Sei sulla pagina 1di 8

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE - SENTENZA 9 aprile 2013, n.

8571

MASSIMA
1. Il promissario acquirente di un immobile che, immesso nel possesso all'atto della
firma del preliminare, si renda inadempiente per l'obbligazione del prezzo, da versarsi
prima del definitivo, e provochi la risoluzione del contratto preliminare, tenuto al
risarcimento del danno in favore della parte promittente venditrice, atteso che la
legittimit originaria del possesso viene meno a seguito della risoluzione lasciando che
l'occupazione dell'immobile si configuri come sine titulo; con la conseguenza che tali
danni, originati dal lucro cessante per il danneggiato che non ha potuto trarre frutti n
dal pagamento del prezzo n dal godimento dell'immobile, sono legittimamente
liquidati dal giudice di merito, con riferimento all'intera durata dell'occupazione e,
dunque, non solo a partire dalla domanda giudiziale di risoluzione contrattuale.
2. In caso di occupazione senza titolo di un immobile altrui (sia essa usurpativa o
non), il danno per il proprietario del cespite in re ipsa, ricollegandosi al semplice
fatto della perdita della disponibilit del bene da parte del proprietario usurpato ed
all'impossibilit per costui di conseguire l'utilit normalmente ricavabile dal bene
medesimo in relazione alla natura normalmente fruttifera di esso.

CASUS DECISUS
Con atto notificato il 3 agosto 2000 la Tirolia Baugesellschaft s.a.s. (ora Tirolia s.a.s.
di Roland Benedetti & C.) conveniva in giudizio, innanzi al Tribunale di Bolzano,
sezione distaccata di Merano, Z.G. . Esponeva l'attrice che la convenuta occupava,
senza titolo, dal 1992 un appartamento sito in Merano, di sua propriet, essendo
ormai passata in giudicato la sentenza della Corte di appello di Bolzano del 17
dicembre 1998 che aveva risolto per inadempimento della convenuta il contratto
preliminare relativo a detto appartamento e stipulato con la Z. quale promittente
acquirente; che quest'ultima non aveva pagato alla proprietaria alcunch a titolo di
indennit di occupazione ed aveva versato solo in parte gli oneri condominiali. Tanto
premesso, la predetta societ chiedeva la condanna della convenuta al pagamento di
L. 87.652.912 (di cui L. 76.800.000 per indennit di occupazione, calcolando un
canone mensile di L. 800.000 dal 16 aprile 1992 al 31.3.2000, e L. 10.852.912 per
spese
condominiali),
oltre
rivalutazione
monetaria
ed
interessi
legali.
La convenuta si costituiva e contestava che in capo all'attrice si fosse verificato un
danno, avendo la stessa acquistato l'immobile in parola con contratto del 3 giugno
1992 dalla precedente proprietaria, Bar Vaiolet di Benedetto Terzariol & Co. s.a.s., per
un prezzo (L. 100.000.000) inferiore a quello di mercato proprio in ragione
dell'esistenza della causa tra la venditrice e la Z. , avente ad oggetto il preliminare di
vendita, datato 26 settembre 1991, dell'immobile in questione per il prezzo convenuto
di L. 165.000.000 e per il fatto che la Z. occupava l'immobile.
La convenuta eccepiva la prescrizione ex art. 2947 c.c., contestava le somme pretese
a titolo di oneri condominiali ed eccepiva, in relazione a tali oneri, la prescrizione ai
sensi dell'art. 6 della legge n. 841 del 1973 e, in subordine, quella quinquennale ex
art. 2947 c.c.. Il Tribunale adito, qualificata, quella proposta, come azione di illecito
extracontrattuale ed accolta l'eccezione di prescrizione ex art. 2947 c.c., liquidava in
Euro 31.814,16 l'indennit di occupazione dovuta per il periodo non prescritto - dal 3
agosto 1995 al 31 marzo 2000 - sulla base di un valore locativo di Euro 568,11
mensili, oltre interessi legali dalle scadenze al saldo; previo accoglimento
dell'eccezione di prescrizione biennale in relazione alle spese condominiali, liquidava
per tali spese non prescritte per il periodo 1998-2000 l'importo ulteriore di Euro
2.813,71, condannava la convenuta al pagamento delle dette somme e poneva a
carico della stessa per due terzi le spese di lite, compensandole per la parte residua.
Avverso tale decisione la Z. proponeva appello, cui resisteva la societ appellata che
proponeva, a sua volta, appello incidentale. La Corte di appello di Trento, sezione
distaccata di Bolzano, con sentenza del 3 maggio 2006, riduceva di Euro 230,28
l'importo risarcitorio liquidato nell'impugnata sentenza in favore della societ

