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ALLOGGIARE I PELLEGRINI

a. la vita
L'espressione alloggiare i pellegrini o accogliere i forestieri, come nellelenco della bolla di
papa Francesco per il giubileo straordinario, sicuramente pi attuale rinvia alla pratica di dare
ricovero a chi sta compiendo un pellegrinaggio. Non a caso le opere di misericordia come: dare da
mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, alloggiare i pellegrini, furono molto spesso raffigurate nelle chiese disposte lungo gli itinerari dei grandi pellegrinaggi per stimolare l'attiva carit nei
confronti dei pellegrini.
La storia dei pellegrinaggi anche la storia degli ospizi costruiti per dare riparo e ristoro ai
pellegrini. La Guida del pellegrino di Santiago (composta verso il 1140) parla di alcuni dei luoghi di
accoglienza come di luoghi santi, casa di Dio, ristoro dei santi, riposo dei pellegrini, consolazione
degli indigenti, salute degli infermi, soccorso dei morti come dei vivi. In questi luoghi venivano
accolti i pellegrini, curati i malati, ricevevano sepoltura coloro che erano morti per stenti o erano stati
uccisi dai briganti.
In oriente fin dal IV secolo accanto ai monasteri basiliani sorgono dei luoghi di accoglienza di
stranieri e pellegrini (chiamati xenodocheia) e l'ospitalit si caratterizza come ministero
particolarmente caro a tutto il monachesimo.
Tuttavia, dietro all'espressione che parla di alloggiare i pellegrini vi la parola evangelica
sull'accoglienza del forestiero (xnos, Mt 25,35.43) e dunque la pratica dell'ospitalit. Una pratica che
oggi drammaticamente interpellata dal massiccio fenomeno migratorio, che pone a contatto uomini
e donne provenienti da paesi poveri o resi invivibili da guerre e violenze con gli abitanti della parte
ricca del globo. E oggi vi bisogno del diffondersi e del radicarsi di una cultura dell'ospitalit in
particolare nei confronti degli stranieri che premono alle porte dei nostri paesi. Ne va dell'umanit
stessa dell'uomo.
Chiediamoci allora: perch dare ospitalit? Perch l'ospitalit stata ed tuttora sentita in molte
culture come un dovere sacro, un gesto di solidariet a cui semplicemente impensabile sottrarsi?
In radice, credo che la risposta sia semplice: perch si uomini, per divenire uomini, per
umanizzare la propria umanit e per rispettare e onorare l'umanit dell'altro. Ogni uomo, in quanto
venuto al mondo, lui stesso ospite dell'umano che in lui: noi diamo ospitalit perch sappiamo di
essere ospitati a nostra volta. Dare ospitalit atto con cui un uomo risponde alla propria vocazione
umana, realizza la propria umanit accogliendo l'umanit dell'altro. Il considerarci ospiti dell'umano
che in noi, ospiti accolti e non padroni, pu aiutarci ad aver cura dell'umano che in noi e negli altri,
a uscire dalla perversa indifferenza e dal rifiuto di quella virt della compassione che ci conduce a
comprometterci con l'altro nel suo bisogno. Il povero, il senza tetto, il girovago, lo straniero, il
barbone, colui la cui umanit umiliata dal peso delle mancanze e delle privazioni, dei rifiuti e
dell'abbandono, del disinteresse e dall'estraneit, comincia a essere accolto quando io comincio a
sentire come mia la sua umiliazione, come mia la sua vergogna, quando comincio a sentire che la
mortificazione della sua umanit la mia stessa mortificazione. Allora, senza inutili sensi di colpa e
senza ipocriti buoni sentimenti, pu iniziare la relazione di ospitalit che mi porta a fare tutto ci che
nelle mie possibilit per l'altro. Ma deve essere chiaro che l'ospitalit umanizza anzitutto colui che la
esercita: non ha ancora incominciato a essere un vero uomo chi non ha vissuto la piet per l'umanit
ferita e svilita nell'altro.
b. la Parola
La Bibbia attesta la santit dell'ospite, il suo carattere rivelativo, perch in esso Dio stesso che
visita l'uomo (cf. l'episodio dei tre uomini accolti da Abramo a Mamre in Genesi 18,1-15, ripreso dalla
Lettera agli Ebrei 13,2: Non dimenticate l'ospitalit, alcuni, praticandola, hanno accolto degli
angeli),
Accogliere il viandante significa predisporre uno spazio, creare uno spazio per lui, come fa la
donna di Sunem che predispone una stanza per l'ospite, cio Eliseo: Prepariamo per lui una piccola
camera al piano di sopra, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e una lampada, s che,
venendo da noi, ci si possa ritirare: 2Re 4,10). Significa quantomeno aprire la propria casa all'altro
(come Marta che accoglie Ges nella propria casa: Lc 10,38), ma pi in profondit significa fare di
se stessi la casa, la dimora in cui l'altro viene accolto: accogliere dare tempo e ascolto all'altro, e
ascoltando scaviamo in noi uno spazio interiore per lui (come Maria che, sedutasi ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola: Lc 10,39). L'ospitalit, declinata come ascolto dell'altro, della sua

