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Cercasi Etica disperatamente

Scritto da MarioEs sabato 05 aprile 2008

Il dibattito politico, come si può notare dalla cronaca dei maintream media e delle tante "partizioni" della Rete, tra cui la
blogosfsera, è sempre più imperniato - a mò di elemento di sostanziale differenziazione - sull'etica e, in particolare, sulla
bioetica, nel tentativo di "dar vita" ad una sorta di "manifesto ideologico" da proporre al cittadino elettore.

Per alcuni questa nostra epoca storica potrebbe passare per l'Era della Bioetica, per altri come l'Era Digitale, per altri
ancora potrebbe essere l'Era dell'Incertezza o del Caos e così via.
A mio parere, la "nostra Era" è un'era complessa dove lo sviluppo impetuoso delle tecnologie NBIC (nanotech,
biotech, infotech e cognitive sciences) ha creato l'ormai noto "gap prometeico" tra le possibilità tecnologiche e la
nostra capacità di interpretarle e di prenderne coscienza.

E' evidente, pertanto, come tutte queste potenzialità non facciano altro che creare tensione in una società che è
storicamente influenzata dalla tradizione ebraico-cristiana e dalla relativa concezione di "sacralità della vita".

La sacralità della vita, intesa in senso cristiano e cattolico, implica una particolare visione del mondo e dell'Uomo,
che è basata su un progetto divino e quindi finalistico della vita e dell'esistenza e, pertanto, non è passibile di "modifiche
di fondo" alle sue posizioni in campo bioetico quali l'aborto, la contraccezione, l'eutanasia, la fecondazione assistita,
in quanto trattasi di una visione ontologico-metafisica ed onto-biologica che considera la Vita fondamentalmente come
indisponibile.

Chi aderisce a questa visione del mondo è, in qualche modo, "sollevato" dal farsi troppe domande o, per lo meno, ha
sempre le "solite" risposte "negative" da fornire (no all'aborto, no all'eutanasia ecc..).

 Tags: brain 2 brain Etica e Bioetica sacralità della vita qualità della vita Laici Cattolici 
 
Il problema, dunque, è di chi non si sente di aderire alla "sacralità della vita", ma invece è favorevole ad una
concezione etica della "qualità della vita", in cui la Vita non è sempre "uguale", ma ha scale di valore diverse ed in
base a queste "metriche di senso" deve essere interpretata e regolamentata laddove necessario.

E qui sorgono i veri problemi.

Mentre i sostenitori dell'etica della sacralità della vita, nonostante le varie differenze che comunque hanno al loro
interno, rappresentano un "blocco ideologico" abbastanza omogeneo, "quelli della qualità della vita" sono, per così
dire, dispersi e frammentati fino ai limiti dell'atomismo individuale.

E' un fenomeno di cui ho già parlato in relazione alla suddivisione operata da Ervin Laszlo tra moderni, tradizionalisti
e creativi culturali, dove questi ultimi sono in crescita, ma risultano caratterizzati più da approcci individuali o  
"tribali" che di vera aggregazione ed organizzazione sociale.

Sembrerebbe, dunque, che in questo processo articolato di transizione culturale in cui sta gradualmente emergendo
l'esigenza di un "nuovo pensiero" e di "una nuova cultura", assistiamo da un lato ad un "pensiero forte" ed ideologico-
normativo di stampo tradizionalistico-religioso o di tipo moderno-capitalistico/consumistico - agnostico e/o ateo -
mentre dall'altro si sta intessendo una ragnatela di "legami deboli" a cui corrisponde un "pensiero debole", che
attribuisce all'individuo ed alla sua autonomia decisionale un posto fondamentale ed irrinunciabile e vede nel pluralismo
delle scelte e nella loro pacifica convivenza la vera chiave di volta di questa nostra epoca.

Alcuni concetti chiave su cui cercherò di catalizzare l'attenzione nei prossimi post sono pertanto  i seguenti: sacralità
della vita, qualità della vita, persona, essere umano, vita (bios e zoè), dignità umana.

