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Articolo tratto alla rivista RIFLESSIONI-UMANESIMO DELLA PIETRA, Martina Franca Luglio 2003 (N 26)

Osservazioni sullattualit della civilt rupestre

Clima e migrazioni nella Puglia


della colonizzazione trogloditica bizantina
Sergio Natale Maglio
(p.103)

Perch in grotta?
Sono passati pi di quarantanni dal Convegno del Passo della Mendola del 1962, nel corso
del quale Adriano Prandi faceva segnare una svolta epocale nellinterpretazione del fenomeno
rupestre pugliese.
Il grande storico dellarte in quelloccasione, infatti, riconosceva il carattere civile di molti
insediamenti rupestri medioevali, che costellano le lame e le gravine della Puglia, effettuando
una vera e propria svolta nei riguardi della trdizionale lettura monastica ed eremitica delle grotte
pugliesi basiliane, che si era imposta sin dalla fine dellOttocento con le osservazioni e le
interpretazioni di Charles Diehl, di Emile Bertaux, di Guillaume de Jerphanion, di Giuseppe
Gabrieli e di Alba Medea.
Lilluminante lezione di Prandi stata raccolta e ampiamente sviluppata da Cosimo Damiano
Fonseca e dal qualificato team di ricerca che nel corso degli anni si raccolto intorno al
coniatore del fortunato ossimoro civilt rupestre.
I risultati delle ricerche interdisciplinari, che si sono sviluppate a partire dai celebri convegni
degli anni Settanta, hanno contribuito a diradare molte nebbie interpretative sul Medioevo
rupestre in Puglia. Per alcuni siti, come Casalrotto, particolarmente favoriti dallabbondanza
documentaria e archeologica, dai lavori presentati in tali convegni emerso uno spaccato
completo e verosimile degli incroci storici, culturali e cultuali, verificatisi nei secoli del Basso
Medioevo, a partire dalla seconda colonizzazione bizantina.
Vi da rilevare, per, che labbondanza, levidenza e la spettacolarit dei reperti iconografici
e architettonici di matrice religiosa, presenti nel comprensorio rupestre, in qualche modo hanno
pesantemente condizionato gli itinerari di ricerca di questi studiosi, al di l delle loro reali
intenzioni, confinando la conoscenza del fenomeno prevalentemente nel recinto del rupestre
sacro, esplorato in lungo e in largo, con precisione talvolta autoptica.
Della civilt rupestre si sono interessati, soprattutto, gli storici dellarte e, pertanto, sono fioriti
gli studi sulle decorazioni parietali e sullinterpretazione delle immagini sacre, sugli influssi e
sulle ascendenze delle tempere e degli affreschi, sulle loro datazioni, sulle scuole pittoriche latine
e bizantine a cui essi fanno riferimento; unanaloga gran messe di pubblicazioni, poi, attiene
allarchitettura e allicnografia (p.104) dei tempietti rupestri, nonch alla loro vicenda
cronologica e allutilizzazione cultuale.
Gli studi e le esplorazioni condotti in questi ultimi quarantanni non sono riusciti a dare,
tuttavia, una risposta convincente al fondamentale interrogativo che riguarda la civilt rupestre,
ovvero sul perch gli abitanti di alcune zone della Puglia abbiano deciso a un certo punto della
storia dinsediarsi in villaggi costituiti da grotte artificiali, piuttosto che in abitazioni costruite
con mattoni, con legno, con blocchi di pietra e con altri materiali tipici delledilizia epigea.

La novit, la particolarit e la rarit del fenomeno rupestre pugliese, dunque, non possono
essere costituite prevalentemente dal trogloditismo sacro, anche perch la presenza e la
frequenza di antri sacri ipogei sono ampiamente attestate e documentate in tutte le epoche
storiche, presso tutte le religioni e a qualsiasi latitudine del pianeta.
La vera novit, invece, sembra essere rappresentata dalle consistenti dimensioni del fenomeno
del trogloditismo civile, che in un determinato periodo storico del Medioevo, caratterizzato dallo
spopolamento e dallabbandono del territorio rurale della Puglia centrale ma, anche, dalla
presenza di politiche di stimolo alla sua ricolonizzazione territoriale e produttiva, ha indotto
centinaia e migliaia di uomini e di donne a riscoprire labitazione in grotta.
Un fenomeno grandioso, questo, manifestatosi nella fondazione tra gli aridi anfratti premurgiani di una fitta rete dinsediamenti colonici, di villaggi e di vere e proprie citt, scolpiti
nella pietra, che determinarono uno iato, dopo almeno quattro-cinquemila anni, nella tradizione
edilizia epigea del comprensorio.
Limportanza e la specificit del fenomeno del trogloditismo civile nella storia e nella cultura
delluomo sono efficacemente sintetizzate da Jacek Rewerski, presidente di Histire Architecture
Dcouverte Etude Sauvegarde (HADES), comitato scientifico internazionale associato
allInternational Council on Monuments and Sites (ICOMOS): Scavare la propria casa nella
roccia pi facile che costruirla, ma ci esige una notevole comprensione dellambiente e
suppone una grande capacit di adattamento a esso. La casa sotterranea, contrariamente
allidea generale, non una forma regressiva di architettura: una maniera pi economica;...
meglio ancora della grotta naturale, a dimensione delluomo e delle sue necessit. I vantaggi
economici ed ecologici di questo habitat ancestrale, in particolare la sua stabilit termica,
interessano anche gli architetti moderni, che vedono in esso numerose possibilit per il presente
ed il futuro... Modo di vita e di architettura originale, il trogloditismo fa parte della diversit
culturale del mondo... Studiare le tecniche trogloditiche vuol dire studiare dei gruppi umani, la
loro storia, la loro vita particolare. La conservazione degli habitat cosiddetti naturali
costituisce un progresso. Si tratta, al tempo stesso, di comprendere le forme di integrazione
nellambiente che essi rappresentano e di preservarli dallerosione... Un monumento rupestre
un tuttuno con la terra; vive, si evolve ed invecchia con essa.1
In epoca storica la presenza di laboratori, di jazzi, di stalle, di ricoveri e di abitazioni isolate,
scavati nella roccia, non costituisce una rarit nel paesaggio pugliese e italiano, tuttavia solo in
limitati ambiti territoriali le grotte artificiali sono state usate intensivamente come abitazioni,
formando veri e propri villaggi, cos com avvenuto a Matera e negli anfratti carsici del Barese,
del Brindisino e, soprattutto, del Tarantino.
Lesigenza di approfondire la ricerca sulle motivazioni e sulla funzionalit della scelta
trogloditica nella Murgia medioevale scaturisce dalla dimensione storica ed economica di questo
fenomeno antropico, che non appare irrilevante nel periodo e nelle condizioni in cui
contestualizzato.
Fornire una risposta convincente agli interrogativi sulla genesi e sulle motivazioni del (p.105)
trogloditismo si rivela, quindi, di fondamentale importanza per lindagine storica, che riguarda il
rupestre e pi in generale il territorio pugliese, anche per non omologare un fenomeno storicoeconomico-sociale cos particolare e originale a unindifferenziata articolazione locale del pi
generale modello di vita dellepoca.
Le particolarit, invece, esistono e vanno rimarcate e indagate.
Per chi voglia cimentarsi nella sfida il compito non facile, perch, se il proponimento
ambizioso, la ricerca costellata da ostacoli pressoch insormontabili, determinati dallassoluta
carenza di dati e di fonti documentarie per tutto il periodo altomedioevale; nessuno degli studiosi
contemporanei ha colpa, quindi, sicch non sono mancate le proposte e le interpretazioni del
fenomeno, generalmente assunte senza la pretesa di costruire paradigmi scientifici basati
sullassenza di dati verificabili.

Con questa nota sintende prospettare, perci, qualche riflessione, basata su elementi finora
poco considerati dalla storiografia ufficiale della civilt rupestre, delineando nuove ipotesi di
ricerca, che, pur con i limiti ricordati, si avvalgono degli elementi storicamente accertati e dei
dati scientifici a disposizione per sviluppare una lettura credibile del fenomeno storico e
antropico del trogloditismo medioevale.

Le grotte sacre
Sar bene ricordare sommariamente, prima di affrontare le vicende del nebbioso periodo
altomedioevale pugliese, alcuni elementi della storia del trogloditismo, molto spesso ignorati,
anche da chi si interessato da vicino alla storia e alle vicende della civilt rupestre.
Si tratta di ricapitolare lutilizzo da parte delluomo degli antri, delle grotte e delle caverne,
attraverso un uso continuo, che nel corso della storia ha visto affermarsi sia laspetto religioso
cultuale, sia quello insediativo civile.
Luso della grotta come tempio diffusamente radicato in tutte le epoche e in tutte le culture,
tanto che si segnalano esempi straordinari relativamente recenti, tra cui vanno annoverate le
suggestive cappelle scavate dalla fine del XVIII secolo sino a tutto il XIX nelle miniere di
salgemma di Wieliczka, in Polonia, riconosciute dall UNESCO patrimonio dellumanit.
A titolo di curiosit va ricordato che lultima importante realizzazione del trogloditismo
cultuale sembra essere costituita dalla Temppeliaukio Church, la grande chiesa evangelica,
scavata nel granito di Helsinki, progettata dagli architetti Timo e Tuomo Suomalainen e aperta al
culto nel 1969.
Nella notte dei tempi la caverna, fisicamente ubicata nel ventre nella Terra, che molte culture
primitive hanno identificato nella femmina, stata interpretata come archetipo dellutero
materno e, quindi, associata ai concetti di nascita e di rigenerazione; , perci, vissuta come
regressum ad uterum nei miti dorigine, di rinascita e diniziazione di numerosi popoli.
Nelle tradizioni iniziatiche greche la caverna rappresenta il mondo.
Lo spazio ambiguo di una caverna, poi, offre s protezione e ricovero ma pu, anche,
rappresentare lignoto e, quindi, incutere paura.
Per la psiche la caverna cavit oscura, regione sotterranea dai limiti invisibili, abisso
spaventoso da cui emergono i mostri, simbolo dellinconscio e dei suoi pericoli, spesso
imprevisti.
Dal punto di vista magico vista come il gigantesco ricettacolo di energia tellurica delle
divinit ctonie, che risiedono allinterno della terra.
Alluomo neolitico di Cro Magnon, vissuto da quaranta a trentamila anni fa, risale luso
cultuale e religioso delle caverne, che cominciano a essere dipinte e graffite, come ad Altamira, a
Lascaux, a Niaux.
(p. 106) Nella Preistoria i siti noti come santuari e luoghi sacri pi arcaici sono rappresentati,
generalmente, da caverne naturali; successivamente in svariate culture le caverne sono state
spesso prescelte per la celebrazione di culti religiosi e di riti esoterici.
In molti casi, poi, le caverne-santuario ospitano una sorgente sacra, che pu possedere
propriet guaritorie o divinatorie: lesempio pi recente in ambito cristiano rappresentato dalla
Grotta di Lourdes.
In epoca storica lutilizzo delle caverne per fini cultuali e religiosi conosce da subito una vera
e propria fioritura.
In Egitto caverne artificiali vengono scavate nelle montagne, come nel caso dei templi rupestri
di Abu Simbel, databili fra il XIV e il XII secolo a.C.; spesso, per, anche la montagna
artificiale, come le piramidi, vere e proprie montagne sacre, allinterno delle quali vengono
create le caverne artificiali, dove riposano i faraoni.

Alla stessa concezione rispondono diversi tipi di tumuli preistorici megalitici, come a
Newgrange in Irlanda, ovvero i tholos delle tombe micenee e i tumuli etruschi.
Le caverne cretesi dellet minoica sembrano essere state riservate alla casta sacerdotale e ai
riti misterici: a giudizio di molti studiosi il famoso Labirinto di Dedalo, collegato alla leggenda
del Minotauro, probabilmente era una grotta artificiale o una galleria sotterranea utilizzata per le
cerimonie iniziatiche.
La stessa mitologia greca strettamente collegata alle caverne: il dio Zeus nasce in una
caverna sul Monte Ida (Monte Dikte) nellIsola di Creta, che in epoca minoica risulta abitata da
una nutrice di piccoli; Omero parla dellantro di Amniso, presso Cnosso, sacro a Ilizia, divinit
preellenica preposta al parto, parente prossima di Artemide, detta la Levatrice; in quella stessa
grotta si diceva che fosse caduto il cordone ombelicale di Zeus, sicch le donne incinte vi
giungevano in pellegrinaggio per partorire.
Si credeva che le caverne dellantica Grecia ospitassero divinit secondarie, legate alla natura:
la grotta del Parnaso, sacra al dio Pan e alla ninfa Corcira; lantro di Trofonio; lantro di Creta,
dove Epimenide trascorse quarantacinque anni; quello dove Minosse ricevette le leggi da Giove;
la grotta del Monte Cilene, in cui Ermes, signore delle fiere, che regna sul mondo animale, figlio
di Maia (Madre Terra), aveva visto la luce; il celebre oracolo di Delfi era in una grotta,
incorporata nel tempio di Apollo; la venerata grotta di Lyttos e altre due sulle pendici
dellAcropoli di Atene.
In epoca ellenistica nelle grotte artificiali, i cosiddetti mitrei, si svolgevano i culti dei misteri di
Cibele, di Dioniso e di Mitra, diffusi in ambiente romano dalla fine del I secolo a.C.
Grotte naturali, adattate artificialmente, erano i ninfei, detti anche musei, presenti nelle grandi
ville romane.
I celebri templi rupestri di Petra in Giordania vennero scavati nel IV secolo a.C. dai nabatei,
popolazioni arabe succedute agli edomiti nei deserti della Giordania a partire dal VI secolo a.C.
(p. 107) Il neoplatonico Porfirio (III-IV secolo d.C.) scriveva che, prima delluso dei templi, i
riti religiosi si celebravano nelle grotte e che Zoroastro per primo consacr una caverna al dio
Mitra, creatore del mondo.
Si pu considerare, pertanto, che il tempio nella Grecia antica e a Roma, stando alla
testimonianza di Porfirio, rappresenti un sostituto e una metafora della caverna sacra delle
religioni pi antiche, essendo la cella o naos del tempio classico sprovvista di finestre, sicch lo
spazio interno era oscuro come quello di una caverna.
In Asia la religione buddista elesse a santuari del Buddha le caverne indiane di Ajanta, di
Ellora e di Elephanta, i cui preziosi intagli e affreschi vennero realizzati gi a partire dal II secolo
a.C.; al II secolo d.C. risale, invece, linsediamento monastico rupestre di Bamiyan in
Afghanistan, recentemente deturpato dalle devastazioni dei talebani, che hanno distrutto le
gigantesche statue del dio.
Per quanto riguarda il cristianesimo, alcune tappe fondamentali della vita del Figlio di Dio
sono segnate dalla presenza di grotte.
Eusebio (260-340) sostiene che il programma edilizio di Costantino in Palestina era incentrato
sulle tre grotte collegate ai misteri fondamentali della fede: la grotta della Nativit a Betlemme;
la tomba scavata nella roccia vicino al Golgota; la grotta collegata allAscensione e segnalata
dagli atti apocrifi di Giovanni nel III secolo, presso il Monte degli Ulivi, sulla quale venne
costruita, sotto la direzione di santElena, una chiesa visitata nel 333 dal pellegrino di Bordeaux.
In epoca altomedioevale il Santuario di Monte SantAngelo divenne meta di pellegrinaggio fin
dal V secolo, in seguito alla leggendaria apparizione dellArcangelo Michele nella grotta
garganica; il celebre monastero rupestre armeno di Geghart, dove, secondo la tradizione, venne
conservata per secoli la lancia che fer Cristo al costato, fu scavato a partire dal VII secolo.

Il rapporto tra religione cristiana e grotte si rafforz in questi secoli, grazie al fenomeno
delleremitismo e alla diffusione della tradizione monastica basiliana nelle aree geografiche poste
sotto linfluenza bizantina.
Nel IX secolo in Grecia fiorirono gli eremitaggi in grotta lungo le falde della Meteora e del
Monte Athos, che divenne il centro guida della religiosit cristiana orientale nel X secolo, dopo
linsediamento di Athanase di Athos e la costruzione del primo dei grandi monasteri.
Linfluenza del modello monacale, espresso dagli eremitaggi rupestri del Monte Athos, determin nel Basso Medioevo la diffusione di luoghi di culto e di monasteri rupestri un po
ovunque nellarea balcanica e del Mar Nero (Albania, Bulgaria, Serbia, Macedonia, Georgia,
Ucraina), nonch in Italia meridionale, a Malta, in Etiopia, in Spagna, in Francia e nellintero
bacino del Mediterraneo.
(p.108)

Il trogloditismo civile dalla Preistoria allEt Moderna


Il trogloditismo civile legato alle prime occupazioni di grotte naturali, verificatesi circa
settecentocinquantamila anni fa, quando luomo riusc a padroneggiare luso del fuoco.
A Chou-kou-Tien, presso Pechino, una caverna ha restituito resti di homo erectus e di animali
carbonizzati risalenti a cinquecentomila anni fa; comunit umane, che occuparono le caverne
abbastanza stabilmente, iniziarono a formarsi con lhomo neandhertalensis, ossia da centomila a
ottantamila anni fa, durante lultimo periodo interglaciale, posto tra la penultima glaciazione Riss
del Paleolitico inferiore e la successiva.
Le abitazioni trogloditiche in grotte naturali divennero pressoch comuni nel periodo glaciale
Wurmiano, ossia nel Paleolitico medio (ottanta-cinquantamila anni fa) e nel Postwurmiano.
Il Neolitico caratterizzato dalle prime tracce di adattamento artificiale di grotte naturali.
Nelle grotte palestinesi di Megiddo, di Gezer e di Maresa, infatti, luomo neolitico ha scavato
corridoi, comunicazioni tra due o pi caverne, condotti dacqua piovana, cisterne, nicchie per
lampade, fregi raffiguranti animali domestici e selvatici.
Nello stesso periodo grotte artificiali cominciarono a essere scavate nella regione cinese dello
Shanxi (Banpo) per essere utilizzate come abitazioni.
Il pi antico villaggio rupestre di grotte artificiali, comunque, stato localizzato presso
Beersheba in Israele e risale al IV millennio a.C.
Nel Neolitico la fine delle glaciazioni e il ritorno a condizioni climatiche pi temperate
determinarono un primo abbandono delle abitazioni rupestri, a vantaggio delle capanne e delle
case costruite.
Loccupazione delle grotte da parte delluomo, infatti, divenne episodica durante lEt dei
Metalli, allincirca dal 3000 al 1000 a.C., venendo progressivamente soppiantata dagli abitati
costruiti.
A Matera, presso la Murgia Timone, sono, per, attestate fattorie rupestri dellEt del Bronzo,
ossia del periodo in cui si ritiene che siano state scavate le prime grotte artificiali sul ciglio della
gravina.
Va ricordato, inoltre, che intere popolazioni restarono troglodite fino allEt del Ferro
avanzata: i liguri vivevano in caverne naturali; genti dellAnatolia occupavano grotte artificiali,
scavate nei coni di tufo di Mazaca in Cesarea, fin dal tempo degli ittiti (1900 a.C.); in Sicilia,
terra ricca dinsediamenti rupestri in tutte le et storiche, i villaggi ipogei a pi piani di Pantalica
sono stati datati al XIV secolo a.C.; in Bretagna sono stati ritrovati sotterranei artificiali, scavati e
occupati durante tutta lEt del Ferro, probabilmente associati a strutture abitative epigee,
utilizzati come magazzini per lo stoccaggio delle derrate alimentari.
In Et Classica labitazione ipogea sembra poco usata nellEuropa temperata, mentre si
afferm, soprattutto, in alcune regioni dal clima arido e predesertico dellAfrica e dellAsia.