storia, incide sul nostro essere profondo, fa di noi persone capaci di accoglienza, e fa s che l'ospitalit
stessa sia un evento che plasma la nostra interiorit. L'ambivalenza del termine ospite (in senso
attivo: che d ospitalit, e in senso passivo: che riceve ospitalit) significativa dello scambio di doni
e di ruoli che avviene all'interno di tale relazione, sicch ci si pu legittimamente porre la domanda:
chi accoglie e chi accolto?
La vita di Ges di Nazaret, come attestata nei vangeli, caratterizzata da uno stile di incontro con
l'altro che pu essere definito santit ospitale. La santit, l'alterit di Ges, l'uomo che ha narrato
Dio, vissuta da lui non come separatezza, ma come ospitalit, capacit di incontro e accoglienza che
diviene narrazione dell'accoglienza e della comunione radicale di Dio con gli uomini. E ogni incontro
mostra un uomo capace di adattarsi alle capacit relazionali e di ascolto dell'altro, di accoglierlo cos
come senza pregiudizi, anzi mettendo sempre in atto una prassi di uscita dai pregiudizi e dagli
stereotipi. Ges accoglie la donna peccatrice che, con meravigliosa libert rispetto all'ambiente e
sfidando coraggiosamente i pregiudizi, irrompe in un banchetto e compie gesti di amore nei suoi confronti (cf. Lc 7,36-50). Ges, che vede in lei una donna capace di amore, non una prostituta, le d
ospitalit accogliendo il linguaggio - non verbale ma corporeo - di cui si mostra capace. Superando le
barriere etniche e religiose, Ges incontra la donna samaritana (cf. Gv 4,1-42), la incontra
chiedendole ospitalit (Dammi da bere: Gv 4,7) ed esponendosi a lei nel suo bisogno. Ges incontra
il lebbroso toccandolo e contraendo impurit rituale (cf. Mc 1,40-45), accettando cio di ospitare in s
qualcosa della sua "impurit". Ges incontra l'uomo alienato di Gerasa ascoltando pazientemente la
sofferenza che spinge quell'uomo ad atteggiamenti violenti e aggressivi (cf. M 5,1-20). Ge s si lascia
vincere dall'ostinatezza della donna cananea che lo induce, con santa audacia, a mutare parere e ad
accordale ospitalit (cf. Mt 15,21-28).
c. la vita nuova
Certo, una cultura dell'ospitalit ha come base l'ascolto. Ascoltare lo straniero significa
accoglierne l'appello e assumere la responsabilit di una risposta; significa anche accettare di togliersi
le lenti deformanti dei pregiudizi, delle verit prefabbricate, degli slogan, dei luoghi comuni, per
avvicinarsi a lui, ascoltarlo, parlargli, e vedere modificato il proprio giudizio.
L'ascolto il luogo che consente la contaminazione delle differenze: grazie a esso, queste perdono
il loro carattere assoluto e irreversibile, e quello che poteva essere un limite all'incontro e rappre sentare la sua fine, diviene la soglia che consente l'incontro stesso. L'ascolto consente di declinare il
con-fine (del corpo, della casa, dello stato) in modo tale che la seconda parte di questo vocabolo,
cio la fine, il termine, che esso rappresenta, non prevalga sulla prima (con) diventando
occasione di rigetto e di chiusura, ma si manifesti come luogo di incontro e di comunione con l'altro.
Il confine la giusta linea di demarcazione dell'identit che vive esponendosi ai rischi fecondi
dell'incontro, del dialogo e della contaminazione; invece, il muro, la barriera, il filo spinato, rendendo
insuperabile il confine, creano una prigione nel momento stesso in cui, in nome della sicurezza,
cercano di difendere e proteggere l'identit.
L'ascolto implica la sospensione del giudizio, ovvero la rinuncia al pregiudizio, e l'accettazione
che sia l'altro a definirsi e a farsi conoscere: si assister cos al passaggio dall'altro come categoria
(definito in base all'appartenenza religiosa, etnica, culturale, eccetera) all'altro come tu personale
(con una biografia, una storia personale e collettiva, soprattutto con un peso di sofferenza e un
presente di paura). Smettere i pregiudizi significa impegnarsi nel lavoro di conoscenza dell'altro:
senza questa conoscenza, particolarmente necessaria e difficile nei confronti degli stranieri, non potr
avvenire alcuna vera ospitalit. Occorre infatti evitare due rischi contrapposti: l'appropriazione
dell'altro mancandogli di rispetto e la disappropriazione di s e della propria cultura per inchinarsi a
un altro mitizzato ed enfatizzato. Allora si pu accedere all'incontro con l'altro come apparizione.
Inoltre, per accogliere l'altro occorre umilt e curiosit. L'umilt di chi ritiene che l'altro possa
sempre apportare qualcosa alla mia umanit e alla mia pratica di vita e la curiosit di chi si apre con
simpatia alle usanze culturali dell'altro. Cos, forse, si pu pervenire anche all'empatia, a sentire l'altro
integrando il piano emotivo, quello somatico e quello mentale in un unico atteggiamento ospitale.
Infine ospitare l'altro implica il dialogo con l'altro. Il dialogo il cammino che percorre la strada
fra i due interlocutori in un andirivieni in cui si costruisce quotidianamente e insieme il senso del
vivere e la possibilit del convivere. La conversazione diviene conversione: l'altro non pi offuscato
dalle nubi dei pregiudizi e posso vederlo in verit e accoglierlo con sincerit.
Dall'urgente necessit di dare un riparo, un alloggio, un ricovero, si passa dunque all'ospitalit
come stile di esistenza, come forma di vita e come confessione di fede nel Dio che ha dato la terra
come luogo di abitazione per ogni uomo. Infatti, canta il salmista: Del Signore la terra e quanto

