Sei sulla pagina 1di 2

ANNO XXI NUMERO 55 - PAG VI

IL FOGLIO QUOTIDIANO

SABATO 5 E DOMENICA 6 MARZO 2016

Lettura (a lungo rinviata) di Impero

di Alfonso Berardinelli

he bella cosa infierire sui libri di


successo! Raramente meritano il
successo che hanno e cos si d corso alla propria aggressivit facendo opera
meritoria, se non altro agli occhi di chi
capisce qualcosa. E questo senza fare
male a nessuno e innocentemente, senza rischio di rimorsi, in perfetta buona
coscienza. Agli autori di bestseller, infatti, non si pu nuocere. Loro per definizione sono intoccabili, hanno conquistato con le vendite unapparenza di
perfezione. Si fa semmai male a se stessi, poich ritenuto acquisito che se tu
critichi chi ha successo solo per invidia. Qualunque cosa, per quanto giusta
e interessante tu dica, si guarda al movente, alloscuro e torbido perch e a
qual la mira per la quale hai detto

Negri pi determinato, pi
politico di un intellettuale lucido e
disperato come Ivan Karamazov,
che un prototipo della rivolta
quello che hai detto. S, lesercizio della critica inglorioso.
Meglio cos. Arrivo al punto. Gi da
diversi anni avevo pensato, ogni tanto,
di procurarmi Impero di Toni Negri
(pi precisamente dellamericano Michael Hardt e di Antonio Negri) e di
mettermi a leggere quello che viene
raccontato al mondo in questo libro intenzionalmente planetario e globale, la
cui copertina Rizzoli interpreta bene
queste intenzioni: la parola impero
infatti scritta in una, due, tre, quattro,
cinque, sei, sette, otto lingue. Rimandavo la lettura, continuavo a rimandarla. Mi pareva di avere gi letto senza avere letto. E questa limpressione
magica, paranormale, che fanno i bestseller. Erano stati scritti nella testa di
chi poi li legge prima di essere scritti
dai loro autori.
Dunque rimandavo perch sapevo in
anticipo cosa poteva scrivere sotto il titolo Impero un uomo come Toni Negri, che ha sempre visto una rivoluzione, la Rivoluzione alle porte: non importa, dunque, con che tempi e in quali spazi. Ma ora la concomitanza di due
circostanze impreviste mi ha condotto
per mano alla decisione. La prima di
queste circostanze che qualche sera
fa, a cena da un amico, ho appreso da
un giovane, onesto e molto brillante filosofo neoempirista, Alessio Vaccai,
che nella libreria della New York University i soli due italiani che si notano
sono Agamben e Negri, non filosoficamente, ma politicamente piuttosto affini. Mi sono detto: devo proprio vedere
meglio nella versione peggiore, la pi
furba e manipolatoria, quella di Negri,
che tipo di pensiero politico noi italiani mandiamo in giro per il mondo. Volevo provare anchio che esperienza
pu essere per un docente o uno studente americano leggere il nostro piccolo Karl Marx postmoderno nato a Padova. Quanto a Michael Hardt, non sono
sicuro che esista davvero, non possibile che un americano scriva cos male
e in quel modo. La seconda, pi risolutiva circostanza che un mio vecchio
amico di adolescenza, ex sindacalista,
mi ha chiesto un parere sulla filosofia
che Ivan Karamazov espone al suo pi
giovane fratello Alioscia, nei capitoli
del capolavoro di Dostoevskij intitolati
La rivolta e Il grande inquisitore.
Mi sono dunque rimesso a dare unocchiata al cosiddetto nichilismo ateo di
Ivan Karamazov e anche al suo personale carattere, al modo e al tono con cui
espone il proprio paradossale, disperato pensiero teologico-politico a quel
santo ragazzo di suo fratello.
Non che Toni Negri abbia qualcosa
a che fare con Ivan Karamazov e con
Dostoevskij, non arriva a tanto, mi pare. A giudicare dai suoi libri e dai suoi

