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Stupefacenti: si allarga il concetto di ''uso personale''

Cassazione penale , sez. IV, sentenza 02.01.2013 n 47 (Carlo Alberto Zaina)

Con la sentenza n. 47, pronunziata lo scorso 2 gennaio 2013 dalla Quarta Sezione,
la Suprema Corte di Cassazione affronta una pluralit di interessanti aspetti processuali in materia di detenzione di
sostanze stupefacenti.
Essi spaziano dallo scrutinio della legittimit delle intercettazioni telefoniche disposte in sede di merito dall'Autorit
procedente, all'analitico esame dell'osservanza dell'obbligo di motivazione da parte del giudice di appello, al quale
vengano devolute, per il tramite dell'impugnazione, specifiche doglianze in ordine a precisi punti della sentenza gravata.
Oltre queste particolari prospettive procedimentali, che formeranno oggetto di approfondimento in altra sede, il giudice di
legittimit affronta e risolve, in modo convincente e coerente con l'indirizzo ermeneutico vigente, il tema di quali elementi
probatori possano fare assumere rilevanza penale alla condotta di detenzione di un quantitativo di sostanza
stupefacente, dalla quale sia possibile ricavare circa 30 dosi.
Ovviamente non si tratta di un quesito inedito, giacch da tempo l'interesse della giurisprudenza, sia di legittimit, che di
merito, si incentrato sull'individuazione di canoni sufficientemente attendibili, dai quali potere inferire una regola di
giudizio per giudicare la liceit (o meno) della detenzione di sostanze stupefacenti.
Si pu, peraltro, ragionevolmente affermare che il dibattito, cos insorto, abbia permesso di addivenire alla individuazione
e stabilizzazione di alcuni concetti base.
In proposito, certamente utile richiamare altra decisione della Sez. IV, (06-04-2011, n. 33301, Foro It., 2012, 3, 2, 188)
la quale ha, preliminarmente, precisato il carattere di non reciproca autonomia di quegli elementi ritenuti sintomatici
e sulla base dei quali, venga apprezzata la destinazione ad "uso non esclusivamente personale" di sostanze
stupefacenti materia di stupefacenti, indicati dall'art. 73, comma 1 bis, lett. a), dpr 309/90.
In tale ambito delibativo i supremi giudici hanno sancito il principio generale chel'accertamento di uno solo di essi
non sufficiente per ritenere penalmente rilevante la condotta di detenzione; conseguentemente, pur in
presenza di quantit non esigue o di confezioni plurime, ovvero di entrambe le situazioni, valutando "le modalit
di presentazione" e/o "le altre circostanze dell'azione", il giudice ben potrebbe ritenere un uso strettamente
personale.
Or bene, la sentenza in commento appare coerente con il ricordato approdo giurisprudenziale, in quanto, nel caso
specifico, censura la posizione assunta dal giudice di appello, il quale, richiamandosi pedissequamente all'orientamento
seguito nel primo grado del giudizio, avrebbe omesso di indicare la piattaforma probatoria sulla quale fondare il giudizio
di condanna dell'imputato a scapito della protesta di innocenza di questi.
Emergono, dunque, dal provvedimento della S.C. due peculiarit degne di note.
1.

In primo luogo, si manifesta il depotenziamento processuale del


concetto di presunzione, che
sempre stato, invece, discutibilmente
evocato
quale elemento idoneo a dimostrare la
destinazione allo spaccio della sostanza detenuta.

La Corte, infatti, deplora nella fattispecie - la mancata esplicita indicazione di canoni, che risultino atti a dimostrare che
si verta in una situazione prodromica al successivo commercio di droga, piuttosto che in un ambito
di approvvigionamento per esclusivo uso personale.
Tale vizio specifico appare riconducibile alla pi ampia e generica censura che il giudice di legittimit muove verso la
sentenza, in ordine alla genetica carenza di motivazione che pare affliggere la stessa anche in relazione ad altre
doglianze sollevate dagli imputati.

Il principio che si pu desumere dal pensiero della Corte , dunque, quello che qualsiasi decisione non pu discostarsi
dal rigoroso obbligo di un vaglio critico del materiale probatorio fornito ex parte.
2.

In secondo luogo, viene ribadita, ai fini del giudizio di eventuale destinazione della droga a scopo di uso
esclusivamente personale del detentore, la rilevanza di circostanze di natura soggettiva (le
cd. circostanze dell'azione).

Nel caso che ci occupa, esse vengono individuate, da un lato, nella disponibilit da parte del ricorrente di congrue
risorse finanziarie e dall'altro nella di lui necessit peraltro di ordine strettamente metodologico di effettuare una
tantum acquisti di quantitativi di un certo rilievo ponderale, non potendo egli rifornirsi di stupefacente, con cadenza
quotidiana, per ostative ragioni di lavoro.
Ritiene, quindi, chi scrive che la giurisprudenza stia, in modo inequivoco (e pur con le doverose e specifiche cautele
interpretative del caso), introducendo nella quotidianit e nella prassi forense, una nuova e pi ampia interpretazione
dell'uso personale.
Si fa strada, infatti, l'idea che possa effettivamente rientrare nel concetto di uso esclusivamente personale anche quel
quantitativo di stupefacente, che il singolo conclamato assuntore abbia acquistato con il fine di creare una provvista,
in relazione ad oggettive o soggettive difficolt di rifornimento, che egli avverta.
Si tratta, dunque, di una forma di ampliamento concettuale della nozione di detenzione di stupefacenti a fini di uso
personale.
L'orientamento in questione, infatti, sposta la prospettiva interpretativa usualmente adottata in tema di condotta
detentiva, dalla decisiva preponderanza del dato puramente e strettamente quantitativo, che, in caso di sua modicit,
poteva anche farsi apprezzare come sintomo dell'uso personale, all'indagine in ordine alla effettiva volont della condotta
del detentore.
In quest'ultima ottica, acquisiscono significativo rilievo tutti gli elementi, che risultino connessi con la persona del
soggetto imputato, vale a dire proprio quei dati che vengono ricompresi sotto la dizione circostanze dell'azione, che
sono stati in precedenza ricordati e che vengono espressamente valorizzati dalla sentenza.
Giovi osservare, da ultimo che anche la sentenza della Suprema Corte non pu essere esente da critica, per il fatto che
essa si uniforma alla scelta dei giudici di merito, di utilizzare il concetto di dose (dose media giornaliera), in luogo di
quello di unit di quantit massima detenibile, molto pi pertinente al caso concreto.
Nella fattispecie, infatti, il quantitativo di stupefacente rinvenuto nella disponibilit del ricorrente, (pari a circa gr. 11 di
cocaina), viene convertito, gi nei precedenti gradi di giudizio, nel concetto di dosi (30).
A parere di chi scrive, invece, il concetto di unit di quantit massima detenibile, che recentemente assurto a
parametro qualificato in relazione alla metodica per ravvisare la sussistenza della circostanza aggravante dell'ingente
quantit[1], si fa preferire perch si verte in ambito di condotta esclusivamente detentiva.
Il parametro quantitativo adeguato per determinare il grado di potenziale offensivit del compendio detenuto, deve,
quindi, essere diversamente da quanto affermato in tutto il corso del processo ed anche in sede di giudizio di legittimit
- quello della Q.M.D[2].
A sostegno di tale convincimento soccorre anche la stessa forma lessicale adottata dal legislatore.
Va, poi, sottolineato che la ratio di questo canone si rinviene nel fatto che esso stato concepito dal legislatore, onde
favorire il giudicante nel senso di meglio orientarsi e comprendere, (in relazione agli specifici casi che possono essere
prospettati), quante volte la parte netta di un singolo campione drogante possa eventualmente superare il limite del
principio attivo teoricamente detenibile ex lege.
Si tratta, quindi, di un indicatore assai utile (e nella sostanza di maggiore aderenza alla fattispecie detentiva ed a tutte
quelle ad essa assimilabili) per determinare il teorico livello di offensivit della condotta detentiva.
Esso evidenzia, in relazione ad uno specifico caso, il livello di diffusivit dello stupefacente e, altres, permette di
comparare tale attitudine, con le richiamate condizioni soggettive, onde inferire il giudizio sulla liceit della detenzione e
sulla attendibilit della sua destinazione ad uso personale
La dose media giornaliera, invece, costituisce altro tipo di criterio aritmetico, che pu venire utilizzato solo in quei casi in
cui la condotta illecita, contestata all'imputato, in quanto espressione di una di lui attivit e volont di diffusione dello

