena riproduce il luogo tradizionalmente riservato alla
conversazione nel simposio greco5 (punto d'avvio anche per il
discorsi dei liberti - seguiti da quelli di Trimalcione e, quindi, di Abinna - e gli elogi
di Eros pronunciati dai cinque oratori in Platone - coronati dai discorsi di Socrate e

di Alcibiade All'interno di una costruzione complessiva della Cena che riproduce


i momenti salienti del convito platonico (in maniera per disarticolata e svuotata di

senso) il libero dialogo dei commensali ha secondo la studiosa un posto centrale:


esso aspira all' ideale del Simposio le Banquet perdu , ma fallisce nel tentativo
di realizzarlo, riesce nella negazione e nell'opposto di quello; la vacuit e la molestia
dei discorsi sanciscono lo scacco dei liberti, impotenti a far rivivere il lgos sympoti
ks e ridotti a strumenti scenici nelle mani del regista Trimalcione, re e tiranno di un

banchetto dispotico. In questa prospettiva (descrizione del dialogo dei liberti come
tentativo - fallimentare - di conformarsi al modello del simposio democratico ate
niese; lettura in chiave simbolica di questo scacco - che rappresenterebbe fra l'altro
la perdita della libert di parola, sul piano politico, nella Roma imperiale -) la Du
pont respinge la definizione del rapporto tra la Cena e il Simposio in termini di
parodia (l'interpretazione della Cena come anti-Simposio, proposta dalla studiosa
francese, accolta e ribadita da R. Martin, La Cena Trimalcbionis: les trois ni
veaux d'un festin, Bull. Ass. G. Bud 1988, 3, p. 243 s.).

5. Cfr. ad es. P. Von der Mhll, Il simposio greco, in: Poesia e simposio nella
Grecia antica. Guida storica e critica, a c. di M. Vetta, Roma/Bari 1983, p. 10 (ed.

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dialogo del Simposio platonico)6: quel momento in cui, finite le


portate (e offerte le libagioni rituali), i convitati si dedicano a
bere vino e a discorrere amabilmente. Grazie all'uscita di scena
di Trimalcione si crea infatti una sosta, una sospensione e come
un'illusione di fine del banchetto, presto spezzata col ritorno
del padrone di casa e con la ripresa delle portate (47, 8: nec
adhuc sciebamus nos in medio, quod aiunt, clivo laborare, nam
commundatis ad symphoniam mensis tres albi sues in triclinium
adducti sunt...). Se l'introduzione della sequenza oscurata per
noi dal sospetto guasto testuale di 41, 9 (ma si veda l'Appendi
ce, in cui espongo le ragioni per cui il testo mi sembra difendibi

le), va ricordato che essa si riallaccia strettamente a 39, 1, al

punto in cui, portato via il piatto zodiacale, il tentativo dei con


vitati di darsi, appunto, al vino e alla conversazione era stato
interrotto e ritardato da un ennesimo intervento di Trimalcio
ne: interpellavit tam dulces fabulas Trimalchio; nam iam subla
tum erat ferculum, hilaresque convivae vino sermonibusque pu
blicatis operam coeperant dare. E' del resto con la richiesta di

vino da parte di Dama7 e con il suo breve discorso, al vino

interamente dedicato, che si apre il nostro brano.


Al contesto 'simposiale' si lega evidentemente, come si det
to, il primo intervento : Dama itaque primus cum fpataracinaf

rig.: 1957); . Bielohlawek, Precettistica conviviale e simposiale nei poeti greci (da
Omero fino alla silloge teognidea e a Crizia), ibid. (il saggio del 1940), p. 99, 105 e
n. 16, ecc. Del resto non mancano esempi neppure in ambito latino: si veda, oltre ai
passi di Cicerone e di Orazio citati pi avanti, Macr. Sat. 2, 1, 1 ; 7,1, 1, dove agisce
ugualmente il modello della letteratura simposiale greca; cfr. inoltre Mart. 10, 48,18

ss. (l'uso si fa convenzione letteraria; la stessa collocazione, nell'ambito del ban


chetto, serve spesso da cornice ad un racconto nel racconto, specialmente nell'epica
e nel romanzo: si vedano, ad es., Verg. Aen. 1, 723 ss.; Ov. Met. 4, 765 ss.; 8, 571

ss.; 12, 155 ss.; 13, 639 ss.; Apul. Met. 2, 19).

6. Si veda anche la definizione data da Plutarco, nel proemio generale alle sue
Quaestiones convivales (I, 612 d-e), dei simposi scritti da illustri filosofi (Aristotele,
Speusippo, Epicuro, Pritani, Ieronimo, Dione) sull'esempio di Platone e Senofonte:
... (iciv
.

7. Questa l'interpretazione comune, praticamente sicura, nonostante le incertez


ze sul termine pataracina, che alcuni tentano di spiegare, altri ritengono corrotto
(Mller3 lo stampa tra cruces): si veda il commento di M. S. Smith (Oxford 1975) ad

loc. (e, da ultimo, M. G. Cavalca Schiroli, Dama: Petron. Satyr. 41, 10-12, in:
Mnemosynum. Studi in onore di A. Gbiselli, Bologna 1989, p. 89) e si confronti la
richiesta di Abinna ubriaco, subito imitato da Trimalcione, a 65, 8.

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Simposio platonico e Cena Trimalcbionis


poposcisset, 'dies' inquit 'nihil est. dum versas te, nox fit. itaque
nihil est melius quam de cubiculo recta in triclinium ire. et mun
dum frigus habuimus. vix me balneus calfecit. tamen calda potio
vestiarius est. staminatas duxi, et plane matus sum. vinus mihi
in cerebrum abiit'. Alla richiesta di nuove coppe, segnale d'ini
zio del simposio8, tiene dietro un breve discorso che culmina in
una dichiarazione di ubriachezza. L'esordio sembrerebbe

un'ennesima variazione conviviale sul tema della fuga del


tempo9, ma un meccanismo di degradazione interviene nei con
fronti di tale topica, e nel raggio delle espressioni possibili ne
viene scelta una parzialmente ambigua, che serve a creare un

effetto comico. La considerazione sulla fugacit del giorno e


sull'incalzare della notte10 parrebbe infatti ricca di risonanze
esistenziali11, in ragione del frequente scambio metaforico (o,
meglio, metonimico) tra luce del giorno ed esistenza umana, tra
notte e morte12; con la frase seguente si introduce per uno

8. Qui sembrerebbe agire anche il modello della cena Nasidieni (cfr. ad es. Sulli
van, op. cit. p. 127), in cui lo spazio lasciato libero dall'uscita dell'ospite colmato
dai sussurri a bassa voce scambiati nell'orecchio tra i convitati (Hor. S. 2, 8, 77-8) e,
tra l'altro, da una richiesta inascoltata di vino da parte di Vibidio (v. 82): in realt,
come si dir anche in seguito (cfr. l'Appendice) l'analogia rimane in questo caso
superficiale ed esterna, pi apparente che reale.
9. Una di quelle considerazioni di ordine generale cos spesso associate all'invito a
bere e al carpe diem, cui anche Trimalcione aveva fatto omaggio al cap. 34 (7; 10), e
che un passo di Lucrezio (per non citare la ricchissima tradizione di poesia simpo
siale in proposito) definisce come tipiche dei contesti conviviali: Lucr. 3, 912 ss. hoc
etiam faciunt ubi discubuere tenentque/ pocula saepe homines et inumbrant ora
coronis,/ ex animo ut dicant 'brevis hic est fructus homullis;/ iam fuerit neque post
umquam revocare licebit'.
10. Per la quale la formulazione pi vicina, in un contesto simposiale e in stretta

connessione con l'invito a bere, forse quella di Alceo, fr. 346 LP: Beviamo.
Perch aspettare le lucerne? Il giorno un dito... ( questa una delle due interpre

tazioni possibili dell'espressione ). Il frammento il seguente:


' ; ' / +' ,
.-1 /olvov / '.

/ , <> ' / .

11. Di cui il carme di Alceo non privo, e che saranno valorizzate dal rifacimento

di Asclepiade, A.P. 12, 50, 5 ss. (= HE 884 ss.): 1


. / * ; / '
, / , ' .

