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A-7

Guerre e conflittualità

Premessa

Che il mondo post-Ottantanove sia caratterizzato da un aumento della conflittualità


complessiva è un assunto che da anni viene ripetuto a premessa e conclusione di quasi ogni
ragionamento relativo alla politica internazionale.
Tuttavia, come è possibile monitorare i trend della conflittualità globale, in maniera non solo
da osservare come evolve l’assetto strategico del mondo, ma anche per congetturare quali possano
essere i possibili scenari di impegno per la politica estera del nostro Paese?
La risposta a tale interrogativo è apparentemente facile, dato che è forte la tentazione di
limitarsi a contare i conflitti presenti nel globo nel momento storico di interesse. Senonchè, ecco
che improvvisamente appare una pluralità di difficoltà, di ordine e epistemologico e ermeneutico,
(definizione di conflitto; corretta individuazione delle parti in causa, dal momento che per molti
degli odierni contendenti si parla di attori non-statuali; etc.), capaci di inficiare sin la stessa
individuazione di ciò può essere o non essere percepito come teatro di una crisi armata. E, del resto,
quando giornalisticamente si parla di “guerre dimenticate”, molto spesso si fa riferimento non solo a
conflitti che, per loro natura, poco interesse destano nell’opinione pubblica o nei media mondiali,
quanto anche a conflitti davvero non riconosciuti da tutti come tali.
Prima di illustrare dunque la tavola sinottica dei conflitti che abbiamo prodotto per il presente
lavoro, è bene approfondire alcune note metodologiche che aiutino a comprendere come gli studi di
conflittuologia applicata siano tutt’altro che scontati, e come eppure già esista una buona tradizione
metodologica nel merito, che sostanzialmente ci consente di giungere a “fotografie” sullo stato della
conflittualità globale di innegabile affidabilità.
Lo studio dei conflitti infatti è venuto nel tempo consolidandosi presso vari centri di ricerca
del mondo, fra i quali vanno ricordati l’Uppsala Conflict Data Program (UCDP) dell’Università di
Uppsala, il Centre for the Study of Civil War (CSCW) dell’International Peace Research Institute di
Oslo (PRIO), e l’Heidelberg Institute for International Conflict Research (HIIK) del Dipartimento
di Scienze Politiche dell’Università di Heidelberg. Anche in Italia esistono buoni tentativi di studio
sulla materia, come quelli compiuti dal B’s Independent Pro-Peace Initiative (BIPPI), che però si
muove esclusivamente su dati rinvenuti presso la nota enciclopedia condivisa online
www.wikipedia.org; il Mappamondo dei Conflitti dell’Ires Toscana (con il quale anche taluni
estensori della presenta ricerca in passato hanno avuto modo di collaborare), invece, costituisce uno
sforzo assai più approfondito e ragionato che si avvale di fonti UCDP e CSCW/PRIO, in taluni casi
però adeguatamente riconcettualizzate.

Nota metodologica

Innanzitutto per individuare un conflitto occorre esplicitare il luogo fisico all’interno del quale
esso si esplica. Da notare che per luogo si intende lo Stato sovrano nel quale si sono svolti i
maggiori scontri fra le parti contendenti, senza tenere da conto eventuali azioni sussidiarie (attacchi
terroristici, blitz armati, etc.) svoltesi all’esterno di tale territorio e comunque inquadrate
nell’ambito del conflitto stesso.