appellata, confermava nel resto l'impugnata sentenza e condannava l'appellante


principale al pagamento dei due terzi delle spese di entrambi i gradi di giudizio, che
compensava
nel
resto.
Avverso la sentenza della Corte di merito Z.G. ha proposto ricorso per cassazione
sulla base di quattro motivi. La Tirolia Real s.a.s di Roland Bendetti & C. ha resistito
con controricorso contenente ricorso incidentale articolato in due motivi.

PRECEDENTI
Conforme

Difforme

Quanto alla massima n. 1, Cass. 21 novembre


2011, n. 24510; v. anche, sia pure in tema di
recesso, 8 giugno 2012, n. 9367. Quanto alla
massima n. 2, v. ex plurimis Cass. 10 febbraio
2011, n. 3223; Cass. 18 gennaio 2006, n. 827;
Cass. 5 novembre 2001, n. 13630; v. pure, da
ultimo, Cass. 7 agosto 2012, n. 14222.

TESTO DELLA SENTENZA


CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE - SENTENZA 9 aprile 2013, n.8571 Pres. Berruti est. Scrima
Motivi della decisione
1. Al ricorso in esame si applica il disposto di cui all'art. 366 bis c.p.c. - inserito nel
codice di rito dall'art. 6 del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 ed abrogato dall'art. 47,
comma 1, lett. d) della legge 18 giugno 2009, n. 69 - in considerazione della data di
pubblicazione della sentenza impugnata (3 maggio 2006).
2. Con il primo motivo, denunciando 'violazione dell'art. 360 numeri 3 e 5 c.p.c. in
relazione all'art. 2041 c.c.', la ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in
cui ha ritenuto che la riduzione di L. 65.000.000 del prezzo di acquisto dell'immobile
di cui si discute in causa, rispetto al valore di mercato, costituisca, semmai, lucro
cessante in danno dell'alienante Bar Vaiolet s.a.s. e si risolva in una questione tra la
predetta societ e l'attuale ricorrente, nulla rilevando in capo alla Tirolia Real s.a.s di
Roland Bendetti & C..
Tale conclusione sarebbe inaccettabile - ad avviso della ricorrente - perch la societ
da ultimo indicata si vedrebbe risarcita due volte per un singolo fatto lesivo, cos
determinandosi un ingiustificato arricchimento.
2.1. Il motivo infondato sotto il profilo della violazione di legge. Si osserva che nei
rapporti tra le parti in causa non rilevano i patti contrattuali tra ciascuna delle dette
parti con i terzi e, in particolare nella specie, tra la societ controricorrente e
ricorrente incidentale e la precedente proprietaria dell'immobile in questione, Bar
Vaiolet di Benedetto Terzariol & Co. s.a.s., n alcun rilievo pu avere il prezzo di
acquisto del detto immobile versato alla predetta societ dall'attuale proprietaria; la
richiesta da quest'ultima avanzata nei confronti della ricorrente si fonda, infatti,
sull'occupazione dell'immobile da parte della Z. e, quindi, l'eventuale accoglimento

