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UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI TORINO

FACOLTA’ DI SCIENZE POLITICHE

CORSO DI LAUREA SPECIALISTICA IN COOPERAZIONE, SVILUPPO E MERCATI


TRANSNAZIONALI

TESI DI LAUREA

INNOVAZIONE E FEEDBACK TECNOLOGICI TRA PAESI


EMERGENTI E PAESI INDUSTRIALIZZATI. IL CASO CINESE.

Relatrice:
Prof.ssa Astrig Tasgian
Candidato:
Emilio Raiteri
Matr. 290339

ANNO ACCADEMICO 2008/2009


INDICE

INTRODUZIONE 6

CAPITOLO 1: INNOVAZIONE E PROGRESSO TECNOLOGICO NEI


PROCESSI DI SVILUPPO TARDIVO. UN NUOVO PARADIGMA ? 13

Introduzione 13

1 La visione “tradizionale” del ruolo della tecnologia e dell’innovazione nei


processi di catch-up 19

1.1 I vantaggi dell’arretratezza economica relativa ed il ruolo della


tecnologia nei processi di sviluppo tardivo. L’esperienza Europea 21
1.2 L’esperienza Est-asiatica. L’innovazione e l’impresa 25

2 Mutamento della relazione tra scienza, tecnologia e innovazione ed


implicazioni per i processi di catch-up 31

2.1 Mutamento della relazione tra Ricerca, Innovazione e Sviluppo


economico 33
2.2 Verso l’apertura del processo innovativo. Open innovation, User led
innovation e Hidden innovation 38
2.3 Implicazioni per i processi di sviluppo tardivo.
L’innovazione appropriata 45

2
3 Valutare la performance innovativa ed il ruolo dell’innovazione in un
paese emergente nel contesto del nuovo paradigma 54

3.1 I limiti degli indicatori tradizionali nel nuovo contesto 54


3.2 I limiti degli indicatori tradizionali nel valutare la capacità
innovativa di un paese emergente 56
3.3 Technological Capability ed Absorptive Capacity 59
3.4 Una prospettiva evolutiva: l’innovazione come mezzo per
sopravvivere e affermarsi nella competizione locale e globale 63

CAPITOLO 2: PERCHE’ LA CINA? 70

Introduzione 70

1 La Repubblica Popolare Cinese come frontiera del cambiamento 72

1.1 La Cina nelle reti di produzione globali 76


1.2 La Cina nelle reti di innovazione globali 83

2 L’impegno cinese per la creazione del potenziale tecnologico ed i suoi


risultati 90

2.1 Il percorso delle riforme 90


2.2 Una misura dello sforzo: l’investimento in Ricerca e Sviluppo nella
Repubblica Popolare Cinese 93
2.2.1 Gli indicatori tradizionali 93
2.2.2 Absorptive capacity e Technological capability in Cina 98

3
3 Tra ottimismo e pessimismo nella valutazione della capacità innovativa
cinese 116

3.1 Superpotenza tecnologica o officina del mondo? 116


3.2 Si guarda nella direzione giusta? 121
3.3 Una prospettiva evolutiva: l’emergere di local master e global
challenger nella Repubblica Popolare Cinese 123

CAPITOLO 3: INNOVAZIONE APPROPRIATA ED EFFETTI DI


FEEDBACK VERSO I PAESI INDUSTRIALIZZATI
NELL’AFFERMAZIONE, LOCALE E GLOBALE, DELLE IMPRESE
CINESI 130

Introduzione 130

1 Che tipo di innovazione ? 134

1.1 La tassonomia di Henderson e Clark e l’importanza dell’innovazione


architetturale 134
1.2 Christensen ed il modello della disruptive innovation 138
1.3 Le imprese cinesi e l’innovazione appropriata 145

2 L’innovazione appropriata nella sfida per il mercato interno 149

2.1 Delocalizzazione, disintegrazione della catena del valore, produzione


modulare e innovazione appropriata 149
2.1.1 Il caso dell’’industria dei telefoni cellulari in Cina. Prima fase
1998-2003 153
2.2 Trading market for Technology: le dimensioni contano 156

4
2.3 Innovazione appropriata e basso costo della manodopera 158
2.3.1 Il caso BYD Company 163
2.4 Opportunità offerte dalla conoscenza del mercato locale 166
2.4.1 Macro-differenze 168
2.4.1.1 Differenze socio-economiche. Il caso Shanda Interactive
Entertainment 169
2.4.1.2 Differenze Politiche: Il caso Baidu Inc. 173
2.4.2 Segmentazione del mercato interno e “Guerrilla Tactics 179
2.4.2.1 Il caso Haier Group ed il mercato delle lavatrici 188
2.4.2.2 Il Caso Huawei Technologies e ZTE Corporation 192

3 Internazionalizzazione, innovazione appropriata ed effetti di feedback


verso la frontiera tecnologica 198

3.1 L’internazionalizzazione delle imprese cinesi: un’eccezione alla


teoria? 199
3.2 Dalla periferia al centro: l’internazionalizzazione di Huawei
Technologies 205
3.3 Inversione dei flussi di innovazione ed effetti di feedback verso i paesi
industrializzati 213
3.3.1 Primo effetto di feedback: Haier e l’innovazione appropriata sui
mercati avanzati 215
3.3.2 Secondo effetto di feedback: Il caso Nokia 221

CONCLUSIONI 227

BIBLIOGRAFIA 234

SITOGRAFIA 251

5
INTRODUZIONE

L’obbiettivo centrale di questo lavoro è indagare il ruolo svolto


dall’innovazione e dal cambiamento tecnologico nei processi di recupero
economico avviati nei confronti dei paesi industrializzati da economie
emergenti.
L’esistenza di una relazione positiva tra progresso tecnico e crescita
economica è un fatto riconosciuto sin dalle origini del pensiero economico
moderno, tanto che già le opere di autori come Adam Smith 1 e Karl Marx 2 ,
sottolineano la rilevanza di tale legame. Nonostante l’affermazione della
rivoluzione marginalista abbia fatto sì che a partire dal 1870 l’analisi del
cambiamento tecnologico passasse in secondo piano, nella prima metà del
ventesimo secolo l’opera di Joseph Schumpeter ha definitivamente sancito
la centralità dei processi innovativi per lo sviluppo economico di lungo
periodo. L’insegnamento schumpeteriano è infatti stato oggi raccolto dai due
principali filoni di ricerca dedicati alla crescita economica, le nuove teorie
della crescita e le teorie evolutive 3 , che, sebbene siano tra loro molto distanti
per metodologie e fondamenti teorici, concordano nel collocare l’innovazione
ed il progresso tecnologico tra le cause prime dello sviluppo economico. Il
definitivo riconoscimento dell’importanza di questa relazione ha portato alla
nascita di teorie che spiegano le differenze nei livelli di sviluppo tra paesi in
termini di diversi livelli di capacità tecnologiche 4 , con l’evidente
implicazione logica, molto importante per le finalità di questo lavoro, che i
paesi in condizioni di arretratezza economica relativa, per avviare un
processo di catch up e quindi restringere il divario dai paesi più ricchi,
possano migliorare il livello del proprio potenziale tecnologico.

1
Cfr. Smith (1776).
2
Cfr. Marx (1867).
3
Per un’analisi critica delle analogie e delle differenze che intercorrono tra queste due impostazioni si
veda ad esempio Castellacci (2007).
4
Cfr. Fagerberg (1987).

6
Prima che la teoria economica dedicasse attenzione a questa tematica,
il ruolo del progresso tecnologico nei processi di catch up è stato analizzato
anche dalla letteratura storico-economica che, a partire dal ventesimo
secolo, si è occupata di descrivere i processi di sviluppo tardivo realizzati in
casi specifici ed in particolare in Europa prima ed in Asia poi. Per questo
tipo di letteratura, che ha i suoi principali esponenti in Alexander
Gerschenkron 5 e Moses Abramovitz 6 per l’esperienza europea e in Odagiri,
Goto 7 e Linsu Kim 8 per quella asiatica, l’arretratezza economica e
tecnologica relativa può rappresentare un enorme potenziale di sviluppo
poiché permette al paese ritardatario, o late comer, di acquisire ed imitare
conoscenze e tecnologie provenienti dai paesi avanzati, o early starters,
senza dover condividere i costi ed i rischi associati allo sviluppo delle
tecnologie stesse. Pur mettendo in primo piano il ruolo della diffusione del
progresso tecnologico ai paesi late comer, questo tipo di contributi suggerisce
che le economie emergenti e le loro imprese possano esclusivamente
assorbire ed imitare tecnologie importate dai paesi industrializzati e che gli
sia preclusa la possibilità di sviluppare capacità innovative endogene. In
quest’ottica l’innovazione non è vista come uno strumento utile allo sviluppo
ma, piuttosto, come l’ultima fase di un percorso di apprendimento
sequenziale, che prevede il passaggio dall’imitazione all’innovazione.
Alcuni studiosi del filone di ricerca neo-schumpeteriano, in particolare
Luc Soete 9 e Carlota Perez 10 , hanno però recentemente sottolineato come le
condizioni che determinano il successo o il fallimento dei processi di catch up
siano mutevoli e possano essere influenzate in maniera decisiva dalle
caratteristiche tecno-economiche che contraddistinguono il contesto globale.
Sulla base di tale ragionamento e di quanto suggerito, oltre che dallo stesso

5
Cfr. Gerschenkron (1962).
6
Cfr. Abramovitz (1986)
7
Cfr. Odagiri e Goto (1996).
8
Cfr. Kim (1997).
9
Cfr. Soete (2008).
10
Cfr. Perez (2001).

7
Soete, anche da Christopher Freeman 11 e Xielin Liu 12 , si ritiene che
l’accelerazione del processo di globalizzazione e la contemporanea diffusione
su scala globale di tecnologie che facilitano la produzione, la duplicazione e
la diffusione di conoscenza codificata, quali le Information and
Communication Technologies (ICT), abbiano radicalmente mutato la
relazione tra ricerca, innovazione e sviluppo economico. In questo lavoro si
cercherà di dimostrare come tale cambiamento abbia reso la capacità
innovativa endogena uno strumento utile ed alla portata delle economie
emergenti, sin dalle prime fasi del processo di catch up, trasformando paesi
solitamente considerati esclusivamente come destinatari di tecnologie
straniere, in sorgenti di nuova conoscenza, generando effetti di retroazione,
o di feedback, verso i paesi industrializzati.
Poiché si ipotizza che l’innovazione realizzata dai paesi late comer, ed
in particolare dalle loro imprese locali, presenti delle caratteristiche
distintive, tra cui quella principale risiede nell’essere basata su nuovi modi
di combinare tecnologie esistenti piuttosto che su scoperte scientifiche e
tecnologiche incorporate in nuovi prodotti, questo tipo di novità può non
essere adeguatamente percepita dagli indicatori tradizionali, basati su
modelli lineari input-output, solitamente utilizzati per valutare la
performance innovativa di un paese o di un’impresa. Per tale ragione, al
fine di comprendere al meglio l’effettivo ruolo che l’innovazione può giocare
in un’economia emergente, si è scelto di fare riferimento al caso specifico di
un unico paese e di analizzarlo non solo sulla base di indicatori che stimano
lo sforzo profuso dal governo per la creazione di un sistema di innovazione
nazionale efficiente, ma soprattutto guardando in chiave evolutiva alla
sopravvivenza ed alla affermazione delle sue imprese. Come suggerito in
primo luogo da Schumpeter 13 e poi approfondito da Richard Nelson e
Sidney Winter 14 , la capacità innovativa di un’impresa può essere infatti

11
Cfr. Freeman e Soete (2007).
12
Cfr. Liu (2005).
13
Cfr. Schumpeter (1942).
14
Cfr. Nelson e Winter (1982).

8
considerata come uno dei principali elementi che ne determinano la
posizione competitiva. Ciò significa che le imprese che riescono ad
affermarsi in situazioni di elevata concorrenza devono quantomeno una
parte del loro successo alla propria capacità di introdurre novità. In questo
lavoro si ipotizzerà che tale affermazione non sia vera solo per i paesi
avanzati ma che sia valida anche nei paesi emergenti, soprattutto se le
imprese locali sono costrette a competere con multinazionali più dotate dal
punto di vista delle risorse finanziarie e tecnologiche. A nostro avviso,
analizzare, attraverso studi di caso specifici, le strategie che hanno
consentito alle imprese locali di sopravvivere ed emergere in situazioni
difficili, consentirà di apprezzare il ruolo che l’innovazione gioca realmente
nei processi di catch up.
Il paese che ci è sembrato più indicato per applicare questo tipo di
impostazione è la Repubblica Popolare Cinese. In primo luogo poiché, come
vedremo, è l’area a livello globale in cui i cambiamenti derivanti
dall’accelerazione del processo di globalizzazione e dalla diffusione dell’ICT
si sono manifestati con la maggiore intensità ed hanno avuto gli effetti più
profondi. In secondo luogo perché a tali mutamenti si è accompagnato negli
ultimi trent’anni un costante sforzo da parte del governo cinese, teso ad
accrescere la capacità della nazione di assorbire e padroneggiare conoscenze
e tecnologie provenienti dall’estero e a migliorare il potenziale tecnologico
del paese. Infine poiché, come è dimostrato da un volume crescente di
letteratura recente 15 , negli ultimi quindici anni numerose imprese cinesi
hanno cominciato a fronteggiare con successo la concorrenza estera, non solo
nel proprio mercato domestico, ma anche su quello globale. L’ ipotesi alla
base di questo lavoro ci induce a ritenere che in molti casi, alcuni dei quali
verranno analizzati in maniera specifica, la capacità sviluppata dalle
aziende cinesi di realizzare un particolare tipo di innovazione, che
definiremo come innovazione appropriata, abbia rappresentato il principale

9
vantaggio competitivo per l’affermazione sia a livello locale che a livello
internazionale. Si cercherà quindi di dimostrare come ciò abbia trasformato
le imprese cinesi in sorgenti di un nuovo tipo di conoscenza tecnologica, in
grado di influenzare la condotta di imprese leader provenienti dai paesi
avanzati, con evidenti effetti di feedback rispetto alla frontiera tecnologica
da cui la conoscenza inizialmente giunge.
Pertanto, nel primo capitolo si analizzeranno brevemente i principali
contributi teorici dedicati al rapporto intercorrente tra progresso
tecnologico, innovazione e sviluppo economico, per poi prendere in esame
più da vicino la letteratura storico-economica specificatamente dedicata ai
processi di catch-up. Si vedrà quindi come il mutamento della relazione che
unisce ricerca, innovazione e sviluppo economico abbia democratizzato il
concetto stesso di processo innovativo, rendendolo accessibile anche a paesi
ed imprese dotate di risorse tecnologiche e finanziarie inizialmente limitate.
Si valuteranno poi i limiti che gli indicatori tradizionali hanno nel
raccogliere e percepire i risultati di un processo innovativo più aperto, in
particolar modo nel caso di un’economia late comer e si proporrà pertanto di
guardare all’ecosistema imprenditoriale di un paese emergente adottando
una prospettiva evolutiva che individui nell’innovazione lo strumento
principale di sopravvivenza ed affermazione.
Nel secondo capitolo si cercherà di legittimare la scelta della
Repubblica Popolare Cinese come terreno ideale per verificare la nostra
ipotesi. Si prenderanno quindi in considerazione i profondi mutamenti che
hanno investito la Cina negli ultimi trent’anni: il processo di riforme
lanciato da Deng Xiaoping a partire dal 1978, la decisa integrazione nelle
reti di produzione ed innovazione globali, lo sforzo compiuto dal governo per
l’accrescimento del potenziale tecnologico nazionale. Si vedrà poi come,
nonostante la compresenza di tanti fattori di cambiamento e dello sforzo
governativo, la valutazione relativa alla capacità innovativa cinese abbia

15
Cfr. Mathews (2006), Li (2007), Williamson e Zeng (2007) (2009), Van Agtmael (2007) , Sirkin,
Hemerling e Bhattacharya (2008), Ramamurti (2008), Duyster et al. (2009), Rabellotti, Sanfilippo e

10
dato adito a interpretazioni di segno opposto. Da un lato vi è infatti chi vede
nella Repubblica Popolare una superpotenza tecnologica in grado di mettere
in discussione la leadership statunitense già nel brevissimo periodo,
dall’altra chi invece la considera semplicemente come l’officina del mondo, in
cui vengono realizzate unicamente attività a scarso valore aggiunto, quali
l’assemblaggio o la produzione di componenti progettati nei paesi
industrializzati. Seguendo la prospettiva evolutiva proposta nel primo
capitolo, per valutare l’effettivo ruolo giocato dall’innovazione in Cina, si
suggerirà di guardare all’emergere di un gruppo di imprese locali che,
nonostante la concorrenza delle multinazionali estere, sono riuscite a
guadagnarsi il proprio spazio sia sul mercato locale che su quello globale e si
ipotizzerà che il loro successo sia dovuto alla loro capacità di realizzare
innovazione.
Nel terzo ed ultimo capitolo si cercherà di dimostrare, con l’ausilio di
studi di caso dedicati ad alcune imprese cinesi emergenti, come
l’innovazione abbia rappresentato uno dei vantaggi competitivi
fondamentali per l’affermazione, interna ed estera, delle aziende locali. Si
analizzeranno pertanto, facendo riferimento ai contributi teorici realizzati
da Rebecca Henderson e Kim Clark 16 (innovazione architetturale), Clayton
Christensen 17 (disruptive innovation) e C.K. Prahalad 18 (innovazione per la
base della piramide), le specificità dell’innovazione realizzata dalle imprese
cinesi e le ragioni che ci portano a definirla come innovazione appropriata.
Si vedrà quindi come la capacità di realizzare innovazione appropriata abbia
consentito ai gruppi locali di sopravvivere ed affermarsi su un mercato
locale caratterizzato da dimensioni potenziali enormi e da un’elevata
frammentazione, partendo dai segmenti di mercato più difficili, dimenticati
dalla concorrenza estera. L’attenzione verrà poi spostata sul processo di
internazionalizzazione intrapreso da alcune imprese cinesi affermatesi in

Amighini (2009), BCG (2008a) (2008c), The Economist (2007) (2008) (2009)
16
Cfr. Henderson e Clark (1990).
17
Cfr. Christensen (1997).
18
Cfr. Prahalad (2008).

11
patria e si cercherà di dimostrare come, nonostante alcune tra le più
autorevoli interpretazioni del fenomeno siano di altro avviso 19 , l’abilità nel
realizzare innovazione appropriata rappresenti il vantaggio competitivo
proprietario che ha consentito alle aziende cinesi intraprendere tale
percorso, partendo da aree, come quelle dei paesi emergenti ed in via di
sviluppo, sottovalutate dalla concorrenza, per poi muoversi verso i mercati
più ricchi dei paesi avanzati. Infine si vedrà come il successo delle imprese
cinesi generi un’inversione dei tradizionali flussi di cambiamento
tecnologico, la cui direzione cessa di essere semplicemente quella nord-sud.
Si sosterrà infatti che l’innovazione appropriata è in grado di produrre due
effetti di feedback verso la frontiera tecnologica: uno diretto, che vede le
imprese cinesi affermarsi anche sui mercati dei paesi industrializzati; uno
indiretto, che vede le imprese provenienti dai paesi industrializzati
modificare, almeno in parte, i propri modelli di business e le proprie
strategie tecnologiche sulla base dell’esempio offerto dalle imprese cinesi.

19
Cfr. Mathews (2006), Li (2007).

12
CAPITOLO 1

INNOVAZIONE E PROGRESSO TECNOLOGICO NEI PROCESSI DI


SVILUPPO TARDIVO. UN NUOVO PARADIGMA ?

Introduzione

Indagare le cause dello sviluppo economico e dei differenziali nei tassi


di crescita tra le nazioni è da sempre uno dei principali obiettivi della teoria
economica moderna. In tale ricerca un ruolo di primo ordine è oggi
riconosciuto con ampio consenso al progresso tecnologico ed alla applicazione
delle conoscenze scientifiche via via più avanzate alla sfera produttiva.
Nonostante l’esistenza di una relazione positiva tra sviluppo economico e
progresso tecnologico sia oggi innegabile, il definitivo riconoscimento di tale
legame è stato tutt’altro che un fatto scontato. L’identificazione del
progresso tecnologico come fonte di crescita non è comunque un fenomeno
recente ma si configura piuttosto come un ritorno alle origini stesse del
pensiero economico moderno. I grandi economisti classici erano infatti già
consapevoli del fondamentale ruolo giocato dalla tecnologia e
dall’innovazione nella Rivoluzione Industriale di cui erano testimoni. Non è
un caso che Adam Smith nella prima parte del suo Wealth of Nations 1

dedichi ampio spazio alla relazione che unisce progresso tecnico e crescita
economica e che affronti la questione con una sensibilità tale da individuare
le principali fonti dell’innovazione da un lato in ciò che Kenneth Arrow 2

1
Cfr. Smith (1776).
2
Cfr. Arrow (1962).

13
quasi due secoli dopo definirà learning by doing, e dall’altro nella
specializzazione dei philosophers nella creazione di nuova conoscenza
finalizzata alla produzione, un’attività che oggi andrebbe sotto il nome di
Ricerca e Sviluppo 3 . Anche nell’analisi condotta da Karl Marx ne Il Capitale
4 il progresso tecnologico è posto in posizione centrale 5 , tanto che il filosofo
tedesco individua tra le radici stesse dell’affermazione del sistema di
produzione capitalistico la capacità di quest’ultimo di fornire solidi incentivi
alla generazione di nuove tecnologie ed alla loro diffusione.
A partire dal 1870 l’interesse degli economisti per lo studio del
progresso tecnologico subisce però una sostanziale battuta d’arresto. Con
l’affermarsi dell’approccio neoclassico e della rivoluzione marginalista
l’obiettivo principale degli economisti diviene quello di determinare le
condizioni per l’esistenza di un equilibrio statico in un’economia
concorrenziale nella quale la tecnologia è assunta come data. La teoria
economica dominante cessa dunque di occuparsi della crescita economica di
lungo periodo e delle sue fonti, argomento la cui importanza verrà riscoperta
dalla scuola neoclassica solo nel secondo dopoguerra.
Una notevole eccezione è costituita dal lavoro di Joseph Schumpeter
che, già a partire dai primi anni del ventesimo secolo, raccoglie in qualche
modo l’eredità degli autori classici. Sin dalle prime opere 6 l’economista
austriaco riporta l’attenzione dell’analisi economica sullo sviluppo di lungo
periodo. Egli intende questo fenomeno come un processo di trasformazione
strutturale del sistema economico che, in assenza di fattori di mutamento,
riprodurrebbe esclusivamente se stesso in un flusso circolare e stazionario.
A introdurre il cambiamento all’interno di questo flusso circolare e dunque
a portare allo sviluppo è la capacità dell’imprenditore di generare
innovazioni, intese come nuove combinazioni dei fattori produttivi per
realizzare nuovi beni o modificare i processi per la produzione di beni

3
Cfr. Pavitt (1988).
4
Cfr. Marx (1970).
5
Per una discussione completa sull’argomento si veda Rosenberg (1982), pp. 57-78.
6
Cfr. Schumpeter (1912).

14
esistenti. Dal momento che nella visione schumpeteriana lo sviluppo
economico dipende da un mutamento qualitativo del sistema produttivo
innescato dall’innovazione, questo tipo di approccio rappresenta una
profonda rottura rispetto alla teoria marginalista, più incline invece a
sottolinearne i mutamenti quantitativi, come è ben testimoniato da una
celebre metafora dell’autore: “sommando un numero grande a piacere di
carrozze postali, non si otterrà mai una ferrovia” 7 . La critica di Schumpeter
alla teoria neoclassica e la sua riflessione sull’importanza dell’innovazione
pervadono tutta la sua opera. In un testo della fase più matura, Capitalism,
Socialism and Democracy, 8 attacca i fondamenti stessi della microeconomia
neoclassica, asserendo che la logica che porta a considerare la concorrenza
come regolata esclusivamente dalle politiche di prezzo in un contesto statico
vada piuttosto sostituita da una in cui sono il progresso tecnologico e
l’innovazione a costituire il principale strumento di competizione. Nel
processo che l’autore definisce di distruzione creatrice 9 le imprese che
innovano sopravvivono e lo fanno a spese delle concorrenti che scompaiono.
Con la seconda metà degli anni ’50 anche la teoria economica
dominante, pur non facendo proprio il discorso schumpeteriano, torna ad
occuparsi della crescita economica di lungo periodo e delle sue cause. Sin
dalle prime ricerche di natura empirica condotte da importanti studiosi
dell’argomento, tra cui Edward Denison, Moses Abramovitz e John
Kendrick, viene riconosciuto come il progresso tecnologico svolga un ruolo di
primaria importanza nel generare sviluppo, ipotesi che ottiene poi una
solida base teorica grazie al modello proposto da Robert Solow in Technical
Change and the Aggregate Production Function” 10 . Sebbene il modello di
sviluppo neoclassico goda di un’immediata popolarità tra i ricercatori e dia il
là ad un cospicuo numero di studi empirici finalizzati alla misurazione
dell’importanza relativa dei fattori di produzione nel determinare la crescita

7
Cfr. Schumpeter (1935), p.4.
8
Cfr. Schumpeter (1942).
9
Cfr. Ivi.
10
Cfr. Solow (1957).

15
di un’economia, offre il fianco a critiche sostanziali relative al modo in cui
viene considerata la tecnologia. In primo luogo poiché, pur riconoscendo il
progresso tecnologico tra le fonti di sviluppo, considera l’accumulazione di
capitale come causa principale della crescita economica, mentre assume il
progresso tecnologico stesso esclusivamente come “fattore esplicativo di
ultima istanza” 11 e del tutto esogeno rispetto al sistema, in cui giunge come
manna dal cielo. Si ricorre dunque al progresso tecnologico come spiegazione
solo quando le altre variabili della funzione di produzione (capitale e lavoro)
non riescono a giustificarla e non si indaga ulteriormente quali ne siano le
origini. In secondo luogo risulta poco realistico il fatto che,
nell’interpretazione soloviana, “la tecnologia sia considerata un bene
pubblico, qualcosa a cui tutti possono accedere senza alcun costo” 12 . La
conoscenza tecnologica potrebbe quindi essere trasmessa in maniera
immediata, sia tra imprese che tra paesi indipendentemente dalla loro
storia pregressa, e dal loro livello di sviluppo. A questa supposizione fa
seguito l’ipotesi detta di convergenza assoluta secondo cui, ferma l’ipotesi di
rendimenti decrescenti dei fattori, ci si dovrebbe attendere che i divari tra
paesi ricchi e paesi poveri, in termini di reddito pro capite, si riducano
progressivamente sino a scomparire nel lunghissimo periodo.
La comprensibile insoddisfazione verso il modello di crescita
neoclassico ha portato nel corso degli anni ’80 alla nascita di due nuovi
filoni di ricerca nell’analisi del rapporto tra progresso tecnologico e sviluppo
economico: le teorie evolutive 13 e le nuove teorie della crescita 14 (teorie della
crescita endogena). In questa sede non vi è lo spazio per un’analisi
approfondita delle due scuole di pensiero e delle loro differenze 15 , anche
sostanziali dal punto di vista del metodo e dei fondamenti teorici che ne

11
Cfr. Verspagen (2005) p. 494.
12
Cfr. Fagerberg (1994) p. 1151.
13
Per la definizione di teorie evolutive si segue qui Castellacci (2007). Tale etichetta include quattro
filoni teorici: neo-schumpeteriano (Freeman, Soete,Perez,Dosi), gap tecnologico (Fagerberg), modelli
evolutivi formali (Nelson e Winter), approccio del National System of Innovation (Lundvall, Nelson,
Freeman).
14
Per una trattazione completa si veda ad esempio Aghion e Howitt ( 1998).
15
Cfr. Castellacci (2007).

16
stanno alla base, tuttavia due elementi sono degni di nota. In primo luogo il
moltiplicarsi degli studi e delle teorie dedicate all’argomento testimonia il
definitivo riconoscimento nella teoria economica dell’esistenza di una
relazione positiva tra sviluppo economico e progresso tecnologico, dovuto
anche all’osservazione empirica di una realtà come quella del secondo dopo
guerra in cui le innovazione tecnologiche ed organizzative hanno giocato un
ruolo sempre più determinante. In secondo luogo è interessante notare come
tra i due filoni di ricerca vi siano delle aree di convergenza. Entrambi gli
approcci non mancano di sottolineare e fornire spiegazioni alternative agli
aspetti meno convincenti del modello soloviano. In primo luogo perchè,
traendo ambedue principale fonte di ispirazione dall’insegnamento
schumpeteriano, individuano nell’innovazione piuttosto che
nell’accumulazione di capitale la causa principale della crescita economica.
Vista la centralità del progresso tecnologico entrambi i filoni non ne
accettano la provenienza esogena rispetto al sistema economico ma cercano
di spiegarne l’origine. Un ruolo di primo piano viene attribuito in questo
processo agli sforzi profusi nel settore della Ricerca e Sviluppo o più in
generale all’attenzione dedicata allo sviluppo di un sistema di innovazione
nazionale (o regionale) efficiente.
La conoscenza tecnologica non viene poi considerata un bene pubblico
puro come suggerito da Solow, quanto piuttosto come un bene peculiare. Se
da un lato in fatti ha alcune caratteristiche in comune con il bene pubblico
quali la non rivalità e la non escludibilità, dall’altro mostra alcuni connotati
tipici del bene proprietario. Ciò è dovuto al fatto che spesso la conoscenza
tecnologica ha delle componenti tacite che non possono essere assimilate
efficacemente se non attraverso un processo di apprendimento cumulativo
che implica dei costi in termini di tempo e di risorse impiegate. La parziale
natura proprietaria della conoscenza tecnologica spiega l’incentivo ad
innovare poiché rende possibile all’impresa che produce, o sfrutta per prima,
la nuova conoscenza tecnologica di appropriarsi, almeno temporaneamente,
dei frutti del progresso tecnico nella forma di profitti monopolistici. La

17
componente non rivale consente invece che i vantaggi derivanti
dall’innovazione non restino confinati a tempo indeterminato in una singola
organizzazione ma permette che si propaghino ad altre imprese all’interno
della stessa economia, o anche all’esterno di essa, purché queste dedichino
sufficienti risorse all’assorbimento della nuova conoscenza.
Queste differenze fondamentali rispetto al modello di crescita
neoclassico portano a delle conseguenze teoriche relativamente distanti
rispetto all’ipotesi della convergenza assoluta. Poiché il progresso
tecnologico e l’innovazione vengono considerate il vero motore dello sviluppo
e sono ipotizzate come endogene rispetto al sistema economico, si prevede
che i paesi che investono in maniera maggiore nell’attività di ricerca e nelle
politiche di stimolo dell’innovazione crescano più velocemente di quelli in
cui tale investimento è limitato. Se a questa ipotesi si associa anche il fatto
che il trasferimento tecnologico tra diverse economie non si configura come
un processo immediato e senza costi, ma come un fenomeno dipendente
dalla capacità di un paese di assorbire e diffondere nuove conoscenze al suo
interno, risulta chiaro come l’ipotesi di convergenza del modello neo-classico
possa essere disattesa. Le possibilità di convergenza sono dunque
subordinate allo sviluppo da parte di un paese più povero di un’adeguata
capacità di assorbimento e diffusione delle tecnologie provenienti dalla
frontiera. Questa interpretazione ha indubbiamente il merito di avvicinarsi
di più a ciò che è avvenuto ed avviene nella realtà: basti pensare al fatto che
negli ultimi due secoli il divario nel livello dei redditi pro capite tra il paese
più ricco ed il più povero del globo è passato approssimativamente dal 4,5 a
1 del 1820 ad uno sconcertante 125 a 1 del 2008 16 .
A dispetto di questo trend di lungo periodo verso la divergenza la
storia offre comunque numerosi esempi di paesi inizialmente in condizione
di arretratezza che, in periodi differenti, sono riusciti a invertire la tendenza

16
Elaborazione su dati Maddison (2009). Il paese più povero nel 1820 era il Sud Africa, quello più ricco i
Paesi Bassi. Nel 2008 il paese più povero era invece la Repubblica Democratica del Congo, mentre il più
ricco erano gli Stati Uniti d’America.

18
e a ridurre il divario in termini di reddito pro capite con i paesi più ricchi.
Un restringimento del gap tra paesi leader e paesi follower rimane dunque
possibile ma non si tratta di un trend di lungo periodo globale ed
automatico come previsto dall’ipotesi di convergenza assoluta ma piuttosto
della capacità di un singolo paese o di un gruppo di avviare un processo di
recupero a cui solitamente ci si riferisce con termine di catch up. Di capitale
importanza è quindi comprendere quali siano i fattori che permettono il
successo in un simile processo. A conclusione di questa breve introduzione
sul legame tra progresso tecnologico e sviluppo economico ci pare scontato
attribuire un ruolo fondamentale e analizzare più in profondità la rilevanza
della variabile tecnologica e innovativa nei processi di sviluppo tardivo.

1 La visione “tradizionale” del ruolo della tecnologia e dell’innovazione nei


processi di catch-up
Come è stato sottolineato nella parte conclusiva del paragrafo
precedente le teorie economiche sullo sviluppo di lungo periodo oggi
dominanti hanno riconosciuto come il livello di progresso tecnologico possa
essere utilizzato come fattore esplicativo per le differenze in termini di tassi
di crescita e di livelli di reddito tra i diversi paesi a livello globale. Una delle
analisi empiriche più importanti sulla consistenza di questa relazione è
quella realizzata sul finire degli anni ottanta da Jan Fagerberg 17 , in cui
l’economista norvegese propose di studiare i differenziali nei tassi di crescita
secondo un metodo definito come approccio del gap tecnologico. Le ipotesi
basilari di questo approccio sono molto semplici. In primo luogo si suppone
che esista una relazione stretta ed individuabile statisticamente tra il livello
di sviluppo tecnologico ed il livello di sviluppo economico di un paese. In
secondo luogo si ritiene che il tasso di crescita di un’economia sia
positivamente influenzato dal tasso di crescita del livello tecnologico
dell’economia stessa. Fagerberg testò econometricamente le due

17
Cfr. Fagerberg (1988) .

19
supposizioni per 25 paesi su un periodo di tempo di circa vent’anni (1960-
1983), utilizzando come indici per lo sviluppo tecnologico o dell’attività
innovativa una misura di input quale la spesa in Ricerca e Sviluppo in
percentuale del PIL ed una di output come la dimensione dell’attività
brevettuale, e come indice di sviluppo economico nazionale il PIL pro capite
e le sue variazioni annuali. I risultati dell’analisi statistica confermarono
entrambe le supposizioni dell’autore. Ai fini del nostro lavoro sono molto
importanti le deduzioni logiche che si possono trarre dalla correttezza di tali
ipotesi. Se infatti il livello tecnologico di un paese influenza il suo tasso di
crescita allora per uno stato che si trova in una situazione economicamente
svantaggiata è possibile aumentare il proprio tasso di sviluppo accrescendo
in qualche modo le proprie potenzialità tecnologiche. La capacità di un paese
di avviare un processo di catch up, che può essere definito come il
restringimento del divario di produttività e reddito nei confronti dei paesi
più ricchi e generalmente di più antica industrializzazione, risulta dunque
profondamente connessa alle problematiche concernenti il progresso
tecnologico e l’innovazione.
Come abbiamo detto esiste una netta differenza tra ciò che si intende
per convergenza e ciò che invece viene definito come catch up. Se la teoria
economica pura passata brevemente in rassegna nell’introduzione si
concentra sul primo fenomeno, numerose sono state anche le analisi
dedicate ai processi di sviluppo tardivo nel ventesimo secolo. Sebbene
questo tipo di letteratura si sia concentrata prevalentemente
sull’osservazione empirica di casi specifici, quali ad esempio il recupero
economico precedente alla Grande Guerra di alcune potenze europee nei
confronti della Gran Bretagna 18 , oppure quello di diversi paesi Asiatici
nella seconda metà del XX secolo rispetto all’economia statunitense 19 , ed
abbia seguito un approccio storico economico piuttosto che uno teorico
formale, il suo contributo ha apportato delle intuizioni fondamentali per la

18
Cfr. Veblen (1915), Gerschenkron (1962).
19
Cfr. Odagiri e Goto (1996), Kim (1997).

20
comprensione di tali processi. Una delle più importanti e condivise, di cui
discuteremo nel corso del capitolo, è relativa alla variabile tecnologica: per
un paese follower partire da una condizione di arretratezza in termini
economici e tecnologici rispetto ai paesi leader sulla frontiera
dell’innovazione può non costituire un handicap ma può anzi rappresentare
un vantaggio.

1.1 I vantaggi dell’arretratezza economica relativa ed il ruolo della


tecnologia nei processi di sviluppo tardivo. L’esperienza Europea.
L’ipotesi centrale di ogni analisi sui processi di sviluppo tardivo è la
seguente: essere in una condizione di arretratezza economica e tecnologica
porta con sé il potenziale per un rapido sviluppo. Ciò è reso possibile, in
primo luogo, dal fatto che un paese tecnologicamente arretrato ha la
possibilità di disporre di nuova tecnologia non solo inventandola ex novo ma
anche trasferendola da un paese più avanzato ed imitandola. Un’economia
late comer può dunque beneficiare degli aumenti di produttività innescati
dall’utilizzo di una nuova tecnologia senza condividere i costi e i rischi
connessi al suo sviluppo. La possibilità di beneficiare di un rapido progresso
tecnologico non è l’unico vantaggio di cui gode un paese che avvia il processo
di industrializzazione in ritardo. Si pensi ad esempio all’abbondanza di
manodopera a basso costo che può essere trasferita da settori dell’economia
come l’agricoltura, in cui la produttività è bassa, ai settori più moderni ed
in espansione, quali l’industria ed i servizi, dove la produttività è più alta.
Tuttavia in questo studio la nostra attenzione si concentrerà in principal
modo sul ruolo giocato dal progresso tecnologico in tali processi.
Il primo a comprendere che l’accelerazione del cambiamento
tecnologico a livello globale stava offrendo nuove possibilità per lo sviluppo
delle economie late comer fu Thorstein Veblen 20 . Egli già all’inizio del
ventesimo secolo, osservando attentamente il recupero economico della

20
Cfr. Veblen (1915).

21
Germania nei confronti della Gran Bretagna prima della Grande Guerra,
intuì che, mentre prima della Rivoluzione Industriale la conoscenza
tecnologica era principalmente incorporata nelle persone, l’avvento della
meccanica aveva portato ad una sua maggiore codificazione dal momento
che permetteva di incorporarla in forma definitiva nelle macchine. Poiché
secondo Veblen questa codificazione consentiva una pressoché immediata
diffusione della conoscenza tecnologica da un’economia all’altra, l’avvio di un
processo di catch-up per un paese tecnologicamente arretrato risultava
relativamente semplice. Recuperare terreno nei confronti dei leader
economici veniva infatti considerato in questa impostazione un fatto quasi
automatico, subordinato esclusivamente alla disponibilità di risorse da
investire nelle tecnologie più avanzate sviluppate dai paesi sulla frontiera.
Non a caso Veblen riteneva che al recupero tedesco avrebbero fatto seguito
quelli di altri paesi europei come Italia, Francia e Russia ed anche extra
europei, da notare come tra questi ultimi mettesse anche il Giappone.
Una prospettiva differente venne offerta mezzo secolo dopo da
Alexander Gerschenkron 21 . Nonostante lo storico economico di origine russa
sia spesso etichettato come lo scopritore dei vantaggi derivanti
dall’arretratezza economica relativa, egli fu ben lontano dal ritenere i
processi di sviluppo tardivo come semplici ed automatici. Anche nella sua
analisi veniva riconosciuto un ruolo fondamentale alla diffusione della
conoscenza tecnologica dai paesi leader ai follower ed anzi egli pose un
accento particolare su questo punto ritenendo che per le economie follower
fosse di capitale importanza concentrare i propri sforzi sull’acquisizione e
l’imitazione delle tecnologie più avanzate utilizzate dalle industrie in più
rapida crescita nei paesi leader. Tuttavia egli credeva che avviare un
processo di catch-up fosse tutt’altro che un’impresa facile proprio per le
difficoltà insite nel trasferimento delle conoscenze tecnologiche. Secondo
Gerschenkron, infatti, la diffusione tecnologica per essere efficace

21
Cfr. Gerschenkron (1962).

22
necessitava di una dotazione di capacità e di infrastrutture nel paese
destinatario che le forze di mercato non avrebbero potuto fornire
autonomamente. A compensare tale mancanza avrebbero dovuto provvedere
“strumenti di carattere istituzionale e la diffusione di ideologie
particolarmente favorevoli all’industrializzazione” 22 . Dunque il successo di
un paese nell’avviare il catch up nella visione di Gerschenkron è tutto
fuorché un fatto scontato, l’arretratezza tecnologica rappresenta sì un
potenziale per il rapido sviluppo di un’economia late comer, ma riuscire a
sfruttare tale potenziale comporta molteplici problemi la cui soluzione non è
necessariamente a portata di mano.
Sulla stessa linea di Gerschenkron si colloca l’opera di Moses
Abramovitz 23 , realizzata osservando il recupero economico di alcuni paesi
europei nei confronti degli Stati Uniti tra il 1950 ed il 1975. Anch’egli vede
nel gap tecnologico intercorrente tra un paese follower ed i leader tecnologici
un elevato potenziale per lo sviluppo. Come Gerschenkron ritiene anche che
tale potenziale non costituisca però condizione sufficiente per l’avvio del
processo di catch-up. L’obiettivo del suo lavoro è dunque quello di spiegare le
ragioni per cui alcuni paesi siano riusciti in determinati periodi storici a
sfruttare i vantaggi dell’arretratezza economica e ad avviare il recupero nei
confronti dei leader mentre altri continuino a perdere terreno. Abramovitz
suggerisce che tali differenze possano essere spiegate con l’aiuto di due
concetti: Technological Congruence 24 e Social Capability 25 . Il primo si
riferisce al grado di corrispondenza esistente tra il leader ed il follower per
alcune caratteristiche, quali dimensioni del mercato, la domanda dei
consumatori, la dotazione dei fattori produttivi e di risorse naturali.
Maggiore la congruenza tra i due, più probabile sarà che una tecnologia che
funziona nel primo possa essere trasferita efficacemente nel secondo. Un
esempio classico è quello della produzione di massa caratteristica del

22
Gerschenkron (1962), p. 12.
23
Cfr. Abramovitz (1986).
24
Cfr. Abramovitz e David (1995).
25
Cfr. Abramovitz (1991)

23
modello fordista di sviluppo. Questa modalità produttiva, poiché si basa su
forti economie di scala e necessita di un mercato vasto ed omogeneo, si
sarebbe diffusa in Europa con un ritardo di quasi mezzo secolo sugli Stati
Uniti semplicemente perché nel corso della prima metà del Novecento nel
Vecchio Continente non vi erano le condizioni per il suo impiego profittevole.
I mercati europei erano troppo piccoli e frazionati per rendere scalabile la
produzione. Il secondo concetto si riferisce invece ad un insieme di sforzi e
capacità che un’economia late comer deve sviluppare per facilitare
l’assorbimento e la diffusione della tecnologia rilevante per mettere in moto
il processo di catch-up. Tra questi rientrano il miglioramento del livello del
capitale umano attraverso le politiche per l’educazione, la creazione di
infrastrutture adeguate, la presenza di un sistema finanziario efficiente ed
in grado di garantire le risorse necessarie all’industrializzazione e più in
generale la creazione di capacità tecnologiche attraverso un opportuno
investimento nelle attività di Ricerca e Sviluppo. Nelle parole di
Abramovitz “il potenziale di crescita rapida di un paese è forte non quando
questo è arretrato senza alcun requisito ma quando è arretrato
tecnologicamente ma socialmente avanzato” 26 . Nel corso degli ultimi
vent’anni sono stati sviluppati numerosi approcci simili a quello di
Abramovitz. Basti pensare all’applicazione del concetto del National System
of Innovation 27 ai processi di catch-up suggerito da Freeman 28 e Kitanovic 29
o alla nozione di capacità di assorbimento, proposta da Cohen e Levinthal, a
cui fa riferimento anche un recente studio della Word Bank 30 , nel valutare
l’abilità di un paese nel diffondere al suo interno tecnologie straniere nuove
per il mercato locale.
Dopo questa seppur breve analisi di alcuni dei più importanti
contributi dedicati all’esperienza europea di catching up nel ventesimo
secolo ci preme mettere in luce due elementi comuni e centrali per lo

26
Cfr. Abramovitz (1986), p. 388.
27
Cfr. Lundvall (1992) , Nelson (1993).
28
Cfr. Freeman (2002).
29
Cfr. Kitanovic (2005).

24
sviluppo del lavoro che emergono in queste impostazioni e che potremmo
definire come visione tradizionale del ruolo della conoscenza tecnologica nei
processi di catch up. In primo luogo, come si è detto, la tecnologia è vista
come elemento chiave nei processi di sviluppo tardivo. Ciò nonostante un
paese follone, per poter sfruttare il potenziale della sua arretratezza
tecnologica, non deve tentare di produrre a sua volta conoscenza ma si deve
preoccupare esclusivamente di assorbire, imitare ed al massimo adattare la
tecnologia proveniente dall’estero. L’innovazione viene trascurata da questo
filone di letteratura. Non è considerata come uno strumento utile al processo
di recupero economico poiché non rientrerebbe nelle possibilità di un paese
late comer. In secondo luogo l’impostazione risulta essere quasi sempre di
tipo macroeconomico. Le analisi prese in considerazione sinora, sia quando
descrivono la realtà empirica di un caso specifico, sia quando cercano di
elaborare modelli teorici applicabili in diversi contesti, si concentrano su ciò
che il sistema economico a livello aggregato, o più in generale un sistema
paese, abbia fatto o debba fare a livello di policy per accelerare la diffusione
tecnologica ed avviare il processo di catch-up. Minore attenzione è stata
dedicata ai principali destinatari di queste politiche, le imprese.

1.1.2 L’esperienza Est-asiatica. L’innovazione e l’impresa.


Un parziale cambiamento di approccio si può riscontrare negli studi
che descrivono i processi di sviluppo tardivo avvenuti in Asia ed in
particolar modo prima in Giappone e poi in Corea del Sud. In queste
analisi 31 l’impostazione macro non viene abbandonata ed anzi viene
sottolineata l’importanza di una visione sistemica che dedichi specifica
attenzione ai fattori storici ed istituzionali nell’individuare gli elementi
critici per il successo del processo di catch up. Soprattutto viene evidenziata
la centralità del ruolo del settore pubblico per l’edificazione delle capacità e
delle infrastrutture necessarie ad assorbire e padroneggiare la conoscenza e

30
Cfr. World Bank (2008).
31
Cfr. Odagiri e Goto (1996), Kim (1997).

25
le tecnologie provenienti dall’estero. Basti pensare in tal senso ad alcune
caratteristiche dell’esperienza asiatica messe in evidenza in questo tipo di
indagini. In primo luogo vi sono le politiche commerciali per promuovere
l’industria domestica e l’adozione di nuove tecnologie, quali le restrizioni
all’importazione di alcune categorie di beni, i sussidi all’esportazione ed il
credito guidato 32 . In secondo luogo vi è la grande enfasi posta sia sulla
formazione del capitale umano, realizzata attraverso un deciso intervento
statale per aumentare i tassi di scolarità ad ogni livello di istruzione e per
indirizzare gli studenti verso le discipline tecnico-scientifiche (soprattutto
ingegneristiche), sia sullo sviluppo delle potenzialità tecnologiche, ottenute
grazie all’accelerazione degli investimenti in Ricerca e Sviluppo a livello
pubblico ed incentivando la spesa in R&S anche a livello privato. Non è un
caso che ancora oggi, nonostante i tassi di crescita di Giappone e Corea del
Sud siano tornati su dimensioni meno entusiasmanti, i due paesi siano
sempre tra i primi nella speciale classifica dell’investimento in Ricerca e
Sviluppo in percentuale del PIL, rispettivamente con il 3,4 ed il 3,2 per
cento, valori tripli rispetto ad esempio a quello dell’Italia 33 . Infine, molto
rilievo nella capacità di assorbimento delle conoscenze tecnologiche
provenienti dall’estero hanno avuto le politiche industriali che hanno
consentito ai rispettivi tessuti industriali di effettuare un “graduale ma
continuo avanzamento tecnologico e […] continue riconversioni verso settori
via via più moderni” 34 . L’esempio più rilevante in tal senso è sicuramente
quello del MITI (Ministero del Commercio Estero e dell’Industria) in
Giappone. Secondo molti 35 le politiche portate avanti da tale ministero,
permettendo la cooperazione tra settore pubblico ed impresa privata e
l’importazione di tecnologia straniera a basso costo, sono infatti tra le
principali responsabili della rapida crescita giapponese nel dopoguerra e del
progressivo upgrading tecnologico delle sue industrie.

32
Per il caso coreano si veda anche Lall (2000), p. 56.
33
Cfr. Worl Bank ( 2009).
34
Cfr. Valli (2005), p. 150.
35
Cfr. Johnson (1982).

26
Sebbene dunque l’approccio macro non sia stato tralasciato nello
studio dell’esperienza asiatica di catching-up, tale livello di analisi non è
l’unico adottato per comprenderla. Una delle principali differenze rispetto ai
lavori visti nel paragrafo precedente sta proprio nel fatto che il livello macro
è sì studiato in maniera approfondita, ma con la finalità di aiutare la
comprensione dei fenomeni di apprendimento tecnologico che avvengono a
livello microeconomico. La metafora automobilistica, utilizzata da Linsu
Kim nell’introduzione di uno dei suoi lavori 36 per descrivere le
caratteristiche dello straordinario sviluppo economico coreano, rende l’idea
di quanto sia importante l’impresa come livello d’analisi in questo tipo di
approccio. Se infatti si guarda alla crescita economica come ad una
macchina in corsa, secondo Kim, il governo ha il compito di reggere il
volante e di pensare al carburante ma il motore che fa muovere il veicolo è
costituito dall’impresa. E’ da essa che scaturiscono i cambiamenti nei
processi produttivi e nei prodotti, motivati dalla volontà di sopravvivere e di
crescere su un mercato concorrenziale. Nella visione di Kim sono quindi
sempre le imprese a determinare il livello di competitività internazionale di
un’economia e il ritmo a cui essa cresce.
Se il motore dello sviluppo è l’impresa e a metterlo in moto è il
progresso tecnologico, nei processi di catch up diventa di particolare
rilevanza capire come si svolgono le dinamiche dell’apprendimento
tecnologico a livello microeconomico, come un’impresa assimili o abbandoni
determinate tecniche produttive in risposta a cambiamenti nelle dotazioni
tecnologiche. Analizzando il caso coreano Kim propone un modello di
apprendimento in tre stadi 37 . In una prima fase l’impresa del paese late
comer acquisisce una tecnologia matura da un paese sulla frontiera
tecnologica. In questa fase non è richiesto un investimento specifico
considerevole in R&S, dal momento che per le imprese non è necessario

36
Kim (1997), p.15.
37
Un approccio simile è presente anche in Odagiri e Goto (1996). Nel modello dei due autori nipponici
l’impresa attraversa però le seguenti fasi: importazione della tecnologia, apprendimento / adattamento/
assimilazione, R&S condotta in casa.

27
produrre nuova conoscenza ma gli basta replicare ed al massimo adattare la
tecnologia importata. Il processo imitativo non è comunque un fatto del tutto
immediato poiché implica lo sviluppo all’interno dell’azienda di alcune
capacità quali l’abilità nel saper individuare la tecnologia appropriata alle
caratteristiche sia del paese che dell’impresa, la competenza nel negoziare il
suo trasferimento e, soprattutto, la capacità di apprendere il funzionamento
della nuova tecnologia grazie ai processi di reverse engineer. Quando
un’impresa ha successo nello stadio dell’imitazione significa che è riuscita ad
acquisire anche una serie di conoscenze che sono fondamentali per il
passaggio allo stadio successivo, quello dell’imitazione creativa. In questa
fase le imprese cominciano a sviluppare capacità di progettazione dei
prodotti e di gestione dei processi e destinano risorse crescenti alle attività
di Ricerca e Sviluppo. Nell’ultima fase la R&S condotta internamente
assume sempre maggiore importanza, l’impresa approda così alla fase
dell’innovazione e della produzione di nuova conoscenza. Simile all’approccio
di Kim è quello proposto da Mike Hobday 38 , anch’egli propone un modello
lineare in tre fasi derivato dall’osservazione dell’industria coreana e
taiwanese. Il primo stadio è quello dell’Original Equipment Manufacturing
(OEM), in cui le imprese dei paesi late comer, sfruttando il basso costo della
manodopera, assemblano prodotti standardizzati solitamente per una
multinazionale straniera che li commercializza poi nel resto del mondo con il
proprio marchio. Nella seconda fase, denominata di Original Design
Manufacturing (ODM), le imprese late comer sviluppano capacità di
progettazione dei prodotti e di sviluppo dei processi ma i prodotti continuano
ad essere commercializzati con il brand della multinazionale appaltatrice.
Nell’ultima fase, quella del Own Brand Manufacturing (OBM), l’impresa
locale conduce in prima persona la Ricerca e Sviluppo necessaria alla
progettazione di nuovi prodotti, commercializzati con il proprio brand.
Come abbiamo visto le analisi che si occupano dell’esperienza asiatica
di catch up presentano alcune novità rispetto a quelle dedicate alla vicenda

38
Cfr. Hobday (2001).

28
europea. Nel titolare questo paragrafo abbiamo voluto mettere in luce come
a nostro avviso i cambiamenti maggiori riguardino da un lato il livello di
analisi che dedica maggiore attenzione all’impresa ed ai processi di
upgrading tecnologico che avvengono al suo interno e dall’altro il fatto che,
proprio nel considerare tali processi di apprendimento, si cominci a parlare
di innovazione nella letteratura sui processi di catch up. Le linee
fondamentali restano tuttavia molto simili a quelle della visione
tradizionale. In entrambe le impostazioni l’arretratezza economica e
tecnologica rappresenta un enorme potenziale per un rapido sviluppo che
può essere sfruttato grazie all’acquisizione di conoscenze tecnologiche
provenienti dai paesi leader ed alla costruzione di un ambiente adeguato
alla loro diffusione. Anche in questo caso la capacità innovativa, sebbene
inclusa nel discorso, non viene considerata come uno strumento utile per il
processo di catch up. Nelle prime fasi di tale processo le imprese dei paesi
follower devono infatti concentrarsi sull’acquisizione e sull’adattamento di
tecnologie già esistenti piuttosto che sulla produzione di nuova conoscenza.
La fase dell’innovazione è raggiungibile esclusivamente quando il gap con i
paesi industrializzati viene ridotto al minimo e si configura dunque più
come un’auspicabile conseguenza del processo di sviluppo tardivo che come
una delle sue cause. A ciò è profondamente connesso un altro elemento che
ci preme mettere in rilievo in relazione ai modelli brevemente presentati
sopra: si tratta di modelli chiusi 39 . Le imprese dei paesi late comer, in
particolar modo di Giappone e Corea del Sud, importano tecnologia
straniera da multinazionali estere ma non innovano con loro. Dopo una
prima fase dedicata all’assorbimento delle tecniche produttive focalizzano
in maniera crescente l’attenzione sull’attività di R&S intra muros e cercano
di sviluppare le capacità necessarie a migliorare gradualmente le tecnologie
mature importate. Se il processo di upgrading tecnologico comincia con un
input proveniente dall’estero, come il trasferimento di una nuova tecnologia
o di una particolare conoscenza, alla fase di innovazione si arriva

39
Cfr. Liu ( 2005), p. 8.

29
esclusivamente attraverso un percorso endogeno, sia rispetto all’impresa che
rispetto al paese in cui l’impresa è situata. I nuovi prodotti ed i nuovi
processi produttivi sono pensati, progettati e costruiti in-house e fanno poco
affidamento su tecnologie estere.
Proprio questi due fattori, la centralità del processo di apprendimento
graduale e l’attenzione per lo sviluppo di potenzialità tecnologiche endogene
indipendenti, sono stati giustamente ritenuti alcuni tra i principali punti di
forza del modello di sviluppo asiatico. Visto il successo di tale modello, molti
degli studi citati hanno preso in esame la sua adattabilità ad altri contesti di
paesi emergenti o in via di sviluppo. Fatta salva l’importanza della
creazione di capitale umano, l’edificazione di un sistema che supporti la
diffusione e l’accesso a nuove tecnologie, tuttavia è generalmente
riconosciuto il fatto che “non vi sia un unico ed ottimo sentiero di sviluppo.
Che vi siano numerose strategie alternative possibili, dipendenti dagli
obiettivi di ciascun paese e dalle caratteristiche delle loro economie” 40 .
Questo ragionamento a nostro avviso può e deve essere allargato alle
caratteristiche assunte dal sistema economico a livello globale nel momento
in cui un paese imbocca il sentiero dello sviluppo tardivo. Le condizioni che
determinano il successo, o anche solo le possibilità di avvio, di un processo di
catch up mutano quindi insieme all’ambiente economico e tecnologico
globale. L’ipotesi che verrà sviluppata nel resto del capitolo è che le
trasformazioni tecno-economiche registrate negli ultimi vent’anni, in primo
luogo il passaggio da un’economia industriale ad un’economia sempre più
basata sulla conoscenza e sull’information technology, abbiano modificato in
maniera drastica, e per certi versi abbiano solo cominciato a farlo, le
caratterisitiche del sistema economico globale e con esso le condizioni per
l’avvio dello sviluppo tardivo nei paesi follower. L’accelerazione del processo
di globalizzazione sia a livello produttivo che di creazione della conoscenza,
la maggiore disponibilità e velocità nella trasmissione delle informazioni e

40
Lall (2000), p. 62.

30
di ogni tipo di conoscenza codificabile, la crescente importanza assunta dalla
collaborazione a diversi livelli della catena del valore sono solo alcune delle
novità apportate dall’affermarsi del nuovo paradigma. Le condizioni che
hanno consentito il successo di un modello di sviluppo relativamente chiuso
come quello giapponese o coreano sembrano svanire velocemente nel nuovo
contesto. Non solo, probabilmente non si procede a molta distanza dalla
realtà nell’affermare che le condizioni che hanno consentito il catch-up di
Corea e Giappone siano più simili a quelle dell’inizio del XX secolo rispetto a
quelle che oggi si prospettano e si prospetteranno nel prossimo futuro ai
paesi follower.

2 Mutamento della relazione tra scienza, tecnologia e innovazione ed


implicazioni per i processi di catch-up
Alcuni tra i più importanti studiosi del rapporto intercorrente tra
cambiamento tecnologico ed economia, appartenenti principalmente alla
corrente teorica neo-schumpeteriana 41 , hanno sottolineato come le
caratteristiche e la velocità dello sviluppo economico nell’era industriale
siano state segnate da alcune innovazioni tecnologiche fondamentali 42 .
Queste innovazioni radicali, definite come vere e proprie rivoluzioni
tecnologiche hanno dato il via al dispiegamento di diversi paradigmi tecno-
economici nei quali la struttura del sistema produttivo è stata
drasticamente modificata dalla nascita di nuove industrie e dal
ringiovanimento del resto del sistema produttivo in virtù della diffusione
dell’innovazione alle industrie esistenti. Secondo questa impostazione non si
dovrebbe parlare di una singola Rivoluzione Industriale ma di più
rivoluzioni industriali successive, coincidenti con la comparsa di sistemi
tecnologici differenti che hanno posto le basi per una crescita economica ad

41
In particolar modo Freeman, Soete, Perez, Dosi, Louça.
42
Questo concetto ha degli elementi in comune con quello di General Purpose Technologies sviluppato
da Elan Helpman nel contesto delle nuova teoria della crescita. Cfr. Helpman (1998).

