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Progettiamo l'innovazione culturale

Scritto da MarioEs lunedì 11 dicembre 2006

La nostra cultura, come tutte le culture, ha delle componenti che possiamo considerare di default ossia “indiscutibili”, date cioè per scontate da tutti - o quasi tutti

- e quindi ritenute costituenti quasi una sorta di “ambiente naturale”.

Nella migliore delle ipotesi si ritiene che siamo dove ci troviamo a causa di una evoluzione inevitabile e necessaria. Molto spesso non ci facciamo domande di questo tipo.

Però questo dare per scontato ed assodato ciò che invece è frutto della nostra cultura e di una visione consolidata del mondo e, soprattutto, frutto del sottile e quotidiano lavoro dei poteri forti – politici ed economici - su cui si fonda la società è uno dei peggiori errori che ciascuno di noi possa fare.

In tale contesto anche l’innovazione, di cui intendo parlare, è una sorta di “innovazione unidirezionale”, cioè incanalata a priori entro schemi culturali prefissati.

L’innovatore deve fare i conti con i copyright, i brevetti, le normative sui marchi e tutto ciò che ruota attorno al diritto industriale ed al diritto d’autore.

Il

territorio in cui può muoversi è un territorio sempre più dominato dai confini della cosiddetta proprietà intellettuale ed egli stesso è portato in prima persona

a

pensare come proteggere la propria idea dalla rapacità del sistema.

Il

mercato dell’innovazione è in larga approssimazione il mercato dei monopoli di chi riesce per primo a brevettare o a lanciare sotto copyright un prodotto o un

servizio in modo da assicurarsi un lasso di tempo più o meno ampio in cui “godere i frutti della propria innovazione”.

Ovviamente sottraendo agli altri la conoscenza che quella innovazione cela in sé.

Non che questo non sia in linea di principio anche giusto, ma qui torna utile la nostra cultura di default. Ci siamo mai chiesti se un simile meccanismo, per altro sempre più restrittivo (pensiamo alla chiusura di Napster, alle cause milionarie degli avvocati delle major discografiche contro il P2P, ma anche agli oligopoli della telefonia cellulare) sia utile all’innovazione ed alla creatività, oltre che ad un benessere maggiore per la società nel suo insieme?

E’ plausibile, invece, che tutti questi limiti siano molto spesso una protezione nei confronti di modelli di business consolidati e non disposti a mettersi in discussione?

Non ci viene in mente che siamo sempre più di fronte abarriere all’entrata di “nuovi innovatori” a vantaggio, invece, dei poteri economici forti e più agguerriti?

L’innovazione è diventata il “must” di cui i nostri politici si riempiono la bocca. Senza innovazione non si è competitivi, dicono.

Ma quale è il modello di innovazione che è veramente utile alla società nel suo insieme? Siamo sicuri che questo modello attuale, basato su una “jungla di norme” e di “strani mercati regolamentati” dallo Stato (insisto con il wireless e approfondirò questo aspetto) magari con il sistema delle aste (leggasi introiti) sia quello più efficiente?

Un piccolo innovatore quali e quanti passi deve compiere per affacciarsi al mercato? E avrà veramente “libertà di azione”? O forse soccomberà, con buona probabilità, sotto il peso dell’inefficienza del sistema economico e normativo in tale nevralgico settore?

Quale potrebbe essere un modo per contrastare lo strapotere dei “grandi” nei confronti dei “piccoli”?

A vostro avviso possono i piccoli agire con la stessa logica dei grandi o è necessario progettare una nuova cultura dell’innovazione e, quindi, un’innovazione

culturale?

E’ indubbiamente questo un campo minato in cui però Blog 2 Brain cercherà di muoversi. Cercando di sollevare dei dubbi e magari cercando qualche risposta.