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GLI

SCENARI DEL LAVORO DI RETE: CENNI DI POLITICA SOCIALE

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Gli scenari del lavoro di rete:
cenni di politica sociale

Premessa
Il lavoro di rete si progressivamente connotato come un
metodo specifico per il lavoro sociale1 , quello che pi di altri sembrerebbe dar ragione dellaggettivo sociale che denota questo significativo sottoinsieme delle professioni di aiuto (Seed, 1990; Folgheraiter, 2001).
Pur essendo ancora controversa lidea di che cosa sia lo
specifico oggetto epistemologico di tale area disciplinare (Boeglin,
1979; Wilensky, 1979; Crespi, 1987; Bortoli, 1997), si pu comunque rilevare una generale convergenza sul fatto che il lavoro
sociale si occupi di benessere, e pi precisamente del benessere
sociale delle persone. Tuttavia, a causa della estrema genericit di
tale oggetto, non sempre risultata adeguatamente approfondita la
corrispondenza tra esso e luna o laltra impostazione metodologica
(Marzotto, 2002).
1

Qui e nelle pagine che seguono il termine lavoro sociale viene utilizzato nel significato che gli
attribuisce Folgheraiter: sul piano euristico, il lavoro sociale si caratterizza per lo studio delle
condizioni correlate al cosiddetto disagio sociale cos come esso si particolarizza in situazioni e
circostanze tipiche. [] Per quanto riguarda la faccia operativa del lavoro sociale, esso si riferisce
allinsieme delle figure di operatori impiegati nei servizi sociali personali: lassistente sociale,
leducatore sociale, lanimatore socio-educativo o socio-culturale e laddetto allassistenza (Folgheraiter, 1998, p. 80-83). Si veda anche Payne (1996).

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IL

METODO DI RETE IN PRATICA

Il concetto di benessere infatti ampio e sfaccettato: anche se


la prevalenza di studi economici al riguardo ha portato sovente a un
appiattimento del concetto su una sola delle sue dimensioni, vale a
dire la disponibilit di mezzi, il termine comprende in s una pluralit
di sensi e di forme. In esso confluiscono dimensioni materiali,
psicologiche, culturali e sociali (Donati, 1989; 2000).
Al livello delloperativit professionale, comunque possibile constatare come le concezioni di benessere lette dalla sociologia abbiano una loro corrispondenza nellagire degli operatori
sociali.

Il lavoro sociale nel welfare state democratico tradizionale

benessere
oggettivo

In larga misura lattivit professionale degli operatori sociali si


riferisce attualmente ancora allidea di benessere tipica dellalta
modernit e alle sue regole. Tali regole, come noto, prescrivono
che lamministrazione pubblica debba e possa farsi carico sia dei
criteri universalistici in base ai quali definire i bisogni sociali, ritenuti
uguali per tutti allinterno della stessa categoria, sia della fabbricazione delle risorse necessarie per la loro soddisfazione. Questa soddisfazione viene definita un diritto e le risorse devono essere erogate
secondo criteri di razionalit burocratica, al fine di rispettare lequit, in ragione del fatto che le risorse sono oggettivamente scarse
(Folgheraiter, 2000a).
Il benessere pensato in tale contesto oggettivizzato, nel
senso di essere predefinito da un soggetto collettivo diverso da chi
concretamente aspira al benessere sentendosene in parte privo. Pi
precisamente, lamministrazione pubblica a definire quali condizioni vanno assicurate per perseguire il benessere sociale e con quali
strumenti.
Si tratta di un concetto definito prevalentemente in negativo.
Seguendo Donati, nel codice simbolico moderno [] il benessere
lopposto (negativo) del malessere: il benessere si ottiene negando o cancellando la sua antitesi, cio il malessere (Donati, 1998,
p. 18).
A questo scenario corrisponde o ha corrisposto fino a ieri
la collocazione prevalente del servizio sociale allinterno della
pubblica amministrazione e una definizione del ruolo professionale dellassistente sociale (ma anche in buona misura degli altri
operatori sociali) tendenzialmente appiattita, specie nel panorama italiano, sulla delineazione che di esso hanno man mano

GLI

problemi
interi

operatori
di interfaccia

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prodotto le norme di legge, i piani assistenziali, i regolamenti di


servizio2 .
Nei sistemi tradizionali di welfare, i problemi socio-assistenziali sono concepiti come problemi interi, in genere collocati in capo
a una persona fisica detta utente, cui una particolare organizzazione deve fornire una risposta o una soluzione esclusiva, cio attivata
direttamente al proprio interno. Tale risposta pu essere composita, vale a dire consistente in differenti prestazioni singole, ma in
linea di massima si ritiene che sia un unico ente a doverla attivare.
La situazione idealtipica quella in cui lutente viene ricoverato per
la cura in unapposita struttura residenziale o semiresidenziale gestita dallente pubblico, nella quale riceve (dovrebbe ricevere) tutto ci
di cui ha bisogno per il suo problema. Queste strutture sono in capo
a distinte branche dellamministrazione pubblica, ciascuna delle
quali investita della competenza rispetto a una determinata categoria di utenza e produce le prestazioni specificamente necessarie:
questa, degli enti assistenziali, stata la modalit organizzativa
prevalente fino agli anni Settanta. La titolarit a occuparsi delle
situazioni problematiche stata anche definita su base territoriale,
in maniera relativamente indipendente dal tipo di bisogno o dalla
categoria cui appartengono i titolari del bisogno stesso. In Italia
stata questa lopzione prevalente dopo la prima riforma sanitaria,
concretizzata con la creazione delle ULSS e dei distretti socio
sanitari. Evidentemente, ci che cambia da un modello allaltro il
modo con cui i problemi socio-assistenziali, e la produzione delle
relative prestazioni, vengono assegnati alluno o allaltro ente. Resta
invece invariata lidea che si tratti comunque di problemi che appartengono a un (uno solo) determinato ente pubblico.
La posizione di interfaccia degli operatori sociali, e soprattutto degli assistenti sociali, fra il livello dello Stato erogatore e quello
dei singoli individui o famiglie, e la vicinanza operativa con questi
ultimi, hanno fatto percepire agli operatori sociali le contraddizioni
latenti nel sistema pubblico di welfare. Non mi riferisco qui soltanto
alla difficolt di conciliare il mandato istituzionale e professionale di
ripristinare/mantenere il benessere con la collocazione delloperatore entro un sistema sociale iniquo che invece il malessere lo
produce (Folgheraiter, 1998; Donati, 2000), ma anche e soprattutto alla discrasia tra il mandato di contribuire allassegnazione ogget-

