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IL DIALOGO NARRATIVO CENTRATO SULLE SOLUZIONI

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Il dialogo narrativo
centrato sulle soluzioni

Il senso e larticolazione del libro


Nellambito dei vari modelli di counseling breve e di terapia breve oggi disponibili, questo libro specicamente dedicato allapproccio narrativo e a quello
centrato sulla soluzione, che, combinati tra loro, danno vita al modello che Fuman
e Ahola (1992) hanno ribattezzato dialogo centrato sulla soluzione. Il dialogo
centrato sulla soluzione non che una delle varianti pi recenti del counseling
breve; rispetto alle altre versioni presenta molti elementi in comune, ma se ne
distingue per quanto riguarda la losoa di fondo e le basi teoriche. OHanlon
(1993), facendo riferimento a una sua conversazione con Tapani Ahola, suggerisce di distinguere, nel percorso di sviluppo dellintervento psicosociale, alcune
ondate successive. La prima corrisponde al modello clinico, concentrato sulla
patologia o sui problemi percepiti a livello della psiche individuale, e quindi rivolto
alla guarigione di una condizione emotiva non adeguata. In questa prospettiva,
che deve molto alla teoria psicodinamica, il problema sta nella singola persona; o,
per meglio dire, la persona il problema. Un secondo modello, in qualche modo
successivo al primo, quello che si pu identicare negli approcci centrati sul
problema, e quindi sul problem solving. Anche le varianti del modello clinico,
di per s, sono centrate sul problema, giacch individuano nella condizione
patologica individuale il problema da affrontare. Gli approcci riconducibili al
secondo modello, per, vedono il problema al plurale, nei termini, pi ampi
(e, soprattutto, ispirati alle teorie dellapprendimento), di una disfunzione o di un

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decit nelle capacit cognitive o nel comportamento; o, ancora, come effetto di


tentativi infelici di risolvere una situazione, che si rivelano improduttivi se non
controproducenti. Il problema, in questo caso, non la persona in quanto tale
ma risiede nella persona e la soluzione coincide con il problema. Un caso a s
rappresentato dalle teorie sistemiche di terapia familiare in cui il problema
stesso che pu essere visto come una specie di soluzione, nella misura in cui
contribuisce alla stabilit del sistema familiare. In ogni caso, il counselor investito
del compito di analizzare, comprendere (e/o spiegare) il problema e formulare
delle soluzioni, magari suggerendo al cliente di riettere di pi, di apprendere
nuovi comportamenti o di rinunciare ai comportamenti che non vanno bene. Si
tratta di un intervento breve, nel senso che compreso tra un numero minimo
di sei e un numero massimo di dieci incontri. questo il modello su cui si fondano
gli approcci cognitivo-comportamentali, nonch la terapia razionale-emotiva.
Esemplari, in questa prospettiva, sono le opere di Beck (1991); Dryden (1999);
Dryden e Feltham (1994); Dryden e Mytton (1999); Ellis (1999); Feltham (1996);
e, per quanto riguarda lintervento psicodinamico breve, Mander (2000).1
Veniamo, inne, alla terza ondata di cui parla OHanlon. Qui, ci che interessa, pi che il problema in s, la sua soluzione: ci si pone quindi alla ricerca dei
possibili brandelli di soluzione che sono racchiusi nellesperienza del cliente, pi
che delle possibili cause, o della spiegazione, del suo problema. Non la causa del
problema ci che interessa. Il problema, in questa prospettiva, unentit esterna,
altra rispetto alla persona che ne soffre. La persona non , per sua intrinseca
natura, problematica; si tratta piuttosto di aiutarla a ricostruire la sua esperienza
di vita facendo a meno del problema. Le emozioni della persona vengono apertamente riconosciute e trattate come tali, ma non sono pi loggetto centrale
dellintervento. Si tratta di aiutare i clienti a costruire una storia personale positiva
e libera dal problema dove essi siano protagonisti dellazione volta a raggiungere
i loro obiettivi. Lintervento terapeutico, in questo caso, pu avere anche durata
inferiore ai sei incontri (vedi, ad esempio, le varie pubblicazioni di De Shazer e di
White, citate nel corso del volume e, per il caso inglese, le opere di Hawkes, Marsh
e Wilgosh [1998]; di OConnell [1998]; di Payne [2000]).2
Secondo gli approcci della terza ondata, i counselor sono invitati a rinunciare, per quanto possibile, a fare uso delle loro competenze diagnostiche;
questo non vuol dire, beninteso, che debbano rinunciare alle abilit e ai valori
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In italiano, vedi D. Meichenbaum, Al termine dello stress. Prevenzione e gestione secondo lapproccio cognitivo-comportamentale, Trento, Erickson, 1990, e A. Ellis, Lautoterapia razionaleemotiva. Come pensare in modo psicologicamente efcace, Trento, Erickson, 1993. [ndr]
Vedi, in particolare, M. Talmon, Psicoterapia a seduta singola. Migliorare lefcacia del primo
(e spesso unico) colloquio, Trento, Erickson, 1996. [ndr]
Per alcuni possibili esempi di diagrammi di recupero, vedi lAppendice 3.

