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intro 16/07/2003

Francesco Guala + e Matteo Motterlini±


L’ECONOMIA COGNITIVA E SPERIMENTALE*

Piano di lavoro

PARTE 1: PSICOLOGIA IN ECONOMIA

1.1 Comportamento razionale e comportamento reale


1.2 Giudizi e pregiudizi
1.3 Violazioni della teoria della scelta
1.4 Prospect theory: genesi e principi cognitivi
1.5 Questioni di fatto questioni di diritto
1.6 Il programma di ricerca dell’economia cognitiva

Intermezzo: Economia cognitiva ed economia sperimentale

PARTE 2: ESPERIMENTI IN ECONOMIA


2.1. L’economia entra in laboratorio
2.2. Controllare le preferenze
2.3. Instituzioni, norme sociali e comportamento
2.4. Teoria ed esperimento
2.5. L’ingegneria economica

Note bibliografiche e approfondimenti

+
Centre for Philosophy of the Social Sciences, University of Exeter, Amory Building, Rennes Drive, Exeter EX4 4RJ,
UK. Email: f.guala@ex.ac.uk

±
Dipartimento di Scienze della Cognizione e della Formazione, Università di Trento, via Matteo del Ben 5, 38068
Rovereto (TN), Italy. Email: matteo.motterlini@unitn.it
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Capitolo introduttivo al volume Introduzione alla behavioral & experimental economics, a cura di M. Motterlini
e F. Guala, Università Bocconi Editore, Milano, (in corso di pubblicazione).

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Il 9 Ottobre 2002 migliaia di e-mail diffusero in poche ore il comunicato ufficiale dell’Accademia
delle Scienze Svedese: Daniel Kahneman e Vernon Smith erano stati insigniti del “Premio della
Banca Svedese per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel”. Il premio era nell’aria da
tempo: si sapeva che Amos Tversky – il più stretto collaboratore di Kahneman – lo aveva mancato
di un soffio prima di morire improvvisamente nel 1996, e ogni anno il nome di un economista
sperimentale circolava nella rosa dei candidati. Non di meno, si trattava di un evento epocale: il
Premio Nobel riconosceva ufficialmente che l’economia cognitiva e l’economia sperimentale
costituiscono uno dei più importanti sviluppi nelle scienze sociali dell’ultimo mezzo secolo.

Non era della prima volta che l’Accademia delle Scienze premiava ricerche di frontiera, ancora in
attesa di essere accettate universalmente dalla comunità scientifica. Inoltre economisti come
Maurice Allais e Herbert Simon, che avevano contribuito in vari modi alla nascita dell’economia
cognitiva e sperimentale, figuravano già da molti anni fra i laureati. Ma Simon e Allais erano stati
premiati per il loro lavoro in altre aree della teoria economica, e il premio del 2002 costituiva una
novità sotto almeno due punti di vista. In primo luogo, riconosceva il lavoro di uno studioso che
secondo le rigide convenzioni dell’odierna accademia non dovrebbe neppure essere considerato un
“economista”. Daniel Kahneman veniva premiato “per aver integrato intuizioni della ricerca
psicologica nella scienza economica, specialmente nel campo del giudizio e della decisione in
condizioni d incertezza”. Si tratta di un contributo “dall’esterno”, da parte di un influente psicologo
che fino a oggi avrebbe probabilmente avuto problemi a trovare lavoro in un qualsiasi dipartimento
di economia americano.

In secondo luogo, l’altra metà del Nobel premiava un’innovazione metodologica, invece di un
contributo al corpo teorico dell’economia. Vernon Smith veniva premiato “per aver affermato la
rilevanza della degli strumenti di laboratorio per l’indagine empirica in economia, soprattutto per lo
studio di meccanismi di mercato alternativi”. Ovviamente le innovazioni metodologiche tendono a
favorire gli sviluppi teorici: osservando il mondo attraverso un nuovo paio di occhiali è più
probabile notare nuovi aspetti della realtà. E infatti il lavoro di Vernon Smith comprende anche
importanti apporti alla teoria economica. Ma il comitato del Nobel ci teneva a sottolineare che

L’economia è stata comunemente considerata una scienza non-sperimentale, fondata sull’osservazione delle economie
reali piuttosto che sugli esperimenti controllati nel laboratorio. Oggi, tuttavia, un crescente corpo di ricerca è dedicato a
modificare e controllare le assunzioni economiche di base; inoltre, la ricerca economica utilizza in modo crescente dati
raccolti in laboratorio invece che sul campo.

Con il premio del 2002 veniva sancito questo profondo mutamento nella natura stessa della scienza
economica.

In questo volume sono raccolti alcuni fra i più rilevanti contributi ai due programmi di ricerca
insigniti del Nobel 2002: (i) la tradizione degli studi cognitivi sul giudizio, la scelta e la decisione
umana, articolata nel contesto del più ampio progetto delle scienze cognitive e in particolare della
psicologia cognitiva; e (ii) la tradizione dell’economia sperimentale (in senso stretto) volta allo
studio del funzionamento dei mercati nel mondo manipolabile e controllato del laboratorio. Ci si
riferisce genericamente alla prima tradizione come Behavioral Economics (che tradurremo con il
più caratterizzante “economia cognitiva”, piuttosto che con il generico “economia
comportamentale”) e alla seconda come Experimental Economics (“economia sperimentale”).

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Piano di lavoro

La scelta dei saggi è ampiamente determinata dai limiti di spazio, e inevitabilmente influenzata dai
nostri gusti personali. Anche se abbiamo dovuto escludere numerosi importanti lavori e ignorare
alcuni influenti ricercatori, tutti gli articoli qui tradotti sono di primissimo piano. Nel selezionare
abbiamo cercato di privilegiare testi leggibili e rappresentativi di una linea di ricerca più ampia, che
possano perciò essere utilizzati come porta d’accesso alla letteratura cognitiva e sperimentale. La
disponibilità di questi testi in traduzione italiana è particolarmente importante per la loro diffusione,
ma anche per la formazione degli economisti delle prossime generazioni.

Abbiamo ritenuto opportuno introdurre gli articoli per mezzo di una breve discussione della loro
rilevanza e del loro significato, nel contesto della ricerca economica in generale e dell’economia
cognitiva e sperimentale in particolare. E’ bene sottolineare però che questa introduzione non aspira
in alcun modo a essere esaustiva. Esistono già eccellenti rassegne della letteratura cognitiva e
sperimentale – di cui diamo i riferimenti nelle ampie note bibliografiche a questa introduzione. Il
raggio delle ricerche cognitive e sperimentali è semplicemente troppo ampio per poter essere
trattato in qualche decina di pagine. Abbiamo piuttosto voluto sottolineare il contributo originale
dell’economia cognitiva e dell’economia sperimentale sia dal punto di vista dei risultati sia dal
punto di vista del metodo impiegato per raggiungerli. Crediamo che le istanze metodologiche
vadano enfatizzate e illustrate nei dettagli poiché, in questo e altri celebri casi di crescita della
conoscenza (non solo economica), si sono rivelati un importante fattore rivoluzionario. Questo
approccio è anche motivato dal fatto che questi emergenti programmi di ricerca non sono ancora
caratterizzati da un “paradigma” dominante con un nucleo teorico consolidato e un insieme definito
di tecniche di ricerca. Anche adottare una prospettiva storica non sarebbe stato di aiuto, in quanto
una storia della disciplina non è ancora stata scritta.

Perché dunque l’economia diviene cognitiva e sperimentale? Le scelte e le decisioni reali degli
uomini comuni che abitano il mondo che ci circonda possono deviare in vari modi dalle decisioni
degli “eroici” uomini economici che popolano il “mondo ideale” della teoria della scelta razionale.
Non si tratta certo di una constatazione sorprendente. Dopotutto pochi di noi sarebbero disposti a
ritenere che i propri simili siano perfettamente razionali. Siamo consapevoli di essere fallibili, di
avere limitate capacità di calcolo, limitato accesso alle informazioni, poca memoria e anche questa
poco affidabile. Nella vita di tutti i giorni amiamo, soffriamo, proviamo gioia, paura, rabbia, e altre
emozioni che condizionano le nostre scelte in modo poco “calcolato”. Non che gli economisti siano
meno consapevoli di ciò di quanto lo siamo tutti noi; tuttavia hanno a lungo ritenuto che le
deviazioni dal comportamento razionale fossero per lo più rare e soprattutto trascurabili per quanto
riguarda le predizioni del comportamento aggregato degli attori economici e il funzionamento dei
mercati.

I risultati sperimentali associati al nome di Kahneman mettono in discussione questa assunzione di


fondo. L’evidenza empirica suggerisce piuttosto che le violazioni della razionalità sono abbondanti,
diffuse e importanti, ma soprattutto sistematiche; e, come tali, esercitano un peso considerevole sul
comportamento economico. Nei paragrafi successivi illustreremo alcuni di questi risultati.
Cominceremo presentando brevemente il nucleo assiomatico della teoria della scelta razionale e le
violazioni sistematiche di tali assunzioni scoperte dagli psicologi cognitivi. Ci interrogheremo
quindi sull’ implicazioni di tali risultati per la teoria economica e la nozione di razionalità che
questa presuppone. Ciò solleverà inevitabilmente la questione della peculiarità del metodo
dell’economia cognitiva. Cercheremo di valutarne l’ambizione di catturare il reale comportamento
degli attori economici, superando la sterile contrapposizione disciplinare fra psicologia cognitiva ed
economia.

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Seguendo l’ordine dei contributi, la seconda parte dell’introduzione è dedicata ai risultati


sperimentali legati a Smith. Il filo conduttore in questo caso non è identificabile né con un
particolare nucleo teorico né con un progetto di riforma della teoria ortodossa. Gli economisti
sperimentali condividono piuttosto un metodo, un insieme di strumenti per la produzione e
l’osservazione di dati empirici. Presenteremo brevemente i principali risultati nel campo dei beni
pubblici, della contrattazione, e delle aste. Quindi, passeremo a discutere alcune questioni di portata
più generale riguardanti il ruolo della sperimentazione controllata nel contesto della scienza
economica. Quale validità hanno i risultati sperimentali di laboratorio? E’ possibile generalizzarne
la portata a contesti più ampi?

PARTE 1. PSICOLOGIA IN ECONOMIA

1.1 Comportamento razionale e comportamento reale

L’economia neoclassica muove dal presupposto che le decisioni individuali siano prevalentemente
governate dall’interesse personale e dalla razionalità. Razionalità, in un contesto economico,
significa assumere che gli agenti usino l’informazione disponibile con coerenza, in modo da operare
la scelta ottimale date le alternative disponibili e gli obbiettivi prefissati. Significa inoltre assumere
che gli agenti siano lungimiranti, cioè che essi sappiano calcolare le conseguenze future delle loro
decisioni presenti. Tradizionalmente il protagonista dei modelli economici è un agente dotato di un
dato e stabilito ordinamento di preferenze sulle alternative a disposizione e capace di formare delle
credenze (o aspettative) probabilistiche sugli stati del mondo e sugli effetti delle sue azioni. Egli è
anche in grado di elaborare l’informazione a disposizione secondo il calcolo della probabilità.
Tecnicamente, in condizioni di incertezza, l’agente economico è un massimizzatore dell’utilità
(soggettiva) attesa.

Il merito di aver fornito alla teoria economica il fondamento formale di una scienza rigorosa è da
ascrivere a John von Neumann e Oskar Morgenstern, e al loro epocale The Theory of Games and
Economic Behavior (1947). Il concetto di utilità in economia ha una lunga storia – che non staremo
qui a ripercorrere. Von Neumann e Morgenstern riuscirono a trasformare alcune plausibili intuizioni
circa la decisione umana in procedure formali e a esprimere la teoria della scelta in condizioni di
rischio in forma assiomatica. Con grande senso di modestia, essi intesero il loro contributo come
uno stadio preliminare per lo sviluppo della scienza economica. Una fase, con le loro parole,
“necessariamente euristica”, vale a dire “di transizione da considerazioni plausibili e non
matematiche alle procedure formali della matematica” (p.7). E' questo un passaggio indispensabile
nell’evoluzione delle scienze matematizzate, di cui siamo già stati testimoni nel corso della storia
della fisica in generale e dell'astronomia in particolare. Von Neumann e Morgenstern erano
consapevoli che perché ci siano gli scienziati geniali e rivoluzionari – per esempio, i Keplero o i
Newton – occorrono anche gli scienziati intenti alla raccolta dei dati e delle osservazione – per
esempio i Tycho Brahe. Ma, riconoscevano anche che, negli anni Quaranta, “niente di tutto ciò è
ancora accaduto in economia” (p.4).

Nonostante ciò, il tentativo di formalizzare un modello di comportamento razionale in condizioni di


rischio ebbe pieno successo. Ignorando la prudenza dei suoi padri fondatori, gran parte della
professione vedrà nel concetto di razionalità di von Neumann e Morgenstern il solido strato di
roccia su cui costruire l’elegante edificio della scienza economica. Ma cosa significa agire
razionalmente in condizioni di rischio? Von Neumann e Morgenstern delineano il profilo di un
agente razionale per mezzo degli assiomi dell’utilità attesa. Le versioni più moderne di questa

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teoria distinguono solitamente tre assiomi o principi fondamentali: l’assioma di ordinamento (A1),
l’assioma di continuità (A2), e l’assioma di indipendenza (A3).

Indichiamo con x, y, z, w,... i risultati (detti anche “conseguenze” o “stati del mondo”) di una lotteria
o prospetto probabilistico; con f la relazione di preferenza; con p un valore di probabilità.
L’operatore ⇒ rappresenta l’implicazione semplice (“se… allora”), mentre ⇔ rappresenta
l’implicazione forte (“se e soltanto se”) e ¬ la negazione (“non”). Gli assiomi dell’utilità attesa sono
i seguenti:

(A1) f è una relazione d’ordine:


(x f y) ⇒ ¬(y f x) [asimmetria]
(x f y & y f z) ⇒ (x f z) [transitività]
(A2) (x f y f z) ⇔ [px + (1 – p)z f y f qy + (1 – q)z ]
per p e q strettamente fra 0 e 1 [continuità]
(A3) Per qualsiasi p tale che 0 < p = 1,
(x f y) ⇔ [px + (1 – p)z] f [py + (1 – p)z] [indipendenza].

L’assioma di ordinamento costituisce il nucleo della teoria della scelta in condizioni di certezza, o
teoria dell’utilità ordinale. Esso comprende due principi: il primo (asimmetria) afferma che se
Mario preferisce una mela a una pera, non può allo stesso tempo preferire una pera a una mela (si
noti la parentela con l’assioma debole delle preferenze rivelate). Il secondo (transitività) afferma
che se Mario preferisce una mela a una pera e una pera a una banana, deve al contempo preferire
una mela a una banana. L’assioma di continuità è poco realistico ma necessario per ragioni
puramente matematiche, che eviteremo di discutere a fondo in questa sede. L’assioma di
indipendenza è più importante, perché permette di passare dall’utilità ordinale a quella cardinale.
Esso afferma, intuitivamente, che se Mario preferisce una mela a una pera, preferirà anche una
lotteria in cui può vincere una mela con probabilità, per esempio, 0,3 e un’automobile con
probabilità 0,7 a una lotteria in cui ha la possibilità di vincere una pera con 0,3 e un’automobile con
0,7. Quando due lotterie hanno una o più possibilità in comune, in altri termini, è ragionevole
“astrarre” da queste ultime e concentrarsi sulle altre per decidere quale lotteria scegliere.

Utilizzando questi tre assiomi (più gli assiomi classici del calcolo della probabilità) è possibile
dimostrare un teorema di rappresentazione dell’utilità attesa. Formalmente, il teorema afferma che
se una relazione di ordinamento (f) soddisfa (A1), (A2), (A3), allora esiste una funzione reale di
utilità U(.) (definita sui risultati delle lotterie) tale che: per tutte le lotterie X e Y,

(1) X f Y ⇔ EU(X) f EU(Y),

dove l’utilità attesa EU (Expected Utility) è data dalla somma delle utilità moltiplicate per le
probabilità dei risultati di una lotteria:

(2) EU = ∑ p U(x ) .
i i

La formula (1) afferma che un agente che sceglie in conformità con gli assiomi precedenti – ed è
dunque ‘razionale’ nel senso di von Neumann e Morgenstern – massimizza l’utilità attesa EU.

Il modello di von Neumann e Morgenstern è applicabile a situazioni di rischio, nelle quali cioè le
probabilità corrispondenti a ogni stato del mondo sono “oggettive” (come, appunto, nelle vere
lotterie). Leonard Savage (1954) ha generalizzato questo modello alle situazioni di incertezza, nelle
quali non c’è alcuna ragione oggettiva di assegnare una particolare probabilità agli stati del mondo.
In questo caso le probabilità rappresentano gradi di credenza individuali, e la teoria di Savage è

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detta “teoria dell’utilità attesa soggettiva”. In entrambi i casi (rischio e incertezza), come si è detto, i
valori di probabilità p, q ecc. devono soddisfare gli assiomi classici del calcolo delle probabilità
(l’operatore “∨” rappresenta la disgiunzione “oppure”):

(P1) Per qualsiasi conseguenza x, 0 ≤ px ≤ 1. [spazio delle probabilità]


(P2) Per l’insieme S = {x, y, …, z} di conseguenze mutualmente esclusive ed esaustive, pS = 1.
[certezza]
(P3) Se x, y, z,… sono conseguenze mutualmente esclusive, allora p(x ∨ y ∨ w ∨ …) = p1 x + p2 y +
p3 w + … [additività]
p( x & y )
(P4) Per tutte le conseguenze x, y tali che p(y) ≠ 0, p ( x | y ) = . [probabilità condizionale]
p( y)

L’economia neoclassica viene spesso definita la scienza del comportamento razionale. Lo studio del
comportamento razionale è però anche considerato funzionale alla comprensione delle cause dei
fenomeni economici reali. La teoria della scelta razionale può essere dunque interpretata in due
modi non necessariamente incompatibili: come una teoria positiva e/o come una teoria normativa.
Nel primo caso (teoria positiva), essa aspira a fornire una descrizione almeno approssimativamente
corretta del comportamento degli esseri umani impegnati in scelte di tipo “economico” (cfr.
Friedman e Savage, 1948).

Il modello dell’utilità attesa è del tutto vago riguardo agli oggetti (x, y, z,…) ai quali può essere
applicato. I risultati delle lotterie, infatti, possono essere situazioni o “stati del mondo” di qualsiasi
genere: essere sposato piuttosto che celibe, possedere una moto piuttosto che una bicicletta, mio
fratello che sceglie di intraprendere la carriera di avvocato piuttosto che di medico. Solitamente le
conseguenze della decisione sono intese come stati del mondo oggettivi, piuttosto che come
interpretazioni degli stati del mondo da parte degli agenti economici. Kenneth Arrow (1952) ha
introdotto un “principio di estensionalità” per catturare questa assunzione di sfondo. Ma a qualsiasi
stato del mondo oggettivo può corrispondere un diverso livello di utilità soggettiva, e non c’è alcuna
restrizione di principio riguardo alle fonti dell’utilità: una persona può apprezzare il lavoro e il
denaro, un’altra invece l’ozio e le serate con gli amici, e così via. Gli economisti, tuttavia, per
sfuggire alla vacuità, tendono a utilizzare dei modelli più specifici, costruiti aggiungendo al modello
di base della scelta razionale altre assunzioni particolari. Tre sono tipiche:

egoismo: gli agenti economici massimizzano la propria utilità e sono indifferenti riguardo a quella
altrui;
materialismo: l’utilità degli agenti economici dipende soltanto dalla quantità di beni consumati;
utilità decrescente al margine: l’utilità cresce col numero di beni (a più beni corrisponde più utilità
che a meno beni) ma diminuisce al margine (al consumo del bene n+1 corrisponde meno utilità che
al bene n).

Aggiungendo (per ultimo, ma non certo in ordine di importanza) un terzo principio di

razionalità: preferenze e credenze degli agenti economici soddisfano gli assiomi della teoria
dell’utilità attesa,

otteniamo la versione contemporanea dell’homo oeconomicus – l’essere umano “modello” utilizzato


dagli economisti neoclassici per comprendere la realtà economica.

E’ importante sottolineare che l’ipotesi che il comportamento umano sia catturato dagli assiomi
della scelta non implica affatto che gli esseri umani reali ragionino sulla base di essi. Grazie
soprattutto a Friedman e Savage (1948) e Friedman (1953) è corrente l’interpretazione secondo la
quale gli esseri umani si comportano “come se” facessero i calcoli necessari per comportarsi in

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modo razionale. Per quanto sia naturale interpretare le preferenze come una rappresentazione dei
desideri e le probabilità come una rappresentazione delle credenze soggettive, gli economisti
intendono i modelli della scelta razionale in senso non letterale, e li considerano semplici strumenti
per la previsione del comportamento umano.

Di contro, la psicologia cognitiva, per vocazione, non si accontenta di studiare le decisioni razionali
come se queste descrivessero le scelte reali. Essa scoperchia la “scatola nera” del processo
decisionale per analizzare la concreta capacità della mente umana di codificare ed elaborare
l’informazione e di risolvere problemi. La tradizione cognitiva in psicologia riconosce che gli esseri
umani sono sistemi capaci di giudizi e di scelte razionali. E accetta pertanto che quella offerta dalla
teoria economica possa essere una buona approssimazione del comportamento reale. Ma, per quanto
approssimativamente buona, è una teoria fortemente incompleta e irrealistica. La psicologia
cognitiva sottolinea quindi l’importanza di altri fattori, meno consapevoli ma non meno sistematici,
che governano le scelte individuali. Questi fattori hanno a che fare con la percezione, con la
formazione delle credenze e la costruzione di modelli mentali che plasmano le varie situazioni che
si devono affrontare. Essi riguardano motivi, per così dire, intrinseci; per esempio le emozioni e le
attitudini dei decisori. Riguardano anche la memoria – in particolare la memoria delle decisioni
passate e il peso che queste si portano dietro per le decisioni presenti e future. Si tratta di fattori che
spesso risentono fortemente del contesto e della situazione in cui una data decisione viene presa e
che hanno un effetto non trascurabile sulle decisioni economiche – come riconosce l’economia
cognitiva.

Proprio l’attenzione per i meccanismi psicologici della decisione ha consentito di accumulare una
massa di evidenza comportamentale riguardante le deviazioni sistematiche dai modelli della scelta
razionale. In particolare, a partire dagli anni Settanta, e portando avanti l’eredità di psicologi
matematici quali Edwards e Coombs, Tversky e Kahneman hanno messo a punto una serie di
ingegnosi esperimenti volti a mostrare come nel formarsi le proprie aspettative e aggiornare le
proprie credenze in condizioni di incertezza i soggetti non sempre impiegano le regole del calcolo
della probabilità, e nel prendere decisioni non sempre seguono le strategie che massimizzano
l’utilità attesa.

1.2 Giudizi e pregiudizi

La ricerca in ambito psicologico, da cui l’economia cognitiva attinge gran parte dei risultati e dei
metodi, distingue tra giudizio e scelta. Il giudizio riguarda il processo attraverso il quale le persone
stimano le probabilità. Le violazioni dei modelli normativi del giudizio prendono il nome di biases
(pregiudizi). La scelta riguarda il processo attraverso il quale le persone compiono determinate
azioni tenendo conto dei giudizi a cui sono pervenuti. Le violazione dei modelli normativi della
scelta prendono il nome di anomalie. In questo volume per ragioni di spazio abbiamo privilegiato
la ricerca sulla scelta. Poiché la ricerca sul giudizio è cronologicamente anteriore e in un certo senso
ha preparato il terreno per quella sulla scelta, sarà utile tuttavia riassumere alcuni dei principali
risultati. (Per ulteriori riferimenti e applicazioni della ricerca sul giudizio in ambito economico, si
vedano le note alla fine di questa introduzione.)

Le persone spesso prendono le proprie decisioni in situazione di incertezza in funzione della stima
probabilistica di una dato evento, o partendo da un’ipotesi stocastica fondata sull’evidenza a
disposizione. Poiché l’incertezza regna sovrana nella vita di tutti i giorni e specialmente in ambito
economico (si pensi alle fluttuazioni della borsa, o ai rischi che affrontano gli imprenditori quando
investono il proprio denaro in un nuovo prodotto), comprendere il modo in cui le persone operano
giudizi di tipo probabilistico è fondamentale per comprendere la decisione individuale.