Cercherò, senza grandi pretese, di tracciare un breve percorso in cui poter riconoscere le direttrici  in cui  viaggiano
i padadigmi di senso di una realtà, che a me pare sempre più dicotomica ed in cui, estremizzando, il "vecchio" lotta
contro il "nuovo" per evitare di soccombere ed il nuovo lotta contro il vecchio per imporre la propria innovativa visione
del mondo, il tutto all'interno di in un atavico scontro di energie psichiche, che un cultore del Tao ricondurrebbe
allo ying e allo yang.
I prossimi post sono dedicati a chi (me compreso) è in cerca di un' etica "laica", più o meno "disperatamente".   

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Il dibattito politico, come si può notare dalla cronaca dei maintream media e delle tante "partizioni" della Rete, tra cui la
blogosfsera, è sempre più imperniato - a mò di elemento di sostanziale differenziazione - sull'etica e, in particolare, sulla
bioetica, nel tentativo di "dar vita" ad una sorta di "manifesto ideologico" da proporre al cittadino elettore.

Per alcuni questa nostra epoca storica potrebbe passare per l'Era della Bioetica, per altri come l'Era Digitale, per altri
ancora potrebbe essere l'Era dell'Incertezza o del Caos e così via.
A mio parere, la "nostra Era" è un'era complessa dove lo sviluppo impetuoso delle tecnologie NBIC (nanotech, biotech,
infotech e cognitive sciences) ha creato l'ormai noto "gap prometeico" tra le possibilità tecnologiche e la nostra capacità
di interpretarle e di prenderne coscienza.

E' evidente, pertanto, come tutte queste potenzialità non facciano altro che creare tensione in una società che è
storicamente influenzata dalla tradizione ebraico-cristiana e dalla relativa concezione di "sacralità della vita".

La sacralità della vita, intesa in senso cristiano e cattolico, implica una particolare visione del mondo e dell'Uomo, che è
basata su un progetto divino e quindi finalistico della vita e dell'esistenza e, pertanto, non è passibile di "modifiche di
fondo" alle sue posizioni in campo bioetico quali l'aborto, la contraccezione, l'eutanasia, la fecondazione assistita, in
quanto trattasi di una visione ontologico-metafisica ed onto-biologica che considera la Vita fondamentalmente come
indisponibile.

Chi aderisce a questa visione del mondo è, in qualche modo, "sollevato" dal farsi troppe domande o, per lo meno, ha
sempre le "solite" risposte "negative" da fornire (no all'aborto, no all'eutanasia ecc..).

Il problema, dunque, è di chi non si sente di aderire alla "sacralità della vita", ma invece è favorevole ad una concezione
etica della "qualità della vita", in cui la Vita non è sempre "uguale", ma ha scale di valore diverse ed in base a queste
"metriche di senso" deve essere interpretata e regolamentata laddove necessario.

E qui sorgono i veri problemi.

Mentre i sostenitori dell'etica della sacralità della vita, nonostante le varie differenze che comunque hanno al loro
interno, rappresentano un "blocco ideologico" abbastanza omogeneo, "quelli della qualità della vita" sono, per così dire,
dispersi e frammentati fino ai limiti dell'atomismo individuale.

E' un fenomeno di cui ho già parlato in relazione alla suddivisione operata da Ervin Laszlo tra moderni, tradizionalisti e
creativi culturali, dove questi ultimi sono in crescita, ma risultano caratterizzati più da approcci individuali o "tribali"
che di vera aggregazione ed organizzazione sociale.

Sembrerebbe, dunque, che in questo processo articolato di transizione culturale in cui sta gradualmente emergendo
l'esigenza di un "nuovo pensiero" e di "una nuova cultura", assistiamo da un lato ad un "pensiero forte" ed ideologico-
normativo di stampo tradizionalistico-religioso o di tipo moderno-capitalistico/consumistico - agnostico e/o ateo -
mentre dall'altro si sta intessendo una ragnatela di "legami deboli" a cui corrisponde un "pensiero debole", che
attribuisce all'individuo ed alla sua autonomia decisionale un posto fondamentale ed irrinunciabile e vede nel pluralismo
delle scelte e nella loro pacifica convivenza la vera chiave di volta di questa nostra epoca.