Piuttosto esemplificativo a questo proposito stato, fra gli altri, il noto documento Gli operatori
sociali: urgenza di una normativa, Ministero dellInterno, Direzione Generale dei Servizi Civili
(1984).

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IL

METODO DI RETE IN PRATICA

stile
erogativo

definizioni
riduttive

tiva di prestazioni standard e la chiara percezione della dimensione


soggettiva del benessere.
Il lavoro sociale si da sempre faticosamente confrontato con
processi di aiuto alla persona, esposti alla necessit di tener conto
della visione delle persone interne a quellaiuto. Non a caso, per
elaborare i propri strumenti di intervento, stato spesso vicino alla
psicologia e alla psicoterapia (Bortoli, 1997, cap. 5). Anche la
deontologia professionale, emergendo da una logica di aiuto operativamente confrontata con le singole persone e le singole famiglie,
per quel che riguarda i principi di riferimento nel rapporto con
lutenza cerca di tener conto di questa soggettivit delloggetto
professionale: ne rendono ragione i principi dellautodeterminazione, dellautonomia, della personalizzazione dellintervento (Bortoli,
1997; Banks, 1995).
Nelloperativit, lassistente sociale si trova (o si trovava) costretto a implementare una mediazione accettabile fra questi principi
(presenti peraltro anche nei piani assistenziali) e limpostazione fondamentalmente erogativa e standardizzata del welfare. Poco importa
che tale logica appaia in alcuni casi pi sfumata e che vengano
introdotte correzioni in direzione di una maggiore flessibilit: le prestazioni per forza di cose sono articolabili fino a un certo punto e
dunque le regole di fondo seguono comunque direttrici di standardizzazione/erogazione.
Per lassistente sociale, un intervento di aiuto diretto a mantenere o sviluppare benessere diventa dunque sovente un intervento
per aiutare a usufruire di determinate prestazioni, quando non si
riduce proprio al mero accertamento che sussistano i requisiti per
riceverle. Personalizzare un intervento viene a significare adattare,
nei limiti del possibile (e spesso sono limiti stretti), la prestazione
disponibile al bisogno secondo unottica detta service led. Oppure
moltiplicare le prestazioni stesse, cercandone di sempre nuove, per
rincorrere bisogni sempre pi differenziati. Rispettare o incrementare lautonomia, evitando lassistenzialismo, diventa rispettare predefiniti criteri di equit nellallocazione di risorse, e quindi di prestazioni, limitate.
Non pu sfuggire quanto queste ridefinizioni risultino riduttive
di fronte al rispetto dellindividualit sotteso ai principi deontologici.
Daltra parte, esse trovano giustificazione nella concezione di benessere tipica della modernit: il benessere sociale un misto di libert
individuali e di controlli per luguaglianza che assicurano il massimo
delle libert individuali compatibili con le libert altrui (Donati,
2000, p. 27).

GLI

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In qualche misura, lo sviluppo delle professioni sociali (e in


particolare del servizio sociale professionale) testimonia la criticit
insita nelle definizioni moderne del benessere. E tuttavia, la collocazione degli operatori sociali nelle amministrazioni pubbliche chiamate a implementare tale idea di benessere li ha entro certi limiti
protetti, non costringendoli ad affrontare a viso aperto le discrasie
tra uno star bene predefinito e le innumerevoli idee degli utenti al
riguardo. In fondo, se qualcuno proponeva, o pretendeva, risposte
diverse, cera sempre per lassistente sociale il rifugio delle proprie
competenze istituzionali, mai abbastanza ben definite.

Il lavoro sociale nel welfare mix neoliberale

competizione
tra erogatori

Sotto gli influssi dellideologia neoliberista, un po ovunque


nelle maggiori democrazie liberali si sta transitando al welfare mix
(De Leonardis, 1996; Donati e Folgheraiter, 1999; Fazzi e Messora, 1999; Folgheraiter, 2003). Lidea del welfare mix nasce dal fatto
che, negli anni Ottanta, con la crisi del binomio Stato-mercato, i
sistemi societari hanno dovuto fare sempre pi ricorso alle famiglie
e alle organizzazioni di terzo settore (Colozzi e Bassi, 1995). Questo
ha innescato un processo di progressivo ridimensionamento delle
tradizionali burocrazie pubbliche e lemergere di soggetti nuovi,
ovvero con maggior visibilit che in passato (Rossi, 1997; 1999;
Thompson, 2002).
Di fronte alle situazioni di benessere compromesso c un
certo numero di professionisti incardinati in enti diversi dalla pubblica amministrazione e ora vi sono anche sempre pi professionisti appartenenti a organizzazioni non profit o a imprese di mercato, nonch operatori o volontari che rappresentano associazioni di
utenti e di carer (Barnes, 1997; Di Nicola, 2004). Queste diverse
organizzazioni dovrebbero idealmente entrare in competizione fra
loro (Forder et al., 1999; Knapp, Forder e Hardy, 2001; Folgheraiter, 2003a) per procacciarsi gli utenti/consumatori (Baldock, 2003;
Shaw e Aldridge, 2003), teoricamente liberi di scegliere chi in
grado di assicurare le prestazioni che preferiscono. Evidentemente,
questo non sempre pu avvenire, in ambito assistenziale, tramite il
diretto potere di acquisto delle persone in difficolt, che necessita di
essere sostenuto dallo Stato attraverso strumenti come i vouchers
(Cave, 2001; Gori, 2001), oppure di essere ancora mantenuto in
capo allo Stato che opera in qualit di acquirente per conto degli
utenti. Gli operatori sociali diventano allora dei case managers