12. E' appena il caso di ricordare Cat. 5, 4-6: soles ocdere et redire possunt: /
nobis cum semel occidit brevis lux, / nox est perpetua una dormienda o Hor. C. 1,
28, 15 s.: sed omnis una manet nox / et calcanda semel via leti. Per l'invito a bere

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Federica Bessone

scarto e quell'orizzonte di attese viene comicamente dissolto13:


la conclusione tratta dal personaggio, che non c' niente di me
glio del passare direttamente dalla camera da letto alla sala da
pranzo, restituisce quella premessa al suo nudo significato lette

rale e la svilisce a giustificazione della vita del debosciato, il

quale inizia a gozzovigliare in pieno giorno14. Viene quindi pre

sentata, dopo la considerazione di ordine generale, anche l'oc

casione particolare, la circostanza presente che invita a bere vi


no: nell'ambito della topica simposiale, con la gamma delle sue

motivazioni occasionali, scelta di nuovo una giustificazione


facilmente riconducibile ad un livello di fisicit elementare,

quella del freddo esterno15; cos, anche il relativo elogio degli


effetti del vino, inscrivibile a sua volta nella ricca tradizione
simposiale delle lodi ad esso tributate16, scade ad una esaltazio
ne della sua virt assolutamente limitata alla pura materialit

legato alla coscienza del trascorrere del giorno si pu richiamare Hor. C. 3, 28, 5
ss.: inclinare meridiem / sentis ac, veluti stet volucris dies, /paras deripere horreo /
cessantem Bibuli consults amphoram. Anche la forma dell'espressione (dum versas

te...), come stato notato, riecheggia formulazioni probabilmente tipiche di tali


contesti, e forse proverbiali. Si porta a confronto Sen. De ira, 3, 43, 5 (la chiusa del
dialogo) : dum respicimus, quod aiunt, versamusque nos, iam mortalitas aderii, e si
potrebbero accostare espressioni come quella di Hor. C. 1, 11, 7 s. : dum loquimur,
fugerit invida/ aetas, bench il loro carattere proverbiale non sia ristretto a questo
solo ambito: si veda il commento di Nisbet-Hubbard (A Commentary on Horace:

Odes Book 1, Oxford 1970) ad loc.


13. Lo scompenso qui messo in risalto con l'analisi dei meccanismi testuali era
avvertito, in alcune fini osservazioni di carattere psicologistico, da V. Ciaffi, Inter
mezzo nella Cena petroniana (41, 10-46, 8), Riv. Filol. Istr. Class. 83, 1955, p.
115-16.

14. Su questa dottrina paradossale, quasi un rovesciamento delle invettive seneca


ne contro la turba lucifugarum, importanti le osservazioni di Perutelli, art. cit. p.
109 e . 15; sulla sconvenienza (o estrema eleganza) del de medio potare die si veda

anche la nota di Nisbet-Hubbard (A Commentary on Horace: Odes, Book II, Ox


ford 1978) a Hor. C. 2, 7, 6.
15. Al proposito si pu ricordare il carme 338 LP di Alceo - poeta che, secondo
Ateneo, trovava motivo per bere in ogni stagione dell'anno -, modello dell'ode
oraziana del Soratte (Hor. C. 1, 9); sulla frequente ambientazione invernale dei
carmi simposiali cfr. Nisbet-Hubbard, Hor. Odes, Book I cit. p. 117, 134.
16. Cfr. ad es., per rimanere in ambito latino, il discorso de vi vini pronunciato da
Messalla nel Simposio scritto da Mecenate, su cui ci informa Servio Dan. ad Aen. 8,

310; i w. 13-20 dell'Ode 3, 21 di Orazio, rivolta all'anfora e dedicata allo stesso


Messalla; i w. 16 ss. dell'Epistola oraziana 1, 5 (l'invito a cena a Torquato), ecc. (si
veda anche la nota di Nisbet-Hubbard a Hor. C. 1, 18, 3-6, p. 228).

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Simposio platonico e Cena Trimalchionis


fisiologica, di rimedio contro il freddo17. L'annuncio della pro
pria ubriachezza, degno coronamento, suggella comicamente il
pezzo e assimila il personaggio a una figura tipica dei simposi
letterari, quella del forte bevitore o dell'ubriaco18.
Questo per l'analisi puntuale. Se si considera ora l'intervento
nel suo insieme, la tirata da crapulone proprio in apertura alla
serie dei discorsi, pronunciata da un personaggio gi ubriaco in
questa fase della cena19, rimanda per contrasto a quella che, nel
Simposio di Platone, l'introduzione vera e propria al dialogo
dei convitati. Al paragrafo 176 del testo greco, terminata la cena
e dopo le libagioni, l'inno al dio e gli altri rituali, al momento di
passare al vino (176 a: ) viene avanzata
da Pausania la proposta di bere nel modo meno molesto (mode
ratamente), visto anche che la maggior parte dei convitati risen
te ancora gli effetti delle bevute del giorno prima. Accettata da
Aristofane e da Agatone, grandi bevitori che al momento non si
sentono pi in forze, la proposta viene ripresa entusiasticamen
te dal medico Erissimaco, rappresentante dei pi deboli nel be
re: poich nessuno ha voglia di esagerare col vino, egli non teme
di riuscire fastidioso esponendo il punto di vista della medicina

sull'argomento, cio che l'ubriachezza fa male agli uomini, e

dichiara di non essere disposto e di non voler indurre altri, tan

to pi con la testa pesante dal giorno precedente, ad andare

oltre misura. Tutti si accordano, dunque, di non passare quel


convito nell'ubriachezza (
), ma di bere ognuno secondo il proprio pia
cere, senza costrizioni20. E' ancora Erissimaco, infine, a ribadire
il concetto, aggiungendo il suggerimento di congedare la flauti
sta e di passare il tempo, quel giorno, nei discorsi, su un argo

mento che egli stesso proporr (...

17. Mentre spesso il vino lodato come liberatore dagli affanni, capace di riaccen
dere la speranza, di ricondurre alla giovinezza, di recare l'oblio... (cfr. A. La Penna,

Il vino di Orazio: nel modus e contro il modus, in: Saggi e studi su Orazio,
Firenze 1993, p. 275-97, a p. 290 ss.). L'esaltazione di Dama sar ripresa in forma
decisamente volgare nel successivo discorso di Seleuco (42, 2).

18. Cfr. Martin, op. cit. p. 106 ss.


19. Mentre per gli altri personaggi i primi segni dell'ubriachezza si manifestano a
52, 8, a 64, 2 e in seguito.

20. Cio senza l'imposizione delle leggi simposiali, che stabilivano la quantit di
vino che i convitati dovevano bere (cfr. il passo oraziano citato pi avanti).

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Federica Bessone
.., '

, ' , ); sar di
nuovo lui, nella parte finale, al momento dell'arrivo di Alcibia
de ebbro e di fronte alla sua richiesta di vino e al suo autopro
clamarsi arbitro delle bevute, ad obiettare che, in tal modo, essi
non saranno in grado di parlare davanti al bicchiere n di canta
re, ma berranno solo come degli assetati (214 a-b): ...
; , '

;
L'incompatibilit tra lo stato di ubriachezza e la conversazio

ne amabile che deve accompagnare il simposio ideale, per la

quale si richiede moderazione nel bere, un concetto di radici


antichissime, ripetutamente elaborato e ridefinito nella poesia
simposiale greca21; esso viene ad assumere il rilievo speciale di
una premessa imprescindibile nel convivio filosofico, a favore
dei discorsi che ne costituiscono la componente centrale. Cos

anche nel Simposio di Senofonte, insieme a quello di Platone

archetipo del genere letterario; qui Socrate che, di fronte alla


richiesta di una grande coppa da parte del buffone Filippo, ap

poggiata da Callia, il padrone di casa, si fa promotore dell'ini

ziativa di bere poco alla volta (23 ss.): perch il vino addormen
ta le pene e risveglia le gioie, ma ai corpi umani avviene come
alle piante, che, abbeverate troppo copiosamente, non riescono
a sollevarsi e a lasciarsi penetrare dalle brezze, mentre, se bevo
no secondo il bisogno, crescono ben dritte, fioriscono e produ
cono frutti; cos anche noi, qualora ci facciamo versare da bere
tutto in una volta, subito vedremo vacillare il nostro corpo e la
nostra mente, e non saremo in grado neppure di respirare, tanto
meno di dire qualcosa; se invece i servi faranno stillare per noi
una pioggia fine e frequente in piccole coppe... cos, non essen
do costretti dal vino ad ubriacarci, ma lasciandoci persuadere,
giungeremo a una maggiore gaiezza (anche qui la proposta vie
ne accolta da tutti).