della domanda non darebbe luogo alla locupletazione della controricorrente a danno
della ricorrente senza giusta causa.
Ed invero, l'azione generale di arricchimento ha come presupposto la locupletazione di
un soggetto a danno dell'altro che sia avvenuta senza giusta causa, sicch non dato
invocare la mancanza o l'ingiustizia della causa qualora l'arricchimento sia
conseguenza di un contratto, di un impoverimento remunerato, di un atto di liberalit
o dell'adempimento di un'obbligazione naturale (Cass. 15 maggio 2009, n. 11330);
inoltre, l'azione in parola presuppone l'unicit del fatto costitutivo dell'arricchimento di
un soggetto e del depauperamento di un altro (Cass. 16 dicembre 1981, n 6664 e
Cass. 18 luglio 1997, n. 6619).
2.2. Il motivo , invece, inammissibile in relazione alle censure in tema di vizi
motivazionali, indicati nella rubrica e neppure illustrati, difettando al riguardo il
necessario momento di sintesi (c.d. quesito di fatto).
Nella giurisprudenza di questa Corte stato, infatti, precisato che, secondo l'art. 366
bis c.p.c., anche nel caso previsto dall'art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c.,
l'illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilit, la chiara
indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assuma
omessa o contraddittoria, ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza
della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione, e che la relativa
censura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne
circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di
formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilit (Cass., sez. un., 1
ottobre 2007, n. 20603).
In particolare, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la
motivazione si assuma omessa, insufficiente o contraddittoria, deve consistere in una
parte del motivo che si presenti a ci specificamente e riassuntivamente destinata, di
modo che non possibile ritenere rispettato il requisito concernente il motivo di cui al
n. 5 del primo comma dell'art. 360 c.p.c. allorquando solo la completa lettura della
complessiva illustrazione del motivo riveli, all'esito di un'attivit di interpretazione
svolta dal lettore e non di una indicazione da parte del ricorrente, deputata
all'osservanza del requisito dell'art. 366 bis c.p.c., che il motivo stesso concerne un
determinato fatto controverso, riguardo al quale si assuma omessa, contraddittoria od
insufficiente la motivazione e si indichino quali sono le ragioni per cui la motivazione
conseguentemente inidonea a sorreggere la decisione (Cass., sez. un., 18 luglio 2007,
n. 16002; Cass., 27 ottobre 2011, n. 22453; v. pure Cass., 18 novembre 2011, n.
24255).
3. Con il secondo motivo la ricorrente lamenta 'violazione dell'art. 360, numeri 3 e 5
in relazione al combinato disposto di cui agli artt. 2043 e 2967 c.c.'. Sostiene la Z.
che la Corte di appello avrebbe 'dapprima inquadrato la vicenda nella fattispecie della
responsabilit extracontrattuale di cui all'art. 2043 c.c.', 'per poi ritenere che
l'insussistenza di un titolo di occupazione opponibile alla nuova proprietaria possa di
per s integrare tutti gli estremi costitutivi della responsabilit da lex aquilia de
damno'.

Deduce la ricorrente che occupa l'immobile legittimamente in virt di un contratto


preliminare concluso con il precedente proprietario e che, a prescindere della
legittimit o meno dell'occupazione, avrebbe errato la Corte di merito nel ritenere che
la semplice occupazione dell'immobile integrasse illecito aquiliano, in quanto anche in
tema di responsabilit aquiliana la parte che la invoca ha l'onere di provare ex art.
2697 c.c. tutti i requisiti di cui all'art. 2043 c.c..
Ad avviso della ricorrente, pur a voler ammettere che l'occupazione di immobile altrui
rappresenti in re ipsa danno ingiusto nei confronti del proprietario, la controparte
avrebbe dovuto fornire prova rigorosa in relazione alla probabilit di poter
validamente locare a terzi l'immobile ove non occupato dalla ricorrente.
Secondo la Z. la Corte di merito avrebbe invece erroneamente fatto riferimento al c.d.
danno figurativo richiamando la sentenza di questa Corte n. 13630 del 2001, relativa
per ad un caso di usurpazione di un cespite immobiliare, usurpazione che nel caso
all'esame difetterebbe. Peraltro, rappresenta la ricorrente che, prima dell'atto di
citazione, la controparte non aveva chiesto il rilascio dell'immobile, pur avendo la
sentenza della Corte di appello di Trento sez. distaccata di Bolzano del 1998 stabilito il
rilascio dell'immobile; si potrebbe, pertanto, configurare un'acquiescenza alla
situazione di fatto, con preclusione di qualsiasi richiesta risarcitoria, al pi potrebbe
ritenersi sussistente il diritto della controparte ad ottenere non cinquantasei mensilit,
come stabilito dai Giudici di merito, ma solo le mensilit relative al periodo intercorso
tra il passaggio in giudicato della sentenza di risoluzione del preliminare e la notifica
dell'atto di citazione.
3.1. Il motivo, in relazione alle denunciate violazioni di legge, infondato. Le stesse
difese della ricorrente depongono per la sussistenza dell'illecito, fondando la
medesima le sue richieste sul suo inadempimento.
Inoltre, secondo l'orientamento tradizionale della giurisprudenza di legittimit, in caso
di occupazione senza titolo di un immobile altrui (sia essa usurpativa o non), il danno
per il proprietario del cespite in re ipsa, ricollegandosi al semplice fatto della perdita
della disponibilit del bene da parte del proprietario usurpato ed all'impossibilit per
costui di conseguire l'utilit normalmente ricavabile dal bene medesimo in relazione
alla natura normalmente fruttifera di esso (v. ex plurimis Cass. 10 febbraio 2011, n.
3223; Cass. 18 gennaio 2006, n. 827; Cass. 5 novembre 2001, n. 13630; v. pure, da
ultimo, Cass. 7 agosto 2012, n. 14222, secondo cui l'esistenza di un tale danno in re
ipsa costituisce oggetto di una presunzione iuris tantum, che poggia sul presupposto
dell'utilit normalmente conseguibile nell'esercizio delle facolt di godimento e di
disponibilit del bene insite nel diritto dominicale, presunzione che nella specie non
risulta, del resto, essere stata superata). Secondo il ricordato orientamento la
determinazione del risarcimento del danno ben pu essere, in tal caso, operata dal
giudice sulla base di elementi presuntivi semplici, con riferimento anche al c.d. danno
figurativo e, quindi, con riguardo anche al valore locativo del bene usurpato. A tali
principi la Corte di merito si correttamente conformata.
Va peraltro evidenziato, in relazione alla prospettata acquiescenza, che tale questione
inammissibile; ed invero, qualora una determinata questione giuridica - che implichi
accertamenti di fatto - non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il