stupefacente (la cessione a terzi ad esempio) appaia del tutto differente rispetto a quella detentiva (o da quelle ad essa
assimilabili).
(Altalex, 11 febbraio 2013. Nota di Carlo Alberto Zaina)
_______________
[1]

V. SSUU 24 maggio 2012 n. 36258/12 R.G. 24594/12

[2]

Il Q.M.D. si ottiene moltiplicando il quantitativo di principio attivo stabilito per la dose media giornaliera per un parametro che 20.

/ droga / stupefacenti / detenzione / uso / uso personale / Carlo Alberto Zaina /

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE


SEZIONE IV PENALE
Sentenza 2 gennaio 2013, n. 47
Svolgimento del processo
1. - S.A., T.G.C., S. P., G.C.A., Si.Da.Gi. e L.P.A. venivano tratti a giudizio davanti al Tribunale di Catania per rispondere
dei reati di cui all'art. 81 cpv. c.p., D.P.R. n. 309 del 1990, art. 80, art. 73, art. 74 commi 1, 2 e 3, per essersi associati fra
loro e con altri soggetti allo stato non identificati, fra cui tali "Africa", "Liliana", "Janeiri", "Pino", "Marcello", "Mito" ed altri
ancora, allo scopo di commettere pi delitti di distribuzione, commercio, trasporto, detenzione, offerta in vendita e
cessione di sostanze stupefacenti, tipo cocaina, rivestendo in particolare S.A., S.F. e S.P. la qualit di partecipi, incaricati
- tra l'altro - di trasportare lo stupefacente dalla Spagna in Italia, detenere e distribuire a terzi lo stupefacente per conto
dell'associazione;
nonch per avere, senza l'autorizzazione di cui all'art. 17 del citato decreto, con pi azioni esecutive del medesimo
disegno criminoso, anche in concorso fra loro ex art. 110 c.p., distribuito, commerciato, trasportato, offerto in vendita e
ceduto a terzi sostanze stupefacenti del tipo cocaina. Fatto aggravato per aver riguardato ingenti quantitativi di sostanza
stupefacente e essere stato commesso da pi di dieci persone; fatto ulteriormente aggravato dall'aver partecipato
all'associazione persone dedite all'uso di sostanze stupefacenti; con la recidiva reiterata e specifica per S.P., reiterata
per Si.Da. e semplice per L.P. (In (OMISSIS) e luoghi imprecisati della Spagna, dal settembre 2004 al marzo 2005). Con
sentenza del 4/5/2010 il Tribunale assolveva gli imputati dal reato associativo riconoscendoli colpevoli del reato di cui
agli artt. 110, 81 cpv. c.p. e art. 73 del citato D.P.R., con esclusione dell'aggravante di cui all'art. 80 del citato D.P.R.,
valorizzando, in particolare, quale compendio probatorio a carico, l'esito delle intercettazioni telefoniche disposte per la
cattura del latitante T.M., cugino di S.A..
2. - Proponevano appello gli imputati, e la Corte di Appello di Catania, disposta la separazione della posizione della T.
per ragioni procedurali, confermava l'affermazione di colpevolezza pronunciata in primo grado nei confronti degli altri
appellanti e riformava l'impugnata decisione limitatamente al trattamento sanzionatorio; la Corte distrettuale dava conto
del proprio convincimento con argomentazioni che, per la parte che in questa sede rileva, possono cos riassumersi: A)
doveva essere disattesa l'eccezione di inutilizzabilit delle operazioni delle intercettazioni, sollevata dal S. sul rilievo
dell'asserita incompetenza funzionale del GIP di Catania che le aveva disposte per la ricerca del latitante T.M., posto che
nel caso in esame le intercettazioni telefoniche erano state disposte non soltanto per la ricerca del latitante ma anche
per acquisire ulteriori elementi investigativi in ordine all'associazione a delinquere di stampo mafioso (clan Cappello Piller) operante nel territorio catanese che favoriva la latitanza del T. considerato un esponente di spicco del
quell'organismo criminoso qualificato: ed invero, nella richiesta della Squadra mobile della Questura di Catania vi era
l'espresso riferimento al fatto che i titolari delle utenze di cui si chiedeva l'intercettazione "favorivano" la latitanza del T. e
che lo stesso T. e P. facevano parte dello stesso clan mafioso dei Cappello;
risultava altres infondata l'ulteriore eccezione sollevata dal medesimo imputato che aveva sostenuto l'inutilizzabilit delle
conversazioni captate in assenza di rogatoria internazionale: le conversazioni erano state intercettate su utenze intestate
a soggetti residenti nel territorio catanese e quindi per esse non era necessario il ricorso alla rogatoria internazionale; B)
nel merito, in relazione alla posizione dei singoli imputati, risultavano condivisibili le valutazioni del Tribunale, sulla base

