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Test di Rorschach ed fMRI: uno studio pilota1

Marzia Di Girolamo
Abstract
Neuroscienze e psicologia clinica hanno spesso viaggiato parallelamente, evitando il pi
possibile punti di contatto ma comunque muovendosi molto spesso nella stessa direzione, se non
altro perch rimangono ancorate l'una all'altra dal fatto di avere un comune oggetto di studio: la
mente umana e le sue manifestazioni comportamentali. La ricerca qui presentata tenta di inserirsi
nel dialogo tra neuroscienze e psicologia clinica tramite un percorso intermedio: la psicodiagnosi.
Essa propone di valutare se si possono determinare caratteristiche di funzionamento a
prescindere dal fatto che il soggetto metta in atto dei comportamenti, sfruttando la possibilit che
le neuroimmagini offrono di monitorare l'attivit neuronale del cervello a riposo (resting-state). Ci
si chiede, altres, se indagini di questo tipo possano contribuire alla validazione dei reattivi
psicodiagnostici.

Neuroscience and clinical psychology have often moved in parallel, avoiding as much as
possible points of contact but still moving very often to the same direction, at least because they
are anchored to each other having a common object of study: the human mind related to the
human behaviour. This research attempts entering the dialogue between neuroscience and clinical
psychology through an intermediate route: psychodiagnosis. It considers the possibility to value
personality characteristics regardless of the fact that the subject enacts behaviours, taking
advantage of the possibility granted by neuroimaging to monitor the neuronal activity of the
brain at resting-state. We also wonder if such research can contribute to validate psychodiagnostic tests.

Parole chiave: Rorschach, fMRI, Default Mode Network, Resting State, HVI

Estratto dalla tesi di laurea Test di Rorschach ed fMRI: la mente attraverso le immagini. Relatore prof.
Alessandro Zennaro, corso di laurea in Psicologia Clinica e di Comunit dellUniversit degli Studi di
Torino, A. A. 2012/2013.

INTRODUZIONE
Neuroscienze e psicologia clinica sono inevitabilmente destinate ad incontrarsi in un punto
oltre il quale, per poter fare progressi, necessitano luna dellaltra: la clinica formula teorie per
spiegare fenomeni comportamentali, le neuroscienze mostrano processi neuronali che
sottostanno ai comportamenti umani, fornendo laccesso ad informazioni che non sarebbero
altrimenti reperibili. Nonostante si muovano su un terreno comune, esiste una frattura tra queste
discipline, in parte conseguenza della rinuncia di Freud ad avvalorare la propria teoria attraverso le
neuroscienze, soprattutto a causa dellassenza di strumenti adeguati (Northoff, 2012). Le odierne
tecniche di neuroimmagini, tuttavia, hanno completamente rivoluzionato il modo di concepire lo
studio del cervello, permettendo di passare da una visione anatomico-strutturale dei meccanismi
cerebrali ad una pi funzionale, basata sui network di collegamento fra le varie aree del cervello.
Fonagy e Target (2003; Dazzi, Lingiardi, Colli, 2006), parlando di clinica e ricerca, considerano che
non si debba vedere una linea evolutiva fra ricerca concettuale (che genera ipotesi) e ricerca
empirica (che valuta le ipotesi), quanto piuttosto una complementariet. Si potrebbero
considerare le due posizioni come in una tensione reciproca, nel senso che ognuna induce laltra a
precisarsi. Questo punto di vista ben si adatta al rapporto tra la psicologia clinica e le
neuroscienze.
La ricerca qui presentata2 tenta di inserirsi in questo dialogo tramite un percorso intermedio:
la psicodiagnosi. Se da un lato vero che la diagnostica si basa principalmente sui comportamenti
manifesti del soggetto (Anastasi, 1954), anche vero che essa costantemente sottoposta al
vaglio della validit, dellutilit e dellaffidabilit degli strumenti di cui si serve. In questa sede, si
propone di valutare se si possono determinare caratteristiche di funzionamento a prescindere dal
fatto che il soggetto metta in atto dei comportamenti, sfruttando la possibilit offerta dalle
neuroimmagini di monitorare lattivit neuronale del cervello a riposo (resting-state). Ci si chiede,
altres, se indagini di questo tipo possano contribuire alla validazione dei reattivi psicodiagnostici.
I resting-state network (RSN) consistono in regioni cerebrali coinvolte in attivit sincrona
durante lo stato di riposo del cervello, laddove per stato di riposo si intende una condizione vigile
e cosciente, in assenza di stimoli (Fox & Raichle, 2007). Le regioni che compongono i RSN sono
anatomicamente distanti ma funzionalmente correlate, si parla infatti di connettivit funzionale,
ovvero la dipendenza temporale di attivit neuronale di regioni cerebrali anche se separate
(Ibidem).
Non vi ancora accordo riguardo al numero univoco di RSN, ad oggi ne sono stati individuati
un massimo di 10-11 (Deco & Corbetta, 2010) tuttavia, essendo i dati in continuo aggiornamento,
queste non sono cifre definitive. Qui di seguito vengono elencati i RSN pi spesso individuati e
studiati: Default Mode Nework (DMN), sensomotorio (Sensorymotor Component), controllo
esecutivo (Executive Control Component), visivo (Mesial Visual Component), uditivo (Auditory
Component), temporoparietale (Temporo-parietal component), Fronto-parietale laterale
(lateralized fronto-parietal component).
Tra questi, quello su cui si maggiormente concentrata la ricerca il Default Mode Network
(Allegato 1), una rete che coinvolge il precuneo, il lobo parietale, lippocampo e la corteccia
prefrontale mesiale (Deco & Corbetta, 2010). stato dimostrato (Ibidem) che questa rete neurale
particolarmente attiva durante gli stati di riposo del cervello, mentre relativamente disattivata
2