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IL

METODO DI RETE IN PRATICA

quasi-mercati

controllo
delle erogazioni

(Payne, 1995; 1999; Bortoli, 2001) che aiutano o sostituiscono chi


ne ha la necessit nel comprare con i fondi pubblici lassistenza di cui
ha bisogno.
Questo sistema dovrebbe risultare premiale per le organizzazioni migliori, in termini sia di efficienza che di efficacia. Il termine
quasi-mercato con il quale si indica questo tipo di economia assistenziale, sta a indicare la mescolanza di scelte pubbliche e private,
cos come di soggetti erogatori pubblici e privati, che la contraddistingue (Wistow et al., 1996).
In tale scenario, gli operatori sociali si trovano a dover fare i
conti con una crescente complessit (Healy, 2002) la quale pu ben
essere letta come lemergenza progressiva di soggettivit plurime e
diversificate, ciascuna delle quali trova una legittimazione ben maggiore che in passato nel far sentire la propria idea di benessere. Nel
determinare in concreto quale sia il benessere da realizzare gli
operatori sociali sono sollecitati, molto pi che in passato, a tenere
conto non solo di ci che lo Stato e le sue articolazioni intendono
perseguire, ma anche di quello che i vari soggetti non profit e quelli
di mercato considerano benessere.
In qualit di rappresentanti dellente che acquista le prestazioni, gli operatori sociali si vedono assegnata la responsabilit di controllo sulla fluidit e sulla sensatezza dellinsieme delle prestazioni
stesse: si tratta di una funzione connotata da rilevanti criticit. Ad
esempio, si potrebbe mettere in dubbio che lassistente sociale di un
Comune abbia titolo a decidere quali debbano essere le prestazioni di
un educatore o di un assistente domiciliare appartenente a un servizio
privato, dato che questi operatori mettono in atto competenze professionali diverse dalla sua. E, per lo stesso motivo, pu non essere
affatto scontato che sia lui a controllare la realizzazione del progetto
educativo per un certo minore, o se le prestazioni assicurate giornalmente a una persona disabile siano quelle pi opportune in quel dato
momento. La cosa si complica se i soggetti erogatori appartengono
al terzo settore. Infatti, per unimpresa di mercato il profitto economico costituisce una motivazione adeguata per ricercare la soddisfazione dellente pubblico acquirente; per unorganizzazione non profit,
ovviamente, tale motivazione ha un significato marginale e non pu
essere sfruttata pi di tanto per innescare meccanismi di adeguamento alla volont dellacquirente. Tanto pi che, nel welfare mix, vanno
trovando maggior voce le iniziative organizzate di autotutela da parte
di coloro che hanno bisogno di assistenza e dei loro carer, iniziative
finalizzate a partecipare in maniera pi incisiva, come soggetti collettivi, alle scelte di pianificazione dei servizi, per difendere i propri

GLI

la voce
degli utenti

il ruolo
dei familiari

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interessi corporativi o per valorizzare il proprio contributo alle decisioni di politica sociale.
Ma non ci sono solo diverse categorie (gli enti pubblici, le
organizzazioni private, mercantili o solidaristiche, i gruppi di pressione, le famiglie, ecc.) che si fanno promotrici di concezioni alternative con cui intendere lassistenza ed evitare lemarginazione. Nel
welfare mix anche attraverso lintroduzione del case management ha assunto in teoria maggiore visibilit ci che lanziano in
difficolt, il disabile, la persona con disagio psichico e i loro carer
intendono come benessere per quanto attiene alla loro specifica
situazione personale, che comprende s determinati problemi,
come invalidit, isolamento o quantaltro, ma non si esaurisce in
essi.
Trasferendo risorse economiche dallente pubblico alla persona (o alla famiglia) in difficolt, essa diviene il diretto acquirente delle
prestazioni assistenziali. Dunque la scelta rispetto a quali prestazioni
comprare dipender anche, caso per caso, da ci che lutente e i suoi
carer sono disponibili o in grado di fare in proprio, senza ricorrere
al supporto professionale o del volontariato organizzato. La configurazione assunta da ciascun pacchetto assistenziale non dipender solo
dal fatto che lutente sia stato valutato in stato di necessit e quindi sia
titolare di benefici assistenziali quali un assegno di cura (Gori, 2001),
ma anche dalla valutazione che lui e i suoi carer opereranno circa le
proprie capacit di assistenza e le proprie preferenze.
Tutto ci mette in evidenza, con forza maggiore che in passato, che la volont delle persone direttamente interessate, le loro
scelte e le loro capacit giocano un ruolo determinante nei processi
di aiuto, a tal punto che concepirli meramente come utenti (cio
soltanto come destinatari delle prestazioni) diviene restrittivo.
I familiari che si occupano dellassistenza a un loro parente
anziano, ad esempio, in che veste andrebbero considerati dagli operatori professionali? Sono destinatari indiretti, anchessi, delle prestazioni di aiuto, dato che vengono affiancati o sostituiti in alcuni compiti.
Ma potrebbero venire considerati anchessi soggetti erogatori di prestazioni, e quindi aver titolo a far parte dellquipe assistenziale e a
esprimere, alla pari con gli altri operatori, il proprio parere.
Ancora, la persona anziana titolare delle prestazioni di assistenza viene tradizionalmente considerata come destinataria/utente. Ma
si potrebbe sostenere che, nel momento in cui in grado di esprimere
il suo parere e le sue preferenze (Richards, 2000), o anche di collaborare a prendersi cura di se stessa, partecipa al lavoro di assistenza. E
qual la posizione del partecipante a un gruppo di auto/mutuo aiuto?