21. Si vedano i numerosissimi passi discussi nello studio citato di Bielohlawek


(passim); tra tutte le formulazioni, interessante quella di Teognide, 467-96, con il
biasimo rivolto al convitato che sa solo ripetere Versami e si ubriaca, l'esortazio
ne agli altri a parlare amabilmente accanto al cratere, perch il simposio non sia
, e l'esempio del poeta, che beve con moderazione (in Teognide cfr. anche i w.
762-63, ecc.); si veda inoltre il discorso di Solone nel frammento di Alessi riportato
da Ateneo, X 431 e.

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Simposio platonico e Cena Trimalchionis 71


Che questo atteggiamento rimanga codificato come regola
essenziale nel simposio ideale, incentrato sui discorsi molto pi
che sul cibo o sul vino abbondante, risulta da numerosi passi del

Convivio dei sette sapienti e delle Questioni conviviali di

Plutarco22 e si pu osservare anche in ambito latino: lo mostra


no, ad esempio, le parole di Catone nel De senectute ciceronia
no (46), che si rifanno esplicitamente al modello senofonteo23, e

il convito fortemente idealizzato che Orazio colloca nell'ago

gnata villa sabina, modellato abbastanza chiaramente, mi pare,


sull'archetipo platonico24.
Tornando a Petronio, direi che la teorizzazione di Dama e la
sua ubriachezza in atto, collocate in posizione incipitaria nella
22. Cfr. ad es. Sept. Sap. conv. 156 c-e; Quaest. conv. 4, 660 (proemio) b-c. In
generale si veda E. Pellizer, Outlines of a Morphology of Sympatic Entertainment,
in: Sympotica. A Symposium on the Symposion, ed. by O. Murray, Oxford 1990, p.
178 s.

23. Me vero et magisterio delectant a maioribus institua et is sermo, qui more


maiorum a summo adhibetur in poculo, et pocula, sicut in Symposio Xenophontis est,
minuta atque rorantia et refrigerano aestate et vicissim aut sol aut ignis hibernus;

quae quidem etiam in Sabinis persequi soleo conviviumque vicinorum cotidie com
pleo, quod ad multam noctem, quam maxime possumus, vario sermone producimus.

24. S. 2, 6, 65 ss.: o nodes cenaeque deum! quibus ipse meique / ante Larem
proprium vescor vernasque procaces / pasco libatis dapibus. prout cuique libido est /
siccat inaequalis calices conviva, solutus / legibus insanis, seu quis capit acria fortis /
pocula seu rnodias uvescit laetius. ergo / sermo oritur, non de villis domibusve alie
nis, / nec male necne Lepos saltet; sed quod magis ad nos / pertinet et nescire malum
est agitamus: utrumne / divitiis homines an sint virtute beati; / quidve ad amicitias,
usus rectumne, trahat nos; / et quae sit natura boni summumque quid eius. / Cer
vius haec inter vicinus garrit anilis / ex re fabellas... Sul passo si sofferma M. Puelma

Piwonka, Lucilius und Kallimachos, Frankfurt a. M. 1949, p. 82 ss. (importanti i


riferimenti a Lucilio, Varrone e Cicerone); non solo l'ambientazione del sermo (v.
71), tuttavia, va ricondotta in generale alla tradizione della conversazione conviviale
che ha nel Simposio di Platone la sua radice (Puelma Piwonka, op. cit. p. 83), ma si
pu notare che lo sfondo delineato da Orazio al sermo di argomento filosofico
(rispecchiamento del genere letterario satirico - sermo - quale praticato da Orazio
stesso, come bene osserva lo studioso a p. 85) riproduce abbastanza precisamente lo
sfondo su cui si svolge il dialogo nel Simposio platonico: cfr. soprattutto i w. 67-9
con 176 e ... , '
;.. . , ,

; cfr. inoltre i w. 69-70 con la distinzione tra forti e deboli nel bere in 176 b-c.

Si veda anche il brano dei Saturnalia di Macrobio (2, 8, 4-9) in cui Eustazio si
oppone alla proposta di Evangelo di bere copiosamente, illustrandogli i vantaggi del

vino preso in piccole quantit (minuta pocula : Macrobio conosce la traduzione


ciceroniana, sopra citata, dell'espressione di Senofonte), sulla scorta della teorizza
zione platonica nelle Leggi.

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Federica Bessone

sequenza dei discorsi, sembrano costituire il rovesciamento pa


rodico delle teorizzazioni sulla moderazione nel bere premesse
allo svolgimento del dialogo dei convitati nel Simposio di Plato
ne, e presenti in genere nei simposi 'filosofici' ad esso affini o su

di esso modellati25; proprio la collocazione incipitaria un

esordio dei convivarum sermones che viola il galateo della con


versazione simposiale in una sua cruciale premessa - suggerisce
che si tratti di un segnale di inversione parodica valido per tutto

il pezzo.
La proposta di leggere in filigrana, sotto la costruzione del

dialogo petroniano nel suo complesso e in un suo punto chiave

quale quello iniziale, la presenza di un modello letterario illu

stre pu essere confortata da alcune osservazioni sulla fase fina

le del dialogo stesso. Al cap. 46, 1, dopo un lungo sproloquio


sui giochi del circo, l'ultimo liberto, il cenciaiolo Echione, si

interrompe in modo abrupto per apostrofare il retore Agamen


none e introduce con mossa vivace un'obiezione che immagina
di sentirsi rivolgere dall'interlocutore muto: videris mihi, Aga
memnon, dicere: quid iste argutat molestas ? quia tu, qui potes
loquere, non loquis. non es nostrae fasciae, et ideo pauperorum
verba derides, scimus te prae litteras fatuum esse, quid ergo est?
aliqua die... La movenza dialogica fittizia segna uno scarto nella

sequenza dei discorsi; essa imprime una svolta alla tirata del

personaggio, che, una volta scelto esplicitamente il destinatario


(per la prima volta estraneo al giro dei liberti), cerca un contatto
con lui prospettandogli un invito a cena e proponendogli il fi
glio come allievo, e vira cos, passando per il problema dell'edu
25. Teorizzazioni sugli effetti del vino e sull'ubriachezza erano spesso oggetto di
scritti propriamente filosofici, alcuni dei quali in forma di simposio: abbiamo alcuni
frammenti di un di Aristotele (e dell'ubriachezza trattava
anche uno scritto di Teofrasto), frammenti e testimonianze sul Simposio di Epicuro

(interessante in riferimento al discorso di Dama perch vi si parlava, nell'ambito


della dottrina atomistica, del potere riscaldante - e rinfrescante - del vino: cfr. H.
Usener, Epicurea, Lipsiae 1887, p. 115 ss., n. 58, 59, 60; la questione della natura
fredda o calda del vino affrontata anche in Plut. Quaest. conv. 3, 5 (651 f-653 b) e
in Macr. Sat. 7, 6, 1 ss.), sappiamo di un del peripatetico Ieronimo di
Rodi e di annotazioni sull'uso del vino presso gli Egizi in un simposio di Dione di

Alessandria (cfr. Plut. Quaest. conv. I, 612 d-e). L'argomento del vino topico
nella letteratura simposiale in genere; esso molto ben rappresentato, ad es., nelle

discussioni dei Deipnosofisti di Ateneo. Si vedano anche P. Boyanc, Platon et le


vin, Bull. Ass. G. Bud, 3e sr. 4, 1951, p. 4; J. Rvay, Horaz und Petron, Class.