In Et Preistorica, dunque, le grotte erano state abitate dalluomo prevalentemente per


difendersi dal freddo della glaciazione wurmiana, mentre in epoche storiche pi recenti le
motivazioni sembrano essere esattamente opposte.
Le opere di molti autori greci e latini documentano la consistenza e la localizzazione degli
insediamenti delle popolazioni trogloditiche in epoca classica.
(p. 109) Senofonte (V-IV secolo a.C.) si sofferma sulle abitazioni scavate dalle genti
dellArmenia e dellAnatolia, mentre il trogloditismo dei popoli berberi del Nord Africa
documentato da diversi scrittori greci e latini, come Annone (VI secolo a.C.), Strabone (I secolo
aC.) e Plinio (I secolo dC.).
Seneca (I secolo a.C.-I secolo d.C.) parla delle popolazioni maghrebine, che si affacciavano
sul golfo della Sirte, use a vivere sottoterra per difendersi dal caldo; san Girolamo (IV secolo
d.C.) testimonia lo stesso costume per gli edomiti, semiti stanziatisi dal XIV secolo a.C. a sud del
Mar Morto, nella regione della futura Petra, presso limportante centro carovaniero trogloditico
che allora si chiamava Sela.
In Medio Oriente labitazione in grotta era abbastanza comune: la vecchia Gerusalemme e il
sobborgo di Silo, sulle pendici del Monte degli Ulivi, presentavano molte abitazioni ipogee; tra
Libano e Siria le popolazioni druse adoperavano le grotte per rifugio e per abitazione
Tolomeo (II secolo dC.) chiama la trogloditica la regione costiera egiziana lungo il golfo
arabico, meglio conosciuta come Tebaide; Virgilio (I secolo a.C.) descrive le dimore degli sciti,
occupanti la Russia meridionale, come antri ipogei, scavati nel terreno e ricoperti con tetti di
paglia e legno, abbastanza simili a quelli a cui accennano Vitruvio (I secolo a.C.) per i frigi,
stanziati in Asia Minore, e Tacito (I-II secolo dC.) a proposito dei nordici germani.
Nelle opere degli scrittori greci e romani che in Et Classica hanno fornito informazioni sulle
popolazioni in quellepoca abitanti in grotte, non compaiono annotazioni relative alla nostra
regione.
La citazione di una mansio Spelunis, genericamente ubicata in Puglia sullAppia Traiana,
ricorre per la prima volta in alcune opere e carte del IV secolo d.C., come lItinerarium burdigalense, lItinerarium Antonini e la Tabula Peutingeriana;2 questa mansio identificata con
linsediamento rupestre di Santa Sabina presso Carovigno.3
Unindiretta attestazione del trogloditismo in Puglia risale allXI secolo nellAlexiade di Anna
Comnena, opera in cui la principessa bizantina, riferendosi allesordio dellavventura di Roberto
il Guiscardo in Italia meridionale, afferma che il normanno, la tete duna band de brigands,
viveva da avventuriero dans des cavernes tra le montagne e le colline della Longobardia.4
da tenere in considerazione una significativa coincidenza temporale: in et medioevale, nel
periodo in cui nacquero e si svilupparono consistenti insediamenti trogloditici in Puglia e in altre
zone dellItalia meridionale, come Sicilia, Basilicata, Calabria, il trogloditismo civile conobbe
una consistente espansione su scala mondiale e si diffuse in nuovi ambiti, dispersi in diversi
punti del pianeta, ma, comunque, generalmente in aree aride o predesertiche.
Il popolamento rupestre mondiale, dunque, fino allEt Classica si concentrava
prevalentemente nellattuale regione climatica subtropicale temperata dellemisfero
settentrionale, posta tra il 20 e il 40 parallelo, (p. 110) comprendente Cina, India, Afghanistan,
Iran, Armenia, Anatolia, Palestina, Giordania, Nord Africa.
Nel Medioevo si affermarono ulteriori insediamenti in Cina, in Cappadocia, in America
settentrionale e in Messico, ossia nella stessa area planetaria, ma si registr, anche, uno
sconfinamento del vivere in grotta verso nord fino al 50 parallelo, che coinvolse lItalia
meridionale, la Spagna, la Francia, i Balcani, la Georgia e lUcraina, fino allarea mitteleuropea;
questultima interessata dal fenomeno dei misteriosi labirinti ipogei chiamati erdstall.
Nella regione dello Shanxi, che si affaccia sul bassopiano cinese, in cui ancora oggi vivono in
grotta dai quaranta ai settanta milioni di cinesi, villaggi e monasteri rupestri si diffusero
massicciamente sin dal IV secolo d.C.; anche molti insediamenti rupestri della Cappadocia

vennero scavati a partire dal IV sec. d.C. in poi, con una particolare concentrazione tra il VI e il
XIII secolo; nelle Americhe i pueblos, insediamenti semi-rupestri realizzati nei ripari sottoroccia
dagli indigeni anasazi della Mesa Verde, progenitori dei navahos, si formarono gi dal VII
secolo d.C. e furono popolati fino al XIV secolo.
La Francia conobbe fenomeni dinurbamento rupestre nella Valle della Loira a partire dallVIII secolo; in Ucraina diversi insediamenti abitativi rupestri sorsero tra lVIII e il IX secolo.
Nello stesso periodo in Libia ebrei ibaditi sinsediavano in grotta a Gherian e nei centri vicini,
mentre altre comunit trogloditiche ebraiche sono segnalate in Yemen da Beniamino da Tudela
nel XII secolo.
In Georgia il grande insediamento di Vardzia risale al XII-XIII secolo, anche se la
documentazione storica e archeologica attesta che la citt rupestre di Uplistsikhe venne scavata
gi a partire dal I secolo d.C.
Tra la fine del Medioevo e linizio dellEt Moderna si collocano, infine, gli insediamenti
arabi nelle cuevas della Spagna, soprattutto nella zona di Guadix e di Granata.

Climatologia e trogloditismo
Le risultanze archeologiche preistoriche e le informazioni riportate dagli autori classici confermano che il trogloditismo insediativo stato praticato nel lunghissimo periodo preistorico
come mezzo di difesa dai climi gelidi delle glaciazioni, mentre in epoca storica tale modello
stato generalmente adottato in aree aride o predesertiche come difesa dal caldo.
Su questa strategia di adattamento ambientale si sofferma san Girolamo ma soprattutto Seneca
assolutamente chiaro ed esplicito al riguardo: Non in defosso latent Syrticae gentes, quibus
propter nimios solis ardores nullum tegimentum satis repellendis caloribus solidum est, nisi ipsa
arens humus? (Forse che gli abitanti della Sirte non si riparano sottoterra, come fanno tutte le
popolazioni della zona torrida che, per difendersi dal sole, non trovano altro efficace riparo se
non la stessa terra infuocata?)5
Lesistenza di uno stretto rapporto tra condizioni climatiche aride e scelta delluomo di (p.
111) vivere in insediamenti ipogei testimoniata dallultimo fenomeno di trogloditismo storicamente verificatosi sul pianeta.
A Coober Pedy, cittadina nel cuore del terribile e infuocato deserto australiano, dalle cui
miniere si estrae l80% della produzione mondiale di opale, i tremilacinquecento abitanti vivono
tuttoggi in abitazioni ipogee, chiamate dugouts. Queste vennero scavate, a partire dalla fine
della Prima Guerra Mondiale, da minatori reduci di guerra, che avevano sperimentato il comfort
termico degli accampamenti trincerati, durante il conflitto mondiale in Europa; a Coober Pedy,
naturalmente, anche le chiese, gli hotel e i ristoranti sono sottoterra.
La piccola cittadina mineraria australiana rappresenta ai giorni nostri unimportante conferma
della tesi secondo cui luomo sceglie linsediamento ipogeo in quanto funzionale alle esigenze di
protezione termica in situazioni ambientali aride.
Tale tesi viene supportata dallesame delle fasi climatiche vissute dal nostro pianeta nel corso
della storia, cos come vengono definite dalla moderna climatologia, mediante lo studio dei
depositi di polline, degli anelli meristematici degli alberi, degli avanzamenti dei ghiacciai, dei
depositi fossili e archeologici nelle torbiere e nelle morene.
Lapplicazione delle conoscenze della moderna climatologia pu rappresentare unimportante
e innovativa chiave di lettura per la comprensione globale del fenomeno delle civilt rupestri,
naturalmente entro i limiti e con le precisazioni individuate da Domenico Novembre:
Limportanza della storia del clima da pi parti ampiamente riconosciuta... il fattore climatico,
dimostrato da una documentazione di carattere oggettivo e quantitativo relativa ai mutamenti
significativi avvenuti nei clima o nei climata e nei corrispondenti biota, in epoca postglaciale e
storica, ormai incluso nello studio della storia. Con tale accezione non si vuole certo

riproporre un determinismo di carattere ambientale e neanche si vuole ammettere che tutte le


modificazioni ambientali abbiano origine dal clima n che tutti i cambiamenti culturali
[abbiano] una radice di carattere ambientale e che i rapporti tra storia del clima e storia
delluomo siano semplici e lineari. Il ruolo attribuito alle modificazioni climatiche si basa su
ben noti principi ecologici. E cio, per quel che concerne specificatamente luomo, sul fatto che
lambiente fisico e soprattutto il clima possono dare una certa inclinazione allorientamento ed
alla realizzazione di quelle serie quasi infinite di scelte e decisioni che formano il corso della
storia. In particolare, lo spostamento dei valori termopluviometrici pu modificare
notevolmente la combinazione di patrimoni culturali relativi allutilizzazione delle risorse che
caratteristica di una popolazione facendo sostituire a certi procedimenti tecnici altri
procedimenti divenuti pi vantaggiosi che provocano corrispettivi mutamenti dellhabitat.6
Lescavazione di alloggi nella roccia in un periodo climatico particolarmente arido, quindi,
sembra essersi dimostrata la forma insediativa pi vantaggiosa in alcune aree geografiche del
pianeta, sparse tra Asia, Europa, Nord Africa (p. 112) e America, soprattutto grazie alla maggiore
stabilit termica degli antri scavati, rispetto agli abitati costruiti con i consueti materiali edilizi,
decisamente meno coibentanti.
opportuno a questo punto riassumere brevemente i dati climatici relativi agli ultimi millenni
della vita del pianeta in base alla ricostruzione dei cicli, avanzata dal climatologo Mario Pinna,
autorevole esponente della Societ Geografica Italiana.7
In seguito allultima glaciazione, circa diecimila anni fa, il ritiro dei ghiacci cominci a
segnare una fase di progressivo riscaldamento, che culmin intorno al 4000 a.C. nellinizio del
cosiddetto optimum climatico post-glaciale, periodo particolarmente caldo della storia del
pianeta, durato circa duemila anni, ossia fino al 2000 a.C.
In questo periodo la temperatura media si manteneva globalmente di 2,5 030C pi alta di
quella odierna con punte di 4060C nelle latitudini pi alte, ossia verso i poli, dove i cambiamenti
climatici erano pi accentuati, rispetto alla fascia temperata ed equatoriale.
Fu in questa fase calda e climaticamente propizia, a partire dal 7000 a.C., che si verific la
cosiddetta rivoluzione neolitica con la trasformazione di molte popolazioni di cacciatori e di
raccoglitori in agricoltori.
Tra il 5000 ed il 3000 a.C. il clima fu notevolmente umido e piovoso ma divenne molto pi
arido a partire dal 3000 a.C., causando la scomparsa di molti habitat umidi e la desertificazione
di vaste aree dellAsia Minore, dellArabia e dellAfrica settentrionale.
Ebbe, successivamente, inizio lepoca climatica sub-boreale, caratterizzata da inverni molto
freddi, con un picco tra il 1500 e il 1300 a.C., cui segu una nuova fase di clima caldo, che dur
allincirca fino al 900 a.C.
A partire dal X secolo a.C torn un ciclo climatico pi freddo e umido con inverni piuttosto
miti e temperature estive pi temperate, che si protrasse sino al I secolo d.C.
La fine dellEt Classica assist, quindi, tra il I e il IV-V secolo d.C., a una nuova fase
climatica calda e arida.
NellAlto Medioevo, secondo Pinna, si registr un ritorno del clima freddo dal V allVIII-IX
secolo.
Il termine di questo breve ciclo freddo sembra, per, doversi anticipare al VI secolo, se si
condivide la teoria di Rhys Carpenter, che attribuisce lo spopolamento di vaste aree della Grecia,
della Turchia e della Siria alla prolungata scarsit di piogge verificatasi tra il VII e lVIII secolo.8
Gli studiosi concordano, per, su un successivo periodo di almeno quattro secoli
marcatamente caldo, che dur fino agli ultimi decenni del Duecento.
In questepoca climatica pi calda, definita piccolo optimum medioevale, la temperatura era
mediamente pi alta di 1,50-20C, rispetto ai valori attuali, con punte di 40C alle latitudini pi alte,
causando un accentuato scioglimento dei (p. 113) ghiacci, linnalzamento del livello del mare e
limpaludamento di molte pianure costiere.

La fase calda medioevale, che maggiormente interessa ai fini di questa ricerca, precedette un
successivo ciclo freddo, iniziato negli ultimi secoli del Basso Medioevo e conclusosi quasi ai
nostri giorni.
Il clima, infatti, intorno al 1200 si raffredd notevolmente; gli inverni divennero molto pi
rigidi e i ghiacciai tornarono ad avanzare considerevolmente; tra la met del XIV e la fine del
XVI secolo il clima si mantenne fresco ma torn ben presto una nuova fase, abbastanza lunga e
rigida, denominata piccola et glaciale, che termin solo verso la met del XIX secolo.
Da questo breve excursus sulle mutazioni climatiche, che hanno interessato il pianeta dalla
Preistoria a oggi, emerge, in relazione ai proposti problemi interpretativi sulla ragione del
trogloditismo, che, gi in Et Classica e talvolta in periodi non particolarmente caldi della vita
del pianeta, il popolamento rupestre si verific prevalentemente ai bordi di aree aride e
predesertiche, probabilmente in alcuni casi anche per effetto della carenza di legno da
costruzione ma, generalmente, per sfruttare le sperimentate propriet termiche e isolanti del
riparo in roccia.
Per queste popolazioni si pu anche ragionevolmente presumere che la scelta trogloditica, in
molti casi perpetuata fino a oggi, possa rappresentare il continuum di una tradizione insediativa
avviatasi ai tempi delloptimum climatico post-glaciale, quando larea sahariana per effetto
dellazione degli alisei aveva smesso di essere una lussureggiante savana, tratteggiata nei graffiti
neolitici, e aveva affrontato la fase di desertificazione.9
Il problema interpretativo del perch vivere in grotta si pone maggiormente, invece, per tutte
quelle aree, come la Puglia, che riscoprono solo in et medioevale il fascino, la funzionalit e la
necessit della grotta per linsediamento dintere comunit umane, determinando il nascere, in
habitat apparentemente ostili allinsediamento delluomo, di un ampio intreccio di relazioni, di
lavoro, di economia, di vita e di storia.
(p. 114)

Le interpretazioni del fenomeno rupestre pugliese


Il piccolo optimum medioevale rappresenta, come s detto, una fase tra le pi calde del clima
del pianeta, che port a rilevanti cambiamenti nella vita e nelleconomia delle popolazioni
medioevali.
Per valutare la portata del fenomeno si consideri che in quel periodo si popolarono per la
prima volta alcune regioni del Nord America, mentre la Groenlandia abbondava di verdi pascoli
e in altre aree del Nord Europa, come lInghilterra e la Scozia, lagricoltura si diffondeva tanto
da soppiantare lallevamento del bestiame, anche con colture tradizionalmente mediterranee,
come la vite, normalmente vegetante in areali temperati.
NellAlto Medioevo, dunque, il clima inglese era molto pi caldo dellattuale, cos come
sembra, daltronde, attestato per lItalia meridionale, dove la vite veniva coltivata in alta collina,
anche al di sopra degli 800 metri di altezza.10
Altre autorevoli testimonianze storiche sugli effetti ambientali ditale caldissima temperie sono
riportate da Christian Pfister e da Jurg Luterbacher, ricercatori di Storia Regionale e Ambientale
presso il Dipartimento di Storia dellUniversit di Berna.
Per questi studiosi i rari inverni rigidi, registrati nel periodo compreso fra il 1180 e il 1300,
possono aver favorito e diffuso la coltivazione di alberi subtropicali nella Valle del Po, in Francia
e, persino, nella Valle del Rodano e in Germania. Tra le fonti citate viene ricordata la
testimonianza resa da santAlberto Magno (1200 circa - 1280), il quale nel trattato De
vegetalibus descrive gli alberi coltivati nella Valle del Reno, includendovi lolivo, il melograno e
il fico; questultima pianta, particolarmente abbondante a Colonia e in alcune aree limitrofe,
fruttificava, addirittura, tre volte lanno, eccetto che negli autunni particolarmente freddi.11

Lo straordinario spostamento della fascia climatica verso il centro e il nord dellEuropa,


attestato dalle fonti documentarie del Basso Medioevo, permette di valutare gli effetti dellincombente desertificazione, che in quello stesso periodo interessava gli areali subtropicali e,
quindi, il bacino del Mediterraneo.
Si pu, dunque, ragionevolmente ipotizzare che tra le principali motivazioni alla base delle
opzioni insediative trogloditiche, verificatesi in et medievale quasi contemporaneamente in
diverse aree dellAsia, dellEuropa, dellAmerica e dellAfrica, vi sia stata la necessit di un
adattamento alle particolari condizioni climatiche, venutesi a instaurare negli habitat aridi e
temperati durante il piccolo optimum medioevale.
La componente climatica, quindi, da considerare tra le ragioni che possono unificare e
spiegare queste scelte insediative, compiute, quasi contemporaneamente, da popolazioni
stanziate in posti cos lontani luno dallaltro.
In tal caso, come ricorda Jacek Rewerski, il fenomeno assume un certo interesse anche per i
tempi e per gli architetti contemporanei, non fosse altro che per le problematiche comuni allattuale fase climatica di riscaldamento del globo e di desertificazione.12
Nel corso degli ultimi decenni alcuni tra i maggiori studiosi della civilt rupestre pugliese
hanno sfiorato largomento della globalizzazione trogloditica medioevale, soprattutto nelle introduzioni ai loro studi sui monumenti e sugli insediamenti locali: Franco DellAquila accenna al
trogloditismo presente nel bacino mediterraneo, ossia in Africa, in Asia e in Europa; 13 Nino
Lavermicocca, tra i pi attenti alla comparazione del fenomeno rupestre religioso e civile
nellarea del Mediterraneo e nel Medio Oriente, fa rientrare i villaggi rupestri nella categoria
degli agglomerati agro-urbani, citt rurali in muratura o scavate nella roccia, peculiari di tutta
larea mediterranea, senza, tuttavia, avanzare al riguardo particolari approfondimenti.14
Cosimo Damiano Fonseca tende a rifuggire da confronti molto ampi per il rupestre (p. 115)
pugliese, sostenendo che le similarit con esempi analoghi cappadocesi, balcanici, iberici, siculi
eccetera restano finora soltanto esterne e vaghe; anche se necessario allargare lindagine ad
altre aree che presentano similarit ed omogeneit non soltanto formali, ma specificamente
culturali e storiche. E ci ... per evitare che ci si limitasse a definire i caratteri di similarit e
omogeneit solo sulla scorta di rassomiglianze morfologiche esteriori, ponendo, acriticamente,
sullo stesso piano gli insediamenti rupestri georgiani di Vardzia e larchitettura ibadita di Le
Mzab in Algeria oppure i siti rupestri della Renania, della regione di Karadag o della Cappadocia e i villaggi trogloditici dellItalia meridionale o, ancora, la facies rupestre della citt di
Siena con i complessi impianti dei villaggi trogloditici di Matera. Di qui il ricorso al
comparativismo storiografico e alla identificazione di precise aree geopolitiche, assunte come
terreno di verificabilit delle ipotesi della vita in grotte colte nel pi ampio e articolato
contesto di un identico processo di civilt e cultura, quale fu appunto quello del mondo
bizantino.15
Il modello del comparativismo storiografico venne compiutamente espresso da Fonseca e
dagli illustri studiosi che nel ciclo dei famosi convegni internazionali degli anni Settanta e
Ottanta presero in esame le aree della Serbia, della Cappadocia, della Sicilia e della Sardegna
ma, purtroppo, molto spesso la comparazione stata limitata ai soli fenomeni insediativi rupestri
religiosi, come eremitaggi, monasteri e chiese rupestri.
Sembra calzante al riguardo una precisazione di Voiislav Djuric, espressa durante la sessione
di studi dedicata allarea geopolitica serba, che costituisce lunico riferimento di quel convegno
al trogloditismo civile: Proprio come in territorio greco, tracce di vita medioevale sotterranea,
in grotte o cavit formate da franamenti di massi di pietra, insistono in tutte le zone dei Balcani
abitate da slavi. In un solo luogo per, sotto la stessa cittadella di Prilep, in Macedonia, gli
archeologi hanno potuto identificare, nei fianchi di grossi massi franati, alcune abitazioni
umane adattate alla configurazione del terreno con piccoli interventi, e riparate da un
graticolato. Tutte le altre grotte dei Balcani, a strapiombo sui bordi dei torrenti o dei laghi,

