Sei sulla pagina 1di 42

FACCE (E CUORI) DI

SPORT
I protagonisti fra stadio, parquet e ring
descritti da Luciano De Majo

a cura di Mauro Zucchelli

IGOR PROTTI

Quel dieci va in bacheca


Tutto in una maglia, in un numero ormai magico, in un pomeriggio troppo corto
per racchiudere anni di storia. Fiumi di emozioni che continuano a scorrere, un
film lungo una vita. Lo stadio sar, ancora una volta, tutto per lui, almeno
prima dell'inizio della partita. Sar per il Principe Igor che ormai sta per
diventare re: per nessuno, prima di lui, il Livorno aveva pensato di ritirare una
maglia e di metterla sotto vetro, nella stanza pi importante, reale o virtuale,
della sede della societ. Ora che il momento arrivato non sembra vero,
perch a molti succeder di rimanere un po' colpiti nel vedere che questo
ragazzo di 38 anni sbucher dal sottopassaggio dell'Armando Picchi non in
maglietta e calzoncini ma con giacca e pantaloni, e magari pure la cravatta.
Ancora troppo recente il ricordo di quel gol, l'ultimo della sua straordinaria
carriera, che lo ha visto galleggiare in aria alla Pel per trafiggere Gigi Buffon,
nella partita che rappresent la doppia festa: la salvezza per il Livorno e lo
scudetto, l'ennesimo, per la Juve.
Coreografia. C' da giurarci che la Curva nord far lentamente calare la
maglia numero 10 in formato gigante prima dell'inizio della partita. O che
preparer uno striscione di quelli destinati a rimanere nella storia, proprio come
la maglia. Ma se cercate conferme ufficiali da qualcuno, sull'accoglienza che
l'accoppiata Protti-Spinelli ricever quando si presenter sull'erba dello stadio,
andreste poco lontano. Mai come questa volta il ventre caldo della Nord vuole
custodire il suo dolce segreto fino all'ultimo. Poi qualcosa succeder, come al
solito. E sar un qualcosa capace di suscitare emozioni profonde anche nel pi
insensibile dei cuori.

Ricordi. Il bello di una situazione come questa che ognuno delle migliaia di
tifosi amaranto che domenica saranno sugli spalti conserver dentro di s un
episodio, un ricordo, un particolare della lunga storia d'amore fra Igor Protti e la
Livorno del calcio. Ed un fatto che sfugge ad ogni regola, a qualsiasi
automatismo. Perch ci sar chi ricorder la mezza rovesciata del gol nel derby
con la Fiorentina, chi custodir come un tesoro il fotogramma del colpo di testa
imperiale, quasi dal limite dell'area, che re Igor sfoder all'Arena Garibaldi, nel
giorno in cui il Livorno vinse 3-1 il derby vero, quello con i nerazzurri del Pisa.
Altri ancora riterranno che la scena da immortalare veramente sia diversa da
un gol, e anche di quelle ce ne sono tante. Due su tutte: il ritorno del Livorno in
A con Protti e Maldini che guidano le squadre all'ingresso in campo al
Meazza, l'11 settembre 2004, oppure il passaggio di consegne: Igor che esce
dal campo, richiamato da Donadoni per la standing ovation al termine di
Livorno-Juve, e lui che prima di imboccare il sottopassaggio si prende cura di
sistemare per bene la fascia di capitano attorno al braccio di Cristiano Lucarelli.
Per essere sicuro che niente possa fargliela cadere.
Campione. Lui, il campione, attende con la serenit dei grandi. Non qualcosa
che capita tutti i giorni presentarsi sul terreno di uno stadio e ricevere dal
presidente di una societ la conferma che nessun altro giocatore del Livorno
indosser pi la maglia numero 10. Roba da far tremare i polsi a chiunque.
Tutto cos grande, tutto cos impensabile, eppure tutto cos meritato. Giusto
qualche giorno fa, mentre parlava ai futuri ragionieri dell'Istituto Vespucci, Igor
fu accolto da un coro spontaneo degli allievi della scuola livornese: Per tutto
quello che ci hai regalato, il numero 10 va ritirato. Devono averli ascoltati.
(9 dicembre 2005)

CRISTIANO LUCARELLI

Cristiano alla partita 200 in A


Qua la mano, caro mister 200, e grazie di tutto. Cristiano Lucarelli arriva oggi
al suo duecentesimo gettone di presenza in serie A. Oltre che con la maglia del
Livorno, al massimo campionato aveva partecipato con di Atalanta, Lecce e
Toro. Tocca un traguardo niente male per un calciatore, proprio nel giorno della
grande sfida con Toni.
Due cannonieri di razza uno accanto all'altro. Cristiano ha vinto il confronto
diretto lo scorso anno, realizzando quattro reti in pi del centravanti viola,
all'epoca ancora nel Palermo. 24 gol per Lucarelli, 20 per Toni. Un duello non
meno appassionante rispetto a quello dell'anno precedente, in serie B, quando
la spunt l'attaccante rosanero per un solo gol di differenza, 30 contro 29.
Furono i trascinatori delle loro squadre, entrambe in grado di centrare la
promozione in A e di regalare gioia a due citt che aspettavano da lunghissimi
anni questo momento. Un'altra vittoria di Lucarelli ai danni di Toni arrivata in
questo inizio di 2006, quando il capitano amaranto ha superato nettamente il
goleador viola nella classifica di sportivo toscano dell'anno 2005, il premio
messo in palio dalla Regione Toscana.
Descrivere Cristiano Lucarelli impresa facile e impossibile al tempo stesso.
Facile perch basta guardarlo in faccia per scoprire che uno che non ti
inganna mai e per il quale la parola data vale pi di mille contratti. Impossibile
perch ormai su di lui stato scritto tutto e in mille modi. Proprio nel giorno
della sua partenza da Livorno, Roberto Donadoni ha speso per lui parole

bellissime: E' uno capace di sobbarcarsi il peso di responsabilit anche non


sue, un ragazzo che per me stato importante conoscere.
Lo hanno messo in croce per questioni di carattere politico, perch nel calcio fa
maledettamente in essere moderati. Destra o sinistra non importa, ma
moderati s, questo quasi un obbligo.
Lui invece un generoso in ogni cosa che fa, che dice, che pensa. Come
quando si rivolto alle due ragazzine fuggite da casa offrendosi di riportarle ai
genitori. Appena dieci anni fa correva e segnava con la maglia del Cosenza, 15
reti in quel campionato di B che diventarono 18 l'anno dopo quando pass al
Padova e cominci la scalata al calcio che conta.. Eppure gi gustava la grande
festa che da queste parti gli avrebbe preparato la sua gente, il giorno che
finalmente fosse riuscito ad avverare il suo sogno e vestire l'amaranto.
Quando arriv qui, accolto da una folla festante nel parcheggio del centro
commerciale della Porta a terra, lanci una sorta di grido di guerra. E gi si
capiva che quel Livorno sarebbe andato lontano, a compiere imprese corsare
sotto la sua guida.
(12 febbraio 2006)

ROBERTO DONADONI

Donadoni, fabbrica di schemi


Cristiano un ragazzo intelligente e sensibile. Non che abbia dovuto fare
chiss che cosa per convincerlo a riprendere la fascia di capitano, bastato
parlarci e lui ha capito al volo. Credetemi: questo giocatore non mai stato
perso alla causa del Livorno. Roberto Donadoni non dribbla la domanda su
Cristiano Lucarelli. Sa che quella mezza rovesciata vincente dell'Euganeo
vale molto pi dei tre punti conquistati dal Livorno. Ed convinto anche che lo
stesso goleador possa fare di pi di quanto visto a Padova.
Analisi.L'appuntamento dell'analisi del match vinto contro il Treviso ripropone
un Donadoni estremamente riflessivo. Preoccupato, com' suo costume, di non
diffondere euforia eccessiva nel clan amaranto, cos come ha sempre cura di
non accentuare gli elementi di depressione quando le cose non vanno per il
verso giusto. Per me non cambiato proprio niente dopo queste due partite dice - e cos deve essere anche per i ragazzi: anche perch nelle prime due
giornate di campionato abbiamo messo insieme circa 90' fatti bene. Il nostro
obiettivo, ovviamente, fare di pi. Il fatto che queste due partite le abbiamo
vinte deve renderci sereni, deve darci la possibilit di lavorare con serenit. Ma
sia chiaro: tenendo i piedi ben piantati per terra e sapendo che non abbiamo
fatto ancora niente, il cammino ancora lunghissimo. Anzi, se c' un fatto che
mi conforta la convinzione che possiamo e dobbiamo migliorare.
L'anima.Ci che piaciuto di pi al tecnico del Livorno nella missione
felicemente compiuta a Padova stato lo spirito con cui la squadra ha
affrontato l'impegno. La squadra non ha mollato neppure oltre il 90', un
atteggiamento che si rivelato decisivo: Beh, s: se Cristiano non avesse