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IL

METODO DI RETE IN PRATICA

Proprio in quanto persona in difficolt, che quindi si avvale del


sostegno del gruppo, egli anche una risorsa di aiuto per altri che
vivono un problema analogo al suo (Steinberg, 1997).

Societ del rischio e postmodernit

intreccio
di percezioni

spazi
di libert

In definitiva, lo sviluppo delle economie assistenziali di quasimercato sta costringendo il lavoro sociale (e a livello pi generale
le social policies) a considerare con maggiore attenzione lintreccio
di percezioni, di preferenze e di finalit diverse che compongono
quel benessere di cui dovrebbero occuparsi i servizi alla persona con
i loro operatori sociali. Lincremento di questa dimensione soggettiva e intersoggettiva del benessere, ben al di l dellemergere come
effetto specifico di una qualche politica assistenziale, caratterizza
per intero lo scenario della postmodernit.
Tradizionalmente, in una societ organizzata in termini di
modernit semplice il lavoro sociale aveva a che fare con relazioni
relativamente prefissate (Bauman, 2000). Lidentit personale, e
quindi anche le percezioni del benessere, erano tendenzialmente
definite entro strutture di controllo esterne alle scelte individuali,
imposte dalla chiesa, dalla famiglia, dagli esperti e dalla tradizione
stessa. In tale quadro, le definizioni oggettivizzate del benessere
tipiche del primo welfare potevano risultare almeno in parte sostenibili, poich avevano a che fare con traiettorie di vita in buona
misura gi ascritte alla singola persona.
Nella societ post-tradizionale tali definizioni di benessere non
vengono pi date per scontate, liberando maggiori spazi per lagency (lagire relativamente libero) individuale (Giddens, 1994). Non
che non esistano pi limiti, anzi: le politiche sociali, il mercato del
lavoro e tutta una serie di altre istituzioni mantengono la persona
entro un insieme di regole, di controlli e di costrizioni, che tuttavia
possono essere percepiti come limitanti e messi in discussione.
Contemporaneamente, questi stessi sistemi costituiscono una risorsa: muovendosi nelle loro regole, possibile conquistare nuove
opportunit per realizzare il proprio progetto di vita.
Da un lato, ci apre nuovi potenziali spazi di libert. Le
persone si trovano sempre meno davanti a strade gi tracciate e
date per buone rispetto alla carriera lavorativa, al matrimonio,
alla genitorialit, ai rapporti di parentela e cos via. Di conseguenza,
il benessere individuale assume sempre pi una dimensione di
spiccata soggettivit, in quanto disponiamo sempre meno di para-

GLI

incertezza
e rischio

scopi
condivisi

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metri comunemente accettati (Parton, 1996; Folgheraiter, 2000b).


Potremmo forse, con qualche approssimazione, prestabilire cosa
serve alla sopravvivenza fisica di una data persona, ma non potremmo mai determinare ci che la pu far sentire bene (o male),
dentro le coordinate della sua vita, se non tenendo conto del suo
parere, delle sue scelte o anche solo delle sue percezioni.
Dallaltro lato, questi nuovi spazi di libert espongono allincertezza. Diviene necessario uno sforzo attivo per costruire la propria biografia, una sufficiente assertivit nella competizione di fronte
a risorse scarse (Beck e Beck-Gernsheim, 1996). Nella societ del
rischio (Beck, 1992), il benessere non mai acquisito una volta per
tutte. Non soltanto perch la situazione in cui oggi mi sento soddisfatto potrebbe, domani, drasticamente cambiare, ma anche perch la mia identit, i miei scopi, il mio stare-bene vanno continuamente rinegoziati con gli altri, portatori, a loro volta, di altrettante
soggettivit. Il S si connota come un progetto riflessivo (Giddens, 1991), costantemente esposto alle scelte di chi ci circonda
(Giddens, 1990).
Ci significa che il benessere inter-soggettivo (Donati, 1991;
1998) perch non dipende soltanto dallindividuo singolarmente preso, ma anche dallambiente che lo circonda e in particolare da ci che
fanno le persone con cui egli intreccia relazioni che siano primarie
o mediate da ruoli istituzionali (Bartlett 1970; Bortoli, 1997). In
questa logica, il benessere il condensato di azioni comuni attorno a
compiti di vita da affrontare, che sono percepiti come scopi condivisi
(Donati, 1991; 1998; Folgheraiter, 1998; 2000b; 2000c).
A tutto ci, va aggiunta unosservazione importante. Intendere il benessere come agency intersoggettiva vuol dire che lo starebene non legato soltanto al raggiungimento libero di uno scopo
condiviso, considerato positivo, ma anche al modo alle azioni
con cui lo si persegue (Folgheraiter, 1998). In altri termini, la
soddisfazione o il disagio non stanno solo nel raggiungere la meta (o
nel mancarla), ma anche nel percepire come soddisfacente la strada
che si percorre per arrivarci.

Verso un welfare societario: la prospettiva relazionale


La necessit di pensare un benessere processuale e intersoggettivo costituisce un grande problema per le istituzioni assistenziali.
in generale il problema di come queste istituzioni possano interagire con i mondi della vita (Schutz, 1974).