TONI NEGRI
E KARAMAZOV,
CE SEMPRE
LA RIVOLUZIONE
ALLE PORTE
Il piccolo Karl Marx postmoderno ci vuole convincere
che abbiamo di fronte un mostro spaventoso eppure senza
volto, ma noi moltitudine possiamo vincerlo anche
menando colpi al buio. Dostoevskij non sarebbe daccordo
atti di apostolo della rivoluzione permanente, per quello che ne so, uomo
molto pi elementare. Ma sono proprio
gli uomini pi elementari quelli in cui
pi interessante vedere in azione le
teorie sofisticate e complesse. Negri, voglio dire, pi determinato, pi politico, pi pratico, pi elementare di un intellettuale lucido e disperato, sensibile

e capace di affetti veri come Ivan Karamazov. Luomo dazione (che lo sia o si
creda tale) deve essere deciso a fare
una cosa sola, soltanto quella, e tutto in
funzione di quella. Altro non pu vedere, perch altrimenti, come il povero
Amleto, comincerebbe a dubitare monologando invece che agire e muoversi
con lineare convinzione.

Per Dostoevskij (insieme e in modo


diverso rispetto al liberal-socialista
Aleksandr Herzen) stato nella seconda met dellOttocento il pi penetrante e profetico analista di almeno un
paio di generazioni rivoluzionarie, del
loro demone della coerenza a tutti i costi. Ivan in effetti un prototipo della rivolta (ne parl Albert Camus

Vladimir Serov, Lenin proclama il potere dei soviet, 1947 (prima versione, con Stalin e Trotzky sul fondo, dal 56 sostituiti con figure anonime)

nellHomme revolt) e sviluppa i suoi


pensieri con una logica e una perspicacia che non si fermano davanti a nulla. Dice di non discutere lesistenza di
Dio, si rifiuta per di accettare il prezzo morale necessario per vivere nellorribile, incorreggibile mondo che Dio
ha creato lasciandolo in mano agli uomini. Un mondo nel quale la bassezza

e la violenza pi atroce ai danni degli


indifesi, soprattutto animali e bambini,
hanno sempre dominato come una regola. Inoltre, raccontando il suo poema
non scritto ma solo pensato sul Grande
Inquisitore, Ivan fa dire a questultimo
che il ritorno di Ges sulla terra non
gradito alla chiesa, n allumanit, solo un impaccio, un intollerabile disturbo. Immaginando un faccia a faccia fra
il diabolico Inquisitore e un Ges che
tace, ricomparso inaspettatamente sulla terra dopo quindici secoli, Ivan sembra esaltare e nello stesso tempo mettere sotto accusa Ges per la sua elitaria inumanit; o meglio per la sua incapacit di comprendere la debolezza,
la mediocrit del genere umano. Ha voluto dare agli uomini la libert. Ma a volere la libert, a essere capaci di volerla sono pochissimi, mentre quasi tutti,
i deboli, i mediocri, il gregge, preferi-

Il Capitale ha dimostrato di
avere capacit piuttosto diaboliche
di farla franca, guadagnando alla
fine il favore delle masse
scono ubbidire a un potere, qualunque
potere che soddisfi i loro desideri, il loro bisogno di sfamarsi, di benessere e
di sicurezza, la loro brama di vivere
tutti insieme una tranquilla vita terrena. E la chiesa, ogni potere che accetta il mondo, che si ispira al potente
spirito del mondo (il diavolo, terribile
intelletto) ad avere la capacit di soddisfare ci che c di umano e non di divino nel genere umano: giacch per
luomo e per la societ umana nulla
mai stato pi intollerabile della libert!.
Ivan Karamazov dice, fa dire al suo
Inquisitore molte altre cose. Per ora
per mi fermo e passo al bestseller di
Toni Negri, un po teologo anche lui, come Ivan, ma pi fiaccamente, pi inconsapevolmente e in tuttaltro senso.
La cosa tuttavia che mi ha colpito in
Impero dalle prime pagine fino alle
conclusioni, quel certo modo che ha
Negri di volare e sorvolare sullintero
mondo cavalcando la scopa delle sue
poche e semplici idee. Un modo da cui
emana un pungente odore di zolfo, perch permette di essere mentalmente
dovunque e in nessun luogo, proprio in
odio, ma anche a imitazione, del nuovo,
eterno e definitivo (cos dice il libro) impero capitalistico.
Da un punto di vista diciamo demonologico, di analisi del demoniaco, in
effetti il Capitale non sembra avere
niente di celeste e di angelico. Vuole il
possesso senza limiti della Terra. E nato dal ferro, dalle macchine, dal fumo e
dal carbone, dal petrolio e dallelettricit, dalle servit del lavoro di fabbrica,
dallalienazione e dalla reificazione
produttiva e commerciale dellumano e
infine dalla promessa di soddisfare tutti i desideri trasformandoli in desiderio
di cose prima non desiderate, ma poi
prodotte per creare desideri nuovi. Ecco, il Capitale studiato da un vero ossesso ottocentesco come il demonologo
Karl Marx, che vede il male dellalienazione diffondersi insieme al bene
della produttivit in ogni punto della totalit sociale quel Capitale ha dimostrato nel corso di due secoli, e soprattutto in questultimo, di avere capacit
piuttosto diaboliche di farla franca, di
non crollare, di superare le sfide lanciate dai suoi nemici e critici, guadagnando, alla fine, un favore delle masse che sembra sempre pi difficile
scuotere. Le masse lo preferiscono, perch il capitalismo, come diceva Ivan,
trasforma le pietre in pane. Quello che
il capitale d, ormai troppo di pi e
troppo pi desiderato, per lunga assuefazione, di quel che di oscuro e indefinito promettono i suoi poco affidabili e
confusi oppositori.
Negri vuole combattere eroicamente
e gioiosamente quello che per lui lIm-