31
ondate. Christopher Freeman e Luc Soete 43 riconoscono la manifestazione di
cinque sistemi tecnologici tre la seconda metà del Settecento ed i giorni
nostri, dalla prima rivoluzione industriale basata sulla meccanizzazione
della produzione tessile sino alla ascesa dell’Information and
Communication Technologies (ICT).
Sebbene questo tipo di teorie siano spesso state accusate di un
eccessivo determinismo tecnologico, critiche in qualche caso riconosciute
come legittime dagli autori stessi 44 , se non applicate con eccessiva rigidità
possono risultare molto utili per capire perché alcuni paesi riescano ad
avviare un processo di sviluppo tardivo in determinati periodi storici mentre
altri falliscano. In particolare Carlota Perez, basandosi su questo tipo di
approccio, sostiene la necessità di guardare alle opportunità per lo sviluppo
come ad un “bersaglio in movimento” 45 . Dal momento che ogni paradigma
tecnologico offre diverse “windows of opportunity” 46 per l’avvio di un
processo di catch up in un paese late comer , la comparsa di un nuovo
sistema tecnologico implica un cambiamento anche radicale delle condizioni
necessarie per lo sviluppo. Risulta dunque evidente come un modello
perfettamente funzionante in un determinato contesto possa dimostrarsi
inefficace in un periodo dominato da un paradigma tecno-economico
differente. Le opportunità di sviluppo sorgono e subiscono importanti
mutamenti sulla base delle rivoluzioni tecnologiche che si manifestano sulla
frontiera. Non solo, secondo Perez l’avvento di un nuovo paradigma
costituisce una grande possibilità per i late comer, poiché non avendo avuto
successo nell’adattarsi a sistemi tecnologici precedenti hanno l’occasione di
indirizzare semplicemente i propri sforzi verso nuovi processi di
apprendimento, mentre i paesi o le imprese leader devono preoccuparsi di
disimparare parte delle loro conoscenze e routine per poter padroneggiare
quelle nuove.

43
Cfr.Freeman e Soete(1997), Freeman e Louça (2001).
44
Soete (2008), p.3.
45
Perez (2001), p.110.
46
Cfr. Perez (2001).

32
Cogliere le opportunità offerte dalla novità implica una profonda
comprensione delle caratteristiche e dei mutamenti che il nuovo sistema
porta con sé. Nei paragrafi precedenti abbiamo sottolineato quanto la
conoscenza tecnologica e la sua diffusione sia importante per il buon esito di
un processo di catch up. Riteniamo quindi che sia di particolare importanza
rendersi conto di come, all’interno di differenti paradigmi tecnologici, vi
siano modalità diverse di gestire, generare e diffondere conoscenza
scientifica ed innovazione e che siano in primo luogo tali modalità a
determinare le condizioni a cui può essere avviato il processo di recupero
economico da parte dei late comers. L’epoca attuale è caratterizzata
dall’affermazione di un sistema tecno-economico in cui le tecnologie legate
all’informazione ed alla comunicazione detengono un’importanza crescente
che, secondo molti 47 , è ben lontana dal suo apice. Una delle principali
caratteristiche del radicamento di questo paradigma è l’accelerazione del
processo di globalizzazione. Se tale accelerazione sia una conseguenza
inevitabile della progressiva diffusione dell’ICT, come ipotizzato da Perez 48 ,

o se sia al contrario una delle cause della rapida penetrazione delle nuove
tecnologie, prescinde dallo scopo di questo lavoro. Ciò che però risulta
evidente è che la concomitanza di due fenomeni così rilevanti ha modificato
in maniera drastica le condizioni che governano la produzione, la diffusione
e l’accesso alla conoscenza e all’informazione, con notevoli implicazioni per i
paesi emergenti ed in via di sviluppo.

2.1 Mutamento della relazione tra Ricerca, Innovazione e Sviluppo


economico
Come è stato sottolineato da Dominique Foray e Paul David 49 , con
l’avvento del nuovo paradigma la conoscenza ha assunto un’importanza
crescente per il sistema economico. L’introduzione delle tecnologie basate

47
Cfr. Dosi e Castaldi (2008).
48
Cfr. Perez (2005), p.22.

33
sull’ICT ha, in primo luogo, accelerato la velocità a cui la conoscenza viene
prodotta, accumulata e duplicata, aumentandone la disponibilità e
riducendo il costo del suo trasferimento. Anche alcuni dei canali tradizionali
di diffusione della conoscenza tecnologia a livello internazionale, quali il
commercio e soprattutto gli investimenti diretti esteri (IDE) 50 , hanno subito
un incremento determinante negli ultimi vent’anni. L’accelerazione del
processo di globalizzazione ha infatti portato alla nascita di reti di
produzione globali in cui la produzione di un bene, invece che essere
realizzata interamente nel paese d’origine dell’impresa che lo
commercializza, viene frammentata tra nazioni differenti sulla base della

Figura 1.1: Stock di Investimenti diretti esteri verso i principali paesi emergenti
(mld di dollari)

1400

1200

1000

800

600

400

200

0
1990 1992 1994 1996 1998 2000 2002 2004 2006 2008
Brasile Cina India Messico Russia Totale

Fonte: World Investment Report (2009) 51 .

legge del vantaggio comparato. Tale fenomeno consente una più veloce
diffusione delle conoscenze tecnologiche grazie agli effetti di spillover che
generano esternalità positive per il paese che riceve l’investimento ed è oggi

49
Cfr. Foray e David (2001).
50
Cfr. Keller (2004).
51
Cfr. UNCTAD (2009).

34
in costante crescita per i paesi emergenti, come dimostra il grafico in figura
1.1, relativo agli stock di investimenti diretti esteri destinati verso i
principali paesi emergenti.
Ancora più importante per la diffusione della conoscenza è il fatto che
a partire dagli anni ’90 molte delle più importanti multinazionali a livello
globale abbiano cominciato a delocalizzare non solo le attività di produzione
di beni e servizi ma anche quelle di Ricerca e Sviluppo. Inizialmente queste
decisioni sono state motivate dall’esigenza di collocare i laboratori per la
R&S in prossimità dei centri di produzione soprattutto per adattare i
prodotti alle necessità dei mercati locali. Con il passare del tempo però
numerose imprese multinazionali hanno cominciato a condurre all’estero le
proprie attività di ricerca per poter beneficiare di condizioni ed attingere a
risorse assenti all’interno del proprio paese d’origine, quali ad esempio la
prossimità a centri per l’innovazione, come i parchi tecnologici, o la
possibilità di attingere ad un bacino di talenti più vasto e preparato, spesso
ad un minor costo. Sebbene gli investimenti esteri in R&S siano ancora
un’attività relativamente poco esplorata per un ampio numero di imprese
che operano a livello internazionale, soprattutto se di dimensioni medio-
piccole, si tratta di un fenomeno in costante crescita nell’ultimo decennio e
di crescente rilevanza dal punto di vista quantitativo, come testimonia il
fatto che nel 2006 abbiano raggiunto un quinto del flusso totale degli
investimenti in R&D del settore privato 52 . L’intensificarsi di tale processo
ha portato secondo Dieter Ernst e Barry Naughton 53 alla costituzione,
accanto a quelle di produzione, di vere e proprie reti di innovazione globale
grazie alle quali l’attività innovativa ha smesso di essere concentrata in un
numero limitato di laboratori localizzati nei paesi industrializzati e va
disperdendonsi in un gruppo crescente di aree anche geograficamente molto
distanti dai vecchi centri, con cui rimangono comunque in perenne contatto.

52
Cfr. Boutellier, Gassman, Von Zedtewitz (2008), p. 47.
53
Cfr. Ernst e Naughton ( 2007).

35
Secondo alcuni autori l’interazione tra la rivoluzione tecnologica
dell’ICT e la nascita di reti globali di produzione e conoscenza ha portato ad
una sostanziale modifica del rapporto intercorrente tra ricerca ed
innovazione. L’economia industriale del ventesimo secolo è infatti stata
caratterizzata dalla validità della dicotomia che lega l’attività di Ricerca e
Sviluppo condotta internamente alla generazione del progresso tecnologico.
Nell’impostazione del secolo scorso la conoscenza scientifica rilevante per
un’impresa e dunque quella che poteva essere inglobata in un prodotto
innovativo e commercializzata, era esclusivamente quella prodotta intra
muros. La spesso citata not invented here syndrome faceva sì che
l’acquisizione di idee dall’esterno non fosse considerata come un sentiero
percorribile nel processo innovativo che doveva rimanere chiuso e
centralizzato poiché se un’impresa avesse acquisito delle tecnologie prodotte
al di fuori della sua organizzazione non avrebbe potuto garantire la qualità e
le performance di quella particolare tecnologia. L’esigenza principale delle
aziende in questo periodo era quella di raggiungere una completa
specializzazione verticale internalizzando ogni attività, in particolar modo le
divisioni dedicate alla Ricerca e Sviluppo, poiché il campo delle conoscenze
sviluppate al di fuori dei laboratori-fortezza delle grandi imprese era
ritenuto molto limitato e poco fertile. Si trattava di un modello lineare molto
efficace e virtuoso dal momento che consentiva alle imprese che
realizzavano un investimento importante in laboratori di ricerca di ricavare
costantemente un flusso di idee commercializzabili dalla ricerca di base
condotta in casa e di ottenere profitti dalla vendita dei prodotti che le
incorporavano. Parte di quei profitti poteva poi essere reinvestita per far
crescere la divisione di ricerca generando così un circolo virtuoso per
l’impresa: più spesa in R&S, più ricerca di base, più idee commercializzabili,
maggiori profitti in parte ulteriormente reinvestiti. Il risultato è stato
l’avvento di quella che Chesbrough definisce come l’”età dell’oro della
Ricerca e Sviluppo industriale condotta internamente” 54 caratteristica del

54
Chesbrough (2003), p.29.

36
ventesimo secolo. Potendo sfruttare anche le proprie economie di scala, le
imprese più grandi disponevano nei loro laboratori delle migliori
attrezzature, del personale maggiormente qualificato e avevano quindi la
possibilità di focalizzare i propri sforzi su progetti a lungo termine
adeguatamente finanziati. Inevitabilmente la maggior parte del progresso
tecnologico ed anche alcune importanti scoperte scientifiche 55 vedevano la
luce grazie all’attività di Ricerca e Sviluppo condotta in un numero limitato
di grandi laboratori- fortezza, dai quali si cercava di evitare qualunque tipo
di fuga di informazioni. Il panorama della conoscenza disponibile al di fuori
delle divisioni di R&D delle grandi aziende era piuttosto povero e le
possibilità per nuove aziende di realizzare innovazioni ed entrare in
industrie ad alta intensità di ricerca erano limitate dalla necessità di fare
cospicui e rischiosi investimenti iniziali per poter competere con gli
incumbents.
L’avvento del nuovo paradigma ha profondamente modificato il
processo innovativo, portando al parziale collasso della dicotomia ricerca
formale-progresso tecnologico. Sebbene la ricerca sia ancora una delle pietre
angolari della produzione di conoscenza, soprattutto per alcuni settori (come
ad esempio l’industria chimica e farmaceutica o l’indotto dell’automotive) la
rivoluzione tecnologica in atto “ha portato alla proliferazione dei luoghi [e
degli attori] che hanno come finalità specifica la produzione e l’utilizzo di
nuova conoscenza in una maniera che può essere non direttamente
osservabile attraverso le statistiche nazionali sulla R&D ma che è
nondimeno essenziale per sostenere le attività innovative in un ambiente
globale” 56 . L’attività innovativa viene intesa sempre di meno come la
capacità di scoprire o di inventare all’interno di una singola impresa,
qualcosa di completamente nuovo dal punto di vista scientifico da
incorporare in prodotti radicalmente innovativi, ma sempre di più in termini

55
Una delle più importanti, che valse anche il premio Nobel per la Fisica ai suoi scopritori, è stata
l’individuazione della radiazione cosmica di fondo effettuata nei Bell Labs da Wilson e Penzias
progettando un nuovo tipo di antenna per le comunicazioni satellitari.
56
Soete (2008), p. 6.

37
di abilità nello sfruttare quelle che Schumpeter chiamava neue
Kombinationen 57 , ovvero combinazioni creative di conoscenze e tecnologie
esistenti. Poiché secondo questo approccio l’innovazione può giungere senza
la necessità di particolari balzi in avanti dal punto di vista scientifico e
visto che le innovazioni appaiono sempre di più in situazioni inaspettate
come dimostra il fatto che spesso siano gli utilizzatori la sorgente dell’idea 58 ,
talvolta si è fatto riferimento a questo modello alternativo come a quello
dell’innovazione senza ricerca 59 . Chiaramente questa definizione non è da
intendere in senso rigido dal momento che l’attività di ricerca rimane di
fondamentale importanza per l’innovazione anche nel nuovo paradigma, ma
testimonia come gli approcci basati sulla centralità dei grandi laboratori
interni stiano lasciando spazio a modelli più aperti e democratici del
processo innovativo. In un mondo in cui i centri di produzione della
conoscenza crescono esponenzialmente, le imprese hanno la necessità di
aprire il processo innovativo poiché le nuove idee e le persone capaci di
generarle si trovano e si troveranno sempre più spesso al di fuori della
struttura organizzativa di una singola impresa e dei confini di un’unica
nazione.

1.2.2 Verso l’apertura del processo innovativo. Open innovation, User led
innovation e Hidden innovation.
A dimostrazione di quanto accennato sopra molti ricercatori
specializzati nel campo dell’innovazione hanno prestato crescente attenzione
ad una serie di comportamenti relativi ai processi innovativi emersi negli
ultimi anni. Le analisi di questi trend sono tra loro strettamente correlate
ed in qualche modo possono essere considerate come visioni differenti del
medesimo fenomeno poiché in fin dei conti tutte testimoniano della
progressiva apertura del processo innovativo stesso. Ciò nonostante si

57
Cfr. Schumpeter (1912), p.78.
58
Cfr. Von Hippel (2004).

38
possono individuare tre concetti principali quelli di open innovation, user
led innnovation e hidden innovation.
L’approccio dell’open innovation, introdotto da Henry Chesbrough 60 , è
quello di più ampio respiro ed è forse quello che meglio descrive il
cambiamento di paradigma a cui si è fatto riferimento nel paragrafo
precedente. Secondo questa visione oggi le idee provenienti dall’esterno di
un’impresa sono da porre allo stesso livello di importanza di quelle che
vengono sviluppate al suo interno. Poiché a differenza del paradigma
precedente il panorama globale è ora caratterizzato dall’abbondanza di
conoscenza disponibile, un’impresa innovatrice deve in primo luogo
monitorare ed utilizzare la maggior quantità possibile di idee sviluppate
esternamente cercando di finanziare la creazione di nuove conoscenze solo
quando strettamente necessario. In questa prospettiva viene infatti
considerato uno spreco destinare risorse alla ricerca per ottenere risultati
analoghi o simili a quelli già raggiunti da altre imprese o strutture
pubbliche. E’ pertanto indispensabile tenere accuratamente d’occhio ciò che
avviene al di fuori delle proprie divisioni di R&S per evitare di dissipare
capitale, talento e tempo reinventando la ruota. Poiché le imprese devono
riorganizzarsi in modo da essere più permeabili alle informazioni che
giungono dal di fuori dei propri confini per poter attingere ad un bacino di
conoscenze in costante crescita devono riconsiderare i compiti e gli obiettivi
della ricerca svolta internamente. Piuttosto che dedicarsi alla produzione di
nuova conoscenza le divisioni di R&D “dovranno occuparsi sempre di più
di identificare , capire, selezionare e connettersi alla vastità di conoscenze
disponibili esternamente; dovranno cercare di integrare le reti interne con le
reti esterne per formare nuove e più complesse combinazioni di conoscenza,
per creare nuovi sistemi ed architetture; dovranno concentrare gli sforzi per

59
Cfr. Soete (2008) p. 5 ; Freeman e Soete (2007) p. 12.
60
Cfr. Chesbrough, p. 43.

39
lo sviluppo di idee nuove esclusivamente in aree dove non sia possibile
attingere a sapere già esistenti” 61
Il processo innovativo aperto porta dunque in primo piano la
connessione tra i centri di produzione di conoscenza ad ogni livello, a partire
dai laboratori di ricerca delle università fino a quelli delle imprese private,
passando dai centri di ricerca pubblica e talvolta persino da quelli militari.
Nel modello aperto l’innovazione non arriva esclusivamente in virtù della
scoperta di qualcosa di completamente nuovo ma grazie allo scambio di
conoscenza tra i diversi attori che la producono. Questo genere di
transazione ha chiaramente una duplice direzione. Da un lato le imprese
proprietarie di tecnologie che risultano sottoutilizzate all’interno della
propria struttura produttiva hanno la possibilità di cedere la licenza per il
loro impiego ottenendo così ricavi inattesi 62 , dall’altro le aziende che hanno
bisogno di una particolare tecnologia possono acquisirla facendo riferimento
ad un mercato molto più vasto di quello di cui disporrebbero internamente e
senza dover andare incontro ai costi ed ai rischi che avrebbero
sviluppandola ex novo. Non solo, le dimensioni del bacino di idee innovative
da cui attingere vanno oltre i confini dei laboratori di ricerca professionali.
Accanto alla possibilità di acquisizioni, outsourcing selettivi, joint ventures o
alleanze tra imprese o tra imprese, università e centri di ricerca pubblica. le
imprese in cerca di innovazione possono infatti oggi guardare anche ad un
numero crescente di mercati emergenti delle idee, le cosiddette ideagorà.
Queste si configurano come aggregatori di idee, esperienza scientifica e
invenzioni sparse per tutto il pianeta e le mettono a disposizione delle
imprese che ne facciano richiesta. Il processo attraverso il quale svolgono
questa funzione è sufficientemente semplice e può essere brevemente
spiegato guardando al modus operandi della prima e più celebre tra le

61
Cfr. Chesbrough, p. 53.
62
Recentemente sono stati aperti sul web dei veri e propri market place sui quali un’impresa può
pubblicare un elenco delle conoscenze tecnologiche scarsamente utilizzate di cui è proprietaria in cerca di
acquirenti. L’esempio più noto di questo tipo di piattaforme è yet2.com. Per una trattazione più completa
dell’argomento si veda Tapscott e Williams (2008), p.114.

40
ideagorà, InnoCentive 63 . Le imprese, denominate “Seeker (cercatori),
pubblicano in forma anonima i loro problemi di R&S sul sito Web di
InnoCentive, mentre i Solver (risolutori), sottopongono le loro soluzioni
tentando di accaparrarsi una ricompensa che può andare dai 5.000 fino a
1.000.000 di dollari” 64 . Il seeker in questo modo può avvalersi della
collaborazione di un numero di ricercatori di gran lunga superiore rispetto a
quelli di cui dispone all’interno della propria struttura ed accresce così le
possibilità di pervenire ad una soluzione in tempi rapidi e in modo efficiente:
basti pensare al fatto che la sola InnoCentive può contare su più di 160.000
solvers. Sebbene le ideagorà non abbiano ancora raggiunto un altissimo
livello di popolarità 65 , le imprese che sfruttano questo tipo di servizio sono
in crescita e sono tutt’altro che sconosciute. Un esempio su tutti è quello di
Procter & Gamble 66 che, dopo esser stata tra le prime ad affidarsi a
InnoCentive, ha sviluppato un servizio indipendente di collaborazione
esterna, denominato Connect + Develop 67 , attraverso il quale
organizzazioni ed individui possono sia tentare di risolvere problemi
specifici proposti dall’azienda, sia presentare idee innovative autonome. Le
imprese oggi hanno sempre più spesso la possibilità e l’esigenza di fare sì
che “il mondo intero divenga il proprio dipartimento di R&D” 68 .

Come si evince da quanto descritto sopra, il fulcro dell’apertura del


processo innovativo è la connessione tra i diversi attori che partecipano al
processo di creazione di nuova conoscenza. Altro aspetto molto rilevante è il
fatto che il numero di attori coinvolti in questo processo sia aumentato
esponenzialmente negli ultimi anni ed abbia portato ad una progressiva

63
Ulteriori informazioni sull’attività di Innocentive sono disponibili sul sito www.innocentive.com.
64
Cfr. Tapscott e Wlilliams (2008), p. 109.
65
Una testimonianza dell’importanza del fenomeno dell’ideagorà è il fatto che negli ultimi anni il loro
numero si sia moltiplicato e che abbia avuto luogo una specializzazione settoriale. Oltre ad Innocentive
ricordiamo InnovationXchange, Fellowforce, Nine Sigma, Your Encore, Idea Bounty.
66
Altri gruppi di fama internazionale che hanno beneficiato dei servizi di InnoCentive sono ad esempio
Boeing, Dow, DuPont, Eli Lilly, Jansen, Novartis, Solvay. Inoltre InnoCentive in collaborazione con la
Rockfeller Foundation offre lo stesso servizio anche ad organizzazioni non-profit.(www.innocentive.com)
67
Servizio disponibile sul sito www.pgconnectdevelop.com.
68
Cfr. Tapscott e Williams (2008), p.112.

41
democratizzazione dei processi innovativi 69 . Ciò ci porta al secondo dei
trend che stanno tracciando nuove strade verso l’innovazione: la user led
innovation. Questo concetto, reso celebre da Eric Von Hippel70 , è fortemente
connesso a quello di open innovation ed in qualche modo ne allarga
ulteriormente la portata. Non solo il processo di innovazione coinvolge
ricercatori e scienziati che provengono da ogni angolo del pianeta e non
esclusivamente dai propri laboratori, ma può essere ulteriormente esteso
fino a coinvolgere users (utilizzatori) e customers (clienti), sia che si tratti di
singoli individui che di imprese. Secondo questa visione spesso i lead users,
ovvero gli utenti che chiedono di più e sfruttano maggiormente le tecnologie
disponibili, utilizzano queste ultime in modi del tutto personali che,
trascendendo le funzioni per cui erano state progettate, portano alla
creazione di nuovi prototipi o di nuove tipologie di servizi. Secondo molti
queste attività costituiscono il “faro che indica la direzione in cui si sta
muovendo il mercato” 71 per le imprese disponibili a seguirne la luce. Il
cliente assume un ruolo senza precedenti nello sviluppo del prodotto poiché
diviene un prosumer (producer-consumer): non si limita a consumare un
bene o un servizio ma partecipa attivamente alla sua creazione. Alcuni
settori sono coinvolti in maniera più intensa in questo fenomeno. L’esempio
più conosciuto e di maggiore rilevanza è sicuramente quello costituito dal
software open source 72 , ma il confine che separa il consumo dalla produzione
sta lasciando spazio alla nascita di zone franche in numero crescente di
ambiti, che vanno dal design di calzature 73 fino alla progettazione di
automobili, passando per l’industria del giocattolo. La user-innovation è
un’ulteriore testimonianza di come molte tra le conoscenze e le competenze
necessarie al processo innovativo non possano essere più considerate come
proprietà di una singola impresa ma vadano ricercate al di fuori di essa e
siano utilizzabili da chiunque ne intuisca l’importanza.

69
Cfr. Von Hippel (2005).
70
Ivi.
71
Tapscott e Williams, (2008) p.145.
72
Gli esempi più famosi in questa area sono Linux tra i sistemi operativi e Firefox per i browser.

42
Come abbiamo già accennato il tipo di innovazione che deriva da un
processo innovativo aperto presenta delle caratteristiche differenti rispetto a
quella che esce dal modello basato sulla centralità della ricerca e sviluppo
svolta internamente. Questo aspetto ci conduce al terzo trend emergente
quello dell’hidden innovation 74 . Con questo termine si fa riferimento al fatto
che l’apertura del processo innovativo spesso porti ad innovazioni che non
vengono catturate dagli indicatori tradizionali quali la spesa in R&S di
un’impresa o il numero di brevetti da essa detenuti. Chiaramente se nel
paradigma precedente, che è stato definito come closed innovation
paradigm, l’attività di Ricerca e Sviluppo costituiva il fulcro del processo
innovativo, era assolutamente legittimo tentare di valutare la capacità
innovativa di un’impresa esclusivamente sulla base dell’investimento in
ricerca, in un contesto più aperto come quello descritto sopra, in cui la gran
parte della conoscenza rilevante è prodotta al di fuori della struttura di una
singola organizzazione, questo approccio racconta solo una parte della
storia. Sull’esigenza di utilizzare anche altri metodi di valutazione si
tornerà più avanti, quello che preme sottolineare ora sono le ragioni per cui
questo tipo di innovazione rimanga nascosta. La motivazione principale è
quella a cui abbiamo già fatto riferimento parlando di innovazione senza
ricerca: a nuovi prodotti, servizi e processi si giunge sempre più spesso
attraverso la combinazione inedita di conoscenze e tecnologie già esistenti.
Una tassonomia classica e piuttosto rigida delle innovazioni distingue tra
innovazioni radicali ed incrementali. Mentre le prime sono basate su
cambiamenti scientifici e ingegneristici di rilievo, le seconde introducono
modifiche di minore entità a prodotti o servizi esistenti. Dal punto di vista
della concorrenza, l’innovazione incrementale rafforza la posizione delle
imprese leader, quella radicale, in linea teorica, pone una minaccia agli
incumbents poiché porta qualcosa di drasticamente nuovo con cui le imprese
devono fare i conti; spesso tuttavia implica costi di ricerca e rischi di

73
Calzature open source su http://www.fluevog.com/files_2/os-1.html.
74
NESTA (2007).

43
fallimento talmente alti che in realtà risulta accessibile solo per un numero
molto limitato di imprese. Entrambe le tipologie implicano comunque
cambiamenti di maggiore o minore rilevanza nella tecnologia che sta alla
base di un prodotto o di un processo. Accanto a questa tradizionale
differenziazione Rebecca Henderson e Kim Clark 75 hanno introdotto il
concetto di innovazione architetturale. Questo tipo di innovazione non
modifica necessariamente la tecnologia che sta alla base di un prodotto ma
muta il modo in cui interagiscono le diverse tecnologie che lo compongono. Si
basa quindi su conoscenze esistenti e disponibili che vengono ricombinate
creativamente per andare incontro alle tendenze del mercato e alle
necessità degli utilizzatori. L’innovazione architetturale, nonostante la
tecnologia vi svolga un ruolo significativo ma non implicando grandi balzi in
avanti dal punto di vista scientifico, spesso non viene conteggiata negli
indici tradizionali e rimane pertanto nascosta, una hidden innovation. Se le
innovazioni radicali ed incrementali possono essere viste come l’output di un
processo innovativo chiuso, in cui le imprese sfruttano conoscenze e
tecnologie sviluppate internamente attraverso un processo dispendioso sia
in termini di tempo che di costo, l’innovazione architetturale, nascosta, è il
risultato principale dell’apertura di tale processo. Da un lato poiché è resa
possibile da una buona conoscenza delle tecnologie che compongono i diversi
prodotti che sarebbe stata pressoché impossibile da ottenere nel paradigma
precedente, dall’altro perché riesce ad affermarsi rispondendo ad esigenze
precise di consumatori, fornitori e clienti che vengono attivamente coinvolti
nel processo di co-creazione. La progressiva affermazione di questo tipo di
innovazione ha delle implicazioni molto importanti dal punto di vista
competitivo, poiché rappresenta una sfida per i leader di mercato per tre
ordini di ragioni. Primo, rispetto all’innovazione radicale e incrementale non
necessità di un cospicuo volume di risorse e quindi aumenta il numero dei
potenziali concorrenti abbassando le barriere all’entrata sul mercato.
Secondo, dal momento che non viene segnalata dai radar dell’innovazione

75
Cfr. Henderson e Clark (1990).

44
tradizionale, gli incumbents possono inizialmente non riconoscere la novità
e non percepirla come una minaccia alla propria posizione. Terzo, anche
qualora la riconoscano non è detto che un’impresa leader riesca a
fronteggiare la sfida che le viene lanciata da una nuova entrante attraverso
un’innovazione architetturale.
Le tendenze verso la democratizzazione e l’apertura dei processi
innovativi che abbiamo analizzato in questo paragrafo stanno dunque
modificando in maniera considerevole la relazione tra ricerca, innovazione e
sviluppo economico. Questo cambiamento obbliga a nostro avviso a
riconsiderare anche il ruolo che l’innovazione gioca nei processi di catch up.

2.3 Implicazioni per i processi di sviluppo tardivo. L’innovazione


appropriata
Le implicazioni di questi nuovi trend nei processi innovativi per lo
sviluppo economico dei paesi late comer sono piuttosto suggestive. Come
abbiamo visto nel primo paragrafo i modelli classici di catch up prevedono
che le imprese basate in un paese late comer focalizzino la loro attenzione
sul trasferimento di tecnologie mature e sull’imitazione di queste ultime. In
questo approccio l’imitazione è intesa come l’opposto dell’innovazione, non si
crea nulla di nuovo ma si riproduce fedelmente la tecnologia importata. La
capacità innovativa può essere sviluppata solo dopo un lungo processo di
apprendimento che deve essere svolto internamente. Abbiamo però poi
sottolineato come le condizioni che portano al successo nei processi di catch-
up mutino con l’avvicendarsi dei paradigmi tecno-economici dominanti ed in
particolar modo con il cambiamento delle condizioni che governano la
produzione , la diffusione e l’accesso alla conoscenza. L’ipotesi centrale di
questo lavoro è che il mutamento rappresentato dall’apertura del processo
innovativo porti in primo piano l’importanza dell’innovazione endogena fin
dalle prime fasi dello sviluppo di un paese late comer ed in particolar modo
delle sue imprese.

45
In primo luogo l’apertura del processo innovativo connessa con la
creazione di reti di produzione ed innovazione globali consente ai paesi
emergenti ed in via di sviluppo che riescano a ritagliarsi uno spazio
all’interno di tali reti, ad esempio attraverso adeguate politiche di apertura
commerciale e per l’attrazione di IDE, di poter attingere ad un bacino di
conoscenze e tecnologie di gran lunga superiore a quello di cui avrebbero
potuto beneficiare venti o trenta anni fa. La diffusione dell’open innovation
paradigm crea un duplice vantaggio, poiché da un lato moltiplica le
possibilità di apprendimento, aumentando esponenzialmente i centri di
produzione di nuova conoscenza ed i canali per la sua diffusione, dall’altro
,grazie all’elevata modularità che caratterizza le reti di produzione globali di
beni e servizi, permette alle imprese dei paesi emergenti di innovare sin
dalle prime fasi del loro sviluppo e di utilizzare l’innovazione come uno
strumento strategico nella competizione con i concorrenti stranieri. Se
infatti i processi di catch up realizzati nella seconda metà del XX secolo
sono stati costruiti sulla base di un modello di sviluppo industriale che
poneva come elemento centrale l’integrazione verticale e l’internalizzazione
di ogni fase del processo produttivo, in un contesto come quello odierno in
cui anche per le più importanti multinazionali dei paesi industrializzati la
conoscenza e le tecnologie create esternamente hanno assunto
un’importanza fondamentale, le imprese dei paesi emergenti hanno la
possibilità di innovare combinando come in un puzzle pezzi di tecnologie
disponibili ideate altrove senza incorrere in costi e rischi che non avrebbero
la possibilità di sostenere nelle prime fasi di sviluppo. Mentre la capacità di
realizzare innovazioni radicali o incrementali rimane dunque quasi del tutto
preclusa per le imprese dei paesi late comer poiché il loro potenziale
innovativo risulta inferiore a quello dei leader tecnologici, l’innovazione
architetturale, nascosta (hidden), può offrire delle grandi opportunità se tali
imprese sono in grado di sfruttare al meglio i propri punti di forza. Questi
ultimi sono connessi al secondo trend che abbiamo citato nel paragrafo
precedente, quello dell’ user innovation .

46
Se ovviamente in un paese emergente o in via di sviluppo gli
utilizzatori di una determinata tecnologia difficilmente possono essere
definiti come lead users, presentano comunque delle caratteristiche
specifiche che, mentre da un lato hanno fatto sì che le multinazionali non
ritenessero profittevole servirli, dall’altro aprono i cancelli della
competizione alle imprese locali che riescano a rispondervi. Vediamone
alcune brevemente. La prima e principale caratteristica dei potenziali
consumatori, che risiedono nei paesi emergenti ed in via di sviluppo è
ovviamente rappresentata dai loro bassi livello di reddito rispetto a quelli
dei paesi industrializzati; questa peculiarità ha due conseguenze dirette
molto importanti relative al consumo, da un lato si traduce in uno scarso
potere d’acquisto, dall’altro limita l’accesso al credito.
In secondo luogo anche qualora abbiano la possibilità di acquistare
beni e servizi, i consumatori dei Pvs possono aspettarsi da un prodotto
funzionalità differenti rispetto a quelle che vengono fornite dai prodotti
creati per i mercati dei paesi industrializzati. Infatti, poiché generalmente le
conoscenze e la destrezza necessarie ad utilizzare nuove tecnologie sono più
scarse tra le popolazioni più povere, prodotti le cui modalità di impiego
appaiono scontate per i consumatori dei paesi ricchi necessitano di essere
ripensati per essere accettati dai consumatori a basso reddito. In questo
senso basti pensare al fatto che a livello globale quattro miliardi di persone
vivono con meno di 3.000 dollari di reddito annuale in parità di potere
d’acquisto, in condizioni che vanno dalla povertà relativa a quella estrema ,
di queste almeno un quinto è analfabeta 76 . Ciò significa che a circa 800
milioni di persone, più del 13% della popolazione globale, è precluso l’utilizzo
di prodotti che diano per scontata l’alfabetizzazione dell’utente a prescindere
dalle sue reali possibilità di consumo.
Altra caratteristica che contraddistingue i paesi emergenti ed in via
di sviluppo in particolar modo nelle aree rurali è il problema
infrastrutturale. Molte delle condizioni date per scontate per il corretto

47
funzionamento di beni e servizi ideati per mercati avanzati non sempre sono
accessibili in economie più povere. Esempi citati spesso in questo senso sono
quelli dell’assenza di una rete elettrica diffusa capillarmente, dei flussi
altalenanti della corrente elettrica stessa, difficilmente tollerati da
qualunque dispositivo elettrico pensato per quelli costanti dei paesi
industrializzati, della mancanza di segnali radiofonici, televisivi e della
connessione internet.
Le caratteristiche menzionate sopra rappresentano solo alcune delle
motivazioni che hanno indotto i gruppi multinazionali a trascurare i mercati
periferici anche se potenzialmente molto vasti. Ovviamente le
multinazionali non dimenticano del tutto i paesi emergenti, sono ben
consapevoli dell’importanza di vasti mercati quali quello cinese, indiano o
brasiliano ma in tali contesti si limitano a servire il 5 o il 10 per cento più
ricco della popolazione, spesso residente in aree urbane dotate di
infrastrutture di qualità simile a quelle occidentali, a cui possono facilmente
indirizzare prodotti affini a quelli creati per i mercati avanzati, mentre non
considerano profittevole ideare prodotti destinati al resto della popolazione
con redditi più bassi. Sebbene (come si vedrà nel quarto capitolo) oggi le
multinazionali abbiano cominciato ad abbandonare questo tipo di scelta
strategica, questo vuoto lasciato alla base della piramide del reddito ha
rappresentato e rappresenta una notevole opportunità di sviluppo per le
imprese dei paesi emergenti. Ciò è vero in primo luogo da un punto di vista
strettamente economico. Sebbene sia innegabile che i mercati dei paesi più
ricchi consentano margini di profitto più elevati, anche quelli dei paesi
emergenti sono tutt’altro che trascurabili. In questo senso è sufficiente fare
alcune considerazioni a livello aggregato. Nove paesi, Cina, India, Brasile,
Messico, Russia, Indonesia, Turchia, Sudafrica e Tailandia , insieme hanno
una popolazione di circa tre miliardi e trecento milioni di persone e
rappresentano circa il 70% della popolazione del mondo in via di sviluppo. In
parità di potere d’acquisto (PPP) il Prodotto Interno Lordo totale di questo

76
Cfr. Duyster e Ghazi (2008), p.18.

48
gruppo di paesi nel 2008 era di quasi 17.400 miliardi di dollari 77 , pari circa a
quelli di Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Italia e Spagna sommati
insieme 78 . Sicuramente non un mercato di dimensioni irrilevanti. Si può
comunque facilmente obiettare che all’interno dei paesi citati la gran parte
della ricchezza è spesso detenuta da una stretta minoranza della
popolazione. Ciò nonostante secondo i dati forniti dal World Resources
Institute (WRI) il reddito aggregato a livello globale di tutta la popolazione
che compone la base della piramide, definita in questo caso come composta
dagli individui con un reddito annuale inferiore ai 3.000 dollari all’anno in
PPP, è di circa 5.000 miliardi di dollari 79 , significa dunque che,
contrariamente a quanto convenzionalmente si pensa, “ci sono soldi alla
base della piramide” 80 Sebbene infatti il potere d’acquisto di chi dispone dai
2 agli 8 dollari al giorno non sia comparabile con quello delle popolazioni dei
paesi ricchi, i consumatori dei paesi emergenti ed in via di sviluppo grazie al
loro numero rappresentano un significativo potere d’acquisto latente che
deve essere sbloccato e che può essere sbloccato. A dimostrazione di ciò si
può fare riferimento ad una coppia di fattori. Il primo è quello dell’economia
informale. Nei mercati a basso reddito una buona parte della popolazione è
legata ad ampie reti di economia informale che non vengono conteggiate
nelle statistiche. I livelli di reddito riportati dalla contabilità ufficiale
possono dunque essere più bassi delle reali disponibilità della popolazione. Il
secondo fattore riguarda invece la cosiddetta poverty penalty, fenomeno per
il quale la parte più svantaggiata della popolazione oltre che a disporre di
un reddito più basso è costretta a pagare di più di quanto facciano i
consumatori ad alto reddito per poter accedere a beni e servizi di base a
causa della forza dei monopolii e degli intermediari locali, della difficoltà di
accesso alle informazioni, delle restrizioni nella distribuzione. Un esempio
citato spesso quello dell’accesso al credito: in un paese emergente o in via di

77
Cfr. GGDC (2009), in dollari U.S.A. del 1990.
78
Cfr. GGDC (2009).
79
Cfr. WRI (2007).
80
Cfr. Prahalad (2007), p. 32

49
sviluppo una persona che disponga di un reddito basso, non avendo
collaterali da offrire, qualora voglia prendere a prestito del denaro è
costretto a rivolgersi ad usurai locali che applicano tassi di interesse
esorbitanti se paragonati a quelli di una banca occidentale. Il problema non
è quindi legato in via esclusiva ai livelli di reddito limitati, quanto alla
percentuale di quel reddito che viene spesa per soddisfare i bisogni primari.
Se il settore privato si impegnasse a servire in maniera più efficiente i
mercati alla base della piramide ciò incrementerebbe anche il potere
d’acquisto della popolazione a basso reddito con beneficio delle imprese che
per prime si sono impegnate in quel tipo di mercato.
Questa occasione può però essere colta solo attraverso l’innovazione,
poiché “le opportunità di mercato non possono essere soddisfatte con
versioni annacquate delle soluzioni tecnologiche tradizionali per i mercati
sviluppati, i mercati alla base della piramide possono e devono essere
affrontati con le tecnologie più avanzate, combinate in modo creativo con le
infrastrutture esistenti (e in evoluzione)” 81 . Per conquistare questa
tipologia di mercati un’impresa deve sviluppare le capacità necessarie per
realizzare quella che C.K. Prahalad definisce innovazione per la base della
piramide 82 . Questo tipo di innovazione secondo l’autore deve soddisfare
alcuni principi fondamentali: 1. Deve concentrarsi sul rapporto
prezzo/prestazioni, cercando di abbassare sensibilmente il primo senza
peggiorare le seconde. 2. Richiede soluzioni ibride che sappiano integrare
creativamente tecnologie avanzate con le esigenze dei consumatori più
poveri. 3. Deve essere incorporata in prodotti scalabili e facilmente
trasferibili tra paesi e culture diverse. 4. Deve essere ideata per funzionare
in condizioni ambientali difficili e le sue mansioni devono essere il più
semplici possibile.
Ora se si analizza l’innovazione per la base della piramide alla luce di
quanto si è detto nel paragrafo precedente sui nuovi trend nei processi

81
Cfr. Prahalad (2007), p. 53.
82
Ivi (2007), p. 47.

50
innovativi, appare evidente come ricada nella categoria dell’innovazione
nascosta ed architetturale, dal momento che non prevede grandi passi in
avanti dal punto di vista scientifico e tecnologico ma implica piuttosto
l’utilizzo di pezzi di conoscenza già disponibili ricombinati per rispondere ad
esigenze specifiche di una particolare categoria di utilizzatori, quelli a basso
reddito. Come si è visto l’innovazione architetturale comportando costi di
ricerca e rischi limitati può risultare accessibile anche ad imprese che non
abbiano risorse e conoscenze pregresse comparabili con quelle delle
multinazionali leader. Le imprese originarie dei paesi emergenti possono
dunque sfruttare una conoscenza approfondita delle necessità dei
consumatori a basso reddito e delle condizioni ambientali sommata alla
crescente disponibilità di conoscenze tecnologiche per ritagliarsi un proprio
spazio nei mercati dimenticati dagli incumbents, innovando sin dalle prime
fasi del loro sviluppo. In questo senso si può ipotizzare un cambiamento nel
ruolo della tecnologia nei processi di sviluppo tardivo. Se infatti prima
l’attenzione era concentrata sul trasferimento di tecnologia e sulla selezione
della tecnologia appropriata (appropriate technology 83 ) da trasferire, oggi
sta assumendo crescente rilevanza il concetto di appropriate innovation 84 o
innovazione appropriata. Non si tratta di accogliere in maniera passiva le
tecnologie ideate altrove che si ritengono meglio adattabili alle condizioni di
un paese late comer, ma della possibilità di creare combinazioni nuove e
pensate su misura per le condizioni di tale paese con tecnologie ideate
altrove. Un esempio recente e molto interessante di questo tipo di
innovazione è il telefono cellulare Coral 200 Solar 85 realizzato dalla cinese
ZTE Corporation 86 , impresa di cui torneremo a parlare nel prosieguo del
lavoro, in collaborazione con il principale operatore telefonico caraibico,
Digicel. Questo apparecchio, destinato ai mercati dei paesi in via di sviluppo
e dunque obbligatoriamente un prodotto low-cost, è dotato di un micro

83
Cfr. Basu e Weil (1998).
84
Cfr. Soete (2008), p. 8.
85
Cfr. http://wwwen.zte.com.cn/main/News%20Events/Whats%20New/2009021863951.shtml
86
Sito internet: http://www.en.zte.com.cn

51
pannello solare (sviluppato dalla società olandese Intivation) che consente
di ricaricare la batteria anche laddove non sia disponibile una rete elettrica
capillare. Nonostante il suo prezzo rimanga contenuto, tra i 40 ed i 50
dollari, tale prodotto integra le funzioni di un telefono cellulare di fascia
bassa con una tecnologia avanzata, combinando in modo innovativo le
tecnologie disponibili per rispondere alle esigenze dei consumatori alla base
della piramide. Apparenti costrizioni, come la mancanza di energia elettrica,
al contrario di quanto il senso comune porterebbe a credere, aprono dunque
all’innovazione.
Rispetto ai modelli discussi nel primo paragrafo la prospettiva sembra
dunque invertita, non solo la fase dell’innovazione non va vista come uno dei
risultati del processo di catch up ma diventa uno strumento fondamentale
per lo sviluppo industriale di un paese emergente. Il successo
nell’innovazione appropriata consente alle imprese late comer di
guadagnare rilevanti quote del mercato locale, indirizzando i propri sforzi su
segmenti ignorati dalle multinazionali straniere, senza dover competere
nella fase iniziale di sviluppo con imprese dotate di risorse e conoscenze
tecnologiche maggiori. Ottenere una posizione rilevante sui mercati
dimenticati permette a sua volta alle imprese locali di sfruttare economie di
scala e di acquisire le risorse e le capacità necessarie a sopravvivere ed
affermarsi in un secondo momento anche in segmenti di mercato di fascia
più alta sia a livello locale che globale. Ciò è reso possibile dal fatto che,
obbligando a riconsiderare completamente l’architettura di un prodotto o di
un processo, “i mercati alla base della piramide del reddito possono
diventare fonte di innovazione anche per i mercati sviluppati” 87 .

L’innovazione nei mercati alla base della piramide può invertire il flusso dei
concetti, delle idee e dei metodi la cui unica direttrice è stata sino ad oggi
quella nord-sud. Le innovazioni create per i consumatori a basso reddito così
come i sistemi manageriali adottati per servire in maniera efficiente la base
della piramide possono infatti trovare applicazione anche nei mercati

52
avanzati e costituire un vantaggio competitivo per le imprese che li hanno
elaborati. Vantaggio che può essere sfruttato anche nei confronti dei leader
di mercato e che può rappresentare una sfida alla leadership a dispetto
delle risorse disponibili alla partenza.
In questo lavoro si ipotizza quindi che il cambiamento della relazione
tra ricerca, innovazione e sviluppo economico in connessione con
l’accelerazione dei processi di globalizzazione abbia cambiato il panorama
delle opportunità disponibili per un paese late comer ed in particolare per le
sue imprese, rendendo la capacità innovativa da un lato più accessibile e
dall’altro sempre più indispensabile alla sopravvivenza in un contesto di
competizione crescente. Riteniamo che la recente ascesa di un cospicuo
numero di imprese provenienti dai paesi emergenti, che alcuni osservatori 88
hanno definito come un vero e proprio tsunami 89 , possa essere spiegata, in
molti casi, proprio attraverso lo sviluppo della loro capacità di innovare e di
farlo seguendo approcci di tipo non convenzionale come quelli descritti in
precedenza.
Da un punto di vista macroeconomico, portando in primo piano
l’importanza dell’innovazione come strumento di sviluppo non si vuole però
affermare che con il dispiegamento del nuovo paradigma tecno-economico la
conoscenza tecnologica sia di colpo divenuta il bene pubblico puro descritto
da Solow nel suo modello di sviluppo neoclassico, interamente codificabile e
perciò trasferibile senza difficoltà da un paese all’altro a prescindere dalle
caratteristiche e dalla storia delle diverse nazioni. Come sarà sottolineato
nel prossimo paragrafo, al contrario, proprio perché le difficoltà connesse
alla diffusione della conoscenza sono diminuite, le differenze tra nazioni per
capacità di assorbimento assumono una rilevanza maggiore.

87
Prahalad (2007), p.50.
88
Cfr. Sirkin, Hemerling, Battacharya (2008), Boston Consulting Group (2008), Von Agtamael (2008).
89
Secondo il Boston Consulting Group sono più di 3000 le imprese provenienti dai paesi emergenti che
hanno ottenuto un considerevole successo e minacciano la leadership degli incumbents dei paesi
industrializzati. Tra queste 3000 il BCG ha pubblicato una lista delle 100 imprese più interessanti
provenienti da 14 paesi diversi. “The BCG Challenger 100” è riportata nell’appendice statistica.

53
3 Valutare la performance innovativa ed il ruolo dell’innovazione in un
paese emergente nel contesto del nuovo paradigma

3.1 I limiti degli indicatori tradizionali nel nuovo contesto


Le prime statistiche relative a Scienza, Tecnologia ed Innovazione
(STI) sono apparse nei paesi anglosassoni sin dai primi anni ’30. Il
successivo sviluppo di indicatori specifici e la loro diffusione a livello
planetario è però in gran parte dovuta al lavoro dell’Organizzazione per la
Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) che a partire dai primi anni
’60 ha standardizzato un’insieme di scelte metodologiche all’interno di un
documento noto come Frascati Manual 90 . Gli indicatori proposti in tale
documento vengono solitamente definiti come indicatori tradizionali poiché
si basano sui modelli lineari del processo innovativo secondi i quali sono
esclusivamente le attività di Ricerca e Sviluppo formali a condurre
all’innovazione e a generare progresso tecnologico. La relazione univoca
considerata dal modello lineare porta infatti a concentrarsi su misure di
input e di output, caratteristiche di tale processo. Tra le prime quelle
ritenute più importanti sono ovviamente la spesa in Ricerca e Sviluppo (in
percentuale del PIL nel caso la si voglia misurare a livello aggregato o dei
ricavi se si vuole valutare la performance della singola impresa), il numero
degli impiegati nell’attività di R&S ed il livello di formazione raggiunto da
questi ultimi. Tra le seconde la parte del leone spetta senza ombra di dubbio
al dato sul numero dei brevetti detenuti, solitamente presso l’ufficio brevetti
statunitense (USPTO), a cui si aggiungono talvolta indicatori di carattere
bibliometrico. Sebbene questi indicatori forniscano informazioni molto
significative e siano pertanto utilizzati come linee guida a livello globale per
il lavoro di policy maker, ricercatori e manager, la loro efficacia nel valutare

90
Cfr. OECD(1963).

54
la capacità innovativa di un paese o di una singola impresa è stata
frequentemente messa in dubbio nel corso degli ultimi vent’anni. La critica
principale mossa a questo tipo di indici è relativa al fatto che essi trascurano
del tutto ciò che avviene nella cosiddetta scatola nera dell’attività
innovativa, dal momento che prendono in considerazione solo misure di
input e di output non ci dicono infatti nulla su come il processo innovativo si
svolga realmente. Nathan Rosenberg e Stephen Kline 91 in particolare hanno
sottolineato come il processo innovativo sia tutt’altro che un percorso lineare
ed unidimensionale, quanto piuttosto un fenomeno incerto che deriva
dall’interazione di molteplici fattori, tra i quali la ricerca scientifica
raramente costituisce quello principale. Molta rilevanza nell’analisi dei due
autori viene data, infatti, anche ad elementi molto distanti dalla ricerca
formale, come ad esempio l’esplorazione di nuovi mercati, oltre che
all’attività di progettazione (e di riprogettazione), vero e proprio pilastro del
processo innovativo in questa interpretazione. Nonostante simili critiche
abbiano stimolato la ricerca e la produzione di nuovi indicatori 92 , a causa
delle difficoltà nella definizione stessa e nella misurazione di un concetto
così ampio ed incerto come quello dell’innovazione, gli indicatori tradizionali
sono comunque rimasti il principale strumento utilizzato per la valutazione
della capacità innovativa dei sistemi di innovazione nazionali e delle singole
imprese.
Il mutamento della relazione tra scienza, tecnologia ed innovazione,
analizzato al paragrafo 2, enfatizza però ulteriormente le critiche presentate
da Rosenberg e Kline. Il dispiegamento di un nuovo paradigma tecno-
economico, caratterizzato dalla crescente importanza della conoscenza e da
un livello di integrazione globale senza precedenti, ha infatti ulteriormente
frantumato l’univocità del legame che connette ricerca e innovazione. In un
contesto come quello odierno, in cui le sorgenti dell’innovazione si
moltiplicano arrivando a coinvolgere clienti ed utilizzatori, valutare la

91
Cfr. Rosenberg e Kline (1986).
92
Cfr. OECD (1992).

55
capacità innovativa esclusivamente sulla base di misure di input e di output
concernenti in massima parte l’attività di R&S formale risulta sempre meno
efficace. Gli indicatori tradizionali sono stati disegnati sul funzionamento
dell’economia industriale tipica del ventesimo secolo, in cui i laboratori
interni di R&S svolgevano un ruolo decisivo nella generazione del processo
scientifico e tecnologico. Oggi le innovazioni appaiono sempre più in
situazioni inaspettate attraverso la combinazione creativa di conoscenze e
tecnologie disponibili al di fuori dei recinti di una singola organizzazione o
dei confini di un’unica nazione, tanto che come abbiamo visto sono stati
introdotti ed utilizzati con frequenza concetti come quello di innovazione
senza ricerca 93 e innovazione nascosta, così definita proprio perché rimane
celata agli indicatori tradizionali. Dal momento che le caratteristiche che
contraddistinguono l’economia mondiale sono in perenne mutamento e
poichè il ruolo giocato in essa dal settore della Scienza, della Tecnologia e
dell’Innovazione (STI) varia anche più velocemente, “le frontiere ed i
requisiti che risultavano importanti nel secolo scorso possono non essere così
rilevanti oggi ed anzi possono essere persino fuorvianti” 94 .

3.2 I limiti degli indicatori tradizionali nel valutare la capacità innovativa di


un paese emergente
Se l’inadeguatezza degli indicatori tradizionali nel valutare la
capacità innovativa nel nuovo paradigma appare evidente anche nei paesi di
più antica industrializzazione 95 , lo è tanto di più quando si cerca di
utilizzarli nel contesto dei paesi emergenti. Guardiamo ad esempio a quello
che i dati ci dicono delle principali economie emergenti: Brasile, India, Cina,
Russia e Messico. Il PIL di questi cinque paesi presi insieme nel decennio

93
Cfr. Cowan e Van de Paal (2000), Soete (2008).
94
Cfr. Freeman e Soete (2007), p.14.
95
Gli studi citati in precedenza Cowan e van de Paal (2000) Soete e Freeman ( 2007), Soete (2008),
NESTA (2007) sono stati condotti analizzando l’esperienza europea.

56
1997-2007 è cresciuto ad un tasso medio annuo del 5% 96 e sempre da questi
paesi provengono 89 delle 100 imprese che secondo il Boston Consulting
Group minacciano oggi la leadership dei più importanti gruppi
multinazionali. Per quel che concerne la capacità innovativa di queste
nazioni gli indicatori tradizionali ci dicono che la media del loro
investimento aggregato in Ricerca e Sviluppo è pari allo 0,96% del PIL e che
impiegano circa 989 ricercatori per milione di abitanti in attività di R&S
formale. La media per gli stessi indicatori dei Paesi membri dell’OECD è
rispettivamente del 2,4% del PIL e di circa 3096 addetti per milione di
abitanti 97 . Questi dati ci fanno giustamente supporre che il territorio
dell’innovazione sia ancora saldamente controllato dai paesi più ricchi,
tuttavia non prendono in considerazione alcuni elementi importanti ai fini
della nostra analisi. In primo luogo, il confronto tra paesi emergenti e
industrializzati sulle percentuali di investimento in R&S, seppur indicativo,
non ci offre un quadro completo, poiché non è detto che siano due dati
completamente omogenei e confrontabili, “un milione di dollari possono
comprare molte più ore di ricerca nei paesi emergenti che in quelli
industrializzati” 98 . Un esempio molto significativo in questo senso è quello
costituito dal principale produttore cinese di batterie ricaricabili BYD
Company. Questa impresa, infatti, investe circa l’1,5% dei suoi ricavi in
R&S contro l’8% della Sanyo Electric, gruppo giapponese tra i suoi principali
concorrenti, ciò nonostante riesce ad impiegare un numero dieci volte
superiore di ingegneri 99 .

Più importante dal nostro punto di vista è comunque soprattutto il


fatto che questo tipo di indice non raccolga quella che abbiamo definito come
innovazione appropriata, destinata alla base della piramide, che a nostro
avviso offre le maggiori possibilità alle imprese che provengono dai paesi
emergenti. Come si è detto, questo tipo di innovazione si configura come un

96
Elaborazione su dati GGDC (2007).
97
Cfr. UNDP (2007) (2008).
98
Cfr. BCG (2007), p.16.
99
Cfr. Sirkin, Hemerling e Bhattacharya (2008), p.198.

57
tipico caso di innovazione nascosta per la quale i costi dell’attività di ricerca
formale sono piuttosto limitati.
Anche l’indicatore di output costituito dai brevetti fornisce indicazioni
imperfette, a maggior ragione nel caso delle economie emergenti.
Ritornando ai cinque paesi in rapido sviluppo citati prima è significativo
notare come, sebbene il numero dei brevetti ottenuti da imprese basate in
queste cinque nazioni sia in costante e rapida crescita (la Cina ha
incrementato del 48% e l’India del 20% il numero di brevetti detenuti
presso l’USPTO tra il 2005 e il 2007 100 ), il gap con i paesi sulla frontiera
tecnologica sia di dimensioni ragguardevoli. Basti pensare al fatto che nel
quinquennio 1999-2003 il numero totale di brevetti ottenuti presso l’USPTO
da imprese originarie di Brasile, Cina, India, Russia e Argentina è stato di
poco inferiore ai 4000 mentre le sole imprese statunitensi nello stesso
periodo ne hanno ottenuti quasi 400.000. Ancora una volta una simile
differenza, nell’ordine delle cento volte, ci indurrebbe a ritenere la capacità
innovativa di queste economie come molto limitata. Ancora una volta,
tuttavia, risulta evidente come questo indicatore non raccolga che una
tipologia limitata di innovazione. Uno dei requisiti principali perché un
nuovo prodotto o processo possa essere considerato brevettabile è infatti
quello della novità , pertanto ciò che si propone non deve risultare evidente
dallo stato della tecnica. Come abbiamo già visto l’innovazione appropriata
si caratterizza spesso come un’innovazione di tipo architetturale che fonde
insieme ciò che lo stato della tecnica già offre, senza costituire quindi
un’effettiva novità dal punto di vista della possibilità di brevetto. Inoltre,
poiché questo tipo di innovazione ha come obiettivo quello di realizzare
prodotti inizialmente destinati a mercati periferici, poco esposti alla
concorrenza internazionale, dove le normative sulla proprietà intellettuale
faticano talvolta ad imporsi, la tutela di un nuovo prodotto attraverso il

100
Cfr. BCG (2008a).

58
brevetto, anche qualora per un’impresa locale fosse possibile, non è
necessariamente il primo obiettivo.
Concludendo, si vuole sottolineare come gli indicatori tradizionali non
siano inutili nel valutare la capacità innovativa di un paese emergente.
Anzi, soprattutto dal lato dell’input, ci dicono molto sullo sforzo intrapreso
da un paese late comer per restringere il divario nel campo scientifico-
tecnologico e dell’innovazione nei confronti dei paesi leader. Tuttavia, se
l’obiettivo è quello di apprezzare realmente il ruolo dell’innovazione nei
processi di catch-up, prendendo in considerazione solo gli indicatori
tradizionali si rischia di sottostimare la reale capacità innovativa di
un’economia e pertanto di sottovalutarne anche il ruolo nel processo di
sviluppo. Nei prossimi paragrafi si analizzeranno alcune proposte
alternative all’approccio tradizionale.

3.3 Technological Capability ed Absorptive Capacity


Come abbiamo visto al paragrafo 2.2, molti degli autori 101 che hanno
enfatizzato il ruolo del progresso tecnologico nei processi di catch-up hanno
sottolineato come, per un’economia emergente, il recupero del divario
tecnologico con i paesi sulla frontiera sia tutt’altro che un percorso in
discesa. Secondo questa prospettiva le nazioni che non riescono a costruire
le appropriate capabilities sono destinate inevitabilmente a perdere
ulteriore terreno dalle economie più ricche. Si è poi anche sostenuto come il
dispiegamento del nuovo paradigma, aumentando le opportunità di sviluppo
connesse alla diffusione di conoscenze tecnologiche, amplifichi ulteriormente
l’importanza dello sviluppo di un potenziale tecnologico adeguato ad
assorbire, adattare e sfruttare in maniera creativa le conoscenze provenienti
dall’estero. Concetti come quelli di social capability 102 , absorptive
capacity 103 , technological capability 104 o innovation system 105 sono stati

101
Ad esempio Gerschenkron, Abramovitz, Kim, Lall.
102
Cfr. Abramovitz (1986) (1991).
103
Cfr. Cohen e Levinthal (1990)
104
Cfr. Kim (1997).