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IL

METODO DI RETE IN PRATICA

appendici degli
enti pubblici

lesperto sa

Spesso succede che gli ambiti di esperienza che non si prestano a essere accuratamente normati, e quindi rimangono non controllabili, vengono bypassati dai soggetti formali: restano a priori al
di fuori degli strumenti e delle strategie di cui gli enti si dotano per
implementare i propri interventi di politica sociale e, parallelamente, restano anche al di fuori dellazione degli operatori sociali che
negli enti sono incardinati (Raineri, 2001).
Altre volte si assiste invece a una intensificazione degli sforzi
di controllo: se auspicabile, o necessario a fini di budget, tener
conto di soggetti diversificati quando si programmano e si gestiscono gli interventi sociali, si cerca allora di costruire una realt ordinata e governabile stabilendo accuratamente quando e come questi
diversi soggetti possono o devono agire (Fazzi, 2003).
A livello di organizzazione dei servizi, le estreme conseguenze
di questa logica di controllo vedono il privato (inteso come soggetto
collettivo quale ad esempio unimpresa, unassociazione o una cooperativa) come unappendice dellente pubblico, con bassi margini
di autonomia rispetto al tipo di prestazioni da proporre e al progetto
a esse sotteso (Borzaga e Fazzi, 2000). Se il privato appartiene
allambito solidaristico, questa collocazione ancillare alla pubblica
amministrazione rischia di snaturarlo.
A livello micro, del singolo operatore sociale, la strategia che
affronta la complessificazione attraverso il controllo si fonda sulla
convinzione che la propria competenza professionale consista anzitutto nel sapere che cosa sia meglio per le persone in difficolt e in
secondo luogo nel prescrivere loro cosa dovrebbero fare per stare
meglio. In sostanza, in qualit di esperto, ti dico cosa devi fare e,
come a te, lo dico anche a tutti gli altri soggetti coinvolti, operatori,
volontari o parenti. Di seguito, lesperto controller appunto
che i compiti assegnati vengano espletati fino in fondo, secondo il
suo programma. Questa strategia pericolosa, sia per gli scarsi
risultati che per il rischio di burnout (Maslach, 1992; Maslach e
Leiter, 1997; Contessa, 1987; Cherniss, 1983; Bernstein e Halaszyn, 1989; Jones, 2000; Baiocco et al., 2004) cui espone loperatore.
Tale atteggiamento, vicino al senso comune, corrisponde
allidea moderna dellexpertise tecnico-professionale (Giddens,
1990), secondo cui il professionista, in quanto tale, dovrebbe possedere tutte le conoscenze necessarie per produrre un miglioramento della situazione, mentre il ruolo dei suoi interlocutori consisterebbe nel seguire le sue indicazioni. Sotteso a questa concezione vi un
modo tipicamente positivista di intendere il rapporto teoria-prassi,

GLI

il benessere
un prodotto?

politiche
della vita

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per il quale la pratica va intesa come applicazione stretta della teoria


(Donati, 1997). a partire dalla teoria che si definiscono le regole
da applicare sul campo per diagnosticare correttamente la situazione, in modo da scegliere quale intervento applicare nel caso specifico. La presenza, nel servizio sociale, di modelli teorici diversi (Dal
Pra Ponticelli, 1985) viene risolta anchessa regolando lapplicazione delluno o dellaltro in base alle evidenze empiriche riscontrate
nella ricerca (Sackett e al., 1996).
La concezione secondo cui la pratica unapplicazione della
teoria sottolinea, nel rapporto utente-operatore, il potere a favore di
questultimo e lo status elevato del professionista, in quanto detentore di conoscenze esclusive. La prospettiva positivista risulta dunque centrata sullesperto, in maniera funzionale al rafforzamento
delle sue responsabilit di direzione e controllo.
Come ha ben chiarito Donati (1999), le innovazioni derivanti
dal pensiero neoliberistico si riducono allottimizzazione organizzativa
e allefficienza produttiva. Le modalit con cui il sistema dei servizi
e gli interventi degli operatori si riassettano di fronte alla complessit
non mettono in discussione la premessa maggiore della modernit,
cio lidea che il benessere sia funzione di una erogazione efficiente.
Si ammette sempre che il welfare possa essere costruito come un
prodotto predefinito e che possa distribuito in maniera ottimale.
Anche se i consumatori/utenti e i loro case manager possono
idealmente scegliere, cambiare ed eventualmente assemblare un
pacchetto di prestazioni diverse, in fondo ci si aspetta che essi
scelgano comunque dei prodotti finiti.
Per cercare strategie adeguate ad affrontare la complessit
postmoderna, le professioni sociali di aiuto devono allora rimettersi
ad affrontare fino in fondo il problema del loro oggetto.
Si tratta, in primo luogo, di un oggetto il benessere che,
non lasciandosi definire e tanto meno modificare univocamente,
smette di essere tale nel senso letterale della parola (Folgheraiter,
2000).
Se condividiamo lidea che le professioni sociali debbano
occuparsi del benessere sociale inteso come la capacit di azione
delle persone nellaffrontare i propri compiti di vita, se cio collochiamo il lavoro sociale nella grande area delle politiche della vita
(life politics), allora lelemento soggettivo e costruttivo non pu
che essere il cardine delle professioni sociali di aiuto (Ferguson,
2001; 2003a; 2003b; 2003c).
In questo quadro, il lavoro sociale pu essere concepito come
laiuto offerto alle persone per realizzare, nella situazione contin-