Philol. 17, 1922, p. 208.

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Simposio platonico e Cena Trimalcbionis 73


cazione del ragazzo, verso l'argomento della cultura letteraria.
Ricco di effetti comici per lo scompenso tra l'alto livello cultu

rale del personaggio apostrofato - maestro di retorica - e la

volgarit di orizzonti e di linguaggio esibita dal liberto nel co


municargli le sue idee in tema di litterae, il pezzo suggella in

climax l'intero intermezzo dei capitoli 41-46 .

Direi che, alla luce di quanto si detto fin qui, l'apostrofe e


l'osservazione di Echione sul mutismo del retore (che l'unico

a saper parlare, ma che non prende parte alla conversazione)

sembrano assumere una valenza metaletteraria27 e insieme una

funzione di richiamo intertestuale. Il personaggio fa infatti, con

un movimento autoriflessivo che presuppone la momentanea


assunzione del punto di vista degli scholastici (di cui Agamen
none il rappresentante), una considerazione che riguarda il
suo stesso intervento e i discorsi dei suoi compagni nell'insie
me: se si sono avute solo noiose ciance (quid iste argutat mole
stus}28) perch a parlare sono stati gli illetterati, povera gente
26. E' stato da tempo e pi volte osservato che la scelta del destinatario, mentre
determina il tema del discorso di Echione, ne condiziona inversamente lo stile, nel
senso che i volgarismi stilistici si addensano, con notevole effetto comico, proprio
in corrispondenza dell'apostrofe al retore o assumono pieno risalto proprio l dove
si parla di cultura letteraria (litterae). Per il carattere conclusivo della tirata, si pu
notare che essa sigla il dialogo dei liberti con una lezione di vita rivolta da Echione
al figlio, quasi a riassumere in forma epigrammatica, nella chiusa, una filosofia vali
da per tutto il gruppo; essa mostra una forte analogia con la lezione di vita rivolta da
Trimalcione ai convitati al termine della sua autobiografia (77, 6): in entrambe un'i
dentica formula introduttiva 'didascalica' seguita da un'espressione proverbiale in
forma succinta e simmetrica, alla seconda persona singolare, e dall'exemplum con
validante di un personaggio passato dalla miseria alla fortuna.
27. Una riflessione in parte simile stata fatta ultimamente da N. W. Slater, Reud

ing Petronius, Baltimore/London 1990, p. 66 e soprattutto n. 16, che ha notato


come l'apostrofe ad Agamennone costituisca a challenge for the passive reader,
per cui il lettore passivo verrebbe ora coinvolto e chiamato a dare un giudizio su
tutto il discorso di Echione, con un effetto simile a quello prodotto dall'appello
diretto al pubblico nella commedia latina: sono d'accordo sull'effetto di rottura
dell'allusione scenica' che lo studioso attribuisce all'apostrofe, anche se la mia posi
zione alquanto diversa.
28. Si noti il parallelismo con l'unica, brevissima nota diegetica che, in preceden
za, aveva accennato in modo vago ad una reazione dei presenti, a 43, 1 : molestus
fuit, Philerosque proclamavit... E' importante notare che anche questo costituisce
un elemento di parodia rispetto alla funzione della conversazione simposiale (che
quella di rendersi piacevoli agli altri e a se stessi, Dupont, op. cit. p. 80 s.) e
all'effetto prodotto dai vari discorsi nel dialogo letterario (cfr. Permeili, art. cit. p.

108).

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Federica Bessone

(pauperorum verba), perch in questo dialogo della cena petro


niana chi conosce l'arte del parlare non prende la parola {tu, qui
potes loquere, non loquis). L'apertura inaspettata, realizzata con
un movimento tutto interno al discorso del liberto, di una visio
ne prospettica sull'intero dialogo fa risaltare la qualit volgare
del contesto mentre evoca in esso, per contrasto, una realt di
versa e pi alta, che rimane con esso inconciliabile: viene cos
reso esplicito quel gesto parodico dell'inversione e del rovescia
mento di un paradigma alto - il dialogo letterario - che presie

de, come abbiamo visto, alla costruzione dell'intera sequenza

del dialogo dei liberti29.

Per di pi, la chiamata in causa dell'intellettuale a questo

punto della rappresentazione, dopo che tutti e cinque i liberti


hanno pronunciato il loro discorso, ci rimanda ancora una volta
al Simposio di Platone, in cui, agli elogi di Eros pronunciati in
successivi discorsi dai vari commensali (Fedro, Pausania, Erissi
maco, Aristofane, Agatone), segue in ultimo, conclusione e cul
mine, l'annunciato ed atteso discorso di Socrate. Il luogo depu
tato al pezzo forte diventa cos il luogo di un'attesa frustrata,
che il testo per un istante fa intravedere e subito distrugge; al
posto del sublime racconto socratico si colloca, non l'intervento
dell'intellettuale della Cena Trimalchionis, bens lo sproloquio
di un liberto in tema di educazione e di cultura, culmine della
sequenza dialogica, ma culmine nel senso della volgarit e degli
effetti comici (subito dopo, il materialissimo discorso, di pessi
mo gusto, pronunciato da Trimalcione reduce dal bagno giunge
a sua volta a coronare la serie, segnando il punto pi basso della

struttura petroniana proprio in corrispondenza di quello pi


elevato nella costruzione platonica)30; la parodia cos com

pleta.
Merita soffermarsi un attimo, a questo punto, sulla figura di
Agamennone. Il gioco intertestuale, come si visto, proietta per

un momento sulla figura del maestro l'ombra di Socrate (e si

29. Il segnale , come mi fa notare Mario Labate, metalinguistico oltre che meta
letterario : quia tu, qui potes loquere, non loquis, con il clamoroso volgarismo del
l'uso attivo del verbo per il deponente (se si accetta, come mi sembra opportuno, la
lieve correzione del Burman per loquere, non loqui di H), affermazione e insieme
dimostrazione in atto, dichiara esplicitamente ed esprime con forza raddoppiata
l'estraneit di chi sa parlare a questo dialogo di illetterati.

30. Cfr. Dupont, op. cit. pp. 83 ss., in particolare p. 85.

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Simposio platonico e Cena Trimalchionis 75


noti che, subito dopo, il retore immaginato in veste di possibi
le pedagogo per il figlio di Echione31). Il consueto meccanismo
di degradazione investe, del resto, questa stessa figura, chiamata
per un istante ad accennare la funzione del Socrate platonico. Il
testo petroniano, come sempre avviene, mentre fa dell'ironia a
spese del liberto, non risparmia neppure il personaggio del reto

re e accumula nei suoi confronti potenzialit satiriche che si


libereranno appieno solo in seguito; la sdegnosa estraneit di
Agamennone alla libera conversazione dei convitati, messa in
evidenza da Echione, contrasta con il ruolo di spalla che egli
assume a partire dal cap. 48 nei confronti di Trimalcione, la
sciandosi ripetutamente interpellare per dare esca agli sfoggi di
cultura del padrone di casa, funzionando come parte integrante
del suo ingranaggio teatrale: un intellettuale degradato al ruolo
di adulatore e parassita32.

31. E' curioso che la presentazione del possibile discepolo al maestro abbia qual
che somiglianza con la presentazione del proprio figlio fatta da Strepsiade a Socrate
nelle Nuvole di Aristofane, w. 877 ss.: l'analogia forse troppo circoscritta e vaga,
ma non si pu escludere un effetto programmato dal testo, uno slittamento dal
Socrate platonico al Socrate della commedia aristofanea per il sovrapporsi momen
taneo della figura di Echione a quella di Strepsiade, modello di mentalit concreta e
diffidente verso le astrattezze della cultura.

