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Vita Vissuta nel Cinema Italiano

Beppe Leonetti

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“La palabra mas cerca de director
es dictator”
A. Aroña

È lui, non ho dubbi. È lì, davanti al portone della villa, sta parlando al
telefono, con la mano fa cenni di saluto alle persone che gli passano accanto.
Parto a passo di marcia. Lascio le mie cose sul muretto, le recupererò più tardi.
Lo guardo fisso perché si accorga che è a lui che sto puntando. Mi vede con la
coda dell’occhio, lentamente allontana il telefono dall’orecchio. Si volta verso di
me, ben saldo sulle gambe. Mi viene in mente la posizione di difesa che mi
insegnavano a basket. Indossa sul volto un’espressione per niente amichevole. È
lui a fare la prima mossa.

- Chi sei?, mi domanda.

Glielo spiego.

Gli spiego anche che nelle ultime sei ore ci siamo parlati al telefono una
decina di volte. Aggiungo che lo aspetto da questa mattina alle dieci, e che ora
sono le cinque del pomeriggio.

- Non avevamo nessun appuntamento, mi dice.

Mi fa cenno con la mano di seguirlo. Mi porta al centro esatto del giardino,


lontano da orecchie indiscrete. Due spie sovietiche nel pieno della guerra
fredda. Si volta, in modo da dare le spalle alla villa. Immagino abbia paura che
qualcuno possa leggergli il labiale.

Mi fissa attraverso le lenti degli occhiali con la montatura spessa, a metà


tra il cinematografaro e lo sportivo. Gambe divaricate, mani sui fianchi. I radi
capelli castani sono spettinati ad arte. Il vento di gennaio fa sventolare il colletto

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del suo giubbotto sintetico.

Si chiama Renato Meri. È l’organizzatore del film. Il film si intitola “La


Fregatura”, e mentre io e lui ci affrontiamo in questo parco, la villa che fa da
scenografia alla mia visione di Meri fa anche da scenografia al film. È una villa
secentesca, fuori Roma. Ogni tanto dal set ci arriva un “Silenzio, stiamo per
girare” o uno “STOOP!”.

E, sì, un appuntamento ce l’avevamo: l’ha preso per noi Alberto, il


montatore del film. Io sono qui in qualità di secondo assistente al montaggio, e
questo dovrebbe essere il mio primo giorno di lavoro, nonostante le riprese
siano iniziate già da una settimana.

Il secondo assistente al montaggio, soprattutto con i tempi che corrono,


equivale praticamente a un assistente volontario. Pochissimi film, oggi, hanno
un secondo assistente al montaggio, figura resa inutile dall’Avid. Inutile, ma
sarebbe meglio dire “ingiustificabile agli occhi dei produttori”. Però Alberto è il
mio maestro e si è battuto con la produzione perché io potessi avere un ruolo
all’interno di questo film. Anche in qualità di penultima ruota del carro. E il
carro è un grosso carro: film in costume, produzione internazionale con MAI
Cinema. La produttrice italiana è Maria Teresa Cameretta, che non credo
necessiti di presentazioni (fino a poco tempo fa su Wikipedia di lei si leggeva -
ora è stato cancellato: “si è definita -da sola- una sex-symbol”); il direttore della
fotografia è il Maestro Stocasto, quattro premi Oscar sulla mensola del camino;
il regista è Alonzo Aroña, un sudamericano che da giovane ha interpretato il
cattivo in numerose pellicole western e che nella maturità ha realizzato un paio
di filmetti di successo; tra gli attori ci sono Anne Espadrillas, Enrico Maiè,
Settimio Parmigiani, e, ovviamente, la stessa Cameretta.

Questa mattina Alberto mi ha accompagnato in macchina alla villa, poi è


scomparso. Mi ha ordinato di aspettare Renato Meri e accordarmi con lui sulla
mia assunzione. Ho aspettato nel giardino, tra le auto parcheggiate. Ogni ora ho
chiamato Renato al telefono, per chiedergli novità sul suo arrivo. Ogni
telefonata è iniziata allo stesso modo:

- Renato?

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- Chi lo vuole sapere?

È l’inizio di gennaio e fa freddo. Ma nella villa non posso stare: è


vietatissimo gironzolare nei pressi di un set. Quindi aspetto fuori, seduto su un
muretto, giocando a Snake col telefono. Tra un ciak e l’altro passeggio avanti e
indietro per scaldarmi i piedi. Fuori, oltre a me, ci sono tre autisti, uno dei quali
passa tutto il tempo a descrivere agli altri le zinne di tutte le attrici che sono
entrate nella sua macchina. E per ognuna conclude, passando improvvisamente
dal romanesco all’italiano:

- Una donna straordinaria, elegante e bellissima.

Mi spazientisco presto, ma non posso andare via. Snake diventa poco a


poco una droga, e lo resterà per tutta la durata del film. Aspetto con ansia il
pranzo, ma purtroppo non riesco a provare l’ebbrezza del cestino: c’è un
catering. Mi siedo a un tavolo con il fonico, che per tutto il tempo chiede a
chiunque gli si avvicini:

- Che è, sei comunista?

Nessuno mi conosce, mi guardano tutti con sospetto. Mi convinco che


pensino di me che sia venuto qui perché c’è da mangiare e da bere. Ma non mi si
avvicina nessuno, nessuno mi chiede niente. Solo una ragazza a un certo punto
mi dice, indicando la mia sigaretta, che ha smesso di fumare grazie a un libro.

Alle cinque finalmente arriva Renato. Nemmeno lo vedo scendere


dall’auto: appare improvvisamente. Guardo lo spiazzo antistante la villa, e non
c’è. Sposto un attimo lo sguardo, e quando fisso nuovamente l’ingresso, eccolo
lì, al telefono, come se niente fosse.

Lui e io, in mezzo al giardino. Lui dà le spalle alla villa, nella mano destra
regge il suo inseparabile cellulare-con-un-sacco-di-funzioni. Mi fissa da dietro
gli occhiali, mi studia.

Alberto mi ha avvertito di certe sue, chiamiamole attenzioni, nei confronti


del denaro. “È uno che risparmia sugli spiccioli”, così lo ha definito. Uno che,

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dopo aver fatto un paio di film “colli americani”, crede di essere un grande
produttore. Ma è e resta un organizzatore, dice Alberto. È uno che crede che per
fare un film si debba risparmiare sulla cancelleria. Uno di quelli che ripetono in
continuazione “nun te preccupa’”, che in genere equivale al contrario. E Alberto,
da parte sua, interpreta la frase come “preoccupati, ché sto studiando un modo
per fregarti”.

Per evitarmi discussioni fin dall’inizio, è lui a chiedere a Renato il mio


compenso. E mi avverte: non farti fregare, lui giocherà al ribasso, ma tu non
cedere, già ho chiesto il minimo, non scendere sotto il minimo per nessun
motivo. Il minimo sono cinquecento euro settimanali, che con le detrazioni si
riducono a circa trecento cinquanta. Una cifra onorevole, certo, ma non in un
ambiente in cui lavori un mese e poi rischi di non fare niente per altri due.

Se non avete mai avuto a che fare con un produttore, di sicuro non
riuscirete a immaginare l’espressione di amichevole freddezza con cui dice, ogni
volta che si parla di denaro:

- Lo sai com’è, i sordi nun ce stanno, so’ finiti, me devi veni’ ‘ncontro.

Che ti stiano ingaggiando per un cortometraggio autoprodotto o per


l’ultimo film di Spielberg, la frase è sempre questa, l’espressione sempre quella.
Meri è un po’ diverso.

- Bè, quanto voi?

Le spalle alla villa, il cellulare nella mano destra. Mi guarda fisso, è più
basso di me ma tenta di guardarmi dall’alto.

- Cinquecento a settimana, come t’ha detto Alberto.

- Ah, c’hai già parlato, cco’ Arberto?

Sembra seccato. E infatti, subito dopo sbotta:

- Vabbene, cinquecento. Ma nun vojio senti' storie, poi, eh? Nun vojio
senti' che lavori il sabbato, la domenica, orari eccetera, vabbene?

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- Cinquecento, ripeto.

- Vai dentro e lascia i tuoi dati ad Alessandra, che ti collocasse da domani.

Si volta e mi lascia solo, in mezzo al prato.

Al piano terra della villa c’è l’ufficio di produzione. Una stanza riscaldata
da quattro stufe a gas, una per angolo. Al centro, quattro lunghi tavoli bianchi,
sui quali conto una decina di postazioni da lavoro: computer portatili,
stampanti, fax, telefoni. C’è anche una gigantesca fotocopiatrice, lungo la parete.
Le postazioni sono tutte occupate, tutti parlano al telefono, lanciano ordini
perentori, fanno cose importantissime a una velocità pazzesca. Una sola donna:
deve essere Alessandra.

È la solita ragazza che lavora in produzione, quella che indossa il gilet


imbottito pieno di tasche e che non dorme da giorni e che presumibilmente non
dormirà per tutta la durata delle riprese, e che poi alla festa di fine film
improvvisamente indossa una gonna e tutti rimangono sbalorditi perché si
accorgono che non era un uomo. Già la vedo, la sera, che accarezza il suo
enorme cane nero che ha una macchia bianca sotto il muso.

- Mi ha detto Renato che devo lasciarti i miei dati per il collocamento...

Lei smette per un attimo di telefonare, fotocopiare una sceneggiatura, dare


ordini al walkie-talkie e cercare dei fogli sulla scrivania, ma non di scrivere
un’email.

- In qualità di?

- Assistente al montaggio.

- Bene. E da quando?

- Da domani.

Ora smette pure di scrivere al computer, si rivolge a tutta la stanza e dice:

- Mo' pure quelli d‘a trupp me vengono a di’ quanno vonno esse’ collocati!

Risata generale. E subitanea apparizione di Renato, seduto ad una

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scrivania, che alza lo sguardo come se fosse stato lì da tutto il giorno:

- Gliel'ho detto io: da domani.

- Va bene, dice lei, senza cambiare tono, poi rivolta a me:

- Non è per te, ma sai....

Una serie di manovre diplomatiche fanno sì che la sala montaggio venga


allestita in un appartamento all’interno di un triste quartiere residenziale fuori
dal Gra. Al piano terra di una villetta con giardino abbiamo due camere e
cucina, cucina che non usiamo se non per fare il caffè. Io mi propongo come
cuoco ufficiale del reparto montaggio, ma la mia offerta è subito bocciata, in
maniera inappellabile.

La prima assistente è Michela. Michela è molto dolce e materna con me, mi


insegna tutto quello che può. Mi parla spesso del suo fidanzato, così che in pochi
giorni, senza nemmeno conoscerlo, gli voglio bene anche io. Nella prima
settimana di lavoro non c’è molto da fare: dal laboratorio arrivano i primi ciak,
dobbiamo acquisirli, sincronizzare, controllare che sia tutto a posto, sistemare il
progetto in modo che Alberto non abbia nessun tipo di problema. A metà
mattina andiamo a fare un giro al mercato rionale. Compriamo della pizza
bianca, e c’è una bancarella che vende dvd a pochi euro. Michela compra un
paio di film, e nel pomeriggio li guardiamo.

Verso sera arriva Alberto.

Alberto, prima di essere un montatore, è uno stratega. Le giornate con lui


sembrano lunghissime riunioni di stato maggiore, noi piegati sul tavolo, a
studiare le mappe del territorio, per prevedere gli spostamenti delle truppe
nemiche.

Alberto non accetta un lavoro, accetta una missione. In tutti i sensi: si


butta sul montaggio come fosse una questione di vita o di morte, ma lo fa
proprio come se dovesse affrontare la guerriglia nella giungla. Ogni frase, ogni
battito di ciglia, ogni sorriso è analizzato, girato e rivoltato per studiare tutti i

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significati che potrebbe nascondere. Anzi, si parte dal presupposto che niente
significhi ciò che sembra, che tutto nasconda qualcosa.

Quando arriva, ci saluta con affetto, si siede davanti all’Avid, le dita della
mano destra sulle lettere J, K e L della tastiera. Va avanti un fotogramma alla
volta, studia ogni dettaglio dell’immagine, ogni sfumatura di colore, ogni piccolo
movimento della macchina da presa. E lancia improperi tra un fotogramma e
l’altro.

Ce n’è per tutti: per la produzione (“Non ci si può improvvisare: questo


mestiere bisogna saperlo fare. La signora Cameretta, che a me è tanto simpatica,
non può pensare di fare un film di questo tipo, da sola. Il signor Meri deve
ricordare che non è un produttore, ma solo l’organizzatore. Produttori non ci si
diventa”), per il direttore della fotografia (“Ma ti pare una luce, questa, di
sguincio, che roba è?”), per l’operatore (“E che movimento sarebbe questo? Ci
deve essere un motivo, non si possono fare le cose così”), per i costumisti (“Senti
che rumore fanno questi costumi! Che stoffe hanno usato?”), per gli scenografi
(“Sarebbe questa una villa dei primi del Novecento? E che ci fa uno scheletro in
salotto?”), per i truccatori (“Questa attrice era bella, guarda come l’hanno
rovinata!”). Va avanti, guarda un movimento di macchina, ascolta una battuta,
si ferma, si volta verso di noi, sbuffa e ricomincia.

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II

Ogni giorno Alberto reca inquietanti notizie. Alcune gli vengono riferite
direttamente da Meri o dalla Cameretta, ma la maggior parte sono sue
complesse interpretazioni del modo in cui tizio o caio lo hanno salutato il giorno
prima, agitando la mano destra o l’indice sinistro, sorridendo a denti più o
meno stretti, pronunciando la parola “automobile” più o meno volte rispetto al
verbo “piovere”.

- Ti ho detto che ho incontrato Pantaloni?, mi domanda.

- Sì, me l’hai detto.

- E ti ho detto che quando mi ha salutato mi ha messo una mano sulla


spalla e mi ha chiesto ‘come va’?

- No, questo non me l’hai detto. E che gli hai risposto?

- Gli ho detto ‘ce la caviamo’.

- E lui?

- Lui mi ha stretto la spalla e mi ha detto ‘coraggio’. È chiaramente un


segnale del fatto che oggettivamente voleva farmi sapere che tutti sanno che
personaggio è il signor regista, e nessuno è oggettivamente contento.

E inizia una conferenza di filologia ed esegesi cinematografara.

Non è un bel rapporto, quello che si sta creando tra Aroña e Alberto. C’è
reciproca antipatia. Il regista non sopporta l’idea che il montatore sia stato
indicato, se non imposto, dalla produzione. In più sono due persone dalla forte
personalità, per non dire molto testarde, e nessuno è disposto a concedere
niente all’altro. Sarà dura.

Aroña, poi, non è uno facile: si impunta su qualunque cosa, non fa altro
che litigare con tutti, dalla Cameretta in giù, avanzando assurde pretese sotto
forma di ultimatum: o fate così o prendo il primo aereo e torno a casa. Del resto,
sembra ami ripetere che “la palabra mas cerca de director es dictator”. Ogni

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giorno una nuova richiesta, ogni giorno una nuova minaccia.

- Il nostro compito, dice Alberto, è quello di tenere duro. Aspettiamo che il


signor regista se ne vada, poi avremo oggettivamente il campo libero per finire
questo film. Nel frattempo non dobbiamo fornire al signor regista nessun
motivo oggettivo perché si arrabbi ulteriormente con la signora produttrice.

Questa è la sua strategia. Aspettiamo.

Da Aroña arriva la richiesta, anzi l’ordine, di andare sul set: vuole avere il
montatore a disposizione, per lavorare durante le pause e a fine giornata. La
cosa non piace ad Alberto, che però, fedele alla linea, decide di abbozzare.

- Aspettiamo. Il signor regista ce sta a prova’. Noi aspettiamo, prima o poi


Meri farà qualcosa.

Nell’attesa, andiamo ogni giorno sul set, alla villa. Lui e io, perché Michela
resta in sala montaggio a continuare il lavoro vero.

Sgarbatamente (che poi è l’atteggiamento previsto, per ogni occasione, dal


“Manuale del buon cinematografaro”) ci fanno sistemare in una grande stanza
dal soffitto affrescato e gli stucchi alle pareti, un tavolo coperto da un telo verde
su cui troneggia il gigantesco monitor in cui il Maestro Stocasto guarda i
giornalieri. Alberto e io ci piazziamo a pochi centimetri dalla stufa a gas.
Aspettiamo. Dopo la lettura dei quotidiani, io inizio la mia giornata da Snake-
dipendente, mentre Alberto tira fuori il suo taccuino, la penna e si mette a
scrivere. Ogni tanto si spazientisce, si alza, spalanca la porta, afferra il primo che
passa e gli urla:

- Si faccia sapere al signor regista che non posso aspettarlo tutto il giorno,
e che se non si degna di farsi vedere, io e il mio assistente ce ne andiamo!

A queste parole il malcapitato si dilegua, Alberto torna a sedersi e


ricominciamo ad aspettare.

A volte, invece, qualche anima pia opportunamente istruita passa a darci


informazioni. In genere si tratta di una frase tipo:

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- Il regista dice di prepararvi, finisce di girare questa inquadratura ed è
subito da voi.

Alberto a questo punto ringrazia l’ambasciator, e ricomincia con gli


improperi: con chi crede di avere a che fare questo, oggettivamente non ci si
comporta così, ci ha detto lui di venire, ora gliene dico quattro, se Meri non
riesce a fargli capire le cose ci penso io eccetera. Improperi che vengono
interrotti a intervalli regolari dal fatidico urlo:

- È “motore”, silenzio per piacere! Silenzio per cortesia, stiamo per girare!

Quando si sente questo richiamo, tutti si bloccano all’istante, il tempo si


ferma: all’improvviso si procede al rallentatore, qualcuno cammina come se
stesse calpestando il suolo lunare, il volto deformato dallo sforzo di sostenere
ogni particella del proprio corpo. Pochi respirano e se qualcuno,
inavvertitamente, fa scricchiolare il pavimento di legno, viene investito da
un’ondata di insulti muti e occhiatacce. E poi, allo “STOOOOP!” (anzi, è più del
genere “STUOOOOP!”), tutto riprende a velocità normale: la cenere della
sigaretta cade a terra, i passi ridiventano pesanti, chi correva ricomincia a farlo,
torna la voce a chi stava mandando affanculo.

Nei primi giorni di set non ci uniamo alla troupe per il pranzo: Alberto è
sicuro che Aroña si farà finalmente vedere, come promesso. E invece niente.
Presto scopriamo che il regista dopo la comida fa la siesta: tutto il film si blocca
perché lui riposa nel camper, e dopo un’oretta di sonno è pronto a ricominciare,
e noi ad aspettare.

Allora si farà vedere a fine giornata, pensa Alberto. Alle sei, però, concluso
l’ultimo ciak, Aroña, accompagnato dalla sua segretaria, salta sulla Mercedes e
sparisce. Alberto un paio di volte tenta di stargli dietro, cerca di intercettarlo,
prova a tendergli un agguato davanti al portone, ma sempre senza successo.
Meri ci spiega che al mattino si sveglia presto, quindi a fine giornata è stanco,
bisogna capirlo e avere pazienza.

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Una mattina riceviamo la visita del Maestro Stocasto. Nonostante sia il
direttore della fotografia, pardon: l’autore della cinematografia di alcuni dei
miei film preferiti, non sono per niente emozionato. Arriva camminando sotto il
suo Stetson, seguito dal suo reparto al completo. Un primario in visita in corsia.
Abbraccia Alberto:

- Sono stato suo assistente!, dice, guardando tutti i suoi fedelissimi, che
intanto si sono disposti a cerchio attorno a noi.

- Ah, ti ricordi, davanti a quella moviola…

- Senti, ma com’è ‘sto signor regista?

- E che vuoi che ti dica? Comunque, in natura non esiste il 16:9.

Forse non ho capito bene, mi sarò distratto un attimo. Raccolgo il cervello,


scuoto la testa, e cerco di stare attento.

E invece ho capito benissimo:

- Vedete, in natura esiste solo il 2:1. Anche il Cenacolo è in 2:1.

Alberto non si scompone:

- E che, l’hai misurato?

Nemmeno il Maestro si scompone:

- Certo, ci sono andato proprio io, con il metro. 2:1 pre-ci-so.

E inizia una conferenza sul 2:1, sul fatto che i televisori 16:9 sono
un’enorme bufala, che sarebbe più giusto avere televisori 18:9, o forse 20:10, o
al massimo 16:8, e infatti lui ha avviato trattative a livello internazionale per
cambiare lo standard, e comunque sul suo sito troviamo tutte le informazioni
che ci servono, e servirci ci servono, anche perché il film lui lo gira con queste
proporzioni, utilizzando una pellicola modificata eccetera.

- E quando finirete di montare io inizierò la correzione del colore. La faccio


in tre passaggi. Montaggio e regia possono intervenire solo dopo il terzo. Ciao, ci
vediamo.

E sparisce. Squilli di tromba e giovani specializzandi.

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È venerdì, Alberto e io siamo in postazione, abbracciati alla stufa, il
gigantesco monitor imperante sul panno verde. Percepiamo un po’ di
nervosismo, quest’oggi. Niente di visibile, solo un sottile alito di vento che
attraversa la villa, una serie di piccole stranezze: Meri non c’è, sono tutti molto
silenziosi e concentrati, qualcuno è addirittura gentile. Alberto dopo un po’ si
allontana per indagare, io sono a un punto cruciale di Snake e non posso
muovermi.

Mentre schivo un pezzo della coda, infilandomi tra la parete di destra e un


ostacolo, percepisco una presenza nella stanza. Metto via il telefono, e guardo
un po’ scocciato la figura che si siede accanto a me. È il videoassist, e sembra
uscito da un film sulla frontiera americana: capelli lunghi, camicia a
quadrettoni, stivali. Puro stile lumberjack. Gli manca solo una sputacchiera di
fianco.

- Hai sentito la novità?, mi domanda, con fare da cospiratore.

- Che novità?

- Sembra che sospendono il film. E io ho rinunciato a Salvatores, per


questo. Oh, mi raccomando: acqua in bocca perché ancora non è certo!

E se ne va.

Subito penso che questa storia della rinuncia al film di Salvatores l’ho già
sentita varie volte, come se fosse un modo di dire; poi immagino la scena che si
deve essere svolta pochi istanti prima, nell’altra stanza: qualcuno si avvicina al
videoassist e gli sussurra all’orecchio:

- Sembra sospendano il film. Ho rinunciato a quello di Salvatores. Mi


raccomando, acqua in bocca!

E lui, dopo aver fatto cenno di sì con la testa, parte alla ricerca di qualcuno
con cui condividere il tremendo fardello, troppo pesante per riuscire a reggerlo
da solo.

Mentre cerco di ricostruire a ritroso la catena di custodi, entra Alberto,

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latore di notizie fresche: pare che la sera prima ci sia stato l’ennesimo litigio tra
Aroña e la Cameretta, un litigio molto più intenso del solito, al termine del quale
la Cameretta ha avuto un malore. Ora è in ospedale, e si attende una parola dai
medici. Alla ovvia preoccupazione per la salute della giovane produttrice si
aggiunge l’incertezza nei confronti del film: dovesse essere qualcosa di grave, la
lavorazione verrebbe necessariamente sospesa.

E pochi minuti dopo, il verdetto: la Cameretta sta bene, si è trattato solo di


stress, ha bisogno di un paio di settimane di riposo. Essendo lei produttrice,
nonché una delle protagoniste, il film deve essere sospeso, almeno per queste
due settimane: al momento non è in condizioni di affrontare la trasferta a
Napoli.

- Oggettivamente, questo mi pare un trucco, mi sussurra Alberto.

- In che senso?

