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La presente opera è frutto della fantasia dell’Autore. Le idee in esso contenuto non rappresentano necessariamente le idee della redazione di I Love Zombie. Ogni riferimento a cose e persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale, oppure provenienti da fatti di cronaca ormai diffusi e di dominio pubblico. Terlizzi, dicembre 2013. contatti: email gi.ventura@libero.it

La riproduzione è vietata con qualsiasi mezzo analogico o digitale senza il consenso scritto dell'autore e della redazione, con prevalenza del primo.

CAPUT MUNDI

di

Gioachino Ventura

Agli amici del bar, che sanno già tutto e ancora non lo sanno…

Introduzione

Ammetto che il tema ispiratore di questa prova d’autore apocalittico si è palesato in corso d’opera a mia insaputa. Invocare l’assenza di premeditazione ed escludere che l’evento possa

in qualche modo definirsi preterintenzionale, rende piena confessione. Non è andato oltre le

intenzioni, non era proprio nelle intenzioni. Finalmente ho scoperto sulla mia pelle l’essenza di quella formula dal suono così accattivante: l’eterogenesi dei fini.

Mi ci sono immerso con entusiasmo, desideroso di dare un contributo a questo genere di nicchia. Le pagine scorrevano a meraviglia e sulle ali dell’entusiasmo sono giunto alla drammatica resa dei conti, quando chi scrive si fa lettore e giudice di se stesso.

Col mento all’insù per inquadrare negli occhiali da presbite il monitor, indugiavo sulle schermate con apprensione che via via degradava in ansia conclamata: la storia avventurosa e un po’ (tanto) splatter che mi ero ripromesso di raccontare, sembrava essermi sfuggita di mano. Provai a stampare, nella speranza che il contatto fisico con la carta e la mutata prospettiva di lettura ad occhi bassi potessero restituirmi il controllo su quanto scritto. Peggio.

Ecco l’apocalisse, nel vero senso della parola, quello biblico, dove apocalisse sta per rivelazione. Nonostante le contromisure adottate, la lettura del testo restituiva un lavoro privo di quelle immagini insostenibili che tanto eccitano gli appassionati. Niente colpi di scena e agguati nel buio, niente dettagli truculenti. In fondo sono un commercialista mancato, non un medico patologo. E stavo mancando clamorosamente il contatto coi lettori. Inconsciamente,

a causa forse di sempre più remoti ricordi universitari, mi sono ritrovato a descrivere

l’apocalisse da un punto di vista, come dire, burocratico. A chi potrebbe mai interessare questo approccio così distante dall’ortodossia apocalittica? Clamorosamente fuori tema come

nemmeno alle medie…

Eppure, a pensarci bene, cos’è l’apocalisse nell’accezione comune del termine, e cioè inteso

come catastrofe, se non una situazione di emergenza il cui governo è disciplinato a norma di legge? Ecco, allora, che l’inconsapevole penna ha evocato qualcosa di più tangibile della realtà virtuale di un’apocalisse prossima ventura: la fragilità della Democrazia. E non solo. Ha reso presentabile l’opera grazie all’alone di serietà che promana da quel termine così politicamente corretto. Insomma, se qualcuno storce il naso dovrebbe ricredersi. L’apocalisse accade tutti i giorni, basta leggere un giornale senza chiedersi per chi suona la campana. A onor del vero non è sufficiente leggere, bisognerebbe anche capire ciò che si legge ma lasciamo stare, non è più tempo di miracoli. In troppi ormai quella campana non la sentono più, coperta da una sirena che ha fatto credere loro nell’immortalità.

E allora, con un pizzico di sano opportunismo ho corretto il tiro. Per colmare le innumerevoli lacune su argomenti sfiorati alla lontana diversi lustri or sono, ho compiuto ardite incursioni in una giungla di regolamenti e formule semantiche, lacci e lacciuoli, leggi, usi e consuetudini precisi nella loro definizione e al contempo fuorvianti se affrontati senza le dovute cautele. E mentre in maniera improvvida mi addentravo nei meandri dell’ordinamento dello Stato e dei suoi organi, funzioni e attribuzioni, allo stesso tempo riscoprivo il fascino della fine architettura normativa di tutti quei pesi e contrappesi, distribuiti e centellinati con cura maniacale dai Padri costituenti. Come effetto collaterale venivo travolto dall’attualidell’antipolitica, la panacea invocata nelle piazze, nei bar, nei talk show, che sedimenta meschina e ruffiana come melma sul fondo di uno stagno. Il cavallo di battaglia di taluni avventizi della politica. Costoro mirano a coinvolgere tutti insieme appassionatamente nella palude che naturalmente richiama il generico termine politica. Quella politica da bar sport, dove gli avventizi si fanno avventori per mietere facili consensi prima che, a furia di rimestare, lo stagno ritorni palude.

Nel leggere le mie pagine quasi non le riconoscevo. Ma quale apocalisse, déjà vu piuttosto! Leggevo di quanto sia facile mandare tutto in malora, di come l’emergenza strumentalizzata ad arte possa spingere verso l’abisso. Una legge, un provvedimento, un refuso addirittura e tutto cambia. Un’altra legge ancora e ti spingono un po’ più in là, verso una serie di punti di non ritorno fittizi il cui limite, però, tende davvero al fatidico non

ritorno. È già successo. Succede e succederà ancora. E non deve essere per forza qualcosa di apocalittico.

Per non mandare sprecato tanto impegno, con eroico spirito di sacrificio affido al lettore paziente e comprensivo l’insegnamento tratto da questo incidente di percorso. Perché non è vero che si scrive per se stessi. Se si racconta una storia è perché qualcosa la si vuol dire, e senza nemmeno troppa umiltà. E io la dico. Tenere gli occhi aperti, bisogna. Perché il primato delle attività umane è della politica.

Diffidare di chi afferma il contrario, bisogna. Perché o è in malafede oppure è davvero ingenuo. Nell’un caso o nell’altro, rappresenta comunque un pericolo o meglio, declinando in politichese stretto, una rischiosa deriva qualunquista.

Chiedo scusa a Gaetano Mosca se ho abusato del suo buon nome nell’attribuirgli l’aforisma della prossima pagina. Null’altro che un espediente per suscitare il sospetto in chi ancora non lo sa, che la politica è vera e propria scienza. E come tutte le scienze che si rispettino, non ammette apprendisti stregoni.

Terlizzi, lì 3 dicembre 2013

Eva colse una mela, e nel farlo pose deliberatamente in atto una precisa scelta politica. E ci furono conseguenze.

Basterebbe questo a sancire il primato della politica al di sopra di ogni altra attività umana.

Gaetano Mosca

(Pensiero di Gaetano Mosca appositamente inventato dall’Autore)

PARTE PRIMA

GENESI DI UN’APOCALISSE

Ciò che vedrai scrivilo in un libro e invialo alle sette Chiese”. (San Giovanni, “Apocalisse 1,11”)

SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE.