pressato il loro portiere su quel rinvio, Lazetic non avrebbe potuto recuperare
quel pallone e quel cross non ci sarebbe mai stato. Ecco perch dico che averci
creduto fino in fondo stato importante. Non che la partita l'abbiamo giocata
benissimo: primo tempo un po' sottoritmo, mentre nella ripresa siamo stati pi
brillanti di loro. Si visto un po' di gioco in pi, le gambe hanno indubbiamente
girato meglio. Penso che fisicamente fossimo meglio dei nostri avversari.
Coco-Prates.Sul duo Coco-Cesar Prates, la coppia degli ultimi arrivati eppure
subito impiegati a Padova, opinione chiara: hanno ancora da acquisire la
condizione migliore: Coco ha ancora grandi margini di recupero. E lo stesso
Cesar Prates credo che abbia un'autonomia non superiore a un tempo,
un'oretta di gioco al massimo.
Il modulo.Il discorso si sposta sul modulo di gioco, ma soprattutto sulle
possibilit di convivenza fra gli uomini a disposizione. Difficilmente, ad
esempio, per Donadoni possono essere schierati insieme Coco e Colucci,
viste le esigenze di copertura necessarie quando l'ex reggino si sgancia in
avanti.
Su Lazetic.Anche l'utilizzo di Lazetic per il tecnico amaranto deve essere
valutato con grande cura: Pensare di metterlo sulla fascia in un centrocampo
a cinque significherebbe rischiare di farlo spolmonare, privandoci magari del
suo spunto. Altro discorso , invece, schierarlo in una situazione differente, con
una difesa a quattro. Ma chiaro che qualsiasi modulo pu tornare a vantaggio
di qualche giocatore e a svantaggio di altri.
Fare meglio.Il pensiero sul ritorno di Cristiano Lucarelli capitano non si
esaurisce alla soddisfazione per la scelta del giocatore. N alla constatazione
che lui, Cristiano, possa fare meglio. La verit - conclude Donadoni - che
anche domenica stato determinante, ecco che cosa significa per noi Lucarelli.
Inoltre, questa una stagione fondamentale per la sua carriera: credo che
possa giocarsi alla pari di campioni come Vieri e come altri giocatori la chance
di guadagnarsi la convocazione azzurra per i Mondiali.
(14 settembre 2005)

MIGUEL VITULANO

E' morto Vitulano, bomber gentiluomo


Il grande cuore di Miguel Vitulano - malandato, affaticato, ma grande davvero ha cessato di battere. Miguel, l'eroe dei sogni di tanti ragazzini di trent'anni fa
appassionati di pallone e innamorati della maglia amaranto, non c' pi. Gli
stata fatale l'ultima corsa, a 58 anni non ancora compiuti. Quando rientrato a
casa e stava per fare la doccia ha detto alla moglie di sentirsi troppo stanco.
Erano i primi segni dell'infarto. Che non ha perdonato. E' passato pochissimo
tempo: la telefonata all'ambulanza, la corsa in ospedale, i disperati tentativi di
salvargli la vita. Hanno provato il massaggio cardiaco, pi d'una volta. Ma non
c' stato niente da fare. Vitulano morto poco dopo le 14.
Miguel Vitulano stato molto di pi di un attaccante capace di far gol, molto
pi di un calciatore, molto pi di un amico. E' stato un vero signore, di quelli
che si vedono sempre pi raramente in giro. Troppo bravo per poter circolare
ancora in un certo calcio, diceva Alberto Lazzerini, che ieri pomeriggio si
precipitato alla camera mortuaria dell'ospedale, dove in molti aspettavano,
insieme alla famiglia, che la salma fosse esposta. Hanno dovuto attendere
molto, perch il cuore di Miguel stato grande fino in fondo: la famiglia ha
autorizzato l'espianto delle cornee, che stato effettuato subito dopo il
decesso.
Fuori, la moglie di Miguel, la signora Susanna, insieme alle figlie Nadia e e
Caterina, in contatto con l'altra figlia Carina, che dal padre ha ereditato la
passione per il calcio e da anni fa l'arbitro ad alti livelli, ricevevano l'abbraccio
di amici e conoscenti. A Miguel, la figlia Nadia aveva regalato il quarto nipotino
proprio pochi giorni fa. Nicola nato gioved scorso. Mio padre era un po'
scosso, anche dopo le vicissitudini del parto di mia sorella. Aveva bisogno di
distendersi ed andato a correre - racconta Caterina - aveva ripreso anche a

giocare, dopo l'intervento che aveva avuto al cuore. Non ci credo ancora, non
giusto, non proprio giusto.... Quando aveva smesso di giocare, Vitulano
aveva cominciato a lavorare come informatore scientifico. Faceva il
rappresentante di medicinali: anche in quest'ambiente i suoi amici erano molti.
Come ai Pancaldi, dove d'estate c'era ancora la possibilit di vederlo giocare
nel gabbione. Determinato e gentile, come al solito: era impossibile non
volergli bene.
La sua passione vera - dice ancora Caterina - era il Livorno. A quella maglia e
a quella societ era attaccatissimo. Aveva a cuore soprattutto il rapporto con i
tifosi, con la gente "normale" che va allo stadio. Era a loro che teneva in modo
particolare. Ora spero soltanto che qualcuno gli porti una sciarpa amaranto.
Sono sicuro che l'avrebbe desiderato. La famiglia non chiede fiori ma
donazioni al reparto di cardiologia, dove Miguel si faceva curare. S, quando si
rendeva conto che non era pi un giovanotto andava dal dottore..., sorride per
un attimo Caterina, straziata dal dolore come tutti i suoi familiari. Anche lei fa il
tifo per il Livorno. Anche lei sa che dietro l'addio che suo padre ha dato al
Livorno qualche mese fa c' un trattamento che il bomber gentiluomo non
avrebbe meritato. E anche lei avr sentito un sacco di volte il racconto della
fiondata del 22 aprile 1979 che Miguel scagli nella rete del Pisa, all'Arena
Garibaldi.
Quel gol, segnato quattro anni prima che lei nascesse, lo fece entrare nel cuore
dei tifosi amaranto, che cantavano a squarciagola: Mamma mamma lo sai chi
c'... arrivato Vitulano, arrivato da lontano... per segnare tanti gol.... Lui
ascoltava e metteva in campo tutta la forza che aveva. E fuori, occupandosi del
settore giovanile, faceva attenzione a crescere ragazzi con la schiena dritta,
capaci di affrontare il calcio e la vita da persone perbene.
Miguel Vitulano, c' da esserne certi, la gente non lo dimenticher. Domani
mattina alle 10,30 la chiesa di Sant'Agostino sar piena di livornesi, per i
funerali. E ieri sera lo hanno ricordato anche a Pisa, con un minuto di silenzio
prima del match con la Salernitana, la squadra che nel 1976 lo cedette al
Livorno. L'onore delle armi. Era il minimo.
(24 febbraio 2009)

ALDO SPINELLI

K-way giallo contro maglione rosso


Fosse davvero una partita a scopone, fatta di mosse e contromosse, di calcoli e
di probabilit, le coppie sarebbero gi fatte: ogni presidente alleato col
condottiero scelto e messo sulla panchina alla guida della squadra. Invece, il
mazzo da quaranta carte rimarr chiuso nella scatola, almeno fino a domani
sera. Sampdoria e Livorno una di fronte all'altra , prima di tutto, Aldo Spinelli
che sfida Riccardo Garrone. Amici contro. Si ritrovano dopo la grande festa
amaranto del febbraio di un anno fa. Il Livorno soffiava su una torta da novanta
candeline e le spense tutte insieme grazie alla punizione di Cristiano Lucarelli,
che ingann la barriera calciando rasoterra e approfittando del fatto che i
doriani che la componevano decisero di saltare per contrastare la conclusione
alta. I due presidenti, prima dell'inizio del match, fecero insieme il giro della
pista che circonda il green dell'Armando Picchi.
Entrambi in uniforme: k-way giallo per Spinelli, maglione rosso per Garrone. A
ciascuno il suo portafortuna. Si conoscono da una vita, lo scopone per loro un
passatempo abituale: ormai sono diventati giocatori veri. Basta sentire ci che
dicono per averne una conferma: ognuno dei due assicura che lui a vincere di
solito. Piccole bugie da frequentatori del tavolo verde.
Stavolta salter un piccolo rituale: non ci sar un pranzo congiunto. Pare che
sia stato Garrone a non volerlo, visto che nell'ultima occasione port fortuna al
Livorno. Fu il documentario prodotto da Sky Controluce Livorno a svelare il