Alcuni concetti chiave su cui cercherò di catalizzare l'attenzione nei prossimi post sono pertanto i seguenti: sacralità
della vita, qualità della vita, persona, essere umano, vita (bios e zoè), dignità umana.
Cercherò, senza grandi pretese, di tracciare un breve percorso in cui poter riconoscere le direttrici in cui viaggiano i
padadigmi di senso di una realtà, che a me pare sempre più dicotomica ed in cui, estremizzando, il "vecchio" lotta
contro il "nuovo" per evitare di soccombere ed il nuovo lotta contro il vecchio per imporre la propria innovativa visione
del mondo, il tutto all'interno di in un atavico scontro di energie psichiche, che un cultore del Tao ricondurrebbe allo
ying e allo yang.

I prossimi post sono dedicati a chi (me compreso) è in cerca di un' etica "laica", più o meno "disperatamente".

La bipartizione tra etica della sacralità della vita ed etica della qualità della vita è evidentemente una semplificazione
estrema della realtà, in quanto è ravvisabile che alla base di tale distinzione possiamo più che altro parlare di etica dell'
"indisponibilità della vita" e di etica della "disponibilità della vita".

Possono pertanto presentarsi posizioni "laiche" in cui, però, la vita può essere considerata indisponibile in taluni casi e
posizioni cattoliche che viceversa accettano la disponibilità della vita circoscrivendola anche qui a casistiche particolari.
Ad esempio, il cattolico Hans Kung "prende le distanze dall'immagine tradizionale di Dio come padrone della vita e
della morte, arrivando a sostenere che l'inizio e la fine della vita umana sono state poste da Dio sotto la libertà e la
responsabilità dell'uomo", mentre Massimo Reichlin - esponente di una "terza via" cattolica - distingue tra vita e
persona, laddove l'indisponibilità della vita riguarderebbe solo quest'ultima, in un'ottica "kantiana" in cui la persona
deve essere sempre considerata come fine e mai come mezzo.

La vita, invece, in questa visione "personalistica", sarebbe disponibile in relazione al suo rapporto funzionale con la
persona intesa come agente morale razionale autonomo.
In tal caso, ad esempio, l'accanimento terapeutico sarebbe rifiutato così come potrebbe essere accettato l'aborto.

Diviene allora rilevante cercare di capire cosa si intende per persona e cosa per vita "non personale", come potrebbe
essere l'embrione, che indubbiamente contiene "in potenza" la vita di una futura persona, ma che persona non è allo
stato attuale.

Se consideriamo persona un essere umano che è in grado di agire come essere morale razionale ed autonomo, è evidente
che nemmeno un neonato può essere considerato una persona, ma "solo" un essere umano.

La qualifica di persona, in tal senso, opererebbe delle "discriminazioni" in seno ai diritti di cui può godere un essere
umano, a seconda che sia o non sia persona.

James Rachels, bioeticista americano, puntualizza come ci sia una sostanziale differenza tra bios e zoè, laddove, in
estrema sintesi, zoè significa "essere una vita" e bios significa "avere una vita" e quindi una biografia.
Essere una vita (zoè) significherebbe, dunque, il mero esistere come vita organica e biologica, mentre avere una vita
(bios) significherebbe agire come esseri morali razionali ed autonomi ed avere quindi una biografia.

La vita, per Rachels, sarebbe indisponibile solo in quanto bios e non in quanto zoè e, quindi, potrebbe essere accettato
l'aborto così come l'eutanasia.

Un approccio sicuramente "più estremo" è quello di Engelhardt , anch'egli americano, che, pur essendo un fervente
cattolico, ha teorizzato la "secular bioethics" basantesi sull' "ateismo procedurale" (ragionare come se Dio non esistesse
- "etsi Deus daretur") e sul riconoscimento di diritti quali l'aborto, l'eutanasia ed il suicidio.