1
Quindi vanno individuati i contendenti (non necessariamente attori statuali, ma anche fazioni,
gruppi miliziani, etc.), che devono essere almeno due, e che pertanto abbiamo individuato come
Contendente A e Contendente B. In tal senso, divergiamo dalla proposta dell’UCDP, che indica
come “the government and its allies are always fighting on side A in a conflict. The opposition
organisations and their allies are fighting on side B. […] One side of the conflict always
incorporates the government of the location and its allies. The other side of the conflict is a
government (interstate armed conflict) or an opposition group (intrastate armed conflict) plus its
allies”1. Si tratta di una prospettiva che dunque non ci soddisfa completamente, proprio perchè parte
dal presupposto per il quale uno dei contendenti deve essere per forza di natura governativa, il che
non è sempre dato dalla realtà fattuale.
Va a questo punto definita una data di inizio del conflitto, questione sulla quale vanno
osservati due ordini di problemi. In alcuni casi si trovano delineate nel tempo verie situazioni di
conflittualità senza soluzione di continuità, eppure ben differenti fra di esse. L’Afghanistan, ad
esempio, ha sperimentato ininterrottamente tutti i tipi di conflittualità possibili (guerre civili, di
resistenza ad invasioni straniere, etc.) dal 1978 fino ad oggi; eppure, l’attuale conflittualità in quel
Paese non può essere ricondotta a quella degli anni Novanta o Ottanta, per via di ben diverse,
rispetto ad allora, motivazioni, intensità, contendenti, etc. Quando parleremo di inizio di conflitto,
dunque, intenderemo l’inizio della contesa che attualmente si da. E qui si entra nel secondo ordine
di problemi. Quasi tutti gli istituti di ricerca sopraccitati, difatti, tendono a concordare sul fatto che
un conflitto diviene “attivo” nell’anno nel quale vengono registrati 25 caduti in un’unica battaglia2.
Noi preferiamo la proposta teorica dell’HIIK, che fa assumere caratteri di alta conflittualità violenta
a una grave crisi quando “violent force is used repeatedly in an organized way”3.
Gli stessi istituti osservano una logica similare anche per quanto riguarda l’intensità del
conflitto, che viene visto come “minore” quando è possibile contarvi nell’arco di un anno un
numero compreso fra i 25 e 1000 caduti, e come “guerra” per cifre superiori. Anche in questo caso
noi preferiamo affidarci alla proposta teorica dell’HIIK, riassunta dalla seguente tabella4:

1
In: http://www.pcr.uu.se/research/UCDP/data_and_publications/definitions_all.htm. In maniera similare ma anche più
specifica, il CSCW (che peraltro elabora il proprio database sui conflitti in stretta collaborazione proprio con l’UCDP)
indica che “Side A is by definition always a primary party to the conflict. In internal conflicts, side A is always the
government side, it is one of the sides in interstate conflicts and the colonial state in extrasystemic conflicts […] Like
Side A, Side B is by definition a primary party to the conflict. Side B is the opposition side of all internal and
extrasystemic conflicts and the second side in an interstate conflict. Thus, Side B can include both states and non-
governmental opposition groups, depending on the type of conflict”; in: CSCW, 2007, “UCDP/PRIO Armed Conflict
Dataset Codebook”, version 4, pp 8-9.
2
L’UCDP ad esempio indica che “a conflict is active if there are at least 25 battle-related deaths per calendar year in
one conflict dyad. This rule also applies to settle dyad activity and the activity of the primary parties. A secondary
warring party is considered as active if it is actively supporting one of the primary parties with regular troops in the
incompatibility”, in: http://www.pcr.uu.se/research/UCDP/data_and_publications/definitions_all.htm. La definizione
viene adottata anche dal PRIO (CSCW, 2007, “UCDP/PRIO Armed Conflict Dataset Codebook”, version 4, p 10) e dal
Mappamondo dei Conflitti dell’Ires Toscana (http://www.irestoscana.it/mappamondi/LA_def_confl_arm.htm).
3
Vedasi: Heidelberg Institute For International Conflict Research, 2007, Conflict Barometer 2007. Crises - Wars -
Coups d’Etat - Negotiations - Mediations - Peace Settlements. 16th Annual Conflict Analysis, Department of Political
Science, University of Heidelberg, p. 0. Lo stesso istituto però poi non sempre ci pare si attenga scrupolosamente a tale
canone, che invece noi rispetteremo con attenzione.
4
La “contabilità” dei morti difatti ci convince poco, perché il numero dei caduti, per essere realmente significativo,
andrebbe rapportato al numero dei partecipanti ad un conflitto (cosa del resto macchinosa e di difficile operabilità).
Così, ad esempio, se 999 caduti nell’arco di un anno rappresenterebbero certamente un conflitto minore per la
Repubblica Popolare Cinese (chissà perché, se i caduti divengono 1001 si dovrebbe parlare invece di guerra…), per il
Lussemburgo, di converso, costituirebbero una vera e propria catastrofe, tuttavia non riconosciuta neppure come guerra
dagli istituti di ricerca prima menzionati.

2
Fonte: Heidelberg Institute For International Conflict Research, 2007, Conflict Barometer 2007. Crises - Wars - Coups
d’Etat - Negotiations - Mediations - Peace Settlements. 16th Annual Conflict Analysis, Department of Political Science,
University of Heidelberg, p. 0.