contiene, l'universo e i suoi abitanti (Sal 24,1) e David confessa: Tutto, Signore, tuo, nei cieli e
sulla terra ... Noi siamo stranieri davanti a te, e ospiti, come tutti i nostri padri (2Cr 29,11.15).

PREGHIERA PER IL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA


Signore Ges Cristo, tu ci hai insegnato a essere misericordiosi come il Padre celeste, e ci hai
detto che chi vede te vede Lui. Mostraci il tuo volto e saremo salvi. Il tuo sguardo pieno di
amore liber Zaccheo
e Matteo dalla schiavit del denaro; l'adultera e la Maddalena dal porre la felicit solo in una
creatura; fece piangere Pietro dopo il tradimento, e assicur il Paradiso al ladrone pentito. Fa'
che ognuno di noi ascolti come rivolta a s la parola che dicesti alla samaritana: Se tu
conoscessi il dono di Dio!
Tu sei il volto visibile del Padre invisibile, del Dio che manifesta la sua onnipotenza
soprattutto con il perdono e la misericordia: fa' che la Chiesa sia nel mondo il volto visibile di
Te, suo Signore, risorto e nella gloria.
Hai voluto che i tuoi ministri fossero anch'essi rivestiti di debolezza per sentire giusta
compassione per quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore: fa' che chiunque si accosti a uno
di loro si senta atteso, amato e perdonato da Dio.
Manda il tuo Spirito e consacraci tutti
con la sua unzione perch il Giubileo della Misericordia sia un anno di grazia del Signore e la
tua Chiesa con rinnovato entusiasmo possa portare ai poveri il lieto messaggio proclamare ai
prigionieri e agli oppressi la libert e ai ciechi restituire la vista.
Lo chiediamo per intercessione di Maria Madre della Misericordia a te che vivi e regni con il
Padre e lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli.
Amen