Al termine del telegiornale la regia passò sulla camera centrale dello Studio cinque. Panoramica in campo lungo, col presentatore poggiato alla scrivania visibilmente distratto. Braccia conserte, gambe incrociate. Voci indistinte fuoricampo. Stacco sul primo piano. Il capo chino, l’aria rassegnata e stanca. Sfumata da un ombra di cautela, una voce su tutte:

“In onda …”, annunciò il regista senza gli usuali punti esclamativi. Quasi controvoglia si mosse verso la telecamera, derivando e scarrocciando nei primi passi nemmeno fosse ubriaco. Ritorno in campo lungo. Ristabilì il controllo stringendo le mani l’una nell’altra ed ebbe il buon gusto di non sfregarle col suo caratteristico gesto untuoso. Un professionista. Misurando ogni passo arrivò al segnale dell’inquadratura in piano medio e lì si fermò. Sollevò le mani giunte fino a toccarsi le labbra e sfiorando l’estasi, strinse ancor più le spalle fin quasi a nascondere la cravatta tra i risvolti della giacca. Poi, con un movimento del tutto naturale, si sporse impercettibilmente in avanti e guardò diritto in camera, nell’assoluta certezza di toccare il cuore di ogni singolo italiano incollato al televisore. A quel punto, però, qualcosa si ruppe nella ferrea disciplina dell'anchorman di punta della RAI Radiotelevisione Italiana. Sopraffatto dall’idea che il pianeta stesse rallentando e il tempo lì lì per fermarsi e lasciare esposte per l’eternità le sue ultime parole, fu travolto dal panico. Le mani giunte presero a tremare con tutti gli avambracci, tanto da costringersi ad abbassarle e a stringerle forte. Fu solo un attimo: come in preda a un riflesso condizionato la bocca si ridusse a una fessura e con quella smorfia la muscolatura del volto ritrovò il giusto tono. Ringraziò per la cortese attenzione e con l’espressione più contrita di cui era capace, prese commiato dai suoi telespettatori affidandosi letteralmente nelle mani del Signore:

“Che Dio ci aiuti” proferì grave e solenne, tanto da fare di quella preghiera un epitaffio. Terminava così la più lunga diretta della storia della televisione italiana. La puntata fiume di Porta a Porta, diffusa a reti unificate e della durata di sei giorni, ridusse il Centro di Produzione RAI di Via Teulada a un bivacco e polverizzò tutti i record di gradimento. Il sequestro delle frequenze private e dei canali satellitari fece del primo canale della televisione nazionale l’unica opzione possibile, con Bruno Vespa nella parte del mattatore forte di un indiscutibile cento per cento di share. Di tanto in tanto la sparuta redazione del TG Uno diffondeva notiziari dai toni drammatici, con annunci e servizi filmati forniti tipo veline direttamente dall’unità di crisi predisposta dal Governo. L’inquietante aria tratta dall’opera di Roberto Lupi “Armonie del pianeta Saturno”, che ai tempi del bianco e nero annunciava la fine delle trasmissioni, chiuse la diretta e i tecnici predisposero le apparecchiature per la diffusione di un messaggio della Protezione Civile. Il comunicato riportava l’elenco delle Zone di Garanzia allestite in tutto il territorio nazionale, da trasmettere a oltranza, autonomia del gruppo elettrogeno permettendo. L’ultima edizione del telegiornale, infatti, riferiva di forti preoccupazioni espresse dai vertici dell’ENEL. Si accennava a gravi disordini in Francia e a potenziali incidenti sulla rete di interconnessione con l’estero. Troppo fresco il ricordo del devastante blackout che colpì l’Italia nel settembre 2003, causato dal crollo di un albero che troncò di netto una linea ad altissima tensione. In quell’occasione gli italiani appresero dell’esistenza del Piano di Difesa del GRTN (Gestore Rete Trasmissione Nazionale), le cui linee d’intervento contemplano l’attuazione del Piano di ripartizione ciclica delle interruzioni del carico. Se necessario, si sarebbe proceduto di lì a poco alla sospensione del servizio in vaste aree del Paese. Con quella frase banale pronunciata da un Bruno Vespa sfatto e con un’inedita barba di due giorni, la RAI interruppe le trasmissioni sine die e sull’Italia calò un velo di silenzio mediatico che come un sudario l’avvolse da Nord a Sud.

Dopo nemmeno mezz’ora dalla fine del TG Uno scattarono le prime protezioni del piano di difesa del sistema elettrico. Esse innescarono una violenta reazione che dette il via ad un inarrestabile effetto domino. Centinaia, forse migliaia di relè e meccanismi automatici scattarono inesorabilmente e nel volgere di appena tre minuti si determinò il collasso dell’intera rete elettrica nazionale.

Era il 26 aprile 2013.

RISVEGLIO

“Cazzo!” La ciminiera della centrale termoelettrica a olio combustibile tossiva in lontananza nuvolette nere e dense. Sembravano segnali di fumo provenienti dalla terra di nessuno. Gianco scese di corsa per prendere il binocolo e tornare sulla terrazza della villetta bifamiliare, la più vicina all’ingresso del complesso residenziale riservato ai funzionari della centrale. Faticò a mettere a fuoco la ciminiera, che ormai vomitava veleno con una certa regolarità. Tre elicotteri dell’Esercito a rotori fermi stazionavano nell’ampio spazio tra le torri di raffreddamento e la palazzina dei generatori a turbina. Un pugno di soldati ciondolava intorno ai velivoli con i fucili d’assalto a tracolla e le mani in tasca. Non davano l’idea di essere particolarmente preoccupati. Evidentemente l’area della centrale era già stata bonificata. Aldo, guarda un po’ la centrale” disse a suo cognato passandogli lo Steiner Commander razziato nell’armeria del paese, “a quanto pare abbiamo ancora un esercito”. “Lo dicevo che mi sembrava di aver sentito degli elicotteri ieri. Che fanno?” “Testano i bruciatori per provare a farla ripartire. Non capisco a cosa possa servire”. “Forse devono ricaricare i telefonini. Come mai tu non ne sai niente?” “A questo punto un direttore di amministrazione vale meno dell’ultimo degli operai di manutenzione. Se avessero avuto bisogno di noi sarebbero venuti a prenderci prima che scoppiasse tutto ‘sto casino. Pensa alle cose serie, piuttosto. Che ci fa quello stronzo così vicino al cancello?” Jawohl, mein Führer!”, disse sfilando il Barret M82 dall’apposita sacca. Appoggiò il calcio del pesante fucile di precisione alla spalla destra e prese la mira, dimenticando di trattenere il respiro come gli avevano insegnato in un corso accelerato di una ventina di minuti scarsi. Nonostante le ottiche perfette

del mirino telescopico, il risultato fu un deprimente sbuffo di polvere bianca ai

piedi del bersaglio. Seguì una fitta alla spalla e l’arma cadde con un frastuono del tutto simile al suono della parola coglione. In fondo era solo il responsabile grandi clienti del settore commerciale e non un cecchino ben addestrato. Nemmeno il tempo di riflettere sulle sue malefatte che la Beretta calibro 9

di Gianco sistemò la faccenda. Il cranio si svuotò dalla nuca dopo che la

pallottola a punta cava era penetrata con discrezione al di sopra dell’arcata sopraccigliare destra. Niente male per un dilettante a trenta metri di distanza. Cazzone! Da vicino non serve quel cannone. E se proprio devi, usa il bipiede. Un giorno o l’altro ti romperai la clavicola”, disse riponendo la pistola nella fondina ascellare. Ma così non è sportivo. Ricordi Il cacciatore? Un colpo solo…” disse massaggiandosi la spalla destra. “E tu saresti De Niro? Ma fammi il piacere… E comunque quelli non sono