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tradizionali del counseling. la losoa di fondo, semmai, che fa la differenza,


e che richiede un diverso utilizzo delle abilit di counseling, rispetto ai modelli
tradizionali. Lascolto, ad esempio, continua a essere unattivit essenziale, ma
deve concentrarsi sulle competenze del cliente, pi che sui suoi decit; dovrebbe
cercare di mantenersi a un livello superciale, evitando ogni interpretazione, e
scandagliando ogni possibile situazione per quanto occasionale, o eccezionale
in cui il cliente sia riuscito a superare il problema.
proprio nei modelli di counseling breve della terza ondata che si inscrive il
modello che deniamo dialogo centrato sulla soluzione, e in tale prospettiva stato
scritto questo libro. Ci non vuol dire che i modelli centrati sul problema siano meno
efcaci, o non si possano considerare come counseling breve; n che il dialogo
centrato sulla soluzione sia necessariamente una forma di counseling superiore alle
altre, anche se la sua efcacia, come mostreremo nellAppendice 1, stata ormai
ampiamente dimostrata. Tratteremo di questo modello perch quello di cui, come
counselor, abbiamo esperienza diretta; perch riteniamo, inoltre, che la sua losoa
di fondo meriti di essere compresa e apprezzata. Uno degli aspetti pi rilevanti di tale
approccio che esso risulta, a nostro giudizio, molto meno stressante di altri: pu
rivelarsi molto stimolante, e persino divertente, nella misura in cui valorizza la creativit
del cliente. Al tempo stesso, esso si fonda su una nitida visione antidiscriminatoria,
che si traduce nella possibilit di facilitare, ben pi di altri modelli, lempowerment
di ogni cliente. Nel momento in cui questi riesce a trovare da s, in qualche misura,
la soluzione al suo problema, sar anche nelle condizioni di affrontare meglio i successivi problemi in cui si potr imbattere. Due brani tratti dalle lettere che riceviamo,
esemplari nella loro semplicit, dovrebbero servire a rendere questo punto:
Quando ci siamo visti per lultima volta, Lei mi domand che cosa avrebbe potuto fare per aiutarmi, e credo che risposi dicendole che mi sarebbe
piaciuto continuare a parlare del mio problema. Con il senno di poi, posso
dire che mi sbagliavo. Una delle cose che mi hanno aiutato di pi, negli
incontri con Lei, era che mi sentivo una persona come tutte le altre, che
aveva semplicemente un problema da risolvere; non, cio, come un cliente
in terapia. Questo mi ha dato un sacco di ducia in me. Lei s che mi ha
aiutato a trasformare a fondo la mia vita.
I miei genitori non approvano il fatto che vado via a Natale. Questa volta,
per, non gli permetter di rovinarmi tutto. Spero proprio di aver fatto la cosa
giusta, e che sar felice cos. Se poi non andr bene, pazienza... continuer
a fare quel che faccio adesso. Non mi lascer abbattere: anzi, mi rialzer e
ricomincer da capo.

