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fenomeni sismici

Natura e origine del terremoto


Un fenomeno frequente nel tempo, ma localizzato nello spazio
Terremoto: fenomeno naturale che consiste nell’improvvisa liberazione di energia meccanica da un
punto della Terra, sotto forma di vibrazioni più o meno forti che si propagano nella roccia in tutte le
direzioni. L’energia di un terremoto si dissipa abbastanza rapidamente con la distanza dal punto in
cui si è manifestato, quindi i suoi effetti via via si affievoliscono, fino a scomparire.
Il punto in cui ha origine il terremoto prende il nome di ipocentro, che si può trovare anche a
notevole profondità al di sotto della superficie terrestre; da esso l’energia si propaga per onde
sferiche che, pur indebolendosi con la distanza, attraversano tutta la Terra. Il punto della superficie
terrestre più vicino all’ipocentro, quello raggiunto per primo dalle onde sismiche provenienti da
esso, prende il nome di epicentro che è posto sulla verticale dell’ipocentro.
I sismi si manifestano quasi esclusivamente lungo certe fasce della superficie terrestre, che vengono
definite sismiche, mentre mancano in altre aree, definite asismiche (al suo interno non si generano
terremoti, ma possono propagarsi quelli prodotti in aree vicine).
Vibrazioni da un “rimbalzo elastico”
Per studiare la natura dei terremoti è stata presa a modello la faglia di San Andreas, una profonda
lacerazione nella crosta terrestre che si stende per quasi 1000 km nella California meridionale.
Dopo il terremoto di San Francisco alcuni elementi del paesaggio, come le strade, erano rotte e
spostate di parecchio l’una rispetto all’altra: la faglia aveva quindi un movimento trascorrente (due
settori a contatto che si spostano in direzioni opposte ma rimangono sullo stesso piano), era perciò
una faglia trasforme. Reid per capirne il motivo studiò la topografia del cinquantennio precedente e
notò che tutto ciò che si trovava sulla faglia si era deformato curvandosi in maniera graduale nel
tempo. Giunse così alla conclusione che quando le rocce sono sottoposte ad uno sforzo si
comportano in maniera elastica e si deformano fino a che non viene raggiunto il limite di rottura: si
crea una lacerazione dal punto più debole e inizia a formarsi una faglia, lungo la quale i due blocchi
cominciano a scivolare in direzioni opposte, a mano a mano che le rocce, prima compresse,
riacquistano bruscamente il loro volume. Dalla zona di rottura (ipocentro) si propagano onde
sismiche che arrivano rapidamente anche in superficie (epicentro). La superficie di faglia si estende
velocemente a tutto il settore deformato finché i due blocchi si arrestano in una nuova posizione di
equilibrio. Se nella massa rocciosa esiste già una faglia (come San Andreas) è il forte attrito tra i
due blocchi a impedire all’inizio ogni movimento, quando però la tensione che si accumula nelle
rocce supera la forza d’attrito, la faglia, che è il punto più debole, si riattiva e il movimento avviene
lungo di essa.
Secondo il modello del rimbalzo elastico (o reazione elastica), con il brusco ritorno dei blocchi
rocciosi all’equilibrio, si libera l’energia elastica accumulata durante la deformazione, in parte sotto
forma di calore provocato dall’attrito lungo la faglia, in parte sotto forma di violente vibrazioni, che
si propagano come onde sismiche in tutte le direzioni.
Sono i movimenti in atto nell’interno della Terra, nella crosta e nel mantello superiore, che
sottopongono ad uno sforzo le masse di rocce, nelle quali inizia ad accumularsi energia elastica
finché, superata la resistenza delle rocce (che dipende dalla loro natura e dalle condizioni fisiche in
cui si trovano: temperatura, pressione, ecc.), l’energia si libera improvvisamente, provocando il
terremoto.
Propagazione e registrazione delle onde sismiche
Dal rimbalzo elastico un groviglio di onde
I movimenti all’ipocentro producono differenti tipi di deformazioni, cui corrispondono differenti
tipi di onde. Inoltre la struttura complessa della Terra, con l’alternarsi di materiali diversi, provoca
nelle onde fenomeni di rifrazione (cambiamento di velocità e direzione) e riflessione (cambiamento
di direzione). Perciò nell’epicentro arriva un groviglio indefinito di onde, quindi per riconoscere il
tipo di onde emesse da un terremoto bisogna portarsi ad una certa distanza da esso, dove le onde,
muovendosi con velocità diverse, arrivano in tempi successivi.