59
concepiti nel tentativo di definire ed individuare questo tipo di requisiti,
ritenuti fondamentali per i processi di catch-up. Sebbene le motivazioni che
hanno spinto all’elaborazione di tali concetti siano quindi simili, in realtà i
loro contenuti sono anche molto differenti. In particolar modo, nonostante
siano spesso accomunate, vi è una notevole distanza anche a livello teorico
tra ciò che si intende come capacità di assorbimento e ciò che va invece
sotto il nome di capacità tecnologica. Facendo riferimento all’approccio
seguito recentemente anche dalla World Bank nel Global Economic Prospect
2008 106 possiamo interpretare capacità di assorbimento e capacità
tecnologica come due fasi dello stesso processo. La prima vuole valutare la
costruzione dei presupposti a livello macroeconomico generale per la
diffusione della conoscenza tecnologica proveniente dalle economie avanzate
e si avvicina molto al concetto di social capability proposto da Moses
Abramovitz. Pur essendo una nozione molto significativa dal punto di vista
teorico, l’absorptive capacity rimane però di ardua misurazione ed è
difficilmente applicabile dal punto di vista empirico soprattutto a livello
comparato. Si configura, infatti, come risultante di forze che agiscono su
dimensioni differenti, quali il livello di apertura di una determinata
economia, le politiche industriali, l’efficienza del settore finanziario, il
capitale umano e la qualità della governance. Jan Fagerberg e Martin
Shrolec 107 hanno sottolineato le difficoltà di utilizzare nella ricerca empirica
un simile concetto soprattutto nel caso delle nazioni meno sviluppate per le
quali in molti casi non è possibile avere dati statistici affidabili su di un
numero di variabili così vasto e variegato. Viste le problematicità nella
definizione oggettiva di capacità di assorbimento i tentativi di rendere il
concetto operativo sono stati piuttosto rari. Un’eccezione è rappresentata
proprio dal lavoro della World Bank che nel Global Economic Prospect 2008
ha elaborato il Technological Absorptive Capacity Index 108 . Nella tabella

105
Cfr. Lundvall (1992), Nelson (1993).
106
Cfr. World Bank (2008).
107
Cfr. Fagerberg e Shrolec (2008).
108
World Bank (2008), p.149.

60
sottostante riportiamo a titolo di esempio i sottoindici e le variabili che lo
compongono.

Tabella 1.1: Componenti del Technological Absorptive Capacity Index


Ambiente Macroeconomico -Deficit Pubblico in percentuale del Pil
-Tasso di inflazione annuale
-Volatilità del tasso di cambio reale
Sistema finanziario 109 -Passività a breve termine in percentuale del Pil
-Credito Privato in percentuale del Pil
-Depositi del sistema finanziario in percentuale del Pil
110
Capitale Umano -Percentuale della popolazione con istruzione primaria
-Percentuale della popolazione con istruzione secondaria
-Percentuale della popolazione con istruzione terziaria
Qualità della governance 111 -Stabilità politica
-Efficacia dell’azione di governo
-Qualità delle leggi
-Certezza del diritto
-Controllo della corruzione
Fonte: World Bank (2008).

A differenza di ciò che è avvenuto per la capacità di assorbimento, anche in


virtù di una maggiore disponibilità di fonti statistiche e di una maggiore
oggettività dei dati da raccogliere, negli ultimi anni sono stati costruiti
numerosi indici per il calcolo specifico della technological capability di una
nazione. Tra questi i principali sono il Technological Achievement Index
(TAI) sviluppato dall’UNDP, il Technology Index creato dal World Economic
Forum, l’Arco Indicator of Tecnological Capabilities 112 concepito da Daniele
Archibugi e Alberto Coco 113 , l’Innovation Capability Index (UNICI) costruito
dall’UNCTAD, a cui nel 2008 si è aggiunto il Technological Achievement
Index della World Bank. Il numero e la tipologia delle variabili considerate

109
Cfr. Beck, Demirguc-Kunt e Levine (2000)
110
Cfr. Barro e Lee (2000)
111
Cfr. Kaufmann, Kraay, Mastruzzi (2007).
112
Per una trattazione completa sulle modalità di costruzione di ciascun indice si veda Archibugi e Coco
(2004)
113
Cfr. Archibugi e Coco (2004).

61
cambia a seconda dell’indice utilizzato ma nel complesso tutti gli indici sono
il risultato della ponderazione di variabili concernenti tre fondamentali
dimensioni: la produzione di nuova tecnologie e conoscenze scientifiche, la
diffusione di determinate infrastrutture e tecnologie ed il capitale umano 114 .
Nella tabella 1.2 riportiamo come esempio le variabili che compongono l’Arco
Index.

Tabella 1.2: Componenti dell’Arco Index


Nuove tecnologie e Conoscenze -Brevetti depositati preso l’USPTO
-Numero di pubblicazioni scientifiche (Scientific Citation
Index)
Diffusione delle infrastrutture -N° di utilizzatori di internet ogni 1000 abitanti
-N° di linee telefoniche fisse ogni 1000 abitanti
-N° di cellulari ogni 1000 abitanti
-Consumo di elettricità (Kilowatt ora pro capite)

Capitale Umano -Percentuale di iscritti a facoltà di area scientifica e


ingegneristica
-Anni medi di scuola ( pop. Sopra i 14 anni)
-Tasso di alfabetizzazione
Fonte: Archibugi e Coco (2004).

Sebbene le misurazioni relative all’absorptive capacity ed alla technological


capability vengano talvolta indicate come misure dirette della capacità
innovativa di un’economia, ci preme ora sottolineare come esse
rappresentino in realtà un ottimo punto di partenza nello studio
dell’argomento, l’indicazione più prossima dell’effettiva presenza dei
presupposti che consentono ad un paese emergente di sfruttare la diffusione
della conoscenza a livello internazionale e la sua crescente velocità, ma come
non ci dicano molto del ruolo giocato dall’innovazione nei processi di catch
up, né ci aiutino a capire se con l’avvento del nuovo paradigma sia diventata
effettivamente uno strumento più accessibile e più funzionale al recupero

114
Fatta eccezione per l’indice costruito dalla World Bank che, come si è detto, calcola il capitale umano
nel Technological Absorptive Capacity Index.

62
economico nei confronti dei paesi avanzati. Costituiscono però delle ottime
fondamenta per un lavoro che intenda valutare il ruolo dell’innovazione in
un’economia emergente perché ci offrono una misura più accurata e ricca,
rispetto a quella degli indicatori tradizionali, dello sforzo tecnologico
intrapreso da un paese per restringere il gap nei confronti dei paesi sulla
frontiera ed accrescere il proprio potenziale tecnologico. Ci offrono un
quadro del panorama in cui le imprese si trovano ad agire e ci danno delle
informazioni sulle risorse a cui possono attingere per acquisire, utilizzare
adattare e creare nuove tecnologie. In ogni caso “l’unità fondamentale
dell’attività tecnologica rimane l’impresa” 115 e questa sarà l’unità di analisi
scelta per buona parte del seguito del lavoro. Tuttavia le potenzialità
tecnologiche di un’impresa sono strettamente legate all’ambiente in cui
opera che dunque necessita di essere analizzato in via preliminare. Come
abbiamo accennato il cambiamento della relazione tra ricerca, innovazione e
sviluppo economico in connessione con l’accelerazione dei processi di
globalizzazione ha modificato il panorama delle opportunità disponibili per
un paese late comer ed in particolare per le sue imprese, ma ciò invece che
ridurre l’importanza del contesto in cui un’impresa agisce l’ha incrementata.
Se la conoscenza tecnologica si diffonde in maniera più facile e veloce ed
allarga le possibilità di recupero economico per i paesi emergenti che
riescano ad assorbirla, sviluppare quelle capabilities che consentono
l’assorbimento e che permettono dunque di trarre pieno vantaggio dal
mutamento del paradigma tecno-economico diventa di rilevanza ancora
maggiore.

1.3.4 Una prospettiva evolutiva: l’innovazione come mezzo per sopravvivere


e affermarsi nella competizione locale e globale.
Tuttavia né la capacità di assorbimento né le misure relative alle
capacità tecnologiche ci dicono molto su come l’innovazione possa costituire
uno strumento utile e sempre più accessibile nel processo di catch up.

115
Lall ( 2000), p. 14.

63
Risulta infatti evidente come anche per quel che concerne questo tipo di
indici, le misure relative all’attività innovativa vengano fatte sulla base
degli indicatori tradizionali e non siano pertanto in grado di percepire
l’innovazione che non proviene da attività di Ricerca e Sviluppo formalizzate
ritenuta invece da noi fondamentale nei processi di sviluppo tardivo oggi.
Per poter valutare l’effettiva importanza dell’innovazione per i paesi
emergenti bisogna a nostro avviso abbandonare una prospettiva unicamente
macroeconomica e guardare alle imprese ed alle condizioni che ne
determinano la sopravvivenza, il successo o la scomparsa.
Schumpeter è stato il primo a mettere in dubbio le basi teoriche della
microeconomia neoclassica affermando che nella realtà capitalistica ciò che
conta realmente non è la competizione sulla base dei prezzi ma sia piuttosto
“la concorrenza creata dalla nuova merce, dalla nuova tecnica, dalla nuova
fonte di approvvigionamento, dal nuovo tipo organizzativo […] che
condiziona un vantaggio decisivo di costo e di qualità ed incide non sui
margini di profitto e sulla produzione delle imprese esistenti, ma sulle loro
stesse fondamenta, sulla loro vita” 116 . E’ dunque l’innovazione a costituire
il principale strumento di concorrenza ed a determinare la posizione
competitiva di un’impresa sul mercato poiché, nel processo di distruzione
creatrice, sono le imprese innovative a prevalere e ciò avviene a spese della
sopravvivenza delle concorrenti, destinate a scomparire. Il successo
dell’impresa per Schumepeter non è dunque “il frutto di un calcolo statico di
ottimizzazione […] , esso deriva piuttosto dalla capacità delle imprese di
progettare e realizzare un sentiero strategico basato sulle innovazioni” 117 .
La riflessione schumpeteriana sull’importanza dell’innovazione nel processo
concorrenziale è stata portata avanti e formalizzata da Richard Nelson e
Sidney Winter in An Evolutionary Theory of Economic Change 118 . Nel loro
lavoro i due autori sottolineano come il cambiamento economico possa essere
considerato un fenomeno di tipo evolutivo. Nella metafora biologica al posto

116
Schumpeter (1942), p.80.
117
Cozzi e Zamagni (1994), p. 417.

64
degli organismi viventi vi sono le imprese il cui comportamento invece che
dall’eredità genetica è definito dalle routine. In ogni momento le routine
stabiliscono il comportamento di un’impresa e dipendono direttamente dalla
sua storia, dalle conoscenze disponibili al suo interno, dalla tecnologia
incorporata nei beni capitali, dalle abilità degli individui che la compongono.
Poiché le routine di ciascuna impresa sono peculiari, è verosimile pensare al
mercato non come ad una realtà composta da organizzazioni identiche tra
loro, come vorrebbe l’ortodossia neoclassica nel caso della concorrenza
perfetta, ma come ad un ambiente popolato da organismi differenti che
reagiscono in modo dissimile anche ad identici stimoli provenienti
dall’esterno. Dal momento che esiste una varietà, esistono routine che
“funzionano meglio” di altre e che pertanto consentono all’impresa che le
mette in pratica di realizzare profitti più alti e di ingrandirsi rispetto alla
concorrenza talvolta fino al punto di spazzarla fuori dal mercato. Se le
imprese sono organismi e le routine costituiscono l’eredità genetica, nella
metafora biologica il mercato svolge il ruolo di selezionatore, fornendo una
definizione del successo dell’impresa collegata alla sua capacità di
sopravvivenza e di crescita. Perché ci possa essere evoluzione vi deve essere
però un qualche elemento che perturba l’equilibrio del sistema, una
mutazione che consente il dispiegamento di nuove routine. L’innovazione
costituisce questa mutazione. A differenza di ciò che avviene realmente in
biologia dove la generazione di una mutazione è puramente casuale,
nell’evoluzione economica l’impresa pianifica la propria azione per generare
innovazioni orientate ad incrementare i profitti, in un processo che ricorda
maggiormente la visione lamarckiana dell’evoluzione. Tuttavia il livello di
incertezza e di rischio concernente il successo della mutazione-innovazione
rimane alto poiché è difficile per un’impresa prevedere se il cambiamento
della routine messo in atto avrà realmente l’effetto positivo sperato. Questo
implica che se un’impresa è sufficientemente profittevole è meno incentivata
a mettere in moto i meccanismi di ricerca che le consentono di modificare le

118
Cfr. Nelson e Winter (1982).

65
proprie routine e che è portata a considerare alternative e dunque ad
innovare soprattutto se si trova in condizioni di avversità che ne minacciano
la stessa sopravvivenza.
La teoria evolutiva qui presentata in modo estremamente
semplificato e sintetico sottolinea dunque il ruolo dell’innovazione come
strumento competitivo. Come abbiamo visto al paragrafo 2, la maggioranza
degli studi che si sono occupati dei processi di catch up hanno considerato
l’innovazione come un obbiettivo da raggiungere piuttosto che come uno
strumento utile sin dalle prime fasi del processo e la teoria evolutiva
riportata sopra è stata quasi esclusivamente utilizzata per descrivere il
comportamento delle imprese nel contesto dei mercati avanzati. Noi
riteniamo invece che possa essere molto utile proprio nel contesto delle
economie emergenti e che offra il punto di vista giusto per valutare il ruolo
che l’innovazione gioca nei paesi late comer ed in particolar modo nelle
aziende locali. Solitamente si dice che il vantaggio competitivo delle imprese
basate nei paesi emergenti sia legato all’importazione di tecnologie dai paesi
avanzati ed alla loro imitazione, al basso costo del lavoro, talvolta alla
protezione del mercato garantita dai governi ed anche alla violazione delle
leggi sulla proprietà intellettuale. Questa visione, per quanto in molti casi
estremamente realistica, perde però di vista alcuni punti fondamentali.
Come abbiamo detto molta della conoscenza tecnologica rilevante sta
diventando via via più codificata ed accessibile, la tecnologia può essere
dunque importata ed imitata in modo più facile anche solo rispetto a venti o
trenta anni fa. Ciò nonostante le routine che determinano il comportamento
e la performance di una grande organizzazione sono molto difficili da
comprendere e da imitare poiché sono per loro natura tacite al punto che,
come nota Richard Nelson, parte della letteratura sulla gestione d’impresa
suggerisce che anche i manager di gruppi di successo spesso abbiano una
conoscenza vaga o persino errata del perché le loro imprese vadano bene 119 .
Anche qualora poi le routine fossero imitabili e perfettamente trasferibili,

66
risulta chiaro come le modalità di organizzazione e direzione che
garantiscono il successo ad un’impresa sui mercati avanzati non assicurino
lo stesso risultato nei paesi emergenti. Questo implica che un’impresa, per
riuscire a sopravvivere e a crescere in un paese late comer, oltre che a
sfruttare i vantaggi elencati sopra, alcuni dei quali tra l’altro possono essere
sfruttati anche dalla concorrenza estera attraverso la delocalizzazione della
produzione, deve sviluppare delle routine e delle modalità organizzative
differenti e nuove rispetto a quelle esistenti, deve trovare soluzioni a
problemi che i gruppi multinazionali dei paesi avanzati semplicemente non
hanno. Che questo si concretizzi esclusivamente in una modifica del
rapporto capitale lavoro nel processo produttivo o in cambiamenti più
profondi nel modello di business costituisce in ogni modo un elemento di
novità rispetto alla pura imitazione.
A ciò va aggiunto che l’avvio di un processo di catch up è solitamente
connesso ad una maggiore esposizione alla concorrenza estera sia che le
imprese locali si concentrino sul mercato interno ed a maggior ragione se
invece puntano sulle esportazioni. Nella prima fase di questo processo le
imprese basate nei paesi emergenti sono senza dubbio sottoposte alla
pressione di condizioni avverse. Sebbene come abbiamo detto dispongano di
alcuni vantaggi, per lo meno nella fase iniziale del loro sviluppo possono
contare su risorse organizzative, finanziarie e tecnologiche
considerevolmente più limitate rispetto alle imprese provenienti dai paesi
avanzati con cui si trovano a rivaleggiare. Per poter sopravvivere devono
ritagliarsi un proprio spazio di mercato e per farlo per necessità devono
modificare lo status quo o sottraendo quote di mercato ad altre imprese o
creando nuovi mercati, ad esempio sbloccando la domanda latente di
consumatori dimenticati. La strategia più semplice e solitamente riportata
con maggiore enfasi è quella legata alla concorrenza sul prezzo: le imprese
late comer sfruttando il basso costo della manodopera riescono ad affermarsi
sulle fasce di mercato più basse fornendo prodotti di scarsa qualità ad un

119
Cfr. Nelson (2006), p.12.

67
prezzo contenuto. La concorrenza sul prezzo racconta però solo una parte
della storia poiché non protegge dalla competizione delle imprese dello
stesso paese né tanto meno dalle multinazionali che delocalizzano la
produzione per sfruttare il costo del lavoro più basso. Per non soccombere in
una competizione in cui non sono certo tra le favorite sul nastro di partenza
le imprese late comer sono quindi incentivate ad introdurre degli elementi di
novità, a mettere in moto quel processo di ricerca che porta alle mutazioni
ed alla nascita di nuove routine. Sarà poi il mercato a stabilire quali imprese
abbiano adottato le routine più adatte nel contesto specifico. Inevitabilmente
molte imprese sono destinate a scomparire ma quelle che riescono ad
emergere sia a livello locale che internazionale vi riescono non solo perché
hanno costi più bassi ma soprattutto poiché riescono ad innovare i
tradizionali modelli di business riformulandoli sfruttando al meglio le
opportunità concesse dalla realtà locale e dalla sua conoscenza. Antoine Von
Agtmael nel suo The emerging Markets Century 120 nota correttamente
come le imprese provenienti dai paesi emergenti che sono riuscite a colmare
il gap e a minacciare la leadership delle concorrenti occidentali vadano
considerate come sopravvissute che hanno prosperato grazie alla capacità di
reagire in modo non convenzionale alle difficoltà risultate fatali per le
concorrenti, in una “tipica bufera di distruzione creatrice” 121 .
Contrariamente a quello che indica la visione tradizionale dei processi
di catch up, riteniamo dunque che le imprese originarie dei paesi late comer
siano naturalmente incentivate a ricercare nuove routine e dunque ad
innovare sin dalle prime fasi del loro sviluppo e che tra esse emergano poi
quelle che hanno introdotto le novità più adatte al successo nel contesto
specifico. Il dispiegamento del nuovo paradigma tecno-economico ha inoltre
amplificato l’intensità di questo processo sotto molti punti di vista. Da un
lato, come abbiamo abbondantemente sottolineato nel corso di questo
capitolo, ha infatti reso l’innovazione più accessibile anche ad imprese

120
Cfr. Van Agtmael (2007)
121
Ivi, p. 30.

68
dotate di risorse limitate, dall’altro con l’intensificarsi della globalizzazione
e la crescente liberalizzazione degli scambi a livello internazionale ha
incrementato la concorrenza proveniente dall’estero in ogni tipo di mercato
rendendo l’introduzione di novità ancora più rilevante ai fini della
sopravvivenza per un’impresa late comer.
Sebbene dunque gli indicatori tradizionali considerino le capacità
innovative di un paese emergente come non confrontabili con quelle delle
economie sulla frontiera tecnologica, riteniamo che per capire il ruolo che
l’innovazione gioca realmente nei processi di sviluppo tardivo si debba
analizzare in chiave evolutiva il comportamento delle imprese che vi si sono
affermate e ricercando gli elementi di novità che ne hanno determinato
l’ascesa. In particolar modo ipotizziamo che quella che in questo capitolo
abbiamo definito come innovazione appropriata costituisca una delle nuove
routine che ha consentito a molte imprese provenienti dai paesi emergenti di
affermarsi sui propri mercati nazionali e di crearsi una solida piattaforma
da cui partire alla conquista dei mercati internazionali.
Nel prosieguo del lavoro applicheremo questa prospettiva al caso
specifico della Repubblica Popolare Cinese andando a vedere da vicino come
molte delle imprese che negli ultimi anni sono divenute leader di mercato a
livello locale ed in qualche caso globale, anche in settori ad altà intensità
tecnologica come quello dell’Information and Communication Technology,
debbano buona parte del loro successo alla capacità di sviluppare
innovazioni destinate alle esigenze specifiche dei mercati periferici,
trasformando apparenti costrizioni in opportunità di mercato. Prima di
passare a considerare le peculiarità di queste trasformazioni occorre
tuttavia, vista la rilevanza del contesto macroeconomico in cui le singole
imprese si trovano ad operare sottolineata in più occasioni, analizzare
l’esistenza delle condizioni ambientali necessarie alla diffusione ed alla
creazione di nuove conoscenze a partire dai concetti di absorptive capacity
e technological capability proposti nel paragrafo precedente.

69
CAPITOLO 2

PERCHE’ LA CINA?

Introduzione

La Repubblica Popolare Cinese forse più di ogni altra area a livello


globale può essere considerata come la frontiera del cambiamento descritto
nel capitolo precedente. Se infatti, come abbiamo sottolineato, alcune delle
caratteristiche assunte recentemente dal sistema economico internazionale
hanno trasformato la relazione tra ricerca, innovazione e sviluppo economico
determinando un mutamento delle condizioni che regolano i processi di
catch up, non c’è area al mondo dove queste peculiarità si manifestino con
intensità maggiore ed abbiano allo stesso tempo un effetto tanto diretto ed
immediato sul sentiero di sviluppo di un paese.
Da un lato nel corso degli ultimi vent’anni la Cina è andata
assumendo un ruolo sempre più centrale non solo nella frammentazione
internazionale della produzione ma anche nel processo di globalizzazione
delle reti di innovazione che avviene attraverso la delocalizzazione da parte
di multinazionali occidentali anche di laboratori per la Ricerca e Sviluppo
oltre che di stabilimenti produttivi. Dall’altro a questo fenomeno si è
accompagnato un importante e costante sforzo da parte del governo cinese
teso alla creazione di una adeguata capacità di assorbimento e ad un rapido
miglioramento del livello del potenziale tecnologico nazionale.
Nonostante ciò le valutazioni sulla capacità innovativa dell’economia
cinese e delle sue imprese hanno sino ad oggi dato adito ad interpretazioni
tra loro anche molto discordanti. Da una parte vi è infatti chi, guardando a

70
limitati successi in settori specifici, esprime le proprie preoccupazioni per
l’imminente emergere della Cina come superpotenza tecnologica a livello
globale. Dall’altro si pone chi invece, puntando il dito sull’incapacità del
sistema innovativo cinese di dare alla luce innovazioni radicali, sottolinea il
gap tra lo sforzo profuso dal governo e la scarsità dei risultati ottenuti. Chi
si pone su questa linea continua pertanto a considerare la Repubblica
Popolare esclusivamente come officina del mondo, destinata
all’assemblaggio di prodotti pensati altrove e valuta come marginale il suo
contributo nel processo di creazione del valore.
A queste valutazioni di segno opposto fa da contraltare l’emergere di
un gruppo di imprese locali che, nonostante la concorrenza delle
multinazionali estere, sono riuscite a ritagliarsi, talvolta anche in tempi
molto rapidi, un proprio spazio dapprima sul mercato locale e poi sui
mercati esteri, come è ben testimoniato dall’attenzione che molti osservatori
internazionali 1 hanno riservato loro negli ultimi due anni. Sebbene sia
opinione diffusa che l’ascesa della concorrenza cinese si basi esclusivamente
su imitazioni di scarsa qualità commerciate a prezzi molto contenuti grazie
allo sfruttamento di manodopera a basso costo e, talvolta, a violazioni dei
diritti di proprietà intellettuale, in questo lavoro si ipotizza invece che la
buona performance dei gruppi cinesi, anche in settori come quelli dell’ICT e
dell’elettronica di consumo, sia fondata piuttosto sulla loro capacità di
innovare e di farlo in un modo differente e peculiare al livello di sviluppo
economico del proprio paese.
La centralità nelle reti di produzione ed innovazione globali, lo sforzo
profuso nella costruzione delle capabilities necessarie all’assorbimento di
tecnologia e l’emergere delle sue imprese, fanno della Cina il terreno ideale
per adottare la prospettiva evolutiva proposta nel capitolo precedente al fine
di valutare l’effettiva capacità innovativa ed il ruolo che l’innovazione gioca
oggi nel processo di sviluppo tardivo di un paese late comer.

1
Cfr. Boston Consulting Group (2008a) (2008c), Business Week (2008), Van Agtmael (2007), The
Economist (2008), Sirkin, Hemerling e Bhattacharya (2008).

71
1 La Repubblica Popolare Cinese come frontiera del cambiamento
Negli ultimi trent’anni la Cina ha attraversato un periodo di
trasformazioni politiche, economiche e sociali senza precedenti quanto ad
intensità e rapidità. Se guardiamo alla Repubblica Popolare del 1976,
all’indomani della morte di Mao Zedong, difficilmente possiamo scorgervi
un paese in procinto di avviare un profondo processo di mutamento e di
diventare un nodo produttivo fondamentale per l’economia mondiale. Negli
anni settanta la Cina è ancora duramente colpita, sia dal punto di vista
economico che sociale, dalle violenze e dall’ideologia utopica della
Rivoluzione Culturale 2 . Il quadriennio tra il 1966 ed il 1969 si è infatti
caratterizzato come un’epoca in cui il volontarismo economico ha prevalso
sulla competenza, sulla capacità e sul sapere esperto di tecnici ed
intellettuali, spesso criminalizzati e trattati alla stregua di traditori della
patria. Le università, epicentro iniziale della rivoluzione, in una fase
successiva vengono addirittura chiuse così come molte scuole primarie e
secondarie, precludendo ad un’intera generazione la possibilità di
completare, e talvolta di cominciare, la propria formazione 3 . Il censimento
del 1982 rivela che, ancora a quella data, il 28 per cento della popolazione
cinese risulta analfabeta 4 . La crescita economica che si registra nel
decennio 1966-76 è in larga parte dovuta al contributo dell’industria
pesante, mentre la produttività del settore agricolo continua a ristagnare a
causa della sottoccupazione che colpisce le campagne e della totale
mancanza di un adeguato sistema di incentivazione. A livello internazionale
la Repubblica Popolare sia dal punto di vista politico, se si escludono i primi
segnali di dialogo con gli Stati Uniti del periodo 1971-72, che da quello
economico è in condizioni di totale isolamento. Il paese è quasi
completamente chiuso agli scambi commerciali con il resto del mondo ed

2
Sull’argomento si veda ad esempio Bergère (2000), in particolare “Parte seconda: La fuga nell’utopia
(1966-1976) ”, p.169.
3
Cfr. Gregory e Meng (2007).
4
Cfr. Bergére (2000), p.243.

72
attua una politica di autarchia che “porta alle estreme conseguenze le
prescrizioni della Teoria dell’industria nascente” 5 . Questa scelta, ponendo
restrizioni alle importazioni e non offrendo alcun tipo di incentivo ad
esportare, dà vita ad un modello di specializzazione distorto che porta la
quota cinese sul commercio mondiale a ridursi dall’1,5 per cento del 1953
allo 0,6 per cento del 1977 6 , con degli evidenti effetti negativi per il
benessere nazionale. Tale modello non consente infatti ai consumatori cinesi
di godere dei benefici della specializzazione internazionale della produzione.
Quando nel dicembre del 1978 Deng Xiaoping assume definitivamente
la guida del paese, la Cina è dunque un paese ancora fortemente arretrato
il cui PIL in Parità di Potere d’Acquisto (PPP) misura circa il 9% per cento
di quello degli Stati Uniti nonostante una popolazione cinque volte
superiore, per un PIL pro capite, calcolato in PPP, che si ferma infatti
appena al 2 per cento di quello americano 7 .
Con l’insediamento di Deng si avvia però un processo di profonda
riforma e modernizzazione che modifica completamente il volto
dell’economia cinese, portandola a compiere una transizione graduale dalla
pianificazione a quella che è stata definita come economia del doppio
binario, in cui alla programmazione ed al potere pubblico è andata
affiancandosi un’estesa e crescente influenza del mercato.
La modernizzazione parte dalle campagne, dove alle comuni popolari si
sostituiscono le Town and Villages Enterprises (TVEs) e si attua il passaggio
ad un sistema semiprivato di gestione della terra. A partire dal 1984 le
liberalizzazioni coinvolgono anche il settore industriale. Inizialmente
riguardano esclusivamente modeste possibilità di fluttuazione di prezzi e
salari ma, con il XIV Congresso del Partito Comunista Cinese, tenutosi
nell’ottobre del 1992, si dà il via libera alla privatizzazione delle imprese
statali ed alla nascita di nuove imprese private e viene adottato il concetto
di economia socialista di mercato. Alle riforme del sistema agrario ed

5
Amighini e Chiarlone (2008), p. 59.
6
Ivi, p.62.

73
industriale e a quella parziale del sistema finanziario si accompagna una
decisa apertura a livello internazionale che si inaugura con la cosiddetta
politica della porta aperta nei primi anni ’80. Tale apertura culmina, dopo
un processo di integrazione nell’economia mondiale incredibilmente rapido,
con l’adesione della Repubblica Popolare all’Organizzazione Mondiale del
Commercio (OMC) nel dicembre del 2001.
Le modernizzazioni cominciate da Deng Xiaoping hanno un effetto
straordinario e consentono alla Repubblica Popolare di imboccare uno
spettacolare sentiero di crescita economica. Tra il 1978 ed il 2007 il PIL
cinese cresce ad un tasso medio annuo di poco inferiore al 10 per cento 8 ,
consentendo al paese di accorciare sensibilmente il divario nei confronti
delle economie di più antica industrializzazione. Nel 2007 il PIL cinese in
Parità di Potere d’Acquisto (PPP), secondo le più recenti stime della World
Bank, è pari a circa il 52 per cento di quello U.S.A., mentre il PIL pro capite
in PPP a circa il 12 per cento di quello statunitense 9 . Nonostante la
differenza sia ancora enorme e, soprattutto a livello di reddito pro capite, i
dati non possano che farci continuare a considerare la Cina per molti aspetti
un paese economicamente ancora arretrato, la prepotente crescita
economica che ha contraddistinto gli ultimi trent’anni della storia della
Repubblica Popolare ha consentito di ridurre in modo importante la
percentuale della popolazione nazionale che vive in condizioni di povertà
estrema. Tra il 1990 ed il 2003 il numero di individui che vivono con meno di
un dollaro al giorno si è ridotto da 377 a 173 milioni, ovvero di più del 50 per
cento. Quest’ultimo dato assume una rilevanza ancora maggiore se si pensa
che nel 1990 il numero di individui che a livello globale viveva sotto la soglia
di un dollaro al giorno era di circa 1 miliardo e 250 milioni 10 . Ciò significa

7
Cfr. World Bank , WDI (vari anni).
8
Precisamente del 9.92 per cento. Elaborazione su dati World Bank, WDI (Vari anni).
9
Elaborazione su dati World Bank, WDI (Vari anni). In realtà esistono diverse metodologie di calcolo
della PPP, alcune di esse danno un’interpretazione diversa della relazione tra economia cinese e
statunitense. Ad esempio i dati di Angus Maddison espressi in dollari internazionali Geary-Khamis 1990,
indicano che il PIL cinese sarebbe arrivato addirittura al 78 per cento di quello U.S.A. e a quasi il 20 per
cento in termini pro capite.
10
Cfr. World Bank (2007).

74
che il processo di sviluppo tardivo intrapreso dalla Cina ha ridotto del 16%
la percentuale della popolazione globale che vive in condizioni di povertà
estrema nello spazio di poco più di un decennio.
Alla luce di questi dati appare evidente quanto il processo di catch up
intrapreso dalla Cina sia rilevante per il miglioramento delle condizioni di
vita di una ampia percentuale della popolazione del pianeta e quanto sia
importante comprendere quali siano i fattori che hanno innescato ed
alimentato un processo di sviluppo tardivo tanto rapido e profondo. Sebbene
gli elementi che hanno contribuito a mettere in moto il gigante asiatico
siano molteplici (tra quelli citati più di frequente troviamo ad esempio
l’accumulazione primaria consentita dall’aumento di produttività del settore
agricolo grazie al sistema delle TVE, l’elevato tasso di investimento o la
riduzione del tasso di crescita della popolazione), in questo lavoro si ipotizza
che un ruolo di primo piano sia giocato dal progresso tecnologico e
dall’innovazione. Nel capitolo precedente abbiamo sottolineato come alcuni
fattori quali l’apertura alle conoscenze tecnologiche provenienti dall’estero e
la costruzione di un’adeguata capacità di assorbimento da parte del paese
ricevente siano tra gli elementi che influenzano maggiormente la possibilità
di un paese di avvantaggiarsi dalla sua arretratezza economica e tecnologica
relativa. Si è poi detto come l’accelerazione dei processi di globalizzazione, la
frammentazione internazionale della produzione e la creazione di reti di
innovazione globali nel corso degli ultimi vent’anni abbiano modificato il
legame tra ricerca, innovazione e sviluppo economico e con esso anche le
condizioni che determinano il successo di un processo di catching up
rendendo l’innovazione accessibile sin dalle prime fasi del processo di
sviluppo. La contemporaneità tra il complesso di riforme economiche portate
avanti in Cina a partire dal 1978 ed in particolare tra la sua celere apertura
verso l’estero dopo il 1992 ed il mutamento dell’organizzazione del sistema
di produzione industriale a livello planetario sopracitato ha avuto come
effetto quello di trasformare la Repubblica Popolare Cinese in un una vera e
propria frontiera del cambiamento in atto, dove molti dei fenomeni che

75
stanno modificando il mondo che conoscevamo si manifestano con la
massima intensità.. La Cina, sotto la spinta delle delocalizzazioni e della
modularizzazione della produzione globale, è infatti divenuta vero e proprio
nodo centrale nelle reti di produzione globali, venendo quindi esposta ad un
flusso di conoscenze senza precedenti.. La circolazione di informazioni non è
inoltre rimasta limitata ai canali tradizionali del trasferimento tecnologico e
degli effetti di spillover generati dagli investimenti diretti esteri, ma ha
implicato una forte integrazione nel fenomeno del tutto nuovo
dell’’internazionalizzazione delle attività di Ricerca e Sviluppo da parte di
molte multinazionali basate in paesi di più antica industrializzazione.
La Repubblica Popolare si trova dunque in una condizione unica nel
contesto dei paesi emergenti dal punto di vista delle opportunità
tecnologiche e di sviluppo poiché da un lato può sfruttare il livello di
integrazione raggiunto nelle reti di produzione e di innovazione che sono
andate creandosi negli ultimi vent’anni, dall’altro ha potuto e può tutt’oggi
beneficiare di molti dei vantaggi derivanti dall’arretratezza economica
relativa di cui si è detto nel primo capitolo, come ad esempio il basso costo
della manodopera.

1.1 La Cina nelle reti di produzione globali


Come è sottolineato ad esempio da Wolfgang Keller 11 , una maggiore
apertura verso l’estero, sia a livello commerciale che a livello di attrazione
degli investimenti diretti esteri, può essere considerata una delle migliori
modalità per attirare capitali, ottenere ed assorbire tecnologie moderne dai
paesi sulla frontiera tecnologica e creare capacità manageriali attraverso
l’esposizione alle best practices utilizzate dalle imprese multinazionali. La
costruzione di opportuni canali per il trasferimento di conoscenze
tecnologiche dai paesi avanzati è dunque, sin dall’origine del processo di
riforme, uno degli obiettivi alla base della politica di apertura dell’economia

11
Cfr. Keller (2004)

76
cinese che trasformerà il paese da sistema pressoché autarchico ad uno dei
principali snodi nel settore produttivo globale. Ai fini del nostro lavoro ci
sembra quindi utile ripercorrere brevemente l’andamento di tale processo.
Negli anni ottanta la Repubblica Popolare porta avanti una strategia
simile a quella di altri paesi asiatici, combinando una politica di promozione
delle esportazioni con una di protezione delle importazioni attraverso
barriere tariffarie e non tariffarie. Per evitare che i dazi sulle importazioni
abbiano un effetto negativo sul settore esportatore dell’economia, che invece
si intende promuovere, e sull’upgrading tecnologico dell’industria cinese, i
beni capitali ed i beni intermedi destinati alla produzione e all’assemblaggio
di merci da riesportare sono esentati da dazio. Tra il 1981 ed il 1987 le
importazioni delle imprese di stato cinesi si concentrano sul rinnovamento
tecnologico dei propri impianti e sulla costruzione di nuove linee produttive
per beni destinati all’esportazione e beni per cui vi è una crescente domanda
interna, come elettrodomestici bianchi e televisori. Attraverso due piani ad
hoc del governo cinese 12 nel giro di quattro anni (1983-1987) vengono
importati beni capitali per un valore complessivo di circa 5 miliardi di
dollari 13 , provenienti per lo più da Giappone, Stati Uniti e Germania Ovest.
Un simile criterio selettivo si applica anche agli investimenti diretti esteri
(IDE) consentiti ed incoraggiati attraverso politiche di esenzione fiscale solo
in settori ed aree geografiche specifiche. A partire dal 1978 si istituiscono
Zone Economiche Speciali (ZES) nelle città di Shenzen, Zuhai, e Shantou nel
Guandong, a Xiamen nel Fujian ed in tutta la provincia costituita dall’isola
di Hainan. Nel corso degli anni ottanta quasi tutte le più importanti città
delle regioni costiere, tra cui Tianjin, Qingdao, Ningbo, Fuzhou, vengono
aperte agli investimenti diretti esteri e le quattro ZES originarie vengono
ampliate. Nonostante ciò gli IDE diretti in Cina rimangono modesti per tutti
gli anni ’80. Come dimostrano i grafici in Figura 2.1 e 2.2,

12
“3000 items plan” (1983-1985) e “12 production lines plan” (1986-1987) . Per una trattazione più
completa si veda Jangping(1997)
13
Cfr. Jangping(1997), p. 83.

77
Figura 2.1: Flusso di IDE in Cina comparato con gli altri maggiori destinatari
(mld di dollari).

350
300
250
200
150
100
50
0
1980

1982

1984

1986

1988

1990

1992

1994

1996

1998

2000

2002

2004

2006

2008
-50

United States France


China United Kingdom

Fonte: UNCTAD. Statistical Database online 14 .

Figura 2.2 : Stock di IDE diretti in Cina (mld di dollari)

400
350
300
250
200
150
100
50
0
85

87

89

91

93

95

97

99

01

03

05

07
19

19

19

19

19

19

19

19

20

20

20

20

Fonte: UNCTAD. Statistical Database online 15 .

rappresentanti l’andamento del flusso e dello stock di IDE verso la


Repubblica Popolare Cinese. E’ solo con il decennio successivo che
l’afflusso di capitali dall’estero comincia a crescere in modo importante.
Tale incremento è dovuto a fattori istituzionali e a precise scelte di politica

14
Accessibile al sito http://stats.unctad.org/FDI/
15
Ivi.

78
economica. Nel febbraio del 1992 Deng Xiaoping durante il suo viaggio nelle
province del sud del paese, Guandong ed Hainan, rilancia in maniera decisa
il tema della riforma economica e indirizza il paese verso una fase di più
intensa liberalizzazione ed apertura. L’intervento di Deng insieme ad una
nuova regolamentazione per il trattamento fiscale delle Joint Venture a
partecipazione estera e all’allargamento per queste ultime delle possibilità
di vendere i propri prodotti sul mercato interno cinese, convincono molte
imprese multinazionali (in particolar modo quelle provenienti da paesi della
stessa area geografica come Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Hong-Kong,
Singapore oltre che da Europa e Stati Uniti 16 ) a stabilire nella Repubblica
Popolare una buona parte delle proprie attività produttive. Le motivazioni
di un tale spostamento vanno ricercato non solo nella politica di incentivi
portata avanti dal governo cinese ma anche in un’altra coppia di fattori: i
gruppi stranieri trasferiscono i propri stabilimenti in Cina da un lato per
poter sfruttare l’abbondanza ed il basso costo della manodopera, dall’altro
per poter accedere più facilmente ad un mercato in costante crescita e di
dimensioni potenziali uniche a livello globale. Questi elementi di spinta sono
forti al punto che la Repubblica Popolare Cinese tra il 1992 ed il 1998 risulta
essere il paese che riceve il flusso annuale di investimenti diretti esteri più
abbondante, dietro ai soli Stati Uniti 17 . Tra il 1992 ed il 1996 in Cina
vengono registrate più di 240.000 imprese a partecipazione estera (FIE:
Foreign Invested Enterprises). La crisi che nel 1997 investe alcune delle più
importanti economie dell’area asiatica rallenta considerevolmente il tasso
di crescita del flusso degli investimenti diretti in Cina tra il 1998 ed il 2000.
Si tratta però solo di una decelerazione temporanea: grazie all’abilità

16
Secondo i dati del Ministero del Commercio Cinese (MOFCOM) al primo posto della classifica dei
paesi da cui provengono la maggior parte dello stock di IDE verso la Repubblica Popolare Cinese per il
periodo 1990-2005 vi è nettamente Hong Kong, da cui giungono oltre il 40 % degli investimenti, a cui
seguono USA e Giappone (9% per entrambi), Taiwan (7%), Sud Corea e Singapore (5%). Francia,
Germania e Regno Unito arrivano insieme al 5%. Il consolidato primato di Hong Kong è dovuto però in
una percentuale difficilmente quantificabile al cosiddetto fenomeno del round tripping, per il quale alcune
società fanno uscire illegalmente capitali dalla Cina per reinvestirveli passando per Hong Kong,
beneficiando così degli incentivi e degli sgravi fiscali destinati agli IDE in ingresso nella RPC (Lemoine,
2001) .
17
Cfr. Elaborazione su dati UNCTAD (2008).

79
dimostrata nella gestione della crisi e all’adesione all’OMC, la Cina
guadagna ulteriore fiducia come destinatario di IDE. Gli investimenti
ricominciano a crescere velocemente al punto che tra il 2001 ed il 2006 la
Repubblica Popolare rimane sempre tra i primi quattro paesi al mondo per
flusso di IDE ricevuti, piazzandosi addirittura al primo posto nel 2003 18 .
Nello spazio di meno di tre decenni si è dunque passati da
un’economia isolata dal resto del mondo ad una in grado di attrarre più
investimenti che qualsiasi altro paese sul pianeta. Questi cambiamenti
hanno considerevolmente mutato il volto dell’economia cinese impattando in
modo decisivo sul modello di specializzazione e sulla struttura del sistema
industriale della Repubblica Popolare. Se infatti ancora per tutti gli anni
ottanta la Cina poteva essere considerata un’economia specializzata in
settori industriali tradizionali quali tessile, abbigliamento e calzature,
quindici anni di decisa apertura agli IDE ci consegnano oggi un paese che
detiene un vantaggio comparato in settori tradizionalmente considerati a
più alta intensità di Ricerca e Sviluppo 19 come quello dell’Information and
Communication Technologies (ICT) e dell’elettronica di consumo. Ciò si deve
in primo luogo alla dinamicità del settore dell’ICT nel contesto del
commercio internazionale. Basti pensare in tal senso che il tasso di crescita
medio annuo del commercio globale di beni ICT tra il 1995 ed il 2005 è
stato quasi del 24 per cento a fronte di un incremento annuale medio dello
scambio globale di beni e servizi del 7,1 per cento 20 . La domanda crescente a
livello mondiale per questo genere di prodotti ha quindi determinato
l’esigenza di allargare la base produttiva. Molte imprese basate nei paesi
avanzati, in particolare in quelli della stessa area geografica (Hong Kong,
Taiwan, Corea, Singapore) hanno individuato in una Cina abbondante di
manodopera a basso costo ed aperta al resto del mondo, il terreno fertile per
l’apertura di nuove filiali destinate all’assemblaggio di prodotti elettronici

18
Cfr. Elaborazione su dati UNCTAD (2008).
19
Cfr. Pavitt (1984).
20
Lemoine e Unal-Kesenci (2007), p.27.

80
da riesportare, in un secondo tempo, nei paesi industrializzati. Queste
decisioni di delocalizzazione hanno influenzato in maniera profonda la
posizione della Cina negli scambi internazionali, portandola già nel 2007 ad
essere il secondo paese esportatore di merci, dietro alla sola Germania 21 , e a
guadagnare una quota pari all’8,7 per cento sul totale delle esportazioni
mondiali. Dati diffusi recentemente dall’ufficio statistico tedesco stabiliscono
incoronano oggi la Repubblica Popolare come primo paese esportatore a
livello mondiale 22 . Per comprendere meglio l’entità del cambiamento basti
pensare che ancora nel 1995 la quota cinese sulle esportazioni mondiali di
merci era del 2,9 per cento, dato che le valeva solo il decimo posto nella
classifica dei principali esportatori 23 . Il contributo degli investimenti diretti
esteri in tale incremento risulta evidente se consideriamo che il 95 per cento
delle esportazioni cinesi deriva dall’industria manifatturiera, che dal 2004
circa il 30 per cento di queste è rappresentato da prodotti high-tech 24 e che
una quota che si colloca tra l’80 ed il 90 per cento delle esportazioni high-
tech, a seconda degli autori che propongono il dato 25 , sia riconducibile ad
imprese a partecipazione straniera. La Repubblica Popolare Cinese si può
così definire vera e propria officina del mondo. Uno snodo fondamentale
nelle reti di produzione globali, dove giungono beni intermedi e semilavorati
da ogni angolo del globo per essere assemblati da imprese a partecipazione
mista, estera e cinese, per poi essere riesportati in gran parte sui mercati
dei paesi avanzati.
Sebbene le attività che vengono svolte in Cina siano dunque quelle
maggiormente intensive in lavoro e che incidono di meno in termini di
valore sul prezzo del bene finale, l’integrazione nelle reti di produzione
globale, consentita dalle politiche di attrazione degli investimenti portate
avanti dal governo e da un mutamento del sistema produttivo a livello
mondiale, rappresentano ed hanno rappresentato una notevole opportunità

21
Posizione confermata anche per il 2008.
22
Cfr. Il Sole 24 Ore (2010).
23
Cfr. WTO(2009), http://stat.wto.org/ .
24
Cfr. World Development Indicators (2008).

81
per l’industria cinese. Proprio in virtù dell’elevata modularità e della
specializzazione verticale che oggi caratterizza tali reti, la presenza di
investitori stranieri ha infatti “stimolato un rapido aumento della
produttività […] delle imprese cinesi, favorendo la nascita di rilevanti filiere
industriali e lo sviluppo di catene locali di sub fornitura” 26 . L’integrazione
della Cina nelle reti di produzione globale ha dunque consentito una
maggiore diffusione di conoscenza tecnologica sia grazie al trasferimento
diretto di beni capitali necessari alla produzione delle imprese a
partecipazione estera, sia perchè i gruppi stranieri per essere sicuri che i
fornitori locali riuscissero a garantire le quantità e la qualità richieste,
hanno dovuto condividere con loro conoscenze tecniche e manageriali dando
il via a processi di spill over delle conoscenze, di learning by doing e di
learning by interacting. Se inizialmente tale condivisione è stata limitata a
procedure codificate necessarie per garantire la funzionalità delle strutture
produttive, logistiche e distributive “con il passare del tempo la conoscenza
condivisa è andata incorporando anche forme di conoscenza organizzativa di
più alto livello e per lo più di natura tacita, riguardante i processi di
controllo, pianificazione, decision-making e coordinamento” 27 . Quelli che in
origine erano dunque sistemi produttivi locali di sub fornitura creati per
soddisfare la domanda proveniente da gruppi stranieri, “nel tempo hanno
sviluppato capacità produttive tali da ritagliarsi quote di mercato
indipendenti dalla collaborazione con i loro committenti” 28 .
La presenza di gruppi stranieri in un paese emergente ha solitamente
anche l’effetto, talvolta considerato negativo, di aumentare la pressione
concorrenziale sull’economia locale. Soprattutto nel caso di investimenti
market seeking, orientati quindi a facilitare l’ingresso o a migliorare la
posizione dell’impresa investitrice sul mercato del paese ospitante, la
competizione con gruppi multinazionali provenienti da paesi avanzati può

25
Cfr Lemoine e Unal-Kesenci(2007), Amighini e Chiarlone (2007), Ernst e Naughton (2007).
26
Cfr. Amighini e Chiarlone ( 2007), p. 78.
27
Cfr. Ernst ( 2004), p.18.
28
Cfr. Amighini e Chiarlone ( 2007), p. 95.

82
rappresentare una minaccia alla sopravvivenza di un’industria locale
appena nata e meno competitiva dal punto di vista delle risorse e
dell’organizzazione. Anche nel caso cinese si è verificato un fenomeno di
questo tipo soprattutto per le imprese locali che si concentrano su segmenti
di mercato simili a quelli abitualmente serviti dalle multinazionali
provenienti da paesi più avanzati, ovvero quelli a reddito più alto. Se ciò è
vero, è innegabile però anche il fatto che la maggiore concorrenza abbia
obbligato, ed obblighi tuttora, le aziende cinesi a trovare delle soluzioni che
gli consentano di sopravvivere nella competizione con le multinazionali
straniere. Da un lato ciò ha incentivato quindi le imprese locali ad
aumentare la qualità e ad ampliare la portata della propria offerta per
rivaleggiare con i prodotti della concorrenza estera, dall’altro, cosa molto più
importante per il nostro lavoro, ha obbligato i gruppi cinesi a sviluppare il
prima possibile strategie e modelli di business innovativi.
La Repubblica Popolare Cinese a trent’anni dall’inizio delle riforme
volute da Deng Xiaoping si ritrova dunque al centro di un sistema di reti
che, espandendo i legami internazionali tra imprese che occupano posizioni
diverse nella catena del valore, riduce in maniera graduale, ma continua, gli
ostacoli alla diffusione internazionale di conoscenza proprio mentre le nuove
tecnologie comunicative non solo facilitano lo scambio di informazioni ma
anche la condivisione e la creazione congiunta di nuove conoscenze. Sia che
un’impresa basata in Cina sia direttamente coinvolta nel trasferimento di
tecnologia e competenze manageriali con aziende estere, sia che si trovi a
competere con multinazionali provenienti dai paesi avanzati è indubbio che
il solo fatto di interagire con esse la vincoli a prendere contatto con un flusso
di informazioni e conoscenza che non ha precedenti nella storia. Ovviamente
l’accessibilità a conoscenza, anche qualora codificata, non è condizione
sufficiente ad un rapido apprendimento, tuttavia ne è condizione necessaria
e, ad oggi, non vi è area al mondo dove questa condizione possa essere
soddisfatta con più efficacia che nella Repubblica Popolare Cinese.

83
1.2 La Cina nelle reti di innovazione globali
Accanto alla frammentazione internazionale della produzione
nell’ultimo decennio ha fatto la sua comparsa un fenomeno che è destinato a
modificare in maniera anche più profonda la geografia della conoscenza
mondiale. Se con l’affermazione delle reti di produzione globali abbiamo
progressivamente accettato l’idea che una parte della produzione, e
segnatamente quella a più scarso contenuto di valore aggiunto, di beni
destinati ai mercati dei paesi avanzati potesse avvenire in paesi emergenti
ed in via di sviluppo per avvantaggiarsi del basso costo della manodopera,
siamo tuttora convinti, o quantomeno abituati a pensare, che le attività di
Ricerca & Sviluppo siano destinate a rimanere concentrate in un numero
limitato di paesi o macro-regioni avanzate, in particolare nella cosiddetta
triade composta da Nord America, Giappone ed Europa. Tuttavia anche
questa certezza sta diventando via via meno granitica. Nel corso degli ultimi
dieci, quindici anni molti gruppi multinazionali hanno infatti cominciato ad
internazionalizzare, oltre che la fase produttiva, anche la propria attività di
Ricerca e Sviluppo, localizzando i propri laboratori non solo nei paesi
d’origine o in altri paesi avanzati ma anche in economie emergenti come
quella cinese e quella indiana. Questo fenomeno, che viene definito come
“globalizzazione della R&S e dell’innovazione” 29 , sicuramente reso più
facile dalla diffusione di tecnologie comunicative ed informatiche in grado di
garantire una quasi istantanea trasmissione di conoscenza codificata anche
a migliaia di chilometri di distanza, “sta effettivamente cambiando il modo
in cui l’innovazione viene trasmessa ed utilizzata a livello globale”30 .
La Cina, trasformatasi nel corso degli anni novanta in officina del
mondo in conseguenza degli IDE finalizzati alla produzione, con il nuovo
millennio è divenuta uno dei centri più importanti ed attraenti anche nelle
reti di innovazione globali. Se infatti i primi laboratori di R&S stranieri
hanno fatto la loro comparsa in Cina sin dalla metà degli anni novanta

29
OECD(2007), p. 268.
30
Ivi.

84
grazie a grandi gruppi del settore ICT come Microsoft, Nortel, Nokia ed
Ericsson, a partire dal 2000 il numero di imprese che ha localizzato almeno
parte della propria attività di R&S su suolo cinese è esponenzialmente
incrementata, coinvolgendo nuovi settori come il biomedico e l’automotive ed
interessando in modo crescente anche piccole e medie imprese 31 . Sebbene le
statistiche riguardanti i centri stranieri per la R&S possano variare, anche
in modo considerevole, a seconda della fonte consultata a causa sia della
velocità con cui compaiono nuovi laboratori sia delle differenze nelle
modalità di rilevamento, vi è un generale accordo sul fatto che il loro
numero sia fortemente aumentato a partire dal 2000. Secondo i dati forniti

Figura 2.1: Numero di laboratori per la R&S di imprese estere in Cina

Fonte: Bouteiller, Gassman, Von Zedtwiz (2008).

nel 2008 dal Ministero del Commercio della Repubblica Popolare


(MOFCOM) e riportati anche dall’OECD, alla fine del 2006 vi erano più di
930 organizzazioni straniere, concentrate soprattutto nella zona di Pechino
e di Shanghai, che si occupavano a vario titolo di Ricerca e Sviluppo: ciò fa

31
Cfr. Bouteiller, Gassman, Von Zedtwiz (2008), p.68.

85
della Cina il secondo paese per numero di centri esteri per la R&S dietro ai
soli Stati Uniti 32 . Alcuni osservatori occidentali come Maximilian Von
Zedtwiz 33 riportano invece cifre più contenute (poco più di 500 laboratori a
fine 2005) ma sottolineano comunque l’accelerazione impressa al fenomeno
negli ultimi anni, come dimostra la figura 2.1.
La provenienza di questo tipo di investimenti diretti è molteplice e
riguarda gruppi multinazionali molto importanti sia dal punto di vista delle
dimensioni che della notorietà a livello internazionale come si può notare
dando un’occhiata alla Tabella 2.1:

Tabella 2.1: Provenienza di alcune imprese note con laboratori di R&S in Cina
Europa Stati Uniti Giappone Altri
Nokia, Ericsson, Microsoft, Motorola, Ajinomoto, Hitachi, Acer, Infosys,
Bayer, Hoffmann- Lucent, Toshiba, Yamaha, BenQ, Tata,
Laroche, Volksvagen,DuPont, Procter & Matsushita Electric, Nortel, Merry
SAP, Schindler, Gamble, Canon, Toyota, Sharp, Electronics, LG,
Tetrapak, Electrolux,
IBM, Honeywell, Intel, Sony, Fujitsu, Honda, Samsung
Unilever, Nestlè, UTC, NEC, NTT DoCoMo
Alcatel, Novo Oracle, Dell, Hewlett-
Nordisk, Siemens, Packard, Sun, GM,
Philips Kodak,
Agilent, Qualcomm,
GE
Fonte: Bouteiller, Gassman, Von Zedtwiz (2008).

Le motivazioni che hanno spinto e spingono questo particolare tipo di


delocalizzazioni sono principalmente tre. In primo luogo vi è l’esigenza da
parte delle imprese che hanno localizzato parte della propria attività
produttiva sul territorio della Repubblica Popolare di avere centri di R&S, in
particolar modo concentrati sulla fase di sviluppo del prodotto, vicino agli
stabilimenti produttivi. Ciò risulta necessario soprattutto per le produzioni
destinate al mercato interno. In questo caso infatti i laboratori hanno
l’obiettivo primario creare punti di contatto tra le esigenze specifiche di un
mercato vasto ed in crescita come quello cinese ed i prodotti e le tecnologie
tradizionalmente fornite dalla casa madre. La necessità di adattamento

32
Cfr. OECD(2007), p. 268.
33
Cfr. Bouteiller, Gassman, Von Zedtwiz (2008), p.68.

86
della propria offerta alle specificità del mercato non è comunque l’unico
driver della delocalizzazione delle attività di R&S in Cina, come testimonia
il fatto che molti di questi centri, circa un terzo del totale secondo Von
Zedtwitz, Boutellier e Gassman 34 , siano autonomi rispetto agli stabilimenti
produttivi e conducano un tipo di R&S che l’OECD descrive come
crescentemente “innovativo piuttosto che adattivo” 35 . Esempio di questa
tendenza è il centro Microsoft Research Asia a Pechino che MIT Technology
Review ha definito già nel 2004 come “the world’s hottest computer lab” 36 , o
il fatto che il laboratorio Nokia di Pechino sia uno degli otto creati dal
gruppo finlandese per portare avanti ricerche a livello globale. Ciò è dovuto
in primo luogo alla disponibilità di risorse umane di elevata qualità ad un
costo decisamente inferiore rispetto a quello dei paesi di più antica
industrializzazione. Basti pensare che la Cina in quattro anni ha più che
raddoppiato il numero degli studenti che conseguono una laurea bachelor 37
in discipline ingegneristiche, passando dai 252.000 studenti dell’annata
2001-02 ai 575.000 del 2005-06 38 . Il dato diventa molto significativo se lo si
confronta con quello degli Stati Uniti, dove nel 2006 gli studenti che hanno
conseguito un titolo analogo sono stati circa 129.000 39 , soprattutto se
pensiamo che il salario medio di un ingegnere cinese è di circa quattro volte
più basso rispetto a quello di un pari livello americano 40 .
Lo spostamento di una parte consistente dell’attività di ricerca in Cina da
parte di gruppi provenienti da paesi sulla frontiera tecnologica corrisponde
dunque alla volontà di attingere ad un ampio bacino di manodopera
qualificata a basso costo. A questo fattore va anche aggiunto il circolo
virtuoso che si mette in atto quando il numero e l’importanza delle imprese
che hanno localizzato una propria divisione di R&S in un’area specifica

34
Cfr. Bouteiller, Gassman, Von Zedtwiz (2008), p. 68
35
Cfr. OECD (2007), p. 277.
36
Cfr. Huang (2004).
37
Titolo che corrisponde alla laurea triennale italiana.
38
Cfr. Wadhwa, Gereffi, Rissino, Ong (2007), p. 16
39
Cfr. Ivi.
40
Dato tratto da Bouteiller, Gassman, Von Zedtwiz (2008), p. 65.