quelli di Ohrid e Prespa in particolare, sono state abitate da monaci asceti alla ricerca di un
rifugio isolato propizio alla penitenza, al digiuno e alla preghiera.16
Va detto per inciso che la scarsa presenza di trogloditismo civile nei Balcani potrebbe essere
spiegata dalla maggiore disponibilit idrica e dalle condizioni climatiche, sicuramente pi
fresche e umide, che in questa regione montagnosa e continentale si dovettero avere nel caldo
periodo medioevale, rispetto alle secche e piatte terre mediterranee.
Lassenza di condizioni particolarmente aride non incoraggi, quindi, la scelta trogloditica
civile, a differenza di quella ascetica e religiosa, alimentata dallesempio e dallinfluenza atonita.
Per questo motivo, oltre a Prilep, la letteratura sembra registrare nellarea balcanica
unicamente alcuni villaggi rupestri bulgari, scavati lungo i fiumi Isker e Lom.17
Il giudizio di Fonseca sulle cause del fenomeno civile del rupestre pugliese, per contro,
riassumibile nellassunto che vi sia stata una frattura della vita in grotte tra lEt Preistorica e
quella Classica con un recupero intrapreso nel V-VI secolo dalle popolazioni meridionali,
conseguente alla crisi della intelaiatura istituzionale dello stato e alla decadenza del ruolo delle
citt nel Tardo Antico e, inoltre, dettato da necessit di difesa per la frequente minaccia delle
incursioni dal mare, per cui linurbamento delle gravine risulterebbe similare nelle sue
motivazioni, agli insediamenti sulle alture con il relativo incastellamento delle localit in seguito
alla grande paura delle invasioni.18
Queste motivazioni configurano, secondo lillustre studioso, un processo di aggregazione
sociale nelle gravine, che dal X al XIII [secolo] aveva dato luogo a veri e propri villaggi
rupestri, dove si riscontra lesistenza di una precisa e cosciente (p. 116) struttura insediativa di
tipo urbano, caratterizzata dalla stretta interrelazione fra unit con tipologie ben definite tra
loro, interagenti mediante un tessuto connettivo funzionalmente articolato.19
Fonseca e molti altri studiosi, dunque, sostanzialmente propendono a considerare il fenomeno
come manifestazione di una cultura non alternativa o particolare, inserita in uno specifico
habitat, dal quale traeva le sue caratteristiche principali, pur essendo perfettamente integrata nel
contesto socio-economico coevo: Non c quindi bisogno di figurarsi favolose tebaidi o sistemi
dinsediamento radicalmente alternativi a quelli in uso... Da questo punto di vista, gli
insediamenti rupestri non hanno di per s connotazioni specifiche, bizantino o longobarde o
altre, ma sono presenti in tutta larea meridionale (per non parlare delle testimonianze esterne)
ovunque il tipo di roccia e le tradizioni abitative ne consigliassero lutilizzazione e
lelaborazione; naturalmente non vanno trascurati altri fattori, come la sicurezza, la viabilit,
lapprovvigionamento idrico e in genere la redditivit del sito e la vicinanza alle fonti essenziali
per la sopravvivenza.20
Da alcuni di questi studiosi, generalmente, vengono sottovalutate la tipicit e la particolarit
dellinsediamento umano in rupe e, spesso, nelle loro analisi non si pongono alcun interrogativo
circa le particolari situazioni ambientali che avrebbero potuto favorirlo.
evidente, per esempio, che nella diversit e nella specificit della vicenda trogloditica rientri
a pieno titolo la creazione delleffetto oasi, come viene definito da Pietro Laureano, quando parla
di ... genti che, in presenza di condizioni ambientali rudi, impararono a gestire le rare risorse
disponibili in modo non dispendioso e distruttivo. In molteplici climi e ambienti, culture dalla
tenacia straordinaria hanno saputo utilizzare materiali disponibili localmente e risorse
rinnovabili. Hanno impiegato lenergia del sole e le forze della natura; i principi
dellisolamento termico per difendersi dal caldo e dal freddo; la dinamica dei fluidi per
raccogliere lacqua; le leggi della biologia per la combinazione ed il riuso degli elementi
necessari alla formazione di humus e di terreno coltivabile. Sono riusciti a controllare i principi
sottili del vento, dellombra, dellumidit per innescare fenomeni di interazione positiva.
leffetto oasi: la creazione di isole di vita e di fertilit in un contesto ostile da cui deriva la base
dellesistenza, la realizzazione di una nicchia biologica utilizzata da altri organismi che a loro
volta portano il loro contributo al sistema in un continuo circuito virtuoso. Si determina cos un

ecosistema basato sulla simbiosi e lalleanza tra le specie, su una stretta armonia uomo-natura,
un microcosmo capace di perpetuarsi rigenerandosi continuamente.21
Le altre cause, indicate dai maggiori studiosi della civilt rupestre per la giustificazione del (p.
117) fenomeno, risultano, certamente, in gran parte credibili e condivisibili.
La vicenda degli insediamenti rurali rupestri medioevali in generale sembra originata
principalmente da diffuse esigenze di adattamento alle condizioni ambientali aride del periodo
storico in cui si materializzano.
Nel nostro caso particolare sembra, tuttavia, che tale fenomeno insediativo possa essere stato
determinato anche da specifiche strategie politiche ed economiche, regionali e locali, tendenti
alla ricolonizzazione produttiva del territorio, che favorirono ondate migratorie verso la Puglia
centrale, probabilmente in grado dispirare il popolamento in rupe.

La Puglia nellAlto Medioevo


Per affrontare le questioni sul tappeto si rende necessario ricostruire, almeno schematicamente,
quanto risulta dagli studi sulle condizioni di vita in Puglia durante lAlto Medioevo, periodo nel
quale si colloca la nascita del fenomeno insediativo trogloditico locale.
La ricerca storica attesta che nellepoca imperiale romana la Puglia si basava su uneconomia
prevalentemente pastorale, in cui giocava un ruolo di primo piano lallevamento delle pecore.
Una prima importante trasformazione avvenne a partire dal IV secolo d.C. con una serie di
vasti disboscamenti e di dissodamenti a beneficio della pi redditizia cerealicoltura estensiva.22
La ripresa della cerealicoltura, nonch la contemporanea crisi dellallevamento e della
produzione delle lane, durarono sino al VI secolo ma il modello del latifondo produttivo
cerealicolo entr in crisi tra il VI e il VII secolo a causa dellabbandono di molti piccoli centri
rurali, causato, soprattutto, dal fortissimo calo demografico e dallo scoppio di continue
pestilenze, tanto che i documenti dellVIII secolo descrivono una Puglia quasi deserta.23
La regione, come tante altre in Europa, tendeva a impoverirsi: nel VI secolo, sotto il dominio
ostrogoto, Cassiodoro defin gli apuli idonei, ossia benestanti,24 mentre Procopio di Cesarea,
subito dopo questi, ne descrisse gi le condizioni di estrema miseria.25
Daltra parte la Puglia nel mondo classico e medioevale considerata, soprattutto, una regione
agricola, anche se la condizione contadina nella penisola salentina non sembra essere
gratificante: non in discussione loperosit del contadino apulo, gi lodata da Orazio, quanto la
durezza e la scarsa redditivit del lavoro dei campi in una terra sostanzialmente siticulosa,
povera dacqua, come la descrivono Varrone, Strabone e Columella tra il I secolo a.C. e il I dC.26
Cicerone nel 49 a.C. aveva gi definito la Puglia come la regione pi spopolata dItalia;
labbandono dei campi era tanto rilevante in Et Romana, da essere evidenziato da Seneca con
lespressione in desertis Apuliae e condannato da Lucano alla met del I secolo d.C.27
(p. 118) La scarsa appetibilit del lavoro agricolo venne, pure, rilevata da Cassiodoro, il quale,
parlando del commercio delle braccia dei figli di molti contadini pugliesi presso la fiera di Sala
Consilina, scrisse: fanno bene i genitori a venderli, in quanto ricavano un profitto dal loro servaggio. Giacch non c dubbio che come servi possono migliorare di condizione, passando dal
lavoro nei campi ai servizi urbani.28
Nel corso della dominazione longobarda, ossia dal VI allVIII secolo, riguadagnarono spazio
gli incolti e le terre abbandonate, il pascolo transumante, lallevamento ovino e suino, mentre
cominci a diffondersi il fenomeno dellimpaludamento lungo le coste e nelle pianure, gi fonte
della prosperit della regione in Et Magnogreca e Romana.29
Nelle zone interne, occupate dai longobardi, si assist a unaccentuata ruralizzazione, che
coincise con il progressivo decadimento delle citt, a loro volta profondamente ruralizzate,
assecondando un fenomeno comune a gran parte dellItalia e dellEuropa.30

E dal IX secolo che ripart in tutta Europa la ricolonizzazione delle terre e la riconquista del
territorio, attraverso il grandioso fenomeno dei dissodamenti, che nelle regioni mediterranee
inizi quasi sempre nelle aree collinari, prive di paludi e con terreni meno pesanti; in Puglia,
regione che viveva il tempo della seconda colonizzazione bizantina, laggressione allincolto
cominci dai gradini pi bassi dellaltopiano delle Murge.31
Bisanzio, riconquistata la Puglia, sottraendola ai longobardi e ai berberi, i quali ultimi avevano
insediato per qualche decennio degli emirati a Bari e a Taranto, attu una politica tesa a
promuovere e a gestire il fenomeno della colonizzazione.
Nel IX e X secolo in tutto il bacino del Mediterraneo bizantino lo stato, che allorigine della
rivalorizzazione del suolo, presiede alla sua ridistribuzione. La base ancora rurale, il quadro
dello sfruttamento del suolo la famiglia: questa che ha sostenuto quei grande mutamento
rurale bizantino che fu, nel VI secolo, il passaggio dallo sfruttamento latifondista alla coltura
autarchica del gruppo familiare.32
Dal VI secolo la politica agraria, svolta dallo stato bizantino accentratore, non aveva permesso
lo sviluppo di potentati feudali privati.
I terreni, infatti, venivano assegnati in parte a grandi proprietari in massae, divise in fundi; in
parte erano utilizzati in enfiteusi o coltivati da coloni liberi, raggruppati verso la fine del VI
secolo in condumae, che rappresentavano distretti fiscali ma, anche, associazioni di contadini.33
Nel IX-X secolo, durante la seconda colonizzazione bizantina, la grande massa della
popolazione rurale, partecipe dei dissodamenti delle terre, era costituita da eleuteri, contadini indipendenti, che non avevano obblighi fiscali, raggruppati per propria libera scelta nel comune
rurale, il chorion; questo veniva a istituzionalizzarsi fiscalmente, attraverso il concretizzarsi delle
iniziative spontanee di dissodamento, praticate dagli stessi eleuteri e dai monaci.34
Nel corso del X secolo inizi anche la ripresa demografica, seguita da un vasto fenomeno
dincastellamento, che tendeva a rilanciare la riorganizzazione amministrativa e militare del
territorio.
Il kastron fortificato divent il centro organizzativo del territorio circostante, canalizzando e
controllando la crescita demografica e lo sviluppo economico, coordinando e difendendo la
popolazione rurale dei choria.35
Gli effetti della crescita demografica e le scelte politiche dei bizantini relative alla
colonizzazione del territorio, sostanzialmente confermate dai normanni tra la fine dellXI e la
fine del XII secolo, permisero che in Puglia fossero rioccupate le pianure, abbandonate da mezzo
millennio, sicch, dopo una lunga crisi, le estensioni di suolo coltivabile tornarono a essere
pressoch equivalenti a quelle dellEt Romana.36
(p. 119)

Limpaludamento delle coste e delle pianure


Emilio Sereni, accennando al calo demografico che si registr in Italia soprattutto tra VI e VIII
secolo, riconosce come in questo rapidissimo declino demografico, e pi in generale, in questa
drammatica depressione di tutte le forze produttive sociali, abbiano avuto una parte, oltre alle
nuove stragi e devastazioni della conquista longobarda, anche certi mutamenti climatici, che
proprio in qua sta et segnano un momento culminante del loro ciclo. I cento anni tra il 450 ed
il 550 d.C. sembrano infatti essere stati, per lItalia e lEuropa, il periodo di una oscillazione del
clima in senso caldo e umido. Tale constatazione pu contribuire, da un lato, a darci conto delle
grandi alluvioni che, come quella del 589, sconvolsero il paesaggio naturale stesso della val
padana, dislocando addirittura il corso di grandi fiumi come lAdige ed il Piave; pu darci
ragione, dallaltro, del rapido allargarsi del bosco o, rispettivamente, della palude, sui terreni
abbandonati ed incolti, con la conseguente riacutizzazione, in questa et, della infezione
malarica.37

Questo studioso mette in relazione il fenomeno dellabbandono delle terre con la mentalit
longobarda, col modo stesso di vita dei nuovi invasori, col sistema agro-silvo-pastorale sul quale
esso fondato: queste popolazioni di guerrieri ed allevatori seminomadi conoscono, semmai,
solo colture marginali o precarie, per le quali lallevamento brado dei suini, degli ovini, ma
soprattutto del cavallo, essenziale ai fini del nomadismo ed a quelli militari, si accompagna e si
integra (come presso molti popoli della steppa eurasiatica in questa et) con le attivit della
devastazione e della rapina di territori abitati da popolazioni agricole sedentarie pi evolute.38
E interessante a questo punto cercare di capire se la fase climatica particolarmente calda
vissuta dal pianeta tra il V e VI secolo, di cui parla Sereni discostandosi dalla cronologia di
Pinna, si sia effettivamente verificata e se, in tal caso, possa aver rappresentato una delle
principali cause dello spostamento dei popoli nordici in Europa verso lItalia.
Paolo Diacono, che scrive la sua Historia Langobardorum alla fine dellVIII secolo, allinizio
del libro primo, parlando delle origini della migrazione dei winili nel VI secolo dallisola di
Scadinavia, accenna a due fenomeni, che sembrano confermare questo assunto. Egli, infatti,
evidenzia da una parte la forte crescita demografica dei winili e dallaltra unaccentuata
invasione del mare, conseguente allo scioglimento dei ghiacci polari per la crescita della
temperatura, che continuava ancora nellVIII secolo: Questisola per quanto ci hanno riferito
quelli che lhanno visitata, anzich posta in mezzo al mare, dato il carattere pianeggiante delle
sue coste, si pu dire piuttosto circondata dai flutti marini che la invadono.39
Un innalzamento abnorme del livello del mare nellVIII secolo sembra essere attestato da altre
allarmate notazioni, pure presenti nellHistoria di Paolo Diacono: ... Si afferma che esiste
unaltra voragine del genere [del tipo di quella che si ipotizzava esistesse tra Scilla e Cariddi]
tra lisola della Britannia e la provincia della Galizia. Ci confermato da quanto accade sulle
spiagge di Sequania ed Aquitania, che due volte al giorno sono invase da cos rapide maree che
chi si trova poco distante dalla riva rischia di non riuscire a scampare. Sembra che i fiumi di
quelle regioni, ritirandosi con corso velocissimo verso le sorgenti, (p. 120) cambino per molte
miglia le loro acque dolci con quelle salate... Anche il nostro mare, e cio lAdriatico, per
quanto meno, tuttavia invade le spiagge delle Venezie e dellIstria, e si pu credere che abbia dei
piccoli gorghi nascosti come questi, dai quali le acque, ritirandosi, sono assorbite e di nuovo
vengono vomitate a invadere le spiagge.40
Unaltra testimonianza sullaridit del clima sembra essere fornita dal brano della Historia
Langobardorum nel quale Paolo Diacono accenna alla riduzione della portata del fiume Istro in
Dalmazia, che nella storia romana si dice fosse molto pi grande di quanto non ora.41
Le annotazioni di Paolo Diacono sembrano assicurare una sostanziale conferma alle tesi dei
ricercatori moderni, che nello studio della storia, delleconomia e del comportamento delluomo
fanno riferimento, anche, allanalisi dei fattori climatici.
Domenico Novembre, riferendosi alle tesi esposte da Pierre Alexandre, ricorda che il periodo
pi caldo del Medioevo stato collocato tra gli inizi del IX e la fine del XIII secolo; 42 riporta che
il piccolo optimum fu caratterizzato dallaumento della temperatura dellaria e dellacqua marina
con fusione di masse glaciali continentali e marine, nonch dallinnalzamento graduale, sino ad
un metro rispetto allattuale, del livello del mare. In questo contesto lo studioso accenna alla
possibilit che i valichi montani, resi pi accessibili dallo scioglimento dei ghiacciai alpini,
abbiano facilitato le invasioni barbariche.
Nella nostra regione, sempre secondo Novembre, linnalzamento del livello marino, alterando
il deflusso dei fiumi nel loro basso corso, caus la formazione di paludi e di acquitrini alle spalle
dei cordoni di dune; nellidrografia sotterranea, poi, la crescita del livello del mare port a un
innalzamento della falda salmastra e allinquinamento delle falde freatiche dolci pi superficiali,
rendendole inadatte allirrigazione e alluso alimentare. Questa situazione determin
velocemente labbandono dei pozzi e delle colture, lo spopolamento costiero e la creazione di
selve paludose, penalizzando quelle che una volta erano fertili pianure produttive e valorizzando

la funzione attrattiva delle calcareniti dello zoccolo premurgiano, che consentivano la facile
captazione delle falde freatiche.43
La prima e letale conseguenza dellimpaludamento fu il diffondersi della malaria, tanto che,
ancora in Et Normanna i nuovi centri abitati si addensavano nellentroterra per sfuggire al
terribile morbo, che allepoca mieteva tante vittime.44
La zanzara anofele ha continuato a imperversare per secoli in estese zone paludose della
pianura tarantina, venendo debellata finalmente alla met del Novecento, dopo circa un secolo di
bonifiche, avviate subito dopo lunit dItalia; ancora nel 1863 un censimento delle zone
paludose del settore costiero occidentale, prossime alle principali comunit rupestri di Ginosa, di
Laterza, di Castellaneta, di Palagianello, di Mottola e di Massafra, evidenziava nel comprensorio
almeno una trentina di aree fortemente compromesse.45
Limpaludamento delle pianure e delle coste influ anche sulla viabilit medioevale: per (p. 121)
questo motivo le due principali arterie viarie dEt Romana, la Traiana sullAdriatico e lAppia
sullo Ionio, a partire dal VI secolo arretrarono verso linterno su assi paralitoranei, che in
entrambi i casi costeggiavano i pi importanti insediamenti rupestri; per lAppia tarantina uno
dei diverticoli principali era costituito dalla via consolare, che da Palagianello conduce a
Massafra.46
La triste situazione produttiva e sanitaria delle regioni meridionali nellVIII secolo dettava a
Paolo Diacono queste considerazioni: Le regioni settentrionali, quanto pi sono lontane dal
calore del sole e gelide per il freddo delle nevi, tanto pi risultano salubri per i corpi degli
uomini e adatte allaccrescimento delle popolazioni; al contrario, le regioni meridionali, quanto
pi sono assolate, tanto pi abbondano di malattie e sono poco adatte al nutrimento delle
genti.47
A proposito della Puglia, quindicesima provincia longobarda, questo stesso storico, pur
ricordando lopulenza di citt come Lucera, Siponto, Canosa, Acerenza, Brindisi, Taranto e
Otranto, chiosava: il nome Puglia deriva da rovina, poich molto rapidamente per il grande
calore del sole i raccolti vanno perduti, facendo risalire, cos, il toponimo al verbo greco
apollumi (andare in rovina).48
Il piccolo optimum medioevale attravers due soglie climatiche di grande portata nellXI secolo e verso la met del Duecento).49
Nel XIV secolo, per, si verific una brusca degradazione, che preludeva a un forte
raffreddamento e che coincise con lo spopolamento e labbandono dei casali e dei villaggi
rupestri, anche per gli effetti di una tremenda epidemia di peste nellultimo quarto del secolo.
Si entr, infatti, in un periodo fresco e umido, durato sino alla met del Cinquecento e, quindi,
nella piccola et glaciale, che, come s detto, si protrasse sino alla met dellottocento.50