Lo studio qui presentato stato portato avanti insieme al gruppo di ricerca composto da: il Dott. Franco
Cauda, il Dott. Tommaso Brischetto Costa, la Prof.ssa Stefania Cristofanelli, la Dott.ssa Laura Ferro.

durante lo svolgimento di compiti cognitivi: vale a dire che lattivit del DMN correlata
negativamente con lattivit delle aree che si attivano durante compiti cognitivi mirati.
In particolare, uno specifico gruppo di regioni corticali frontali e parietali mostra incrementi
di attivazione quando un diverso insieme di regioni tra cui la corteccia cingolata posteriore, la
corteccia parietale e la corteccia mediale laterale e prefrontale (MPF) mostrano diminuzioni di
attivit neuronale (Fox, Snyder, Vincent, Corbetta, Van Essen & Raichle, 2005). Questi gruppi di
regioni cerebrali sono antagonisti tra di loro, ci significa che la loro attivit inversamente
proporzionale. Tale rapporto, per, non costante. Appena lattenzione richiesta dal compito
aumenta, questa dicotomia diventa generalmente pi pronunciata: lattivit nelle regioni in
positivo aumenta ulteriormente, mentre lattivit nelle regioni in negativo diminuisce
ulteriormente; di contro, nel caso in cui il compito richiesto abbia una qualche componente
autoreferenziale (come le emozioni o la memoria episodica) o sopraggiunga un pensiero intrusivo
nella mente del soggetto, la differenza si attenua (Ibidem).
Il precuneo sembra essere larea di maggiore connessione tra le componenti del DMN, come
se fosse un punto nodale tra il lobo parietale e la corteccia prefrontale mesiale. Esso comunque
una delle regioni maggiormente connesse dellintero cervello, in particolar modo coinvolto in
quei processi mentali che riguardano lintrospezione e lautoconsapevolezza. Questo dato
importante perch conferma lipotesi che il DMN sia implicato in processi mentali liberi e in
compiti cognitivi passivi, la sua attivazione correla con la capacit umana di vagare con la mente,
di ripensare alle esperienze passate o di immaginare il futuro (Rosazza & Minati, 2011). Alcuni
studi (Deco & Corbetta, 2010) suggeriscono che esso si attivi quando lattenzione lontana dagli
stimoli esterni e lindividuo si trova in uno stato di rilassatezza. In realt, il DMN risultato
implicato anche in compiti cognitivi attivi: Hampson ha dimostrato che il precuneo e il giro frontomesiale sono funzionalmente connessi durante lo stato di riposo tanto quanto lo sono durante
compiti attivi di memoria (Ibidem). degno di nota il fatto che le prestazioni a compiti di memoria,
soprattutto la memoria di lavoro (Heister, Diwakar, Nichols, Robb, Angeles & Tal, 2013; Takeuchi,
Taki, Hashizume, Sassa, Nagase, Nouchi & Kawashima, 2011), siano positivamente correlate con
lintensit di attivazione del DMN. Ci suggerisce che alcune attivit cognitive siano effettivamente
facilitate o monitorate da questa rete neurale come, ad esempio, il recupero in memoria; il fatto
che lippocampo faccia parte del DMN supporta questa ipotesi, in quanto esso coinvolto nel
consolidamento della memoria episodica.
Le regioni che tendono ad essere impegnate simultaneamente durante lo svolgimento di
attivit quotidiane, in genere, mantengono attivit spontanea sincrona anche in condizioni di
riposo. La correlazione funzionale di alcune regioni varia non solo in base dal fatto che sia
avvenuta la richiesta di esecuzione di un compito cognitivo ma anche in base alle caratteristiche
del compito stesso (Rosazza & Minati, 2011). Questa evidenza suggerisce che le esperienze
recenti, cos come le abilit consolidate, possono lasciare una traccia mnestica allinterno della
funzionalit cerebrale e che, come gi accennato, le fluttuazioni spontanee possano essere
coinvolte nei processi di consolidamento della memoria. Dando uninterpretazione pi generale,
gli schemi di correlazioni neuronali riflettono probabilmente una combinazione fra attivit
cosciente e dinamiche interne, essenziali per lemergere di funzioni comportamentali (Ibidem).
Lattivit del DMN stata, come gi accennato, contrapposta a quella di alcune regioni
neurali che svolgono funzioni cognitive di controllo e di attenzione verso lambiente circostante. La
proposta dominante (Buckner, Andrews-Hanna & Schacter, 2008) sostiene che il DMN possa
consentire la costruzione interna dei modelli mentali che supportano operazioni autoriferite (cio
riflessione interiore, il sognare ad occhi aperti, libero fluire del pensiero, ecc). Queste funzioni
sembrano essere, per loro natura, in contrasto con il pensiero diretto verso gli stimoli esterni o

lesecuzione di compiti, caratteristica che si rifletterebbe nellarchitettura funzionale dei circuiti