87
supera una certa soglia. Le imprese multinazionali cominciano infatti a
pensare non solo ai vantaggi di costo che deriverebbero dal situare un centro
di R&S in Cina, ma anche agli svantaggi che a livello strategico
comporterebbe non avere punti di connessione in una rete per cui transita
un volume di nuova conoscenza in continua crescita. In questo caso il driver
della delocalizzazione della R&S risulta quindi essere la necessità di
integrarsi in quelle che abbiamo definito come “reti di innovazione
globali” 41 .
Sebbene il governo cinese abbia compiuto notevoli sforzi per attirare in
patria investimenti diretti destinati alle attività di ricerca, gli effetti
provocati dalla presenza di divisioni di R&S straniere sull’economia e sulla
capacità innovativa della Repubblica Popolare sono questione di dibattito.
Secondo alcuni osservatori l’interazione tra imprese a partecipazione estera
e imprese cinesi in materia di R&S, nonostante la forte crescita degli IDE, è
rimasta al di sotto delle aspettative. In questa visione la portata limitata
degli effetti di spill over positivi sarebbe dovuta ad una pluralità di fattori:
in primo luogo ad un gap tra la capacità tecnologica delle imprese cinesi e
quelle straniere; in secondo luogo al fatto che la manodopera qualificata
locale impiegata in laboratori stranieri ha scarsa mobilità ed anche quando
decide di cambiare lavoro difficilmente cerca il suo nuovo impiego in
un’azienda locale quanto piuttosto in un’altra impresa straniera, che offre
retribuzioni mediamente più alte; infine un effetto negativo è svolto anche
dalla scarsa certezza ed applicazione delle leggi sulla proprietà intellettuale.
Altri osservatori 42 invece sottolineano come l’integrazione della Repubblica
Popolare nelle reti di innovazione globali esponga le imprese cinesi a
tecnologie d’avanguardia e alle best practices adottate nel campo della R&S
dai gruppi internazionali considerati più innovativi soprattutto nel caso di
collaborazioni attive tra divisioni di ricerca straniere e centri di ricerca di
imprese locali. In particolare vengono messe in evidenza le collaborazioni

41
Cfr. Ernst e Naughton (2007).
42
Cfr. Ernst e Naughton (2007) e Ernst (2008).

88
finalizzate alla creazione di standard tecnologici nazionali che, vista la
dimensione e la rapida crescita del mercato locale, hanno buone probabilità
di divenire standard anche a livello mondiale. Un esempio in questo senso è
la collaborazione tra Datang Mobile, Siemens AG e la Chinese Academy of
Telecomunications Technology per l’elaborazione dello standard TD-SCDMA
per la rete cellulare di terza generazione (3G) nazionale. Per alcuni
studiosi 43 vi sarebbe anche un effetto dimostrazione/competizione per il
quale le aziende cinesi di fronte all’incremento degli investimenti stranieri
in R&S reagirebbero aumentando anch’esse l’investimento in attività di
ricerca. Altro tipo di cooperazione con effetti di spill over positivi secondo
Xielin Liu e Nannan Lundin 44 è quello tra imprese straniere e università o
istituti di ricerca pubblici. Sebbene tale fenomeno sia ancora in una fase
pressoché embrionale 45 , non vanno sottostimati gli effetti positivi per il
sistema di innovazione locale che beneficia in tal modo di maggiori fondi,
migliori attrezzature e un’informazione costantemente aggiornata su ciò che
avviene sulla frontiera della ricerca internazionale.
Risulta quindi evidente come da un lato gli investimenti diretti esteri
di natura produttiva in settori ad alta intensità tecnologica e dall’altro la
delocalizzazione dell’attività dei R&S abbiano creato sia gli stimoli per un
cambiamento strutturale dell’economia cinese sia significative occasioni di
apprendimento per le imprese locali. Come abbiamo sottolineato nel capitolo
precedente, il contatto con la frontiera è però solo una delle condizioni che
consentono ad un paese di sfruttare i vantaggi dell’arretratezza tecnologica
ed economica rispetto ai paesi early starter. A tale prerequisito va associato
lo sforzo da parte di un paese late comer per consentire l’assorbimento di
conoscenze provenienti dall’estero e il raggiungimento di un adeguato
potenziale tecnologico.

43
Cfr. Lundin (2007).
44
Cfr. Liu e Lundin (2007), p.15.

89
2 L’impegno cinese per la creazione del potenziale tecnologico ed i suoi
risultati
2.1 Il percorso delle riforme
Il governo cinese a partire dal 1978, accanto alle riforme relative al
settore agricolo, industriale e finanziario, ha anche dato il via ad un
graduale processo di riorganizzazione del proprio sistema di innovazione
nazionale. Tra il 1950 ed il 1970 il settore scientifico-tecnologico cinese era
stato gestito seguendo il modello sovietico ed era stato caratterizzato
dunque da una rigida pianificazione: le attività di Ricerca e Sviluppo erano
gestite dalla Chinese Academies of Science (CAS), che si occupava per lo più
della ricerca pura, e da istituti di ricerca affiliati ai ministeri, che
svolgevano invece soprattutto ricerca applicata. Le università avevano il
compito quasi esclusivo di formare scienziati e ricercatori mentre le imprese
semplicemente non venivano considerate come parte attiva nel processo di
creazione e diffusione della conoscenza. Si trattava di un sistema in grado
di mobilitare un numero limitato di risorse destinate quasi per intero a
raggiungere obiettivi di tipo strategico quali la produzione di armamenti
nucleari o la realizzazione del programma spaziale. Le imprese, salvo alcuni
casi di grandi imprese statali dotate di laboratori propri, non facevano
ricerca di nessun tipo. La Rivoluzione Culturale cominciata nel 1966 ha
ridotto poi ulteriormente l’importanza del settore scientifico- tecnologico
(S&T) nell’economia del paese.
Con la salita al potere di Deng Xiaoping comincia anche il processo di
riforma del settore S&T. Poiché viene finalmente riconosciuta la relazione
positiva che unisce scienza, tecnologia e conoscenza alla crescita economica,
si avverte da subito la necessità di riformare il sistema. Tra il 1978 e il 1984
si ha un primo tentativo di riorganizzazione in cui vengono ridefinite le aree
di priorità ma in cui si ha ancora la parziale convinzione di poter modellare
il nuovo sistema sulla base di quello precedente. Con il passare degli anni

45
Alcuni esempi di questo tipo di collaborazione si riscontrano soprattutto nel settore farmaceutico:
Glaxo Smith Kline-Shanghai Institute of Materia Medica (SIMM), Novartis-SIMM, Roche- Chinese

90
quest’idea viene progressivamente abbandonata e nel 1984 cominciano
alcuni esperimenti che hanno la finalità di mettere in contatto la ricerca
con il settore produttivo. Tra questi esperimenti vi è la creazione di nuove
imprese attraverso spin-off da istituti di ricerca pubblica. Da segnalare il
fatto che proprio con un’operazione di questo tipo nel 1984 nasca, da una
costola della CAS, quello che diventerà il gruppo Lenovo, oggi quarto
produttore di personal computer al mondo e primo in Cina 46 . Per un
cambiamento dell’architettura istituzionale del sistema S&T bisogna
aspettare però il 1985 anno in cui il Comitato Centrale del PCC promulga la
Decision on the Reform of the Science and Technology System 47 . Questa
decisione segna l’avvio di un cambiamento sistemico. Il primo obiettivo è il
definitivo superamento della restrizione tra attività industriale e attività di
ricerca e viene perseguito trasformando molti degli istituti di ricerca
applicata, che prima facevano capo ai ministeri, in imprese autonome ed
accorpando i centri di ricerca pubblici più grandi ad imprese di stato. Viene
istituito inoltre un mercato per la tecnologia sul quale anche gli istituti di
ricerca pubblica possono vendere i risultati del proprio lavoro, e cercare
finanziamenti esterni. Le decisioni prese dal Comitato Centrale nel 1995 48

e nel 1999 49 intensificano ulteriormente il processo di riforma e


testimoniano come il governo cinese abbia definitivamente riconosciuto il
settore S&T come forza produttiva primaria: lo scopo dichiarato è quello di
“rivitalizzare la nazione attraverso scienza, tecnologia e istruzione” 50 e di
modificare il proprio modello di sviluppo trasformandolo progressivamente
in uno centrato su progresso tecnologico e alta qualificazione della forza
lavoro. L’accelerazione della riforma è dettata in particolar modo dalle
preoccupazioni concernenti la competitività di lungo periodo dell’economia
cinese in un momento in cui a livello globale la conoscenza riveste un ruolo

National Human Genome Centre, Novo Nordisk-Tsinghua University. (Fonte Liu e Lundin, 2007).
46
Cfr. www.lenovo.com
47
Cfr. OECD(2007), p. 381.
48
Cfr. Decision on Accelerating Scientific and Technological Progress, 1995. Fonte MOST.
49
Cfr. Decision on Strengthening Technological Innovation and Developing High Technology and
Realising Its Industrialisation, 1999. Fonte MOST.

91
sempre più importante. Principali misure di questa fase sono l’incremento
dell’investimento pubblico in Ricerca e Sviluppo 51 , l’incentivazione
all’apertura di divisioni destinate alla R&S sia per le imprese locali che per
quelle straniere e la trasformazione di 242 tra i più grandi istituti di ricerca
pubblica in imprese private o in organizzazioni no-profit formalmente
indipendenti dal controllo statale. Nel gennaio 2006 il Comitato Centrale del
PCC ha varato una nuova decisione denominata “Decision on Implementing
the Medium- and Longterm Strategic Plan for the Development of Science
and Technology and Improving Indigenous Innovation Capability “ 52 , in cui
viene ribadita la volontà di modificare le basi del modello di sviluppo cinese,
rafforzando la capacità innovativa endogena nazionale. La necessità di
cambiamento è dettata in particolare dalla preoccupazione del governo per
la dipendenza della crescita economica cinese da tecnologie straniere e da
aziende a capitale estero e per la insostenibilità a livello sociale, energetico e
ambientale dell’attuale strategia di sviluppo. Dal momento che le finalità
dichiarate sono rendere l’innovazione autoctona il motore della crescita per
il ventunesimo secolo e fare della Repubblica Popolare una potenza
tecnologica a livello mondiale. Il governo cinese ha fissato degli obiettivi
specifici da raggiungere entro il 2020: un ulteriore incremento della spesa in
Ricerca e Sviluppo che nel piano suggerito dovrebbe passare dal 1,3% di oggi
al 2,5% del PIL 53 , la riduzione della dipendenza da tecnologia straniera che
dovrebbe abbassarsi al 30% di quella attuale, il posizionamento nei primi
cinque posti nella speciale classifica dei paesi da cui provengono gli articoli
scientifici con il maggior numero di citazioni 54 .
Risulta dunque evidente come il processo di riforma che dal 1978 ha
modificato il volto della Repubblica Popolare abbia dedicato grande

50
Ivi.
51
Le risorse pubbliche vengono concentrate in particolar modo su programmi ritenuti prioritari in
materia di ricerca, innovazione e istruzione universitaria.The Knowledge Innovation Programme della
CAS; The Education Revitalisation Action Plan towards the 21st Century.; The State Key Basic Research
and Development Programme (973 Programme); The State High-technology R&D Programme (863
Programme);The World Class University Programme (the 985 Programme). Fonte MOST.
52
Cfr OECD (2007), p.389.
53
Cfr. Liu e Lundin (2007) , p. 19.

92
importanza alla costruzione della capacità di assorbimento e del potenziale
tecnologico necessario a trarre i benefici attesi dall’apertura internazionale.
Il numero e soprattutto il contenuto delle decisioni adottate dal Comitato
Centrale del PCC in materia di ricerca e di istruzione testimoniano di per sè
l’impegno del governo cinese in questa direzione. Tuttavia per valutare in
modo preciso quale sia stato l’effettivo sforzo profuso per la creazione di un
sistema di innovazione nazionale efficiente e quali ne siano stati i risultati,
nel prossimo paragrafo prenderemo in analisi gli indicatori descritti nel
capitolo precedente (§ 1.3.).

2.2 Una misura dello sforzo: l’investimento in Ricerca e Sviluppo nella


Repubblica Popolare Cinese.
2.2.1 Gli indicatori tradizionali
Una valutazione piuttosto semplicistica ma comunque significativa è
quella fornita dagli “indicatori tradizionali” basati sui modelli input-output.
Dal momento che, come si è detto, la principale misura di input è data
dall’investimento in R&S , in prima approssimazione possiamo osservare il
suo andamento nella Repubblica Popolare dagli anni ‘90 ad oggi.
Figura 2.4: Spesa complessiva della Repubblica Popolare Cinese in R&S per anno
(mld di dollari in PPP)
100
90
80
70
60
50
40
30
20
10
0
91

94
92

93

95

96

97

98

99

00

01

02

03

04

05

06
19

19

19

19

19

19

19

19

19

20

20

20

20

20

20

20

Fonte: elaborazione su dati MSTI (OECD) 55 .

54
Cfr OECD (2007), p.390.
55
Cfr. OECD (2009).

93
Come possiamo vedere dal grafico in Figura 2.4 la spesa destinata alla R&S
è incrementata in modo quasi esponenziale nel corso degli ultimi quindici
anni, passando dai circa sette miliardi di dollari del 1991 ai quasi novanta
del 2006, raddoppiando praticamente ogni tre anni tra il 1996 ed il 2006.
Dalla figura 2.4 si può ben vedere come la Decisione del Comitato
Centrale del 1995 segni uno spartiacque per la spesa nazionale in R&S, che
in percentuale del PIL passa infatti dallo 0,56 del 1996 all’1,42 di dieci anni
dopo 56 . Questo dato assume notevole importanza soprattutto se lo si
confronta con quello dei più importanti paesi industrializzati (figura 2.5): se
è vero che la percentuale del PIL investita in ricerca dalla Cina rimane
distante da quelle di Corea del Sud e Giappone, che superano il 3,2 per
cento, ha però sorpassato quella di paesi europei come l’Italia, l’Irlanda, il
Portogallo e la Spagna ed ha sensibilmente ristretto il divario con paesi
sulla frontiera tecnologica come Stati Uniti, Germania, Francia e Regno
Unito.

Figura 2.5: Investimento in Ricerca e Sviluppo in percentuale del PIL 1996-2006.


3.5

2.5

1.5

0.5

0
1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006
China France Germany Italy
Japan Korea United Kingdom United States

Fonte: elaborazione su dati MSTI 57 .

56
Cfr. OECD(2009).
57
Cfr. OECD (2009).

94
Particolarmente significativo, e a nostro modo di vedere preoccupante,
è l’energico sorpasso subito da un paese come l’Italia (che nel 2007 ha
dedicato alla R&S una percentuale del PIL addirittura di poco inferiore
rispetto a quanto faceva nel 1991 58 ) poiché al semplice scavalcamento in
termini percentuali va aggiunto il fatto che tra il 1990 ed il 2006 in Cina il
PIL è cresciuto ad un tasso medio annuo superiore all’8 per cento mentre
nello stesso periodo l’economia italiana ha avuto una crescita media
dell’1,36 % annuo 59 . Senza contare che il PIL cinese, calcolato in Parità di
Potere d’Acquisto (PPP), è circa sette volte superiore rispetto a quello
italiano. Sebbene l’Italia sia ancora un paese con un potenziale tecnologico
ed innovativo superiore a quello cinese in molti settori, sulla base di questi
dati appare ben evidente come tale vantaggio sia destinato ad erodersi nel
medio-lungo periodo senza un deciso cambiamento di rotta nelle politiche
destinate al alla ricerca ed all’innovazione.
Per avere un’idea di quanto la spesa cinese destinata alla ricerca sia
divenuta rilevante a livello mondiale, e non solo nei confronti di paesi come
l’Italia, basta pensare che a prezzi correnti la Repubblica Popolare è oggi al
sesto posto nella classifica dei paesi che investono di più in R&S in termini
assoluti. Se invece consideriamo l’investimento assoluto in Parità di Potere
d’Acquisto (PPP), grazie allo sforzo profuso nell’ultimo decennio, la Cina ha
superato anche paesi come Germania, Francia e Corea del Sud, piazzandosi
sin dal 2005 al terzo posto di questa particolare classifica, lasciando il passo
solo a Stati Uniti e Giappone, come possiamo vedere dal grafico proposto in
figura 2.6.

58
Cfr. OECD(2009).
59
Cfr. Maddison (2009).

95
Figura 2.6: Investimento assoluto in Ricerca e Sviluppo (mld di dollari in PPP)
400

350

300

250

200

150

100

50

0
1997 1999 2001 2003 2005 2007

United States Japan Germany France United Kingdom Korea Italy China

60
Fonte: elaborazione su dati MSTI .

Altra misura di input impressionante in termini assoluti è il numero


di ricercatori di cui dispone la Repubblica Popolare Cinese. A partire dal
2000 ha infatti superato il Giappone per numero totale, posizionandosi con i
suoi 1,12 milioni di ricercatori 61 dietro ai soli Stati Uniti. Sebbene questo
dato sia indicativo non bisogna enfatizzarlo troppo poiché va guardato
tenendo ben presente due elementi. In primo luogo una misura quantitativa
come questa dice poco sulla qualità e sulle effettive capacità dei ricercatori
cinesi che vengono talvolta ritenute inferiori rispetto a quella dei loro
colleghi nella triade. In secondo luogo non bisogna perdere di vista il fatto
che in termini relativi il dato è decisamente meno entusiasmante, dal
momento che, come si vede nella tabella 2.2, se si prende in considerazione il
numero di ricercatori ogni mille unità di forza lavoro, la Cina scivola molto
lontano dalle prime posizioni con poco meno di 1,5 ricercatori ogni mille
lavoratori.

60
Cfr. OECD (2009).
61
Cfr. OECD (2009).

96
Tab. 3.2: Numero di Ricercatori assoluti e Numero di Ricercatori ogni 1000 unità
di forza lavoro nel 2005.

Paese Totale Ricercatori N°Ric. ogni 1000 lavoratori


Stati Uniti 1387882 9,265
Cina 1118698 1,459
Giappone 704949 10,601
Germania 272148 6,631
Francia 204483,7 7,415
Corea del Sud 179812,4 7,573
Regno Unito 179386,9 6,069
Italia 82488,9 3,374
Fonte: MSTI (2009).

Una tendenza simile è riscontrabile anche dal punto di vista


dell’output del sistema di innovazione nazionale cinese. Il numero di
richieste di brevetti avanzate da imprese cinesi presso il Chinese State
Intellectual Property Office (SIPO) è infatti incrementato di sei volte tra il
1996 ed il 2006 62 . Tale incremento è in parte attribuibile ad una maggiore
capacità innovativa delle imprese e degli istituti di ricerca pubblici cinesi,
oltre che ad una crescente sensibilità rispetto al tema della proprietà
intellettuale. A livello internazionale il miglioramento della performance
innovativa cinese risulta meno marcato come dimostra il fatto che nel corso
del 2005 il numero di brevetti concessi ad inventori cinesi presso i tre
principali uffici brevetti a livello mondiale -Japan Patent Office (JPO), US
Patent & Trademark Office (USPTO) e European Patent Office (EPO)- siano
stati solo 433 contro ad esempio i 3.158 della Corea del Sud. In ogni caso
anche in questo campo i segnali di cambiamento non mancano e per
apprezzarli basta guardare all’andamento delle richieste di brevetto presso
l’USPTO da parte di imprese cinesi negli ultimi anni, passate dalle 689 del
2001 alle 3900 del 2007 63 o alla quota cinese sul totale delle richieste di

62
Cfr. MOST (2008).
63
Cfr. OECD (2009).

97
brevetto a livello globale passata dal 1.9% del 2000 al 7,3 per cento del
2006 64 .
Riassumendo, gli indicatori tradizionali input-output testimoniano il
deciso sforzo intrapreso dal governo della Repubblica Popolare Cinese per la
creazione di un sistema di innovazione nazionale competitivo. Ciò
nonostante, la distanza dai paesi sulla frontiera è ancora significativa,
soprattutto se si tiene conto delle dimensioni della popolazione cinese.

2.2.2 Absorptive capacity e Technological capability in Cina


Nel capitolo precedente si è sottolineato come gli indicatori
tradizionali tipici dei modelli input-output siano però in grado di fornire
solo un’indicazione generica di come un’economia, soprattutto se emergente,
riesca ad adottare, assorbire e modificare conoscenze tecnologiche
provenienti dall’esterno. Al fine di migliorare tale misura abbiamo
introdotto i concetti di absorptive capacity e di technological capability,
utilizzandoli come cartine tornasole di due momenti differenti del processo
di assimilazione. L’absorptive capacity cerca infatti di valutare se uno stato
abbia creato le condizioni necessarie per la diffusione di conoscenza, mentre
la technological capability tenta di stimare il risultato del processo di
assorbimento e di quantificare il potenziale tecnologico raggiunto da un
paese. Si è detto delle difficoltà affrontate da molti ricercatori nel definire in
maniera uniforme e nel rendere operativi tali concetti, tuttavia riteniamo
che per valutare lo sforzo per l’assimilazione tecnologica ed i suoi risultati
nel contesto cinese sia utile analizzare e comparare con i paesi sulla
frontiera tecnologica, l’andamento delle variabili più significative che
compongono due degli indicatori costruiti in epoca più recente: il
Technological Absorptive Capacity Index della World Bank 65 (Tabella 1.1) e
l’ArCo Index di Daniele Archibugi e Alberto Coco 66 (Tabella 1.2 ).

64
Cfr. WIPO (2008).
65
World Bank (2008), p.149.

98
a) Technological Absorptive Capacity Index
L’indice costruito dalla World Bank per la misurazione della capacità
di assorbimento si compone di quattro sottoindici. Il primo di questi è teso a
valutare la situazione macroeconomica generale del paese in esame e lo fa
prendendo in considerazione tre variabili principali: il deficit pubblico in
percentuale del PIL, il tasso di inflazione annuale e la volatilità del tasso di
cambio. Come si può notare dal grafico in figura 2.7 il governo cinese negli

Figura 2.7: Andamento del rapporto Deficit/Pil 2001-2006.

2001 2002 2003 2004 2005 2006


1

-1

-2

-3

-4

-5
Germany Italy France
United Kingdom United States China

Fonte: Elaborazione su dati World Development Indicators (WDI) Online (2009).

ultimi anni ha migliorato il rapporto deficit/PIL non solo in termini assoluti,


passando dal 4,2 per cento del 2001 all’1,4 per cento del 2006, ma anche
nei confronti di paesi di più antica industrializzazione, rispetto a molti dei
quali presenta oggi un disavanzo inferiore. Anche dal punto di vista
dell’andamento dell’inflazione il governo della Repubblica Popolare è
riuscito a riportare sotto controllo l’indice dei prezzi al consumo che nel 1994
era salito sino al 24,2 per cento, riconducendolo a livelli comparabili con
quelli delle economie più ricche del pianeta per tutto il decennio 1997-2007,
come dimostra la figura sottostante.

66
Cfr. Archibugi e Coco (2004).

99
Figura 2.8: Inflazione.Variazione percentuale annua 1992-2008.
1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008
25

20

15

10

-5

Gia Cin Ger USA OECD

Fonte: WDI Online (2009).

Così come per l’andamento dell’inflazione, la metà degli anni novanta ha


segnato un momento di svolta anche per quel che riguarda la volatilità del
tasso di cambio della divisa cinese. A partire dal 1994 è stato intrapreso
infatti un percorso di stabilizzazione del renmimbi nei confronti del dollaro
U.S.A. attraverso l’istituzione di un “managed float, con un margine di
fluttuazione dello 0,2 per cento intorno a una parità centrale di 8,27
renminbi per dollaro statunitense” 67 . Nel luglio del 2005 il cambio del
renminbi è stato rivalutato del 2% nei confronti del dollaro ed è stato
parzialmente slegato dalla valuta americana, vincolando il suo andamento
ad un paniere composto anche da altre monete. Dal grafico in figura 2.8, che
mostra l’andamento del tasso di cambio reale della moneta cinese e di quella
di alcuni paesi industrializzati nei confronti di un paniere di valute
selezionato dalla World Bank, possiamo notare come a partire dal 1998, in
virtù del managed float, il renminbi si sia mantenuto piuttosto stabile.

67
Cfr. Amighini e Chiarlone (2007), p.135.

100
Figura 2.8: Volatilità del tasso di cambio 1990-2007.

140
130
120
110
100
90
80
70
90

91

92

93

94

95

96

97

98

99

00

01

02

03

04

05

06

07
19

19

19

19

19

19

19

19

19

19

20

20

20

20

20

20

20

20
Germany Italy France United Kingdom
United States Japan China

Fonte: Elaborazione su dati WDI Online (2009)

Sulla base di queste tre variabili, che il Global Economic Prospect 68


della World Bank ritiene rappresentative della situazione macroeconomica
generale di un paese, si può dunque ben vedere come il governo della
Repubblica Popolare Cinese sia riuscito a creare condizioni simili a quelle
dei paesi più industrializzati al mondo e dunque, almeno sotto questo
profilo, ottimali per la capacità di assorbimento.
La situazione appare meno rosea invece dal punto di vista del sistema
finanziario, le cui debolezze sono state spesso messe in evidenza. Purtroppo i
dati per le variabili previste dall’indice della World Bank per il sistema
finanziario non sono disponibili per la Repubblica Popolare e ci dovremo
quindi accontentare di una sua breve caratterizzazione basata su altre
fonti 69 . Il finanziamento del settore produttivo cinese poggia quasi per
intero sulle spalle del sistema bancario (attraverso prestiti) ed in minor
parte su trasferimenti di capitali provenienti dall’estero, mentre risultano
poco sviluppati sia il mercato obbligazionario che, nonostante l’apertura
delle borse di Shanghai e di Shenzen, quello azionario. Per fare un confronto

68
Cfr. World Bank (2008).
69
Si veda in particolare Amighini e Chiarlone (2007).

101
possiamo citare un dato tratto da Amighini e Chiarlone: “in valore assoluto
nel 2005 i prestiti bancari erogati a società non finanziarie sono stati pari a
2300 miliardi di renminbi, mentre sul mercato azionario sono stati raccolti
appena 144 miliardi di renminbi e sono state emesse obbligazioni societarie
per appena 36 miliardi ” 70 . La centralità del sistema bancario non sarebbe di
per sé un fatto negativo, tuttavia quest’ultimo ha spesso mostrato una certa
riluttanza a finanziare le imprese private in misura adeguata al loro peso
nel settore industriale. Si fa in particolar modo in riferimento al fenomeno
dei non performing loan, ovvero quei crediti che le banche, statali e non,
concedono con motivazioni di carattere politico piuttosto che economico alle
SOE (State Owned Enterpises), anche nel caso in cui queste ultime non
siano le più meritevoli di essere finanziate o addirittura non siano neanche
in grado di restituire il credito concesso.
Il terzo sottoindice del Technological Absorptive Capacity Index è
quello relativo al capitale umano. La variabile presa in considerazione per
tale misura riguarda i massimi livelli di istruzione raggiunti dalla
popolazione di età superiore ai 15 anni ed è tratta dal database creato da
Robert Barro e Jong-Wha Lee nel 2000 71 . Le figure 2.9, 2.10, e 2.11, che
riportano le percentuali di popolazione per livello di istruzione,ci aiutano ad
apprezzare i mutamenti dello stock di capitale umano registratisi in Cina
tra il 1975 ed il 2000, rispetto a quello dei principali paesi industrializzati.
Possiamo notare come tra il 1975 ed il 2000 la percentuale della popolazione
attiva cinese che ha portato a termine almeno il ciclo di istruzione primaria
(figura 2.9) sia aumentata e abbia raggiunto il livello dei principali paesi
industrializzati, sebbene ciò sia dovuto anche al fatto che per questi ultimi è
drasticamente diminuito il numero di individui che abbiano concluso solo il
primo ciclo di istruzione. Più rilevante è invece la crescita della percentuale
della popolazione cinese sopra i quindici anni che abbia conseguito un livello
di istruzione secondaria (figura 2.10) che, passando dal 31 per cento del

70
Amighini e Chiarlone (2007), p.38.
71
Cfr. Barro e Lee (2000).

102
1975 al 45 per cento del 2000, ha permesso alla Cina di accorciare
sensibilmente il divario con i paesi avanzati.

Figura 2.9: Percentuale della popolazione che abbia concluso il ciclo di istruzione
primaria come massimo livello di istruzione.
70

60

50

40

30

20

10

0
1975 1980 1985 1990 1995 2000
China Germany Japan Korea
United Kingdom United States Italy

Fonte: elaborazione su dati Barro e Lee (2000).

Figura 2.10: Percentuale della popolazione che abbia concluso il ciclo di istruzione
secondaria come massimo livello di istruzione.
80

70

60

50

40

30

20
1975 1980 1985 1990 1995 2000
China Germany Japan Korea
United Kingdom United States Italy

Fonte: Fonte: elaborazione su dati Barro e Lee (2000).

103
Figura 2.11: Percentuale della popolazione con istruzione post-secondaria.

50

40

30

20

10

0
1975 1980 1985 1990 1995 2000
China Germany, West Japan Korea
United Kingdom United States Italy

Fonte: Fonte: elaborazione su dati Barro e Lee (2000).

Un simile restringimento non si registra invece per l’istruzione post-


secondaria per la quale il gap è andato invece allargandosi soprattutto
rispetto a paesi come Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti.
L’ultimo sottoindicatore del Technological Absorptive Capacity Index
concerne la qualità della governance. La valutazione si basa sul
“Governance Matters VII” 72 lavoro svolto da Daniel Kaufmann, Aart Kray e
Massimo Mastruzzi in cui vengono proposte sei dimensioni per analizzare la
qualità della governance: voice and accountability 73 , stabilità politica e
assenza di violenza, efficacia dell’azione di governo, qualità dei regolamenti,
certezza del diritto e controllo della corruzione . Per ciascuna di queste
variabili i tre autori hanno creato un indice che può andare da un minimo di
-2,5 ad un massimo +2,5, con i valori più alti che indicano una prestazione
migliore. Per avere un’idea puntuale benché molto approssimata della
qualità governance nella Repubblica Popolare e del suo andamento negli
ultimi anni rispetto alle economie più avanzate, abbiamo utilizzato la

72
Cfr. Kaufmann, Kray e Mastruzzi (2008).
73
Misura la possibilità per la cittadinanza di un paese di partecipare liberamente all’elezione del proprio
governo ed il rispetto delle libertà di stampa e di espressione.

104
media matematica per questi sei indicatori, il cui trend è descritto in figura
2.12.

Figura 2.12: Andamento della media matematica tra gli indicatori proposti nel
“Governance Matters”.
1998 2000 2002 2003 2004 2005 2006 2007
2.5
2
1.5
1
0.5
0
-0.5
-1
-1.5
-2
-2.5

Cin U.S.A. Gia Ger

Fonte: elaborazione su dati Kaufmann, Kray e Mastruzzi (2008).

Il grafico mostra quanto dal punto di vista della qualità della governance il
divario tra la Cina e i paesi più sviluppati al mondo sia ancora notevole e
soprattutto quanto non vi sia alcuna tendenza verso un suo restringimento,
confermando come alle quattro modernizzazioni di Deng Xiaoping, non
abbia fatto seguito quella che viene talvolta definita come la quinta ovvero
una riforma politica in senso liberale.
Così come gli indicatori tradizionali, anche le variabili che
compongono il Technological Absorptive Capacity Index ci restituiscono
dunque un’immagine della Repubblica Popolare Cinese con luci ed ombre.
Se infatti dal punto di vista macroeconomico e della formazione del capitale
umano possiamo individuare un trend verso la riduzione del gap nei
confronti dei paesi sulla frontiera tecnologica, che testimonia lo sforzo del
governo cinese per la costruzione di un ambiente adeguato a sfruttare i
benefici derivanti dal contatto con la frontiera, dal punto di vista del sistema
finanziario e della governance la distanza appare ancora notevole. Tuttavia
per valutare al meglio quale sia la performance effettiva della Cina nel
processo di assorbimento è bene prendere in analisi le variabili che

105
intendono misurare quale sia l’effettivo potenziale tecnologico di una
nazione e quindi, nel caso di un paese late comer, l’effettiva capacità di
assimilare e modificare nuove tecnologie provenienti dall’estero.

b) ArCo Index
L’ArCo index, che abbiamo preso come esempio di indicatore
dell’effettivo livello di potenziale tecnologico raggiunto da un paese, è
composto da tre dimensioni principali: produzione di nuove tecnologie e
conoscenze scientifico-tecnologiche, diffusione delle infrastrutture e livello
del capitale umano. Per quel che concerne la prima dimensione i due
creatori dell’indice, Daniele Archibugi e Alberto Coco, fanno riferimento a
due variabili di output che registrano la produzione di conoscenza codificata:
il numero di richieste di brevetto presso l’Ufficio Brevetti statunitense
(USPTO) e il numero di articoli scientifici pubblicati. Si è già detto come il
numero di brevetti richiesti da persone fisiche o giuridiche di nazionalità
cinese presso l’USPTO sia ancora limitato, tuttavia la figura 2.13 mostra

Figura 2.13: Numero di richieste di brevetto pervenute all’USPTO per Paese


(centinaia)

25

20

15

10

0
07
05
01

03

06
96

97

99

02

04
98

00
90

92

94

95
91

93

20

20
20

20

20

20

20
19

19

19

20
19

19
19

19

19

19

19

Germany U.K. France


Italy Korea China

Fonte: Elaborazione su dati WDI On line (2009).

come a partire dal 2000 la Cina abbia imboccato il sentiero del catch up per
lo meno nei confronti di alcuni paesi europei come Francia e Regno Unito ed

106
abbia, con poco meno di 4000 richieste, superato l’Italia, rimasta a circa
3200, nel 2007. La distanza da Germania e Corea del Sud è invece andata
incrementando. Dal momento che rimangono su un altro ordine di
grandezza, le richieste provenienti da Giappone (quasi 80 mila nel solo
2007) e ovviamente dagli Stati Uniti stessi (più di 240 mila richieste nello
stesso anno 74 ) non sono state riportate nel grafico poiché non avrebbero
consentito di apprezzare il miglioramento della prestazione cinese.
Il restringimento del gap appare più marcato per quel che riguarda la
pubblicazione di articoli scientifici, per i quali già nel 2005 la Cina si
collocava sui livelli della Germania e del Regno Unito e non lontano dal
Giappone, lasciandosi invece alle spalle nazioni come Francia, Italia e Corea
del Sud (figura 2.14). Ovviamente a influenzare positivamente la
performance della Cina in questo dato vi è il numero di ricercatori presenti
nel paese che, come abbiamo visto, benché non sia entusiasmante se
rapportato alla popolazione attiva, è estremamente rilevante in termini
assoluti. Tuttavia ciò che ci preme mettere in rilevo in questo caso non è
solo il rapporto con i paesi maggiormente industrializzati quanto piuttosto

Figura 2.14: Numero di pubblicazioni scientifiche per nazionalità dell’autore


(centinaia)
70
60
50
40
30
20
10
0
05
90

96
91

92

93

94

95

97

98

99

00

01

02

03

04
20

20
19

19

19

19

19

19

19

19

19

19

20

20

20

20

Korea China Italy France


Germany Japan U.K.

Fonte: Elaborazione su dati WDI On line (2009).

74
Cfr. World Bank (2008).

107
la velocità della crescita delle pubblicazioni scientifiche a firma cinese,
quadruplicate tra il 1995 ed il 2005.
La seconda dimensione relativa alla diffusione infrastrutturale può
essere a sua volta divisa in due categorie, la prima concernente la
penetrazione di infrastrutture tecnologicamente più datate, la seconda di
quelle più recenti. Questo tipo di misure, essendo tese soprattutto a valutare
il livello di accesso ad una determinata tecnologia da parte della popolazione
di un paese, sono tutte espresse in rapporto al numero di abitanti. Per
valutare la diffusione di infrastrutture tecnologicamente più mature l’ArCo
Index fa riferimento al consumo di energia elettrica (kilowatt ora procapite)
ed al numero di linee telefoniche fisse ogni cento abitanti. Per quelle più
moderne al numero di utenti internet e di telefonia mobile ogni cento
abitanti. Nelle figure 2.15, 2.16, 2.17 e 2.18 possiamo osservare l’andamento
di queste variabili per la Repubblica Popolare Cinese rispetto ai principali
paesi industrializzati negli ultimi anni. Ciò che balza subito agli occhi
guardando questi grafici è che, nonostante un deciso incremento avviato

Figura 2.15: Kilowatt ora per capita 1990-2006.

9
8
7
6
5
4
3
2
1
0
1990 1992 1994 1996 1998 2000 2002 2004 2006
China France Germany Italy
Japan Korea, Rep. United Kingdom

Fonte: Elaborazione su dati WDI Online (2009)

108
Figura 2.16: Numero di linee telefoniche fisse ogni cento abitanti 1995-2007.
80
70

60
50

40
30

20
10

0
1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007

Germany Italy Japan United States G7 China

Fonte: Elaborazione su dati WDI Online (2009).

Figura 2.17: Numero di telefoni cellulari ogni cento abitanti 1997-2007.


160

140

120

100

80

60

40

20

0
1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008

China France Germany Italy Japan Korea, Rep. United States

Fonte: Elaborazione su dati WDI Online (2009).

Figura 2.18: Numero di utenti internet ogni cento abitanti 1995-2008.


90

80

70

60

50

40

30

20

10

0
1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008

China Germany Italy Japan Korea, Rep. U.K. U.S.A.

Fonte: Elaborazione su dati WDI Online (2009).

109
soprattutto con il nuovo millennio, il livello di penetrazione delle principali
infrastrutture, a prescindere dalla loro novità tecnologica, rimane basso
rispetto a quello delle principali economie industrializzate. Ciò è dovuto in
primo luogo alla percentuale della popolazione cinese residente in zone
rurali che nel 2007 costituiva ancora il 57 per cento della popolazione totale
contro il 18 per cento di quella americana, il 33 di quella giapponese ed il 26
di quella tedesca 75 . L’accesso alla tecnologia in queste aree risulta spesso
problematico. Basti pensare in tal senso al dato sull’accesso a internet: se
nelle zone urbane della Cina circa l’80 per cento della popolazione ha infatti
la possibilità di connettersi alla rete attraverso un computer o un telefono
cellulare, nelle campagne ciò è possibile per meno del 20 per cento degli
abitanti 76 . Vi sono però due fattori che ci devono indurre a guardare a questi
dati in un’ottica maggiormente ottimistica. Il primo riguarda i tassi di
crescita dei livelli di penetrazione delle tecnologie più recenti, ovvero
internet e telefonia mobile. Tra il 2002 ed il 2008 il numero di telefoni
cellulari presenti nella Repubblica Popolare Cinese è cresciuto ad un tasso
medio annuo del 20,2 per cento, mentre gli utenti internet nello stesso
periodo sono cresciuti ad un tasso medio annuo del 29,2 per cento 77 . Se
mantenesse questi ritmi di incremento la Cina raggiungerà già nel 2012
paesi come Giappone, Stati Uniti e Francia per numero di cellulari ogni
cento abitanti e nel 2014 Germania, Giappone e Stati Uniti per numero di
utenti internet ogni cento abitanti. E’ certamente ipotizzabile che oltre una
certa soglia di diffusione si abbiano incrementi marginali decrescenti e che
quindi il ritmo di crescita rallenti prima della chiusura del gap con le
economie più avanzate. Tuttavia i dati forniti dal China Internet Network
Information Center (CNNIC) 78 ci indicano che sino a questo momento la
tendenza registrata è quella opposta. Secondo il CNNIC infatti tra la fine
del 2007 e la fine del 2008 il numero assoluto degli utenti internet cinesi è

75
Cfr. World Bank (2008).
76
Cfr. Boston Consulting Group (2008b).
77
Elaborazione sui dati del World Development Indicator della World Bank.

110
passato da 210 milioni a 298 milioni, crescendo di quasi il 42 per cento su
base annuale 79 . Particolarmente rilevante è il fatto che il numero di utenti
internet nelle zone rurali abbia raggiunto gli 84,3 milioni alla fine del 2008,
con un tasso crescita annuale del 60 per cento, nettamente al di sopra della
media nazionale. Anche per quel che riguarda il numero di utilizzatori di
cellulari il trend sembra essere confermato, dal momento che, secondo
l’International Communication Industry (ITU) 80 , alla fine del 2008 la Cina
ha raggiunto i 634 milioni di utenti, con un incremento di circa il 18 per
cento rispetto all’anno prima. In secondo luogo, viste le dimensioni della
popolazione totale cinese, non si possono non prendere in considerazione i
dati in valore assoluto. La Cina ha oggi infatti un numero di utenti di
telefonia mobile superiore a quello di Stati Uniti, Germania, Giappone ed
Italia messi insieme e, nel corso del 2008, ha superato gli Stati Uniti per
numero di utenti internet in termini assoluti, divenendo il primo paese al
mondo anche per numero di netizens. Questi dati oltre che ad essere
indicativi per quel che riguarda la diffusione delle nuove tecnologie sono
molto importanti per il nostro lavoro, poiché dimostrano come il mercato
cinese, anche in settori ad alta intensità di innovazione come l’ICT, viste le
dimensioni ed i tassi di crescita degli utilizzatori, offra delle importanti
opportunità di sviluppo per le imprese del settore e soprattutto per quelle
che riescano ad elaborare modelli di business profittevoli per servire le aree
rurali a più basso reddito.
L’ultima dimensione dell’ArCo Index è quella relativa al capitale
umano. Rispetto al Technological Absorptive Capacity Index vengono
utilizzate variabili diverse per la sua misurazione. La prima concerne il
tasso di alfabetizzazione della popolazione di età superiore ai 15 anni.
Poiché per tutte le economie avanzate citate in precedenza il tasso di

78
Cfr. CNNIC (2009).
79
Secondo un recente rapporto della CNNIC (febbraio 2010), i netizen cinesi avrebbero raggiunto le 384
milioni di unità alla fine del 2009, incrementando di 86 milioni nel corso dell’ultimo anno, con un tasso
di crescita su base annuale di poco inferiore al 30 per cento.
80
Cfr. ITU (2009).

111
alfabetizzazione della popolazione è oggi maggiore o uguale al 99 per cento
l’analisi comparativa è meno indicativa rispetto alle variabili precedenti.
In ogni caso l’efficacia dello sforzo del governo della Repubblica
Popolare per accorciare il gap con i paesi industrializzati può essere
apprezzata guardando all’andamento del tasso di alfabetizazione della
popolazione cinese nel periodo post riforme. Secondo il censimento del 1982,
in quell’anno solo il 66 per cento della popolazione cinese risultava in grado
di leggere e scrivere. Otto anni dopo, anche in virtù della approvazione nel
1986 della Nine-Year Compulsory Education Law 81 che riformava la scuola
dell’obbligo, il tasso di alfabetizzazione era arrivato al 78 per cento, per poi
incrementare fino al 90 per cento nel 2000. Secondo quanto riportato
dall’UNESCO 82 , nel 2007 il 93,3 per cento della popolazione cinese oltre i 15
anni era in grado di leggere e scrivere, con un incremento del 41,3 per cento
rispetto al 1982.
La seconda variabile presa in considerazione misura gli anni medi di
scuola per abitante sempre relativamente alla popolazione di età superiore
ai 15 anni. Anche per tale variabile il database più completo ed affidabile

Figura 2.19: Anni medi di scuola per abitante adulto.


13
12
11
10
9
8
7
6
5
4
1980 1985 1990 1995 2000

China Germ any United States Italy G7

Fonte: elaborazione su dati Barro e Lee (2000).

81
Cfr. Sito internet Ministero dell’istruzione della Repubblica Popolare Cinese (MOE).
82
Cfr. UNESCO (2009).

112
risulta essere tuttora quello costruito da Barro e Lee che però si ferma al
2000. La figura 2.19 mostra comunque come nel ventennio 1980-2000 la
Cina abbia recuperato terreno nei confronti dei principali paesi
industrializzati ed ancora una volta in particolar modo nei confronti
dell’Italia. Ancora nel 2000 rimaneva comunque decisamente staccata da un
paese come gli Stati Uniti soprattutto a causa dei bassi tassi di iscrizione
all’istruzione post secondaria di cui si è detto nel capitolo precedente.
Terza ed ultima variabile utilizzata per il capitale umano da
Archibugi e Coco è la percentuale di iscrizione a facoltà scientifiche e
ingegneristiche sul totale della popolazione di quel gruppo di età. Nella
visione dei due autori questa misura dà un’idea precisa della formazione del
capitale umano in campo scientifico-tecnologico ed è ottenuta moltiplicando
due percentuali 83 ovvero il tasso di iscrizione lordo all’istruzione terziaria e
la quota di studenti universitari iscritti a facoltà scientifiche ed
ingegneristiche 84 . Dati comparabili per la Repubblica Popolare e i maggiori
paesi industrializzati sono purtroppo disponibili solo per un ristretto
Figura 2.20: Percentuale della popolazione in età universitaria iscritta a discipline
scientifiche ed ingegneristiche
45
40
35
30
25
20
15
10
5
0
1999 2000 2001 2002 2003 2004
Cina Japan South Korea
United States United Kingdom

Fonte: Elaborazione su dati WDI Online (2009).

83
Cfr. World Bank (2008).
84
Nella definizione della World Bank per discipline scientifiche ed ingegneristiche si intendono
ingegneria, scienze naturali, scienze matematiche, informatica, scienze sociali e comportamentali.

113
numero di anni. Nella figura 2.20 possiamo osservare l’andamento di questo
indicatore per alcuni dei leader tecnologici a livello globale e la Cina nel
quinquennio 1999-2004. Anche in questo caso sebbene la distanza tra la
Repubblica Popolare e i paesi avanzati sia ancora considerevole al termine
del periodo preso in esame, bisogna mettere in luce come il trend del nuovo
millennio sia orientato verso un deciso cambiamento. La percentuale della
popolazione in età universitaria iscritta a discipline scientifiche ed
ingegneristiche è infatti più che raddoppiata in soli cinque anni, passando
dal 4,6 per cento del 1999 al 10,7 del 2004. Come per le variabili del
Technological Absorptive Capacity Index della World Bank, anche in questo
caso possiamo osservare una generale tendenza verso il miglioramento dei
livelli di capitale umano e il restringimento del gap nei confronti delle
principali economie industrializzate, un restringimento che appare tuttavia
meno evidente nel caso dell’istruzione universitaria.
Nel loro complesso anche gli indicatori scelti da Daniele Archibugi e
Francesco Coco 85 per valutare il potenziale tecnologico di un paese, adottati
nel caso della Repubblica Popolare Cinese ci restituiscono l’immagine di un
paese che sfugge ad interpretazioni univoche. Da un lato, ritraggono uno
stato la cui popolazione vive per la maggior parte in aree rurali nelle quali
l’accesso alle nuove tecnologie è precluso a otto persone su dieci. Dall’altro,
ci raccontano una nazione che ha imboccato il sentiero del cambiamento ad
una velocità tale che nei prossimi cinque anni promette di garantire alla
quasi totalità della popolazione gli stessi livelli di penetrazione della rete
telefonica, fissa e mobile, e della rete internet delle economie più avanzate
del pianeta. Se da una parte ci dicono che il numero di studenti che si
iscrivono all’università (in particolare a facoltà scientifico-tecnologiche) in
percentuale della popolazione è ancora ridotto rispetto ai paesi sulla
frontiera, dall’altra riferiscono anche che la Cina in termini assoluti è il
paese che a livello mondiale produce il maggior numero di nuovi ingegneri e
ricercatori ogni anno e che ha ormai raggiunto paesi come Germania e

114
Regno Unito per numero di articoli scientifici pubblicati annualmente. Come
abbiamo visto la portata di tale fenomeno si può riscontrare, oltre che negli
indicatori, anche nella localizzazione sul territorio della Repubblica
Popolare dei laboratori per la R&S di molte tra le più importanti imprese
multinazionali a livello globale, desiderose di attingere ad un bacino
crescente di manodopera specializzata a basso costo.
Nel cercare di valutare quale sia l’effettivo potenziale tecnologico
della Repubblica Popolare non si può dunque che incorrere nelle inevitabili
contraddizioni che un paese di tali dimensioni e con disparità interregionali
molto marcate necessariamente offre. Tuttavia riteniamo che proprio tali
disparità siano uno degli elementi principali che rendono la Cina di oggi la
frontiera del cambiamento e che ne fanno uno dei potenziali leader
tecnologici di domani. Con ciò non ci riferiamo esclusivamente all’aspetto
quantitativo ed al potenziale di crescita, non si intende solo la possibilità di
dotare di un telefono cellulare o di un personal computer gli 800 milioni di
persone che al momento ne sono sprovviste per fare della Repubblica
Popolare il paese più digitalizzato al mondo. Le vere potenzialità stanno nel
fatto che per arrivare a servire la totalità della popolazione cinese non è
sufficiente assorbire ed imitare tecnologie provenienti dai paesi avanzati ma
è necessario ripensare in maniera creativa prodotti, modelli di business e di
distribuzione, affinché tengano conto delle peculiarità che, in primo luogo a
livello di reddito, contraddistinguono il mercato locale. L’esistenza di
mercati dimenticati e la conoscenza delle esigenze particolari dei
consumatori locali offrono alle imprese cinesi l’opportunità di guadagnare
quote di mercato importanti realizzando un nuovo tipo di innovazione, non
“legata allo sviluppo di nuovi prodotti e servizi o all’aggiunta di maggior
funzionalità e prestazioni a quelli già esistenti per le quali le aziende si
aspettano che i clienti paghino di più” 86 quanto “nello sviluppare proposte
caratterizzate da maggiore o uguale funzionalità ma a un prezzo

85
Cfr. Archibugi e Coco (2004).
86
Williamson e Zeng (2009), p.19.

115
inferiore” 87 . Se le riforme commerciali, la progressiva apertura
internazionale hanno offerto alla Cina la possibilità di beneficiare dei
vantaggi derivanti dall’arretratezza economica relativa, se lo sforzo profuso
dal governo per l’edificazione di una capacità di assorbimento e di un
potenziale tecnologico adeguato ha consentito alla Repubblica Popolare di
sfruttare efficacemente tale possibilità attraverso l’assimilazione di
tecnologie e di know how dai paesi avanzati, le specificità del mercato cinese
forniscono alle imprese locali l’opportunità di trovare la propria via verso
l’innovazione e di invertire in alcuni casi la tradizionale direzione nord sud
dei flussi di conoscenza tecnologica. Gli indicatori presi in analisi in questo
paragrafo, da quelli tradizionali a quelli relativi alle technological
capabilities, mostrando una generale tendenza verso il restringimento del
gap tecnologico tra la Cina e i paesi di più antica industrializzazione,
testimoniano dunque l’entità dello sforzo intrapreso dal governo per la
creazione dei presupposti necessari all’assimilazione di nuove conoscenze
provenienti dalla frontiera tecnologica, tuttavia ci dicono poco dell’effettiva
capacità delle imprese locali di passare dalla fase dell’assimilazione e
dell’imitazione a quella dell’innovazione e del ruolo che quest’ultima gioca
nel processo di sviluppo. Ciò è confermato dal fatto che, nonostante
l’impegno e l’enfasi posta dal governo sulla necessità di sviluppare un
sistema di innovazione nazionale efficiente e di migliorare il livello del
potenziale tecnologico nazionale, le analisi dedicate alla capacità innovativa
della Repubblica Popolare abbiano consegnato valutazioni anche di segno
diametralmente opposto.
3 Tra ottimismo e pessimismo nella valutazione della capacità innovativa
cinese
3.1 Superpotenza tecnologica o officina del mondo?
Nonostante la Cina sia divenuta uno dei paesi che ospita il maggior
numero di investimenti diretti esteri, destinati sia alla produzione che alla
ricerca e benché il governo abbia mostrato la chiara intenzione di sfruttare

87
Cfr. Williamson e Zeng(2009), p. 20.

116
l’occasione fornita dall’integrazione economica internazionale per
trasformare il proprio modello di sviluppo in uno centrato sulla capacità
innovativa endogena, le analisi concernenti la qualità del sistema di
innovazione nazionale realizzate negli ultimi anni hanno portato spesso ad
interpretazioni contrastanti. Per semplicità possiamo schematizzare il
discorso dividendo nettamente il campo tra visioni ottimistiche e
pessimistiche. Le prime possono essere suddivise in due ulteriori
sottogruppi. Da un lato abbiamo infatti coloro che 88 , guardando ai successi
ottenuti in settori specifici, ritengono che la Repubblica Popolare sia in
procinto di diventare una superpotenza tecnologica in grado di minacciare la
leadership innovativa dei paesi della triade (Stati Uniti, Giappone, Unione
Europea) già nel prossimo decennio. Questo tipo di letteratura ha posto
l’accento in particolar modo sull’attività del programma spaziale cinese che
in epoca recente ha raggiunto obiettivi epocali ampiamente pubblicizzati.
Nel gennaio 2007 un missile balistico cinese ha distrutto un satellite
meteorologico in disuso 89 rendendo la Cina il terzo paese dopo Stati Uniti ed
Unione Sovietica a dimostrare di essere in grado di colpire oggetti in orbita
nello spazio. Nel settembre 2008 ha poi ricevuto notevole copertura
mediatica 90 la prima passeggiata spaziale compiuta da due astronauti
cinesi, uno dei quali indossava una tuta spaziale progettata e costruita
interamente con tecnologie made in China. Per la Repubblica Popolare
Cinese si è trattato della terza missione umana nello spazio, grazie alla
quale è definitivamente entrata a far parte insieme a Stati Uniti e Russia
del ristretto numero di nazioni in grado di costruire un vettore, farlo
partire e tornare dallo spazio con uomini a bordo. L’impegno profuso dai
cinesi nel programma spaziale ha persino spinto alcuni osservatori ad
ipotizzare che probabilmente “il primo uomo a posare un piede su Marte

88
Cfr. Sigurdson, Jiang e Kong (2005).
89
Cfr. Il Sole 24 Ore (2007).
90
Cfr. Il Sole 24 Ore (2008).

117
parlerà cinese piuttosto che inglese” 91 . L’altra sponda del campo degli
ottimisti concentra invece la propria attenzione sull’affermazione della Cina
come potenza commerciale anche in settori in cui i paesi di più antica
industrializzazione dovrebbero detenere in linea teorica un vantaggio
comparato. Le esportazioni cinesi sono passate da meno del 4 per cento del
PIL nel 1980 a quasi il 42 per cento nel 2007 92 . Molti ricercatori 93 hanno
osservato come, soprattutto nell’ultimo decennio, tali esportazioni, oltre ad
essere aumentate in termini quantitativi, siano migliorate anche dal punto
di vista del contenuto tecnologico, portando la Repubblica Popolare a
divenire il principale esportatore mondiale di prodotti high tech a partire
dal 2006 con una quota pari al 17,1 per cento sul totale delle esportazioni a
livello globale 94 . Sebbene il livello tecnologico dell’export cinese sia molto più
avanzato rispetto a quanto ci si attenderebbe guardando a quello di paesi
con un di PIL pro capite simile, alcuni autori, come ad esempio Peter Schott
e Dani Rodrik 95 , hanno sottolineato come le sovrapposizioni nel modello di
specializzazione possano rappresentare, anche nel breve periodo, una
minaccia alla competitività di economie come quella giapponese,
statunitense ed europea dal momento che va accorciandosi sempre di più la
lista delle categorie di prodotti realizzati ed esportati dai paesi della triade e
non dalla Repubblica Popolare. Tale minaccia sarebbe poi tanto più
pericolosa nel caso in cui le imprese cinesi, sfruttando le dimensioni del
mercato locale, l’aiuto governativo e eventuali accordi con imprese
localizzate in altri paesi est-asiatici, riuscissero ad imporre a livello globale
nuovi standard tecnologici alternativi a quelli adottati oggi nelle economie
avanzate 96 . In questa interpretazione estremamente ottimistica la Cina
sarebbe dunque già pronta per competere e per mettere a rischio il

91
Cfr. Freeman (2005).
92
Cfr. World Bank (2009).
93
Cfr. Rodrik(2006), Schott(2006), Shied e Cui (2007), Koopman, Wang e Wei (2008).
94
Cfr Eurostat (2009).
95
Cfr. Rodrik (2006), Schott (2006).
96
Cfr. Ernst e Naughton (2007).

118
vantaggio comparato detenuto dai paesi della triade anche in settori
caratterizzati da un’alta intensità di innovazione.
Le visioni pessimistiche mettono drasticamente in dubbio questa idea
e, interpretando in maniera del tutto diversa i dati concernenti il contenuto
tecnologico dell’export, considerano la Cina ancora come l’officina del mondo
in cui vengono esclusivamente assemblati prodotti ideati altrove. Secondo
questa tesi, sposata da autori come Françoise Lemoine e Deniz Unal-
Kesenci 97 , l’elevato contenuto tecnologico delle esportazioni cinesi
rifletterebbe la forte dipendenza della Repubblica Popolare da capitali e
tecnologie straniere più che una sua effettiva capacità innovativa poiché
deriverebbe unicamente dal cosiddetto processing trade. Secondo i dati
forniti dalle due autrici 98 , infatti, oltre l’80 per cento del valore delle
esportazioni high-tech provenienti dalla Cina può in realtà essere ricondotto
a filiali di imprese a partecipazione estera che appaltano a loro volta ad
imprese locali l’assemblaggio di componenti ed il perfezionamento di
prodotti per la maggior parte provenienti da altri paesi asiatici (Taiwan,
Corea del Sud, Hong Kong, Singapore, Malesia, Tailandia). Poiché le
imprese cinesi utilizzano principalmente beni intermedi importati per
produrre beni finali destinati all’esportazione, il valore aggiunto prodotto
nella Repubblica Popolare rappresenta una percentuale molto bassa del
valore del bene finale. In questa visione la Cina rimarrebbe solo un grande
stabilimento di assemblaggio e l’elevato contenuto tecnologico del suo export
sembrerebbe rivelarsi soltanto un miraggio. Uno degli studi che descrive al
meglio questo tipo di processo di creazione del valore è quello condotto da
Greg Linden, Jason Dedrick e Kenneth Kramer 99 nel 2007 relativamente ad
un prodotto high-tech reputato molto innovativo assemblato in Cina: l’iPod
Video di quinta generazione, commercializzato da Apple sul finire del 2005.
Il prezzo di vendita al pubblico di tale prodotto era di 299 dollari più della

97
Cfr. Lemoine e Unal-Kesenci (2007).
98
La metodologia utilizzata per il calcolo di questi dati è però stata messa in dubbio. Sull’argomento ad
esempio Koopman, Wang e Wei (2008).
99
Cfr. Linden, Dedrick, Kramer (2007).

