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Meditazione quaresimale S.

Anselmo
Il primo giorno della quaresima tutta la chiesa ha ricevuto le ceneri sul capo dei singoli,
ascoltando una parola che ci ha ricordato la fugacit della vita (ricorda che sei polvere, e in
polvere tornerai) e il bisogno, perci, della pronta conversione (convertitevi, e credete al
Vangelo). Tutti sappiamo bene che queste due realt non si esauriscono nel tempo
quaresimale, ma sono costanti della vita cristiana e ci accompagnano ogni giorno: siamo
consapevoli della nostra fragilit, della nostra debolezza corporale e spirituale, e che la
conversione, oltre ad essere un passo concreto, un processo che non finisce mai in questa
terra. Qual allora la differenza di entrambe le due dimensioni tra la sperienza che ci viene
offerta da questi quaranta giorni da quellaltra che abbiamo in tutto il resto dellanno?
San Paolo nella prima lettera ai Corinzi, nella conclusione del suo discorso sulla veracit
della risurrezione di Cristo, si chiede: Dov, o morte, la tua vittoria? Dov, o morte, il tuo
pungiglione? Il pungiglione della morte il peccato e la forza del peccato la legge (1Co
15,55-56). Probabilmente facendo riferimento ad un inno utilizzato gi nella liturgia,
lapostolo ci mette nella tradizione biblica e teologica nella quale si capisce il peccato come
ferita cos grave che lumanit, lasciata da sola, non ha altro destino che la morte. Luomo ha
una ferita di morte e deve essere guarito profondamente, se vuole veramente raggiungere la
Vita. Paolo risponde alla sua domanda rivolgendosi al Signore, vero medico che ci guarisce e
ci salva: Siano rese grazie a Dio che ci d la vittoria per mezzo del Signore nostro Ges
Cristo! (1Co 15,57). Lui il vero Albero della Vita, Lui il vero Farmaco dimmortalit
contro qualsiasi malattia che conduce alla morte spirituale.
Tuttavia, purtroppo, questa realt indiscussa, si diluisce nella quotidianit di ogni giorno,
nella fretta con cui gestiamo i nostri affari e anche nellesperienza personale dei nostri limiti
e peccati con la conseguente scansione particolare del perdono e della guarigione delle quali
abbiamo bisogno. Il nostro ritmo vitale personale fa che siamo noi stessi quelli che
decidiamo quando e come avvicinarci al Signore per ricevere la sua misericordia, che ci aiuti
a superare una qualche situazione di peccato. C la tentazione di svolgere un rapporto
diretto e immediato con il Cristo, sotto la premessa di una vicinanza pi stretta a Lui. A
volte pensiamo: chi di tutti conosce meglio questa realt che mi affligge, se non me e il
Signore? A volte, dunque, lasciamo perdere qualsiasi mediazione tra noi e Lui o, almeno,
proviamo a minimizzare i contatti con gli altri, sopportandoli con disagio, oppure
nascondendoci dietro una grata.
Questa forma di concepire il modo di essere guariti rassomiglia nella nostra postura
spirituale nella preghiera, nella liturgia, nella vita giornaliera alla statua bronzea nominata
lo Spinario, che si trova qui a Roma, nei Musei Capitolini. In questa piccola scultura del
primo secolo avanti Cristo, si vede un giovinetto nellatto di levarsi una spina dal piede, con
una posa singolare e particolarmente aggraziata della figura: sorpreso in un gesto inconsueto,
il ragazzino ha incrociato la gamba sinistra e, con lo sguardo fisso sulla pianta del piede,
impegnato con entrambe le mani a togliersi la spina (oppure un pungiglione, possiamo

ipotizzare) che lo ha ferito. In un atto cos solitario, luomo pensa di essere pi vicino a Dio,
che dappertutto e perci anche l nel pi profondo isolamento.
Non questo il volto della vera conversione, della guarigione che il Signore vuole operare
in noi, anche se, purtroppo, spesso, cadiamo in una simile trappola: pensiamo che, per non
appesantire oltre gli altri con i nostri peccati, peccati che alla fine sono altrettante offese
contro di loro , cerchiamo di cavarcela da soli. Lesperienza quaresimale, invece, ci porta
su unaltra strada molto diversa che raffigurata in unimmagine dellaula gotica del
Monastero dei Santi Quattro Coronati, anchessa qui a Roma. In quella stanza, tra tanti
affreschi del trecento, si pu contemplare un calendario che caratterizza ogni mese a seconda
dellattivit pi consueta. Nel mese di marzo, si vede un uomo nudo. Il suo viso, chinato e
volto allindietro, dimostra uno sguardo sofferente. Mentre una mano aperta e tesa, attorno al
petto, sembra allungare il dolore fino alle estremit, laltra sostiene la gamba sinistra tutta
retta verso una donna, la quale, inginocchiata verso di lui, elegantemente vestita, ha un velo
sul capo e un mantello attorno al collo. Questa, con un atteggiamento delicato, guardando
luomo, ha preso il suo piede con una delle proprie mani avvolta nel mantello; laltra alzata
e mostra la spina appena tolta. la Chiesa che, tramite il tempo e le pratiche quaresimali,
aiuta nel nome del Signore luomo ferito a guarire dal suo peccato.
questo, tra laltro, il nocciolo di questo tempo. Non si tratta affatto di cercare la
conversione, la guarigione del peccato, come un compito da singoli, a seconda del proprio
bisogno e della propria misura. Non si tratta di fare i conti tra me e Dio, tra me e il Signore,
come un accordo privatizzato. Ma la quaresima, vera e bella sintesi della storia della
salvezza con la sua incoronazione pasquale, ci permette di sperimentare molto di pi la
Chiesa come ospedale da campo, avviandoci in un ritmo di guarigione comunitario,
armonizzando il mio tempo di ricovero con quello degli altri, con tutta la comunit.
Scoprendo, al contempo, che non sono da solo di fronte al mio peccato, ma che appartengo
ad un popolo bisognoso di conversione e che questi miei fratelli ammalati diventano, loro
stessi, infermieri, inviati dal Signore lunico medico a curarci a vicenda, riconoscendo
che non si pu cercare la propria salute senza quella altrui.
Linvito quaresimale di lasciarsi guarire da Cristo, in questo tempo, la sfida, quindi, di
sintonizzare la propria marcia con il ritmo penitenziale della Madre Chiesa, nelle pratiche
liturgiche ed esistenziali. Il Signore stesso, infatti, prendendosi cura di noi e caricandoci sulle
sue spalle, ha voluto rimetterci in rapporto salutare con tutto quello che ci circonda e perci,
consapevole dei nostri bisogni, ci ha affidati allalbergo ecclesiale. Si tratta, allora, di rifare
insieme la strada a ritroso, tornando a casa come fratelli prdighi, bisognosi pure di rientrare
ancora nel grembo santo dal quale, un giorno, siamo tutti nati.