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La maschera digitale ci smaschera ?

Scritto da MarioEs
domenica 22 giugno 2008

Zygmunt

Inizia qui, come preannunciato nel post precedente, il dialogo tra il mio avatar - Zygmunt
Ballinger - e quello di Pimpa Mayo, sociologa in real life.

Cercheremo di parlare del rapporto che secondo noi c'è tra identità digitale e identità reale:
buona lettura.

Pimpa

Pimpa:

In un giorno piovoso sono a casa e mi sento un poco annoiata, avrei bisogno del sole che
mi scalda le spalle, di fare una passeggiata rigeneratrice che risvegli il mio fisico … allora
decido.

Apro il mio computer e carico il programma di Second Life… appare il mio avatar, come
sempre bellissimo e sorridente, che non porta i segni della stanchezza, al contrario evidenti
sul mio volto reale... Un momento di incertezza e poi decido di andare in un bel posto di
mare, indosso un bellissimo costume all’ultimo grido e con un TP (che sta per teleport)
eccomi in una meravigliosa spiaggia delle Maldive. Trovo subito il modo di sdraiarmi
rilassarmi e godermi questo paesaggio fantastico… poco dopo mi accorgo che qualcuno mi
sta chiamando: apro la finestra è il mio amico che mi chiede cosa sto facendo… che vuole
parlare con me.
Allora lo "tippo" (lo teleporto), ed eccolo qua davanti a me. Iniziamo a parlare di noi, di
come stiamo e di come abbiamo passato questa giornata piovosa. Ah già la giornata
piovosa… me ne ero già dimenticata, e come per accertarmene riguardo fuori dalla finestra
di casa mia… eh sì continua ad esserci una vista grigia, bagnata.

Ma io ho già cambiato umore… in fondo sono su una spiaggia, parlo con un mio amico (che
tra l’altro è fisicamente distante da me) e so che tra poco inizierà anche una festa….. adoro
ballare!

Ecco questa è la mia vita cyber sociale, come molti sosterrebbero, è la mia vita
sincretica direi io, nel senso che è una vita che nasce esattamente dalla fusione tra la
tecnologia e il mio essere emozionale.

È una vita dinamica: attraverso l’esperienza che intraprendo nelle land e con i miei amici
avatars, trasformo anche qualcosa della mia identità reale.

Mi rendo conto che l’esperienza sul virtuale mi aiuta a ripensare me stessa e la


mia posizione nel mondo.

Mi reinvento.

Sono una persona in parte diversa, non sono Paola, ma neanche solamente Pimpa.
Un terzo personaggio è entrato nella scena del sociale. Un personaggio che si nutre del mio
esperire reale e di quello virtuale. E…… con il mio amico sulla spiaggia decidiamo di
conoscere queste nostre nuove identità di andare alla scoperta del mondo emozionale
legato alla nostra esperienza.

In fondo la nostra società è la società della complessità, nella quale gli schemi classici
non danno più conto di chi siamo e di quale è il tessuto connettivo del sociale. E noi
vogliamo dialogare dentro questa complessità, analizzare la nostra esperienza attraverso la
complessità stessa.

Tags: brain 2 brain cyber-socialità identità second life

L’idea dalla quale pensiamo di partire è proprio quella che il nostro utilizzo della
tecnologia in fondo oggi più che mai non sia altro che una piattaforma di base sulla quale
ritrovare legami tribali, forti interrelazioni di tipo primordiale e comunitario.

In fondo noi stessi ci rendiamo conto che l’emozione e l’istintività sono l’elemento centrale
nelle nostre relazioni virtuali.

Allora, io ti chiedo Zyg se sei d’accordo sul fatto che nonostante l’intenso reticolato di
attività e reti intorno al virtuale, in fondo ciò che più di tutto incita a tali relazioni è proprio
il nostro io primordiale, la nostra essenza primitiva.