neurali.
Anche se vi un consenso generale che il DMN sia anticorrelato con il sistema attentivo
esterno (EAS3; allegato 2), sono stati effettuati alcuni interessanti studi che riguardano la
distrazione durante la memoria di lavoro e la meditazione.
Fornito, Harrison, Zaleskya e Simons (2012) hanno condotto una ricerca per approfondire le
caratteristiche dellantagonismo tra DMN ed EAS; secondo gli autori, esso si riflette nella loro
attivit spontanea che spesso risulta fortemente anticorrelata. Ci ha fatto supporre che il DMN e
il sistema di attenzione esterna facessero parte di un efficiente apparato di elaborazione delle
informazioni, in cui il DMN domina i pensieri introspettivi e lEAS gli stimoli esterni. Questa ipotesi
stata in passato confermata da alcune evidenze: in primo luogo, la diminuzione di attivit del
DMN durante lesecuzione di compiti cognitivi proporzionata alla quantit di attenzione
necessaria richiesta. In secondo luogo, una limitata riduzione dellattivit del DMN stata
associata con una prestazione pi povera, riflettendo presumibilmente un qualche tipo di
interferenza dei processi endogeni con lattenzione verso il mondo esterno. In terzo luogo,
durante lesecuzione di compiti di memoria, una maggiore attivit del DMN stata associata a
prestazioni scarse nella codifica dellinformazione che richiede attenzione agli stimoli esterni
ma a una buona prestazione nel recupero della memoria dove lattenzione invece rivolta ai
processi mentali interni laddove lattivit dellEAS mostra un andamento opposto. Ancora,
persone le cui attivit del DMN e dellEAS sono fortemente antagoniste mostrano tempi di
reazione pi veloci e meno variabili durante lesecuzione dei compiti di controllo cognitivo. Infine,
pazienti con disturbi psichiatrici associati a disturbi dellattenzione mostrano una ridotta
competitivit tra il DMN e EAS (Ibidem).
Alla luce di alcune evidenze, tuttavia, questo modello appare un po semplicistico. Infatti,
DMN ed EAS non sempre operano come entit funzionalmente omogenee, spesso essi si
suddividono in sottoreti distinte che collaborano tra loro a seconda delle richieste del compito;
questo particolarmente vero per lEAS, che stato separato in un certo numero di regioni
neuronali. Inoltre, ci sono molti dati fMRI in cui comportamenti di coattivazione o di cooperazione
tra DMN e regioni EAS sono presenti durante la fase di recupero della memoria, la percezione
della soglia di stimoli acustici, lelaborazione della memoria di lavoro, lattenzione, lintrospezione
diretta ad uno specifico pensiero e il vagare libero della mente.
Sembra, dunque, che la cooperazione o lantagonismo tra DMN e EAS dipendano fortemente
dal compito richiesto al momento della misurazione, vale a dire che esso un comportamento
contesto-specifico e non continuativamente presente. Per avvalorare questa ipotesi, Fornito e
colleghi (2012) sono riusciti nella loro ricerca a separare le interazioni contesto-specifiche dalle
attivit supposte spontanee o intrinseche. In particolare, i risultati mostrano che, in determinate
condizioni di attivit (quali ad esempio il recupero dinformazioni in memoria), una maggiore
cooperazione tra questi sistemi in realt associata ad una migliore prestazione e che questa
cooperazione sarebbe facilitata dalla capacit del DMN di riconfigurarsi in moduli di base o
transitori a seconda del contesto: disattivazioni di parti del DMN possono dipendere dalle
caratteristiche del compito, sulla base di ci il DMN pu essere suddiviso in nodi che disattivano
indiscriminatamente (nucleo DMN) e regioni la cui disattivazione dipende dalle caratteristiche del
compito. Ci suggerisce eterogeneit funzionale, che in parte contesta lipotesi che tutto il DMN
3

Dallinglese External Attention System. A questo circuito di reti neurali sono stati dati vari nomi, tra cui
rete compito positivo, rete estrinseca, la consapevolezza esterno rete, e rete di controllo cognitivo
(Fornito et al., 2012).

venga soppresso in risposta a qualsiasi richiesta cognitiva. A riguardo, merita particolare