piccolo segreto di Spinelli, la sua ennesima scaramanzia: la scelta del solito grill
sull'autostrada A12, perfino quella del solito trancio di pizza. Ma si gioca a
Genova: sciu Aldo non dovr neppure imboccare l'autostrada per arrivare a
Marassi, che una volta considerava praticamente casa sua e che lo vedr
entrare da avversario. Lui, simbolo della genovesit rossoblu, quella che ha
impresso sul cuore il marchio del Grifone genoano, avr da vincere l'emozione
di rimettere piede nella tribuna d'onore del Ferraris, prima ancora di quella
tenzone tutta personale con Garrone.
Ma anche l'altra coppia promette scintille. Se fra i due presidenti il
denominatore comune lo spirito genovese, a unire Roberto Donadoni e Walter
Novellino il passato a strisce rossonere. Diciamolo subito: Donadoni ha
attraversato un'epoca assai pi felice della storia del Milan, fatto di scudetti e
di trionfi europei e mondiali. Per Monzon, che ha dieci anni pi dell'allenatore
amaranto, gli anni trascorsi a Milanello se ne sono andati all'insegna
dell'altalena. Quando arriv dal Perugia rivelazione di Castagner, Novellino
festeggi lo scudetto della stella, l'ultima stagione di Gianni Rivera in campo.
Poi venne lo scandalo del calcio-scommesse, che travolse il presidente Felice
Colombo e l'intera societ, retrocessa in B insieme alla Lazio. L'attuale tecnico
della Samp rimase a Milano e vinse il campionato cadetto, ma poi non
resistette alla seconda retrocessione del Milan, stavolta non decretata dagli
organi federali ma maturata sul campo. Salut la compagnia e part per Ascoli.
Mancavano ancora quattro o cinque anni all'avvento di Berlusconi, che avrebbe
portato il Milan sul tetto del mondo. E Donadoni era ancora un ragazzo che si
divideva fra il settore giovanile e la prima squadra dell'Atalanta.
Non che fra i due ci sia lo stesso rapporto che corre fra Spinelli e Garrone.
Sono due tecnici abili ed emergenti. Destinati, cos dicono gli osservatori del
pallone, ad assumere la guida di un team prestigioso nel giro di poche stagioni.
Ci arriver per primo chi dimostrer di saper pilotare pi in alto possibile le
squadre che dirigono nella stagione attuale. Ed anche questa una sfida della
sfida.
(7 gennaio 2006)

GIANFRANCO
BENVENUTI

Aveva la Libertas nel sangue


Gianfranco Benvenuti, Cacco per gli amici, ovvero per tutti quelli che lo
conoscono, non certo un uomo qualsiasi nel basket livornese. Allenatore
benemerito d'eccellenza, il vero spirito guida dei tecnici di pallacanestro della
nostra citt. Anche per lui Renato Quaglierini era una persona speciale. Un
uomo perbene che aveva saputo farsi strada nel lavoro - ricorda Benvenuti ma anche una persona gradevolissima, in compagnia della quale si stava molto
bene.
La mente di Benvenuti va agli anni in cui lui sedeva sulla panchina della
Libertas e Renato era solito accompagnarlo, magari il sabato sera, sul campo
della squadra avversaria della settimana successiva. Era sempre lui che si
offriva - racconta il decano degli allenatori di basket - perch sapeva che mi
avrebbe fatto piacere magari andare a osservare la squadra che dovevamo
affrontare dieci o quindici giorni dopo. Secondo il buon Cacco Renato
Quaglierini era quello che si pu definire un libertassino doc. Nel senso che
stava vicino alla squadra con grande passione gi negli anni in cui cercava di
risalire dalla serie B. E poi - conclude Benvenuti - non si mai separato dal
nostro basket, anche di recente, seguendo sempre la traccia della societ di

serie A. Prima il Don Bosco, poi il Basket Livorno, di cui era rimasto un
sostenitore.
(3 gennaio 2007)

ZDENEK ZEMAN

Zeman tra i pali metter Anania il portiere


preso dall'Avellino
Dopo il 2-2 di Bergamo il Lecce non mai tornato a casa. Lontano il tragitto per
la Puglia, troppo per gli impegni di calendario. La truppa di Zeman salita sul
pullman nella mattinata di luned e dalla Lombardia arrivata direttamente da
queste parti. Ritiro a Tirrenia e allenamenti nella quiete del centro sportivo di
Stagno, quiete rotta soltanto dalle grida dei ragazzini che giocavano nei
campetti vicini e che non hanno voluto perdere l'occasione di vedere all'opera i
giallorossi guidati da un santone come Zdenek Zeman.
Il tecnico boemo, durante questi giorni di permanenza in zona, ha anche
familiarizzato con i dirigenti della societ che gestisce l'impianto, sempre in
prima fila nell'attenzione verso i giovani e pronta ad accogliere la carovana
salentina nel migliore dei modi. Il Lecce ha lavorato sodo in questi giorni:
allenamento con lavoro differenziato e giocatori divisi in gruppi luned
pomeriggio e altra seduta anche ieri. Dovevano essere due, ma poi Zeman ha
deciso di alleggerire il carico di lavoro per mettere in agenda anche una
rifinitura stamani, a poche ore dal match di Coppa di stasera.
I sedicesimi di finale della "Tim cup" per due squadre che vogliono salvarsi e
che quindi hanno il campionato come unica stella polare della loro stagione

potrebbero essere perfino un appuntamento da cui guardarsi con attenzione,


per evitare di cadere la trappola di possibili infortuni, sempre tesa in questi
casi. Nel gruppo giallorosso per c' chi scalpita, come i pi giovani che stasera
avranno una chance per mettersi in evidenza. E' possibile che i migliori di
domenica abbiano un turno di riposo: Valeri Bojinov, il marcatore pi giovane
del campionato coi suoi diciott'anni, potrebbe andare in panchina. Non sar
cos per Luca Anania, portiere di 24 anni che sar sicuramente fra i pali vista
l'assenza del titolare Sicignano, scontratosi con un avversario domenica a
Bergamo. Anania, cresciuto nell'Inter e divenuto ormai pupillo di Zeman che se
l' portato con s dopo la stagione scorsa ad Avellino, ha raccolto grandi elogi
per quanto ha fatto vedere domenica. E la partita di stasera per lui potrebbe
essere quella della conferma. Nessuno va in campo per perdere - dice specialmente quando il torneo cos prestigioso come la Coppa Italia. Tutti
dicono che ci tengono poco, ma alla fin fine nessuno vuole andar fuori.
Del Livorno sa molto, se non tutto. Lo ricorda dallo scorso anno (Ma contro gli
amaranto non giocai, precisa) e, fatto assai pi importante, ne ha seguito il
debutto in tv sabato sera. "Bella squadra, temibile soprattutto in attacco. Sono
un portiere, normale che pensi alle punte avversarie...".
(15 settembre 2004)

LIDO PINI

Addio a Lido Pini, poeta della boxe e comparsa


sul set
Era un guascone. Un guascone livornese. Mio padre ricordatelo cos alla sua
citt della quale sempre stato orgoglioso, dice Monica, respingendo a fatica i
singhiozzi di pianto. Suo padre Lido Pini, morto ieri mattina a 85 anni
all'ospedale di Cecina, dove era stato ricoverato da pochi giorni. Nome e
cognome tipicamente livornesi, come tipicamente livornese era lui. Nato a
Fiorentina nel 1925, non stato un semplice testimone della citt, ma un suo
interprete autentico, portatore di uno spirito corsaro e scanzonato, forgiato nei
tempi duri dell'infanzia trascorsa in strada.
Noble art. Lido fu, prima di tutto, un appassionato di pugilato. La "noble art",
quando lui era ragazzo, poteva essere un modo per tirare avanti e perfino per
fare fortuna quando si proveniva dagli ambienti popolari. E lui quella carriera
prov a imboccarla. Fu un buon peso massimo e arriv a tirare per il titolo
tricolore dilettanti, dove non super l'ostacolo del grande Franco Cavicchi. E se
non fosse stato per il limite fisico che aveva - la narcolessia, una malattia che
d'improvviso lo faceva crollare addormentato - forse la vita sportiva gli avrebbe

regalato qualche soddisfazione e un bel po' di soldi in pi. Per lui, Pini, l'amore
per la boxe non l'ha mai abbandonato. Gli piaceva respirare l'aria degli
spogliatoi, la polvere di bordoring. E fino a quando ha potuto, ha frequentato le
palestre e i combattimenti nei quali erano impegnati i giovani livornesi, a
cominciare dal nipote.
Walter. Il pugilato, per, ha fatto conoscere a Lido Pini uno degli amici pi
sinceri: l'attore milanese Walter Chiari. Fra i due nacque un rapporto autentico,
che port il livornese sul set di una ventina di film. Il suo ingresso nel mondo
dello spettacolo, come comparsa, si concretizz in un'attivit che lo vide
presente in diverse pellicole, interpretate dal suo amico Walter: "Walter e i suoi
cugini" uno di questi, ma anche "La grande vallata" e "Cleopatra".
All'amicizia con Chiari legato anche un ricordo che forse pi leggenda che
storia. Piace raccontare agli amici di Pini che il giorno del suo matrimonio, nel
1961, Lido aspettasse a gloria l'arrivo dell'attore per fargli pagare il conto del
rinfresco e che lui, Walter Chiari, senza batter ciglio accett di offrire a tutti
quella festa di nozze. Di certo, al di l della leggenda sul pagamento del
banchetto, ci fu che Chiari era fra i testimoni di nozze e l'altro testimone era il
console dei portuali, l'onorevole Vasco Jacoponi.
Il pallone. Il calcio era un'altra grande passione di Pini, sempre pronto a
sostenere i colori amaranto sugli spalti, non disdegnando di tirare qualche
cazzotto anche allo stadio. Altri tempi, quando le litigate sugli spalti, magari fra
livornesi e pisani, finivano con un maglione strappato e un cerotto e dei coltelli
non c'era neppure l'ombra. Ma anche la frequentazione degli ambienti calcistici
gli valse amicizie importanti: su tutte quella di Nils Liedholm, il "barone"
svedese. Prima calciatore e poi allenatore del Milan e della Roma, lo ospit pi
volte nella tenuta piemontese dove produceva vino.
Con Pini scompare una figura di una Livorno che non c' pi e che amava
vivere alla giornata lontana anni luce dall'ossessione del programmare tutto, lui
che si vantava di non aver mai avuto un lavoro "tradizionale" pur essendo
riuscito nell'impresa di tirare avanti la carretta in famiglia, con la moglie Pia e i
due figli David e Monica, portati fino alla laurea.
Oggi l'addio. I funerali di Lido Pini, gigante dai modi bruschi eppure generosi,
si svolgeranno questa mattina alle 11 nella chiesa di San Matteo, a Fiorentina,
dove lui era nato, per espressa volont dei familiari. Poi la salma verr
tumulata nella cappella di famiglia al camposanto della Purificazione.
(28 agosto 2010)

