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IN BREVE / DUE PAGINE

Diritti umani:
internet vs
stato
Chi pu garantirci il
rispetto dei diritti se i
governi li hanno ceduti
ai privati senza nemmeno
accorgersene?

rapporti di potere
che hanno regolato societ e
governi del mondo
moderno sono stati
sempre piuttosto
chiari: unautorit
nazionale garantisce degli strumenti
fondament ali al
proprio popolo, e la
cittadinanza si occupa di mantenere in buona
salute la struttura statale. Semplificando, lequilibrio di governance uno dei principi base
della democrazia.
Ma mentre il confine tra vita digitale e vita
reale si fa sempre pi incerto, le dinamiche di
governabilit fanno fatica a stare al passo con
la sovrastruttura comunicativa che internet e
con cui ci rapportiamo ogni giorno.
Che si tratti di Google, Facebook o Amazon, la
fascia dei servizi base del web ormai gestita da
pochissime entit: parlo di social network, motori
di ricerca, ma anche di immagazzinamento di
informazioni. Infatti, in un ecosistema di servizi
apparentemente gratuiti, lutenza si ritrova a
pagarne il mantenimento attraverso la cessione
pi o meno consapevole di valanghe di dati personali. Per capirci: tutto il tempo che passiamo
su Facebookdai commenti ai like fino alla
natura delle nostre relazionisi trasforma in una
fonte inesauribile di informazioni, che vengono
accuratamente stipate e poi rivendute, in questo
caso alle agenzie pubblicitarie.
Questi dati sono di primaria importanza: sono
tracce fondamentali della nostra manifestazione
in societ. Dal mero smercio a scopo di lucro
fino alla cessione di informazioni cruciali a
governi pi o meno leciti, stipare una quantit
cos ingente di dati senza promuovere norme
che li proteggano pu avere conseguenze disastrose per i diritti umani.

Nel mondo occidentale e nel mondo arabo la top 3 dei siti pi visitati identica in tutti
i paesi: Google, Facebook e YouTube (per ironia della sorte, di propriet del primo). La
gestione dei dati che produciamo , quindi, ai limiti del monopolio.

Perch niente e nessuno, se non un rapporto


di fiducia tra consumatore e mercato, ci garantisce che il mercato non ne abusi. Le normative
che regolano queste dinamiche ora sono macchinose e stantie, prodotte da governance che
non hanno ancora (o non vogliono) intendere
la reale portata della sovrastruttura creata da
internetper come stanno attualmente le cose,
questa voragine legislativa crea un vuoto allinterno del quale, sia da parte dei privati che da
parte delle autorit, rischiano di svilupparsi
abusi ai danni dei cittadini. necessario che
questo rapporto venga normato, in un dialogo
universale e trasparente tra i governi nazionali
e un mercato privato globale.
Di questo tema si occupata Emily Taylor,
esperta di internet governance, nel suo paper
The Privatization of Human Rights: Illusions
of Consent, Automation and Neutrality pubblicato dal Centre for International Governance
Innovation e la Chatham House for the Global
Commission on Internet Governance il 26

gennaio 2016 e disponibile su ourinternet.org.


La popolarit in tutto il mondo di un piccolo
numero di piattaforme web conferisce a chi le
gestisce grandi poteri e grandi responsabilit,
afferma Taylor nel sommario. Con il crescere
del numero di utenti, del grado di pervasivit
e del volume di dati, si evidenzia per queste
aziende una tensione di fondo tra la necessit di
auto-regolamentare questo tipo di dinamiche e
lessere ritenuti responsabili, da parte della autorit nazionali, per eventuali violazioni di diritti.
Per Taylor, il processo di immagazzinare
dati da parte di aziende private permesso
dalle tre illusioni che le grandi piattaforme
creano nei loro utenti: lillusione del consenso, dellautomazione e della neutralit.
Il lavoro di ricerca svolto da Taylor assume
unimportanza fondamentale se si pensa che,
un domani, il confine che separa le autorit
nazionali del mondo reale e quelle commerciali del mondo digitale potrebbe farsi sempre
meno marcato, se non addirittura crollare del

Gli estratti di The Privatization of Human Rights: Illusions of Consent, Automation and Neutrality sono qui pubblicati per gentile concessione dellautrice.