Limpianto teorico del dialogo centrato sulla soluzione relativamente semplice, ma la sua attuazione comporta delle difcolt che non vanno sottovalutate.
Vale quindi la pena, come ci accingiamo a fare nel prosieguo del capitolo, metterlo

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a confronto con gli altri modelli di counseling breve, in modo da capire meglio
che cosa esso e, prima ancora, che cosa non . Anche nei capitoli secondo e
terzo sar dedicato un certo spazio alla comparazione, ma largomento principale
saranno i principi e le tecniche di intervento, di ispirazione costruzionista, che
descriveremo con lausilio di esempi tratti dalla nostra esperienza concreta. Il
capitolo quarto dedicato alle modalit di svolgimento del primo incontro di un
percorso di counseling; il capitolo successivo traccia le linee guida degli incontri
seguenti, e dei modi migliori per tenere sotto controllo i miglioramenti fatti, e
anzi per farne di ulteriori.
I capitoli compresi tra il sesto e il nono sono dedicati, ciascuno, a temi specici.
Faremo riferimento ad alcuni problemi comuni, come le difcolt alimentari, ma
abbiamo scelto di non affrontare i singoli problemi sotto forma di capitoli ad hoc,
perch quel che ci interessa sono le soluzioni, pi che i problemi in s. Nella stessa
ottica, abbiamo deciso di non dedicare un capitolo specico al tema della pratica
antidiscriminatoria: i problemi del potere e delloppressione, infatti, saranno toccati
a pi riprese nel corso di tutto il libro. Questi capitoli a tema conterranno invece una
serie di studi di caso, che provengono tutti (a parte lesempio di Mary nel capitolo
ottavo e quello di Margo nel capitolo nono) dalla nostra diretta esperienza di lavoro
come counselor. Non pretendiamo, naturalmente, che questi casi corrispondano a
modelli perfetti, o a risultati soddisfacenti al cento per cento; quel che ci preme,
piuttosto, mettere in luce la complessit dellesperienza vissuta da qualsiasi cliente.
Lapproccio che andiamo descrivendo si caratterizza anzitutto per uno specico
orientamento losoco e, in secondo luogo, per lapplicazione creativa di alcune
tecniche e abilit professionali ormai ben rodate. Alcune di queste sono speciche
del dialogo sulla soluzione, altre sono comuni a tutti i modelli di counseling; ci che
le distingue, comunque, la condivisione di un determinato insieme di principi. Il
capitolo decimo servir quindi a ribadire la losoa e la visione di fondo della natura
umana, propria dei counselor che scelgono il dialogo centrato sulla soluzione; si
tratter di riprendere in considerazione, sulla scorta delle esperienze raccolte nel
libro, le modalit di svolgimento (e le ragioni del successo) di tale approccio. Inne,
le appendici sono dedicate a una rassegna delle ricerche pi importanti, a una
lista di possibili percorsi di approfondimento e ad alcuni strumenti utili nella fase
applicativa del nostro approccio.

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Le nalit del counseling


Uno degli scopi principali del counseling quello di identicare, valorizzare e
rafforzare le risorse interiori del cliente; un obiettivo che, come si pu capire, non
coincide necessariamente con quello di dissotterrare i conitti vissuti dal cliente
stesso. In questo paragrafo, per non appesantire la trattazione, ci limiteremo a
porre a confronto lapproccio narrativo e centrato sulla soluzione con il tradizionale modello di Carl Rogers (1951; 1961). Rogers era fermamente convinto del
primato della persona rispetto a ogni altra considerazione e quindi della necessit
di abbattere tutte le forme di oppressione umana. Nonostante la sua ducia nelle
risorse potenziali di chiunque e nel rispetto della dignit umana di ciascuno, egli
era comunque ancorato al paradigma strutturalista; ci che si proponeva di fare,
dopotutto, era aiutare le persone a trovare il loro S autentico, ossia la loro vera
identit. Per il costruzionismo, viceversa, il S di ciascuno di noi il risultato di un
processo di costruzione sociale; se certo necessario emanciparlo da ogni forma
di oppressione, rimane il fatto che non possibile conoscerlo nella sua essenza,
per quello che . Anzich porci alla ricerca della nostra identit autentica, vale
la pena cercare di tradurre nella realt ci che vorremmo essere, compreso quel
che vorremmo cambiare di ci che siamo stati in passato. Il S non , dicono i
costruzionisti, una sorta di essenza innata, dotata di una identit reale. Occorre
anzi, nella loro prospettiva, aiutare le persone a liberarsi dal reale, dallidea
che il S autentico sia qualcosa di oggettivo. Dovremmo anche guardarci, negli
incontri di counseling, dal rischio di eccedere nellanalisi delle emozioni, o di
insistere troppo sulla necessit di una crescita personale che pu rivelarsi essa
stessa oppressiva (White, 1995). Quando si dice, ad esempio, che il counseling
servirebbe ad aiutare le persone a entrare in contatto con la propria sfera
emotiva, si d per scontato non solo che sia auspicabile farlo, ma anche che vi
sia un solo modo per farlo: fare i conti di tutto quel che accaduto in passato,
prima di poter fare qualsiasi passo in avanti. Ebbene, per molti clienti sentire il
counselor che chiama dissociazione il loro riuto di strapparsi di dosso linvolucro che li protegge dalle emozioni involucro che si sono costruiti con fatica
negli anni diviene unennesima esperienza di oppressione. Molti di loro non si
sentono affatto meglio a parlare delle loro esperienze emotive pi tormentate, e
percepiscono come un abuso la richiesta del counselor di farlo. capitato anche
a noi di osservare che la capacit dei clienti di prendere delle decisioni o di fare
delle scelte in pericolo se la loro richiesta di cambiare counselor viene denita
come mera resistenza al counseling stesso. Come possibile, del resto, che
qualcuno stabilisca che una data persona ha per forza bisogno di dieci incontri
di counseling? Il modello del counseling breve punta invece ad aiutare le persone