GENNARO RUOTOLO

Ciao Monumento e grazie di tutto


Lo slalom stile Tomba di Vigiani, i diecimila cuori amaranto che fremevano
sugli spalti del Garilli col cuore in gola ed il piatto destro di Gennaro Ruotolo
a spalancare le porte del Paradiso. E chi se la scorda pi quel sabato sera di
quasi estate, il 29 maggio del 2004? Piacenza sembrava una Livorno che aveva
fatto un trasloco in Padania nel volgere di un pomeriggio. La Cisa era un
brulicare di auto dalle quali penzolavano sciarpe amaranto in quantit
industriale.
E vattelo a immaginare che dovesse toccare a lui, a Gennarino Ruotolo, il pi
esperto della compagnia insieme a Igor Protti, firmare il gol che impallinava lo
0-0, al 3' del secondo tempo, moltiplicando le energie al Livorno e sciogliendo
quelle degli avversari come una granita sotto il sole di Ferragosto. E' questa
l'immagine pi bella, fra le tante che ce ne sono, con la quale Ruotolo saluta i
tifosi amaranto. A 39 anni suonati, ha ottenuto un contratto biennale e non si
fatto scappare l'occasione.
22 anni fa. Nel 1984 l'Italia del pallone poteva raccontare di essere campione
del mondo in carica e di aver fatto pulizia tre anni prima dalle scommesse.
Quella della politica invece osservava l'ascesa di un imprenditore milanese nel
settore delle tv, tal Berlusconi, al quale il presidente del Consiglio, un certo
Craxi, riaccese a tempo di record le emittenti dopo che i giudici gliele avevano
spente. Il Livorno aveva appena vinto il campionato di C2 senza perdere
neppure una partita. cambiato il mondo, da allora. Nello sport e non solo. La

curiosa coincidenza che il Sorrento giocava in serie C2 e faceva debuttare, a


diciassette anni, Gennaro Ruotolo.
E' l, in una delle citt pi belle della costiera campana, che torna a giocare.
Ancora una volta in C2, categoria che il Sorrento si conquistato al termine di
una stagione trionfale: campionato di serie D e coppa Italia in bacheca. E' una
bella avventura - dice Gennaro Ruotolo - che mi appresto a vivere con
entusiasmo, come al solito. Lo sapete che quello non mi manca. Sono rimasto
quasi sorpreso nel parlare con la gente, con i dirigenti della societ. Hanno
appena vinto il campionato, hanno a disposizione un buon gruppo che non
vogliono stravolgere. Volevano inserire qualche elemento di esperienza, e
cos.... E cos ecco spuntare l'ipotesi Ruotolo. Che terminer il prossimo
campionato a quarant'anni suonati (li festegger il prossimo 20 marzo), prima
di tuffarsi nella seconda delle due stagioni di contratto.
Pensieri amaranto. Gennaro non dimentica la squadra che lascia. Non
dimentica la citt ed i suoi abitanti. Spero di lasciare un buon ricordo ai tifosi
livornesi - la sua preoccupazione - perch per me sono stati cinque anni
importanti, nei quali sono successe cose che non si dimenticano cos
facilmente. Abbiamo trascorso stagioni ricche di soddisfazioni. Per tutti: per me
ed i miei compagni, per la societ, per gli sportivi, per la citt. Al bando i giri
di parole: sono stati i cinque anni della svolta, per il Livorno, quelli delle due
promozioni quasi consecutive, intervallate da un anno di assestamento in B.
Quando Ruotolo arriv a Livorno, la squadra era in serie C1, lontana dalla serie
B da trent'anni e impelagata con la maledizione dei play-off persi, uno dietro
l'altro. Con Jaconi in panchina, Ruotolo festeggi il ritorno degli amaranto in B.
In Paradiso. Poi, dopo aver disputato met stagione negli Emirati Arabi Uniti,
torn a Livorno all'inizio del campionato 2003-2004, quello nel quale la squadra
amaranto fu guidata da Walter Mazzarri alla conquista del traguardo pi ambito
e mai nominato. Un campionato pazzo e interminabile, con 24 squadre e 46
partite, al termine del quale la compagnia amaranto si ritrovata nell'Olimpo
del pallone. E' stata la dimostrazione - dice oggi Ruotolo - che nel calcio non
puoi dare mai nulla per scontato. Nessuno avrebbe immaginato il nostro arrivo
in serie A. Ed stata una cosa bella, molto pi bella anche per quel motivo. Ce
la siamo conquistata coi nostri sacrifici, quella promozione. Ed importante
che adesso i tifosi se la possano godere. La valigia pronta uno come lui l'ha
sempre avuta. Passando dal Sorrento all'Arezzo prima della vita da mediano
spesa nel Genoa di Spinelli e nelle altre squadre dove ha militato.
Questo per non un saluto come tutti gli altri: Con Spinelli ho parlato, mi ha
detto che per me la porta sempre aperta. Non poteva essere altrimenti. Ciao
Gennaro, e amici pi di prima.
(17 giugno 2006)

MARCO AMELIA

Amelia, il portierone con la valigia


Che bello tornare a casa, fra i propri compagni, e sentirsi in corsa per qualcosa
d'importante. Sapere che le prossime due partite, che per la classifica del
Livorno non varranno poi moltissimo (pur non ignorando il fatto che l'ottavo
posto aprirebbe le porte dell'Intertoto), sono comunque occasioni nelle quali
dimostrare qualcosa. Qualcosa di semplice, e di fondamentale al tempo stesso:
essere in grado di staccare il biglietto per il volo che condurr la carovana
azzurra in Germania, per la pi bella delle avventure, ovvero il Mondiale. Marco
Amelia ci spera. Non lo ha mai nascosto, in questa stagione che per lui stata
straordinaria, tutta un'altra cosa rispetto al campionato passato nel quale ha
vissuto alti e bassi ed finito sul banco degli imputati, talvolta anche in
maniera ingiustificata.
Sarebbe bello se in questi campionati del mondo ci fosse anche un pezzettino
di Livorno - dice alla fine della due giorni trascorsa alla Borghesiana sotto la
guida di Lippi - sia io che Cristiano ci proviamo. Se alla fine il ct della
Nazionale dovesse decidere di avere con s il portierone amaranto, sarebbe
una scelta naturale. Per lui parlano i fatti: un campionato vissuto da
protagonista, un processo di maturazione netto, inequivocabile, un ruolo da
prim'attore che il ragazzo di Frascati ha saputo ritagliarsi prima di tutto nella
sua squadra di club, tappa irrinunciabile per poter aspirare ad una qualche
considerazione da parte del clan azzurro, alla vigilia di una fase