32. Si pensi, in particolare, alla meschina prestazione di 48, 4 ss., dove, alla do
manda di Trimalcione sed narra tu mihi, Agamemnon, quam controversiam hodie
declamasti?, il retore inizia con *pauper et dives inimici erant, offrendo lo spunto
per la battuta di pessimo gusto dell'ospite quid est paupert La volgarit della battu
ta, e quindi di Agamennone che si presta al gioco, amplificata dalla contiguit con
l'intermezzo dei liberti, in particolare con gli ultimi due discorsi: quello di Ganime
de, con l'urgenza del problema della carestia e della miseria personale incombente
(44, 2; 44, 15); quello di Echione, con l'esplicita dichiarazione di appartenenza alla
classe dei pauperes, esibita proprio in faccia al retore, e con il tentativo - vano in
partenza - di stabilire un contatto con lui, oltre le distanze sociali. In questo modo,
con grande economia di mezzi e in maniera indiretta, Agamennone viene caratteriz
zato come una bassa figura di adulatore e di parassita, che sopporta e sostiene le
volgarit di Trimalcione - non molto diverse da quelle dei suoi colleghi - solo per
captarne le ricche cene. Ci sar detto poi, quasi esplicitamente, a 52, 7-8: excipimus
urbanitatem iocantis, et ante omnes Agamemnon qui sciebat quibus mentis revoca
retur ad cenam; l'espressione molto simile, curiosamente, a quella che qualifica la
figura di un buffone parassita nel Simposio di Senofonte, 1,14:
,

(cfr. le parole del parassita in PI. Capt. 482 s.). Si ricordi,


infine, l'involontario autoritratto che Agamennone d di s nei capitoli iniziali del
romanzo, quando paragona i retori compiacenti verso i discepoli agli adulatori che
captant le cene dei ricchi, attenti a dire solo ci che pu far loro piacere.

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Federica Bessone

Per considerare ora la funzione generale che il personaggio


svolge nella cena, si possono congiungere con una linea ideale i
punti che segnano la sua presenza: il disegno che ne viene fuori
sembra in certo modo riprodurre (nella consueta forma della
degradazione e del rovesciamento parodico) il ruolo tenuto da
Socrate nel Simposio platonico, a conferma dell' intravista omo
logia funzionale tra le due figure (accompagnata da inversione
parodica) nel dialogo dei convitati. E' al seguito dell'intellettua

le, incontrato forse poco prima dell'inizio conservato del ro


manzo, che Encolpio e compagni si recano alla cena di Trimal
cione; analogamente nel Simposio platonico al seguito di So

crate, regolarmente invitato in casa di Agatone, che Aristodemo


si reca al convito, dopo essersi imbattuto casualmente nel filo

sofo: lo stesso Aristodemo, predecessore di Encolpio personag


gio e narratore, il testimone diretto degli eventi e l'autore del

racconto (che viene riportato da Apollodoro33). Menzionato al


momento dell'arrivo alla porta del triclinio (28, 6: cum Aga
memnone ad ianuam pervenimus), Agamennone ricompare alla
fine del dialogo dei liberti, evocato dalle parole dell'ultimo ora
tore che sottolineano la mancata partecipazione al dialogo del
l'intellettuale, Socrate mancato; nel Simposio il grande filosofo
tiene invece il discorso pi importante dopo quelli di tutti gli
altri convitati34. Rientrato in scena Trimalcione, al cap.48 Aga

33. Il parallelismo stato osservato da J. Martin, op. cit. p. 77 s. Si notino altri,


minori, elementi di analogia: al cap. 26, 8-10 uno schiavo di Agamennone giunge a
notificare o a ricordare ad Encolpio e compagni che quello il giorno della cena da
Trimalcione, lautissimus homo, essi allora si preparano vestendosi con cura, amici
mur ergo diligenter; in Platone, a 174 a, Aristodemo incontra Socrate che si appe
na lavato e ha eccezionalmente indossato i sandali, gli domanda dove sia diretto,
fattosi tutto cos bello ( ), e apprende da lui che si sta recando
a cena da Agatone: per questo si fatto bello, per andare bello da un bello (
, ).

34. Altri, secondari, elementi del rovesciamento si potrebbero vedere nel disprez
zo per i pauperes rinfacciato ad Agamennone (confermato dalla sua caratterizzazio
ne come adulatore e parassita): proprio l'opposto della figura di Socrate, sempre
ammirato per la sua indifferenza alle ricchezze, per il suo intrattenersi con persone
di umile condizione e per il suo parlare un linguaggio simile al loro, pur dicendo
cose altissime; inoltre nella derisione dei discorsi dei liberti attribuita ad Agamen
none, che si contrappone all'imbarazzo, alla paura di mostrarsi ridicolo e di attirarsi
derisione espressa da Socrate nel Simposio al momento di prendere la parola, dopo il
bellissimo discorso di Agatone (198 c-d: ,
'

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Simposio platonico e Cena Trimalchionis


mennone assume il suo ruolo di spalla per le esibizioni erudite e

'brillanti' del padrone di casa, che lo chiama in causa con un


paio di domande e ne commenta le risposte con facezie o sofi
smi, ricevendone esagerati elogi35: quasi un'inversione dei ruoli
rispetto al Simposio, in cui Socrate fa precedere il suo racconto
su Diotima da una discussione preliminare con Agatone, il pa
drone di casa, nella forma abituale di un'interrogazione per do
mande successive, che ha per esito la confutazione del prece
dente discorso di Agatone stesso (199 c-201 c). La degradazione
romanzesca riduce l'intellettuale del banchetto a poco pi di

un'ombra.

La funzione socratica, che Agamennone chiamato ad accen


nare senza riuscire a ricoprirla, sembra venir distribuita tra il
retore e Trimalcione, vero protagonista della Cena (il quale nec

umquam philosopbum audivit, 71, 12)36: come Socrate, Aga

mennone giunge su invito portando gli amici, ma il padrone di


casa che, come Socrate nel Simposio, si fa attendere e arriva in
ritardo (31, 8; 32, 1); Agamennone non prende la parola, come
Socrate, in chiusa del dialogo conviviale: sar Trimalcione a far
lo; sar, infine, Trimalcione ad incalzare il retore col fuoco di
fila delle sue domande e con la sua (poco socratica) dialettica37.
Il testo petroniano rivela ad un'analisi approfondita il caratte
re di un palinsesto, svela la trama di una costruzione parodica
complessa; se si raccordano le osservazioni fatte in questa sede

con quello che sappiamo sulla parodia del Simposio nella secon
da parte della Cena, dal discorso di Nicerote38 all'entrata di

...; 199 a-b: -


- , , ' ,

, ).

35. 48, 4-7: .sed narra tu mihi, Agamemnon, quam controversiam hodie declama
sti?...die ergo, si me amas, peristasim declamationis tuae. cum dixisset Agame
mnon: pauper et dives inimici erant, ait Trimalchio quid est pauper}, turbane
inquit Agamemnon et nescio quam controversiam exposuit. statim Trimalchio hoc
inquit si factum est, controversia non est; si factum non est, nihil est, haec aliaque
cum effusissimis prosequeremur laudationibus, rogo inquit Agamemnon mihi ca

rissime, numquid duodedm aerumnas Herculis tenes, aut...

36. Su questo buone osservazioni gi in Dupont, op. cit. p. 86.


37. A. L., Zu Petronius cit.; Dupont, op. cit. p. 73 ss.
38. Citroni, art. cit. p. 301 ss.

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Federica Bessone

Abinna39 alle scene di gelosia40 alla conclusione41, si precisa un

disegno complessivo che fa del dialogo platonico una matrice

importante per l'intero episodio del romanzo ed arricchisce la


nostra comprensione del suo tessuto narrativo.