Le vibrazioni possono avere diversi gradi di intensità: a volte sono appena percettibili, in qualche
caso invece distruttive. Nel processo sismico vengono generate sei tipi di onde:
- due di esse sono onde di volume, o interne (si propagano nell’ipocentro);
- le altre 4 sono onde di superficie.
Le onde di volume si suddividono in primarie o di compressione (onde P) e secondarie o trasversali
(onde S).
- Le onde P o longitudinali provocano successive compressioni e decompressioni delle particelle
della roccia nella direzione di propagazione dell’onda stessa; tali onde possono propagarsi in ogni
mezzo (sia solido che fluido) e hanno una velocità variabile tra i 4 e gli 8 Km/s; la velocità di
propagazione aumenta all’aumentare della densità del mezzo in cui si muovono.
- Le onde S o trasversali fano sì che le particelle di roccia oscillino nella direzione perpendicolare a
quella di propagazione dell’onda; queste onde non possono propagarsi attraverso i fluidi perché essi
non riescono a trascinare con loro le particelle vicine in un movimento oscillatorio; inoltre queste
onde hanno una velocità di propagazione, minore rispetto alle onde P, di 2,3 - 4,6 Km/h; anche per
tali onde la velocità di propagazione è direttamente proporzionale alla densità del mezzo in cui si
muovono.
Le onde P sono quindi le prime a poter essere rilevate dai sismografi delle stazioni di osservazione
distribuiti in tutto il mondo.
Quando le onde interne raggiungono la superficie, si trasformano in parte in onde superficiali, che si
propagano dall’epicentro lungo la superficie terrestre, mentre si smorzano rapidamente con la
profondità.
Sono onde superficiali le onde di Rayleigh (R) e le onde di Love (L). Con le prime le particelle
compiono orbite ellittiche in un piano verticale lungo la direzione di propagazione. Con le altre le
particelle oscillano trasversalmente alla direzione di propagazione (come le onde S), ma solo nel
piano orizzontale. Le onde superficiali sono più lunghe di quelle interne e si muovono più
lentamente, anche se possono percorrere lunghe distanze.
Quindi durante un terremoto si generano nell’ipocentro onde P ed S, che si propagano in tutte le
direzioni e arrivate in superficie generano le onde R ed L. In superficie però non arrivano solo onde
“dirette”, ma anche onde interne che sono state riflesse e rifratte, che hanno seguito commini più
lunghi e giungono in ritardo. Si possono manifestare anche effetti di interferenza, cioè due onde
sismiche distinte che si sommano e producono un’onda più ampia.
La disciplina che si occupa dello studio, della misura e della previsione dei terremoti è la
sismologia. L’intensità dei terremoti all’inizio era misurata empiricamente, poi calcolando la
reale forza sprigionata con l’ausilio dei sismografi.
Un sismografo è costituito da una base pesante con un braccio alla cui estremità c’è un peso. La
massa ha un pennino che scrive in una carta: durante un terremoto la massa resta ferma e vibra il
resto; in tal modo registra le sollecitazioni in verticale (esiste anche quello per le oscillazioni
orizzontali, che ha un braccio mobile).
La registrazione del movimento sismico si chiama sismogramma.
L’inizio delle oscillazioni e la prima parte del sismogramma corrispondono all’arrivo delle onde P;
nella parte centrale di esso all’arrivo delle onde P si sovrappone quello delle onde S; nell’ultima
parte del sismogramma (coda) compaiono prevalentemente le onde superficiali, più lenta ma più
ampie.
Dalla lettura di un sismogramma si possono ricavare numerose informazioni, tra cui la profondità
dell’ipocentro. Sono stati distinti così terremoti superficiali (ipocentro tra 0 e 70 Km), intermedi (tra
70 e 300 Km), e profondi (oltre 300 Km). Il terremoto più profondo finora registrato è avvenuto in
Giappone a 720 Km di profondità.
La “forza” di un terremoto
La sismologia ha fornito un primo strumento per misurare la “forza” di un terremoto con le scale di
intensità, basate sullo studio degli effetti provocati dal sisma; in seguito, con l’introduzione delle
registrazioni strumentali, a tali scale è stata affiancata la valutazione della magnitudo, cioè della
“grandezza” di un terremoto, che può meglio definirne la forza, indipendentemente dagli effetti con
cui si manifesta in superficie. Oggi questi due strumenti (l’intensità e la magnitudo) si impiegano
contemporaneamente.