importantissima, contrassegnata da due scadenze che per un giovane come lui


sono tutte e due alla portata.
Lippi ha messo insieme un gruppo di una trentina di giocatori - racconta
Amelia - in questo raduno ha parlato con tutti mettendo in chiaro quella che
la situazione attuale: non c' solo il Mondiale, perch subito dopo partono le
qualificazioni per il prossimo europeo. Chi non sar in Germania, dunque, non
deve abbattersi, perch non sar dimenticato. Questo ci ha detto il
commissario tecnico.
I 180' di campionato che restano da giocare in campionato, dunque, diventano
cos un possibile antipasto alla fase successiva che potrebbe attendere Amelia
e che rappresenta un traguardo per il quale ogni giocatore disposto a dare il
massimo. Vestire i colori della Nazionale del proprio paese nella rassegna pi
importante del calcio mondiale tutto ci che sogna un ragazzino quando
inizia a dare i primi calci al pallone. Amelia, poi, potrebbe essere destinato a
vivere un'estate da protagonista anche nella campagna trasferimenti. Lo
vogliono in tanti, in Italia e fuori. Secondo alcune voci si potrebbe scatenare
un'asta a suon di soldi per assicurarsi le sue prestazioni, con club del calibro di
Milan e Juve pronte a parteciparvi. Ma anche le sirene estere lo tentano. Non gli
sarebbe dispiaciuto che anche la Roma, la societ nel cui settore giovanile
cresciuto, potesse fare qualcosa per acquistarlo. Ma di poche settimane fa la
notizia che il suo nome finito nel taccuino degli addetti ai lavori del
Barcellona. Certo, sarebbe una grande soddisfazione indossare quella maglia dice Amelia - ma sono molti i club europei nei quali mi piacerebbe giocare.
Squadre come il Real Madrid, ma anche Manchester e Chelsea. Chi non
vorrebbe andare a giocare laggi?.
Intanto, per, c' da finire una stagione. Con la massima dignit. Amelia sa
anche questo ed pronto a dare il massimo. Bastava guardarlo in faccia
mentre usciva dal campo nella partita vittoriosa contro il Palermo: sembrava un
drago pronto a sputare fuoco, tanto era arrabbiato per il gol incassato in pieno
recupero. Voleva rimanere imbattuto e vorrebbe che fosse cos anche
domenica, quando al Picchi sbarcher la Samp di Novellino. Ma il nostro puntualizza il portiere - stato comunque un campionato positivo. Se togliamo
la disgraziata striscia delle sette sconfitte, abbiamo fatto il nostro dovere fino in
fondo.
(5 maggio 2006)

LUCA MARCHEGIANI

Il portiere senza fine


Battere il record di Albertosi? Chiss, non mi
pongo limiti
Il grande vecchio del campionato ne ha compiuti trentotto a febbraio. Per un
anno e un mese batte Gennarino Ruotolo sul traguardo dell'et. Eppure,
esattamente come il centrocampista amaranto, ha lo spirito d'un ventenne.
Luca Marchegiani anche quest'anno pronto a balzare da un palo all'altro.
Promette di farlo anche domani, quando incontrer il Livorno per la prima volta
nella sua carriera. Da quando approdato al Chievo tornato a vestire i panni
del leader, lui che quando difendeva la porta della Lazio che vinse lo scudetto
era entrato nel cuore dei tifosi biancazzurri per tanti motivi.
Per la sua grande generosit in campo e anche per quel comportamento da
antidivo che l'ha sempre contraddistinto. Non era difficile vederlo arrivare
all'allenamento della Lazio al volante di un'auto normale, caratteristica quasi
introvabile nelle alte sfere del mondo del pallone.

Da Formello a Veronello, per lui il passo non stato cos lungo. Al Chievo,
Marchegiani ha recuperato la serenit che gli deriva dall'essere in campo ogni
domenica, senza smarrire la sensazione di vivere in un ambiente connotato da
grande professionalit. Spesso il portierone originario di Ancona si soffermato
su quest'aspetto, quasi fosse una sorpresa. Lui che nella sua carriera ne ha
viste tante, ma proprio tante, si tuffato in una squadra che della provincia ha
solo l'etichetta. E' scontato dire che al Chievo dei miracoli Marchegiani finir la
sua splendida carriera. Pi simpatico sarebbe, invece, cercare di capire fino a
dove vuole arrivare: superare Albertosi e diventare il portiere pi anziano del
nostro calcio? No, non ho mai pensato a un record da battere, n a un altro
portiere del passato da superare. Non in termini di et, ma ancora meno in
termini di presenze: so di avere perso tanto di quel terreno, nei tre anni in cui
ho fatto la riserva di Peruzzi alla Lazio....
Conquistato lo scudetto nella capitale, in effetti, a Marchegiani la sorte, e pi
che la sorte le scelte del club biancazzurro, ha riservato l'amara destinazione
della panchina. Poche apparizioni, fino alla decisione di imboccare l'autostrada
per Verona, dove gioca da protagonista. Alla Lazio era approdato dopo cinque
stagioni al Torino. Un altro grande amore, la maglia granata, con la quale
Marchegiani ha vissuto prima il dolore della retrocessione (1989) e subito dopo
la marcia trionfale che ha riportato il Toro nella massima divisione.
Non manca neppure il capitolo Nazionale nella vita sportiva del portiere del
Chievo. In azzurro lo chiam Arrigo Sacchi, che pens anche a lui nella
costruzione dell'Italia che sarebbe stata protagonista ai mondiali di Usa '94.
Nella spedizione americana doveva fare la riserva di Pagliuca, ma l'espulsione
del portiere titolare lo catapult in campo nella gara-spartiacque contro la
Norvegia. Sullo 0-0, al 21' del primo tempo Sacchi mand negli spogliatoi
Roberto Baggio per rimettere un portiere fra i pali, una mossa criticatissima che
si rivel incredibilmente azzeccata. La vittoria per 1-0 in quel match spian agli
azzurri la strada degli ottavi, dove incontrarono la Nigeria. Lo scontro con gli
africani fu l'ultimo che vide Marchegiani difendere la porta azzurra. E oggi
Marchegiani vuole giocare e divertirsi, proprio come farebbe un esordiente.
Divertirsi essenziale - dice - ed ci che voglio continuare a fare. Non
guardo ad alcun primato, ma solo alla mia voglia di giocare a buoni livelli, di
essere d'aiuto ai miei compagni. Se un desiderio ce l'ho, forse proprio quello
di capire da solo quando sar il momento di farsi da parte.
(18 settembre 2004)

ALESSANDRA NERI

Il grande cuore di Alessandra non batte pi


Uno dei suoi ragazzi in carrozzella, uno dei bambini d'un tempo che nel
frattempo s' fatto uomo, non ce l'ha fatta a dirle quanto stava meglio dopo
l'ultimo corso di autonomia a Friburgo. Chiss quanto avrebbe dato per
parlare un'ultima volta ad Alessandra Neri, uccisa dalla leucemia in tre-quattro
mesi. Lei era stata un'atleta, una nuotatrice. Poi, lasciata l'attivit agonistica, si
era dedicata all'insegnamento del nuoto ai bambini, ma soprattutto ai disabili.
Il cuore di Alessandra ha cessato di battere ieri mattina. Aveva compiuto 49
anni nel mese di novembre. Era una donna conosciuta, stimata, apprezzata. Da
tutti coloro (ed erano tanti) che hanno trascorso il pomeriggio di ieri alla
camera mortuaria dell'ospedale, e da quelli che l'hanno conosciuta per la sua
attivit. La ricordano come una donna generosa e garbata, che ha trascorso
tutta la sua vita (breve, troppo breve) nell'ambiente delle piscine.
Nata sportivamente ai tempi del mitico Circolo nuoto Livorno, Alessandra era
stata un'ottima dorsista. Terminata l'epoca dell'agonismo, si dedicata
all'insegnamento, attraversando tutta la parabola delle societ livornesi di
nuoto. Nel frattempo, si era sposata (e successivamente separata) con
Massimo Mancini, anche lui personaggio pi che conosciuto nell'ambiente
sportivo, vogatore di lungo corso nel Palio Marinaro, fra i simboli del Venezia
degli anni '80.

In lei, la passione per il nuoto non mai venuta meno. Neanche quando,
lavorando sotto le insegne del Nuoto Livorno negli ultimi mesi, finita l'estate
nella quale ha fatto la bagnina alla spiaggia dei Tre ponti, ha cominciato ad
accusare i primi dolori alla schiena. Prima leggeri, poi sempre pi forti. I
controlli medici non le hanno dato speranze. Lei ha provato a farsi forza, come
al solito. Fino all'ultimo ha detto agli amici che ce l'avrebbe fatta, ma alla fine
ha dovuto arrendersi, sfinita da un male terribile e ingiusto. Oggi alle 15 i
funerali, dalla camera mortuaria al cimitero dei Lupi.
Alessandra lascia Iris e Matteo, i suoi due figli dei quali andava fiera. Era
orgogliosa anche di Federico, il nipote di vent'anni (figlio della sorella Ilaria e di
Fabio, altro vogatore del Venezia), che nuotando si conquistato la
convocazione in azzurro. Sar lui a raccogliere, in piscina, l'eredit di questa
donna dal cuore grande cos. E di questa storia tutta livornese interrotta troppo
presto perch possa considerarsi finita.
(12 gennaio 2008)

DARIO PASSONI

Passoni, profumo di debutto


Profumo di debutto. Lo dice la sua condizione fisica, tornata ormai quella d'un
tempo. E lo dicono anche i numeri, una sorta di cabala da tenere d'occhio.
Prendere il campionato passato, please: Dario Passoni era fermo da due mesi,
giorno pi giorno meno, per un infortunio ad un piede che lo aveva bloccato.
Quando rientr? Domenica 15 maggio. Dove? A Milano, contro l'Inter. Stadio e
avversaria sono gli stessi, peccato per la differenza di un giorno: anzich il 15,
domenica sar il 16. Ma uno scostamento davvero minimo: per l'ex
centrocampista del Chievo potrebbe essere davvero arrivato il momento di
tornare fra i primi undici. Il risultato, per la cronaca, fu 1-0 per i milanesi, che si
aggiudicarono il match con un gol di Vieri, ma senza brillare troppo.
Passoni ride e scherza sul suo Livorno. Nel giro di un anno l'ha visto cambiare
profondamente, soprattutto a centrocampo, nel suo reparto. Eh, ora s che c'
una concorrenza spietata - dice - accidenti, ho scelto proprio l'inizio della
stagione sbagliata per infortunarmi. Battute a parte, quella che vedo finora
una sana competizione. Che fa bene a tutti: all'allenatore, che pu scegliere gli
uomini che ritiene pi in forma, ai giocatori che sono chiamati a dare il
massimo, alla squadra che pu trarre i risultati migliori.
Dovesse definire il Livorno di quest'anno userebbe l'aggettivo "solido". Niente
male, insomma: Altro che, la squadra finora ha dimostrato di potersela cavare
assai bene.
Quanto alla sua situazione, ci tiene a chiarire che il guaio fisico che fece
prendere uno spavento a tutto il gruppo amaranto durante il ritiro di Dimaro fa
parte ormai del passato. Ogni tanto - dice - leggo che devo ancora recuperare
la condizione, che ho ancora dei problemi fisici e via dicendo. Ecco, ora lo dico
apertamente a tutti: ci sono, sono qui, credo di essere in grado di giocare.