ANNO XXI NUMERO 55 - PAG VII

pero del male. Per, mi sembra, ne innamorato e lo imita nelle forme del suo
pensiero, con cui vola e sorvola sul pianeta. E accaduto perfino alla classe
operaia: nel suo vecchio odio di classe
si nascondeva un futuro amore. E la
classe operaia ha avuto sempre pi fiuto e istinto di qualunque professore rivoluzionario. Negri sogna rivolte sovversive dovunque e sogna la propria
ubiquit di teorico di queste rivolte, che
ritiene tutte rivoluzionarie, immaginandole ineluttabili, incontrollabili, fatali: fino alla vittoria.
Come loperaio-massa di una volta,
idoleggiato da Negri e da Mario Tronti,
che secondo loro aveva in s, nel suo essere, nella sua ontologia economico-sociale, tutta la rivoluzione possibile e
pensabile concepita da quei teorici come atto puro; cos oggi la Moltitudine
dei soggetti postmoderni accomunati
dal general intellect sarebbe, nellidea di Negri, lanti-Impero semplicemente restando se stessa, sterminata
produttrice materiale (o immateriale)
del mondo, un software socio-politico
che dilaga e mina il potere.
Con qualche aggiornamento lessicale, lo schema sempre lo stesso da mezzo secolo nella testa del trontiano riformato Negri. Il puro prodotto sociale del
capitalismo imperiale, questa indefinita Moltitudine, sarebbe quindi, gi in se
stessa, pura alternativa radicale. Navighiamo qui in una specie di mutazione
parafilosofica: unontologia militante
che fa pensare allattivismo mistico di
primo Novecento, qualcosa tra Sorel,
Marinetti e Heidegger. C perfino un
nietzscheano s alla vita. Nelle pagine
finali di Impero sembra un po sinistramente risuonare linno alla gioia di
Beethoven, non quello adottato dallUnione Europea, ma quello alternativo
della distruzione creativa operata da
una Moltitudine permanentemente mobilitata. Qui Negri ditirambico, adrenalinico. La lotta lotta, ma anche