Nell’ambito del presente lavoro, comunque, noi ci concentreremo solamente sulle forme di
conflittualità violenta di fascia alta, limitandoci a distinguere quindi fra “crisi gravi” (che in ogni
caso preferiamo denominare “conflitti minori”, per via della maggiore forza descrittiva che ci pare
possedere tale formula) e “guerre”, ricordando che quest’indicatore sarà sempre riferito all’anno di
interesse (il 2007) e non a quello di inizio conflitto. Non si terrà dunque da conto se nel corso della
sua storia il conflitto ha raggiunto intensità minori o maggiori.
Riguardo al tipo di conflitto, invece, accettiamo parzialmente la metodologia utilizzata sia
dall’UCDP che dal PRIO, che parlano di5: 1) “Conflitto Armato Extrasistemico” quando esso
“occurs between a state and a non-state group outside its own territory. These conflicts are by
definition territorial, since the government side is fighting to retain [o, aggiungiamo noi, to conquer]
control of a territory outside the state system”. In pratica si tratta di guerre tipiche dell’età
dell’imperialismo, della formazione degli stati-nazione, e della decolonizzazione. Oggi sono
rarissime, e difatti nella nostra tabella questa classificazione non ha trovato applicazione. Tuttavia
preferiamo ugualmente tenerla da conto in quanto di tanto in tanto tale tipologia di conflitti torna a
fare la sua apparizione, come (a nostro avviso) è stato nel caso della Namibia fino al 1990, o di
Timor Est fino al 1999; 2) “Conflitto Armato Interstatale”, che è in pratica quello classico fra due o
più stati; 3) “Conflitto Armato Interno” che è quello che “occurs between the government of a state
and one or more internal opposition group(s) without intervention from other states”; e 4) “Conflitto
Armato Interno Internazionalizzato”, che è quello che “occurs between the government of a state
and one or more internal opposition group(s) with intervention from other states (secondary parties)
on one or both sides”. Ecco, noi preferiamo utilizzare quest’ultima classificazione in senso più
restrittivo rispetto a quanto fanno gli istituti di ricerca summenzionati, i quali tendono a farvi
ricadere anche l’attuale conflittualità presente in Afghanistan e in Iraq. Riteniamo invece che,
leggendo a rigore la definizione, sarebbe più logico farvi ricadere conflitti dai caratteri similari, ad
esempio, all’invasione sovietica dell’Afghanistan, o al coinvolgimento statunitense in Vietnam. La
conflittualità odierna in Afghanistan e in Iraq (ricondotta dagli istituti succitati a tale categoria),
invece, non costituisce affatto il risultato del coinvolgimento di attori esterni corsi in aiuto dell’una
o l’altra fazione6. Inoltre essa osserva caratteri innovativi in relazione anche a molti altri aspetti, per
riassumere i quali suggeriamo una tipologia 5), che denominiamo “Conflitto Fuzzy”. In tale
tipologia facciamo ricadere i conflitti dove: il contendente b non è chiaro nella sua identità, non solo
5
Si vedano sia: http://www.pcr.uu.se/research/UCDP/data_and_publications/definitions_all.htm, che: CSCW, 2007,
“UCDP/PRIO Armed Conflict Dataset Codebook”, version 4.
6
L’Iraq difatti non aveva nemmeno una conflittualità armata interna di rilevanti proporzioni, mentre sarebbe ingenuo
ricondurre l’odierno sostegno internazionale verso l’attuale governo afgano all’utilizzo dell’Alleanza del Nord da parte
della coalizione internazionale che entrò in Afghanistan nel 2001.