DI FEDERICO NEJROTTI

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I Big Data
Si tratta della raccolta, gestione e catalogazione
degli enormi volumi di dati che ogni giorno
generiamo su internet: le dinamiche stesse del
digitale lo permettono, e ormai praticamente
ogni piattaforma su internet svolge questo tipo di
operazione. Per molti, per, questo processo viola
la nostra privacy. Secondo Taylor necessario
chiedersi prima di tutto, Come vengono raccolti
i dati? Da chi? E per quale motivo? Solo allora si
potr elaborare una normativa sensata.
I metadati
I dati che produciamo sono associati a metadati,
i dati dei dati, che forniscono informazioni specifiche sul come, dove, quando e perch un dato
stato prodotto. In termini di privacy si tratta
di un elemento da custodire e, nellambito della
sorveglianza, da ricercare.
Lillusione del consenso
La tratta dei dati spesso materia di lunghi contratti
di servizio che sottoscriviamo alliscrizione a queste
piattaforme. Il problema, per, che non abbiamo
alternative: non accettarli significa non utilizzare quel
servizio, e il mercato non ha molta concorrenza. Per
le aziende, quindi, quella del consenso ai termini
di servizio una illusione di sceltatanto che
spesso non ci premuriamo nemmeno di leggerli.

Oggi tutti i dati che produciamo sono trattati allo stesso modo, anche se per natura sono
profondamente diversi. Uninformazione GPS, per le attuali normative, non troppo diversa
da un tweet o un post su Facebook.

tuttocome nella recente disputa tra Apple


e FBI [vedi pagina 32].
Per Taylor la soluzione sta nella collaborazione tra autorit nazionali e privati: i primi
devono riconfigurare le loro norme per i diritti
umani affinch si possano manifestare efficacemente anche nel mondo onlinei secondi
devono normare la raccolta di dati, operando
prima di tutto una classificazione dei dati stessi
per capire quali e in che misura siano pi sensibili. Su un social network, per dire, un messaggio
privato non pu essere messo sullo stesso piano
di un post in bacheca.
Di quali diritti umani stiamo parlando?
Fa quasi impressione pensare che un mondo
effimero come quello di internet possa sfiorare
concetti concreti come i diritti umaniTaylor
afferma che bench ll paper si concentri principalmente sul diritto alla privacy e quello alla
libert di espressione, tutti i diritti umani sono
interdipendenti e indivisibili. Unentit che ne

minaccia uno potrebbe, domani, minacciare


anche agli altri.
Perch la minaccia arriva
dalle aziende private?
Se un servizio offerto da unentit privata minaccia i diritti di
un cittadino, dovrebbe essere
proprio lautorit nazionale a entrare in gioco
per ridefinire gli equilibri. Tralasciando per un
attimo il discorso pi tecnico sul come i dati
immagazzinati dalle piattaforme private diventino spesso di interesse rilevante anche per
i governi, il problema evidente. La natura
trans-nazionale di internet rende difficile comprendere dove debbano essere individuati gli
elementi di responsabilit, si legge nel paper.
In breve, afferma Taylor, le prove dimostrano
che lagire e il non agire delle autorit nazionali
sta rivestendo le aziende private del complicato
ruolo di mediatori dei diritti fondamentali dei
loro utenti.

Lillusione dellautomazione
In un contesto comunicativo cos
vasto giocano un ruolo fondamentale le entit regolatrici che
impediscono la proliferazione di
contenuti illegali o non adatti.
A differenza di quello che molti
credono, si tratta di eserciti di
centinaia di migliaia di persone
reali che ogni giorno valutano
manualmente ogni segnalazione. Ma come fa un
privato a scegliere da che parte stare in contesti
morali meno chiari? Quando si trattano questioni
universalmente condivise (pedopornografia? discriminazione e razzismo?) il dubbio non si pone, ma
quando una determinata scelta ostile alla volont
di una governance, come nel recente caso Apple vs
FBI? Per Taylor, Bench sia chiaro che qualcuno
debba fare qualcosa in merito a questi contenuti,
non chiaro cosa debba essere fatto, da chi e
secondo quale criterio.
Lillusione della neutralit
Le aziende che gestiscono le piattaforme non sono
sempre neutrali. Numerose ricerche hanno dimostrato quanto i social network possano influenzare
interi gruppi di popolazione, e allo stesso modo
molte piattaforme hanno effettuato in passato
questo tipo di sperimentazioni. Chi ci garantisce
che la nostra esperienza con questi strumenti non
stia manipolando il nostro modo di pensare?

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