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Fin dai loro primi lavori, Kahneman e Tversky hanno notato che il giudizio umano in condizione di
incertezza diverge in modo sistematico (e quindi prevedibile) dalle leggi della probabilità assunte
dalla teoria economica. Nella maggior parte dei casi le persone sono incapaci di analizzare in modo
esaustivo le situazioni che coinvolgono giudizi probabilistici e non hanno le risorse computazionali
per svolgere i calcoli richiesti dalle leggi della probabilità. Quando ciò accade esse si affidano a
delle “scorciatoie” mentali che agevolano e semplificano il loro compito ma non sempre li
conducono per la strada migliore. Tversky e Kahneman hanno mostrato che è possibile prevedere
quale strada “sbagliata” imboccheranno; vale a dire che è possibile prevedere come i loro giudizi e
le loro scelte effettive si distanzieranno da quelle ottimali (razionali). Queste scorciatoie
documentate sperimentalmente a partire dai primi anni Settanta prendono il nome di heuristics
(euristiche, propensioni).

Alcuni esempi ci aiuteranno a capire di cosa si tratta e di come i nostri giudizi ne siano condizionati.
Immagina ti venga chiesto di indicare la categoria cui appartiene un certo lavoratore – per esempio
“bibliotecario” o “commerciante”. Ti viene detto che l’individuo preso a caso dalla popolazione
“porta gli occhiali, è schivo, timido ed è un lettore vorace di testi storici”. E’ probabile che, come la
maggior parte delle persone, dirai che questo individuo è un bibliotecario nonostante il fatto che la
proporzione di commercianti nella popolazione è tale che sarebbe molto più probabile che quella
persone fosse un commerciante. L’euristica della “rappresentatività” (o tipicità) (Tversky e
Kahneman 1973, 1974, 1982) è così robusto che in una serie di esperimenti successivi ai soggetti è
stato dato un analogo problema da risolvere fornendo con precisione l’informazione circa le reali
proporzioni (cioè le probabilità a priori) di quei tipi di impiego nella popolazione. Tale
informazione tuttavia non influenza il giudizio finale dei soggetti che continua a essere distorto dall’
“effetto tipicità”. La stessa euristica entra in gioco, per esempio, quando le persone valutano la
probabilità congiunta di due eventi maggiore della probabilità di uno dei due eventi soltanto –
contraddicendo platealmente la regola della congiunzione del calcolo della probabilità (per cui p(x
& y) = p(x)). Per esempio, i soggetti di uno dei numerosi esperimenti dedicati alla “fallacia della
congiunzione” hanno stimato che se Bjorn Borg avesse raggiunto la finale di Wimbledon, egli
avrebbe avuto meno probabilità di perdere il primo set (evento x) che di perdere il primo set e di
vincere la partita (evento x e evento y insieme). Un altro errore sistematico nei giudizi probabilistici
è legato al fenomeno del bombardamento mediatico. Le persone giudicano le probabilità di un dato
evento in funzione della facilità con cui quell’evento è “disponibile alla mente” (“euristica della
disponibilità”), il che, spesso, dipende dalla diffusione che un dato evento ottiene sui media. In
particolare, le persone tendono a sovrastimare le probabilità di eventi salienti o familiari. I soggetti
di un esperimento per esempio valutano più probabile morire assassinati o in un incidente stradale
piuttosto che di diabete o cancro allo stomaco (per la popolazioni americana diabete e cancro allo
stomaco uccidono il doppio rispetto agli omicidi o agli incidenti stradali) verosimilmente perché i
primi sono più spesso sulle pagine dei giornali e più facilmente richiamabili alla mente di quanto sia
accedere ai dati aggregati delle statistiche.

Altri errori sistematici del giudizio comprendono: la cosiddetta “legge dei piccoli numeri” (Tversky
e Kahneman 1971), ovvero la tendenza a credere statisticamente vero per le piccole serie quello che
è solo approssimativamente vero per serie molto lunghe (e rigorosamente vero solo per serie che si
approssimano all’infinito). La “fallacia dello scommettitore” (già nota a Brunsvik 1939): aspettarsi
che una seconda estrazione da un meccanismo governato dal caso sia negativamente correlata alla
prima anche se le due estrazioni sono statisticamente indipendenti. (Per esempio, se nei primi giri
della roulette esce sempre il rosso ci si aspetta che il prossimo giro sarà un nero – come se la
roulette avesse memoria!) L’incapacità di renderci conto della “regressione ai valori medi”
(Tversky e Kahneman 1974): la performance di una squadra è statisticamente peggiore dopo una
partita vinta quattro a zero, e migliore dopo una partita persa tre a zero, semplicemente perché si
tratta di risultati estremi e dunque improbabili – le critiche o elogi dell’allenatore contano meno di
quanto si crede comunemente. La “confusione dell’inverso” (Dawes 1988): la tendenza a

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confondere la probabilità condizionale che un evento occorra data l’occorrenza di un altro evento
(per esempio: confondere la probabilità che il test risulti positivo (x) posto che il paziente abbia una
data malattia (y); con la probabilità condizionale che un evento (y) occorra dato l’evento x, cioè la
probabilità che il paziente abbia la malattia (y) posto che il test risulti positivo (x).)

1.3 Violazioni della teoria della scelta

Non solo i giudizi, ma anche le scelte in condizioni di incertezza si distanziano in modo sistematico
dalle assunzioni di razionalità della teoria economica. I contributi riuniti nei capitoli 4-6 contengono
numerosi risultati empirici che testimoniano della nostra difficoltà a compiere scelte coerenti,
specialmente (ma non solo) in condizioni di incertezza. Alcune violazioni della teoria dell’utilità
attesa sono note fin dalle sue origini. Già nel 1952, Maurice Allais si dichiarava scettico sulla
capacità della teoria di descrivere adeguatamente il comportamento degli esseri umani. Allais
riteneva che la percezione del rischio fosse “distorta” da numerosi fattori psicologici che il modello
di von Neumann e Morgenstern non è in grado di rappresentare. In una dimostrazione pubblica
rimasta nella storia, Allais riuscì a far compiere scelte anomale ad alcuni celebri economisti, fra i
quali in particolare Leo Savage, uno dei fondatori della teoria dell’utilità attesa.

Il “paradosso di Allais” è sorprendentemente semplice: immagina di dover scegliere prima fra una
lotteria (X) con un premio certo di un milione di franchi e una lotteria (Y) con 10% di probabilità di
vincere cinque milioni, 89% di vincere un milione, e 1% di non vincere nulla. Poi, di dover
scegliere fra (Z) una lotteria con probabilità 10% di vincere cinque milioni e 89% di non vincere
nulla, e (W) una lotteria con probabilità 11% di vincere un milione e 89% di non vincere nulla. Le
scommesse sono rappresentate nella matrice qui sotto, dove s1 , s2 , s3 denotano possibili eventi con le
rispettive probabilità.

s1 (p = 0,10) s2 (p = 0,01) s3 (p = 0,89)


X 1m 1m 1m
Y 5m 0 1m

Z 5m 0 0
W 1m 1m 0

Tabella 1: Il paradosso di Allais

Secondo la teoria dell’utilità attesa, i risultati nella colonna s3 non dovrebbero essere rilevanti per la
scelta da compiere sia nel primo (X, Y) che nel secondo (Z, W) esperimento. Nel caso si realizzasse
s3 infatti la scelta diventerebbe irrilevante (il risultato sarebbe lo stesso). Un agente razionale nel
senso di von Neumann e Morgenstern dovrebbe ignorare s3 e concentrarsi sulle conseguenze di s1 e
s2 (queste considerazioni seguono in particolare dal principio di independenza). A questo punto
(provate a coprire la colonna s3 con un foglio), è chiaro che la prima (X, Y) e la seconda (Z, W)
scelta sono in realtà perfettamente identiche. Quindi, si dovrebbe scegliere o X e W, oppure Y e Z.
Sorprendentemente, la maggior parte delle persone che affrontano questo test scelgono invece X e
Z, violando così i principi dell’utilità attesa (cf. Allais 1953).

I “paradossi” degli anni Cinquanta (vedi anche Ellsberg 1961) aprirono le porte alla ricerca
cognitiva, e alla scoperta di numerosissime anomalie della scelta razionale. Partiamo da un concetto
cardine dell’economia tradizionale, quello di preferenza. In riferimento alle preferenze la teoria
della scelta razionale fa alcune assunzioni che sono semplici, trattabili e controllabili. Essa assume
per esempio che le preferenze siano “invarianti” (i) sia rispetto al modo in cui le opzioni vengono

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descritte (secondo il principio di estensionalità), (ii) sia rispetto al modo in cui le preferenze sono
manifestate. La teoria della scelta assume inoltre che le preferenze siano non solo stabili ma anche
(iii) “indipendenti dal livello di riferimento” – vale a dire non condizionate dalla transitoria
posizione patrimoniale dell’individuo. Un gran numero di esperimenti mostra che queste
assunzioni sono violate in modo significativo. Immagina di dover risolvere il seguente problema:

Siamo in tempo di elezioni e si va al ballottaggio tra due candidati per l’elezione del Sindaco della
tua città. Hai a disposizione le seguenti informazioni che fanno del candidato A un uomo di medie
virtù e del candidato B un uomo di qualità pregi e difetti fuori dal comune. Nei dettagli:

il candidato A (i) è un uomo d’affari della tua città (ii) ha fatto volontariato durante gli anni
dell’università, (iii) è laureato in giurisprudenza, (iv) ha due figli che vanno alla scuola elementare
di quartiere, (v) è sposato con una casalinga.

Il candidato B (i) è stato vice-presidente del Consiglio, (ii) ha organizzato la raccolta di fondi per
realizzare il locale ospedale per bambini, (iii) ha conseguito un Mba in una nota università
americana (iv) è stato coinvolto in un giro di tangenti negli anni passati, (v) ha divorziato due volte
e ha figli da tre donne diverse.

Per quale candidato non voteresti?

Shafir (1993) descrive un esperimento molto simile a questo condotto a Princeton (ma vedi anche
questo volume, cap. 6 in particolare 2.2). I soggetti sperimentali tendono a focalizzarsi sugli aspetti
marcatamente negativi dei candidati, che pesano quindi sulla loro scelta in modo maggiore rispetto
a quelli positivi (solo l’ 8 per cento dei soggetti decide di non votare per il candidato A contro il 92
per cento che decide di non votare B).

Adesso però immagina che ti venga chiesto per quale candidato voteresti? In questo caso è
plausibile che ti focalizzerai più facilmente sugli aspetti positivi che, questa volta, peseranno
comparabilmente di più di quelli negativi (in questa seconda versione il 79 per cento dei soggetti
sceglie il candidato A e il 21 cento quello B). Si noti che le possibilità del candidato B di essere
eletto sono fino a due volte superiori quando la domanda è posta in termini positivi (21 per cento
contro 8 per cento) piuttosto che per via negativa. (Ciò suggerisce, fra l’altro, che il candidato A
dovrebbe fare campagna sugli aspetti negativi del rivale per “incorniciare” la scelta degli elettori in
termini di rifiuto, mentre il candidato B dovrebbe fare campagna sui suoi aspetti positivi.)

L’esperimento inoltre mostra che strategie logicamente equivalenti per “ricavare” le preferenze
dagli agenti economici determinano preferenze diverse da parte di questi stessi soggetti. Infatti
“scegliere” e “rifiutare” (cioè “votare per” e “non votare per”) dovrebbero essere complementari e
la somma delle percentuali dei soggetti che scelgono e rifiutano dovrebbe essere pari al 100 per
cento. Ma di fatto così non è: la somma delle percentuali con cui il candidato B viene “votato” e
“non votato” è del 113 per cento! (21 per cento più 92 per cento.) La teoria standard assume che le
scelte delle persone rivelino il loro ‘sistema’ di preferenze. Ma, in questo caso, si pone
evidentemente un problema: le vere preferenze sono rivelate quando scegliamo o quando
rifiutiamo?

Gli effetti del metodo di ricavare le preferenze da un individuo che deve risolvere un problema di
scelta possono giocare un ruolo determinante al punto che un individuo può esse indotto a
rovesciare le sue preferenze. Il classico articolo di Sarah Lichtenstein e Paul Slovic, “Inversioni di
preferenza fra offerte e scelte nelle scommesse” (qui tradotto come capitolo 5) presenta un caso di
questo genere. Le inversioni si verificano quando ai soggetti sperimentali vengono offerte due
scommesse. La prima, scommessa P, ha una alta probabilità di vincere un premio relativamente

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piccolo (diciamo l’ 80 per cento di vincere 40 euro). La seconda, scommessa $, presenta una bassa
probabilità di vincere un premio relativamente grande (diciamo il 10 per cento di vincere 400 euro).
Quale scommessa scegli tra P e $? Adesso immagina che ti venga anche chiesto di attribuire un
prezzo alle due scommesse. Quale delle due scommesse valuti di più in termini monetari?

Se sei come la maggior parte (67 per cento circa) delle persone la tua scelta cadrà su P nel primo
caso, e su $ nel secondo. In questo caso anche tu saresti vittima del fenomeno noto come inversione
delle preferenze. O le tue preferenze sono intransitive, oppure non sono invarianti rispetto ai metodi
di elicitazione. L’assioma di transitività è centrale nella teoria economica, e abbandonarlo
comporterebbe la rinuncia alle tecniche di massimizzazione con le quali gli economisti affrontano
numerosi problemi analitici. Ma anche l’idea di invarianza è estremamente importante: rinunciarvi
significa ammettere che il comportamento degli agenti economici varia in situazioni che gli
economisti considerano identiche. In altri termini, le preferenze non sono pre-definiti insiemi di
curve di indifferenza che si trovano sui testi di microeconomia. Più che ordinate, pre-stabilite e
facilmente rivelabili, le preferenze appaiono costruite nel processo stesso della scelta e influenzate
dal contesto. Per queste ragioni il fenomeno delle inversioni di preferenze sono al centro di un
accesa discussione tutt’altro che esaurita.

Esistono altri modi di indurre le persone a compiere scelte intransitive. In un classico esperimento
degli anni Cinquanta, Kenneth May (1954) chiedeva a un gruppo di uomini di scegliere fra coppie
di potenziali compagne, descritte per sommi capi su tre dimensioni: bellezza, intelligenza,
ricchezza. Per esempio: la ragazza A è più bella sia di B che di C; più intelligente di B ma meno di
C; meno ricca di B e di C. La ragazza B è meno bella di A ma più bella di C; meno intelligente sia
di C che di A; più ricca di C e A. Infine, la ragazza C è meno bella di A e B; più intelligente di A e
B; più ricca di A ma meno di B. Posti di fronte a due ragazze, molti soggetti prendono la decisione
seguendo un semplice criterio: scelgono la ragazza con più attributi positivi. Questo metodo tuttavia
porta a compiere scelte cicliche (dunque intransitive) di questo tipo: A f B, B f C, C f A.

Dietro questa anomalia si nasconde un importante processo psicologico. Alcune decisioni sono
semplificate dal fatto che un’opzione “domina” le altre sotto tutti i punti di vista. Per esempio: se
dobbiamo scegliere fra una lotteria che ci dà nulla con probabilità 0,5 oppure 10 dollari con
probabilità 0,5, e un’altra che ci dà nulla con probabilità 0,4 oppure 20 dollari con probabilità 0,6, la
scelta è presto fatta. Purtroppo molte decisioni non sono di questo tipo, in quanto le opzioni sono
migliori sotto certi aspetti e peggiori sotto altri (probabilità contro guadagno; bellezza contro
intelligenza; divertimento contro fatica, ecc.). Quando ci troviamo in situazioni del genere, prima di
prendere una decisione cerchiamo di valutare le ragioni pro e contro ciascuna opzione. Ora: una
preferenza per x rispetto a y può essere interpretata come una disposizione a scegliere x invece che y
“tutto considerato”, ovvero avendo soppesato tutte le ragioni in favore e contro la scelta di x. Il
processo attraverso il quale si arriva alla preferenza è tuttavia ignorato completamente dalla teoria
della scelta, che si limita a imporre dei requisiti di coerenza sulla struttura delle preferenze una volta
che esse sono state formate. Come mostrano in dettaglio Shafir, Simonson e Tversky nel capitolo 6
(“Scelta e ragioni”), il ragionamento – nel senso letterale di “offrire e valutare ragioni pro e contro”
– che porta alla preferenza può spesso generare ordinamenti anomali.

Anche l’assunzione di invarianza delle preferenze rispetto al corrente livello di consumo o alla
corrente dotazione di un individuo appare smentita in laboratorio. Sarà una storia a guidarci in
questo nuovo problema. Apprezzi il buon vino. Anni fa avevi acquistato alcune casse di Brunello di
Montalcino che tieni in cantina. Nel frattempo le bottiglie hanno notevolmente acquistato di valore.
Le avevi pagate meno di 20 euro a bottiglia e adesso valgono oltre 200. Come a molte altre persone,
ti capita occasionalmente di aprire una bottiglia. Ma non venderesti mai il tuo vino al prezzo di
mercato corrente, e allo stesso tempo non compreresti mai una nuova bottiglia a quel prezzo. Se ti
identifichi in questa descrizione, se cioè anche a te sembra di ragionare in questo modo, se quindi

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sei portato a domandare per un bene in tuo possesso più di quanto tu stesso saresti disposto a pagare
per acquistarlo, allora le tue scelte sono condizionate dall’ “effetto dote” (endowment effect).

Il fenomeno, originariamente scoperto da Thaler (1980), è documentato da una serie di esperimenti


molto noti (alcuni sono descritti nel cap. 4 di questo volume: “Anomalie: effetto dote, avversione
alle perdite, e status quo”). Qui ne anticipiamo uno. Una classe di studenti di economia viene divisa
a caso in due gruppi. A un gruppo viene regalata una tazza – per intenderci, una di quelle tipiche
tazze da caffè americane con il logo dell’università stampato sopra. Fra i due gruppi viene condotta
un’asta allo scopo di verificare quanti dollari chiedono i possessori di tazza per separarsi
dall’oggetto che hanno ottenuto in dote solo pochi minuti prima. E quanti dollari sono disposti a
pagare gli studenti senza tazza per averne una. Potete indovinare facilmente l’esito: i possessori di
tazza mediamente non sono disposti a vendere sotto i 5,25 dollari. Gli studenti senza tazza non sono
disposti a comperare sopra i 2,75 dollari. Il solo fatto di essere divenuti proprietari di un oggetto
(anche piuttosto insignificante) è sufficiente perché quell’oggetto venga istantaneamente valutato
da chi lo possiede quasi il doppio rispetto a chi non ce l’ha. In particolare, le persone sembrano
risentire dell’ “effetto possessione” o “effetto dote” – ovvero provano più dispiacere quando
perdono degli oggetti di cui sono in possesso (che cioè fanno parte del proprio paniere) di quanto
piacere arrechi loro acquisire gli stessi oggetti. L’effetto dote implica inoltre un certo
conservatorismo delle scelte economiche – per esempio la tendenza a ribadire una data scelta di
investimento piuttosto che di impegnarsi un una nuova decisione. Dopotutto, se le persone tendono
ad attribuire un valore sregolatamente alto a quanto posseggono e al loro status quo, allora le
decisioni di cambiare diventano più difficili e meno frequenti.

Si è detto che le preferenze tendono a essere dipendenti da un certo livello di riferimento. Tale
principio è empiricamente documentato in varie circostanze, e non solo in situazioni di laboratorio.
Nel capitolo 7 (“L’offerta di lavoro dei tassisti di New York: un giorno alla volta”) Colin Camerer,
Linda Babcock, George Lowenstein e Richard Thaler presentano un’applicazione sul campo
particolarmente convincente. Il fenomeno dell’avversione alle perdite si è rivelato utile per spiegare
alcune osservazioni nel mercato del lavoro, come per esempio le asimmetrie nell’elasticità delle
curve di domanda in seguito a una crescita o diminuzione dei prezzi. Camerer et al. hanno osservato
il comportamento dei tassisti di New York chiedendosi se le loro decisioni siano di fatto conformi
alla teoria economica standard. Si è notato che i tassisti scelgono quante ore lavorare stabilendo per
ogni giornata un obbiettivo di guadagno, raggiunto il quale “smontano”. Essi pertanto lavorano
meno ore nei giorni “caldi” di quanto facciano nei giorni con poca richiesta. Durante i primi,
banalmente, hanno bisogno di meno tempo per raggiungere il loro obbiettivo. Dal punto di vista
della scelta razionale i tassisti dovrebbero sostituire lavoro e tempo libero inter-temporalmente:
lavorando quindi più ore quando il tasso di salario è alto e consumando più tempo libero quando
quest’ultimo “costa meno”, cioè quando il salario cui si rinuncia è basso. I risultati dell’esperimento
evidenziano invece una a correlazione negativa tra ore lavorative e tasso di salario giornaliero in
linea con il principio di avversione alle perdite. Il fallimento nel raggiungere l’obbiettivo di
guadagno è percepito cioè dal tassista come una perdita, per compensare la quale egli è disposto a
lavorare più a lungo; mentre superare l'obbiettivo è percepito come una vincita, ottenuta la quale è
meno incentivato a continuare a lavorare.

Un’altra interessante violazione della teoria economica del consumatore riguarda il concetto di
fungibilità del denaro. Il fenomeno identificato da Thaler (1980) per cui “non tutti gli euro valgono
uguale” è noto come “effetto dei conti mentali”.

Eccoti un nuovo problema. Stai andando allo Stadio: è la domenica del Derby e appena arrivi
all’ingresso ti accorgi di avere perso il tuo biglietto da 50 euro. Cosa fai, ricompri il biglietto? Ora
immagina lo stesso scenario, solo che invece di aver perso il biglietto hai perso 50 euro che avevi
nella tasca della giacca. Cosa fai, compri il biglietto? La maggior parte di soggetti che si sono

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sottoposti a un esperimento simile non ricomprerebbero il biglietto nel primo caso ma lo


comprerebbero nel secondo. Il dilemma è lo stesso. In entrambi i casi siamo diventati più poveri di
50 euro. Ma perché allora prendiamo decisioni così diverse (vedere o non vedere il derby)? Thaler
spiega che ognuno di noi tende a dividere i soldi in categorie e a trattarli in funzione della loro
provenienza, del modo in cui sono conservati e del modo in cui vengono spesi. In breve, ognuno di
noi ha dei “conti mentali”. Per la maggior parte di persone il primo scenario viene codificato
all’interno del “conto mentale divertimento” ( o “conto mentale squadra del cuore”) e si traduce in
100 euro di costo-divertimento. Il secondo scenario invece non rientra in questa categoria. La
perdita di 50 euro e il costo del biglietto sono, in qualche modo, separati in due conti diversi. Il
fenomeno psicologico dei conti mentali è ovviamente anatema per la teoria economica che sostiene
la tesi della fungibilità del denaro (vale a dire che 100 euro vinti alla lotteria, 100 euro di stipendio,
100 euro di eredità dovrebbero – giustamente – avere lo stesso valore).

Questi sono soltanto alcuni esempi di cui ci siamo serviti per rendere l’idea di alcune fra le molte
anomalie osservate dagli economisti cognitivi. Numerosi altri casi illustrati nei dettagli e con una
maggiore attenzione al setting sperimentale occupano i capitoli 4, 6, 8 di questo volume.