119
metà dei quali erano divisi tra Apple, distributori e dettaglianti. Il valore di
una singola unità del prodotto finito e pronto per la vendita esportato dalla
Cina, dove veniva fisicamente realizzato, era quindi di circa 145 dollari ed
includeva il costo di tutti i componenti necessari, del loro assemblaggio e
delle verifiche. Il disco fisso e il display, realizzati entrambi da Toshiba e
quindi provenienti dal Giappone, rappresentavano circa il 65 per cento del
costo di tutti i componenti, il processore video e la CPU realizzati da
imprese statunitensi poco meno del 10 per cento, un altro dieci per cento
derivava da memoria SD-RAM, batteria e display driver prodotti da
imprese giapponesi e sud coreane, mentre meno del 3 per cento era il costo
dell’assemblaggio e delle verifiche realizzate effettivamente in Cina 100 .
Meno del 3 per cento del valore finale di un bene che passava per
esportazione high-tech cinese è dunque realmente realizzato nella
Repubblica Popolare, mentre la gran parte del valore è realizzata e raccolta
da paesi avanzati come Giappone, Stati Uniti e Sud Corea. La competitività
dei paesi avanzati nei settori ad alta intensità di innovazione sembrerebbe
dunque ben al sicuro dalla concorrenza cinese, il cui vantaggio competitivo
resterebbe ancora legato alle attività ad alta intensità di lavoro grazie alla
elevata disponibilità ed al basso costo di manodopera non specializzata.
Da un lato abbiamo dunque chi dipinge la Cina come una
superpotenza tecnologica in grado di superare paesi come gli Stati Uniti e la
Russia nella corsa allo spazio e di minacciare la leadership dei paesi della
triade nel commercio di prodotti high tech ad alta intensità di innovazione,
dall’altra abbiamo invece chi la ritrae come un paese in larga parte ancora
in via di sviluppo, le cui imprese basano la loro competitività sul basso costo
del lavoro, sull’imitazione di tecnologie straniere e spesso su violazioni della
proprietà intellettuale, piuttosto che sulla capacità di realizzare
innovazione. Pur ammettendo che siano qui riportate in maniera
volutamente schematica, è evidente quanto queste due interpretazioni

100
Cfr. Linden, Dedrick, Kramer (2007), p.6. Il restante 15 per cento derivava da altri componenti il cui
valore unitario era inferiore ad un dollaro.

120
relative alla capacità innovativa cinese appaiano tra loro inconciliabili.
Chris Anderson in un suo recente lavoro afferma che “qualunque tematica
sia in grado di dividere i critici in due campi con opinioni opposte
rappresenti necessariamente una buona tematica” 101 . Se si riescono ad
avere visioni così differenti dello stesso soggetto guardandolo pressappoco
nello stesso momento significa infatti che sta attraversando un processo di
continuo e rapido cambiamento, meritevole di attenzione. Questa ipotesi non
può essere più vera nel caso della valutazione della capacità innovativa
cinese. Come abbiamo sottolineato nel corso di questo capitolo la
Repubblica Popolare è oggi sulla frontiera del cambiamento, è al centro di
reti di produzione e innovazione globale, ha un governo che vuole sfruttare a
pieno l’opportunità per costruire un solido sistema di innovazione nazionale
e per farlo sta attuando politiche tese al miglioramento della sua capacità
d’assorbimento e del suo potenziale tecnologico. Tuttavia la strada da
compiere per colmare il divario dai paesi di più antica industrializzazione
non può essere percorsa nello spazio di una sola notte.

3.2 Si guarda nella direzione giusta?


Le due interpretazioni presentate nel paragrafo precedente,
apparentemente inconciliabili, sono in realtà entrambe corrette poiché
raccontano, senz’altro in modo fedele, una parte della storia. Proprio per
questa ragione riteniamo però che ambedue, concentrando l’analisi su
aspetti limitati, manchino di cogliere appieno la reale natura del
cambiamento in atto e le modalità attraverso le quali le imprese cinesi
stanno realmente sviluppando capacità innovative endogene. Da un lato la
Cina non è diventata di colpo una superpotenza tecnologica perché grazie a
decenni di investimenti in ricerca militare e aerospaziale, concessi spesso
per ragioni politiche e depauperando altri settori, è oggi in grado di mandare
uomini nello spazio e conquistare così l’attenzione globale. Dall’altro non è
però neanche vero che, perché la maggior parte delle imprese cinesi ha

101
Cfr. Anderson (2009), p. 11.

121
avuto (in particolar modo nella fase iniziale dell’affermazione delle reti di
produzione globali) e spesso ha ancora un ruolo limitato nel processo di
creazione del valore, non vi siano anche imprese che sono riuscite a
sviluppare una capacità innovativa endogena e a collocarsi in stadi più
avanzati della catena del valore, sfruttando l’aumento dei flussi di
conoscenza codificata, l’elevata modularità della produzione e le opportunità
offerte in primo luogo dal mercato locale. Come abbiamo ipotizzato nel
paragrafo finale del primo capitolo, riteniamo che l’emergere e la
sopravvivenza di imprese locali sia infatti basata sulla loro capacità di
reagire in maniera creativa agli stimoli e alle minacce competitive portate
dalla concorrenza estera, ovvero realizzando quel nuovo tipo di innovazione
che nel capitolo precedente abbiamo definito come innovazione alla base
della piramide. Tale tipologia di innovazione rimane nascosta e non viene
percepita né dalla letteratura ottimistica né tanto meno da quella
pessimistica poiché entrambe risultano maggiormente interessate alla
ricerca di innovazioni riconducibili ad una tassonomia più tradizionale ed in
particolar modo legata al concetto di innovazione radicale. In questo modo si
tralascia però il principale punto di forza di molte imprese cinesi emergenti:
la capacità di modificare l’architettura di un bene o di un servizio senza
apportare miglioramenti decisivi dal punto di vista scientifico-tecnologico,
ma riuscendo ad abbassarne il prezzo finale garantendo comunque
funzionalità simili a quelle di un prodotto destinato ai paesi industrializzati.
Questo tipo di innovazione sebbene generi beni e servizi considerati
tecnologicamente inferiori a quelli realizzati da aziende leader per i
consumatori dei paesi industrializzati, è comunque dirompente poiché è in
grado di creare un nuovo tipo di domanda proveniente da mercati che le
multinazionali leader non sono generalmente né attrezzate né intenzionate
a servire. Per avere un’idea delle effettive capacità innovative della
Repubblica Popolare Cinese e per capire quale ruolo giochi l’innovazione
nello sviluppo delle sue imprese, a nostro avviso, si deve considerare
l’innovazione stessa da un punto di vista differente a quello adottato dalla

122
letteratura tradizionale e focalizzare invece l’attenzione proprio
sull’opportunismo creativo 102 e sulle aziende che l’hanno sfruttato come
strategia di sopravvivenza, concorrenza ed affermazione in un contesto come
quello cinese, in cui l’abbondante presenza di multinazionali straniere ha di
fatto reso poco accessibile alle imprese locali i segmenti di mercato di fascia
più alta, costringendole a specializzarsi su consumatori a basso reddito.

3.3 Una prospettiva evolutiva: l’emergere di local master e global


challenger nella Repubblica Popolare Cinese
Alle opinioni contrastanti relative alle effettive potenzialità di
innovazione della Repubblica Popolare negli ultimi anni ha dunque fatto da
contraltare la comparsa di un gruppo nutrito di imprese cinesi, riuscite in
primo luogo ad affermarsi sul mercato interno ed in alcuni casi anche a
sviluppare il potenziale necessario per allargare la propria attività su scala
mondiale fino a mettere in discussione la leadership di grandi gruppi
industriali basati nei paesi avanzati. L’emergere di questa nuova
generazione di imprese cinesi è però un fatto relativamente oscuro e poco
pubblicizzato nei paesi avanzati al di là di cerchie ristrette di addetti ai
lavori e concorrenti diretti. Gli esempi che testimoniano la scarsa
conoscenza che circonda il fenomeno non mancano; a partire dalla stessa
Italia in cui i consumatori finali raramente conoscono l’origine cinese di
prodotti tradizionalmente ritenuti alla portata esclusiva di imprese
provenienti da paesi ricchi. In questo senso basta pensare alle chiavette
USB che consentono la connessione ad internet attraverso la rete cellulare
dal proprio computer: la maggior parte di queste è realizzata da due imprese
cinesi ZTE e Huawei Technologies e poi marchiata dagli operatori locali
attraverso contratti ODM (Original Design Manufacturing), senza che la
stragrande maggioranza degli utenti che le utilizza abbia mai sentito
nominare una delle due imprese o ne conosca il paese d’origine 103 . Un

102
Cfr. Ernst (2007).
103
Cfr. Rusconi (2009a).

123
articolo apparso sull’ Economist alla fine del 2008, dall’esaustivo titolo “ZTE:
Silent Mode” 104 , in cui viene riportato come l’impresa cinese pur essendo
entrata nel 2008 insieme ad Apple e RIM (produttrice di BlackBerry) nella
top ten dei produttori di cellulari sia un marchio semi sconosciuto,
testimonia come questa mancanza di informazione non sia una peculiarità
del nostro paese. L’importanza dell’apparizione di nuovi concorrenti
provenienti dalla Repubblica Popolare non è però sfuggita agli osservatori
più attenti 105 , che nel corso degli ultimi anni hanno dedicato crescente
attenzione al fenomeno. Su tutti c’è il lavoro svolto dal Boston Consulting
Group che, a partire dal 2007, ha cominciato a pubblicare annualmente un
report 106 dedicato alle cento imprese emergenti come competitors globali
provenienti da economie in rapido sviluppo quali Cina, India, Brasile,
Messico e Russia. Nelle tre edizioni pubblicate sino ad oggi (2007, 2008,
2009) la Cina svolge la parte del leone rispettivamente con 44, 41 e 36
imprese inserite nella lista delle migliori cento Global Challengers.
Figura 2.21: Le BCG 100 New Global Challengers 2008, per paese d’origine.

Messico , 7 Russia, 6

Altri , 13 Cina , 41

Brasile, 13

India , 20

Fonte: Elaborazione su dati BCG (2008a).

104
Cfr. The Economist (2008).
105
Cfr. Boston Consulting Group (2007) (2008a) (2008c), Mathews(2006), Williamson e Zeng (2007)
(2009), Van Agtamael (2007), Liu e Lundan (2007), Li (2007), Sirkin, Hemerling e Bhattacharya (2008),
Ramamurti (2008), Business Week (2008), The Economist (2007) (2008), Duyster et al.. (2009).
106
Il cui nome completo è “The BCG 100 New Global Challengers. How Companies from Rapidly
Developing Economies Are Contending for Global Leadership” .

124
Tabella 4: Imprese Cinesi presenti nella BCG 100 2008 107 .
Nome Impresa Settore
Aluminium Chalco* Metalli non ferrosi
BYD Company Elettronica di consumo/automotive
Changhong Electric Elettrodomestici
Chery Automotive
China Aviation I * Aerospaziale
China FAW * Automotive
CIMC Group Company Trasporti Marittimi
China Minmetals Corporation * Metalli non ferrosi
China Mobile * Reti di telecomunicazioni
CNHTC Automotive
SINOPEC * Combustibili Fossili
China Shipping Group * Trasporti
CNOOC * Combustibili Fossili
COFCO * Alimentari
COSCO Group * Trasporti
CSIC * Edilizia Navale
Dongfeng Motor Company * Automotive
Founder Group ICT
Galanz Group Company Elettrodomestici
Gree Electric Appliances Elettrodomestici
Haier Company Elettrodomestici/ Elettronica di consumo
Hisense Elettronica di Consumo
Huawei Technologies ICT
Johnson Electric Engineer Product
Lenovo Group ICT
Lee & Fung Group Tessile
Midea Holding Company Elettrodomestici
Nine Dragons Paper Holdings Imballaggi in carta
PetroChina Company * Combustibili Fossili
SAIC Automotive
Baosteel Group Corporation * Acciaio
ZPMC Engeneer
Shougang Group Acciaio
Sinochem Corporation * Prodotti Chimici

107
Le imprese contrassegnate con l’asterisco sono State Owned Enterprises, ovvero quelle di cui è
proprietario lo stato.

125
Sinomach * Engeneered
TCL Corporation Elettronica di Consumo / ICT
Techtronics Industry Company Engeneered
Tsingtao Brewery Alimenti e bevande
VTech Holdings Elettronica di consumo
Uanxiang Group Corporation Automotive
ZTE Corporation ICT

Il BCG non si è concentrato esclusivamente su come le imprese provenienti


dalle economie in rapido sviluppo stiano modificando le regole della
competizione a livello globale ma, recentemente, in un report intitolato “The
BCG 50 Local Dynamos: How Dynamic RDE-Based Companies Are
Mastering Their Home Markets—and What MNCs Need to Learn from
Them” 108 , ha sottolineato anche come molte imprese basate nei paesi

Figura 2.22: Le BCG 50 Local Dynamos per paese d’origine.

Russia, 3
Altri , 6 Cina , 15

Messico , 6

Brasile, 9 India , 11

Fonte: Fonte: Elaborazione su dati BCG (2008c).

emergenti siano, in primo luogo, riuscite a fronteggiare con grande successo


la concorrenza dei gruppi multinazionali stranieri nei propri home market e
ad affermarsi come leader di mercato a livello locale, nonostante l’iniziale
disparità di risorse. Così come per le global challengers, anche per le local

108
Cfr. BCG (2008c).

126
dynamos il BCG stila una lista delle imprese che hanno conseguito i
maggiori risultati. In questo report vengono segnalate 50 imprese
provenienti da otto economie considerate in rapido sviluppo ed anche in
questo caso la Cina, con 15 presenze, rappresenta la fetta più grande della
torta.

Tabella 2.4: Le imprese cinesi nella BCG 50 Local Dynamos 2008


Nome Impresa Settore
Baidu.com Internet
China Merchants Bank Servizi finanziari
China Vanke Company Servizi finanziari
Ctrip.com International Internet/ on line travel
Focus Media Holding Media Advertising
Goldwind Science and Technology Company Produzione turbine a vento
Gome Electrical Appliances Holding Retail elettromestici e elettronica
di consumo
Goodbaby Prodotti per bambini
New Oriental Education & Technology Group Educazione
Shanda Entertainment Internet/ On line gaming
SIM Technology Group Apparecchiature IT
Tencent Internet/ voip ,Social networks
WuXi Pharma Tech Farmaceutica
XinAo Gas Holding Energia
Xinyi Glass Holdings Produzione vetro

Accanto al lavoro del Boston Consulting Group si collocano le analisi


svolte da altri ricercatori quali ad esempio Antoine Van Agtmael in “ The
emerging market century” 109 o Sirkin, Hemerling e Bhattacharya in
“Globality” 110 . I sottotitoli di questi due lavori illustrano perfettamente
quale sia l’idea che li pervade: il primo recita “How a new Breed of World-
Class Companies is Overtaking the World” , il secondo semplicemente
“Competing with Everyone from Everywhere for Everything”. Il messaggio

109
Cfr. Von Agtamael (2007).
110
Cfr. Sirkin, Hemerling e Bhattacharya (2008).

127
è chiaro: negli ultimi vent’anni le imprese provenienti da paesi che siamo
stati abituati a considerare esclusivamente come “in via di sviluppo” hanno
non solo imparato velocemente le lezioni impartite dal processo di
globalizzazione ma hanno anche sviluppato conoscenze ed esperienze
esclusive ed innovative che gli consentono in molti casi di minacciare la
posizione di multinazionali provenienti da paesi solitamente definiti
“avanzati”. In entrambe le opere viene dedicato ampio spazio alla Cina, a
molte delle imprese cinesi citate dalla lista del BCG ed in particolare a
quelle che operano in settori ad alta intensità di innovazione come l’ICT
quali Lenovo, Huawei, ZTE ed Haier.
Chiaramente ogni analisi di questo tipo si domanda cosa stia alla base
della nuova competitività di imprese provenienti da paesi emergenti. Uno
dei fattori a cui viene data notevole importanza in quest’indagine e che ci
preme mettere in luce è quello relativo alla capacità di sopravvivenza di
queste imprese in mercati difficili, o quantomeno particolari, nelle fasi
iniziali della loro crescita. Van Agtamael sottolinea come la forza di questi
nuovi competitor stia spesso nel fatto che abbiano superato con successo
molteplici avversità, trasformando in opportunità quelle che erano
inizialmente considerate costrizioni attraverso un processo di adattamento.
Una delle fasi più importanti nel sentiero di catch up da parte delle imprese
emergenti è dunque quella che avviene all’interno del proprio paese
d’origine. Peter Williamson e Ming Zeng concordano con quest’ipotesi e, in
uno studio, dedicato alla sfida lanciata dallle imprese cinesi agli incumbents
occidentali dall’esaustivo titolo “Dragons at Your Doors” 111 enfatizzano come
la vera rampa di lancio per il successo di queste imprese a livello globale sia
stata la conquista di una posizione forte sul mercato interno della
Repubblica Popolare. Il mercato cinese, a causa di un sistema di governi
provinciali protezionisti, è infatti tipicamente frammentato tra moltissime
imprese in competizione tra loro alle quali si aggiunge la concorrenza delle

111
Cfr. Williamson e Zeng (2007).

128
multinazionali straniere nelle fasce più alte. Pertanto guadagnare quote di
mercato rilevanti sul mercato nazionale e sviluppare a pieno le economie di
scala che le dimensioni del paese consentono, è un obiettivo tutt’altro che
abbordabile. Le aziende che raggiungono posizioni rilevanti sul mercato
interno e che si affacciano alla competizione internazionale, sebbene non
abbiano la stessa dotazione di risorse delle multinazionali provenienti da
paesi ricchi, hanno dunque già oltrepassato l’ostacolo molto rilevante della
competizione interna e sono riuscite a ideare strategie che gli hanno
consentito di adattarsi meglio al mercato. Questo quadro si presta ad essere
interpretato secondo la teoria evolutiva proposta nel primo capitolo:
l’adattamento creativo e le nuove strategie altro non sono infatti che
innovazioni dirompenti che consentono alle imprese locali di ricavare il
massimo in situazioni di scarsità e di emergere in una competizione serrata.
La sola esistenza delle imprese cinesi a cui le analisi del BCG e degli altri
osservatori citati fanno riferimento può quindi essere considerata come la
migliore testimonianza della capacità innovativa del sistema cinese e
dell’importante ruolo che l’innovazione gioca nel suo sentiero di sviluppo.
Per questa ragione il prossimo capitolo sarà dedicato all’analisi delle
modalità attraverso le quali alcune di queste imprese, ed in particolar modo
quelle operanti in settori considerati ad elevata intensità di ricerca e
sviluppo, sono riuscite ad affermarsi sia a livello locale che globale.

129
CAPITOLO 3

INNOVAZIONE APPROPRIATA ED EFFETTI DI FEEDBACK VERSO I


PAESI INDUSTRIALIZZATI NELL’AFFERMAZIONE, LOCALE E
GLOBALE, DELLE IMPRESE CINESI

Introduzione

Una buona parte della letteratura economica 1 dedicata ai processi di


catch up ipotizza che le imprese provenienti dai paesi in condizioni di
arretratezza economica relativa, per poter sopravvivere nella competizione
con le multinazionali basate nei paesi industrializzati, debbano concentrarsi
esclusivamente sulla costruzione di una solida base produttiva, acquisendo
ed imitando tecnologie estere. In quest’ottica, lo sviluppo della capacità
innovativa endogena non viene considerata come una strategia tecnologica
perseguibile da imprese basate in paesi late comer. La disparità nella
dotazione di risorse da dedicare alla produzione di nuove conoscenze
tecnologiche non consentirebbe infatti alle imprese di paesi emergenti di
sviluppare un vantaggio competitivo in settori e fasi produttive ad elevata
intensità tecnologica. Nel paragrafo finale del capitolo precedente abbiamo
visto però come nel corso dell’ultimo decennio numerose imprese cinesi siano
riuscite a contrastare la concorrenza interna ed estera, acquisendo
considerevoli quote del mercato locale in diversi settori, tra cui spiccano
quello delle telecomunicazioni, dell’informatica e dell’elettronica di consumo.
Come si è detto, si suppone che tale successo sia dovuto non solo ai
tradizionali vantaggi di cui godono paesi ed imprese in condizioni di
arretratezza economica, quali ad esempio il basso costo della manodopera o

1
Cfr. Hobday (2000), Odagiri e Goto(1996), Kim (1997).

130
la possibilità di sfruttare tecnologie create altrove, ma anche alla capacità di
queste imprese di innovare sin dalle prime fasi del loro processo di sviluppo.
Affermare ciò non significa ovviamente credere che i gruppi cinesi
abbiano di colpo colmato il divario con le multinazionali occidentali al punto
da poter utilizzare l’innovazione come mezzo di competizione per
l’affermazione sui mercati dei paesi avanzati o sulla fascia alta del mercato
locale. Si ritiene piuttosto che abbiano fatto ricorso ad una nuova tipologia
di innovazione, orientata a sbloccare la domanda latente proveniente da
segmenti di mercato a basso reddito, e pertanto dimenticati dalle
multinazionali, ripensando il rapporto prezzo/prestazioni dei prodotti e
servizi offerti. Tale strategia tecnologica e competitiva è stata realizzata
sfruttando le opportunità tecnologiche offerte dal dispiegamento del nuovo
paradigma tecnoeconomico, analizzate nel primo capitolo, le opportunità
concesse dal mercato locale e dalla conoscenza delle sue specificità. La
conquista di mercati dimenticati, come quelli periferici o rurali, ha garantito
e garantisce alle imprese locali, soprattutto in un paese delle dimensioni
della Cina, il raggiungimento di economie di scala e l’acquisizione di
esperienza e risorse sufficienti a minacciare, in una seconda fase, la
leadership degli incumbents anche sui mercati urbani più ricchi. Molti dei
gruppi cinesi emergenti inseriti nelle liste del BCG, citate nel capitolo
precedente (tra i più noti ad esempio: Huawei, Zte, Haier), hanno seguito
questo tipo di strategia di sviluppo, definita talvolta come tattica della
guerriglia, vista l’analogia con la tecnica di combattimento adottata da Mao
Zedong nella lotta contro i nazionalisti del Kuomintang, che faceva seguire
la conquista dei grandi centri urbani all’affermazione militare e politica
nelle campagne.
La tattica della conquista della periferia per arrivare al centro può
essere utilizzata come chiave interpretativa anche per analizzare la rapida
internazionalizzazione dei gruppi cinesi. Una delle questioni maggiormente
dibattute rispetto a questo fenomeno è infatti quella riguardante cause e

131
motivazioni 2 . L’interpretazione tradizionale della teoria delle imprese
multinazionali 3 vuole che, alla base di ogni processo di
internazionalizzazione, vi sia una qualche sorta di vantaggio competitivo, di
natura proprietaria, detenuto da parte dell’impresa. Alcuni dei lavori più
autorevoli dedicati all’argomento 4 tendono però a guardare
all’internazionalizzazione delle imprese provenienti dai paesi emergenti
come ad una eccezione rispetto alla teoria dominante e a considerarla come
motivata dalla necessità di colmare le proprie lacune attraverso
l’acquisizione di asset tecnologici o di brand, piuttosto che dalla volontà di
sfruttare all’estero vantaggi competitivi precedentemente acquisiti. Fatta
salva la validità di queste ipotesi, in questo lavoro si suppone tuttavia che la
specificità della capacità innovativa sviluppata dalle imprese cinesi per
sopravvivere ed emergere sul mercato interno possa essere considerata come
un vantaggio proprietario detenuto dai gruppi cinesi anche nella sfida ai
players globali. La capacità di innovare per servire la popolazione che alla
base della piramide del reddito consente alle imprese cinesi di attaccare le
multinazionali estere in mercati da esse sottovalutati, come quelli dei paesi
emergenti ed in via di sviluppo e, in un secondo tempo, di spostarsi dalla
periferia ai paesi sviluppati, indirizzando anche qui la propria offensiva su
segmenti di mercato considerati poco profittevoli dagli incumbents.
L’utilizzo dell’innovazione per la base della piramide come strumento
di competizione, sia sul mercato interno che su quello globale, testimonia
non solo l’importanza della capacità innovativa per il processo di catch-up
dell’economia cinese ma anche l’inversione dei tradizionali flussi di
produzione di conoscenza. I paesi emergenti ed in via di sviluppo smettono
di essere unicamente destinatari di tecnologie e conoscenze provenienti
dalla frontiera tecnologica per divenire parte attiva nel processo di creazione
di nuovi saperi. Alla tradizionale direttrice nord-sud del trasferimento

2
Per una rassegna ragionata dei principali contributi sull’argmento si veda Rabellotti, Sanfilippo,
Amighini (2009).
3
In particolare Dunning (1977)
4
Cfr. Mathews (2006), Luo e Tung (2007), Li (2007).

132
tecnologico si aggiungono dunque quella sud-sud ed anche quella sud-nord,
dal momento che l’innovazione prodotta dalle imprese cinesi ha un effetto di
feedback sul comportamento delle multinazionali provenienti dai paesi
avanzati. Queste ultime sono infatti obbligate ad adeguare i propri modelli
di business e le proprie strategie tecnologiche, non solo per rispondere alla
minaccia alla loro leadership sui mercati avanzati, ma soprattutto per
riuscire a penetrare sui mercati di paesi emergenti, come India, Brasile e la
stessa Cina. Tali mercati divengono giorno dopo giorno più appetibili viste le
loro dimensioni attuali ed il loro potenziale di crescita, a cui si contrappone
invece la progressiva saturazione dei mercati occidentali per una gamma
crescente di prodotti. Le più attente imprese provenienti dai paesi della
triade hanno dunque messo da parte l’idea che la Cina non abbia nulla da
insegnare ed hanno cominciato a mutare la loro condotta guardando
all’esempio delle imprese cinesi.
Il capitolo che segue sarà dunque dedicato alla descrizione di come
alcune delle imprese cinesi citate nel capitolo precedente, partendo da quella
che abbiamo definito come innovazione appropriata, abbiano sconfitto la
concorrenza straniera nel proprio paese e siano, in alcuni casi, arrivati a
bussare alle porte di mercati che un decennio fa non erano neanche in vista.
Nella prima parte del capitolo torneremo quindi sulle caratteristiche di
questo tipo di innovazione e sulle condizioni specifiche che l’hanno resa
possibile.Successivamente si vedrà, invece, facendo riferimento a studi di
caso, come tale innovazione sia stato uno strumento fondamentale per la
progressiva conquista del mercato locale. La terza parte verrà poi dedicata
all’analisi del ruolo svolto dall’innovazione nel processo di
internazionalizzazione di alcune delle imprese cinesi di maggiore successo e
degli effetti di feedback che la strategia delle imprese cinesi ha generato nei
paesi industrializzati.

133
1 Che tipo di innovazione ?
Per quanto il concetto di innovazione si presti a categorizzazioni e a
definizioni molteplici, per poter comprendere al meglio la specificità delle
capacità innovative sviluppate dalle imprese cinesi, è indispensabile partire
da alcune definizioni e differenziazioni del fenomeno innovativo. Nel corso di
questo primo paragrafo si vedranno in particolare due tassonomie che si
ritengono particolarmente adatte per guardare all’emergere dei gruppi
cinesi dalla giusta prospettiva.

1.1 La tassonomia di Henderson e Clark e l’importanza dell’innovazione


architetturale
Una tassonomia molto utile al nostro scopo, già brevemente presa in
considerazione nel primo capitolo, è quella elaborata da Rebecca Henderson
e Kim Clark in un articolo intitolato “Architectural Innovation: The
Reconfiguration of Existing Product Technologies and the Failure of
Established Firms” 5 . In tale lavoro i due autori propongono di considerare
un prodotto, o un servizio, in maniera duplice: da un lato come un unico
sistema, dall’altro come l’insieme di singole componenti, nettamente
differenziate sulla base della funzione che svolgono. Questa distinzione è
tesa a sottolineare il fatto che il successo nello sviluppo di un prodotto o di
un servizio richieda due tipi di conoscenza. In primo luogo necessita della
conoscenza tecnologica indispensabile per la progettazione e
l’implementazione dei singoli componenti. In secondo, esige la cosiddetta
“architectural knowledge” 6 , ovvero la conoscenza di come le singole
componenti siano integrate e interfacciate tra loro in un prodotto intero
coerente. Questa distinzione, tra la conoscenza dei componenti in sé stessi e
la conoscenza dei legami che li uniscono, ci fornisce delle indicazioni molto
utili sulle differenze alla base delle diverse tipologie di innovazione (figura
3.1). Henderson e Clark partono dalla ripartizione tra innovazione radicale

5
Cfr. Henderson e Clark (1990).
6
Ivi, p. 12.

134
e innovazione incrementale 7 , collocate ai due estremi del processo.
L’innovazione radicale implica un cambiamento scientifico-tecnologico,
puntuale e discontinuo, che si concretizza sia nella progettazione di nuovi
componenti, sia in una nuova architettura.

Figura 3.1 Tassonomia di Henderson e Clark

Alto impatto sulla


conoscenza architetturale

Innovazione Innovazione
architetturale radicale
Basso impatto Alto impatto sulla
sulla conoscenza conoscenza dei
dei componenti componenti
Innovazione Innovazione
incrementale modulare

Basso impatto sulla


conoscenza architetturale

Fonte: Henderson e Clark (1990)

Esempio di innovazione radicale è la scoperta di un principio attivo e la sua


incorporazione in un farmaco completamente nuovo. Le innovazioni
incrementali introducono invece modifiche di minore entità a prodotti e
servizi esistenti. Il miglioramento avviene nei componenti ma non muta né
l’architettura né il core design delle singole parti alla base del prodotto o del
servizio. Le innovazioni incrementali si possono configurare anche come

7
Uno dei primi studi a teorizzare questa differenziazione è Abernathy e Utterback (1978).

135
innovazioni nel processo produttivo ed in questo caso solitamente si
traducono in un vantaggio in termini di costi o in termini di time to market.
Tra questi due estremi si collocano altri due tipi di cambiamento
tecnologico: innovazione modulare ed innovazione architetturale. La prima
si verifica quando una nuova componente tecnologica viene inserita in un
prodotto la cui archittettura sistemica rimane fondamentalmente immutata.
Si differenzia dall’innovazione incrementale perché può inglobare anche
cambiamenti molto rilevanti dal punto di vista scientifico e tecnologico nei
singoli componenti, senza però modificare l’architettura del sistema.
L’esempio maggiormente citato 8 di innovazione modulare è quello fornito
dall’industria dei Personal Computer ed in particolar modo dai prodotti
basati sulla architettura “Wintel”. Dal momento che tali prodotti presentano
una architettura ampiamente consolidata, fondata sul sistema operativo
Microsoft Windows e sui microprocessori Intel, l’innovazione tecnologica
incorporata nei nuovi prodotti non è mai andata a toccare le modalità in cui
le componenti del sistema si interfacciano tra loro, ma esclusivamente i
singoli elementi. Così, senza addentrarsi troppo in aspetti tecnici, si può ben
dire che, sebbene le specifiche dei personal computer costruiti quindici anni
fa (per memoria RAM, potenza del processore, versione del sistema
operativo, schede video, dimensione del disco rigido) siano completamente
diverse rispetto a quelle di oggi e ne facciano delle macchine del tutto nuove
in termini tecnologici e di funzionalità, la loro architettura di fondo non è
mutata molto da quella consolidatasi a metà degli anni novanta.
L’innovazione architetturale si colloca, in qualche modo, all’opposto
dell’innovazione modulare, poiché non incorpora nuova tecnologia nelle
singole componenti, che possono essere considerate quasi come
standardizzate e disponibili sul mercato, ma modifica esclusivamente le
modalità attraverso cui tali componenti interagiscono tra loro, per dare vita
ad un nuovo prodotto o servizio. Non necessita di grandi balzi in avanti dal

8
Cfr. Ernst e Naughton (2007).

136
punto di vista scientifico-tecnologico ma si basa piuttosto su conoscenze
esistenti che vengono ricombinate in maniera creativa per andare incontro
alle necessità di uno specifico mercato.
La tassonomia di Henderson e Clark risulta importante perché offre
delle indicazioni molto utili sull’effetto di ciascun tipo di innovazione sulla
competizione tra imprese ed in particolar modo sulle possibilità che nuove
aziende guadagnino quote di mercato nei confronti di imprese già affermate
attraverso l’introduzione di elementi di novità. L’innovazione incrementale
e quella modulare tendono a rafforzare la posizione competitiva delle
imprese dominanti poiché sono basate su conoscenze esistenti, di cui le
aziende leader hanno piena padronanza. Queste tipologie di innovazione
tendono pertanto ad alzare le barriere all’entrata sul mercato per nuove
imprese. Innovazione radicale ed innovazione architetturale hanno invece in
sé la potenzialità di mutare lo status quo. L’innovazione radicale
rappresenta la minaccia più pericolosa per gli incumbents poiché tende a
distruggere l’utilità della conoscenza esistente, sia che si tratti di conoscenza
legata alla progettazione delle singole componenti, sia che si tratti di
conoscenza architetturale. Garantisce ampi margini di profitto ma implica
un’ampia disponibilità di risorse, elevati rischi e costi molto alti in caso di
fallimento. Per questa ragione rimane spesso preclusa ad organizzazioni con
dotazioni tecnologiche e finanziarie limitate. L’innovazione architetturale
rappresenta invece una minaccia più sottile per gli incumbents poiché, in
primo luogo, necessita di risorse e conoscenze scientifiche limitate e risulta
dunque accessibile ad un più vasto numero di imprese; in secondo luogo,
un’innovazione architetturale di successo tende a rispondere a precise
esigenze del mercato che non vengono soddisfatte dai prodotti
commercializzati dagli incumbents. In un contesto in cui la conoscenza
tecnologica sia sufficientemente diffusa e codificata e la produzione
fortementemente modularizzata, l’impresa che riesce nell’innovazione
architetturale probabilmente dispone di un tipo di risorsa più determinante
rispetto alla padronanza tecnologica sulle singole componenti, ovvero la

137
conoscenza del mercato a cui si rivolge. Questa diversità nella percezione
delle esigenze dei consumatori spesso non consente alle imprese egemoni di
comprendere la natura dell’innovazione architetturale, scambiata spesso per
un’innovazione incrementale inoffensiva per la loro leadership, e quindi di
reagirvi in maniera adeguata sia in termini di tempo che di modalità. Anche
qualora poi gli incumbents comprendano a pieno il carattere architetturale
della minaccia tecnologica portata da un nuovo competitor, ciò non gli
conferirebbe automaticamente gli strumenti necessari a metterla in pratica.
Sebbene questo tipo di innovazione richieda investimenti e capacità
tecnologiche inferiori a quelle richieste da un’innovazione radicale, necessita
in ogni caso di un investimento, in termini di risorse e soprattutto di tempo,
per assorbire la differente conoscenza architetturale incorporata nel nuovo
prodotto. Per le imprese dominanti questo tipo di apprendimento può
risultare anche molto complesso poiché l’eredità di conoscenze pregresse,
architetturali e non, e di routine consolidate può non solo non essere un
vantaggio, ma anche costituire un ostacolo all’effettivo assorbimento di
nuovi saperi.

1.2 Christensen ed il modello della disruptive innovation


Una seconda categorizzazione tra diverse tipologie di innovazione che
può essere utile al nostro scopo è quella proposta da Clayton Christensen.
Tale tassonomia, rispetto a quella di Henderson e Clark, non è fondata
esclusivamente sulla differente complessità tecnologica del fenomeno
innovativo, quanto piuttosto sulla relazione che intercorre tra progresso
tecnologico e domanda di specifici settori del mercato. In un libro
dall’esaustivo titolo “The Innovator’s Dilemma” 9 l’autore propone il
cosiddetto Disruptive Innovation Model 10 , la cui considerazione di partenza
vuole che su ciascun mercato, per qualsiasi prodotto, vi sia un dato tasso di

9
Cfr. Christensen (1997).
10
In italiano è stato tradotto come “modello dell’innovazione scardinante”, ma qui si è preferito
mantenere l’originale.

138
miglioramento tecnologico che i consumatori possono utilizzare ed assorbire.
Gli avanzamenti tecnici che vanno al di là di tale soglia non possono essere
sfruttati dalla maggior parte degli utilizzatori o per motivi che dipendono da
fattori esogeni o perché il ritmo di tale progresso supera la loro effettiva
capacità di utilizzare appieno la tecnologia incorporata nei nuovi prodotti.
Un esempio del primo tipo è quello dell’industria automobilistica: i
produttori di autoveicoli continuano ad immettere sul mercato vetture
dotate di motori più potenti che consentono performance migliori delle
versioni precedenti, tuttavia fattori quali i volumi di traffico, i limiti di
velocità e le preoccupazioni relative alla sicurezza pongono un confine alle
effettive possibilità del consumatore di sfruttare questi miglioramenti.
Esempio del secondo tipo è invece quello dei personal computer (PC).
Quando, nella prima metà degli anni ottanta, i PC hanno comininciato a
diffondersi e a rimpiazzare progressivamente le macchine da scrivere come
strumento per la battitura a macchina, erano così poco potenti che
obbligavano l’utilizzatore a fermarsi spesso per aspettare che il processore
elaborasse correttamente i dati inseriti. Oggi, dopo quasi trent’anni di
innovazione permanente, i nuovi PC lanciati sul mercato sono dotati di una
capacità di calcolo che va ben al di là delle esigenze di utilizzo della
maggioranza dei consumatori che, sebbene si siano ampliate rispetto agli
anni ’80, sono mutate ad un ritmo molto meno incalzante rispetto a quanto
non abbia fatto la tecnologia.
La ragione di questa discordanza tra traiettoria tecnologica ed
esigenze reali di una buona parte dei consumatori risiede, secondo
Christensen, nel fatto che le imprese leader portino avanti una strategia
tecnologica e competitiva basata su quelle che vengono definite come
sustaining innovations: si creano prodotti sempre più complessi dal punto di
vista tecnologico, con funzionalità e performance addizionali rispetto alle
versioni precedenti, per poterli vendere ai consumatori di fascia alta,
realizzando margini di profitto più ampi. La divergenza che si costruisce
sulla distanza tra la traiettoria tecnologica di una sustaining innovation e le

139
caratteristiche di consumatori di fascia più bassa costituisce però la base di
partenza per una differente tipologia di innovazione: la disruptive
innovation. Quest’ultima si caratterizza come l’opposto della sustaining
innovation, poiché non è tesa a creare prodotti e servizi migliori da vendere
su mercati esistenti ma è focalizzata a ridefinire la traiettoria tecnologica
introducendo prodotti più semplici, più pratici e meno cari che attraggano
due categorie di acquirenti: i non consumatori ed i consumatori di fascia
bassa 11 . Nel primo caso la disruptive innovation compete con l’assenza di
consumi e deve quindi dare vita ad un prodotto tanto più economico e tanto
più facile da usare, rispetto a quelli forniti dalle imprese leader, da
consentire ad una nuova porzione di popolazione di cominciare ad
utilizzarlo. L’esempio storicamente più rilevante in questo senso è
sicuramente quello del modello T prodotto dalla Ford, che riuscì ad essere
tanto economico rispetto alle automobili allora prodotte da consentire ad
un’intera nazione, e poi al mondo, di acquistare la propria prima vettura.
Nel secondo caso, la disruptive innovation contende alle imprese leader la
fascia più bassa dei suoi consumatori ed ha quindi come obiettivo principale
quello di ridurre il prezzo senza limitare eccessivamente le prestazioni del
prodotto o la qualità del servizio offerto.
Come per la tassonomia di Henderson e Clark ciò che in primo luogo
ci interessa è il potenziale competitivo di questi due tipi di innovazione. La
sustaining innovation non costituisce, ovviamente, una strategia tecnologica
e competitiva facilmente perseguibile da imprese nuove entranti poiché,
oltre a necessitare di risorse considerevoli, le porterebbe a sfidare le imprese
egemoni proprio su quelle fasce di mercato che queste sono specializzate a
servire. Al contrario, la disruptive innovation, che sia tesa a creare nuovi
mercati, o a conquistare la fascia più bassa di mercati esistenti, può
rappresentare una freccia all’arco delle nuove entranti nella sfida allo status
quo. Le imprese incumbents infatti in un primo momento semplicemente
non reagiscono in alcun modo a questo tipo di innovazione, poichè non sono

11
Cfr. Christensen e Raynor (2003).

140
né interessate né preparate a rispondervi per via delle differenti motivazioni
alla base della loro strategia tecnologica: cercano la fascia alta del mercato,
margini di profitti più alti e non hanno il minimo deisiderio di lasciare la
loro impronta in mercati difficili e poco profittevoli. Una nuova impresa può
così inizialmente affermarsi sui mercati dimenticati con un prodotto
innovativo basasto su una disruptive technology, evitando la competizione
con prodotti dalle funzionalità simili, ma con performance più elevate,
pensati per i consumatori high-end. Visto che, nella visione di
Christensen 12 , ciascun prodotto ha una sua traiettoria che va verso il
miglioramento delle prestazioni, anche un prodotto nato da una disruptive
innovation seguirà la sua specifica traiettoria di avanzamento tecnologico.

Figura 3.2: Il modello della disruptive innovation di Christensen

n
atio
ov
Inn
g
Performance del prodotto

n
Domanda della taini
s on
fascia alta del Su ati
mercato ov
e Inn
ptiv
ru
Dis Domanda della
fascia bassa
del mercato

Non Consumo

Tempo
Fonte: Adattamento su Christensen (1997).

Man mano che tale prodotto procede sul suo percorso di miglioramento,
diventa sempre più attraente anche per i consumatori di fascia più elevata,

12
Cfr. Christensen (2003), p. 43.

141
soprattutto se i prodotti offerti dagli incumbents hanno superato quella
soglia di progresso tecnico che la maggior parte dei consumatori è in grado
di assorbire. Una volta che il prodotto basato su una disruptive innovation
entra in diretta competizione con quelli fondati su sustaining innovations
comincia a sottrarre mercato alle imprese leader, partendo dai clienti meno
esigenti e poi muovendosi verso quelli di fascia più alta. Quando ciò accade,
gli incumbents finalmente si accorgono della concreta minaccia portata dai
disruptors ma, anche in questo caso, trovano molto difficile reagirvi poiché
per loro creare un prodotto dalle prestazioni inferiori, su cui possano
realizzare margini di profitto più bassi rispetto a quelli a cui abitualmente
mirano, va contro il proprio modello di crescita. Le imprese egemoni, se
volessero competere con i nuovi entranti adattandosi alla disruptive
innovation, dovrebbero modificare completamente le routine consolidate
della loro organizzazione, a partire dalla modalità di allocazione delle
risorse e dal modello di business, cosa che ovviamente non sono né
preparate, né disposte a fare, se non in rari casi e comunque con i tempi che
una tale transizione implicherebbe. Non è un caso che l’enigma a cui
Clayton Christensen mira a trovare soluzione nel suo lavoro più celebre,
“The Innovator’s Dilemma” 13 , sia relativo al perché le grandi imprese, anche
qualora siano ben amministrate e facciano della ricerca e dell’innovazione il
loro punto di forza, possano fallire. La risposta data dall’autore è semplice:
per l’incapacità di rispondere efficacemente all’innovazione che proviene dal
basso, alla disruptive innovation.
In secondo luogo ci preme mettere in evidenza come il concetto
proposto da Christensen sia molto utile al nostro lavoro poiché prevede la
possibilità che anche un prodotto pensato per consumatori di fascia bassa, o
addirittura non-consumatori dimenticati dalle imprese leader, possa
divenire una valida alternativa anche per mercati di fascia più alta nel corso
della sua traiettoria di miglioramento tecnologico. Posto nell’ottica del
rapporto tra economie dei paesi industrializzati e paesi emergenti ed in via

13
Cfr. Christensen (1997).

142
di sviluppo, risulta abbastanza evidente come il concetto di disruptive
innovation si presti ad essere associato ai concetti di innovazione per la base
della piramide ed innovazione appropriata analizzati nel corso del primo
capitolo. I consumatori a basso reddito, e soprattutto i non-consumatori, che
abitano i paesi in via di sviluppo o le aree periferiche e più povere dei paesi
emergenti, costituiscono infatti un’ottima opportunità per le imprese locali
di ritagliarsi uno spazio di sopravvivenza lontano dalla concorrenza delle
multinazionali attraverso disruptive innovations dedicate alle loro
specifiche esigenze. Le opportunità di mercato alla base della piramide
possono infatti essere colte solo attraverso innovazioni che tengano conto del
fatto che le necessità della popolazione a basso redditto sono completamente
diverse rispetto a quelle del consumatore medio che le imprese incumbents
sono abituate a servire. Tali innovazioni devono pertanto modificare il
rapporto prezzo/prestazioni dei prodotti, abbassando il primo senza limitare
troppo le seconde, trasformando apparenti costrizioni, quali condizioni
ambientali o infrastrutturali difficili, la scarsa alfabetizzazione o i bassi
liveli di reddito pro capite, in nuovi mercati. Anche partendo da questi nuovi
mercati nei paesi emergenti o in via di sviluppo, un prodotto basato sulla
disruptive innovation può imboccare il proprio percorso di miglioramento
delle prestazioni ed andare, prima a soddisfare la domanda proveniente da
consumatori di fascia più alta nei mercati locali e, in un secondo momento
anche quella dei consumatori meno esigenti dei mercati avanzati dei paesi
industrializzati. Ciò dà il via ad un’inversione dei tradizionali flussi di
innovazione nord-sud e genera un effetto di feedback verso la frontiera
tecnologica da cui proviene il cambiamento iniziale.
Un esempio abbastanza conosciuto di come un prodotto, inizialmente
pensato per una popolazione di non consumatori provenienti dai paesi in
via di sviluppo e basato su una disruptive innovation, abbia generato un
mercato completamente nuovo poi allargatosi fino a coinvolgere i paesi
avanzati, è quello dei cosiddetti netbook. Il mercato di questi mini computer
portatili, versioni più piccole, meno potenti e molto meno care dei

143
tradizionali laptop, destinate in particolar modo alla navigazione in rete e
all’utilizzo in mobilità, è letteralmente esploso tra il 2007 14 ed il 2009.
Secondo Display Search 15 nel solo 2009 sono state vendute oltre 33 milioni
di unità, per un giro di affari arrivato a valere 11,4 miliardi di dollari con un
aumento anno su anno del 72 per cento, andando a costituire circa il 20 per
cento delle vendite totali di notebook. Le origini di un tale successo sono da
ricercare però, secondo molteplici osservatori 16 , nel progetto portato avanti
dall’organizzazione non-profit One Laptop for Child 17 (OLPC), presieduta da
Nicholas Negroponte 18 . L’idea del fondatore del MediaLab del MIT era
quella di creare, produrre e distribuire un computer portatile il cui prezzo di
vendita non fosse superiore ai 100 dollari, in modo tale da consentire ai
governi dei paesi in via di sviluppo di acquistarne grandi quantità da
destinare a scopi educativi. Sebbene i risultati del progetto non abbiano
rispettato appieno le attese (nonostante l’uso di software open source, il
prezzo di vendita della singola unità è rimasto vicino ai 200 dollari e
pertanto anche le vendite sono risultate inferiori rispetto a quanto
auspicato), il XO-1 (questo il nome ufficiale del laptop) ha costituito l’origine
della traiettoria di disruptive innovation che ha portato i netbook a
conquistare anche i mercati avanzati. Ispirati dallo XO-1 alcuni produttori
di notebook, in particolar modo quelli basati in prossimità di aree emrgenti
o in via di sviluppo, come le taiwanesi AsusTek ed Acer, hanno infatti
cominciato a credere alla possibilità di generare nuovi mercati nei paesi
emergenti, vendendo, ad un prezzo accessibile (inizialmente 250 dollari),
mini computer portatili dalle prestazioni inferiori rispetto a quelli prodotti
tradizionalmente 19 , ma adatti a compiti semplici quali la navigazione in
rete. Inaspettatamente questo tipo di prodotto non si è affermato

14
I primi netbook sono stati commercializzati da Asus nell’estate 2007.
15
Sito internet www.displaysearch.com
16
Cfr. The Economist (2009) , Wired (2009).
17
Per maggiori informazioni sul progetto il sito ufficiale di OLPC è http://www.laptop.org/en/
18
Pagina Web istituzionale accessibile al sito http://www.media.mit.edu/people/nicholas/
19
Il primo Eee Pc di Asustek, commercializzato nell’ottobre 2007 era basato su sistema operativo Linux,
dotato di schermo a 7 pollici, memorie flash da 4 gigabyte e 512 megabyte di RAM.

144
esclusivamente tra consumatori a basso reddito di paesi emergenti e in via
di sviluppo ma ha venduto benissimo nei paesi avanzati, in particolar modo
negli Stati Uniti ed in Europa. Man mano che i netbook hanno proseguito la
loro traiettoria di miglioramento tecnologico sono andati incontro alla
domanda di consumatori sempre più esigenti, consentendo alle imprese che
per prime li hanno introdotti di allargare la propria quota di mercato. I
netbook costituiscono dunque un esempio tipico di disruptive innovation.
Solitamente nell’industria dei computer gli sviluppi di nuovi prodotti
avvengono riversando gli avanzamenti tecnologici pensati per i consumatori
high end sul mercato di massa, i netbook hanno invertito il flusso di questo
processo. Cercando di rispondere alle esigenze dei consumatori a basso
reddito, e dei non-consumatori, a basso reddito hanno pertanto rivelato
qualcosa sui tradizionali utilizzatori di PC: non volevano un computer
sempre più caro con prestazioni spettacolari, ma un computer più economico
che soddisfasse esigenze comuni. Il concetto di disruptive innovation
introdotto da Christensen sta in quache modo alla base della convinzione di
Prahalad, secondo cui: “Alcune innovazioni sviluppate per i mercati alla
base della piramide possono trovare applicazione nei mercati sviluppati” 20 .

1.3 Le imprese cinesi e l’innovazione appropriata


Secondo l’interpretazione evolutiva proposta nel primo capitolo, le
imprese basate in un paese emergente come la Repubblica Popolare Cinese,
per poter sopravvivere e competere devono obbligatoriamente modificare lo
status quo, o sottraendo quote di mercato agli incumbents o creando nuovi
mercati. Sono quindi in qualche modo costrette ad introdurre elementi di
novità, a fare ricorso all’innovazione come strumento di sopravvivenza.
Poiché, come abbiamo visto nel secondo capitolo, le politiche di apertura del
governo cinese hanno trasformato la Repubblica Popolare in un nodo
fondamentale delle reti di produzione globale, le imprese locali, sia che
abbiano concentrato le loro operazioni sul mercato domestico, sia che, a

20
Cfr. Prahalad (2008), p. 71.

145
maggior ragione, abbiano scelto un modello di business orientato verso
l’esportazione, si sono trovate e si trovano tutt’ora in una situazione di
competizione particolarmente aspra con multinazionali provenienti dai
paesi avanzati. Questa centralità nelle reti di produzione e innovazione
globali, ovviamente, non ha portato con sé solo svantaggi per le aziende
locali, ma soprattutto agevolazioni, in particolar modo in termini di accesso
alla tecnologia e ad un volume crescente di conoscenza codificata.
Le tassonomie proposte in questo primo paragrafo risultano molto
utili nel capire come molte delle imprese cinesi emergenti siano riuscite a
sfruttare abilmente l’integrazione in tali reti per sviluppare quella capacità
innovativa specifica che è risultata essere la chiave della loro affermazione.
Sulla base della tassonomia di Henderson e Clark risulta evidente come le
imprese cinesi, in quanto nuove entranti, abbiano dovuto fare ricorso ad un
tipo di innovazione che minacci l’ordine costituito invece che consolidarlo.
Innovazione incrementale e modulare sono rimaste quindi fuori dallo spettro
delle possibilità dei gruppi cinesi. E’ d’altra parte evidente come alla
maggioranza delle imprese della Repubblica Popolare rimanga preclusa
anche la possibilità di sfidare la leadership degli incumbents attraverso
l’innovazione radicale, vista la disparità di risorse organizzative, finanziarie
e tecnologiche con le multinazionali occidentali. Tale impossibilità sembra
essere confermata anche a livello macro dagli indicatori tradizionali esposti
nel secondo capitolo. Per quanto il divario con i paesi di più antica
industrializzazione sia stato infatti sensibilmente accorciato, la distanza
dalla frontiera tecnologica, soprattutto per quel che riguarda misure di
output come i brevetti, rimane infatti piuttosto importante. L’innovazione
architetturale, invece, ha rappresentato e rappresenta una risorsa molto
preziosa per le imprese cinesi poiché, sebbene non necessiti di cambiamenti
tecnologici decisivi e di grandi investimenti di tempo e di risorse, ha il
potenziale per garantire una notevole espansione in termini di quote di
mercato. Come si vedrà meglio nel prosieguo del capitolo le imprese cinesi
hanno potuto sfruttare due elementi che hanno accresciuto le loro possibilità

146
di realizzare con successo questo tipo di innovazione. Da un lato infatti
l’integrazione nelle reti di produzione globali e la crescente
modularizzazione della produzione, rendendo facilmente disponibili i singoli
componenti tecnologici che vanno a costituire l’architettura dei prodotti
commercializzati dalle imprese incumbents, hanno consentito alle imprese
locali di modificarla per creare nuovi prodotti attraverso l’innovazione
architetturale. Dall’altro i gruppi cinesi, disponendo di una conoscenza
approfondita delle caratteristiche e delle esigenze delle diverse tipologie dei
consumatori locali, sono state capaci di ripensare l’architettura dei prodotti
in maniera tale da indirizzare la loro offerta verso le necessità specifiche del
mercato.
Le categorie introdotte da Clayton Christensen ci aiutano invece a
comprendere quali mercati abbiano costituito le fondamenta per il successo
delle imprese cinesi. Viste le dimensioni della Repubblica Popolare, sia in
termini di superficie che in termini di popolazione, il mercato locale non può
essere certo inteso come un mercato omogeneo di 1,3 miliardi di consumatori
ma si caratterizza piuttosto per una forte segmentazione basata in primo
luogo sui livelli di sviluppo economico delle differenti aree del paese. In
particolar modo sussistono diversi dualismi fondati sulle disuguaglianze
intercorrenti tra città e campagna o tra regioni costiere e regioni interne,
che possono essere fatti rientrare in una tradizionale dicotomia centro-
periferia. Sebbene sia una semplificazione, può essere utile per ora pensare
al primo come ad una zona ricca, di dimensioni limitate, popolata da
consumatori di fascia alta, le cui esigenze sono assimilabili a quelle dei
consumatori dei paesi avanzati, mentre alla seconda come ad una zona
povera, di enormi dimensioni, in cui le possibilità di consumo degli abitanti
si avvicinano più spesso a quelle di un paese in via di sviluppo. Le
multinazionali provenienti dai paesi avanzati si sono dunque concentrate
nel servire il mercato del centro. La loro strategia tecnologica e competitiva
è rimasta incentrata sull’ampliamento delle prestazioni dei prodotti e
finalizzata a maggiori margini di profitto. Se le imprese locali nuove

147
entranti avessero voluto competere da subito sui mercati di fascia alta,
difficilmente sarebbero state in grado di superare le barriere all’entrata
poste dalle sustaining innovations delle multinazionali straniere. In molti
casi hanno quindi puntato sulla creazione di nuovi mercati attraverso
disruptive technologies che garantissero prestazioni inferiori a quelle
pensate per i mercati del centro, ma costruite su misura per la popolazione
della periferia, ad un prezzo notevolmente inferiore. Le disrupting
innovations hanno così costituito uno strumento indispensabile per la
sopravvivenza e lo sviluppo iniziale di molte imprese locali che sono potute
crescere senza dover fronteggiare da subito la concorrenza di imprese più
dotate in termini di risorse e di tecnologie. Le traiettorie di miglioramento
delle performance delle disruptive technologies hanno fatto poi sì che
prodotti pensati per le periferie e le aree rurali divenissero appetibili anche
per i consumatori delle aree urbane delle regioni costiere e, da ultimo, per
quelli dei paesi avanzati.
Tornando alla prospettiva evolutiva, a nostro avviso appare evidente
come il tipo di novità introdotta dalle imprese emergenti della Repubblica
Popolare Cinese, abbia dunque molto a che vedere con i concetti di
innovazione architetturale e di disruptive innovation. La combinazione di
queste due idee ci aiuta infatti a comprendere appieno le caratteristiche
dell’innovazione realizzata dalle imprese cinesi, per la quale, dovendo
trovare una definizione, useremo il termine di innovazione appropriata, già
citato nel primo capitolo. Ci sembra un’espressione doppiamente calzante
poiché, proprio come ci aiutano a capire i concetti di disruptive innovation e
di innovazione architetturale, da un lato è appropriata alla disponibilità di
risorse e conoscenze che contraddistingue le imprese cinesi, dall’altro è
appropriata alle condizioni specifiche del mercato e dei consumatori della
Repubblica Popolare. Nel prosieguo del capitolo vedremo dunque come le
aziende locali, grazie all’innovazione appropriata, siano riuscite ad
avvantaggiarsi delle opportunità offerte dal cambiamento del paradigma
tecnologico, dall’accresciuto accesso a tecnologie e conoscenze provenienti

148
dall’estero e a trasformare apparenti costrizioni in importanti possibilità di
sviluppo prima in ambito locale e poi globale.

2 L’innovazione appropriata nella sfida per il mercato interno


L’idea fondamentale di questo lavoro è che l’innovazione abbia
rappresentato e rappresenti uno strumento fondamentale per lo sviluppo
delle imprese di un paese late comer come la Repubblica Popolare Cinese,
contrariamente a quanto vorrebbe almeno una parte della letteratura
economica dedicata ai processi di catch up. Come abbiamo visto nel
paragrafo precedente si tratta però di un particolare tipo di innovazione, che
abbiamo definito innovazione appropriata, in cui la tecnologia non è
necessariamente l’elemento decisivo dal momento che la comprensione delle
esigenze di uno specifico segmento di mercato può essere un fattore ben più
determinante per le sorti di un’impresa nel contesto cinese. Tuttavia è
proprio il cambiamento del paradigma tecno-economico analizzato nel primo
capitolo, e di cui la Repubblica Popolare è una delle frontiere, ad avere
creato i presupposti, o per dirla con Carlota Perez le windows of
opportunity 21 , su cui le imprese cinesi hanno costruito la propria specifica
capacità innovativa. In questo paragrafo vedremo dunque come alcune
imprese cinesi abbiano utilizzato l’innovazione appropriata per ottenere il
massimo da una serie di vantaggi offerti dalle condizioni tecnologiche e di
mercato che hanno contraddistinto il contesto cinese negli ultimi anni,
trasformando quelle che per la concorrenza erano costrizioni in opportunità
di business.