3
di fazione, quanto anche rispetto alla sua origine, che magari può essere sia interna e/o esterna al
luogo ove si svolge il conflitto7; i legami fra le diverse fazioni collocabili in uno stesso fronte
contrappositivo sono in molti casi laschi se non inesistenti, e non di rado possono anche
trasformarsi in conflittualità aperta reciproca; per l’identità dei contendenti spesso non basta rifarsi
a soli criteri politici, etnici e/o religiosi, quanto anche (e pesantemente) criminali8; più che di
contendente b si può parlare di contendenti b, c, d…. n, dove non di rado per certi periodi un
contendente b diviene alleato del contendente a (originariamente nemico) in funzione anti-c, etc.
Riteniamo, tra l’altro, che con tale categoria teniamo da conto alcuni dei più intelligenti contributi
teorici di lavori relativamente recenti mirati a compendiare le non sempre chiare caratteristiche
delle nuove conflittualità9.
Torniamo invece a divergere totalmente con l’UCDP e il PRIO per ciò che concerne
l’incompatibilità alla base del conflitto, che i due istituti (come anche il Mappamondo dei Conflitti
dell’Ires Toscana) invece distinguono fra “relativa al sistema di governo” e “relativa al territorio”. A
noi ci sembrano classificazioni troppo onnicomprensive, e perciò accogliamo ancora una volta la
proposta teorica dell’HIIK10, che invece, più puntigliosamente, distingue fra incompatibilità:
rispetto al possesso di un “Territorio”; dovute al perseguimento di una “Secessione”; legate a
fenomeni di “Decolonizzazione”; mirate alla richiesta di maggiore “Autonomia”; legate
all’imposizione di un determinato “Sistema/Ideologia”; mirate alla conquista del “Potere al livello
Nazionale”; dovute al perseguimento di una certa “Predominanza a livello Regionale” all’interno
dei confini statali; legate a questioni di crescita/presenza di rango nell’ambito del “Potere
Internazionale”; prodotte dal possesso/desiderio di determinate “Risorse”; oppure legate a “Motivi
Contingenti Vari”.
Infine, in maniera contro-intuitiva, preferiamo definire solo in ultimo in cosa consista un
conflitto, anziché, come di norma, in premessa. Questo perché ci pare che solo dopo aver illustrato
tutti gli indicatori prescelti sia più facile comprendere cosa noi intendiamo per conflitto. In tal caso
divergiamo i qualche misura dall’HIIK, che definisce i conflitti come “the clashing of interests
(positional differences) over national values of some duration and magnitudo between at least two
parties (organized groups, states, groups of states, organizations) that are determined to pursue their
interests and achieve their goals”11. La definizione può anche essere accettata, ma solo ammettendo
che, oltre a dover possedere forme di esplicazione violenta e organizzata, i clashing, pur potendo
prevedere contenuti religiosi, etnici, etc., devono per forza di cose osservare un’intima natura
politica, altrimenti non sarebbero operativamente distinguibili da altre manifestazioni violente dei
consorzi umani associati12. Inoltre, i conflitti li considereremo esclusivamente sulla base di fattuale
7
Si pensi all’Iraq: se si chiede a dieci esperti chi siano gli insorgenti iracheni si avranno con buona probabilità dieci
risposte diverse.
8
È il caso della resistenza armata dei coltivatori di droga in Afghanistan, ad esempio.
9
Il riferimento è agli indispensabili: Kaldor Mary, 1999, Le nuove guerre. La violenza organizzata nell'età globale,
Roma, Carocci; e: Metz Steven, 1997, Strategic horizons: The military implications of alternative futures, Carlisle
Barracks, Pa., Strategic Studies Institute, U.S. Army War College.
10
Vedasi sempre: Heidelberg Institute For International Conflict Research, 2007, Conflict Barometer 2007. Crises -
Wars - Coups d’Etat - Negotiations - Mediations - Peace Settlements. 16th Annual Conflict Analysis, Department of
Political Science, University of Heidelberg, p. 0.
11
In: Heidelberg Institute For International Conflict Research, 2007, Conflict Barometer 2007. Crises - Wars - Coups
d’Etat - Negotiations - Mediations - Peace Settlements. 16th Annual Conflict Analysis, Department of Political Science,
University of Heidelberg, p. 0.
12
È per questo che ci risulta inammissibile che la più volte citata edizione del Conflict Barometer dell’HIIK annoveri,
fra le “Severe Crisis” (per noi: “Conflitti Minori”) anche l’attuale competizione criminale fra i cartelli messicani della
droga (per quanto il governo di quel Paese sia fra le parti in causa in quanto impegnato a reprimere quegli scontri), dal
momento che si sta parlando, per l’appunto, di una competizione di natura criminale, che non ha alcuna finalità politica
(vedasi: Heidelberg Institute For International Conflict Research, 2007, Conflict Barometer 2007. Crises - Wars - Coups
d’Etat - Negotiations - Mediations - Peace Settlements. 16th Annual Conflict Analysis, Department of Political Science,
University of Heidelberg, p. 36 e p. 39). Cogliamo dunque l’occasione per affermare che dell’HIIK riprendiamo molte
delle metodologie e delle batterie concettuali proposte, ma molto spesso non aderiamo affatto alle sue interpretazioni.
Ciò non solo ci consente di rivendicare un’ulteriore fattore di originalità del nostro lavoro, quanto di respingere

4
presenza di manifestazioni di violenza organizzata, senza tenere da conto se nel luogo fisico
considerato siano in vigore dei cessate il fuoco, dei trattati di pace che sulla carta avrebbero posto
fine al conflitto stesso, delle forze di peacekeeping, etc.