IL FOGLIO QUOTIDIANO

SABATO 5 E DOMENICA 6 MARZO 2016

non possa esserci altro da chiedere,


niente di realistico.
Ma esiste lImpero? Esiste e non esiste. Per dominare, non ha neppure bisogno desistere. Per questo combatterlo cos difficile, molto pi difficile di
quanto Negri immagini. Ormai il nemico non lImpero, la stessa natura
umana, che vuole andare oltre se stessa per realizzare se stessa, cio i propri
diritti alla felicit per come sono stabiliti dalla realt attuale.
Limpresa teorica e politica di Negri
disperata. Lo dimostrano le sue informi speranze. Alla fine del libro teorizza una cosa che chiama posse, linfinito in lingua latina del verbo potere.
Un potere, quindi, allinfinito, un potere indeterminato come un verbo senza
persona, senza modi e tempi.
A proposito di moltitudini, lInquisitore dostoevskijano dice: Sono viziosi e
ribelli ma alla fine diventeranno anche
ubbidienti () Non esiste preoccupazione pi assillante e tormentosa per
luomo, una volta libero, che trovare al
pi presto qualcuno a cui inchinarsi.
Ma luomo cerca di inchinarsi davanti a
ci che ormai indiscutibile, tanto indiscutibile che tutti di colpo siamo disposti a inchinarci al suo cospetto. La
preoccupazione di queste penose creature non consiste solo nel cercare qualcuno a cui inchinarsi, ma cercare qualcuno a cui tutti credono e a cui tutti si
inchinino: e che immancabilmente questo avvenga tutti insieme. Ecco, questa
esigenza di comunanza nelladorazione davvero lassillo principale di ogni
singolo e dellintera umanit dallinizio
dei secoli () Prima hanno creato delle divinit e si sono sfidati in loro nome. Quando saranno scomparse le divinit si inginocchieranno comunque davanti agli idoli.
Negri troppo buono. E un neopopulista, o un populista (come lui vuole)
postmoderno. Attribuisce alla moltitudine la virt di voler combattere lIm-

Paul Delaroche, I vincitori della Bastiglia davanti allHtel de Ville il 14 luglio 1789, 1830-38 (Parigi, Petit Palais)

Non che la natura umana sia dominata dallImpero. La natura umana


(lo si dice in sintonia con Ivan) ha voluto lImpero piuttosto che la libert
bella. Dopo lesperienza piuttosto depressiva di chi vede di fronte a s lenorme costruzione del capitalismo imperiale, il teorico dellatto rivoluzionario sempre attuale, si riprende, anzi si
esalta. Cito dalle ultime tre pagine di
Impero dedicate al Militante:
Nellera postmoderna, quando la figura del popolo si dissolve, il militante
colui che meglio esprime la vita della moltitudine: il militante lagente
della produzione biopolitica e della resistenza contro lImpero. In lui si assommano, si fondono e si transustanziano (si dice cos?) tutte le precedenti
figure della milizia diuturna, insonne
e insomma pi ontologica e dionisiaca
che pragmatica: si assommano cio la figura del gesuita soldato di Ges, la figura del bolscevico che ha in pugno la
logica della Storia, quella del comunista spietato e autorepresso della Terza
Internazionale, ma anche tutti gli intellettuali perseguitati ed esiliati nel corso delle lotte antifasciste e infine gli
operai sempre in lotta contro lo sfruttamento e la colonizzazione degli affetti
(ma contro questultima non mi sembra
che ce labbiano fatta).
La nuova attuale militanza recupera le virt dellazione insurrezionale
maturate in duecento anni di esperienze sovversive, ma, nello stesso tempo,
legata a un mondo nuovo, un mondo che
non conosce al di fuori. La militanza conosce solo un dentro, la vitale e ineluttabile partecipazione al complesso delle strutture sociali senza possibilit di
trascenderle. Il dentro , allora, la coo-

perazione produttiva dellintellettualit


di massa e delle reti degli affetti, la produttivit della biopolitica postmoderna.
Questa militanza resiste nei contropoteri e si ribella proiettandosi in un progetto di amore.
C qui, forse, una vena di delirio pi
terminologico che concettuale. Termini
famigerati (insurrezionale, sovversivo,
postmoderno, biopolitico) sfumano in
unepica dellindefinito, un progetto
damore ma contro lImpero, un proget-

Unontologia militante che fa


pensare allattivismo mistico di
primo Novecento, qualcosa tra
Sorel, Marinetti e Heidegger
to davanti al quale, non si vede come,
lImpero del male pu solo arrendersi.
Anzi, gi si arrende, perch non si reso conto di aver covato in seno una nuova terra libera che lo abolisce e lo seppellisce. La vita contro la morte. Una risacralizzazione di tutta la realt ottenuta profanando lidolatria capitalistica delle merci. Cose reali imprigionate,
valori duso stregati, sequestrati dal valore di scambio.
Il nuovo comunismo secondo Negri
profana la vita sequestrata dal mercato,
per restituirla alla sua sacralit originaria, alla sua ontologia liberata. LEssere di una rinata, rinascente e innocente socialit non repressiva e carica
di eros, contro la magia nera del Potere,
della sovranit imperiale.
Che cos questa sovranit imperiale? Per capirlo bisogna saltare indietro
alle pagine iniziali del libro: Il concetto di Impero indica un regime di fatto
che si estende allintero pianeta, o che
dirige lintero mondo civilizzato. Nessun confine territoriale limita il suo regno. In secondo luogo, il concetto di Impero non rimanda a un regime storicamente determinato che trae la propria
origine da una conquista ma, piuttosto,
a un ordine che, sospendendo la storia,
cristallizza lordine attuale delle cose
per leternit.
La metafisica del Potere che ispira