ricorrente che proponga la suddetta questione in sede di legittimit, al fine di evitare


una statuizione di inammissibilit per novit della censura, ha l'onere non solo di
allegare l'avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche,
per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di indicare in quale atto
del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di controllare ex actis
la veridicit di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa (v.
Cass. 3 marzo 2009, n. 5070). Tale onere non risulta assolto nella specie.
A tanto deve aggiungersi che questa Corte ha affermato il principio, condiviso dal
Collegio, secondo cui il promissario acquirente di un immobile che, immesso nel
possesso all'atto della firma del preliminare, si renda inadempiente per l'obbligazione
del prezzo, da versarsi prima del definitivo, e provochi la risoluzione del contratto
preliminare, tenuto al risarcimento del danno in favore della parte promittente
venditrice, atteso che la legittimit originaria del possesso viene meno a seguito della
risoluzione lasciando che l'occupazione dell'immobile si configuri come sine titulo; con
la conseguenza che tali danni, originati dal lucro cessante per il danneggiato che non
ha potuto trarre frutti n dal pagamento del prezzo n dal godimento dell'immobile,
sono legittimamente liquidati dal giudice di merito, con riferimento all'intera durata
dell'occupazione e, dunque, non solo a partire dalla domanda giudiziale di risoluzione
contrattuale (Cass. 21 novembre 2011, n. 24510; v. anche, sia pure in tema di
recesso, 8 giugno 2012, n. 9367).
Non pertanto condivisibile la tesi della ricorrente secondo cui, al pi, la controparte
potrebbe aver diritto a vedersi riconosciuta l'indennit per l'occupazione dell'immobile
di cui si discute in causa solo in relazione al periodo intercorso tra il passaggio in
giudicato della sentenza di risoluzione del preliminare di compravendita e la notifica
dell'atto di citazione.
3.2. Il motivo all'esame , inoltre, inammissibile in relazione alle censure in tema di
vizi motivazionali, difettando al riguardo il necessario momento di sintesi (c.d. quesito
di fatto). Sul punto si rinvia a quanto gi osservato al p.2.2..
4. Con il terzo motivo la ricorrente lamenta 'violazione dell'art. 360 n. 3 e 5 in
relazione agli art. 11 e 21 del Decreto Legge nr. 333/1992 convertito in Legge nr.
359/1992 (c.d. patti in deroga), all'art. 12 Legge nr. 392 del 27.07.1978 (c.d. equo
canone), all'art. 2697 ex. nonch all'art. 112 c.p.c.'.
Deduce la ricorrente che la Corte di merito avrebbe insufficientemente motivato in
relazione alla questione, sollevata dalla difesa dell'attuale ricorrente, secondo cui,
qualora sia effettivamente dovuta l'indennit di occupazione, questa dovrebbe essere
rapportata al c.d. equo canone, considerato che l'occupazione del bene iniziata nel
1991, periodo in cui la disciplina dei contratti di locazione era quella dell'equo canone,
essendo la normativa relativa ai c.d. patti in deroga entrata in vigore
successivamente. Ad avviso della ricorrente, la Corte di appello si sarebbe limitata ad
affermare che nel periodo, rilevante ai fini della decisione, successivo al 3 agosto
1995, escluso dalla prescrizione, vigeva la normativa dei c.d. patti in deroga.
4.1. In relazione al terzo motivo stato formulato un unico quesito che, pur se
qualificato dalla ricorrente come quesito di diritto, appare riferito al profilo di censura

relativo alla insufficiente e contraddittoria motivazione.