I PRINCIPI COSTRUZIONISTICI DEL COUNSELING NARRATIVO

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a riutare qualsiasi punto di arrivo ideale a cui esse, stando alle aspettative della
societ o cultura di appartenenza, dovrebbero necessariamente tendere. In questa
prospettiva, infatti, non esiste alcun punto di vista privilegiato rispetto agli altri.
Questo non vuol dire che ogni forma di realt sia relativa e contingente: non c
dubbio che esista la realt o meglio, le realt , ma sono i processi conoscitivi
delle persone a costruire quelle realt di cui esse fanno diretta esperienza; sono
queste le uniche realt a cui possiamo sperare di arrivare (Winslade e Monk,
2000, p. 124). Ogni persona, attraverso le sue narrazioni, porta in vita molti
problemi; per questo che fondamentale, se vogliamo affrontare tali problemi,
guardare ai signicati che si creano attraverso le narrazioni stesse.
Rogers, coerentemente con la tradizione umanista, considerava il S nei
termini di unentit individuale, autonoma rispetto a tutti gli altri S. Da qui
la determinazione a trovare la natura autentica di ogni singolo individuo:
una natura che, nella visione delloggettivismo, risultava celata per effetto di
un processo di inconscia repressione dellindividuo, che impediva la crescita
e lautorealizzazione lasciando insoddisfatti i desideri e i bisogni autentici. Per
Rogers, e dopo di lui per molti counselor centrati sul problema, ci che contava
di pi era lemancipazione individuale da questa forma di repressione. I bisogni
si prestavano a essere deniti in termini oggettivi, e come tali potevano essere
soddisfatti. Riletto oggi, questo approccio d limpressione di perseguire delle
nalit di tipo oppressivo, e di basarsi su nulla pi che unanalisi dei bisogni (e
una visione del cliente) culturalmente determinata (per un tipico esempio in tal
senso, vedi Maslow, 1954). Limplicito assunto del modello rogersiano che al
centro di tutto vi sia lautodeterminazione dellindividuo (a prescindere da ogni
etica sociale), e che questi quali che siano le sue condizioni di vita, o i problemi
che incontra debba raggiungere una condizione di ideale perfezione che si
rivela, alla resa dei conti, piuttosto improbabile. Ne deriva limplicito imperativo,
indirizzato a ogni cliente, ad attenersi a un determinato modello di vita, tralasciando le sue intenzioni (e la sua capacit di autodeterminare il proprio corso di
vita). Nella visione costruzionista, invece, il counselor non ha alcuna ragione per
incoraggiare il cliente ad attenersi per forza a un certo modello, n a perseguire
a tutti i costi la sua crescita personale, sino al raggiungimento di un qualche S
ideale. Qualsiasi tentativo di ssare a priori, da parte degli esperti, i bisogni,
lidentit, lautostima e gli stadi di sviluppo del cliente, destinato a limitare
drasticamente i suoi margini di scelta; a rendere pi difcile, inoltre, ogni scelta
di tipo etico. Se accettano questa chiave di lettura, i counselor non potranno che
porre lattenzione sui decit e le debolezze dei clienti, ovvero sulle inadeguatezze
che percepiscono in ciascuno di loro. Oltretutto, se scopo del counseling soddisfare i bisogni, ottenere lautostima o la realizzazione del S, quando mai ci
si potrebbe domandare il percorso di counseling dovrebbe avere ne? Non si

