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Riflessioni dal blog : www.angeloconsoli.blogspot.

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La lezione di Copenhagen e la speranza della Sicilia

La Conferenza Climatica Onu COP 15, meglio conosciuta come "conferenza di Copenhagen" ha
avuto un esito prevedibilmente negativo e inconcludente. Per meglio comprendere le ragioni del
"fiasco danese" bisogna andare oltre il rituale "blame game" il gioco delle colpe, lo scarica barile
che si e' scatenato nei giorni immediatamente successivi e che ancora oggi anima il dibattito al
riguardo.

Atteggiamento eccessivamente conciliante e realismo opportunista


di Obama? Forse.
Doppio gioco cinese con continuo spostamento delle condizioni e
tattiche filibustiere? Certamente ma non solo.
Eccessiva rigidità della co-conduzione danese-olandese (Yvo de
Boeur, Grand Commis ONU per il clima è appunto olandese e si è
dimesso dopo il fiasco)?
Mancata leadership europea? Innegabilmente, ma...
le ragioni del fallimento vanno lette molto più in profondità.

Io comincerei col mettere in questione l'approccio limitativo e negativo che la politica climatica
internazionale ha stabilito a partire da Rio, approccio poi cristallizzato con il protocollo di Kyoto.
Un approccio che, se poteva avere un senso negli anni novanta, oggi appare superato sia sul piano
energetico, che su quello ambientale, economico e tecnologico. Un approccio che ha portato la
Commissione Europea a commettere l'errore, nonostante il parere contrario di fior di esperti di
comunicazione, di lanciare la parola d'ordine del "burden sharing" (poi mitigata nel meno sinistro
ma sempre negativamente connotato "effort sharing").

In altre parole, oggi non ha più senso chiamare la comunità internazionale e i leader mondiali a
confrontarsi su quante emissioni tagliare, di quanto limitare la crescita, entro quando e con quali
costi. Questo approccio, totalmente negativo, non entusiasma più nemmeno gli ambientalisti più
convinti, crea diffidenza e sospetto fra Paesi e categorie di Paesi ( gli inquinatori e i non inquinatori,
gli sviluppati e i sottosviluppati, i "buoni" e i "cattivi"). Dare obiettivi negativi da raggiungere non
funziona più. E' ora di prenderne atto e di elaborare una nuova piattaforma che converta in positivo
la "narrazione climatica ("positive narrative" nelle parole di Jeremy Rifkin), e di definire un piano
economico di lungo periodo in cui gli obiettivi per ogni Paese siano di crescita (economica,
occupazionale, tecnologica) invece che di "riduzione" del danno ambientale, di "limitazione"
dell’industria, di "contenimento" delle emissioni.
Il raggiungimento degli obiettivi deve essere visto come una "opportunity" invece che come un
"burden" o un "effort". E' chiaro che questo nuovo approccio
presuppone un cambiamento di prospettiva, una vera e propria
rivoluzione copernicana, in cui i punti di riferimento
paradigmatici devono essere quelli positivi, di crescita, della
Terza Rivoluzione Industriale, che comportano la
predisposizione di una nuova infrastruttura energetica
distribuita e interattiva. In altre parole una nuova visione
energetica e economica che acceleri la transizione dal ciclo del
carbonio (e delle altre fonti concentrate come l'uranio) al ciclo
del sole e dell'idrogeno.
Una visione anti-entropica dell'uso delle risorse naturali, in primo luogo quelle energetiche, in cui il
principio del "parco naturale" diventi la regola e non l'eccezione, esca dalle logiche della "riserva"
nella quale confinare il creato mentre il resto della natura può essere placidamente devastato in
nome di un malinteso concetto di progresso.
Una nuova visione del mondo che integri la specie umana e i suoi processi energetici negli
ecosistemi di quella biosfera che ne ha permesso la nascita e la crescita.
In questo senso bisogna guardare con ammirazione all'esperienza Siciliana in cui si è sta avviando,
in poco tempo e nonostante inimmaginabili pressioni contrarie, uno straordinario laboratorio delle
nuove energie, che porterà nella scia di regioni che ormai da anni sono leader delle fonti
energetiche di terza Rivoluzione Industriale come la Navarra e l'Aragona.
Mi piace pensare che in minima parte, a incoraggiare la regione siciliana su questa strada, sia stato
il fatto di aver trovato al suo fianco, Jeremy Rifkin, che all'inizio di questo percorso, è venuto a
sostenere le ambiziose politiche climatiche di questa regione, nella convinzione mai perduta ma
anzi sempre rafforzata, che le Regioni, e gli enti locali in generale, possono e devono acquistare un
nuovo protagonismo negli scenari energetici distribuiti della Terza Rivoluzione Industriale.

