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Il Valore del Lavoro

Scritto da MarioEs
mercoledì 20 giugno 2007

A quanti di noi sarà capitato di dire "quello lì non fa niente dalla mattina alla sera, ma alla fine guadagna come me (o poco meno o, adirittura, di più!) che
mi faccio in quattro per la mia azienda".

Penso che sia una sorta di costante in qualsiasi organizzazione, sia essa di tipo pubblico che di tipo privato.

In ogni organizzazione aziendale c'è una minoranza di persone che - detta in gergo - "manda avanti la baracca" e una maggioranza sostanzialmente "passiva"
che (almeno in apparenza) meno fa e meglio sta, senza per altro patire alcun tipo di danno per questo comportamento "poco produttivo" se non, a volte,
decisamente negativo.

Quanti di noi si sono chiesti il motivo di questo stato delle cose? Probabilmente una buona parte di quelli che producono ed una gran parte di quelli che non
producono.

Dal mio punto di vista, alcune ragioni che stanno all'origine di questo "status quo" possono essere così sintetizzate:

1) il valore che ognuno di noi attribuisce al proprio lavoro;

2) la valutazione del rischio che il "farlo male" possa provocare conseguenze spiacevoli (es. perdere il lavoro);

3) l'attenzione o la disattenzione dei dirigenti aziendali a questo tipo di problematica, che sicuramente può avere (ed ha) effetti sulla motivazione di chi lavora sodo;

4) il premio, morale, monetario e in termini di "potere" che "incassa" chi lavora di più e - parimenti - la "perdita", morale monetaria e di "potere" che subisce chi
lavora di meno.

Ci rendiamo conto inoltre che, restringendo ulteriormente l'analisi, sono in definitiva due gli aspetti da tenere in considerazione:

a. l'approccio al lavoro dei singoli;

b. i criteri di valorizzazione/gratificazione che vengono adottati (autonomamente e/o imposti da norme, regolamenti ecc.) dai dirigenti aziendali nei confronti dei
propri dipendenti.

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Viviamo, per altro, in una società in cui, come afferma Ralf Dahrendhorf , non è più il dirigente a chiedere al proprio dipendente di fare di più, ma è il dipendente
stesso che deve "mettersi in luce" (se vuole) agli occhi del dirigente e dimostrare di essergli utile.

Altrimenti, il dirigente più che altro si interessa di contenimento dei costi e di "mission" e "target" da conseguire.

Inoltre, l'incessante sviluppo della Tecnica e dell'automazione sta progressivamente sostituendo il lavoro umano con quello dei computers e delle "macchine" e
diventa sempre più evidente come sia sempre più il capitale finanziario e le relative rendite speculative a catalizzare l'attenzione delle elite globali.

Altrove, ho già avuto modo di citare un bell'articolo di Pier Luigi Celli che, parlando della classe dirigente, asseriva come "i mediocri scelgano i mediocri" e che,
per tanto, la classe dirigente (aggiungo io, in particolare, quella italiana!) sia destinata ad una sorta di perenne stato di "sclerotizzazione" e di appiattimento
culturale.

Non c'è niente da fare: il pesce puzza sempre dalla testa, con buona pace del resto del corpo che spesso fa di necessità virtù.

Una mediocre classe dirigente, però, non potrà mai esprimere un Paese d'eccellenza!

Se poi mediocre è anche la classe politica, direi che il "pastrocchio" è bello che cucinato.

Se poi a tutto questo aggiungiamo una "maggioranza" di cittadini/lavoratori "passivi", ai quali tutto sommato le cose stanno bene così come stanno e per i quali il
lavoro è la parte più noiosa della giornata direi che c'è proprio poco da fare.

Siamo destinati alla mediocrità ed a "vivere alla giornata" con carenza endemica di risorse, soprattutto psichiche.

In questo triste scenario, vedremo l'emergere di figure sempre più "inquietanti" quali:

1. Il carrierista disposto a tutto pur di salire nella scala gerarchica aziendale, ma che è sostanzialmente un mediocre scelto da altri mediocri come lui (il
meccanismo è quello del network sociale di cui ho già parlato in altri post) e che non è portatore di nessun valore se non del suo personale interesse e di quello
dei suoi "mentori";

2. Il "portaborse", che è colui che vivendo di luce riflessa, con i suoi servigi quotidiani raccoglie le briciole del potere del suo "padrone";

3. Il lavoratore improduttivo, ma opportunista, che "scalda la sedia" e che sarà considerato una sorta di "male necessario" ed "inevitabile" dell'organizzazione;

4. Il lavoratore "zelante" (lo "yes man"), che è colui che lavora per "la gloria" e la considerazione che gli tributano i propri capi e per una "speranza di carriera"
minima, ma "garantita".

In tutto questo "vortice", quello di cui si perde traccia è il perchè facciamo cosa e che valore diamo alle cose che facciamo e, soprattutto, alle persone che ci
circondano mentre facciamo "quelle cose".

In una società basata sempre più sul consumo di beni voluttuari e "superflui", il valore del lavoro per i più è sostanzialmente relegato ad una sorta di "strumento
doloroso, noioso e necessario" per poter consumare e possedere quei beni agognati, unica nostra fonte di vera gioia.

Il lavoro appartiene, cioè, a quello "stato di necessità" dal quale l'Uomo contemporaneo, grazie alla Tecnologia, si illude di essere sfuggito, ma che in realtà
continua a "imprigionarlo" quotidianamente in un'esistenza in cui le scelte, vera espressione di libertà, in realtà non esistono o sono davvero poche.

Ce ne accorgiamo ancora di più se pensiamo che il Lavoro è addirittura diventato una "meta agognata" per molti - giovani e meno giovani - che ne cercano uno che
si attagli al proprio profilo professionale e culturale e, non trovandolo, devono entrare nel "magico mondo dei co.co.pro".

La nostra Società ha forse bisogno di ripensare sè stessa anche alla luce del Valore che essa dà al Lavoro e, quindi, rivedere i meccanismi economici, culturali e
sociali che sono alla base di questa fondamentale attività dell'Uomo che in quest'epoca di "capitalismo di mercato sfrenato" è diventato sostanzialmente e purtroppo
un fondamentale spartiacque tra vincitori e vinti, tra ricchissimi e "servi della gleba", tra chi ha "agganci" e chi non li ha.

Ricordiamoci che un'eccessiva disuguaglianza e la conseguente ingiustizia alla lunga non solo non pagano, ma sono fonte di tensione, disordine e
malessere.

Ridiamo valore al lavoro ed a chi si impegna nel lavoro, premiamo chi merita, screditiamo chi non merita e, soprattutto, selezioniamo come si deve la classe
dirigente politica ed economica, evitando la perpetuazione dell'attuale potere oligarchico, lobbystico, tecnocratico ed autoreferenziale che ci sta
soffocando come cittadini e come lavoratori.

Solo con la Giustizia sociale e con una vera Libertà Democratica si può avere un sano sviluppo economico e culturale.

E non può esserci sviluppo etico senza valorizzare il Lavoro, che significa ridare importanza all'Uomo e alla sua dignità.
Tutto il resto sono chiacchiere da salotto: cioè la politica che vediamo tutti i giorni in televisione fatta di litigi e dichiarazioni ad effetto.