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IL

METODO DI RETE IN PRATICA

relazioni sociali

carenza
di reciprocit

gente in cui si trovano, il progetto riflessivo del proprio S e il


proprio progetto di vita (Ferguson, 2001; Walker, 2001; Folgheraiter, 2003) dentro il contesto delle relazioni significative (Di Nicola,
1998; Donati, 1998). Perch ci sia possibile, necessario che
lesperto ponga la sua oggettivit professionale in stretta connessione con il significato soggettivo che i suoi interlocutori attribuiscono
alla situazione in cui sono immersi. Lelemento distintivo del lavoro
sociale sta proprio nel fatto che lesperto affronta i problemi di
carenza di benessere centrandosi sul modo in cui le persone comprendono i propri bisogni e cooperano fra loro per affrontarli.
Lefficacia del processo di aiuto, nel lavoro sociale, dovrebbe essere
vagliata in relazione al significato che la soluzione assume agli
occhi delle persone coinvolte (Jordan, 1987; Folgheraiter, 1998).
In altri termini, tutta una serie di problemi che gli operatori sociali si
trovano davanti non ammette una soluzione predeterminata, perch la soluzione, per essere tale, deve connettere sensatamente la
sua valenza oggettiva con la percezione dei diretti interessati.
Come abbiamo visto, il benessere non dipende solo dalle percezioni e dalle azioni della singola persona bens, in pari grado, da
quelle di chi altri in relazione con lei. Una carenza anche pesante
nella capacit di azione intrapersonale non porta necessariamente a
uno stato di malessere, se compensata dallazione di altri. il
disfunzionare di questa agency comune, piuttosto che un qualche
deficit individuale, a far s che qualcuno (o anche pi di qualcuno) dei
soggetti interessati percepisca che il proprio progetto di vita si sta
incrinando e si rivolga eventualmente a un operatore sociale.
Dire che il benessere ha una dimensione soggettiva, allora,
non sufficiente: dovremo parlare piuttosto di intersoggettivit,
cio di qualcosa che emerge dallintreccio delle relazioni in cui
lindividuo coinvolto, relazioni con persone che, ciascuna, hanno
una propria soggettiva percezione del proprio stare-bene in quella
situazione.
Il problema oggetto del lavoro sociale pu venire concettualizzato come una carenza di reciprocit in tali relazioni, carenza che
assume poi svariate forme nelle specifiche situazioni di vita in cui si
manifesta. Di converso, anche le soluzioni che per questo problema
si possono ricercare vanno concepite come recupero di reciprocit
(Folgheraiter, 2000).
Il termine reciprocit sociale indica una relazione di scambio
simbolico che avviene in un circuito di donazioni vicendevoli []. La
reciprocit sociale consiste nello scambio diretto fra le parti in base
alla regola del dono, che implica andare incontro ai bisogni dellaltro

GLI

lutente
che non c

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secondo le proprie possibilit e attendersi dallaltro lo stesso. []


Tale complesso funziona attraverso tre azioni, momenti e regole
distinte: dono, accettazione, contraccambio dato secondo un equivalente o quasi equivalente riferito alluso (dunque non riferito al
denaro o ad altri parametri di misurazione astratta del valore)
(Donati, 1998, p. 360).
Al di fuori della reciprocit non sussistono beni relazionali e
quindi non trova spazio il benessere sociale. per questo motivo che
il lavoro sociale trova nella carenza di reciprocit loggetto che riflette
nella maniera pi precisa laggettivo sociale che lo caratterizza.
Le persone che esprimono cosa sia benessere per loro medesime, e che esplicano conseguenti azioni intenzionali, non sono solo
destinatarie di interventi, utenti, cio, nel senso letterale del termine.
Se poniamo lequazione benessere sociale uguale reciprocit, allora
i soggetti da considerare sono anche coloro che assicurano servizi
per mestiere, gli operatori professionali stessi, che divengono contemporaneamente aiutati e aiutanti, cos come aiutati e aiutanti
vanno considerati i loro utenti, ammesso che, in questo quadro,
abbia effettivamente senso chiamarli cos (Folgheraiter, 2000).

Il lavoro sociale come guida relazionale

il paradigma
costruttivistico

Un tal genere di commistione fra esperti e persone in difficolt


che a loro si rivolgono non va intesa come un auspicio romantico,
cos come la reciprocit ben lontana da un generico volersi bene
a vicenda. Apparentemente, sembra far franare il terreno sotto i
piedi degli operatori sociali: che esperti possono mai essere, se si
richiede loro di posizionarsi alla pari con i destinatari del loro
competente aiuto? E invece, lidea di reciprocit una chiave di
lettura densa di implicazioni, in grado di offrire al lavoro sociale
appigli sufficientemente solidi nella vertigine da relativit (Parton,
1996) del postmoderno.
Per seguire lidea della reciprocit, il lavoro sociale ha bisogno
di uscire dal paradigma positivista dellesperto detentore di conoscenze esclusive, per trovare un modo pi congeniale di intendere
sia il rapporto fra la teoria e la pratica sia quello, parallelo, fra il
professionista e i suoi interlocutori.
La prospettiva filosofica che orienta maggiormente in questo
senso quella fenomenologico-costruttivista (Parton, 1996; 2003;
Cooper, 2001). La conoscenza non considerata esclusivamente
come un prodotto, ma anche e soprattutto come un processo