Sarebbe una soddisfazione doppia tornare a farlo contro l'Inter, squadra nella
quale ha militato ai tempi delle giovanili. Questo per me conta relativamente fa notare Passoni - l'importante poter rientrare. Insomma, mi sento pronto:
ormai mi alleno da quaranta giorni insieme agli altri e posso dire di star bene.
Un messaggio per Donadoni, ma senza neppure il minimo accenno alla
polemica. D'altronde Passoni non tipo da veleni, lo ha dimostrato in questo
anno e mezzo trascorso con la maglia amaranto cucita sul petto: Le scelte del
mister le accetto sempre serenamente, fa piacere a tutti giocare. Previsioni
sul suo possibile utilizzo a San Siro non ne fa: E' davvero impossibile. In
settimana abbiamo provato tante di quelle cose che pu accadere di tutto.
Anche che io giochi, certo, ma non chiedetelo a me.
(14 ottobre 2005)

STEFANO MORRONE

Il paradiso di Morrone
Ha steso il Parma gi tramortito da Lucarelli con un colpo di testa perfetto su
un cross di Cesar Prates, ha sbloccato il risultato nel derby con l'Empoli
mettendo il piedino galeotto sull'invito di Francesco Coco. Ma non c' gol pi
bello di quello che Stefano Morrone ha segnato poche ore fa, quando alla
clinica di San Rossore nata Aurora, la secondogenita del cursore amaranto.
Davvero un bel modo, indubbiamente il migliore, per festeggiare l'impresa di
Udine. Morrone raggiante. Sono felice, che altro posso dire? Dopo una
domenica del genere, arrivata Aurora. Siamo davvero contenti, io e la mia
famiglia.
La famiglia amaranto, invece, la giornata straordinaria l'aveva vissuta
domenica pomeriggio, sbancando il Friuli e confermandosi al quinto posto.
Ritrovando la vittoria in trasferta che mancava dalla seconda giornata, sul
terreno del Treviso. Penso che sia stato un bel Livorno, commenta Morrone.
Volevamo far vedere che non siamo solo una squadra da partite casalinghe spiega il centrocampista del Livorno - e siamo partiti concentrati, pronti a fare
una grande gara. Sapevamo che non sarebbe stato facile far punti a Udine,
perch loro sono sicuramente un'ottima squadra. E' vero che fra poco
giocheranno in Champions contro il Barcellona, ma ci tenevano a far bene
contro di noi. Credo che siamo stati parecchio bravi, soprattutto nel secondo
tempo, quando abbiamo imposto il nostro gioco e abbiamo fatto quello che
volevamo.

Il fattore fortuna ci ha messo lo zampino, ma solo in occasione dell'autorete di


Obodo che ha consentito al Livorno di sbloccare il risultato. Frangente
importante, d'accordo, ma per il resto la squadra di Donadoni la sua fortuna se
l' costruita con le proprie mani. A Udine siamo stati bravi - prosegue Morrone
- e abbiamo mostrato le nostre qualit migliori. Credo che questa squadra
possa fare buone cose, e sapete perch? Perch un gruppo, un gruppo vero.
Io so che posso contare sui miei compagni dell'attacco, e cos loro hanno la
consapevolezza di avere alle spalle un reparto come il nostro. E' una catena
che riguarda tutti i settori della squadra. E se proprio devo usare una parola per
descrivere la nostra condizione attuale, dico consapevolezza. Sappiamo che
siamo una buona squadra e che possiamo arrivare lontano.
Lontano come Palermo, la citt siciliana dove Morrone ha disputato il
campionato scorso. Se la societ rosanero legge i resoconti delle partite del
Livorno, ora qualcuno alla Favorita si morder le mani per aver lasciato
partire questo giocatore. Beh, sarei bugiardo se dicessi che non mi sto
togliendo qualche sassolino dalla scarpa - sorride il centrocampista amaranto ma ci che conta prima di tutto per me il risultato della mia squadra. Sono un
giocatore del Livorno e voglio che il Livorno abbia i risultati migliori che pu
ottenere. Poi, certo, se riesco a prendermi qualche rivincita non che
guasti....
Una squadra che deve prepararsi ad uno scontro che per i tifosi vale ben pi di
tre punti. Domenica arriva la Lazio e gli sportivi amaranto sono pronti a vivere
questa giornata in modo particolare. Lo anche Morrone: So che cosa
rappresenta la gara con la Lazio per i nostri tifosi e dico sin d'ora che faremo il
massimo per regalare loro un'altra bella soddisfazione. Mentre tornavamo da
Udine, sull'aereo, ci siamo guardati negli occhi fra noi e ce lo siamo detti:
questa fatta, cancelliamo tutto e ripartiamo da zero. Quando arriver la Lazio
dovremo tutti farci trovare preparati.
(6 dicembre 2005)

PAOLO MORETTI

Il gran giorno di Moretti


Che soddisfazione per Paolo Moretti, aretino di nascita ma ormai adottato da
Roseto degli Abruzzi, presentarsi a Teramo, la tana dei tifosi nemici, e vedere la
propria Livorno che asfalta gli avversari. Gli ridono gli occhi in sala stampa,
quando analizza la bella vittoria ottenuta lontano da casa, il quinto colpo in
trasferta di una Livorno sempre pi pret--porter: Credetemi, dico la verit
quando affermo che la cosa pi importante, perfino pi dei due punti e della
classifica che torna a muoversi.
E' la dimostrazione - dice ancora Moretti che questo gruppo sa ancora
lavorare bene, nonostante i pugni presi in faccia domenica dopo domenica. Non
facile ricominciare ogni settimana, tornare in palestra con lo spirito giusto
quando si accumulano le delusioni. E questo davvero l'aspetto fondamentale,
che viene prima di una vittoria che comunque aspettavamo da tempo.
Poi ci sono le questioni di carattere tecnico, tutto ci che la squadra ha fatto e
ha fatto bene: Abbiamo difeso alla morte, attaccando con pazienza ed
intelligenza. Volevamo far soffrire una squadra costringendola a fare la cosa
che ama di meno in assoluto: starsene l a difendere per molti secondi. I nostri
lunghi hanno aiutato magnificamente sui pick and roll di Crispin, mentre Abbio,
Dobbins e Mc Pherson si sono alternati nel limitare un giocatore come Holland,
che ha talento da vendere, soprattutto in fase offensiva. Questi ragazzi sono
emersi con tutto il loro orgoglio da una situazione di grande difficolt. A volte li
ho anche violentati, durante il lavoro settimanale, per aiutarli a fare progressi,

a migliorare certe cose. Questa partita ripaga tutti noi dei grandi sforzi che
abbiamo fatto.
Non azzardato dire che questa stata la migliore partita giocata dagli
amaranto in questa stagione. Delle cinque vittorie in trasferta ottenute, questa
arrivata senza neppure la sofferenza finale vissuta, ad esempio, nella serata
di Udine. S, vero - conferma l'allenatore livornese - siamo stati bravi nel
gestire i momenti di crisi, i vantaggi, le pressioni che arrivavano dalla loro
voglia di rimonta, dall'ultimo sforzo prodotto da Teramo per rientrare. Davvero
una prova importante. Alla possibilit di ribaltare la differenza canestri non ho
mai pensato, neppure un minuto. Anche perch sono convinto che Teramo non
sia destinata a lottare con noi e con altre squadre per evitare uno degli ultimi
due posti. Chiss, prendendo qualche canestro in meno nel finale ce l'avremmo
anche fatta, ma non era questo che contava.
In casa Navigo.it, Matteo Boniciolli appare sconsolato al punto da non parlare
praticamente per niente della partita. Il miglior commento - dice il coach di
Teramo - sono i fischi dei nostri tifosi, che ci hanno gridato di vergognarci.
Il fatto - prosegue l'allenatore della Navigo.it - che ormai da tempo provo un
sentimento di frustrazione, perch nella mia carriera ho sempre ritenuto il
gruppo dei miei giocatori un interlocutore. Invece qui alterniamo partite
soddisfacenti a prove ingiustificabili: pu capitare che vinceremo a Cant cos
come capitato che abbiamo perso in questo modo.
(6 marzo 2006)