Appendice (Sat. 41, 9)


Ho rimandato a questo luogo una discussione che richiede un
certo spazio: difendere un testo sospettato dall'intelligente dif
fidenza di filologi insigni comporta l'onere della prova, quindi
un indugio puntiglioso nei dettagli; la pedanteria sar scusata
se, come credo, gli argomenti letterari, intrecciati nella difesa a
quelli pi propriamente filologici, forniranno un complemento
importante al discorso sin qui svolto.
Il testo tradito : ab hoc ferculo Trimalchio ad lasanum surre
xit. nos libertatem sine tyranno nacti coepimus invitare conviva
rum sermones. Dama itaque primus cum fpataracinaf poposcis
set, 'dies' inquit 'nihil est... In seguito alla proposta di H. Fuchs
(Verderbnisse im Petrontext, in: Studien zur Textgeschichte und

Textkritik, Kln 1959, p. 63), convivarum sermones viene


espunto da Mller nella terza edizione in quanto glossa pene

trata nel testo, nata come titolo della sezione42. Fuchs pensava
che si fosse corrotto qualcosa come nos...coepimus <nos ipsi ad

bibendum> invitare. Nella stessa direzione, E. Courtney (So

me passages of Petronius, Bull. Inst. CI. St. 17,1970, p. 66) ha

supposto qualcosa di simile a invitare <nos largius>. Su un'al


tra linea, Mller scriveva in apparato alla seconda edizione
(1965), avendo apposto le cruces nel testo: exspectatur coepi

mus intermissos repetere sermones ; in modo analogo, recente


mente, W. S. Watt (Notes on Petronius, CI. & Med. 37, 1986,

39. Il parallelo con l'arrivo di Alcibiade nel Simposio, gi segnalato da A. L., Zu


Petronius cit., e da G. Wissowa (Athenaeus und Macrobius, Nach. Gtt. Ges.
Phil. Hist. Kl. 3, 1913, p. 334, . 2), analizzato soprattutto da Cameron, art. cit.

40. Citroni, art. cit. p. 305 . 1.


41. L'osservazione, pi volte ripresa in seguito, gi in A. L., Zu Petronius cit.
42. A una glossa pensa anche J. P. Sullivan, Interpolations in Petronius, Proc.
Cambr. Philol. Soc. 202, n.s. 22, 1976, p. 109: essa sarebbe del tipo ascriptive/
explanatory e rientrerebbe nella categoria II (interpolazioni plausible or deserv
ing of consideration by an editor).

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Simposio platonico e Cena Trimalchionis 79


p. 174) ha proposto : coepimus invicem communicare sermones,
inseguendo una maggiore vicinanza paleografica.
Il sospetto di interpolazione (o di aggiustamento successivo a

corruttela), esercizio di uno scetticismo per altro salutare di

fronte al testo petroniano, fa forse in questo caso torto all'auto


re, poich sembra colpire un punto nevralgico della sua strate
gia narrativa e sottrarre al testo molto del suo potere semantico,
mentre non poggia su argomenti filologici decisivi.
a) L'aspetto di didascalia che ha di per s l'espressione conviva
rum sermones, e che ha fatto pensare ad una glossa43, potrebbe
avere un ruolo essenziale nella strategia testuale: esso fornisce

forse al lettore il segnale esplicito, programmato dall'autore,


dell'inizio di una sequenza 'codificata', il dialogo conviviale;
agisce quindi come indicatore della parodia e chiave d'interpre
tazione, al pari di altre spie di questo tipo accese da Petronio un
po' ovunque nel romanzo e talora anche nella Cena (39, 3: sic
notus Ulixes?... oportet etiam inter cenandumphilologiam nos
se ; 73, 1 : quid faciamus homines miserrimi et novi generis laby
rinthe inclusi...?, ecc.44). Il segnale qui un cenno intertestuale

rivolto in primo luogo al dialogo platonico, modello ricono


sciuto di tutto il brano; cos, non sar inutile notare che una

iunctura identica a quella petroniana (salvo per il numero) defi


nisce in Macrobio, Sat. 1, 1, 3 il dialogo dei convitati nel Simpo
sio di Platone: nam cum apud alios quibus sunt descripta convi
va, tum in ilio Piatonis Symposio non austeriore aliqua de re

convivarum sermo, sed Cupidinis varia et lepida descriptio

est...*5.

b) La pretesa difficolt di riferire il nos al gruppo ristretto di


Encolpio e compagni (Ascilto e Gitone), per la presenza di due
43. Si noti che il caso parallelo di 35, 7, addotto da Fuchs, si rivelato fallace.
44. Su questi segnali predisposti per il lettore accorto, manifestazioni peculiari
dell'arte allusiva petroniana, cfr. P. Fedeli, Petronio : il viaggio, il labirinto, MD 6,

1981, p. 91 ss. (in particolare p. 108 s.).


45. Didascalie di questo tipo, inoltre, sono frequenti in contesti narrativi analoghi,
anche dove, come in Petronio, all'indicazione diegetica (quasi sempre sermo o ser
mones) segue la parte mimetica, il discorso o i discorsi riportati direttamente: cfr.,
ad es., Verg. Aen. 1, 748 ss.; Hor. Sat. 2, 6, 70 ss. (cit. supra); . Met. 12, 159 ss.;

in particolare Apui. Met. 2, 19 ss.: iam inlatis luminibus epularis sermo percre

buit...

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Federica Bessone

prime persone plurali 'generali' poco prima, a 41, 8 (laudavimus


dictum et circumeuntem puerum sane perbasiamus; cfr. M. S.
Smith, Petronii Arbitri Cena Trimalchionis, Oxford 1975, p. 97

s.), non mi sembra reale. Qui inizia infatti (41, 9) un nuovo

movimento narrativo, ed nel contesto immediato che va cerca

ta una coerenza espressiva; sufficiente la contrapposizione

con la massa dei convivae a chiarire la portata ristretta del nos,


bench il senso di libertas possa apparire generale (cfr. Ciaffi,
art. cit. p. 114 . 1). Anche ammesso che le prime persone plu
rali a 41, 8 si riferiscano all'insieme dei commensali, la restrizio
ne di campo che si ha col passaggio al nos limitativo non inna
turale: si pu notare infatti che, ovunque si verifichi nella Cena
un vuoto di regia, sempre il gruppetto dei protagonisti che
riprende l'iniziativa dell'azione e torna in primo piano staccan

dosi dallo sfondo, come nel tentativo di fuga al momento di


recarsi al bagno (72, 5) o nella fuga vera e propria, a 78, 8; in
quest'ultimo caso si passa senz'altro, come avverrebbe nel no
stro brano, da una serie di nos indistinti ed ambigui o decisa

mente generali (78, 3 omnesque nos unxit) ad un nos da riferirsi


inequivocabilmente ai tre personaggi: nos occasionem opportu

nissimam nacti Agamemnoni verba dedimus raptimque tam

plane quam ex incendio fugimus (si noti il parallelismo sintatti

co-verbale con il nostro passo, nos libertatem sine tyranno

nacti)46.

46. Del resto, l'uso della prima persona plurale nella Cena costituisce a sua volta
un problema aperto, che richiederebbe di per s uno studio; vi infatti chi ha
sostenuto, contro Smith, che anche le forme verbali di 41, 8 (laudavimus, perbasia
mus) vanno riferite ad Encolpio, Ascilto e Gitone, non essendo necessario attribuire
a tutti i convitati le tendenze omosessuali - sottolineate dal marcato perbasiamus caratteristiche dei protagonisti: cos B. Baldwin (Editing Petronius: Methods and

Examples, Acta Classica 31, 1988, p. 42 s.), che difende in base a ci il testo
tradito. Riservato sicuramente ad Encolpio e compagni all'inizio (quando il grup
petto ancora isolato, ai capp. 27-30 e oltre) ed ancora nell'episodio del bagno (ai
capp. 72-3, dove il gruppo di nuovo ben distinto e contrapposto agli altri, cfr. 73,
4-5), l'uso del nos e della prima persona plurale tende, nel resto del banchetto, ad
una certa indistinzione e risulta stingere talvolta in un riferimento piuttosto vago

all'insieme dei commensali (cfr. R. Beck, Encolpius at the Cena, Phoenix 29,

1975, p. 277): nella coralit della situazione di spettatori il punto di vista dei prota
gonisti, estensione di quello di Encolpio narratore, quasi si confonde sullo sfondo
omogeneo del pubblico. A dire il vero, questo sembra essere piuttosto un effetto
collaterale (indotto anche dalla genericit del vos con cui Trimalcione si rivolge ai
suoi ospiti, parlando forse alla massa anzich ai soli scholastici) e, ove manchino