cervi” aggiunse tra se mentre col binocolo controllava i dintorni del cancello. “Gianco mi senti? Sei lì? Passo” gracchiò all’improvviso la ricetrasmittente appesa al gilet da caccia. Era Ettore. Senior account un tempo alle dirette dipendenze di Aldo e adesso qualcosa di simile a un padre spirituale per la piccola comunità formata

da sette nuclei famigliari. Convinto assertore dell’iniziativa privata e dotato di straordinarie capacità persuasive, era riuscito a indurre alcuni suoi vicini a non recarsi nelle Zone di Garanzia predisposte dalle autorità. Appassionato di sopravvivenza e tematiche apocalittiche, abitava in fondo alla strada nel complesso residenziale costituito da una trentina di villette. Al complesso, a metà strada tra il paese e la centrale, si accedeva per mezzo di un anonimo viottolo sterrato. Al bivio con la provinciale avevano inscenato

un incidente stradale, una betoniera e un furgone che una volta carbonizzati

ostruirono l’accesso. Il pannello che preannunciava il residence giaceva sotto la fiancata del furgone, celando al mondo intero l’esistenza del complesso residenziale “Le Dalie”. Un progetto pilota, una sorta di showroom per la

multinazionale che da una parte produceva energia elettrica per le voraci

industrie lombarde e dall’altra promuoveva il risparmio energetico per mezzo di avveniristiche costruzioni, prodotte da una consociata e vendute a gente che non aveva alcun bisogno di risparmiare. Qualcosa di simile a una fortezza, interamente recintato da robuste inferriate e con un pesante cancello a sigillarne il perimetro. Isolato quanto basta e immerso in un boschetto di betulle che lo rendeva fin troppo tranquillo. L’ideale per sottrarsi agli sguardi indiscreti. Le villette costituivano un concentrato di tecnologia, moderne al punto da assicurare l’autosufficienza energetica grazie alle tecniche costruttive e all’impianto fotovoltaico installato sul tetto. Dotate di cisterna per il recupero dell’acqua piovana e di un impianto geotermico a bassa entalpia per la climatizzazione, garantivano la doccia calda agli inquilini per mezzo di un impianto solare termico in grado di funzionare anche con il cielo coperto. Una volta sbarrato il cancello dovettero solo preoccuparsi di oscurare le finestre. Di tanto in tanto qualcuno, o qualcosa, si affacciava al perimetro, ma solo per essere riempito di piombo. Routine. “Certo che ci sono, c’è anche Aldo. Non preoccuparti, ne abbiamo fatto fuori un’altro. Hai visto il fumo? Passo”. “Sì, lo avevo capito, tranquillo, ma non è per questo… e nemmeno per il

fumo, o meglio, credo che le cose siano collegate, ma comunque

da quanto

non provi a connetterti alla Rete? Passo”. “La Rete… ma se non c’è più nulla da mesi. Siamo in pieno medioevo, lo hai dimenticato? Passo”. “Sì, sì… prendi il portatile e fai una ricerca delle reti Wi-Fi. Oddio che casino. Te lo ricordi quel blog dei primi giorni? Ci abbiamo scritto anche noi. Da non crederci… è grossa davvero.

Aspettatemi che vengo lì. Passo”. “Guarda che se mi stai prendendo per il culo… Passo”. “Tu intanto prova a connetterti. Passo e chiudo!”

Corse in soggiorno e accese il pc:

“Benedetti pannelli” disse rivolgendosi a suo cognato. “Se ha detto una stronzata…” replicò Aldo a mo’ di commento. Il PC si avviò con lentezza esasperante, ma alla fine spuntò sul desktop il sorriso glitterato di sua figlia. Cliccò sulla ricerca reti e apparve una connessione di rete wireless denominata GOVERNOITALIANO2013, priva di protezione e con una potenza di segnale di ben quattro tacche. “Cazzo!”, esclamò per la seconda volta.

Era il 26 agosto 2013, a quattro mesi esatti dalla fine delle trasmissioni.

IL PRIMATO DELLA POLITICA

26 agosto 2013 di thesurvivaldiaries post n. 2.345

Vedo che l’ultimo post risale a quasi quattro mesi fa. C’è qualcuno che legge? Magari un Robinson così ottimista da provare a vedere se c’è connessione. Magari qualcuno in più. Volete sapere cosa è successo? So che lo sapete, cosa è successo, e temo siate nella merda fino al collo rintanati in qualche buco. Giusto. Forse la domanda è mal posta. Forse vi interessano i dettagli. Non cosa, ma come. Immagino vogliate conoscere la targa del camion che vi ha investito, la provenienza, la destinazione, il grado di sobrietà dell’autista. Bene, iniziate scaricando immediatamente questo file prima che lo facciano sparire dalla Rete. È accaduto. La tanto paventata, molto spesso sperata, quasi invocata, doveva accadere prima o poi: l’Apocalisse, l’Armageddon, l’Ultimo Capitolo. Saranno contenti gli apocalittici, i primi a leggere queste righe grazie ai pannelli fotovoltaici. Quelli si sono organizzati per tempo e temo che nel profondo del cuore ci sperassero anche. Un modo come un altro per svoltare una vita fatta di spese all’IPER e tasse da pagare. Hanno accumulato ogni ben di Dio in previsione del collasso finale mentre tutti ridevano dei loro sforzi. E hanno avuto ragione. Eccola la loro dapprima temuta, poi sperata e infine agognata apocalisse del cazzo. Chiusi nel bunker di famiglia ne usciranno a cose fatte, sempre che nel frattempo non abbiano esaurito le risorse o non abbiano fuso qualche rotella. Se quando metteranno fuori il naso non sarà finito tutto … beh in fondo mi fanno pena: moglie e figli a cui badare senza il necessario tirocinio per affrontare l’inferno. La sopravvivenza è una faccenda per vedovi e single. In tal caso avranno ritardato di qualche mese la fine. Amen.

Mettetevi l’animo in pace. Tutti. È successo ovunque con le stesse modalità, come qui, peggio di qui. Perché qui siamo in Italia, e in Italia le cose vanno sempre in maniera leggermente diversa. Straparlo? Se qualcuno mi legge vuol dire che ha accesso alla Rete: andate al sito ufficiale del Governo Italiano, così, tanto per ridere. Già, perché non è cambiato nulla. C’è ancora un governo, anzi, il Governo. Quello di prima. Con qualche aggiustamento, certo, ma con le solite facce e tutto il resto per farlo funzionare. E funziona, cazzo se funziona. Credevate davvero che tutto andasse in malora senza che non si sapesse per tempo? C’è sempre chi deve riferire qualcosa a qualcuno, verificare e trasmettere informazioni, fare domande e ottenere risposte. C’è sempre chi è in condizioni di sapere e porvi rimedio. O almeno di provarci. Come nei film di una volta, intendo quando ancora esistevano i cinema. Organizzazioni super potenti, gli americani certo, con le loro agenzie, i centri di ricerca, le basi segrete dove si studiano chissà quali cazzi. Le Aree 51, 52, 53…

E anche gli altri, ognuno aveva le sue cosine per prevedere l’imprevedibile e dare ordini, agire. Solo che nei film erano i politici gli arruffoni, sempre pronti a mettere il bastone tra le ruote agli operativi. Militari, scienziati, semplici cittadini che d’un tratto diventano supereroi. I politici, invece, erano quelli che stavano lì col naso per aria e lo sguardo attonito. Di norma un sindaco irrimediabilmente obeso e dalla voce stridula, un ministro ottuso, un sottosegretario isterico che fuorviava

il Presidente, anima candida, e che creava solo casini complicando la vita

all’eroe. Bene, le chiacchiere stanno a zero. Malgrado tutto e malgrado ciò che

vi hanno dato a bere finora, abbiamo dimostrato che il primato delle attività

umane è sempre e solo della politica. Pensateci!. È grazie alla politica che vi arrivava il latte fresco in casa. Non i camion,

non le fabbriche, non gli allevatori e nemmeno le mucche. Basta una legge per mandare tutto in vacca, scusate il gioco di parole. Un tratto di penna e il cappuccino alla mattina ve lo scordavate per sempre.