Negri e che gli fa immaginare unentit


da lui chiamata Impero, una metafisica che esce dalla sua testa per rendergli pi comodamente maneggevole lidea di realt mondiale. A questo servizio se ne aggiunge un altro: la metafisica del Potere imperiale offre come suo
rovescio una metafisica della Moltitudine eversiva. Una perfetta unit dialettica, bench senza sintesi. Proprio oggi che tutto effimero e transitorio e
che nessun potere politico identificabile governa credendo di poter durare a
lungo, proprio ora Negri inventa entit
ontologiche stabili, anzi eterne, extra e
metastoriche. Come se fra Europa, Stati Uniti, Cina, India, Giappone, mondo
islamico, Africa, America Latina, Russia, eccetera, i legami fossero chiari e i
giochi conclusi. Quella che Negri crede
una visione politica, la costruzione di
un fantasma a cui vagamente, nei nostri
incubi, possiamo dare consistenza, ma
che nello stato di veglia, con le nostre
capacit di analisi teorica e di decisione pratica, non siamo affatto in grado di
definire, n quindi di fronteggiare. Dovunque la Sinistra in crisi. Solo la Sinistra di Negri non muore, non si ammala mai.
Nessuno dei diversi poteri mondiali
ha davvero un progetto coerente. Tutti
brancolano nel buio, perfino i pi invasati leader del terrorismo. In effetti
lo stesso Negri mescola conati teorici a
tentazioni mitologiche e tirate retoriche. Ci vuole convincere di una cosa:
che abbiamo di fronte uno smisurato
mostro, spaventoso eppure senza volto,
ma noi, i molti, la moltitudine dai mille volti, dobbiamo, possiamo tutti insieme, con passione combatterlo sicuri
di vincerlo, anche menando colpi al
buio.
In effetti Negri, sognando, qualcosa
di vero intuisce. E intuisce tanto meglio
quanto pi si rivela incapace di ridurre la cosa a concetto. E la sua ossessiva volont politica (una vecchia abitudine) a essere eterna, sottratta al tempo, senza forma e senza materia. E questa volont politica che non si piega
bench (perch) cieca, a costruire una
rappresentazione fantomatica contro

cui scagliarsi. Una volont che crea una


rappresentazione: mi pare che un filosofo ne parl. LImpero eterno perch
eterna la lotta desiderata. Due dinamici e divoranti mostri che combattono
fra loro dovunque, dora in poi, ma non
si sa bene dove e quando lo scontro finale avverr. Infatti: Il potere dellImpero agisce su tutti i livelli dellordine
sociale, penetrando nelle sue profondit. LImpero non solo amministra un
territorio e una popolazione, ma vuole
creare il mondo reale in cui abita. Non
si limita a regolare le interazioni umane, ma cerca di dominare direttamente
la natura umana. Loggetto del suo potere la totalit della vita sociale. In tal
modo, lImpero costituisce la forma paradigmatica del biopotere.
Visionario o generico? Luna cosa a
causa dellaltra. Tutto questo viene detto con un candore e unastuzia del tutto inconcepibili sulle labbra di un Ivan
Karamazov. Qui si mescolano antiche
ovviet a ovviet nuove. Che un Impero
agisca a tutti i livelli della vita sociale
non cosa nuova. Succedeva anche negli imperi antichi fondati sul lavoro
schiavistico. Solo che le societ su cui
dominavano erano pi semplici, pi rigide, meno complesse: ma proprio per
questo totalmente e profondamente dominabili. Il potere politico sempre, in
forme mutevoli, biopolitico: punta alla
vita di tutti nel suo insieme. Anticamente e fino alle dittature europee novecentesche, lubbidienza stata imposta con la forza e non c coercizione
violenta che non sia biopolitica.
Nelle democrazie capitalistiche, intimamente contraddittorie perch promettono la libert e cercano il controllo, tutto pi difficile e si complica. La
promessa di libert, felicit o benessere un diritto, eppure il controllo e la
sicurezza sociale richiedono di ridurre
i cittadini allubbidienza. Che lImpero,
o qualsiasi potere, non si limiti ad amministrare ma voglia creare il mondo in
cui si vive, vero da quando il capitalismo ha bisogno non solo di produrre ma
di riprodurre le proprie condizioni di
esistenza: uno sconfinato mondo di merci sempre nuove, utili anche se super-