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IL COUNSELING NARRATIVO

corre cio il rischio, cos facendo, di condannare il counselor (e lo stesso cliente)


a imbarcarsi in una missione impossibile?
La risposta di Payne (2000) che forse servirebbe uno scopo pi modesto:
pi che lo sviluppo personale tout court, un arricchimento dellesperienza di
vita. In questa nuova luce, il counselor si assume la responsabilit di:
Trovare nuovi modi per arricchire la vita [del cliente] di esperienze gioiose
e piacevoli, senza per questo dimenticare che, se pu permettersi di farlo,
grazie a tutti i privilegi e alla ricchezza di cui a paragone di gran parte degli
abitanti del pianeta egli gode. un compito ben diverso dalla continua
insistenza sui decit di sviluppo personale del cliente, che richiederebbero
un lungo e dettagliato esame sino a sradicare le cause (presunte) della sua
sofferenza. (Payne, 2000, p. 208)

un compito ben diverso aggiungiamo noi dallassumere che i clienti


ci parlino perch avrebbero bisogno di crescere o di maturare. Come osserva
Dolan (1998), se lo scopo sradicare le (presunte) cause del problema, si nisce per vedere nel cliente soltanto una vittima o, al pi, una persona che tenta
faticosamente di sopravvivere. Se invece moviamo lo sguardo dal suo passato
negativo, costellato di fatti rispetto a cui non possiamo fare pi nulla, al possibile
futuro dei suoi desideri e delle sue aspirazioni, potremo aiutarlo a pregurarsi
unesperienza di vita piena di nuove soddisfazioni. Questo pu anche richiedere
la narrazione o meglio, la rinarrazione di certi aspetti del passato o del
presente, ma il pi delle volte lattenzione si concentra sul dialogo rispetto alle
esperienze in cui il cliente non vive il suo problema (le eccezioni), e sui possibili
piccoli passi che, sul breve periodo, egli potrebbe fare.

I risvolti etici
Chi si rivolge al counseling, il pi delle volte, lo fa per chiedere aiuto rispetto
a un problema che non riesce a risolvere, o per porre rimedio a qualche sua
debolezza o incapacit (reale o percepita). Il counselor, da parte sua, pu rispondere alle esigenze del cliente anche dal punto di vista etico, nel momento in cui si
astiene dal diagnosticare i problemi in termini di decit, si sforza di sperimentare
le soluzioni possibili e si rende coautore, insieme con il cliente, di una storia di
vita futura diversa, in cui si sfruttino tutte le sue risorse e competenze. Il ruolo
del counselor non deve essere, insomma, quello dellesperto; su questo aspetto,
dopotutto, era daccordo gi Carl Rogers. Nella visione dello psicologo americano,
per, la gura del counselor aveva ancora un che di eroico: come di chi sia chiamato a liberare il cliente, ovvero a dare vita con lui a una relazione daiuto che
condicio sine qua non per la crescita umana del cliente stesso. Uno degli scopi
del counseling, secondo lapproccio rogersiano, dovrebbe proprio essere quello