Le vicende demografiche della Puglia nellAlto Medioevo


Il popolamento rupestre della Puglia si concentra proprio nel periodo di cresta del piccolo
optimum medioevale, ossia tra i secoli IX-XIV, nel corso dei quali si registr la nascita, lo
sviluppo e in alcuni casi la morte dinteri villaggi e di citt, scavati nella friabile calcarenite della
Murgia.
Alcuni studiosi, come s detto, tendono a retrodatare al V-VI secolo la vicenda rupestre,
come, per esempio, Ernst Kirsten, il quale sostiene che i grandi centri rupestri di Matera, di
Massafra, di Gravina, di Laterza e di Altamura rappresentano la fuga al sottosuolo, alle gravine
e lame non di facile osservazione per gli invasori arabi o anche longobardi; tale fuga sarebbe
durata fino al ripristino di situazioni pacifiche sotto i normanni e gli svevi.51
Datazioni cos alte, tuttavia, non sono confermate dalla documentazione archeologica, n dalle
sparute cronache medioevali, se si (p. 122) escludono la citazione della mansio ad speluncas

presso Carovigno e quella del ritrovamento di un tesoretto di monete vandale e bizantine allinterno di una grotta nel villaggio rupestre massafrese della Madonna della Scala.52
Tali episodi, sia pure estremamente importanti, rimangono, comunque, troppo puntuali e
isolati per poter sostenere una datazione alta dellinurbamento rupestre, considerando che la
stessa Matera cominci a fornire testimonianze archeologiche e documentario sul trogloditismo
medioevale solo a partire dall VIII-IX secolo.53
Allo stato attuale delle ricerche non si pu negare che manifestazioni stanziali in rupe possano
essersi verificate sporadicamente in secoli pi alti, rispetto a quelli indicati, ma le scarne notizie
sul paesaggio rurale, sulla consistenza demografica e sulla situazione politica della regione non
sembrano confermare tra il V e lVIlI secolo un particolare stillicidio insediativo rupestre, n,
tanto meno, la presenza di un consistente popolamento sul territorio, accentrato in grossi villaggi.
E stato calcolato che la popolazione pugliese nel III secolo a.C. ammontasse complessivamente a circa duecentottantacinquemila abitanti, con un indice di densit pari a 16,6 abitanti per
chilometro quadrato, che corrisponde a meno del 10% della densit attuale.54
Questa cifra si era, sicuramente, di molto assottigliata nel corso della dominazione romana ma
dal VI secolo con lavvento dei longobardi si assist in tutta Italia a un vertiginoso calo
demografico,55 che port a toccare, attorno al 700, un minimo calcolato in non pi di quattrocinque milioni complessivi di abitanti per la penisola e per le isole; lentamente la popolazione
italiana risal a poco pi di cinque milioni e mezzo nel X secolo, per raggiungere i nove-dieci
milioni, prima della micidiale pestilenza del 1348.56
A fronte di questa innegabile realt demografica, valutata su scala nazionale e attestata
ampiamente dagli storici, mancano per la Puglia dati pi precisi, almeno fino al periodo svevo.
Andr Guillou rileva che, secondo i calcoli di Karl Julius Beloch relativi al 1276, anno per il
quale si conserva la globalit della documentazione fiscale, in Puglia risiedevano
complessivamente centosettemila abitanti con unindice di densit pari a 5,48 abitanti per
chilometro quadrato, circa un terzo di quella riscontrata oltre millecinquecento anni prima, ossia
in Et Ellenistica.57
I dati riportati da Guillou, tuttavia, contengono un errore, perch il numero citato, risultato
delle elaborazioni della stima di Beloch, non riferito al totale degli abitanti, bens ai fuochi,
ovvero ai nuclei familiari.
Lintera contribuzione del regno federiciano, a parte la Sicilia, ammontava, infatti, a 45.000
once, il che fornisce una stima totale di quattrocentomila fuochi, instaurando il rapporto di 1
oncia ogni 8,8 fuochi. Di questi, centonovemiladuecento fuochi, ossia il 27,3%, vanno attribuiti
alla Puglia, cos ripartiti per aree geografiche: ventinovemiladuecento (7,3%) alla Capitanata;
quarantottomila (12%) alla Terra di Bari; trentaduemila (8%) alla Terra dOtranto. La
popolazione complessiva della regione in epoca federiciana potrebbe, pertanto, essere stimata,
pi o meno, intorno al mezzo milione di abitanti.58
A partire dal IX secolo le scelte politiche del governo bizantino, che aveva riconquistato la
totalit della regione, giocarono un ruolo importante nella crescita demografica della Puglia.59
I ripopolamenti bizantini, documentati nel IX e nel X secolo, si verificano, per, almeno
trecento anni prima del periodo svevo e, probabilmente, non si molto lontani dalla verit nel
valutare che nella Longobardia, allinizio della seconda colonizzazione bizantina, dovevano (p.
123) risiedere poco meno della met dei probabili cinquecentomila abitanti del XIII secolo,
ovvero tra le duecento e le duecentocinquantamila anime con un indice di densit media di diecidodici abitanti per chilometro quadrato, a fronte dei 19500 chilometri quadrati di estensione del
thema.
Si giunge a questa stima applicando la proporzione rilevabile dalle valutazioni di Beloch per
lintera popolazione italiana ed elaborate da Athos Bellettini, i quali indicano per il IX-X secolo
una popolazione oscillante tra quattromilionicinquecentomila e cinquemilioniduecentomila,
contro i dieci-undici milioni stimati per il periodo 1250-1300.60

La lettura di questi dati demografici impone una rivalutazione della portata e dellincisivit
dellazione colonizzatrice dei bizantini, in quanto i tremila coloni inviati dallimperatore Leone
VI (886-912) rappresentavano gi un bel numero, rispetto al totale della popolazione locale del
IX secolo in Puglia.
A proposito delleventualit di un popolamento rupestre gi nei secoli precedenti, si deve,
invece, considerare che tra il VI e lVIII secolo appena centocinquanta-duecentomila anime
popolavano un territorio regionale di quasi 20.000 chilometri quadrati di bosco e di paludi;
queste genti, inoltre, in un periodo di depressione economica e dinsicurezza sociale erano
generalmente concentrate nelle citt costiere e in pochissimi centri interni.
Questi abitanti dovevano avere ben poche motivazioni a insediarsi spontaneamente in grotta
tra le gravine con larduo compito di colonizzare con tentativi sporadici e isolati un territorio
difficile e inselvatichito, a parte, naturalmente, le diverse esigenze esistenziali di qualche pastore,
monaco, eremita o brigante.

La colonizzazione del territorio: i kibbutz rupestri


Da pi di un indizio si coglie che la svolta politica ed economica, presumibilmente legata alla
forte affermazione del fenomeno insediativo rupestre, sia rappresentata dalla riconquista degli
emirati berberi di Taranto e di Bari, avvenuta nel cuore del IX secolo, periodo in cui lintera
Puglia , ormai, nelle mani di Bisanzio.
utile, pertanto, ricostruire brevemente alcune linee portanti della politica bizantina durante la
dominazione della dinastia imperiale macedone (867-1057), frangente storico che stato definito
let delloro dellImpero Romano dOriente.
Le campagne, come ricorda Alain Ducellier, occupavano una posizione centrale nelleconomia
e nella societ bizantina, sia per la loro capacit di produrre risorse e ricchezza a vantaggio delle
metropoli e delle citt imperiali, sia per la funzione di serbatoio di uomini destinati allesercito
imperiale.61
Risalta, in particolare, limportanza delle aree rurali ai fini fiscali, considerando gli alti costi
della burocrazia e delle spese della corte bizantina, che avevano determinato un severo controllo
e il perfezionamento del prelievo contributivo, sicch lamministrazione delle finanze si poneva
come elemento vitale dellintero sistema di potere.62
Le campagne dellImpero Bizantino, considerate nella loro globalit, pur non risultando
particolarmente arretrate per gli standard dellepoca, denunciavano, tuttavia, una produttivit
relativamente bassa, soprattutto a causa di alcuni fattori naturali, come la limitatezza di pianure
nelle aree balcanica ed ellenica, nonch degli altopiani dellAsia Minore; spesso, inoltre, le
pianure erano insalubri a causa degli impaludamenti e, talvolta, non venivano (p. 124) coltivate,
perch spopolate. Gli agricoltori lavoravano, quindi, una percentuale irrisoria delle terre
dellimpero in una situazione ambientale oltremodo difficile per la quantit dei raccolti, spesso in
balia delle calamit e delle avversit naturali.63
Questi fattori non facilitavano il potenziamento della produttivit dellagricoltura bizantina,
causando uninevitabile riduzione degli attesi introiti fiscali.
Con lascesa al trono di Bisanzio degli imperatori macedoni venne a delinearsi una coerente
strategia, tesa a rivitalizzare demograficamente ed economicamente le province rurali
dellimpero, come la Puglia.
Venne, pertanto, attuata una politica dincentivazione delle migrazioni di popolazioni rurali in
aree limitrofe e/o in altre regioni dellimpero, puntando sullo sviluppo delle iniziative di
colonizzazione e di dissodamento delle terre sulla falsariga dellampio movimento di bonifica,
che interessava in quei secoli tutta lEuropa.

Esemplare il caso delle province dellAnatolia, dove per il ripopolamento degli altipiani
vennero favorite dapprima limmigrazione dei siriani monofisiti dai territori dellEufrate, quindi
quella degli armeni, soprattutto nella Cappadocia rupestre.
Questa politica ebbe particolare successo, se si considera che nel 1020 la sola citt di Melitene
poteva contare sessantamila abitanti in gran parte siriani, equivalenti, pressappoco, a un quarto
della popolazione stimata per lo stesso periodo per lintero thema di Longobardia; in Cappadocia
dal X secolo si stabilirono, inoltre, intere trib di principi armeni, importando i costumi feudali
della terra dorigine.64
Per lItalia meridionale tale compito si presentava pi arduo a causa dello spopolamento della
penisola italica, che, a differenza dellAsia Minore, impediva il successo di politiche di
favoreggiamento dellimmigrazione da parte di aree geografiche confinanti.
Un contributo migratorio alla Calabria e alla Longobardia veniva dalla Sicilia, caduta sotto la
dominazione musulmana,65 ma, in realt, il ripopolamento dei thema dellItalia meridionale
sembra essere stato attuato, prevalentemente, attraverso il trasferimento via mare di numerosi
ceppi tribali e parentali armeni e mediorientali, nonch di schiavi liberati, provenienti dalla
Grecia e dalle province dellimpero che si affacciavano sul Mar Nero.
Nella seconda met del IX secolo Basilio I (867-886) fond o meglio rifond Gallipoli,
popolandola con abitanti provenienti da Eraclea, citt della Tracia, sullo Stretto dei Dardanelli; 66
Leone VI alla fine del IX secolo trasfer dal Peloponneso nel thema di Longobardia tre o
quattromila schiavi affrancati,67 altri coloni greci vennero, forse, inviati a Taranto, dopo la
riconquista bizantina dell880 e, pi tardi, allepoca di Niceforo II (963-969).68
Le politiche imperiali di colonizzazione furono, comunque, avviate per invertire il degrado
economico, civile e ambientale del territorio, verificatosi nei secoli delle dominazioni longobarda
e araba, che costituiva un serio limite allo sfruttamento economico dei territori doltremare: per
Bisanzio, come per tutti gli imperialismi in ogni fase della storia, la conquista di nuovi territori,
infatti, aveva senso solo se comportava, parallelamente alle convenienze strategiche e militari, il
conseguimento di solidi e concreti benefici economici.
stato finora poco considerato dagli studiosi che gli imperatori dOriente, nellinviare nel LX
e X secolo migliaia di schiavi liberati nelle regioni meridionali dItalia, non perseguivano il fine
di accrescere gli abitanti dei pochissimi centri con una certa fisionomia urbana, (p. 125) tale da
raccogliere nelle loro mura la quasi totalit della popolazione del thema di Longobardia, quali
Otranto, Gallipoli, Brindisi, Oria, Taranto, Monopoli, Bari, Canosa, Acerenza, Tricarico; i dinasti
bizantini, al contrario, intendevano ripopolare le campagne stremate e avviare un nuovo ciclo di
sfruttamento delle risorse economiche del territorio regionale, a cominciare, naturalmente,
dallagricoltura.
Andr Guillou coglie lucidamente il nesso intercorrente tra queste politiche colonizzatrici di
Bisanzio e il popolamento rurale della Puglia tra il IX e X secolo: Mi sembra seducente collegare queste due misure di colonizzazione con lopera di riorganizzazione dellItalia del sud
intrapresa dallo stratega Niceforo Focas, nei primissimi anni del regno di Leone VI, se non
nellultimo anno del regno di Basilio I; mi pare certo, in ogni caso, che si tratti di disposizioni
organiche. Dunque la Puglia ha accolto dei greci dal Peloponneso (suppongo che se si fosse
trattato di slavi il cronista lavrebbe riferito) e della Bitinia [sul Mar Nero] alla fine del secolo
IX. Daltronde mi stato possibile determinare che almeno la Calabria, la Lucania e la
Longobardia meridionale avevano una popolazione greca considerevole, ben presto
maggioritaria dopo il periodo delle bonifiche agrarie che deve collocarsi alla fine del secolo IX
e agli inizi del X.69
Il melting pot risultante da queste trasfusioni demografiche, destinate alle bonifiche agrarie,
evidenzia, oltre ai greci e ai longobardi, altre razze e nazionalit, segnalate sul territorio della
Puglia nel passaggio dallAlto al Basso Medioevo: armeni, come a Matera, 70 a Bari, a Ceglie;71
arabi, soprattutto di origine berbera72 ed ebrei.73

E estremamente probabile che la maggior parte degli eleuteri, che dettero inizio al
dissodamento delle pianure della Puglia riconquistata agli arabi e che costituirono i primi choria
allombra delle pareti rupestri delle gravine, rientrasse nelle iniziative di ripopolamento e di
colonizzazione promosse dagli imperatori bizantini macedoni.
Molti toponimi, risalenti al periodo basso-medioevale, spesso collegati a fondazioni
ecclesiastiche, testimoniano, infatti, il persistere della presenza di numerose comunit etniche dei
coloni dOriente nellareale rupestre pugliese: la comunit armena attestata a Bari, dov la
Chiesa di San Gregorio degli Armeni, a Taranto con la Chiesa di SantAndrea degli Armeni e a
Matera con Santa Maria deArmenis; luoghi di culto dedicati a san Nicola dei Greci sono
testimoniati a Mottola, a Laterza e a Castellaneta; a Monopoli vi la Chiesa di San Benedetto o
San Michele de Grecis; a Palagianello la presenza dei clericis grecis Palaiani evidenziata dalle
Rationes decimarum, ancora nel 1324.
(p. 126) I contadini liberi non rappresentarono l'unica componente del movimento
colonizzatore, essendo stato sottolineato il ruolo importante svolto dal monachesimo greco in
molti dissodamenti di questo periodo, poich l'attivit dei Basiliani non si esauriva nell'ascesi e
nella contemplazione mistica, dal momento che essi consideravano un vero e proprio obbligo
morale il lavoro manuale per procacciarsi da vivere.74
Nella Puglia medioevale, a partire dal X secolo, cominciarono a sorgere numerose chiese rurali,
per lo pi di fondazione laicale, che, secondo l'interpretazione corrente, fornivano ai contadini un
forte legame religioso, inducendoli a fissare la loro residenza nelle vicinanze delle terre messe a
coltura; le fondazioni religiose, peraltro, erano spesso utilizzate nel processo di colonizzazione
con gli stessi obblighi di bonifica e di miglioria per le terre beneficiarie in uso per i normali
contratti agrari.75
Un aspetto secondario e poco indagato della politica bizantina nei confronti dei grandi
monasteri ortodossi merita di essere ricordato, a prescindere dalle precipue caratteristiche del
contributo monacale italo-greco alla colonizzazione bizantina della Puglia rurale.
Nella seconda met del X secolo Niceforo Foca emise una serie di misure, tendenti a bloccare
l'espansione del latifondo ecclesiastico, fortemente alimentato dai lasciti e dalle donazioni di
fedeli ai monasteri, nonch dalle politiche di accaparramento fondiario, effettuate dai grandi
ordini religiosi.
Questa situazione, infatti, infastidiva l'imperatore, perch il latifondo ecclesiastico,
generalmente, limitava il razionale sfruttamento delle risorse agricole, costituendo una rendita
parassitaria per il clero, fruttando ben poco al fisco imperiale a causa dei privilegi e delle
esenzioni goduti dagli ecclesiastici e accrescendo la fame di terra dei contadini poveri.
Quelle leggi proibirono, addirittura, la fondazione di nuovi monasteri con esplicita eccezione
per le celle e per gli eremitaggi degli insediamenti monastici, che dovevano colonizzare le zone
pi desolate e impervie dell'impero.76
Tali disposizioni, peraltro rimaste in vigore per pochi anni, si rivelano interessanti per due
aspetti: da una parte attestano l'importanza e la considerazione in cui erano tenuti da Niceforo
Foca i veri monaci, ossia gli asceti-pionieri, che guidavano la penetrazione di Bisanzio nelle
province dell'impero; dall'altra potrebbero fornire una nuova interpretazione monacale alla
natura trogloditica dei nostri villaggi rupestri, qualora si potesse provare che gli insediamenti
pugliesi scaturirono, prevalentemente, da iniziative colonizzatrici ecclesiastiche, realizzate per
impulso di tale legislazione ed effettuate nel corso della seconda met del X secolo.
1 nuovi colonizzatori bizantini sbarcarono, cos, in Puglia, regione in cui la floridezza di alcuni
distretti agricoli in Et Ellenistica e Romana era stata ampiamente celebrata e lodata dagli autori
classici, i quali costituivano, pur sempre, un importante riferimento per la cultura bizantina.
L'interesse dei coloni sembra si sia indirizzato, essenzialmente, sulla Puglia centro-meridionale,
soprattutto sulle gi feraci pianure della chora tarentina e del Brindisino, escludendo la parte

settentrionale del Tavoliere, che non sar rioccupato prima dell'XI secolo, ossia in et
normanna.77
(p. 127) L'obiettivo primario dei coloni consisteva, presumibilmente, nel risanare e nel riportare
a coltivazione quelle vaste aree pianeggianti, che avevano costituito la ricchezza delle colonie
magno-greche e romane e che i ricorrenti eventi bellici, lo spopolamento e le vicende climatiche
avevano ridotto al dominio dell'incolto e della palude.
Uno dei maggiori problemi di un progetto cos ambizioso era rappresentato dall'impatto con le
difficili condizioni di vita che i coloni dovevano affrontare nel risanare le pianure: la malaria era
endemica, mieteva tantissime vittime e non poteva essere debellata se non attraverso un'ampia e
radicale bonifica delle paludi; per effettuare l'indispensabile bonifica, per, gli insediamenti dei
coloni non potevano essere ubicati in pianura, esposti ai miasmi degli acquitrini e all'eccessiva
calura, altrimenti quasi nessuno sarebbe sopravvissuto all'impresa e in pochi avrebbero ceduto
alla tentazione di rischiare seriamente la vita.
L'utilizzo intensivo dello zoccolo calcarenitico pedemurgiano, che contorna le pianure di
Brindisi e di Taranto spingendosi fino alla fossa bradanica, come sede dei nuovi insediamenti fu
sicuramente una delle soluzioni adottate dai coloni bizantini per affrontare e per risolvere questo
problema.
Gli insediamenti rupestri sorsero, infatti, in luoghi vicini alla pianura per permettere il
dissodamento e la bonifica delle terre pianeggianti ma, generalmente, allineati e addensati in una
fascia altimetrica compresa tra 100 e 300 metri, notevolmente pi salubre del piano.78
I geologi Vincenzo Cotecchia e Damiano Grassi rilevano: Gravina, Matera, Laterza, Castellaneta, Gnosa, Palagianello, Massafra, Crispiano, Statte e Grottaglie sorgono tutti ai
margini esterni dell'altopiano carsico murgiano, l dove questo si affaccia sulla Fossa
Bradanica e sulle pianure di Taranto e Brindisi. Solo in dette aree, infatti, i graduali e
differenziati sollevamento post calabrian hanno prodotto apprezzabili dislivello altimetrici e
quindi hanno consentito all'erosione fluviale di originare strette e profonde forre. Altrove
difficilmente al parametro litologico si affianca quello morfologico, avendo i depositi
calcarenitici un assetto essenzialmente pianeggiante.79
Per definire compiutamente la mappa di questo popolamento, ai centri ricordati dai citati
geologi vanno aggiunti, a ridosso della piana brindisina, gli insediamenti rupestri di San Vito dei
Normanni, di Ostuni, di Fasano e, risalendo verso Nord, quelli di Monopoli, di Polignano e di
Castellana.
L'ubicazione strategica di villaggi e di fattorie a mezza collina, tra i notevoli dislivelli del
territorio delle gravine e delle lame, facilitava di molto la tendenza all'architettura per sottrazione
nelle tenere pareti di tufo dei canyon ma ci rappresentava solo uno dei vantaggi della scelta
insediativa.
La difesa degli insediamenti si avvaleva del 'fattore mimetico e, almeno per la gran parte del
comprensorio jonico, di una discreta distanza dalla costa, venendosi, cos, a potenziare g i
elementi di sicurezza nei confronti delle scorrerie dei pirati e dei predoni provenienti dal mare.
(p. 128) Raffaele Licinio evidenzia, inoltre, che gli insediamenti rupestri potevano sfruttare i
depositi alluvionali di fertilissima terra rossa nel letto delle lame, particolarmente vocati alla viticoltura e all'orticoltura.80
Questo stesso autore aggiunge che il popolamento della fascia calcarenitica, posta a cerniera tra
le pianure alluvionali e lo zoccolo di Calcare di Altamura dell'area boscosa e selvaggia della
Murgia, permetteva agevolmente l'uso e il controllo di un sistema naturale di comunicazioni tra
entroterra e costa, che aveva una grande importanza anche per l'esercizio della transumanza
armentizia locale tra i pascoli estivi nelle boscaglie della Murgia e quelli invernali della
pianura.81