1.4. Prospect Theory: genesi e principi cognitivi

L’economia cognitiva si caratterizza non solo per l’obbiettivo di investigare empiricamente il


comportamento umano (obbiettivo di per sé lodevole ma non molto originale); ma soprattutto per il
tentativo di riformare la teoria economica, iniettando al suo interno alcuni robusti principi cognitivi
(identificati per via sperimentale) che agirebbero in modo sistematico. La sfida dell’economia
cognitiva consiste nel proporre modelli descrittivi della decisione abitati da agenti in carne ed ossa
che arrivano a certe decisioni applicando certe procedure, al fine di rendere conto di un’ ampia
classe di fenomeni economici che non sono altrimenti spiegabili per mezzo della teoria della scelta
razionale. E’ particolarmente interessante il modo in cui Kahneman descrive il suo metodo di lavoro
allorché, insieme ad Amos Tversky, nei primi anni Settanta rifletteva su come assemblare quel
“minimo insieme di modificazioni della teoria dell’utilità” per formulare una teoria descrittiva che
tenesse conto dell’evidenza allora nota e che gli sarebbe valsa, circa trent’anni più tardi, il premio
Nobel:

Amos ed io iniziammo a collaborare allo studio della presa di decisione nel 1974. […] Il nostro metodo di ricerca ai bei
tempi di Gerusalemme consisteva nel puro divertimento. Ci incontravamo tutti i pomeriggi per molte ore che
passavamo a inventarci interessanti coppie di scommesse e a osservare le nostre preferenze intuitive. Se ci trovavamo
d’accordo sulla stessa scelta, assumevamo provvisoriamente che quella era una caratteristica del genere umano e
andavamo avanti sviluppando le implicazioni teoriche e lasciando i controlli più seri a un altro momento. […] La teoria
che stavamo costruendo era la più conservativa possibile. Ci muovevamo all’interno della cornice teorica della decisone
in cui la scelta tra scommesse è il modello di tutte le decisioni. Non mettevamo in discussione l’analisi filosofica della
scelta in termini di credenze e di desideri che sta alla base della teoria dell’utilità, e neppure i modelli normativi di
scelta razionale offerti da von Neumann e Morgenstern, e successivamente da Savage. L’obbiettivo che ci eravamo
posti era di assemblare un minimo insieme di modificazioni della teoria dell’utilità attesa che ci avrebbe permesso di
fornire un resoconto descrittivo di tutto quello che sapevamo su una classe alquanto ristretta di decisioni: scelte tra
semplici scommesse monetarie con specifiche probabilità oggettive e al massimo due risultati possibili. (Kahneman in
Kahneman e Tversky, ed., 2000, pp. xi-x)

Quei pomeriggi a Gerusalemme si rivelarono particolarmente fertili e misero Tversky e Kahneman


di fronte ad alcuni fondamentali principi della percezione del giudizio che, trasferiti nel contesto
delle scelte economiche, ne limitano la razionalità. Cruciale si rivelò il fatto – peraltro già
evidenziato da Markowitz (1952) – che le persone percepiscono i risultati di una scommessa
monetaria in termini di cambiamenti (positivi o negativi) relativi a un (non constante) livello di
riferimento (solitamente il loro status quo), piuttosto che in termini di stati assoluti di ricchezza.
Tale considerazione trova riscontro nel modo in cui è strutturato il nostro apparato percettivo, il

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quale è “modulato per valutare i cambiamenti o le differenze piuttosto che per valutare dimensioni
assolute” (questo volume, p. 000). Di fronte a una fonte luminosa, a un suono o a una temperatura
reagiamo sempre a partire da una certa situazione a cui ci eravamo precedentemente adattati. Il
livello di adattamento costituisce il punto di riferimento a partire dal quale percepiamo i nuovi gli
stimoli. Per esempio, se immergiamo una mano nell’acqua la stessa temperatura dell’acqua ci
sembrerà calda se la nostra mano si era adattata a un ambiente più freddo e fredda in caso contrario.
Per Tversky e Kahneman, “lo stesso principio si applica a qualità non-sensoriali come la salute, il
prestigio e la ricchezza.” (ibid.).

Un’altra considerazione psicologica rilevante riguarda il fatto che gli individui appaiono essere più
avversi alle perdite, relativamente al proprio livello di riferimento, di quanto siano attratti alle
vincite di pari dimensione. La disutilità di una perdita x, cioè, è minore dell’utilità di una vincita x
delle stesse dimensioni. Di conseguenza, la risposta alle perdite è più forte della risposta ai
guadagni. Tversky e Kahneman stimano che il valore associato a una perdita moderata sia circa il
doppio del valore associato a una vincita equivalente. Per esempio, nel caso di una piccola
scommessa le persone tendono a preferire lo status quo al 50% di probabilità di vincere 12 euro o di
perdere 10 euro. Semplicemente, le perdite incutono più timore . In aggiunta al fenomeno
dell’avversione alle perdite, Kahneman e Tversky evidenziarono un altro robusto fenomeno
psicologico connesso al livello di riferimento. Gli individui manifestano una sensibilità nei
confronti delle vincite e delle perdite che diminuisce più ci si allontana da un dato livello di
riferimento. In altri termini, la sensibilità per i cambiamenti della propria ricchezza è marginalmente
decrescente. Anche in questo caso, l’intuizione di Tversky e Kaneman trova sostegno da una nota
legge della percezione – legge di Fechner – per cui l’intensità psicologica è una funzione
logaritmica dell’intensità fisica (cfr. Dawes 1988, p. 39). Ciò significa che avvertiamo
maggiormente un cambiamento della temperatura dell’ambiente da 3 a 6 gradi di quanto avvertiamo
un cambiamento tra 20 e 23 (sia che la temperatura aumenti sia che diminuisca). Per analogia,
siamo verosimilmente più sensibili alla differenza di una vincita o a una perdita tra 50 e 100 euro
che a una vincita o una perdita tra 5000 e 5050 euro. Poiché le perdite diminuiscono di intensità al
margine, cioè più ci allontaniamo dal livello di riferimento e meno queste incidono sul nostro
percepito livello di ricchezza, il principio della diminuzione di sensibilità implica che gli individui
siano tendenzialmente avversi al rischio nell’ambito delle vincite e amanti del rischio nell’ambito
delle perdite.

Infine, come già notato da Allais (1953) ed Edwards (1962), esiste anche un “effetto certezza” di
cui si dovrà tener conto. Vale a dire che la stessa riduzione della probabilità di un determinato
risultato ha più impatto quando il risultato è inizialmente certo di quando esso è meramente
probabile. Per esempio, la maggior parte delle persone sarebbero verisimilmente disposte a pagare
di più per togliere il solo e unico proiettile dentro una pistola usata per la roulette russa che per
toglierne uno su quattro. In entrambi i casi la probabilità è ridotta della stessa quantità oggettiva
(1/6) ma psicologicamente l’impatto da 1/6 a zero è differente di quello da 4/6 a 3/6.

Nella seconda metà degli anni Settanta queste idee trovano una formulazione unitaria e coerente
nella cosiddetta “Prospect Theory”, un modello della decisione alternativo all’utilità attesa. Il
capitolo 2 contiene una traduzione dell’articolo di Kahneman e Tversky (“Prospect Theory:
un’analisi della decisione in condizione di rischio”) apparso per la prima volta sulla prestigiosa
rivista Econometrica nel 1979, e che costituisce una svolta nella storia dell’economia cognitiva.
Anche se esistono numerose successive presentazioni della teoria, abbiamo pensato che non c’è
niente di meglio che leggere l’originale. In questa sezione cercheremo di fornire una guida alla
lettura, discutendo criticamente e in breve le principali caratteristiche della Prospect Theory.

Abbiamo visto che la teoria dell’utilità attesa assume l’esistenza di una funzione U sugli stati del
mondo x, y, ecc., tale che, se alla scelta della lotteria o prospetto X è associata una distribuzione di

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probabilità pi su differenti conseguenze x i e alla scelta di Y è associata una distribuzione di


probabilità qi su yi, allora il decisore preferisce (strettamente) X a Y se e solo se

(3) ∑ p U (x ) > ∑ q U ( y )
i i i i

Un esempio (tratto da Dawes 1988 p. 11-13) illustrerà il senso in cui si può parlare di scelta
irrazionale rispetto alle teoria dell’utilità attesa.

A. Vincita di 45 euro con probabilità 20%, oppure niente


B. Vincita di 30 euro con probabilità 25%, oppure niente.
(Quale preferisci?)

Il valore atteso delle due scommesse è dato dalla probabilità di vincita moltiplicata per la
probabilità. Quindi il valore atteso di A è (45×0,20) = 9 euro, il valore atteso di B è (30×0,25) = 7,5
euro. La teoria dell’utilità attesa ci dice che le persone, per essere razionali, devono massimizzare la
propria utilità attesa e non semplicemente scegliere la scommessa con il valore atteso più alto. Non
potremmo accusare di irrazionalità colui che scegliesse B qualora fosse per esempio senza soldi o
gli servissero esattamente 30 euro e non di più per comperarsi un libro che gli piace molto. In
questo caso, costui potrebbe ragionevolmente valutare che la differenza tra 30 e 40 è euro
insignificante rispetto alla differenza di probabilità tra 0,25 e 0,20. Quindi, anche se il valore atteso
di A è superiore a quello di B, egli potrà coerentemente preferire B ad A poiché, data la sua
funzione di utilità, l’utilità attesa di B è superiore ad A. In questo caso diremo che

0,25×U(30) > 0,20×U(45) se e solo se U(30)/U(45) > 0,20/0,25.

Modifichiamo ora leggermente il problema in questo modo:

C. Vincita di 45 euro con probabilità 80%, oppure niente


D. Vincita di 30 euro con certezza (100%)
(Quale preferisci?)

Un individuo che preferisse A a B nella prima versione del problema (1a) e D a C nella seconda
(1b) (come accade nella maggior parte dei casi – verifica le scelte che tu stesso compieresti),
violerebbe, in questo caso, la teoria dell’utilità attesa e sarebbe, in questo senso specifico,
irrazionale. Vediamo perché: la scelta di A rispetto a B implica che 0,20×U(45) > 0,25×U(45), vale
a dire U(45 )/U(30) > 0,25/0,20. La scelta di D rispetto a C implica invece che 0,80×U(45) <
1×U(30), vale a dire U(45 )/U(30) < 1/0,80. Ma: 0,25/0,20 = 1/0,80 = 1,25, da cui l’incoerenza.

Come ora vedremo, la Prospect Theory consente di rendere conto di scelte effettive (distinte dalle
scelte razionali) come quelle dell’esempio citato. E’ opportuno ribadire che la Prospect Theory
nasce con intenti descrittivi, non normativi. Essa è il prodotto di un’induzione a partire da fenomeni
psicologici. Quei fenomeni di cui abbiamo parlato e che Tversky e Kahneman considerarono
significativi per catturare le caratteristiche rilevanti della decisione individuale in contesti ‘reali’. La
genesi della teoria, cioè il processo che conduce alla sua scoperta e formulazione segue una
direzione, per così dire, dal basso verso l’alto: dalle osservazioni empiriche alla teoria che le spiega.
Al contrario, la teoria dell’utilità attesa ha una fondazione assiomatica. Essa si costituisce seguendo
un percorso opposto: dall’ alto verso il basso. Dagli assiomi vengono derivate previsioni che
devono poi essere controllate empiricamente. Tversky e Kahneman non mancano di sottolineare che
entrambe le teorie sono indispensabili: la teoria dell’utilità attesa per caratterizzare il
comportamento razionale, e la Prospect Theory per catturare il comportamento reale che si discosta
in modo sistematico da quello implicato dagli assiomi. In effetti, e su questo importante aspetto
epistemologico torneremo in seguito, è solo grazie al concetto di comportamento razionale che è

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possibile pensare alle sue violazioni. E quindi analizzare il modo in cui le scelte osservate si
discostano (sistematicamente) da quelle razionali. In questo senso, il concetto di razionalità
normativa svolge un ruolo euristico, nella misura in cui suggerisce il genere di osservazioni e di
esperimenti che violando la teoria dell’utilità attesa indicano la strada verso una teoria della scelta
empiricamente fondata in grado di accomodarli.

La Prospect Theory postula l’esistenza di due funzioni, la funzione di valore ? e la funzione di


ponderazione (o dei pesi di decisione) p, tali che il decisore preferisce strettamente X a Y se e solo
se

(4) ∑ π ( p )ν (∆x ) > ∑π (q )ν (∆y )


i i i i

dove ? x i = x i – x 0 è il cambiamento associato a una conseguenza x i rispetto a un dato livello di


riferimento x 0 . Prospect Theory e teoria dell’utilità attesa si distinguono per tre caratteristiche
fondamentali da cui discendono importanti implicazioni predittive. Primo, nella Prospect Theory il
decisore non è interessato agli stati finali di per sé, ma ai cambiamenti di stato (? x i) relativi al
livello di riferimento (x 0 ). Il processo psicologico che sottende a una data decisione è caratterizzato
da due momenti. Innanzitutto il problema di scelta viene elaborato in modo da stabilire un dato
livello di riferimento relativamente al quale prendere la decisione in questione. Il livello di
riferimento può essere identificato dallo status quo, cioè dal corrente livello di benessere, oppure
dal livello di aspirazione che il decisore si è posto come obbiettivo. L’esito della scelta è quindi
codificato in termini di vincita, se superiore al livello di riferimento; e in termini di perdita, se
inferiore a esso. Segue la valutazione basata sul criterio (2) di cui sopra.

Secondo, la funzione-valore v ha la forma di una “S” (si veda la figura 000, p. 000) rispecchiando
così l’attitudine al rischio per le vincite e per le perdite. E’ quindi rispettivamente concava (“avversa
al rischio”) nell’ambito delle vincite, e convessa (“amante del rischio”) nell’ambito delle perdite.
(Al contrario, gli economisti solitamente assumono che la funzione U della teoria dell’utilità attesa
sia concava e uniforme in tutta la sua lunghezza, per esprimere l’idea che l’utilità è marginalmente
decrescente e gli individui sono avversi al rischio.) La funzione v si inclina inoltre di più intorno
allo zero essendo più ripida per le piccole perdite di quanto non sia per piccole vincite (“avversione
alle perdite”). Infine esibisce il principio per cui la sensibilità psicologica diminuisce al margine (le
vincite marginali procurano via via sempre meno soddisfazione; le perdite marginali fanno via via
sempre meno male). Essa è quindi marginalmente decrescente sia per le vincite sia per le perdite.

Terzo, nella teoria dell’utilità attesa l’utilità di ogni esito possibile è ponderata con la sua
probabilità. Nella Prospect Theory il valore di ogni cambiamento di benessere è moltiplicato invece
per un “peso di decisione”. I pesi di decisione non sono probabilità ma trasformazioni delle
probabilità; non seguono quindi il calcolo delle probabilità (e non sono interpretabili come gradi di
credenza.) Essi sono derivati dalle scelte e “misurano l’impatto degli eventi sulla desiderabilità dei
prospetti e non semplicemente la percepita probabilità degli eventi.” (questo volume, p. 000) In
particolare la funzione di ponderazione p è monotona e crescente con discontinuità tra 0 e 1; in
questo modo sovrastima sistematicamente probabilità molto piccole e sottostima probabilità medie
o molto grandi (vedi figura 000, p. 000). In particolare la funzione di ponderazione sovrastima le
differenze di probabilità che coinvolgono i punti estremi della certezza e della impossibilità rispetto
a differenze comparabili al centro della scala.

Queste caratteristiche peculiari consentono alla Prospect Theory di fornire predizioni accurate sulle
scelte operate dai soggetti sperimentali in determinate circostanze in cui è evidente lo scarto fra il
comportamento effettivamente osservato e la teoria economica. In particolare, il fatto che gli
individui elaborano il problema di scelta valutando i propri prospetti monetari relativamente a un
dato livello di riferimento è coerente con l’osservazione che le persone scelgono differentemente a

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intro 16/07/2003

seconda di come le scelte vengono “incorniciate”. L’inclinazione più pronunciata della funzione di
valore intorno al livello di riferimento nel quadrante delle perdite è coerente con il fatto che le
perdite incutono proporzionalmente più timore delle corrispettive vincite. Inoltre il fatto che la
funzione di valore sia marginalmente decrescente per le vincite e per le perdite è coerente con
l’osservazione che gli individui sono avversi al rischio riguardo ai guadagni ma cercano il rischio
riguardo alle perdite. Infine il fatto che la funzione dei pesi di decisioni sia non lineare rispetto alle
variazione delle probabilità è coerente con l’osservazione che le persone sono molto più sensibili a
un cambiamento di probabilità da 0 a 0,1 o da 0,99 a 1,00 piuttosto che da 0,39 a 0,40.

La sovrastima di basse probabilità e la sottostima di grandi probabilità e, allo stesso tempo, il


riconoscimento della certezza e dell’impossibilità per i loro valori reali (p=1 e p=0,
rispettivamente), riesce per esempio a rendere conto del paradosso di Allais e delle violazioni del
principio di indipendenza. Il lettore è invitato a tornare alla tabella 1, p.000. Noterà che la differenza
tra 0,99 (opzione Y) e 1, cioè certezza (opzione X) – che porta alla preferenza di X rispetto a Y –
sembra essere più rilevante della differenza tra 0,10 (Z) e 0,11 (W) – che fa quindi propendere in
questo secondo caso per Z.

In conclusione, la Prospect Theory è una teoria che si propone di descrivere le scelte reali e non di
regolare le scelte ideali. Essa deve pertanto tener conto delle violazioni della razionalità quando
queste accadono effettivamente. Non solo, ma per essere una buona teoria empirica, essa non può
limitarsi a incorporare ad hoc l’irrazionalità: deve anche prevedere la direzione in cui l’irrazionalità
si manifesta. Deve cioè rendere conto del fatto che l’irrazionalità è sistematica. Il che è possibile
solo individuando i principi cognitivi che stanno alla base del funzionamento, per così dire,
automatico del nostro modo giudicare e di scegliere. La Prospect Theory descrive quindi le scelte
come risultato di un processo cognitivo inconsapevole. La teoria dell’utilità attesa rimane
comunque valida come regola di scelta quando consapevolmente cerchiamo di risolvere
razionalmente un problema di decisione (torneremo sulla distinzione descrittivo/normativo fra
breve).

La Prospect Theory, come abbiamo detto, costituisce un punto di svolta nella storia dell’economia
cognitiva. Non può essere considerata un punto di partenza, in quanto essa sistematizza una mole di
evidenza empirica precedentemente accumulata da economisti e psicologi cognitivi, e incorpora
alcune idee (quali la ponderazione delle probabilità) già formulate da altri (Allais, per esempio).
Tutte queste idee vengono però finalmente organizzate in un quadro coerente, che influenzerà tutta
la ricerca successiva come non avrebbe potuto fare ognuna di esse singolarmente. La teoria non è
neppure un punto di arrivo, in quanto per molti versi essa è stata migliorata e superata da modelli
della decisione formulati successivamente. Non è possibile fornire qui una rassegna di questi
sviluppi teorici, ma vale la pena citare almeno la Expected Utility with Rank-Dependent
Probabilities, un modello proposto da John Quiggin (1982) e Menahem Yaari (1987) che incorpora
esplicitamente le caratteristiche principali della Prospect Theory correggendone allo stesso tempo
alcuni difetti. In particolare, essa implica che le opzioni dominanti stocasticamente siano sempre
preferite a quelle dominate (per esempio: (10 euro, p=0,9; 0 euro, 0,1) f (8 euro, 0,8; 0 euro, 0,2)),
un fatto intuitivamente plausibile che Kahneman e Tversky trattavano per mezzo di un’assunzione
ad hoc nel processo preliminare di editing. Oggi il modello Rank-Dependent è il più popolare fra i
teorici della decisione e ha cominciato ad affermarsi fra gli economisti in generale. (Per ulteriori
riferimenti ai modelli alternativi della decisione rimandiamo alle note alla fine di questa
introduzione.)

1.6 Questioni di diritto e questioni di fatto

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intro 16/07/2003

Esiste un importante distinzione filosofica, che risale allo scozzese David Hume (1748), fra
questioni di diritto e questioni di fatto. Secondo questa distinzione, non si può dedurre
un’affermazione normativa (riguardante “ciò che deve essere”) da una serie di affermazioni
descrittive (riguardante “ciò che è”). Qualsiasi norma può essere derivata soltanto da un’altra
norma. Per esempio, dal semplice fatto che due persone dello stesso sesso non possono fecondarsi
non è logicamente possibile dedurre che è giusto che le coppie omosessuali non abbiano figli. Per
ottenere una deduzione corretta, dobbiamo aggiungere un’ulteriore premessa (alquanto discutibile):
che tutto ciò che è “normale” (cioè statisticamente più frequente), o “naturale” (cioè indipendente
dall’intervento umano) è anche giusto. L’argomento di Hume vale anche nel nostro caso. Mezzo
secolo di ricerca cognitiva mostrano che le scelte di numerose persone violano gli assiomi
dell’utilità attesa. Ma questo fatto non giustifica, da solo, la conclusione che non è razionale seguire
la teoria dell’utilità attesa dal punto di vista normativo. Al contrario, si potrebbe concludere che i
soggetti sperimentali sbagliano rispondendo ai questionari degli economisti e psicologi cognitivi, e
che dovrebbero imparare a scegliere “correttamente” – come dettano le norme della teoria
dell’utilità attesa. Dopotutto la maggior parte dei soggetti riconosce la propria “irrazionalità”
quando è posta di fronte a una violazione della teoria. A cosa servirebbe altrimenti una teoria
normativa?

Leo Savage, a cui si deve la versione della teoria dell’utilità attesa soggettiva comunemente usata
dagli economisti, è esplicito sulla portata filosofica della distinzione tra aspetti positivi (descrittivi)
e normativi della teoria dell'utilità. Nel suo Foundation of Statistics (1954) Savage non presenta la
teoria dell’utilità come un contributo alla scienza empirica. Gli assiomi di Savage non sono semplici
ipotesi, ma veri e propri principi normativi che nessuna persona ragionevole dovrebbe rifiutare. Si
noti che, in quanto resoconto di ciò che un agente razionale deve fare, il modello di Savage ha
anche implicazioni empiriche sull'agire umano (assumendo che gli esseri umani siano almeno in
parte razionali); ma nessuna osservazione empirica può falsificare il modello. Vale a dire che
l'osservazione di un comportamento incompatibile con gli assiomi non suggerisce al teorico della
decisione che gli assiomi debbano essere modificati. Ci si aspetta piuttosto che colui che prende una
decisione in contraddizione con tali assiomi modifichi la propria azione per conformarvisi – e, per
Savage, dovrebbe farlo.

Non tutti, però, concordano con questo approccio. E' possibile abbozzare i tre corni di un trilemma
che ci consentiranno di collocare il programma di ricerca dell’economia cognitiva in un più ampio
contesto e di confrontarlo con altri programmi nel campo delle scienze sociali.

Primo corno: accettiamo la teoria dell'utilità attesa sia nella sua valenza normativa sia nella sua
valenza descrittiva. Crediamo che la teoria della utilità attesa sia una approssimazione
sufficientemente buona per predire il comportamento umano. Anche se gli esseri umani,
ovviamente, non sono perfettamente razionali, essi, nella maggior parte delle circostanze, si
comportano come se lo fossero.

Secondo corno: Rifiutiamo la teoria della utilità attesa nella sia nella sua valenza normativa sia
nella sua valenza descrittiva. Se gli agenti operano le proprie scelte violando in modo sistematico
gli assiomi occorre mettere in discussione la nozione stessa di razionalità definita dalla teoria della
utilità attesa e dal suo nucleo assiomatico. Occorre quindi riconoscere che l' homo oeconomicus
non ha la teoria della razionalità che si merita e ricercare una valida teoria alternativa.

Terzo corno: Accettiamo la teoria della utilità attesa nella sua valenza normativa ma non in quella
descrittiva. La teoria dell’utilità attesa cattura correttamente la nozione di agire razionale, ma è
empiricamente inadeguata come teoria della scelta umana.

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intro 16/07/2003

La più celebre e influente difesa del primo corno del trilemma si deve a Milton Friedman. “The
Methodology of Positive Economics”(1953) è sicuramente il saggio metodologico più citato del
ventesimo secolo. Per Friedman la plausibilità delle assunzioni teoriche non è un indice rilevante
della validità di una teoria; al contrario, teorie molto importanti procedono da assunzioni alquanto
irrealistiche. Esse riescono cioè a “spiegare molto con poco”: pur concentrandosi su aspetti limitati
del mondo reale, sono in grado di prevedere un ampio raggio di fenomeni. Questo è precisamente il
caso della teoria normativa della decisione.

Friedman riconosce che gli individui non possiedono le risorse di calcolo per comportarsi in modo
perfettamente razionale; e certamente essi sono mossi da numerosi altre motivazioni oltre al
desiderio di massimizzare il proprio profitto o benessere. Ma, sostiene Friedman, essi si comportano
“come se” stessero massimizzando la propria utilità: proprio come l’esperto giocatore di bigliardo
che esegue colpi magistrali si comporta “come se” conoscesse e applicasse le leggi della meccanica
razionale. Friedman rifiuta la questione se il modello di razionalità sia realistico o meno. Si chiede
solo se esso costituisca un’approssimazione sufficientemente buona per gli scopi prefissati. E per
saperlo c’è un’unica via; vedere cioè se la teoria funziona, il che – per Friedman – significa vedere
se la teoria porta a predizioni sufficientemente accurate. Friedman pensava che i modelli di
razionalità fossero predittivamente accurati, una posizione condivisa anche da altri celebri
economisti della scuola di Chicago (cfr. Becker 1976; Lucas 1982). Questa posizione ha il difetto di
essere smentita dalla grande mole di dati empirici raccolti in laboratorio e sul campo. Anche se è
difficile stimare esattamente il suo grado attuale di popolarità, si può dire con certezza che è in calo
da molti anni.