Le scale di intensità: valutare gli effetti di un terremoto
Attualmente la scala di intensità più usata in Europa e in America è la scala MCS (Mercalli-
Cancani-Sieberg), originariamente suddivisa in 10 gradi, è stata in seguito perfezionata e portata a
12. Nelle scale di confronto tra i terremoti, l’intensità viene stabilita esclusivamente in base alla
valutazione degli effetti prodotti dal terremoto su persone, manufatti e sul terreno, cioè in base ai
dati macrosismici di un terremoto. Lo studio macrosismico di un terremoto viene effettuato
rilevando direttamente i danni e le reazioni delle persone in tutta l’area in cui il sisma è stato
avvertito, e confrontando i dati raccolti con la scala di intensità. Si riporta l’intera area interessata su
una rappresentazione cartografica e si tracciano delle “linee di confine” tra le zone in cui il sisma si
è manifestato con intensità diverse, ottenendo una serie di curve chiuse, dette isosisme, la più
interna delle quali racchiude l’epicentro (macrosismico, che, data la struttura eterogenea dalla Terra,
non può coincidere con quello strumentale, che si trova sulla verticale dell’ipocentro). Le isosisme,
con la loro forma, forniscono importanti informazioni sulla struttura geologica dell’area in esame
(sono utili anche per lo studio dei terremoti del passato, per i quali non si hanno dati strumentali).
La magnitudo: quanto è “grande” un terremoto
Le registrazioni strumentali dei terremoti permettono di riprodurre in scala le oscillazioni subite dal
suolo. A parità di distanza dalla sorgente, un terremoto più forte di un altro fa registrare su un
sismogramma oscillazioni più ampie.
Quindi l’ampiezza massima delle onde registrate da un sismogramma (indicata con A) può essere
usata come misura della “grandezza” di un terremoto se viene messa a confronto con l’ampiezza
massima (A0) delle onde fatte registrare da un terremoto standard scelto come riferimento. Fu
questa l’idea in base alla quale il sismologo Richter propose di misurare la magnitudo di un
terremoto.
Quindi per calcolare la magnitudo di un terremoto sconosciuto basta dividere la sua ampiezza
massima (A) per l’ampiezza massima che verrebbe prodotta dal terremoto standard alla stessa
distanza epicentrale (A0) : A/A0. Ma siccome un forte sisma può essere anche 10 milioni di volte
maggiore di un altro, per evitare numeri troppo grandi, Richter propose di usare i logaritmi, per cui
la magnitudo di un terremoto è espressa dal logaritmo in base dieci del rapporto fra A e A0. Quindi
la formula della magnitudo si può scrivere anche: M = log10 A - log10 A0. Da questo si ricava che se
A=A0, quindi se la forza dei due terremoti è uguale, la magnitudo è zero. Se A>A0 il valore di M
sarà positivo e cresce con l’aumentare del rapporto A/A0: non esiste un limite teorico della
magnitudo, ma finora la massima registrata è stata poco meno di 9. Se invece A<A0 il valore di M
sarà negativo: non esiste neanche un limite inferiore della magnitudo, finora si è arrivati a registrare
microsismi con magnitudo -2 o -3.
La scala della magnitudo è logaritmica, quindi un aumento di una unità nella magnitudo
corrisponde ad un aumento di un fattore di 10 nell’ampiezza del movimento del terreno, e a una
liberazione di energia circa 30 volte maggiore.
Magnitudo e intensità a confronto
Non c’è sempre corrispondenza precisa tra intensità e magnitudo, dato che le variabili da
considerare sono molte (profondità dell’ipocentro, densità di popolazione, ecc.).
La magnitudo è una misura strumentale della forza del terremoto nel punto in cui questo si è
originato; ogni terremoto ha una sua magnitudo, che dipende solo dall’ampiezza massima delle
oscillazioni registrate sul sismogramma e quindi è sempre la stessa in qualunque punto della Terra si
manifesti.
L’intensità invece si riferisce agli effetti provocati da un terremoto in una certa zona e, per uno
stesso evento, assume tutta una serie di valori (dal massimo nell’epicentro al nullo ad una certa
distanza); perciò essa non è una caratteristica del terremoto ma una valutazione di come esso è stato
avvertito nelle varie zone (come “intensità” va quindi intesa l’intensità massima registrata per quel
terremoto).