I ladri, i corrotti, quelli che… in miniera a lavorare! Anche questa volta vi abbiamo salvato il culo. Perché mentre leggete le notizie sul giornale o le subite in televisione, noi quelle notizie le produciamo. Anche quando vado al cesso le conseguenze del mio gesto le pagate voi. Perché è al cesso che produco. Merda, direte voi. Certo, dico io. Ma è lì che penso e quando penso ci sono sempre conseguenze. Mettetevi comodi e leggete queste righe. Ma fatelo con distacco. Non lasciatevi travolgere dalla passione. Non pensate a dove eravate mentre tutto questo accadeva a vostra insaputa. Non indignatevi se non vi hanno tirato giù dal letto per chiedere il vostro parere e soprattutto, non deprimetevi. Non ne avete colpa alcuna. Le pecore sono pecore e devono fare le pecore, altrimenti il sistema si inceppa. La politica miei cari. Che vi ammorba coi suoi miasmi, vi travia con le sue lusinghe, vi incula a sangue, beh sì, anche questo si diceva al bar, ricordate? È quella cosa che vi salva il culo ogni volta, ma solo per conservarvelo, se non intatto, in condizioni passabili per abusarne più tardi. Ma se lo fa, miei cari lettori elettori, ha sempre ben presente un interesse superiore, un indefinito principio di utilità per il quale ciò che è, è sempre meno peggio di ciò che può essere. Storia vecchia ma sempre attuale: si agisce sull’atavico terrore di compromettere un presente dato per acquisito, oscurando la speranza di un futuro migliore, un futuro che deve apparire alla maggioranza se non nero, quantomeno grigio. Sembrava incredibile. L’economia era sempre lì lì per crollare. Il Paese per collassare, il debito pubblico per esplodere, la disoccupaz ione per dilagare. Ve li ricordare i non si può più andare avanti così pronunciati con solennità e genuino sdegno in TV? Il refrain dell’uomo della strada, un tormentone che attraversa i secoli senza perdere smalto. L’uomo della strada, anima benedetta. Il salvatore di tanti figli di puttana, il dispensatore di croci vergate a matita copiativa nel segreto di una squallida cabina elettorale. L’ultima risorsa dei furbi. Cambiano le immagini e la qualità

dell’inquadratura, ma è sempre la stessa solfa. E meno male.

Erano gli anni cinquanta. Enormi telecamere a spalla che traballavano ad ogni sospiro del cameraman e gente intimorita dal microfono. Cieli plumbei, strade povere di traffico, facce in bianco e nero coi denti guasti e la giacca stazzonata che già ne avevano viste di tutti i colori. In pieno dopoguerra per strada incontravi di tutto. Ex alpini reduci della ritirata di Russia, mamme che avevano ormai pianto tutte le loro lacrime nei rifugi antiaerei, scugnizzi cresciuti che avevano affrontato i tedeschi nei vicoli di Napoli, borsari neri, gerarchi in pensione con chissà quali pesi sulla coscienza, disoccupati derubati della bicicletta. Tutti in coro a inveire contro il governo: non si può più andare avanti così. Poi è arrivata la videocamera dotata di stabilizzatore ottico, un concentrato di tecnologia a colori. Il microfono ultra moderno filtra asetticamente ogni rumore di fondo e incalza gente curata e ben vestita che sembra nata di fronte alle telecamere. E che blatera sempre che… non si può più andare avanti così! Tra la telecamera e la videocamera sono passati sessant’anni, eppure… eppure si va. E ogni volta accade che ad un centimetro dal baratro, al termine di una notte insonne di confronto serrato tra le parti, l’alba di un nuovo giorno

ci regala l’ennesimo prodigio. Ecco, allora, il provvedimento salva qualcosa, la

misura che instilla nuova linfa, la legge che spinge il bordo dell’abisso dieci metri più in là e che rende valicabile quel limite solo il giorno prima riconosciuto all’unanimità come il classico punto di non ritorno. Sarà pure spazzatura quella che tiriamo fuori dal cilindro, ma intanto, miracolo, gli autobus vanno ancora, quelli che… non si può più andare avanti così sono già in strada di buon mattino con le facce incredule, e vanno anche loro:

al lavoro, a cercarne uno, a rubare, a puttane. E avranno un altro giorno, un

altro mese, un altro anno per continuare a dire che non si può più andare avanti così. Certo, è inevitabile, qualcuno ne farà le spese e senza grandi disturbi sparirà. Danni collaterali si chiamano, ma intanto la maggioranza è salva, l’orlo dell’abisso si è spostato più in là di dieci metri, forse solo cinque. Non tanto,

quanto basta. E chi rende possibile tutto ciò? Suvvia che lo sapete! Non siete convinti, lo sento. Pensate allora al sergente americano dei film di

guerra in bianco e nero, di solito un ragazzone rubicondo con una o apostrofata nel cognome. Perché parlo sempre di film? Ma cazzo, siamo (eravamo?) una società ad imprimatur televisivo. L’audiovisivo è l’unico mezzo

di apprendimento per chi non capisce ciò che tecnicamente è in grado di

leggere, e sono la maggioranza, anzi, siete la maggioranza. Adesso più che mai sono costretto al prezioso ausilio, evocando immagini nella speranza che chi legge queste righe possa capirmi. Il sergente, quindi. Appena terminato di friggere un centinaio di giapponesi coi lanciafiamme, crollava esausto contro un albero e con lo sguardo perso nell’infinito si lasciava andare ad una delle frasi più abusate della filmografia di tutti i tempi: “È stato un lavoro sporco, ma qualcuno doveva pur farlo”.

Ecco… nella sua ingenuità il regista ci stava mostrando un’altra vittima. Il vero attore di quella scena si trovava a migliaia di miglia con i piedi asciutti e il culo ben protetto. Era chi ha messo su una maggioranza dal nulla, ha convinto il Congresso a emettere titoli del prestito di guerra, ha brigato per venderli, ha stanziato i fondi, ha aperto un capitolo di spesa e poi li ha impiegati per procurargli il lanciafiamme. Siate onesti e pensateci su. Non è tutto questo il più alto livello della creatività umana? Un lanciafiamme simbolo di distruzione a testimoniare della creatività umana. Non sono uscito di senno. È paradossale, ma provate a dimenticare per un attimo quel sudicio anfratto buio e puzzolente in cui alberga la coscienza dei politici. Non vi appare meraviglioso tutto ciò? Non vi sembra questo il punto più elevato nella scala evolutiva? Parlerò di politica ma voi, è inevitabile, leggerete altro. Non lasciatevi fuorviare. Siate lettori freddi, cinici, professionali. Vi racconterò l’inferno. Prendetelo per quello che è. Un capolavoro di menti visionarie la cui capacità

di analisi, sintesi ed elaborazione dei dati è spaventosa. Gente di tal fatta è in

