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Le paure di Lawrence Lessig

Scritto da MarioEs
martedì 02 gennaio 2007

In un momento storico dove tutti parlano del Web 2.0 e si fa a gara a fare previsioni sul futuro del Blog, Lawrence Lessig si spinge più lontano e si chiede quale
sarà il futuro delle idee, abbinando quasi indissolubilmente tale futuro a quello della Rete Internet.

Innanzittutto, il libro di cui sto parlando - “Il futuro delle idee” , appunto – ci introduce nel mondo della Rete e ce ne fa cogliere i diversi “strati” come dice Lessig
scegliendo le definizioni di Yochai Benkler , professore di diritto alla New York University.

Gli strati della Rete sono tre:

1) Lo strato fisico, cioè l’infrastruttura attraverso la quale viaggia la comunicazione;

2) Lo strato di codice, che è lo strato logico che permette all’ hardware di funzionare (es. i protocolli Internet ed il relativo software);

3) Lo strato di contenuto, ovvero ciò che viene materialmente trasmesso (immagini, testi, video ecc.).

L’analisi che conduce Lessig, molto dettagliata e in massima parte legata al diritto degli Usa, cosa che però non ne inficia assolutamente i principi generali e le
conclusioni, è imperniata sul concetto di libertà attuale e di quella futura possibile (o molto probabile) nei tre strati della Rete appena citati.

Occorre prima fare una piccola precisazione: a parere di Lessig – e non solo – la vera forza della Rete e ciò che le ha permesso di essere e di diventare così come
oggi la conosciamo e la usiamo è la sua architettura di tipo “End to End” (e2e, nel prosieguo) , ossia in estrema sintesi la sua decentralizzazione ed il fatto che
l’intelligenza è agli estremi del network, rappresentata dai singoli utenti o client, mentre l’infrastruttura in sé è, per così dire “stupida”, e rappresenta solo un
mezzo trasmissivo "acefalo".

Il controllo in un’architettura e2e è in massima parte esercitato proprio dagli utenti e quindi gli stessi sono “liberi” (con i limiti che conosciamo relativi al diritto
d’autore) di inserire i contenuti che preferiscono e di condividerli (ad es. con il peer 2 peer, con i wiki ecc.), ma questa libertà è sottoposta ad un processo che
secondo Lessig si sta dirigendo sempre più verso il controllo dei 3 strati della Rete e quindi verso un fatale restringimento delle libertà del “popolo della Rete”,
che potrebbe finire per essere strangolata dalle norme sul copyright e da una legislazione che tenderebbe a favorire il “vecchio” contro il “nuovo”.

Ogni rivoluzione provoca una reazione da parte dell’establishment (le cd. lobbies), che dapprima sottovaluta l’impatto della stessa, ma poi quando si accorge che si
comincia ad erodere il proprio potere – soprattutto economico, ma non solo – reagisce in maniera “subdola” esercitando pressioni sul potere politico in modo da
far proteggere con l’azione legislativa le posizioni monopolistiche o oligopolistiche conseguite. Uno schiaffo, insomma,alle leggi del mercato e della libera
concorrenza.

La fase successiva è la “cannibalizzazione” dell’innovazione, dirigendola entro i binari dei propri interessi.

Mi permetto di dire che spesso ciò è avvenuto in politica e in ambito sociale (lascio a voi gli esempi).

Molto interessanti sono le osservazioni di Lessig relative allo spettro (le frequenze dei telefoni cellulari, delle radio ecc., per intenderci), che potrebbe rappresentare
la naturale evoluzione di Internet, ma che invece, negli Usa come da noi, è vittima di quella che in un mio post ho chiamato la “sindrome da walled garden”
degli operatori UMTS (e non solo).

Insomma, la tanto decantata economia di mercato basata sulla libera concorrenza, su cui si fonda la stessa Unione Europea, è sempre più spesso minacciata dai
tentativi dei poteri economici consolidati di conservare lo status quo contro la libera innovazione, in modo che quest’ultima diventi la loro innovazione, ma non
l’Innovazione di tutti.

Quali soluzioni propone Lessig?

In termini generali la soluzione è quella di lasciare nel commons (patrimonio comune) le risorse che unaprivatizzazione totale altrimenti danneggerebbe per le
loro intrinseche potenzialità innovative e di creatività a favore dell’intera società e di adottare eventualmente delle soluzioni miste, ossia regolamentare in maniera
mirata la proprietà ed il controllo, a cui verrebbe assicurato una quota minoritaria in settori specifici (es. lo strato fisico), e il commons che invece dovrebbe avere
la meglio nello strato di codice (definito il “cuore di Internet”, con la sua fondamentale architettura e2e) e dei contenuti.

Ne consegue che ad avviso di Lessig i governi dovrebbero favorire il codice aperto (open source) nello strato di codice della Rete e di attenuare lo strapotere
delle norme sul copyright nello strato di contenuto, che stanno progressivamente soffocando le libertà di un medium innovativo come Internet.

Lessig propone per il copyright una scadenza quinquennale rinnovabile dall’autore, altrimenti l’opera “cade” nel pubblico dominio, il tutto attraverso sistemi di e-
government (cioè, la pubblica amministrazione attraverso un sito web permette “l’autogestione” della proprietà intellettuale dei titolari delle singole opere).

Anche per i brevetti Lessig propone una seria analisi dei costi-benefici sociali che essi comportano e di ridurre, di conseguenza, più o meno drasticamente il loro
utilizzo, che in fondo non è altro che un monopolio legalizzato.

La discussione è aperta, ma indubbiamente vi consiglio di leggere questo libro: per non essere, come diciamo noi di Brain 2 Brain, solo consumatori ma anche attori
dei processi in atto sul Web 2.0 e dintorni.