del contenuto di conversazioni intercettate che la Corte stessa indicava specificamente; e ci avuto riguardo al
linguaggio criptico, usato per mascherare l'illiceit dei rapporti di frequentazione, nonch alla concatenazione
cronologica delle telefonate: S. - T.G.C. e il suo convivente S.F., che si trovavano in Spagna, avevano avviato delle
trattative con fornitori locali per l'acquisto di una partita di droga che era destinata a S.A.: da una conversazione
intercettata il 7 ottobre 2004 si intuirebbe che il S. si sarebbe trovato in Spagna dall'amico S.F. (ed in proposito viene
evocata la deposizione dell'ispettore Se.); la prospettazione difensiva, secondo cui i contatti avrebbero trovato
spiegazione nell'interesse sentimentale nutrito verso la T., non appariva credibile perch smentita dal contenuto delle
conversazioni intercettate in cui l'uso di un linguaggio criptico ed allusivo utilizzato dall'imputato con il S. (convivente
della T.) mal si conciliava con un proposito sentimentale che non si spiegava neppure con la conversazione del 3/1/2005
nel corso della quale la T. chiedeva del denaro al S. tramite il S. F. il quale certamente, a sua volta, non avrebbe
alimentato i rapporti di frequentazione con l'imputato se l'interesse di quest'ultimo fosse stato rivolto alla sua donna;
l'imputato non appariva meritevole delle attenuanti generiche, per la gravit della condotta tenuto conto, in particolare,
del suo coinvolgimento nell'approvvigionamento di gr. 350 di cocaina proveniente dalla Spagna: circostanza che
denotava un non modesto profilo delinquenziale; S. P. - per il S. P., il contenuto delle conversazioni captate - anche
quelle relative a colloqui telefonici tra il L. e lo Sp. - costituiva compendio probatorio carico, di sicura consistenza; il
contenuto delle conversazioni smentiva la prospettazione difensiva secondo cui il debito era riconducile alle macchinette
da caff che il L. e lo Sp. ricevevano - quali sub-mandatari - dal S. P. a sua volta rappresentante di commercio per conto
della ditta "F.T. di Agatina Giuffrida"); a ci dovevano aggiungersi gli esiti dell'attivit investigativa svolta dagli inquirenti e
culminata anche in sequestri di sostanze stupefacenti, ed appariva altres significativo che il L. in grado di appello non
aveva contestato l'interpretazione data dal Tribunale alle conversazioni telefoniche che vedevano l'imputato stesso
impegnato a recuperare somme di denaro, per conto del S. P., derivante dall'illecita attivit di spaccio e in forza delle
quali il L. era stato riconosciuto colpevole in primo grado; G. - la versione dell'imputato -secondo cui avrebbe ricevuto dal
L. droga da destinare esclusivamente al proprio uso personale - risultava smentita dalle risultanze processuali, ed in
particolare dal contenuto delle conversazioni che fugava qualsiasi dubbio, tenuto anche conto del riferimento a
quantitativi di droga e somme di danaro assolutamente incompatibili con l'approvvigionamento di droga per uso
esclusivamente personale; le intercettazioni telefoniche avevano dimostrato come l'imputato si rivolgesse al L. per
rifornirsi in modo stabile, costante e abitudinario di consistenti quantitativi di droga; non appariva credibile che l'imputato
avesse acquistato la droga per farne una scorta da tenere in riserva; SI. - anche per il Si. la tesi difensiva del
rifornimento di droga dal L. per uso esclusivamente personale risultava smentita dall'esito delle operazioni captative
(sinteticamente riportato dalla Corte territoriale quanto alle conversazioni ritenute di maggiore valenza probatoria); le
richieste che l'imputato riceveva da "numerose persone" e il fatto che lui e il L. "non avevano concluso nulla" apparivano
in contrasto con l'uso personale della droga deponendo invece per l'illecita attivit di spaccio svolta dal Si. in concorso
con il L.; non si ravvisavano nella condotta del Si. le connotazioni per il riconoscimento dell'attenuante della minima
partecipazione - di cui all'art. 114 c.p. -sollecitata dalla difesa, posto che il contributo dato dall'imputato, il quale riceveva
da numerose persone,richieste di fornitura di stupefacente e raccoglieva il denaro per l'acquisto della droga, non poteva
essere considerato come partecipazione di minima importanza al reato a lui contestato; non potevano concedersi le
attenuanti generiche: la condotta del Si. - il quale si riforniva costantemente di rilevanti quantitativi di droga dal L. rivelava un profilo delinquenziale non lieve; L. - in data 30/3/2005 nell'abitazione dell'imputato erano stati rinvenuti circa
60 grammi di cocaina mentre era in compagnia del G. e numerose conversazioni evidenziavano che l'imputato era
impegnato a recuperare i crediti vantati dal S. P. nei confronti dello Sp. derivanti dall'illecita attivit di spaccio, come gi
precisato nell'esaminare la posizione dell'imputato S. P.;
nella condotta del L. non appariva ravvisabile l'attenuante della minima partecipazione al reato, ai sensi dell'art. 114 c.p.,
da lui invocata, posto che: durante l'attivit investigativa, egli era stato trovato in possesso di gr. 60 di cocaina che
custodiva nel suo appartamento; sollecitava i pagamenti di somme di denaro per conto del S. P.; con il Si. conteggiava le
somme di denaro derivanti dall'illecita attivit di spaccio; era il fornitore abituale e costante di rilevanti quantitativi di
droga per il G..
3. - Ricorrono per cassazione gli imputati S., L., Si., S. P. e G. con censure che possono riassumersi come segue:
3.1 S. - Sotto i profili della violazione di legge e del vizio motivazionale, la difesa del S. deduce, con diffuse
argomentazioni, ed anche con il richiamo ad atti processali, plurime doglianze che possono cos riassumersi: con il
gravame proposto avverso la sentenza di primo grado, la difesa di S.A. aveva svolto una serie di argomentazioni
difensive che, muovendo da dati probatori certi (particolarmente le intercettazioni telefoniche), avrebbero dovuto
condurre indubitabilmente, secondo il ricorrente, alla di lui assoluzione; si erano, inoltre, "indicati taluni punti della
sentenza di primo grado ove venivano riportate circostanze oggettivamente insussistenti (presenza del S. in Spagna il
7/10/2004: p. 6 dei motivi d'appello) ovvero interlocutori diversi da quelli accertati nel corso del dibattimento di primo
grado (prenotazione di una macchina a Ciampino il giorno 11/1/05 che si dice effettuata da un soggetto diverso dal S.F.,
contrariamente a quanto invece risulterebbe dagli atti: p. 6 motivi appello): nell'un caso, come nell'altro, il giudice
dell'appello si sarebbe indotto a ribadire le affermazioni del primo giudice su tali punti senza procedere ad alcuna verifica
dei dati che, ad avviso del ricorrente, ove eseguita, avrebbe portato a diversa conclusione; la difesa aveva evidenziato
come dovesse escludersi che S. A. fosse interessato all'acquisto di stupefacenti da parte della coppia S. F./ T.
segnalando che, seppure questi ultimi avevano potuto pensare che il S. potesse essere interessato all'acquisto di
stupefacenti, proprio alcune conversazioni intercettate potevano dimostrare invece l'insussistenza della responsabilit
del S. stesso; erano state segnalate alla Corte d'Appello in particolare talune conversazioni dalle quali emergeva che il
S. ed il S. F. si sarebbero sentiti dopo le feste, ed altra, pur successiva all'arresto della T., nel corso della quale il S.
diceva al S. F. di non aver risolto ancora i propri problemi: anche al riguardo i giudici di seconda istanza avrebbero