30

IL

METODO DI RETE IN PRATICA

comprensione
fluida

(Sheppard, 1995; Sheppard e Ryan, 2003). Le conoscenze per


confrontarsi con le situazioni specifiche vengono costruite in buona
parte proprio sul campo, attraverso linterazione fra lesperto (con
tutte le sue teorie che ha nella testa) e le persone in relazione che
vivono il problema (Parton, 2000; Beresford, 2000). Invece di
applicare regole generali al particolare caso in esame, il professionista si impegna con i suoi interlocutori in un processo di ricomposizione, di rilettura riflessiva della realt, attraverso il quale sviluppare attribuzioni di significato da tradurre in azioni (Schn, 1991;
Sheppard, 1998).
Lesperto non seleziona dalla situazione elementi predefiniti
che consentano di collocarla in una categoria diagnostica; non
forza, per cos dire, il problema concreto nelle regole della teoria.
Sviluppa piuttosto una comprensione della situazione, comprensione che si mantiene fluida, provvisoria e contestualizzata. In questa
prospettiva le conoscenze come prodotto, vale a dire i concetti
astratti e le regole generali, vengono comunque utilizzate, ma esse
influenzano la comprensione, invece di dirigerla. attraverso un
processo creativo e riflessivo (Schn, 1991; Taylor e White, 2001)
che, nel contesto della relazione con i diretti interessati, vengono
generate ipotesi da mettere poi alla prova. Si tratta di un approccio
alla realt che insieme fiducioso e aperto negli esiti. fiducioso nel
senso che una conoscenza, in un dato momento, viene considerata
autentica, bench non assoluta. aperto negli esiti nel senso che si
costantemente disponibili a modificarlo alla luce di percezioni
nuove rispetto a quanto elaborato in precedenza (Goldstein, 2001).
Ci non significa che lagire del professionista divenga casuale (e
quindi, in sostanza, deprofessionalizzato): pur se la sua sistematicit
non assicurata dalladerenza a regole predefinite, essa viene costruita dentro il processo di comprensione e generazione delle
ipotesi (Sheppard et al., 2000), processo che lesperto sviluppa
assieme a chi a vario titolo immerso nel problema. In altri termini,
il professionista si accosta alla situazione senza un percorso precostruito ma predisposto a definirlo in itinere. Sia il punto di partenza
che la via da seguire vengono cercati e creati interattivamente nel
corso del processo.
Questo rapporto flessibile e aperto fra teoria e pratica trova
nellidea di guida relazionale (Donati, 1991) un potente orientamento, fondamentale sul piano metodologico e operativo, oltre che
teorico. Tale idea alla base del metodo di rete (Folgheraiter,
1994; 1994a; 1998; 2000), al quale fanno riferimento le analisi
esemplificative presentate in questo libro.

GLI

riformulazione

partnership

SCENARI DEL LAVORO DI RETE: CENNI DI POLITICA SOCIALE

31

Nel lavoro sociale, la guida relazionale la funzione di accompagnamento e di facilitazione nei confronti di una rete di persone in
relazione.
Essa presuppone luso di un particolare tipo di feedback, la
riformulazione verbale (Rogers, 1970; Rogers e Kinget, 1965;
Carkhuff, 1987; Mucchielli, 1983), nota come procedura di counseling, ma che pu essere rivolta a persone in relazione fra loro nel
fronteggiare un compito. La riformulazione un modo per aiutare
le persone ad attribuire significati allesperienza in cui sono immersi
e a sviluppare ipotesi di azione, partendo dal loro punto di vista e
mantenendosi in contatto con esso. Il punto di vista degli interessati
non viene considerato qualcosa di acquisito, di compreso una volta
per tutte: a mano a mano che si procede le persone possono
scoprire nuovi significati, possono leggere la situazione in un modo
diverso, possono imbattersi in errori e correggerli. Lesperto deve
essere in grado di cogliere questi mutamenti, di sollecitarli ma anche
di adeguarsi a essi. Si tratta quindi di un processo in cui parte delle
conoscenze necessarie ad affrontare il problema specifico vengono
costruite in situazione, sono cio situ-azionali.
La funzione di guida non esclude che loperatore sia direttamente chiamato in causa nel comprendere il problema, nel portare
il suo contributo ed esprimere il suo punto di vista, con un ruolo
tendenzialmente alla pari con gli altri. Lesperto si trova sia dentro
la rete che fuori da essa, essendone insieme componente e guida.
fondamentale, tuttavia, che la prima di queste due funzioni non
prevalga sulla seconda. Il processo di aiuto allora relazionale, nel
senso che scaturisce dalla connessione fra la competenza delloperatore, che consiste soprattutto nel suo saper facilitare la rete, e la
competenza degli interessati (Dennet, 1990), che conoscono dallinterno la propria situazione e i significati che le attribuiscono. In
altri termini, esperto e interessati si aiutano reciprocamente nellaffrontare, i primi, i loro problemi di vita e, il secondo, il suo compito
professionale di esser loro daiuto. Ci scardina la tradizionale
distinzione dicotomica fra chi d e chi riceve aiuto (Folgheraiter,
2000; 2004): facilitate dalla guida relazionale, le persone coinvolte
nel problema divengono allo stesso tempo risorse. Al livello del
singolo processo di aiuto, esse sono risorse per loperatore e, per
ci stesso, risorse per s medesime. Contemporaneamente, attraverso il lavoro di reticolazione facilitato dalla guida relazionale, le
competenze esperienziali di un utente e dei suoi carer possono
intersecarsi con quelle di altre persone in analoghe situazioni di
difficolt, in una dinamica di mutuo aiuto. Ancora, possono risultare

32

IL

METODO DI RETE IN PRATICA

capitale
sociale

una risorsa per il servizio nel suo insieme, nel momento in cui le
soluzioni elaborate insieme allesperto diventano un patrimonio di
conoscenze operative di cui si tiene conto nella progettazione complessiva, al livello meso della programmazione del servizio, se non
anche sul piano pi ampio delle politiche sociali.
Il lavoro di rete pu venire considerato un metodo attraverso
cui loperatore mira ad accrescere il capitale sociale (Putnam,
2002; Bagnasco et al., 2001; Donati, 2003; Folgheraiter, 2003)
dei suoi interlocutori, capitale sociale inteso come la facolt delle
persone di relazionarsi, di sperimentare un senso di fiducia e di
comunanza (Schneider, 1997) per dar vita a scambi e perseguire
azioni comuni che consentano, nella situazione di disagio, di rompere il proprio isolamento trovando sostegno e collaborazione. Allo
stesso tempo, il lavoro di rete incrementa il capitale sociale degli
operatori stessi (Folgheraiter, 2004a). Fa crescere il loro rapportarsi
con i soggetti informali dei mondi della vita e, soprattutto, indica
la via per mettere pienamente in valore tali relazioni: avere un aiuto
dai propri utenti per imparare come meglio poterli aiutare.