- Te lo dicevo che stavano preparando qualcosa, no? Il signor regista ha


teso troppo la corda, e mò s’è spezzata. Questi lo vonno ffa’ fori. Avranno trovato
un altro regista al posto suo, e stanno prendendo tempo.

- E quindi che dobbiamo fare?

- Aspettiamo, tanto oggettivamente da lavorare ce n’è per noi, in queste


settimane. Meri a noi non ci lascia a casa.

Infatti, pochi minuti dopo, come se io fossi l’unica sua preoccupazione su


questo film, ricevo una telefonata da Meri:

- È ovvio che durante ‘ste due settimane de sospensione, tu stai a casa.

- Certo, come tutti.

- No, il reparto montaggio ho deciso di continuare a fallo lavora’, tanto c’è


‘n zacco de robba da fa’. Tu però stai a casa.

- In che senso?

- Ahò! Nel senso che nun te posso paga’, nun c’ho mica tutti ‘sti sordi, io!

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Stai a casa, senza settimanale, poi vedemo.

Alberto, che devo fare?

- E che voi ffa’? Aspettiamo.

Da un lato sono contento, due settimane di lavoro a questo film mi hanno


già stressato, dall’altro inizio a provare un certo malessere. Sto a casa, senza
stipendio, e nessuno dice niente.

Ogni sera chiamo Alberto, che mi fa un riassunto della situazione.

- Oggettivamente non è una bella faccenda, per nessuno. Oggi ho


incontrato uno che mi ha detto ‘forza’: è chiaro che si riferiva al film, tutti sanno
che persona sia il signor regista. Non ci resta che aspettare, e vedere che piega
prenderanno gli eventi.

Eccola, la piega degli eventi:

Passate le due settimane di sospensione, il film riparte e io vengo


richiamato. Anzi, mi viene ordinato di tornare: il set si è spostato a Sant’Agata
dei Goti, e Aroña richiede montatore e assistente lì, con sé, per lavorare nel fine
settimana. Chiede inoltre di vedere ciò che il reparto montaggio ha prodotto
finora, per proseguire insieme il lavoro.

Michela ed io siamo assaliti da una terribile angoscia fin dal lunedì. La


quantità di materiale montato equivale sì e no a cinque sequenze, pochi minuti,
e Alberto continua a dirci che queste sono solo provocazioni, che si aspetta una
presa di posizione da parte di Meri, che in un modo o nell’altro ce la caveremo,
l’importante è non creare ulteriori motivi d’attrito tra Aroña e la Cameretta. Per
questo io devo controllare che la nostra postazione mobile di montaggio sia
perfettamente funzionante, al resto ci pensa lui.

Ci prepariamo al fine settimana come se dovessimo andare alla guerra.

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III

Sabato mattina partiamo in macchina, Alberto e io. Meta: Sant’Agata dei


Goti, nel bel mezzo del Sannio, feudo (come è stato definito) di un grasso
politico salterello. Approfittiamo del viaggio per il consueto briefing di
dietrologia.

Alberto mi spiega che dopo questo litigio e la sospensione del film, i


rapporti tra Aroña e la Cameretta sono irrimediabilmente compromessi. Non
sarà facile portare a termine il lavoro. Il nostro compito è quanto mai delicato,
da giocarsi nel campo della più accorta diplomazia: dobbiamo assolutamente
fare in modo che il regista non trovi in noi altri motivi per ricattare la
produzione, dobbiamo tenere in acqua la barca, possibilmente farla arrivare in
porto.

Questa frase non mi tranquillizza affatto. So che le scene finora montate


non sono molte. E soprattutto so di non essere riuscito a controllare l’hard-disk
in cui è contenuto il materiale del film: ieri sera Alberto è scappato via dalla sala
montaggio portando con sé tutta l’attrezzatura, proprio mentre stavo finendo di
lavorare. Ho uno spiacevole presentimento, a riguardo. Per distrarmi chiamo
Meri:

- Renato?

- Chi lo vuole sapere?

- Volevo essere sicuro che abbiamo un posto in cui lavorare, in albergo.


Una stanza tranquilla, una cosa del genere.

- Nun te preoccupa’, c’ho ggià pensato. All’hotel sanno tutto.

- Ti ricordi che ti avevo anche chiesto un televisore? Ce l’abbiamo?

- Televisore? E a che tte serve?

- Non si riesce a montare sul portatile, sul televisore si vede meglio, credo
che il regista preferisca così.

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- Ah, mò chiamo l’hotel e glielo dico, nun te preccupa’. Approposito, Aroña
nun viene a’e dodici, c’ha ritardo, viene all’una.

- Non c’è problema, lo dico ad Alberto.

Lungo la strada riceviamo altre telefonate. L’appuntamento viene ancora


spostato: alle due, poi alle due e mezzo. Queste notizie gettano Alberto in un
silenzio poco rassicurante.

L’hotel a cinque stelle è piantato ai bordi di una statale. Appena arriviamo


mi precipito dal portiere: chiedo della stanza in cui lavoreremo, e del televisore.

- Mi dispiace, nessuno ci ha detto niente.

Non avevo dubbi.

- E quindi?

- Comunque le troviamo subito una sistemazione. Miche’, vedi un po’.

L’albergo è praticamente vuoto, ci fanno sistemare in una sala riunioni nel


seminterrato, un fattorino mi porta un televisore che ha preso in una delle
stanze. Il televisore però non ha la presa scart, quindi non serve a niente, e in
tutto l’hotel c’è solo quel modello lì, per cui dovremo arrangiarci. Comincio a
preoccuparmi.

Abbiamo appena il tempo di mangiare qualcosa al bar: Aroña arriverà a


momenti. Fumiamo una rapida sigaretta sulle scale dell’ingresso.

Dopo un po’ ne fumiamo un’altra. Poi un’altra.

Alle tre e mezzo spunta Meri, porta a spasso il suo elegantissimo trolley.
Alberto lo guarda e dice soltanto:

- Embè?

- Nun s’è fatto vedere, ancora?

- Non è arrivato, no!

Meri estrae il cellulare, e mentre compone un numero mormora:

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- Ma come no? Sta in albergo da mezzogiorno! Starà a dormi’…

Con cautela mi volto verso Alberto. È talmente rosso che sembra


abbronzato.

Alle quattro e mezzo si aprono le porte dell’ascensore. Maglia nera, capelli


neri tinti, panzone in fuori. Il regista, siore e siori: Alonzo Aroña. Finalmente lo
incontro! Sorride sotto i baffoni alla Groucho Marx. Più che un volto, il suo è
uno stereotipo: ha davvero la faccia del cattivo pasticcione di un film western.
Mi ritrovo a pensare a quanto somigli incredibilmente a se stesso: lo ricordo
tutto sudato, i capelli ricci, fasciato dai cinturoni incrociati sul petto, mentre con
il sigaro accende la miccia di un candelotto di dinamite.

Ci saluta come se niente fosse, e così facciamo noi, agitando le mani. Con
lui c’è Miguel, il suo musicista di fiducia, un trentacinquenne argentino che vive
a Los Angeles, e segue tutto il film con la giovane moglie: evidentemente deve
assaporare l’aria del set, non dimenticando quella di casa, per avere
l’ispirazione.

Ci accomodiamo nella sala che ho preparato. Aroña è uno di poche parole,


appena si siede incrocia le braccia sulla panza e guarda fisso il monitor del
computer, senza dire niente. Non è certo un atteggiamento che mette agio, e
infatti sulla stanza cala un appiccicoso gelo. Alberto inizia a parlare, cerca di
illustrare il lavoro che ha fatto finora, ma tra il nervosismo e la difficoltà di
esprimersi in una lingua che non è la propria, inizia a balbettare uno strano
pidgin composto da inglese, spagnolo, portoghese con qualche punta di
romanesco.

Aroña non fa nessun movimento, lo lascia parlare. Dopo qualche minuto lo


interrompe semplicemente alzando la mano destra, e dice:

- Can we see the scene number cinco?

Subito! Quando l’immagine comincia a scorrere sullo schermo, Aroña si


sporge verso Miguel e gli sussurra quelle che credo siano le sue intuizioni
musicali. Ma, improvvisamente, la scena diventa muta: non c’è più audio.

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Alberto si blocca all’istante, quindi scuote il mouse, schiaccia a caso qualche
tasto mentre io inizio a espellere dai pori sulla fronte tutto il sudore che ho in
corpo. Fa caldo, lì dentro, caldissimo.

Aroña non si scompone, dice semplicemente:

- No siento nada.

Alberto balbetta qualcosa in pidgin e poi, senza nemmeno guardarmi,


inizia a ripetermi ossessivamente, con tono minaccioso:

- Nun famo scherzi, nun famo scherzi, nun famo scherzi, nun famo
scherzi…

Non ho bisogno di controllare cosa sta accadendo: conosco già la causa del
problema.

- Alcuni file audio non si sono copiati. Ieri sera non ho potuto verificare
tutto. Purtroppo non c’è molto da fare.

- Nun famo scherzi, nun famo scherzi, nun famo scherzi, nun famo
scherzi…

Aroña si volta verso di me dicendo:

- So, can you fix it?

Gli spiego, col mio rozzo inglese, che l’hard-disk ha avuto un problema,
forse durante il viaggio, e alcuni file si devono essere corrotti, quindi sono
inutilizzabili. Chiedo scusa, sono cose che capitano. Il sudore sulla mia fronte
stride con la freddezza con cui racconto la balla.

Ma lui se la beve.

- Bueno, no hay problema: let’s see the scene number trece.

Tiro un sospiro di sollievo, e andiamo avanti.

Il siparietto però si ripete per la scena 13.

- Nun famo scherzi, nun famo scherzi, nun famo scherzi, nun famo
scherzi…

19
Passiamo alla 85. Immagino tutto ciò che mi aspetterà dopo, quando
resterò solo con Alberto. Anche la 85 ha lo stesso problema, così come la 102. La
121, da parte sua, non esiste proprio. Alberto non mi guarda più, e io vorrei
sotterrarmi.

Nonostante la mia balla, la tranquillità di Aroña manda segnali di


cedimento. Le dita tamburellano sullo stomaco sporgente, da sotto i baffi
proviene un fischiettio irritato. Finalmente ha una scusa per mostrare ad
Alberto tutta l’antipatia che prova per lui. E quando troviamo una scena su cui
lavorare, una scena brevissima, appena tre inquadrature, la situazione diventa
grottesca: invece di dirgli direttamente “taglia qui, fammi vedere quello, attacca
questo”, si rivolge a me, in un misto di inglese e spagnolo: “tell him to…,
preguntale…, why is he doing…”

Anche Alberto si lascia aggrovigliare in questo meccanismo, e io vengo


improvvisamente promosso da assistente a interprete. Ma in verità mi sento
come un bambino tra i due genitori che stanno divorziando.

- Gli puoi dire che… Chiedigli se… Cosa intende per…

Alle sette, dopo poco più di due ore di lavoro, Aroña si alza e si scusa: deve
mangiare. Ma sulla porta si ferma, si volta verso di me:

- Dile che mañana abbiamo mucho lavoro da far. Ci enquentreremo aquì


domani mattina alle nueve, e voi dovete aver montato todas las escenas che ti ho
detto prima.

Se ne va, seguito da Miguel.

Io mi siedo, mi preparo a lavorare, ma Alberto mi blocca con un gesto della


mano:

- Che stai a ffa’?

- Dobbiamo montare, no?

- Ma che montare! Andiamo a mangiare, monterò stanotte in camera.

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Saliamo al ristorante. La sala è enorme, al centro troneggia un pianoforte a
coda. Due soli tavoli apparecchiati, gli altri coperti da teli bianchi, come nelle
case abitate da fantasmi. Il cameriere ci fa sedere a un tavolo rotondo, accanto
all’unico altro tavolo occupato. Occupato da Aroña, Miguel e consorte. Loro ci
fanno un cenno di saluto abbassando le teste, ma non ci chiedono di unirci.
Ceniamo così, in silenzio, o sussurrando qualche cattiveria sul regista. Alberto è
furente, mentre accanto a noi quelli cantano in spagnolo. Quando i tre si alzano
per andare al pianoforte, noi lasciamo la sala.

Il mattino seguente sono un po’ in ritardo, ho guardato la televisione


praticamente tutta la notte, e mi presento a fare colazione alle nove in punto,
quando invece avrei dovuto essere già operativo. Mi scuso con Alberto, che mi
degna solo di un’occhiataccia e riprende a leggere il giornale. Bevo velocemente
un caffè, afferro un cornetto e mi precipito ad accendere il computer. Dopo un
po’, non vedendo arrivare nessuno, torno al bar: Alberto è sempre lì, ha
abbandonato il giornale e sta leggendo un libro. Chiedo un altro caffè, prendo in
prestito la Repubblica e mi sistemo sulle scale fuori dall’hotel a leggere e
fumare. Poco dopo arriva Alberto, sono quasi le dieci.

- Niente, mi dice, questo signor regista proprio non ha rispetto. Ci ha


oggettivamente detto di farci trovare pronti per le nove, è in ritardo di un’ora,
voglio vedere come si giustifica.

- Hai montato, stanotte?

- Oggettivamente non avevo proprio voglia, a queste condizioni.

Aspettiamo. Aroña scende alle undici passate, ma deve ancora fare


colazione. Non ci guarda nemmeno: dall’ascensore va direttamente al bar. Io
torno davanti al computer, pronto ad affrontare ogni situazione. Verso le dodici
ecco arrivare il regista, stavolta da solo, rasato di fresco, i baffi pettinati, un bel
grugno promettente. Si siede, chiede ad Alberto di vedere quello che noi
abbiamo fatto ieri sera.

Alberto tira fuori una sequenza che aveva già montato nelle settimane

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precedenti, e Aroña nemmeno se ne accorge. Fa alcuni commenti. Anzi, a dire la
verità smonta completamente il lavoro di Alberto. Che, ovviamente, era un bel
lavoro.

- Hay certe regole que devi saber, se vuoi montar conmigo, gli dice Aroña
con il tono del maestro che si rivolge a uno scolaro un po’ ottuso.

Prende un foglio bianco, un pennarello, e inizia a tracciare alcune linee per


spiegare meglio la sua teoria.

-Primera regla: siempre veder el volto di chi està parlando. Alguno parla,
lo vediamo, e quando finisce tagliamo su un otro. Segunda regla: hay que
montar ogni escena partendo dalle inquadrature mas larghe andando verso
quelle mas strette e poi el contrario. Ogni escena è girata partendo dal totale al
primer plano: ogni escena deve essere montata partendo dai totali, arrivare al
primer plano, e poi di nuevo, ai totali. Tercera: è inutile guardar todos i ciak,
prendere siempre l’ultimo, es el mejor. Recuerda: solo l’ultimo, los otros non
guardarli nemmeno, si perde solo tiempo. Cuarta regla: in alcuni momenti, que
yo le digo, estas reglas possono esser violate, ma solo in quei momenti. Tieni
questo foglio, così te recuerdas.

Alberto prende il foglio, lo guarda e dice, un maligno sorrisetto sulle


labbra:

- Sì, però me lo devi firmare.

Mi scappa da ridere, non credo di riuscire a trattenermi. Ho assistito a una


lezione di montaggio for dummies fatta dal cattivo dei film western al maestro
della moviola. Se in questa stanza non ci fossi stato io, probabilmente si sarebbe
consumato un omicidio.

Aroña prende il foglio, lo firma e lo restituisce. Quel foglio resterà appeso


come memento davanti all’Avid per tutte le successive settimane di lavorazione.

Apposta la firma, il regista si alza e si scusa: deve andare a fare dei


sopralluoghi e non può trattenersi oltre. Raccogliamo le nostre cose e uscendo
intercettiamo Renato Meri:

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- È partito, Aroña? Eh, no, perché m’ha fatto prenota’ er ristorante all’una
precisa, se mò fa tardi…

Guardo l’orologio, segna l’una meno dieci. Alberto, sconsolato, si fa


consigliare una trattoria in paese.

Appena entriamo il cameriere ci chiede se siamo “col film”. Alla nostra


risposta affermativa, ci porta un posacenere, dicendo che noi lì possiamo
fumare se vogliamo, tanto non viene a controllare nessuno. Alla fine ci fanno lo
sconto, e ci chiedono di portare la Cameretta a mangiare lì, un giorno o l’altro.

23
IV

Lunedì, il giorno dopo la nostra gita a Sant’Agata dei Goti, ricevo una
telefonata da Renato Meri.

- Vedi che Aroña te vo’ sur set.

- Sono appena tornato!

- Nun hai capito: te vo’ sur set! Devi parti’, e devi sta’ sur set fin’a’a fine.
Vedi che devi fa’, organizzete, parti domani.

- Domani? Ma che dici?

- Ahò, quello vo’ fini’ er film, dice che Arberto nu’ spiccica ‘na parola de
inglese. Vo’ monta’ cco’ te. Quindi mò devi parti’, sennò quello se ne va. Si nun
stai qua entro venerdì, quello torna ar paese suo.

- Ma che è ‘sta storia? Alberto lo sa? È a lui che lo dovete dire!

- Mò lo chiamo, ma intanto tu fatte ‘e valigie.

- Dammi tempo per pensarci.

- Sì, te chiamo domani.

Telefono ad Alberto: sa già tutto. Ma sembra tranquillo, mi dice di non


preoccuparmi.

- Sì, io non mi preoccupo. Però non voglio andarci.

- Non è questione di voglia. Oggettivamente ti hanno messo alle strette.


Devi andare, sennò succede un casino.

Piagnucolo:

- Però io sono il secondo assistente, non sono io a dover decidere certe


cose.

- Nun te preoccupa’. Vai, tieni buono il signor regista fino a che non parte,
poi ce la vediamo noi.

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Decidiamo di parlarne davanti a un tagliere di formaggi, ci diamo
appuntamento all’Oasi della Birra. Io vorrei dire di no, la situazione è sempre
più pesante, e poi di stare sul set non ho proprio voglia. Troppo nervosismo,
troppi giochetti. Voglio evitare di essere invischiato in una di queste faccende di
intrighi e invidie, mai vorrei essere accusato di fare il doppio gioco, di rubare il
lavoro ad altri. Io voglio restare in ufficio, fumare tante sigarette, tornare a casa
alle otto e spalmarmi sul divano.

Dico tutto questo ad Alberto mentre beviamo una Baladin.

- Non mi va proprio di partire.

- Sta oggettivamente a te decidere. Però se decidi di non andare metti me e


la Cameretta in una posizione spiacevole.

- Ma che vuol dire? Io sono sono qui praticamente per caso! Se lo


chiedessero a te cosa diresti?

- E che c’entra? L’hanno chiesto a te!

- E se Aroña con te non vuole lavorare per niente? Per adesso possiamo
pure tamponare, ma dopo? Come si fa a finire un film in questo modo?

- Ma non scherzare! Oggettivamente quello che dici è una stronzata. Si


tratta soltanto di arrivare alla fine delle riprese, dopo saremo oggettivamente
soli e ce la vediamo noi.

- Ascolta: io non voglio partire. Se ho una scelta scelgo di non andare. Se


invece è un ordine, allora parto. Però solo se è un ordine che viene da te, devi
essere tu a chiedermelo.

- Parti. La riuscita del film è la cosa più importante. Oggettivamente la


Cameretta è in difficoltà, e dobbiamo aiutarla a uscirne. Chiaramente Aroña la
sta ricattando. Quello ce sta a prova’, sono tutte provocazioni, ma
oggettivamente non dobbiamo cedere. Tu vai lì, fai tutto quello che ti dice, non
parli mai, che tanto ti viene facile, e non fai casini. Poi, quando finiscono le
riprese, torni qua e cominciamo a giocare veramente.

Fa una pausa per bere un sorso di birra, poi, come se parlasse tra sé e sé:

25
- Alla mia età! Alla mia età devo sentire queste storie incredibili.
Bisognerebbe annotarsele, queste cose, sai che bella sceneggiatura viene fuori!

Alt!

Però…

Niente male, come idea…. Decido che d’ora in poi terrò un diario accurato
di tutto ciò che capita, dialoghi, impressioni, voci di corridoio. Chissà che non
riesca a scriverci un racconto….

Parliamo fino a tardi. Quando l’Oasi della Birra chiude, continuiamo a casa
mia. Alla fine arriviamo a una proposta, una soluzione salomonica, o per meglio
dire paracula.

Il piano è questo: io parto, ma voglio che tutti, Meri e Aroña specialmente,


sappiano che sono e resto il secondo assistente al montaggio. Vale a dire che
sarò lì, sul set, per aiutare il regista a montare la propria versione del film.
Quotidianamente spedirò le sequenze montate a Roma, dove Alberto le
guarderà, farà la sua proposta, le sue osservazioni e me le rimanderà, e così via.
Faccio presente che non agirò in alcun modo se non in qualità di “tecnico Avid”:
schiaccerò i pulsanti sulla tastiera senza mai esprimere opinione, masticherò a
bocca chiusa e riderò alle battute stronze. Così il regista è contento, salviamo la
faccia e il film può andare avanti. La precisazione viene accettata, o meglio:
viene accettata da Meri.

- Mi raccomando: lo deve sapere pure Aroña.

- Nun te preoccupa’, ce penso io.

Organizziamo la mia partenza per il set, che nel frattempo si è spostato a


Pozzuoli.

Mi chiama Renato:

- Come famo coll’Avid?

- In che senso?

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- Eh, ner senso che nun posso paga’ ddu Avid ppe’ un film. Te devi porta’
quello che sta a Roma.

- Che? E Michela?

- E Michela deve anna’ a casa ppe’ ‘ste settimane, poi vedemo.

- Ma non scherzare! E chi acquisisce il materiale? Dove lavora Alberto?

- M’hanno detto che a Sant’Agata c’aveva er computer suo.

- E che c’entra? Erano due giorni, un’emergenza. Non si può mica fare
tutto un film così, col portatile. Ma poi no, Michela non può andare a casa.

- Vabbè, mo vedo che ffa’. Però pure tu me devi veni’ incontro.

- Io ti vengo incontro, ma una cosa così non si può fare.

Mi richiama il giorno dopo:

- C’ho ‘n’amico che me deve ‘n favore. Je devi scrive’ ‘e caratteristiche der


computer che te serve, lui te lo assembla come vuoi.

La cosa mi sembra sospetta, però non posso fare altrimenti. Vado sul sito
dell’Avid, copio i requisiti richiesti, ma aggiungo anche il modello di computer
consigliato. Li mando a questo amico. Non ricevo risposta.

Meri continua a telefonarmi nei giorni successivi, dicendo che “coll’Avid ce


semo, eh? T’o sta a ffa’ ‘st’amico mio, te ce sta a mette’ ‘e mejo cose”. Ma tutte le
volte tira fuori anche la questione Michela:

- Vabbè, mò ‘sto favore t’o faccio, Michela la tengo. Ma nun me fa’ penti’,
sto film ‘o dovemo fini’.

- Non è mica una favore che fai a me!

Intanto, però, della sua intenzione di licenziare o sospendere Michela non


ne parlerà mai né con l’interessata, né tanto meno con Alberto.

Io provo ad avvertirli, provo a spiegare che qualcosa non mi convince.


Michela si arrabbia, giustamente, mentre Alberto aspetta.

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- Ci devono solo provare a mandarmi via, dice lei. - Non sai che casino gli
scateno addosso.

- Sono solo provocazioni, minimizza Alberto. - Oggettivamente non lo


possono fare, non possono mandare via nessuno. Meri il suo lavoro non lo sa
fare, non sa nemmeno che sta a ddi’.

Il giorno della partenza aspetto con Alberto e Michela in sala montaggio.


Federico, un ragazzo che lavora in produzione, mi deve portare l’Avid, io ho una
decina di minuti per provarlo, poi dobbiamo partire: l’ultimatum di Aroña è
scaduto, e non posso tardare, non devo mettere in difficoltà la Cameretta.