omesso di confutare le prospettazioni difensive, limitandosi ad argomentare in maniera congetturale e operando palesi
travisamenti dei fatti e delle prove; secondo l'impugnata sentenza la coppia S. F./ T. si sarebbe trovata in Spagna per
l'acquisto di una partita di droga: il S. F. era invece agli arresti domiciliari in (OMISSIS), e quindi in Spagna si trovava la
sola T. come peraltro dimostrato dalle numerose telefonate tra i due - nel corso delle quali la donna appariva con il nome
C. o G. - e come confermato in dibattimento dall'Ispettore Se. su domanda del P.M.; la Corte d'Appello ha affermato che
da una telefonata intercettata il 7 ottobre 2004 si intuirebbe la presenza in Spagna del S. presso il S.: in atti non vi
sarebbe alcuna traccia di una telefonata in data 7 ottobre 2004 tra il S. ed il S. F., di cui peraltro non sarebbero state
fornite dalla Corte di merito utili indicazioni (utenza, orario, etc), n potrebbe attribuirsi valenza probatoria ad una mera
"intuizione": circostanze queste pure sottoposte al vaglio della Corte d'Appello ma rimaste senza risposta;
nella sentenza di secondo grado si legge che da alcune conversazioni sarebbe emerso che il S. avrebbe parlato con
interlocutori sconosciuti ai quali poter vendere la droga che, secondo l'accusa, il S. stesso avrebbe ricevuto dalla T. e da
costei acquistata in Spagna: in due di tali telefonate (ivi compresa quella avente ad oggetto il noleggio di un'auto a
Ciampino) l'interlocutore del S. era il S. F. - il quale peraltro aveva in uso l'utenza intercettata -e quindi non poteva
trattarsi di un potenziale acquirente della droga acquistata dalla T. in Spagna, mentre l'interlocutore del S. nella terza
telefonata era suo cugino P.G. per cui l'oggetto della telefonata non poteva essere la droga; la Corte territoriale sarebbe
incorsa in un travisamento della prova sotto due aspetti: a) in dibattimento nessun operatore avrebbe riferito di non aver
riconosciuto la voce del S. F.; b) l'identit degli interlocutori sarebbe stata annotata sul prospetto sintetico delle telefonate
acquisito dal Tribunale; la Corte distrettuale non avrebbe poi indicato alcun elemento da cui poter inferire che fra la
coppia S. F.- T. da un lato ed il S. dall'altro sarebbe stato raggiunto un accordo certo "sulla qualit, quantit della
sostanza e sul prezzo": erano state sottoposte al vaglio della Corte d'Appello tali prospettazioni difensive - con specifico
richiamo anche a singole conversazioni intercettate che avrebbero dimostrato la mancanza di qualsiasi accordo - rimaste
tuttavia senza risposta, con conseguente inosservanza dell'obbligo motivazionale; si deduce poi vizio di motivazione in
ordine al diniego delle attenuanti generiche, avendo la Corte distrettuale desunto connotazioni di un profilo
delinquenziale non lieve da un solo episodio a fronte di una condizione di incensuratezza; si assume infine che per il
principio del "favor rei" i giudici di merito avrebbe dovuto infliggere al S. il minimo della pena detentiva pari ad anni 6 di
reclusione introdotto con la nuova legge del 2006 e non il minimo di 8 anni quale stabilito dalla normativa previgente.
3.2. L. - Denuncia vizio motivazionale per erronea valutazione delle risultanze processuali, relativamente al diniego
dell'attenuante della lieve entit del fatto - sottolineando che vi sarebbe un'unica conversazione in cui si farebbe
riferimento a denaro, e si tratterebbe della somma di 150,00 Euro - e delle attenuanti generiche, che a suo dire ben
avrebbero potuto essere riconosciute per lo scarso apporto che il L. avrebbe fornito nell'ambito della vicenda oggetto del
procedimento e per il suo contegno processuale.
3.3. SI. - Deduce Vizio di motivazione in ordine al diniego delle attenuanti generiche e dell'attenuante dell'ipotesi lieve
D.P.R. n. 309 del 1990, ex art. 73, comma 5, nonch per il mancato riconoscimento dell'attenuante della minima
partecipazione al fatto di cui all'art. 114 c.p..
3.4. S. P. - Solleva l'eccezione di inutilizzabilit dell'esito delle intercettazioni - in appello non dedotta da lui ma dal S. sul rilievo che sarebbero state disposte da giudice funzionalmente incompetente, e denuncia vizio di motivazione sulle
valutazioni probatorie in punto di ritenuta responsabilit.
3.5. G. - Vizio di motivazione in ordine alla ritenuta insussistenza della destinazione della droga ad uso personale, che a
dire del ricorrente sarebbe invece provato dalla sentenza di assoluzione relativamente al rinvenimento della cocaina del
10 marzo 2005, dal suo accertato stato di tossicodipendenza e dalle sue risorse economiche - riconducali all'attivit
commerciale svolta - che gli avrebbero consentito l'approvvigionamento di droga per il suo fabbisogno; anche le
conversazioni intercettate, se lette nell'ottica della sua tossicodipendenza, deporrebbero in tal senso; si duole altres
dell'aumento di pena a titolo di continuazione asserendo che i plurimi episodi da ritenere avvinti dal vincolo della
continuazione non sarebbero stati in alcun modo provati.
Motivi della decisione
4. - Preliminarmente deve essere esaminata la censura in rito concernente la eccepita inutilizzabilit dell'esito delle
intercettazioni telefoniche, che, pur se dedotta dal solo S. P., in caso di accoglimento produrrebbe i suoi effetti anche
sulla pozione degli altri ricorrenti tenuto conto della natura dell'eccezione concernente questione rilevabile di ufficio. La
doglianza priva di fondamento, sotto plurimi profili. In primo luogo, va evidenziato che, come precisato dai giudici del
merito, le intercettazioni erano finalizzate non solo alla cattura del latitante T.M., ma anche all'acquisizione di elementi
investigativi in ordine all'associazione mafiosa che favoriva la latitanza del T.. A ci aggiungasi che questa Corte ha avuto
modo di affermare, condivisibilmente, la piena utilizzabilit di intercettazioni finalizzate alla ricerca di latitanti anche se
disposte da giudice incompetente funzionalmente (Sez. 4, n. 45911 del 15/10/2009 Ud. - dep. 01/12/2009 - Rv. 245664).
5. - Ci posto, prima di passare all'esame delle singole posizioni (nel merito) dei ricorrenti, ed all'analitico vaglio delle
censure dagli stessi rispettivamente dedotte, appare opportuno soffermarsi innanzi tutto sul tema generale dell'onere
motivazionale, con particolare riferimento agli obblighi di motivazione del giudice di secondo grado, in relazione ai motivi
dell'appello proposto dall'imputato, nel caso di conferma della sentenza di condanna pronunciata in primo grado. E'
certamente ius receptum che, quando le sentenze di primo e secondo grado concordino nell'analisi e nella valutazione

degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, la struttura motivazionale della sentenza di appello
pu integrarsi con quella precedente per formare un unico corpo argomentativo, sicch risulta possibile, sulla base della
motivazione della sentenza di primo grado, colmare eventuali lacune della sentenza di appello. Deve tuttavia ritenersi
che incorra nel vizio di motivazione il giudice d'appello il quale - nell'ipotesi in cui le soluzioni adottate dal giudice di
primo grado siano state censurate dall'appellante con specifiche argomentazioni -confermi la decisione del primo
giudice, aggiungendo la propria adesione senza per dare compiutamente conto degli specifici motivi d'impugnazione,
cos sostanzialmente eludendo le questioni poste dall'appellante. In tal caso non potrebbe invero nemmeno parlarsi di
motivazione "per relationem", trattandosi all'evidenza della violazione dell'obbligo di motivare, previsto a pena di nullit
dall'art. 125 c.p.p., comma 3, e direttamente imposto dall'art. 111 Cost., comma 6, che fonda l'essenza della giurisdizione
e della sua legittimazione sull'obbligo di "rendere ragione" della decisione, ossia sulla natura cognitiva e non potestativa
del giudizio.
Pi specificamente, l'ambito della necessaria autonoma motivazione del giudice d'appello risulta correlato alla qualit e
alla consistenza delle censure rivolte dall'appellante. Se questi si limita alla mera riproposizione di questioni di fatto gi
adeguatamente esaminate e correttamente risolte dal primo giudice, oppure di questioni generiche, superflue o
palesemente inconsistenti, il giudice dell'impugnazione ben pu trascurare di esaminare argomenti superflui, non
pertinenti, generici o manifestamente infondati. Quando, invece, le soluzioni adottate dal Giudice di primo grado siano
state specificamente censurate dall'appellante, sussiste, come detto, il vizio di motivazione - in quanto tale sindacabile
ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e) - se il giudice del gravame non si fa carico di argomentare sulla fallacia o
inadeguatezza o non consistenza dei motivi di impugnazione. N pu ritenersi precluso al giudice di legittimit l'esame
dei motivi di appello, al fine di accertare la congruit e la completezza dell'apparato argomentativo adottato dal giudice di
secondo grado con riferimento alle doglianze mosse alla decisione impugnata, rientrando nei compiti attribuiti dalla legge
alla Corte di Cassazione la disamina della specificit o meno delle censure formulate con l'atto di appello quale
necessario presupposto dell'ammissibilit del ricorso proposto davanti alla stessa Corte.
6. - Orbene, sulla scorta dei principi appena ricordati, risultano fondati i ricorsi del S. e del G. per quanto di ragione.
6.1. Per quel che riguarda il S., questi aveva presentato un atto di appello con cui aveva dedotto motivi specifici, con
particolare riferimento alla interpretazione di talune telefonate cui il primo giudice aveva ritenuto di dover attribuire
valenza probatoria di accusa. L'imputato aveva cio contestato l'individuazione del suo interlocutore - con conseguenti
riflessi sul significato del colloquio intercettato - non mancando di indicare specifici atti a sostegno del proprio assunto.
Come evidenziato anche dal Procuratore Generale nel corso della sua requisitoria all'odierna udienza, a fronte di dette
doglianze il giudice di appello ha confermato l'affermazione di colpevolezza in ordine al reato avente ad oggetto cocaina
pari a 320 grammi (acquistata dalla coppia S. F./ T. per essere poi ceduta, secondo l'accusa, ad esso S.), ribadendo la
valenza probatoria di talune circostanze senza farsi carico di vagliare le deduzioni difensive formulate in proposito con i
motivi di appello, sia pure per ritenerle eventualmente inconferenti o infondate. Con riferimento alla conversazione del
17/12/2004, assume la Corte territoriale che essa sarebbe intervenuta fra il S. "ed un uomo non identificato" e che da
essa si ricaverebbe logicamente che il S., una volta ricevuto lo stupefacente dalla T., lo avrebbe consegnato all'ignoto
interlocutore. Il S. aveva invece sostenuto con l'appello - richiamando atti del processo - che l'interlocutore sarebbe stato
lo stesso S. F. (la cui utenza cellulare era intercettata) e quindi la conversazione non avrebbe potuto riferirsi alla droga
acquistata in Spagna dalla T. (cfr. pag. 3 dell'allegato 2 al ricorso).
Si legge ancora nella gravata sentenza che da una conversazione intercettata in data 7/10/2004 si intuirebbe che il S. si
trovava in Spagna dal suo amico S.F. (evocando al riguardo la deposizione dell'ispettore Se.). In proposito, il S. ha
rappresentato con il ricorso innanzi tutto che di tale telefonata (intercettata) non vi sarebbe traccia in atti e che il S. F.
non poteva trovarsi in Spagna perch agli arresti domiciliari in (OMISSIS), precisando di aver dedotto tale eccezione con
i motivi di appello (a pag. 6): anche in proposito non si rinviene risposta nella sentenza di secondo grado; il ricorrente ha
poi denunciato vizio di motivazione relativamente all'interpretazione di detta conversazione sostenendo che una mera
"intuizione" non sarebbe idonea a rendere congrua una motivazione a sostegno della lettura di un colloquio intercettato:
tale censura coglie nel segno posto che la Corte territoriale avrebbe dovuto esplicitare gli elementi valutati per pervenire
ad una tale "intuizione". Ed ancora. La prenotazione dell'autovettura a Ciampino in data 11/1/2005 - oggetto di una
telefonata intercettata - attribuita dai giudici del merito allo "stesso ignoto interlocutore", sarebbe stata invece effettuata,
secondo il ricorrente, da S.F., come risulterebbe dal prospetto, allegato anche al ricorso, specificamente progr. 2980 ut.
(OMISSIS) in uso a S. F.: secondo la prospettazione difensiva, l'auto sarebbe servita alla T. per recarsi in Spagna e la
donna sarebbe stata individuata dagli inquirenti proprio grazie a tale intercettazione, per poi essere bloccata a
Ventimiglia al rientro in Italia: deduzione anche questa sottoposta al vaglio dei giudici di seconda istanza con i motivi di
appello (a pag. 6).
Per la conversazione del 13/1/05, la difesa aveva evidenziato con i motivi d'appello (p. 10), richiamando anche il teste
Se., che il colloquio era intervenuto fra il S. e il proprio cugino P.G., e non con un "uomo non identificato" (cfr. pag. 6
dell'allegato 2 al ricorso) e, pertanto, non poteva avere il significato che si era ritenuto di poter trarre: il Giudice d'appello,
senza verificare donde la difesa avesse tratto il nome P.G., ha ribadito trattarsi di uomo non identificato per poi affermare
- dunque senza dar conto della deduzione difensiva - che si trattava di soggetto interessato ad acquistare stupefacente.