I sostenitori del secondo corno del trilemma mettono in dubbio che il mondo economico sia
popolato da esperti giocatori di bigliardo. Ma, anche se lo fosse, tali giocatori non si
comporterebbero come vorrebbe la teoria della scelta razionale. Esistono varie versioni di questa
critica. Allais (1953), per citare un economista che ha esercitato una grande influenza sulla ricerca
nel campo della decisione, riteneva per esempio che l’assioma di indipendenza della teoria
dell’utilità attesa (cfr. paragrafo 1.1) fosse normativamente errato. Un individuo davvero razionale
(o “esperto” nel senso di Friedman) non dovrebbe tenerne conto. Per quanto cruciale nella
dimostrazione di esistenza e unicità della funzione di utilità in condizioni di rischio, è in effetti
piuttosto difficile elaborare argomenti che giustifichino la valenza razionale dell’assioma di
indipendenza (ma vedi Hammond 1988). Altri economisti e filosofi hanno messo in dubbio il valore
normativo di principi ancora più centrali, quali l’assioma di transitività (Sugden 1991; Anand
1993). Altre critiche normative alla teoria della scelta si muovono su un piano più generale: in una
serie di articoli ormai celebri, Amartya Sen (1977, 1985, 1993) ha sostenuto che una teoria della
razionalità degna di questo nome non può limitarsi a imporre dei requisiti di coerenza sulla scelta,
ma debba arricchirsi incorporando le ragioni che davvero influenzano le scelte umane, in particolare
le considerazioni di tipo morale e politico che gli economisti hanno cercato erroneamente di
espellere dalla teoria. Sen e altri (John Broome 1991, per esempio) hanno sostenuto infine che le
preferenze non costituiscono neppure il livello di analisi appropriato per una teoria economica con
aspirazioni di tipo normativo.

Non è questo il luogo per entrare nel dettaglio di queste critiche, per quanto i dibattiti a livello
normativo esercitino non poca influenza sulla ricerca nel campo della decisione (cfr. Guala 2000a, e
Starmer 2000). La via seguita da Kahneman, Tversky e dalla maggior parte degli economisti
cognitivi non è identificabile con nessuno dei due corni di cui sopra. La loro posizione deve molto
se mai all’opera di Herbert Simon e al suo concetto di “razionalità limitata”. Simon ritiene che
l’economia non debba riguardare in modo astratto lo studio del comportamento razionale, ma
ridefinirsi come lo studio empirico dei limiti delle capacità di calcolo degli esseri umani e di come
tali limiti influiscono sul comportamento reale. Simon prende atto che più che un essere razionale,
l’uomo è un essere che ragiona. E nel ragionare egli è inevitabilmente costretto nei limiti della sua

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intro 16/07/2003

stessa natura finita e fallibile. Neppure i giocatori di scacchi e altri giochi complessi si comportano
in modo perfettamente razionale: essi non sono in grado di immaginare tutte le possibili strategie e
di calcolare quale abbia più probabilità di condurre alla vittoria. Essi piuttosto seguono delle regole
approssimative, del tipo: “quando l’avversario arrocca, conviene spostare la regina”; “se perdi una
torre difendi il re con l’alfiere”, e così via. Se così stanno le cose, che senso ha continuare a
sostenere che gli individui si comportano “come se” fossero perfettamente razionali?

La questione non riguarda la legittimità dell'uso dell'astrazione e dell'approssimazione nel contesto


dell'impresa scientifica in generale e in economia in particolare. (La scienza non può procedere
senza l’utilizzo di idealizzazioni e semplificazioni, come insegna la storia della fisica da Galileo in
poi.) Il problema riguarda piuttosto quello che si omette dal nostro oggetto di studio (la scienza
economica e il comportamento umano) compiendo una data astrazione piuttosto che un'altra. In
particolare, secondo Simon, è illegittimo il contenuto stesso dell'astrazione teorizzata da Friedman:
“trascurare le reali capacità umane di calcolo, e quindi i limiti della razionalità umana, è infatti
come omettere le forze gravitazionali nella teoria astrofisica. In un mondo privo di peso, o dotato di
schermi antigravità le cose sarebbero molto diverse da come sono nel mondo reale. Una teoria
formulata per il primo mondo avrebbe uno scarso valore predittivo per il secondo” (Simon 1997,
p.89). Per esempio, la resistenza dell’aria può essere considerata un fattore accidentale o irrilevante
quando si studia la caduta di un corpo nel vuoto. Tuttavia, se l'obiettivo è quello di progettare
paracaduti essa diventa uno dei fattori più rilevanti. Questo argomento consente di criticare la teoria
economica sulla base del criterio indicato dallo stesso Friedman circa il valore (pragmatico) delle
predizioni. E' infatti significativo notare che la teoria economica non ottiene un bel voto se
giudicata alla luce delle sue previsioni. Oggi esiste una grande quantità di osservazioni sui concreti
processi decisionali dei consumatori, dei managers e delle imprese che contraddicono le previsioni
fondate sul principio di razionalità. Tali dati empirici devono essere integrati in una nuova teoria
della decisione più vicina alla realtà del mondo economico.

Tversky e Kahneman seguono la strada tracciata da Simon. Essi ritengono che gli economisti non
possono essere soddisfatti della capacità predittiva della teoria dell’utilità attesa – la razionalità
economica come teoria descrittiva, in altri termini, non supera gli standard di valutazione indicati
dallo stesso Friedman. Con Simon sono d’accordo nel porre al centro dell’indagine del
comportamento umano i processi cognitivi e sono convinti delle implicazioni economiche di tali
processi. E con Simon concordano anche che “ceteris paribus, più realistiche sono le nostre
assunzioni sugli attori economici e migliore è la nostra teoria economica” (Rabin, 2000, p. 3).
Tversky e Kahneman continuano anche a considerare i modelli descrittivi e normativi della scelta
come logicamente indipendenti e separati (cfr. questo volume, p. 000). Essi, abbracciando il terzo
corno del trilemma, ritengono che la forza normativa della teoria dell’utilità attesa non sia in
discussione. L’obbiettivo del loro progetto di ricerca non consiste nel falsificare la teoria dell’utilità
attesa come teoria normativa, ma nel mostrarne l’inadeguatezza empirica, e quindi l’inadeguatezza
predittiva dei modelli economici su di essa basati. In ciò consiste la pars destruens del progetto
cognitivo applicato all’economia. Mentre la sua pars construens consiste nell’integrare i modelli
neoclassici tenendo conto dell’evidenza sperimentale anomala e dei principi psicologici (scoperti
per via sperimentale) che consentono di spiegarla.

Inoltre, conoscere il modo in cui le persone commettono errori è preliminare alla ricerca del sistema
per evitarli. Tradizionalmente, infatti, la ricerca cognitiva sulla decisione umana distingue fra tre
livelli teorici: (i) la teoria normativa che ci dice come le persone devono giudicare; (ii) la teoria
descrittiva che ci dice come le persone giudicano di fatto; e (iii) la teoria prescrittiva, che ci dice
come le persone potrebbero (meglio) comportarsi se tenessero conto dei propri limiti cognitivi e
degli errori che commettono in modo sistematico.

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L’assunzione di fondo è che le persone possono e, di fatto, riescono a ragionare secondo le regole
corrette della probabilità. Lo fanno effettivamente in molte circostanze. Ma non in tutte. E quelle
circostanze in cui non ci riescono non sono trascurabili dal punto di vista economico. Le persone
inoltre tendono a riconoscere i propri errori quando messi a confronto con una teoria che li spiega, e
riconoscono anche la validità della teoria normativamente corretta quando il problema è posto in
maniera trasparente. Come Simon, tuttavia, molti economisti cognitivi ritengono che la teoria
normativa costituisca un obbiettivo irrealistico e che talvolta sia raccomandabile insegnare routines
comportamentali che portino a soluzioni soddisfacenti (anche se non necessariamente ottimali) dei
problemi che gli individui si trovano affrontare nella vita di tutti i giorni e sul lavoro. Non è detto,
in altre parole, che normativo e prescrittivo debbano per forza coincidere. E’ possibile quindi che la
futura ricerca sulla scelta e sui giudizi probabilistici si concentri maggiormente sul de-biasing
(correzione degli errori) piuttosto che sullo sviluppo di teorie alternative della decisione o sulla
critica normativa della teoria ortodossa.

1.6 Il programma di ricerca dell’economia cognitiva

Un programma di ricerca, secondo il filosofo della scienza Imre Lakatos, è definito da un nucleo
teorico e da alcune regole euristiche: alcune ci dicono quali vie di ricerca evitare (euristica
negativa), altre quali vie seguire (euristica positiva). Gli scienziati devono usare la loro ingegnosità
per articolare e inventare opportune ipotesi (“ausiliari”) che, oltre a sostenere l’urto dei controlli e
difendere il nucleo dalle possibili falsificazioni, devono assorbire le anomalie e soprattutto predire
fatti nuovi. Un programma che saprà realizzare questo scopo sarà detto “progressivo” (regressivo in
caso contrario, cioè se si limiterà a “salvare i fenomeni” senza implicare nuove predizioni di
successo). L’esempio classico è fornito dal programma newtoniano. Il suo nucleo è costituito dalle
tre leggi del moto e dalla teoria della gravitazione; la cintura protettiva, dalle condizioni iniziali,
dall’ottica geometrica e dalla teoria della rifrazione atmosferica ecc. Il “piano” attraverso cui
modificare le ipotesi ausiliari per arrivare a una più sofisticata articolazione del programma è
suggerito dall’euristica che, nel caso del programma newtoniano, consiste nel suo apparato
matematico: il calcolo differenziale, la teoria della convergenza, le equazioni differenziali e
integrali (cfr. Lakatos 1978).

Da questa prospettiva, potremmo considerare l’economia cognitiva un programma di ricerca il cui


nucleo teorico è costituito dalla Prospect Theory. Per quanto riguarda invece l’euristica positiva del
programma, vale a dire la sua missione, essa è quella di “accrescere il potere esplicativo
dell’economia dotandola di basi psicologiche più realistiche.” (Camerer e Loewenstein, in via di
pubblicazione, p. 1). Alla base del progetto vi è dunque la convinzione che, importando nella teoria
economica quanto sappiamo circa i principi cognitivi che determinano le preferenze e le decisioni
individuali, è possibile migliorare la teoria economica in se stessa: vale a dire generando nuovi
modelli teorici plausibili, migliori predizioni, e scelte politiche più efficaci. (cfr. ibid.) Questo
approccio non implica affatto il rifiuto in blocco del modello neoclassico. Anzi, il modello
neoclassico costituisce il punto di riferimento imprescindibile sia sul versante teorico (in virtù della
sua plausibilità normativa), sia sul versante metodologico (in virtù della sua trattabilità e generalità).
Ma invece di ignorare le violazioni delle assunzioni che stanno al centro dell’impianto neoclassico
(funzione di utilità e massimizzazione etc.), l’economia cognitiva rivendica la fertilità di tali
fenomeni in prospettiva di una nuova sintesi “quasi-razionale” (Thaler, 1980). Una sintesi in cui i
modelli neoclassici, integrati da teorie psicologiche che tengano conto dei processi cognitivi dei
soggetti decisionali, si propongono di rafforzare le previsioni del reale comportamento umano in
situazioni tipicamente economiche.

In altri termini, l’economia cognitiva rifiuta di considerare “non falsificabile” la teoria neoclassica
in quanto teoria descrittiva. Allo stesso tempo, ne accetta però l’accezione normativa. Proprio per

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questo può nutrirsi dello scambio dialettico tra i modelli neoclassici e la sperimentazione empirica –
una dinamica questa che si è peraltro rivelata fondamentale in numerosi casi di crescita della
conoscenza in fisica ma anche in matematica (per una documentazioni di questi casi cfr. Lakatos
1978b). E’ infatti grazie alle predizioni violate, dedotte dai modelli normativi della scelta, che noi
possiamo imparare cose nuove circa il reale comportamento umano e le sue implicazioni per la vita
economica. Come notava John Harsanyi già nel 1977,

a lungo andare, le teorie normative del comportamento razionale potranno rivelarsi non meno importanti nell’analisi
delle deviazioni dal comportamento razionale che nell’analisi del comportamento umano strettamente conforme ai
nostri criteri normativi. (1977, p. 29)

Possiamo articolare ulteriormente questo punto di vista notando che, da un lato, i modelli normativi
forniscono le categorie analitiche e gli standard per caratterizzare i risultati della ricerca empirica
che altrimenti affogherebbero nell'abbondanza della realtà. Dall'altro, i resoconti descrittivi (dei
processi cognitivi) rendono conto di una ricchezza del comportamento effettivo che suggerisce la
povertà delle teorie normative e insieme la direzione per una loro possibile revisione. I modelli
normativi fissano così le questioni rilevanti circa il comportamento umano nel senso di errori di
performance che devono essere spiegati e, se possibile, corretti. In questo modo svolgono un
importante ruolo euristico, sollevando le domande rilevanti e dirigendo la ricerca verso aspetti del
comportamento che possono migliorare il benessere sociale. Allo stesso tempo, la ricerca empirica
offre l'opportunità di riscattare parte dell'abbondanza del comportamento umano persa nelle
astrazioni della teoria, facendo in modo che i modelli di quest’ultima si avvicinino al mondo dei
fenomeni reali.

All’interno di questo programma, pertanto, fare ricerca significa:

Primo, identificare le assunzioni normative o i modelli che sono ritenuti normativamente validi in
tutti i contesti (per esempio la teoria della probabilità bayesiana e la teoria dell’utilità attesa).
Secondo, identificare le anomalie: mostrare cioè per via sperimentale o attraverso la ricerca
empirica sul campo evidenti e plateali violazioni di tali assunzioni o di tali modelli – rifiutarsi
inoltre di accettare manovre tipicamente ad hoc per ‘salvare’ tali modelli, per esempio postulando
costi di transazione, o capacità di apprendimento sovrannaturali da parte dei soggetti, o la messa in
discussione del design sperimentale quando i risultati sono robusti, etc. Dopo tutto si tratterebbe di
ipotesi empiriche che possono essere (e sono state) controllate per mezzo di esperimenti e altre
ricerche empiriche.
Terzo, impiegare piuttosto le anomalie come indizio e fonte di ispirazione per nuove teorie,
possibilmente generalizzabili, capaci di catturare i rilevanti meccanismi cognitivi responsabile delle
violazioni.
Quarto, costruire modelli economici servendosi delle (nuove) assunzioni comportamentali (di cui al
punto tre). Derivarne le predizioni. Progettare esperimenti o ricerche sul campo per controllarli.
(vedi Camerer e Lowenstein ibid., p. 6).

Un aspetto merita, a nostro parere, particolare attenzione: il ruolo giocato dalle anomalie, e quindi
dall’evidenza di tipo negativo, nella scoperta e costruzione di ipotesi alternative a quelle
neoclassiche. Riflettere su questo aspetto ci consentirà di cogliere la peculiarità dell’economia
cognitiva sia riguardo ai suoi contenti teorici sia riguardo al suo status epistemologico. Secondo una
felice caratterizzazione di Laibson e Zeckhauser (1999), la storia della psicologia cognitiva
sperimentale è la storia degli “artefatti” (effetti anomali considerati inizialmente prodotti
“artificiali” dell’esperimento) che diventano effetti principali. La psicologia sperimentale è, per così
dire, guidata dalle anomalie. Gli errori di performance dei soggetti sperimentali sono preziosi indizi
riguardo al modo in cui gli individui costruiscono le proprie preferenze e danno un senso alle
proprie scelte (e, più in generale, del funzionamento dei processi cognitivi). Secondo questa
prospettiva, Tversky e Kahneman sono prima di tutto “degli archeologi della cognizione”: come il

22
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ritrovamento di pezzi di coccio suggeriscono all’archeologo la natura del reperto e quindi gli
conferiscono informazioni sulle civilizzazioni che sono il suo oggetto di studio, così le anomalie
ottenute in laboratorio suggeriscono allo scienziato cognitivi degli indizi sulla reale natura dei
processi cognitivi umani. (cfr. Laibson, Zeckhauser, 1999, pp. 20-21)

Intermezzo: Economia cognitiva ed economia sperimentale

Più che una teoria unificata, l’economia cognitiva si presenta oggi come “una collezione di
strumenti o di idee.” Camerer e Loewenstein, nel valutare gran parte dei principali contributi della
neo-disciplina raccolti nel loro recente Behavioral Economics: Past, Present, and Future (in corso
di pubblicazione) riconoscono come questi non siano tanto caratterizzati da un saldo nucleo
dottrinale quanto da “una scuola di pensiero o uno stile di modellizzazione (dei problemi) che
potrebbe anche finire con il perdere il suo specifico status semantico man mano che la Behavioral
economics verrà insegnata e adoperata”. (p.47) La speranza dei suoi sostenitori è che i modelli
economico-cognitivi si dimostrino presto “trattabili e utili nella spiegazione delle anomalie e nella
predizione di nuovi fatti sorprendenti.” (ibid.) A quel punto – come già è accaduto per lo sviluppo
delle scienze più mature – è possibile che la ristrette assunzioni di razionalità, ora considerate
indispensabili in economia, saranno viste come casi speciali di una teoria più generale fondata su
basi cognitivo-comportamentali. (cfr. ibid., p. 48)

Dopotutto anche la teoria economia non deriva il suo potere predittivo da un unico strumento – la
teoria dell’utilità. Occorrono specifici assunzioni ausiliari per applicare la teoria dell’utilità e la
nozione di razionalità oggettiva alle situazioni della vita economica reale. Infatti, se la teoria
economica vuole andare oltre considerazioni molto generali (tipo esistenza di equilibri in mercati
perfettamente competitivi) deve introdurre ipotesi specifiche per rendere conto della maggior parte
delle sue predizioni. E spesso queste ipotesi introducono resoconti specifici di “errori” o “limiti”
della razionalità del sistema – come implicitamente fanno per esempio le teorie di Keynes o di
Robert Lucas per spiegare l’efficacia di determinate misure di politica economica o i cicli
economici (cfr. Simon 1997, pp. 243-247). Si tratta, da questo punto di vista, di compiere un atto di
modestia o di onestà intellettuale per riconoscere che tutta l’economia posa su qualche psicologia
implicita: “la questione è se la psicologia implicita nell’economia sia buona psicologia o cattiva
psicologia”(Camerer, Loevenstein, ibid.). Visto che la soluzione a questo interrogativo non può che
essere empirica, l’economia cognitiva può aiutare a risolvere alcune questioni dibattute per anni
dagli economisti e troppo spesso risolte attraverso argomentazioni puramente teoriche o (peggio
ancora) con la sola forza dell’ideologia. Nel capitolo 8 Shafir, Diamond e Tversky forniscono
un’applicazione particolarmente istruttiva dell’approccio cognitivo, discutendo un annoso problema
della macroeconomia keynesiana e monetarista (le “Illusioni monetarie”).

Il progetto di fornire una migliore base empirica all’economia è condiviso anche dal secondo
programma di ricerca di cui ci occupiamo in questo libro. L’economia sperimentale nasce con
l’intento di supplire alle metodologie empiriche tradizionalemente utilizzate dagli economisti –
dall’analisi statistica dei dati “raccolti sul campo” (econometria), ai questionari, ai famosi (o

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famigerati) “fatti stilizzati” con i quali si suole spesso giustificare l’uso di un modello. Non a caso il
periodo di maggior crescita dell’economia sperimentale coincide con la crescente consapevolezza, a
partire dagli anni Settanta, dei limiti delle metodologie tradizionali (specialmente dell’econometria).

La distinzione fra economia cognitiva e sperimentale è in parte arbitraria e convenzionale. La


ricerca nelle due discipline è contigua e spesso sovrapposta, come riconosciuto dal comitato che ha
appropriatamente diviso il premio Nobel fra i maggiori rappresentanti delle due discipline. (E’
difficile dire, per esempio, se gli articoli pubblicati su riviste come Theory and Decision o il Journal
of Risk and Uncertainty siano meglio caratterizzabili come “cognitivi” o “sperimentali”.) E’
possibile tuttavia, in via preliminare, identificare alcune differenze e analogie fra i due programmi
di ricerca.

L’economia sperimentale si affida all’esperimento controllato in laboratorio, un metodo di


indagine largamente utilizzato anche dagli economisti cognitivi. In economia cognitiva, tuttavia, si
fa uso anche di altri metodi di indagine, e talvolta si utilizza il termine “esperimento” in senso più
ampio e impreciso che in economia sperimentale. Gli “esperimenti” degli economisti cognitivi sono
caratterizzati da un certo eclettismo, si possono svolgere nei corridoi delle università (e quindi non
necessariamente in “laboratorio”), e possono assomigliare più ai questionari degli psicologi che a un
esperimento vero e proprio. Al contrario, l’economia sperimentale si è rapidamente organizzata
intorno a una serie di regole relativamente precise riguardanti il tipo di condizioni che devono
caratterizzare un esperimento controllato in senso proprio – di cui diremo ampiamente fra poco,
nella sezione 2.2.

Vi è poi una differenza che riguarda la missione dei due programmi di ricerca. Mentre l’economia
cognitiva si pone programmaticamente l’obbiettivo di riformare (migliorandola) la teoria economica
attraverso l’adozione di idee tratte dalla psicologia cognitiva, l’economia sperimentale si identifica
per un metodo suo proprio, piuttosto per un obbiettivo dichiarato. Ciò che accomuna gli economisti
sperimentali è l’utilizzo di una certa tecnica di indagine (l’esperimento controllato), a prescindere
dalle lezioni che essi intendono trarne a livello teorico. Alcuni economisti sperimentali condividono
il progetto di revisione della teoria abbracciato dai cognitivisti, ma altri continuano a lavorare a
proprio agio in un contesto teorico neoclassico.

Le ricerche empiriche degli economisti sperimentali infine coprono un raggio più ampio di quelle
dei cognitivisti. Mentre l’economia cognitiva si dedica in prevalenza allo studio dei processi di
decisione individuale, l’economia sperimentale spazia dalla decisione alla teoria dei giochi, dallo
studio dei mercati alla produzione dei beni pubblici, dalle istituzioni alla speculazione di borsa, e
oltre. In linea di principio non esiste un dominio prefissato per l’economia sperimentale, che si
estende fin dove il suo metodo lo permette. In molte di queste ricerche la conoscenza dei processi
cognitivi di decisione individuale si rivela centrale, in altre meno. Talvolta la teoria della scelta
razionale si rivela inadeguata alla spiegazione dei dati sperimentali, e deve essere rimpiazzata da
modelli più realistici. Alcune volte invece la teoria è semplicemente incompleta e deve essere
coniugata da ipotesi empiriche suggerite dagli esperimenti stessi. Ma ci sono anche casi in cui la
teoria neoclassica si comporta egregiamente e riesce a rendere conto in modo adeguato delle
osservazioni di laboratorio. Nella seconda parte di questa introduzione esamineremo alcuni esempi
rappresentativi dell’economia sperimentale in relazione ai saggi scelti per la terza e quarta parte di
questo volume.

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intro 16/07/2003

PARTE 2. ESPERIMENTI IN ECONOMIA

2.1. L’economia entra in laboratorio

Nel corso delle sue lezioni ad Harvard negli anni ’40 Edward Chamberlin era solito simulare in
classe il funzionamento dei mercati facendo scambiare ai suoi studenti beni fittizi con prezzi di
offerta e domanda scritti su foglietti di carta. Egli mirava così a controllare la validità di una
predizione implicita nella teoria della concorrenza monopolistica che andava allora elaborando, cioè
che in un mercato senza ricontrattazione, con agenti senza informazione condivisa, non si
raggiunge l’equilibrio competitivo. I risultati dei suoi esperimenti – pubblicati nell’articolo “An
Experimental Imperfect Market” (1948) – sembravano dargli ragione. I mercatini di Chamberlin
mancavano regolarmente di convergere su prezzi di equilibrio efficienti. Vernon Smith, giovane
dottorando ad Harvard e allievo di Chamberlin, prese parte a quegli esperimenti in aula, ai quali
tuttavia non diede molta importanza. Anni dopo, tuttavia, si trovò a riflettere sulla metodologia
implicita di quei primi esperimenti. Smith notò che Chamberlin lasciava che venditori e compratori
circolassero in classe, si incontrassero, e contrattassero il prezzo di scambio, che veniva poi esposto
pubblicamente su una lavagna. Smith decise di modificare leggermente il disegno sperimentale di
Chamberlin, utilizzando un mercato ad asta doppia (double oral auction) nel quale le contrattazioni
avvenissero pubblicamente, comunicando simultaneamente con tutti i partecipanti attraverso il
banditore d’asta. (Un po’ come accade al New York Stock Exchange.) Inoltre Smith fece ripetere
l’esperimento varie volte, per essere certo che gli studenti avessero compreso le regole del gioco.