attenzione il ruolo della corteccia cingolata posteriore (PCC) che si distinta come un possibile
punto di canalizzazione delle informazioni pur mantenendo unalta connettivit con il DMN e con
lEAS. La centralit della PCC a queste interazioni anche supportata da recenti evidenze (Ibidem)
che essa svolga un ruolo importante nella memoria, oltre ad essere importante nucleo di
connettivit nel cervello che interagisce in maniera flessibile con differenti componenti DMN a
seconda del compito richiesto. probabile, dunque, che essa funga da catalizzatore determinando
lantagonismo o la cooperazione fra i due circuiti neuronali.
Azioni dirette verso un obiettivo specifico influenzano la nostra percezione e producono una
corrispondente modulazione dellattivit corticale sensoriale. Questo fenomeno, noto come
modulazione top-down, caratterizzato da un aumento risposte corticali quando gli stimoli esterni
sono rilevanti per il compito (attivazione) e da una diminuzione delle stesse quando gli stimoli
sono irrilevanti (soppressione). questa capacit di modulazione che ci permette di gestire in
maniera flessibile e con successo pi flussi di informazioni. La modulazione top-down avviene
tramite collegamenti fra regioni del cervello o reti neurali; essa coinvolge in particolare la corteccia
prefrontale, la corteccia parietale e la corteccia visuo-associativa. Prove recenti (Chadick &
Gazzaley, 2011) suggeriscono che lattivazione o la soppressione delle funzioni cerebrali sono
processi neurali distinti, tanto da essere differentemente condizionati dallinvecchiamento e dal
carico cognitivo. Similmente alla modulazione top-down delle cortecce sensoriali, delle regioni
parietali e frontali mostrano un incremento o una soppressione di attivit neuronale a seconda
degli obiettivi del compito cognitivo. In particolare, la rete fronto-parietale (FPN) attivata
durante una vasta gamma di compiti eterodiretti come lattenzione selettiva mentre il DMN
viene disattivato durante questi compiti e attivato da processi cognitivi introspettivi (ad esempio,
memoria prospettica/retrospettiva e il monitoraggio interno).
Partendo da queste ipotesi, Chadick e Gazzaley (2011) hanno svolto un esperimento in cui,
durante un compito di riconoscimento selettivo, i partecipanti erano tenuti a ricordare stimoli
specifici (volti o paesaggi) e contemporaneamente ignorare la somministrazione di stimoli
irrilevanti (volti sovrapposti a paesaggi) a distanza di un breve periodo di tempo. Sia la precisione
che il tempo di risposta della memoria di lavoro erano influenzati negativamente dalla presenza di
stimoli irrilevanti, rispetto alla condizione in cui gli stimoli pertinenti erano presentati senza
elementi distrattori. I ricercatori hanno codificato lattivit delle regioni della corteccia visiva
associativa deputate al riconoscimento di scenari (area paraippocampale, PPA) e delle regioni
destinate al riconoscimento dei volti (area fusiforme delle facce, FFA). stata trovata una
significativa attivit di modulazione top-down nellarea paraippocampale; vi era, infatti, un
incremento di attivit quando era richiesto il riconoscimento degli scenari, un decremento durante
la condizione di controllo (scenari e volti sovrapposti) e una soppressione quando il
riconoscimento degli scenari non era richiesto. I ricercatori hanno dimostrato che la correlazione
tra lattivit del DMN e della corteccia visiva era predittiva dellesito della prova.
Similmente, Weissman e colleghi (Buckner et al., 2008) hanno indagato i cali momentanei di
attenzione verso stimoli esterni durante un compito percettivo, studiando i momenti in cui i
partecipanti erano pi lenti a rispondere. stato osservato che appena prima di un calo di
attenzione, lattivit dellEAS diminuiva, compresa quella della corteccia anteriore dorsale
cingolata e della corteccia prefrontale. Inoltre, durante i momenti in cui lattenzione era rivolta
verso linterno, lattivit del DMN aumentava. Questi risultati suggeriscono che cali nella
modulazione delle regioni cerebrali deputate al controllo degli stimoli esterni possono portare ad
un inversione dellattenzione dagli stimoli esterni a quelli interni.

Brewer e colleghi (Brewer, Worhunsky, Gray, Tang, Weber & Kober, 2011) hanno condotto
una ricerca sulla possibilit che lattivit di meditazione riuscisse a modulare lattivit del DMN. Le
ipotesi di partenza erano due: in primo luogo, che lattivit meditativa, nonostante richieda un
pensiero concentrato su di s, avrebbe comportato una riduzione dellattivit del DMN; in secondo
luogo, che soggetti esperti in questa pratica avrebbero avuto maggiore connessione tra il DMN e le
strutture con cui esso generalmente contrapposto. Allinterno della fMRI, ai soggetti stato
chiesto di praticare diversi compiti caratteristici di alcuni tipi di meditazione allinterno del
macchinario. I risultati hanno confermato le aspettative: i due nuclei principali del DMN (corteccia
mediale prefrontale e corteccia cingolata posteriore) erano meno attivi nei soggetti esperti di
meditazione rispetto al gruppo di controllo. Inoltre, osservando i nuclei del DMN, si notato che
nei soggetti esperti di meditazione attivazioni e connessioni di questa rete neuronale sono
differenti rispetto a quelli del gruppo di controllo. I partecipanti allesperimento hanno, inoltre,
riportato di essere meno in bala dei propri pensieri durante il resting-state. Infine, la coerenza
della connettivit in entrambi momenti dellesperimento suggerisce che la pratica della
meditazione pu trasformare lesperienza del resting-state in una condizione simile a quella
meditativa e, come tale, in una modalit predefinita di pensiero pi centrata sul presente.
Limportanza di questi risultati appare ancora pi rilevante se si pensa che questo studio
stato condotto partendo da alcuni dati che riportano come il vagare con la mente sia unattivit
che occupa il 50% della nostra vita da svegli e che essa, qualora diventi pensiero rimuginativo,
possa essere responsabile dellabbassamento del tono dellumore (Brewer et al., 2011). A
conferma di ci, uno studio sulla depressione condotto da Sheline e colleghi (Ibidem) ha
confermato che le persone affette da questo disturbo hanno un deficit nella soppressione
dellattivit del DMN e che questo comporta lunghi periodi di intensa ruminazione negativa.
Pertanto, una difficolt nel sopprimere i nuclei del DMN (in particolare corteccia prefrontale
mediale) pu essere rappresentativa di una attivit che si manifesta come pensiero interno
negativo, piuttosto che come una incapacit primaria ad impegnare risorse esecutive, che forse
legata allelaborazione aberrante spontanea delle emozioni nella depressione. Lincapacit di
sopprimere il DMN sarebbe inoltre coerente con alcune difficolt cognitive caratteristiche della
depressione, quali la difficolt a concentrarsi e a prendere decisioni, deficit di memoria e pensiero
rimuginativo.
Studi sul DMN sono stati condotti anche in ambito della psicosi (Grecius, 2008; Broyd,
Demanuele, Helps, James & Sonuga-Barke, 2009; Zhang & Raichle, 2010), in particolare della
schizofrenia. Lipotesi che ci potesse essere una connessione tra il funzionamento del DMN e i
sintomi della schizofrenia, in particolare quelli positivi, nasce da due ragioni; la prima, riguarda
lassociazione del DMN con il pensiero interno: il confine tra le percezioni derivanti da scenari
immaginati e quelli del mondo esterno, che normalmente sarebbe fortemente definito, potrebbe
diventare sfocato, labile, tanto da far perdere il senso di confine di s e dellaltro. Il secondo
motivo ha a che fare con lantagonismo fra il DMN e lEAS: i sintomi della schizofrenia potrebbero
derivare da unanomalia nel sistema di controllo tale da causare unattivit irregolare o eccessiva
del DMN. Alcuni studi (Buckner et al., 2008; Broyd et al., 2009; Grecius, 2008) hanno fornito dati a
supporto della possibile delliperattivit del DMN nei pazienti affetti da schizofrenia. In particolare,
lattivit del DMN stata trovata in gran parte simile a quella dei pazienti di controllo ma sono
state notate anomalie in sottoregioni specifiche del DMN. Inoltre, in pazienti con sintomi positivi
stato registrato un incremento insolito dellattivit del DMN durante il resting-state (Buckner et
al., 2008).
Anche per quanto riguarda i disturbi dello spettro autistico (Buckner et al., 2008; Broyd et
al., 2009; Zhang & Raichle, 2010) sono state avanzate delle ipotesi relativamente ad un possibile