4.2. Per quanto riguarda tale doglianza, il motivo infondato, in quanto la sentenza
sul punto motivata e non contraddittoria, evidenziandosi che il riferimento alla
normativa dei patti in deroga deve intendersi quale indicazione di un mero paramento
assunto quale base per il calcolo dell'indennit dovuta.
4.3. In relazione alla lamentata violazione di legge, non risulta formulato il relativo
quesito di diritto sicch, con riferimento a tale profilo, il motivo inammissibile (v.
Cass., sez. un., 6 febbraio 2009, n. 2863; Cass., ord., 24 luglio 2008, n. 20409; Cass.
9 maggio 2008, n. 11535; Cass., sez. un., 14 febbraio 2008, n. 3519; Cass., sez. un.,
29 ottobre 2007, n. 22640; Cass., sez. un., 21 giugno 2007, n. 14385).
5. Con il quarto motivo, deducendo la 'violazione dell'art. 360 n. 3 e 5 c.p.c. in
relazione agli artt. 2697, 2729 c.c. nonch art. 116 c.p.c.', la ricorrente lamenta che
la controparte non avrebbe fornito il riscontro probatorio in relazione all'ammontare
degli importi richiesti a titolo di spese condominiali e che il giudice del merito si
sarebbe attenuto alle risultanze della disposta ctu ed avrebbe fatto riferimento a
presunzioni semplici ex art. 2729 c.c..
5.1. In relazione al quarto motivo la ricorrente ha formulato il seguente quesito di
diritto: 'nel caso in cui un soggetto, titolare di un immobile condominiale, convenga in
giudizio colui il quale lo occupa, chiedendo la sua condanna al pagamento delle spese
condominiali tenuto a fornire, o meno, un supporto probatorio a detta richiesta non
potendo detto computo essere demandato completamente ad una consulenza tecnica
di ufficio, rispettivamente il Giudice tenuto a non tener conto dei calcoli eseguiti con
metodo probabilistico non essendo applicabile, al caso di specie, l'istituto delle
presupposizioni semplici ex art. 2729 c.c.'.
5.2. Il motivo, in ordine alla prospettata violazione di legge, inammissibile, essendo
il relativo quesito di diritto proposto del tutto astratto e generico, privo di ogni
riferimento alla fattispecie concreta. Si osserva al riguardo che, ai sensi dell'art. 366
bis c.p.c., il quesito inerente ad una censura in diritto - dovendo assolvere la funzione
di integrare il punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e
l'enunciazione del principio giuridico generale - non pu essere meramente generico e
teorico, ma deve essere calato nella fattispecie concreta, per mettere la Corte in
grado di poter comprendere dalla sua sola lettura, l'errore asseritamene compiuto dal
giudice di merito e la regola applicabile. Ne consegue che esso non pu consistere in
una semplice richiesta di accoglimento del motivo ovvero nel mero interpello della
Corte in ordine alla fondatezza della propugnata petizione di principio o della censura
cos come illustrata nello svolgimento del motivo (Cass. 7 marzo 2012, n. 3530).
5.3. Il motivo all'esame , inoltre, inammissibile in relazione alle censure in tema di
vizi motivazionali, difettando al riguardo il necessario momento di sintesi (c.d. quesito
di fatto). Sul punto si rinvia a quanto gi osservato al p.2.2..
6. Con il primo motivo del ricorso incidentale la Tirolia Real s.a.s. di Roland Benedetti
& C. lamenta 'violazione dell'art. 360, nn. 3 e 5 in relazione all'art. 2947 c.c. arbitraria
ed erronea applicazione dell'articolo e omessa, insufficiente e contraddittoria

motivazione su un punto decisivo della controversia'.