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Simposio platonico e Cena Trimalchionis 81


c) La iunctura invitar e...sermones non banale, ma non affat
to impossibile47, anzi pi che accettabile: l'uso del verbo con
complemento oggetto astratto, nel senso di excitare, bortari,

provocare, instigare sim. (Thes. ling. Lat.) ha vari paralleli e


risponde a uno sviluppo naturale dal senso di invitare qualcu
no a compiere un'azione (o ad assumere un atteggiamento) a
quello di provocare un'azione (o un atteggiamento) da parte di
qualcuno (cfr. Scheffer, in: Titi Petroni Arbitri Satyricn quae

supersunt, cur. P. Burmn, II ed. Amsterdam 17432, p. 185:


Provocare, allectare. Optime. Quomodo Hr. Epod. 2, 27-28
fontesque lympbis ob strep unt manantibus, / somnos quod invi

tet levis). Esso suggerisce con elegante concisione, nella ma


niera rapida ed ellittica che spesso caratterizza il racconto pe
troniano (e, in particolare, le 'didascalie' diegetiche del dialogo
dei liberti), vari tentativi possibili messi in atto dai protagonisti
per suscitare la conversazione, cercando pretesti, rintracciando

argomenti, ponendo domande (cos intendeva gi, benissimo,


Heinsius - in Burman, ibid. -: Hoc est, provocare colloquen
do). Si vorrebbero dei loci similes, ed ecco che soccorrono al

cuni confronti: illuminante, direi, per la iunctura parallela ed il


contesto analogo, Plin. Paneg. 49, 4-5 non tibi semper in medio
cibus semper que mensa communis? non ex convictu nostro mu

tua voluptas? non provocas reddisque sermones}, che ritrae

specificazioni come omnes, universi e simili, il nos andr primariamente riferito ai

protagonisti (soprattutto nel caso dei vari notavimus - paralleli al notavi spesso
usato da Encolpio -, nelle espressioni di incertezza di fronte alle trovate sceniche di
Trimalcione e nella maggior parte delle espressioni di stupore ed ammirazione parallele a quelle usate da Encolpio in prima persona -, nei moti di disgusto, ecc.);
per la maggior parte si avranno dei casi ambigui, che attraverso azioni attribuibili in
prima istanza ai personaggi principali lasciano intravedere comportamenti generali

dei convitati; un caso simile forse nonostante Baldwin - quello di 41, 8, che
potrebbe essere di questo tipo generale/indistinto ('a doppia focalizzazione' ?) : ma
non si possono ricavare di qui prove decisive, in un senso o nell'altro, riguardo al
testo di 41, 9, poich (come si visto) indifferente che vi sia coerenza o discrepan
za tra il nos di 41, 9 e le prime persone plurali di 41, Isolata la posizione di C.
Pellegrino, I convivarum sermones e il liberto Dama: Satyr., 41, 9-12, Lato mus
47, 1988, p. 660 ss., che accetta il testo tradito ma intende il nos di 41, 9 come
riferito a tutti i commensali. Per la contrapposizione tra il gruppo dei protagonisti e
il resto dei convitati, infine, cfr. 60, 7 e 60, 9 (inoltre, nell'episodio del bagno, 73,
4-5; contrapposizione tra ego e reliqui convivae si ha a 60, 2).
47. Perplessit sono espresse (sulle orme di V. Tandoi, che in un corso universita
rio proponeva di correggere in incitare) da M. Salanitro, Convivarum sermones,
Invigilata lucernis 10, 1988, pp. 286-88.

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Federica Bessone

l'atteggiamento di Traiano nel banchetto, i suoi tentativi di sti

molare la conversazione conviviale suscitando i discorsi altrui e

rispondendo con i propri. Se lecito impostare una sorta di


proporzione, invitare...sermones sta ad un'espressione del tipo
... ut haec rfrant invitentur (Macr. Sat. 7, 2, 7) come provo
cas... sermones (Plin., 1. cit.) sta ad espressioni quali illum... ad
narrandum provoca (Macr. Sat. 7, 2, 11), e come hos ego sermo
nes... lacessivi numquam, sed non valde repressi (Cic. F am. 3, 8,
7) sta a omnino probabiliora sunt, quae lacessiti dicimus quam
quae priores (Cic. De orat. 2, 230)48. Come parallelo situaziona
le, da affiancare al passo di Plinio, interessante infine Svet. Aug.
74 : cenam ternis ferculis aut cum abundantissime senis praebe
bat, ut non nimio sumptu, ita summa comitate, nam et ad com
munionem sermonis tacentis vel summissim fabulantis provoca
bat, et...

d) Eccessivi mi paiono, quindi, i dubbi sulla plausibilit del


comportamento di Encolpio e compagni, i quali non farebbero
che promuovere consapevolmente uno dei momenti tipici, anzi
il momento essenziale del banchetto, quello della conversazione

(si vedano anche le considerazioni di Perutelli sulla possibile


interferenza tra Encolpio personaggio ed Encolpio narratore,
art. cit. p. 104); n l'intervento di Dama mi sembra risposta
incongrua al loro tentativo di suscitare la conversazione: sem
mai, la tirata dell'avvinazzato segna un'immediata caduta di to
no uno scatto ironico, una comica smentita rispetto all'a
spettativa di un civile dialogo conviviale evocata dal tentativo
dei commensali colti, e tale scarto agisce come perno della
parodia49.

48. O, ancora, come voce mea voces elidente dei (. Fast. 1, 256; cfr. anche Ex
Pont. 2, 5, 46) sta a quem ego totiens omni ratione temptans ad disputandum elice

re... (Cic. De or. 2, 13). A invitare sermones si pu forse accostare, infine, una
iunctura senecana con arcesso: Sen. Cons. ad Marc. 5, 3 quarepatere, immo arces
se sermones quibus ille narretur, et apertas aurespraebe adnomen memoriamque
filii tui.

49. Sulla stretta connessione di convivarum sermones con le parole di Dama cfr.
anche M. Salanitro, art. cit. p. 286 s. Tutto il nesso itaqueprimus (...inquit) si adatta
in modo singolarmente calzante ad un precedente coepimus invitare convivarum
sermones, non si potrebbe dire altrettanto se si avesse il solo itaque. almeno una

volta, a 26, 7 s. (...sed tot vulneribus confossis fuga magis placebat quam quies.
itaque cum maesti deliberaremus quonam genere praesentem evitaremus procellam,

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Simposio platonico e Cena Trimalchionis 83


Le correzioni proposte da Fuchs e da Courtney si rifanno ad
un uso comune di (se) invitare in riferimento a cibi e bevande
(introducendo, in realt, una banalizzazione) e forniscono cos

uno spunto immediato al discorso di Dama sul vino: in tal

modo manca per un'introduzione generale alla lunga sequenza


delle tirate dei liberti, che si generano l'una dall'altra per una

reazione a catena; se da un lato si d un rilievo pi vasto, in


riferimento alla massa dei commensali, all'elemento del bere,
importante per l'ambientazione 'simposiale' ma in effetti gi
presente nel testo (in quanto implicato nella richiesta e nel
discorso di Dama), dall'altro si sacrifica il riferimento esplicito
all'elemento complementare della conversazione, che ha una
portata maggiore perch investe tutto l'arco dei capp. 41-46.
Del resto, il desiderio di darsi con pi larghezza al vino in
assenza del padrone di casa non sembra sicuramente estendibile
dal liberto ubriacone alla generalit dei convitati, gi forniti a
saziet dal servizio di Trimalcione50. Va sottolineato che

ottenere la libertas dal tiranno significa, piuttosto, per Encolpio


(e compagni) poter riprendere quei tentativi interessati e curiosi
di far parlare i convitati, inaugurati con successo a 37, 1 (non
potui amplius quicquam gustare, sed conversus ad eum, ut quam
plurima exciperem, longe accersere fabulas coepi sciscitarique,
quae esset mulier illa, quae hue atque illuc discurreret, cui segue
il primo 'assolo' di Ermerote) e bruscamente interrotti proprio

dall'invadenza di Trimalcione a 39, 1, con rincrescimento del

un us servus Agamemnonis interpellavit trepidantes et 'quid voss" inquit...), esso


sembra riferirsi non tanto al verbo principale quanto, piuttosto, alla proposizione
introdotta dal cum narrativo, il che, nel nostro caso, potrebbe anche appoggiare le
proposte di Fuchs e di Courtney; ma qui si ha itaque primus, un nesso che non si
pu ragionevolmente scindere dal suo naturale riferimento a inquit e che risulta
quindi eccezionalmente coerente con coepimus invitare convivarum sermones.