Insieme a Federico arriva una telefonata di Meri:

- L’Avid te l’ha assemblato ‘st’amico mio. T’ha messo er mejo, tutte le cose
più potenti che ha trovato.

Mentre apro gli scatoloni Federico mi dice:

- Ma chi è questo amico tuo che ti ha dato ‘sto computer? Non sai che ho
fatto per andarlo a prendere, ci siamo trovati in un posto loschissimo, gli ho
dovuto pure dare cento euro di tasca mia, se no il computer non me lo dava.

Mi blocco con un angolo di polistirolo in mano.

- Veramente io non lo conosco, è un amico di Meri.

- Lui mi ha detto che era amico tuo.

L’Avid, in verità, è un semplice computer su cui è stato installato un


software, diciamo, non proprio originale. Lo avvio, non parte. Un vento gelido
attraversa la stanza.

Alberto è in piedi, dietro di me:

- Riesci a risolvere?

- Non so, ci provo.

- Risolvi, ché hai poco tempo.

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Non sono un tecnico, ma provo. Guardo su internet, telefono a qualcuno,
consulto il manuale dell’Avid. Dopo qualche sigaretta giungo a una conclusione:
la scheda audio non va bene, non è supportata, quindi Avid non funziona.
Chiamo Meri.

- È strano, quello t’ha messo er mejo c’ha trovato.

- Lo so, ma è troppo potente, e non va bene. Ne ha messa una perfetta per


giocare, ma Avid richiede una cosa più specifica.

- Ma tu gliele avevi mandate le caratteristiche?

- Gli ho mandato un’email che ho spedito anche a te.

- Questo mò lo chiamo, m’ha fatto un casino, nun se po’ lavora’ così, però,
eh?

Gli spiego anche che manca il monitor esterno, di sicuro il regista non
vorrà guardare per tutto il tempo il solo schermo del computer.

- Ce n’è proprio bisogno, nun poi fa’ senza?

E riattacca.

Alberto inizia a impacchettare tutto, fa spazio negli scatoloni spostando il


polistirolo:

- Guarda, oggettivamente devi partire. Cerchiamo di non fare innervosire il


regista. Meri lo saprà bene cosa sta facendo. Tu vai, e risolvi il problema da lì.

Obbedisco. Saluto tutti, abbraccio Alberto promettendogli di chiamarlo


ogni giorno, bacio Michela, la quale mi consegna un piccolo portafortuna.

Sulla porta Alberto mi urla ancora:

- Ricordati di non fare incazzare il regista! Mi raccomando!

Salgo in macchina con Federico e partiamo.

Arriviamo a Pozzuoli in serata, nel bel mezzo di quel mese in cui non si
parlava d’altro che di emergenza rifiuti. Bisogna pur tenere occupata la mente

29
degli italiani con un’emergenza.

L’albergo non è proprio a Pozzuoli, ma in una località poco distante, lungo


la statale. Davanti all’hotel c’è una stazione della Circumvesuviana, quindi il
mare. La stazione si vede, il mare no: la vista è preclusa da un enorme mucchio
di immondizia. Una cosa spaventosa, gigantesca. Sacchi neri, buste rosse,
scatoloni, ma soprattutto sacchetti bianchi con il nome del supermercato
d’origine. Qualcuno si è aperto o squarciato, versando il contenuto sugli strati
sottostanti come lava sulle rocce. Si intravedono lattine, tetrapack, bottiglie,
residui di cibo, pannolini. La montagna emana un terribile odore, ma ci si
abitua presto.

Eppure, a un certo punto della nostra permanenza, in albergo arriverà la


Cameretta, la quale protesterà per quell’oscenità. Uno dei portieri mi farà notare
la pagina di un quotidiano locale:

“LA CAMERETTA RISOVE IL PROBLEMA DEI RIFIUTI A POZZUOLI”

E infatti, il giorno dopo le proteste della famosa attrice, quella montagna di


immondizia sarà fatta sparire. Incredibile: finalmente dall’albergo si vede il
mare! Un panorama splendido, il golfo toglie il fiato ancor più della spazzatura.
Peccato, e questo il giornale non lo dice, che non appena la Cameretta tornerà a
Roma, quel cumulo di immondizia magicamente riapparirà, esattamente
dov’era e soprattutto com’era: la busta verde nella stessa posizione di prima, la
scatola di cartone proprio accanto al sacco nero, il torsolo di mela precisamente
sopra quel pannolino usato. Avrei voluto fare una foto, ma forse ci ha pensato
chi ha ricomposto il puzzle con così grande maestria.

L’albergo è molto carino, tutti sono estremamente gentili.

Meri mi accoglie sulla porta, mi accompagna personalmente nella mia


stanza, che più che una stanza è un piccolo appartamento: c’è un salotto, una
cucina, la camera da letto, due balconi, uno dei quali è abbastanza grande, il
giorno dopo lo arrederò con il tavolino da caffè che c’è in sala e con una comoda
sedia di vimini.

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- Questa era la mia stanza, ma l’ho lasciata a te, ce semo capiti?, mi dice
Meri. - L’ho fatto ppe’ fatte ‘stà comodo. ‘O vedi? Mo te faccio porta’ un tavolo
lungo, così ce metti er computer. Che ffamo cco’ ‘st’Avid?

- Eh, finché non trovo una scheda audio non posso farlo funzionare.

- Vabbè, mò chiamo quell’amico mio e t’a faccio manna’, che m’ha


combinato un casino, vatte a fida’.

Poi aggiunge, col tono di chi accetta di farti un favore, ma solo per stavolta,
poi te la devi cavare da solo:

- A Aroña lo dico io che stasera nun potete lavora’.

E sparisce.

Il balcone grande si affaccia sul cortile dell’albergo. Sotto di me vedo


l’ingresso della sala riunioni, ora adibita a ufficio produzione. Scendo per
salutare, manifestare la mia presenza. Chiedo di internet, che mi serve per
lavorare con Alberto: la potrò avere, ma solo lì, nell’ufficio. L’ansia mi assale se
guardo quella ventina di persone che si affannano sui portatili, la stampante ad
aghi che sputa fogli come fossero insulti, i telefoni che non smettono di
squillare.

In camera, più tardi, ricevo una telefonata da Aroña:

- Hola! Soy Alonzo. Sono contento che finalmente sei aquì! Ci vediamo
mañana, abbiamo mucho da far, e non vedo l’ora de iniciar!

Delicatamente metto giù la cornetta, e in punta di piedi vado a cercare un


ristorante.

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V

Il mio primo giorno a Pozzuoli è un giorno di vacanza: colazione al bar,


lettura dei quotidiani sul terrazzino, telefonate con Michela e Alberto, pranzo
nella trattoria accanto all’hotel. La sera, terminate le riprese, Aroña bussa alla
mia porta, accompagnato dal fido Miguel. Sembrano il gatto e la volpe. Ho
sistemato il computer su una lunga scrivania, Aroña lo osserva compiaciuto e mi
chiede subito di lavorare. Gli spiego che non possiamo, questioni tecniche, mi
tengo sul vago. Il regista si arrabbia, mi avverte:

- Non ti fare ingannare, yo sé que stanno cercando de risparmiar dinero,


ma lo fanno in un modo stupido. Yo non soy abituato a trabajar in esta manera.
Insisti con Meri perché te porti esta cosa, non appena possibile. Lo
necessitamos por completar esto trabajo insieme con le riprese, poi yo hay que
partir.

Federico viaggia tra Roma e Pozzuoli due volte alla settimana: porta
informazioni, buste paga, materiale vario. E gli hard-disk su cui Michela copia
di volta in volta il girato del film. Insieme a tutto questo, tra un paio di giorni
dovrebbe arrivare la mia scheda audio, la tanto attesa scheda audio, che il
misterioso amico di Meri ci fornirà. Non riesco a dare un volto a questo
enigmatico personaggio, ma lo immagino chiuso in uno stanzino seminterrato,
alla luce di una lampada da tavolo, circondato da pezzi di ricambio, fili elettrici,
circuiti stampati, ogni tanto si alza e va alla porta di metallo, ha sentito bussare,
apre lo spioncino e chiede la parola d’ordine.

La troupe alloggia in un hotel a qualche chilometro di distanza dal mio.


Con me, invece, c’è l’élite: il regista, Meri, la Cameretta, Miguel e signora,
qualche attore, tra cui Anne Espadrillas, che presto conoscerò. Chiedo perché io
mi trovi proprio qui, e non con gli altri esseri umani, come invece mi sarei
aspettato. Mi viene risposto che è una esplicita richiesta di Aroña: il regista
vuole avermi vicino per sfruttare tutto il tempo a nostra disposizione.

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Finalmente Federico mi porta la scheda. Però, dopo un consulto telefonico
con Alberto, decido che non sarò io a montarla nel computer: probabilmente
sarei in grado di farlo, ma non è mia competenza e non voglio responsabilità: lo
so come vanno queste cose, fai una cazzata e ti viene rinfacciata fino alla morte.
Faccio chiamare due tecnici del luogo. Arrivano due ragazzetti con i capelli a
spazzola. Parlando continuamente al telefono, aprono il computer, trafficano,
richiudono, schiacciano dei tasti eseguendo arcane combinazioni, con la mano
mi fanno segno che è tutto a posto e mi salutano. Non ci siamo rivolti la parola.
Li fermo, chiedo loro di restare, voglio verificare che veramente funzioni tutto.

E infatti non è così.

Stavolta si tratta della scheda video. Stesso problema: l’amico ne ha


montata una molto potente, ma Avid funziona solo con pochissimi modelli, tutti
abbastanza costosi. Telefono a Meri, bisogna sbloccare questa ridicola
situazione. Se non avesse voluto fare le cose a modo suo, ora sarei già al lavoro.

Ma lui stavolta se la prende con me.

- Mò glielo dici tu ad Aroña.

- E io che c’entro?

- Nun te va bbene la scheda che c’è? Cazzi tua. Quello t’ha messo er mejo
c’ha trovato!

- Ho capito, ma non è colpa mia, Avid non parte.

- Vedi che Aroña mò s’incazza.

- E che ci posso fare?

- E che voi da me? So’ passati tre ggiorni, e ancora nun hai lavorato. Che
volemo fa’? ‘A voi risolve’ ‘sta situazzione, o no? Me stai a ffa’ spenne un sacco
de sordi.

Lo so che non avrei mai dovuto accettare di partire senza un computer


funzionante. Lo so che non avrei mai dovuto accettare di partire. Non è il mio

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film, non me ne frega niente che produzione e regia litighino. Però ormai sono
qui.

Michela mi dice di contattare l’assistenza dell’Avid, chiedere consiglio a


loro, ovviamente tenendomi sul vago per quanto riguarda la provenienza del
software. Lo faccio, e la diagnosi è proprio quella: la scheda video è
incompatibile. Il tecnico aggiunge:

- Te lo dico così, per dire, ma guarda che se l’Avid non è originale non c’è
verso di farlo funzionare bene. Lo so che non è il tuo caso, lo dico tanto per
fartelo sapere, caso mai un giorno ti trovassi a lavorare con un Avid pirata.

Richiamo i due ragazzetti di prima, chiedo se possono procurare questa


scheda. Sì, ma ci vuole qualche giorno, bisogna comunque farla arrivare da
Roma, in Campania di quel modello non se ne trovano. Non ho alternative, devo
affidarmi a loro, per forza. Stasera tenterò di spiegarlo ad Aroña.

Nel frattempo telefono ad Alberto per sfogarmi.

- Questo ha montato un computer con pezzi a caso, non è possibile. Ora


non so che fare. Cioè: non c’è niente da fare. Avevi ragione, Meri è uno che
risparmia sugli spiccioli, non si fa un film così.

- E mò che c’entra Meri?

- In che senso?

- Nel senso che mò la situazione è a tuo svantaggio, oggettivamente sei


nella merda.

- Ma…

- Ma che? Al regista non frega niente se il computer non funziona per colpa
di Meri, tua o della Cameretta. Quello cerca scuse per litigare, e oggettivamente
noi gliele stiamo fornendo.

- E che devo fare?

- Devi uscire da questa situazione, senza trascinare la Cameretta nella


merda.

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M’hai detto un prospero, come dice quel tale.

Quella sera vado a consolarmi davanti a un’insalata di polipo, nella solita


trattoria. Un solo tavolo libero. Quando mi siedo, guardo i miei vicini. Merda:
Anne Espadrillas e Lorenza, la sua dialogue coach! Faccio finta di niente, ma mi
biasimo per non aver indossato l’altra maglietta, quella blu, è un po’ più nuova,
chissà se mi sono fatto la doccia, ora non ricordo. Quando arriva Peppe, il
proprietario, decido di dovermi dare un tono: ordino due foglie di lattuga
scondite, mezzo bicchiere di vino e un’espressione pensierosa e artisticamente
sofferente.

La Moleskine! Ho bisogno di scrivere delle cose a matita sulla Moleskine!


Mi osservano. Parlottano. Io guardo in giro, mi fisso su un calendario del
Napoli, un quadro del golfo di Pozzuoli. Tò, c’è pure un elenco telefonico! Ma tu
guarda, alle volte!

Lorenza allunga il collo verso di me:

- Tu lavori al film, vero?

- Chi, io? Eh, sì. Eh, eh…

- Perché non ti siedi con noi?

Guardo Anne. Mi sorride, indica la sedia. Mi teletrasporto al loro tavolo.

Anne è ancora molto carina, davvero affascinante. Una ragazzina


nonostante abbia quasi cinquant’anni, e nonostante i due figli. Più che magra:
sottile, mangia solo mozzarella di bufala e pomodori. Io la guardo, e ripenso a
quel film, “Chiquita”, quello in cui lei interpretava la spietata killer ingaggiata
dal governo, quello grazie al quale si è sposata col regista, quel ciccione di Jean-
Luc Grasson, per finire poi a recitare in filmetti pseudo-erotici. Lui l’ha lasciata
per una fotomodella ancora più magra e giovane, e lei ora è sposata con un
musicista, uno che a capodanno fa i concerti alle Piramidi.

Sono bellissime le rughe attorno ai suoi occhi blu, il neo sullo zigomo
destro è ipnotico, la magrezza del suo viso è senza dubbio scheletrica. Ma

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quando ride guardandoti fisso negli occhi, quando cerca di fare conversazione in
italiano, e ti tempesta di domande incomprensibili, che però sembrano
questioni di importanza nazionale…

Tutte le sere lei e Lorenza vengono a magiare in questa trattoria. Peppe, un


simpatico signore napoletano di sessant’anni, si è affezionato ad Anne. Lei parla
solo francese e inglese, lui solo dialetto. Le prepara minuscole insalate di
pomodori (come vuole lei), freschissime mozzarelle di bufala. Ogni volta che lei
cerca di ordinare, lui la interrompe dicendo:

- No, Annare’, tu devi lasciare fare a me, non ti devi preoccupare di niente!

Guardo Anne, mi fingo brillante, cerco di fare battute, e ripenso a


“Chiquita”. Parliamo di me, di lei, di noi. A dire la verità non lo so se abbiamo
parlato, mi sembra di sì.

Mentre torniamo in albergo, Anne si allontana per telefonare, e Lorenza mi


dice:

- Ah, ah, abbiamo fatto colpo, eh?!

Balbetto, mi fingo indifferente.

- Ah, sì? Chi?

- Bene, allora ti tocca.

- Tocca che?

- Me la devo sorbire sempre io? Simpatica, è simpatica, per carità! Però è


proprio una diva. Nella troupe non la sopporta nessuno, e mi lasciano sempre
sola con lei. Ora, però, tu non scappi. Ora facciamo un po’ per uno, io e te.

Mi sfrego le mani.

Mi volto verso la macchina da presa e guardo in camera, alzando un


sopracciglio.

I giorni seguenti sono tutti molto tranquilli, prosegue la mia vacanza


pagata. Renato mi viene a trovare, mi chiede “come stamo coll’Avid?”. Aroña

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telefona tutte le sere, si arrabbia quando gli dico che ancora non possiamo
lavorare, ma sa che io non c’entro, dà la colpa alla produzione.

Leggo, scrivo, tengo un diario di questa storia. Nutro mente ma soprattutto


pancia: ho scoperto un ristorante sul lago d’Averno, a qualche minuto a piedi
dall’albergo. Qualche volta vado a mangiare lì. Fanno un’ottima frittura di
pesce, e come contorno servono la parmigiana di melanzane. Vista sul lago,
mangio, bevo vino bianco e leggo.

Un giorno entro in ufficio all’ora di pranzo, propongo a tutti


quest’alternativa a Peppe. Non mi accorgo che c’è Renato:
- Dove voi anna’ tu? Ma quale ristorante, tu devi lavora’, tu devi salva’ ‘sto
film. Mò questo se sceglie pure er ristorante!

- Ti ricordo che l’Avid non funziona, per via dell’amico tuo.

- E mò che vorresti di’?

- Se mi cercano, sono al lago.

Quel giorno mangio spaghetti “a vongole”, fritto misto e parmigiana. Bevo


pure un litro di bianco, e al pomeriggio mi stendo sul divano, stacco i telefoni e
digerisco guardando un film.

Il venerdì arriva la scheda video, i due tecnici la montano e proviamo ad


avviare Avid. Funziona! Incredibile! Chiamo subito Renato.

- Aho, mò finarmente te poi mette’ a lavora’. Me raccomanno, nun


capitasse più gnente a ‘sto computer.

La sera si presenta Aroña accompagnato dal fido Miguel. Mi chiede di


vedere qualche ciak, per iniziare a scegliere insieme i migliori. Quando faccio
partire il filmato, si guarda attorno alla ricerca del monitor secondario. Gli
spiego che avevamo pensato di farne a meno, così da poter spostare il computer
più facilmente, ma se vuole….

- Chi ha pensato, tu o Renato Meri?

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- Ecco, veramente….

- Devi essere mas furbo: questi aquì cercano de risparmiar in modo


stupido. Allora, se te sierve una cossa, preguntala a mi, e yo faccio pesar su de
loro il mi ruolo de director. Perché recuerda: la palabra mas cerca de director es
dictator. Yo voglio il monitor, e domani lo fai comperar.

Continuiamo a guardare i ciak. Mentre li passiamo in rassegna, Aroña li


commenta con Miguel, fischiettando dei motivetti per ispirare il compositore. Si
complimenta, il regista, per certi movimenti, certi gesti degli attori, si lamenta
di alcune attrici. Ad un certo punto mi chiede di fermare, si volta verso di me e
dice:

- Visto che da mañana monteremo insieme, è giusto che tu sappia las


reglas del montaje che yo voglio.

Mi ripete le regole che aveva già detto ad Alberto a Sant’Agata, ma ne


aggiunge un’altra:

- La mas importante: ninguno, proprio ninguno, hay da veder quello che


montiamo, né la Cameretta, né Meri, solo yo y Miguel. Si te preguntano de veder
qualcosa, inventati una escusa e non fargli veder nada. Ci sono domande?

- Nossignore.

- Muy bien. E recuerda: la palabra mas cerca de director es dictator.

Il mattino seguente vado a cercare questo televisore. Meri mi consegna


centocinquanta euro, in contanti.

- Comprane uno piatto, de quelli bboni, grandi, che nun te vojo senti’ ppiù.
Compralo bbono, ché poi so’o tenemo.

Un ragazzo della troupe mi accompagna in un piccolo centro commerciale


della zona. Mi guardo attorno, televisori LCD a quella cifra non ce n’è. E
nemmeno a tubo catodico, a dire la verità.

- Ma non ci sono altri negozi, qui?

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- No, bisogna andare fino a Napoli.

Chiamo Renato.

- Renato?

- Chi lo vuole sapere?

- Con quella cifra non c’è niente, nemmeno a tubo catodico. Ce n’è solo
uno, ma mi sembra una baracca.

- De che marca?

- Aspetta… E-x-p-o-r-t. Export? Non l’ho mai sentita.

- Compralo. E porta er resto!

Lo compro. Si presenta veramente male. Mentre esco dal negozio con lo


scatolone in braccio, mi sembra di sentire la voce del commesso:

- Guagliò! Avimm’ vendut’ ‘o Ecspòrt! Si ‘llè accattat’ chill’uommine llà!

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VI

Faccio la conoscenza della Cameretta una sera, uscendo per andare da


Peppe.

È nella hall, sta sfogliando una rivista di gossip, incastrata tra le pieghe di
una poltrona rossa. Quando le passo accanto, lei alza lo sguardo. La copertina
della rivista ospita le foto esclusive del bikini giallo di una prorompente
soubrette. Non ci siamo mai incontrati prima, la Cameretta ed io. Le abbozzo un
sorriso e un timido saluto con la mano. Non dà segni di avermi notato. Passo
oltre.

Con la coda dell’occhio, però, noto che richiude la rivista, si alza e mi


segue. Rallento. Si ferma al bancone della reception, io mi fermo sulla soglia,
accendo una sigaretta e fingo indifferenza. Mi guarda. Faccio un passo verso di
lei, forse è il caso che mi presenti. Ma lei fa un passo indietro. Ci guardiamo.
Faccio un passo indietro, verso la strada, lei fa un passo avanti. Ci guardiamo. È
una situazione imbarazzante. Provo a rompere il ghiaccio:

- Ciao, io sarei l’assistente al montaggio.

- Lo so chi sei, cioè Alberto mi ha parlato di te.

È altissima. Indossa un abito molto stretto in vita, talmente stretto che mi


manca il fiato solo a guardarla. Però noto che mette in risalto le sue famose doti.
Ha una voce acuta e nasale, un accento imbastardito dagli anni passati
all’estero: inflessioni meridionali ormai mescolate a vaghi echi di pronuncia
inglese e romanesca. Usa solo vocali aperte, le pronuncia spalancando
completamente la sua grande bocca.

- Come procede il lavoro?

- Bene, bene, dico.

- Riesci a montare?

- Direi di sì, ma, sai, io sono l’assistente.

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- Cioè, lo so. Però Alberto si fida di te, e allora cioè mi fido anch’io.

È strana: sta lì, le braccia incrociate, ha lunghissime mani, mentre parla


alza e abbassa gli indici. Però si guarda continuamente attorno, come se
aspettasse qualcuno, o come se avesse paura di qualcosa. Se mi avvicino, lei si
allontana, e viceversa.

- Va tutto bene?

- Non posso farmi vedere che parlo con te, sussurra.

- Da chi?

- Da Aroña. È maligno. Mi odia, e se ci vede assieme, cioè pensa che te sei


dalla mia parte.

Non so che dire.

- Si sta comportando bene con te, cioè, o è cattivo anche con te?

- Mah, veramente…

- Mi raccomando, non farlo arrabbiare, non sai di cosa è capace. Cioè a me


mi ha mandato all’ospedale.

- Sì, lo so. E adesso come stai?

- Ora sto bene, ma stavo lì lì. È maligno, cioè, e odia le donne. L’hai notato
che odia le donne?

- Mah, non è che ne abbiamo parlato…

- Sì, odia le donne, è un maschilista. Me l’ha detto pure sua figlia, che l’ha
fatta piangere.

Pausa.

- Come viene il film, viene figo?

- Mah, sì.

- E quella scena che io piango come viene? A forza ha voluto metterci il


vento… Di regia non ci capisce niente. Dimmi tu, come fai a mettere il vento a

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un attore che piange?

È una domanda retorica, non rispondo.

-…

No, è una domanda vera. E che rispondo?

- Eh, già.

- Vedi?! Non puoi. Monta la prima di quelle, quella senza vento. Quale hai
montato?

Giuro: non ho la più pallida idea di cosa stia dicendo.

- La prima, ho montato la prima, quella senza vento.