Zygmunt:

Il mio ingresso in Second Life è stato sicuramente indotto dalla curiosità e un pò come un
bimbo, che deve cominciare a prendere confidenza con sé stesso ed il suo corpo ed
interagendo con il mondo esterno impara a conoscerlo per reazione da un lato agli stimoli
che provengono dall’esterno e dall’altro alle “risposte” che il mondo dà alle azioni che si
compiono su di esso, mi sono gradualmente abituato al mio avatar scoprendo le varie
possibilità che l’architettura digitale tridimensionale di SL gli offriva.

Entrare in Second Life è innanzitutto un’esperienza estetica e ludica che a che fare con
il nostro essere e con il nostro voler esserci, cioè il voler essere presenti e coscienti,
anche in un mondo digitale, che si contraddistingue per una diversa “tattilità” e diverse
modalità di relazione con sé stessi e con gli altri rispetto al mondo “reale”.

I nostri sensi in SL sono mediati dal medium digitale e lo spazio in cui ci muoviamo è tanto
intangibile quanto vissuto realmente come tale con i suoi oggetti, i suoi ostacoli e le sue
forme.

I sensi che sono coinvolti maggiormente nel metaverso sono la vista, il tatto e l’udito
(ancora di più se si utilizza la voice chat) e le relazioni sociali che si creano con gli altri
avatar sono “dominate” e determinate da essi, ma anche – talvolta in misura determinante
- da un altro “senso”, peculiare della comunicazione nel metamondo, che è quello della
parola scritta, dello stile del linguaggio utilizzato e dei relativi contenuti culturali.

Scrivere veloce (ad es. per fretta, per passione, ecc.) non dà all’altro gli stessi feedback di
scrivere lentamente così come usare gli "emoticon" o il non usarli (o usarne di diversi a
parità di frase scritta), parlare in maniera “forbita” è diverso dall’utilizzare un linguaggio
“semplice” e così via.

La parola scritta, dunque, nel metamondo tridimensionale di SL è un vettore


pluridimensionale di informazionirelative alla persona che sta dietro l’avatar (o
maschera digitale) e della quale veicola le emozioni (volute e non volute, reali o
immaginate) e le caratteristiche culturali.

Le cyber-socializzazioni che nascono da queste interazioni sono pertanto molto legate


alla passionalità ed alle emozioni che gli internauti proiettano nel metaverso ed il
medium tecnologico solo in sub-ordine contribuisce a dare loro concretezza visiva e quindi
estetica.

Lo spazio digitale diventa dunque uno spazio relazionale in cui la comunicazione si


svolge attraverso simboli di varia natura che vanno dall’abbigliamento scelto, alla skin, ai
capelli, alle forme muscolari e alle dimensioni del proprio avatar: la nostra proiezione e
rappresentazione digitale fornisce dunque una molteplicità di informazioni e in tal modo ci
identifica come appartenenti ad una certa “tribù” fedele ad un certo “totem” e gravitante
attorno a particolari“segreti” e “codici” che solo i suoi membri possono condividere e
capire a pieno.

Pertanto, nelle relazioni digitali altrimenti dette cyber-socialità si ri-apre – forse come un
“vaso di Pandora” – ladimensione dionisiaca dell’essere umano e la sua “natura-
primordiale” che tenta di ribellarsi alla razionalità prometeica della tecnica finalizzata da
sempre al suo mero auto-potenziamento e di rimodellarla attorno a sé, quasi come un
nuovo abito, per poter dar libero sfogo alla vita, al suo impeto ed alla sua effervescenza.

In tutto ciò, ravvedo una ricerca di rinnovato senso da dare alla propria esistenza
che comincia ad essere il frutto composito e complesso della interazione del nostro essere e
del nostro esserci in più realtà, di cui quella fisica e quella digitale rappresentano forse solo
la rappresentazione visibile e “manipolabile”, ma pur sempre solo due (ma non le uniche)
possibili rappresentazioni della realtà, per altro non antitetiche, ma anzi profondamente
interconnesse.