Fin qui alcune sommarie considerazioni su una bioetica che distingue tra disponibilità ed indisponibilità della vita
umana, considerando come anche alcuni cattolici arrivino a considerare la vita disponibile in alcuni casi.
Ma se lasciamo il campo delle credenze religiose e quindi partiamo dal presupposto che la vita, sia essa zoè o bios, non
abbia in sè alcun fine superiore (teleologia), ma che sia l'uomo a creare il suo futuro, i suoi obiettivi ed i suoi valori,
che tipo di scenari etici possono dischiudersi in un mondo in cui le NBIC (nanotech, biotech, infotech e cognitive
sciences) ci offrono sempre più strumenti operativi per manipolare la vita e la nostra psiche?

Non solo il concetto di persona, che già è molto sfumato di per sè, ma anche quello di natura umana comincia ad essere
in qualche modo "nebuloso" ed a convergere verso quella che abbiamo visto essere la "condizione post-umana" in cui,
fondamentalmente, assistiamo all'ibridazione tra bios e tecnologia ed alla evoluzione dell'uomo in cyborg.

Tutto ciò, badiamo bene, è già in atto: noi già siamo cyborg, anche se con livelli di coscienza diversi e con livelli di
ibridazione tecnologica molto diversi.
La persona comincia ad avere, oltre ad una multi-dimensionalità identitaria nell'ambito della propria bios e della propria
psiche, una nuova dimensione in quanto "networked person", con plurime identità digitali e comincia a poter aspirare
ad essere "diversa" da come è, progettando tecnologicamente il proprio corpo ed il proprio cervello/mente.

Quale limite allora, in tale nuovo scenario, alla disponibilità della vita/bios dell'uomo? E, soprattutto, perchè limiti? E in
quali concetti etici ed eventualmente giuridici relativi "all'umano" possiamo fondare tali limiti?

La dignità umana forse?

Ne parleremo nel prossimo post.

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"La vita è un'entità limitata nello spazio e nel tempo, costituita di materia organizzata
secondo specifici criteri definiti e controllati dal suo patrimonio genetico,
capace di mantenersi tale metabolizzando materia
ed energia, di riprodursi ed evolvere."
Edoardo Boncinelli e Galeazzo Sciarretta
da "Verso l'Immortalità", 2005

La dignità umana è con ogni probabilità di gran lunga il diritto fondamentale “per eccellenza”, perché dal suo rispetto
evidentemente discende qualsiasi altra considerazione di tutela giuridica degli altri diritti umani.

In merito, concordo con quegli studiosi di diritto e di bioetica che, citando il filosofo Immanuel Kant, ne condividono la
definizione di dignità umana basata sul concetto dell’ ”uomo come fine in sé” e non come strumento (come spesso
accade), cioè occorre considerare la dignità come “valore che non ha prezzo” e che non può essere negato nemmeno
all’uomo più malvagio, evitando perciò tassativamente di infliggere ad esempio pene infamanti (es. pena di morte,
mutilazioni ecc.).

Ma in cosa può consistere la dignità umana?

Intanto direi che ne intravedo un significato positivo ed uno negativo:

1. significato negativo, atto a discernere i diritti che non possono essere violati o limitati senza ledere la dignità umana
nel senso kantiano già citato ed includerei in tale ambito il divieto della pena di morte, della tortura, delle mutilazioni,
del razzismo e della discriminazione sessuale ecc.
2. significato positivo, atto a promuovere lo sviluppo della dignità umana come elemento centrale attorno al quale ogni
essere umano può realizzare pienamente la propria umanità ed in tale ambito includerei tutte quei diritti fondamentali
che garantiscono l'espressione di capacità e di libertà ed offrono le giuste opportunità per il loro esercizio.
A titolo di esempio citerei il diritto all'istruzione, il diritto alla salute, il diritto al lavoro, la libertà di espressione e la
libertà politica ed economica.

Ma la dignità umana a chi appartiene?