- Bravo. Lo vedi che Alberto ha ragione che mi fido di te? Ora vai, cioè, che
se Aroña scende e ci vede ti manda via che pensa che sei dalla mia parte. Però a
Palermo ci vediamo e parliamo con calma.

Mi sfiora il gomito con le sue lunghe dita. Si volta, torna alla sua rivista.

Io resto sulla porta ancora un po’, finisco di fumare. E penso: che strano
incontro. Non me l’aspettavo così, lei. Credevo fosse molto più sicura di se,
invece mi sembra una ragazzina. Mi sento a casa, come se fossi con una mia
sorella maggiore.

Il televisore Export fa davvero schifo. I colori variano, a seconda del tempo


atmosferico, dall’acceso-tipo-cartone-animato al bianco e nero, ma a fasi
alterne, così che a volte ho il cielo blu e il prato grigio, a volte il cielo grigio e il
prato verde. A volte viola, perché compaiono casualmente e a macchia di
leopardo certi curiosi aloni violacei, a rendere più creativa l’immagine.

Aroña commenterà dicendo solo:

- Cuesto es el mas strano televisor que yo ho visto en toda la my vida!

Dal canto suo, l’Avid non sta benissimo. Ho notato che ogni quattro minuti
di riproduzione di un qualunque filmato, quattro minuti cronometrati, si blocca,

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si pianta, non si può fare più niente, se non staccare la spina e riavviare tutto. Il
problema è che quattro minuti sono troppo pochi perché la cosa possa passare
inosservata.

Subito sottopongo la questione a Meri:

- Er regista porta rogna. L’artro giorno, come è entrato in ufficio,


all’assistente suo je s’è bloccato er computer, l’ha dovuto porta’ a ripara’.

Ripete l’ultimo concetto poggiando la mano, di taglio, accanto alla bocca.

- L’ha portato a ripara’! È lui che porta rogna. Ahò, avete sentito? Porta
rogna, ha fatto blocca’ pure l’Avid!

- E che faccio?

- E che ne so? Monta cco’ ‘e mani su li cojioni. Contro ‘a rogna nun c’è sta
gnente da fa’.

Dopo altre mille telefonate decido di arrangiarmi. Escogito un sistema:


metto il mio telefono proprio davanti alla tastiera, il cronometro bene in vista.
Ogni tre minuti e mezzo invento una scusa per premere “pausa”: una domanda
al regista, un’osservazione a Miguel, una cosa che ora non mi ricordo ma volevo
proprio dirla vabbè mi verrà in mente scusate riprendiamo, oh cazzo non l’ho
fatto apposta a premere pausa mi è partita la mano. E così via, per tutto il mese,
e stavolta nessuno si accorge di niente.

Con Aroña, nonostante l’Avid ora dia qualche segno di vita, in verità lavoro
una volta sola, una sola volta in due settimane. Una media un po’ bassa, me ne
rendo conto. Arriva col fido Miguel, si siede accanto a me, il musicista sul
divano, e montiamo una sequenza, quella dell’arrivo alla villa. Monto seguendo
alla lettera le sue regole. Il risultato è orrendo, si tratta di mettere insieme pezzi
di inquadrature senza guardare né riflettere, però Aroña è contentissimo, dalla
gioia fischietta motivetti della rivoluzione messicana, ride soddisfatto, sembra
un bambino. Ad un certo punto, mentre sto rivedendo un dialogo, Miguel mi
chiama e mi domanda, in inglese:

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- Come ti senti, ora che hai preso il posto del tuo maestro? Ti senti in colpa
o sei contento?

Mi paralizzo. Non mi aspettavo tanta franchezza.

- Veramente io sono sempre l’assistente, il montatore resta Alberto.

Ormai però temo che questa storia non regga più.

- Seguro, ma lui no està faciendo nada, dice Aroña.

E riprendiamo a lavorare, come se niente fosse. Riprendiamo, ma io ho un


peso sullo stomaco.

Poco prima di lasciarmi, Aroña allunga un braccio verso di me, io mi


fermo, le mani sulla tastiera, volto piano piano la testa. Ha un’espressione seria,
la mano sospesa, sembra un prestigiatore nel momento di far sparire qualcuno.

- Escucha me, mi dice. Ancora non ne ho ablato con Meri, pèro aquì es
muy difficil de trabajar. Como vedi, no abbiamo montato nada, fino a ora. Tu
tieni un passaporte?

- Sì, ma non qui, a casa. A che mi serve?

- Te sierve porque yo quiero preguntar a Meri se possiamo continuar el


montaje en Sud America, dove yo vivo. E yo quiero que tu vieni conmigo.

Sbaglio, o c’è un’eco? Yo quiero que tu vieni conmigoooo… Yo quiero que


tu vieni conmigoooo… Yo quiero que tu vieni conmigoooo…

- No te preocupes, yo pienso a todo: a la casa, al viaggio, a todo. Piensace,


entonces ne parliamo.

- Mah… ecco… io, veramente… forse dovrei riflettere… dovrei… parlarne…


con…

- Tu piensace, ma non mucho tiempo, que il tiempo està finendo, aquì. Yo


ne ablo con Meri, e voy a veder se è possibile, poi decidemos.

Se ne vanno, io resto seduto ancora un po’, temo non mi reggano le gambe.

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Decido di aspettare, di non fare niente per il momento. Come dice Alberto
“il signor regista ce sta a prova’”, le sue sono provocazioni. Quindi è inutile
scatenare allarmismi.

Il mattino dopo incontro Meri a colazione. Gli passo accanto, il caffè in


mano, e lui, chino su un cornetto, la bocca piena e il muso sporco di zucchero a
velo, indica la sedia accanto alla sua, accompagnando il gesto della mano con un
mugugno.

- Allora, è pronto, ‘sto passaporto?

- Pure tu ti ci metti? Che sono ‘ste storie?

- Storie? Quello te vo porta’ cco lui.

- E dài, non scherziamo.

- A coso, parlamese chiaro: quello l’ha capito che ‘sto film qua nun ‘o finite.
Quant’avete lavorato? Du’ giorni?

- Due ore.

- Appunto. Mò te vo porta’ ar paese suo. E tu ce devi anna’. Poche storie.

- Ascolta, telefona ad Alberto, parlane con lui. È lui il mio capo reparto, se
decide, io vado.

- Ah, sì? Tu intanto fatte er passaporto. Quanto ce metti?

- Mah, non so, ci vorranno tre, quattro settimane, devo andare in questura,
è un po’ lunga.

- Lunga? Ahò, vedi che mò se po ffa’ alla Posta! Mò vai alla Posta qua, e fai
domanda. E si ce mettono più de tre ggiorni, m’o dichi, ché c’ho ‘n’amico che sta
alla questura, che te da ‘na mano.

- Guarda, dovrei prendere dei documenti, delle cose, adesso non si può
fare.

- Dei documenti? E che cazzo devi prenne’, ‘a fedina penale? Sbrighete, va!

È il caso di chiamare Alberto.

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- Qua è venuta fuori questa cosa… che praticamente… Aroña vorrebbe…
cioè, no?, lui ha chiesto… cioè Meri… insomma…

- Embè?

- Come “embè”? Alberto, questi mi vogliono mandare in Sud America.

- Si sa già quando vuole partire, il signor regista?

- Subito dopo le riprese.

- Quindi non si ferma a Roma a guardare il materiale con me?

- Alberto, non hai capito: Aroña vuole montare con me in Sud America!

- Ma figurati! Figurati se fa finire il film a te! Sono provocazioni, quello ce


sta a prova’.

- Alberto, mi ha detto di farmi il passaporto, pure Meri me l’ha detto.

- Stiamo a scherza’? Oggettivamente sono provocazioni. Mò il signor


regista pensa di far montare un film al secondo assistente!

- Anche il fatto di venire qui sul set, era una provocazione. E intanto….

- E intanto che? Nessuna produzione può oggettivamente permettere una


cosa del genere. Vediamo che dice Meri.

- E io?

- E tu aspetti, fai finta di niente. Oggettivamente, la cosa assurda è che il


signor regista pensa di partire senza aver scelto il materiale con me. A me una
cosa così non m’è mai capitata!

Aroña non si presenta più al montaggio. Mi telefona qualche volta, la sera,


per sapere se sto lavorando.

Un venerdì pomeriggio bussano alla porta, vado ad aprire. Trovo una


signora con una massa vaporosa di capelli rossi, tutta forme, fasciata da un abito

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leopardato, seguita da due bambini e uno che, suppongo, sia il marito: pelato,
magro magro, con una grande valigia in mano, un abito beige di un paio di
taglie troppo grande. Dietro il gruppo c’è Aroña, che mi urla:

- Fai veder a questi miei amigos aquì un pochito del film, por favor!

Faccio entrare la famiglia di turisti e allegramente guardiamo alcuni ciak a


caso, mentre i bambini si rincorrono per il salotto. Quando finiamo mi
ringraziano e vanno via. Non ho mai capito chi fossero, quelli.

Tutte le sere incontro Anne e Lorenza da Peppe. Mangiamo, parliamo,


scherziamo. Spesso con noi ci sono altri ragazzi della troupe, soprattutto del
reparto produzione. Anne mi chiede notizie del film, ma precisa sempre che sa
di non avere il permesso di vedere niente. Oso dirle che sarei disposto a
trasgredire gli ordini, ma lei crede che stia scherzando, e ride. Anne mi chiede
più volte di rivederci, quando saremo a Palermo, nostra prossima tappa. Non
sappiamo come sarà la situazione lì, dove alloggeremo, quanto tempo avremo a
disposizione, chi ci sarà. Sull’orlo di uno svenimento, le prometto che sarà così,
che ci rivredremo.

La troupe parte di sabato. In albergo restiamo solo Aroña e io, partiremo


insieme il giorno dopo: un piccolo scherzetto di Meri, che soddisfatto mi
confessa:

- Ahò, dovete parla’ der film, der viaggio, c’avete ‘n sacco de cose da divve.
Così ‘o potete fa’. Nun te piace?

Sabato il cielo è grigio, minaccia pioggia. Mi hanno già portato via il


computer. Ho anche spedito la valigia e il mio portatile, con me ho tenuto solo
un libro. Passeggio per Pozzuoli senza una vera e propria meta, non ho voglia di
leggere, né di mangiare.

Però a un certo punto mi ritrovo, non so come, seduto a un tavolo della


trattoria di Peppe, a ingolfarmi di alici fritte. Dalla vetrina vedo l’ingresso

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dell’hotel. Arriva un taxi, dall’albergo escono Lorenza e Anne. Si fermano un
istante a parlare con l’autista, poi Anne, come se avesse dimenticato qualcosa,
consegna la sua borsa a Lorenza, e corre via. Viene verso il ristorante. Entra
come una furia, spalancando la porta con tanta forza da far cadere il quadretto
con gli orari di apertura. Il rumore fa voltare tutti, anche Peppe, che in quel
momento stava prendendo alcune ordinazioni. Lei gli va incontro, lo abbraccia,
gli dice “K-razie!” e va via. La guardo salire in taxi e partire. Mi volto: Peppe è
ancora fermo nella stessa posizione, immobile. Poco a poco ricomincia a
sbattere le palpebre.

Il giorno dopo, domenica, l’autista di Aroña ci accompagna all’aeroporto. È


quello che alla villa parlava delle zinne delle attrici. Per tutto il tragitto guarda il
mio telefono e dice:

- Ecco ‘ndo cazzo l’avevo messo, ce l’avevi tu!

- Ma cosa?

- Er telefono mio!

- Veramente è il mio.

- Ah, è uguale al mio.

E dopo un po’ ricomincia.

Prendiamo lo stesso volo, ma per fortuna Aroña e io non siamo seduti


accanto. Quando atterriamo a Palermo troviamo ad attenderci due automobili:
una per me, una per lui. Siamo diretti allo stesso hotel. Lui arriverà un’ora e
mezzo dopo di me: il suo autista ha imboccato l’autostrada nel senso sbagliato.

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VII

Ora siamo a Palermo, non vedevo l’ora di arrivarci, una delle città che amo
di più. Già sull’aereo sogno i pezzi di rosticceria, le colazioni con le iris, la pasta
con le sarde. Ho intenzione di non rinunciare a niente: mi aspettano due
settimane di intensa attività enogastronomica. Farò gli straordinari, se
necessario.

Il nostro hotel è uno storico palazzo del centro, un palazzo appartenuto a


una nobile famiglia inglese. È un hotel extra lusso, molto famoso perché fino a
non molti anni fa, ogni qual volta si dovevano prendere importanti decisioni
riguardo all’assetto democratico del Paese, qui si riuniva la commissione di Cosa
Nostra. Albergo molto frequentato da politici (collusi e apparentemente no) e
celebrità in visita. Gli stucchi, le colonne, i marmi mi nauseano, non sopporto
questo tipo di hotel, dove i receptionist ti (o mi) fanno sentire come se fossi lì a
chiedere un prestito. Stanza di lusso, luci soffuse, internet a pagamento,
indecente colazione servita nella “elegante Sala degli specchi”.

Quando entro noto una lunga fila di persone davanti al bancone della
Concierge (qui, oltre alla reception c’è la concierge). Mi avvicino, li riconosco
tutti: sono membri della troupe, ci sono autisti, macchinisti, elettricisti. Uno alla
volta si rivolgono al portiere che ascolta le loro lamentele sfoggiando una truce
espressione di antipatia:

- Ma che stanza m’avete dato, è troppo vecchia!

- Ahò, è umida la mia stanza!

- Ne vojo n’antra, nun c’ha l’idromassaggio!

- È piccola!

- È grande!

- S’affaccia sulla strada!

- S’affaccia sul cortile, mortacci vostri!

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La cosa va avanti per un bel po’. Tutti riescono a cambiare camera. Mentre
osservo la scena, mi avvicino al fonico del film, Umberto, che mi sussurra:

- Vorrei sape’ ‘ndo cazzo vivono questi, che ‘st’hotel nu’ je sta bbene!

Incontro Alain, un mio vecchio amico, un ragazzo francese che come me ha


la passione per il cibo. Anche lui lavora a questo film, non lo sapevo, lo scopro
solo adesso. Come me, Alain ha una missione: mangiare il più possibile. Insieme
scopriamo “da Maria”, alla Vucciria: un garage arredato con un piano cottura,
una griglia e alcuni tavolini. Molto frequentata dalla gente che lavora al
mercato. Ogni giorno veniamo a pranzo qui, antipasti, scegliamo il pesce che
Maria frigge o arrostisce sul momento, vino bianco, poi mangiamo un cannolo
in piazza Marina. Porto Alain all’Antica Focacceria: voglio fargli assaggiare il
pani ca’ meuza, ma non gli piace, me ne accorgo, lui però è troppo educato per
ammetterlo, non lo finisce e lo nasconde nel tovagliolo. Un giorno procuro una
cassata da mezzo chilo, telefono ad Alain correndo per strada:

- Alain! Tra dieci minuti al bar dell’hotel, presto!

- Ma scertò, arivo siubitò.

Il cameriere del bar ci guarda e ride, mentre ci tuffiamo sul dolce come se
non mangiassimo da giorni. Non gliene offriamo nemmeno un cucchiaino.

Alain è proprio il “bravo ragazzo”: è gentile, educatissimo, premuroso. E,


soprattutto, vede solo il lato buono delle cose. Tutto è bello, tutto è buffo. Io
sono esattamente l’opposto, e mi diverte questa nostra lontananza. Certo,
alcune volte il suo atteggiamento sembra proprio una deformazione. Un giorno,
per esempio, passeggiamo per Ballarò. Ci passa accanto un motorino su cui
viaggiano due ragazzini, uno ci urla:

- Arrusi!

E Alain:

- Sciaooo! Buffò, no? Sci ha dettò “Sciao, bellì!”

Non dico nulla, non voglio rompere l’incanto.

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Fatti pochi metri, quello stesso giorno, finiamo in una piazza non molto
grande, gli edifici distrutti, senza infissi, i muri scrostati pieni di scritte contro la
polizia. La piazza è deserta, è quasi ora di pranzo, saranno tutti a tavola o a fare
le ultime compere al mercato. Ballarò è un labirinto e noi ci siamo persi, ma non
ci preoccupiamo, prima o poi sbucheremo da qualche parte.

Una macchina frena davanti a noi, bloccandoci il passaggio. Dentro, una


ragazza: si sporge dal finestrino e ci chiede:

- Sapete dov’è la biblioteca?

- No, le rispondo, non siamo di qui.

- Sì, si vede che non siete di qui.

- In che senso?

Il rintocco di una campana.

L’aria immobile.

L’auto riparte.

Alla sinistra del mio campo visivo colgo un movimento, mi volto. Quattro,
cinque ragazzini, avranno al massimo quindici anni, vengono verso di noi.
Ridono. Uno di loro estrae una pistola dalla giacca.

Afferro il polso di Alain, lo trascino via.

Di corsa.

Da lontano mi arrivano risate, uno grida:

- Ah ah ah! Si scantaru!

Corriamo come pazzi, svoltiamo angoli, entriamo dentro vicoli sempre più
stretti. Non so dove stiamo andando, spero di non peggiorare la situazione. Non
mi chiedo se la pistola fosse finta o no: corro. Giro a destra, a sinistra, nella
mano ho sempre il polso di Alain. Davanti a me vedo dei colori, accelero. Il
mercato! Ci fermiamo al centro della strada, tra le bancarelle, la gente ci urta
passando con le buste della spesa. Tiro il fiato.

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- Cos’hai vistò di così büffò da correrè?

Ogni sera Alain e io tentiamo di andare a cena da soli, ma ogni volta


veniamo fermati dalla Cameretta, che ci intercetta nella hall dell’albergo.

- Venite con noi?

- Veramente volevamo andare….

- Venite con noi, cioè così riusciamo a parlare senza che Aroña ci vede.

Guardo Alain, lui fa spallucce.

- Io comincio ad andare, voi venite tra poco, che se esce Aroña cioè non ci
vede insieme. Fatevi spiegare la strada dal portiere.

- Va bene.

- Poi un giorno ti porto a fare un giro, cioè così parliamo.

Con lei c’è sempre Enzo, il suo segretario/bodyguard. Sorride in


continuazione, ha una fastidiosa erre moscia, le narici talmente grandi che mi
viene voglia di metterci un dito per sentire quanto sono profonde. Enzo ha un
cellulare grosso come quello di Meri, è sempre chino sulla tastiera, non ho mai
capito se scriva centinaia di sms, o se come me sia dipendente da qualche
giochino.

Andiamo a cena in ristoranti con i piatti quadrati, nei quali vengono serviti
cibi in crosta di questo con restrizioni di quello su un letto di quest’altro. Alain e
io siamo gli unici a bere.

La prima sera il menu mi terrorizza. Ordino linguine al nero di seppia,


Alain fa lo stesso. La cosa suscita un dibattito a tavola.

- Ma come fate? Io proprio non lo sopporto, il nero di seppia!

- Cos’hai ordinato, tu?

- Cruditè de mer su letto di roquette con mousse alla restrizione di porto.

- Anche a me proprio non piace, il nero di seppia, una volta l’ho preso, la

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pasta era scotta.

- E tu che hai chiesto?

- Quiche di mais con gelée di pesce azzurro del mar baltico.

Quando ci portano il cibo, Alain e io ci fiondiamo sui piatti. Mi sento


osservato, mi fermo, due linguine mi penzolano dalle labbra. Mi guardo attorno.

- Come sono, buoni?

- Però, non sembrano male.

- Anche la cottura sembra giusta, così a vedere.

Io parlo poco, ascolto i pettegolezzi su quell’attore, sul marito di


quell’attrice.

- Ah, Castelnuovo e la sua compagna sono due persone eccezionali, una


mia amica manda i figli nella stessa scuola dove li mandano loro, e mi dice
sempre che sono due persone eccezionali, disponibili, piene di iniziativa.

Osservo con ammirazione la Cameretta che per antipasto ordina pane e


olio, mentre Anne mangia grissini e burro.

Una sera, finalmente, riesco a divincolarmi, individuo Anne e le propongo


la famosa cena che ci eravamo promessi a Pozzuoli. A Palermo la situazione è
molto diversa, c’è più attività mondana, non riusciamo a evadere da certi
meccanismi. Anne accetta, arruoliamo anche Lorenza e Alain e ci facciamo
consigliare un ristorante con piatti rotondi e cucina casereccia.

Lorenza è terrorizzata, durante il tragitto mi si avvicina e mi sussurra:

- Sei sicuro? Tu l’hai vista mangiare solo a Pozzuoli, non sai di cosa è
capace!

- Che sarà mai!, minimizzo.

Che sarà mai!

Quando le portano la caprese, Anne la fa immediatamente riportare in

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cucina perché la mozzarella non è di bufala. Ne portano un’altra, Anne chiama il
cameriere e la restituisce perché è condita, mentre lei la voleva senza niente.
Gliene portano una terza, lei ne mangia metà, i pomodori non sono buoni.
Ordina grissini e burro come antipasto, non hanno i grissini, le portano crackers
salati in superficie, non vanno bene, si fa portare del pane, ma è solo col sesamo.
Allora al posto del pane chiede del riso bianco, glielo portano condito con olio.
Lo rimanda in cucina e chiede degli spaghetti senza niente, ripeto: niente, ha
capito, stavolta: niente! Il cameriere esasperato porta gli spaghetti, scotti e
scolati malissimo: nuotano nell’acqua di cottura. Sospettiamo ci abbiano
sputato dentro, consigliamo ad Anne di lasciar perdere.

Quando usciamo dal locale Lorenza mi prende per un braccio:

- Te l’avevo detto: è terribile o no?

-…

- Ehi, mi ascolti?

-…

- Oh, mi senti? Ehilà?

-…

- Ah, ma allora è una cosa seria, tu sei proprio partito!

La sala montaggio è in una stanzetta al piano terra, accanto alla reception.


Devo dividerla con il reparto di fotografia, che qui ha sistemato l’immenso
monitor del Maestro Stocasto. È chiusa a chiave, la chiave è in mia custodia, ma
questo a Stocasto non piace. Un paio di volte prova a portarmela via, anche con
l’inganno. Una mattina, per esempio, mi incontra nella hall, e mi chiede di poter
entrare nella stanza per vedere alcuni ciak con il suo reparto. Gli consegno la
chiave, dopo mezz’ora torno per vedere se hanno finito, ma la stanza è chiusa e
le luci spente. Cerco qualcuno cui domandare cosa sia successo, un assistente di
fotografia mi dice:

- No, oggi non abbiamo in programma di vedere giornalieri.

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- E le chiavi quindi chi le ha?

- Penso il Maestro.

Vado alla ricerca del Maestro, lo trovo al bar dell’hotel, seduto sotto il suo
Stetson.

- Mi scusi, mi servirebbero le chiavi.

- Le chiavi di cosa, scusi?

- Le chiavi della sala montaggio.

- Io ho solo le chiavi della sala di fotografia.

- È lo stesso, quella là.

- E a cosa le servono le chiavi?

- Mah, veramente io dovrei lavorarci, là dentro.

- Quella stanza è riservata al reparto fotografia, ci serve per vedere i


giornalieri.

- Quella stanza non è riservata al reparto fotografia, c’è anche il mio


computer, io devo montare con Aroña, le chiavi servono a me.

- Le chiavi servono a noi, dobbiamo avere la possibilità di guardare i


giornalieri, senza chiedere il permesso a nessuno.

- Le chiavi le tengo io, voi state tutto il giorno sul set, quando vi serve la
stanza basta che bussiate, mi trovate lì.

- Io devo poter accedere a quella stanza ogni volta che ne ho bisogno.

Gioco l’asso:

- Vado a parlarne al regista?

Mi consegna le chiavi.

Passano alcuni giorni, e noto un cambiamento. Improvviso, come se


durante la notte fosse successo qualcosa.