I risultati furono, come racconta lo stesso Smith (1991), sorprendenti: cambiare il meccanismo di
allocazione era sufficiente per far sì che i soggetti sperimentali scoprissero nel giro di pochi turni il
prezzo di equilibrio, in linea con le predizioni della teoria della domanda e dell’offerta. (Per i
risultati di uno dei suoi primi esperimenti, vedi la figura 000 del cap. 3 di questo volume: il lato
sinistro dell’illustrazione mostra le ‘curve’ di domanda e di offerta indotte in laboratorio. Le ‘curve’
si intersecano al prezzo (p = 2) di equilibrio competitivo. La parte destra della figura mostra che la
maggior parte dei prezzi contrattati si colloca intorno al livello previsto dalla teoria e che le
deviazioni tendono a diminuire col passare del tempo.)

L’articolo di Smith ebbe non pochi problemi a trovare una collocazione nelle riviste scientifiche
(evento non raro nella storia dell’economia). Per alcuni, il risultato era banale: il mercato
sperimentale di Smith “scopriva” qualcosa che gli economisti teorici avevano sempre sostenuto. Per
altri, era incredibile: come poteva la teoria economica, con le sue assunzioni altamente idealizzate,
descrivere fenomeni del mondo reale? Per molti, infine, il risultato era sospetto in quanto ottenuto
con un metodo non “ortodosso”. Contro il parere di un paio di referees, grazie alla presa di
posizione di un editor del Journal of Political Economy, l’articolo fu finalmente pubblicato nel
1962.

Da un punto di vista cronologico “Uno studio sperimentale della competizione di mercato” (“An
Experimental Study of Competitive Market Behavior”, qui tradotto come capitolo 3) non è tuttavia
il primo lavoro di economia sperimentale. Prima di Smith e Chamberlin altri economisti avevano
già utilizzato la sperimentazione controllata ai fini di ricerca. Sebbene sia difficile identificare le
origini dell’economia sperimentale con precisione, possiamo ricordare prima della seconda guerra
mondiale gli studi empirici delle curve di indifferenza di Thurstone (1931), e dopo la guerra i già
citati “paradossi” di Allais ed Ellsberg. La teoria dei giochi, inoltre, con i suoi semplici modelli a
due/tre giocatori e i suoi curiosi risultati (dilemma del prigioniero e così via) si prestava
naturalmente alla “simulazione” di laboratorio con esseri umani reali al posto degli agenti razionali
di von Neumann e Morgenstern (cfr. per esempio Flood 1958, Fouraker e Siegel 1963). E, sempre
verso la fine degli anni Cinquanta, Reinhard Selten (premio Nobel molti anni più tardi, nel 1994)

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intro 16/07/2003

conduceva i suoi primi esperimenti sulla formazione dei prezzi in mercati caratterizzati da un
oligopolio (cfr. Sauerman, Selten 1959).

Negli anni Cinquanta e Sessanta, tuttavia, la teoria della decisione e la teoria dei giochi costituivano
progetti di ricerca tutto sommato marginali per quanto nuovi ed eccitanti rispetto al nucleo
dell’economia neoclassica: la macroeconomia della sintesi neo-keynesiana e la teoria dell’equilibrio
generale. L’idea che gli esperimenti di laboratorio potessero essere applicati allo studio dei mercati
era considerata abbastanza stravagante. I mercati sembrano essere entità troppo complesse per
essere studiate in laboratorio. Inoltre gli economisti teorici cominciavano proprio in quegli anni a
definire le condizioni necessarie per l’esistenza di equilibri di mercato. Alcune di esse (numero
infinito di agenti, conoscenza perfetta, zero costi di transazione) sembravano sbarrare la strada in
partenza allo studio empirico.

A ciò si aggiunga la tendenza radicata nella professione a considerare l’economia come una scienza
non-sperimentale. L’atteggiamento ribadito da Samuelson e Nordhaus (1985), in uno dei più
influenti libri di testo dell’ultimo mezzo secolo, è veramente tipico:

L’economia […] non può effettuare gli esperimenti controllati dei chimici e dei biologi perché non è in grado di
controllare facilmente tutti gli altri fattori. Come gli astronomi o i meteorologi, gli economisti devono limitarsi in larga
parte ad osservare [passivamente] (p. 8)

Si noti che la difficoltà di operare esperimenti controllati e il doversi limitare all’osservazione dei
dati sul campo, sancisce di fatto (anche se non in linea di principio) l’infalsificabilità della teoria
economica. Quando un test empirico condotto con dati non sperimentali dà un esito negativo, è
facile imputare il fallimento a qualche imprevisto fattore disturbante o a un errore di misurazione.
La teoria finisce per essere salvata, qualunque cosa succeda, in quanto nessun tipo di evidenza può
fornire un controllo stringente della sua validità. Gli economisti sono quindi indotti ad applicare un
“falsificazionismo innocuo” o, per usare un’altra famosa espressione di Mark Blaug, a “giocare a
tennis con la rete abbassata” (1980, p. 241). Al contrario le scienze più avanzate, come la fisica o la
biologia, fanno uso sia di dati sperimentali che non-sperimentali. La rivoluzione copernicana e
quella newtoniana sarebbero state impossibili senza le osservazioni dei moti dei pianeti di Tycho
Brahe e degli esperimenti sui moti terrestri di Galileo Galilei. Soltanto la combinazione di
speculazione teorica, osservazione sul campo ed esperimento ci permette di abbandonare vecchie
idee errate e di sostituirle con altre più promettenti (vedremo più avanti come).

2.2 Controllare le preferenze

“Uno studio sperimentale della competizione di mercato” contiene alcuni elementi-chiave delle
successive ricerche di Vernon Smith e dell’economia sperimentale in generale. Innanzitutto, il
coraggio di avventurarsi nel cuore del dominio di applicazione della teoria economica: i mercati.
Poi l’attenzione per le istituzioni, i sistemi di regole codificati in maniera più o meno esplicita che
governano e coordinano il comportamento simultaneo di numerosi individui. E ancora,
l’esplorazione di meccanismi economici sui quali la teoria ortodossa getta poca o addirittura
nessuna luce.

La classica analisi walrasiana dell’equilibrio è fondata su numerose idealizzazioni teoriche, fra le


quali l’esistenza di un banditore d’asta con il compito di scoprire il prezzo di equilibrio per tentativi
ed errori (tâtonnement). Come è noto, il banditore walrasiano annuncia un prezzo, annota la
quantità di beni che i venditori sono disposti a cedere per quel prezzo e la quantità che i compratori
sono disposti ad acquistare. Se l’offerta supera la domanda, il banditore aggiusta il prezzo al
ribasso, se al contrario la domanda è in eccesso, il prezzo viene alzato. La procedura è ripetuta fino

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intro 16/07/2003

a quando domanda e offerta si equivalgono; quando questo accade, è stato trovato il prezzo di
equilibrio.

E’ probabile che lo stesso Walras considerasse questo meccanismo un’idealizzazione dei processi
che effettivamente governano domanda e offerta nei mercati reali. In effetti nessun mercato reale
utilizza esattamente il sistema walrasiano (anche se alcuni, come la borsa di Parigi, utilizzano
sistemi simili), e il tâtonnement sembra essere più che altro la metafora della procedura di soluzione
di un sistema di equazioni simultanee – il procedimento attraverso il quale gli economisti
matematici determinano il prezzo di equilibrio. Non è affatto scontato che le istituzioni di mercato
reali riescano a ottenere i risultati mirabili dell’istituzione ideale immaginata da Walras.

La finzione del tâtonnement è stato un problema a lungo ignorato in attesa degli strumenti teorici ed
empirici adatti per affrontarlo. Negli anni Sessanta e Settanta la teoria dei giochi ha permesso di
rappresentare formalmente il funzionamento di alcuni meccanismi d’asta non-walrasiani. Ma
nonostante i progressi in questo campo (si vedano in particolare Vickrey 1961, Wilson 1977,
Milgrom e Weber 1982), l’analisi teorica risulta ancora oggi fondata su assunzioni restrittive e
dunque incapace di descrivere in modo convincente il funzionamento di molte istituzioni reali.
Inoltre i risultati teorici – per quanto rigorosi e analiticamente ineccepibili – rimangono veri soltanto
in astratto fino a che non è possibile controllarli dal punto di vista empirico. Ma le ricerche sul
campo incontrano difficoltà notevoli da questo punto di vista. Le funzioni di domanda e offerta non
sono costrutti teorici facilmente osservabili in modo diretto: in qualsiasi momento l’osservatore ha
accesso soltanto a un punto (il prezzo effettivo di un bene) sulle due curve. Egli non può osservare
come il prezzo varia col variare delle due funzioni, o verificare che il sistema sia effettivamente in
equilibrio, perché questo richiederebbe appunto la conoscenza diretta della domanda e dell’offerta,
ovvero delle preferenze di tutti gli agenti economici presenti sul mercato. Ovviamente esistono
metodi indiretti per lo studio degli equilibri di mercato, ma queste procedure sono necessariamente
fondate su una serie di assunzioni di sfondo tanto discutibili quanto l’ipotesi stessa che ci si propone
di controllare (l’efficienza dei mercati competitivi).

Questo problema può essere risolto in maniera estremamente efficace in laboratorio. L’idea è
semplice: se potessimo “tenere fissi” alcuni fattori chiave come per esempio le funzioni di domanda
e offerta, potremmo variare sistematicamene altri fattori (le istituzioni che governano gli scambi) e
valutarne in modo preciso la rilevanza causale. Per esempio: è possibile classificare le aste
(istituzioni di mercato nelle quali un venditore vende un bene al miglior offerente) in due grandi
categorie: aste “continue” e “a busta chiusa”. Nelle aste a busta chiusa ogni compratore presenta
simultaneamente una sola offerta, e il venditore sceglie la più alta. Nelle aste continue invece gli
acquirenti possono presentare numerose offerte in sequenza e calibrare il proprio prezzo di riserva
sulla base del comportamento degli altri concorrenti. Uno dei primi risultati di Smith e dei suoi
collaboratori – in particolare Charles Plott (poi direttore del laboratorio di economia sperimentale al
California Institute for Technology) – fu la dimostrazione che le aste continue sono in generale più
efficienti di quelle a busta chiusa; un risultato ottenuto confrontando il funzionamento delle due
istituzioni ceteris paribus, ovvero tenendo costanti altri fattori quali le funzioni di domanda e
offerta.

Questo risultato ha una rilevanza notevole anche dal punto di vista teorico, in quanto contraddice i
teoremi di equivalenza di William Vickrey. Vickrey (1961) aveva mostrato che le cosiddette aste
continue “inglesi” (o ascendenti) dovrebbero in teoria fornire risultati identici alle aste a busta
chiusa “con secondo prezzo” (dove il bene viene venduto al migliore offerente, il quale paga però il
prezzo offerto dal secondo miglior offerente). Inoltre le aste continue “olandesi” (o discendenti)
risultano in teoria essere equivalenti alle aste a busta chiusa “con primo prezzo”. Mentre il primo
risultato di Vickrey si rivela in accordo coi dati sperimentali (anche se le aste a busta chiusa sono
più “lente” nel convergere sui prezzi di equilibrio), la seconda predizione è falsificata dagli stessi.

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Questi primi risultati hanno ovviamente stimolato gli economisti sperimentali a cercare spiegazioni
fondate su meccanismi psicologici quali il piacere della “suspence” generata dalle aste a busta
chiusa, o l’incapacità di valutare correttamente i rischi derivanti dall’offrire una somma molto
elevata. (Gli articoli che riportano i risultati più rilevanti sono citati nelle note alla fine di questa
introduzione.) Per il momento tuttavia ci interessa soffermarci sulle tecniche sperimentali sviluppate
da Smith e dai suoi colleghi per controllare le curve di domanda e offerta in laboratorio. L’idea
fondamentale consiste nel retribuire i soggetti sperimentali in base alla quantità e al valore dei beni
da essi acquistati (o venduti) nel mercato sperimentale. Per esempio: supponiamo di voler “indurre”
curve di domanda e di offerta come quelle rappresentate nella figura 2.1. I soggetti a cui viene
assegnato il ruolo di venditore ricevono in dote un’unità del bene di scambio con relativo “prezzo di
riserva”, solitamente espresso in “buoni sperimentali” (il prezzo di riserva può essere interpretato
come il costo di produzione del bene in questione). Essi sanno che vendendo un’unità a un prezzo
superiore al prezzo di riserva essi guadagneranno la differenza fra prezzo di riserva e prezzo di
vendita. Alla fine dell’esperimento lo sperimentatore scambierà i buoni da essi guadagnati con
denaro contante, a un tasso di scambio prefissato e noto ai soggetti sperimentali (per esempio: 1
buono = 1 euro).

I compratori ricevono un simile “prezzo di riserva”, questa volta interpretabile come il prezzo al
quale, alla chiusura dei mercati, lo sperimentatore acquisterà ogni unità da essi acquistata nel corso
dell’esperimento. Essi sanno dunque che acquistando un’unità a costo inferiore al prezzo di riserva
essi possono ottenere un profitto pari alla differenza fra prezzo di mercato e prezzo di riserva. Alla
fine dell’esperimento, ancora una volta, lo sperimentatore converte i gudagni in denaro contante.

40 Domanda
Prezzo

30

20
Offerta
10

0 10 20 30
Quantità

Figura 2.1

Per ottenere curve come quelle rappresentate nella figura 2.1, lo sperimentatore può distribuire i
prezzi di riserva in questo modo:

No. Giocatori Prezzo di riserva


10 venditori 30 buoni
20 venditori 10 buoni
10 compratori 35 buoni
20 compratori 15 buoni
Tavola 2.1

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Il prezzo di equilibrio si trova dove la curva di domanda si interseca con la curva di offerta. La
teoria prevede dunque che in questa “microeconomia” si scambino 20 unità a un prezzo di 15 buoni.
E’ facile mostrare che con la “giusta” istituzione – per esempio con un’asta doppia come quella
utilizzata da Smith nei suoi primi esperimenti – i prezzi di scambio convergono rapidamente verso
l’equilibrio, dopo alcune ripetizioni. (Se volete provare voi stessi in classe o con gli amici,
Bergstrom e Miller (1997) forniscono semplici instruzioni per creare “sistemi microeconomici”
come quello dell’esempio qui sopra.)

Le tecniche di induzione di domanda e offerta poggiano su alcune semplici ipotesi. Vernon Smith e
Luis Wilde le hanno riassunte in una serie di “precetti” che costituiscono per così dire le “linee
guida” del programma di ricerca dell’economia sperimentale (Smith 1976, 1982; Wilde 1980). I
precetti forniscono indicazioni su come disegnare un appropriato esperimento, e sui requisiti che lo
sperimentatore deve soddisfare per ottenere il controllo delle preferenze individuali. Il primo
precetto riguarda la “salienza” degli incentivi:

Salienza: i soggetti hanno diritto a un compenso crescente con il crescere dei beni guadagnati e
decrescente con il decrescere dei beni perduti.

Solitamente i partecipanti ricevono anche una somma di denaro fissa per compensarli del tempo
investito nell’esperimento (l’uso di studenti è dunque anche funzionale a ridurre il costo di un
esperimento: un’ora di uno studente “costa” ovviamente meno di un’ora di un manager).

Dominanza: il compenso deve essere sufficientemente alto da dominare ogni costo derivante dalla
partecipazione all’esperimento.

Salienza e “dominanza” mirano a far sì che i soggetti siano sufficientemente motivati nel
partecipare all’esperimento. (Si noti che fra i costi da dominare bisogna includere per esempio lo
sforzo di concentrazione richiesto dall’esperimento, in modo da evitare che il soggetto commetta
errori di disattenzione o giochi a caso. E anche il piacere di “giocare per il gusto del gioco” invece
di cercare di massimizzare i propri guadagni.)

Altri due principi chiave dell’economia sperimentale sono “privacy” e “non-sazietà”:

Privacy: i soggetti non vengono informati riguardo ai guadagni/perdite degli altri partecipanti.

Non-sazietà: i compensi sono sufficientemente alti ed espressi in un’unità di scambio tale che i
soggetti non ne sono mai sazi.

Come si può constatare, i precetti forniscono allo sperimentatore delle indicazioni di massima
riguardo a come controllare il contenuto delle preferenze dei soggetti che partecipano agli
esperimenti. Solitamente i compensi vengono espressi in denaro in quanto nella nostra società esso
è considerato quasi universalmente un bene, e in generale gli individui desiderano averne sempre di
più. Ma in linea di principio i compensi potrebbero essere dei fiori, dei dolci, o qualsiasi altra cosa
che i soggetti desiderano, purché essa soddisfi i precetti.

E’ dunque importante sottolineare tre caratteristiche dei precetti: in primo luogo, il controllo sul
comportamento individuale non è mai totale, in quanto le capacità cognitive e computazionali dei
soggetti sperimentali, le loro credenze, l’informazione a disposizione, e altri fattori ancora possono
essere lasciate più o meno “liberi” di variare a seconda dello scopo dell’esperimento. Questa libertà
è in un certo senso ciò che distingue un vero e proprio esperimento da una simulazione: nella
simulazione il comportamento finale è determinato dalle assunzioni teoriche riprodotte in
laboratorio, mentre in un esperimento deve rimanere un elemento di sorpresa, o la possibilità di

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scoprire qualcosa riguardo al mondo reale che non è stato “costruito” dallo sperimentatore. Inoltre, i
precetti non definiscono esattamente come disegnare un esperimento. Sono soltanto “linee guida”
che devono essere interpretate in modo flessibile a seconda delle circostanze. Infine, i precetti
costituiscono in ogni particolare esperimento delle ipotesi empiriche, piuttosto che degli assiomi
veri a priori. Questo significa che in alcuni casi gli sperimentatori potrebbero anche non riuscire a
controllare le preferenze dei soggetti sperimentali. In termini più generali, questo significa che
l’economia sperimentale non elimina le assunzioni ausiliari necessarie per controllare un’ipotesi
scientifica; tali ipotesi sono necessarie tanto in laboratorio quanto nella ricerca empirica condotta
sul campo. L’economia sperimentale però permette di creare circostanze nelle quali lo
sperimentatore può assegnare un alto grado di probabilità all’ipotesi che le assunzioni ausiliari siano
soddisfatte. Non solo: il vantaggio decisivo dell’approccio sperimentale è che qualora per qualsiasi
ragione ci si trovasse a dubitare delle assunzioni ausiliarie su cui poggia l’esperimento, esse
possono a loro volta essere controllate in laboratorio. Esiste infatti un’altra vasta classe di
esperimenti nei quali la capacità stessa di “indurre” preferenze egoistiche o la massimizzazione del
proprio reddito è al centro della ricerca sperimentale. I precetti stessi, in altri termini, fungono da
ipotesi che vengono sottoposte a test empirico. Precetti quali quello di privacy indicano condizioni
nelle quali la teoria economica può essere controllata in modo particolarmente severo. Gli
esperimenti sulla decisione individuale condotti da molti economisti cognitivi e sperimentali
appartengono a questa categoria. Ma sono estremamente rilevanti anche gli esperimenti sulle
preferenze sociali descritti nella quarta parte di questo libro, e di cui ora diremo.

2.3. Istituzioni, norme sociali e comportamento

In generale, una delle differenze fra economia sperimentale ed economia cognitiva consiste
nell’interesse prevalente da parte di quest’ultima per la razionalità individuale. Al contrario molti
economisti sperimentali hanno allargato il campo delle loro ricerche allo studio della razionalità a
livello sistemico. L’idea fondamentale è che in alcuni casi l’ordine a livello aggregato (di mercato)
possa essere generato a prescindere dal comportamento razionale degli individui che agiscono nel
mercato stesso. In effetti, come anticipato, una delle lezioni più importanti dei primi esperimenti sui
mercati condotti da Smith e dai suoi collaboratori è che “le istituzioni sono importanti” (Plott e
Smith, 1978, Smith 1987). Alcune di esse sono incapaci di “guidare” i comportamenti individuali
verso equilibri efficienti, mentre altre vi riescono egregiamente. Alcune istituzioni sono così potenti
da riuscire addirittura a generare un ordine di mercato anche in presenza di agenti irrazionali (cfr. in
particolare Gode e Sunder 1993).

La centralità del ruolo delle istituzioni suggerisce un capovolgimento metodologico riguardo


all’analisi economica ortodossa. L’economia neoclassica tende ad analizzare i fenomeni economici
“dal micro al macro”; essa muove cioè dal comportamento individuale per spiegare i fenomeni
sociali aggregati. Ma se le istituzioni e le norme sociali sono così importanti, allora pare opportuno
in numerose circostanze muovere da esse per comprendere l’agire individuale. Le istituzioni sociali
che influenzano il comportamento individuale sono di vario tipo. Alcune di esse sono molto
esplicite e locali. Le istituzioni che governano lo scambio al New York Stock Exchange, per
esempio, sono di questo genere: regole scritte e formulate in modo preciso, che chiunque voglia
condurre scambi nel mercato azionario è tenuto a rispettare, pena gravi sanzioni anche penali.
Diversi mercati sono governati da diverse regole, codificate a diversi livelli di precisione, talvolta
non scritte ma per comune accordo o tradizione rispettate da tutti i partecipanti al gioco. (Non ci si
aspetta, per esempio, che il mercato del pesce di Bari sia regolato allo stesso livello di dettaglio del
NASDAQ.)

All’estremità opposta dello spettro troviamo norme molto generali che non si applicano a situazioni
definite in modo esatto, ma che non di meno possono influenzare il comportamento individuale in

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modo decisivo. Prendiamo delle norme fondamentali quale il mantenere la parola data, non
approfittare delle disgrazie altrui, dividere equamente ciò che si è guadagnato in gruppo, punire chi
non coopera, e così via. Queste norme appartengono al codice morale di molte società per altri versi
diversissime, ma solitamente non sono codificate per mezzo di un sistema preciso di definizioni e
sanzioni. Norme come queste hanno tuttavia una grande importanza dal punto di vista economico.

La teoria economica è in grado di confrontarsi con norme di questo tipo, ancora una volta grazie
alla teoria dei giochi. Il “dilemma del prigioniero” – forse il modello più celebre e discusso nelle
scienze sociali (e non solo) – deve parte della propria fama proprio al fatto che sembra contraddire
clamorosamente alcune norme sociali (e di conseguenza alcune intuizioni morali) fortemente
radicate nella nostra psicologia individuale. Il dilemma del prigioniero è rappresentato nella Tavola
2.2. Ogni giocatore muove simultaneamente, scegliendo una delle due strategie: “Defeziona” o
“Coopera”. Si tratta di un gioco non-cooperativo a motivi misti, in quanto ogni giocatore ha un
incentivo a non cooperare quando l’avversario coopera, ma la soluzione Defeziona/Defeziona è
dominata da Coopera/Coopera e dunque inefficiente. Defeziona/Defeziona è tuttavia l’unico
equilibrio del gioco (un “equilibrio di Nash”, dal nome del matematico e premio Nobel in economia
John Nash): se l’avversario gioca Coopera, è ottimale giocare Defeziona; se l’avversario gioca
Defeziona, è ancora ottimale giocare Defeziona. La soluzione Coopera/Coopera, per quanto
superiore da un punto di vista sociale rispetto a Defeziona/Defeziona, è instabile.

Secondo
giocatore

giocatore
Primo

Defeziona Coopera
Defeziona (1,1) (10,5)
Coopera (5,10) (8,8)
Tavola 2.2

La logica del dilemma del prigioniero non è banale; a dispetto della teoria, la maggior parte delle
persone “vedono” immediatamente il reciproco vantaggio nel giocare entrambi Coopera. In effetti i
primi esperimenti col dilemma del prigioniero giocato una sola volta (one shot), effettuati per lo più
da psicologi, riportano una percentuale notevole di soggetti disposti a cooperare. Ma perché
esattamente si verifica questa “anomalia” del comportamento razionale?

