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Un anno fa scrivevo dell'Europa...

e della sua identità


Scritto da MarioEs
giovedì 04 gennaio 2007

... ma non scrivevo un blog!


L'occasione dell'ingresso di Romania e Bulgaria, a cui do il mio benvenuto, nella UE dal 1° gennaio 2007 mi consente di proporre alcune riflessioni ancora valide (per me).
Buona lettura.
"Il problema quando si parla di identità europea, a mio avviso, è quello di capire cosa intendiamo o vogliamo intendere per essa.
In merito, c’è chi vede la storia dell’Europa come una storia “antica” nella quale si possono trovare i fondamenti della sua cultura e della sua identità “comune” (ipotesi
da me condivisa) e chi, invece, rifiuta tale ipotesi e considera la storia europea come qualcosa di recente determinato dagli esiti delle due guerre mondiali, in particolare
dalla seconda, e quindi “nega” l’esistenza di una vera e propria identità europea.
L’approccio di questi ultimi si fonda sull’ipotesi che l’identità è tipica dello Stato sovrano e deriva dalloStato-nazione, per cui dato che storicamente l’Europa è stata divisa
in una pluralità di Stati-nazione, spesso in guerra tra loro e con “esperienze storiche diverse”, “non esiste neppure una identità culturale europea".
Per i primi, invece, l’Europa e la sua identità sono innanzittutto un’idea ed un ideale e, quindi, un progetto da realizzare sulla base di una cultura comune che affonda le
sue radici nella storia dell’Occidente, a partire dalla cultura greca, proseguendo con quella romana, poi con quella di matrice cristiana del medioevo e che, attraverso
l’Illuminismo, è arrivata sino ai nostri giorni.
Etimologicamente per identità (psicologica) intendiamo “consapevolezza di sé in quanto individuo stabile nel tempo e differenziato dagli altri” o ancora (più in generale)
“qualificazione di una persona, di un luogo, di una cosa per cui essa è tale e non altra”, da cui si può desumere che l’identità si manifesta in quanto diversità dall’altro
ed in quanto esista una consapevolezza di tale diversità.
Il problema è capire se l’Europa con tutte le sue identità “diverse” per cultura, religione, sistema istituzionale ed economico possa al tempo stesso considerarsi
accomunata da una identità “ideale” per così dire di “sintesi” basata sulle diversità stesse e su un progetto comune: quello di diventare un soggetto politico unitario".
"Del resto, già in passato un illustre pensatore europeo come I. Kant (1724-1804) ipotizzava una “federazione di popoli” quale risultato “finale” del percorso umano fatto di
guerre, devastazioni e rivolgimenti e come soluzione razionale della convivenza reciproca (“la guerra…spinge a fare quello che la ragione, anche senza così triste esperienza,
avrebbe potuto suggerire”) mentre il filosofo e sociologo francese C. H. De Saint-Simon (1760-1825) prefigurava con estrema lungimiranza addirittura un parlamento
europeo nella sua“Della riorganizzazione della società europea” (cfr. Paneuropa- Geografia e storia di un'idea ).
Inoltre, possiamo rammentare Montesquieu con le sue Riflessioni sulla monarchia universale in Europa,Voltaire (con il suo concetto di “république litteraire”) e,
successivamente, il filosofo e politologo R. Coudhenove Kalergi (1894-1972), con la sua lungimirante Paneuropa del 1923, che erano già l’espressione dell’ esistenza di
una cultura e di una “coscienza europea”.
Molto più recentemente, il caso della Croazia e del suo “eroe popolare”, il generale Ante Gotovina, accusato dal TPIJ (Tribunale penale internazionale dell’ex - Jugoslavia) per
crimini contro l’umanità, è per certi versi emblematico dello “scontro” tra tendenze nazionalistiche ed aspirazioni europeistiche, ovvero di due distinte e “conviventi”
identità, ed è stato ben illustrato da Luca Bogdanić nel supplemento al n°4/2005 di Limes.
In Croazia, infatti, la convinzione che le “azioni militari del 1995 (nella guerra contro la Serbia per riconquistare l’auto-proclamata Repubblica serba di Krajina, n.d.r.) siano
state missioni eroiche”, come ha ben inculcato nella coscienza popolare l’ex presidente Tudjman (n.d.r.), “è dura a morire” tanto che l’eliminazione, ad opera del governo di
Ivo Sanader, delle gigantografie di Gotovina con la scritta “Heroj” (eroe) dalle località costiere e turistiche è da considerarsi in chiave per lo più “cosmetica” visto che poi le
si ritrova in formato più piccolo come adesivo sulle automobili croate e, addirittura, nella località di Brela Gornje è affissa sulla base in cemento di un grande crocefisso.