I PRINCIPI COSTRUZIONISTICI DEL COUNSELING NARRATIVO

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di costruire una relazione sana con il cliente. Anche nel modello di counseling
centrato sul problema si cerca di creare una certa profondit relazionale, nella
convinzione che il cliente purch gli si offra un ambiente protettivo e gli si
lasci tutto il tempo che gli serve possa arrivare alla soluzione (vedi, tra gli altri,
Mearns, 1994). A giudizio di Payne (2000), per, una simile impostazione del
counseling tende a svilire tutte le relazioni che il cliente intrattiene comunque, al
di fuori del rapporto con il counselor. Il ruolo di questultimo afferma Payne,
e noi con lui dovrebbe semmai essere quello di facilitare le relazioni del cliente
nella vita reale, ossia nella sua esperienza di tutti i giorni. Al centro di tutto, per
dirla diversamente, non dovrebbe esserci pi la sua relazione con il counselor.
Questi deve certo rapportarsi al cliente in modo affabile ed empatico, ma deve
anche saper costruire una relazione terapeutica che abbracci tutte le persone
importanti per il cliente, che possono dargli una mano nel fronteggiamento del
problema. Non interessa, nel nostro approccio, (tentare di) dare vita a una relazione
terapeutica come quella pregurata da Rogers; nella nostra esperienza, del resto,
tale relazione si rivela quasi sempre ttizia, poco trasparente, e soprattutto
unilaterale, pi che basata sulla reciprocit. Crediamo invece che chi si rivolge
al counseling debba decidere direttamente loggetto dellintervento e debba condividere in prima persona lanalisi e le ipotesi formulate dal counselor. Entrambe
le parti, cio, dovrebbero trarre benecio dallesperienza di relazione.
Siamo apertamente contrari, come si visto, a ogni tentativo di formulare
ipotesi, pi o meno fondate, sulle possibili radici in profondit del problema
che abbiamo davanti. Ci pare pi opportuno attenerci al livello, per quanto superciale, di quello che i clienti dicono di voler fare, o di voler cambiare; sono
soprattutto le loro risorse che ci interessano, le soluzioni implicite che si possono
celare nelle eccezioni ai problemi che vivono, e quindi le possibilit di ripetere
tali eccezioni nel corso del tempo. Non si tratta, allora, di formulare ipotesi a
partire dalle teorie esperte, bens di valorizzare, in ogni circostanza, le conoscenze implicite e contestuali del cliente. Occorre calibrare con cura ogni parola,
perch anche con il linguaggio che si rafforzano, e si rinnovano, le competenze
della nostra controparte: ad esempio, una volta che emerga una situazione in
cui le cose andavano meglio, si potr domandare alla persona in che modo,
in quella particolare circostanza, si sia comportata. Pi che tentare spiegazioni
che ci potrebbero indurre a dispensare consigli, o a prestare attenzione alle nostre teorie di counselor (pi che a quelle del cliente), si tratta di prendere atto di
quel che fanno i nostri interlocutori; dal riconoscimento di questo fare che
occorre partire (Cecchin, 1987, p. 408). Nella prospettiva del costruzionismo,
la maggiore responsabilit dei terapeuti centrati sulla soluzione [...] consiste
nellaiutare i clienti a discutere a fondo dei loro problemi, sino a uscirne nel
senso letterale del termine perch incoraggiati a descrivere la loro vita in modi
nuovi (Miller, 1997, p. 6).

LE TECNICHE OPERATIVE

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Le tecniche operative

Il dialogo centrato sulla soluzione si avvale delle tecniche usuali del counseling
ma le utilizza in modo diverso. Queste tecniche sono il frutto di un accurato studio
delle modalit di intervento pi efcaci, e si inscrivono nel quadro dei principi teorici
che abbiamo descritto nel capitolo precedente. Nella pratica del counseling breve,
inoltre, esse sono oggetto di un continuo processo di rielaborazione creativa. Non
necessario utilizzarle nello stesso ordine in cui le presentiamo nel corso di questo
capitolo; il pi delle volte, in effetti, esse vengono intrecciate, combinate, reiterate
o diversicate, in funzione delle preferenze del counselor e della sua valutazione
di quali sembrino pi efcaci nei confronti di ogni cliente. Prima di cominciare a
presentarle, vale la pena ribadire che il dialogo centrato sulla soluzione presuppone,
da parte del counselor, un atteggiamento non clinico: non si attribuisce alcuna
valenza patologica ai problemi dei clienti, n li si denisce in termini di decit; si
cerca di spostare lattenzione, semmai, sui possibili scenari futuri con cui i clienti
meglio si identicano. Latteggiamento del counselor, nel corso degli incontri,
dovrebbe essere pragmatico e al contempo parsimonioso: consapevole, cio, di
tutti quei passaggi che possono essere evitati, perch superui o addirittura dannosi.
Lapproccio centrato sulla soluzione stato anche denito minimalista, proprio
perch si concentra soltanto sui passaggi che appaiono essenziali per ricavare dal
cliente stesso le soluzioni al suo problema. A prima vista pu apparire pi semplice
e immediato di altre forme di counseling, ma si tratta di unimpressione fuorviante:
esso richiede al counselor una grande padronanza di s, al ne di astenersi dal fare
tutto ci che risulta superuo, oltre che da ogni giudizio di tono diagnostico.