Tavola sinottica dei conflitti nel mondo

Tipo di conflitto: Intensità Incompatibilità:


1 del conflitto a
Luogo Contendente A Contendente B Inizio Conflitto Armato Territorio
del extrasistemico GUERRA b
conflitto 2 Secessione
Conflitto Armato CONFLITTO c
Interstatale; MINORE Decolonizzazione
3 d
Conflitto Armato Autonomia
Interno; e
4 Sistema/Ideologia
Conflitto Armato f
Interno Potere Nazionale
Internazionalizzato g
5 Predominanza
Conflitto “fuzzy” Regionale
h
Potere
Internazionale
i
Risorse
l
Motivi
Contingenti Vari

Afghanistan Governo; Coalizione Forze Talebani; una 2001 5 GUERRA e; f; h


internazionale guidata complessa galassia di
dagli USA Enduring organizzazioni
Freedom; missione terroristiche e
International Security guerrigliere legate ad al-
Assistance Force Qaeda, ai signori della
(ISAF) a guerra e alle loro milizie
responsabilità NATO
operante sotto
mandato ONU

Algeria Governo Al-Qaeda Organization 1991 3 CONFLITTO e; f


in the Islamic Maghreb MINORE
(AQIM)

Ciad Comunità etniche Comunità etniche arabe 2003 3 CONFLITTO g


africane MINORE

Ciad Governo Front Unique pour le 2005 3 CONFLITTO f


Changement MINORE
Démocratique (FUCD);
Rassemblement Des
Forces Democratiques
(RAFD); Union des
Forces pour la
Démocratie et le
Développement (UFDD)

“conteggi” non condivisibili, che riguardano anche esempi quali il conflitto nella provincia pakistana del Belucistan,
classificato come semplice “crisis” (a p. 43 e 51) e che invece, a nostro avviso, consiste in un vero e proprio “Conflitto
Minore” (o “Severe Crisis”, secondo la metodologia adottata dell’HIIK).

5
Colombia Governo; forze Fuerzas Armadas 1964 5 CONFLITTO e; g; i
paramilitari di destra Revolucionariaa MINORE
Colombianas (FARC);
cartelli della droga

Colombia Fuerzas Armadas Ejército de Liberación 2006 3 CONFLITTO e; g; i


Revolucionariaa Nacional MINORE
Colombianas (FARC) (ELN)

Etiopia Governo Ogaden National 1984 3 CONFLITTO b


Liberation Front (ONLF) MINORE

India Governo Forze insurrezionali del 1989 4 CONFLITTO b


Kashmir; Pakistan MINORE

India Governo Communist Party of 1997 3 CONFLITTO e


India (CPI-Maoist) MINORE

Iraq Governo; Forze della Una vasta e variabile 2003 5 GUERRA e; f; g; h; i; l


Coalizione interrelazione fra
internazionale guidata organizzazioni ribelli
dagli USA; altre Forze locali su base etnica.
di Supporto alla clanica e religiosa;
Coalizione movimenti terroristici sia
internazionale interni che internazionali

Iran Governo Free Life Party of 1979 3 CONFLITTO d


Kurdistan (PJAK) MINORE

Israele Governo Fatah; Hamas; 2000 3 CONFLITTO a; b; c; i


Palestinian Islamic Jihad MINORE
(PIJ); Popular Resistance
Committees (PRC);
Autorità Nazionale
Palestinese

Kenia Governo; comunità Saboat Land Defense 1991 3 CONFLITTO i


Ndorobo Force (SLDF); clan Soy MINORE

Libano Governo Hezbollah; Fatah al- 2007 3 CONFLITTO e; f


Islam MINORE

Myanmar Governo; United Wa Karen National 1948 3 CONFLITTO b


State Army (UWSA); Liberation MINORE
Democratic Karen Army (KNLA); Karen
Buddhist Army National Union (KNU);
(DKBA) Karenni Army (KnA);
Karenni National
Progressive Party
(KNPP)