grado nell’arco di una frazione di secondo di individuare un trend, compiere analisi costi-benefici contando solo sul proprio intuito, dare un senso a variabili impazzite con uno stupefacente grado di approssimazione alla realtà. Tutte operazioni che richiederebbero almeno tre secondi ad un megacomputer di ultima generazione, un’eternità al confronto. Gente coi contro coglioni si direbbe in quel bar. E gente così non può far altro che salvarvi il culo, ma solo perché quel culo gli servirà per fare ciò che è tristemente noto a tutti i frequentatori del bar. Solo così il sistema funziona e il ciclo continua, almeno finché non ci sarà più nessuno. E questa volta ci siamo andati vicini, molto vicini. È pur vero che in questa vicenda tutti gli schemi sono saltati e per la prima volta nella Storia la maggioranza, anzi, la stragrande maggioranza ne ha fatto le spese. Ma non abbiamo fallito, no. Una vera e propria rivoluzione. Sovvertendo ogni regola abbiamo puntato al minimo risultato col massimo sforzo e ad un prezzo esorbitante. Politicamente ed economicamente scorretto, certo, e tecnicamente potrei anche essere d’accordo, ma alla luce dei fatti abbiamo avuto ragione. Volete ancora sapere di quel camion? Va bene. Un’ultima raccomandazione:

dimenticate per un attimo che tutto ciò è in larga parte avvenuto sotto la mia supervisione. Chi sono io? Bella domanda, anzi, domanda scomoda ma tant’è, ormai chi se ne frega. Un pentito magari o più semplicemente l’unico a poter ricostruire gli eventi di questi ultimi quattro mesi, ma poi… dopo il verbale che leggerete… che si fottano tutti! Il primato della politica, come no. Al diavolo! Sono troppo intelligente, troppo vecchio e troppo stanco per continuare a mistificare una realtà così ingombrante. La verità è là fuori, limpida e cristallina benché putrefatta in miliardi di corpi sfatti e di occhi spenti. Più avanti troverete nome e cognome. Non lo faccio per amore di verità. Forse dovere di ufficio. Ho solo consigliato misure che non mi sento di disapprovare. Fatico ad attribuirmi

colpa alcuna. Che altro avrei potuto fare? Adesso, però, esaurita la funzione salvifica della cospirazione, tutto ciò ha il sapore di una confessione più che di una rivelazione. Cosa credevate? Sensi di colpa, forse. Lo faccio per me stesso, in fondo sono e resto un politico, non un filantropo. Di sicuro non un uomo d’azione. Si pensi piuttosto ad un oscuro servitore dello Stato di nomina “politica”. Alto funzionario della carriera direttiva con attico ai Parioli. Prestigioso pentavani, tripli servizi con terrazza a livello, riscattato a prezzi stracciati dall’Ente proprietario dopo anni di affitto a equo canone e assoluta, incondizionata, fedele dedizione. So già a cosa state pensando e siete fuori strada. È venuto via con poco, lo ammetto, ma non certo a mia insaputa. E che diamine… Un costituzionalista esperto in affari interni e una discreta esperienza nei servizi, privo di dignità accademica. Un puro capace di rinunciare a una cattedra confezionata su misura in un ateneo di provincia pur di restare a Roma. Prossimo all’agognata pensione d’oro. Scapolo impenitente senza cuore e senza prole, ho speso gli anni migliori (e i peggiori) nei corridoi del Viminale a tessere trame, intrecciare relazioni, a rendere commestibile tutta quella merda che mi è passata per le mani. Le alterne vicende della politica mi hanno visto combattere su tutti i fronti e su tutte le posizioni, spesso indifendibili. Maggioranza od opposizione per me pari sono. Ufficialmente sono un impiegato dello Stato, ma non ricordo nemmeno più di quale ministero. In un mondo che stava rapidamente percorrendo a ritroso i gradini dell’evoluzione fino a sprofondare nell’età della pietra, ho dedicato ogni energia, ogni respiro, ogni cellula del mio corpo a mantenere vivo ciò in cui ho sempre creduto: lo Stato. Considero questa vicenda il mio canto del cigno. Avrei dovuto tenere un diario, ma a quei tempi oddio, si tratta di appena quattro mesi fa lasciare nero su bianco tracce di quanto si stava realizzando non mi è sembrata una buona idea. Purtroppo i ricordi sbiadiscono, le ferite

rimarginano, tutto si sovrappone e appare indistinto. Non sono passati che pochi mesi eppure stento a ricostruire gli eventi e a collocarli nel tempo con chiarezza. Poco male. È tutto scritto, promulgato e pubblicato, quindi registrato e catalogato. E pensare che c’è chi parla male della burocrazia. Basterà semplicemente integrare l’ufficialità con queste righe per ricostruire tutto. È così. C’è stato qualcuno che con zelo e solerzia encomiabili si è preoccupato di dare forma al caos. Ma tant’è, la Storia la devono scrivere i vincitori e non posso in tutta onestà ignorare che di guerra si è trattato e che questa guerra, in un modo o nell’altro, è stata combattuta e vinta. Mio malgrado sono diventato il crocevia di rogne abissali, problemi formali e intoppi procedurali con implicazioni di natura legislativa, amministrativa e logistica mai visti prima. Sono stato la valvola di sfogo, l’extrema ratio, il buco del culo di un Governo che di giorno in giorno giocava l’ennesima ultima carta, calata con la forza della disperazione sul nero panno di un tavolo in bilico sul baratro. Non vi sono arrivato per elezione né per cooptazione, né tanto meno per un formale incarico. È accaduto che qualcuno ha iniziato a farmi domande, a chiedere pareri, valutazioni. Più aumentava l’importanza di chi poneva le domande più accrescevo la mia autorità. Centinaia di decreti d’urgenza, provvedimenti tampone, misure estreme a salvaguardia dello Stato hanno tratto ispirazione dalla mia fervida immaginazione. Tutto ciò mi ha reso di volta in volta giudice e plotone di esecuzione: di italiani ne saranno rimasti poco più di due milioni, e siamo di gran lunga la nazione più popolata al mondo. Non si poteva fare altrimenti. Alta la posta in gioco, alto il prezzo pagato. Definire la sopravvivenza della specie umana posta in gioco suona riduttivo, addirittura oltraggioso, ma è stato questo il rischio corso. E bisognava agire in fretta. Italia caput mundi di un pianeta che conta meno esseri viventi dei tempi di Traiano. A parte piccolissime enclave di normalità, sparse a macchia di leopardo e legate all’antenna di una radiotrasmittente ad Onde Corte rimediata

in chissà quale scantinato, siamo l’unica nazione che può ancora definirsi industriale, in grado potenzialmente di fornire ai propri cittadini i servizi essenziali quali ordine pubblico, assistenza sanitaria, giustizia, libertà di circolazione, energia elettrica e la salvaguardia della proprietà privata - cosa quest’ultima piuttosto agevole dato l’immenso patrimonio a disposizione dei pochi sopravvissuti nel territorio che identifica la Nuova Repubblica Italiana. E questo grazie alla lungimiranza di un pugno di uomini che non si avvicinano nemmeno lontanamente al concetto di supereroe. Gente occhialuta, pingue e con calvizie incipiente, ma dotata del cinismo necessario a decisioni estreme e capace di ogni nefandezza. E credetemi, di porcate ne sono state fatte tante e di tale portata da oscurare le prodezze dei totalitarismi del Novecento. Questa, però, passatemela: è con orgoglio che posso affermare che il Governo Italiano è stato l’unico esempio di struttura organizzata a restare legittimamente, formalmente e sostanzialmente in carica. Non ha mai cessato di espletare le proprie funzioni nemmeno durante il periodo di follia collettiva che con grande abilità profetica Brooks ha definito Grande Panico. Sento il dovere di ringraziarlo per le sue opere, convinto come sono che è anche per merito suo se siamo riusciti ad assicurare la continuità dello Stato in tutte le sue funzioni: legislativa, amministrativa e giurisdizionale. Spero con tutto il cuore che abbia salvato la pelle. Al di fuori dei ridotti confini regna il caos. A qualcosa è servito. In fondo non si trattava che di saper leggere tra le righe e attuare la misura che si è rivelata unica al mondo: il piano Pandora e il suo famigerato Terzo Allegato. Che Dio ci perdoni. Ma andiamo con ordine. Ecco la goccia che ha fatto traboccare il mio personalissimo vaso. Un groviglio di menzogne e mezze verità che ormai, siamo rimasti davvero quattro gatti amici miei, credetemi, non ha alcun senso.