Le comunit nell'insediarsi individuarono, infatti, le aree della pianura dove esercitare


comunitariamente il pascolo invernale, dando a queste una destinazione pastorale, che si protrasse in alcuni casi per molti secoli.
Con gli aragonesi, circa cinquecento anni dopo, venne istituzionalizzata la destinazione a
pascolo di una buona fetta della piana tarentina negli attuali territori di Castellaneta e di
Palagianello, che costituivano la Locazione di Terra d'Otranto della transumanza, regolata dalla
Regia Dogana della Mena delle Pecore di Foggia.82
Il ritrovamento di alcuni villaggi epigei bizantini in Lucania, databili al X secolo sulla base dei
reperti ceramici, conferma che in tale epoca gli insediamenti rurali dell'Italia meridionale
venivano ubicati prevalentemente lungo e al di sopra dei corsi d'acqua, generalmente in territori
posti a mezza collina, al limite dei pascoli estivi e invernali.83
Le caratteristiche dei villaggi rurali lucani, dunque, corrispondono esattamente a quelle dei
contemporanei insediamenti trogloditici pugliesi.
Un altro elemento fondamentale, garantito ai coloni dall'habitat delle gravine e delle lame, era
l'acqua.
Pu apparire strana questa affermazione, riferita a un ambiente che era, allora probabilmente
pi di oggi, sostanzialmente arido e stepposo; in realt, se a causa dell'intrusione dell'acqua
salmastra, dovuta all'innalzamento del livello del mare, non si potevano utilizzare per
l'alimentazione e per l'irrigazione le falde freatiche superficiali della pianura, il posizionamento
dei villaggi sui gradoni calcarei in una fascia altimetrica pi alta permetteva l'attingimento del
liquido vitale da pozzi, che pescavano in falde freatiche superficiali non inquinate.
L'estrazione d'acqua dal sottosuolo, tuttavia, non era preminente nell'economia degli
insediamento rupestri, rispetto alla raccolta delle acque meteoriche e di condensa, testimoniata
dall'onnipresenza di cisterne e di acquai negli ambienti rupestri, dato che gravine e lame sono
bacini idrografici in cui confluiscono le acque pluviali dei rilievi della Murgia: nella regione
potr anche piovere poco ma, quando l'evento si verifica, le acque devono per forza defluire a
valle attraverso il reticolato delle forre calcaree.
Un insediamento umano non estremamente numeroso e attrezzato con una vasta ed efficiente
rete di captazione, dotata di cisterne e di pozzi a campana, pu, dunque, raccogliere tutta l'acqua
necessaria alla sua sopravvivenza e gestirla con un adeguato sistema di razionamento, tale da
garantire l'autosufficienza delle risorse idriche nei mesi caldi e secchi.
Lo stesso scavo intensivo di tante grotte nei fianchi delle strette incisioni calcaree delle Murge
comporta, inoltre, variazioni nell'habitat con effetti importanti per il microclima della gravina,
soprattutto in periodi particolarmente aridi.
Le grotte, infatti, come i muretti a secco, rappresentano degli ottimi condensatori e distributori
di umidit nell'ecosistema della forra, secondo il meccanismo descritto dal geologo Claudio
Cantelli: La condensazione del vapor (p. 129) d'acqua contenuto nell'aria risponde al principio
in base al quale pi aumenta la temperatura dell'aria, maggiore la quantit di vapore
contenuto per unit di volume. Durante il giorno, col procedere del riscaldamento solare,
aumenta la percentuale di vapore nell'atmosfera, che si espande, penetrando nei meandri delle
rocce e nei corpi naturali, a loro volta riscaldati, sino al limite della saturazione. Cessato il
riscaldamento diurno, ha inizio il raffreddamento dell'aria, delle rocce, del suolo, che culmina
all'alba, quando con il sole sorgente inizia il nuovo riscaldamento diurno. Per effetto del
graduale raffreddamento le minute goccioline, che via via si condensano sulle superfici interne
delle rocce e dei muretti, diventano soggette alla gravit e iniziano la discesa lungo i pori o le
fessure, sino a raggiungere il suolo sottostante. Il terreno assorbe quest'acqua, sino a
saturazione, per ridistribuirla agli apparati radicali delle piante che si spingono fin sotto ai
muretti per rifornirsi del liquido necessario.84
Nel caso della grotta la funzione di rilascio di umidit nella gravina viene amplificata dall'azione delle correnti notturne d'aria pi fresca, che, penetrando negli invasi, facilitano la

condensazione dell'umidit raccolta nell'antro in minuscole goccioline; le stesse correnti d'aria


trasportano e disperdono le gocce della condensa all'esterno della grotta a beneficio dei piccoli
orti, che circondano le abitazioni.
Queste soluzioni di adattamento ambientale attestano l'applicazione sul nostro territorio del
modello della comunit idrogenetica, considerata da Pietro Laureano come alternativa alla
societ idraulica.
Quest'ultima tende a rendere produttive vaste aree territoriali, grazie alla fornitura d'acqua
attraverso infrastrutture e sistemi costosi e centralizzati, mentre per comunit idrogenetiche
s'intendono: ... formazioni sociali basate sulla produzione idrica e organizzate secondo una
logica opposta rispetto all'ipertrofia ed al dirigiamo statale. Si tratta di tipi di abitata originati
in aree che non benefciano delle grandi disponibilit dei bacini fluviali perenni, in sistemi
ambientali impervi e di piccole dimensioni, ove il paesaggio frammentato impone il controllo su
scala locale delle risorse. Le tecniche utilizzate sono fondate sulla combinazione vantaggiosa di
disponibilit minime e sull'utilizzo di principi sottili di umidit, di fertilit e vivibilit. Appaiono
in diretta continuit con le originarie pratiche di sussistenza paleolitiche e con le prime
esperienze di coltivazione 'a giardino neolitiche, evolvendo in sistemi elaborati di conoscenze
volte alla creazione e gestione di ecosistemi autosostenibili. Si formano cos, ai margini delle
grandi concentrazioni demografiche, piccole comunit completamente isolate o mantenenti
rapporti particolari di scambio, fornitrici di prodotti rari e centri di elaborazione di procedure
ingegnose. Costituiscono aree di rifugio dall'invadenza degli stati autoritari, presidi di ambienti
inospitali, mercati capaci di organizzare comunicazioni lungo vie inaccessibili. Prosperano
parallelamente alla crisi degli imperi e si diffondono, spesso, proprio in conseguenza delle
catastrofi ecologiche da essi provocate.85
Vanno, per, sottolineate, rispetto al quadro generale disegnato da Laureano, alcune specificit
(p. 130) della vicenda trogloditica medioevale pugliese, che sembra individuabile in una scelta
insediativa non spontanea o casuale ma in qualche modo avviata e incoraggiata dalle politiche e
dagli interessi economici dello stato bizantino sulla base di un modello, che sembra avere una
metastorica analogia con la strategia dei kibbutz, attuata in Israele nella seconda met del secolo
scorso per la riconquista produttiva delle zone aride della Palestina.
La pratica di adattamento all'ambiente del trogloditismo alto-medioevale pugliese, quindi, non
sembra scaturire da una tradizione culturale e abitativa autoctona ma appare veicolata,
principalmente, da flussi migratori stranieri, che importano tecniche e sistemi di adattamento
ambientale, storicamente sperimentati nelle aree pi aride del bacino del Mediterraneo e
dell'Asia Minore.
Si pu comprendere, infatti, che le ascendenze culturali del fenomeno trogloditico pugliese
vadano ricercate, prevalentemente, nelle aree aride delle regioni che attorniavano a sud, a ovest e
a est i confini di Bisanzio, qualora si ammetta che i fenomeni rupestri locali abbiano ricevuto
un'origine o, comunque, un grosso impulso dalle immigrazioni di coloni, organizzate dagli
imperatori bizantini nel IX e X secolo.
La vicenda pugliese sembra in qualche modo ricalcare quella della Cappadocia, dove nella
seconda met del IX secolo, in seguito alla sconfitta dell'emiro di Melitene e alla pacificazione
dell'area, si assisteva alla rinascita degli insediamenti monacali in un tutt'uno con la ripresa
demografica e produttiva del territorio, 86 nonch al radicamento e al rafforzamento del modello
insediativo rupestre.87
Pu trattarsi, infatti, di una singolare coincidenza ma, anche, della prova di una particolare
strategia insediativa della colonizzazione bizantina, constatare che nello stesso periodo, ossia a
partire dal X secolo, cominciarono a essere scavate le grandi citt sotterranee della Cappadocia
rupestre, come Kaimakli e Derinkuyu.88

Tale fenomeno si registr, infatti, in una fase storica di quella regione arida, caratterizzata,
come in Puglia, da una ripresa produttiva e demografica, supportata dall'intervento dei coloni, in
quel caso prevalentemente immigrati armeni.89
S'ignora quale sia stato il ceppo etnico prevalente negli insediamenti pugliesi ma, sicuramente,
dovettero essere largamente rappresentate tra i coloni le componenti asiatica e mediorientale, che
possedevano nel proprio DNA la cultura della grotta e l'inclinazione a considerarla come propria
abitazione.
I particolari fattori climatici, determinati dall'innalzamento delle temperature medie, e la
politica d'immigrazioni tenacemente perseguita dai dinasti bizantini, costituirono, dunque, le
concause della nascita e dell'evoluzione del fenomeno trogloditico nelle nostre gravine.
(p. 131)

Gli insediamenti colonici rupestri


Nel comprensorio rupestre della zona ovest di Taranto lo zoccolo pedemurgiano costellato da
una serie abbastanza regolare di grossi insediamenti, che assumono, talvolta, la facies di vere e
proprie cittadine rupestri; altre volte, come avviene pi spesso nel comprensorio rupestre
adriatico, si registra, invece, un addensamento di fattorie e di villaggetti ipogei sparsi.
Nel primo caso si tratta degli embrioni trogloditici di citt come Grottaglie, Statte, Massafra,
Petruscio per Mottola, Palagianello, Santo Stefano per Castellaneta, Laterza, Ginosa, distanti
l'uno dall'altro da un minimo di 4 a un massimo di 10 chilometri.
Alcune di queste grosse concentrazioni abitative sono state, sicuramente, i primi avamposti
della ricolonizzazione della piana jonica e possono rientrare in una razionale Strategia insediativa
dei coloni bizantini.
La presenza, infatti, di una situazione ambientale difficile e proibitiva rendeva necessaria, come
nel caso dei kibbutz israeliani, l'unione e la cooperazione di tutte le forze produttive dei coloni,
almeno nelle prime fasi di start up del processo di colonizzazione.
Si avvertiva, cio, la necessit di giovarsi dell'apporto quotidiano di un buon numero di braccia
sia per motivi di sicurezza e di difesa dalle scorrerie arabe, sia, soprattutto, per affrontare i
problemi relativi alla realizzazione di infrastrutture comuni: scavo e modifica degli ambienti
rupestri; ripristino, riparazione e manutenzione dei vecchi canali di drenaggio; opere di
regimentazione e di gestione delle acque pluviali; spietramento, spianamento e dissodamento di
ampie distese in pianura e a mezza collina, dove trovava un habitat particolarmente adatto
l'olivo, che, sicuramente, fu tra le prime colture impiantate e praticate intensivamente dall'ondata
colonizzatrice.
La presenza dell'olivo, come elemento essenziale e caratteristico nel sistema dell'oasi rupestre,
e, in misura minore, della vite, testimoniata da una gran messe di notizie e di documenti del
tempo.90
Quello che avvenuto nell'habitat rupestre per effetto dell'immane operazione di bonifica
collettiva riassunto efficacemente da Pietro Laureano: Rinnovando arcaiche pratiche e
tradizioni le grotte diventano il centro di una intensa attivit economica e produttiva. Sugli
altipiani ricchi di essenze aromatiche si raccolgono le piante officinali che vengono trattate e
conservate. Dalle grotte si trae salnitro, licheni e muffe, si organizzano cantine e laboratori Per
confezionare elisir prodigiosi. La terra apulo-lucana, naturalmente arida e desolata, vivificata
dal lavoro dell'uomo, diventa un giardino di vigne e ortaggi, un sistema di oasi dove l'olivo ha la
funzione della palma.91
La stessa filosofia del sistema rurale del chorion, come s' detto, presupponeva l'unione delle
singole risorse produttive dei coloni: da qui la scelta obbligata di puntare su insediamenti
abbastanza numerosi, che agirono da (p. 132) vettori per il ripopolamento delle regioni vicine e

per lo sfruttamento economico delle risorse della terra, costituendo, quindi, il nucleo dei primi
incastellamenti e, successivamente, delle prime universit pugliesi.
Questo processo appare perfettamente in linea con le politiche, la cultura e l'economia di
Bisanzio, visto che in tutto il mondo rurale dell'impero si assistette in questo periodo al trionfo
della piccola propriet indipendente a conduzione familiare, concentrata nei villaggi, a loro volta
formati da un tessuto di case circondate da orti con intorno le vaste colture di pieno campo, al
margini delle quali erano le aree a pascolo e i boschi.
La famiglia rurale tendeva all'ideale autarchico, dominante nella societ bizantina: coltivava
l'indispensabile orto nei pressi dell'abitazione e lavorava quote di terreno destinate alla coltura di
pieno campo; le aree incolte non erano ripartite ma la detenzione di terre coltiabili conferiva a
ogni famiglia diritti proporzionali sull'uso dei pascoli .92
Alcune indicazioni sull'urbanistica dei grandi villaggi rupestri, che si affacciano sullo Ionio,
sono fornite dalla lettura dei resti archeologici di uno di questi: Petruscio, classico chorion
bizantino, che ancora conserva, come il villaggio rupestre di Casalpiccolo nella Lama di
Penziero di Grottaglie,93 il pyrgo, ossia la tipica torre rotonda di fortificazione, 94 datata al X-XI
secolo e ancora in parte eretta.95
Sembra che il villaggio sia stato abbandonato intorno all'XI secolo, come testimoniano sia
l'assenza di documentazione archivistica dall'et normanna in poi, sia i risultati di recenti survey
archeologia, condotti nei pressi del villaggio, che escludono la presenza di ceramica invetriata,
estremamente comune nella zona a partire dall'XI secolo.
Le chiese rupestri presenti in questo villaggio e negli immediati dintorni, completamente prive
degli affreschi che caratterizzano nella zona le fondazioni ecclesiastiche rupestri d'epoca
normanno-sveva, sono state datate da Franco Dell'Aquila e da Aldo Messina tra il X e l'XI
secolo.96
Il repentino e ancora inspiegabile abbandono, cui non sono seguite ulteriori fasi di
antropizzazione, di questa citt scavata nella roccia permette di valutare tutti i particolari della
struttura di uno dei kbbutz medioevali, nella fase di sviluppo e di crescita durante il passaggio
dall'Alto al Basso Medioevo.
A Petruscio si ritrovano principalmente tre tipologie di grotte-abitazioni: le pi antiche, scavate
al centro del villaggio, a pianta quasi ovoidale o semisferica, presentano ingressi molto irregolari
e la loro altezza supera i 3 metri; cronologicamente intermedie sono le grotte a pianta irregolare
con ingresso pi modesto ma non ben definite nel taglio e nella forma; le pi recenti mostrano
piante abbastanza regolari e infissi rettangolari, mentre l'altezza dell'invaso generalmente non
supera i 2,50 metri.97
Nel villaggio rupestre Pietro Parenzan ha rilevato e censito un centinaio di grotte artificiali:
undici hanno piante vistosamente a ventaglio; trentacinque, quasi a ventaglio; diciotto, a pianta
squadrata; tredici sono a base circolare, semicircolare, ellittica o semisferica; diciannove
presentano piante irregolari, indefinibili o quasi esagonali.98
E interessante segnalare che alcune delle grotte artificiali pi recenti di Petruscio, in particolare
(p. 133) quelle rilevate da Franco Dell'Aquila nelle tavole VIII e X,99 presentano la
conformazione caratteristica dell'unit abitativa urbana mottolese, tipica e prevalente per secoli
nellarchitettura spontanea e contadina, ovvero alcuove e camarine.
Tale cellula abitativa consiste in un unico ambiente terraneo quadrangolare, che generalmente
prende luce solo dall'ingresso e che presenta di solito verso la parete di fondo due ampie nicchie,
divise da un tramezzo, e, spesso, sormontate da un soppalco, utilizzato come deposito o ulteriore
alcova: l'alcuove era destinata al riposo dei genitori e lu camarine agli altri membri della
famiglia; nell'ambiente comune, antistante alle alcove, trovavano posto il focolare, i rari mobili e
non di rado l'asino o la giumenta.
Questa unit abitativa, tipica dell'edilizia popolare della Murgia e diretta discendente dei
modelli abitativi rupestri, ha costituito il pi diffuso tipo di abitazione fino agli anni Cinquanta