2.1 Delocalizzazione, disintegrazione della catena del valore, produzione


modulare e innovazione appropriata.
Uno dei fattori principali che ha aperto la strada verso l’innovazione,
ed in particolare verso quella di tipo architetturale, per le imprese cinesi è

21
Cfr. Perez (2001)

149
sicuramente il fenomeno della delocalizzazione della produzione e della
frammentazione geografica della catena del valore che ha caratterizzato
l’accelerazione del processo di globalizzazione registrata negli ultimi
decenni. Inizialmente la necessità di abbassare i costi di produzione ed
aumentare la profittabilità ha portato la gran parte delle multinazionali
occidentali a localizzare la propria produzione in paesi in cui la manodopera
fosse meno costosa e a conservare nel paese d’origine solo fasi dello sviluppo
dei prodotti a maggior valore aggiunto, quali ad esempio Ricerca e Sviluppo
e progettazione. Man mano che la competizione sul costo si è fatta più
aspra, la catena del valore è stata sezionata ancora più finimente: le fasi
produttive più intensive in lavoro non qualificato, come ad esempio quella
dell’assemblaggio, sono state non solo delocalizzate in paesi in cui il fattore
lavoro fosse meno caro, ma direttamente subappaltate ad aziende locali che
hanno così potuto affacciarsi alle reti di produzione globali. Si è dunque
passati da una fase di integrazione verticale della produzione, in cui le
imprese leader a livello globale gestivano internamente e spesso unicamente
nel proprio paese d’origine ogni fase del processo produttivo, dalla R&S fino
alla distribuzione, ad una fase di specializzazione verticale in cui gli
incumbents si concentrano esclusivamente su attività ad alto valore
aggiunto e appaltano il resto della produzione a subfornitori localizzati in
diverse parti del mondo a seconda del vantaggio comparato che detiene il
paese d’origine.
Come abbiamo visto nel secondo capitolo, l’apertura agli investimenti
esteri decisa dal governo cinese all’inizio degli anni novanta ha avuto
risultati tanto spettacolari, dovuti in primo luogo al basso costo della
manodopera (basti pensare in tal senso che ancora nel 2007 un lavoratore
cinese guadagnava tra il 5 e il 20 per cento di un pari grado statunitense o
europeo a seconda del settore e del livello 22 ), da avere portato la Cina ad
essere considerata l’officina del mondo. Sebbene le attività localizzate in
Cina siano quelle che incidono di meno in termini di creazione del valore, la

150
frammentazione internazionale della produzione ha fatto sì che la
Repubblica Popolare divenisse uno degli snodi fondamentali nelle reti di
produzione internazionali, non solo in virtù degli stabilimenti produttivi di
imprese a partecipazione straniera ma anche grazie alla nascita di rilevanti
catene locali di fornitura e subfornitura. Questi sistemi locali di produzione,
inizialmente nati al mero servizio delle grandi imprese multinazionali, nel
tempo hanno accresciuto le proprie capacità competitive ed hanno
sviluppato capacità produttive tali da ritagliarsi quote di mercato
indipendenti dalla collaborazione con i loro committenti 23 .
La frammentazione internazionale della produzione ha dunque
rappresentato un fattore decisivo nel consentire alle imprese cinesi di
accedere ai mercati globali e poter così entrare in contatto diretto con
tecnologie e conoscenze provenienti dall’estero, tuttavia, di per sé, non dice
molto su come ciò abbia facilitato lo sviluppo di una specifica capacità
innovativa endogena, se non viene presa in considerazione una
caratteristica fondamentale che ha accompagnato questo fenomeno: la
modularizzazione della produzione. Per capire cosa si intende per
produzione modulare dobbiamo tornare per un momento all’idea di
Henderson e Clark di guardare al prodotto come ad un sistema di diverse
componenti, con funzioni specifiche ed indipendenti, inserite in un’unica
architettura. La produzione modulare è un metodo che consente di
organizzare in modo efficiente la produzione delle singole componenti,
definiti moduli, a patto che l’architettura di un determinato prodotto sia
sufficientemente standardizzata. Ciascun impresa può specializzarsi infatti
nella produzione del singolo modulo su cui ha competenze e margini di
profitto più alti, abbassando così i costi di coordinamento e accelerando
anche il passo dell’innovazione (modulare). Il miglior esempio del passaggio
alla produzione modulare è sicuramente quello dell’industria dei PC. Fino
alla metà degli anni ottanta la produzione di personal computer era

22
Cfr. Sirkin, Hemerling e Bhattacharya (2007).
23
Cfr. Amighini e Chiarlone (2007), p.95.

151
caratterizzata da una profonda integrazione verticale: aziende come IBM,
Fujitsu e Nec realizzavano internamente chip, memorie, sistemi operativi e
programmi. Tra la fine della decade e l’inizio degli anni novanta, dal
momento che si era affermata un’architettura del prodotto relativamente
standardizzata, la competizione si è spostata sulla produzione dei singoli
moduli: Motorola ed Intel concorrevano per la leadership nei processori,
Sharp e NEC nel campo dei monitor e delle tecnologie video, Microsoft si è
imposta nel software 24 . Negli ultimi due decenni questo fenomeno è andato
allargandosi a molti altri settori quali ad esempio quello dell’automotive e
dell’elettronica di consumo.
Come si è visto nel caso dell’iPod citato nel secondo capitolo, nella
produzione modulare la gran parte del valore del bene finale risiede nella
progettazione e nella produzione dei singoli moduli. L’assemblaggio si
configura invece dunque come un’operazione a scarso valore aggiunto e
intensiva in lavoro che, nell’ottica della frammentazione internazionale
della produzione, va localizzata in aree dove vi sia abbondanza di
manodopera a basso costo. Per tale ragione le filiere industriali nate in Cina
nel corso degli anni novanta hanno, in primo luogo, svolto compiti di
assemblaggio di moduli standardizzati provenienti dall’estero o, al più,
prodotto le componenti più semplici. Nonostante possa sembrare un’idea
contraria al senso comune, il fatto che le attività a più basso valore aggiunto
si siano concentrate in Cina ha delle implicazioni importanti per la capacità
delle imprese cinesi di realizzare innovazione. La modularizzazione
garantisce infatti alle imprese locali la disponibilità sul proprio mercato di
tutte componenti tecnologiche necessarie alla realizzazione del prodotto
finito, altrimenti inaccessibili ad aziende dotate di risorse e di un potenziale
tecnologico limitato come quelle cinesi. Per le aziende più dinamiche ed in
grado di riconoscere le esigenze dei consumatori locali non soddisfatte dai
prodotti delle multinazionali, ciò rappresenta un’opportunità di creare e

24
Per un’analisi approfondita del passaggio alla produzione modulare nella produzione di PC si vedano
ad esempio Kodama (2004) e Sturgeon (2002).

152
guadagnare quote di mercato attraverso l’innovazione appropriata,
architetturale nel senso che ripensa l’interazione di moduli standardizzati,
disruptive poiché indirizzata a consumatori per i quali le prestazioni ed i
costi dei prodotti esistenti sono troppo alti. Uno degli esempi migliori di
come la produzione modulare abbia dato alle imprese cinesi l’opportunità di
innovare e guadagnare un’importante fetta del mercato locale a danno dei
concorrenti stranieri è sicuramente quello della produzione di telefoni
cellulari.

2.1.1 Il caso dell’’industria dei telefoni cellulari in Cina. Prima fase 1998-
2003.
Come abbiam visto nel secondo capitolo ( figura 2.17) il mercato dei
cellulari in Cina ha cominciato ad esplodere a partire dal 1997. Alla fine del
2003 la Repubblica Popolare Cinese, sebbene solo circa il 20 per cento dei
cinesi possedesse un apparecchio, contava già sul proprio territorio
nazionale più telefoni cellulari di qualunque altro paese al mondo (270
milioni). Nei primi anni di tale espansione il mercato era dominato dai
prodotti delle multinazionali dei paesi avanzati: nel 1999 le imprese a
partecipazione straniera detenevano una quota di mercato complessiva del
92,2 per cento 25 , con un netto dominio di Motorola, Nokia ed Ericsson,
seguite da Siemens, Alcatel e Philips. A partire dal 2000 la situazione ha
cominciato a mutare considerevolmente. Se fino alla fine degli anni novanta
la produzione dei cellulari era infatti rimasta caratterizzata da un’elevata
integrazione verticale, con il nuovo millennio, sia l’architettura che la
tecnologia alla base delle singole componenti sono andate maturando e
standardizzandosi, rendendo profittevole passare alla produzione modulare.
L’interazione tra i diversi moduli (antenne, circuiti per la ricezione delle
frequenze radio, software batterie, tastiera, schermo) era ora dunque
regolata da una serie di standard codificati e disponibili per tutti. Dalla fine
degli anni novanta molte imprese, soprattutto provenienti da Giappone,

153
Taiwan e Corea del Sud, si sono specializzate nella realizzazione dei singoli
moduli ed hanno localizzato i loro stabilimenti in Cina, permettendo dunque
alle imprese cinesi di poter ottenere moduli standardizzati molto facilmente.
Alcune imprese, come la francese Wavecom o la coreana Bellwave, hanno
addirittura cominciato a commerciare WISMO modules 26 , moduli già dotati
di tutto l'hardware, il software e la tecnologia necessaria per permettere le
comunicazioni wireless attraverso le reti GSM e CDMA, progettati per
permettere a qualsiasi apparecchiatura o sistema, di comunicare senza un
collegamento fisso. Ciò ha consegnato alle imprese locali, intenzionate ad
entrare sul mercato, la possibilità di creare un nuovo prodotto
semplicemente selezionando e mixando i diversi moduli disponibili. Le
risposte non si sono fatte attendere. Sin dal 2001 aziende come Haier Group,
Ningbo Bird e TCL Corporation sono entrate sul mercato sfruttando i
WISMO modules per la parte tecnica e concentrando le proprie limitate
risorse destinate alle R&S sul design esterno degli apparecchi. Oltre che
sull’accesso facilitato alla tecnologia le imprese locali potevano contare su
altri due tipi di vantaggi. In primo luogo le multinazionali detenevano sì il
92 per cento del mercato nel 1999, ma a tale data la percentuale di cinesi
che disponeva di un cellulare era inferiore al 3,5 per cento della popolazione.
Le imprese incumbents si erano preoccupate di servire soprattutto le aree
municipali più importanti e più ricche, quali Pechino, Shanghai, Tianjin,
Xian, Wuhan, Chengdu e Shenzen. Tuttavia in queste aree, alla fine del
1999, il livello di penetrazione dei telefoni cellulari era già al di là del 50
per cento 27 della popolazione locale, un’ulteriore crescita, benché indubbia,
sarebbe stata certamente più lenta. In altre province, Hunan, Henan,
Shandong, Yunan, Jangsu e tutte le privince dell’ovest la penetrazione era
estremamente più bassa ma le multinazionali straniere, anche volendo, non
erano in grado di servire queste aree poiché la rete distributiva a cui si

25
Liu (2005), p. 18.
26
Per avere un’idea più chiara della natura di tali moduli è possibile consultare il sito di Wavecom:
wwww.wavecom.com
27
Xie e White (2005), p. 22.

154
erano affidati non copriva direttamente tali zone, ma le subappaltava ad
altri distributori che erano però scarsamente incentivati, dal punto di vista
del compenso, a coprirle in modo efficace. Le imprese locali erano invece
dotate di una struttura distributiva diretta che gli consentiva di raggiungere
in maniera incisiva anche le province rurali e periferiche, trascurate dalle
multinazionali. In secondo luogo quasi tutti i competitor stranieri, con in
testa i leader di mercato Nokia e Motorola, avevano adottato la strategia
one size fits all, proponendo sul mercato cinese gli stessi modelli che
avevano venduto bene nei paesi industrializzati 28 . Anche se potevano
funzionare per la fascia alta del mercato cinese, questi apparecchi non
rispondevano alle esigenze della maggioranza dei consumatori locali per via
in primo luogo dei prezzi elevati ed in secondo proprio del design esteriore
che mancava di accontentare i gusti del mercato locale, sia per forma che
per colore. In particolar modo le multinazionali non si erano accorte di una
spiccata preferenza da parte della popolazione cinese per i modelli a
conchiglia (clamshell) 29 e, fatta eccezione per Siemens, non avevano
commercializzato neanche un modello con tale design esterno.
Le imprese locali avevano dunque a loro disposizione i moduli con cui
creare facilmente nuovi prodotti, i mercati trascurati a cui indirizzarli
sbloccando la domanda latente, la conoscenza dei gusti dei consumatori
cinesi e la capacità di accontentarli visto che le uniche spese in R&S erano
state destinate alla elaborazione di nuovi design. Tra il 2001 ed il 2003
Ningbo Bird, Haier, TCL, Konka e Amoi hanno messo in commercio circa
venti nuovi modelli per ciascuno ogni anno, la maggior parte dei quali con
design a conchiglia (altri con design innovativi come l’Haier P5, a forma di
penna e dotato di un puntatore laser) a prezzi che andavano tra il 30 ed 50
per cento in meno rispetto a quelli degli apparecchi dei competitor stranieri.
Nel 2000 la quota di mercato dei gruppi locali era di poco superiore all’otto

28
Cfr. Xie e White (2005).
29
Nel 2005 oltre l’ottanta per cento dei modelli di cellulari in Cina avevano questo tipo di design (Liu
2005).

155
per cento, alla fine del 2003 ha raggiunto il 55 per cento 30 . In quello stesso
anno i cinesi che possedevano un cellulare erano poco più di 85 milioni, nel
2003 sono arrivati a più di 270 milioni. Risulta quindi evidente come le
imprese locali abbiano svolto un ruolo molto importante nella prima
diffusione della tecnologia cellulare alle masse e come la possibilità di
portare alta tecnologia ad un costo più basso possa rappresentare
un’opportunità importantissima per le imprese cinesi, oltre che un beneficio
e una possibilità di sviluppo per l’intero paese. Sebbene, come vedremo in
conclusione di questo capitolo, a partire dal 2005 le caratteristiche del
mercato dei cellulari siano nuovamente cambiate e le imprese dominanti a
livello globale siano riuscite a riguadagnare la leadership anche sul mercato
cinese, è chiaro come la modularizzazione della produzione fornisca alle
imprese cinesi la chiave d’accesso al mercato, sia locale che globale, e gli dia
la possibilità di avvantaggiarsi della propria conoscenza delle esigenze dei
consumatori locali realizzando innovazioni appropriate.

2.2 Trading market for Technology: le dimensioni contano


Anche nei settori in cui la modularizzazione della produzione procede
più lentamente o in cui la tecnologia alla base di un prodotto è meno
matura, più tacita o maggiormente protetta tramite brevetto, le imprese
cinesi possono beneficiare di un’opportunità unica per l’utilizzo e
l’assorbimento di tecnologie straniere: il cosiddetto trading market for
technology 31 . Questa strategia, fortemente incentivata dal governo nel
corso degli anni novanta, sfrutta la leva della domanda proveniente da un
mercato di dimensioni potenzialmente enormi, per incentivare le
multinazionali straniere a condividere conoscenze e tecnologie con imprese
locali o attraverso Joint Venture (JV) o tramite la cessione di licenze. Un
esempio molto esaustivo in questo senso è quello del Progetto Tre Gole 32

30
Cfr. Williamson e Zeng (2007), p.49.
31
Cfr. Mu e Lee (2005) e Liu (2009)
32
Cfr. Williamson e Zeng (2007), p. 144.

156
(China Three Gorges Project- CTGP 33 ). Il CTGP prevedeva la costruzione
della centrale per la produzione di energia idroelettrica più grande al
mondo, attraverso la costruzione di una diga sul fiume Azzurro (Yangtze).
La realizzazione della diga è stata effettivamente ultimata nel 2006 e la
centrale funziona a pieno regime dal 2008. Il progetto richiedeva delle
turbine idroelettriche in grado di generare 700 megawatt per unità,
macchine di enormi dimensioni, complessità e potenza. Alla partenza del
CTGP, alla metà degli anni ‘90, solo un manipolo di grandi imprese al
mondo (tra cui General Electric, Siemens e Mitsubishi) erano in grado di
produrre ed installare questo tipo di turbine e anch’esse avevano venduto
solo ventuno macchine di queste dimensioni complessivamente a livello
globale. Le barriere all’ingresso in tale mercato apparivano oggettivamente
insormontabili per le imprese locali. Il governo cinese lanciò allora una gara
d’appalto per la produzione e il montaggio delle turbine in cui erano state
fissate alcune condizioni. In primo luogo la gara poteva essere vinta solo da
un consorzio guidato sì da un’impresa straniera ma a cui dovevan
partecipare anche aziende locali. In secondo luogo la multinazionale
vittoriosa avrebbe dovuto trasferire effettivamente la propria tecnologia
proprietaria ed il know-how necessario al suo utilizzo ai suoi partner cinesi.
In un contesto normale qualunque azienda avrebbe semplicemente rifiutato
di partecipare ad una gara d’appalto con condizioni così stringenti e
pericolose dal punto di vista della competitività futura. Tuttavia la proposta
cinese non era di quelle che si possono rifiutare facilmente poiché il
contratto prevedeva la produzione di quattordici turbine, vale a dire due
terzi del numero totale di quel tipo di turbine installate a livello globale fino
a quel momento. Le partecipazioni non mancarono e a vincere fu un
consorzio formato da General Electric (GE Hydro e GE International Inc.),
Siemens AG e Voith. Le cinesi Harbin Electrical Machine Factory Co. e
Dongfang Electrical Machinery 34 furono scelte come partner locali del

33
Sito internet ufficiale del CTGP: www.ctpg.com.cn/en
34
Cfr. China Daily (2009).

157
consorzio. Quando nel 2005 è stata inaugurata la seconda fase del Progetto
Tre Gole è stata lanciata una nuova gara d’appalto per la produzione di
altre turbine da 700 megawatt, le due imprese cinesi sono state scelte per
produrne otto su dodici. Sono state infatti in grado di assorbire tanto in
fretta tecnologia e know-how da riuscire ad offrire un prodotto valido ad un
costo più basso rispetto a quello della concorrenza estera. Vantaggio di costo
detenuto, non solo sul mercato locale, ma anche all’estero, come dimostra il
fatto che nel 2006 un consorzio costituito esclusivamente da imprese cinesi,
tra cui ovviamente Harbin e Dongfang, è riuscito a battere la concorrenza
delle multinazionali occidentali per la costruzione di una centrale elettrica
da otto miliardi di dollari in Indonesia35 .
Questo esempio, sebbene non testimoni direttamente la capacità di
innovare delle imprese locali, è indicativo di come anche in settori in cui
apparentemente la diffusione della tecnologia dovrebbe risultare più
difficile, le dimensioni del mercato cinese, unite talvolta all’azione del
governo, possono costituire un ottimo canale per accedere a conoscenze che
consentano di competere con le imprese straniere.

2.3 Innovazione appropriata e basso costo della manodopera.


Il basso costo del lavoro viene spesso individuato come l’unico
vantaggio competitivo detenuto dalle imprese cinesi nei confronti delle
multinazionali straniere. La competizione basata sullo sfruttamento di tale
vantaggio viene solitamente percepita un po’ come all’opposto di quella
realizzata attraverso l’innovazione, poiché sarebbe basata su imitazioni di
scarsa qualità che risulterebbero concorrenziali solo in ragione del loro
prezzo contenuto, risultato dello sfruttamento di forza lavoro a basso costo.
Se da un lato quest’idea è una rappresentazione abbastanza fedele di un
certo tipo di realtà, in particolar modo in alcuni settori (tessile,
abbigliamento, giocattoli), dall’altro manca di cogliere come anche questo
vantaggio possa costituire uno stimolo ad utilizzare l’innovazione come

35
Cfr. China Daily (2007).

158
strategia concorrenziale. Risulta evidente infatti come lo sfruttamento di
manodopera a basso costo non costituisca una prerogativa esclusiva delle
imprese locali ma come rappresenti un beneficio fruibile anche dalle
multinazionali estere che delocalizzano la propria produzione sul territorio
della Repubblica Popolare. Secondo Peter Williamson e Ming Zeng 36 la
competitività delle imprese cinesi, non potendo risiedere nella semplice
possibilità di utilizzare manodopera a basso costo per abbassare i costi di
produzione, deriverebbe invece dalla loro capacità di adoperare questo
vantaggio da costo in maniera “più piena” rispetto alle imprese straniere,
Le imprese cinesi sarebbero in grado di sfruttarlo non solo nella produzione
ma in ogni fase dello sviluppo di un prodotto e della gestione dell’impresa,
realizzando quella che definiscono come innovazione di costo 37 .
Il modo migliore per capire come l’abbondanza di manodopera a basso
costo possa essere utilizzata come fonte d’innovazione è sicuramente fare
riferimento a casi concreti. Tuttavia prima di prendere in esame l’esempio
fornito dall’impresa cinese BYD (batterie) è opportuno cercare di
quantificare, almeno in via approssimativa, questo vantaggio da costo e di
comprendere a quali categorie di lavoro sia applicabile.
Un operaio non specializzato in Cina guadagna circa 1 dollaro l’ora e
lavora in media dalle dieci alle dodici ore al giorno. Un pari livello negli
Stati Uniti può guadagnare fino a 25 dollari l’ora e lavora in media per sette
ore al giorno. Anche tenendo conto della potenziale differenza in termini di
produttività tra un lavoratore cinese ed uno statunitense, la disparità è tale
da non necessitare commenti. Un tema spesso discusso riguarda invece le
possibilità di persistenza di questo gap, dal momento che alcuni osservatori
ritengono che nelle economie in rapido sviluppo (Cina, Brasile, India) il
divario nel costo del lavoro con i paesi ricchi andrà presto assottigliandosi,
riducendo i vantaggi delle imprese locali e gli incentivi per le multinazionali
a localizzare la produzione in questi paesi. Una conferma a questa ipotesi

36
Cfr Williamson e Zeng (2007).
37
Cfr. Williamson e Zeng (2009).

159
sembra venire dal fatto che oggi un numero crescente di imprese originarie
dalle economie in rapido sviluppo comincino a loro volta a spostare la
produzione in paesi caratterizzati da un costo della manodopera ancora più
basso. Tuttavia è opinione diffusa che, per lo meno per quel che concerne la
Repubblica Popolare Cinese, tale divario sia destinato a perdurare almeno
per i prossimi vent’anni 38 . Uno dei vantaggi di cui dispongono i paesi che
avviino un processo di sviluppo tardivo è infatti rappresentato dalla
possibilità di spostare forza lavoro da settori tradizionali come l’agricoltura,
caratterizzata da una forte sottoccupazione o disoccupazione nascosta 39 , a
settori a più alta produttività come quello industriale, senza costringere gli
imprenditori ad “aumentare i salari unitari per procurasi forza lavoro
addizionale come avverrebbe in un normale mercato del lavoro in cui
l’offerta di lavoro è semirigida” 40 (modello di Lewis). Un’elevata percentuale
di popolazione attiva impiegata nel settore agricolo rappresenta dunque un
serbatoio di manodopera che può essere trasferita al settore industriale
senza alzare il costo del lavoro. Nonostante dagli anni ottanta ad oggi oltre
150 milioni di persone si siano trasferite dalle aree rurali della Repubblica
Popolare alle città e alle province orientali in cerca di un lavoro nei settori
secondario e terziario, il bacino di forza lavoro sottoccupata impegnata nelle
campagne è ancora molto ampio: la percentuale di popolazione attiva che
lavora nel settore agricolo supera il 40 per cento del totale ma contribuisce
solo alla creazione dell 11 per cento del valore del PIL cinese 41 . Queste cifre
non consentono di immaginare elevati tassi di crescita del salario medio nel
prossimo futuro ed è dunque molto probabile che le imprese locali potranno
contare a lungo su manodopera a basso costo.
Ancora più importante per la competitività delle imprese cinesi a
livello globale è la disponibilità di manodopera qualificata a basso costo.
Anche se il differenziale nei salari medi con i paesi industrializzati è più

38
Cfr. Sirkin, Hemerling e Bhattacharya (2008), p.60.
39
Cfr. Nurkse (1953).
40
Cfr. Valli (2005) p.126, a proposito di Lewis (1954).
41
Cfr. NBS (2008).

160
basso rispetto a quello della manodopera non specializzata, il gap rimane
comunque consistente. Basti pensare al fatto che nel 2008 lo stipendio
annuale di un Project Manager, negli Stati Uniti, era di circa 90.000 dollari,
mentre in Cina la media era invece di circa 23.000 dollari. O al fatto che con
lo stipendio annuale di un ingegnere statunitense o europeo oggi si possono
arruolare tra i quattro e i cinque ingegneri cinesi 42 . Sebbene, come si è visto
nel secondo capitolo, non solo il salario ma anche il numero di ricercatori e
laureati cinesi in percentuale della popolazione sia tuttora
considerevolmente più basso rispetto a quello dei paesi avanzati, già a
partire dal 2005 la Repubblica Popolare Cinese è divenuta il paese che
produce il maggior numero di laureati all’anno in valore assoluto. Nel 2008
il loro numero ha addirittura superato i sei milioni. Come abbiamo già visto,
la crescente disponibilità di manodopera qualificata ha fatto sì che molte
multinazionali provenienti dai paesi avanzati, alla ricerca di costi più bassi,
abbiano spostato in Cina anche parti importanti delle attività di Ricerca e
Sviluppo. Tuttavia quello che ci preme mettere in evidenza è come ciò abbia
consentito alle imprese cinesi di avere al loro interno sin dalle prime fasi di
sviluppo una percentuale di manodopera altamente qualificata, da dedicare
ad attività di R&S, decisamente elevata per essere imprese provenienti da
paesi emergenti. Esempio emblematico è quello della ZTE Corporation,
impresa originaria di Shenzen specializzata nella fornitura di infrastrutture
per rete mobile. ZTE, dall’alto del suo 12 per cento di ricavi investiti in R&S,
è giustamente considerata come una delle aziende leader nel campo
dell’innovazione in Cina. L’8 per cento dei ricavi investiti in R&S da una
multinazionale come Motorola nel 2007 era però superiore ai ricavi totali di
ZTE per quello stesso anno 43 . Tuttavia, poiché “lo stesso milione di dollari
compra molte più ore di ricerca in Cina di quanto non riesca a fare negli
Stati Uniti, in Europa o in Giappone” 44 , ZTE impiega poco più di 30.000

42
Cfr. Williamson e Zeng (2009) e Sirkin, Hemerling e Bhattacharya (2008), p.5.
43
Cfr. Sirkin, Hemerling e Bhattacharya (2008), p.197.
44
Cfr. BCG (2008a), P.16.

161
dipendenti ma oltre un terzo di essi è costituito da ingegneri con un’età
media di 30 anni 45 ed oltre il 50 per cento della forza lavoro totale possiede
almeno una laurea di livello bachelor 46 . Caso analogo è quello della Huawei
Technologies, diretta concorrente di ZTE. Tale impresa ha alle proprie
dipendenze circa 87.000 dipendenti ed investe circa il 10 per cento dei propri
ricavi in R&S. L’investimento in valore assoluto è meno della metà di quello
profuso da un gruppo come Nokia, tuttavia Huawei riesce ad impiegare un
numero di ingegneri che si aggira intorno ai 30.000, quasi comparabile con i
37.000 addetti alla R&S della multinazionale finlandese.
Anche nel caso della forza lavoro qualificata, in Cina i livelli di
retribuzione difficilmente avranno un rialzo nel breve periodo. La
contrazione dell’economia mondiale del biennio 2008-2009 ha infatti
evidenziato un fenomeno già emerso in modo meno marcato a partire dal
2006 47 : la crescente disoccupazione tra i laureati cinesi. Sin dall’inizio del
nuovo millennio la Cina ha cominciato a produrre più forza lavoro
qualificata di quanto il suo sistema economico potesse effettivamente
assorbire. Nel momento in cui le offerte di lavoro sono andate ulteriormente
riducendosi a causa della crisi economica ed in particolare del calo
dell’export, il fenomeno ha raggiunto il suo apice: il 30 per cento dei sei
milioni di laureati che hanno concluso il proprio ciclo di studi nel 2009 non
ha trovato lavoro entro la fine dell’anno e si è andato ad aggiungere al
milione e mezzo di laureati nel 2008 48 , che oggi risulta ancora disoccupato.
Il basso costo sia della manodopera qualificata che non qualificata,
nonostante coinvolga delle problematiche di carattere sociale di cui il
governo cinese dovrà presto o tardi occuparsi, costituisce una buona
opportunità per l’imprenditoria cinese poiché rende l’intero processo di avvio
e gestione dell’impresa molto più conveniente che nei paesi avanzati.
Richard Lim, responsabile di un’azienda che si occupa di Venture Capital

45
Cfr. Sirkin, Hemerling e Bhattacharya (2008), p.59.
46
Cfr. Fan (2006).
47
Cfr. Repubblica (2006).
48
Cfr. China Real Time Report (2009).

162
(GSR Ventures) sottolinea come per mettere in piedi un’azienda da 100
dipendenti negli Stati Uniti possano servire anche 20 milioni di dollari
l’anno, ma ad avviare una start up delle medesime dimensioni in Cina
bastino non più di 2,5 milioni. Ciò consente alle imprese cinesi di ottenere
profitti molto velocemente 49 .

2.3.1Il caso BYD Company


La BYD Company, fondata nel 1995 a Shenzen da Wang Chuanfu, è
un’impresa specializzata nella produzione di batterie ricaricabili. La BYD è
cresciuta rapidamente e a partire dal 2002, dopo l’acquisizione della
Tsinchuan Automobile Company, ha cominiciato a dedicarsi anche alla
produzione di autoveicoli ed in particolar modo di automobili elettriche ed
ibride. Il suo successo iniziale è pero dovuto alle batterie per telefoni
cellulari ed alla capacità del suo fondatore di sfruttare il basso costo del
fattore lavoro in modo innovativo.
All’inizio degli anni novanta avevano fatto la loro comparsa in Cina i
primi telefoni cellulari. L’ingegnere Wang Chuanfu, allora professore
associato in un istituto di ricerca ministeriale specializzato in batterie
ricaricabili, capì sin dal principio che, a meno che il prezzo dei cellulari non
fosse calato drasticamente, difficilmente un cittadino cinese avrebbe potuto
permettersi di possedere un tale apparecchio. Secondo Wang il fattore che
contribuiva maggiormente ad alzare i prezzi era costituito proprio dalle
batterie ricaricabili, il cui costo unitario, a metà degli anni novanta, si
aggirava intorno ai 150 dollari. A Wang non sembrava però possibile che
fosse così difficile produrre batterie in modo più economico. All’epoca il
mercato delle batterie ricaricabili agli ioni di litio (Li-Ion) era dominato da
imprese giapponesi: Sanyo, Toshiba, Matsuhita e Sony detenevano
complessivamente una quota pari al 90 per cento del mercato mondiale. La
prima idea di Wang fu semplicemente quella di andare in Giappone ed
acquistare la tecnologia necessaria per la produzione di batterie al litio e poi

49
Cfr. Business Week (2007).

163
di tagliare i costi grazie alla manodopera a basso costo e a materiali più
economici. Tale possibilità era però bloccata da una legge giapponese che
vietava l’esportazione della tecnologia e delle attrezzature necessarie alla
produzione di batterie ricaricabili al litio. Alcune multinazionali nipponiche,
visto il passaggio alla produzione di batterie al Li-Ion, avevano però
cominciato a vendere alcune linee produttive per la realizzazione di batterie
al nichel-cadmio (NiCad), ritenute obsolete. Wang decise allora di lasciare
perdere momentaneamente la produzione di batterie agli ioni di litio e di
concentrarsi sulle batterie al nichel che disponevano ancora di un mercato di
sbocco piuttosto vasto nell’industria dei giocattoli e dei telefoni cordless.
Nonostante la disponibilità sul mercato delle tecnologie e delle attrezzature
necessarie, gli ostacoli che separavano la BYD dalla fase della produzione
non erano ancora terminati. Il prezzo dell’acquisto e dell’installazione di una
linea produttiva dai giapponesi eccedeva infatti il capitale a disposizione di
Wang di oltre 700.000 dollari. In un primo momento Wang Chengfu pensò di
progettare e realizzare autonomamente alcuni dei macchinari che
componevano la linea produttiva, ma anche in tal modo i costi sarebbero
rimasti troppo alti. Elaborò così una soluzione migliore: dal momento che la
produzione di batterie non prevedeva operazioni tecnologicamente troppo
sofisticate, non vi era ragione per cui degli esseri umani non potessero
svolgere lo stesso compito dei robot, con risultati qualitativamente
comparabili. Wang quindi riprogettò completamente la linea di produzione,
sostituendo le persone alle macchine in ogni punto della linea dove fosse
possibile. La BYD riuscì a dotarsi così di una linea di produzione con una
capacità da 4000 batterie NiCad al giorno, costata circa 125.000 dollari
contro il milione di dollari che sarebbe costata una linea automatizzata con
la stessa capacità, comprata dalle imprese giapponesi. Nel 1996 BYD
sviluppò una nuova linea di produzione da 100.000 batterie al giorno grazie
alla quale, anche calcolando i costi extra derivanti dal lavoro (necessitava di
2000 operai), riusciva a produrre batterie NiCad al costo unitario di circa 1
dollaro. A Sanyo, leader di mercato in quel periodo anche per le batterie

164
NiCad, ciascuna batteria costava invece tra i 5 ed i 6 dollari. Ma il costo non
era l’unico, né forse il maggiore, dei vantaggi derivanti dall’utilizzare una
linea di produzione estremamente intensiva in lavoro. Wang non si era
limitato ad utilizzare lavoro invece che capitale per abbassare i costi ma
aveva ripensato l’architettura stessa della produzione, creando un tipo di
fabbrica completamente differente che consentiva alla BYD di essere
estremamente più flessibile e veloce nella fornitura di nuovi prodotti
rispetto alla concorrenza. Le linee produttive della BYD, dal momento che
non necessitavano di riprogrammare o riprogettare macchinari ma solo
dell’approvvigionamente dei nuovi materiali e della formazione del
personale, erano infatti in grado di passare alla realizzazione di un nuovo
prodotto in tempi brevissimi, meno di un mese contro i tre necessari per
riattrezzare una linea automatizzata, e con costi enormemente più bassi.
Nel 1997 le vendite di batterie NiCad della BYD sono aumentate del 90 per
cento e l’anno successivo la BYD ha cominciato a fornire questo tipo di
batterie anche ad imprese giapponesi come la Nikko (giocattoli), Panasonic e
Sony (per telefoni cordless).
La BYD non si è limitata a sfruttare il vantaggio da costo sulla
manodopera non qualificata ma, non avendo abbandonato il desiderio di
entrare sul mercato delle batterie agli ioni di litio per i cellulari, ha
cominiciato ad investire in maniera decisa in Ricerca e Sviluppo. Per
riuscire a produrre le batterie al litio si erano rese necessarie tecnologie e
attrezzature più complesse rispetto a quelle utilizzate per le batterie NiCad,
ed era dunque indispensabile trovare idee innovative tese a ridurre i costi.
Due erano i principali obiettivi che la divisione R&S della BYD doveva
perseguire: sostituire le materie prime più costose impiegate nella
produzione di celle agli ioni di litio con materiali alternativi più economici e
permettere la produzione a temperatura e umidità ambiente, rendendo
inutile la costruzione di costosi locali deumidificati all’interno degli
impianti. Sebbene l’investimento in R&S non superasse l’1,5% dei ricavi, il
basso costo della manodopera qualificata cinese ha consentito alla BYD di

165
impiegare sin dal 1999 un numero di ingegneri in R&S comparabile a quello
della leader di mercato Sanyo. Tale abbondanza ha permesso all’azienda di
concretizzare i due obiettivi di ricerca che si era preposta e, sfruttando
sempre anche linee di produzione fortemente intensive in lavoro, di
realizzare batterie al litio ad un costo poco superiore ad un quarto (12
dollari anziché 40) di quello dei concorrenti ed in particolare di Sanyo. Già
nel 2000 BYD forniva batterie al 30 per cento dei cellulari Motorola, a cui
sono seguiti contratti con Ericsonn nel 2001 e Nokia nel 2002.
Abbassandone drasticamente i costi BYD ha fatto anche sì che le batterie al
litio sostituissero progressivamente quelle NiCad anche su prodotti come
giocattoli e telefoni cordless. Il successo della strategia della BYD è visibile
nelle quote di mercato conquistate: nel 2007 deteneva il 75 per cento del
mecato delle batterie per telefoni cordless, il 38 per cento in quello dei
giocattoli ed il 30 per cento in quello degli attrezzi elettrici, rappresentando
l’azienda leader a livello mondiale in tutti e tre i settori.
L’innovazione appropriata applicata al processo produttivo, ideata
dal fondatore Wang Chuanfu, ha fatto sì che la BYD sfruttasse il vantaggio
da costo, detenuto sia su manodopera qualificata che su forza lavoro non
specializzata, in modo più pieno e profondo di quanto le imprese straniere
avrebbero mai potuto fare anche delocalizzando la produzione. Quella che
era un’iniziale costrizione, la mancanza del capitale necessario ad acquisire
una linea produttiva automatizzata, ha costretto la BYD a introdurre delle
novità che le consentissero di tirare fuori il massimo da ciascuna fase della
catena del valore, a introdurre quella che Zeng e Williamson hanno definito
innovazione di costo. Tali novità, introdotte in principio esclusivamente per
riuscire a sopravvivere, hanno costituito il vantaggio competitivo
fondamentale nei confronti degli incumbents.

2.4 Opportunità offerte dalla conoscenza del mercato locale.


Un altro fattore decisivo nel consentire alle imprese cinesi di
sopravvivere prima e competere poi, con le multinazionali straniere

166
attraverso l’innovazione appropriata è rappresentato dalla conoscenza delle
peculiarità del mercato locale. Se da un lato l’accesso facilitato alla
tecnologia costituisce la condizione necessaria allo sviluppo di una capacità
innovativa endogena, dall’altro le caratteristiche che distinguono il mercato
cinese da quello dei paesi avanzati danno alle imprese locali l’opportunità di
metterla in pratica. Sebbene abbiano potuto contare su risorse, sia
tecnologiche che finanziarie, molto più importanti rispetto alla maggior
parte delle imprese locali, le multinazionali straniere hanno infatti spesso
mancato di cogliere le occasioni fornite dalle dimensioni del mercato cinese
per due ordini di ragioni. Da una parte hanno preferito non avventurarsi in
mercati complessi che non garantissero margini di profitto comparabili a
quelli realizzati sui mercati avanzati. Hanno in questo caso scelto di servire
solo i consumatori ad alto reddito che popolano le grandi città delle zone
costiere, proponendo le stesse strategie tecnologiche e competitive basate
sulle sustaining innovations, adottate negli home market. Dall’altra, anche
quando hanno percepito la distanza tra le caratteristiche dei mercati serviti
abitualmente e quello locale, hanno interpretato l’arretratezza economica e
tecnologica della realtà cinese seguendo l’idea, semplicistica e superata, di
un modello unico e sequenziale di sviluppo. In questo senso il mercato cinese
è stato spesso valutato dalle imprese occidentali in termini di “x anni
indietro rispetto al mercato dei paesi avanzati” 50 . Entrambi questi approcci
al mercato cinese lasciano campo aperto all’attività delle imprese locali per
una ragione piuttosto semplice: il mercato della Repubblica Popolare Cinese
non assomiglia e, con tutta probabilità, non assomiglierà mai a nessun altro
mercato al mondo, tanto meno a quello dei paesi avanzati. Come abbiamo
potuto in parte già notare nel secondo capitolo, la Cina è un paese ricco di
contraddizioni e peculiarità: vi sono ancora oltre 300 milioni di persone che
vivono con meno di un dollaro al giorno, oltre 700 milioni che risiedono in
aree rurali, ma nello stesso tempo è il paese con il maggior numero di utenti
internet al mondo ed il maggior numero di cellulari. E’ dunque per molti

50
Cfr. BCG(2008c), p. 13.

167
aspetti un paese in via di sviluppo ma nello stesso tempo è il più grande
mercato a livello globale per le più recenti tecnologie. Le imprese che
intendono sopravvivere e emergere in questo contesto devono, non solo
comprendere la natura di queste contraddizioni, ma essere in grado di
cavalcarle, trasformando le apparenti costrizioni che hanno fatto da ostacolo
all’avanzata delle multinazionali occidentali in opportunità di business da
concretizzare attraverso l’innovazione appropriata.
Le imprese locali che sono andate affermandosi nel corso degli ultimi
dieci o quindici anni hanno dunque in molti casi costruito il loro successo sul
gap intercorrente tra i prodotti offerti dai grandi gruppi esteri e le esigenze
specifiche del mercato, o quantomeno di alcuni segmenti. Scendendo più nel
particolare possiamo riconoscere due cause principali all’origine di tale gap.
La prima potrebbe essere definita come macro-differenza e concerne la
distanza del mercato cinese nel suo complesso, anche considerandolo come
tutt’uno omogeneo, dal resto del mondo. La seconda riguarda invece le
differenze esistenti all’interno dello stesso mercato cinese che, nella realtà
dei fatti, è tutt’altro che assimilabile ad un insieme coeso di 1,3 miliardi di
consumatori con caratteristiche affini, ma presenta profonde segmentazioni
soprattutto dal punto di vista del reddito.

2.4.1 Macro-differenze
Anche nel caso in cui le multinazionali provenienti dai paesi
industrializzati indirizzino la propria offerta sulla fascia alta del mercato
locale, credendo di servire così consumatori con abitudini e stili di consumo
simili a quelli dei paesi avanzati, non vanno necessariamente incontro a
sicuro successo. Come vedremo nei seguenti studi di caso, vi sono infatti
alcune caratteristiche, sociali, economiche, politiche, regolamentative, che
accomunano l’intero paese, che impediscono alle multinazionali un’effettiva
penetrazione sul mercato locale.

168
2.4.1.1 Differenze socio-economiche. Il caso Shanda Interactive
Entertainment
Un esempio tipico di come prodotti pensati per i paesi occidentali
possano non funzionare nel contesto cinese, anche qualora siano destinati
alla fascia alta del mercato locale, e di come ciò possa rappresentare una
grande opportunità per le imprese cinesi è quello fornito dall’industria
dell’intrattenimento ed in particolare dai video giochi. Nei primi anni del
nuovo millennio questo settore era infatti fortemente dominato a livello
globale dalle console realizzate da colossi come Sony, Microsoft, Nintendo e
Sega (Playstation 2, XBox, Game Cube, Dreamcast). Nonostante il successo
planetario dei loro prodotti, si calcola che tra il 2000 ed il 2006 siano state
vendute poco meno di 190 milioni di console 51 e, benchè in Cina la
popolazione di giocatori sia piuttosto vasta (oltre il 67 per cento della
popolazione cinese che vive in aree urbane accede ad internet almeno una
volta alla settimana per giocare a video game on line 52 ) queste
multinazionali hanno però avuto grandi difficoltà a penetrare sul mercato
cinese, tanto che, alla fine del 2005, il giro d’affari totale del settore delle
console in Cina era di soli 16 milioni di dollari, irrilevante rispetto a quello
mondiale di oltre 2 miliardi. Le ragioni del fallimento sono da ricercare
nell’inadeguatezza di un modello di business che, sebbene si fosse rivelato
vincente nei paesi avanzati, non poteva andare bene per la realtà cinese per
due ordini di ragione. In primo luogo la profittabilità di tale modello non era
basata esclusivamente sulla vendita dell’hardware, cioè delle console, ma
anche, ed in alcuni casi soprattutto, dalla vendita del sofware, ovvero dei
singoli giochi. L’economia cinese dei contenuti digitali (musica, film,
software, giochi ecc.) si contraddistingue però tuttora per una dilagante
pirateria tanto che, ancora prima che Sony e Microsoft sbarcassero
ufficialmente con i loro prodotti nella Repubblica Popolare, sul mercato nero

51
Nello specifico 138 milioni di Playstation2, 25 milioni di Xbox, 21 milioni di Gamecube e 10 milioni
di Dreamcast.
52
Cfr. BCG(2008b).

169
erano già disponibili, per una cifra che andava tra gli 80 centesimi ed 1
dollaro 53 , versioni contraffatte di centinaia videogame, il cui prezzo di
vendita nei paesi avanzati era compreso tra i 25 ai 50 dollari. Un modello di
business basato in buona parte sui margini di profitto realizzabili sulla
vendita del software semplicemente in Cina non poteva funzionare e questo
ci porta alla seconda ragione del fallimento. La risposta data a questo
problema da una multinazionale come la Sony è stata infatti quella di alzare
il prezzo di vendita dell’hardware rispetto a quello praticato sui mercati
avanzati e di abbassare invece quello del software. Così mentre negli USA
una Playstation 2 veniva venduta a 179 dollari, a Pechino costava 240
dollari (1988 yuan). Giochi che a New York costavano 50 dollari in Cina
venivano però commerciati a 20 54 . Tuttavia, quando nel 2003 la console è
stata messa in commercio per la prima volta nelle città più importanti delle
province orientali, il reddito medio annuo pro capite a Pechino era di circa
13.880 yuan 55 . Ciò significa che i 1988 yuan che servivano per l’acquisto
della console rappresentavano circa il 14,3 per cento dell’intero reddito
annuale di un cittadino medio della seconda città più ricca della Repubblica
Popolare (ed il 25 per cento del reddito medio annuo di un lavoratore
urbano, in generale), un po’ come se negli Stati Uniti, in cui il reddito pro
capite nel 2003 era di 37.550 dollari 56 , una console fosse costata 5.332
dollari. A queste condizioni sono stati ovviamente molto pochi i consumatori
cinesi che hanno deciso di fare questo tipo di acquisto. La differenza di
redditto che intercorre anche tra le aree più ricche della Cina ed i paesi
avanzati è infatti ancora tale da sconsigliare persino alla fascia alta dei
consumatori cinesi l’acquisto di devices che offrano servizi ridondanti.
Computer e telefoni cellulari ad esempio sono beni la cui diffusione nelle
regioni orientali è stata capillare sin dall’inizio del nuovo millennio, che
possono essere utilizzati a vari scopi, tra cui quello dell’intrattenimento. Se

53
Cfr. USA Today ( 2004).
54
Cfr. Digital Trends (2003).
55
Cfr. NBS (2004).
56
Cfr. World Bank (2004).

170
il consumatore cinese utilizza già il computer per giocare ai videogame,
difficilmente spenderà anche il 14 per cento del proprio reddito annuale per
comprare un prodotto specifico che serva allo stesso scopo.
La mancata comprensione delle peculiarità del consumatore cinese da
parte dei colossi internazionali del videogame ha lasciato campo aperto alle
imprese locali capaci di utilizzare le costrizioni del mercato locale a proprio
vantaggio, attraverso nuovi modelli di business. Shanda Interactive
Entertainment, fondata a Shanghai nel dicembre del 1999, è l’azienda che
ha sfruttato al meglio tale occasione. Due erano le problematiche principali
a cui Shanda doveva trovare soluzione: redditi bassi e pirateria. Shanda
notò che, sebbene a livello nazionale la diffusione dei computer fosse ancora
limitata (poco più del 10 per cento per la popolazione urbana totale), nelle
tre aree urbane più vaste ed importanti, Pechino, Shanghai e Canton, target
ideale dell’azienda, nel 2000 circa il 40 per cento delle famiglie già
disponeva di un PC 57 e di lì a poco avrebbe potuto contare su una
connessione internet. Shanda decise così di sviluppare in Cina una tipologia
di giochi fino ad allora molto diffusa in Corea del Sud, i cosiddetti MMORPG
(Massive Multiplayer Online role Playing Games), basati sulla possibilità di
far giocare contemporaneamente migliaia di computer connessi ad internet.
Il software necessario poteva essere scaricato gratuitamente dalla rete sul
proprio PC, il pagamento era invece necessario per l’accesso al sito che
consentiva effettivamente di prendere parte al gioco ed avveniva attraverso
un sistema di carte prepagate, elaborato da Shanda per porre rimedio alla
scarsa diffusione di carte di credito soprattutto tra i giocatori più giovani. In
questo modo si ovviava ad entrambi i problemi. In primo luogo non c’erano
costose console da comperare dal momento che l’hardware necessario
all’esperienza di gioco era già ampiamente diffuso tra la popolazione o
poteva essere facilmente accessibile nei sempre più popolari internet cafè. In
secondo luogo la pirateria non poteva praticamente nulla contro questo
modello: il valore era creato dall’esperienza condivisa di gioco, mentre il

171
software, componente che poteva essere facilmente copiato, era
completamente gratuito. Il modello di Shanda non solo si dimostrò efficace
ma provò anche come i consumatori cinesi fossero ben disposti a pagare per
un intrattenimento di qualità purchè proposto ad un prezzo adeguato alle
loro possibilità. Alla fine del 2003 i ricavi di Shanda erano arrivati a 76
milioni di dollari e nel corso dei due anni successivi triplicarono arrivando a
toccare i 235 milioni nel 2005 58 . Nel 2006, poiché sia il pc che i collegamenti
internet andavano diffondendosi velocemente anche ad aree del paese
caratterizzate da redditi medi più bassi, Shanda ha deciso il passaggio dal
modello pay-to-play, adottato sino a quel momento, ad uno di tipo freemium
in cui l’accesso al gioco è completamente gratuito ed i ricavi giungono
esclusivamente dall’acquisto di contenuti premium (tipicamente oggetti
virtuali che consentono di migliorare le proprie capacità di gioco) da parte
degli utenti. Se in un primo momento questa scelta è sembrata penalizzare
l’azienda, tanto che per la prima volta in cinque anni i ricavi anno su anno
sono calati, tra il 2007 ed il 2008, grazie all’incremento del numero di
giocatori totali, i ricavi hanno ricominciato a crescere ad un ritmo anche più
veloce rispetto al periodo 2003-2005, arrivando a toccare i 522 milioni di
dollari nel 2008. Alla fine del 2008 Shanda era ampiamente leader di
mercato per i giochi di tipo MMORPG, categoria di videogame dominante
sul mercato cinese. Nel settembre 2009 ha deciso di quotarsi al Nasdaq
(attraverso lo spin-off di Shanda Games) raccogliendo oltre 1 miliardo di
dollari, a circa 12 dollari e mezzo per azione, rappresentando l’IPO più alta
di tutto il 2009.
Risulta dunque ben chiaro come il vuoto lasciato dall’offerta
inadeguata delle grandi multinazionali provenienti dai paesi avanzati possa
rappresentare una grande opportunità di crescita per le imprese locali, a
patto che queste siano in grado di elaborare nuovi prodotti e nuovi modelli

57
Cfr. NBS(2001).
58
Shanda Interactive Entertainment Annual Report (vari anni).

172
di business che tengano in debito conto le caratteristiche, a partire dal
reddito, dei consumatori locali.

2.4.1.2 Differenze Politiche: Il caso Baidu Inc.


Un altro settore ad alta intensità tecnologica in cui le multinazionali
occidentali, nonostante l’enorme vantaggio in termini di risorse tecnologiche
e finanziarie, non sono riuscite ad imporsi è quello dei motori di ricerca. A
livello globale tale mercato è dominato da tre delle multinazionali
statunitensi più conosciute: Google, Yahoo! e Microsoft. Come mostra la
figura sottostante, l’85 per cento delle ricerche mondiali vengono compiute
con il motore di ricerca creato da Sergei Brin e Larry Page, mentre Yahoo! e
Bing (motore di ricerca di Microsoft) insieme non arrivano al 10 per cento
del totale delle ricerche globali.

Figura 3.3 Il mercato dei motori di ricerca a livello globale (percentuali)


Bing, 3.19 Altri, 3.39
Yahoo, 6.17

Google , 85.64

Fonte: ComScore (2009).

Sebbene in questo settore le quote di mercato possano variare anche molto


da paese a paese, ad esempio negli Stati Uniti la quota di Google scende al
65 per cento, a vantaggio di Yahoo! e Bing, mentre in molti paesi europei
(tra cui l’Italia) supera il 90 per cento, la Repubblica Popolare Cinese

173
presenta una situazione, se non unica 59 , assolutamente particolare. Baidu
Inc., impresa cinese fondata nel 2000 a Pechino, detiene una quota di
mercato che supera il 61 per cento, mentre Google China raccoglie meno
del 30 per cento delle ricerche condotte nella Repubblica Popolare Cinese,
come è testimoniato dalla figura sottostante.

Figura 3.4 Il mercato dei motori di ricerca in Cina (percentuali)

Altri , 3.4
Yahoo Cn, 5.6

Google, 29.1
Baidu , 61.6

Fonte: iResearch (2010).

Le dimensioni, l’esperienza e le risorse tecnologiche e finanziarie di un


gruppo come Google, che gode di un quasi monopolio a livello globale, non
sono state dunque sufficienti a sconfiggere la concorrenza di un’impresa
locale che, pur partendo da una condizione di svantaggio 60 , è riuscita a
divenire leader indiscussa del mercato locale, con un fatturato di oltre 620
milioni di dollari nel 2009. L’altra multinazionale americana, Yahoo!, ha in
realtà addirittura ceduto la versione cinese del proprio portale ad
Alibaba.com (azienda cinese specializzata in e-commerce business to
business) nel 2005, a causa dei modesti risultati conseguiti. China Yahoo! è
pertanto oggi da considerare alla stregua di un motore di ricerca
completamente cinese.

59
Situazioni simili si registrano anche in Corea del Sud (Naver.com), Russia (Yaandex.ru) e Repubblica
Ceca (Seznam.cz).
60
Nel primo anno di vita aveva raccolto solo 10 milioni di dollari da alcuni fondi di venture capital.

174
Anche questa volta le ragioni del successo della cinese Baidu stanno
nella sua capacità di creare un prodotto in grado di rispondere meglio alle
esigenze del mercato locale. In questo caso non sono state però le condizioni
socio-economiche a limitare l’avanzata delle multinazionali, favorendo
l’impresa locale, quanto piuttosto le caratteristiche del regime politico e del
sistema regolamentativo della Repubblica Popolare Cinese 61 . Poiché alla
modernizzazione economica in Cina non ha fatto seguito la modernizzazione
politica, come è tristemente noto, l’opposizione all’operato del Partito
Comunista Cinese (PCC), alla guida del paese dal 1949, non è mai stata
tollerata. Il governo cinese ha una lunga storia di politiche e leggi tese al
controllo della quantità e della qualità dell’informazione a cui i cittadini
cinesi devono essere esposti e che essi stessi possono diffondere. Ovviamente
l’avvento di Internet ha posto la censura cinese davanti ad una nuova sfida,
prontamente raccolta attraverso la promulgazione di leggi ad hoc 62 ed un
sistema di filtri (soprannominato Great Firewall) teso a bloccare la
diffusione di contenuti sgraditi all’autorità. Proprio il Great Firewall ha
rappresentato uno dei vantaggi fondamentali per l’affermazione di Baidu,
ma non in virtù di una discriminazione in senso protezionista delle imprese
estere da parte dell’autorità, quanto per una miglior capacità di
adattamento di Baidu alle condizioni poste dal governo. Per capire meglio è
necessario guardare da più vicino al funzionamento del sistema di filtri
elaborato dai censori cinesi 63 . Senza scendere in dettagli tecnici, basti
sapere che il Great Firewall ha fondamentalmente due funzioni principali:
da un lato blocca l’accesso ai siti considerati sgraditi a prescindere,
modificandone l’indirizzo IP, dall’altro monitora tutto il traffico dati in
ingresso ed in uscita dalla Repubblica Popolare attraverso la ricerca di

61
Cfr. Maseeha (2008).
62
Una legge del 2000 vieta l’utilizzo di Internet per la pubblicazione di materiale che: inciti al
rovesciamento del governo o del sistema socialista, inciti alla divisione del paese e minacci l’unità
nazionale, distorca la verità e distrugga l’ordine sociale, promuova le superstizioni feudali, promuova il
gioco d’azzardo, violenza o assassinio, mostri contenuti sessualmente espliciti, inciti ad attività criminali
e terrorismo, insulti la reputazione degli organi di stato, promuova altre attività contro la Costituzione, la
legge o i regolamenti amministrativi.
63
Per un approfondimento dell’argomento Fallows (2008).

175
parole chiave ritenute sensibili, sia nell’indirizzo URL che nel contenuto di
ciascuna pagina web dei siti navigati dagli utenti. Nel caso della seconda
funzione, quando vengono rilevate le keywords da monitorare, l’accesso al
sito viene temporaneamente bloccato, anche se solo una piccola porzione del
contenuto proposto risulta sgradita. Anche un sito di norma tollerato e
solitamente accessibile senza problemi dalla Cina, può occasionalmente
essere sottoposto a blocchi. I motori di ricerca, per essere sicuri di non essere
bloccati, devono pertanto non consentire le ricerche relative a determinati
temi o non restituire risultati per quelle ricerche: devono pertanto
autocensurarsi. La lentezza e la scarsa disponibilità ed abilità delle
imprese occidentali, in particolare di Google, nell’adattarsi a questo sistema
sono state le prime responsabili del successo di Baidu.
Google entrò sul mercato con una versione in cinese del proprio
motore di ricerca sin dal settembre del 2000 64 . Nei suoi primi anni di
attività andò molto bene in Cina, tanto che nel 2003 divenne leader di
mercato con una quota del 35 per cento delle ricerche condotte in Cina 65 ,
guadagnata soprattutto tra la classe media e occidentalizzata che stava
emergendo nelle città delle province orientali, mentre la quota di Baidu era
sotto il 5 per cento. I problemi di Google cominciarono però ad emergere
proprio tra la fine del 2002 ed il 2003. Con il numero degli utenti internet
cinesi, andava crescendo anche il numero di ricerche che includessero
keywords sensibili e Google, a quell’epoca, non censurava ancora alcun
contenuto perché i suoi server erano in California e non aveva una presenza
giuridica nella Repubblica Popolare che la obbligasse ad obbedire alla
normativa locale. Il Great Firewall entrò in funzione bloccando
ripetutamente, talvolta per alcune ore di fila, la versione cinese del motore
di ricerca che, secondo alcune stime 66 , risultava inaccessibile il 10 per cento
delle volte che si provava ad accedervi. Nel 2004 il servizio offerto da Google

64
Senza però trasferire i propri server nella Repubblica Popolare e sottoponendosi così ad un più stretto
controllo da parte del Great Firewall che monitora soprattutto il traffico in entrata ed in uscita dalla Cina.
65
Cfr. Maseeha (2008), p.4.
66
Cfr. Maseeha (2008), p.5.