L’uomo, come diceva Nietsche, ha bisogno di sempre nuove maschere per esprimere sé
stesso, forse anche perché“mascherandosi cerca di smascherarsi” in un processo
continuo e forse senza fine in cui l’obiettivo è “ritrovarsi”.

Quali sono per te, Pimpa, i rapporti tra identità “virtuale” e “reale”?

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Continua il dialogo tra Zygmunt e Pimpa sul rapporto tra identità digitale ed identità reale.

Buona lettura.

Pimpa:

Che domanda complessa e allo stesso tempo intrigante.

Prima di tutto vorrei dire che oggi più che mai ci ritroviamo a vivere una vita nella quale i
confini del reale e del virtuale sono sempre più sfumati.
La nostra società della complessità fa “saltare” i cardini sui quali poggiavano le vite
tradizionali: il pubblico e il privato si intersecano, il lavoro e il tempo libero si incontrano su
nuovi spazi creativi, il sociale e l’individuale producono fattori nuovi che regolano il sociale
stesso.

In questa cornice, quella appunto della complessità, è difficile oggi definire con certezza
quale è la nostra identità virtuale e quale quella reale. Già Baudrillard sosteneva che la vita
che noi viviamo, consumiamo e della quale facciamo esperienza ogni giorno, è una vita
sempre più mediata, un vivere simbolico. È come se ogni nostro gesto, ogni situazione in
fondo non fossero altro che copie e ripetizioni di una matrice originale che si è persa nel
tempo.
Le esistenze oggi corrono sul filo dell’emozione, dell’immateriale, addirittura dell’ironia, le
nostre identità sociali sono pertanto costruzioni simboliche con un forte accento di
rappresentazione di altro da sé. In fondo oggi più che mai la comunicazione stessa si rende
altamente simbolica.

La vita intera, come sosteneva Debord, è una vita spettacolarizzata, una realtà
immaginifica. Le nostre identità quotidiane stesse dunque non si fondano più su elementi
forti come la famiglia di provenienza, il lavoro, il reddito. Piuttosto sono identità fluide in
senso “baumaniano”, identità cangianti in perenne mutamento che per edificarsi rubano dal
mondo immaginario che hanno attorno. Sono, ad esempio, le identità sociali dei giovani
intorno alle comunità informatiche e le identità di marca sportive.

Le identità reali per prime oggi hanno molto a che fare con il mondo virtuale. Il mondo dei
consumi stesso in generale oggi crea un terreno immateriale, irreale sul quale costruire il
proprio personaggio nel mondo.
Le identità virtuali propriamente dette, come nel mio caso il mio avatar Pimpa su SL,
sembrano essere lontane dall’esistenza concreta, ma se oggi noi viviamo la nostra vita in
forma mediata, la realtà virtuale diviene allora terreno sul quale costruire una parte stessa
della propria identità reale….

Oggi sono stata in SL ed ho scambiato due chiacchiere con un ragazzo che ho conosciuto da
poco, con il quale insieme ad altri stiamo pensando di creare alcune opportunità di
formazione, avremo anche bisogno di incontrarci almeno una volta faccia a faccia per
definire i termini della questione… e intanto eravamo ad una festa, ballavamo, parlavamo
con altri, scherzavamo……. Ecco è vero io stavo vivendo la mia identità virtuale ero Pimpa,
ma nello stesso tempo arricchivo la mia individualità concreta di una nuova esperienza, di
nuova conoscenza….

Questo esempio per dire che oggi l’utilizzo dei media e delle piattaforme digitali in fondo
non fanno altro che creare un ponte di collegamento del reale e del virtuale.

Il mio essere nel mondo è in fondo anche determinato dal mio essere nel virtuale e
viceversa.

Dunque oggi forse sta per perdere senso la dicotomia tra identità virtuale e reale a favore
di un nuovo concetto di sincretismo tra l’una e l’altra dimensione, così come allo stesso
modo noi oggi assistiamo al privato che si mostra in pubblico e il pubblico che diviene un
fatto privato.

A questo proposito Zyg, vorrei chiederti cosa pensi, all’interno della relazione virtuale-reale,
del rispetto delle distanze fisiche e sociali?