del secolo scorso: basta visitare il centro storico di Mottola, detto la Schavonia, oppure i
quartieri popolari di fine Ottocento e del primo Novecento (Case Nuove, Annunziata) per poter
verificare la continuit dei modelli abitativi moderni con i prototipi rupestri del Medioevo.100
Nel villaggio rupestre della Lama di Penziero si ritrovano le stesse tipologie trogloditiche di
Petruscio ma le case in rupe a Grottaglie sono, generalmente, unicellulari;101 a Statte, invece, la
tipica casa grotta costituita da due vani, uno dei quali usato per abitazione, l'altro come
deposito o laboratorio.102
L'evoluzione dei semplici modelli insediativi altomedioevali si pu cogliere con maggiore
evidenza in quei centri urbani che presentano un popolamento trogloditico anche in epoca
moderna, come Matera o Laterza, dove le abitazioni in grotta sono generalmente formate da pi
vani intercomunicanti, susseguentisi, secondo l'asse dell'ingresso, l'uno dietro l'altro.
A Matera e a Massafra, inoltre, una soluzione evolutiva,del vivere in grotta si coglie nel diffuso
fenomeno della vicinanza, struttura insediativa ipogea, presente con analoghi modelli anche in
Nord Africa e nella regione cinese dello Shanxi. Si tratta di ampie corti rettangolari, scavate fino
a 4-5 metri sotto il piano stradale, sulle cui pareti verticali venivano aperte da tre a nove porte
d'ingresso ad altrettante grotteabitazioni, solitamente monolocali; nella corte ipogea i diversi
nuclei familiari fruivano di alcune infrastrutture comuni, come la scala d'accesso, la cisterna per
la raccolta dell'acqua piovana, la vasca per il bucato.103
La struttura urbanistica di Petruscio sembra, invece, ricalcare abbastanza da vicino quella dei
vllages dserts epigei che caratterizzano il paesaggio e l'economia rurale della Siria settentrionale tra il IV ed il VI secolo, quasi a confermare la riproposizione di modelli culturale e
insediativi d'area mediorientale nella Puglia altomedioevale.
Si tratta di un ordito urbano abbastanza primitivo e approssimativo, pressoch casuale e
pesantemente condizionato dalla morfologia accidentata delle alte pareti della gravina, decisamente diverso, quindi, dall'ordinata struttura urbanistica del Casale Ruptum benedettino, che si
svilupp mediante unit a schiera con giardino-ortale anteriore, disposte lungo le curve di
livello, con andamento chiuso per quanto possibile e comunicazioni prevalentemente per linee
concentriche, come viene evidenziato da Filiberto Lembo.104
(p. 134) Gran parte del Casale Ruptum venne, infatti, scavata in et normanna e, quindi,
l'insediamento risenta di una concezione urbanistica e insediativa prettamente latina, rispetto alla
matrice orientale e rurale, affermatasi circa due secoli prima nella poco lontana Gravina di Petruscio.
Gli studi di Georges Tchalenko e di Georges Tate sui vllages dserts siriani rilevano l'assenza
di edifici pubblici o di spazi urbanisticamente strutturati, come avviene, fatta eccezione per le
chiese, a Petruscio.
La cellula fondamentale del villaggio , infatti, l'abitazione composta da pi elementi e
pertinenze, a seconda delle necessit e dell'estensione della famiglia; la casa, quindi, forma
un'unit economico-sociale indipendente e autonoma dal resto del villaggio, organizzata
funzionalmente per sopportare il lavoro e la produzione agricola con la relativa dotazione di
frantoi, di palmenti, di cisterne, di depositi e di jazzi. Non sembrano esserci. perci,
nell'insediamento xenodochia per ospitare stranieri e pellegrini, mercati o bazar pubblici, n,
tantomeno, andron, ossia edifici in cui si riunivano per le decisioni i capi della comunit.
Tutto ci, com' stato rilevato, non significa necessariamente assenza di vita politica o sociale:
solo indica che l'organizzazione socio-economica di questa non richiedeva luoghi a ci
appositamente preposti. Ancora oggi, per altro, nei villaggi di quella zona, cos poco segnati
dal tempo, l'ospitalit avviene nelle abitazioni private, gli scambi si svolgono direttamente tra i
membri della comunit, e la casa del sindaco posto di incontro tra i maggiorenti della
comunit. Anche l'esame in pianta dei villaggi mostra come l'organizzazione sociale non
trovasse riscontro alcuno in quella spaziale: essa era occasionale e non predeterminata. Nessun
impianto viario, ma solo strade e passaggi che non formano un tracciato ramificato o una trama

organicamente concepita. Nessuna piazza, se per piazza si intende non uno spazio vuoto, ma
uno spazio prodotto e strutturato. Insomma un tessuto discontinuo - senza centro e periferia - di
isole (raramente quartieri), spazi vuoti, case semplici (che tendono a divenire cellule in
accrescimento), orti, fossati... Ben pi che nell'Impero Romano dunque l'impresa familiare
appare decisiva e tende a sostituirsi a tutte le altre forme di raggruppamento sociale. La
comunit di villaggio si riduce... ad un insieme di diritti e legami di vicinanza. Se essa conosce
a Bisanzio un'esistenza duratura, lo si deve al principio della responsabilit collettiva davanti
alle istanze fiscali e giuridiche dello stato, per il resto le terre sono di propriet personale e
quelle comunali non costituiscono che un fondo di riserva105
Si pu presumere, rispetto al modello siriano descritto da Mario Gallina, che le comunit rurali
rupestri che si formarono in Puglia abbiano vissuto, soprattutto nei primi decenni d'insediamento,
una fase di relazioni sociali ed economiche maggiormente coese e solidali per comprensibili
motivi di adattamento e di sicurezza.
1 legami tenderanno, da una parte, ad allentarsi con la comunit del chorion e, dall'altra, a
consolidarsi a livello familiare in una fase successiva, quando gli insediamenti cominceranno a
irradiarsi sul territorio, creando una rete di piccoli centri e di fattorie rupestri, che mano a mano
si spingeranno verso la Murgia, favorendo la ricolonizzazione dei terrazzamenti pi interni e del
territorio boscoso dell'altopiano.
(p. 135) E da notare, infine, che i caratteri originari defl'insediamento rurale, fortemente
orientati alla connotazione familiare e parentale, si conservarono in tutte le fasi della bonifica del
territorio della Puglia, caratterizzando la formazione delle masserie, che si verific molto pi
tardi, ossia tra il XVIII ed il XX secolo.

Primi castelli e prime citt della Puglia medioevale


Gli stretti rapporti intercorrenti tra lo sviluppo degli insediamenti rurali e la politica
d'incastellamento, praticata dai bizantini a partire dal X secolo, sono stati evidenziati da Pasquale
Corsi e da Giosu Musca: La ripresa demografica, iniziata appunto nel corso del X secolo, si
collega strettamente all'aumento dei livelli di produzione e di consumo, in particolar modo
mediante i grandi dissodamenti di terre incolte, e in generale alla configurazione dell'habitat.
Riguardo a quest'ultimo problema, occorre dire che durante il X secolo si svilupp, sia nelle
terre bizantine che in quelle dei principali longobardi, un vasto fenomeno di incastellamento,
non riducibile tuttavia alla crisi provocata dalle incursioni saracene e ungare (queste avrebbero
raggiunto la Puglia e la Campania negli anni intorno al 940)... Le motivazioni principali
dell'incastellamento... vanno piuttosto ricercate in un tentativo, promosso da signori laici ed
ecclesiastici, di riorganizzazione totale del territorio. Mediante il castrum, divenuto il centro
organizzativo del territorio circostante, veniva canalizzata e controllata la crescita demografica
e lo sviluppo economico; la popolazione rurale vi era raccolta al fine di popolare e colonizzare
il distretto di pertinenza...106
Da queste considerazioni scaturisce che ... le radici dello sviluppo economico sono nei centri
rurali, molti dei quali, nati intorno a comunit monastiche nel X secolo, si sviluppano nell'XI e
divengono abitati concentrati e spesso fortificati. Altri nascono, sotto amministrazione
bizantina, dal chorion o territorio fiscale fondato sulla responsabilit collettiva della
popolazione verso il potere politico. In questo tipo di gestione del territorio le terre coltivate e
gli abitati sono fortemente integrati, in quanto parte di una stessa struttura sociale che favorisce
l'urbanizzazione del sito agro urbano e il suo divenire "citt ' con una sua coesione produttiva
sia all'interno che all'esterno delle mura.107

La dinamica evolutiva della formazione di un kastron da un preesistente choron rurale stata


illustrata da Andr Guillou, a proposito dello sviluppo delle iniziative di colonizzazione dei
monaci Jonas a Tricarico e Nicodemo a Kellarana nel X secolo.108
E lecito supporre che le cose non siano andate diversamente per quei villaggi rupestri del
Tarantino che i documenti attestano prosperare tra la fine del X e l'inizio dell'XI secolo, ancora in
epoca bizantino.
L'innegabile sviluppo del fenomeno dell'incastellamento nella nostra area ampiamente
documentato: il castellum bizantino di Massafra attestato gi nel 970;109 nel 1016 si rileva la
presenza del vicino kastellion di Palagiano,110 che recenti studi hanno dimostrato essere
identificabile con l'attuale Palagianello;111 nel 1023 Basilio Boioannes fece costruire un castello
sulle rovine delle fortificazioni di et ellenistica di Mottola (unico centro interno del Tarantino
che sembra essere stato popolato anche negli anni del dominio longobardo),112 evidentemente a
protezione dei numerosi insediamenti trogloditici rurali del territorio, tra i quali Petruscio, le
terrae Sancti Angeli, Santa Caterina, San Vito, San Sabino, eccetera; anche a Castellaneta (p.
136) potrebbe essere stata eretta una fortificazione in epoca bizantina a difesa della popolazione
dei villaggi rupestri satelliti di Santa Maria del Pesco, del Padre Eterno e di Santo Stefano,
qualora si riuscisse a identificare questo centro jonico con il Castellum Aneti, citato come teatro
di una vittoria del Guiscardo nel 1080. 113
Il settore occidentale dell'attuale provincia jonica, soprattutto il territorio immediatamente a
nord-ovest della citt di Taranto, sembra, dunque, essere stato interessato dallo sviluppo di grandi
choria rupestri, che nel giro di qual.che decennio avevano fatto registrare un notevole sviluppo
economico e demografico, tale da necessitare in alcuni casi l'edificazione di opportune opere di
difesa o, addirittura, la fortificazione di nuove cittadine per la tutela e per il controllo degli
insediamenti sparsi. Quest'ultimo aspetto riguard, soprattutto, Mottola e Castellaneta, c
vennero riconosciute come sedi episcopali in epoca normanna, a testimonianza del notevole
popolamento territoriale e dell'importanza economica e politica raggiunta dal comprensorio
rurale trogloditico.
In altre aree dell'arco jonico premurgiano si affermarono consistenti insediamenti demici a
carattere prevalentemente trogloditico, sebbene in ritardo rispetto a quelli gi considerati.
1 documenti storici riportano, a tal proposito, precisi riferimenti: Grottaglie, gi nell'XI secolo,
era un casale fortificato a protezione dei centri rurali di Riggio, di Salete, di Mennaio, di
Casalpiccolo, di Misicuro, di Fullonese;114 gli insediamenti di Crispiano e di Statte sembrano
addensarsi, tra il XII-XIII secolo, probabilmente su impulso di fondazioni ecclesiastiche, come
l'Abbazia di Santa Maria di Crispiano;115 Laterza viene citata come casale nel 1200, mentre
Ginosa indicata come castrum nel 1230-1231.116
Nell'attuale provincia di Taranto le comunit rupestri costituirono indiscutibilmente le prime
forme di aggregazione demica stabile in et altomedioevale, al di fuori del capoluogo; gi in et
bizantina si originarono, quindi, i primi centri abitati, che si svilupparono in et medioevale e
moderna.
Un analogo fenomeno sembra cogliersi anche sul versante adriatico dello zoccolo murgiano,
nell'area compresa fra il Sud Est barese e la piana di Brindisi.
A prescindere dai consistenti insediamenti rupestri nei territori di Bari, di Conversano, di
Polignano, di Monopoli e di Oria, che colonizzarono il territorio rurale di centri urbani e
commerciali gi all'epoca notevoli, importante ai fini di quest'indagine soffermarsi brevemente
su alcune realt particolarmente interessanti.
Nel 1068 nota l'attestazione del casale di Fasano,117 riferimento territoriale degli insediamenti
rupestri di Lama d'Antico, di San Lorenzo, di San Francesco, di Santa Virgilia.
Ostuni, nel cui ambito territoriale insistono i villaggi rupestri di Lama Pilone, di VillanovaMangiamuso, di Masseria Sansone con Lamaforca-Caposenne-Agnano, corrisponde (p. 137)

all'oppidum Stira, segnalato da Lupo Protospatario nell'XI secolo,118 sebbene la sua esistenza sia
documentata gi nel IX secolo;119 la cittadina, sede vescovile, venne, poi, incastellata dai normanni nel 1148.120Carovigno castellum nel XII secolo, in seguito alle opere di fortificazione
normanne.121
San Vito dei Normanni, gi attestata nel 963 come San Vito degli Schiavoni, probabilmente per
la presenza di una consistente componete colonica di origine slava negli insediamenti rupestri di
San Biagio, di San Giovanni e di San Nicola,122 venne fortificata nell'XI secolo con un castello da
Boemondo d'Altavilla. 123
Si evidenzia, quindi, che in et bizantina sulle direttrici costiere dello Ionio e dell'Adriatico si
addensarono numerosi villaggi rurali rupestri, la cui presenza e importanza imposero la
deviazione delle principali arterie viarie d'epoca romana; tali insediamenti, inoltre,
determinarono e/o resero necessario il popolamento dei nuovi centri abitati epigei, che vennero
istituzionalizzati sul territorio dall'et normanna a quella angioina.

La presenza araba nel popolamento rupestre


Nella cartografia del popolamento rupestre tra la Terra di Bari e la Basilicata fiorirono nel corso
del IX-X secolo, soprattutto le cittadine rupestri di Matera e di Gravina; gi munitissima civitas
nell'866, Matera venne eretta nel 967, cos come Gravina, a sede di diocesi suffraganea della
diocesi metropolita di Otranto.
Nel 1042 il centro lucano si rese protagonista di una rivolta antibizantina, assistendo al massacro di duecento abitanti dei villaggi rupestri rurali che contornavano la civitas.124
Il munitissimo oppido di Matera, attestato nel 1133, venne descritto vent'anni pi tardi da Edrisi
come una citt validamente difesa, bella, estesa e ben popolata, cos come Gravina, altra citt che
il geografo marocchino di Ruggero Il riporta meno estesa ma fortemente produttiva; nel secolo
successivo a quello di Edrisi Gravina , ormai, indicata come castrum.125
Nel 1278-1279, poi, Gravina risulta essere tra le citt pi popolate della Puglia con una
popolazione stimata in seimila-seimilacinquecento abitanti, maggiore dei cinquemilaquattrocento
attestati per Taranto e di poco inferiore a quelli di Brindisi; Bari e Monopoli, che
rappresentavano le maggiori citt pugliesi di quel periodo storico, contavano, rispettivamente,
dieci-undicimila e otto-novemila abitanti.126
Edrisi nella sua relazione del 1154 non si sofferma sull'evidente facies rupestre di Matera e di
Gravina, probabilmente per la consuetudine e per la familiarit della cultura contemporanea
araba con il fenomeno del trogloditismo abitativo, segnatamente nelle regioni nordafricane.
(p. 138) E perci, verosimile ritenere consistente la presenza di popolazioni di origine araba e
nordafricana tra i colonizzatori delle gravine, soprattutto in zone come il Barese e il Tarantino,
che erano state emirati berberi per oltre quarant'anni, e che, quindi, dovevano aver registrato
nella popolazione, preesistente al ritorno dei bizantini, una rilevante infiltrazione etnica
maghrebina.
La componente araba nel popolamento rupestre pugliese, inoltre, attestata archeologicamente
dai rinvenimento di lucerne di fattura nordafricana, prodotte localmente sulla base di modelli
d'importazione, rinvenute nelle grotte e nelle gravine di Massafra, di Ginosa e di Castellaneta. 127
Molte suggestioni, inoltre, sottendono questa tesi: la possibile derivazione del toponimo della
stessa Massafra, ossia massa afra; la presenza in questo centro, come pure a Matera, del
fenomeno insediativo delle vicinanze, in genere datato a secoli molto pi bassi (XIV-XV), ma
che rimanda in modo impressionante all'architettura e all'urbanistica ipogea della tunisina
Matmata.128
Roberto Caprara collega tali indizi al citato ritrovamento in ambito rupestre massafrese di
monete risalenti al periodo vandalo, nonch al l'individuazione di una chiesa in rupe

controabsidata nel territorio di Mottola, ricollegabile a modelli paleocristiani della stessa epoca
di origine nordafricana.
Lo studioso, pertanto, avanza l'ipotesi che un popolamento trogloditico di matrice nordafricana
si sia avuto nell'area massafrese addirittura a partire dal VI secolo, a opera di profughi dell'Africa
settentrionale, appena invasa dai vandali.129
Questa possibilit certamente degna di essere presa in considerazione ma segna, comunque,
un episodio puntuale e isolato, che non va confuso con il pi generale fenomeno storico
dell'aggrottamento nel territorio pugliese, che si verific sicuramente in epoca pi tarda, come si
ampiamente detto.
La preesistenza sul territorio di un villaggio rupestre, tuttavia, non esclude la possibilit che
questo possa aver giocato un ruolo d'incentivo e di stimolo, inducendo i nuovi venuti a preferire
le forme insediative trogloditiche.
Sulla questione araba non esistono dati e documenti che testimonino in modo inequivocabile le
vicende storiche degli emirati di Bari e di Taranto nel IX secolo, tali, cio, da precisare se il
rapporto con il territorio pugliese contermine alle due roccheforti musulmane sia stato
improntato unicamente alla razzia delle risorse alimentari e umane delle campagne, oppure se
possa avere, addirittura, promosso e avviato la ricolonizzazione delle zone rurali.
Nota, comunque, a tal proposito Giosu Musca: ... dovunque mettevano piede per qualche
tempo, i musulmani portavano una notevole prosperit agricola causata dal frazionamento dei
latifondi e dalla redistribuzione della propriet fondiaria: ci avvenne in Sicilia, ma non
possiamo dire in quale misura ci avviene nelle terre dell'Emirato di Bari, data la brevit della
conquista...130
D'altra parte, anche nel periodo immediatamente successivo alla caduta dei due emirati
pugliesi, la presenza nelle campagne di popolazioni sconfitte di origine e di cultura arabe
potrebbe essere stata determinante per la scelta del trogloditismo come fenomeno insediativo
diffuso.
Una situazione di questo genere si verific, infatti, nella Sicilia del XII secolo, quando antichi
insediamenti rupestri abbandonati vennero ripopolati dai fuggiaschi arabi, costituendo rifugi e
basi per la resistenza contro i normanni di Ruggero I.131
Parecchi secoli pi tardi, a cavallo tra Medioevo ed Et Moderna, su un'altra sponda europea
del Mediterraneo si registr un analogo fenomeno di popolamento rupestre a opera di (p. 139)
popolazioni nordafricane sconfitte: il caso degli insediamenti trogloditici spagnoli, come il
barrio Sacromonte a Granada e il villaggio di Guadix, che vennero scavati e popolati dai mori in
rotta dopo la riconquista spagnola.
La vicenda rupestre della Sicilia costituisce un utile termine di paragone per la valutazione
dell'affermazione del fenomeno del trogloditismo abitativo altomedioevale nel Meridione d'Italia,
anche se, generalmente, i grossi insediamenti, presenti un po' dappertutto nell'isola, non
mostrano elementi tali da permettere di fissare cronologicamente lo scavo.
La datazione tra il VII e il IX secolo, tuttavia, di alcune chiese rupestri presso Lentini e Acri, 132
conferma che gli insediamenti trogloditici in Sicilia, gi attestati a partire dal XII secolo a.C. in
epoca arcaica e classica presso Pantalica, 133 Lentini, Siracusa, Agrigento, Selinunte e
Vassalaggi,134 ricomparvero nel periodo bizantino precedente alla conquista araba del IX secolo.
Questa tesi era gi stata avanzata da Paolo Orsi alla fine dell'Ottocento, a proposito della
vicenda del noto centro di Pantalica, anche in questo caso basandosi principalmente sulla
datazione bizantina delle due chiese rupestri di San Micidiario e di San Nicolicchio.135
Gli studiosi in prevalenza ritengono che in Sicilia tale popolamento, germinato dal ceppo
paleocristiano dell'ascetismo eremitico, abbia segnato, gi dal V-VI secolo, il mutamento della
struttura fondiaria in seguito alla crisi del sistema statale, al declino delle citt costiere e alla
recessione economica per il crollo del prezzo del grano; a partire dall'VIII secolo il popolamento

in rupe, per, sembr assumere una duplice fisionomia con insediamenti sia di matrice bizantina,
sia di origine araba.136
La convinzione che colonie arabe siano state sicuramente all'origine degli insediamenti rupestri
delle zone di Mazara137 e di Monreale,138 di Agrigento e di tanti altri centri rupestri isolani, ha
indotto alcuni studiosi, come Emanuele Piro, a considerare il trogloditismo di tali centri come un
portato culturale strettamente connesso all'immigrazione nordafricana.139 La recente segnalazione
di una moschea rupestre a Sperlinga ha offerto l'occasione ad Aldo Messina di affermare che il
trogloditismo siciliano appare sempre pi legato all'islamizzazione dell'isola, piuttosto che al
popolamento bizantino.140
In merito a questo aspetto della questione non va sottovalutata la segnalazione nella Sicilia
bizantina di consistenti insediamenti demici e difensivi di natura trogloditica, obiettivi delle
prime scorrerie degli arabi, testimoniati da Ibn Al-Athir nel XII secolo.
Nella sua cronaca sulla conquista e sulla dominazione araba dell'isola il citato storico
mesopotamico accenna: alle cave espugnate presso Siracusa nell'827; all'Hisn' al Giran, ovvero la
fortezza delle quaranta grotte vicino Castrogiovanni, saccheggiata nell'840; alle grotte di
Q.r.q.nah, presso le quali trov la morte nell'861 il capo berbero 'Al 'Abbas.141
Queste citazioni di fonte musulmana sembrano provare inequivocabilmente l'esistenza e il
consolidamento del fenomeno insediativo rupestre in Sicilia in epoca pre-araba.
(p. 140) La vicenda rupestre medioevale siciliana sembra nascere e ispirarsi, dunque, a modelli
culturali esterni al popolamento autoctono, sia che siano stati importati dalla massiccia
immigrazione di greci,142 ovvero veicolati dalla penetrazione araba: questa sottolineatura
importante anche per gli insediamenti pugliesi.
E, pertanto, azzardato affermare che il trogloditismo medioevale sia stato esportato in Puglia
prevalentemente dall'immigrazione di popolazioni nordafricane ma va considerato che
sicuramente questa componente etnica e culturale ha avuto un peso non trascurabile
nell'affermazione del fenomeno nella nostra regione.