In Croazia, d’altronde, è da sempre vivo un “afflato” europeistico tanto che proprio la mancata consegna di Gotovina aveva causato la perdita delle elezioni nel 2003 del
governo di centro-sinistra. Luca Bogdanić, parlando di una Croazia ormai “euroapatica” più che euroscettica, conclude però con un po’ di amarezza l’interessante articolo
affermando che “la società croata è malata di tribalismo e finché non farà i conti con la sua storia rimarrà fuori dall’Europa”.
Come noto, Gotovina è stato consegnato l'anno scorso al TPIJ, ma solo grazie ad un’azione congiunta della polizia spagnola e dell’Interpol alle isole Canarie (Tenerife) datata
8 dicembre 2005, cosicché adesso la possibilità della Croazia di far procedere più “speditamente” i negoziati di adesione alla UE sono più concreti, considerato il fatto che la
consegna del generale era stata considerata conditio sine qua non per l’inizio delle predette trattative.
Zagabria, in segno di collaborazione, ha assicurato in merito l’accollamento degli oneri finanziari connessi con la sua difesa ed ha congelato i beni del generale. Da quanto
detto emerge il fatto che l’identità europea, intesa come volontà di appartenere all’Europa e quindi di essere considerati europei, esiste, ma è spesso contrastata e
strumentalizzata dalle forze politiche locali con argomentazioni e propagande nazionalistiche, quando non è sottilmente contrastata da altri attori politici internazionali.
L’allargamento ad est del 1° maggio 2004, in realtà, sembrerebbe essere avvenuto senza arrecare particolari squilibri e piuttosto l’evento “negativo”, che taluni fanno risalire
all’allargamento stesso, è stato la mancata ratifica del trattato costituzionale da parte di Francia ed Olanda, che affronterò in seguito nella parte dedicata all’integrazione.
L’allargamento ad est, a mio parere, sicuramente non ha intaccato le identità nazionali degli Stati membri, ma potrebbe essere stato percepito dai cittadini della
“vecchia” UE a 15 come un processo troppo veloce che ha sottratto valenza e significato all’identità europea precedente, di tipo “occidentale”.
Si tratta però di percezioni falsate da una logica geopolitica vecchia ed antecedente alla caduta del muro di Berlino del 1989, il quale aveva diviso per cinquant’anni
l’Europa tra Est, sotto l’egemonia sovietica, e Ovest, sotto quella americana.
Possiamo obiettivamente considerare la Polonia un paese non europeo? Oppure l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Slovenia? Direi piuttosto che è stata la
seconda guerra mondiale e l’ordine internazionale che ne è scaturito ad aver “strappato” questi Paesi all’Europa ed alla cultura occidentale “europea”, imponendouna
divisione ideologica, ma non culturale.
Il processo di allargamento “a Est” in atto è pertanto un “naturale” ritorno in Europa dei popoli che se ne erano forzatamente allontanati con in più l’obiettivo ambizioso
di creare un’unione politica (e non solo economica), di perseguire la pace, la stabilità e la prosperità dei suoi cittadini.
Parimenti, il processo di allargamento ha causato un “fronte ostile” nell’Europa orientale dovuto a motivisocio-territoriali (il benessere ha favorito pochi ed è molto
disomogeneo tra le categorie sociali), ideologici(spinte nazionaliste e “nostalgie” comuniste di rifiuto del libero mercato) e culturali (sentimento “antioccidentale” di
derivazione slavofila e panslavista) che contrastano con l’identità europea ed il suo difficile consolidamento.
In tale scenario complesso, caratterizzato da forze politico-culturali centripete e centrifughe rispetto l’identità europea, essere europei deve significare avere dei valori
condivisi e sentire che tali valori non sono esattamente gli stessi, ossia non sono “identici” a quelli di altri paesi occidentali (come gli USA, ad esempio).
In conclusione, significa avere un “sogno europeo ”ed un peculiare modello europeo a cui riferirsi, ma è anche chiaro che senza sacrificare alcuni immediati interessi dei
singoli Stati ed alcune “recenti” fobie sociali (p.e. la paura del cd. “dumping sociale”), più o meno motivate, non si potrà affermare una vera identità europea, che pure
certamente esiste a livello ideale e culturale.
Sarà quindi precisa responsabilità degli Stati membri quella di consentire con ferma volontà politica l’affermazione di tale identità, destinata altrimenti a disperdersi in
nome dei particolarismi e dei singoli interessi".
Dunque auguri ai nuovi arrivati e buon lavoro!