La Sicilia ha in programma lo sviluppo simultaneo dei


quattro pilastri della Terza Rivoluzione Industriale,
predisponendo le basi per una infrastruttura energetica
rinnovabile. Questo permetterà l'accelerazione "quantica"
verso la propria autonomia energetica, adottando politiche
di sostegno alla rapida introduzione dei quattro pilastri, e
cioè, oltre alle rinnovabili, l'edilizia a energia positiva, le
reti elettriche intelligenti (smart grids) e l'idrogeno, un
campo nel quale positive esperienze sono già incominciate
con l’Istituto ITAE intitolato a Nicola Gordano” di Messina
(recentemente assurto agli onori della cronaca per la
“bicicletta a idrogeno), esperienze che però devono adesso essere adeguatamente sostenute e
ampliate, in modo da fare massa critica e creare"filiera" (i distretti produttivi, sorti con il sostegno
delle organizzazioni imprenditoriali sono una prima condizione necessaria ma non
sufficiente). Sarebbe ad esempio necessario collegare la Regione con le più avanzate esperienze in
materia di idrogeno e smart grids, come il Walqa
Technology Park a poca distanza da Saragozza in Aragona,
o il campo sperimentale del CRES, centro per le energie
rinnovabili di Keratea, nella penisola attica a sud di Atene
in Grecia. Società regionali, deputate istituzionalmente a
creare incubatori di innovazione
industriale e centri di competenza
avanzata sul territorio, potrebbero
essere il motore della Terza
rivoluzione industriale in Sicilia.

Dobbiamo tener presente che l’introduzione di tecnologie energetiche


avanzate, non avviene mai ad opera del solo settore privato. Non è mai stato
così (pensiamo agli immensi investimenti pubblici nelle reti petrolifere e nel
nucleare), e certo non sarà così adesso. Siamo al momento delle PPP
(Partnership Pubblico Privato). E in questo la Regione Siciliana, e le regioni in generale devono
essere e rimanere in prima fila.

Questo nuovo protagonismo energetico degli enti locali, che sarebbe stato impossibile nello
scenario energetico basato sulle fonti concentrate, totalmente fuori della portata (e anche della
sensibilità) degli enti locali, può fornire quella speranza, negata dalla conferenza di Copenhagen ,
che l'uomo in fondo, non voglia scomparire, che ci siano ancora i margini per un recupero di
"empatia" verso le generazioni future e verso quei nostri fratelli meno fortunati che pur non avendo
beneficiato affatto dei vantaggi materiali della seconda rivoluzione industriale, rischiano adesso, per
somma ironia della sorte, di pagare il prezzo più alto, con le alterazioni climatiche innescate dai
duecento anni di follia petrolifera, che hanno sconvolto gli equilibri chimici della nostra biosfera
fino a minacciare non il pianeta, come spesso erroneamente si sostiene, ma la nostra stessa
sopravvivenza su di esso.

Con politiche energetiche di Terza Rivoluzione Industriale programmate in Sicilia si mettono le


basi per una nuova crescita non solo economica ma anche sociale e democratica del territorio, per
un nuovo modello energetico che sia portatore di speranza.
Quella speranza “Obamiana” che proprio a Copenhagen è stata negata dall’egoismo e dal pensare
“vecchio” dei governi e che potrebbe essere restituita al cittadino proprio dalle Regioni e dalla
Sicilia innanzitutto.
Per questo è molto importante avere un momento di riflessione come quello della Conferenza
organizzata dal CETRI nell’ambito del Windsurf World festival a Mondello-Palermo giovedì 20
maggio 2010.
Per maggiori informazioni: http://cetri-tires.org/press/?page_id=361