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Una mattina scendo a fare colazione nella “elegante Sala degli Specchi”.
C’è Renato Meri, beve un caffè fissando il vuoto. Gli passo accanto, alza lo
sguardo:

- Ahò, anvedi chi c’è: Hudsucker Proxi! Bbongiorno, Hudsucker Proxi!

- Che?

- Hudsucker Proxi.

- E che è?

- Nun l’hai visto, er film de li fratelli Cohen? Quello de quer tipo che fa er
fattorino e poi diventa presidente? Tu sei proprio come lui. Sei partito da fa’
l’assistente, e mò sta tutto in mano tua. Ma com’hai fatto? Eh, ma tu sei furbo,
zitto zitto, nun parli mai. Mò te prendi pure er posto der regista. Ma il mio no: il
mio nun to ‘o lasso.

È una specie di segnale. Da questo momento, cambia tutto. Tutti iniziano a


salutarmi, mi chiedono giudizi, opinioni. Il responsabile di post-produzione mi
ferma per prendere accordi sui tempi di lavorazione, attori domandano il mio
parere sulle loro performances. Alle istituzioni vengo presentato come “il
montatore”.

La mia presenza sul set è, apparentemente, molto gradita. Mi trattano con


tutti gli onori. Persino il Maestro Stocasto inizia a guardarmi con occhi diversi.
Sembra mi corteggino, non si capisce bene per cosa, ma un vago sospetto ce
l’ho.

Aroña non vuole nessuno accanto a sé, quando si gira. Però, se arrivo io, si
fa largo tra le comparse, mi prende per mano, mi fa accomodare su una sedia
alle sue spalle, mi dà le sue cuffie perché possa sentire meglio le battute degli
attori. E mi chiede cosa penso del ciak che sta girando.

A volte la Cameretta mi chiama in disparte, mi porta in un luogo appartato


del set, e mi sussurra:

- Cioè, ma questo ciak in sceneggiatura non era diverso?

- Mah, non saprei proprio.

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- Nella sceneggiatura non era così, cioè. Digli al regista di cambiarlo. Vai tu
che a te ti ascolta.

Io vado da Aroña e gli sottopongo la questione:

- Tu hai razon, ma cuesto es un cambiamento que yo ho piensato. Ora


vedemos si se pò rifar.

Oppure è lui a chiedermi:

- Ho deciso de metter el actor lì invece que là. Pienses que possiamo


montar? Resta aquì, que ora giriamo un ciak muy bonito!

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VIII

Intermezzo - Il set

A Palermo arrivano gli stagisti, una ventina di ragazzi mandati dalla Sicilia
Film Commission. Viene deciso che sarà la Cameretta ad accoglierli, con un
discorso di benvenuto e di incoraggiamento. Luogo deputato alla cerimonia: la
sala montaggio.

Quando entro li trovo già seduti, in cerchio. Non sembrano nervosi, hanno
quaderni in mano, come se fossero a scuola, chiedono al vicino “Dove vorresti
essere mandato?”, “Ah, io al reparto fotografia”, “No, io in produzione”,
“Produzione, scherzi, quelli ti fanno portare i caffè, non l’hai visto Boris?”.
Silenzio, entra la Cameretta.

Saluta, allegra. Non si siede. Inizia un discorso su ciò che per lei è il
cinema.

- Vedete, cioè questa è una società che è fatta di immagini. E le immagini


sono potenti, cioè. Uno con le immagini può dire quello che vuole. E se non sei
preparato, cioè ti fanno credere quello che vogliono. Infatti il cinema non è mai
piaciuto alle dittature, il cinema è scomodo. E perché? Perché distrae. Perciò noi
abbiamo una grande responsabilità. Noi dobbiamo far ridere, dobbiamo
rilassare. Non è che uno torna a casa dal lavoro e c’ha voglia di vedere un film
pesante, quei film tutti intellettuali che devi stare lì a capire che cosa hai visto e
ti ci vuole un libro. No, il cinema deve far ridere, deve far sognare, sennò la
gente non lo guarda. A teatro non ci va più nessuno perché devi stare lì e non
capisci cosa stai vedendo. Invece col cinema uno non deve pensare, si deve
sedere e si deve rilassare per due ore. Il mondo è già brutto, che se gli facciamo
vedere cose brutte poi si suicidano.

Risate. Esce.

Era partita bene, però.

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Vado sul set tutte le sere, a Palermo. Mi piace guardare gli altri lavorare.
Mi piace essere salutato da tutti. Passeggio, tra un ciak e l’altro, in mezzo alle
comparse che si scattano foto a vicenda, che fermano la Cameretta e fanno foto
con lei, che guardano lo schermo della macchina digitale e commentano,
passeggio tra gli attori che ripassano le battute bevendo tè freddo, saluto Aroña
che mi fa un cenno con la mano, passo accanto a Meri, che commenta:

- Che cazzo fai qua, invece de sta’ a lavora’?

- Rena’, è mezzanotte.

- Siccome oggi ti sei ammazzato…. Ma tanto che ce frega, mò parti.

E poi ci sono alcuni personaggi che vale la pena osservare con cura.

Uno di questi è il signor Pigna.

La sua presenza mi viene segnalata dagli stagisti, che subito mi chiedono:

- Ma quello è proprio Pigna?

Per non svelare la mia ignoranza, rispondo:

- Eh, bè, certo che è lui, e chi se no?

In realtà non l’ho mai sentito nominare, non ho nemmeno ben capito chi
stiano indicando, se quello grasso o quello con l’auricolare. Chiedo ad Alain.

Pigna è il proprietario di una agenzia di servizi cinematografici che gestisce


tutti gli eventi, i concerti, i film in questa parte della Sicilia. È il protagonista di
un documentario di Piripì e Moresco. Appena un paio d’anni fa ha finito di
scontare una lunga condanna per rapina, e si dice abbia strettissimi contatti con
Cosa Nostra. Si dice anche che sia impensabile fare un film a Palermo senza
ingaggiarlo: lui si occupa di tutto, procura le comparse, offre il servizio d’ordine,
gestisce gli spostamenti. Chi ha provato a farne a meno, si dice sia stato vittima
di curiosi incidenti. Mi raccontano che Wim Wenders, a Palermo per le riprese
di un suo film, dopo aver visto il documentario di Piripì e Moresco pare si sia

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rifiutato categoricamente di assumerlo, ma, giunto in città da Roma, sembra
abbia trovato ad attenderlo all’aeroporto proprio Pigna, in Mercedes. Inutile
aggiungere chi si sia occupato del suo film, dopo.

Una sera le riprese vanno a rilento. Il protagonista, Settimio Parmigiani,


un belloccio da fiction che si comporta come se fosse Gene Hackman, ha un
aereo che lo aspetta, deve tornare a Roma e non può assolutamente tardare.
Però non c’è verso: ad Aroña non frega niente, e Settimio rischia di perdere il
volo. La Cameretta si precipita da Pigna, gli chiede aiuto e lui, tranquillissimo, si
rivolge a uno dei suoi uomini:

- Save’, chiama Salvo, all’aeroporto, dicci che l’attore fa tardi.

E così Settimio riesce a tornare a Roma.

Al Giardino Botanico stiamo girando la scena finale, quella della rivolta, ci


sono effetti speciali e tantissime comparse. È una scena difficile, sono previsti
quattro giorni di riprese. La prima sera io mi trovo accanto a Pigna. Alla nostra
destra, dietro alcuni cespugli, due gatti si azzuffano, miagolano, fanno rumore.
Pigna è in piedi, le braccia incrociate sulla pancia sporgente.

I gatti si azzuffano. Lui guarda dritto davanti a sè. I gatti si azzuffano. Lui
guarda dritto davanti a sé. I gatti si azzuffano. Pigna fa un cenno impercettibile,
muove leggermente la testa verso destra. Saverio, il suo luogotenente, capisce al
volo. Parte, in due falcate è nascosto dalle frasche. Ne esce poco dopo. I gatti
non si sentono più.

Un altro personaggio interessante è Antonio.

Si materializza sul set il primo giorno. Indossa un cappellino dei New York
Yankees, una polo grigia e un paio di jeans. Saluta Saverio, fa per entrare ma
quello lo ferma con la mano.

- Sono un amico del regista, mi ha detto lui di venire.

Saverio pensa un attimo. E mò che gli dico al regista, quello parla solo
inglese!?

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- Prego, passate pure. Fate passare!

E avverte, al walkie-talkie:

- C’è l’amico del regista!

E così Antonio entra sul set.

Credo sia lombardo. Ha una quarantina d’anni. Alto, guarda tutti con
superiorità, si aggira tra gli attori e le comparse, ma più spesso è in piedi
accanto al gazebo di Aroña. A volte aiuta a spostare uno stativo, una sedia, un
oggetto di scena. Lo fa come se stesse facendo un favore, ha sempre
l’espressione di uno che pensa “ti faccio vedere io, lo so che non sei pratico,
guardami e impara”.

Ogni sera passa dal nostro hotel, copia su un foglietto l’ordine del giorno
appeso nella hall, quindi si presenta sul set, puntualissimo, arriva addirittura
prima delle maestranze. Quando non giriamo, nei fine settimana, passa la
giornata sdraiato su un divano della hall, guarda tutti, ma senza salutare,
sembra pensare “non disturbatemi, mi sto rilassando dopo una dura settimana
di lavoro”.

Nelle pause viene a mangiare con noi. È sempre lì, seduto solitario a un
tavolo, guarda nel vuoto, fa il bis, prende pure il caffè. Tutti si incuriosiscono,
cercano di fargli domande. E lui, con aria serafica, dà a tutti risposte diverse.

A Saverio dice, appunto, di essere un amico intimo di Aroña, di trovarsi a


Palermo su esplicito invito del regista. Al regista, invece, dice di essere un suo
grande ammiratore, nonché compagno di scuola della Cameretta, di essere
venuto lì apposta per vederlo lavorare. A Meri dice di essere un assistente
volontario, mandato sul set dalla Sicilia Film Commission. Ai veri assistenti
volontari dice di essere un docente della Los Angeles Film School, l’anno
prossimo Aroña dovrà tenere un seminario, e lui è qui per prendere accordi.

Lo odio. Lo so, ho l’odio facile, ma non sopporto la sua espressione di


superiorità del cazzo.

Una sera, a cena, come sempre è seduto da solo, decido di unirmi a lui.

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Mangia a quattro palmenti. Non mi degna di uno sguardo. Dopo un po’ ci provo:

- Buon appetito.

Mi guarda, come se non mi vedesse:

- Sì, altrettanto.

- È buono?

- Più o meno.

- Eh, hai fame, eh?

Sospira, si ferma, mi guarda:

- Tu saresti?

Mi sta profondamente sul cazzo.

- Io SONO il montatore.

In genere alla parola “montatore” tutti reagiscono: chi sa che genere di


lavoro sia, fa un sacco di domande: ah, che bello, che scelta interessante, com’è
lavorare con i registi, com’è questo, com’è quello. Chi non lo sa, chiede
comunque: che significa?, monti mobili?, palchi per i concerti?, una volta ho
conosciuto uno che faceva il montatore a teatro, montava le scenografie.

Antonio no. Indifferente. Alza appena un sopracciglio.

- Ah.

Senza nemmeno l’esclamativo.

- E TU chi saresti? Non ti ho mai visto prima.

Posa la forchetta che stava portando alla bocca. La posa con un gesto
stanco, di chi non ne può più della celebrità, e vorrebbe tornare alla semplice
vita di una volta.

- Se sei un montatore avrai sentito nominare Pietro Scalia.

Scalia? Certo che l’ho sentito: giovane siciliano emigrato negli Stati Uniti,
vincitore di due premi Oscar, uno per “JFK” di Oliver Stone, e uno per “Black

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Hawk Down” di Ridley Scott. Una specie di divinità dei montatori.

- Certo che l’ho sentito.

- Bè, è un mio caro amico, gli ho dato una mano quando ha montato “Black
Hawk Down”, non so se l’hai visto, il film di Rid.

- Sì, mi pare di averlo visto, il film di Rid.

- Ecco, l’altro giorno mi ha detto “Ehi, Tony, perché non ti dai alla regia,
invece di perdere tempo con il montaggio? Vai in Italia, vai a vedere come gira
Alonzo, che sta facendo un nuovo film. Vai, di’ che ti mando io”.

Sul set, tutti i venerdì arriva l’Uomo delle Paghe.

Arriva con un librone sotto il braccio. Dentro, gli assegni e le ricevute da


firmare. La sua presenza viene registrata non appena egli mette piede nel
perimetro del set. Da quel momento, tutti sono improvvisamente
indaffaratissimi, impegnatissimi. Si muovono velocissimi da una parte all’altra,
sui loro volti espressioni felici ma nello stesso tempo assorte. Come piccioni
nella stagione dell’amore, in un modo o nell’altro riescono a capitare per caso
nei pressi dell’Uomo delle Paghe. E lo salutano, con gioia, con partecipazione, lo
chiamano per nome e agitano la mano destra. Qualcuno gli rivolge un saluto,
altri addirittura provano ad allungargli una pacca sulla spalla. E gli girano
attorno, agitano le piume, come se solo facendosi vedere impegnati, attivi, felici,
lui si ricordi di consegnare i meritati assegni. Deve essere una reminiscenza del
servizio militare.

L’Uomo delle Paghe è conscio del proprio potere. Espressione severa,


saluta tutti con un freddo “Ciao”, non stringe mani e non dà confidenza. Si
sistema su un piano che qualcuno alacremente si preoccupa di sgomberare, apre
il librone e inizia a sfogliarne le pagine e a guardarsi attorno. A quel punto la
tensione è massima, il corteggiamento raggiunge il suo apice, le piume vengono
sventolate come code di pavone.

Con flemma estrema, quasi a voler prolungare la suspense del momento,

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l’Uomo delle Paghe inizia a chiamare lentamente, una per una, le persone che
vede attorno a sé. Non fa l’appello: guarda qualcuno negli occhi, e fa cenno con
la mano di avvicinarsi. Chi viene chiamato ha un momento di estasi, con un paio
di balzi arriva al fianco dell’Uomo delle Paghe. Nemmeno lo guarda negli occhi,
dice il proprio nome, come per evitare che l’Uomo delle Paghe possa incorrere
in un errore e consegnare l’assegno sbagliato, ma lui sa tutto, e fa un sì annoiato
con la testa. Allora chi sta per intascare lo stipendio, con la massima gentilezza
gli chiede notizie, come va, come stai, caldo oggi, eh? L’Uomo delle Paghe non
risponde, scartabella ancora un po’, trova la busta paga e l’assegno, e conclude
con un:

- Ci vediamo venerdì prossimo.

A questo punto un sorriso innamorato si pianta sul volto di chi sente la


frase, allunga la mano per stringere quella dell’Uomo delle Paghe e lui solo ora,
ora che la sua virtù non è più in pericolo, la stringe di rimando, ma sempre
senza alcuna emozione.

Lo spettacolo dura fino a che l’ultimo assegno non è stato consegnato,


l’ultima busta paga firmata. A questo punto l’Uomo delle Paghe rimette insieme
il librone, lo chiude con l’elastico o lo infila nel raccoglitore, e sparisce. Pochi
salutano la sua partenza, quasi tutti sono già tornati alle espressioni e alle
attività di sempre.

Passeggio tra un ciak e l’altro. Guardo Stocasto, seduto sotto il suo Stetson,
su una sedia dietro alla quale c’è scritto “cinematografia”. Guardo Meri che
cammina in cerchio parlando al cellulare. Guardo la Cameretta che indossa
giganteschi occhiali scuri a mo’ di cerchietto per capelli. Osservo il fonico
fumare a gambe incrociate, come uno che aspetta l’autobus. Guardo la
truccatrice partire di scatto verso Anne, ogni volta che l’aiuto regista dà lo
“STOOOP!”. E guardo le maestranze ridacchiare, sedute su un muretto. Gli
passo accanto, sento qualcuno dire:

- Ahò, si tte ‘nfilo du’ monete ner culo, me canti ‘na canzone?

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IX

Oggi è in programma la conferenza stampa di presentazione del film. In


albergo, nell’”elegante Sala del Camino”. Ci saranno politici locali e, ovviamente,
la stampa. Da Roma verrà Pantaloni.

Decido di scappare. Decido di farmi consolare dalla pasta con le sarde di


Totò, alla Vucciria. Alain deve presenziare, Maria senza di lui non è la stessa
cosa, ma Totò cucina altrattanto bene. Le sue porzioni sono molto abbondanti, e
la scarpetta con il pane al sesamo è il macigno finale: sogno già il materasso
quando, cercando di accompagnare l’ultimo boccone con un sorso di vino,
squilla il telefono. È la Cameretta.

- Dove sei? Ti stiamo aspettando!

- Per fare che?

- C’è Pantaloni, ti vuole conoscere, ti aspettiamo in albergo.

Pago e a malincuore, ciondolando per il peso che ho nello stomaco, mi


dirigo verso l’hotel. Chiamo Alain:

- Che succede?

- Nientè, vogliono che sci sia anche tü, ti aspettiamo al restaurant de


l’hotèl.

Il ristorante dell’hotel è decorato e stuccato quanto il resto. Una sala piena


di tavoli tondi apparecchiati con roba di gran classe, l’unico occupato è il nostro:
la Cameretta, Alain, Meri, Pantaloni e un posto vuoto: il mio. Mi presento, mi
siedo. Anzi, vengo presentato da Meri come “il montatore”: correggo, gli lancio
un’occhiataccia, e mi siedo.

Al centro della sala c’è un lungo tavolo ovale pieno di formine colorate: il
cibo. Minuscoli contenitori con roba fluorescente verde, gialla, rossa, verdure
tagliate con strumenti extra-terrestri, strumenti umani non possono dare quella
forma lì. Io ho ancora in bocca il sapore delizioso della pasta con le sarde. Per
educazione mi servo di una formina verde, e la spilucco. Sa di verde.

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Pantaloni mi chiede:

- Mangi solo quello?

- Sì, gli rispondo, sai, preferisco tenermi leggero, a pranzo.

Pantaloni è molto alto, e il suo viso pare fatto apposta a indossare quegli
occhialetti piccoli e tondi che poggiano sulla punta del naso. Sembra sempre a
suo agio, ride poco, non suda mai nonostante la giacca, non gli squilla mai il
telefono, non fuma, non gli brontola mai lo stomaco, non sbadiglia mai.

Parla la Cameretta, con una franchezza che trovo spiazzante. Immaginavo


si dovesse fare politica, invece lei sembra a pranzo con amici.

- È tremendo, è un dittatore, è maligno e odia le donne. Fa di tutto per


rovinare il film. Sai che non vuole che vediamo il montato?

Mi guarda per cercare conferma. Annuisco leggermente, spio Pantaloni.


Ha un’espressione che vuol dire qualunque cosa, che è d’accordo oppure no.

Mi viene in mente un racconto di Chesterton, in cui un ladro deve


intrufolarsi ad una cena di ricconi, e escogita un acutissimo sistema: si veste,
come tutti, in frac, ma un frac corto, una via di mezzo tra quello degli ospiti e la
divisa dei camerieri, e adotta un passo che sta esattamente a metà tra la
camminata decisa, sfrontata dei ricconi e il discreto spostarsi della servitù. Il
risultato è che può agire indisturbato: gli uni lo credono appartenente al gruppo
degli altri, nessuno gli chiede l’invito, nessuno gli presenta ordinazioni. Mi
ricorda questa scaltrezza nell’agire, questo riuscire a stare esattamente nel
mezzo, senza dover rendere conto di niente, riuscendo ad assumere sempre
l’atteggiamento giusto.

Però, a un certo punto, una sua frase mi colpisce:

- Quando parte il regista?

- Subito dopo le riprese.

- Ah, allora poi il montaggio andrà in mano ad Alberto, no?

Eccola, la politica. In questa sua domanda c’è tutto ciò che pensa. Mi

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tranquillizzo, e mi ricordo che Pantaloni è il capo assoluto, qui. È lui a decidere,
e lui sa benissimo che il montaggio di un film del genere non può essere messo
nelle mani di uno come me, alle prime esperienze. Questo mi consola, penso che
non tutto è perduto, che il Sud America è solo un’illusione.

Però mi sento a disagio, penso che dovrei telefonare ad Alberto e


lamentarmi del fatto che in quella situazione avrebbe dovuto trovarcisi lui, non
io. Lui avrebbe saputo cosa dire, quanto dire e come. Io non so nemmeno cosa
sto facendo.

La Cameretta continua:

- E poi questo film non gli interessa, cioè sta facendo il suo film, fa come
vuole, non rispetta la sceneggiatura.

- Voi lo sapete che ogni modifica alla sceneggiatura mi deve essere


comunicata e deve essere approvata?

Sì, Pantaloni è decisamente furbo.

Durante la conferenza vado in camera, cerco di sonnecchiare mentre su


Sky trasmettono “The good shepherd”. Ma non riesco a dormire, né a guardare
il film, quindi decido di scendere e vedere come procedono i lavori.

“L’elegante Sala del Camino” è piena di gente. A parte gli stagisti, non
riconosco nessuno della troupe: devono essere tutti giornalisti e autorità. In
cattedra le celebrità: Cameretta, Pantaloni, Aroña, Stocasto e gli attori. Sta
parlando la Cameretta. La osservo, ha qualcosa di strano. Mi avvicino un po’. Ha
i capelli castani e lisci, di lato spunta una ciocca nera e mossa: ha una parrucca!

In quel momento le sento dire al microfono:

- Come Dio, il Maestro Stocasto ha inventato la luce.

Faccio dietrofront ed esco.

Vorrei scappare, ma purtroppo la sera mi invitano a cena, e non posso dire

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di no. La formazione è composta da: Cameretta, Meri, Anne e Lorenza,
Pantaloni, Alain, io e tre attori: Ginevra Volì, Marie Paparazzo e Enrico Maiè.

Vorrei sedere tra Anne e Maiè. Maiè è una persona meravigliosa, oltre ad
essere un bravissimo attore. I suoi ciak non riesco a montarli: passo il tempo a
gioire e a guardarlo. È bravo anche nei piani d’ascolto, il che la dice lunga sulla
sua capacità. Tutti gli altri, quando non parlano, restano immobili, oppure
esagerano le espressioni, sembrano attori di film muti, lui invece è misurato, sa
quando reagire, quando assentire, che fare, come annuire. E poi è simpatico,
andiamo subito d’accordo, è un piacere chiacchierare con lui.

Purtroppo, il dio dei posti a tavola non mi aiuta. Mi ritrovo seduto di fronte
a Pantaloni, tra la Volì e la Paparazzo. Accerchiato. Mi presento alle due attrici,
come prima cosa. La Volì mi ricambia con un caloroso sorriso, la Paparazzo mi
ignora. Va bene, lo faccio anche io. La trovo davvero antipatica.

I piatti sono ovviamente quadrati, io molto imbarazzato. Ginevra Volì mi


sembra gentile, e lo è, eppure tento inutilmente di attirare la sua attenzione,
nessuno mi considera, mi sento in trappola. La guardo, e mormoro:

- Aiuto!

Lei però non coglie, mi guarda come fossi un alieno.

Per aumentare il mio imbarazzo, il cameriere sbaglia ordinazione, così


quando la porta non la prendo, lui dopo aver servito tutti gli altri, torna e mi
dice:

- Lo vedi che è tua? Sei l’unico senza niente.

Non so di cosa si tratti, il piatto è quadrato, dentro c’è una cosa alta e dura,
una specie di torre di babele con un ripieno morbido che dovrebbe essere di
pesce, e tante righine a zig zag come decorazione. Appena affondo la forchetta
crolla tutto. Mi guardo attorno: ma come fanno gli altri a sembrare così
tranquilli?