Con il ricorso il S. sostiene che aveva sottoposto alla Corte doglianze specifiche circa il suo disinteresse rispetto ai fatti di
droga di cui si sarebbe occupata la coppia T.- S. F., richiamando l'attenzione della Corte distrettuale anche sul contenuto
delle telefonate intercettate successivamente all'arresto della T. (in particolare, quella del 24 gennaio 2005 nel corso
della quale comunicava al suo interlocutore di non aver ancora risolto i propri problemi, questi ultimi gi oggetto di
conversazioni relative al periodo antecedente all'arresto della T.): anche in ordine a tali deduzioni (formulate a pag. 11 dei
motivi di appello) non si rinvengono argomenti nell'impugnata sentenza.
Mette conto sottolineare ancora che la Corte territoriale ha ritenuto sussistente il reato per il quale intervenuta
condanna nei confronti del S. (quale unico addebito di cui detto imputato poteva essere chiamato a rispondere, per come
precisato dai giudici di seconda istanza) - vale a dire l'accordo circa l'acquisto della droga (dalla T.) per poi rivenderla a
terze persone - muovendo dal presupposto che ai fini della consumazione del reato stesso non rileverebbe la materiale
consegna dello stupefacente all'acquirente essendo sufficiente solo "l'incontro delle volont del compratore e
dell'acquirente sulla qualit, quantit della sostanza e sul prezzo" e citando in proposito taluni precedenti della
giurisprudenza di legittimit (pagg. 6-7 della sentenza); il S. con il ricorso ha dedotto che non sarebbero stati indicati gli
elementi probatori cui poter ancorare in termini di certezza il convincimento della concretezza dell'accordo quale
ipotizzato dall'accusa. Orbene, ferma restando la correttezza dell'affermazione della Corte d'Appello in termini di
principio di diritto, si rileva peraltro un vizio motivazionale laddove non risulta precisato (ultimo rigo di pag. 6 della
sentenza) a quali soggetti intendesse riferirsi la Corte d'Appello nell'indicare il "compratore" e l'"acquirente", trattandosi di
termini che esprimono entrambi il concetto di acquisto, e manca poi al riguardo il riferimento ad elementi da cui poter
trarre il convincimento della concretezza dell'accordo tra tali soggetti, una volta individuati, nella fattispecie, il
"compratore e l'"acquirente". Sussiste, pertanto, anche sul punto il denunciato vizio motivazionale.
Per le ragioni suesposte l'impugnata sentenza deve essere annullata nei confronti del S., con rinvio ad altra sezione
della Corte d'Appello di Catania che, alla luce dei rilevati vizi motivazionali sopra evidenziati, proceder a nuova
valutazione del complessivo compendio probatorio, tenendo conto compiutamente delle doglianze dedotte dal S. con
l'appello. Restano assorbite le ulteriori censure relative al trattamento sanzionatolo, oggetto del ricorso.
6.2. Tenendo conto dei principi generali in tema di onere motivazionale, prima richiamati, fondato, come detto, anche il
ricorso del G.. A carico di quest'ultimo sono state valorizzate le telefonate con il L., ritenuto suo fornitore, e, quale
elemento oggettivo di riscontro, stato evidenziato il rinvenimento sulla persona del G. stesso di grammi 11,6 di cocaina
in occasione del sequestro a casa del L. - che era in compagnia del G. - di un quantitativo di cocaina di circa 60 grammi;
secondo i giudici del merito non rileverebbe la sentenza di assoluzione del G. per il possesso degli 11,6 grammi di
cocaina, tenuto conto di quelle conversazioni che farebbero supporre che non si sarebbe trattato dell'unico episodio di
coinvolgimento del G. in un acquisto di sostanza stupefacente (pag. 16 della sentenza di primo grado). Orbene, come
per il S., anche per il G. la motivazione della Corte distrettuale non soddisfa l'esigenza di adeguata e logica risposta a
quanto specificamente dedotto dall'imputato con i motivi di appello. Il G. aveva sollecitato il giudice di seconda istanza ad
indicare quali elementi probatori potessero sorreggere il convincimento di un commercio di droga e non di
approvvigionamento per esclusivo uso personale evidenziando che: era intervenuta una sentenza assolutoria - definitiva
- che aveva sancito la destinazione ad uso personale dell'unico quantitativo di stupefacente rinvenuto nella disponibilit
dell'imputato, vale a dire gli 11,6 grammi di cocaina;
egli era titolare di una fabbrica economicamente solida, con 12 dipendenti, e svolgeva un'attivit commerciale i cui
proventi ben potevano consentirgli l'acquisito di droga per soddisfare le sue esigenze di tossicodi pendenza da cocaina,
anche mediante acquisti di "scorte" di cocaina, non potendo recarsi, per gli impegni di lavoro, quotidianamente presso il
suo fornitore (ed ai motivi di appello era stato allegato anche il bilancio del 2004 relativo a tale attivit commerciale); le
conversazioni intercettate erano state interpretate in maniera distorta mediante l'estrapolazione di parole e stralci di tali
colloqui, dalla cui integrale trascrizione (riportata nei motivi di appello), poteva invece desumersi, secondo la
prospettazione difensiva, che la reazione indispettita del G., nei confronti del L. in occasione di una telefonata
intercettata, era dovuta solo alla mancanza di disponibilit di droga di cui aveva necessit per il proprio fabbisogno; la
sentenza di assoluzione, nonch l'esito del drug test effettuato in occasione dell'arresto del 10 marzo 2005 - a mezzo del
quale era stato riscontrato nelle urine un dosaggio di cocaina di gran lunga superiore ai valori normali - dimostravano
che egli non acquistava dal L. droga da destinare allo spaccio; dagli atti non emergerebbe alcun elemento idoneo a
dimostrare un qualsiasi contatto tra il G. e potenziali clienti ai quali cedere droga, ed egli non aveva subito altri controlli al
di fuori di quello sfociato poi nella sentenza di assoluzione; ai fini della pena gli era stato inflitto un aumento a titolo di
continuazione interna (un anno di reclusione e 2.000,00 Euro di multa in primo grado, poi ridotto in appello a sei mesi di
reclusione ed Euro 1.000,00) - sul presupposto che le telefonate con il L. potessero accreditare l'ipotesi che la cessione
della cocaina di 11,6 grammi non fosse stata la sola - senza tuttavia ancorare tale convincimento al bench minimo
elemento probatorio diverso da quell'unico episodio di detenzione di cocaina oggetto di sentenza di assoluzione passata
in giudicato; le parole "impegni" e "programma", dal primo giudice ritenute rivelatrici di un linguaggio criptico che avrebbe
mascherato illecite attivit concernenti la droga, erano viceversa del tutto compatibili con la sua attivit lavorativa.
A fronte di tali specifiche deduzioni, la Corte territoriale ha riproposto sostanzialmente i medesimi argomenti addotti dal
primo giudice, eludendo le deduzioni difensive sottoposte al suo vaglio, e valorizzando una situazione di "droga parlata"
ritenuta riferibile ad attivit di spaccio senza per indicare elementi idonei a dar prova concreta di contatti - quanto meno
telefonici - tra il G. e potenziali acquirenti, n circostanze cui poter ancorare il convincimento della disponibilit in pi
occasioni da parte del G. di droga da destinare allo spaccio, e tali quindi da poter legittimare una sentenza di condanna
"oltre ogni ragionevole dubbio" ed un conseguente trattamento sanzionatorio caratterizzato anche da un aumento di