WALTER DE RAFFAELE

Orgoglioso di allenarvi
Sorride Walter De Raffaele. Quasi non crede ai suoi occhi, quando nel
bugigattolo adattato a sala stampa nel ventre del Palasport di Viale Tiziano si
trova a rispondere alle domande dei cronisti. Quelli romani sono in
maggioranza, e proprio da loro arrivano i complimenti maggiori per la prova
d'autore con la quale Livorno ha messo a tacere le velleit della Lottomatica.
E' una vittoria bella e importante - dice l'allenatore amaranto - che voglio
dedicare a tutti i miei giocatori.
E anche allo staff medico: in poche ore abbiamo recuperato Shumpert,
Anagonye e Fultz che avevano avuto alcuni guai fisici. Sono scesi in campo ed
hanno dato il massimo. Davvero una gran bella prova. De Raffaele al
settimo cielo. La quarta vittoria stagionale ottenuta lontano da Livorno un
pieno di energie e di morale. In questa partita - prosegue l'analisi del coach siamo stati super in difesa. La nostra superiorit ai rimbalzi stata un fattore
molto importante. Abbiamo utilizzato Shumpert da numero quattro per lunghi
minuti malgrado si fosse allenato poco ed stato bravissimo, cos come tutti gli
altri. Sapete che vi dico? Che sono orgoglioso di allenare una squadra come
questa. E' un gruppo vero, dove non ci sono gelosie, dove per questi ragazzi
un piacere giocare assieme. S, questa una squadra che anche capace di
entusiasmarmi. E qui a Roma c' riuscita.
Sono lontani nel tempo i ricordi di trasferte nella capitale, sotto lo zuccotto di
cemento del Palasport sulla Via Flaminia, concluse con Livorno seppellita sotto

una coltre di venti-trenta punti di scarto. Stavolta il colore del riscatto


l'amaranto. E Walter De Raffaele sottolinea ancora la prova dei suoi
moschettieri. Gli chiedono di Zig, di quanto stato decisivo nell'ultimo quarto.
E lui non si fa certo pregare: Si allena bene da tempo, con questa faccia che
sa andare in campo per fare queste cose. Aveva giocato bene anche nell'ultima
partita casalinga, sta diventando un giocatore determinante. Non fosse stato
carico di falli, avrebbe giocato anche di pi, vista la prova di Nicholas, non
all'altezza delle migliori prestazioni. Qualche parola sugli ex Giachetti e Garri
non pu mancare: Mi aspettavo che Jacopo giocasse di pi - dice - anche
perch all'andata ci aveva letteralmente massacrati. Invece stato molto in
panchina, tutto sommato meglio per noi. Luca attraversa una stagione un po'
cos: un giocatore super. Noi che lo abbiamo cresciuto a Livorno ne
conosciamo bene tutte le qualit: mi auguro che possa trovare la continuit
necessaria. Ma sono contrattempi che capitano quando si professionisti.
Scuro in volto invece Svetislav Pesic, l'allenatore sconfitto. Chiede scusa ai
tifosi e ammette la giornataccia della sua squadra. Abbiamo avuto molti
problemi nell'organizzazione del nostro gioco in attacco - dice - ed abbiamo
perso troppe palle, venticinque, un'enormit. Non siamo stati all'altezza e di
questo dobbiamo scusarci con i nostri tifosi.
Sul destino di Garri dice poco o niente. Sar ceduto o no? E se s, dove? Non
so, non c' niente di deciso.
(28 febbraio 2005)

LUCA MINISINI

In corsa il signor D, reuccio dei fantini


Ne passato di tempo da quando debutt nel luglio del '98, difendendo i colori
della Selva. Oggi il signor D, all'anagrafe Luca Minisini, livornese
purosangue, entrato nell'lite dei fantini che sfidano la sorte nel Palio per
eccellenza, quello di Siena. Lo provano le cronache senesi, che per una decina
di giorni, nella loro lentissima marcia di avvicinamento al Palio di mezzagosto,
si sono interrogate su quale contrada fosse in pole position per accaparrarsi le
sue prestazioni per la carriera di domani. Una sorta di re del mercato delle
monte, che prima di scegliere ha atteso il sorteggio dei cavalli. Poi, ha sciolto le
riserve: vestir il giubbetto giallorosso della Chiocciola, alla ricerca di una
vittoria difficile (quando mai facile imporsi all'ombra della Torre del Mangia!)
ma non impossibile.
Luca Minisini correr domani il suo decimo Palio. Sui nove finora disputati ne ha
vinti tre: il primo nel 2000 per il Leocorno, l'ultimo nel 2002 sull'Istrice. Un
ruolino di marcia di tutto rispetto, per un fantino ancora assai giovane (ha
appena venticinque anni) e di grandissime prospettive. In questi cinque anni di
frequentazione assidua del tufo di Piazza del Campo, Minisini si costruito la
fama di fantino aficionado al Drago. E in effetti stato la monta della
contrada rossoverde anche nelle ultime due edizioni della corsa. Domani per il
Drago non sar ai canapi di partenza: via libera, dunque, verso altri lidi,
considerando anche il fatto che la contrada di Camporegio non ha nemiche in
Piazza, a differenza di molte altre.

Il matrimonio con la Chiocciola si basa innanzitutto su un feeling ormai


consolidato fra D e il cavallo toccato in sorte alla contrada di San Marco: si
tratta di Altoprato, un animale che Minisini conosce benissimo. Una miscela che
pu essere vincente, anche se non la sola coppia da tenere d'occhio nel Palio
di domani. Anzi, i favori del pronostico se li dividono Giraffa, Bruco e Civetta. E
questa, nei piani di Minisini, non affatto una brutta situazione. In occasione
dei suoi tre successi, infatti, la sua grandissima abilit fu nello sfruttare le
defaillances dei favoriti pennellando traiettorie eccezionali nella curva di San
Martino e in quella del Casato.
Memorabile la sua prestazione dell'agosto 2001, quando vinse sul Drago, in
sella a Zodiach (il cavallo che domani sar montato dall'esordiente Gingillo per
la Civetta), conquistando la testa dopo un sorpasso mozzafiato proprio a San
Martino. Fu un trionfo, tale da giustificare uno slogan rimasto nella memoria
degli sfott senesi: 2001, o D sei nello spazio, scrissero quelli del Drago
parafrasando il capolavoro cinematografico di Stanley Kubrick.
Domani, per, sar un'altra musica. D dovr guardarsi dall'esperienza del
Pesse che difende i colori della Giraffa su Urban II e dall'abilit di
Trecciolino Bruschelli che montando Berio spera di regalare una gioia al
Bruco. Nella Chiocciola comunque sperano nel colpo gobbo. L'attesa per il
grande giorno sale, l'entusiasmo per aver conquistato uno dei migliori fantini
pure. Luca venuto volentieri da noi - dice Daniele Bellini, capitano della
contrada - e noi siamo assolutamente fiduciosi. Con lui possiamo sperare in
qualcosa di prestigioso. Sa come comportarsi con Altoprato. Credetemi,
importante che il fantino conosca bene il cavallo. Con passo lento e grave, nel
Campo a trionfar Chiocciola scende, recita solenne il motto della contrada di
San Marco. A Luca Minisini, domani, il compito di rinverdirlo.
(15 agosto 2003)

CARLO VIVALDI

Morto Carlo Vivaldi il dirigente amaranto


amico di Picchi
Era uno che sapeva soffrire, Carlo Vivaldi. Come gli sportivi veri. E il destino,
terribile, le sofferenze non gliele ha risparmiate davvero. Vivaldi si spento ieri,
a 74 anni non ancora compiuti (era nato il 14 novembre del 1936), nella sua
abitazione di via Grande, sfinito dalla Sla, che l'aveva attaccato anche alle
corde vocali. La beffa delle beffe: lui, uomo col calcio nel cuore, ucciso dalla
malattia che rappresenta il nemico pubblico numero uno per i calciatori.
L'uomo degli arbitri.Carlo stato un vero signore, qualit difficile da mantenere
quando si frequenta l'ambiente calcistico per cos tanto tempo. Per un quarto di
secolo stato dirigente addetto agli arbitri del Livorno calcio, salendo di
categoria fianco a fianco della squadra, assaporando insieme ai giocatori le
gioie per le promozioni conquistate e le amarezze per quelle sfumate d'un
niente: dai primi anni '90 in Eccellenza, quando le trasferte erano Perignano,
Borgo San Lorenzo e Venturina, al magico 2004, quello del trionfo nel
campionato di B e del debutto nella massima divisione a San Siro, contro quel
Milan - e vai coi corsi e ricorsi storici - di cui Vivaldi sempre stato un sincero
tifoso.
Amico di Picchi.Quel cuore rossonero, per, per tanti anni ha saputo resistere
alla passione, diventando un super-esperto delle questioni dell'Inter per