flue perch servono a creare consenso,


a tenere occupati e comodi in ogni momento i liberi cittadini volontariamente
sudditi del mercato. La cosa che pi entusiasmava Marx era proprio che il
mondo, nella modernit capitalistica,
fosse interamente e nuovamente creato, cio prodotto da cima a fondo e liberato da tutti i vincoli del passato.
Il fatto che tra questi vincoli del
passato cera anche quello pi potente
e profondo, la stessa natura umana,

La metafisica del Potere


imperiale e quella, suo rovescio,
della Moltitudine eversiva. La
costruzione di un fantasma
che non del tutto natura, ma connotata, se non determinata, storicamente.
Quando Negri dice che lImpero non si
limita a regolare le interazioni umane,
ma cerca di dominare la natura umana
designa come imperiale un fenomeno
che si visto gi da tempo anche nei
vecchi stati capitalistici nazionali.
Avendo difficolt a dominare la libert
dei cittadini, le democrazie hanno delegato una parte crescente del controllo al consumo di merci (tutte pi o meno culturali), allo stile di vita, alla creazione di abitudini quotidiane. La cosiddetta biopolitica, pi che un fatto politico, un risultato politico indiretto di
un controllo culturale che opera attraverso lautocontrollo spontaneo, il consenso, lubbidienza volontaria a una
realt che sempre pi costruita. La
nostra realt sociale un prodotto, nessuno ne dubita.
Quanto al dominio sulla natura umana, bisognerebbe chiedersi che cos
questultima. Oggi proprio la natura
umana che vuole mutare se stessa, andare oltre se stessa per essere pi adatta alla felicit rivendicando come diritto ogni tipo di desiderio. Non che la
natura umana sia dominata dallImpero. La natura umana (parlo in sintonia
con Ivan) ha voluto piuttosto lImpero
che la libert. Vuole solo le libert che
lImpero prevede e crede che non ci sia,

pero, dimenticando che la moltitudine


ha contribuito a creare lImpero a sua
immagine e somiglianza. Da questo reciproco rispecchiarsi sono esclusi solo
gli esclusi, solo i pochi, solo i singoli,
che si trovano, anche senza volerlo, fuori dal tutti insieme, fuori dalla comunanza, su cui Negri conta per la sua
rivoluzione in Neolingua. Almeno il leninismo aveva una teoria e una pratica,
una strategia e una tattica, cera la classe e cera il partito, la classe e la coscienza di classe, il partito e il sindacato: analisi delle classi e dei rapporti di
forza, i quadri del partito rivoluzionario, la presa del potere e la dittatura del
proletariato. Negri un po pi confuso. Nutre un bel sogno, il sogno di una
strana cosa: una rivoluzione permanente a dimensione planetaria e a guida incerta. Perch tutti coloro che fanno moltitudine lui li vede rivoluzionari per diritto ontologico. Nel discorso di Negri
molte cose non sono del tutto chiare. La
cosa meno chiara per la finale apparizione di san Francesco dAssisi. Secondo il teorico Negri, il militante comunista fa lo stesso di san Francesco.
Come lui, i militanti moltitudinari contrappongono la gioia di essere alla miseria del potere. Un po di Heidegger
non poteva mancare. Ma no, forse si
tratta di Erich Fromm. Negri non butta
via niente, questa la sua chiarezza:
La chiarezza e la gioia incontenibile di
essere comunisti.
E lultima frase del libro e qui mi arrendo. Alla gioia, specie se incontenibile, non si pu obiettare.

Potrebbero piacerti anche