Nigeria Governo Movement for the 1997 3 CONFLITTO g; i


Emancipation of the MINORE
Niger Delta
(MEND); Niger Delta
People’s Volunteer Force
(NDPVF); etnia Ijaw

Pakistan Estremisti radicali Estremisti radicali sciiti 1998 3 CONFLITTO e, g


sunniti MINORE

6
Pakistan Governo Muttahida Majlis-e- 2001 3 CONFLITTO e
Amal; gruppi radicali MINORE
islamici

Pakistan Governo Milizie di talune Aree 2002 4 GUERRA g


Tribali; rifugiati talebani

Pakistan Governo Baluch Ittehad 2004 3 CONFLITTO d; i


MINORE

Repubblica Governo Union of Democratic 2005 3 CONFLITTO f


Centrafricana Forces for Unity (UFDR); MINORE
Popular Army for the
Restoration of the
Republic and Democracy
(APRD)

Repubblica Governo Ex appartenenti al 2004 3 CONFLITTO f


Democratica Congolese Rally for MINORE
del Congo Democracy - Goma (ex-
RCD-G); ribelli del
Democratic Forces for
the Liberation of
Rwanda (FDLR); milizie
Interahamwe

Somalia Governo Federale Union of Islamic Courts 2006 4 GUERRA e; f


Transitorio; Etiopia (UIC)

Sri Lanka Governo Liberation Tigers of 1983 3 CONFLITTO b


Tamil Eelam (LTTE) MINORE

Sudan Governo; Janjaweed Minni Minawi’s 2003 3 GUERRA g; i


Sudanese Liberation
Movement/
Army (SLM/A-MM);
Abdel Wahid
Mohamed el Nur’s
Sudanese Liberation
Movement/
Army (SLM/A-AW);
Ahmed Abdelshaafi’s
Sudanese Liberation
Movement/
Army (SLM/A-AS); G19;
Sudanese Liberation
Movement/
Army (SLM); SLM/A-
Unity; Justice and
Equality
Movement
(JEM); National
Movement for
Reconstruction/Reform
and Development
(NMRD); Darfur
Liberation Movement
(DLM); Justice and
Equality
Movement Peace Wing
(JEM/PW);
Revolutionary
Democratic Front Forces
(RDFF); Revolutionary
United Movement
(RUM); Sudan Federal
Democratic Alliance
(SFDA)

7
Territori Fatah Hamas 2006 3 CONFLITTO e; g
Palestinesi MINORE

Thailandia Governo Mujahideen Pattani 2004 3 CONFLITTO b


Movement (BNP); MINORE
Pattani United
Liberation Organization
(PULO);
Pattani Islamic
Mujahideen Movement
(GMIP);
Mujahideen Islamic
Pattani Group
National Revolution
Front (BRN);
Pattani Liberation
National Front (BNPP);
Jemaah Islamiyah (JI);
Runda Kumpulan Kecil
(RKK)

Turchia Governo Partiya Karkeren 1978 3 CONFLITTO b


Kurdistan (PKK), dal MINORE
2003 è conosciuto come
Conference of the
People’s Congress of
Kurdistan (KONGRA-
GEL)