La domanda non è peregrina, nel senso che come abbiamo visto una buona parte della bioetica laica - il cosiddetto filone
comportamentista e funzionalista - si basa su una "nuova semantizzazione del concetto di persona" per effetto del quale
viene negato qualsiasi sostrato ontologico sostanziale e di conseguenza la persona viene individuata come soggetto etico
e di diritto in relazione a "indicatori di personalità" (se un essere umano non è in grado di agire come essere morale
razionale ed autonomo allora non è una persona titolare di tutti i relativi diritti).

In tale quadro, direi che poi diventa necessario un approccio etico pluralista e liberale atto a garantire (e tollerare) le
molteplici e diverse posizioni etiche di quelle culture influenzate dal pensiero metafisico e religioso, purchè ovviamente
non in contrasto con le leggi dello Stato qualora chi le praticasse vi fosse residente.

Venendo al dunque, ci potremmo adesso chiedere se l'aborto e l'eutanasia siano lesivi della dignità umana, avendo posto
questa al vertice della gerarchia dei "valori che non hanno prezzo".

Quale può essere la dignità umana di un embrione o quella di un uomo in stato di coma terminale tenuto in vita solo
dalla tecnologia biomedica?

Se l'embrione non è ancora una persona e il malato terminale non lo è più ha senso attribuire loro gli stessi diritti e
riconoscere la stessa dignità di una persona?

A mio avviso, pur non potendo esserci una risposta secca e incontestabile, l'approccio che mi sento di condividere è
quello di un'etica laica e pluralistica che dia la possibilità di decidere alla persona come essere morale e razionale
autonomo della propria vita e di quella che porta in sè e che quindi è parte di sè nel caso della donna in gravidanza.

Pertanto, accettare l'aborto e l'eutanasia non come pratiche abituali e da perpetrare acriticamente o
opportunisticamente , ma come scelte responsabili (ed anche dolorose) frutto della autonomia individuale della persona
e soprattutto scevre da ogni mistica della natura umana e del significato superiore del dolore (tipico dell'etica cattolica)
lo ritengo senza dubbio una questione primaria di civiltà democratica e liberale.

Le visioni religiose e metafisiche non possono e non devono limitare le visioni etico-liberali e pluralistiche che uno
Stato democratico e liberale deve garantire a tutti i suoi cittadini, ma altresì devono essere rispettate e garantite (con i
limiti sopraccitati).

Infine, si pone il problema delle possibilità offerte dalle NBIC (nanotech, biotech, infotech e cognitive sciences) di
modificare la vita attraverso la tecnologia.

Tali tecnologie oggi possono non solo avere finalità terapeutiche, ma anche "potenzianti", e si rende pertanto necessario
poter interpretare queste possibilità con un "nuovo pensiero" che vada al di là di un concetto "statico" di natura umana,
che è evidendemente in contrasto con la realtà che viviamo.

Ne parleremo nel prossimo post.


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Se tutto dovesse ricominciare, qui o altrove,

il risultato finale non sarebbe lo stesso.

Ma quale sarebbe?

Christian De Duve

Del desiderio di immortalità ne ho già parlato nella omonima "triade" di miei post l'anno scorso in cui ho affrontato
anche molto brevemente il pensiero transumanista e la teoria della singolarità tecnologica.

Adesso vorrei partire da quanto affermano Edoardo Boncinelli e Galeazzo Sciarretta nel loro "Verso l'immortalità - La
scienza ed il sogno di vincere il tempo" per evidenziare l'esistenza di "quattro strategie" per tentare di realizzare questo
antico sogno:

1^ strategia: tentare di combattere le cause dell'invecchiamento attraverso la farmacologia, la diagnosi precoce e la


terapia genica.

In tale approccio si fà ricorso sempre più ai cosiddetti "farmaci intelligenti" (mirati al singolo individuo), alle diagnosi
genetiche sempre più precise grazie allo sviluppo tecnologico relativo ai "microarrays" (minuscole piastrine che
consentono di condurre in tempi brevi una miriade di test genici).