Una spiegazione plausibile, in linea con quanto accennato più sopra, è che i soggetti sperimentali
seguano delle norme di comportamento sociale che prescrivono di cooperare in situazioni tipo
dilemma del prigioniero. La cooperazione non è irrazionale in una situazione di gioco ripetuto
indefinitamente. Anzi, costruirsi una buona reputazione, di giocatore “cooperativo” o onesto, può
essere di grande utilità (pensiamo a quanto sia importante negli affari). Forse i soggetti sperimentali
giocano il dilemma in laboratorio come se fosse un gioco ripetuto indefinitamente: non si rendono
conto che non giocheranno mai più con gli stessi giocatori, dunque che non ha senso costruirsi una
reputazione e che sarebbe nel loro interesse comportarsi da free rider. (E’ detto free rider colui che
cerca di godere di un bene o servizio facendo sopportare ad altri il suo costo – come chi sale
sull’autobus senza pagare).

Ma esistono altre possibilità: potrebbe darsi che i soggetti sperimentali non si comportino nel modo
egoistico postulato dalla teoria economica, e che per esempio cerchino di massimizzare non soltanto
il proprio profitto ma anche (o soprattutto) quello altrui. Questo tipo di comportamento altruistico
porterebbe a giocare “Coopera” pur sapendo che l’altro potrebbe giocare “Defeziona” – anzi,
magari proprio perché ci si aspetta che l’avversario sia un free rider. Questa spiegazione si scontra
tuttavia con una mole di evidenza sperimentale che mostra che quando il dilemma del prigioniero
viene giocato ripetutamente la percentuale di cooperazione tende a diminuire progressivamente
(Rapoport e Chammah 1965; Selten e Stoecker 1986).

31
intro 16/07/2003

Il capitolo 9 – “Le ragioni del free riding: strategie e apprendimento negli esperimenti coi beni
pubblici” di James Andreoni – analizza questo fenomeno. Andreoni utilizza una variante del
dilemma del prigioniero, il gioco dei beni pubblici, estremamente diffuso nella letteratura
sperimentale. Un gioco dei beni pubblici, semplificando, è un dilemma del prigioniero con più di
due giocatori e con una varietà di strategie più ampia della semplice alternativa “Defeziona o
Coopera”. Ogni giocatore dispone a ogni turno di una somma (per esempio, 20 buoni) da dividere
fra due “conti bancari”. Il primo conto è “privato” e garantisce un’unità di profitto per ogni buono
versato (se versi 20 buoni, ne guadagni 20). Il secondo conto è “pubblico” e garantisce una frazione
di profitto (per esempio il 50%) della totalità dei buoni depositati da tutti i membri del gruppo. Il
punto cruciale è che tutti i giocatori godono dei profitti del conto pubblico in modo esattamente
uguale, a prescindere da quanto vi hanno versato.

Per esempio, immaginiamo che il gruppo sia composto da quattro giocatori, con 20 buoni a testa, e
che il conto pubblico garantisca un profitto del 50%. La funzione di profitto (π i) di ciascun
giocatore è data da
4
π i = 20 − g i + 0.5∑ g j ,
j =1

dove gi è il numero dei buoni versati dal giocatore i nel conto pubblico, e (20 – gi) è il profitto dal
conto privato. E’ facilmente intuibile che, come nel dilemma del prigioniero, ogni giocatore è
incentivato a non versare nulla nel conto pubblico. Se gli altri giocatori versano tutti i buoni a loro
disposizione, infatti, il giocatore in questione guadagna (60/2) + 20 = 55 buoni se non versa nulla
nel conto comune, contro (80/2) = 40 buoni se li versa anch’egli tutti nel conto pubblico, (79/2) + 1
= 40,5 buoni se ne versa soltanto 19, (78/2) + 2 = 41 buoni se ne versa 18, e così via. D’altra parte,
se tutti ragionano in questo modo, nessuno verserà nulla nel conto pubblico, e i profitti per ogni
giocatore saranno pari a (0/2) + 20 = 20 buoni. Quest’ultimo, d’altronde, è l’unico equilibrio di
Nash.

Esistono diverse varianti rispetto a questa situazione di base (detta anche “gioco dei beni pubblici
con agenti simmetrici e payoffs lineari”), che peraltro si presta alla sperimentazione grazie alla sua
semplice struttura che lo rende di immediata comprensione. Come nel dilemma del prigioniero, nel
gioco dei beni pubblici giocato una volta sola si osserva un livello anomalo di contribuzione al
conto pubblico (in media, intorno al 50% dei buoni posseduto da ciascun giocatore). Quando il
gioco viene giocato ripetutamente si verifica invece un fenomeno di progressivo decadimento delle
contribuzioni, che tendono a scendere verso lo zero senza però mai raggiungerlo – anche se il gioco
viene ripetuto fino a 60 volte consecutive.

Secondo la teoria ortodossa, in un gioco dei beni pubblici ripetuto finitamente (cioè un numero pre-
determinato di volte) tutti i giocatori dovrebbero contribuire zero fin dal primo turno. Si tratta
ancora una volta di un risultato contrario all’intuizione, derivato per mezzo di un ragionamento per
“induzione all’indietro” (backward induction): all’ultimo turno non ha senso mantenere la propria
reputazione di cooperatore, perché il gioco finisce. E’ dunque ottimale contribuire zero qualsiasi
cosa facciano gli altri. Ma gli altri lo sanno: al penultimo turno, dunque, non ha senso per loro
mantenere la propria reputazione di cooperatore, poiché si aspettano che io non cooperi in ogni
caso. Lo stesso ragionamento si applica al terz’ultimo, quart’ultimo turno e così via fino al primo,
col risultato che non è mai razionale cooperare. Eppure come si è detto negli esperimenti si verifica
un discreto livello di cooperazione nei primi turni, che poi diminuisce gradualmente col procedere
del gioco.

Il fenomeno del decadimento dei contributi è stato replicato numerose volte, e suggerisce una
spiegazione che permette di salvare l’ipotesi del free riding. I soggetti sperimentali forse imparano a
conoscere il gioco nel corso dell’esperimento. Mentre all’inizio non capiscono quale sia la mossa

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migliore, mano a mano che procedono essi apprendono che esiste un solo equilibrio e che bisogna
giocarlo. Questa spiegazione ha stimolato la creazione di modelli con “errore e apprendimento”, nei
quali gli individui contribuiscono inizialmente sopra l’equilibrio di Nash, ma a poco a poco si
allineano con esso (Palfrey e Prisbey 1996, Anderson et al. 1998). Se alcuni soggetti commettono
degli errori, è anche possibile che altri cerchino di sfruttare il loro comportamento fingendo di
cooperare nei primi turni e poi defezionando a uno stadio più avanzato del gioco. Questa ipotesi può
essere derivata rigorosamente per via teorica (Kreps et al. 1982) e complica non poco le cose
introducendo di fatto due tipi di giocatori: (1) irrazionali, e (2) razionali che giocano in modo
strategico.

L’esperimento di Andreoni introduce due modifiche al gioco classico dei beni pubblici, che
permettono di controllare sia l’ipotesi dell’apprendimento che quella del comportamento strategico.
La prima variante consiste nel formare gruppi di due tipi: “Partners” che giocano sempre con le
stesse persone, e “Strangers” che invece cambiano gruppo a ogni turno. In un gruppo di Partners ha
senso giocare strategicamente per cercare di indurre gli altri a credere nella mia buona volontà di
cooperatore. Nei gruppi di Strangers invece costruirsi una reputazione non ha senso, e i giocatori
razionali dovrebbero sempre defezionare. Ma invece nell’esperimento di Andreoni gli Strangers non
contribuiscono significativamente meno dei Partners, un risultato che confuta i modelli di
comportamento strategico.

La seconda variante consiste in una semplice interruzione a metà del gioco. Sorprendentemente,
interrompere l’esperimento dopo qualche turno è sufficiente a far ritornare la contribuzione a livelli
analoghi a quelli di inizio partita. L’idea che il decadimento sia dovuto a un effetto di
apprendimento risulta dunque screditata: se di apprendimento si tratta, è davvero molto fragile,
visto che pochi minuti di pausa sono sufficienti a fare ricadere i soggetti nello stesso “errore”.

Andreoni ha cercato di spiegare il fenomeno della contribuzione nei giochi con beni pubblici
postulando l’esistenza di giocatori altruisti. Ha addirittura ipotizzato l’esistenza di diversi tipi di
altruismo, e ha cercato di distinguere fra di essi per mezzo di sofisticate tecniche sperimentali
(Andreoni 1995a). L’ipotesi dell’altruismo appare plausibile in quanto conferma alcune nostre
esperienze nella vita di tutti i giorni – aiuta a spiegare l’esistenza di istituzioni quali la Croce Rossa
che si reggono sul volontariato, o il fatto che moltissime persone contribuiscono alla ricerca contro
il cancro e altri progetti non-profit. Nel contesto dei giochi con beni pubblici, tuttavia, essa è
difficile da dimostrare in quanto i giocatori hanno un chiaro incentivo egoistico a cooperare – a
patto ovviamente che anche gli altri lo facciano. Nei debriefing (i questionari o interviste che spesso
vengono fatte dopo gli esperimenti) molti soggetti sfogano la propria frustrazione nei confronti dei
loro compagni di gruppo: “come fanno a non capire che cooperando avremmo potuto tutti
guadagnare più soldi?” Insomma, non esattamente la reazione che ci aspeteremmo da parte di un
altruista.

Un’ipotesi intrigante è che in realtà esistano giocatori di diverso tipo. Nella vita di tutti i giorni
sappiamo che ci sono egoisti, cooperativi, altruisti, e persone che mostrano tratti misti di tutte
queste personalità. Alcuni economisti hanno cercato di individuare diversi tipi di personalità per
mezzo di tecniche sofisticate tratte dalla psicologia sociale. Offermann et al. (1996) hanno mostrato
che è possibile sottoporre a un test psicologico (la “decomposed game technique”) i soggetti prima
di far loro giocare l’esperimento con beni pubblici, e che i risultati del test possono essere utilizzati
per predire con una certa accuratezza il loro livello medio di contribuzione. Fischbacher et al.
(2001) e Brandts e Schram (2001) hanno mostrato che altre tecniche possono condurre a risultati
simili.

Se diversi giocatori giocano in modo diverso, forse il fenomeno del decadimento della
contribuzione è un effetto combinato di molti atteggiamenti individuali. Trovandosi in gruppo con

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dei free riders, dei giocatori che vorrebbero cooperare invece defezionano per “reciprocare” il
comportamento ostile. Se si potessero isolare i free riders dagli altri giocatori, si potrebbe forse
osservare un livello di contribuzione stabilmente basso in alcuni gruppi, costantemente alto in altri –
“disaggregando” così il fenomeno del decadimento della contribuzione. Burlando e Guala (2002)
hanno creato sperimentalmente gruppi omogenei di free riders, di reciprocatori, e di altruisti, e
hanno in effetti osservato livelli di contribuzione molto diversi nei tre gruppi, a conferma
dell’ipotesi degli “agenti eterogenei”.

Norme di equità (fairness) e reciprocazione sembrano giocare un ruolo importante anche in un’altra
classe di esperimenti, dedicati allo studio della contrattazione. Ancora una volta la teoria dei giochi
costituisce storicamente il punto di partenza di questo genere di ricerca. Il più semplice modello di
contrattazione è probabilmente il cosiddetto “gioco dell’ultimatum”, un gioco sequenziale a due
giocatori nel quale il primo giocatore (“Uno”) offre al secondo (“Due”) la divisione di una somma x
in due parti (k, x – k). Se Due accetta la divisione, ognuno si porta a casa quanto proposto da Uno.
Altrimenti, se Due rifiuta, nessuno dei giocatori guadagna nulla (0, 0). Il gioco dell’ultimatum
riproduce alcune caratteristiche essenziali dello scambio di mercato. Secondo la teoria neoclassica,
uno scambio di mercato produce benessere, nel senso che entrambe le parti preferiscono scambiare i
propri beni piuttosto che mantenere lo status quo. Banalmente: tutte le mattine preferisco privarmi
di 90 centesimi e ottenere una copia del mio giornale preferito, mentre il giornalaio preferisce
privarsi di una copia in cambio dei miei 90 centesimi. L’utilità di entrambi è aumentata dopo lo
scambio, che dunque genera una situazione Pareto-superiore a quella esistente prima dello scambio.

Tuttavia, il giornalaio mi avrebbe forse venduto il giornale anche per meno di 90 centesimi. Forse
avrebbe ottenuto un profitto anche se io lo avessi pagato 80, e io avrei potuto avere
contemporaneamente il giornale e 10 centesimi in più nelle mie tasche. Ed entrambi ci avremmo
ancora guadagnato, nel senso che entrambi avremmo preferito scambiare a un prezzo inferiore
piuttosto che non scambiare per nulla. Tuttavia quando un bene ha un prezzo fisso la contrattazione
assume la forma di un’offerta del genere “prendere o lasciare”. In tali circostanze il venditore (il
giocatore Uno) ha interesse ad alzare il prezzo al massimo, ovvero a offrire una divisione della torta
(il “surplus” di utilità generato dallo scambio) che garantisca il massimo di guadagno a se stesso, e
il minimo al compratore (giocatore Due). In gergo, il gioco dell’ultimatum ha un solo equilibrio di
Nash, dove Uno offre a Due una quantità x – k = ε positiva ma il più vicino possibile allo zero. Due
accetta in quanto ε è comunque superiore a zero e quindi non gli conviene rifiutare l’offerta.
Tuttavia qualsiasi offerta fra 0 + ε e x – ε è Pareto efficiente.

Gli esperimenti con il gioco dell’ultimatum hanno fin da subito generato risultati anomali rispetto
alla teoria. Guth, Schmittberger e Schwartz (1982) riportano offerte inferiori al 70% della somma da
dividere (x), dunque lontane dalla predizione teorica k = x – ε, e numerosi casi di rifiuto di offerte
positive da parte del giocatore Due. Questo risultato solleva due questioni interessanti: primo,
bisogna trovare una spiegazione del perché i soggetti non giochino l’equilibrio di Nash; secondo,
occorre spiegare perché molte coppie di giocatori si coordinano su divisioni fra (50%, 50%) e (70%,
30%). Guth (1988) propende per una spiegazione basata sull’esistenza di norme sociali che fungono
da “punti focali”, ovvero identificano un livello di offerta che l’altro giocatore dovrebbe trovare
“equo” o “ragionevole”. Un’offerta esageratamente iniqua in favore di Uno potrebbe infatti portare
Due a sentirsi vittima di un’ingiustizia e dunque a rifiutare l’offerta rinunciando a parte del proprio
guadagno. La scelta di offrire fra il 30 e il 50% al secondo giocatore potrebbe dipendere
dall’interazione fra considerazioni di “pura giustizia” e il tentativo strategico di sfruttare in parte la
propria posizione di potere.

Altri economisti propendono per un’interpretazione diversa, che salva almeno in parte l’analisi
teorica standard. Binmore, Shaked e Sutton (1985) per esempio suggeriscono che molti rifiuti siano
da imputare al basso costo, ovvero al fatto che quando x – k si avvicina a zero la differenza fra

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accettare e rifiutare diventa insignificante dal punto di vista economico. In un esperimento molto
dibattuto e metodologicamente discutibile (nelle istruzioni i soggetti erano esplicitamente invitati a
massimizzare i propri payoffs) Binmore et al. testano un modello di gioco dell’ultimatum ripetuto
due volte, nel quale i giocatori si scambiano i ruoli, con un equilibrio di Nash k = x × 0,75. Con
questo disegno sperimentale, i soggetti sembrano “imparare” nella seconda fase del gioco a
convergere sull’equilibrio. Il problema però, come notato per esempio da Guth e Tiez (1988), è che
l’equilibrio di Nash in questo caso è troppo prossimo alla divisione equa osservata nei precedenti
esperimenti per poter discriminare fra le due ipotesi (comportamento egoistico e razionale piuttosto
che dettato da norme sociali). Nello stesso tipo di esperimento, quando l’equilibrio viene spostato
verso k = x × 0,90 si osservano significative deviazioni verso offerte del 60-75%.

Anche l’idea che i rifiuti di offerte “inique” siano dovuti alla scarsa rilevanza degli incentivi
monetari è stata screditata da successivi esperimenti. Mentre gli esperimenti condotti negli Usa e in
Europa tendono ad avere bassi payoff per ovvie ragioni finanziarie, è possibile replicare i risultati in
paesi dove allo stesso valore nominale corrisponde un incentivo molto alto in termini reale.
Cameron (1999) per esempio non ha trovato nessuna differenza in esperimenti di ultimatum one
shot condotti in Indonesia (la ripetizione sembra invece avere qualche importanza, vedi Slonim e
Roth 1998).

Gli esperimenti “transculturali” sollevano anche un altro tipo di questione, ovvero la robustezza dei
risultati ottenuti nei paesi occidentali. Se le norme sociali hanno davvero importanza, il
comportamento dei soggetti sperimentali potrebbe variare considerevolmente a seconda delle
concezioni di equità e giustizia prevalenti in diversi contesti culturali. Nel capitolo 10
(“Contrattazione di mercato a Gerusalemme, Lubiana, Tokio e Pittsburgh: uno studio
sperimentale”) Alvin Roth, Vesna Prasnikar, Masahiro Okuno-Fusiwara e Shmuel Zamir riportano i
risultati di un esperimento replicato in quattro paesi diversi. Si tratta di un esperimento articolato in
due fasi. Nella prima fase un venditore si trova alle prese con nove compratori, che propongono
varie divisioni di una somma fissa (x = 10 dollari). Se il venditore accetta l’offerta di un
compratore, i dieci dollari vengono suddivisi come proposto dal compratore e tutti gli altri giocatori
guadagnano zero. Se il venditore rifiuta tutte le offerte, nessuno guadagna nulla. La teoria standard
prevede che il venditore ottenga una fetta preponderante della “torta”, cosa che puntualmente si
verifica in tutti gli esperimenti, a prescindere dal contesto socio-culturale.

Nella seconda fase, invece, i soggetti partecipano a un gioco dell’ultimatum ripetuto dieci volte con
dieci diversi partners. I risultati di questa fase dell’esperimento sono radicalmente diversi: non
soltanto in generale il comportamento devia in modo significativo dalle predizioni della teoria, ma i
livelli di offerta e i rifiuti variano considerevolmente a seconda della nazionalità dei partecipanti.
Gli americani e gli slavi tendono a proporre una divisione equa (50%, 50%) più spesso di quanto
facciano i giapponesi e gli israeliani, che invece offrono più spesso soltanto il 40% al proprio
partner. Gli israeliani inoltre sembrano essere più inclini ad accettare divisioni inique di quanto lo
siano gli altri. Il dato più rilevante, in ogni caso, emerge confrontando i risultati delle due fasi
sperimentali. Nella prima fase la competizione fra i compratori spinge i partecipanti a comportarsi
come previsto dalla teoria, mentre nel gioco dell’ultimatum le norme culturali di equità influenzano
in modo molto più significativo i risultati sperimentali. Ancora una volta, le circostanze nel quale le
contrattazioni hanno luogo, le regole e istituzioni che governano lo scambio sembrano determinare
in modo cruciale il comportamento individuale. Da una parte, l’ipotesi che gli esseri umani siano
sempre, in ogni circostanza massimizzatori razionali della propria utiltà, e che quest’ultima dipenda
soltanto dal reddito, risulta pesantemente screditata dai dati sperimentali. Dall’altra, l’analisi
neoclassica risulta fortemente corroborata dagli esperimenti condotti nelle circostanze istituzionali
“giuste”.

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2.4. Teoria ed esperimento

Abbiamo detto che il carattere distintivo dell’economia sperimentale è di tipo metodologico,


piuttosto che teorico. Ma quale metodo? Il vantaggio fondamentale della sperimentazione
controllata rispetto alla ricerca empirica sul campo consiste nella possibilità di variare a piacere le
condizioni sperimentali e di intervenire manipolando le variabili principali, per scoprire “cosa
succede se…” si verifica un certo evento. Si tratta di una definizione di metodo sperimentale tanto
vaga quanto condivisa. I problemi sorgono non appena cerchiamo di renderla più precisa e rigorosa.

Nei loro articoli esplicitamente metodologici alcuni economisti sperimentali insistono


sull’importanza del controllo della teoria. Charles Plott, in particolare, sostiene che la rivoluzione
metodologica dell’economia sperimentale consiste nell’aver spostato l’attenzione dallo studio dei
fenomeni economici nel “mondo reale” al controllo dei modelli teorici:

Gli esperimenti non venivano presi sul serio poiché in quanto simulazioni essi risultavano incompleti […]. Una volta
che i modelli, invece delle economie, furono spostati al centro della ricerca la semplicità di un esperimento e forse
perfino l’assenza delle caratteristiche di economie più complesse divenne un vantaggio. Un esperimento dovrebbe
essere giudicato in base a ciò che insegna riguardo alla teoria, e non in base alla somiglianza con ciò che la natura può
aver creato (Plott 1991, p.906).

Questo atteggiamento presenta innegabili vantaggi retorici e disinnesca una mina piazzata sotto il
nascente edificio dell’economia sperimentale. Nella misura in cui gli esperimenti si configurano
come controlli delle teorie – argomenta Plott – l’obiezione circa l’irrealismo e il particolarismo dei
risultati di laboratorio viene a cadere sui modelli piuttosto che sugli esperimenti. Non è inoltre da
trascurare il fatto che l’economia è una disciplina dominata da una forte componente teorica e
quindi “l’insegnare qualcosa sulla teoria” è percepito come un obbiettivo di per sé degno.

Ma nonostante l’efficace difesa di Plott, l’affermazione che l’economia sperimentale sia


principalmente volta al controllo delle teorie economiche è fuorviante. Essa è per giunta nefasta, in
quanto suggerisce erroneamente che per effettuare un buon esperimento sia sufficiente prendere un
modello, fare in modo che le assunzioni teoriche e le condizioni iniziali siano realizzate in
laboratorio, e quindi osservare se le predizioni del modello sono confermate dai dati sperimentali. In
realtà il contesto sperimentale non è mai così preciso e netto. Sia negli esperimenti di mercato
inaugurati da Vernon Smith che negli esperimenti sui beni pubblici (si vedano anche i capitoli 3 e
9), per esempio, è vero che per certi versi la teoria economica ha fornito uno stimolo cruciale alla
sperimentazione. (Nel primo caso, la teoria descriveva in modo poco convincente il funzionamento
delle istituzioni che coordinano le scelte degli individui e la determinazione del prezzo di equilibrio;
nel secondo caso, la teoria forniva una predizione - il fenomeno del free riding - che cozza con le
nostre intuizioni e con la nostra esperienza nella vita di tutti i giorni.)

Ma, per altri versi, la teoria gioca un ruolo molto più limitato di quanto possa apparire a una analisi
superficiale. Nel caso degli esperimenti di mercato, per esempio, la teoria non è sempre in grado di
fornire precise predizioni riguardo agli effetti dell’utilizzo di un sistema di regole piuttosto che di
un altro. E ancora, nel caso degli esperimenti con beni pubblici la teoria suggerisce le caratteristiche
principali del disegno sperimentale, ma una volta stabilito che non è in grado di spiegare fenomeni
quali la contribuzione e il suo progressivo decadimento nei giochi ripetuti, lo sperimentatore è
lasciato a se stesso nel difficile tentativo di scoprire le cause di questi fenomeni. E’ pertanto più
accurato descrivere gli esperimenti con beni pubblici come il controllo sistematico di una serie di
ipotesi “extra-teoriche” – suggerite dal senso comune, da fenomeni del mondo reale, o
dall’esperienza dello sperimentatore – che come tentativi di controllare in laboratorio le predizioni
di una teoria.

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Più precisamente, il nucleo metodologico dell’economia sperimentale consiste nel cosiddetto


modello dell’esperimento perfettamente controllato (Tavola 2.3). Il controllo sperimentale consiste
nella possibilità di variare un fattore alla volta fra tutti i fattori potenzialmente rilevanti per la
creazione di un certo effetto o per il funzionamento di un certo sistema (un’economia per esempio),
tenendo gli altri fattori e le condizioni di sfondo costanti. Nella Tavola 2.2 abbiamo rappresentato
con la variabile X il fattore principale e con Y il suo effetto. I Ki sono altri fattori e condizioni di
sfondo potenzialmente rilevanti che vengono per l’appunto controllati nell’esperimento, in modo da
poter misurare l’effetto (Y2 – Y1 ) di X quando esso agisce “in isolamento” e confrontarlo con quanto
accade in un sistema sperimentale nel quale il trattamento non è stato somministrato (Y4 – Y3 ).