Nel 2007, secondo quanto delineato in tabella, nel mondo possiamo contare sei guerre e 22
conflitti minori in corso. Delle prime, due sono concentrate nel Centro-Asia, due in Africa, una in
Medio Oriente, e una nel Sud-Est Asiatico. Dei secondi, otto sono concentrati in Africa, cinque in
Medio Oriente (le due aree continuano dunque a confermare la loro endemica instabilità, pur se a
una magnitudo miniore rispetto agli anni Novanta, quando invece le guerre vere e proprie erano
diffusissime presso queste aree), quattro nel Sud-Est Asiatico (area che da vari anni sta mostrando
una lenta destabilizzazione complessiva), tre nel Centro-Asia, e due in Sud America. Le situazioni
del Centro Asia e del Sud America appaiono degne di nota perché in entrambi i casi i conflitti sono
tutti concentrati presso lo stesso Paese. Ma mentre la Colombia appare confermare la sua identità di
“caso a sé” all’interno di un sub-sistema regionale (quello sudamericano) oramai sempre più di
successo nel suo cammino verso la pacificazione complessiva, il Pakistan conferma la sua
allarmante situazione in quanto, oltre teatro dei tre conflitti minori in questione: è anche teatro di
una vera e propria guerra; confina con due potenze regionali altresì teatri di uno o più di un conflitto
minore (vale a dire l’Iran e l’India, quest’ultimo tra l’altro tradizionale diretto competitor del
Pakistan, con il quale condivide gli unici assetti strategico-nucleari della regione); confina con un
Paese (l’Afghanistan) teatro di una guerra (tra l’altro di tipo fuzzy), di cui costituisce almeno in
parte retrovia.
Procedendo oltre, fra guerre e conflitti minori annoveriamo un conflitto minore risalente agli
anni Quaranta, uno agli anni Sessanta, due agli anni Settanta, e due più una guerra risalenti agli anni
Ottanta. È interessante notare come queste conflittualità risalenti ai tempo della Guerra Fredda
fossero all’epoca del loro sorgere poco o per nulla collegate alla logica del confronto bipolare fra le
superpotenze, e comunque mai assorsero a ruoli di centralità in tale confronto (come magari
accadde, ad esempio, per le guerre di Corea, del Vietnam, dell’Afghanistan, o per l’insurgency in
Nicaragua). Dunque, può essere senz’altro affermato che i conflitti originati da quell’epoca
ancor’oggi esistenti sono riusciti a sopravvivere nelle loro logiche intrinseche proprio perché con il
bipolarismo di quell’epoca avevano poco o punto a che fare. Degli anni Novanta, periodo di
decostruzione di assetti sistemico-ideologici e statuali e perciò periodo di grande turbolenza

8
conflittuale per tutto il globo13, invece, restano solo sei conflitti minori, segno di come i processi di
redistribuzione del potere mondiale (e, volendo, di ricalibrazione delle risorse sistemico-
ideologiche) tipici di quel decennio abbiano oramai fatto il loro corso. Agli anni post-11 settembre,
cioè quelli degli scontri di civiltà e delle lotte globali al terrorismo, fanno dunque riferimento le
origini della maggior parte della conflittualità totale, sia dal punto di vista meramente quantitativo
che di magnitudo dell’intensità in corso, con dieci conflitti minori e cinque guerre presenti al 2007.
Pertanto, quasi tutte le attuali guerre e conflitti minori presenti in Medio Oriente e nel Centro Asia
datano la loro origine (o, in alcuni casi, la loro recrudescenza rispetto ad instabilità precedenti qui
non indagate) al presente decennio.
Ma secondo quali modalità si sta esplicando l’attuale conflittualità globale? La nostra proposta
di conflittualità fuzzy ha trovato applicazione solo in due guerre (Afghanistan e Iraq), e, volendo, nel
caso del conflitto minore della Colombia (per il quale, però, noi stessi non siamo sicuri se la nostra
definizione possa risultare davvero calzante). Di conflitti armati interni internazionalizzati abbiamo
invece solamente tre esempi, dei quali però due relativi a guerre e soltanto uno a un conflitto
minore. Quest’ultimo ha luogo in un Paese (l’India) competitor di un altro Paese (il Pakistan) a sua
volta teatro di una di quelle guerre riconducibili alla tipologia in questione. Ciò implica di porre
ancora una volta in luce come il Pakistan costituisca probabilmente una delle situazioni più delicate
del pianeta, dal momento che, a nostro avviso, proprio i conflitti armati interni internazionalizzati
sono quelli che possono far assumere a un teatro di crisi i colori di veri e propri “buchi neri
geopolitici”, atti con la loro stessa presenza a vorticare nelle proprie questioni intere instabilità
regionali (e, difatti, l’unico altro esempio, per l’anno 2007, è dato dalla Somalia), se non, nei casi
più gravi, globali14. Tutte le altre conflittualità, invece, presentano i caratteri di conflitti armati
interni, non esistendo dunque nel corso del 2007 nessun conflitto armato interstatale né esempi
degli ancor più rari conflitti armati extrasistemici.
Infine, cerchiamo di delineare quali siano le incompatibilità ricorrenti alla base dei conflitti
che attualmente si danno. Certamente, con undici casi, l’incompatibilità più frequentemente
riscontrata è data da dinamiche legate ai termini di “sistema/ideologia”. Seguono, con nove casi, le
motivazioni legate a questioni di “predominanza regionale” all’interno di determinati confini
statuali. Le cause legate ai tentativi di conquista del “potere nazionale” e di sfruttamento di
determinate “risorse” seguono immediatamente con una parità di ricorrenza relativa a otto casi per
ciascuna incompatibilità. Con le motivazioni legate al perseguimento di fenomeni di “secessione”
(relative a sette casi) abbiamo il totale delle cinque incompatibilità più frequenti nei conflitti attivi
al 2007. Difatti, le incompatibilità risultate legate al perseguimento di maggiore “autonomia”
appaiono presenti in soli due casi, come a soli due casi sono legate le motivazioni legate alla
crescita/presenza di rango nell’ambito del “potere internazionale”15. Ad un solo caso abbiamo
assegnato l’incompatibilità per “motivi contingenti vari”, e questo è l’Iraq, dove abbiamo creduto
riconoscere come vere e proprie parti in causa della prolungata conflittualità in quel Paese anche le
peculiari faide claniche e di regolamenti di conti interni che oramai si trascinano dal 2003 16. Allo
stesso caso israelo-palestinese, infine, abbiamo riconosciuto le uniche incompatibilità legate al
possesso/acquisizione di “territorio” e a fenomeni di “decolonizzazione”, in quanto riteniamo che
quella situazione presenti le caratteristiche tipiche delle lotte derivanti da tale tipo di
incompatibilità17.
Da questi dati ci pare importante trarre le seguenti considerazioni. Innanzitutto, che il mondo
post-Ottantanove sia segnato dal crollo delle ideologie è una considerazione che non risulta
corroborata dallo stato della conflittualità globale al 2007. Si è visto difatti come anzi
13
Secondo la prospettiva elaborata a suo tempo da: Rosenau James N., 1990, Turbulence in world politics: a theory of
change and continuity, Princeton, Princeton University press.
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In tal ultimo nefasto caso, il pensiero inevitabilmente corre alle modalità per le quali ebbe inizio la prima guerra
mondiale, forse l’esempio storico più confacente a quanto descritto.
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Interpretazione nostra: a quei casi l’HIIK non aveva correlato tale incompatibilità.
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Interpretazione nostra: a quel caso l’HIIK non aveva correlato tale incompatibilità.
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Interpretazione nostra: a quel caso l’HIIK non aveva correlato tali incompatibilità.