"Craig Venter, il vulcanico titolare della Celera Genomics, (colui che per primo nel 2000 ha realizzato con la sua equipe
il sequenziamento del genoma umano n.d.a.), ha affermato che tra dieci anni ogni neonato che vedrà la luce in un
ospedale americano verrà riconsegnato ai suoi genitori insieme ad un DVD contenente il suo repertorio genomico
completo e grazie a questa carta di identità genomica i medici potranno (chissa?) nel corso dell'intera vita del soggetto
adattare le cure al suo specifico caso e anche ... prevedere quando ne avrà bisogno".

Questo implica, come sottolineano gli autori del libro citato, la nascita del "dilemma della consapevolezza", ossia la
conoscenza anticipata dei propri "difetti genetici", magari alcuni dei quali ancora irrisolti dalla terapia biomedica.

Senza addentrarmi in quelle che sono le due principali differenziazioni della terapia genica (perchè non ne sono
assolutamente in grado, ovviamente) voglio solo citare le due principali modalità:

- terapia genica somatica: l'azione viene svolta sulle cellule dell'organismo già formato mediante l'introduzione di geni
che avrebbero la funzione di correggere i difetti;

- terapia genica germinale: l'azione viene svolta sulle cellule embrionali agendo sui meccanismi più profondi di
generazione della vita consentendo di poter "programmare" il genoma secondo criteri stabiliti (e in questo caso siamo
tutti stati spettatori del dibattito etico relativo).

"Tale ultimo intervento non è tecnicamente impossibile ed è realizzato quotidianamente per gli animali da laboratorio",
precisano gli autori del libro, ed evidentemente dà adito a mille dubbi su pratiche eugenetiche e su forme di
procreazione "disumanizzata".
La prima strategia, che già come vediamo impone delle scelte bioetiche (terapia germinale), che si avvale degli sviluppi
della farmacogenomica incontra però un primo e fondamentale limite scritto nei nostri geni di Homo sapiens sapiens : la
soglia dei 120 anni (l'uomo è geneticamente "condannato" ad invecchiare ed a durare fino a questo limite massimo).

- 2^ strategia: la manipolazione dei geni finalizzata ad intervenire sui meccanismi dell'invecchiamento ed a ridurne
progressivamente la "velocità".

E' palese che ogni specie vivente ha un ritmo di invecchiamento differente ed è altrettanto dimostrato che questo "ritmo
di decadimento costante" dipende dal genoma delle singole specie.

Ad esempio, l'Efemera vive solo poche ore mentre il Pinus Aristata vive migliaia di anni!

La "scoperta" del perchè ci sia questo universale degrado srtutturale del genoma chiamato invecchiamento è presto
detta: si chiama selezione naturale.

La possibilità di una specie "sempre giovane", dicono gli autori del libro, non è teoricamente impossibile, ma la
probabilità (già questo concetto ci fa capire che i meccanismi genetici sono sostanzialmente casuali, anche se traggono
esperienza dai "successi" evolutivi man mano che si realizzano) di questo evento è estremamente bassa a causa della
selezione naturale.

"La selezione naturale è stata ed è il filtro attivo che privilegia certe combinazioni casuali rispetto ad altre e che quindi
conservando generalmente il buono delle precedenti esperienze indirizza i nuovi tentativi verso un determinato esito che
è poi quello di produrre organismi abili nell'ottenere il successo riproduttivo".

Il successo riproduttivo, dunque, è la discriminante in base al quale la sostanziale casualità dei processi genetici viene ad
essere in qualche modo "orientata" e "selezionata" con il risultato, per altro visibile, che il genoma risulta efficiente e
"resistente" fino alla soglia della riproduzione: tutto ciò che accade "dopo" è per esso totalmente irrilevante.

"Quando non c'è più filtro selettivo, tutto torna in mano al caso", che porta il genoma alla lenta disgregazione.

Una realtà, ques'ultima, che probabilmente ci potrà risultare ostica: siamo "macchine programmate per riprodursi",
almeno in senso biologico, e "l'inconsapevole progettista dei genomi è la selezione naturale".