Trattamento Altri fattori (Ki)


Gruppo sperimentale Y1 X Y2 Constanti
Gruppo di controllo Y3 Y4 Constanti

Tavola 2.3

Il modello dell’esperimento perfettamente controllato è centrale non soltanto in economia ma in


tutte le scienze che fanno uso del metodo sperimentale. Talvolta la sua rilevanza viene oscurata dal
fatto che un singolo esperimento non presenta la struttura dell’esperimento perfettamente
controllato – per esempio perché non ci sono due gruppi di soggetti distinti (sperimentale e di
controllo). Ma si tratta più che altro di un’illusione ottica nella quale cadiamo allorché non
consideriamo l’esperimento nel contesto generale del programma di ricerca a cui esso appartiene.
Se un particolare effetto (la contribuzione nei beni pubblici per esempio) è stato osservato in un
certo contesto (per esempio con studenti universitari americani), alcuni ricercatori potrebbero
chiedersi se quel particolare fattore (la nazionalità e dunque l’appartenenza culturale dei soggetti)
sia rilevante per il fenomeno in questione. Essi possono dunque effettuare un esperimento con
studenti universitari italiani, e vedere se ci sono differenze rilevanti fra le due situazioni
sperimentali, mantenendo il resto del disegno sperimentale identico. In un caso del genere, il
“gruppo di controllo” è dato automaticamente dal primo esperimento (quello americano) con il
quale si confrontano i risultati. Il gruppo di controllo c’è sempre, anche se magari non è esplicitato.

Il confronto fra situazioni diverse è cruciale per un semplice motivo: soltanto confrontando cosa
succede quando manipoliamo X con ciò che accade quando non lo manipoliamo, possiamo scoprire
se X è una causa dell’effetto Y – o in altre parole se le variabili X e Y sono legate da una relazione
causale. Si noti che le due situazioni da confrontare devono essere diverse ma non troppo. Si tratta
di una procedura del tutto in linea col senso comune: se vogliamo scoprire la causa di un
cortocircuito in cucina, dovremo staccare tutti gli elettrodomestici, e poi accenderli uno a uno
lasciando tutti gli altri spenti. Se invece li accendiamo tutti insieme, quando salta la luce non
sapremo se la causa del cortocircuito sia il tostapane o il frigorifero o il frullatore, ecc. perché
stiamo confrontando due situazioni troppo diverse: una nel quale il tostapane e tutti gli altri
elettrodomestici sono spenti, rispetto a una nel quale il tostapane e tutti gli atri elettrodomestici sono
accesi.

Per essere certi che il tostapane sia davvero responsabile del cortocircuito, dobbiamo essere certi
che nessun altra condizione rilevante venga modificata quando lo accendiamo. Questa fiducia ci
viene per esempio dal fatto che la cucina è un sistema “chiuso” o almeno “isolabile”, nel senso che
possiamo fare in modo che nessuno si intrometta facendo confusione mentre stiamo lavorando. Lo
stesso accade in laboratorio, dove a differenza che nel mondo reale possiamo isolare la nostra
microeconomia dai disturbi del mondo esterno. Il che, ovviamente, non è possibile con le economie
reali, sistemi “aperti” in continua evoluzione e sottoposti a mille influenze di tipo sociale, politico,
naturale, ecc.

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Da dove viene dunque la lista dei fattori Ki da controllare nel corso di un esperimento? In parte
dalla teoria economica, la quale identifica alcuni fattori che possono essere importanti per il
fenomeno che si intende investigare. In questo modo essa suggerisce allo sperimentatore alcuni
aspetti importanti del disegno sperimentale. Ma essa non è in grado di determinare tutti i dettagli di
un esperimento, per almeno due motivi. In primo luogo, i modelli teorici in economia (ma anche
nelle altre scienze) includono numerose assunzioni idealizzate che non devono essere interpretate
alla lettera. La teoria newtoniana per esempio postula l’esistenza di punti-massa senza dimensioni,
ma si tratta di un’idealizzazione a scopi puramente matematico-formali. In economia abbiamo
assunzioni quali il numero infinito di agenti sul mercato, la conoscenza perfetta, ecc. che non ci si
aspetta di vedere realizzate esattamente nel mondo reale. Ma la teoria stessa non fornisce una guida
precisa all’interpretazione delle idealizzazioni.

Il secondo motivo riguarda invece le astrazioni della teoria, ovvero gli aspetti della realtà che
vengono ignorati nei modelli per ragioni di semplicità o trattabilità. Spesso questo aspetto viene
sottolineato specificando che un certo risultato teorico è valido soltanto ceteris paribus, ovvero in
condizioni simili a quelli di un modello dove certi fattori non specificati sono assenti o mantenuti
artificialmente “stabili”. Il punto rilevante è che la clausola ceteris paribus serve a includere in un
colpo solo una lista molto lunga di fattori, alcuni dei quali non sono neppure formalizzabili nei
termini della teoria, altri magari neppure conosciuti. In un esperimento può capitare che gli
economisti siano interessati proprio a controllare se alcuni di questi fattori “extrateorici” siano
importanti o meno, e ovviamente la teoria non ci può aiutare in questo compito. L’intuito dello
sperimentatore e la sua esperienza sono cruciali nel disegnare un buon esperimento.

Il modello dell’esperimento controllato definisce dunque le condizioni ideali per la scoperta di


relazioni causali. Questa aspetto cruciale è spesso oscurato nelle descrizioni dell’economia
sperimentale che danno troppa enfasi al controllo delle teorie. Derivare una predizione da una teoria
e osservare se la predizione viene confermata oppure smentita dai dati non è di grande utilità se allo
stesso tempo se ci facciamo un’idea del perché la teoria prevede quel tipo di fenomeno. Gli
esperimenti controllati promettono di confrontarsi con questo tipo di problema investigando
l’effetto di diversi fattori presi singolarmente fra quelli indicati dalla teoria, ma anche fra quelli che
la teoria non è in grado di modellare e che vengono relegati nelle clausole ceteris paribus.

Anche in questo caso, come già abbiamo avuto modo di notare, l’influente metodologia di Milton
Friedman (1953), con il suo accento sulle predizioni come mezzo per controllare le teorie, ha
esercitato un’influenza negativa sugli economisti e non li ha guidati nella migliore direzione per
comprendere i vantaggi della sperimentazione controllata. Prevedere accuratamente non è l’unico
scopo della scienza economica. Gli economisti sono un po’ come medici che non si accontentano di
prevedere un’epidemia ma vogliono anche dirci come prevenirla o curarla. L’economia serve anche
(soprattutto, forse) a intervenire, suggerendo l’efficacia di determinate politiche economiche. E
l’intervento richiede non soltanto capacità predittive. Gli economisti sperimentali non si limitano a
considerare le teorie economiche “come se” descrivessero realisticamente i meccanismi del mondo
reale; essi cercano anche di capire quali meccanismi o fattori sono effettivamente operanti da un
punto di vista causale.

L’attenzione per l’intervento e non solo per la rappresentazione (teorica) accomuna in modo
innovativo economisti sperimentali ed economisti cognitivi. Abbiamo già detto dell’importanza che
gli economisti cognitivi ripongono nelle tecniche di debiasing e nella connessa ricerca di teorie
“prescrittive” della decisione. Inoltre il rifiuto del predittivismo strumentalista è alla radice di
entrambi i programmi di ricerca. Dopotutto, modelli lineari anche molto banali, con poche e
semplici variabili scelte con un po’ di attenzione sono in grado di prevedere con discreto successo
in varie circostanze (Dawes 1979). Non diversamente, per intenderci, da come un cacciavite può
essere usato in certe situazioni anche per tagliare il pane. Ma in altre circostanze (se il pane è molto

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friabile oppure se dobbiamo tagliare fette molto sottili) il cacciavite risulterà inadeguato. In casi del
genere è importante sapere perché uno strumento non funziona bene, e questo è possibile soltanto se
siamo in grado di comprendere gli aspetti reali del problema da risolvere. Fuor di metafora, per
modificare i modelli irrealistici dell’economia quando essi cessano di prevedere in modo accurato è
necessario comprendere i meccanismi (cognitivi) della scelta e i meccanismi (istituzionali) di
allocazione dei mercati reali. La classica obiezione avanzata dai seguaci di Friedman è che nessun
modello scientifico può essere del tutto realistico. Questo è vero, ma alcuni generi di irrealisticità
sono innocui, altri no. E per saperlo non ci resta che essere realisti riguardo ai nessi causali, le
relazioni che ci permettono di intervenire per migliorare in mondo in cui viviamo (costruendo
magari buoni coltelli – coltellini svizzeri!).

2.5 L’ingegneria economica

Ricapitolando: la critica principale che viene rivolta all’economia sperimentale è che gli esperimenti
hanno luogo in condizioni particolari e irrealistiche, molto diverse dalle economie reali alle quali in
ultima analisi ci si propone di trasferire i risultati di laboratorio. La via d’uscita suggerita da Plott e
altri consisteva nel deviare la critica dall’irrealisticità degli esperimenti all’irrealisticità dei modelli.
(Dopotutto, se questi ultimi sono troppo astratti o idealizzati non è certo colpa degli sperimentatori
– cfr. anche Smith 1982; Wilde 1980). Essa tuttavia non riesce a risolvere il problema – anzi, se mai
ne enfatizza l’importanza mostrando che il problema della trasferibilità (o “validità esterna”) degli
esperimenti dal laboratorio al mondo reale è molto più pressante e diffuso di quanto si pensi.

Si tratta di un problema avvertito da tutte quelle discipline come l’economia, la medicina e la


biologia, per esempio, che aspirano a risolvere problemi fuori dal laboratorio. Gli esperimenti
controllati sono un potente metodo di indagine per controllare ipotesi causali, ma si tratta di un
potere guadagnato a spese della generalità. Proprio in quanto diverso dal mondo reale, l’ambiente di
laboratorio risulta molto utile nello scoprire nessi causali. Ma più il laboratorio si differenzia dal
mondo reale, più sarà difficile generalizzare i risultati al di fuori di esso.

Il problema ovviamente non è limitato alle scienze mediche e sociali. In fisica i risultati
sperimentali trovano spesso applicazioni fuori dal laboratorio. Uno sguardo attento a tali
applicazioni tecnologiche, tuttavia, mostra che esse sono solitamente ottenute tanto “aggiustando” il
laboratorio allo scopo di replicare le condizioni del “mondo reale”, quanto manipolando
quest’ultimo in modo da assomigliare a un piccolo laboratorio. I raggi catodici che fanno funzionare
le nostre televisioni, per esempio, sono il prodotto di un meccanismo sofisticato che è stato prima
testato in laboratorio, poi stabilizzato in una fabbrica, e quindi rinchiuso in una scatola protettiva e
venduto nei negozi delle nostre città. Fuori dal loro ambiente protetto e standardizzato i raggi
catodici non potrebbero venire prodotti con facilità e affidabilità. Ovviamente la fisica è in grado di
prevedere anche il comportamento di sistemi “naturali”, ma si tratta per lo più di sistemi
naturalmente isolati da cause perturbanti, che si comportano in modo ripetitivo – come per esempio
il sistema solare. Quando si tratta di prevedere l’evoluzione di sistemi “aperti” anche le scienze
naturali si trovano in grande difficoltà (pensiamo ai problemi che devono affrontare i meteorologi).
Credere che i modelli che spiegano fenomeni di laboratorio si estendano anche a questi sistemi
complessi è un atto di fede scarsamente corroborato dall’evidenza empirica.

In generale, più ci si allontana dalle semplici formule dei fisici teorici, più aumenta di importanza la
conoscenza del contesto di applicazione del modello o teoria in questione. Facciamo un esempio: il
laser. Il laser è definito in base alla sua funzione: si tratta di una macchina capace di produrre una
radiazione altamente coerente, uno strumento dotato della capacità di “laseggiare”, per così dire
(lasing). (L’acronimo sta infatti per Light Amplified by Stimulated Emission of Radiation.) Secondo

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la definizione da manuale, la sua struttura può essere descritta a un alto livello di astrazione nel
modo seguente:

queste macchine hanno in comune un materiale attivo (per esempio un rubino) per convertire parte dell’energia in una
luce laser; e degli specchi, uno dei quali semi-trasparente, per fare in modo che il raggio attraversi il materiale attivo
molte volte e in questo modo diventi grandemente amplificato. (L. Allen and D.G.C. Jones, Principles of Gas Lasers,
New York: Plenum Press, 1967; citato in Cartwright, 1989, p. 216.

Nel descrivere la struttura astratta di un laser, gli autori hanno inserito tra parentesi degli esempi di
materiali che possono essere usati in concreto per costruire una macchina che “laseggia”. Ma
esistono in linea di principio altri modi e altri materiali per raggiungere lo stesso risultato (il
materiale attivo, per esempio, può essere un gas). Il punto è che per quanto ci si sforzi di fornire una
descrizione del processo di costruzione di un laser, il livello di dettaglio non sarà mai sufficiente a
guidare ogni mossa dello scienziato. Si tratta di un problema molto generale, che Nancy Cartwright
chiama “questione dell’astrazione materiale”:

Un fisico può predicare i principi secondo i quali un laser dovrebbe funzionare; ma soltanto gli ingegneri sanno come
estendere, correggere, modificare, o aggirare quei principi per adattarli ai diversi materiali che possono essere
assemblati per produrre un laser funzionante. I principi della fisica in qualche modo astraggono da tutte le
manifestazioni materiali del laser, per fornire una descrizione generale che è in qualche senso comune a tutte, ma non
letteralmente vera di alcuna di esse (1989, p. 211).

Questa difficoltà è connessa al carattere eminentemente ad hoc di gran parte dell’applicazione della
scienza. Ma poiché sono proprio le applicazioni tecnologiche (i laser, i radar, gli aerei e le navicelle
spaziali) a indurci a prendere sul serio le teorie che le hanno ispirate, non possiamo esimerci dal
confrontarci con esse e dall’esaminare più nei dettagli la relazione esistente fra teoria e
applicazione. Il punto è che le teorie sono sostenute epistemicamente anche dall’uso che ne
facciamo, ovvero dai successi tecnologici che esse consentono. Il progresso consiste nel saper fare,
nella capacità di creare nuovi fenomeni e di intervenire per modificare l’esistente. Il fatto per
esempio che i raggi laser possono venire usati per correggere la miopia, o per bucare la corazza di
un carro armato, suggerisce una profonda differenza fra la scienza e l’astrologia, le favole o la
critica letteraria. E’ la crescita cumulativa della conoscenza scientifica a livello tecnologico a
segnare la differenza principale fra scienze empiriche e altre discipline intellettuali.

Non diversamente dalle teoria della fisica, anche le teorie economiche hanno la forma di sistemi
assiomatici, ma in pratica non contengono informazioni sufficienti per legare il mondo delle idee
con quello dei fatti concreti. Come dei libri di cucina, le teorie sono costituite da una serie di esempi
(“esemplari” o “modelli”) che suggeriscono come come spiegare (e talvolta creare) fenomeni di un
certo tipo. Ma come le ricette di cucina, molto è lasciato all’immaginazione e alle capacità
individuali dello scienziato. Poche persone sono in grado di cucinare una buona Sacher torte,
specialmente se non hanno mai cucinato dolci in precedenza, e l’aiuto di una buona ricetta non
risolverà tutti i problemi che incontreranno nel corso della preparazione. Allo stesso modo, nessun
principiante è in grado di far funzionare uno strumento delicato o di replicare un esperimento sulla
base soltanto di un libretto di istruzioni o di un manuale. (Per questo motivo la trasmissione del
sapere scientifico è tanto di tipo linguistico quanto di tipo pratico e visivo. Quando uno scienziato
intende replicare un esperimento deve acquisire una serie di tecniche nuove, e il metodo migliore di
apprendimento consiste nel vedere e nel fare.)

Il problema del passaggio dalla scienza pura alla scienza applicata si articola in almeno due
passaggi: in primo luogo, si pone il problema della validità di un modello teorico in laboratorio,
ovvero in circostanze sperimentali “artificiali” create per controllare il modello stesso. Poi, si pone
il problema della trasferibilità del risultato sperimentale fuori dal laboratorio, nel “mondo reale” che
in ultima analisi intendiamo controllare, modificare o anche soltanto spiegare sulla base della nostra
conoscenza teorica e sperimentale. Gli scienziati sociali e gli psicologi sono soliti chiamare la prima

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questione “problema della validità interna dell’esperimento”, mentre las econda viene solitamente
identificata come problema della “validità esterna” o “ecologica”. Gli economisti utilizzano una
terminologia ancora diversa, e hanno coniato il termine “parallelismo” per riferirsi a quest’ultimo
problema (cfr. Smith 1982). Non esistono ricette semplici e universali per dimostrare la validità
esterna o parallelismo dei risultati sperimentali. Soltanto il lavoro e una buona dose di ingegnosità
da parte dei tecnici è in grado di trasformare un esperimento nella soluzione di un problema “reale”.
E una condizione necessaria per ottenere la trasferibilità è che l’economia “reale” non sia troppo
diversa dal sistema “importato” in laboratorio.

A questo proposito, nella quinta e ultima parte del libro abbiamo incluso due esempi di come un
risultato sperimentale possa aiutare nella comprensione e soluzione di un problema economico
“reale”. Entrambi gli articoli riportano esperimenti nel campo della teoria delle aste. Come abbiamo
avuto modo di osservare, la teoria delle aste si applica a sistemi economici relativamente semplici
presi in isolamento, e i mercati da essa studiati possono essere analizzati per mezzo di tecniche di
equilibrio parziale prescindendo dall’economia nella sua interezza.

Nel capitolo 11, “Maledizione del vincitore e informazione pubblica nelle aste a valore comune”,
John Kagel e Dan Levin si misurano con un problema concreto. Nel 1971 alcune compagnie
petrolifere avevano sostenuto di aver pagato al governo americano prezzi troppo alti per le
concessioni nel Golfo del Messico. Il problema, a loro avviso, era dovuto al sistema d’asta utilizzato
per vendere le concessioni, che li avrebbe indotti sistematicamente in errore nelle loro valutazioni.
Si tratta di un argomento difficilmente controllabile per mezzo di dati raccolti sul campo, in quanto
è difficile determinare il valore di una concessione nel lungo periodo, così come osservare le stime
soggettive di tale valore operate dalle aziende petrolifere. Kagel e Levin affrontano la questione per
mezzo di un ingegnoso esperimento nel quale i partecipanti si trovano a competere nell’acquisto di
un bene fittizio riguardo al valore del quale hanno ricevuto informazioni parziali e inaccurate.
Secondo l’analisi teorica standard, i compratori dovrebbero calibrare le proprie offerte
correggendole verso il basso. Se la propria stima è pessimistica, qualcuno più ottimista offrirà di
più. Ma allora è più probabile che compri chi opera un stima troppo ottimistica. In questo caso il
vincitore dell’asta pagherà troppo – il vincitore è “maledetto”.

Kagel e Levin mostrano che la “maledizione del vincitore” può essere prodotta in laboratorio, e
mettono in rilievo una serie di interessanti parallelismi fra i dati raccolti in laboratorio e l’evidenza
empirica raccolta sul campo. Ma il punto rilevante è che i dati raccolti sul campo assumono un
nuovo significato e possono essere utilizzati con molta più efficacia dopo che l’esperimento ha
mostrato l’esistenza del fenomeno della “maledizione” in vitro, rispetto a prima, quando cioè la
maledizione era solo una congettura poco plausibile.

In questo senso, gli esperimenti fungono da “mediatori” fra le ipotesi che noi formiamo a proposito
del mondo reale, e il mondo reale stesso. Anche i modelli teorici hanno una funzione simile, grazie
alla loro relativa semplicità e manipolabilità, ma gli esperimenti aggiungono a queste caratteristiche
quella di essere fatti “della stessa materia” dei sistemi del mondo reale (le economie) alle quali in
ultima analisi vanno applicati i risultati sperimentali. In breve, come rileva Vernon Smith, in
laboratorio “persone reali guadagnano denaro reale per prendere decisioni reali riguardo a questioni
astratte che sono tanto ‘reali’ quanto un’azione della General Motors” (Smith 1976, p. 275).

Kagel e Levin hanno replicato in laboratorio le caratteristiche essenziali del sistema d’aste utilizzato
per vendere concessioni petrolifere nel Golfo del Messico. Ma è possibile procedere anche in senso
inverso, replicando cioè nel mondo reale un sistema messo a punto in laboratorio. Questo tipo di
“ingegneria economica” sta assumendo un ruolo sempre più di rilievo – anche per via della
necessità di un numero crescente di governi di sostituire sistemi di allocazione inefficienti con
sistemi di mercato. Come mostrano i casi della Russia e di altre nazioni dell’ex blocco sovietico, la

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transizione verso sistemi di mercato è un processo estremamente delicato. L’esperienza insegna che
le ricette valide per tutti i gusti non esistono o comunque non funzionano, e che le riforme vanno
calibrate attentamente caso per caso.

Nel capitolo 12 (“Prototipi sperimentali: un’applicazione alle aste di PCS”), Charles Plott illustra
come l’economia sperimentale si sia rivelata fondamentale nel processo di riforma del mercato delle
telecomunicazioni che ha avuto luogo negli Stati Uniti nei primi anni Novanta. Prima delle riforme,
le frequenze-radio per telefonini e altri sistemi di comunicazione personale (Personal
Communication Systems, PCS) venivano concesse gratis dopo un processo burocratico attraverso il
quale i concorrenti dovevano dimostrare di poterle utilizzare al meglio. Questo processo, oltre a
essere poco trasparente e potenzialmente corruttibile, aveva il difetto di non generare nessun reddito
per lo Stato, proprietario di un bene scarso e molto richiesto come le frequenze. Quando negli Stati
Uniti la Federal Communication Commission decise di cominciare a vendere le frequenze al
miglior offerente, si pose il problema di come farlo. La teoria economica è qui impotente, in quanto
beni come le frequenze-radio (cosiddetti “beni complementari”) sono difficili da trattare
analiticamente. Numerosi consulenti lavorarono alla soluzione utilizzando modelli teorici
incompleti, ma anche esperimenti di laboratorio. Questi “prototipi” sperimentali servirono a guidare
gli scienziati nelle aree che la teoria lascia inesplorate, e poi ancora a controllare che le regole
messe a punto dalla Federal Communication Commission fossero effettivamente “robuste” e
affidabili – ovvero che il mercato non “collassasse” a causa di qualche problema tecnico imprevisto.

L’attenzione e la cura impiegate nella costruzione delle aste per PCS hanno portato i loro frutti,
come testimoniano per via indiretta i numerosi fallimenti di altri simili tentativi sia precedenti sia
successivi. Il caso dell’asta per telefonini della terza generazione organizzata in Italia nell’Ottobre
del 2000 rientra purtroppo fra questi ultimi. Avendo a disposizione cinque licenze, il governo
italiano decise di ammettere soltanto sei concorrenti, senza prevedere che uno di essi si sarebbe
ritirato dopo appena due turni dell’asta. Il risultato fu di concedere alle cinque multinazionali
rimaste in gara dei beni pubblici estremamente preziosi con uno sconto di circa il 60 % rispetto al
prezzo che avevano pagato in Gran Bretagna soltanto pochi mesi prima.

L’applicazione del metodo sperimentale alla soluzione di problemi delle economie “reali” sta
ancora muovendo i primi passi, ma fornisce già alcune importanti indicazioni. Innanzitutto, la
politica economica richiede un bagaglio di conoscenze derivate dallo studio accurato di un
problema nel suo contesto specifico. Inoltre, la teoria si rivela importante nel porre le giuste
domande e talvolta anche nel rispondere a esse; ma molto spesso ha bisogno di essere coadiuvata da
altre metodologie quali l’esperimento di laboratorio, le simulazioni, e i dati raccolti sul campo.
Come la teoria, ovviamente anche gli esperimenti non possono da soli fornire soluzioni a problemi
concreti. Per “esportare” i risultati al di fuori del laboratorio è necessario unire la ricerca
sperimentale con la ricerca empirica sul campo e con l’analisi teorica.