L’interno della Terra
Per studiare la struttura interna della Terra si possono utilizzare metodi diretti ed indiretti; i primi si
basano sul prelievo di campioni rocciosi tramite carotaggio e analisi geochimiche su di essi. Queste
analisi ci permettono di ricavare informazioni sulla composizione chimica e mineralogica dei
campioni e sulla loro struttura fisica. Purtroppo con tali metodi è possibile analizzare solo gli starti
più superficiali della Terra.
Per comprendere la composizione della parte più interna del pianeta si usano invece delle analisi
indirette basate sullo studio della diffusione delle onde sismiche, che possono essere naturali o
provocate dall’uomo tramite esplosioni.
Lo studio di queste onde può aiutarci a comprendere la struttura interna della Terra.
Innanzitutto si è visto che la velocità di propagazione delle onde sismiche aumenta all’aumentare
della profondità e questo vuol dire che via via che si scende verso il centro la densità dei materiali
che compongono la Terra aumenta. Questo dato è confermato anche dal calcolo della densità media
della Terra (m/V) che è 5,5 g/cm3 e, poiché la densità delle rocce della crosta terrestre è circa 2,7 - 3
g/cm3, vuol dire che in profondità essa deve raggiungere valori molto più elevati, di oltre 10 g/cm3.
Inoltre le onde sismiche, al passaggio attraverso materiali diversi, subiscono deviazioni: in parte
vengono riflesse mantenendo la stessa velocità, in parte vengono rifratte, cambiando sia direzione
che velocità. Questa variazioni si verificano ogni volta che le onde incontrano una discontinuità,
cioè ogni volta che cambiano le caratteristiche meccanico-fisiche dei materiali che attraversano.
Con questo tipo di osservazioni sono state individuate tre tipi di discontinuità principali:
- la discontinuità di Mohorovicic, a circa 33 Km di profondità sotto la superficie terrestre, che
divide la crosta dal sottostante mantello;
- la discontinuità di Gutemberg, a circa 2900 Km di profondità sotto la superficie terrestre, che
spara il mantello dal sottostante nucleo esterno (dalla constatazione che le onde P perdono velocità e
che le onde S non possono nemmeno penetrarvi, si è concluso che il nucleo esterno deve essere
fluido);
- la discontinuità di Lehmann, a circa 5170 Km di profondità sotto la superficie terrestre, che separa
il nucleo esterno dl sottostante nucleo interno (che invece è solido).
L’indagine sismica ci fornisce quindi un “modello” della Terra, formata da tre involucri concentrici,
fatti di materiali diversi: un nucleo, solido all’interno e fuso all’esterno, avvolto da uno spesso
mantello, a sua volta ricoperto dal sottile involucro della crosta.
Oltre alla presenza di queste tre continuità, questi studi hanno messo in evidenza che, fra i 70 e i
250 Km di profondità, la velocità delle onde sismiche subisce una forte diminuzione, per poi tornare
a crescere in profondità. Tale fascia, in cui il mantello è meno rigido e più plastico, è chiamata
astenosfera ed è considerata come una zona in cui il materiale presenta è parzialmente fuso.
Le rocce che ricoprono l’astenosfera fino alla superficie invece si comportano globalmente come un
involucro rigido, che è stato chiamato litosfera (“Terra solida”): essa comprende sia la crosta che
una parte di mantello, separate dalla Moho.
Distribuzione geografica dei terremoti
Gli ipocentri risultano allineati secondo fasce ben definite geograficamente:
- una sismicità significativa, anche se poco intensa, con ipocentri superficiali, segue il percorso
dell’intero sistema delle dorsali oceaniche;
- una sismicità molto più intensa si osserva in prossimità delle grandi fosse oceaniche, dove gli
ipocentri vanno da superficiali, a ridosso delle fosse, a progressivamente molto profondi,
allontanandosi da esse: è come se fossero distribuiti lungo una superficie ideale che scende
all’interno della Terra fino a circa 720 km di profondità, tale superficie è chiamata piano di Benioff;
- un’ultima fascia di intensa sismicità segue il percorso delle catene montuose di formazione
recente;
- esistono anche dei terremoti vulcanici, che sono prodotti dal movimento del magma in risalita
entro la crosta e nel camino vulcanico, e vengono indicati col nome di tremori.