Zygmunt:

Il concetto di distanza richiama immediatamente quello di spazio entro il quale la distanza


si può “punteggiare” ed eventualmente cristallizzare.

In Second Life viviamo in uno spazio multi - dimensionale in cui le nostre identità, esse
stesse multi – dimensionali , si mescolano fra di loro in un continuo gioco “senza fine” di
azioni e retro-azioni in cui, come ho detto, la maschera ci serve per smascherarci.

Lo spazio in cui siamo immersi e che ci contiene è uno spazio estetico - relazionale nel
quale le architetture digitali ed i nostri avatar interagiscono continuamente creando
esperienze, vissuti e sentimenti ed in cui la tecnologia, di per sé fredda, viene “riscaldata”
dalla passione e dalla tattilità della cyber-socialità.

Ci troviamo di fronte a quello che Michel Maffesoli chiamerebbe il “reincanto del mondo” ed
alla ri–nascita di una spiritualità dionisiana e di sensualità dionisiache in quanto in SL non è
presente la razionalità ed il razionalismo della vita reale e della cultura capitalistica, non
abbiamo finalità e ruoli predefiniti, ma possiamo continuamente re-inventarci.

Questo re-incanto, certamente agevolato da estetiche digitali spesso accattivanti e


innovative, si esprime attraverso la ri-scoperta del magico (es. la possibilità di mutare
estetica e forma dell’avatar a proprio piacimento) e del mito (es. il mito del “cyborg”) che
assieme costituiscono l’elemento di viscosità attraverso cui si coagulano le tribù digitali del
metaverso.

In tale spazio complesso e multi-vettoriale, le distanze fisiche e quelle sociali non sempre
ricalcano quelle del mondo “reale” anche se è gioco-forza che taluni comportamenti siano
pressoché speculari, come quando un avatar si avvicina “troppo” a noi ed “invade” il nostro
territorio o ci troviamo a frequentare una land che non rispecchia la nostra visione estetica
e, più in generale, adotta un linguaggio ed argomenti a noi non familiari o che non ci
interessano per nulla.

Ecco che allora si individua subito come una tendenza della società “reale”, quella del neo-
tribalismo, si sia naturalmente manifestata ed amplificata in SL dove molte land tentano di
creare processi di identificazione e di appartenenza attraverso l’uso di strumenti come
l’architettura estetica della Sim, il “look” degli avatar membri del gruppo, la musica
ascoltata, gli argomenti trattati, i “segreti” custoditi ed i codici rivelati solo agli adepti.

Ogni land - spazio intangibile, immaginario ed immaginifico, ma al tempo stesso reale per i
sentimenti e le passioni che evoca – diventa o cerca di diventare “unica” nel suo genere
mediante la creazione di una “distanza” dalle altre in termini di vissuto e di esperienze
socio-emozionali.

In tal senso, io parlerei di identità tribali delle varie land di SL e di relative tribù in continuo
divenire e abitate in maniera fluida e “baumaniana” da membri in cerca di identificazione.
Il tutto all’insegna dell’esserci “qui ed ora” e quindi senza la inevitabile progettualità
stringente (anche se di breve periodo) tipica della “prima vita”, ma in una sorta di “eterno
presente” in cui il vissuto e la relativa memoria non precludono un futuro che è tutto da
inventare.

Si tratta di una “socialità sognante” in cui le distanze che lo stesso corpo fisico può creare
(e crea) nella realtà fisica vengono ri-modellate e riconfigurate attraverso la mediazione
degli avatar e del messaggio estetico ed etico di cui essi sono portatori in rappresentanza
dei rispettivi internauti.
Ma, a tuo parere Pimpa, c’è più rischio che la “magia” della seconda vita possa offuscare la
“banalità” della prima in un pericoloso processo sostitutivo o invece intravedi un feedback
positivo fra i due mondi comunque interconnessi ed intimamente legati dall’unità delle
persone che ne fanno parte?