Sostiene la predetta societ che solo con il passaggio in giudicato della sentenza della
Corte di appello del 17 dicembre 1998 il contratto preliminare era stato risolto e
perci solo da tale data essa avrebbe avuto la possibilit di far valere nei confronti
della Z. il diritto al risarcimento dei danni per l'occupazione sine titulo e, pertanto, le
sarebbe dovuto il risarcimento del danno dal 3 giugno 1992 fino al 31 marzo, come
richiesto nell'atto di citazione.
6.1 In relazione al motivo all'esame la controricorrente ricorrente incidentale ha
proposto il seguente quesito di diritto: 'vero che la prescrizione incomincia a
decorrere dal momento in cui il diritto pu essere fatto valere, che nel caso concreto
deve essere stabilito dal momento del passaggio in giudicato della sentenza che ha
accertato definitivamente che la sig.ra Z. non ha diritto a far valere il contratto
preliminare di compravendita, a causa del quale stava occupando l'immobile?'.
6.2. Il quesito formulato in relazione al motivo all'esame risulta eccentrico e non
conferente, non essendo idoneo ad assolvere la propria funzione che, come gi
evidenziato, quella di far comprendere a questa Corte, dalla lettura del solo quesito,
inteso come sintesi logico-giuridica della questione, quale sia l'errore asseritamente
compiuto dal giudice di merito e quale la regola da applicare, n potendo - come pure
gi detto - consistere in una semplice richiesta di accoglimento del motivo ovvero nel
mero interpello della Corte in ordine alla fondatezza della propugnata petizione di
principio o della censura cos come illustrata nello svolgimento del motivo (Cass. 7
marzo 2012, n. 3530).
6.3. Il motivo in questione inammissibile anche per quanto attiene ai vizi
motivazionali indicati nella rubrica e neppure illustrati, difettando al riguardo il
necessario momento di sintesi (c.d. quesito di fatto). Sul punto si rinvia a quanto gi
osservato al p.2.2..
7. Con il secondo motivo del ricorso incidentale la Tirolia Real s.a.s. di Roland
Benedetti & C. lamenta 'violazione dell'art. 360, nn. 3 e 5 in relazione all'art. 6 della
legge 22.12.1973 n. 841, arbitraria ed erronea applicazione dell'articolo ed omessa,
insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia'.
Deduce la controricorrente ricorrente incidentale che la somma relativa alle spese
condominiali sarebbe dovuta dalla controparte a titolo di risarcimento danni e non a
titolo di oneri condominiali in senso stretto come erroneamente affermato dal Giudice
del primo grado il quale non avrebbe neppure motivato la sua decisione di applicare
nel caso all'esame la prescrizione biennale di cui all'art. 6 della legge 22 dicembre
1973, n. 843.
7.1. Il motivo all'esame inammissibile, contenendo censure dirette esclusivamente
nei confronti della sentenza di primo grado, senza alcun riferimento alla pronunzia
emessa dal giudice del gravame di merito. Ed invero, secondo il consolidato principio
di questa Corte, rimanendo la sentenza del giudice di prime cure sostituita da quella
di appello, al di fuori dei casi eccezionali previsti dalla legge (non ricorrenti nella
specie), quest'ultima - anche laddove, diversamente dal caso in esame sulla

questione de qua (v. p. 10 della sentenza impugnata), confermativa di quella di primo


grado (Cass., 10 ottobre 2003, n. 15185) - costituisce l'unico oggetto del giudizio di
legittimit (v. Cass. 24 giugno 2003, n. 9993), non essendo pertanto consentito
formulare doglianze avverso la sentenza di prima istanza (Cass., 17 luglio 2007, n.
15952; Cass., 9 maggio 2007, n. 10626; Cass., 15 marzo 2006, n. 5637; Cass., 20
giugno 1996, n. 5714; v. anche, in motivazione Cass. 8 febbraio 2008, n. 3127).
8. Il ricorso principale deve, quindi, essere rigettato mentre il ricorso incidentale deve
essere dichiarato inammissibile.
Stante la reciproca soccombenza, le spese del presente giudizio di legittimit ben
possono essere compensate per intero tra le parti.
P.Q.M.
La Corte, riuniti i ricorsi, rigetta il ricorso principale, dichiara inammissibile quello
incidentale e compensa per intero tra le parti le spese del presente giudizio di
legittimit.