Pantaloni ed io siamo gli unici a bere, lui continua a riempirmi il bicchiere,


e io faccio altrettanto. Ad un certo punto mi dice:

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- Bene, vedo che io e te in questo siamo compagni.

- Eh, eh! Eh, già, dico, sudando.

- Compagni di bevute, eh, perché compagni (e chiude il pugno sinistro)


proprio no…

Dall’altra parte del tavolo giungono discorsi, non capisco chi sia a farli, su
Totti, sul fatto che Totti è il gladiatore moderno, vero e unico erede degli antichi
romani.

Verso la fine della cena Pantaloni mi chiede notizie delle mie precedenti
esperienze lavorative. Faccio il nome di qualche regista, di qualche produttore.
Alcuni sono abbastanza conosciuti da suscitare reazioni. Uno in particolare fa
sbottare la Cameretta:

- Quello non lo sopporto, è proprio un razzista!

- Bè, razzista…, precisa Pantaloni, diciamo che è uno intollerante.

- Comunque se hai tenuto a bada lui, aggiunge la Cameretta, cioè puoi


benissimo tenere a bada Aroña, che è ancora peggio.

Aroña a Palermo non lo vedo per niente. Credo si stia crogiolando nell’idea
che partirò con lui, e quindi può permettersi di non montare più, qui.

Viene a trovarmi una sola volta, accompagnato come sempre dal fido
Miguel. Si siede, nemmeno mi chiede di accendere l’Avid, e mi dice:

- Entonces? Cosa hai deciso?

- Di che?, faccio finta di niente.

- Como de chi? De venir conmigo! Noi vamos a montar in Sud America. Yo


ho piensato de trovarte casa in un quartier muy bonito, te mando le fotos para
email, così lo puoi veder. Si no te gusta, me ne dici un otro.

- Meri ancora non mi ha detto niente, di preciso…

- Lascia perder Meri, es una grande occasione para ti! Piensa: l’America,

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vai a trovar Miguel a Hollywood! Aquì cosa pienses de far? L’asistente para
siempre?

- No, è che… la mia ragazza…

- La tua chica! Porta pure ella, tu voy à aver un apartamiento! Todo es


pagato!

Si intromette Miguel, con il suo tatto:

- Hai sentito Alberto? Non è arrabbiato perché gli hai preso il lavoro? Cosa
sta facendo adesso?

Ridono.

- Bè, sta montando…

- Montando!

Ridono. Il gatto e la volpe.

- Devo cercare un Avid, devo avere tutto il materiale del film con me, il
laboratorio finirà qualche giorno dopo la fine delle riprese…

- No hay problema. Tu has una semana de tiempo dopo que yo soy partido.
Ma dime le cose como stanno, porqué si non vieni, me devo trovar un otra
persona. Yo ne parlo con Meri, tu puro. Y poi decidemos.

Quando resto solo sono a pezzi. Lascio la sala montaggio, incontro Meri
nella hall.

- Ahò, Hudsucker Proxi, che se dice?

- Senti, quello insiste.

- E tu che stai a ffa’ ancora qua? Devi parti’, nun ce sta altra soluzzione.

- Ad Alberto lo hai detto?

- Arberto è fori, si nun l’hai capito. F-U-O-R-I. Mò ce stai solo tu. Perciò te
chiamo Hudsucker Proxi. Sta tutto in mano tua.

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- In che senso è fuori?

- Ahò, o voi capi’? Aroña nun ‘o vo. Che je posso di’? Mò so cazzi tua.

- Qualcuno dovrà dirlo ad Alberto, avrete degli accordi…

- Sì, nun te preoccupa’ ce penso io, mò ‘o chiamo.

- Chiamalo, eh.

- Sì, mò ‘o chiamo. Tu fatti ‘e valigie.

La sera, al ritorno dal ristorante, mi avvicino alla Cameretta. Lei ha


passato tutto il tempo a fare battute sulla mia partenza, battute innocenti, ma
che mi hanno infastidito. Però credo si sia creata una sorta di complicità tra di
noi, due vittime dell’orco cattivo, e quindi mi permetto di dirle:

- Salvami, non farmi partire.

- Tu mi devi salvare, cioè io sono nelle tue mani.

- Ma io non voglio partire con Aroña.

- Nessuno ti obbliga, però sei l’unico che mi può salvare. Fallo per me. Lo
vedi con che gente ho a che fare? L’hai sentita la conferenza, cioè quello che ho
dovuto dire di Stocasto, no? Questi sono tutti fatti così, cioè gli devi dire le cose
che gli fanno piacere se te li vuoi tenere cari.

Lo dice con dolcezza, sembra una principessa imprigionata nella torre di


un alto castello. E io dovrei essere il cavaliere, ma non quello senza macchia e
senza paura: l’altro.

In hotel troviamo Meri, giocherella col suo telefono, stravaccato sui divani
della hall. Si rivolge alla Cameretta:

- Ahò, che dice Hudsucker Proxi, qua?

- Ci salva, parte.

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- ‘O sapevo, è ‘n grande. Trovamose domani ar bar ppe’ ffa’ colazione, ché
dovemo parla’.

E così, l’indomani mi sveglio presto e aspetto Meri al bar. Con lui c’è la
Cameretta. Lei mi si siede di fronte, indossa un vestito incredibilmente scollato.
Mi chiedo se l’abbia fatto apposta. E Stavolta ci casco, l’occhio mi cade.

- Tu devi salvare il film, cioè è tutto nelle tue mani.

- T’o ho detto che sei Hudsucker Proxi. Tu devi anna’ cco’ Aroña a fini’ er
film.

- Chiedimi quello che vuoi, io solo di te mi posso fidare.

- Devi anna’, nun vojo senti’ storie, sennò sto film nun ‘o finimo.

- Ma non sei obbligato, puoi scegliere.

- Scusate, li interrompo, ma che vuol dire che vado, che vuol dire che devo
finire il film? E Alberto? Con lui ne avete parlato?

Meri: - Arberto è fori, per lui nun ce sta gnente da fa’, Aroña nun ‘o vole.
Arberto è fori perché l’ha scelto ‘a produzzione, er montatore mò sei tu, a te t’ha
scelto er regista.

Cameretta: - Tu parti con Aroña, fate la vostra versione del film, poi torni e
Alberto la finisce.

Io: - Alberto è fuori? E chi lo firma ‘sto film? E il contratto?

Meri: - Se vai cco’ Aroña e finite er film, ‘o firmi tu cor regista.

Cameretta: - Se non viene approvato, Alberto lo aggiusta e lo firma lui.

Meri: - Nun te devi preoccupa’ de gnente. Te porti l’Avid che c’hai qua, te
trovamo ‘n’appartamentino, te giri ‘a città, e monti. Oh, tutto dev’esse’ pronto in
un mese, eh? Quann’hai finito, torni qua e sistemamo tutto.

Cameretta: - Devi salvarmi, solo tu lo puoi fare, cioè io lo so quanto ci tieni


a questo film, lo so che sei una persona buona.

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E si mette una mano sul cuore. Vicino al cuore.

Mi gira la testa, mi sembra di essere a una partita di tennis. Chiedo tempo.

Meri: - Aho, ar massimo a Roma me devi da’ ‘na risposta, me raccomanno.

Chiamo Alberto, ci riprovo.

- Tu non capisci, gli dico, non capisci quello che mi stanno chiedendo!
Vogliono che vada col regista a finire il film, io non lo posso fare.

- Ma che dici, figurati se chiedono a te di finire il film! Ricordati che


oggettivamente non lo possono fare, sono provocazioni. Vedrai che quando
sarete qui si saranno dimenticati di tutto.

- Albe’, non hai capito: Aroña a Roma non ci viene, vuole partire subito.

- Vabbè, figuriamoci. Io aspetto una telefonata di Meri, mi deve dire quali


sono le intenzioni del regista, questo film deve essere finito in qualche modo.

- Va bene, come vuoi. Intanto io a questi che dico?

- Prendi tempo, non dire sì né no.

Prendo tempo, e non dico sì né no. Sorrido, quando viene sollevato


l’argomento. E così tutti si convincono che alla fine partirò. E quindi decidono
che la mia presenza sul set non è più necessaria, mi fanno rientrare a Roma due
giorni prima degli altri.

73
X

Ultima settimana di riprese, di nuovo a Roma.

Sono tornato nella saletta di montaggio, sono tornato alla sicurezza


familiare, ad Alberto e Michela. Ridiamo della grottesca esperienza, sicuri che
con la fine delle riprese le cose si risolveranno da sole. Ormai la richiesta di
farmi partire per il Sud America sembra lontana, sembra davvero solo una
provocazione: qui a Roma i giochi di potere hanno perso il loro significato, se
potevano avere uno scopo sul set, ora che il regista sta per partire non hanno
davvero più senso.

Quasi quasi per un attimo ci credo anche io. Ma basta una telefonata di
Aroña per farmi tornare sulla terra:

- Hola, soy Alonzo! Te faccio mandar una email, tu devi scegliere el


quartier donde quieri de viver, y yo te trovo el appartamiento. Mira le foto que
te mando, y decidi.

Poi ci si mette pure la Cameretta:

- Ti sto chiamando dal set, abbiamo appena finito un ciak. Brrr, che
freddo: sono tutta nuda perché cioè ho girato la scena del bagno al fiume. Hai
deciso? Guarda, chiedimi tutto quello che vuoi, ma fallo per me, cioè vai. Lo so
che Aroña è maligno, ma tu prendila come una vacanza. Vuoi portare la tua
ragazza? Non c’è problema, cioè tanto pago tutto io.

E Renato Meri:

- Ahò, allora? Che cazzo stai ad aspetta’? Stai ancora a ffa’ storie?
Ammazza, sembra che chissà cche t’amo chiesto!

- Guarda, non saprei… l’Avid… non so come fare… Alberto…

- Ancora cco’ ‘ste storie? T’ho detto che nun te devi preoccupa’. È ‘na
vacanza: vai lì, monti, te diverti, torni e semo tutti contenti. E firmi pure er film.
Che voi de più?

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- Senti, bisogna che ne parliamo, dobbiamo parlarne con Alberto.

- Sì, nun te preoccupa’, a Arberto ce penso io.

- No, guarda, bisogna che vieni al montaggio e ne parliamo.

- Vabbè, mò vedo che posso fa’.

Meri ci promette di venire in sala montaggio il mattino dopo. Ma non si fa


vedere. A pranzo, Alberto Michela ed io andiamo a mangiare in un bar. Mi
sembra di aver fatto colazione con della carta vetro, non riesco nemmeno a bere.
Fumare sì, quello riesco a farlo benissimo.

Parliamo poco. Michela è allegra, Alberto sembra un po’ nervoso, mi


prendono in giro.

- Mò vediamo se la nostra posizione dipende da te, vediamo se sei tu a


dover decidere del lavoro di tutti e tre.

Meri arriva nel pomeriggio. Quando sento suonare il citofono, mi precipito


ad aprire. Entra, mi stringe velocemente la mano:

- Ho parlato cco’ Aroña: dice che si er film ‘o fai tu, ‘o firmi tu. Me
raccomanno, io più de così nun posso fa’.

Entra, saluta tutti, si accomoda. Ci sediamo in cerchio, io mi metto accanto


alla porta, una via di fuga, ché non si sa mai. Fumo una sigaretta dietro l’altra,
dopo pochi minuti la stanza sembra una sala da poker.

- Arbe’, la posizione tua nun è facile.

- Non è facile per te.

Sorrido: un inizio così, vuol dire che Alberto non ha intenzione di fargliene
passare nemmeno una. Si prospetta battaglia.

- Ner senso che tu sei stato scelto da’a produzzione, e questo ar reggista
nun je va bbene. Parlamese chiaro: da quando in qua er montatore vie’ scelto
da’a produzzione?

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- E siamo d’accordo.

- Oh. Questo è stato l’errore da’a Cameretta.

- Ognuno fa gli errori suoi.

- E va bbene. Mò: tu colpe nun ce n’hai. Quello è un po’ stronzo. Mò, però,
‘sto film ‘o dovemo fini’. E come famo?

- Come famo?

- Famo così: ce mannamo lui, e indica me. - Ce mannamo lui, cor regista,
che finischeno er film. Quanno torna, to ‘o monti tu. E nessuno te vie’ a rompe’
li cojoni.

- In che senso?

- Ner senso che si er film nun piace a’a produzzione, er regista ppe’
contratto nun ppo’ ddi’ gnente, e so’ ‘o finimo noi. Se invece er film vie’ bbene,
so artri cazzi.

- Che cazzi?

- Eh, se va bbene va bbene, che dovemo fa’?

- E chi lo firma, in questo caso?

- Lui, e indica me. - Lui nun ‘o po’ firma’. Chi cazzo ‘o conosce, a questo? ‘O
firma er regista, ppe’ forza.

Ah. E non mi sembra un trucco: Meri non è abbastanza furbo. Sono io, lo
scemo.

- Mò veniamo alla cosa: mentre che ‘sti due stanno all’America, io nun è
che posso paga’ du’ stipendi e n’antro Avid. Ve devo manna’ a casa, a te e a
Michela.

- Come sarebbe? E il contratto?

- Arbe’, tu il contratto nun ce l’hai.

- Appunto. Che volemo fa’?

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- Nun ce l’hai, ma è come si ce n’avessi due! Arbe’, nun te preoccupa’, stai
in una botte de fero!

- In che senso che sto in una botte de ferro?

- Arbe’, cerca de capimme, si te dico che un contratto nun ce l’hai, ma ppe’


‘sto motivo ce n’hai due.

Mentre pronuncia questa frase, Meri si esibisce in una serie completa di


movimenti facciali, a evidenziare sottintesi e ‘se semo capiti’.

Esco, con la scusa di dover fare una telefonata. Prendo aria, l’aria ormai
primaverile di Roma. Quando rientro stanno discutendo di cose generiche,
giusto per passare il tempo mentre aspettano me. Guardo Meri e Alberto,
Michela non ho il coraggio di guardarla. Non sono sicuro ma mi sembra di aver
sentito qualcuno dire che il lavoro di tre persone dipende dalla mia scelta di
partire oppure no.

- Non parto, dico. Mi dispiace, non parto.

- Che dovemo fa’, l’accendiamo?

- Ho deciso, non parto.

- Aho, pensece, mi dice Renato. Nun prenne decisioni affrettate. Te chiamo


stasera, pensece.

Se ne va. Quando restiamo soli noi tre, trovo il coraggio di dire a Michela
che mi dispiace. È un ricatto, però mi sento comunque responsabile per il suo
posto di lavoro. Lei mi risponde che ho fatto la scelta giusta. Non so se crederle.

La sera non mi telefona nessuno.

Il giorno dopo, invece, il primo a chiamarmi è Aroña:

- Hola, soy Alonzo! Yo mañana me voy, te aspietto en una semana. E


recuerda: si non vienes, tu fai el mas grande error de tu vida.

E poi Meri, la Cameretta stavolta salta il turno:

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- Ahò, ‘ndo stai?

- A casa, stavo andando in sala montaggio.

- C’hai deciso? No, no, nun me di’ gnente, passa de qua e ne parliamo.

“De qua” sarebbe in ufficio, in un appartamento del centro. Quando arrivo


Meri non c’è, è uscito. Lo aspetto in corridoio, seduto su una sedia di legno,
accanto al monitor Export, inscatolato. Davanti a me un cane, un bel cane nero
che mi si siede di fronte e poggia la sua testa sulle mie ginocchia. Insieme
aspettiamo Renato.

Quando entra, Meri nemmeno mi guarda:

- Ahò, vie’ qua.

Non so se ce l’abbia con me o con il cane. Nel dubbio, mi alzo io.

La sua stanza è completamente vuota. Una scrivania con il piano di vetro,


due sedie, un portatile, un telefono. Niente altro. Mi indica una sedia.

- Allora, ‘a famo finita, cco’ ‘sta storia? C’hai deciso?

- Non vado.

Non fa una piega.

- ‘O sai che vor di’? ‘O sai che ppe’ corpa tua me tocca de licenzia’ Arberto e
Michela? Nun te piagne er core?

Non rispondo.

- Come voi. Se va bbene a te. Arrivederci.

- Come “arrivederci”?

- E che te devo di’? Stai a casa da subbito, nun c’anna’ nemmeno, all’Avid.
Che ce vai a ffa’? ‘O sapevi che te dovevo lincenzia’. Che è, te tengo ancora? E
ppe’ ffa’ che? Vai a casa, no?

- E Michela e Alberto?

- Mò vedo. A Michela je faccio fini’ a settimana, cco’ Arberto mò vedo. Te

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saluto.

Mi indica la porta. Mi alzo e vado via.

Qualche giorno dopo mi chiama Alberto. Temo sia arrabbiato con me, del
resto per causa mia ha perso il lavoro. Ma per fortuna non è così.

- Ieri mi ha telefonato Meri per dirmi che il reparto montaggio è licenziato.


Oggettivamente è uno stronzo. Dice che è tutta colpa tua.

- E tu sei d’accordo?

- Scherzi? Oggettivamente come si fa a mettere in mano al secondo


assistente una cosa del genere? Questi non lo sanno fare, questo lavoro.

Alberto mi propone di incontrare Roberto Scarpetti, il delegato sindacale,


di fare una vertenza. Accetto, molto volentieri.

L’appuntamento con Scarpetti è per pranzo, al bar di Cinecittà. Ordino una


pizzetta appoggiato al bancone, tra Abel Ferrara che beve una birra, e Garrison
che accarezza il suo minuscolo cagnetto. Quando arriva Scarpetti, ci sediamo.

Brizzolato, sorriso alla Big Jim, giacca da motociclista. Ricordo di averlo


già incontrato sul set: girava per tutti i film in produzione, chiedendo alla troupe
se fosse tutto a posto o se ci fossero problemi con le produzioni.

- E quindi la situazione è questa. Che famo?

- Mah, Albe’, mò faccio una telefonata a Meri e vedo, dice Scarpetti.

- Come fai una telefonata a Meri?

- Eh, nun posso fa’ ‘na vertenza così, devo sentire che dice la produzione.

- Ma te lo stiamo dicendo noi cosa è successo, no?

- Sì, ma infatti la sua posizione, e indica me, - è sicura: nun lo dovevano


licenziare così, una vertenza la possiamo fare. Ma pure tu, Albe’, stai in una
botte di fero.

- E allora?

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- E allora mò chiamo Meri e sentiamo come vuole risolvere la faccenda.

- Ma come sarebbe a ddi’? Hanno lasciato a casa il reparto montaggio da


un giorno all’altro, senza preavviso, dando la colpa al secondo assistente. E tu
vuoi pure telefonare a Meri?

- Famo ‘na cosa: sentiamoci la prossima settimana, io faccio un colpo di


telefono a Meri, e vediamo se ci possiamo accordare così, che magari recuperate
due settimanali.

Mi intrometto:

- Guarda, non è per i settimanali…

- Sì, lo so, ma che fai, glieli lasci? Quelli ti spettano. Mò chiamo Meri e
vediamo che dice.

Usciamo dal bar, accompagniamo Scarpetti alla moto. Mentre sfila il casco
dal portaoggetti, aggiunge:

- Certo, poi io c’ho un sacco di richieste, in questo periodo, e ci stanno pure


le polemiche, che certi non vogliono che il sindacato si interessi di lavoratori che
non sono tesserati.

Per me non è un problema, facciamo la tessera, e ne sono orgoglioso.

- Allora chiamo Meri e ce sentiamo tra un paio di giorni.

Quando Scarpetti ci allontana, Alberto mi guarda, la tessera in mano:

- Abbiamo capito che tipo è il signor sindacalista. Lasciamo perdere.

Alberto decide di tentare altre strade, io invece insisto con Scarpetti, voglio
fare le cose secondo tradizione. Continuo a chiamarlo nei giorni seguenti, lui
“sta sempre impicciato” o sta per partire per qualche giorno, richiamami la
prossima settimana.

Insisto, insisto, finalmente riesco a parlargli per più di un minuto.

- Ma ricordame un po’ ‘sta storia, che sai, c’ho un sacco di cose, non mi

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posso ricordare tutto.

- Il film della Cameretta… io e Alberto… Renato Meri….

- Ah, sì, mò ho capito. Guarda, alla fine non mi convince, tu dopotutto ti sei
rifiutato di fare una cosa che ti era stata chiesta dalla produzione…. Non so, non
sono sicuro di riuscire a farla, ‘sta vertenza. Chiamami la settimana prossima.

Lascio perdere.

Mi metto il cuore in pace, dimentico il film e non ci penso più.

Fino a che, due mesi dopo, non ricevo una telefonata.

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XI

A fine giugno ricevo una telefonata. È la Cameretta. Anzi, è il suo


segretario: la Cameretta vorrebbe incontrarmi, in ufficio. E anche con una certa
urgenza, pare. Chiamo Alberto:

- Sicuramente vorrà chiederti di finire il film.

- Ma no, secondo me si sono persi qualcosa nei passaggi tra l’Avid che
avevo sul set e quello con cui hanno finito il film, non ci capiscono più niente e
vogliono che li aiuti a uscirne.

- Vedrai che invece ti chiede di montare. Oggettivamente chi ci ha provato


s’è trovato una bella rogna tra le mani. Sicuramente la versione del signor
regista non è piaciuta, quindi va rifatto daccapo e lo chiedono a te.

Del film non avevo saputo più nulla. Da alcune voci, però, avevo intuito
che alla fine, con Aroña c’era andata Dolores, una giovane montatrice molto
amica di Meri.

L’indomani vado a incontrare la Cameretta. Ci vado in bici, grosso errore:


ormai è estate, e quando arrivo davanti al portone sono completamente sudato,
la maglietta ha cambiato colore. Mi guardo. Ho pure i pantaloncini. Forse sono
impresentabile. Cerco rifugio in un bar, mi riposerò un poco. Mentre tento di
arrestare l’esondazione di sudore con un fazzolettino di carta, entra il segretario
della Cameretta, mi lancia uno sguardo disgustato.

- Vieni così?

- Non ho portato un ricambio.

- Guarda, così non puoi venire, è meglio se ti asciughi, prima.

Mi piazzo davanti al bocchettone dell’aria condizionata. Una polmonite per


non turbare la Cameretta. Dopo un po’ decido che ne ho abbastanza, mi avvio.

L’ufficio è al piano terra di un elegante palazzo del centro. La Cameretta


abita all’ultimo piano. Lei è in casa, quando arrivo la chiamano e scende.

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Eccola. Tutta sorrisi e gentilezze, mi stringe la mano, mi bacia. Ci sediamo
a un tavolo da riunione. Non mi chiede niente, dice solo:

- Mi dispiace per come è finita l’altra volta. Lo so che avevi un buon motivo
per non partire.

- Già.

- In questo film mi sono circondata di incompetenti, hanno messo insieme


la troupe peggiore di tutti, cioè. A cominciare dal regista, che se non era per
Enzo che mi portava all’ospedale ero morta.

Annuisco.

- Tutti hanno voluto fare i registi. Pure il maestro Stocasto, dico io, quattro
premi Oscar! E invece c’aveva da ridire su tutto. E infatti il risultato si vede,
Pantaloni ha detto “facciamo finta che non ho visto niente”.

Inizio a non capire, provo a intromettermi.

- Pantaloni ha visto il film?

- Mi ha detto: “Mariatere’, facciamo finta che non ho visto niente, però a


settembre lo voglio vedere finito”. Quindi ora bisogna finirlo, questo film, ed è
per questo che ho chiamato te.

- E scusa, ma la persona che lo ha montato in Sud America?

- Dolores? Dolores è una brava ragazza, però non conosce il film come te,
tu lo sai a memoria, cioè sai cosa abbiamo passato insieme. Bisogna sbrigarsi,
perché Pantaloni lo vuole finito a settembre.