Siamo ancora lontani dal poter articolare una metodologia della scienza applicata esportabile in
diversi domini. Forse tale metodologia non esiste neppure, e la scienza applicata sarà sempre
caratterizzata da procedure ad hoc, inventate a seconda dei contesti. Ma la riflessione
epistemologica può almeno impedirci di cadere in errori di prospettiva. L’analisi teorica in
economia gode di un prestigio sproporzionato che non trova riscontro in nessun’altra disciplina
scientifica avanzata. Ansiosi di vedere riconosciuta la propria “scientificità”, gli economisti hanno
imitato le scienze più avanzate formalizzando rapidamente il proprio linguaggio, ma dimenticando
che il rigore formale conta poco o nulla se completamente divaricato dalla ricerca applicata.
Quando arriva il momento delle scelte di politica economica, parafrasando Herbert Simon, è
preferibile “avere vagamente ragione” che “esattamente torto”. La politica economica è troppo
spesso influenzata da modelli e ragionamenti puramente astratti e troppo distante dallo studio del
contesto particolare nel quale i problemi concreti sono collocati. L’economia cognitiva e

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l’economia sperimentale, per quanto programmi di ricerca ancora relativamente giovani,


promettono di ri-bilanciare il rapporto tra teoria ed evidenza. Anche grazie a esse, in un futuro non
troppo remoto l’economia assomiglierà un po’ di più alle scienze che “funzionano”.

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NOTE BIBLIOGRAFICHE E APPROFONDIMENTI

Sul sito web della The Royal Swedish Academy of Sciences (http://www.nobel.se/) è possibile trovare varie
informazioni riguardo al conferimento del premio Nobel, in particolare la motivazione ufficiale (“Advanced
information on the Prize in Economic Sciences 2002, 17 December 2002: “Foundations of Behavioral and Experimental
Economics: Daniel Kahneman and Vernon Smith”) insieme ai filmati e ai testi relativi alle Nobel Lectures di Kahneman
(2002) e Smith (2002b). Informazioni sulla storia dei premi Nobel in economia e in particolare a quelli conferiti a
Allais, Simon, Selten e Mc Fadden a cui si fa riferimento nel testo si trovano al seguente indirizzo
http://almaz.com/nobel/economics/economics.html.

I principali articoli di Kahneman e Tversky insieme ai molti lavori che hanno ispirato sono raccolti in tre volumi della
Cambridge University Press, di cui il primo del 1982, Judgment Under Uncertainty: Heuristics and Biases a cura di
Kahneman, Slovic e Tversky è ormai un classico – vedi inoltre Kahneman e Tversky (a cura di) (2000), e Gilovich,
Griffin, Kahneman (a cura di) (2001). Una rassegna completa e aggiornata di articoli che si collocano esplicitamente
all’interno del programma di ricerca dell’ecionomia cognitiva, corredata da una bibliografia pressoché esaustiva e da
un’utile introduzione, è in corso di pubblicazione: Camerer e Loewenstein, “Behavioral Economics: Past, Present, and
Future”, MIT Press. Ottime rassegne sulla fertile contaminazione tra economia e psicologia cognitiva con una
discussione dei risultati sperimentali più rilevanti sono da Rabin (1998) e (2001) e Mc Fadden (1999), vedi anche
Camerer (1995) per lo stesso argomento affrontato in riferimento alla teoria della decisione individuale, Shafir e
LeBoeuf (2002) in riferimento alla questione della razionalità tra teorie normative e descrittive, e Motterlini (2003) per
un punto di vista epistemologico. Articoli classici che hanno dato origine alla riflessione su questi temi si trovano in
Bell, Raiffa, Tversky (a cura di) (1988).

Le migliori rassegne dei risultati e delle tecniche utilizzate in economia sperimentale si trovano nell’Handbook of
Experimental Economics (Kagel e Roth, a cura di, 1995) e nell’Handbook of Experimental Economics Results (Plott e
Smith, a cura di, 2003). Fra i manuali, vedi Hey (1991), Davis e Holt (1993), e Friedman e Saunders (1994). Bergstrom
e Miller (1997) è invece un corso di microeconomia basato su semplici esperimenti da condurre in classe. Esistono
anche numerose risorse su internet; il migliore punto di partenza è sicuramente la pagina web di Alvin Roth a Harvard
(Roth 2003). Un’ottima bibliografia on-line è quella di Charles Holt (2000). Holt ha pubblicato anche diversi articoli sul
Journal of Economic Perspectives su come utilizzare gli esperimenti a fini pedagogici.

Fra le riviste scientifiche, dal 1998 Experimental Economics pubblica esclusivamente lavori di tipo sperimentale, ma
numerose pubblicazioni appaiono regolarmente su riviste di settore come Theory and Decision, Journal of Risk and
Uncertainty, Journal of Economic Behaviour and Organization, Journal of Public Economics. L’economia
sperimentale ormai è di casa anche in riviste “generaliste” come Economic Journal, American Economic Review,
Econometrica. Infine, esistono numerosissimi laboratori sperimentali, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa. Vernon
Smith si è recentemente spostato a George Mason University, ma il suo vecchio laboratorio all’Università dell’Arizona
resta fra i più attivi nel mondo. Altri importanti centri negli Stati Uniti sono a Caltech, Harvard, e Virginia. In Europa
vale la pena di citare i laboratori sperimentali alle università di Amsterdam, Bonn, di East Anglia (Norwich), e York. In
Italia il centro principale per l’economia computazionale e sperimentale è il CEEL dell’Università di Trento.

PARTE 1.

1.1 Comportamento razionale e comportamento reale


Per un’introduzione agile, sintetica ma non banale (soprattutto dal punto di vista filosofico) della teoria della scelta, dei
suoi paradossi normativi e delle violazioni empiriche, vedi Hargreaves-Heap et al. (1992). Il testo di riferimento
classico riguardo alla teoria della scelta razionale è Kreps (1978), mentre Gardenfors e Sahlin (a cura di, 1988) contiene
i principali contributi alla teoria normativa della decisione. Per una rassegna del dibattito più recente si vedano i
contributi al volume a cura di Arrow, Colomb atto, Perlman e Schmidt (1995). Per una prospettive storico-filosofica
sullo sviluppo della teoria della decisione sotto la pressione delle critiche descrittive, vedi Starmer (2000) e Guala
(2000b).

1.2 Giudizi e pregiudizi


Fischhoff (1988) e Dawes (1998) danno una prospettiva completa e metodologicamente sofisticata della ricerca sul
giudizio e la decisione umana da un punto di vista cognitivo. Hastie (2001) e Gilovich, Griffin D.W (2001) tracciano un
bilancio aggiornato dei trent’anni di ricerca discutendo i risultati conseguiti e i problemi aperti. Per una godibile e
veramente accessibile introduzione in lingua italiana a heuristics & biases vedi Piattelli Palmarini (1985). Plous (1993)
è un libro di testo introduttivo molto utilizzato nelle università americane. Per una prospettiva avanzata sugli stessi
argomenti e sui numerosi casi di giudizi sistematicamente irrazionali che commettiamo nella vita di tutti i giorni, vedi
Dawes (1988) e (2002). Gigerenzer (2002) discute varie violazioni del ragionamento probabilistico in ambito medico e
giuridico.

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In lingua italiana esistono ottimi ed esaurenti manuali Per la psicologia del ragionamento vedi Girotto (1994). Per la
psicologia della decisione e le decisioni degli esperti vedi rispettivamente Rumiati, Bonini (2001) e Rumiati, Bonini
(1996) che danno una chiara esposizione dei principali risultati mettendone in luce punti di forza e di debolezza
attraverso la discussione dei vari esperimenti che li hanno motivati.

Su questioni più specifiche citate nel testo come per esempio le violazione delle stime probabilistiche secondo la teoria
bayesiana, vedi Fischhoff, Beyth-Marom (1983), Bar Hillel (1990). Sulla confusione delle probabilità inverse vedi
Dawes, Mirels, Gold, Donahue (1993) e Doerthy et. al. (1979). Sulla fallacia della congiunzione, Tversky, Kahneman
(1983). In generale, nel contesto del giudizio umano, la tendenza in ambito di economia cognitiva consiste nel costruire
modelli che incorporino le violazioni sistematiche documentate sperimentalmente quando ve ne sono – altrimenti si
usano regole bayesiane (cfr. Camerer, Lowenstein, 2003, pp.12-13). Secondo Camerer e Loewenstein questo approccio
“quasi-bayesiano” diventerà presto il modo standard per trattare i risultati della psicologia cognitiva del giudizio.

1.3 Violazioni della teoria della scelta


Anand (1993) dedica un capitolo a ogni assioma della teoria della scelta e alle principali violazioni, e ne discute le
implicazioni epistemologiche per lo sviluppo di una teoria descrittiva e normativa. Il paradosso di Allais e le prime
violazioni del principio di indipendenza sono al centro dei due classici volumi CNRS (1953) e Allais, Hagen (a cura di,
1979). Sulla valenza normativa del principio di indipendenza vedi anche McClennen (1983), Hammond (1988) e
Machina (1989). La scoperta delle inversioni di preferenza è riportata in Lichtenstein e Slovic (1971) e (1973). Gli
economisti hanno mostrato grande scetticismo riguardo a questo fenomeno fin da subito. Sui principali tentativi (falliti)
di spiegare le inversioni come “artefatto” di laboratorio vedi Grether e Plott (1979), Reilly (1982), Holt (1986), Karni e
Safra (1986), Segal (1987), Loomes, Starmer e Sugden (1989, 1991), Starmer e Sugden (1991), Tversky, Slovic e
Kahneman (1990), Keller, Segal e Wang (1993). Slovic (1995) contiene una rassegna di questo dibattito, mentre
Hausman (1992) e Guala (2000b) lo discutono da un punto di vista epistemologico. Altri esperimenti riguardano invece
il dominio delle inversioni di preferenza (dove e quando si manifestano, e i fattori che ne prevengono l’occorrenza): cfr.
Berg et al (1985), Knez e Smith (1987), Chu e Chu (1990). La valenza normativa del principio di razionalità è discussa
a fondo in Mongin (2001).

1.4 Prospect Theory: genesi e principi cognitivi


La Prospect Theory è stata soggetta ad approfondimenti, miglioramenti e modifiche sotto la pressione dell’evidenza
empirica e la necessità di un maggiore rigore formale. Tversky e Kahneman (1992) hanno sviluppato una nuova
versione avanzata della Prospect Theory tenendo conto di pesi decisionali cumulativi invece che separabili e la hanno
estesa in nuovi contesti. Prelec (2000) descrive le principali proprietà empiriche della funzione dei pesi di ponderazione
e ne dà una fondazione assiomatica capace di renderne conto. Tversky e Cox (1995) estendono l’idea della non
linearità della scala delle probabilità dalle situazioni rischio (dove le probabilità associate ai possibili esiti sono note)
alle situazioni di incertezza (dove le probabilità associate ai possibili esiti sono sconosciute).

Esistono inoltre numerose alternative alla teoria dell’utilità attesa e alla Prospect Theory, note come “teorie
generalizzate dell’utilità attesa”. Le principali sono la Generalized Expected Utility Analysis di Mark Machina (1982,
1983), la Regret Theory di Loomes e Sugden (1982, 1984), e le già citate teorie di Quiggin (1983) e Yaari (1987).
Harless e Camerer (1994) e Hey e Orme (1994) confrontano il valore empirico delle varie teorie per mezzo di tecniche
econometriche (arrivando talvolta a conclusioni molto diverse). Starmer (2000) fornisce un’ottima rassegna.

1.5 Questioni di fatto questioni di diritto


Sulla questione normativo versus descrittivo e sulla questione della razionalità in filosofa e scienze cognitive vedi Stein
(1998) e Stich (1997). Sull’influente e perniciosa legittimazione metodologica dell’agente economico come agente
razionale di Friedman, vedi il suo classico (1953); la letteratura su questo articolo è sterminata, ma per gli scopi di
questa introduzione molto ben calibrate sono le critiche rivolte all’ipotesi “as if” di Egidi (1995).

Sulle tecniche di de-biasing e la loro efficacia (e sul tentativo di costruire una teoria prescrittiva della decisione che aiuti
le persone a prendere la ‘migliore’ decis ione nel loro stesso interesse) sono interessanti i lavori di Fischhoff (1992,
1996a, 19996b, 1999) che muovono dall’applicazione di tali tecniche sul campo. Larrick, Morgan, Nisbett (1990)
mostrano che gli studenti che seguono un corso di “analisi costi-benefici”diventano ‘più razionali’ nelle scelte della vita
quotidiana. In altri casi le cose non vanno altrettanto bene. Gli errori probabilistici e logici sembrano poco sensibili alla
“buona educazione” – cfr. Gigerenzer (2002). In generale, gli economisti tendono a sopravvalutare le capacità di
apprendimento dei soggetti in seguito all’esperienza ripetuta e dopo che questi sono diventati consapevoli di un errore.
Per gli psicologi invece è troppo ottimistico credere che la complessità del mondo che ci circonda offra molte occasioni
per imparare dai nostri errori – cfr. Einhorn (1986).

1.6 Il programma di ricerca dell’economia cognitiva


La letteratura sulla applicazione della metodologia dei programmi di ricerca di Imre Lakatos (1978) e dei suoi standard
di valutazione alla storia della scienza e all’economia in particolare è estesa. Qui ci limitiamo a segnalare de Marchi,
Blaug (a cura di) (1991) per alcuni significativi esempi, e Backhouse (1997) per un bilancio. Sul progetto

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epistemologico di Lakatos, punti di forza e limiti vedi Motterlini (2000). Sulla filosofia della scienza e l’economia vedi
Hausman (1992).

Intermezzo: Economia cognitiva ed economia sperimentale


Il volume a cura di Hogarth e Reder (1986) è sicuramente il punto di partenza più indicato. ) Sulla differenza fra metodo
sperimentale in economia e psicologia vedi anche Cox e Isaac (1986), Hogarth e Reder (a cura di, 1986), Smith
(1991b), Lowenstein (1999), Rabin (1998, 2001), Hertwig e Ortmann (2001) e il successivo dibattito su Behavioral and
Brain Sciences.

PARTE 2

2.1. L’economia entra in laboratorio


Una storia vera e propria dell’economia sperimentale deve ancora essere scritta. Smith (1992) e Roth (nell’introduzione
a Kagel e Roth, a cura di, 1995) forniscono una prospettiva “dall’interno” della disciplina, mentre gli storici Leonard
(1994) e Mirowski (2002) ricostruiscono il milieu culturale nel quale è nata l’economia sperimentale. I principali
articoli scientifici di Vernon Smith sono raccolti nei suoi Collected Papers (1991 e 2000); per la sua Nobel Lecture si
veda Smith (2002b). Fra i risultati più rilevanti delle ricerche sperimentali sulle istituzioni di mercato ricordiamo lo
studio comparato delle aste ascendenti (o “inglesi”), discendenti (“olandesi”), a busta chiusa con primo prezzo e a busta
chiusa con secondo prezzo (Coppinger, Smith e Titus 1980; Cox, Robertson e Smith 1982), in particolare la scoperta
che le equivalenze teoriche dimostrate da Vickrey (1961) non si manifestano in laboratorio. Per l’estensione degli
esperimenti ai mercati azionari cfr. Forsythe, Palfrey and Plott (1982); Smith, Suchanek e Williams (1988) riproducono
in condizioni controllate le “bolle” speculative che sembrano scoppiare di tanto in tanto nei mercati reali. Si vedano
anche gli studi di Holt, Langan e Villamil (1986) sul “potere di mercato”, ovvero la capacità da parte di alcuni venditori
o compratori di spostare il prezzo a loro favore; e quelli di Smith e altri sulla qualità dell’informazione fornita ai
soggetti sperimentali (Cox, Smith e Walker, 1984; Isaac e Walker, 1985).

2.2. Controllare le preferenze


Sul problema del controllo delle preferenze, cfr. Smith (1976, 1982, 1987) e Wilde (1980). Starmer (1999) discute
criticamente i precetti di Smith, mentre Harrison (1989) e il successivo dibattito sull’American Economic Review
costituiscono un buon esempio di discussione metodologica su un caso concreto di controllo sperimentale.
Sull’importanza degli incentivi si veda anche Smith e Walker (1993) e Harrison (1994).

2.3. Instituzioni, norme sociali e comportamento


Dawes e Thaler (1988) forniscono un’accessibile introduzione agli esperimenti con beni pubblici e dilemma del
prigioniero, mentre per una rassegna critica più ampia e aggiornata vedi Fehr e Fischbacher (2002). La letteratura
sperimentale sui beni pubblici è enorme, ma oltre ai lavori citati nel testo vale la pena segnalare Marwell e Ames
(1981), Isaac, Walker e Williams (1994), Andreoni (1995a 1995b), Keser (1996), Burlando e Hey (1997), Isaac e
Walker (1998). Sul gioco dell’ultimatum vedi l’introduzione di Thaler (1988), oltre a Guth (1988) e Ochs e Roth
(1989). Per il concetto di punto focale cfr. Schelling (1960), e Schelling (1957) per un’applicazione sperimentale. Sulle
variazioni trans-culturali vedi anche Henrich et al. (2001). Un setting interessante per lo studio dell’altruismo è il
cosiddetto “gioco del dittatore”, sostanzialmente un gioco dell’ultimatum dove il secondo giocatore non ha la possibilità
di rifiutare l’offerta del primo: cfr. Forsythe et al (1994) e Bolton, Katok e Zwick (1998).

2.4. Teoria ed esperimento


Sulla metodologia dell’economia sperimentale, oltre agli articoli citati nelle note alla sezione 2.2., vedi Smith (1989,
1994, 2002a), Plott (1991), Binmore (1999), Rubinstein (2001). La letteratura filosofica sugli esperimenti deve
moltissimo a Ian Hacking (1983, 1992). Nonostante numerosi tentativi di eliminarlo dal bagaglio metodologico delle
scienze, il concetto di causalità risulta irriducibile a nozioni più “rispettabili” come quella di correlazione statistica (cfr.
Cartwright 1989, e Hoover 2001). Sul nesso fra causalità, intervento ed esperimenti si veda in particolare Woodward
(2002). Procedure formali per scoprire relazioni di causa-effetto a partire da dati statistici e altre assunzioni di sfondo
sono state sviluppate da Spirtes, Glymour e Scheines (1993) e da Pearl (1999).

2.5. L’ingegneria economica


Il problema della validità esterna è discusso in Guala (1999). Su scienza teorica e applicata vedi anche Collins (1985) e
Cartwright (1999), mentre su modelli ed esemplari nella scienza cfr. il classico di Thomas Kuhn (1962). Vedi
Motterlini, Guala (2002) per la svolta “contestualista” e “localista” in epistemologia.
Per un’introduzione alla teoria delle aste vedi McAfee e McMillan (1987) o Milgrom (1989). Sulla maledizione del
vincitore si veda (oltre ai lavori citati nel testo) l’introduzione di Thaler (1988a), Capen et al. (1971), Kagel et al.
(1989), Hansen e Lott (1991), Lind e Plott (1991), Kagel e Levin (1991), Cox et al. (1999), Campbell et al. (1999).
Sull’ingegneristica economica in generale cfr. Miller (2002) e Roth (2002); sulle aste per le frequenze telefoniche vedi
Milgrom (1995), Cramton (1997), Guala (2001), Klemperer (2002a, 2002b).

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Infine, come anticipato, la scelta degli argomenti trattati in questo volume è stata necessariamente soggettiva. Vi sono
altre ricerche che occupano un posto di tutto riguardo nell’ambito della economia cognitiva e sperimentale di cui non ci
siamo potuti occupare per motivi di spazio. In particolare vale la pena citare la ricerca nelle seguenti aree: decisioni ed
emozioni – per cui vedi Slovic (2000), Loewenstein (1996) e Loewenstein e Lerner (in press); utilità e felicità - per cui
vedi Kahneman, Diener, Schwarz , (a cura di) (1999), Kahneman (1994) e (200); scelta intertemporale – per cui vedi
Loewenstein, Elster (a cura di) (1992), e behavioral game theory – per cui vedi Camerer (1990), behavioral finance –
per cui vedi Thaler (1993) e il capitolo di Shyam Sunder in Kagel e Roth (a cura di) (1995). La cosiddetta
“neuroeconomia”, ovvero il tentativo di fondare la teoria dei mercati sulle più recenti scoperte della neurofisiologia: cf.
McCabe et al. (2001), Camerer, Lowenstein e Prelec (manoscritto), e Smith (di prossima pubblicazione). Di grande
interesse sono anche i collegamenti fra economia sperimentale e computer science, in particolare per il disegno di
mercati “intelligenti”: cf. McCabe, Rassenti e Smith (1989, 1991).

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INTRODUZIONE ALLA BEHAVIORAL & EXPERIMENTAL ECONOMICS

Cap. 1: L’economia cognitiva e sperimentale di Francesco Guala e Matteo Motterlini

PARTE 1 ORIGINI: DECISIONI E MERCATI

Cap. 2: Prospect Theory: un’analisi della decisione in condizioni di rischio, di Daniel Kahneman e Amos Tversky
(“Prospect Theory: an Analysis of Decision Under Risk”, Econometrica 1979; anche in Kahneman Tversky (ed.) 1999
Choices, Values and Frames, Cambridge UP, pp. 17-43)

Cap. 3: Uno studio sperimentale della competizione di mercato, di Vernon Smith (“An experimental study of
competitive market behavior”, Journal of Political Economy 70, 1962, 111-137)

PARTE 2 GIUDIZIO, SCELTA E DECISIONE: ANOMALIE

Cap. 4: Anomalie: effetto dote, avversione alla perdita, e status quo, di Daniel Kahneman, Jack Knetsch e Richard
Thaler (“The endowment effect, loss aversion, and status quo bias” , Journal of Economic Perspectives 5, 1991; anche
in Kahneman, Tversky (ed.) 1999 Choices, Values and Frames, pp. 159-170)

Cap. 5: Inversioni di preferenza fra offerte e scelte nelle scommesse, di Sarah Lichtenstein e Paul Slovic (“Reversals of
Preference Between Bids and Choices in Gambling Decisions”, Journal of Experimental Psychology 89, 1971, pp. 46-
55)

Cap. 6: Scelta e ragioni, di Eldar Shafir, Itamar Simonson e Amos Tversky (“Reason-based choice”, Cognition 49,
1993; anche in Kahneman Tversky (ed.) 1999 Choices, Values and Frames, pp.597-619)

PARTE 3 GIUDIZIO, SCELTA E DECISIONE: APPLICAZIONI

Cap. 7: L’offerta di lavoro dei tassisti di New York: un giorno per volta, di Colin Camerer, Linda Babcock, George
Lowenstein e Richard Thaler (“Labor supply of New York taxi drivers: one day at a time”, Quarterly Journal of
Economics 112, 1997; anche in Kahneman Tversky (ed.) 1999 Choices, Values and Frames, pp. 356-370)

Cap. 8: Illusioni monetarie, di Eldar Shafir, Peter Diamond e Amos Tversky (“Money Illusion”, Quarterly Journal of
Economics 112, 1997; anche in Kahneman Tversky (ed.) 1999 Choices, Values and Frames, pp.335-355)

PARTE 4 COMPORTAMENTO STRATEGICO E PREFERENZE SOCIALI

Cap. 9: Le ragioni del free riding: strategie e apprendimento negli esperimenti coi beni pubblici, di James Andreoni
(“Why free ride? Strategies and learning in public goods experiments”, Journal of Public Economics 37, 1988, 291-
304)

Cap. 10: Contrattazioni di mercato a Gerusalemme, Lubiana, Tokio e Pittsburgh: uno studio sperimentale, di Alvin
Roth, Vesna Prasnikar, Masahiro Okuno-Fusiwara e Shmuel Zamir (“Bargaining in market behavior in Jerusalem,
Lubljana, Tokio and Pittsburgh. An experimental study”, American Economic Review 81, 1991, 1068-1095)

PARTE 5 ASTE E MERCATI

Cap. 11: Maledizione del vincitore e informazione pubblica nelle aste a valore comune, di John Kagel e Dan Levin
(“The winner's curse and public information in common value auctions”, American Economic Review 76, 1986, 894-
920)

Cap. 12: Prototipi sperimentali: applicazione alle aste per PCS, di Charles Plott (“Laboratory experimental testbeds:
application to the PCS auction”, Journal of Economics and Management Strategy 6, 1997, 605-638)
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