L'epilogo della vicenda trogloditica pugliese


Dall'XI secolo in poi la documentazione archeologica, archivistica, iconografica e architettonica illuminano abbastanza dettagliatamente le vicende di gran parte dei complessi rupestri
pugliesi; pertanto non il caso in questa sede di ripercorrerle con una particolareggiata
descrizione.
Vanno, per, ricordate per sommi capi le due versioni dell'epilogo della storia di tali
insediamenti, cos sintetizzabili: da una parte il declino e l'abbandono di alcuni siti rupestri tra il
XIV e il XV secolo; dall'altra l'esplosione urbana, che porta alla definizione di moderne
cittadine, solo parzialmente ipogee, quali Matera, Ginosa, Laterza, Palagianello, Massafra, Crispiano, Statte, Grottaglie.
Sembrano essere state proprio le particolari vicende storiche, ambientali ed economiche,
verificatesi a cavallo tra le dominazioni angioina e aragonese, a determinare la divaricazione dei
destini dei vecchi insediamenti, che avevano colonizzato i fianchi delle gravine e delle lame,
bonificando i territori collinari e gran parte della pianura, avviando un nuovo corso produttivo.
La crisi e lo spopolamento di molti villaggi rupestri tra XIV e XV secolo si accompagnarono al
pi generale fenomeno di crescita dell'importanza della citt a svantaggio del contado, come si
coglie dall'illuminante analisi di Raffaele Licinio: La fame, la peste nera, le malattie, le scorrerie
di eserciti, lo stesso fenomeno del brigantaggio..., le fughe dai casali, le rivolte di singoli e di
gruppi nelle localit rurali, pesarono certamente sulla tendenza alla contrazione del numero di
insediamento pugliesi. Fra Trecento e Quattrocento si verific l'abbandono di numerose localit
rurali in Terra di Bari, in Terra d'Otranto, specialmente nell'area del Tarantino sud-orientale e

lungo le coste del Leccese, e soprattutto in Capitanata... Sin dal secolo X, e in misura
accentuata poi nei due secoli seguenti, nella tipologia insediativa della regione la forma pi
tipica del popolamento rurale era stata quella del villaggio fortificato. Nell'et dell'incastellamento, che fu accelerato dalla presenza dei normanni, intorno ed a partire dal
castrum ebbe luogo la conquista delle terre incolte, e dalla presenza delle fortificazioni furono
contrassegnate e definite le stesse localit urbane. Ma un compito importante nelle vicende del
popolamento rurale fu svolto anche dal villaggio rupestre e dal casale... In un paesaggio rurale
ancora dominato da ampi spazi vuoti e lasciati al pascolo, alla vegetazione spontanea, (p. 141)
alle distese boschive, il villaggio con la sua torre e spesso con la sua cinta muraria, ma anche il
villaggio aperto e non fortificato, avevano progressivamente realizzato una fascia di coltivazione
intensiva, di orti, di vigneti, che umanizzava profondamente la campagna. Integrati nella
configurazio ne naturale del territorio, come nel caso degli insediamenti rupestri o situati in
prossimit di punti strategico-militari, o ancora sviluppandosi intorno ad una chiesa o ad una
grangia monasteriale, i villaggi avevano rappresentato isole colturali in un rapporto di
equilibrio con il nucleo urbano pi vicino. Nel Duecento questo equilibrio si era
sostanzialmente modificato a favore della citt... Il flusso di immigrazione dai villaggi rurali nei
centri urbani, che and sempre pi ispessendosi tra i secoli XIII e XIV, non pu essere spiegato
soltanto come il frutto di una mobilit demografica motivata dalla insicurezza delle campagne.
I casali si spopolarono e i campi coltivati furono abbandonati specialmente l dove improvvisi e
ripetuti cali dei prezzi e delle rese dei prodotti principali, grano innanzi tutto, si tradussero nella
rovina dei piccoli proprietari terrieri, degli enfiteuti, dei titolari dei contratti di miglioria e delle
cessioni vitalizie. La crisi della piccola propriet allodiale o burgensatica, non soggetta cio a
vincoli feudali, fu parallela alla fuga dalle campagne dei coltivatori, quei rustici che a vario
titolo e con diverse modalit erano tenuti a prestazioni di giornate lavorative, di servizi, corves
o di quote di raccolto.143
A questo passo non c' molto da aggiungere, se non alcune considerazioni su un fattore non
annotato da Licinio, ovvero l'entit dell'importante mutamento climatico verificatosi in quella
fase storica, che determin, tra l'altro, una profonda crisi dell'agricoltura in tutta l'Europa.
Il cambiamento del clima favor nel nostro territorio una generalizzata decadenza dell'uso
abitativo della grotta, verificatasi a partire da quei secoli anche nelle cittadine sorte su
insediamenti trogloditici, in quanto, come s' detto, nel XIV secolo si assistette a una brusca
degradazione climatica, preludio della cosiddetta piccola et glaciale.144
In generale, intorno al 1300 termin il periodo caldo e la situazione climatica planetaria mut
radicalmente con la progressiva avanzata dei ghiacciai alpini e polari; dal 1320 le temperature
medie estive e invernali in Europa scesero di circa 1,5-.- 2C, determinando lo spostamento delle
fasce climatiche verso latitudini pi basse.
Le conseguenze sull'ambiente delle mutate condizioni del clima fecero registrare in pochi
decenni esiti catastrofici: in Inghilterra i vigneti scomparvero, mentre in Irlanda e in Scandinavia
si ridussero i terreni sativi;145 in Scozia l'agricoltura, che era stata sino ad allora prospera,
decadde al punto da portare la popolazione alla povert alimentare; nell'Europa meridionale
alcune zone, prima aride, furono flagellate da piogge torrenziali e dal gelo; l'Europa nordoccidentale fu afflitta da inverni estremamente rigidi e da tempeste epocali, che (p. 142)
distrussero gli insediamenti in Groenlandia e in Islanda.
La piccola et glaciale termin solo verso la met del XIX secolo.
Domenico Novembre riporta che per la Puglia il periodo particolarmente fresco e umido si
protrasse sino alla met del Cinquecento, quando inizi la vera e propria piccola et glaciale, i
cui rigori si sentirono sino alla met dell'Ottocento.146
t evidente che il nuovo regime climatico doveva aver mutato abbastanza rapidamente le
condizioni di zona arida, entro le quali era stata maturata la scelta trogloditica dei coloni

bizantini: non aveva, perci, pi molto senso rimanere nelle gravine, visto che l'acqua era
abbondante in ogni zona del territorio, n vivere nelle grotte, dato che la temperatura media si era
di molto abbassata in ogni stagione.

Conclusioni
In queste pagine si cercato di fornire un'interpretazione in parte nuova della vicenda rupestre
pugliese, determinata in epoca medioevale dalla scelta di vivere in grotta da parte di molte
popolazioni rurali.
Queste in Puglia e in varie altre regioni del mondo reagirono, cos, alle nuove e difficili
condizioni climatico-ambientali, conseguenti al forte riscaldamento dell'atmosfera nel periodo
arido del piccolo optimum medioevale.
Vennero, pertanto, sfruttate le propriet termiche degli invasi di mantenere una temperatura
costante e una discreta coibentazione naturale degli ambienti.
Si , inoltre, osservato che nella Puglia centrale l'escavazione degli insediamenti rupestri a
mezza collina, sui costoni tufacei delle gravine, si mostr funzionale alla captazione delle acque
meteoriche, nonch all'esigenza di posizionare gli abitati al di fuori del raggio d'azione della
malaria, infestante all'epoca le pianure impaludate.
Estato evidenziato, infine, come gli insediamenti trogloditici si siano imposti e sviluppati
principalmente nel corso della seconda colonizzazione bizantina, a partire dal IX ma, soprattutto,
nel corso del X secolo, in concomitanza con le politiche di sviluppo dei dissodamenti agrari
attuati nelle province dell'impero dalla dinastia macedone (867-1057).
La matrice culturale del trogloditismo sarebbe, quindi, da ricercare nelle genti anatoliche,
armene e mediorientali che costituirono i contingenti delle correnti migratorie favorite dagli
imperatori bizantini, nonch del monachesimo pionieristico di frontiera, che guid e accompagn
i coloni; n si pu tralasciare di considerare i probabili contributi siciliani e berberi, conseguenti
alle contemporanee vicende storiche, politiche e religiose del Mezzogiorno d'Italia.
La necessit di approfondire la ricerca su questi scenari storici e ambientali non , per, sorretta
da curiosit intellettuale e/o da esigenze d'investigazione storica.
La vicenda trogloditica della Murgia medievale costituisce, infatti, un precedente storicoantropologico da considerare e da studiare attentamente, soprattutto oggi, visto che i problemi
ambientali di oltre mille anni fa sembrano riproporsi con drammatica evidenza.
Gli avvenimenti climatici di questi decenni e, da ultima, l'infuocata estate del 2003, sono gli
effetti di una fase di riscaldamento del pianeta che sembra ricalcare abbastanza fedelmente le
dinamiche climatiche e ambientali gi vissute ai tempi del piccolo optimum medievale.
Stiamo, evidentemente, vivendo una nuova fase planetaria arida e secca e alcune regioni
mediterranee sono gi interessate da un inesorabile processo di desertificazione, com' attestato
da tempo dai dati diffusi dai governi e dagli organismi internazionali e nazionali che si occupano
di queste tematiche.147
(p. 143) E inspiegabile, tuttavia, come questo problema venga sottovalutato, considerando il
generale disinteresse dei politici e degli operatori economici, perlopi preoccupati ad
assecondare gli interessi di lobbies e di cartelli speculativi, che minano ulteriormente i delicati
equilibri ambientali di territori gi fortemente compromessi.
In base alla definizione della Convenzione delle Nazioni Unite sulla lotta alla siccit e/o alla
desertificazione, per desertificazione deve, infatti, intendersi il degrado del suolo in aree aride,
semi-aride e secche sub-umide, a causa delle variazioni climatiche o dell'azione dell'uomo.
Tale fenomeno nelle sue manifestazioni estreme interessa oltre cento paesi, minacciando la
sopravvivenza di pi di un miliardo di persone, dato che la situazione particolarmente
drammatica nelle zone aride, dove la minaccia della desertificazione incombe sul 70% circa delle
aree, ovvero su un quarto dell'intera superficie terrestre.

L'ENEA stima che in Italia circa 35.000 chilometri quadrati, ossia il 12% del territorio
nazionale, presentino i sintomi della desertificazione: la regione maggiormente interessata la
Sicilia con il 36,6% del territorio, quasi totalmente compreso nelle province di Siracusa, di Enna,
di Ragusa, di Trapani e di Agrigento; seguono la Puglia con il 18,9% del territorio e la Sardegna
con il 10,8%.
Un avanzato processo di degradazione, tuttavia, riguarda quasi il 27% delle aree aride, semiaride e sub-umide secche del territorio nazionale, dato che ben tredici province delle regioni
Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna sono interessate da fenomeni di desertificazione.
Questa minaccia incombe, soprattutto, sulla Puglia, il cui territorio considerato arido nella
misura del 60%; tale caratteristica ambientale investe per il 54% la superficie della Basilicata,
per il 47% la Sicilia e per il 31% la Sardegna. 1 processi d'inaridimento pi diffusi ed evidenti
sono gi riscontrabili nelle province di Taranto, di Siracusa, di Agrigento e di Trapani.
Il disordinato sviluppo delle aree urbane, poi, contribuisce al processo di desertificazione sia
cementificando vaste superfici naturali, sia assorbendo e distruggendo le risorse ambientali del
territorio.
In ambito agricolo questo processo si manifesta con effetti pi evidenti e preoccupanti: erosione
superficiale; perdita di fertilit dei terreni; salinizzazione del suolo; distruzione di humus;
scomparsa della copertura vegetale; abbassamento e/o esaurimento delle falde idriche; degrado
dei pendii e conseguenti movimenti franosi.
Nel bacino del Mediterraneo gli esperti prevedono, inoltre, per il prossimo futuro l'estendersi
dei processi di desertificazione a nuove aree per l'accrescimento e l'intensit delle precipitazioni
eluviali, ovvero per la loro diversa distribuzione o riduzione, fenomeni decisamente determinati
dall'aumento delle temperature medie stagionali.
Ad accelerare il degrado, inoltre, hanno contribuito: i frequenti cambiamenti di destinazione dei
suoli; la diffusione di colture incompatibili con le specificit territoriali, introdotte da talune
politiche a sostegno dell'agricoltura; l'impiego per uso irriguo di risorse idriche non sempre
idonee; il disboscamento e i periodici incendi boschivi; l'urbanizzazione delle aree costiere.
La costante diminuzione delle precipitazioni, specialmente in inverno, non permette pi
un'adeguata ricarica delle falde idriche e, inoltre, in parecchie aree a rischio della Puglia la
riduzione delle piogge ha indotto un accentuato sfruttamento irrazionale e, sovente, illegale (p.
144) delle acque sotterranee, determinando nel corso degli anni il pauroso impoverimento di una
preziosa risorsa, che non pu pi compiutamente rigenerarsi.
Nelle aree carsiche e costiere, pertanto, il processo di desertificazione interagisce strettamente
con quello della salsificazione delle acque di falda, causato dal deficit tra infiltrazione efficace e
prelievo indiscriminato.
L'uso per scopi irrigui di acque di falda, aventi un contenuto salino di alcuni grammi per litro,
pur tollerato da alcune colture, determina, inoltre, un progressivo accumulo di sali nei campi, che
di conseguenza tendono a divenire pressoch e irreversibilmente sterili.
E il caso della piana di Taranto, di un po' tutto il Salento e, persino, di alcune zone costiere
della Toscana, nelle quali un eccessivo sfruttamento della falda idrica determina l'intrusione di
acqua marina, sicch i campi vengono, sempre pi frequentemente, irrigati con acqua salmastra.
I dati meteorologici segnalano che in provincia di Taranto le precipitazioni annue e, soprattutto,
quelle del periodo invernale fanno registrare nel complesso un netto trend di decrescita, tale da
determinare la conseguente diminuzione del surplus, ossia di quel quantitativo di acqua
meteorica che, infiltrandosi nel terreno, pu ricaricare la falda.
A ci si aggiunge che nella piana tarentina negli ultimi cinquant'anni si operata la sistematica
sostituzione delle colture agricole tradizionali con quelle irrigue, dapprima oliveti e vigneti e di
recente i pi redditizi agrumeti.
L'agricoltura irrigua della piana tarentina, secondo stime recenti, impiega il 70% del consumo
totale di acqua con punte stagionali del 90%; una buona parte della fornitura idrica per

l'agricoltura proviene, peraltro, dall'emungimento della falda per mezzo di centinaia di pozzi
artesiani.
L'elevata vulnerabilit alla desertificazione della provincia di Taranto, dunque, determinata da
un complesso di fattori di rischio, spesso interagenti: riduzione delle precipitazioni invernali;
agricoltura e zootecnia intensive; depauperamento delle risorse idriche con salinizzazione della
falda; urbanizzazione incontrollata; disboscamenti; eccessiva presenza turistica stagionale nelle
aree costiere.
La preoccupante situazione in cui viviamo rende attuale, pertanto, il confronto con la best
practice di adattamento ambientale, realizzata alla fine del primo millennio dai trogloditi nelle
aride gravine della Murgia.
Cinzio Violante, a tal proposito, ha magistralmente sintetizzato quanto la vicenda rupestre ha
rappresentato per la nostra terra e per la nostra gente: I nuovi aspetti che sono emersi nello studio
della civilt rupestre investono un settore pi largo e anche pi vivo di interessi, sicch con il
godimento artistico di quei monumenti e di quelle espressioni figurative, si rievocano anche le
memorie di una accorta opera di amministrazione e di organizzazione economica, di una oscura
attivit di lavoro agricolo, di un fenomeno di capillare ripresa sociale. Acquista cos,
incredibilmente, aderenza alla realt concreta l'immagine con la quale Tommaso Fiore defin il
pugliese un "popolo di formiche". La seriet, la previdenza, la laboriosit, soprattutto la tenacia
che erano significate da questa definizione, vengono ora riscoperte nella oscura vicenda storica
delle comunit rurali sotterranee, che a volte si sono sviluppate fino a diventare citt, sempre
hanno lentamente reso feconda l'aspra terra di Puglia e vivificato il suo paesaggio.148
Studiare attentamente questa oscura vicenda storica pu permetterci, probabilmente, di
comprendere che in una situazione climatica (p. 145) difficile per l'oggi e per il domani bisogna
riconsiderare con estrema urgenza tanti elementi, dati finora per scontati: il concetto di sviluppo
territoriale; le fonti di approvvigionamento idrico ed energetico; le tecniche di costruzione e di
coibentazione delle case; le normative dei piani regolatori; le destinazioni d'uso dei suoli; le
pratiche colturali; le politiche di tutela e di ripristino ambientale.
Va, cio, ridefinito per intero il rapporto culturale esistente tra l'uomo e l'ambiente, evitando,
come insegnano i trogloditi bizantini, di confliggere con le difficolt dell'habitat, al quale
improcrastinabile adattarsi con estrema intelligenza e con rinnovata sensibilit.
S'impongono, pertanto, all'attenzione dell'opinione pubblica per l'immediato futuro l'importanza
e l'urgenza di adottare provvedimenti di tutela, capaci di preservare il territorio della Murgia
dall'aggressione, dal degrado e dalla desertificazione, a cominciare dalle aree pi sensibili e
delicate, come quella del chimerico Parco Regionale delle Gravine.
Si attende da troppo tempo che la Regione Puglia dia l'assenso alla pi ampia perimetrazione di
questo parco nella speranza che la ragione consigli i nostri amministratori a ignorare, una volta
per tutte, i miopi difensori di meri interessi di bottega, affinch venga tutelato e valorizzato
compiutamente un habitat rupestre e ambientale fra i pi interessanti e attuali del bacino del
Mediterraneo.
note