- Ma cosa vuole a settembre? Vuole vedere un dvd? O vuole una copia in


pellicola?

- Eh, sì.

- “Eh, sì” cosa? Io credo che voglia chiudere il montaggio, e poi iniziano le
lavorazioni successive, gli effetti speciali, la correzione colore eccetera.

Mi guarda come se parlassi arabo al contrario:

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- Lo vuole finito finito! Per questo abbiamo due settimane per montarlo, e
io devo pure rigirare alcune scene. Insomma, cioè, il tempo è pochissimo.

- Ma che due settimane? In due settimane non si fa niente. E cos’è che


dovresti rigirare?

- Due settimane al massimo, bisogna finirlo.

Mi propone di vedere il dvd, la versione montata da Dolores. Ci


accomodiamo nella stanza accanto, lei chiama a raccolta le sue socie: scopro che
divide l’ufficio con un’altra produzione, che però è la stessa della Cameretta e
però sono diverse. Insomma, non è molto chiaro, fatto sta che ci sono queste
due, Telma e Selma, due cinquantenni travestite da ventenni, inseparabili, una
biondiccia e l’altra rossiccia, “le donne di produzione”, che sono socie ma no
però sì.

Il film è orrendo. Mi spiace ammetterlo, ma è veramente brutto. Montato


applicando in modo assolutamente cieco le regole di Aroña. Avrei fatto lo stesso
anche io, temo. Sono riusciti a distruggere completamente quei minuscoli,
scarsi, risicati momenti di emozione che pure si potevano ritagliare tra una
stronzata e l’altra. Io ci ho lavorato per quattro mesi, e loro l’hanno fatto
diventare questa porcheria. Mi sento offeso, quasi ferito nell’orgoglio.

Non aiuta il fatto che accanto a me ci siano Telma, Selma e la Cameretta.


Sembrano le tre signore che vanno al cinema sotto casa il sabato pomeriggio.
Commentano ad alta voce ogni battuta, ogni vestito, ogni espressione, ogni
oggetto di scena. E ridono, parlano, si lamentano. Mi verrebbe da voltarmi e
interrogarle:

- Bè, che avete capito?

Una si alza, Telma o Selma, va a prendere dei crackers, sgranocchia, li


offre, telefona al figlio, poi chiama la segretaria, quel fax l’hai mandato? Intanto
la Cameretta racconta tutti i momenti in cui è stata vittima di qualche sopruso
da parte di qualcuno:

- Ecco, qui io volevo fare così, e invece Aroña, niente, ha deciso di fare
cosà. Mi sa che questa scena la giro di nuovo… Qui, poi, io avevo chiesto a

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Settimio Parmigiani di dire la battuta in un modo, e lui invece ha voluto dirla
così. Lo faccio doppiare…. Questa fotografia qui l’ha voluta Stocasto, e io la
volevo in un altro modo, mi sa che faccio rigirare anche questa scena…. Qui,
poi…

Mi alzo, spengo il televisore, guardo la Cameretta:

- È brutto, vero?

- Sì, decisamente, rispondo.

Torniamo in riunione. Non la lascio parlare:

- Bisogna montarlo daccapo. Ci vogliono sei settimane almeno.

- Dobbiamo finirlo entro settembre, anche perché io devo rigirare delle


scene, cioè.

- Si può sapere cos’è che vorresti rigirare?

- Hai presente la scena della rivolta?

- La scena finale, quella con tutte quelle comparse e le fiamme e il palazzo


che brucia?

- Eh, quella. Non mi piace, ha voluto fare la rivolta dei sudamericani,


invece qua siamo in Italia, bisogna rifarla.

- Ma come fai? E quando?

- Non ti preoccupare, devo solo trovare i soldi.

- Se mi permetti, è una scena un po’ difficile da girare, ci sono decine di


comparse, gli effetti speciali, c’erano praticamente tutti gli attori. Come fai a
coordinare tutto quanto? Poi devi convincere Aroña e Stocasto a tornare.

- No, Aroña e Stocasto non li voglio.

- E come fai?

- E che ci vuole? Che sono, gli unici che sanno fare un film, quei due?

Ci rinuncio. Lei riprende, come se niente fosse:

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- Dobbiamo finirlo entro settembre. Chiedimi tutto quello che vuoi, ma
devi accettare.

Ho capito, stavolta me la devo giocare bene. Non sono impreparato: la


telefonata con Alberto mi aveva insospettito, ho considerato l’eventualità.

- In effetti ho delle cose da chiederti.

- Non c’è problema, scrivi tutto su un foglio e dallo a Enzo, cioè lui ti
compra tutto. Quando cominci? Domani?

- No, che domani? Io te le devo dire, perché se non le accetti non posso
montarlo, ‘sto film. Primo: voglio un Avid vero e funzionante.

- E lo troviamo, ora ne cerchiamo uno.

- Secondo: voglio un contratto fino alla fine del film.

- E certo, che ci vuole? Dopo ti faccio chiamare dall’amministrazione.

- Terzo: voglio un assistente fino alla fine del film.

- Un assistente? E a che ti serve?

- Innanzitutto ci vuole, e poi questo è un film difficile, e se lo vuoi finire in


fretta serve un assistente che si occupi di tutto, effetti speciali, i laboratori
eccetera, così io posso lavorare in pace.

- E va bene, l’assistente. Poi?

- Finito.

- Va bene, allora ti preparo un angolo nel mio salotto, così puoi montare lì,
tanto non c’è nessuno a casa mia, solo la donna delle pulizie e mia figlia che tra
poco finisce la scuola.

Stacco. Con un lento carrello entriamo nel salotto di un appartamento


borghese. Da sinistra, attraverso una tenda sottile filtra un pallido raggio di sole.
Illumina i vasi bianchi dentro i quali crescono ficus e papiri, la massiccia
credenza piena di piatti e bicchieri: i servizi buoni. Al centro della stanza, sotto
un lampadario di cristallo, un tavolo di mogano, lucido come se qualcuno vi
avesse appena passato la cera. Seduto al tavolo un uomo sta lavorando davanti a

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un computer. La luce dei due monitor illumina i pelosi tratti del viso. Accanto a
lui una bambina: sta colorando un album di figure in bianco e nero, davanti a lei
una distesa di pennarelli. Da una porta sul fondo entra una donna. È alta, ha
lunghi capelli neri, indossa una vestaglia che di certo non nasconde le forme
molto generose. Tenendosi a debita distanza dall’uomo, gli dice:

- Scusa, potresti mettere via? È arrivato Luigi, cioè dovremmo cenare.

Entra una ragazza filippina, porta una tovaglia ricamata, piatti e posate,
inizia ad apparecchiare. L’uomo spegne il computer, stacca i collegamenti,
poggia tutto a terra, in un angolo della stanza. Quando ha finito si volta: la
donna sta cenando, roast beef e insalata, con lei la bambina e Luigi, in giacca,
cravatta e camicia azzurra.

- Allora io vado.

La donna gli risponde senza sollevare lo sguardo dal piatto. Luigi sta
bevendo del vino rosso.

- Sì. Ah, domani vieni un po’ più tardi, vorrei dormire.

L’uomo si volta ed esce. Quando si richiude la porta alle spalle, si accorge


di aver lasciato dentro il telefono. Non importa, lo prenderà domani.
Dissolvenza a nero.

- Nel tuo salotto? No, guarda, preferisco stare in un ufficio.

- Come vuoi, ma non ti fare problemi, eh! Non dai fastidio assolutamente.

È una faticosa contrattazione, ma alla fine ci accordiamo. Riesco ad


ottenere una stanza nell’ufficio, la stanza della contabile, che non ci sarà fino a
settembre. Riesco ad ottenere la promessa di un contratto regolare per me e per
il mio assistente. Riesco ad ottenere di lavorare su tutti i ciak del film, e non solo
quelli già montati. Riesco ad ottenere un Avid vero, preso in affitto (qui ho
dovuto lottare con Telma o Selma, che “c’ho ‘n’amico che mo’o dà co’o sconto”,
ma questo sconto aveva un che di truffaldino, il prezzo era comunque molto
alto).

Qualcosa ancora non mi convince, ma ci diamo appuntamento per la

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settimana seguente, quando inizierò a lavorare.

Gianni, un amico, si propone di farmi da assistente. Accetto, sia perché so


che con lui la situazione sarà molto meno stressante, sia perché così mi tolgo
dall’imbarazzo di dover cercare assistenti più grandi e con maggiore esperienza
di me.

Prendiamo possesso della stanza, il lunedì successivo. Ma subito facciamo


una spiacevole scoperta: dobbiamo dividerla con il figlio di Telma o Selma, un
ragazzone alto un paio di metri, che credo abbia appena finito il liceo e per
guadagnare qualche euro passa l’estate nell’ufficio della mamma a sostituire la
contabile. Cosa che, ovviamente, non sa fare, per cui la sua giornata consiste nel
lottare contro di noi per l’aria condizionata, che lui vorrebbe a -20°, e guardare
video su Youtube. Gianni e io sospettiamo sia tutta una scusa, che quello sia
stato messo lì per controllarci, per controllare che non passiamo le ore
raccontandoci barzellette.

Ogni mattina è già in ufficio, arriva sempre prima di noi, lo troviamo


immerso in un clima da Antartide, guarda video di incidenti d’auto su internet,
l’espressione annoiata. Noi alziamo la temperatura, o spegniamo del tutto. Lui
allora esce per qualche istante, torna e dice:

- Posso accendere?

- No, guarda, ci arriva dritta nella schiena, meglio di no.

Se ci allontaniamo per fumare, al nostro ritorno la temperatura nella


stanza sfiora i -15°.

Prima cosa: decido di controllare il materiale, voglio che ci sia tutto, non
voglio lavorare solo sui ciak scelti dal regista. Con Gianni facciamo un elenco di
ciò che manca e lo mandiamo al laboratorio, entro qualche giorno dovremmo
riuscire ad avere tutto.

Secondo: prepariamo il tabellone. Lo so che non servirà a niente in questo

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caso, ma voglio farlo lo stesso. Compriamo un grande cartoncino blu e scriviamo
su dei post-it gialli il numero della scena e un breve riassunto. Li incolliamo al
tabellone, e lo guardiamo compiaciuti.

Terzo: iniziamo a montare, partendo da zero.

Quarto: ormai è venerdì, nessuno ci ha ancora fatto firmare nessun


contratto. Chiamo la Cameretta e le chiedo. Mi dà il numero del suo studio
commerciale, sono loro che si occupano di queste cose.

- Studio Graff, buongiorno, sono Maria.

- Buongiorno, sono il montatore del film “La fregatura”, telefono per il


contratto, avremmo dovuto firmare lunedì ma ancora non abbiamo avuto
notizie.

- Ah, sì, buongiorno. Guardi, oggi è una giornataccia, il venerdì è sempre


un problema. Mi potrebbe richiamare lunedì?

- Non si preoccupi, a lunedì.

Lunedì.

- Studio Graff, buongiorno, sono Maria.

- Buongiorno, sono il montatore del film “La fregatura”, telefono per il


contratto, ho già chiamato venerdì, mi avete detto di richiamare oggi.

- Ah, sì, buongiorno. Guardi, il dottor Graff adesso non c’è, appena torna la
faccio chiamare, tanto lei è in ufficio, vero?

- Sì, mi trova in ufficio.

- Bene, allora la faccio chiamare al più presto.

Martedì.

- Studio Graff, buongiorno, sono Maria.

- Buongiorno, sono il montatore del film “La fregatura”, telefono per il


contratto, ho già chiamato ieri.

- Ah, sì, buongiorno. Il suo contratto è pronto, venga a firmarlo quando

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vuole.

- Ottimo, allora arrivo tra dieci minuti.

- Ah, no, guardi, adesso no, stiamo entrando in riunione. Chiami nel tardo
pomeriggio.

Mercoledì.

- Studio Graff, buongiorno, sono Maria.

- Buongiorno, sono il montatore del film “La fregatura”, telefono per il


contratto, dovrebbe essere pronto da ieri, ma poi ho chiamato e non mi ha
risposto nessuno.

- Contratto? Non so niente. Controllo, la richiamo appena trovo qualcosa.

Giovedì.

- Studio Graff, buongiorno, sono Maria.

- Buongiorno, sono il montatore del film “La fregatura”, telefono per il


contratto.

- Ah, sì, buongiorno. Guardi, il titolare ora non c’è, appena torna la faccio
chiamare.

E così via. Tutti i giorni, per due settimane. Comincio a innervosirmi. Il


terzo lunedì telefono mentre sono per strada, sto andando in ufficio.

- Studio Graff, buongiorno, sono Paola.

- Buongiorno, sono il montatore del film “La fregatura”, telefono per il


contratto.

- Contratto? Non so niente, mi spiace.

- Guardi, ho sempre parlato con Maria, me la potrebbe passare?

- Un attimo.

Attendo con la musichetta. Ma è la voce di un uomo, quella che sento


qualche istante dopo.

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- Buongiorno, sono il Dottor Graff.

- Buongiorno, io vorrei….

- Lei deve mettersi in testa che Maria non è una sua dipendente, ma una
mia dipendente, e non può pretendere che faccia ciò che vuole lei quando vuole
lei, ha capito?

Va bene, mi incazzo.

- Sono due settimane che la tua dipendente mi prende in giro! Ora chiamo
la signora Cameretta, e le dico che a causa della vostra incompetenza dovrà
trovarsi un altro montatore.

Riattacco.

Un’ora dopo stiamo firmando.

Il contratto è strano. Non prevede obblighi da parte loro, ma solo da parte


mia: mi impedisce di divulgare questo e quello, di parlare con chicchessia di
questo e di quello. Sollevo obiezioni a Maria, che è tutta zucchero e servilismo:

- Guardi, è il contratto standard, è quello che facciamo firmare ai


montatori che lavorano con noi.

- Sarà, ma perché è settimanale? Io avevo chiesto un contratto a fine film.

- Guardi, è il contratto standard, è quello che facciamo firmare ai


montatori che lavorano con noi.

- Sarà, ma io un contratto così non l’ho mai visto.

- Guardi, è il contratto standard, è quello che facciamo firmare ai


montatori che lavorano con noi.

Lascio perdere, sono sfinito.

Nelle prime settimane di montaggio la Cameretta non si fa vedere: sta


girando l’ultimo film dei fratelli Branzini, in qualche amena località turistica. A
volte ci fa mandare tè freddo e ciambellone dalla sua cuoca. Quando è a Roma

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viene a trovarci: si siede, guarda mezzo ciak e si lamenta.

- Vedi? Cioè, è possibile dico io girare una scena così? Ma se uno sta
parlando perché non lo inquadri, cioè? E poi ti fai pure chiamare Maestro.

- In verità si fa così, questo è il piano d’ascolto, poi c’è il ciak sull’attore che
parla.

- Sì, e secondo te è un sistema furbo? De Gaudentiis non lavora così.


Vaglielo a dire a De Gaudentiis, se un direttore della fotografia ha il coraggio di
fare così con lui. Ma di me, guarda, di me si sono approfittati tutti perché sono
una che sono buona e sensibile.

Ci dice anche che è inutile che montiamo tutto, vuole rigirare molte cose.

- Anche questa la voglio rigirare.

- Allora monto questa.

- No, tanto rigiro anche questa.

- Allora questa.

- No, tanto rigiro anche questa.

- Scusa, ma io monterei lo stesso, così, intanto mi porto avanti.

- Ma no, rigiro tutto.

- E chi dirige, se non vuoi più Aroña?

- Io, no?

- Tu?

- E chi meglio di me?

- E chi la fa la fotografia?

- Uno lo trovo, tanto, cioè, che sarà mai, mica c’è solo Stocasto.

- E gli attori?

- Eh, gli attori non possono più, li ho sentiti, sono tutti impegnati.

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- E quindi?

- Uso controfigure, tanto è la magia del cinema, chi se ne accorge?


Comunque, guardate che dobbiamo finire tra due settimane, che Pantaloni
vuole vedere qualcosa.

- Come due settimane? Quando lo vuole vedere?

- A ottobre.

- Ottobre? Avevi detto settembre! E comunque mancano tre mesi.

- Sì, sì, è uguale: non c’è tempo.

Aspettiamo che il laboratorio mandi i ciak che abbiamo chiesto. Non è


un’operazione rapida, qualche giorno ci vuole. Ma non ci preoccupiamo: c’è
tutto un film davanti a noi.

Passa la Cameretta:

- Mi fate vedere quella scena del treno?

Le mostriamo la scena del treno.

- Ma io mi ricordo che abbiamo girato anche un pezzo del treno visto da


così, tu non ti ricordi? C’eri?

- C’ero, rispondo, me la ricordo, e infatti ho chiesto al laboratorio di


mandarcela.

Fa la faccia di una che ha beccato suo marito a letto con un cavallo.

- Coooosa? Mi vuoi dire che non ci sono tutti i ciak?

- Non tutti, perché il laboratorio ha mandato solo le buone, ora però io ho


chiesto gli altri.

- E chi gli ha detto di non mandarli tutti?

- Bè, si fa così, è una prassi.

- E chi gliel’ha detto?

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- È una prassi….

Parte, in due falcate è nell’altra stanza, in altre due di nuovo davanti a me,
un telefono in mano. Guardo Gianni, che non batte ciglio.

- Eh, no, eh, questo no. Anche loro, adesso. Ora li chiamo, questi.
Incompetenti, cioè, sono tutti incompetenti. E dicono che è il miglior
laboratorio di Roma.

- Maria Teresa, aspetta, li abbiamo già chiamati noi, ci mandano tutto, non
ti preoccupare.

Si ferma.

- Oggi? Mandano tutto oggi? Dico a Enzo di andare a prendere i ciak. Cosa
sono, cassette?

- Sì, sono cassette, ma non mandare Enzo, non sono pronti per oggi, ci
vorranno un paio di giorni.

- Un paio di giorni? Ma scherziamo, cioè? Io qui devo finire un film! Ora


mi sentono. Con tutto quello che ho fatto per loro, questo è il ringraziamento!

Gianni è paralizzato.

- In che senso?

Ci guarda, il cellulare in mano.

- È grazie a me che hanno aperto lo stabilimento nuovo!

- Cioè? Li hai aiutati con le pratiche?

- Ma che dici! Gli ho fatto da madrina all’inaugurazione!

Compone il numero:

- Ora mi sentono, cioè. Di chi devo chiedere?

- Davvero, lascia stare….

Troppo tardi.

- Pronto? Sono Maria Teresa Cameretta, vorrei parlare con il direttore.

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Va nell’altra stanza, la sentiamo urlare. Chino la testa, non ho il coraggio di
guardare Gianni.

Quando torna ha il sorriso della vittoria.

- Bene, Enzo sta andando. Ci danno la prima cassetta tra un’ora. Visto,
come si fa? Questo me l’ha insegnato De Gaudentiis.

La prima cassetta contiene in verità solo un paio di ciak, e non quelli del
treno. Ma alla Cameretta non diciamo niente.

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XII

La Cameretta sta lavorando a questo film da dieci anni ormai. Dieci lunghi
e faticosi anni. Dieci anni passati a scrivere, a cercare i finanziamenti, a mettere
insieme la troupe, i migliori capi reparto del cinema italiano, attori conosciuti in
tutto il mondo. La sua delusione, ci dice Barbara, è profondissima, perché è un
progetto cui tiene molto.

Barbara è la sorella minore della Cameretta. Alta la metà, impacciata e


timida, prima di parlare emette un suono simile a una risatina soffocata. Ha
provato a fare la cantante, la scrittrice, forse anche l’attrice. Ora fa la sorella
della Cameretta. Vive nello stesso palazzo. Ha scritto il film. Viene invitata alle
trasmissioni televisive del pomeriggio, per parlare della sorella maggiore.

- Piacere, Barbara.

Si siede accanto a noi.

- Mh, ho pensato che posso stare qui con voi, magari avete bisogno di una
mano.

- Di che tipo?, le chiedo.

- Mh, non so, sono la sceneggiatrice, magari c’è qualcosa che non capite.

- Ti ringrazio, ma ce la caviamo.

Si liscia i lunghi capelli neri.

- Mh, okay, allora se non vi do fastidio resto a vedere come lavorate, mi


interessa molto il montaggio.

Che le dovrei rispondere?

- Resta pure, se vuoi.

Non ce la togliamo più di torno. Tutte le mattine arriva, si siede accanto a


noi e dopo pochi minuti di silenzio passati a lisciarsi i capelli, inizia a parlare:

- Mh, non sapete quanto ha sofferto Maria Teresa per questo film. Tutti si

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sono approfittati di lei, tutti, perché lei è buona e sensibile. Ma io la ammiro
tanto. Mh, è coraggiosa, e poi è brava. E poi ha una figlia bellissima e molto
intelligente. Mh, con la figlia ha un rapporto bellissimo, non ho mai visto una
madre così.

Quando parla non ti guarda negli occhi, fissa un punto in alto a sinistra.

La immagino sdraiata nella sua cameretta, mentre disegna sul diario dei
cuori attorno a una foto di Ralph Macchio.

Quando torniamo dal pranzo la troviamo in postazione, pronta a parlare di


Maria Teresa. Ogni tanto il discorso si sposta sul film:

- Mh, scusa, non vorrei dire, ma…

- Dimmi.

- Mh, non potresti far vedere un po’ di più Maria Teresa?

- In che senso?

- Mh, dopo che quello ha parlato, non potresti mettere un po’ di Maria
Teresa?

- Guarda: no, non c’entra niente.

- Mh, ah, okay, era per dire.

E dopo un po’:

- Mh, scusa, ma non ce n’è un’altra dove Maria Teresa è meno spettinata?

- In questa scena è spettinata.

- Sì, okay, ma una che è meno spettinata?

- Ho già guardato, non c’è.

- Ah, okay.

Mi sto spazientendo.

- Mh, scusa, eh, ma qui non puoi fare così: sembra che c’è un sacco di
gente, ma quando l’hanno girata non c’era nessuno.

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- Lo so, l’ho fatto apposta, ci dovrebbe essere una folla e invece ci sono
quattro gatti. Così almeno non si vede.

- Mh, okay, però non puoi fare finta che c’era tutta quella gente.

- Ora la lascio così, poi vediamo.

“Il montaggio”, ovvero: una nazione di commissari tecnici.

Quando viene la Cameretta, nelle pause del film dei Branzini, la situazione
non cambia, anzi: si danno manforte.

- Cioè, scusa, ma non mi puoi mettere un po’ di più? In questa scena ci


sono proprio poco.

- No, non posso ‘metterti di più’.

- Ma prova!

Provo. Aggiungo un primo piano brevissimo, subliminale. Fa schifo.

- Vedi? Cioè, molto meglio. Tu che dici, Barbare’?

- Mh, sì, molto meglio, adesso sì che si capisce!

Un giorno Renato Meri passa dall’ufficio. Sto lavorando, sento la sua voce
dalla stanza accanto. È al telefono, quando mi vede lascia cadere la cornetta e la
mascella. Lo saluto, mi guarda come se fossi un fantasma.

- E che cazzo ce stai a ffa’ tu qua?

- Sto montando.

- E che cazzo monti?

- Il film.

- E che cazzo vor ddi’?

- Eh, monto il film.

- Perché, quello de Dolores nun andava?

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- Non te l’hanno detto? Non andava, allora Maria Teresa mi ha richiamato.

Si innervosisce.

- Nessuno m’ha detto un cazzo, a me.

- Mi dispiace.

- E da quant’è che staresti qua?

- Mah, ormai saranno quattro o cinque settimane.

- E chi ‘o firma, ‘sto film?

- Direi io, se lo finisco lo firmo io. Già che ci sei ti dovrei chiedere alcune
cose sugli effetti speciali e sul missaggio.