Inconsapevole perchè non c'è una finalità intelligente nell'azione della selezione naturale, ma solo un mero (anche se
straordinario e misterioso, aggiungo) filtro che premia l'autorganizzazione della materia che "funziona meglio".

Tornando alla seconda strategia contro l'invecchiamento, essa consiste nello studio dei geni coinvolti nella riparazione
dei danni strutturali causati dai processi di invecchiamento (ossidazione del glucosio, radicali liberi, ossidazione dei
grassi ecc.) e nel loro inserimento, anche previa modificazione, nel genoma umano o già in fase embrionale o durante il
corso della vita.

Questa strada ha in più il vantaggio non solo di prolungare la vita, ma anche quello di prolungare la giovinezza.

Nel prossimo post parlerò delle altre due strategie: la strategia sostitutiva (i "pezzi di ricambio") e quella dell'
"immortalità dell' Io cosciente".

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Il vantaggio della seconda strategia, quella che come si è visto consiste nella manipolazione dei geni, risiede nel fatto
che è in grado di prolungare la giovinezza, evitando di ottenere il solo scopo di allungare la vita e con essa la vecchiaia.

Passiamo adesso alla:

3^ Strategia: è quella sostitutiva di parti, tessuti ed organi.

Essa trae origine dal continuo sviluppo delle protesi impiantabili e dallo sviluppo dei relativi materiali e può riguardare:

a. Ossa (ricerca su materiali plastici sintetici);

b. Denti (materiali ceramici);

c. Giunture (metalli in lega leggera e materiali plastici);

d. Arti artificiali superiori ed inferiori (ad es. le protesi ginocchia, tibia, piede, le cd. "C-Leg", il braccio Emas a tre snodi
o la mano a quindici articolazioni);

e. Muscoli, attraverso la sperimentazione sugli EAP (Electroactive Polymers, fibre di materiale plastico in grado di
contrarsi a seguito di eccitazione elettrica);

f. Cuore, dove sono promettenti i risultati delle protesi di valvole e dei peacemakers sempre più evoluti e durevoli;

g. Protesi di tessuto, come le protesi mammarie, tratti di intestino o segmenti di vasi sanguigni in materiali
biocompatibili e i materiali per chirurgia estetica;

h. Organi di senso, come l'orecchio bionico e i sistemi di transcodifica di segnali luminosi (in sperimentazione) raccolti
da una telecamera speciale finalizzati a lenire problemi di cecità;

i. Voce, come gli amplificatori e sintetizzatori per tracheotomizzati.

Più ardua risulta invece la strategia sostitutiva degli organi naturali con sostituti artificiali, che al momento vede ancora
decisamente perdenti questi ultimi.

Senonchè, ci raccontano i nostri autori, grazie alla genetica è diventato possibile far produrre allo stesso organismo
danneggiato gli organi sostitutivi "sfruttando" la capacità di alcune cellule di replicarsi pressocchè indefinitamente
grazie al peculiare codice genetico che le caratterizza (ad es. capelli, pelle, unghie, sperma, sangue ecc..).

E' noto, in tal senso, il dibattito etico ed ideologico relativo all'utilizzo delle cellule staminali degli embrioni laddove si è
asserito che invece si deve "lavorare" solo sulle staminali degli adulti, che però, dicono gli autori del libro, sono poche e
di difficile conservazione.

In linea teorica, l'unico limite alla strategia sostitutiva è l'invecchiamento del cervello, a meno di non pensare di
trapiantarlo, ma in tal modo non si resterebbe più, evidentemente, la stessa persona.

Quello dell'Io cosciente è, infatti, il tema della prossima:


Tags: brain2brain strategie dell'immortalità Bioetica NBIC

4^ Strategia: l' "immortalità" dell' Io cosciente.

Se cambiassimo tutto tranne il nostro cervello e la nostra mente saremmo sempre gli stessi?