Consiglio dei Ministri n.29

12 agosto 2013 La Presidenza del Consiglio comunica che:

Il Consiglio dei Ministri si è riunito oggi alle ore 18.20 nella sede dell’Elba, sotto la presidenza del Presidente del Consiglio. Segretario il Sottosegretario di Stato alla Presidenza.

Per far fronte ai problemi indotti dall’impossibilità di stabilire idonee comunicazioni sul territorio nazionale a seguito della emergenza sanitaria in atto nel Paese, il Governo ha disposto la costituzione di unità di ripristino della rete di comunicazione mediante l’impiego di tecnici della Protezione Civile coadiuvati da unità dell’Arma delle Trasmissioni e dei Carabinieri. Tale intervento consentirà la connessione in modalità Wi-Fi alla rete predisposta dal Governo, ristabilendo i collegamenti in Internet sul territorio raggiunto dal servizio.

*****

Il Consiglio, su proposta del Ministero della Sanità, informa che il fenomeno in atto nel Paese, di natura pandemica, è imputabile a un agente infettivo di carattere virale e di origine sconosciuta. Esso si trasmette mediante scambio di fluidi corporei quali saliva, muchi, sangue, sperma e sudore. Il contatto con l’agente patogeno determina nell’arco delle prime ventiquattro ore dall’esposizione un pesante stato di malessere generale del soggetto infetto, caratterizzato sin dai primi istanti da un violento aumento della temperatura corporea. Esso precede il coma a cui segue, nella totalità dei casi, la morte.

Con stupefacente parallelismo con quanto illustrato in letteratura e cinematografia definite horror, nel breve arco di pochi minuti dalla cessazione di ogni funzione vitale si verifica la successiva trasformazione in esseri noti ai cultori del genere con

il termine zombi o morti viventi. Le forti analogie tra realtà e finzione letteraria hanno spinto le autorità ad adottare quale testo di riferimento per le attività di contenimento dell’emergenza il volume intitolato Manuale di sopravvivenza agli zombi” di Max Brooks, disponibile al seguente Link:

È in preparazione il Protocollo per il trattamento sanitario dell’infezione. Esso rappresenterà il compendio degli studi sinora realizzati dalle autorità sanitarie e individuerà le misure da adottare. Nelle more della pubblicazione si raccomanda di far riferimento all’opera sopraindicata.

Le autorità sanitarie hanno scientificamente provato lo stato di morte cerebrale e la totale assenza della capacità di autodeterminarsi di quegli individui che, a seguito del contagio e della successiva trasformazione post-mortem in organismi deambulanti dediti al cannibalismo (in seguito definiti col termine entità), hanno perso lo status di esseri umani.

*****

Il Consiglio ha approvato, su proposta del Ministro della Giustizia, uno schema di decreto legislativo il quale, con effetto retroattivo alla data della dichiarazione dello Stato di Emergenza (D.C.M. del 20.04.2013), si pone l’obiettivo di riconoscere tali entità quali res nullius, non meritevoli pertanto di tutela legale e prive della capacità giuridica e dei diritti elementari così come riconosciuti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948.

In particolare ne consegue la derubricazione del reato di omicidio, e più in generale dell’intero titolo dodicesimo del Codice Penale attinente ai delitti contro la persona, perpetrati ai danni delle cosiddette entità.

Constatata l’attuale impossibilità di un efficace trattamento sanitario dell’infezione, viene riconosciuta come precostituita l’esimente della legittima difesa in caso di

omicidio di individuo contagiato, ma non ancora trasformato, che abbia rifiutato di sottoporsi volontariamente al Trattamento sanitario obbligatorio di emergenza (ai sensi del D.L. n. 68 del 01.05.2013 che disciplina l’istituto dell’ E.V.O. - Eutanasia Volontaria Obbligatoria). Saranno tuttavia perseguiti, sia in sede civile che penale, quegli atti che rivestano carattere di maltrattamenti, da intendersi quali comportamenti inutilmente vessatori e/o lesivi della dignità umana commessi nell’intervallo di tempo ricompreso tra il contagio e la morte.

Per quanto precede, in presenza di individuo contagiato è fatto obbligo a ciascun cittadino di invitare il soggetto a sottoporsi volontariamente ed immediatamente al trattamento sanitario obbligatorio di emergenza. In caso di diniego è fatto obbligo di attuare il trattamento contro la sua volontà.

Nel perdurare dell’attuale Stato di Guerra contro ignoti (proclamato ai sensi della Legge n. 268 del 27.04.2013), ogni atto rivolto a mantenere in “vita” tali entità rivestirà carattere di reato, e nella fattispecie reato di Aiuto al nemico e reato di Nocumento alle operazioni militari. I predetti reati saranno puniti ai sensi del Codice Penale Militare di Guerra. Costituirà eccezione la detenzione di tali entità

in

apposite strutture individuate dal Ministero della sanità esclusivamente a scopo

di

studio e ricerca.

A

seguito di trasformazione post-mortem della vittima del contagio, a cui segue lo

status di res nullius, ogni vincolo di parentela o affinità con le entità decade. A seguito della decadenza, tali vincoli non potranno pertanto costituire attenuante ai predetti reati. Tuttavia la decadenza non colpisce i diritti di natura successoria in capo a eventuali eredi e/o legittimari.

Per quanto precede è fatto obbligo a ciascun cittadino di abbattere a vista tali entità.

Il provvedimento, avente carattere di urgenza, verrà trasmesso alle Commissioni

parlamentari competenti per il parere prescritto.

*****

Il Consiglio, su proposta del Ministro dell’Interno, del Ministro della Ricostruzione Nazionale e del Ministro della Guerra, attesa l’assenza di ogni comunicazione dovuta al collasso dei normali mezzi di informazione e della rete Internet sull’intero territorio nazionale nel periodo immediatamente successivo al dilagare dell’infezione, emette il seguente comunicato:

Il territorio dello Stato alla data odierna risulta costituito dalla porzione di suolo continentale ricompresa tra l’intero arco alpino da Ovest a Est, fino alla linea del fiume Piave, e a Sud da una ideale linea di confine che dal territorio di La Spezia passa per l’Appennino tosco-emiliano e il corso del fiume Reno fino all’Adriatico. L’area risulta costituita dalle intere Regioni Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Trentino Alto Adige e da porzioni di territorio delle Regioni Veneto, Toscana ed Emilia Romagna. Persiste l’ordinamento su base regionale dello Stato e le Regioni e le Province mantengono la normale attività amministrativa sul territorio di competenza, seppur attualmente sospesa a seguito delle note vicende. Su tale territorio il Governo temporaneamente insediato all’isola d’Elba esercita le sue prerogative costituzionali.