J. REWERSKI, Il troglodita, questo sconosciuto, in Il Corriere dell'UNESCO, Firenze, marzo 1996, pp. 10 e ssg.
Cfr. C. D. FONSECA, Il comprensorio della civilt rupestre, Massafra, 1988, p. 25.
3
Cfr. G. UGGERI, La viabilit romana nel Salento, Fasano di Brindisi, 1983, p. 359.
4
Cfr. A. COMNENE, Alexiade, Paris, 1967, tome I, livre I, XI, par. 1, p. 38.
5
L.A. SENECA, Lettere a Lucilio, libro XIX, lettera 90,17 (traduzione di G. MONTI), Milano, 2000, vol. II, pp. 694-695
6
D. NOVEMBRE, L'ambiente fisco, in AA.VV., Uomo e ambiente nel Mezzogiorno normanno-svevo (a cura di G.
MUSCA), Bari, l989, pp, 21-22 e nt. l. Le parti riportate tra virgolette nella citazione sono tratte dall'autore da R.A.
BRYSON - C. PADDOCH, I climi nella storia, in R.I. ROTBERG - T.K. RABB (a cura di), Clima e storia - Studi di storia
interdisciplinare, Milano, 1984, pp. 13-14.
7
Cfr. M. PINNA, Climatologia, Torino, 1977, pp. 408 e ssg.
8
Cfr. R. CARPENTER, Clima e storia, Torino, 1969, pp. 39 e ssg.
9
Cfr. ivi., pp. 31 e ssg.
10
Cfr. A. GUILLOU, Longobardi, bizantino e normanni nell'Italia meridionale: continuit o frattura?, in AA.VV., Il
passaggio dal dominio bizantino allo stato normanno nell'Italia Meridionale - Atti del Il Convegno di Studi sulla civilt
rupestre medioevale nel Mezzogiorno d'Italia, Taranto, 1977, p 38.
11
Cfr. C. PFISTER - J. LUTERBACHER, Variazioni climatiche in Europa dopo l'Alto Medioevo: nuovi approcci e
risultati, in http://www.filovia-montedagro.ch/SABB/CLIMA.htm.
12
Cfr. J. REWERSKI, op. cit.
13
Cfr. F. DELL'AQUILA, L'insediamento rupestre di Petruscio, Cassano Murge, 1974, pp. 5-11. (p. 146)
14
Cfr. N. LAVERMICOCCA, Gli insediamenti rupestri nel territorio di Monopoli, Bari, 1977, pp. 3 e ssg.
15
C.D. FONSECA, Metodi comparativi e aree geopolitiche nello studio della civilt rupestre, in AA.W., Le aree omogenee
della civilt rupestre nell'ambito dell'Impero Bizantino: la Serbia, Galatina, 1979, pp. 16-18
16
V. DJURIC, De la nature de l'ancienne peinture serbe, in AA.VV., Le aree omogenee... cit., p. 152.
17
Cfr. N. LAVERMICOCCA, op. cit., p. 6.
18
C.D. FONSECA, La civilt rupestre in Puglia, in AA.VV., La Puglia fra Bisanzio e l'Occidente, Milano, 1980, p. 44.
19
C.D. FONSECA, Vivere in grotta: lo spazio urbano alternativo, in AA.VV., Ambienti, mentalit e nuovi spazi urbani tra
Medioevo ed Et Moderna, Milano, 1987, p. 64.
20
P. CORSI - G. MUSCA, Il Mezzogiorno dalla riconquista bizantina al regno normanno, in AA.VV., Storia della societ
italiana - L'Italia dell'Alto Medioevo, Milano, 1984, p.236.
21
P. LAUREANO, Giardini di pietra - I Sassi di Matera e la civilt mediterranea, Torino, 1993, p. 41.
22
Cfr. V.A. SIRAGO, La Puglia nelle 'Variae' di Cassiodoro, in Studi Storici Meridionali, Cavallino di Lecce, maggioagosto 1986, a. IV, n. 2, pp. 141-143.
23
Cfr. A. MASSAFRA - B. SALVEMINI, Storia della Puglia. Dal tardo Impero Romano al 1350, Bari, 1999, pp. 36-38.
24
Cfr. V.A. SIRAGO, op. cit., pp. 138-139.
25
Cfr. R. LICINIO, Economia e societ nell'Alto Medioevo, in AA.VV., Storia della Puglia - Antichit e Medioevo, Bari,
1987, pp. 179-180.
26
Cfr. M. PANI, Economia e societ in Et Romana, in AA.VV., Storia della Puglia - Antichit... cit., pp. 108-109.
27
Cfr. ivi.
28
V.A. SIRAGO, op. cit., p. 147.
29
Cfr. R. LICINIO, op. cit., pp. 183-184.
30
Cfr. ivi, pp. 181, 184 e 186.
31
Cfr. A. MASSAFRA - B. SALVEMINI, op. cit., p. 41.
32
A. GUILLOU, La Puglia e Bisanzio, in AA.VV., La Puglia fra Bisanzio... cit., p. 26.
33
Cfr. A. GUILLOU, Citt e campagna nell'Italia meridionale bizantina (VI-XI secolo) - Dalle collettivit rurali alla
collettivit urbana, in AA.VV., Habitat - Strutture Territorio - Atti del III Convegno Internazionale di Studio sulla civilt
rupestre medioevale nel Mezzogiorno d'Italia, Galatina, 1978, p. 28.
34
Cfr. ivi, p. 33
35
Cfr. P. CORSI G. MUSCA, op. cit., pp. 234-235
36
Cfr. A. MASSAFRA - B. SALVEMINI, op. cit., p. 45.
37
E. SERENI, Agricoltura e mondo rurale, in AA.VV., Storia d'Italia - I caratteri originari, Torino, 1972, pp. 158-159.
38
Ivi.
39
P. DIACONO, Storia dei longobardi, Milano, 1985, p.37.
40
Ivi, pp. 39-40.
41
Ivi, p. 85.
42
Cfr. P. ALEXANDRE, Le climat en Europe au Moyen Age, Paris, 1987, passim
43
Cfr. D. NOVEMBRE, op. cit., pp. 23-27.
44
Cfr. ivi, p. 30.
2

45

Cfr. R. PERRONE, Le paludi del Tarantino occidentale prima delle bonifiche, in Umanesimo della Pietra-Verde (in
seguito UdP-V), Martina Franca, gennaio 1992, n. 7, pp. 103-108.
46
Cfr.: G. UGGERI, Sistema viario e insediamento rupestre tra antichit e Medioevo, in AA.VV., Habitat - Strutture... cit.,
pp. 124-125; C.D. FONSECA, La civilt rupestre... cit., p. 52; P. DALENA, Strade e percorsi nel Mezzogiorno d'Italia
(secc. VI-XIII), Cosenza, 1995, p. 12; R. CAPRARA, Societ ed economia nei villaggi rupestri, Fasano di Brindisi, 2001,
p. 113.
47
P. DIACONO, op. cit., p. 37.
48
Ivi, p. 89.
49
Cfr. R. LICINIO, Uomini e terre nella Puglia medioevale - Dagli svevi agli aragonesi, Bari, 1983, p. 35.
50
Cfr. D. NOVEMBRE, op. cit., p. 30.
51
Cfr. AA.VV., Magna Grecia bizantina e tradizione classica - Atti del XVII Convegno di Studi sulla Magna Grecia,
Taranto, 1977, p. 136.
52
Cfr.: W. HAHN, Un ritrovamento di minimi dei primi anni del VI secolo d.C. a Massafra presso Taranto, in
Archeogruppo 3, Massafra, 1995, pp. 29 e ssg.; R. CAPRARA, op. cit., p. 129.
53
Cfr. C.D. FONSECA - R. DEMETRI - G. GUADAGNO, Matera, Bari, 1999, p. 11.
54
Cfr. M. PANI, op. cit., p. 100.
55
Cfr. R. LICINIO, Economia e societ... cit., p. 183.
56
Cfr. E. SERENI, op. cit., p. 158.
57
Cfr. A. GUILLOU, La Puglia e Bisanzio... cit., p. 20.
58
Cfr. K.J. BELOCH, Storia della popolazione d'Italia, Firenze, 1994, pp. 131-132.
59
Cfr. V. VON FALKENHAUSEN, I bizantini in Italia, Milano, 1986, p. 53. (p. 147)
60
Cfr. A. BELLETTINI, La popolazione italiana dall'inizio dell'era volgare ai giorni nostri - Valutazioni e tendenze, in
AA.VV., Storia d'Italia - I documenti, Torino, 1973, vol. 1, p. 497.
61
Cfr. A. DUCELLIER, Bisanzio, Torino, 1988, p. 172.
62
Cfr. G. OSTROGORSKY, Storia dell'Impero Bizantino,Torino, 1968, p. 223.
63
Cfr. A. DUCELLIER, op. cit., p. 173.
64
Cfr. ivi, p. 172.
65
Cfr. J. GAY, L'Italie meridionale et l'Empire Byzantin, depuis l'avnement de Basile I jusq' la prise de Bari par les
Normands (867-1071), Paris, 1904, p.184.
66
Cfr. A. GUILLOU, Longobardi, bizantini... cit., p. 26.
67
Cfr. ivi, p. 25; v. VON FALKENHAUSEN, op. cit., p. 53.
68
Cfr.: V. VON FALKENHAUSEN, Problemi istituzionali, politico-amministrativi ed ecclesiastici della seconda
colonizzazione bizantina, in AA.VV., La civilt rupestre medioevale nel Mezzogiorno d'Italia: ricerche e problemi - Atti del
Primo Convegno Internazionale di Studi 1971, Genova, 1975, p. 47; P. CORSI - G. MUSCA, op. cit., p. 232.
69
A. GUILLOU, Longobardi, bizantini... cit., p. 26
70
Cfr. ivi, p. 27.
71
Cfr. V. VON FALKENHAUSEN, I bizantini, cit., p. 93.
72
Cfr. A. GUILLOU, Longobardi, bizantini, cit., p. 28.
73
Cfr. V. VON FALKENHAUSEN, I bizantini..., cit., pp. 95-96.
74
Cfr. P. CORSI - G. MUSCA, op. cit., p. 240.
75
Cfr. G. VITOLO, La conquista normanna nel contesto economico del Mezzogiorno, in AA.VV., Roberto il Guiscardo tra
Europa, Oriente e Mezzogiorno - Atti del Convegno Internazionale di Studi - 1985, Galatina, 1990, p. 85.
76
Cfr. G. OSTROGORSKY, op. cit., pp. 252-253.
77
Cfr. A. MASSAFRA - B. SALVEMINI, op. cit., p. 38
78
Cfr. D. NOVEMBRE, Per una cartografia del popolamento rupestre in Terra d'Otranto, in AA.VV., Habitat, Strutture...
cit., p. 215.
79
V. COTECCHIA- D. GRASSI, Aspetti geologici e geotecnici dei principali centri rupestri medioevali della Puglia e
della Lucania, in AA.VV., Habitat - Strutture... cit., p.144.
80
Cfr. R. LICINIO, Elementi dell'economia agraria del territorio nel Basso Medioevo, in AA.VV., Societ, cultura,
economia nella Puglia medioevale, Bari, 1985, p. 36.
81
Cfr. ivi, pp. 44-45 e 48.
82
Cfr. I. PALASCIANO, La Dogana dal Regal Tavoliere alla Terra d'Otranto, in Riflessioni-Umanesimo della Pietra,
Martina Franca, luglio 1992 (n. 15), pp. 81-92.
83
Cfr. A. GUILLOU, Longobardi, bizantini... cit., p. 33.
84
C. CANTELLI, Misconosciute funzioni dei muretti a secco, in UDP-V, Martina Franca, gennaio 1994, n. 9, pp. 24-25.
85
P. LAUREANO, La piramide rovesciata - Il modello dell'oasi per il pianeta Terra, Torino, 1995, pp. 288-289
86
Cfr. N. THIERRY, Monuments de Cappadoce de l'Antiquit romaine au Moyen Age byzantin, in AA.VV., Le aree
omogenee della civilt rupestre nell'ambito dell'impero Bizantino: la Cappadocia - Atti del V Convegno Internazionale di

Studi - 1979, Galatina, 1981, pp. 70-71.


87
Cfr. D. NOVEMBRE, Strutture spaziali e quadri socioculturali della Cappadocia "rupestre", in AA.VV., Le aree
omogenee ... la Cappadocia... cit., p. 215.
88
Cfr. P. CUNEO, Urbanistica e ambiente architettonico della Cappadocia, in AA.VV., Le aree omogenee ... la Cappadocia... cit., p. 200.
89
Cfr. G. DEDEYAN, Les armniens en Cappadoce aux X et XI sicles, in AA.VV., Le aree omogenee ... la Cappadocia...
cit., pp. 75 e ssg.
90
Cfr. P. DALENA, Il territorio di Mottola nel Medioevo: tracciati viari ed insediamenti rupestri, in AA.VV., Habitat Strutture... cit., p. 189.
91
P. LAUREANO, La piramide rovesciata... cit., p. 247.
92
Cfr. A. DUCELLIER, op. cit., pp. 174-178.
93
Cfr. S. DE ViTiS, Archeologia medioevale a Grottaglie La 'Lama di Penziero ", Grottaglie, 1988, p. 51.
94
Cfr. A- GUILLOU, Longobardi, bizantini... cit., p. 35.
95
Cfr. D. CARAGNANO, La ricerca archeologica negli insediamenti rupestri medioevali del Tarantino nord-occidentale,
in Cenacolo, Taranto, 2000, n.s., a. XII (XXIV), p. 55.
96
Cfr. F. DELL'AQUILA - A. MESSINA, Le chiese rupestri di Puglia e Basilicata, Bari, 1998, pp. 234-240.
97
Cfr. F. DELL'AQUILA, op. cit., p. 30.
98
Cfr. P. PARENZAN, Petruscio , la gravina di Mottola. Natura e civilt rupestre, Galatina, 1989, p. 105.
99
Cfr. F. DELL'AQUILA, op. cit., pp. 33-36.
100
Cfr. S. MAGLIO, Mottola - La Gravina di Petruscio, Mottola, 2000, p. 23.
101
Cfr. S. DE VITIS, op. cit., pp. 52-53.
102
Cfr. A. MARIN, La stazione medievale di Triglie, in Rassegna Pugliese, Bari, giugno-agosto 1969, a. IV, nn. 6-8, pp.
330-336. (p. 148)
103
Cfr. R. CAPRARA, Op. cit., pp. 111 e 137 e ssg..
104
F. LEMBO, La struttura urbanistica, in AA.VV., Casalrotto I - La storia - Gli scavi, Galatina, 1989, p. 188.
105
M. GALLINA, Architettura e ambiente nella storia bizantina, in Studi Storici, Roma, 1981, n. 4, pp. 909-911.
106
P. CORSI - G. MUSCA, Op. cit., pp. 234-235
107
Ivi, p. 256.
108
Cfr. A. G U I LLOU, Longobardi, bizantini... cit., p. 34
109
Cfr. R. LICINIO, Castelli medievali - Puglia e Basilicata dai normanni a Federico Il e Carlo I d'Angi, Bari, 1994, p. 21
110
Cfr. A. GUILLOU, La Puglia e Bisanzio... cit., p. 20.
111
Cfr.: R. PALMISANO, Palagianello - Le origini Il feudo, Mottola, 1993, pp. 31 e ssg.; R. CAPRARA, Op. cit., pp.
115-120.
112
Cfr.: R. LICINIO, Castelli medievali... cit., p. 30; S. MAGLIO, Avvenimenti storici e sviluppo urbano della citt di
Mottola, Mottola, 1994, pp. 27-28 e nt. 16 a pp. 4042
113
Cfr. R. LICINIO, Castelli medievali... cit., p. 37.
114
Cfr. S. DE VITIS, Op. cit., p. 35.
115
Cfr. A.V. GRECO, Statte dalle grotte alle masserie, Martina Franca, 2000, pp. 40-42.
116
Cfr. E. MASTROBUONO, Castellaneta e i suoi documenti dalla fine del secolo XII alla met del XIV, Bari, 1969, pp.
53-55 e 99.
117
Cfr. AA.VV., Puglia rurale - Il territorio della collina di Brindisi, Bari, 1998, p. 57
118
Cfr. R. LICINIO, Castelli medievali... cit., p. 29.
119
Cfr. AA.VV., Puglia rurale... cit., p. 72.
120
Cfr. R. LICINIO, Castelli medievali... cit., p. 52.
121
Cfr. ivi, p. 50.
122
Cfr. AA.VV., Puglia rurale... cit., pp. 96-97
123
Cfr. R. LICINIO, Castelli medievali... ct., p. 50
124
Cfr. C.D. FONSECA - R. DEMETRI - G. GUADAGNO, op. cit., pp. 13 e ssg.
125
Cfr. R. LICINIO, Castelli medievali... cit., pp. 59, 96-97 e 130.
126
Cfr. A. GUILLOU, La Puglia e Bisanzio... cit., p. 14.
127
Cfr. R. CAPRARA, op. cit., pp. 13 e 96-97.
128
Cfr. C.D. FONSECA, Vivere in grotta... cit., pp. 64-69.
129
Cfr. R. CAPRARA, Il tesoretto massafrese Introduzione al saggio del prof. W. Hahn, in Archeogruppo 3, Massafra,
1995, pp. 27-28.
130
G. MUSCA, L'Emirato di Bari, Bari, 1964, p. 153.
131
Cfr. J. JOHNS, Nota sugli insediamento rupestri musulmani nel territorio di S. Maria di Monreale nel dodicesimo
secolo, in AA.VV., La Sicilia rupestre nel contesto delle civilt mediterranee - Atti del VI Convegno Internazionale di Studi
- 1981, Galatina, 1986, p.233.

132

Cfr. A. MESSINA, Forme di abitato rupestre nel Siracusano, in AA.VV., La Sicilia rupestre..., cit., p. 247.
Cfr. C.D. FONSECA, La Sicilia rupestre - Bilancio storiografico e prospettive di ricerca, in AA.VV., La Sicilia
rupestre... cit., p. 18.
134
Cfr. D. ADAMESTEANU, Monumenti rupestri nella Sicilia classica, in AA.VV., La Sicilia rupestre... cit., p. 34.
135
Cfr. C.D. FONSECA, La Sicilia rupestre... cit., p. 19.
136
Cfr. D. NOVEMBRE, Sul popolamento epigeo e ipogeo della Sicilia nei secoli XIII e XIV, in AA.VV., La Sicilia
rupestre... cit., pp. 320-321.
137
Cfr. M. SCARLATA, La civilt rupestre del Val di Mazara tra habitat rupestre e insediamento urbano, in AA.VV., La
Sicilia rupestre... cit., p. 288.
138
Cfr. J. JOHNS, op. cit., p. 233.
139
Cfr. D. NOVEMBRE, Sul popolamento epigeo e ipogeo... cit., p. 338.
140
Cfr. A. MESSINA, La moschea rupestre del Balzo della Rossa a Sperlinga, in http:/Iwww.barkiey.archeo.unisi.
it/NewPageS/COLLANEITESTISAMI/SAM12/48Messina. pdf.
141
Cfr. F. GABRIELI - U. SCERRATO (a cura di), Gli arabi in Italia, Milano, 1989, pp. 698-699 e 701
142
Cfr. D. NOVEMBRE, Sul popolamento epigeo e ipogeo... cit., p. 320.
143
R. LICINIO, Uomini e terre... cit., pp. 151-154.
144
Cfr. D. NOVEMBRE, L'ambiente fisico... cit., p. 24.
145
Cfr. R. ROMANO, L'Europa tra due crisi - XIV e XVII secolo, Torino, 1980, p. 23.
146
Cfr. D. NOVEMBRE, L'ambiente fisico... cit., p. 27.
147
Dati e informazioni sull'avanzamento dei processi di desertificazione in Italia e in Puglia, fra gli altri, sono riportati in:
http://www.minambiente.it; http://www.geologi.it; http://www.ucea.it; http://www.riade.net; http:
//www.laureano.it; http://www. mc link.it/com/itnet/giovani/testi/gioscien.htm;
http://www.geocities.com/CapeCanaveral/Hangarl/1167/pagel.htmi.
Si segnalano, inoltre, in particolare: LEGAMBIENTE (a cura di), H2zero - L'acqua negata in Italia e nel mondo, in
http://www.legambiente.com/documenti/2003/0604acqua/acqua.html; R. RACIOPPO, Il deserto prossimo venturo - L'Italia
meridionale ad alto rischio: il caso dell'area tarantina, in http://www.vglobale.it.
148
C. VIOLANTE, Prefazione, in C.D. FONSECA, Civilt rupestre in Terra Ionica, Roma-Milano, 1970, p. 9.
133