coinvolgimento del DMN. In particolare sembra che lattivit del DMN sia assente in soggetti con
disturbi dello spettro autistico. Unassenza di attivit del DMN potrebbe ricondurre ad una
difficolt nella rappresentazione di se stessi e degli altri, che si manifesterebbe nella difficolt a
comprendere le situazioni sociali, le relazioni, linterazione con gli altri e la comprensione delle
loro emozioni ed intenzioni.
Come ulteriore esempio che illustra lampiezza di domini che coinvolgono il DMN, Greene e
colleghi (Green, Sommerville, Nystrom, Darley & Cohen, 2001) hanno esplorato le regioni cerebrali
che sostengono le decisioni morali. Il loro disegno di ricerca ha sfruttato due situazioni
immaginarie, care alla neuroetica, spesso utilizzate per studiare i processi sottostanti alle decisioni
morali: il dilemma del carrello e il dilemma del ponte. Il dilemma del carrello (The trolley dilemma)
pone una situazione in cui un carrello ferroviario procede senza autista lungo un binario, sul quale
ci sono cinque persone; lunico modo per salvarle tirare una leva che devierebbe il carrello su un
altro binario, sul quale c una sola persona. Il dilemma del ponte (The footbridge dilemma) pone
la medesima situazione un carrello ferroviario viaggia senza autista in direzione di un binario sul
quale ci sono cinque persone ma con la variante che il soggetto si trova sul soprapassaggio dei
binari, accanto ad uno sconosciuto piuttosto corpulento; lunico modo per salvare le cinque
persone quello di spingere lo sconosciuto gi dal ponte, il quale morir certamente ma con il suo
peso bloccher lincedere del carrello. Lo studio chiedeva ai soggetti di giudicare se tirare la leva o
spingere lo sconosciuto gi dal ponte fossero azioni moralmente accettabili. I ricercatori si
aspettavano che al primo quesito i partecipanti rispondessero di s mentre al secondo
rispondessero di no; si aspettavano, inoltre, che i partecipanti che avessero giudicato moralmente
accettabile spingere gi dal ponte lo sconosciuto avrebbero impiegato pi tempo a risolvere il
dilemma. Le aspettative dei ricercatori sono state confermate ma ci che risulta pi importante in
questa sede che la soluzione del secondo dilemma attivava aree del DMN, in particolare il giro
frontale mesiale e il giro cingolato posteriore (Ibidem). La risoluzione dei dilemmi morali, in effetti,
esattamente il tipo di situazione in cui le persone simulano di trovarsi coinvolti in eventi
alternativi al qui ed ora.
Carhart-Harris e Friston (2010) hanno esposto uninteressante teoria riguardo alla possibilit
di un parallelo fra larchitettura gerarchica delle regioni cerebrali e la distinzione tra i processi
primario e secondario della teoria freudiana. Il quadro che emerge sarebbe di una gerarchia di
sistemi cerebrali in cui al DMN sottost il sistema attenzionale (EAS) e a questo sottoposto il
sistema sensoriale. Basandosi su un modello helmholtziano, ogni sistema cerca di sopprimere
lenergia libera del suo subalterno attraverso un processo di ottimizzazione delle previsioni allo
scopo di ridurre gli errori di inferenza. In questottica, lattivazione del sistema di attenzione pu
agevolare la soppressione delleccitazione esogena. Allo stesso modo, il DMN fornisce un controllo
top-down dei sistemi attenzionali e di salienza, sopprimendo la loro attivit. Ci che gli autori
vogliono mettere in luce la convergenza di alcune caratteristiche del rapporto fra pensiero
primario/pensiero secondario e tra DMN/EAS. Abbiamo visto come la schizofrenia sia stata
associata ad una generale difficolt nella soppressione dellattivit del DMN: nel Compendio di
psicoanalisi, Freud descrive il processo primario come un momento iniziale della vita del bambino
in cui lintera quota di libido disponibile viene immagazzinata allinterno dellIo. Secondo Freud,
questo processo durerebbe fino a che lIo non comincia ad investire la libido in oggetti esterni a s,
trasformandola da libido narcisistica in libido oggettuale. Se linvestimento libidico non viene
deviato su oggetti esterni, il soggetto rimane per tutta la vita isolato in un investimento libidico su
di s, ovvero nel ritiro caratteristico della schizofrenia. Il processo secondario, ovvero lavvento
dellistanza superegoica allinterno del mondo psichico del soggetto, avverrebbe secondo Freud
successivamente alla risoluzione del complesso edipico, vale a dire fra i 3 e i 6 anni.