Vaste aree del Paese sono di fatto nel caos e prive di ogni controllo governativo, fatta eccezione per le enclave costituite dalle basi militari e i territori attualmente controllati dalle unità dell’Esercito ivi schierate.

Il Comando delle Forze Operative Terrestri (COMFOTER) informa che l’intero Esercito Italiano risulta attualmente impegnato a presidio dei nuovi confini. Il secondo comando delle Forze di Difesa (2°FOD) è attestato lungo la linea del Reno a Sud e lungo la linea del Piave a Est. La Divisione “Acqui”, con encomiabile capacità organizzativa e straordinario sforzo logistico, ha brillantemente completato il rapido schieramento delle forze poste sotto il proprio comando. Ad Ovest è schierata la Divisione “Friuli” mentre lungo i valichi di frontiera e nel tratto appenninico a Sud-Ovest sono impiegati i reparti del Comando Truppe Alpine (COMALP). Al termine delle operazioni di contenimento dell’epidemia e controllo del territorio tutt’ora in atto, saranno

avviate operazioni di Rastrellamento e Bonifica volte al recupero della suddetta

area al fine di assicurare allo Stato la piena autonomia. Si fa espressamente divieto ai civili di congiungersi alle truppe schierate nel teatro di operazioni. È consigliabile inoltre evitare le aree più densamente popolate e segnatamente le città.

È possibile prendere visione dei bollettini di guerra emessi dall’inizio delle

operazioni collegandosi al seguente link:

Quale impegno programmatico, il Consiglio dei Ministri individua nel recupero dell’intero territorio nazionale il principale ed imprescindibile obiettivo che intende assumere nella conduzione della propria linea politica e di governo.

Nonostante la gravissima crisi il Governo Italiano ha saputo reagire con energia e prontezza, garantendo la continuità dell’azione di governo dell’emergenza e ponendosi nelle condizioni di assicurare ai propri cittadini il ripristino delle garanzie costituzionali. La catastrofe apocalittica che ha spazzato via ogni forma di organizzazione statale in tutto il resto del pianeta non ha colto impreparati gli organi di Governo i quali, seppur in emergenza e col ricorso a radicali e dolorose misure di contenimento, hanno sempre operato nel pieno rispetto della Costituzione. In tale frangente il Governo ha saputo agire a garanzia del bene sovrano della Nazione, della salvaguardia dello Stato, della sopravvivenza dei cittadini.

A conferma dell’unicità dell’operato del Governo Italiano, in data 01.08.2013 è

stato siglato il Trattato di Porto Azzurro. Esso sancisce la nascita di un organismo sovranazionale costituente esempio di civiltà da tramandare con orgoglio alle generazioni future: l’Organizzazione delle Nazioni Unite per la Cooperazione e la Ricostruzione Mondiale (ONUCRM). Essa incorpora la ormai disciolta ONU per manifesta incapacità di assicurare la pace e la sicurezza nel mondo, dalla quale ha mutuato struttura e patrimonio. Alle finalità di pace e sicurezza nel mondo si aggiungono, quali scopi primari della neonata

organizzazione, la cooperazione e la ricostruzione degli Stati aderenti. Con la firma del trattato i rappresentanti di ciò che resta di ben ventisette paesi del mondo hanno conferito al Governo Italiano la Presidenza permanente del Consiglio di sicurezza e la facoltà di nomina del Segretario Generale, attestandone la capacità concreta di fungere da motore per la ricostruzione e la ripresa.

Tale riconoscimento internazionale giunge a coronamento dell’azione immediata e lungimirante del Governo, che ha visto il sacrificio delle aree urbane più densamente popolate a beneficio delle infrastrutture e delle realtà industriali di maggiore interesse. L’adozione di tali misure ha consentito di

preservare una delle regioni più ricche d’Europa dalla distruzione e dal degrado. Si

fa riferimento alla totalità delle installazioni militari (basi, caserme e arsenali), alle

principali centrali elettriche, all’intera rete autostradale, agli aeroporti di Milano-

Malpensa, Genova e Orio al Serio, ai depositi di materiali strategici quali derrate alimentari, carburanti e prodotti chimici di base, alle industrie farmaceutiche, ai porti di Genova e La Spezia, al petrolchimico di Porto Marghera e ad altre infrastrutture di notevole importanza strategica.

Con fulminea azione preventiva le strutture sopracitate sono state poste in

sicurezza con largo anticipo sul precipitare della situazione mondiale. Il Consiglio rappresenta di fatto l’unica forma di governo modernamente organizzata a servizio

di uno stato così come lo si intendeva prima della crisi. Esso conserva gli elementi

costitutivi fondamentali, Territorio, Sovranità e Popolo, quest’ultimo identificabile

in un ammontare pari a circa due milioni di individui. Alla luce delle informazioni

finora acquisite, ciò fa dell’Italia la nazione più popolosa del pianeta, in grado di fornire beni e servizi indispensabili non solo alla propria sussistenza, ma anche ai firmatari del trattato che dovessero farne richiesta.

All’interno del territorio dello Stato si è conservato in perfetta efficienza il sessanta per cento del potenziale produttivo ante crisi. L’Italia costituisce l’unica realtà industriale sulla quale le nazioni più sfortunate possono e devono far

affidamento per la ripresa. Lo stesso documento ratifica il Planet Reconstruction Act, varato unilateralmente dal Congresso degli Stati Uniti d’America insediatosi a bordo della portaerei USS Ronald Reagan all’indomani del conflitto nucleare che ha visto impegnate Russia e Stati Uniti d’America con il coinvolgimento di Cina, India e Israele. Le ragioni del conflitto sono in via di accertamento. È con rammarico che si constata la completa devastazione delle aree urbane e delle infrastrutture delle nazioni belligeranti, che scontano oltre ai danni dovuti all’epidemia tutt’ora in corso, le terribili distruzioni e le gravissime conseguenze del fenomeno noto come fall-out radioattivo. Esso impedisce qualsiasi tentativo di soccorso delle popolazioni colpite.

Con l’omologazione del Planet Reconstruction Act, il Trattato di Porto Azzurro congela di fatto la situazione politica al periodo pre-crisi, garantendo l’intangibilità dei confini nazionali. A tale scopo sono definitivamente bandite le armi nucleari e ciascun membro si impegna alla distruzione della totalità degli ordigni nucleari in proprio possesso, sia quelli in dotazione alle unità navali sia quelli localizzati sui territori controllati. Si sancisce inoltre la priorità della ricostruzione, obiettivo al quale si riservano con vincolo di destinazione in via esclusiva le risorse delle singole nazioni. Ogni appropriazione di materie prime, strutture e mezzi non deliberata da apposita commissione, sarà equiparata al reato di sciacallaggio e costituirà violazione del presente trattato. Al pari saranno considerate violazione del trattato eventuali occupazioni, ancorché temporanee, di porzioni di territorio da parte di Enti o Forze Armate di uno stato straniero, qualora tali eccezionali misure risultino prive di autorizzazione preventiva.