176
cominciò ad essere ritenuto crescentemente inaffidabile, mentre Baidu,
avendo già adottato il sistema di autocensura necessario ad un’impresa
basata in Cina e rimanendo quindi costantemente raggiungibile, iniziava a
guadagnare importanti quote di mercato sia sottraendole a Google, sia
guadagnando la fiducia dei nuovi utenti internet. Alla fine del 2004 Google
era sceso al 21 per cento del mercato, mentre Baidu aveva conquistato il
47,5 per cento. Google inizialmente reagì all’avanzata del motore di ricerca
cinese entrando nel capitale di Baidu, assicurandosi, nel giugno 2004, il 2,5
per cento della società per 10 milioni di dollari. Ma l’anno successivo la
strategia mutò del tutto, le quote di Baidu acquisite vennero vendute e
Google aprì una sua filiale nella Repubblica Popolare Cinese, Google China,
adattandosi alla legislazione cinese e mettendo in piedi un sistema di
autocensura.
Sebbene possa sembrare un’operazione semplice, l’efficacia
dell’autocensura è tutt’altro che scontata, poiché, contrariamente a quanto
molte imprese occidentali si attendono all’ingresso sul mercato locale, il
governo cinese non fornisce una lista nera di siti e parole chiave da
censurare, ma si aspetta che le aziende interpretino correttamente la pur
vaga regolamentazione cinese. Un recente studio ha dimostrato che i 3
principali motori di ricerca, Baidu, Google China e China Yahoo!, in realtà
non bloccano né gli stessi siti, né le stesse parole chiave. In questo
particolare contesto la capacità di censurare i contenuti effettivamente
sensibili si configura come una competenza poiché il mancato allineamento
con la posizione governativa può portare a blocchi parziali o totali del
servizio, con effetti molto negativi per la concorrenza con le imprese rivali.
Baidu sin dalla sua fondazione ha dedicato risorse ed un reparto specifico
della sua divisione di Ricerca e Sviluppo all’elaborazione di un sistema per
ottemperare alle richieste del governo in merito alla censura. Baidu, oltre
che poter vantare, in quanto impresa locale, una maggiore ricettività
rispetto alle imprese straniere per quel che concerne l’individuazione delle
parole chiave più sensibili, nel momento in cui Google decise di entrare in

177
Cina aveva già maturato quasi cinque anni di esperienza potendo
mantenere il proprio servizio più stabile ed affidabile rispetto a quello della
concorrenza, riuscendo così a confermare la propria leadership sul mercato
locale nonostante la reazione di Google. Sebbene il fondatore di Baidu,
Robin Li, citi motivazioni differenti per la crescita del suo motore di ricerca,
anch’egli ammette che la forza della sua impresa sta “nell’essere locali e nel
comprendere al meglio i cambiamenti che avvengono molto velocemente”67 .
Oltre a quello politico vi è stato un altro fattore peculiare al contesto
cinese che ha consentito a Baidu di ottenere il successo che ha avuto e
questo riguarda il sistema giuridico ed in particolar modo la tutela del
diritto d’autore. Nel novembre 2002 Baidu lanciò un servizio denominato
mp3Search che consentiva agli utenti di cercare, ascoltare e scaricare file
musicali (mp3 ma anche wma) gratuitamente attraverso deep linking 68 .
Questo servizio, basato per il 99 per cento su musica pirata, portò a Baidu
molto popolarità, soprattutto tra i giovani cinesi che nei primi anni del
nuovo millennio si sono affacciati per la prima volta sul web, tanto che è
stato stimato che nel 2004, anno del sorpasso a Google, abbia rappresentato
il 22 per cento del suo traffico totale. Dal momento che un servizio di questo
tipo non sarebbe legittimo nei paesi occidentali, mentre secondo la
normativa cinese (impostazione confermata in una recente sentenza 69 ) non
violerebbe il copyright, dato che i file illegali non sono ospitati su server di
proprietà del motore di ricerca, Baidu ha potuto beneficiare di un vantaggio
fondato sulle differenti caratteristiche della legge cinese su cui le imprese
americane, perlomeno finchè hanno mantenuto i server fuori dalla Cina, non
hanno potuto contare. La rilevanza di questo vantaggio per il successo finale
di Baidu è testimoniata dal fatto che Google, dopo non esser riuscita a
guadagnare terreno nei confronti di Baidu anche nei primi due anni di
attività della sua filiale cinese, ha recentemente messo in piedi un servizio

67
Cfr. Maseeha (2008), p. 9.
68
Ciò significa che la ricerca restituiva dei link a file che non erano effettivamente ospitati sui server di
Baidu, ma su server di altri siti.
69
Cfr. Financial Times (2010).

178
molto simile a quello del concorrente cinese per il download gratuito di file
musicali 70 , creando un caso di inversione del tradizionale processo di
imitazione.

2.4.2 Segmentazione del mercato interno e “Guerrilla Tactics”.


Il secondo fattore che ha creato lo spazio di mercato per la
sopravvivenza e la crescita di imprese cinesi sul mercato interno è l’elevato
livello di segmentazione che lo caratterizza. Come abbiamo detto nel corso
del capitolo, le multinazionali leader provenienti dai paesi avanzati, nel
contesto cinese tendono a concentrarsi nel servire consumatori di fascia alta,
le cui esigenze possano essere quanto meno simili a quelle dei consumatori
che risiedono nei paesi ricchi. Ciò è dovuto al fatto che la strategia
tecnologica e competitiva degli incumbents è spesso basata sull’introduzione
di sustaining innovations che migliorano le prestazioni di un prodotto o
servizio in modo tale da poterlo commercializzare ad un prezzo più alto,
realizzando margini di profitto più ampi. Nel paragrafo precedente abbiamo
visto come le particolari caratteristiche che contraddistinguono i
consumatori cinesi, anche di fascia alta, limitino spesso la diffusione di
prodotti pensati per i paesi avanzati e quindi anche il successo delle
multinazionali che li propongono, a vantaggio di imprese locali in grado di
rispondere attraverso l’innovazione appropriata alle esigenze specifiche del
contesto locale. Uno scoglio ancora più grande per una profonda
penetrazione delle imprese occidentali sul mercato cinese e dunque
un’ulteriore opportunità per i gruppo locali è rappresenta dalla distanza che
intercorre tra le condizioni di vita nelle diverse zone della Repubblica
Popolare.
La segmentazione del mercato implica, secondo Wendell Smith,
“guardare ad un mercato eterogeneo come ad un gruppo di mercati omogenei
più piccoli” 71 , sulla base di alcune variabili, dette variabili di

70
Cfr. Mashable(2008) (2009).
71
Cfr. Smith (1956), p. 11.

179
segmentazione. Da questo punto di vista la Repubblica Popolare Cinese,
basti pensare alle sue dimensioni in termini di superfice (al terzo posto tra
gli stati più estesi al mondo), di popolazione (1 miliardo e 330 milioni di
abitanti circa) e al numero delle amministrazioni subnazionali (22 province,
4 municipalità a rango provinciale, 5 regioni autonome e 2 regioni ad
amministrazione speciale), non può far altro che configurarsi come un
mercato profondamente segmentato sulla base di innumerevoli variabili,
non solo geografiche e socio-economiche, ma anche culturali e lingustiche 72 .
La principale variabile di segmentazione che individua le spaccature più
nette e su cui pertanto concentreremo l’attenzione in questo paragrafo, è
però senza ombra di dubbio quella relativa alla distribuzione della ricchezza
ed ai livelli di reddito pro capite nelle diverse aree del paese.
La Repubblica Popolare Cinese è infatti caratterizzata da una profonda
disparità nei livelli di reddito: il suo indice di Gini nel 2005 73 era del 41,5
per cento, con il 10 per cento più ricco della popolazione che deteneva il 31,4
per cento del reddito totale, mentre al 10 per cento più povero spettava
appena il 2,4 per cento 74 . Secondo i dati del World Institute for Development
Economics Research (UNU-WIDER), nel 2004 il quintile più ricco della
popolazione cinese deteneva quasi il 52 per cento del reddito del paese, al
quintile più povero andava solo il 4,2 per cento 75 . Appare evidente come,
anche guardando solo a questi dati sulla distribuzione del reddito, possa
essere riconosciuta una netta segmentazione tra un mercato ricco ma
numericamente ristretto, ovviamente in relazione alle condizioni
economiche e alle dimensioni della popolazione locale 76 , ed uno più povero
ma vastissimo. A sua volta questo schema di distribuzione della ricchezza
non è omogeneamente ripartito a livello territoriale, ma l’associazione della
dimensione geografica a quella economica ci offre lo spunto per individuare

72
Cfr. Schmitt (1997).
73
Cfr. World Bank (2006). E’ il dato più recente disponibile.
74
Ivi.
75
Cfr. UNU-WIDER (2008). Il 2004 è l’anno dell’inchiesta più recente per la Repubblica Popolare
Cinese

180
le due segmentazioni fondamentali del mercato locale. In primo luogo la
Repubblica Popolare è contraddistinta da una fortissima disparità nei
redditi tra la popolazione che abita le aree urbane e quella che abita le
campagne. Nel 2007 il reddito annuo medio di un cinese residente in città
era di 13.785 yuan, quello di un abitante delle aree rurali si fermava invece
a 4140 yuan. Come si può notare dal grafico in figura 3.5, la distanza nei
redditi tra città e campagna non solo è molto profonda ma, nel decennio
1997-07, è andata aumentando in maniera considerevole.

Figura 3.5: Reddito medio annuo pro-capite in aree urbane e rurali (yuan)

16000

14000

12000

10000

8000

6000

4000

2000

0
1997 1999 2001 2003 2005 2007

Campagna Città

Fonte: NBS (2008).

Se infatti nel 1997 in città si disponeva di un reddito medio annuo superiore


di 2,5 volte rispetto a quello fruibile in aree rurali, nel 2007 tale rapporto è
arrivato a 3,3 volte 77 . Questo dislivello, oltre che ad essere di per sé molto
rilevante, ha un valore ancora più profondo se pensiamo al fatto che,

76
Come abbiamo visto nel caso di Shanda la distanza dai redditi dei paesi avanzati è profonda anche per
quel che concerne la fascia più alta del mercato.
77
Ivi.

181
contrariamente a quanto avviene nei paesi avanzati dove la percentuale di
popolazioni che abita le campagne è mediamente poco sopra al 20 per cento
del totale 78 , la popolazione rurale della Cina è numericamente più
importante rispetto a quella urbana, essendo costituita da oltre 727 milioni
di unità e rappresentando circa il 55 per cento della popolazione totale.
In secondo luogo alla divisione tra città e campagna si aggiunge
un’ulteriore segmentazione sulla base del reddito, anche se meno profonda,
tra le province costiere ad est del paese, e quelle centroccidentali. Il reddito
medio annuo pro capite della popolazione urbana delle province orientali è
infatti di 18.544 yuan, mentre nelle province centrali e occidentali risulta
essere rispettivamente 12.392 e 12.130 yuan annui 79 . Disparità che si
manifesta anche nelle aree rurali: mentre il reddito medio annuo di un
abitante delle campagne dell’est del paese è di circa 5.850 yuan, nelle
campagne dell’ ovest è di poco più della metà, 3.028 yuan, ed in quelle
centrali 3.844 yuan 80 . A questi dati va aggiunto il fatto che la popolazione
che abita in aree rurali nelle regioni centro occidentali è superiore rispetto a
quella delle regioni costiere, perciò nelle stime del prodotto regionale pro
capite le disuguaglianze sull’asse est ovest risultano ancora più marcate. Il
dislivello assume dimensioni davvero spropositate se poi, invece che
confrontare esclusivamente le medie dei redditi per città e campagna e tra
province est-ovest, incrociamo le due distribuzioni e guardiamo ai loro
estremi, ovvero alla distanza che intercorre tra il reddito medio annuo di un
cittadino dell’area urbana più ricca, la municipalità di Shanghai, ed un
abitante delle zone rurali del Guansu, la provincia più povera della Cina in
termini di reddito pro capite. Il primo ha infatti a disposizione un reddito
medio annuo addirittura dieci volte superiore rispetto al secondo (23.622
yuan contro 2.328) 81 .

78
La media per i paesi del G8 è di circa il 24 per cento (elaborazione su dati World Bank 2009)
79
Cfr. NBS(2008).
80
Cfr. NBS(2008).
81
Cfr. NBS(2008).

182
Non è dunque difficile comprendere come le multinazionali provenienti dai
paesi avanzati, entrando sul mercato cinese, non possano far altro che
individuare il loro target nella popolazione urbana delle aree costiere del
paese. Le aree rurali ed in particolare le campagne delle province centro-
occidentali della Cina non possono essere considerate segmenti di mercato
attraenti dalle imprese occidentali per diversi ordini di ragioni. In primo
luogo poiché le aree urbane possono essere valutate come mercati
sufficientemente grandi, soprattutto nel caso di multinazionali che si
affacciano per la prima volta sul mercato cinese, ed in continua crescita
grazie al rapido sviluppo economico ed al progressivo inurbamento della
popolazione. In secondo luogo perché solo una piccolissima percentuale delle
popolazioni che abita le aree rurali potrebbe permettersi l’acquisto di
prodotti e servizi ai prezzi proposti dai gruppi occidentali. Per realizzare poi
i margini di profitto necessari a mettere in piedi una rete distributiva in
quel tipo di contesto, il prezzo unitario dei prodotti dovrebbe addirittura
essere alzato rispetto a quello proposto nei mercati occidentali, rendendo
ancora più difficile l’acquisto anche per la piccola parte di popolazione che
dispone delle risorse necessarie. Terzo, le imprese multinazionali
dispongono di informazioni troppo limitate (Too Little Information-TLI 82 )
sulla caratteristiche e le abitudini dei consumatori, o non-consumatori, delle
aree periferiche rispetto a quante ne ritengono necessarie per decidere se
servire o meno un nuovo mercato. Semplicemente non ci sono abbastanza
dati per poter costruire le metriche attraverso le quali solitamentente le
multinazionali incumbents valutano il ritorno su un eventuale investimento
e ne decidono la fattibilità. Infine, anche qualora una multinazionale avesse
intenzione di entrare nei mercati delle aree periferiche semplicemente non
vi riuscirebbe poichè i suoi prodotti o servizi sono pensati per le esigenze, le
capacità e le condizioni infrastrutturali dei mercati avanzati e non
sarebbero adatti a questo tipo di aree. Le imprese occidentali, anche nel caso
in cui siano riuscite a conquistare importanti quote del mercato locale grazie

82
Cfr. Sirkin, Hemerling e Bhattacharya (2008), p.117.

183
al successo nelle aree urbane, sono quindi molto riluttanti a tentare la
penetrazione nelle campagne. Per farlo infatti non potrebbero seguire la
routine consolidata delle sustaining innovations, ma dovrebbero ripensare il
proprio prodotto in modo tale da abbassarne il prezzo senza limitarne troppo
le prestazioni, per poter soddisfare la domanda proveniente da consumatori,
o non consumatori, di fascia bassa.
Come insegna il modello della disruptive innovation di Clayton
Christensen, abbandonare i segmenti di mercato che offrono margini più
bassi o trascurare la domanda latente di non consumatori può costituire
un’opportunità per i nuovi entranti. Così è stato per le imprese cinesi che,
attraverso l’innovazione appropriata, hanno potuto utilizzare i mercati
dimenticati dalle multinazionali come teste di ponte 83 per poi affermarsi
anche in mercati di fascia più alta come quelli urbani e delle province
costiere. L’innovazione appropriata ha rappresentato l’arma fondamentale
in quella che è stata metaforicamente definita come guerrilla tactic 84
(tattica della guerriglia) in virtù dell’affinità con la strategia di guerra
utilizzata da Mao Zedong nell’affrontare i nazionalisti del Kuomintang di
Chiang Kai-Shek nella guerra civile (1945-1949). Mentre il governo
nazionalista si preoccupava esclusivamente di mantenere il controllo delle
grandi città, Mao sceglieva infatti di “radicarsi profondamente nelle
campagne, così da apparire come unica vera forza nazionale e circondare le
città, lasciandole isolate e pronte a cadere al momento opportuno” 85 . Molte
delle imprese cinesi oggi di maggiore successo hanno seguito, almeno in
parte, questo stesso tipo di strategia. L’analogia più interessante risiede
proprio nel fatto che questo metodo di combattimento fosse l’unico possibile:
se le imprese cinesi avessero deciso di servire i mercati di fascia alta delle
aree urbane, già occupati dai prodotti della concorrenza straniera, non
avrebbero avuto che esigue chance di successo così come se Mao avesse
tentato di prendere Pechino sin dal principio. Le aziende locali sono state

83
Cfr. Williamson e Zeng (2007), p. 91.
84
Cfr. The Economist (2007), p.14.

184
obbligate a partire dai mercati dimenticati dalle multinazionali, poiché
questi costituivano l’unico ambiente in cui potevano sperare di sopravvivere
al riparo dalla concorrenza straniera. Ma, per rimanere in vita in simili
contesti, sono state costrette a trovare nuovi modelli di business, nuovi
prodotti e nuovi servizi che si adattassero alle esigenze dei consumatori
rurali, sono state forzate a specializzarsi nell’innovazione appropriata, a
capire che la domanda latente proveniente dai mercati dimenticati non
poteva essere soddisfatta solo con prezzi più bassi ma necessitava di
prodotti ad hoc pensati per coloro che li abitano. L’impossibilità o la
riluttanza delle imprese occidentali a servire le periferie ha rappresentato
per le imprese cinesi l’opportunità migliore che si potesse presentare loro.
Secondo David Wei, presidente dell’Alibaba Group, impresa specializzata
nell’e-commerce business to business e seconda impresa cinese nel settore
internet per fatturato, la fortuna più grande della sua azienda è stata di non
nascere a Pechino o a Shanghai, ma in una città piccola come Huangzhou
dove ha potuto elaborare un modello di business particolare, la cui forza sta
nell’essere dedicato alle piccole e piccolissime imprese, piuttosto che ai
grandi gruppi esteri 86 .
Una questione resta però aperta ed è relativa al perché conquistare
consumatori a basso reddito delle aree rurali della Cina possa costituire un
vantaggio decisivo per le imprese locali. La risposta non è ovviamente
univoca. In primo luogo, sebbene le popolazioni che abitano le aree
periferiche della Cina abbiano un reddito più basso rispetto a quelle delle
grandi aree urbane, ciò non significa che non abbiano alcuna capacità di
consumo e che la crescita economica che ha investito la Cina negli ultimi
trent’anni non le abbia sfiorate. La figura 3.7 mostra invece come dall’inizio
delle riforme ad oggi il reddito medio annuo pro capite della popolazione
rurale abbia avuto un costante e notevole aumento. Ciò ha consentito agli

85
Cfr. Guarracino (1999), p. 58.
86
Cfr. The Economist (2007).

185
Figura 3.7: Andamento del reddito medio annuo pro capite nelle aree rurali della Repubblica
Popolare 1978-2007 (migliaia di yuan)

4.5
4.0
3.5
3.0
2.5
2.0
1.5
1.0
0.5
0.0
1978

1985

1991

1993

1995

1997

1999

2001

2003

2005

2007
Fonte NBS(2008).

abitanti delle aree rurali di ridurre la percentuale del proprio reddito


dedicata al consumo di beni primari ed in particolar modo al cibo, come è
dimostrato dalla figura 3.8, e di allargare progressivamente la propria
capacità di consumo.

Figura 3.8: Andamento del coefficiente di Engel 1978-2007 nelle aree rurali
(percentuale destinata al cibo dei consumi totali di una famiglia).

70.0
65.0
60.0
55.0
50.0
45.0
40.0
35.0
30.0
1978

1985

1991

1993

1995

1997

1999

2001

2003

2005

2007

Fonte: NBS(2008).

186
Anche i mercati periferici sono dunque popolati da potenziali clienti che
spesso, proprio poiché solitamente rimangono al di fuori delle reti
distributive, sono costretti a subire la cosiddetta poverty trap, ovvero a
pagare di più di quanto non accada nei mercati urbani per poter disporre
dello stesso prodotto o servizio.
In secondo luogo questi consumatori, o potenziali consumatori,
trascurati dalle imprese multinazionali, in un paese delle dimensioni della
Cina, eccedono in numero la popolazione di qualsiasi paese avanzato. Basti
pensare al fatto che la sola popolazione rurale cinese, con i suoi quasi 730
milioni di abitanti, eguaglia circa le popolazione di tutti i paesi membri del
G7 (Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia e
Canada) sommate insieme. Risulta quindi evidente che trovare modelli di
business, prodotti e servizi adatti a servire i mercati dimenticati della Cina
non significa esclusivamente accontentarsi di margini più bassi, ma vuol
dire realizzare volumi assolutamente non trascurabili. Portare il proprio
prodotto, poniamo ad esempio un televisore o un frigorifero, anche solo
nell’uno per cento delle famiglie che abitano le campagne cinesi significa
vendere qualcosa come due milioni di unità del proprio prodotto.
L’analogia con la tattica della guerriglia condotta da Mao Zedong è di nuovo
molto calzante. Secondo Mao questa strategia andava infatti adottata dalla
parte più debole solo nella fase iniziale del conflitto e con l’intento di
sviluppare capacità e dimensioni che garantissero la vittoria anche nel
combattimento convenzionale. Nonostante uno svantaggio negli armamenti,
il profondo radicamento ottenuto nelle campagne cinesi e la fiducia
conquistata da Mao presso le popolazioni rurali, assicurarono così
all’Armata di Liberazione Nazionale una costante e pressoché illimitata
riserva di combattenti nelle fasi finali del conflitto, tanto che in una delle
battaglie fondamentali, la campagna di Huaihai, parteciparono oltre cinque
milioni di contadini. Come per Mao allora, anche per le imprese locali oggi
radicarsi nelle campagne cinesi significa conseguire dimensioni tali da
realizzare economie di scala su cui solo poche imprese al mondo possono

187
contare. Ciò consente di avere costi più bassi e di realizzare gli investimenti
necessari, anche in termini di Ricerca e Sviluppo e di acquisizioni, a sfidare
la concorrenza estera sui mercati di fascia più alta.
Il modo migliore per capire come la conquista dei mercati rurali,
attraverso la realizzazione di innovazioni appropriate, abbia consentito alle
imprese cinesi di mettere in difficoltà la concorrenza straniera è guardare a
casi specifici. Nel prosieguo del paragrafo vedremo dunque l’esperienza di
alcune tra le aziende locali che hanno applicato tale tattica con maggiore
successo: Haier Group, Huawei Technologies e ZTE Corporation.

2.4.2.1 Il caso Haier Group ed il mercato delle lavatrici.


Un esempio di come la segmentazione del mercato locale offra
un’importante opportunità per l’affermazione delle imprese cinesi che siano
in grado di trasformare le apparenti costrizioni in nuovi mercati attraverso
l’innovazione appropriata è offerta dal caso, piuttosto noto 87 , dell’Haier
Group e del suo successo sul mercato delle lavatrici. Haier Group è oggi una
delle imprese della Repubblica Popolare più importanti ed il cui marchio è
maggiormente riconosciuto all’estero, come dimostra il fatto che sia stata la
prima impresa cinese ad essere inclusa tra i Case Studies dell’Harvard
Business School 88 . Basata a Qingdao 89 , Haier è specializzata nella
produzione di elettrodomestici ed elettronica di consumo ed è attualemente,
con i suo 17,8 miliardi di dollari di fatturato, uno dei leader mondiali nelle
vendite in questo settore 90 . Del suo successo a livello globale torneremo a
parlare nel prossimo paragrafo, tuttavia, nel 1984, quando è stata presa in
consegna dall’attuale presidente Zhang Ruimin, la Haier, allora ancora nota
come Qingdao Group 91 , era sommersa dai debiti e sull’orlo della bancarotta.
Zhang riuscì a mutare completamente il volto dell’impresa mettendo la
qualità, l’innovazione e la connessione con il mercato al centro della cultura

87
Cfr. Duyster et al. (2009), Xu ed al.( 2007), Williamson e Zeng (2007).
88
Cfr. Crawford e Paine (1998).
89
Una delle città più importanti nella provincia di Shandong, situata nell’est della Cina.
90
E’ dal 2006 stabilmente tra i primi cinque produttori di elettrodomestici al mondo per fatturato.

188
aziendale. Sin dalla metà degli anni ’80 Haier ha cominciato a guadagnare
quote di mercato creando nuovi prodotti destinati a segmenti specifici del
mercato stesso. Dopo la ristrutturazione promossa da Zhang, negli anni
novanta Haier ha cominciato a diversificare la propria attività attraverso
l’acquisizione di aziende in difficoltà, passando gradualmente dalla
specializzazione nella produzione di alcune tipologie di frigoriferi degli anni
’80, alle 96 linee di prodotti che ne caratterizzano l’offerta attuale.
L’ingresso dell’azienda di Zhang nel settore delle lavatrici rientra in questo
processo di diversificazione ed è avvenuto tramite l’acquisizione della Red
Star Electric, impresa, anch’essa di Qingdao, specializzata in tale settore.
La Haier, in realtà, possedeva già una sua linea di produzione di lavatrici
ma era di dimensioni molto limitate (100.000 unità all’anno) e la sua quota
di mercato era pertanto trascurabile. La Red Star aveva invece una capacità
produttiva di 700.000 unità 92 , tuttavia, a metà degli anni novanta,
attraversava un periodo di profonda crisi causata da una pluralità di fattori.
All’elevato indebitamento e alle accuse di corruzione per il suo presidente si
aggiungeva infatti il cambiamento che aveva investito il mercato cinese
degli elettrodomestici bianchi: la domanda stava rallentando a causa della
progressiva saturazione del mercato urbano e, soprattutto, avevano fatto la
comparsa sul mercato locale, attraverso joint venture con imprese cinesi,
Maytag e Whirlpool, multinazionali statunitensi che dominavano il mercato
globale. Nonostante questa congiuntura e pur essendo a sua volta già
indebitata, Haier decise ugualmente di acquisire Red Star nel 1995 e di
entrare in maniera decisa nella produzione di lavatrici. Tre anni dopo Haier
Group era divenuta leader del mercato locale con una quota molto prossima
al 35 per cento 93 . Whirlpool e Maytag, invece, abbandonavano la Cina
vendendo le quote nelle proprie Joint Venture e registrando ingenti perdite,
rispettivamente nel 1999 e nel 2003 94 . Nonostante una buona partenza

91
Il nome è stato cambiato nel 1991, a seguito di una partnership con la tedesca Liebherr.
92
Cfr. Crawford e Paine (1998) p.14.
93
Cfr. Xu et al. (2008), p.39.
94
Cfr. Williamson e Zeng (2007), p. 151.

189
iniziale, le due multinazionali americane, a causa della saturazione del
mercato urbano (nel 1995 già oltre 88 famiglie su 100 tra quelle residenti in
area urbana disponevano di una lavatrice) e di un’accesa concorrenza sul
prezzo da parte di imprese locali che offrivano prodotti simili destinati allo
stesso tipo di consumatore, avevano infatti faticato a sviluppare la scala
necessaria a rendere profittevole la propria attività. La reazione, in
particolare di Maytag, a queste difficoltà fu quella di spendere i fondi
disponibili per la Ricerca e Sviluppo nella creazione di nuovi prodotti da
destinare alla fascia più alta del mercato locale, importando anche una linea
di produzione ad alta tecnologia, identica a quella utilizzata negli Stati
Uniti. Le vendite, ovviamente, non migliorarono. La Maytag aveva
considerato la Cina solo come un altro nuovo mercato in cui applicare le
stesse regole vigenti su quelli avanzati, ma era l’opposto di ciò che era
necessario per trionfare in tale contesto, come il caso di Haier dimostra.
Zhang Ruimin era da sempre convinto che il modo migliore per creare
nuovi prodotti fosse ascoltare le richieste di consumatori insoddisfatti, in
modo tale da creare, contestualmente al nuovo prodotto, anche un nuovo
mercato, stimolando la domanda latente attraverso innovazioni ad hoc.
L’opportunità di applicare questa convinzione nel settore delle lavatrici
venne dalle osservazioni svolte da alcuni tecnici della Haier, i quali si
accorsero che alcune delle prime macchine vendute in zone rurali, ed in
particolar modo nel Sichuan, necessitavano frequentemente di assistenza
per intasamenti nei tubi di scarico causati da due elementi insoliti: terra e
buccia di patate dolci. Molti dei consumatori che abitavano le campagne
cinesi ritenevano infatti che una lavatrice, vista l’importanza
dell’investimento economico che necessitava, dovesse fare qualcosa di più
che lavare soltanto i vestiti e la utilizzavano pertanto anche per pulire
tuberi e altri tipi di ortaggi. Molte imprese avrebbero semplicemente
consigliato di evitare un simile utilizzo e invalidato le garanzie per quel tipo
di problema, Haier, invece, individuò in questa particolare modalità di
impiego la possibilità di cogliere l’opportunità offerta dalla segmentazione

190
del mercato per ritagliarsi il proprio spazio nel contesto locale e sfruttare la
capacità produttiva che l’acquisizione di Red Star Electric aveva consentito.
Haier mise così in produzione un nuovo modello di lavatrice, denominata
Big Yam 95 , che disponeva di tubi di scarico e di filtri mutuati da quelli per la
pulitura industriale di ortaggi, dunque esplicitamente pensati per
consentire al consumatore rurale cinese il lavaggio del raccolto accanto a
quello dei vestiti ed affisse sul nuovo prodotto istruzioni specifiche su come
utilizzarlo con questa duplice funzionalità. Successivamente Haier sviluppò
addirittura un modello che poteva essere usato o come una tradizionale
lavatrice oppure per produrre del formaggio di capra 96 . Questo tipo di
innovazione appropriata, disruptive in quanto dedicata ad una fascia di
consumatori sino a quel momento esclusa dal mercato, architetturale poiché
derivante dalla combinazione di tecnologie esistenti, accrebbe l’accettabilità
del prodotto tra i consumatori delle aree rurali, che ora non vedevano più le
lavatrici come un bene di lusso, ma come uno strumento utile all’attività
produttiva e quindi meritevole di un piccolo investimento. Nel 2000, per lo
più per merito dell’innovazione di Haier, il 30 per cento delle famiglie rurali
disponeva di una lavatrice 97 . Il gruppo di Qingdao, concentrandosi sulle aree
rurali, era riuscito così a sopravvivere alla concorrenza delle multinazionali
straniere e alla guerra dei prezzi determinata dal rallentamento della
domanda sui mercati urbani. Le economie di scala raggiunte, le
consentivano adesso di affrontare la competizione anche sul campo di
battaglia preferito dalla concorrenza: le città. Anche in questo caso Haier
riuscì ad individuare un aspetto dei consumatori locali a cui le imprese
straniere, ed in un primo momento la Haier stessa, non avevano dedicato
attenzione. I nuclei familiari cinesi sono numericamente circoscritti a causa
della politica del figlio unico portata avanti dal governo cinese per mettere
un freno all’espansione demografica. Inoltre, la maggior parte delle famiglie

95
Cfr. Wang (2008), p.151.
96
Cfr. Bonaglia (2007).
97
Cfr. NBS (2001)

191
residenti in area urbana, in special modo quelle inurbartesi di
recente,caratterizzate da redditi più bassi, vivono in case di dimensioni
molto ridotte. Haier mise allora in produzione una lavatrice di piccole
dimensioni (denominata Mini Whiz Kid) studiata apposta per stare in spazi
ristretti, per realizzare carichi ridotti adatti a nuclei familiari circoscritti o
ai single e per risparmiare sia acqua che elettricità. Anche sui mercati
urbani l’impresa cinese aveva evitato di proporre un prodotto standardizzato
ma, fatto tesoro dell’esperienza rurale, aveva cercato di rispondere alle
esigenze di consumatori trascurati, attraverso l’innovazione appropriata. La
Mini Whiz Kid si dimostrò un grande successo, riuscendo a catturare buona
parte della della domanda di sostituzione proveniente dalla fascia di
consumatori residenti nelle città a reddito più basso e mettendo in profonda
crisi imprese come Maytag e Whirlpool.
A cavallo del nuovo millennio, mentre le multinazionali americane
abbandonavano la Cina, Haier apriva invece l’American Haier Industrial
Park a Camden (Sud Carolina), negli Stati Uniti, dove era pronta a fare
tesoro, come vedremo nel prossimo paragrafo, dell’esperienza maturata nei
mercati dimenticati della Repubblica Popolare Cinese.

2.4.2.2 Il Caso Huawei Technologies e ZTE Corporation.


La segmentazione del mercato, ancora più che nel caso di Haier, è alla
base dell’affermazione di due delle imprese cinesi oggi di maggiore successo
a livello globale, Huawei Technologies e Zhongxing Telecommunication
Equipment (ZTE) Corporation. Entrambe nate a Shenzen nella seconda
metà degli anni ottanta (1988 per Huawei e al 1985 per ZTE), sono
specializzate nella fornitura di infrastrutture per sistemi di
telecomunicazioni, mercato nel quale hanno recentemente ottenuto
rispettivamente la seconda e la quinta quota di mercato più grande a livello
globale 98 . Tutte e due le imprese sono inoltre specializzate nella produzione

98
Cfr. Rusconi (2009b). Secondo i dati forniti dal Dell’Oro Group (agenzia di ricerca di mercato
specializzata in telecomunicazioni) Huawei avrebbe superato al secondo posto Nokia Siemens Network a

192
di telefoni cellulari e di internet key venduti secondo accordi OEM (Original
Equipment Manufacturing) alle compagnie telefoniche di oltre 120 paesi.
Sebbene oggi più dei due terzi dei loro ricavi origini dai mercati esteri,
il loro successo è stato costruito in primo luogo sul mercato interno ed in
particolare sulla capacità delle due imprese di approfittare dei segmenti
trascurati dalle Joint Venture partecipate da multinazionali incumbents che
dominavano il mercato cinese dei dispositivi di rete fissa all’inizio degli anni
novanta. All’indomani dell’avvio delle riforme di Deng Xiaoping la rete
telofonica cinese era infatti basata in gran parte su tecnologie molto datate,
importate dall’Unione Sovietica alla fine degli anni ’50, e successivamente
prodotte localmente per imitazione, che nei paesi avanzati erano state
abbandonate da oltre due decenni. Vista la profonda necessità di
aggiornamento dell’infrastruttura telefonica, negli anni ottanta il governo
cinese acconsentì alla creazione di due Joint Venture (JV) con imprese
occidentali, con l’obiettivo da un lato di ammodernare la rete e dall’altro di
assorbire la tecnologia straniera per la produzione di switches
(commutatori) digitali. Nacquero così prima la Shanghai Bell Telephone
Equipment Manufacturing, JV con la belga BTM (Bell Technology
Manufacturing, a sua volta acquisita da Alcatel nel 1985) e BISC ( Beijing
International Switching Corporation), JV tra la tedesca Siemens,
interessata più che altro alle dimensioni ed al potenziale di crescita del
mercato cinese, ed il Ministero dell’Industria Elettronica (MEI). A partire
dal 1993, per imposizione del GATT, il mercato fu aperto all’ingresso di altre
imprese straniere (sempre tramite JV) e fecero così la loro comparsa sul
mercato cinese degli switches digitali anche Lucent, NEC, Nokia, Ericsson,
AT&T e Nortel. Nel 1995 le JV a partecipazione estera dominavano il
mercato con una quota che superava il 95 per cento.
Il sistema delle JV aveva dato però il via, come nei desideri del
governo cinese, ad un processo di spill over delle conoscenze tecnologiche e

fine 2009. Al primo posto della top five c’è Ericsson, mentre al quarto, subito prima di Zte, c’è Alcatel-
Lucent.

193
del know-how necessario alla produzione di switches verso i tecnici locali.
Alla fine degli anni ottanta un gruppo di ricercatori cinesi, legato al
Ministero della Posta e delle Telecomunicazioni (MPT), cominciò a
sviluppare i primi switches completamente cinesi, senza però riuscire a
commercializzarli se non su piccole reti private. Nel novembre 1991 una JV
costituita dal Ministero delle Poste, dal Centro per le Tecnologie
Informatiche e dall’Istituto di Ingegneria Elettronica dell’esercito,
denominata PTIC ( Posts and Telecommunications Industrial Corporation)
fece uscire un nuovo tipo di commutatore digitale (HJD-04), adatto a reti di
piccola scala e molto economico rispetto ai prodotti offerti dalle JV a
partecipazione occidentale. La prima impresa cinese a commercializzare
questo tipo di switch fu, a partire dal 1995, la Great Dragon che, grazie al
costo più basso del HJD-04, riuscì a guadagnare il quindici per cento del
mercato locale in meno di tre anni 99 . Tuttavia le imprese che di lì a poco
avrebbero cambiato il volto di questa industria dovevano ancora fare il loro
ingresso in campo. Per capire cosa determinò il loro successo dobbiamo però
fare un breve riferimento all’architettura della rete telefonica cinese. Se si
escludono gli ingressi verso il traffico internazionale, la rete pubblica cinese
è costituita da 6 livelli. I primi tre livelli regolano il funzionamento dei
grandi nodi di traffico e comprendono 8 nodi nazionali, i nodi nelle città
capitali di province o regioni autonome e i nodi nelle città (districts) sub
provinciali . I livelli dal 4 al 6 regolavano invece i nodi delle contee (county),
delle città più piccole e dei villaggi. Le JV a partecipazione estera avevano
concentrato la loro attenzione sui primi tre livelli ed in particolar sulla
produzione di switches per le capitali provinciali, trascurando
completamente i mercati rurali. Ciò avvenne da un lato poiché i mercati
delle grandi città erano semplicemente sufficientemente grandi ed in
crescita tra il 1985 ed il 1995 perché le JV straniere non necessitassero di
ricercare altre occasioni di incremento del proprio volume di affari, dall’altro
soprattutto poiché, anche qualora avessero voluto tentare di servire i

99
Cfr. Liu (2007)

194
mercati rurali, i loro prodotti non sarebbero stati adatti allo scopo. In primo
luogo c’era infatti un problema di infrastruttura: la qualità dei segnali nelle
campagne cinesi era così bassa che i prodotti stranieri, non modificati per
quelle specifiche condizioni, difficilmente sarebbero stati in grado di
funzionare. In secondo luogo il tipo di utilizzo della rete che caratterizzava i
mercati rurali era completamente differente da quello urbano, dal momento
che si contraddistingueva per un basso tasso di penetrazione di telefoni fissi
(basti pensare al fatto che ancora nel 2000 in Cina vi erano solo 10
apparecchi ogni cento abitanti) ed un alto utilizzo di ciascun apparecchio,
mentre gli switch prodotti dalle JV a partecipazione straniera erano
progettati per funzionare in condizioni opposte (tanti apparecchi con basso
utilizzo ciascuno), e ciò poteva anche portare ad interruzioni del servizio.
Terzo, tutti gli switch digitali stranieri avevano un menu in inglese e, se
questo poteva non costituire un problema nelle grandi città, lo era
sicuramente nelle aree rurali dove trovare operatori che sapessero l’inglese
era molto improbabile. In ogni caso anche Great Dragon, pur disponendo di
un prodotto che glielo avrebbe consentito, aveva trovato il suo spazio di
mercato al livello 4 della rete e non era dunque scesa molto in profondità nel
servire i mercati rurali.
Huawei Technologies e ZTE Corporation, al contrario della
concorrenza, videro nei mercati rurali una buona opportunità per entrare
sul mercato degli switches digitali e realizzare economie di scala. Sebbene
tali segmenti non avessero una profittabilità confrontabile con quella dei
mercati urbani, in termini di quantità i livelli da 4 a 6 della rete pubblica
cinese erano circa quattro volte più grandi rispetto a quelli da 1 a 3. Riuscire
a servirli in modo efficace avrebbe quindi garantito alle due aziende una
quota molto rilevante del mercato locale. Huawei e ZTE, dedicando allo
scopo un notevole impegno in Ricerca e Sviluppo sia in termini finanziari
(entrambe vi investivano già a metà degli anni novanta oltre il 10 per cento

195
dei ricavi 100 ), che in termini di forza lavoro (oltre il 40 per cento dei
dipendenti delle due imprese era impiegato in attività di R&S 101 ),
svilupparono così, tra il 1994 e 1995, due nuovi switch (il C&C08 di Huawei
ed il ZXJ2000 di ZTE) a partire dall’architettura del HJD-04. Modificarono
alcuni elementi ed integrarono nuove funzionalità specificamente pensate
affinchè garantissero maggiore velocità e affidabilità sui livelli 5 e 6 della
rete, ovvero nelle piccole città e nei villaggi. Poiché erano stati realizzati
esplicitamente per le campagne, tali prodotti erano stati progettati
spremendo letteralmente ogni centesimo a disposizione ed il loro costo di
vendita finale riusciva ad essere di oltre il 50 per cento inferiore rispetto a
quello di uno switch realizzato da una JV a partecipazione estera. L’entità
dell’impegno delle due aziende nel servire i mercati rurali è ben
testimoniato dal fatto che, nel 1996, il 90 per cento dei prodotti di Huawei
ed il 100 per cento di quelli di ZTE fosse installato nei livelli 5 e 6 della rete
cinese, per contro il 90 per cento dei prodotti di Shanghai Bell, allora ancora
leader di mercato, erano installati nei primi tre livelli della rete 102 . Gli
apparecchi delle due imprese di Shenzen si rivelarono da subito un grande
successo tanto che, nel 1998, Huawei e ZTE avevano già conquistato
rispettivamente il 24 ed il 20 per cento dell’intero mercato dei commutatori
digitali, consegnando alla prima il primo posto tra i produttori di switch a
livello nazionale davanti a Shanghai Bell. Le imprese locali, nel 1995 ancora
ferme a meno del 5 per cento del mercato, nel 1998 avevano così raggiunto
una quota di oltre il 66 per cento del totale. Sebbene non fossero ancora
riuscite a divenire leader per i primi tre livelli della rete, dove avevano poco
più del 20 per cento del mercato, dominavano però il contesto rurale dove
installavano più dell 80 per cento del totale degli apparecchi.
Grazie ai grandi volumi realizzati nelle campagne, Huawei e ZTE
riuscirono ad abbassare ulteriormente i prezzi e a mantenere un alto livello
di investimenti in ricerca attraverso cui migliorare velocemente la qualità e

100
Cfr. Fan (2006), p.363.
101
Ivi.

196
la funzionalità dei prodotti in diverse situazioni di traffico. Alla fine degli
anni novanta potevano così cominciare la loro penetrazione sui tre livelli più
alti della rete cinese e a vendere i propri switch digitali anche al di fuori dei
confini nazionali. Nel 2000 Huawei aveva ulteriormente incrementato la sua
leadership, con una quota di oltre il 35 per cento del mercato locale 103 .
Già dalla fine degli anni novanta il core business delle due aziende di
Shenzen stava virando verso la fornitura di infrastrutture telefoniche mobili
tuttavia, rispetto a quello degli switch, l’infrastruttura GSM era molto più
chiusa in quanto protetta da brevetti detenuti dalle multinazionali
occidentali. La leadership, guadagnata a partire dalle campagne, nella
fornitura di apparecchiature per la rete fissa aveva però conferito alle due
imprese una coppia di vantaggi. Da un lato l’aver sconfitto la concorrenza
straniera aveva infatti trasformato Huawei e ZTE in veri e propri campioni
nazionali e gli valse così il decisivo appoggio del governo cinese nel
convincere Qualcomm, impresa californiana, a cedere la licenza del sistema
CDMA 2000 (evoluzione del GSM) alle due imprese di Shenzen. Dall’altro
aveva garantito a Huawei e ZTE le risorse economiche necessarie
all’acquisto di tale licenza ed alle attività di R&S necessarie alla
progettazione di prodotti che utilizzassero la nuova tecnologia. Come si è
detto all’inizio di questo studio di caso Huawei e ZTE riusciranno poi
entrambe ad entrare nella top 5 delle più grandi imprese a livello globale
che forniscono infrastrutture per reti mobili, ma le radici di questo successo
affondano nelle aree rurali della Repubblica Popolare, dimenticate dalle
multinazionali occidentali.

102
Cfr. Mu e Lee (2005), p.777.
103
Cfr. Liu (2009)

197
3 Internazionalizzazione, innovazione appropriata ed effetti di feedback
verso la frontiera tecnologica.
Uno degli aspetti più dibattuti negli ultimi anni 104 in merito alle
caratteristiche del processo di globalizzazione è sicuramente quello della
rapida e crescente internazionalizzazione da parte di imprese provenienti da
paesi emergenti o in via di sviluppo. Come confermano le liste 100 New
Global Challengers pubblicate dal Boston Consulting Group tra il 2007 ed il
2009, i gruppi cinesi rappresentano una delle componenti più importanti in
questo movimento e pertanto hanno destato l’interesse di un gran numero di
osservatori ed accademici. Una delle questioni esaminate con maggior
attenzione da questo tipo di letteratura riguarda le cause che stanno alla
base del successo che le imprese provenienti dalla Repubblica Popolare
hanno registrato in quella che è stata definita come una strategia di
“internazionalizzazione aggressiva” o “accelerata” 105 . Il fatto che alcune
multinazionali provenienti da un paese come la Cina, completamente chiuso
a qualunque rapporto con l’esterno fino al 1978, siano oggi in grado di
minacciare la leadership di imprese incumbents provenienti dai paesi
avanzati nonostante la disparità di risorse iniziali, di conoscenze, di
esperienza e di accesso ai mercati globali e benché buona parte di esse non
abbia alle spalle che due decenni di attività, ha infatti suscitato molti
interrogativi e dato adito a differenti interpretazioni. In particolar modo gli
studiosi specializzati nell’analisi dei processi di internazionalizzazione si
sono domandati se questo nuovo fenomeno potesse essere fatto rientrare
nelle teorie tradizionali dell’impresa transnazionale o se necessitasse invece
dell’elaborazione di nuove teorie. In questo lavoro evidentemente
ipotizziamo che l’innovazione appropriata abbia giocato un ruolo importante
nel determinare le tempistiche, le direttrici e le modalità
dell’internazionalizzazione delle imprese cinesi, tuttavia per potere provare
la validità di tale ipotesi è necessario inserirla nella adeguata cornice

104
Per un’analisi critica della letteratura in materia si veda Amighini, Sanfilippo, Rabellotti (2009).

198
teorica e pertanto si analizzeranno ora alcune delle teorie e delle
interpretazioni più importanti relative a questo fenomeno.

3.1 L’internazionalizzazione delle imprese cinesi: un’eccezione alla teoria ?


Uno dei fondamenti della teoria tradizionale dell’impresa
transnazionale, dovuto a Stephen Hymer 106 , vuole che il processo di
internazionalizzazione ed in particolare la decisione di servire i mercati
esteri attraverso la creazione di filiali produttive in paesi stranieri,
comporti, di per sé, costi e rischi extra legati al diverso ambiente culturale,
linguistico, legale, economico e politico in cui l’impresa si troverebbe ad
operare, rispetto alla semplice esportazione. L’investimento diretto estero
(IDE) da parte di un’impresa deve essere quindi determinato dall’esistenza
di vantaggi specifici che l’impresa già possiede e che può sfruttare anche
all’estero per aumentare il proprio potere di mercato. Questa intuizione di
Hymer è alla base del più importante e sinora seguito contributo teorico sul
fenomeno degli investimenti diretti esteri: lo schema eclettico di Dunning.
Secondo questa teoria, proposta da John Dunning nel 1981 107 , la decisione
dell’impresa di espandere all’estero le proprie attività si basa sulla
possibilità di sfruttare tre tipi di vantaggi 108 : vantaggi di proprietà
(ownership), vantaggi localizzativi (location) e vantaggi di internalizzazione
(internalization). I vantaggi di proprietà si configurano come risorse in
possesso di una specifica impresa che possono essere sfruttate all’estero.
Esempi di questo tipo di vantaggio possono essere le dimensioni ed il potere
di mercato di un’azienda, tecnologie proprietarie, un brand riconosciuto ma
anche la conoscenza di un mercato specifico. I vantaggi localizzativi sono
legati alle caratteristiche del paese destinatario dell’investimento diretto
estero ad esempio in termini di infrastrutture, dotazione di risorse naturali,
qualità e prezzo dei fattori produttivi, politiche di accoglienza del governo. I

105
Cfr. Duyster et al. (2009).
106
Cfr. Hymer (1960).
107
Cfr. Dunning (1981).

199
vantaggi di internalizzazione sono benefici che derivano dalla possibilità
dell’impresa di svolgere alcune attività all’interno dell’impresa stessa
piuttosto che appaltarle a fornitori, evitando i costi di transazione sui
mercati esterni. Sulla base di queste tre tipologie di vantaggi Dunning
individua tre condizioni che devono realizzarsi affinchè un’impresa avvii il
proprio processo di internazionalizzazione: in primo luogo “le imprese in
esame devono possedere netti vantaggi di proprietà rispetto a imprese di
diverse nazionalità, nel servire particolari mercati” 109 ; in secondo luogo
“l’impresa deve ricevere dei benefici dall’internalizzare l’uso delle risorse in
cui gode tale vantaggio, piuttosto che venderle sui mercati esterni” 110 ; infine
“il paese dove gli IDE hanno luogo deve offrire speciali vantaggi
localizzativi, da sfruttare insieme a quelli derivanti dalla proprietà e
dall’internazionalizzazione” 111 . Risulta ben evidente che, come già suggerito
da Hymer, anche per Dunning le imprese, per poter riuscire nella fase
dell’internazionalizzazione, devono già possedere qualche tipo di vantaggio
competitivo.
Tuttavia lo schema eclettico di Dunning è stato creato per l’analisi
dell’investimento diretto estero proveniente dai paesi avanzati e non dà
alcuna specifica indicazione per interpretare il processo di
internazionalizzazione di imprese provenienti dai paesi emergenti o in via
di sviluppo. Secondo alcuni autori questa cornice interpretativa mal si
adatterebbe a descrivere questo fenomeno perché le imprese provenienti dai
paesi emergenti difficilmente potrebbero disporre di vantaggi, in particolar
modo di vantaggi di proprietà, comparabili con quelli delle multinazionali
originarie dai paesi avanzati e necessari per avviare il processo di
internazionalizzazione nel senso inteso dalla teoria di Dunning. Autori come
John Mathews 112 e Peter Ping Li 113 ritengono infatti che nell’interpretare

108
In letteratura sono conosciuti come OLI Advantages per le iniziali delle diverse tipologie di vantaggio
(Ownership, Location, Internalization).
109
Cfr. Ietto-Gillies (2005), p. 116.
110
Ivi.
111
Ivi.
112
Cfr.Mathews (2006).

200
questa nuova tipologia di IDE non si debba guardare ai vantaggi già
posseduti dalle imprese, quanto ai vantaggi che possono essere acquisiti
grazie all’internazionalizzazione. Mathews ha anche proposto un modello
d’analisi alternativo, denominato Linkage, Leverage and Learning (LLL) 114 ,
secondo cui le imprese provenienti dai paesi emergenti in primo luogo
escono dal proprio paese alla ricerca di risorse che mancano internamente,
quali ad esempio una determinata conoscenza tecnologica o anche solo la
riconoscibilità del brand. Per questa ragione molto spesso non compiono
investimenti di tipo green field ma cercano accordi di partnership, join
venture o acquisizioni. Una volta collegate (linked) si concentreranno sulla
comprensione di come le risorse mancanti possano essere assorbite e
sfruttate (leverage) o quanto meno su come rimuovere le barriere che
ostacolano l’assorbimento e lo sfruttamento delle risorse in questione.
L’iterazione dei processi di linkage e leverage, consente alle imprese dei
paesi emergenti l’effettiva acquisizione di un vantaggio competitivo,
derivante, oltre che dall’aver acquisito risorse prima non possedute,
dall’aver appreso (learning) e sviluppato competenze su come si opera a
livello internazionale. Secondo questa impostazione l’internazionalizzazione
dei gruppi cinesi andrebbe considerata come una eccezione rispetto alla
teoria dominante e sarebbe dunque motivata dalla necessità di colmare le
lacune interne attraverso l’acquisizione di asset tecnologici o di brand
piuttosto che dalla volontà di sfruttare all’estero vantaggi competitivi
precedentemente acquisiti. Peter Li 115 , nell’analizzare l’evoluzione da
impresa locale a multinazionale di tre aziende cinesi (Haier, Lenovo e TCL),
sottolinea pertanto come prima di avviare la fase dell’internazionalizzazione
queste imprese fossero sprovviste di vantaggi di proprietà nei confronti delle
multinazionali originarie dei paesi avanzati. Ciò sarebbe anche confermato
dal fatto che, come notato anche da Mathews, hanno scelto in molti casi la

113
Cfr. Li (2007).
114
Cfr. Mathews (2006), p. 19.
115
Cfr. Li (2007). L’autore in questione ha posto la sua attenzione in particolare
sull’internazionalizzazione di Haier, Lenovo e TCL.

201
via delle alleanze strategiche con gli incumbents o delle acquisizioni di
imprese in difficoltà, piuttosto che la concorrenza diretta.
Benchè questo tipo di interpretazione colga certamente alcuni aspetti
del fenomeno ed in particolar modo sia calzante per spiegare i casi delle
acquisizioni di IBM da parte di Lenovo e di Thompson da parte di TCL, in
questo lavoro si ritiene tuttavia che il processo di internazionalizzazione
avviato dalle imprese cinesi tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo
millennio possa essere spiegato meglio seguendo le teorie tradizionali che
vedono l’investimento diretto estero come conseguenza, e non come fonte, di
vantaggi specifici acquisiti da parte dell’impresa. Questa considerazione può
essere svolta con relativa sicurezza in primo luogo sulla base del fatto che,
come è messo in luce peraltro dallo stesso Li, le imprese cinesi prima di
avviare il processo di internazionalizzazione hanno quasi sempre
conquistato una fetta molto importante, se non la leadership, del mercato
locale. Anche Peter Williamson e Ming Zeng, nel tratteggiare la minaccia
globale dei gruppi cinesi nei confronti delle multinazionali incumbents,
evidenziano come le imprese cinesi non rappresentino un pericolo per la
concorrenza occidentale in tutti quei settori e per tutti quei prodotti per i
quali il mercato locale della Repubblica Popolare abbia dimensioni ridotte o
sia addirittura inesistente 116 . Un esempio di come questo tipo di limite
abbia condizionato la capacità delle imprese cinesi di uscire dai propri
confini, secondo i due autori, è quello offerto dal settore dell’automotive.
Sebbene non si possa dire che il mercato delle automobili in Cina sia di
piccole dimensioni, dal momento che dal 2009 la Repubblica Popolare è
diventata il paese dove si producono più auto al mondo, rimane comunque
ancora circoscritto alla fascia alta dei consumatori. Nel 2007 solo 6 famiglie
residenti in aree urbane su 100 117 possedevano un’automobile, che veniva
considerata ancora come un bene di lusso. In un contesto di questo tipo le
principali aziende interamente locali, BYD e Chery, hanno cominciato solo

116
Cfr. Williamson e Zeng (2007), p.125.
117
Cfr. NBS (2008).

202
di recente a recuperare terreno rispetto alle joint venture messe in piedi da
multinazionali straniere come Volksvagen, General Motor, Nissan e
Hyunday 118 e sino ad ora non hanno mosso che timidi passi sulla strada
dell’internazionalizzazione 119 .
In quest’ottica si può ben ipotizzare come il vantaggio competitivo che
consente alle imprese cinesi di sopravvivere ed emergere sul proprio
mercato locale possa essere rilevante anche ai fini dell’espansione
internazionale. Nel corso di questo lavoro si è più volte sottolineato come, a
nostro avviso, questo vantaggio risieda nella capacità delle imprese cinesi
di utilizzare l’arma dell’innovazione appropriata per creare nuovi mercati,
stimolando la domanda latente di consumatori locali trascurati dall’offerta
tradizionale delle multinazionali incumbents. L’evidente conclusione di
questo ragionamento è che la specificità della capacità innovativa sviluppata
dalle imprese cinesi per crescere sul mercato interno rappresenti anche il
principale vantaggio competitivo detenuto dai gruppi cinesi nella sfida ai
players globali. Come sostenuto anche da Ravi Ramamurti 120 , l’esperienza
maturata nel servire i mercati complessi della Repubblica Popolare può
infatti rappresentare per le imprese cinesi un vantaggio proprietario nel
senso inteso da Dunning, visto che gli garantisce un netto vantaggio
“rispetto ad imprese di diverse nazionalità nel servire particolari mercati”. I
paesi in via di sviluppo e le economie emergenti si configurano infatti come
aree in cui i vantaggi specifici acquisiti nel contesto locale possono essere
sfruttati in maniera più piena. La concomitanza di vantaggi proprietari e
vantaggi localizzativi ha creato quindi per le imprese cinesi l’incentivo a
trascurare i costi ed i rischi connessi all’investimento diretto estero e ad
avviare il processo di internazionalizzazione, partendo, come è avvenuto per
il mercato interno, dalle aree periferiche trascurate dalla concorrenza. Ma

118
Shanghai Volkswagen Automotive, Faw-Volkswagen Automobile, Shanghai General Motor Co.,
Beijing Hyundai Co.
119
Chery tra il 2006 ed il 2007 ha aperto stabilimenti in Iran, Russia. (sito internet)
120
Cfr. Ramamurti (2008), p.10.

203
questo non è che il primo passo. Williamson e Zeng 121 mettono in luce come
il successo alla periferia dei mercati globali, offra alle multinazionali cinesi
la piattaforma da cui lanciare il proprio attacco alle multinazionali
incumbents anche sui mercati avanzati di Europa e Stati Uniti, per tre
ordini di ragioni. In primo luogo poiché, come nel caso del mercato interno, il
successo sui mercati periferici garantisce economie di scala, riducendo
ulteriormente i costi, già più bassi rispetto alla concorrenza, per le imprese
cinesi. I costi più bassi a loro volta consentono nuovi investimenti,
aumentano la probabilità di successo in nuovi mercati ed abbassano dunque
i rischi connessi all’ingresso nei mercati dei paesi avanzati. In secondo luogo
l’esperienza maturata nel servire i mercati complessi dei paesi emergenti ed
in via di sviluppo ha consentito alle imprese cinesi di affinare ulteriormente
l’arma dell’innovazione appropriata per adeguare i propri prodotti e i propri
modelli di business a diverse tipologie di consumatori, infrastrutture, climi,
regolamenti. La flessibilità nell’adattare la propria offerta e la capacità di
individuare i punti attaccabili (loose bricks) in un nuovo mercato connesse
con i vantaggi derivanti dai costi più bassi offrono alle imprese cinesi
l’opportunità di penetrare sui mercati avanzati rivolgendosi, anche in questo
caso, a clienti problematici o a segmenti di nicchia che le imprese
incumbents non trovano profittevole servire. Infine come il modello della
disruptive innovation di Clayton Christensen prevede, alcune delle
innovazioni appropriate realizzate per i mercati dei paesi emergenti possono
rivelarsi adatte, nel corso della loro traiettoria di miglioramento tecnologico,
anche ai consumatori dei paesi avanzati.
La capacità delle imprese cinesi di realizzare un particolare tipo di
innovazione costituisce dunque, nell’idea di questo lavoro, il vantaggio
competitivo specifico che è alla base del loro processo di
internazionalizzazione. La direttrice tradizionale dei flussi di innovazione
risulta pertanto invertita: i paesi emergenti diventano sorgente di nuove
conoscenze, elaborate attraverso la combinazione di tecnologie e saperi

121
Cfr. Williamson e Zeng (2007), p. 93.

204
provenienti dall’estero con le esigenze di specifici segmenti di mercato, e
sono poi in grado di esportarle non solo in paesi con un simile livello di
sviluppo, ma anche ai paesi industrializzati, origine prima del processo di
cambiamento tecnologico, su cui generano un duplice effetto di feedback. Da
un lato attraverso la concorrenza che le imprese cinesi riescono a fare alle
multinazionali occidentali anche nei loro paesi d’origine, dall’altro
attraverso l’influeza che i modelli cinesi hanno sull’operato globale delle
multinazionali dei paesi avanzati.
Nel prosieguo del paragrafo si analizzeranno pertanto, anche questa
volta attraverso studi di caso, in primo luogo le caratteristiche del processo
di internazionalizzazione delle imprese cinesi dala periferia al centro ed in
secondo gli effetti di feedback sui paesi industrializzati che questo processo
determina.