Parallelamente, la soppressione del DMN una caratteristica che si sviluppa ontogeneticamente


negli individui, infatti la connessione fra corteccia prefrontale mesiale, corteccia posteriore e
corteccia cingolata totalmente assente nei neonati. Sia la soppressione del DMN che il processo
secondario emergerebbero dunque con la crescita dellindividuo, il loro mancato funzionamento
determinerebbe un eccessivo investimento dellindividuo su se stesso che pu portare allo
sviluppo di alcune condizioni psicopatologiche.

METODI
Il test di Rorschach un test di performance (Meyer, Viglione, Mihura, Erard & Erdberg,
2011), questa categoria racchiude quei reattivi psicologici che consistono nellosservare ci che fa
la persona (non solo quanto bene lo fa), dato un compito standardizzato capace di provocare un
certo tipo di risposta (Cronbach, 1949). Nel caso del test di Rorschach, il cardine della prestazione
rappresentato dalla consegna. Al soggetto, infatti, viene mostrata la prima tavola e posta la
seguente domanda: Cosa potrebbe essere?. Bench possa apparire banale, in realt questa
richiesta induce il soggetto a mis-percepire limmagine, forzandolo a non dare lunica risposta
corretta: una macchia (Manna, 2006). Il motivo per cui cos importante il ruolo della consegna
sta proprio nel fatto che essa attiva una condizione di problem-solving, che elicita nel soggetto la
messa in atto di una serie di strategie per eseguire il compito. Di fatto, queste strategie rivelano le
modalit di funzionamento dellindividuo, in quanto mostrano quali tratti della sua personalit
predominano nellaffrontare la vita quotidiana. In particolar modo, essendo una situazione poco
strutturata e quindi sconosciuta il soggetto utilizzer quei comportamenti che per lui sono pi
familiari, pi rodati, in pratica quelli che utilizza pi spesso. Da ci ne deriva che la performance
che il soggetto mette in atto al Rorschach altro non che una manifestazione delle sue
caratteristiche di funzionamento e di personalit. Le siglature, di conseguenza, sono la traduzione
in indici quantificabili delle strategie che il soggetto ha adottato nel risolvere quel determinato
compito.
Nessuna risposta al Rorschach accidentale o casuale. Ciascuna il prodotto di un insieme
molto complicato di operazioni che culmina nella decisione del soggetto di fornire una risposta al
posto di altre che sono disponibili. Cos ciascuna una rappresentazione indiretta delle
rappresentazioni psicologiche del soggetto (Dazzi, Lingiardi & Colli, 2006, pag. 659).
La risonanza magnetica funzionale (fMRI) uno strumento di indagine indolore, non invasivo
e che non necessita lutilizzo di un tracciante radioattivo. Essa, sfruttando la suscettibilit
magnetica dellemoglobina presente nel sangue, permette di studiare il funzionamento degli
organi in vivo ovvero durante la loro attivit metabolica. Quando la risonanza magnetica viene
applicata allo studio dellattivit cerebrale, si parla di risonanza magnetica funzionale neuronale
(Sacco, 2013).
Un tentativo di avvicinare lindagine neurologica allindagine testistica stato fatto da Asari
e colleghi (Asari, Konishi, Jimura, Chikazoe, Nakamura & Miyashita, 2010), nel tentativo di
indagare se e in che misura lamigdala organo regolatore delle emozioni avesse un ruolo nel
processo di risposta al Rorschach. Tuttavia, questa ricerca presentava alcune limitazioni
metodologiche: in primo luogo, per poter considerare valido un protocollo Rorschach la procedura
di somministrazione del test devessere quella standardizzata (Lis, Zennaro, Salcuni, Parolin &
Mazzeschi, 2007); va da s che la condizione allinterno dellfMRI non pu essere considerata un
setting di somministrazione valido. In secondo luogo, lutilizzo di risposte verbali ha
inevitabilmente delle complicazioni dal punto di vista della pulizia dei dati: la semplice fonazione,