Certamente avremmo gli stessi ricordi e le stesse capacità mentali ed emotive, per cui anche con un corpo
completamente nuovo e, quindi, dopo una fase più o meno breve di "crisi di identità" per noi e per i nostri conoscenti
molto probabilmente riprenderemmo a vivere "come al solito" ed a proseguire il nostro percorso interiore oltre che
materiale nel mondo.

In tal senso Boncinelli e Sciarretta asseriscono che " se l'obiettivo è preservare dalla morte l' Io, dobbiamo dunque
domandarci di cosa esso sia fatto e fino a che punto si possa sostituire e manipolare il suo substrato biologico,
lasciandolo ancora integro".

Potremmo, allora, sostituire con sistematicità un giorno i neuroni corticali ed i sistemi annessi senza controindicazioni in
modo da sostituire continuamente le parti invecchiate del nostro cervello?

Sembra proprio di no, in quanto "per restare sè stessi" occorrerebbe che i "neuroni di ricambio" contengano proprio
esattamente tutto ciò che contenevano quelli invecchiati e sostituiti, "cellula per cellula, sinapsi per sinapsi,
neurotrasmettitore per neurotrasmettitore, proteina per proteina", ma in tal caso ritorneremmo alla situazione di
partenza, cioè avremmo ricreato nient'altro che il vecchio cervello (o il cervello "vecchio")!

A questo punto, non resta che sondare un'altra possibilità: trasferire il proprio Io al di fuori del proprio cervello
biologico.

Ma cosa dovremmo in pratica trasferire e dove?

Sicuramente la "contenutistica dell' Io" (conoscenze, ricordi ecc..) e la "coscienza dell'Io" (capacità di esplorare e gestire
i propri contenuti). Sembrerebbe, infine, che la nostra autocoscienza risieda nella corteccia prefrontale laterale del
cervello.

E se tentassimo di fare il download di tutto ciò in un computer molto sofisticato, trattandosi in fin dei conti di dati ed
informazioni interconnessi anche se in modo estremamente complesso?

Qui sorgono i problemi di una idea che semplifica, assimilandolo, il nostro cervello ad un computer molto sofisticato.

Boncinelli e Sciarretta in merito asseriscono che l'analogia in questione è meramente funzionale, ma non operativa
nè tantomeno strutturale.

Mentre il computer, in estrema sintesi, si basa su un codice bianario attraverso il quale l'hardware assume stati fisici
diversi finalizzati ad una certo calcolo, il cervello è molto più complesso (sinapsi, neurotrasmettitori, meccanismi
elettrici ecc..).

E' molto più probabile, invece, che nel tempo si possano costruire delle "macchine biologiche" grazie all'ingegneria
genetica nella quali inserire un "Io modificato" rispetto all'originale in cui si tenterà di conservare una sorta di continuità
con l'Io precedente, ma in sostanza con una "nuova personalità".

Questo futuro, la cui probabilità ad oggi non è facile stabilire, non so quanto possa esaltare, ma è da mettere in conto tra
le ipotesi da fare: un mondo di macchine pensanti al silicio?

Fin qui ho elencato brevemente le 4 strategie dell'immortalità evocate dal libro di Boncinelli e Sciarretta, ma il
problema è cercare di capire:

1. quanto desiderabile oltre che attuabile è l'immortalità (nel senso di prolungamento fino a due o tre volte l'attuale vita
media)?;

2. che conseguenze potrebbe avere a livello sociale, politico, culturale ed economico, oltre che etico?

Il dubbio forse più assillante è poi dovuto al fatto che le possibilità offerte dalla Tecnica prima o poi vengono attuate e
quindi, in pratica, sulla reale capacità dell'Uomo di potersi sottrarre al suo destino di "cyborg" o di "spiritual machine",
come direbbe Ray Kurzweil, o per lo meno di riuscire a dirigere il proprio futuro dominando la tecnica senza esserne
definitivamente dominato attraverso una totale riprogettazione di sè e del proprio mondo.

Al prossimo post per cercare di continuare questo intricato viaggio.