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l’incompatibilità legata ai termini di “sistema/ideologia” sia quella maggiormente ricorrente, con le
altre quattro incompatibilità più frequentemente ricorrenti spesso correlate agli stessi conflitti ove
sono presenti problematiche sistemico-ideologiche. Ma quali sono le ideologie protagoniste dei
conflitti odierni? L’esame dei contendenti ci indica che delle sei guerre in corso ben cinque vedono
presenti movimenti estremisti islamici, altresì attori anche in nove dei 22 conflitti minori
conteggiati18. Persino i movimenti comunisti (in parte maoisti) vedono ancora un certo determinante
ruolo nella conflittualità globale, con una loro presenza in cinque conflitti minori, dei quali due
relativi ai due conflitti presenti in Colombia, situazione nella quale un conflitto, tra l’altro, viene
combattuto fra due movimenti rivoluzionari di sinistra. Ci preme far rilevare, in conclusione, come
invece gli unici conflitti relativi a questioni di crescita/presenza di rango nell’ambito del “potere
internazionale” siano quelli relativi all’Iraq e all’Afghanistan, situazioni in cui le coalizioni
internazionali guidate dai Paesi occidentali difatti si stanno giocando la loro idoneità a fronteggiare i
fattori di minaccia e instabilità mondiale, nonché la loro stessa capacità a continuare a “marciare”
uniti come un unico fronte di civiltà.

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Dato che ora l’analisi è svolta solo sulla natura dei contendenti, abbiamo incluso anche quei conflitti dove fra le
incompatibilità imprescindibili non abbiamo assegnato quelle relative al “sistema/ideologia”. Si tratta difatti di conflitti
dove è vero che la religione non gioca affatto un ruolo predominante nelle motivazioni, finalità, tattiche, etc., ma dove è
pur vero che taluni dei contendenti sono comunque contraddistinti da una loro identità jihadista, come del resto spesso
rivendicato sin nella loro stessa denominazione.

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