pena a titolo di continuazione. La stessa telefonata del 9 marzo 2005 cui allude la Corte d'Appello (pagg. 12 e 13 della
sentenza impugnata) - che peraltro avrebbe avuto ad oggetto la marijuana (pag. 13 della sentenza della Corte
d'Appello), e non cocaina - non risulta collegata ad alcun quantitativo di marijuana n stato precisato se poi quella
cessione di marijuana, dal L. al G., vi sia stata effettivamente; cos come non stato indicato a quale acquisto avrebbero
dovuto essere eventualmente destinati i mille Euro che, come risulterebbe da una telefonata tra il G. ed il L., costituiva
l'importo di un assegno che il G. stesso aspettava di incassare, dopo che il L. gli aveva detto che stava aspettando
"l'erba che Dio aveva maledetto": mette conto sottolineare, al riguardo, che a pag. 17 della sentenza di primo grado si
afferma che all'appuntamento poi fissato presso la casa del L. questi aveva dato al G. cocaina pari a grammi 11,6 - da
cui poter ricavare circa 30 dosi - oggetto per della sentenza di assoluzione (per la ritenuta destinazione di detta
sostanza ad uso personale, con conseguente impossibilit di porre tale specifico episodio a fondamento di una
dichiarazione di penale responsabilit). N risulta dalle sentenze di primo e secondo grado alcun contatto tra il G. e
soggetti eventualmente destinatari della droga che il G. stesso avrebbe dovuto spacciare.
La sentenza impugnata deve essere dunque annullata anche nei confronti del G., con rinvio, per nuovo esame del
compendio probatorio tenuto conto di quanto sopra evidenziato.
7. - Passando all'esame delle posizioni degli altri ricorrenti, il Collegio rileva l'infondatezza dei motivi posti a sostegno dei
rispettivi ricorsi.
7.1 Ricorso del S. P.- Quanto all'eccezione in rito si rimanda a quanto gi sopra esposto (paragrafo 4).
Le doglianze concernenti l'affermazione di colpevolezza presentano profili ai limiti della inammissibilit perch
sostanzialmente relative ad apprezzamenti di merito e valutazioni probatorie non deducibili in sede di legittimit perch
sorretti da motivazione adeguata e priva di connotazioni di illogicit.
Nella concreta fattispecie, invero, la decisione impugnata si presenta formalmente legittima ed i suoi contenuti
motivazionali - quali sopra riportati nella parte narrativa in relazione alla posizione del S. P., e da intendersi qui
integralmente richiamati onde evitare superflue ripetizioni - forniscono, con argomentazioni basate su una corretta
utilizzazione e valutazione delle risultanze probatorie, esauriente e persuasiva risposta ai quesiti posti dalla difesa
dell'imputato. Con le dedotte doglianze il ricorrente, per contrastare la solidit delle conclusioni cui pervenuto il giudice
del merito, non ha fatto altro che riproporre in questa sede - attraverso considerazioni e deduzioni svolte in chiave di
puro merito - tutta la materia del giudizio, adeguatamente trattata, in relazione ad ogni singola tematica, dalla Corte
territoriale. Sicch le critiche mosse alla sentenza impugnata si risolvono in censure che tendono ad una diversa
valutazione delle risultanze processuali. In tema di sindacato del vizio di motivazione, compito del giudice di legittimit
non quello di sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta dai giudici del merito, ma solo quello di stabilire se
questi ultimi abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione, dandone una corretta e logica interpretazione, con
esaustiva e convincente risposta alle deduzioni delle parti; se abbiano, quindi, correttamente applicato le regole della
logica nello sviluppo delle argomentazioni che hanno giustificato la scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre
(Cass., Sez. Un., 13.12.1995, n. 930/1996; id., Sez. Un., 31.5.2000, n. 12). E poich il vizio di motivazione deducibile in
sede di legittimit deve, per espressa previsione normativa, risultare dal testo del provvedimento impugnato, o - a
seguito della modifica apportata all'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46, art. 8 - da "altri atti
del procedimento specificamente indicati nei motivi di gravame", tanto comporta, quanto al vizio di manifesta illogicit,
per un verso, che il ricorrente deve dimostrare in tale sede che l'iter argomentativo seguito dal giudice assolutamente
carente sul piano logico e, per altro verso, che questa dimostrazione non ha nulla a che fare con la prospettazione di
un'altra interpretazione o di un altro iter, quand'anche in tesi egualmente corretti sul piano logico; ne consegue che, una
volta che il giudice abbia coordinato logicamente gli atti sottoposti al suo esame, a nulla vale opporre che questi atti si
presterebbero ad una diversa lettura o interpretazione, ancorch, in tesi, munite di eguale crisma di logicit (cfr. Cass.,
Sez. Un., 27.9.1995, n. 30; id., Sez. Un., 30.4.1997, n. 6402; id., Sez. Un., 24.11.1999, n. 24; in termini sostanzialmente
identici, ancorch con riferimento alla materia cautelare, Sez. Un., 19.6.1996, n. 16; e non dissimilmente, Sez. Un.,
27.9.1995, n. 30; id., Sez. Un., 25.10.1994, n. 19/1994; e, con riguardo al giudizio, Sez. Un., 13.12.1995, n. 930/1996;
id., Sez. Un., 31.5.2000, n. 12). Inoltre, l'illogicit della motivazione, censurabile a norma dell'art. 606 c.p.p., comma 1,
lett. e), quella evidente, cio di spessore tale da risultare percepibile ictu oculi, proprio perch l'indagine di legittimit
sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato alla Corte di
cassazione limitarsi - come s' detto - a riscontrare l'esistenza di un logico apparato argomentativo, senza possibilit di
verifica della rispondenza della motivazione alle acquisizioni processuali (Cass., Sez. Un., 24.9.2003, n. 47289; id., Sez.
Un., 30.11.2000, n. 5854/2001; id., Sez. Un., 24.11.1999, n. 24).
E' solo il caso di aggiungere come il giudice di seconda istanza abbia sottolineato, quale circostanza significativa, che il
L. non aveva contestato il tenore delle telefonate in cui risultava coinvolto il S. P., che avevano portato alla condanna del
L. stesso in relazione al traffico illecito: e ci, in aggiunta all'esito dell'attivit di investigazione.
7.2. Posizioni L. e Si. - Entrambi deducono vizio di motivazione in ordine al diniego dell'attenuante dell'ipotesi della lieve
entit del fatto di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5.
Anche in proposito ci si trova di fronte a censure che presentano connotazioni ai limiti della inammissibilit. La Corte
territoriale - in risposta alle deduzioni difensive - ha motivato il proprio convincimento al riguardo sottolineando le