l'amicizia che lo legava a Armando Picchi. Un'amicizia vera, profonda, che port
Carlo Vivaldi a seguire il capitano della grande Inter in tutte le imprese pi
importanti compiute dalla squadra di Herrera a met degli anni '60. Poi, quando
"Armandino" smise di giocare e intraprese la carriera di allenatore, nel 1970 i
due andarono insieme ai Mondiali del Messico, quelli passati alla storia per
Italia-Germania 4-3 e per l'incoronazione di "o rey" Pel.
Carlo Vivaldi ha lavorato all'esattoria, prima di raggiungere la meritata
pensione. Una volta ha riposo, ha dedicato il suo tempo alla passione che
aveva per il calcio, lui che in giovent era stato anche una buona mezz'ala da
serie D: aveva giocato nel Labrone, guadagnandosi il soprannome di
"Schiaffino", per estro ed eleganza. Entr, cos, nei quadri dirigenti del Livorno,
occupandosi del rapporto coi direttori di gara. Compito delicato, che ha sempre
portato avanti nel migliore dei modi, con misura e compostezza, dando alla
classe arbitrale l'immagine di una societ seria, intenzionata a riprendersi quel
posto che le spettava anche nei periodi pi bui degli anni '90, quando non
riusciva a tirarsi fuori dalle pastoie della serie C2.
La salma allo stadio.Fino a quando le condizioni di salute glielo hanno
permesso, Carlo Vivaldi rimasto accanto al "suo" Livorno. Gi nello scorso
campionato non ce l'ha fatta a continuare nella sua attivit di addetto agli
arbitri, perch la malattia avanzava inesorabile. Vivaldi lascia la moglie
Giovanna e la figlia Veronica, che lavora come operatrice turistica a Barcellona.
La salma da ieri esposta nell'atrio dello stadio, dove stata allestita la
camera ardente in mezzo ai busti di Armando Picchi e Mario Magnozzi, mentre
sul pennone del piazzale Montello la bandiera del Livorno calcio sventolava a
mezz'asta. Oggi ci saranno i funerali: alle 15,30 la messa sar celebrata
all'interno dello stadio, dopo di che la salma verr portata al cimitero dei Lupi
per la cremazione. Vivaldi riposa adesso nel raso amaranto, addosso ha la
divisa ufficiale della societ, come lui avrebbe voluto.
La commozione.In tanti ieri hanno voluto rendere omaggio alla salma e salutare
la moglie: fra loro, l'ex arbitro Paolo Bergamo, l'amico strettissimo Romano
Vivaldi, a lungo collaboratore di Giampaglia nella Nazionale Under 21, ma
anche altri personaggi, come Mauro Lessi, recordman delle presenze con la
maglia del Livorno, oppure Franco Ferretti, storica voce radio-televisiva al
seguito degli amaranto. Hanno versato lacrime vere, nel ricordare un amico che
non c' pi e che merita davvero le parole migliori, per la generosit d'animo e
la signorilit che ha sempre mostrato. Legati a Carlo Vivaldi ci sono episodi,
fatti grandi e piccoli entrati ormai nella storia del calcio livornese: gli aneddoti
raccontati agli amici nei pomeriggi trascorsi al bar Folletto di piazza Cavour
accanto al chiosco Balloni, le trasferte oceaniche fra autogrill e code ai caselli e
anche la nostalgia per un calcio che non c' pi.
(27 settembre 2010)

TULLIO MONTANO

Addio a Tullio Montano, fu dirigente nazionale


della Federscherma
Si spento ieri, nel suo apparamento di via Gamerra, Tullio Montano. Era fra gli
ultimi grandi vecchi di una famiglia che ha fatto la storia della scherma, uno
degli sport-simbolo della citt. A agosto avrebbe compiuto 97 anni. Qualche
settimana fa era stato ricoverato in ospedale per una brutta polmonite dalla
quale sembrava essere uscito. La ricaduta di questi ultimi giorni l'ha portato via
agli affetti di una famiglia che non davvero come tutte le altre e che nei
momenti difficili sa scoprirsi grande e unita.
Come sar oggi, quando alle 10 del mattino tutti i Montano saranno intorno a
Mario Tullio, figlio del patriarca e medaglia d'oro a Monaco '72 nella sciabola a
squadre, nella chiesa del Rosario, per i funerali.
Tullio Montano stato, e non poteva essere altrimenti, anche lui uomo di
scherma. Pi dirigente che atleta: cominci a tirare tardi, a 32 anni suonati,
sotto la guida del maestro Beppe Nadi, dopo una giovent passata sui banchi di
un quattro senza dell'Unione canottieri livornesi, tanto per non dimenticare
l'altra grande disciplina che rese Livorno famosa nel mondo coi suoi
Scarronzoni. Arriv a essere un "seconda categoria", niente di paragonabile agli
altri membri della famiglia che hanno raccolto allori ovunque.
Tullio per le sue qualit di sportivo le dimostra dietro la scrivania, se di
scrivania si pu parlare per il glorioso circolo Fides a caccia della rinascita in un
dopoguerra ancora tutto da scoprire, di cui diviene un dirigente di punta. E' fra
coloro che sceglie di puntare sul maestro Athos Perone come guida tecnica del
circolo. I successi livornesi lo portano alla guida del Comitato regionale toscano
della Federazione della scherma, per ben dieci anni. Poi, per tre quadriennii

olimpici consecutivi, consigliere nazionale della stessa Fis. Si dedica a seguire


il settore delle squadre nazionali, coccolandosi i campioni della nuova
generazione che intanto crescevano nel Fides ma anche nei circoli di altre citt
e mostrando di saper mettere da parte lo spirito di campanile per abbracciare
la causa della maglia azzurra.
E' grandissima la soddisfazione nel vedere il figlio Mario Tullio che trionfa nella
sciabola a squadre nelle Olimpiadi di Monaco del 1972, ma segue con grande
attenzione anche la straordinaria avventura della fiorettista veneziana
Antonella Ragno, che torna a casa con un altro oro al collo. Ed cos che i
familiari di Tullio vogliono ricordarlo: emozionato, attento, appassionato, vicino
a una qualche pedana, in qualche parte del mondo.
(16 marzo 2010)

DINO CECCHI

Dino Cecchi, maestro d'ascia e scarronzone


Schivo come tutti quelli abituati a creare in solitudine. E lui che era un maestro
d'ascia d'altri tempi aveva conservato questa dote. Eppure di storie da
raccontarne ne aveva, Dino Cecchi.
Era uno sportivo vero, che aveva avuto il privilegio di far parte di quell'armo
ormai entrato nella leggenda del canottaggio, gli Scarronzoni. Dino se n'
andato a 91 anni compiuti da un paio di mesi. E ieri a salutarlo c'erano i parenti
e gli amici: i tre figli con le famiglie, il fratello, il nipote, tutti coloro che in
qualche modo l'hanno conosciuto.
Nato sul Pontino, in un palazzo degli scali delle Cantine all'angolo con via
Solferino, Dino Cecchi aveva imparato dal padre, proveniente da Limite
sull'Arno, il mestiere di maestro d'ascia. Giovanissimo, a diciott'anni appena
compiuti, sal sull'otto dell'Unione canottieri livornesi. Era il 1937 e
quell'equipaggio era gi un mito. Aveva rappresentato l'Italia ai Giochi olimpici
del 1932 (Los Angeles) e del 1936 (Berlino), impressionando il mondo e
portando a casa medaglie. I successi in Italia e in Europa non si contavano pi:
quegli otto livornesi, dallo stile un po' sgraziato che valse loro l'appellativo di
Scarronzoni, avevano fatto uscire malconci tanti avversari dai campi di regata.

Nel 1937, dunque, anche Dino Cecchi entr a far parte dell'lite del remo
nazionale e internazionale. Conquist titoli italiani, vest la maglia azzurra e si
impose anche in numerose competizioni internazionali. In Italia, il duello pi
abituale era quello fra Livorno e i Canottieri Aniene di Roma. E quasi sempre a
vincere erano gli Scarronzoni. Come nel 1941, quando sulle acque del lago
Maggiore a Pallanza Cecchi ottenne la vittoria insieme ai suoi compagni di
voga. La passione per il remo, Dino Cecchi la condivise con il fratello Renato,
che dell'otto fece parte dopo la seconda guerra mondiale, quando per la
parabola gloriosa era alla fine. Ed lui, il pi giovane dei due atleti ( nato nel
1920), Cecchino come lo chiamavano all'Unione canottieri livornesi, ad aver
conservato e tramandato la memoria di famiglia sotto il profilo sportivo.
Dino e Renato Cecchi lavorarono anche insieme, nella costruzione di barche in
legno. A loro si deve, fra l'altro, alla fine degli anni '40, la realizzazione dei primi
gozzi del dopoguerra, coi quali fu possibile la ripresa del Palio Marinaro, datata
1951. Con Dino Cecchi scompare sicuramente un altro componente di primo
piano della grande famiglia dei canottieri livornesi, capaci di conquistare gloria
in tutto il mondo.
(27 gennaio 2010)