- Ahò, ‘a coso, nun me devi chiede’ gnente, a me! Io nun ne vojio sape’ ‘n
cazzo. Mò me ne vado, e nun me chiamate più.

Esce. Sorrido.

Qualche volta la Cameretta chiama a raccolta Telma e Selma: bisogna


parlare delle riprese aggiuntive. Io cerco di farla desistere, spero di trovare
un’alleata tra le due “donne di produzione”. Ma inutilmente.

Guardano alcune scene, le più complesse, e commentano:

- E che ci vuole? Qua chiamiamo Marco e in due ore ti fa tutto, gli dici
come la vuoi ed è fatta.

- Scusate, mi intrometto, si può sapere chi è Marco? Giusto per farmi


un’idea, non vorrei che sprecate soldi e poi viene uno schifo.

- Ma che schifo, cioè, peggio di così.

Su questo non c’è dubbio.

- Ascolta, Maria Teresa, insisto guardando Telma e Selma (per non


sbagliare le guardo entrambe). - Sono scene complesse, è un film in costume, le
location dove le trovi? Devi tornare nei posti…. E poi hai scelto Stocasto, non un

99
direttore della fotografia qualunque, non è facile fare una fotografia come la sua.

- E questo è il problema! Allora, tu non ti preoccupare, tu scrivimi su un


foglietto le scene che ti ho detto, al resto ci penso io. Una la faccio qui, una a
casa mia, una di là.

- Di là? Ma questo dovrebbe essere un caffè liberty, quella è la stanza di


una villa secentesca….

Guardo Telma e Selma, ma non colgono. Anzi:

- Tu non ti preoccupare, ci pensiamo noi, dice una delle due. - Due cose di
scenografia ed è fatta.

Ci pensano loro. E io penso alla puttanata che verrà fuori.

Quando c’è la Cameretta, c’è anche Enzo, il suo bodyguard. Si mette nella
stanza accanto alla nostra, e passa tutto il tempo urlando al telefono con la sua
fastidiosa erre moscia che passa attraverso le enormi narici.

Ogni tanto viene a trovarci.

- Allora, come va?

Un piccolo ruolo nel film è stato dato a sua figlia. Solo un paio di battute,
per fortuna. Non è per tutti, la recitazione.

- Allora, famola vede’, ‘sta ragazza. Che fai, nun la monti?

- La monto, la monto.

- E falla vede’ de ppiù. Perché la tagli lì? E tienila ancora un po’!

È un venerdì d’agosto, la città inizia ad essere calda, io ho deciso di partire


per il fine settimana, vado da qualche parte in cui si riesca a respirare un po’.

Esco a fumare con Gianni. In cortile incontriamo Enzo, sta mettendo


alcune valigie in macchina.

- Parti?, gli chiedo.

100
- Parte Maria Teresa, va al mare. Ma pure io vado con la mia famiglia.

- Ah, bravi, anche io mi sa che vado sabato e domenica da qualche parte.

Mi guarda come se avessi bestemmiato in chiesa durante un battesimo.

- Ma che stai a ddi’? Parti? Nun lavori, domani e dopodomani?

- Veramente domani è sabato.

- E ‘nnamo, su, finiscilo ‘sto film. Lo dico ppe’ te, è un’occasione, nun
sprecalla.

Mentre lavoriamo con la Cameretta, Enzo sovente viene ad avvertirla di


sbrigarsi: devono partire.

- Mariatere’, l’aereo nun aspetta.

- Enzo, arrivo subito.

E poi aggiunge, alzando la voce:

- Ma poi, scusa, cioè, quello è un aereo privato, parte quando lo dico io.

- Ma che privato e privato, Mariatere’, è ‘n charter.

Lei è contrariata:

- Vabbè, tanto storie non ce ne fanno, cioè, io ho il passaporto diplomatico!

Gianni mi guarda, l’espressione a punto esclamativo.

Arriva metà agosto, stiamo per andare tutti in vacanza. Gianni è già
partito, due giorni prima di me, tanto al momento non c’è molto lavoro per lui.

Un pomeriggio Maria Teresa mi chiama da parte, mi fa sedere di nuovo al


tavolo da riunioni del primo giorno.

- Allora, cioè, praticamente noi andiamo in vacanza dal 14 al 31 agosto,


quindi ora chiamo la società che ci ha affittato l’Avid e glielo restituisco.

- Come sarebbe? Non puoi farlo.

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- E perché?

- Bè, quando uno prende un Avid lo prende, non è che poi lo restituisce e
poi lo riprende.

Si infastidisce.

- Cioè, ma secondo te io dovrei pagare per i giorni che non lo uso, non ho
capito? Voglio vedere se a De Gaudentiis gli fanno pagare un Avid se non lo usa.
Ora li chiamo e gli dico di venirselo a prendere domani.

- No, senti, è pure il 10 agosto, quelli saranno chiusi!

- E vabbè, è un problema loro, mica mio. Non posso pagare per questi
giorni, cioè, già non ci sono soldi. Qua se ne approfittano tutti.

Non so proprio cosa rispondere.

- Tra l’altro, continua, il tuo assistente, Gianni, deve restare ancora molto?
Mi avevi detto che ti serviva cioè solo per fare il tabellone.

- Per fare il tabellone? E c’è bisogno di un assistente per fare il tabellone?

- Tu mi hai detto così. No, perché a me cioè mi sembra che non c’è più
bisogno di lui.

- Guarda, innanzitutto gli accordi erano accordi, e ci eravamo accordati per


un assistente. E poi ora il film è quasi finito, e bisogna far partire le altre
lavorazioni, e solo l’assistente può farlo.

- Non so che dirti, io soldi non ne ho più. Ne parliamo al ritorno dalle


vacanze.

- E va bene, ma ti dico che senza assistente questo film non lo finisci.

Ci salutiamo, io aggiungo che tornerò dalle vacanze non il 31 agosto, ma il


giorno dopo, il primo settembre. Torno in ufficio. Devo avere un’espressione
davvero furiosa, perché subito Barbara mi chiede:

- Mh, tutto bene?

- Più o meno.

102
- È successo qualcosa?

- Guarda, niente di grave, ma Maria Teresa sta facendo dei grossi errori.

- Mh, ma devi avere pazienza, non sai quanto ha sofferto, per questo film.
Tutti si approfittano di lei, e lei è così disponibile e gentile con tutti….

- Sarà, ma se licenzia il mio assistente me ne vado anche io.

- Devi avere pazienza. Mh, e poi se ti ha detto così avrà i suoi motivi: non
sai quanto ha sofferto.

- Ascolta, Barbara: avrà pure sofferto, ma se fa così ‘sto film non lo finisce.

Non risponde. Mi rimetto a lavorare.

Vengo a sapere che scrive un’email a quelli che ci hanno affittato l’Avid.
Nell’email si legge: “come da accordi presi, ricordiamo che il montaggio è
sospeso dal giorno tale al giorno tale, si prega quindi di venire a ritirare il
computer, che ci sarà restituito il giorno talaltro. In caso di mancato ritiro, se la
macchina dovesse restare in ufficio durante il periodo di chiusura, la nostra
produzione non si assume alcuna responsabilità in caso di furto o
danneggiamento…”. La ditta è già chiusa, ma rispondono comunque con
un’email: gli accordi non erano questi, ormai non c’è nessuno che possa venire a
ritirare la macchina, se il computer dovesse subire danni o furti, la produzione
verrà ritenuta responsabile eccetera.

Mi chiama la Cameretta:

- Questi sono proprio dei cafoni! Hai letto l’email che mi hanno scritto?

- No, ma al di là di quello che possono aver scritto, devo dirti che hanno
ragione ad essersi incazzati.

- Ragione? Voglio vedere se a De Gaudentiis provano a rispondere in


questo modo!

L’ultimo giorno sono da solo in ufficio. A fine giornata spengo tutto, faccio

103
la solita copia dei dati per sicurezza e vado via. Prima di uscire mi volto a
guardare la stanza: ho una strana sensazione, non sono sicuro che a settembre
tornerò a lavorare.

104
XIII

Torno in ufficio il primo di settembre.

Tutti sono già in piena attività. Accendo il computer e inizio a lavorare,


guardo alcune scene che ho montato poche settimane fa, inizio a pensare alle
successive. Più tardi mi alzo e vado da Enzo:

- Puoi dire a Maria Teresa che io sono qui, se viene in ufficio capiamo come
continuare?

- Maria Teresa è a Venezia, al Festival.

Il Festival comincia tra qualche giorno. Sarà andata prima per qualche
motivo.

- E sai quando torna?

- Non ne ho idea.

- Ed è andata da sola? Tu resti qui?

- No, io vado poi.

Non capisco. Esco a fumare.

Nel cortile è parcheggiato un SUV nero. La portiera posteriore è aperta,


seduto al volante c’è uno che non ho mai visto. Mentre sto accendendo la
sigaretta sento un rumore dietro di me, mi volto. È la Cameretta, sta uscendo
dal portone.

Mi vede, si immobilizza per un istante. Sembra un po’ imbarazzata.

- Mi hanno detto che eri a Venezia!

- Eh, sì, ci sto andando.

Evita il mio sguardo, si affretta verso l’auto. L’autista scende, prende in


consegna le borse, la fa accomodare. Parliamo attraverso il finestrino.

- E come stai?

105
- Bene. Ieri non sei venuto, cioè pensavo che avevi deciso di
abbandonarmi.

L’autista sistema le borse nel bagagliaio.

- Veramente ti avevo avvertito che sarei tornato oggi dalle vacanze.

- A me non ha detto niente nessuno.

- Strano. Vabbè, comunque ora sono qui.

- Senti, io domani ho una riunione di post-produzione. Vai a casa, ti


chiamo dopo la riunione, cioè così decidiamo che fare.

L’autista risale in macchina, chiude la portiera, accende il motore.

- Come sarebbe ‘una riunione di post-produzione’? E non mi dici niente?

- Cioè, te lo sto dicendo. Dobbiamo decidere i tempi e come fare eccetera.

- I tempi? Come fare? Guarda che sono io il montatore, dovrei esserci


anche io.

- Non ti preoccupare, poi ti faccio sapere.

- Mi fai sapere? Ma che dici?

- Non preoccuparti, tu vai.

- Scusa, ma….

Fa un cenno all’autista. Partono. Io resto con un pugno di mosche.

Rientro in ufficio, spengo il computer e vado via. Me l’avesse detto prima


sarei rimasto al mare.

Il giorno dopo mi chiama. O meglio, quando squilla il mio cellulare


compare il numero della Cameretta, ma dall’altra parte c’è il responsabile di
post-produzione.

- Ciao, senti, dov’è che trovo qui sul computer le scene montate?

Non ci posso credere.

106
- Prego?

- Le scene che hai montato, dove le trovo?

- Le trovi sul computer, rispondo.

- Sì, ho capito, ma io Avid non lo so usare, e dovrei vedere quali sono le


scene da effettare.

- Non so che dirti. A questa riunione dovrei esserci anche io, ma non sono
stato invitato, dunque arrangiati.

- Non so cosa intendi, comunque se mi puoi solo dire dove trovo le scene
montate mi fai un favore, io qui sono un po’ in difficoltà.

- Guarda, stanno in una cartella chiamata “Scene Montate”. Ciao.

Sono furioso. Comincio a passeggiare avanti e indietro per la casa.

Aspetto inutilmente una telefonata, che non arriva. Aspetto, aspetto.

Niente.

È sera. Io non telefono. Avrebbe dovuto chiamarmi lei.

Aspetto.

Passa un giorno, due, tre, il fine settimana.

Lunedì mattina decido di scrivere un’email:

“Gentili Signori,

Mi ha sorpreso il fatto che alla riunione tenutasi mercoledì scorso tra la


produzione e il coordinatore di post-produzione, nessun membro del reparto
montaggio sia stato invitato….”

Scrivo che sono stufo di avere a che fare con persone che non sanno fare il
proprio mestiere, scrivo che abbandono il film, e che grazie alla loro ottusità non
possono farmi nulla: non mi hanno fatto firmare un contratto regolare, dunque
sono libero.

Invio l’email, e aspetto lo scoppio della bomba.

107
Ma la bomba non scoppia, o almeno non come vorrei.

Sono le 9.00 del mattino quando premo il tasto “invia”: confido nel fatto
che, aprendo l’ufficio alle 10, la mia email sarà la prima notizia che riceveranno,
tanto per iniziare bene la giornata.

Dopo solo 15 minuti mi squilla il telefono: è un numero che non conosco.

- Ciao, sono Mauro Penassi, il nuovo montathore del filme, mi dice quello,
con un orrido accento toscano.

- Non ho capito, scusa, di che film?

- Del filme della ‘ameretta, m’ha chiamatho e m’ha chiesto una mano a
finire il filme.

- Ma quando ti avrebbe chiamato?

- Senti, mi spiegheresti ‘ome hai sistemato il prosgetto, ‘osì non perdo


troppo tempo a scercare le ‘ose?

- Che ti dovrei spiegare? Ma scusa: quando ti ha chiamato?

- Qui dovrei finire questo filme, se mi vieni inconthro mi eviti di mettermi


a scercare le ‘ose…

- Ma da quando in qua sei il montatore?

- Mi serve solo ‘he mi spieghi ‘ome hai organizzatho il prosgetto.

- Ascoltami bene, io non ti conosco, ho scritto una email dieci minuti fa, e
non mi hanno ancora risposto…

- Sì, ma guarda, la ‘ameretta m’ha parlatho bene di te, non so quali


problemi avete avutho, ma vedrai ‘he si risolvono. Ora, noi siamo ‘olleghi,
sarebbe ‘arino organizzare un passaggio di consegne facile per chi subentra, è la
norma.

- Se sei un montatore sai come funziona un Avid. E se sai come funziona


un Avid sai dove trovare quello che ti serve.

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Chi cazzo è questo, adesso? Cerco informazioni su internet. Le trovo
subito: ha un sito personale. Il suo breve curriculum contiene solo film orrendi,
la sua pagina di presentazione è piena di parole inglesi come skill e step,
dichiara varie volte di essere stato il primo a fare questo e il primo a fare
quest’altro. Inoltre, è il più esperto del mondo in questo e in quell’altro. C’è
anche una foto: è abbronzato e in posa davanti a un porto, o comunque al mare.

Mi richiama. Mi dice di non riuscire a trovare le cose che io ho montato, la


‘ameretta ne ha bisogno, vuole vedere quella scena del bosco, e lui non sa dove
cercarla.

- Vedi, lo so ‘he avete avutho problemi, e so ‘he sei sgiovane, ma sai, tra noi
‘olleghi sci si dà una mano, suvvìa!

Gli ripeto che se è un montatore dovrebbe sapere dove guardare. Quindi


spengo il cellulare, la giornata è durata pure troppo.

Lo riaccendo qualche ora dopo, sono tanto curioso di sapere se ci sono


evoluzioni nella emozionante vicenda. E ce ne sono.

Una serie di messaggi di chiamate perse, tutte provenienti dall’ufficio della


‘ameretta. E poi due o tre sms, che più o meno suonano così:

- Abbiamo urgente bisogno di parlarti, richiamaci. Telma

- Per favore, abbiamo un problema, richiamaci. Telma.

E poi:

- Ti stai comportando da persona immatura. Se non ci restituisci ciò che


hai portato via, saremo costretti a prendere provvedimenti legali. Telma.

A questo punto telefono, e mi risponde proprio Telma.

- Cos’è che avrei portato via?

- Oh, ciao! No, è che non si trovano più alcune scene che tu hai montato, e
Mauro dice che le hai cancellate.

- Cancellate? Ma che cazzo ne sa questo Mauro, io non lo conosco. Stanno


tutte là.

109
- Se stanno qui perché non vieni a farle vedere a Mauro?

- Perché dovrei?

- Per correttezza.

- Nei confronti di chi?

- Di Maria Teresa.

- E perché? Lei che ha fatto per me? Mi ha licenziato senza nemmeno


dirmelo.

- Veramente hai scritto tu un’email. Ma lasciamo perdere, non sai quanto


ha sofferto…

- Ha sofferto? Mi doveva chiamare, ho aspettato per quattro giorni una sua


telefonata!

- Fallo per Luigi, è un favore personale verso di lui, è lui che te lo chiede.

- E chi cazzo è Luigi?

- È il marito di Maria Teresa, fallo per lui, non sai quanto gli dispiace che te
ne sei andato!

- Luigi? E chi se ne frega, non lo conosco nemmeno. E poi perché Maria


Teresa non mi ha più chiamato?

- Guarda, io non so cosa è successo. Ora, lo fai questo favore a Mauro?

- Mauro è un montatore, sa cosa fare. E poi perché dovrei? Il montatore


sono ancora io, nessuno ha risposto alla mia email.

- Ascolta, sappiamo quanto ci tieni a questo film, lo vuoi vedere finito, no?
Facci questo favore!

- Ascolta tu, io ora non posso muovermi, ma quello che ho montato sta lì.
Non ho ancora capito cosa stia succedendo, non ho capito che ci faccia questo
Mauro al posto mio.

- Non so che cosa sia successo tra te e la Cameretta, ma vedrai che si


risolverà tutto. Posso farti chiamare da Mauro?

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- Neanche io so cosa sia successo, e vorrei saperlo.

- Posso farti chiamare da Mauro?

E fammi chiamare da Mauro.

- Sono Mauro.

- Eh.

- Allora vieni qui, ‘osì mi fai vedere ‘ome hai organizzatho il prosgetto?

- Ho visto sul tuo sito che sei pieno di patentini nazionali, internazionali e
interstellari di Avid. Complimenti.

- Eh, grazie, sai, sono il più grande esperto italiano di Avid, l’uniho
rihonosciutho dall’Avid Ameriha.

- E bravo. E allora sai dove cercare, senza che mi fai venire fin lì.

Silenzio. Poi:

- Nooo, ma tu non sai ‘ontro chi ti stai mettendo, tu non sai ‘osa stai
‘ombinando. Questa è sgente potente, hanno i migliori avvohati, ti portano via
tutto quello ‘he possiedi.

- Non ho capito, scusa, che intendi?, non credo a ciò che sento.

- Nooo, lascia ‘he ti dia dei consigli, da ‘ollega a ‘ollega. Io non so se sei
ricco, ma spero ‘he tu non possiedi nulla, ‘he la tua famiglia non possiede nulla,
né una ‘asa, né una macchina, perché ti portano via tutto. A me non interessa se
tu e la ‘ameretta avete avuto dei problemi, vedrai ‘he si risolvono, ma qui
parliamo della tua salute.

- Ma che cazzo dici!

- Nooo, mi devi ascoltare, ti dico questo da amiho, da ‘ollega, perché lo so


‘he sei sgiovane, ma perché ti ‘omporti ‘osì, vuoi perdere tutto, eh, vuoi perdere
tutto? Perché se vuoi perdere tutto sei sulla buona strada. Restituisci quello ‘he
hai rubato. È meglio, se non vuoi perdere tutto. Vedi, purtroppo per te, io sono
uno dei maggiori esperti di Avid al mondo, e quindi non mi puoi fregare: mi
sono accorto che mancano alcuni file, li devi restituire.

111
- Restituire? Ma che cazzo stai dicendo?

- Qui manhano le sequenze montate, quindi le devi aver prese tu. Se non le
restituisci, finisci in grossi guai.

- COSA!? Ascoltami, grande esperto di Avid, io ho una copia del progetto,


una copia di backup, che faccio sempre come fanno tutti, per evitare di perdere i
dati. E basta, non ho più niente.

- Vedi, eh? Tu hai una copia del progetto, quindi hai portato via qualcosa.

- È UNA COPIA DI BACKUP!

- Nooo, ma tu la devi restituire.

- Restituire? Mica è un oggetto!

- Nooo, ma tu l’hai portatha via, l’hai rubata. La devi restituire.

- Rubata? Ma lo capisci che cazzo stai dicendo? Io mò la cancello.

- Nooo, non la puoi cancellare, perché se la cancelli io ormai so ‘he sce


l’avevi. Tu non sai di ‘osa sono ‘apaci, ti stai mettendo ‘ontro le persone
sbagliate.

A questo punto urlo. Urlo con tutto il fiato che ho, stringo il telefono con
rabbia e urlo. Gli urlo che è un mafioso del cazzo, che non si deve permettere di
dirmi certe cose, che il suo atteggiamento da boss dei miei coglioni lo può fare al
bar con gli amici, non con me. Lui mi interrompe con quella sua vocetta del
cazzo:

- Nooo, ma io lo dico per te.

Urlo, lo ricopro di insulti. E gli dico che se vuole, vado da lui, nel suo
ufficio, così queste cose me le può ripetere in faccia. Ho intenzione di andare lì e
spaccargliela, la faccia.

Faccio qualche telefonata, mi informo. Scopro che il nostro Mauro


principalmente affitta Avid. Nella sua vita ha montato ben poco. Affitta Avid e
ha una piccola scuola di montaggio. Dunque la sua tecnica è quella di proporsi

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alle produzioni come montatore, e non far pagare né l’affitto della macchina né
lo stipendio dell’assistente, perché usa suoi studenti in qualità di “stagisti”.
Alcune produzioni, dunque, accettano perché si trovano così a poter risparmiare
notevolmente sul budget del film.

Una segretaria mi porta nella sua stanza. Eccolo lì, Mauro Penassi, quello
che crede di essere don Vito. Espressione da scemo, secco secco, vestito,
pettinato e abbronzato come Costantino. La sua faccia non mi è nuova, però.

- Allora, che cazzo devi dirmi?

- Oh, ciao, è un piacere.

Mi tende la mano, non la stringo.

- Piacere un cazzo. Cos’è che avrei rubato?

- Nooo, ma io lo so ‘ome vanno scerte ‘ose. Siamo ‘olleghi, dobbiamo


aiutarci.

- Che cazzo ti serve?

Guardo il computer, il progetto del film è aperto.

- Non trovo le sequenze che hai montatho.

Guardo il monitor. Allungo un dito, punto una cartella.

- Lì, vedi che c’è scritto? “Sequenze montate”. È tutto lì.

- Ecco, ci voleva tanto?

- Ci voleva tanto? Non sai leggere, tu?

- Noo, ma vedi, tra ‘olleghi sci si aiuta. Tu sei sgiovane, scerte ‘ose anhora
non le sai, ma è ‘osì ‘he si fa.

- E cioè? Si ruba il lavoro agli altri?

- Ma ‘he rubare? Io Maria Teresa la ‘onosco da tanti anni, siamo amisci. Mi


ha chiesto una mano a finire il film, lo faccio volentieri.

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- E certo, non ho dubbi.

- E poi mi ha parlato bene di te. Mi ha detto ‘he sei un ragazzo in gamba.


Vedrai ‘he si risolve tutto. Non so perché ti sei arrabbiato con lei.

- Arrabbiato? Io?

Lo guardo. Ha un sorriso del cazzo stampato su quella sua faccetta


abbronzata del cazzo. Vorrei afferrare un monitor e spaccarglielo in testa.

Poi mi viene in mente dove l’ho già visto: a una riunione di montatori.
Aveva preso la parola facendo un lungo e disarticolato discorso sul fatto che il
montaggio è troppo chiuso all’ingresso dei giovani, che bisogna aiutare in ogni
modo chi si accosta a questa professione, e si scontra contro un “baronato” che
pur esiste.

Mi guarda con quel sorrisetto del cazzo.

Esco sbattendo la porta.

Cerco un autobus.

Arriva.

Mentre timbro il biglietto compongo un numero di telefono sul mio


cellulare.

- Pronto?

- Sono io. Posso venire a trovarti?

- Certo. Oggettivamente sono a casa, non sto facendo niente che non possa
aspettare.

- Tra mezz’ora sono da te.

FINE

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C cba
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