IL

PROCESSO DI AIUTO NEL METODO DI RETE: CENNI METODOLOGICI

63

Condivisione delle funzioni di guida: la guida doppia

guida
delegata

Una volta che la rete funziona, la guida si dovr orientare a a


rendere la rete il pi possibile autonoma dallesperto. Ci pu
essere perseguito anzitutto coscientizzando la rete stessa, vale a
dire rinforzando la sua capacit di percepirsi come rete, di leggere
le difficolt e i risultati raggiunti, di cercare feedback relativi alle
azioni compiute.
In secondo luogo, ove ve ne siano le condizioni, la funzione di
guida pu essere condivisa o anche proprio trasmessa dallesperto
a uno dei componenti della rete (Folgheraiter, 1998, p. 468 e
segg.). Anche questo passaggio deve avvenire in maniera relazionale. Il problema chi potrebbe farci da guida invece delloperatore (o
in collaborazione con lui)? dovrebbe cio essere posto alla rete e la
rete dovrebbe venir guidata a trovare una soluzione.
Come in tutto il percorso di aiuto, anche per questo passaggio
lordine logico non va inteso come ordine temporale: non detto
che la condivisione delle funzioni di guida non possa in parte
realizzarsi anche prima, fin dalle fasi iniziali del processo di aiuto, se
la rete esprime al suo interno le risorse per farlo.

Un diagramma di sintesi
Il percorso metodologico che abbiamo tratteggiato fin qui pu
venire schematizzato in un diagramma di flusso (figura 2.5) che
orienti loperatore nel pensare e sviluppare lintervento di rete.
Nella costruzione del diagramma, viene indicato il processo di
problem solving congiunto applicato alle principali fasi del percorso
di aiuto proposte in questo capitolo. Esse sono state disposte in un
ordine logico riferito non tanto a come potrebbero (o dovrebbero)
andare le cose nella realt, cio a come potrebbero effettivamente
risultare in ordine cronologico, quanto piuttosto cercando di evidenziarne la logica di fondo. Ad esempio, possiamo sottolineare che, se
sul piano logico i percorsi di costruzione della rete e di trasmissione
della guida possono venire distinti dalla vera e propria fase in cui si
cercano soluzioni, nel concreto fluire degli eventi pu ben essere
che ci si attivi fin da subito per migliorare la situazione, anche solo
in maniera parziale, sempre seguendo una logica relazionale. In
parecchie situazioni ci necessario perch vi sono problemi urgenti e pu comunque risultare utile per rafforzare precocemente il
senso di empowerment della rete.

64

IL

METODO DI RETE IN PRATICA

Individuare la rete iniziale


C gi un piccolo numero di persone consapevoli del problema?
Oppure, possibile coinvolgere un piccolo numero di persone?

Guidare la rete ad autopercepirsi


opportuno o necessario coinvolgere
altri soggetti informali?
opportuno o necessario coinvolgere
altri soggetti formali?

Guidare la rete a identificare


un problema condiviso

Guidare la rete ad allargarsi


Chi possiamo coinvolgere?
Con quali nostre azioni potremmo mettere insieme queste persone?
Quale soluzione per allargare
la rete va meglio per noi?

Cosa dobbiamo affrontare insieme?

Guidare la rete nel brainstorming e nel definire le


strategie
Con quali nostre azioni potremmo migliorare la
situazione?
Quale soluzione va meglio per noi?

Guidare la rete nel monitorare se stessa


Stiamo facendo quanto concordato?

Guidare la rete ad autovalutarsi


Stiamo raggiungendo/abbiamo raggiunto un risultato che ci soddisf?

Condivisione delle funzioni di guida


possibile che qualcuno affianchi o sostituisca
lesperto nelle funzioni di guida?
Fig. 2.5 Una schematizzazione del processo di aiuto secondo il metodo di rete.

IL

gli snodi
in mente

PROCESSO DI AIUTO NEL METODO DI RETE: CENNI METODOLOGICI

65

bene chiarire come si concilia un tale diagramma con


lintrinseca indeterminazione del lavoro di rete. Per un operatore
importante avere chiari in mente i vari snodi in modo da saper
leggere a che punto il lavoro che si sta svolgendo e quali vie si
aprono man mano alla rete che viaggia con lui. Quello che dovrebbe restare aperto sono gli esiti concreti, cio come si potrebbe
modificare la situazione dal tempo zero al tempo uno e cos via.
Ci significa, per loperatore, rinunciare del tutto allillusione di
poter in qualche modo prevedere, e ancor meno determinare, dove
si arriver. Non loperatore da solo a definire, a priori, quali
soluzioni siano da rincorrere e quali altre da evitare: come si detto,
qualsiasi esito pu risultare positivo, purch sia tale nella percezione
delle persone coinvolte.
Per questo le esemplificazioni che seguono vanno lette come
un susseguirsi di ipotesi aperte (speriamo ne renda ragione luso
continuo del condizionale): anche ammesso che un assistente sociale si trovi di fronte un caso proprio identico a questo, il processo di
aiuto potrebbe svolgersi in maniera diversa e approdare ad altre
soluzioni concrete, attraverso un lavoro di rete comunque efficace
(Raineri, 2000).
Non sono (solo) gli esiti operativi (i singoli problemi risolti)
che qualificano il lavoro di rete come tale. Se vediamo, come nei
casi ipotizzati di seguito, che man mano ci sono pi persone
coinvolte nel processo di aiuto, che rimangono collegate e motivate nel tempo, che le prestazioni sono erogate in maniera flessibile,
tutto questo un importante indicatore indiretto di efficacia metodologica.