50. In questo senso va fatta una chiara distinzione rispetto alla cena Nasidieni
(Hor. S. 2, 8), in cui il padrone di casa impallidisce alla richiesta di pi vino da parte
dei commensali perch, raffinato gourmand, teme l'ottundimento del gusto, nemico
dell'arte culinaria, e insieme paventa lo sfrenarsi della maldicenza (w. 33 ss.): Tri
malcione non ha preoccupazioni cos sottili e non sembra esercitare un'azione re
pressiva di questo tipo sui suoi ospiti. N si pu dire che la satira oraziana, punto di
riferimento importante per la cena Trimalchionis, eserciti in questo caso un ruolo
rilevante di modello, se non per la sceneggiatura del momentaneo assentarsi dell'o

spite: i convitati di Nasidieno non intavolano una conversazione generale, ma si


limitano a scambiarsi sussurri nell'orecchio, forse commentando l'accaduto (w. 77
8 : tum in lecto quoque videres / stridere secreta divisas aure susurros).

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Federica Bessone

protagonista (interpellavit tam dulces fabulas Trimalchio). Da


un lato si ha un effetto di sospensione e di ritardo che giunge nel

nostro passo alla sua risoluzione naturale, con il desiderio

insoddisfatto di Encolpio che trova ora puntuale compi

mento;51 dall'altro si ha l'assunzione da parte dei protagonisti,

liberi dall'ingombrante presenza dell'ospite, di quel ruolo di


incoraggiamento della comune conversazione conviviale che

una varia letteratura attribuisce spesso al dominus convivir'2, e

che in questa cena-spettacolo viene altrimenti soppresso,


stravolto o esercitato in maniera distorta e dispotica da

51. Rimasto libero il campo, l'orizzonte si amplia e la relazione individuale tra


Encolpio ed Ermerote cede il passo a quella multipla nos/convivae.

52. Interessante a questo proposito, oltre ai passi di Plinio e di Svetonio citati


sopra, Cic. De off. 1, 37, 132; 134-5 (devo la segnalazione a Mario Labate), dove si
delinea un'arte del sermo (ivi compreso quello conviviale) come risultato di una
regolazione discreta ed accorta, di un'orchestrazione condotta con naturalezza, in
sensibile e sapiente: ...sermo in circuits, disputationibus, congressionibus familiarium

versetur, sequatur etiam conviva; ...sit ergo hic sermo, in quo Socratici maxime
excellunt, lenis minimeque pertinax, insit in eo lepos. nec vero, tamquam in posses
sionem suam venerit, excludat alios, sed cum reliquis in rebus tum in sermone com
muni vicissitudinem non iniquam putet; ...habentur autemplerumque sermones aut
de domesticis negotiis aut de re publica aut de artium studiis atque doctrina, danda
igitur opera est, ut etiamsi aberrare ad alia coeperit, ad haec revocetur oratio, sed
utcumque aderunt...; animadvertendum est etiam, quatenus sermo delectationem
habeat, et ut incipiendi ratio fuerit, ita sit desinendi modus. Una simile arte del
sermo conviviale intravediamo disegnata (grazie ad una testimonianza di Gellio)
anche nella satira menippea di Varrone Nescis quid vesper serus vehat, in cui si
definisce nei suoi vari aspetti un ideale di banchetto: Geli. 13,11, 3-5 = Varr. Nescis
quid... 336-40 Astbury, ...nec loquaces autem, inquit, convivas nec mutos legere
oportet, quia eloquentia in foro et apud subsellia, silentium vero non in convivio set
in cubiculo esse debet, sermones igitur id temporis habendos censet non super rebus
anxiis aut tortuosis, sed iucundos atque invitabiles et cum quadam inlecebra et vo
luptate utiles, ex quibus ingenium nostrum venustius fiat et amoenius. quod prefec
to, inquit, eveniet, si de id genus rebus ad communem vitae usum pertinentibus
confabulemur, de quibus in foro atque in negotiis agendis loqui non est otium. domi
num autem, inquit, convivii esse oportet non tarn lautum, quam sine sordibus, et in
convivio legi non omnia debent, sed ea potissimum, quae simul sint et delec
tent (cfr. J-P. Cbe, Varron, Satires mnippes [d., trad, et comm.], 9, Roma 1990,
p. 1436; si noti, fra l'altro, che i consigli sugli argomenti da toccare nella conversa
zione sono puntualmente disattesi dagli oratori di Petronio - v. anche Cbe, op. cit.

p. 1437 . 35 si confronti anche la prescrizione di Cic. De off. 1, 37, 134: in

primisque provideat, ne sermo vitium aliquod indicet inesse in moribus; quod maxi
me tum solet evenire, cum studiose de absentibus detrahendi causa aut per ridiculum
aut severe, maledice contumelioseque diatur soprattutto con il maligno discorso di

Filerote al cap. 43).

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Simposio platonico e Cena Trimalchionis 85


Trimalcione stesso (cfr. ad es. 61, 1-3: ...Trimalchio ad
Nicerotem respexit et 'solebas' inquit 'suavius esse in convictu;
nescio quid nunc taces nec muttis. oro te, sic felicem me videas,
narra illud quod tibi usu venit'); sono poi i convitati a rivelarsi
immediatamente non all'altezza della possibilit offerta loro e a
trasformare lo spazio dell' intrattenimento educato e piacevole
in un trionfo di cattivo gusto.
Gli emendamenti proposti da Mller e da Watt, anche se il
primo ha il merito di sottolineare il raccordo narrativo con 39,
1, risultano inferiori al testo tradito perch attribuiscono ai pro
tagonisti un ruolo pi decisamente attivo nella conversazione,
che non corrisponde alla sostanziale mancanza di fusione tra il

gruppo degli scholastici e quello dei liberti nella Cena e alla

netta estraneit dei personaggi colti, limitati al ruolo di spetta

tori, rispetto al dialogo (estraneit rinfacciata da Echione ad


Agamennone a 46, 1).
Il testo tradito, soddisfacente dal punto di vista linguistico e
stilistico, attraente per pi ragioni: esso fornirebbe un riag

gancio evidente, dichiarato, a quella sorta di prolessi, di esca

narrativa data a 39, 1 (interpellavit tam dulces fabulas Trimal


chio; nam iam sublatum erat ferculum, bilaresque convivae vi

no sermonibusque publicatis operam coeperant dare), rianno


dando il filo spezzato del racconto53; indicherebbe esplicita

mente l'inizio di una sequenza 'codificata', il dialogo conviviale,


sottolineando con un segnale metaletterario il gesto parodico
nei confronti del Simposio di Platone54; investirebbe il gruppet
to di una funzione narratologica analoga a quella svolta dal per

sonaggio Encolpio al cap. 36, dove il suo tentativo di attaccar

conversazione e le sue domande ad Ermerote danno occasione a

Encolpio narratore di riportare il discorso del liberto: scompar


so dalla scena il regista Trimalcione, sono i nostri eroi a farsi

53. Si ha una struttura a doppio incastro: la spiegazione astrologica di Trimalcione


interrompe gli esordi della conversazione tra i convitati e completa il 'numero' del
piatto zodiacale dopo il ritardo costituito dal discorso di Ermerote; a sua volta tale

spiegazione, con quel che segue, funziona come elemento ritardante rispetto al
preannunciato dialogo conviviale, che pu avere luogo solo una volta uscito di
scena il padrone di casa.
54. Offrirebbe, inoltre, quasi un parallelo scenico all'introduzione dei discorsi nel
Simposio stesso, dove proprio la proposta di un commensale, Erissimaco, a dare il

via al dialogo (v. supra).

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Federica Bessone

registi (e poi spettatori) dell'azione, venendo incontro con la


loro curiosit agli interessi del narratore e, in ultima analisi,
dell'autore.

Universit di Pisa

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