infatti, crea delle difficolt non solo a causa dellattivazione di ulteriori aree cerebrali ma anche a
causa dei semplici movimenti della mandibola e del respiro.
Lo studio qui presentato, invece, tenta di bypassare le criticit legate sia allesecuzione di
compiti cognitivi in fMRI, sia al setting di somministrazione del test di Rorschach, sfruttando il fatto
che gran parte dei principali network presenti nel cervello coinvolto in un task sono ugualmente
rintracciabili nel cervello a riposo.
Prima della rilevazione in fMRI sono stati somministrati il Beck Depression Inventory (BDI), il
State-Trait Anxiety Inventory (STAI), il Symptom Check List (SCL-90 R) e il test di Rorschach con il
metodo Comprehensive System, tutti i reattivi sono stati somministrati salvaguardando la
standardizzazione delle procedure. In un secondo momento, i soggetti sono stati sottoposti
allesame fMRI. Allinterno del setting fMRI ai soggetti stata data listruzione di tenere gli occhi
chiusi, di non pensare a nulla in particolare e di non addormentarsi.
Il campione era composto da un pool di 24 soggetti bilanciati per sesso ed et con scolarit
media pari a 18 anni (DS = 3.03), confrontabili per i seguenti criteri di inclusione: et compresa tra i
20 - 40 anni (M = 29.6, DS = 6.82), assenza di incidenti cerebrali e patologie neurologiche e/o
psichiatriche; assenza di utilizzo di psicofarmaci; destrimani; assenza di gravidanza/sospetto
gravidanza; assenza di sintomatologia ansiosa, attacchi di panico, claustrofobia; assenza di
pacemaker, stent vascolari, protesi metalliche a livello cerebrale, cardiaco e dei grossi vasi.
Le 27 variabili prese in considerazione, composte sia da singoli tipi di siglatura che da indici
statistici derivati da esse, provengono dal Comprehensive System di Exner, cos come da esso
provengono le 65 funzioni psicologiche corrispondenti a tali variabili: PTI, M-, DEPI, S-CON, D
score, Xy, Ay, r, FQ-, WSumC, Art, 2, WSum6, PHR, AdjD, F, AB, R, GHR, HVI, M, CDI, An, CritCont.
Le procedure utilizzate per il pre-processing dei dati sono state: riallineamento spaziale e
riposizionamento temporale, lapplicazione di filtri spaziali e temporali, lo smoothing spaziale,
normalizzazione spaziale.
Le analisi dei dati fMRI sono state eseguite utilizzando la procedura ICA grazie alla quale
sono stati estratti 11 network, supportati in letteratura: Default Mode Network, Salience (External
Attention System, Left Frontoparietal, Right Frontoparietal, Sensorimotor, Low order visual, Hugh
Order Visual, Cerebellar, Temporal Precuneus, Anterior Cingulate-Brodmanns Area,
Supplementary Motor Area.
Per individuare le strutture latenti che modellano le reti cerebrali dinteresse e che
contemporaneamente predicono le variabili Rorschach stata utilizzata la Partial Least Square
Regression (PLSR). Lo scopo della PLSR quello di prevedere le variabili Rorschach sulla base
dellattivit neurale e di descrivere la loro struttura comune. Linferenza statistica stata ottenuta
calcolando la matrice e quindi misurando la somiglianza con i dati originali, utilizzando la somma
dei quadrati residui. Il modello ad effetto casuale stato invece impiegato allo scopo di
generalizzare il risultato, ottenuto dalla precedente analisi, alla popolazione di interesse. In questo
caso stato utilizzato lapproccio parametrico standard e quindi un metodo Jackknife: in questo
metodo, ogni osservazione viene esclusa dallanalisi e linsieme dei dati rimanenti costituisce
linsieme di calcolo. Ognuno di questi differenti set di dati usato per lanalisi PLSR che viene
impiegata per prevedere il risultato finale.
Per ciascun network cerebrale estratto con il metodo ICA, lanalisi PLSR ha generato un
vettore latente contenente una combinazione lineare delle variabili Rorschach originali. Questi

vettori sono chiamati profili di rete, allo scopo di raggruppare le variabili che condividono un
profilo di rete simile abbiamo impiegato una cluster analysis gerarchica secondo il modello Ward.

RISULTATI
Le analisi dei dati relativi ai resting-state fMRI sono state eseguite utilizzando la procedura
ICA (Indipendent Component Analysis) esplorativa lineare multivariata secondo la decomposizione
ottimizzata in componenti indipendenti, reperita nella libreria FSL (FSL-MELODIC). Questa tecnica
stata prescelta allo scopo di ottenere una elevata affidabilit test-retest, come dimostrano studi
precedenti. Per ciascun network cerebrale estretto con il metodo ICA, lanalisi PLSR ha generato
un vettore latente contenente una combinazione lineare delle variabili Rorschach originali.
Nello specifico emersa una elevata correlazione tra lindice psicopatologico
dellipervigilanza (HVI) del test di Rorschach e il DMN (Default Mode Network) (Allegato 3).

DISCUSSIONE
Lindice HVI (Hypervigilance Index) del Comprehensive System rappresenta levoluzione di un
cluster composto da 5 variabili, che inizialmente sembrarono essere in stretta correlazione con
tratti paranoidi di personalit. Nel 1986 (Lis et al.,2007) Exner condusse uno studio nel tentativo di
trovare il riscontro empirico di questa ipotesi: su 150 pazienti con diagnosi di schizofrenia
paranoica, pi del 70% riportava la presenza delle 5 variabili prese in esame e pi dell85% ne
riportava 4 su 5. Come controprova, Exner indag la presenza delle stesse variabili su un campione
di uguali dimensioni composto da pazienti schizofrenici senza tratti paranoidi. Lo studio rivel
unincidenza del 13% per tutte e 5 le variabili e solo del 17% per 4 dimensioni su 5. Nonostante
questi risultati confermassero lipotesi dellautore, gli studi successivi riferirono unalta presenza di
falsi positivi, tanto che lo stesso Exner ridimension il significato diagnostico dellHVI.
Pi che come una costellazione psicopatologica, lindice HVI viene oggi inteso uno stile del
soggetto, un tratto di personalit, che caratterizza soggetti costantemente sulla difensiva, che non
abbassano mai lo stato di allerta. Per questa caratteristica non risultano propensi ad instaurare
rapporti con gli altri e ancor meno ad allacciare relazioni intime e profonde. Gli individui
ipervigilanti non hanno fiducia nelle altre persone e investono moltissime energie per difendersi
da ipotetici attacchi (Ibidem, p.159).
Trarre delle vere e proprie conclusioni da unindagine pilota quale questa rischia di
essere quantomeno incauto, ci che invece possibile fare sono alcune riflessioni.
Il fatto che lHVI correli positivamente sia con lattivit del DMN sia con quella dellEAS pu
apparire come un dato contraddittorio: come mai questa variabile presente sia durante lattivit
di monitoraggio interno sia durante lattivit di controllo dellambiente esterno?
John Exner scrive: the hypervigilant person uses considerable energy to maintain a
relatively continuous state of preparedness (Exner, 1993, p.439). Nel costrutto dellHVI ci si
riferisce allipervigilanza come un monitoraggio dellambiente circostante, non in termini percettivi
bens in termini relazionali, che comporta uniperinterpretativit nei confronti dei comportamenti
altrui. Parlando di relazioni interpersonali e quindi di un interscambio che coinvolge le emozioni
e le esperienze del soggetto lallerta nei confronti dellambiente esterno non pu essere
separata da una notevole quantit di energia psichica investita dal soggetto nel tentativo di
controllare linterazione, percepita come minacciosa:

[] they were uniformly identified as people who tended to be hyperalert during most of
their daily routines. This hyperalertness was described by most of the therapists as like a subtle
state of apprehensiveness or pessimistic anticipation in which the subject assumes a psychological
preparedness even though there may be no clues or stimuli in the environment to warrant it
(Ibidem, p.440).
Lalternanza fra DMN e EAS ben rappresenta il modo in cui il costrutto dellHVI descrive la
circolarit dellinvestimento psichico messo in atto dalla persona ipervigile. La componente interna
dellipervigilanza verosimilmente sostenuta da una serie di attivit in cui il DMN coinvolto:
memoria episodica ed esperienze personali, mentalizzazione e decodifica dei comportamenti
altrui, pensiero autodiretto, elaborazione e gestione delle emozioni, pianificazione di eventi futuri,
interpretazione e previsione di richieste ambientali, integrazione s-ambiente. Soggetti ipervigili
a causa del loro bisogno di mantenere il controllo delle relazioni investono pi energie di quante
ne abbiano a disposizione per assicurarsi che tutti gli elementi del campo stimolo vengano colti e
rimangano sottocontrollo. In queste condizioni, lattivit cognitiva risulta spesso caotica ed
inefficace, in quanto i soggetti rimangono imbrigliati allinterno del loro flusso di pensieri (Lis et al,
2007). La componente eterodiretta dellipervigilanza, invece, pu riferirsi a tutte le attivit gestite
dal sistema della salienza (EAS), ovvero lattenzione agli stimoli esterni, la loro percezione e la loro
codifica.
Detto ci, sembrerebbe che i dati della ricerca confermino quanto gi esposto allinterno del
costrutto formulato da Exner. Ci sono, tuttavia, delle precisazioni da fare. LHVI uno di quegli
indici Rorschach emerso da ricerche empiriche: il campione iniziale era composto da soggetti con
schizofrenia paranoide e questo, unito alla successiva formulazione teorica, ha in parte viziato lo
sviluppo dellindice HVI. Le ricerche riguardanti lipervigilanza (Meyer, 1999; Lindgren & Carlson,
2002; Viglione, Giromini, Gustafson & Meyer, 2012), infatti, hanno battuto una strada orientata a
confermare la presenza di atteggiamenti di sfiducia, distanzianti, cinici, pessimistici e di allerta nei
confronti degli altri. La parte del costrutto riferita ad una attivit mentale pi interiore, con
caratteristiche di rigidit e ridondanza, non ha ricevuto alcun tipo di approfondimento da un punto
di vista scientifico. A riprova di ci, quando una ricerca ha dimostrato che lHVI era presente in una
modesta quantit di pazienti depressi (Exner, 1993), Exner ha interpretato questi risultati come
falsi positivi, considerandoli una disconferma di quanto ipotizzato in merito al costrutto. Le
ricerche sul DMN riportano, per, unalta attivit di questa rete neurale durante lattivit
rimuginativa nella depressione. quindi coerente che lHVI sia in parte presente anche in soggetti
con sintomatologia depressiva, proprio per la loro tendenza in comune con i soggetti ipervigili
a meditare in modo rigido e persistente riguardo ad un mondo percepito come minaccioso, non
meritevole di fiducia e ostile; nonch per la necessit di gestire i sentimenti negativi causati da
questa disposizione di pensiero.
Si ritiene comunque impreciso affermare che questa ricerca confermi il costrutto dellHVI
cos come inteso nel Comprehensive System, preferendo una considerazione meno definitiva.
Vale a dire che questi risultati ci danno informazioni riguardo ad una parte del costrutto dellHVI
che fino ad oggi complice sia il percorso storico dellindice HVI sia la mancanza di strumenti
adeguati allo scopo era stata solo ipotizzata, in quanto implicitamente parte del costrutto, ma
mai approfondita. Daltro canto, lo stato di allerta dellipervigilanza ha trovato in questi risultati
unulteriore conferma, dimostrando una volta di pi come la distinzione ambiente
interno/esterno sia utile a scopo esemplificativo ma vada inevitabilmente a scontrarsi con la reale
complessit dellessere umano, la quale si declina nellinterscambio tra lindividuo e il suo
ambiente circostante.

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