3.2 Dalla periferia al centro: l’internazionalizzazione di Huawei


Technologies
Come abbiamo detto, molte delle imprese cinesi emergenti affondano
le radici del loro successo nella capacità di affermarsi sui mercati complessi
della Repubblica Popolare attraverso la realizzazione di innovazioni
appropriate. Questa abilità nel trasformare apparenti costrizioni in
opportunità di mercato ha rappresentato una grande risorsa nel momento in
cui alcune di queste aziende hanno deciso di avviare il processo di
internazionalizzazione poiché, da un lato, ha garantito loro un vantaggio
competitivo nei confronti delle multinazionali incumbents, dall’altro ha
indicato in maniera inequivocabile dove tale vantaggio poteva essere
sfruttato. Così come le campagne della Repubblica Popolare avevano
costituito il terreno ideale per la sopravvivenza delle imprese cinesi sul
mercato interno, i mercati periferici di aree come il Sud Est Asiatico,
l’Europa Orientale, l’Africa ed il Medio Oriente e l’America Latina hanno
rappresentato l’ambiente ideale per la loro espansione estera. Anche in
questi mercati, le multinazionali leader sono riluttanti (o scarsamente

205
equipaggiate) ad entrare poiché sono popolate da consumatori con scarso
potere d’acquisto e presentano spesso condizioni infrastrutturali difficili che
condizionano la possibilità di una distribuzione efficiente. Servire questi
mercati implicherebbe pensare prodotti ad hoc ma gli incumbents, per lo
meno fino ad epoche molto recenti, hanno preferito concentrare la loro
attenzione e le loro risorse per penetrare i mercati dei paesi avanzati, dove i
consumatori possono essere serviti secondo la tradizionale strategia delle
sustaining technologies, con l’obiettivo di realizzare margini di profitto
sempre più alti sulla vendita di ogni singola unità di prodotto. Questa scelta
strategica ha dunque lasciato aperte delle windows of opportunity per
imprese, come quelle cinesi, in grado di operare con costi molto bassi ad ogni
livello della catena del valore e di offrire prodotti specifici a consumatori che
dispongono di redditi inferiori a quelli dei paesi avanzati e allo stesso tempo
hanno dimestichezza nel distribuire i propri prodotti e servizi in condizioni
ambientali e infrastrutturali ardue. Le imprese cinesi hanno potuto quindi
disporre di quello che Ramamurti definisce adversity advantage 122 , ovvero
del vantaggio derivante dalla maggiore abilità ad operare in contesti difficili
rispetto agli incumbents.
La concomitanza di vantaggi proprietari e localizzativi ha fatto sì che
molte tra le imprese cinesi di maggiore successo avviassero la propria
internazionalizzazione in paesi emergenti o in via di sviluppo dove l’arma
dell’innovazione appropriata poteva essere sfruttata con maggiore facilità.
E’ il caso di imprese come Hisense Group, ZTE Corporation, Lifan, Huawei
Technologies, Johnson Electric, BYD Company. La storia di Hisense123 è
rappresentativa. Impresa di Qingdao specializzata nella realizzazione di
prodotti di elettronica di consumo, oggi è una delle multinazionali più
conosciute tra quelle provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese. Ciò è
dimostrato anche dal fatto che nel gennaio di quest’anno il presidente di
Hisense sia stato tra i relatori principali nella conferenza d’apertura del

122
Cfr. Ramamurti (2008), p. 14.
123
Cfr. Williamson e Zeng (2007) p. 101.

206
Consumer Electronics Show (CES) di Las Vegas, la fiera dell’elettronica di
consumo più importante dell’anno. Attualmente vende i suoi prodotti in
tutto il mondo con filiali, commerciali e produttive in oltre 40 paesi.
L’espansione internazionale di Hisense è partita però dalla Africa. All’inizio
degli anni novanta Hisense ricevette il suo primo ordine internazionale da
un distributore sudafricano. Il mercato africano, all’epoca piuttosto ristretto,
era dominato da imprese coreane e giapponesi che vi esportavano gli stessi
prodotti che destinavano a qualunque altro paese al mondo. L’azienda
cinese era consapevole che, per poter conquistare tale mercato, doveva
offrire qualcosa che la concorrenza non era intenzionata, né in grado di
offrire. I ricercatori della Hisense si accorsero così che il televisore in Sud
Africa veniva utilizzato in condizioni di luce molto variegate, talvolta in
stanze molto buie, ma spesso anche all’aperto ed in pieno sole, e
consigliarono così di creare un apparecchio che regolasse automaticamente
la luminosità sulla base delle condizioni di luce dell’ambiente circostante. Si
sarebbe dovuto quindi creare un nuovo prodotto, con costi per Ricerca e
Sviluppo, progettazione e per la costruzione di una nuova linea produttiva
ad hoc, per andare incontro alle esigenze di un mercato periferico che offriva
stretti margini di profitto. Questo era proprio il genere di cose che le
imprese cinesi erano in grado di fare, sfruttando i costi più bassi lungo tutta
la catena del valore per realizzare l’innovazione appropriata. Hisense mise
dunque in produzione quel tipo di apparecchio e decise di farlo direttamente
in Sud Africa, dove avrebbe potuto sfruttare appieno il proprio vantaggio
competitivo. Il televisore fu un successo e consentì all’impresa di portare sul
mercato locale anche altri prodotti quali condizionatori e frigoriferi. Nel
2000 Hisense era la seconda azienda più importante di elettronica di
consumo dell’intero mercato africano.
Molte delle imprese cinesi che hanno avviato il processo di
internazionalizzazione hanno storie simili, basti pensare al caso del Coral
200 Solar, cellulare di ZTE che si ricarica ad energia solare prodotto per
penetrare sui mercati dei Caraibi e dell’America Centrale, citato nel primo

207
capitolo. Tuttavia il caso forse più rappresentativo di come l’esperienza
maturata sul mercato locale conferisca alle imprese cinesi le capacità
necessarie a penetrare in un primo momento nei mercati difficili dei paesi
emergenti ed in via di sviluppo, per poi procedere verso i paesi avanzati è
quello costituito dall’espansione estera di Huawei Technologies. Come
abbiamo visto in precedenza, l’impresa di Shenzen aveva basato la sua
affermazione sul mercato interno sulla vendita di switch digitali per rete
fissa. Ciò le aveva anche consentito di disporre delle risorse necessarie e di
beneficiare dell’appoggio del governo per ottenere da Qualcomm la licenza
per la produzione di infrastrutture per rete mobile basate sul sistema
CDMA 2000, prima evoluzione, e potenziale rivale, del sistema GSM.
Tuttavia il mercato domestico per le reti mobili di seconda generazione alla
fine degli anni novanta era completamente dominato dalle multinazionali
straniere, Ericsson, Nokia, Motorola, Siemens, che avevano cominciato a
costruire la rete mobile cinese, basata sul sistema GSM, dal 1994. Huawei
era tagliata fuori dal mercato poiché disponeva ora di un’ottima tecnologia
ma basata su uno standard differente da quello in uso. Anche quando poi,
nel 1999, il governo cinese tentò di rompere il monopolio del GSM creando
una nuova compagnia telefonica, China Unicom, che utilizzasse il sistema
CDMA 2000, a conquistare la gran parte del mercato fu Motorola, che
poteva contare sui vantaggi di aver già installato quel tipo di infrastrutture
in tutti gli Stati Uniti. Ren Zhengfei, presidente di Huawei Technologies,
comprese allora che l’unica cosa da fare era riproporre la strategia utilizzata
con gli switch digitali sul mercato interno. Se i mercati più facili e redditizi
erano inaccessibili si doveva cominciare da quelli complessi e dimenticati
dalla concorrenza. Nel caso della rete fissa nazionale questo aveva voluto
dire rifugiarsi nelle campagne cinesi per poi avanzare secondo la logica della
guerrilla tactics, per la rete mobile questo significava varcare i confini della
Repubblica Popolare e indirizzare la propria offerta verso tutti quei paesi
che non si erano ancora dotati di una tale infrastruttura ma che lo
avrebbero fatto nel giro di un decennio. Si trattava dunque ancora una volta

208
di conquistare le periferie, i paesi emergenti ed in via di sviluppo per
arrivare al centro. Dopo un primo successo ottenuto “a due passi da casa”,
ad Hong Kong (dista solo 28 km da Shenzen) per la Hutchinson Telecom,
Huawei orientò la propria offerta verso Russia, paesi africani e sud-est
asiatico. L’impresa di Ren Zhengfei, nel 1997, mise in piedi una Joint
Venture con un produttore russo di infrastrutture telefoniche con l’obiettivo
di penetrare su questo mercato. Poco dopo la Federazione Russa fu colpita
da una crisi finanziaria senza precedenti che portò molte multinazionali a
ritirarsi da quel mercato ritenendolo ormai poco profittevole e di bassa
priorità. Huawei decise di rimanere e di creare in primo luogo una buona
rete di vendita in attesa che il mercato russo si riprendesse. Cominciò così a
reclutare forza lavoro locale e mandarla a Shenzen a fare formazione per poi
poterla inviare in tutte le province della Russia per comprendere le esigenze
dei potenziali clienti. Con il nuovo millennio il mercato russo si riprese dalla
crisi finanziaria e Huawei era pronta a raccoglierne i frutti: nel 2001 le sue
vendite in Russia superarono i 100 milioni di dollari, nel 2003 triplicarono
assicurando all’impresa di Shenzen la leadership di mercato 124 , tutt’oggi
mantenuta, con una quota di oltre il 50 per cento del totale dei contratti.
L’idea di Rheng di rimanere in un mercato abbandonato dalle
multinazionali aveva premiato, soprattutto grazie alla capacità di Huawei di
trasferire l’esperienza maturata nei mercati rurali della Cina in un contesto
simile: “operare senza una rete distributiva locale, con popolazioni sparse su
grandi aree geografiche, con regolamenti e governi [nazionali e regionali]
poco trasparenti ed un sistema finanziario arretrato risultava piuttosto
semplice per Huawei perché era proprio come a casa” 125 . Poteva infatti
sfruttare il suo adversity advantage, la sua capacità di creare prodotti e
modelli di business specifici per i mercati dimenticati. Questo tipo di
vantaggio poteva essere sfruttato anche sul mercato africano, nel 2004
Huawei aveva già uffici commerciali in trenta paesi africani, centri di

124
Cfr. Wu e Zhao ( 2007).
125
Cfr. Williamson e Zeng (2007), p. 108.

209
formazione in Egitto, Nigeria, Kenya e Tunisia, Angola e Guinea, che
consentivano di formare personale che comprendesse le esigenze del mercato
locale, due quartier generali per le operazioni sul continente, uno al Cairo,
da cui venivano dirette le attività per il Nord Africa ed il Medio Oriente,
l’altro a Johannesburg, per l’Africa sub sahariana. Huawei a partire dal
2000 si impegnò sul mercato africano come nessuna multinazionale
occidentale avrebbe mai fatto, radicandosi in maniera capillare nel
continente e cominciando a realizzare prodotti fatti su misura per le
esigenze delle compagnie telefoniche committenti e della popolazione locale.
Grazie alla ormai tradizionale capacità delle imprese cinesi di maggiore
successo di sfruttare il vantaggio da costo su tutta la catena del valore,
Huawei era in grado di commercializzare la propria offerta ad un prezzo di
circa il 15 per cento in meno 126 rispetto a quello proposto dalle
multinazionali dei paesi avanzati. Inoltre assicurava ai propri clienti una
completa e continua assistenza (24 ore al giorno, 7 giorni la settimana)
anche in un contesto difficile come quello africano, in cui le multinazionali
occidentali, qualora presenti, non avrebbero mai investito le stesse risorse
dell’impresa di Shenzen. In caso di un qualsiasi tipo di problema o nel caso
si rendesse necessaria una nuova infrastruttura in un ristretto periodo di
tempo, Huawei era in grado di mettere a disposizione del cliente un volume
di personale tecnico e di ingegneri che le imprese leader a livello mondiale
potevano difficilmente eguagliare, non solo sul mercato africano, ma anche
in molti dei loro mercati domestici 127 . In virtù del profondo impegno profuso
Huawei nel 2004 realizzava circa 440 milioni di dollari di ricavi in Africa ed
era di gran lunga leader nelle vendite. Ma era solo l’inizio. L’impegno in
Africa era sensato soprattutto se pensato con un’ottica di lungo periodo, con
la speranza di crescere insieme ai propri clienti e questo era proprio
l’obiettivo dell’impresa di Shenzen: radicarsi nei mercati difficili e farli

126
Secondo alcuni i prezzi sarebbero potuti essere ancora più bassi dal momento che i margini di profitto
realizzati in Africa erano tra le 5 e le dieci volte più ampi rispetto a quelli in Cina (Africa Report). Chang
et al (2010) ritengono che i prezzi fossero mantenuti più alti per comunicare l’idea che il prodotto Huawei
fosse un prodotto di qualità confrontabile con quella dei prodotti delle multinazionali occidentali.

210
crescere. Nel 2006 le vendite di Huawei in Africa superavano i 2 miliardi di
dollari, nel 2008 raggiungevano i 3 miliardi di dollari, andando a
rappresentare circa il 20 per cento dei ricavi ottenuti dall’impresa fuori
dalla Cina.
Anche l’India ha giocato un ruolo molto importante nel processo di
internazionalizzazione della Huawei. Il primo passo fatto in tale paese
dall’impresa cinese è stato l’insediamento, a Bangalore, del primo centro per
la Ricerca e Sviluppo al di fuori dei confini nazionali, ad oggi il più grande
tra quelli che l’azienda ha oltreconfine. L’obiettivo primario era quello di
poter attingere ai preparatissimi ingegneri informatici indiani, potendo in
tal modo beneficiare di costi bassi per le attività di R&S anche in settori in
cui la manodopera qualificata cinese non era molto numerosa. Nel frattempo
venivano comunque raccolte preziose informazioni e stabilite relazioni con le
compagnie telefoniche e con i responsabili della rete telefonica pubblica
indiana per la nascita di una filiale commerciale, insediata poi a Gurgaon
nel 2002. Come nel caso del mercato africano e russo Huawei non faticò
molto ad adattare i propri prodotti ad un contesto difficile che però aveva
molte caratteristiche in comune con quello domestico, tra cui il potenziale di
crescita. Venne così scelta in primo luogo dagli operatori pubblici BSNL e
MTNL per l’edificazione di parte della rete mobile CDMA e per la
realizzazione di oltre 10.000 chilometri di linea in fibra ottica. A partire dal
2004 cominiciò a servire anche compagnie private, prima regionali (il primo
contratto fu stipulato con una compagnia telefonica che gestiva la rete nel
Punjab), poi nazionali come Tata, Vodafone e Bharti Airtel 128 per la
realizzazione della rete mobile. Huawei Technologies India divenne
l’impresa leader nel mercato indiano e nel 2008 arrivava a realizzarvi ricavi
per oltre 3,5 miliardi di dollari.
Con la conquista dei mercati dei paesi emergenti ed in via di sviluppo
Huawei aveva acquisito nuovi vantaggi competitivi, in termini di scala e di

127
Cfr. Ernst e Naughton (2007)
128
Cfr. www.huawei.com.

211
esperienza, che gli consentivano ora di poter procedere verso i paesi di più
antica industrializzazione. Il successo in questi mercati aveva insegnato a
Huawei che uno degli elementi decisivi per il conseguimento di un contratto
era la sua capacità di dispiegare un vasto numero di propri dipendenti,
ricercatori, tecnici e commerciali, vicino al cliente sul territorio poiché gli
consentiva di offrire una maggiore flessibilità ed una capacità di risposta più
tempestiva rispetto a quelli della concorrenza delle multinazionali
occidentali, che facevano invece affidamento su processi più standardizzati.
Ren Zhengfei era convinto che questo approccio avrebbe funzionato anche
sui mercati dei paesi avanzati e non si sbagliava. Nel 2004 Huawei vinse il
primo contratto in Olanda con la compagnia telefonica Telfort, in
precedenza cliente di Ericsson. Telfort aveva seguito le attività globali
dell’impresa di Shenzen ed aveva avuto occasione di riconosciore la qualità ,
nonostante il costo più basso, delle infrastrutture costruite da Huawei, in
particolar in alcuni paesi ricchi ma troppo piccoli perché le multinazionali
leader vi concentrassero eccessiva attenzione, come quello degli Emirati
Arabi Uniti 129 . Telfort rimase però soprattutto influenzata dall’offerta di
Huawei di costruire un centro per la Ricerca e Sviluppo, con più di cento
ingegneri impiegati, a pochi passi dal quartier generale di Telfort.
L’impresa cinese sfruttava i suoi costi più bassi per insediare interi
laboratori di ricerca per lo sviluppo di prodotti adeguati alle esigenze del
mercato locale e dei propri clienti. La localizzazione dei centri di R&S nei
paesi avanzati non serviva dunque esclusivamente ad attingere a tecnologie
e manodopera qualificata con competenze superiori a quella cinese ma
anche, ed in questo caso soprattutto, per sfruttare appieno i vantaggi
derivanti dalla capacità di realizzare innovazioni appropriate. Nel 2006
Huawei disponeva di quattro laboratori per la Ricerca e Sviluppo in Europa
(Olanda, Svezia, Inghilterra, Russia), di centri di assistenza tecnica
continua ( 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno) e centri di formazione in

129
Cfr. www.huawei.com. Huawei aveva installato una delle sue prime reti di terza generazione (UMTS)
per Etisalat negli Emirati Arabi Uniti nel 2003.

212
Inghilterra, Germania, Francia ed Italia 130 . Nel 2008 Huawei ha totalizzato
oltre tre miliardi di dollari di ricavi in Europa, ovvero il 10 per cento delle
vendite totali di sistemi di telecomunicazione, provenienti in molti casi
dall’installazione di reti di ultimissima generazione (4G). Molto rilevante il
fatto che, a fine 2009, l’impresa cinese sia riuscita addirittura a battere
Ericsson, leader mondiale nel settore, sul suo mercato domestico. Huawei si
è infatti aggiudicata un contratto proprio per l’edificazione di una rete di
quarta generazione per il consorzio costituito da Tele2 Svezia e la
norvegese Telenor.
Seguendo la strategia già utilizzata sul mercato interno Huawei è
dunque riuscita ad arrivare ai mercati dei paesi di più antica
industrializzazione partendo da quelli difficili di paesi emergenti ed in via di
sviluppo. Sebbene non sia ancora riuscita a penetrare efficacemente sul
mercato statunitense, oggi Huawei realizza oltre il 70 per cento dei suoi
ricavi fuori dai confini nazionali, serve oltre 270 operatori a livello globale,
35 dei quali sono tra le 50 compagnie telefoniche più grandi al mondo e ha
recentemente scavalcato Nokia Siemens Networks al secondo posto della
classifica dei top vendor globali di sistemi di telecomunicazione131 .

3.3 Inversione dei flussi di innovazione ed effetti di feedback verso i paesi


industrializzati
L’innovazione appropriata costituisce dunque il vantaggio competitivo
che consente alle imprese cinesi di espandersi oltre i propri confini e di
mettere in dubbio la leadership delle multinazionali incumbents,
provenienti dai paesi di più antica industrializzazione. La capacità di
innovare che, secondo gran parte della letteratura dedicata ai processi di
catch up, doveva rimanere preclusa alle aziende dei paesi late comer
rappresenta, invece, lo strumento fondamentale per la crescita e
l’affermazione delle imprese cinesi, non solo a livello locale o su mercati

130
Nel novembre 2009 Huawei ha aperto anche un centro per l’innovazione a Milano in collaborazione
con Vodafone. Cfr. www.huawei.com

213
dimenticati, ma anche nei paesi avanzati. L’idea tradizionale che le sorgenti
di nuova conoscenza debbano trovarsi per forza nei paesi della triade è
destinata a tramontare piuttosto in fretta visto che l’innovazione
appropriata proveniente dalla Cina ha già cominciato ad influenzare in
maniera decisa la condotta di molte imprese originarie dei paesi
industrializzati. In alcuni casi ne ha messo in pericolo la supremazia, e
talvolta anche la sopravvivenza, persino nei loro mercati domestici, in altri
alcune multinazionali incumbents sono state invece pronte a riconoscere il
valore dell’innovazione appropriata prodotta dalle imprese cinesi, tanto da
modificare alcuni aspetti delle loro strategie tecnologiche e dei loro modelli
di business seguendo l’esempio cinese.
Ciò che ci preme mettere in luce ora è come questa inversione dei
flussi di conoscenza ed innovazione rappresenti una sorta di chiusura di un
cerchio, una retroazione, su quella che in origine è stata la fonte primaria di
tale cambiamento. Nel corso di questo lavoro abbiamo visto infatti come
l’innovazione appropriata da un lato sia stata resa possibile dal
dispiegamento del nuovo paradigma tecno economico e dall’accelerazione del
processo di globalizzazione, fenomeni entrambi esogeni rispetto al contesto
cinese ed in particolar modo provenienti dai paesi avanzati; dall’altro sia
stata una reazione, come proposto dalla prospettiva evolutiva, alla
concorrenza proveniente dalle multinazionali estere che ha costretto le
imprese cinesi a creare segmenti di mercato in cui rifugiarsi al fine di
sopravvivere. L’innovazione appropriata, per quanto sia costruita su
vantaggi specifici offerti dal contesto della Repubblica Popolare, è quindi da
considerare in primo luogo come una reazione, indispensabile per lo sviluppo
e la crescita delle imprese locali, a stimoli e pressioni provenienti dai paesi
industrializzati. E’ un esempio paradigmatico di come l’apertura al mondo
esterno, in un contesto globale in cui la diffusione di conoscenza e
informazioni è resa più facile, anche per merito di nuove tecnologie, possa
influenzare positivamente lo sviluppo di un paese late comer e delle sue

131
Cfr. Il Sole 24 Ore (2009).

214
imprese. Il fatto che il prodotto di questo fenomeno influisca a sua volta
sulla vita economica dei paesi avanzati può essere visto a pieno titolo come
un effetto di feedback verso la sorgente del fenomeno stesso. Come abbiamo
accennato, questo effetto può essere duplice. Da una parte può risultare più
diretto dal momento che lo stile innovativo elaborato dalle imprese cinesi
riesce a trovare applicazione anche su alcuni segmenti di mercato dei paesi
avanzati, consentendogli di competere con successo con le multinazionali
incumbents, la cui posizione viene indebolita nei loro stessi mercati
domestici. Dall’altra può essere meno diretto, ma a nostro avviso più
rilevante, perché porta ad un processo di apprendimento da parte delle
multinazionali incumbents che mutano una parte delle loro routine
manageriali per adeguarle a quelle proposte dalle late comer cinesi. Nel
prosieguo del capitolo dedicheremo la nostra attenzione a questi due tipi di
feedback che dalla Repubblica Popolare cinese vanno verso la frontiera
tecnologica dei paesi avanzati, aiutandoci con i casi offerti dalla storia di due
imprese, ancora una volta la cinese Haier e la finlandese Nokia.

3.3.1 Primo effetto di feedback: Haier e l’innovazione appropriata sui


mercati avanzati.
Il primo effetto di feedback verso i paesi industrializzati è dunque
quello che vede le imprese cinesi competere con le multinazionali
incumbents nei mercati avanzati. Come abbiamo già brevemente accennato,
le imprese cinesi possono sfruttare, anche nei paesi industrializzati, la
specificità della capacità innovativa acquisita servendo i mercati difficili dei
paesi emergenti, per lo più secondo due modalità.
In primo luogo, come previsto dal modello della disruptive innovation
di Clayton Christensen 132 analizzato all’inizio di questo capitolo, le
innovazioni appropriate, inizialmente pensate per conquistare la fascia più
bassa dei mercati esistenti o per stimolare la domanda di nuovi

132
Cfr. Christensen (1997).

215
consumatori, seguono una propria traiettoria di miglioramento della
performance tecnologica che le può rendere appetibili anche per i
consumatori dei paesi industrializzati. Ciò è in particolar modo vero nel caso
in cui i prodotti offerti dalle imprese incumbents abbiano superato quella
soglia di progresso tecnico che il consumatore medio è in grado di assorbire o
se mancano di rispondere alle esigenze di segmenti specifici del mercato in
questione.
Il miglior esempio di come un’innovazione appropriata, pensata
specificatamente per rispondere ad esigenze peculiari del mercato cinese,
possa funzionare anche nel contesto dei paesi industrializzati, è quello
offerto da uno dei prodotti citati nel paragrafo 4.3, la lavatrice Mini Whiz
Kid, realizzata da Haier Group alla fine degli anni novanta. Nel paragrafo
precedente avevamo messo in luce come questa lavatrice fosse stata
progettata per andare incontro alle esigenze delle famiglie cinesi residenti in
città, ed in particolar modo di quelle a basso reddito, che abitavano per la
maggior parte in abitazioni con metrature molto limitate. Tale lavatrice
aveva dimensioni e capacità di carico ridotte rispetto ai prodotti della
concorrenza in modo tale da occupare meno spazio e consumare meno acqua
e meno elettricità. La Mini Whiz Kid fu un blockbuster sul mercato interno
e, per tale ragione, tra il 1998 ed il 2000 fu riproposta con alcune modifiche
e miglioramenti per ben dodici volte 133 . Seguendo la logica del modello di
Christensen, si può dire che avviò molto velocemente la sua naturale
traiettoria di miglioramento tecnologico. Nel 2002, l’ultima evoluzione della
Mini Whiz Kid poteva andare bene per i consumatori dei mercati avanzati
con esigenze specifiche, quali ad esempio la vasta popolazione di single
giapponesi residenti in città, dal momento che abitavano anch’essi in
abitazioni di pochi metri quadri e non avevano grandi esigenze di carico.
Haier decise così di fare il suo ingresso sul mercato giapponese, solitamente
difficile da penetrare anche per multinazionali statunitensi ed europee, e lo

133
Cfr. Xu et al.(2007), p. 39.

216
fece attraverso una collaborazione con Sanyo, garantendosi così l’accesso ad
una rete distributiva consolidata in Giappone 134 . La Mini Whiz Kid fu
quindi uno dei primi prodotti portati da Haier sul mercato del Sol Levante e
costituì un vero successo, potremmo dire sia di critica che di pubblico,
risultando la seconda lavatrice più venduta nel 2002 e vincendo il G-mark, il
premio più importante nel campo del design industriale conferito in
Giappone 135 , mai assegnato prima ad un’azienda cinese.
In secondo luogo, l’esperienza maturata nel servire i consumatori
difficili di aree dimenticate dalle multinazionali provenienti dai paesi
avanzati, come le campagne cinesi o i paesi emergenti ed in via di sviluppo,
ha conferito alle imprese cinesi la capacità di adattare in maniera flessibile
e repentina i propri prodotti ed i propri modelli di business per poter
realizzare l’innovazione appropriata a servire i segmenti di mercato in cui
gli incumbents erano più deboli e su cui avrebbero avuto le maggiori
possibilità di successo. Ciò implica una duplice competenza, la prima,
ampiamente affrontata, è quella concernente la capacità di sviluppo di nuovi
prodotti, la seconda, più importante in questo caso, riguarda l’abilità delle
imprese cinesi nell’individuare i punti in cui le multinazionali leader sono
più deboli e su cui invece la capacità di realizzare innovazioni appropriate
può rappresentare un vantaggio più importante. Secondo Williamson e
Zeng, questa seconda capacità è risultata essere un fattore determinante per
il successo delle imprese cinesi sui mercati avanzati. In particolare gli ha
consentito di identificare due categorie di segmenti di mercato in cui
mettere in pratica l’innovazione appropriata: i clienti difficili e le nicchie di
mercato. I primi sono una tipologia di consumatori che necessita prodotti
costruiti su misura per le proprie esigenze ma non ha il potere d’acquisto o i
volumi che rendono sensato in termini economici per le imprese incumbents
realizzare un prodotto specifico. La customizzazione implica infatti costi per
la ricerca, la progettazione e per la costruzione di nuove linee produttive e

134
L’accordo prevedeva che in cambio Haier utilizzasse batterie ricaricabili Sanyo nei propri prodotti, sia
in Cina che a livello globale (www.haier.com).

217
può essere piuttosto rischiosa per gli incumbents visto gli alti costi su ogni
anello della catena del valore. Come abbiamo già visto per il caso di
Hisense, queste sono proprio le situazioni in cui le imprese cinesi riescono a
sfruttare al meglio la capacità di realizzare innovazioni appropriate, in
modo rapido ed economico, potendo contare su economie di scala e costi che
limitano il rischio dell’investimento.
Sebbene possa sembrare un’affermazione contraria al senso comune,
che vede le nicchie come all’opposto dei clienti problematici, popolate da
consumatori di fascia alta in grado di pagare un prezzo più alto per un
prodotto con caratteristiche particolari, il secondo segmento dei mercati
avanzati attaccabile dai gruppi cinesi è costituito proprio dalle nicchie ed in
particolar modo proprio da quelle di fascia alta. Le imprese cinesi
individuano in questa porzione di mercato la possibilità di realizzare
un’innovazione appropriata che, abbassando il costo del prodotto e
stimolando, anche in questo caso, la domanda dei non consumatori, faccia
esplodere la nicchia e la trasformi in un mercato di massa. Le
multinazionali incumbents sono particolarmente impreparate a rispondere a
questo tipo di attacco poiché, anche qualora si aspettino di dover fare i conti
con la concorrenza cinese sul proprio mercato interno, difficilmente si
aspettano che la sfida sia portata sulla fascia alta del mercato.
Ancora una volta la Haier Group ci offre gli esempi migliori di come
questi due particolari segmenti di mercato possano costituire l’occasione per
le imprese cinesi di sfruttare l’innovazione appropriata per penetrare nei
paesi avanzati. Rispetto ad un’azienda come Huawei, Haier ha scelto una
strategia di internazionalizzazione leggermente diversa. Benché abbia
compiuto, sin dalle prime fasi di questo processo, investimenti diretti in
paesi emergenti 136 , il primo paese in cui ha insediato una propria presenza,
sia produttiva che di ricerca, sono stati gli Stati Uniti, con l’edificazione
dell’Haier America Industrial Park a Camden, nel Sud Carolina, nel 1999.

135
Cfr. www.haier.com.

218
Secondo Zhang Ruimin, presidente di Haier, produrre negli USA era
fondamentale poichè significava sottoporsi al battesimo del fuoco e far
conoscere il marchio Haier a livello globale. In questo senso le teorie di
Mathews e Li, che vedono nell’investimento diretto estero la possibilità di
acquisire nuovi vantaggi, sono senz’altro corrette. Tuttavia, come nel caso di
Huawei, Haier non ha localizzato oltreoceano i propri laboratori ed i propri
stabilimenti al fine di assorbire conoscenze tecnologiche non possedute
internamente, quanto piuttosto per sviluppare nuovi prodotti dedicati agli
specifici punti deboli del mercato in cui il vantaggio competitivo dell’azienda
di Qingdao poteva essere impiegato appieno.
Haier individuò il primo punto debole da cui cominciare la propria
espansione nel mercato dei mini frigoriferi destinati ai dormitori
universitari, un segmento di mercato trascurato, per i bassi margini di
profitto che lo contraddistinguevano, e servito solo attraverso prodotti
standardizzati dalle imprese leader del mercato U.S.A. quali General
Electric (GE), Whirlpool e Maytag. Era un mercato composto da clienti
difficili, studenti che, potenzialmente avrebbero avuto bisogno di un
prodotto costruito per le loro esigenze particolari, ma di fatto non potevano
spendere quanto sarebbe stato necessario perché le imprese americane
prendessero in considerazione l’idea di crearlo. L’esperienza maturata in
mercati complessi, come quello delle campagne cinesi, aveva insegnato ai
manager di Haier che l’innovazione non deve essere considerata un diritto
esclusivo dei consumatori di fascia alta. Haier inviò così una squadra di
ingegneri in alcuni dormitori americani per analizzare il modo in cui gli
studenti utilizzavano i mini frigoriferi e trovare un modo di differenziare il
proprio prodotto attraverso un’innovazione appropriata. I tecnici, abituati a
pensare ad individuare le costrizioni causate dalle piccole metrature,
notarono subito che le ridotte dimensioni delle stanze impedivano agli
studenti l’installazione di un tavolo aggiuntivo dove poter posizionare i

136
Nel solo 2001 ha localizzato stabilimenti e laboratori per la R&S in India, Pakistan e Bangladesh e
fabbriche in Sri Lanka, Nigeria, Giordania, Tunisia.

219
propri computer e che talvolta gli stessi studenti disponevano delle assi tra
il minifrigo ed altri mobili per disporre temporaneamente di un ulteriore
piano d’appoggio. Per ovviare alla mancanza di spazio, Haier progettò un
minifrigo la cui sommità era costituita da un tavolo da computer pieghevole.
Il nuovo prodotto fu un immediato successo tra gli studenti americani e
consentì ad Haier di cominciare a realizzare volumi importanti nel settore
dei minifrighi. Grazie allo sviluppo di due nuovi prodotti indirizzati in modo
specifico agli uffici (si dava al consumatore la possibilità di chiudere a
chiave il mini frigo) ed alle camere d’albergo, Haier nel 2004 era divenuta
leader nel mercato dei minifrighi con una quota che superava il 50 per
cento. La prima affermazione di Haier sul mercato americano veniva
dunque dalla capacità dell’impresa cinese di realizzare l’innovazione
appropriata per i clienti difficili, dimenticati dalla concorrenza, che l’azienda
aveva appreso anni prima sul proprio mercato domestico.
Il secondo settore che Haier scelse come punto di ingresso del mercato
americano era invece quello dei frigoriferi da vino, prodotti assolutamente di
nicchia, dedicati ad intenditori e professionisti. L’impresa leader in tale
mercato era la francese La Sommelière. Il suo prodotto più economico
costava circa 1.600 dollari e aveva una capacità di circa 100 bottiglie. Haier,
viste le economie di scala che aveva raggiunto in Cina nella produzione di
frigoriferi, il costo più basso di ingegneri e progettisti, era in grado di far
uscire un frigo da vino ad una frazione del costo necessario ad un’impresa
americana o europea. Haier decise di sviluppare un prodotto teso a far
esplodere la nicchia, portando i frigoriferi da vino al mercato di massa.
Grazie al suo vantaggio da costo, l’impresa cinese correva bassissimi rischi
poiché, anche se non fosse riuscita a stimolare la domanda latente del
consumatore medio americano, difficilmente sarebbe incorsa in perdite
rilevanti. Progettò quindi un frigo disegnato per poter stare, sia a livello
estetico che di dimensioni, tra gli altri elettrodomestici da cucina, in grado
di portare fino a 50 bottiglie e lo commercializzò ad un prezzo inferiore al 50
per cento del prezzo del prodotto più economico della concorrenza. Il

220
prodotto fu un successo, la domanda proveniente da chi comprava un frigo
da vino per la prima volta consentì ad Haier di guadagnare il 60 per cento
delle vendite di quel segmento di mercato nel 2001 e di ottenere ricavi per
200 milioni di dollari 137 , nel 2001, sul mercato americano. L’immissione di
questo prodotto condizionò, in un tipico effetto di feedback, l’offerta delle
multinazionali statunitensi specializzate nella produzione di frigoriferi che
entrarono repentinamente nel nuovo mercato creato da Haier ciascuna con il
proprio frigo da vino. Un mercato di nicchia in uno dei paesi più ricchi del
mondo, che fino al 2000 valeva meno di 100 milioni di dollari l’anno, nel
2006 si era trasformato in un business da 1,5 miliardi di dollari, per merito
di un’innovazione realizzata da una impresa cinese.

3.3.2 Secondo effetto di feedback: Il caso Nokia.


Il secondo effetto di feedback verso i paesi industrializzati che
l’innovazione appropriata realizzata dalle imprese cinesi ha messo in moto è
indiretto rispetto al primo ma a nostro avviso molto più rilevante. Questa
retroazione non influenza, infatti, gli assetti competitivi che le imprese
originarie dei paesi emergenti si trovano ad affrontare oggi sul proprio
mercato domestico, ma modifica le strategie, le routine manageriali e gli
obiettivi che le multinazionali incumbents intendono tenere a livello globale,
non solo nei prossimi anni, ma nei prossimi decenni. I gruppi industriali più
attenti si sono accorti che il mezzo utilizzato dalle imprese cinesi per
sopravvivere ed uscire dal proprio mercato, l’innovazione per la fascia bassa
dei consumatori, rappresenta, non solo una minaccia da cui è molto difficile
difendersi, ma soprattutto un’arma la cui potenza non può che venire
amplificata nel prossimo futuro. Ciò è vero non perché le imprese cinesi,
sfruttando la specificità della loro capacità innovativa, sono in grado di
portare la competizione anche sui mercati di fascia alta e nei paesi
industrializzati, ma perché la maggior parte dei consumatori che abiterà il

137
Cfr. Van Agtmael (2007), p. 330.

221
mercato globale del futuro prossimo non vive né negli Stati Uniti, né in
Europa, né in Giappone, ma più realisticamente nelle campagne cinesi e
indiane o nelle metropoli brasiliane. Per avere un’idea più chiara basta
guardare ai potenziali di crescita nella penetrazione di tecnologie recenti
come i telefoni cellulari o internet. La Cina è oggi il mercato più vasto al
mondo in termini assoluti, sia per quel che concerne gli utenti internet, con
oltre 386 milioni di persone connesse 138 a fine 2009, che per quel che
riguarda la telefonia mobile con oltre 630 milioni di utenti a fine 2008.
Tuttavia il tasso di penetrazione di queste tecnologie è, nel caso di internet,
di circa il 30 per cento della popolazione totale o, nel caso della telefonia
mobile, di poco meno del 50 per cento. In India alla fine del 2009 il numero
di utilizzatori di telefoni cellulari ha superato il mezzo miliardo di persone
(509 miliardi), ciò ne fa il secondo mercato al mondo dietro la Cina, ma
ancora piu di un indiano su due non possiede un apparecchio (43,5 telefoni
ogni 100 persone) 139 ; gli utenti internet erano invece solo 81 milioni, con solo
7 indiani su 100 in grado di connettersi alla rete a fine 2008 140 . Negli ultimi
anni i tassi di crescita della diffusione di queste tecnologie sono stati a dir
poco spettacolari e non sembrano voler rallentare. Il mercato indiano dei
cellulari tra la fine del 2007 ed il 2009 è cresciuto di quasi 10 milioni di
unità al mese, quello cinese tra il 2002 ed il 2008 è cresciuto ad un tasso
medio annuo del 20 percento. A questo ritmo nei prossimi cinque anni il
livello di penetrazione di queste tecnologie sarà simile a quello dei paesi
industrializzati. Che le imprese incumbents lo vogliano o no qualcuno
venderà cellulari, contratti per l’accesso alla rete mobile e ad internet,
computer e altre centinaia di prodotti a quello che molti definiscono come il
prossimo miliardo (the next billion) di consumatori. Le multinazionali
provenienti dai paesi industrializzati che continueranno ad indirizzare la
propria offerta ai consumatori con un reddito ed uno stile di consumo
comparabile a quello di un cittadino statunitense, europeo o giapponese,

138
Secondo gli ultimi dati forniti dalla CNNIC (2010).
139
Cfr. 2pointsixmillion.com .

222
vedranno le loro vendite rappresentare ogni giorno una fetta più piccola di
un mercato in perenne espansione, a vantaggio di imprese, come quelle
cinesi descritte in questo lavoro, che, in primo luogo per esigenza, sono nate
servendo i mercati complessi. “Catturare quote di mercato nelle economie in
rapido sviluppo sta diventando una necessità” 141 per qualunque impresa al
mondo, ma riuscirvi non è un fatto scontato poiché servire mercati
caratterizzati da redditi più bassi e da ogni altro genere di costrizione,
infrastrutturale, ambientale o culturale, necessita di nuove competenze,
nuovi modelli di business e di nuove routine, per lo sviluppo delle quali è
spesso necessario disfarsi di vecchie convinzioni. Alcune multinazionali
occidentali hanno cominciato ad avviare questo processo e nel farlo hanno
dovuto iniziare a guardare da vicino all’esempio delle imprese cinesi,
abbandonando l’idea che l’unico loro vantaggio competitivo risiedesse nel
basso costo della manodopera e nella violazione dei diritti di proprietà
intellettuale, e cominciando a considerarle come possibile fonte di
apprendimento.
Il caso di Nokia è emblematico e doppiamente calzante perché, da un
lato testimonia come l’impresa finlandese abbia imparato sulla sua pelle
l’importanza dei consumatori difficili e, dall’altro, completa la storia
dell’industria dei cellulari in Cina affrontata al paragrafo 2.1.2. Come si è
detto, imprese come TCL, Ningbo Bird e Haier nei primi anni del nuovo
millennio, sfruttando l’elevata modularizzazione della produzione, la
mancanza di conoscenza delle esigenze e del gusto del consumatore cinese
da parte della concorrenza estera nonché una rete distributiva che di fatto
non consentiva ai prodotti delle grandi multinazionali di penetrare molto al
di là delle città più grandi delle province orientali, riuscirono a guadagnare
il 55 per cento del mercato locale.
Nokia aveva fatto il suo ingresso in Cina molto presto, addirittura nel
1991. Per tutti gli anni novanta aveva mantenuto un approccio al mercato

140
Cfr. World Bank (2009), dati più recenti disponibili.
141
Cfr. Sirkin, Hemerling, Bhattacharya (2008), p. 140.

223
cinese simile a quello di qualunque altra multinazionale estera: aveva
individuato un certo numero di distributori nelle grandi città ai quali
vendeva i propri prodotti direttamente dai container, evitando rischi e
complessità connesse al mercato cinese. Nonostante l’effettivo contatto con
il contesto locale fosse ridotto al minimo, i prodotti di Nokia in Cina
vendevano tanto bene che l’azienda finlandese, senza prodursi in eccessivi
sforzi di marketing, nel 2002 era saldamente leader di mercato con una
quota che superava il 30 per cento delle vendite totali. A quel punto però
avevano fatto la loro comparsa i prodotti delle imprese locali. In poco più di
diciotto mesi Nokia vide più che dimezzarsi la propria quota di mercato,
arrivando ad una fetta del 13, 14 per cento. In realtà le vendite anno su
anno dell’azienda di Malmo non erano calate in valore assoluto, era successo
qualcosa di diverso: le imprese locali erano riuscite a vendere il primo
telefonino a milioni di consumatori cinesi, la cui esistenza non era neanche
stata presa in considerazione da Nokia e dalle altre multinazionali
provenienti dai paesi avanzati. Nokia capì però l’importanza di quello che
era successo, si accorse che quello poteva essere solo l’inizio. Affrontare i
mercati complessi di paesi come la Cina o l’India con gli stessi approcci e gli
stessi prodotti utilizzati in Europa e negli Stati Uniti poteva significare
perdere da un giorno all’altro quote di mercato rilevanti e soprattutto stare
in disparte in un processo che avrebbe potuto portare un cellulare nelle
mani di ciascun abitante del pianeta. I dirigenti della multinazionale
finlandese riconobbero di non sapere praticamente nulla dei consumatori
cinesi e di cosa effettivamente succedesse nel mercato cinese: “ se le vendite
calavano in una regione, i dirigenti Nokia potevano esclusivamente chiedere
spiegazioni al distributore. Quest’ultimo poteva segnalare i distretti che
andavano male, identificarne i motivi. Ma se si sbagliava?” 142 Nokia decise
allora di prendere spunto da ciò che facevano le imprese locali. In primo
luogo si trattava dunque di avere un maggiore controllo sulla rete

142
Cfr. Sirkin, Hemerling, Bhattacharya (2008), p. 140.

224
distributiva e di ampliare la rete medesima. L’azienda prese allora
direttamente il comando della rete logistica delle vendite, allargandola da
una decina di città a più di 400 nel corso del 2004. In questo modo riuscì ad
ottenere un volume crescente di informazioni sulle condizioni del mercato e
sul comportamento dei consumatori cinesi ai quali voleva effettivamente
vendere i propri prodotti. Da quel momento incominciò ad ampliare la
propria offerta di prodotti includendovi apparecchi più economici e con
funzionalità particolari, o sprovvisti di funzionalità particolari, giudicate
troppo care e poco utili dai consumatori cinesi. Oltre il 40 per cento
dell’offerta della multinazionale finlandese era costituita da prodotti il cui
prezzo di vendita non superava i 60 dollari. Nokia, analizzando le cause
all’origine del successo di imprese locali meno dotate in termini di risorse
tecnologiche e finanziarie, aveva capito che, soprattutto in mercati complessi
come quelli delle aree rurali della Cina, era necessario immergersi
nell’ambiente locale, comprendere dove le persone che si intendevano servire
effettivamente vivevano e raggiungerle con ogni mezzo possibile “che fosse
una bicicletta o un risciò”. Nel 2006 Nokia riuscì a vendere 51 milioni di
telefoni cellulari nella Repubblica Popolare, ottenendo nuovamente la
leadership di mercato con una quota che superava il 35 per cento delle
vendite totali. La Cina divenne così per Nokia il paese in cui realizzava più
ricavi, circa il 12 per cento di quelli globali. Ma il risultato reale trascendeva
il dato positivo delle vendite cinesi. Nokia aveva capito cosa bisognava fare
per servire i mercati complessi dei paesi emergenti ed in via di sviluppo:
innovare anche sui segmenti di fascia più bassa trasformando apparenti
costrizioni in vantaggi competitivi nei confronti della concorrenza. Il
successo avuto in Cina indusse così Nokia a sviluppare a livello globale un
metodo di produzione in due fasi, la prima in cui venivano prodotte le
componenti principali di un telefono cellulare e la seconda, chiamata
assemblaggio su ordinazione, in cui, sulla base del contesto locale, venivano
aggiunti rapidamente elementi differenti sulla base delle esigenze dei
differenti segmenti di mercato. Nel 2007 il 60 per cento dei cellulari

225
commerciati da Nokia veniva venduta nei paesi emergenti e nel 2006
vendeva il doppio dei cellulari distribuiti nel 2002 nonostante il crescente
livello di saturazione per questo tipo di bene nei paesi avanzati. La quota di
mercato di Nokia nel 2007 nel Sud Est asiatico Nokia era di circa il 55 per
cento, in Africa e in Medio Oriente di oltre il 60 ed in India raggiungeva
addirittura il 70 per cento. Nella top ten dei mercati su cui Nokia realizzava
il maggior numero di vendite nel 2008, il primo posto era occupato dalla
Cina e il secondo dall’India, al quinto e al sesto si collocavano
rispettivamente Russia ed Indonesia, mentre in ottava posizione, subito
dietro gli Stati Uniti, c’era il Brasile. Rilevante anche il fatto che il mercato
cinese valesse, per la multinazionale finlandese, circa tre volte in più di
quello statunitense in termini di ricavi 143 .
Parte dell’attuale successo di Nokia è dovuto quindi al fatto che ha
imparato a comportarsi come quelle imprese che in Cina, anche se per un
breve periodo, gli avevano sottratto la leadership di mercato. Ciò è potuto
accadere solo poiché la dirigenza della multinazionale finlandese ha
riconosciuto alle imprese cinesi la capacità di introdurre novità in termini
tecnologici, anche se non secondo i canoni proposti dalle tradizionali
tassonomie dell’innovazione.

143
Cfr. Nokia Annual Report (2009).

226
CONCLUSIONI

La questione principale a cui questo lavoro di tesi ha provato a fornire


risposta, per quanto parziale, è quella concernente la possibilità e l’utilità di
sviluppare capacità innovative endogene come strumento per avviare e
sostenere un processo di catch up, o di sviluppo tardivo, da parte di paesi in
condizioni di arretratezza economica relativa. Come abbiamo visto, la
letteratura tradizionale dedicata a tali processi vuole che le economie
emergenti nelle prime fasi di sviluppo concentrino i loro sforzi
nell’assorbimento e nell’imitazione di tecnologie mature importate dai paesi
industrializzati. In quest’ottica la capacità di innovare non è vista come uno
strumento utile allo sviluppo ma, piuttosto, come un traguardo a cui si
giunge grazie ad un percorso di apprendimento tecnologico sequenziale, che
consente il progressivo passaggio dall’imitazione all’innovazione. Nel nostro
lavoro, seguendo l’impostazione suggerita da alcuni studiosi della scuola
neo-schumpeteriana, abbiamo però ipotizzato che le condizioni necessarie
per l’avvio di un processo di sviluppo tardivo possano cambiare a seguito di
mutamenti profondi del contesto tecnologico ed economico globale. In questo
senso riteniamo che l’accelerazione del processo di globalizzazione,
caratterizzata dal trionfo di fenomeni come la frammentazione
internazionale e la specializzazione verticale della produzione, ed il parallelo
dispiegamento di un nuovo paradigma tecno-economico, contraddistinto
dall’esponenziale crescita della disponibilità di conoscenza codificata in virtù
dell’affermazione di tecnologie basate sull’ICT (Information and
Communication Technologies), abbiano drasticamente modificato le
condizioni che consentono e facilitano l’avvio del processo di catch up. I
processi innovativi oggi sono infatti più aperti e meno basati sulla
produzione endogena ad un singolo paese o ad una singola impresa di

227
conoscenze scientifiche originali. L’innovazione giunge sempre più spesso
grazie ad una nuova combinazione di tecnologie esistenti ed ideate anche a
migliaia di chilometri di distanza l’una dall’altra, tanto da far parlare alcuni
esperti di innovazione senza ricerca e di innovazione nascosta. Questo
mutamento ha delle implicazioni notevoli per le economie emergenti poiché
ha portato in primo piano l’importanza della loro capacità innovativa anche
nella fase iniziale dello sviluppo. L’integrazione nelle reti di produzione e di
ricerca globali e l’accesso ad un volume crescente di conoscenza codificata
consentono ad un paese emergente di raggiungere lo stadio dell’innovazione
anche senza disporre di un’elevata capacità tecnologica iniziale, attingendo
in modo creativo a stock di tecnologie esistenti ed inglobandole in prodotti
destinati a rispondere, quantomeno inizialmente, ad esigenze specifiche del
proprio mercato interno. In questo nuovo panorama l’innovazione non
risulta più come privilegio dei paesi ricchi ma va a costituire una freccia
all’arco delle economie emergenti, ed in particolare delle sue imprese, che
abbiano aperto le porte a questo cambiamento ed ai flussi di conoscenza
provenienti dall’esterno, massimizzando gli sforzi per assorbire i benefici
derivanti dal contatto con la frontiera tecnologica. Ovviamente si tratta di
una tipologia particolare di innovazione che, nel corso di questo lavoro,
abbiamo definito come innovazione appropriata, da un lato perché risulta
appropriata alla dotazione limitata di risorse tecnologiche e finanziarie delle
imprese dei paesi emergenti, dall’altro poiché deve essere appropriata alle
costrizioni che i mercati dei paesi emergenti presentano in termini di redditi
pro capite dei consumatori, di infrastrutture, di sistemi giuridici e
finanziari. Vista la particolarità dell’innovazione appropriata, gli indicatori
classici della performance innovativa, basati su modelli lineari input-output,
possono non raccoglierla e fornire dunque una visione solo parziale delle
effettive potenzialità di un paese e delle sue imprese, soprattutto nel caso di
un’economia di più recente industrializzazione. Abbiamo quindi proposto di
analizzare il ruolo giocato dal progresso tecnologico e dall’innovazione sullo
sviluppo economico di un paese a partire dalla prestazione delle sue

228
imprese. Se è vero, come suggerito già da Schumpeter, che le imprese stesse
affrontano un processo di selezione naturale, di distruzione creatrice, in cui
sono le più innovative a sopravvivere, la progressiva affermazione di
imprese locali nella competizione con multinazionali estere, sia sui mercati
interni che a livello globale, può dirci di più della capacità innovativa di un
paese e dell’influenza che questa ha sul suo sviluppo rispetto agli indicatori
tradizionali.
La Repubblica Popolare Cinese, più di ogni altra area a livello globale,
sembra essere la frontiera del cambiamento. Negli ultimi quindici anni è
divenuta il simbolo stesso della frammentazione internazionale della
produzione, guadagnando nel 2003 addirittura il primo posto nella
classifica dei maggiori destinatari di investimenti diretti esteri a livello
mondiale. Ancora più importante è il fatto che negli ultimi dieci anni sia
diventata anche sede sempre più frequente di laboratori per la R&S dei più
importanti gruppi multinazionali stranieri. All’impetuosa integrazione si è
accompagnato uno sforzo costante da parte del governo teso ad accrescere la
capacità di assorbimento ed il potenziale tecnologico del paese. Nonostante
ciò, la capacità innovativa dell’economia cinese ed il ruolo da questa
esercitato nella crescita delle sue imprese ha dato adito a valutazioni spesso
contrastanti. Da un lato vi è stato infatti chi, guardando a limitati successi
in settori specifici, ha espresso tutte le proprie preoccupazioni per
l’imminente emergere della Cina come superpotenza tecnologica a livello
globale. Dall’altro chi invece, puntando il dito sull’incapacità del sistema
innovativo cinese di dare alla luce innovazioni radicali, ha sottolineato il
gap tra lo sforzo profuso dal governo e la scarsità dei risultati ottenuti,
continuando pertanto a considerare la Repubblica Popolare esclusivamente
come l’officina del mondo, in cui si assemblano i pezzi di prodotti pensati
altrove. Alle valutazioni contrastanti circa il sistema innovativo nazionale
ha fatto però da contraltare l’emergere di un gruppo di imprese locali che,
nonostante la concorrenza delle multinazionali estere, sono riuscite a
ritagliarsi il proprio spazio sia sul mercato interno che su quello globale,

229
come è ben testimoniato dall’attenzione crescente che molti osservatori
internazionali e molti studiosi hanno loro dedicato. In questo lavoro abbiamo
quindi sostenuto che l’ascesa della concorrenza cinese non sia basata
esclusivamente, come generalmente viene suggerito, su imitazioni di scarsa
qualità commerciate ad un prezzo molto contenuto grazie allo sfruttamento
di manodopera a basso costo e violazioni dei diritti di proprietà intellettuale,
quanto piuttosto sulla capacità di realizzare innovazione e di utilizzarla
come strumento di sopravvivenza e affermazione sul mercato locale e, in un
secondo tempo, su quello globale. Come abbiamo visto con l’ausilio di alcuni
studi di caso, le imprese cinesi sono riuscite ad acquisire considerevoli quote
di mercato locale in diversi settori, tra i quali spiccano quelli delle
telecomunicazioni, dell’informatica e dell’elettronica di consumo, nonostante
la concorrenza di multinazionali straniere ben più dotate dal punto di vista
delle risorse tecnologiche e finanziarie. Tale successo è sì dovuto alla
capacità di queste imprese di innovare sin dalle prime fasi del proprio
processo di crescita. Affermare ciò non significa però credere che i gruppi
cinesi abbiano sviluppato di colpo le potenzialità tecnologiche necessarie per
competere direttamente con i gruppi stranieri sui segmenti di mercato di
fascia più alta. Si è sostenuto piuttosto che le imprese locali abbiano
sviluppato, con successo ed in tempi molto rapidi, la capacità di realizzare
innovazioni appropriate alle proprie dotazioni di risorse tecnologiche e
finanziarie ed alle caratteristiche dei consumatori locali. La peculiarità di
questo tipo di innovazione è che il suo obiettivo principale non è quello di
creare prodotti e servizi completamente nuovi che offrano migliori
performance per le quali il cliente sia disposto a pagare di più, quanto
piuttosto quello di fornire prodotti e servizi che abbiano funzionalità simili a
quelli offerti dalla concorrenza, ma ad un prezzo più basso. Tale risultato è
ottenuto grazie all’utilizzo di elementi di tecnologie esistenti ricombinati per
andare incontro alle esigenze del mercato locale, di cui le imprese hanno una
conoscenza maggiore, sia in termini di capacità di consumo, come ha
dimostrato ad esempio il caso Shanda Enternainment, sia in termini di

230
preferenze estetiche, come ha dimostrato il caso dell’industria dei cellulari.
Questo tipo di strategia, che potrebbe risultare poco sensata nei mercati dei
paesi industrializzati, funziona perfettamente nelle economie emergenti ed
in particolar modo nel caso del mercato cinese, caratterizzato da una
profonda segmentazione. La capacità di realizzare nuovi prodotti, pensati
per le specifiche esigenze di popolazioni con redditi annui anche molto bassi,
e di metterli sul mercato ad un prezzo contenuto, consente infatti alle
imprese locali di sbloccare la domanda latente proveniente da segmenti di
mercato complessi e sottovalutati dalle multinazionali poiché ritenuti poco
profittevoli. Come hanno dimostrato i casi di Haier Group, Huawei
Technologies e ZTE Corporation, conquistare mercati periferici e rurali della
Repubblica Popolare Cinese, dimenticati dalla concorrenza straniera, è
invece tutt’altro che un risultato da sottovalutare. In primo luogo il successo
in questi segmenti garantisce di per sé, vista la loro dimensione, una buona
quota del mercato nazionale. Inoltre consente alle imprese locali di ottenere
economie di scala, esperienza e risorse sufficienti a portare la sfida anche
sui mercati urbani più ricchi, seguendo un tipo di strategia di sviluppo, che è
stata definita come tattica della guerriglia, (vista l’analogia con la tecnica di
combattimento adottata da Mao Zedong che faceva seguire la conquista dei
grandi centri urbani all’affermazione militare e politica nelle campagne.
Le imprese cinesi che sono riuscite a servirsi meglio dello strumento
dell’innovazione appropriata, conquistando quote importanti del mercato
locale, hanno avviato a loro volta, in tempi molto stretti, il processo di
internazionalizzazione. Una delle questioni maggiormente dibattute rispetto
a questo fenomeno è quella riguardante cause e motivazioni.
L’interpretazione tradizionale della teoria delle IMN vuole che alla base di
ogni processo di internazionalizzazione vi sia una qualche sorta di vantaggio
competitivo di natura proprietaria detenuto da parte dell’impresa. Le ipotesi
più accreditate tendono però a guardare all’internazionalizzazione dei
gruppi cinesi come ad una eccezione rispetto alla teoria dominante e a
considerarla come motivata dalla necessità di colmare le proprie lacune

231
attraverso l’acquisizione di asset tecnologici o di brand, piuttosto che dalla
volontà di sfruttare all’estero vantaggi competitivi precedentemente
acquisiti. Fatta salva la validità di queste ipotesi, abbiamo tuttavia supposto
che la specificità della capacità e della strategia innovativa sviluppata dalle
imprese cinesi per sopravvivere ed emergere sul mercato interno,
rappresenti il vantaggio competitivo detenuto dai gruppi cinesi anche nella
sfida ai players globali. Come ha dimostrato il caso
dell’internazionalizzazione di Huawei Technologies, la capacità di realizzare
innovazioni appropriate, in un primo momento, consente alle imprese cinesi
di attaccare le multinazionali estere nuovamente in mercati da esse
dimenticate (Sud-est Asiatico, Africa, America Latina, Europa dell’Est) e, in
un secondo tempo, di spostarsi dalla periferia ai paesi sviluppati,
indirizzando anche qui la propria offensiva su segmenti di mercato
considerati poco profittevoli dagli incumbents. Questo fenomeno non solo
testimonia l’importanza della capacità innovativa nel processo di catch-up
dell’economia cinese, ma anche l’inversione dei tradizionali flussi di
cambiamento tecnologico, la cui direzione cessa di essere semplicemente
quella nord-sud. L’innovazione appropriata realizzata dalle imprese cinesi
dà infatti il via a due effetti di feedback verso la frontiera tecnologica. Il
primo, più diretto e testimoniato dal caso dell’espansione di Haier Group in
Giappone e negli Stati Uniti, è quello che vede le imprese cinesi affermarsi,
in virtù della propria specifica capacità innovativa, anche sui mercati dei
paesi avanzati, ritenuti impenetrabili per le imprese cinesi. Il secondo,
indiretto ma più interessante, ben illustrato dal caso di Nokia nel mercato
cinese, concerne invece l’adeguamento dei modelli di business di grandi
multinazionali alle strategie delle imprese cinesi soprattutto nei mercati dei
paesi emergenti, che divengono giorno dopo giorno più appetibili visto il loro
potenziale di crescita e la progressiva saturazione per una gamma crescente
di prodotti dei mercati occidentali.
Alla luce delle considerazioni svolte e degli studi di caso analizzati in
questo lavoro, appare dunque evidente come la capacità innovativa possa

232
costituire un valido strumento per i paesi in condizioni di arretratezza
economica relativa, in grado di trasformarli da meri destinatari di tecnologie
e conoscenze prodotte altrove, in sorgenti di conoscenze nuove e peculiari al
contesto in cui sono nate.

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