modalit della condotta, la sistematicit di essa, i quantitativi consistenti di droga trattati nel corso delle telefonate
intercettate, le rilevanti somme di denaro impiegate per l'approvvigionamento della droga oggetto della illecita attivit,
indici questi ritenuti dalla Corte stessa del tutto dissonanti rispetto ai parametri richiesti dalla norma speciale invocata
dalla difesa degli imputati; orbene, appena il caso di ricordare che le Sezioni Unite di questa Corte, ribadendo un
principio costantemente affermato nella giurisprudenza di legittimit, hanno precisato che detta attenuante "pu essere
riconosciuta solo in ipotesi di minima offensivit penale della condotta, deducibile sia dal dato qualitativo e quantitativo,
sia dagli altri parametri richiamati dalla disposizione (mezzi, modalit, circostanze dell'azione), con la conseguenza che,
ove venga meno anche uno soltanto degli indici previsti dalla legge, diviene irrilevante l'eventuale presenza degli altri"
(Sez. Un., n. 17/2000, imp. Primavera ed altri, RV. 216668): l'impugnata decisione si pone perfettamente in sintonia con
tale principio.
7.2.1. Il Si. ha inoltre denunciato vizio di motivazione relativamente al diniego dell'attenuante della minima partecipazione
al fatto ex art. 114 del codice penale ed al mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. Anche in proposito le
doglianze non colgono nel segno, posto che: a) quanto all'attenuante della minima partecipazione al fatto, la Corte
territoriale ha ritenuto ostativo, al beneficio invocato, il contributo fornito dall'imputato nella delittuosa attivit, essendo
emerso che egli riceveva da numerose persone richieste di fornitura e raccoglieva denaro per l'acquisto della droga; b) le
attenuanti generiche sono state negate avuto riguardo alla condotta del Si. il quale si riforniva costantemente dal L. di
rilevanti quantitativi di droga: orbene le ragioni addotte dalla Corte territoriale a sostegno del proprio convincimento in
proposito, risultano adeguate e congrue, e del tutto conformi ai principi enunciati in materia dalla giurisprudenza di
legittimit secondo cui "ai fini dell'assolvimento dell'obbligo della motivazione in ordine al diniego della concessione delle
attenuanti generiche, il giudice non tenuto a prendere in considerazione tutti gli elementi prospettati dall'imputato,
essendo sufficiente che egli spieghi e giustifichi l'uso del potere discrezionale conferitogli dalla legge con l'indicazione
delle ragioni ostative alla concessione e delle circostanze ritenute di preponderante rilievo" (in tal senso, tra le tante,
Sez. 1, N. 3772/94, RV. 196880).
7.2.2. Anche il L. ha denunciato vizio di motivazione in ordine al diniego delle attenuanti generiche: in primo luogo mette
conto sottolineare che in proposito non era stata sollevata questione con i motivi di appello, con conseguente
inammissibilit della doglianza in quanto dedotta per la prima volta in questa sede; a ci aggiungasi comunque la
genericit della censura - sovrapponibile, dal punto di vista argomentativo, a quella proposta dal Si. per il diniego del
medesimo beneficio - ed al riguardo valgono le considerazioni gi innanzi svolte esaminando l'analoga doglianza del Si.
stesso.
8. - Al rigetto dei ricorsi del S. P., del Si. e del L. segue la condanna dei medesimi al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata nei confronti di S.A. e G.C.A. con rinvio alla Corte d'Appello di Catania per nuovo
esame. Rigetta i ricorsi di S.P., Si.Da.Gi. e L.P.A. che condanna al pagamento delle spese processuali.