La strategia comune definita durante l’incontro di Porto azzurro prevede l’adozione del protocollo “Stop and wait”. Esso si sostanzia nel controllo della pandemia con misure atte al mero contenimento del fenomeno in attesa che, al pari di ogni epidemia, si estingua spontaneamente per mancanza di organismi sani da infettare nelle aree contaminate. Ciò porterà alla regressione del fenomeno che infine si esaurirà per consunzione delle entità. Gli studi fin qui effettuati concordano nel

ritenere che è in atto una sorta di decadimento fisico, lento ma inesorabile. Con riferimento al territorio nazionale gli esperti del Ministero della sanità prevedono l’eradicazione del virus in un arco temporale che va dai 18 ai 24 mesi.

*****

Su proposta del Ministro dell’interno si raccomanda ai sopravvissuti di restare nei propri rifugi in attesa che il Governo attui le necessarie misure di bonifica. A tal scopo è indispensabile segnalare la propria esistenza in vita mediante collegamento al seguente link. https://www.protezionecivile.it/gov.emer/naz+ita+sopravvissuti

La compilazione dell’apposito format consentirà l’inserimento nell’Anagrafe Generale costituita all’Elba e permetterà l’invio telematico della Tessera annonaria di emergenza. Essa garantirà, non appena possibile, l’assegnazione di un paniere di beni di prima necessità così come indicato nella tabella allegata.

*****

A causa della grave tragedia che ha colpito la quasi totalità delle famiglie d’Italia e del mondo, il Consiglio proclama per domani 13 agosto 2013 giornata di Lutto Nazionale.

***** Il Consiglio ha avuto termine alle ore 20.45.

La politica, dicevo. Che conquista per l’umanità. Visto come tutto scorre perfettamente lineare? È stupefacente. Tutto sembra avere un senso compiuto, sintatticamente ineccepibile, logicamente consequenziale in ogni suo aspetto. Ordinato. Sì, ordinato, pregno di quell’ordine formale che si traduce in sostanza, col grassetto e i corsivi a conferire consistenza materica e movimento al semplice foglio bidimensionale, altrimenti piatto e poco attraente. Non ha un che di erotico? Siate sinceri. Che geni. A leggerli sembrerebbe che abbiano imbrigliato il caos. Cazzo, sembra quasi tutto sotto controllo. Bastardi! Nemmeno una parola sul piano Pandora e la guerra civile. Che si sappia, l’Italia è a pezzi e ci abbiamo messo del nostro, ovviamente. Anche il mondo è a pezzi, ma qui abbiamo chi si preoccupa di dichiarare il Lutto Nazionale. Non suona tutto così meravigliosamente normale? Siamo di gran lunga il Paese che da questa catastrofe ne sta uscendo meglio di tutti. Certo, oltre all’epidemia siamo riusciti pure a non farci mancare un conflitto nucleare, ma questa è un’altra storia. Innanzitutto sgombriamo il campo da ulteriori equivoci. C’era un piano per quel che è accaduto. Ovviamente non se ne fa menzione, ma è stato applicato e attuato fino in fondo. Ed è tutt’ora in vigore e pienamente operativo. Ho già accennato al piano Pandora. È stato messo su un po’ frettolosamente, ma si tratta di un signor piano. Certo, un signor piano con un nome femminile fa riflettere ma tant’è, non ha avuto eguali al mondo. A questo proposito posso dire che l’obiettivo del piano Pandora è stato raggiunto. C’è molto da sistemare, ma con un po’ di buona volontà e grazie al Governo Italiano, la conservazione della specie umana è cosa fatta. A parte ciò, nessuna illusione. C’è lavoro per almeno tre generazioni e se mai si riuscirà a recuperare qualcosa dei bei tempi andati, ciò avverrà solo in quell’isola felice che stiamo provando a realizzare al Nord. Visti i numeri in gioco, credo sia più che sufficiente. Per adesso, però, la terra promessa si configura come una sorta di immenso campo di concentramento con le baracche infestate da entità.

Per inciso: non so proprio da dove abbiano tirato fuori la rosea previsione

di eradicazione del morbo in ventiquattro mesi. Eradicazione, porca puttana

che bel termine. Non avrei saputo fare di meglio, ma per quanto attraente l’idea, non mi toglie dalla testa il sospetto che questa notizia l’abbiano tirata fuori da un cilindro. Attenzione, quindi. Posto che siate in pochi là fuori ad avere risorse sufficienti per altri due anni, l’unica cosa che non potete permettervi è proprio quella di fermarvi ed aspettare. L’unica concreta possibilità è alzare le chiappe e muoversi, altro che stop and wait. Sarà dura, e la maggior parte non ne uscirà vivo, è evidente. Chiunque vorrà raggiungere l’Italia dovrà farsi strada in un inferno popolato da cannibali, combattendo ad ogni angolo, crocevia, abitazione. Una landa desolata in gran parte saccheggiata e in preda all’anarchia. E qualora riusciste ad arrivare ai confini… beh, dall’altra parte si spara a vista senza far distinzione tra chi barcolla e chi ha un’andatura regolare. Perché a parte le belle

parole, il dibattito per un serio programma di accoglienza dei profughi provenienti dall’estero, e per estero intendo anche il resto d’Italia, è ancora ai nastri di partenza. Certe cose non sono cambiate, c’è ancora la Lega, per esempio, che a parole si professa a favore della fratellanza tra i popoli e poi, nei fatti, rema contro qualsiasi politica di accoglienza in quelle che rivendicano ancora come le terre dei loro avi. Sono rimasti quattro gatti ma riescono pure a fare la voce grossa. Questa devo spiegarla per forza, perdonatemi ma gli argomenti si susseguono indipendentemente dalla mia volontà. Ecco cosa si riesce a fare con una semplice omissione in un innocente verbale redatto a norma di legge. È accaduto che sin dalle prime settimane siano sorti casi di insubordinazione tra le file dell’Esercito a guardia dei confini. La consegna era

di impedire qualunque tentativo di invasione, senza distinguere tra entità,

contagiati o persone sane. Qualche anima candida, ebbene sì, ce ne sono anche tra le Forze Armate, cadde preda degli scrupoli. Si trattò di casi isolati ma suscitarono forti preoccupazioni all’Elba. A ben guardare, la derubricazione

dell’omicidio e l’esimente della legittima difesa valgono rispettivamente nei confronti delle entità e dei contagiati, ma nulla si diceva in caso di persone sane. Qualcuno iniziò ad insinuare che si trattava di omicidio bello e buono. Che insolenza! Per chiarire i dubbi, sciogliere le perplessità e risolvere il problema di questa sorta di crisi di coscienza delle truppe al fronte, fu istituita apposita commissione. Si è provveduto su proposta della Lega, obtorto collo naturalmente, a rivedere il reato di immigrazione clandestina, inasprendolo al punto di reintrodurre di fatto nell’ordinamento giuridico italiano la pena di morte con in più una perla… una novità assoluta: si punisce persino l’intenzione di immigrazione clandestina. Essa si palesa con il superamento di una linea ideale, definita soglia di pre-confine, che corre a mille metri esatti parallelamente al tracciato delle nuove frontiere. Qualcuno, sempre più insolente, si oppose sottolineando l’impossibilità di istruire processi alle intenzioni. Giustissimo, fu rilevato, ma nella fattispecie non ci sarebbe stato alcun processo. La faccenda si sarebbe regolata direttamente sul posto in tempo reale. Quindi, niente processi, e men che meno alle intenzioni. Geniale! Compito di rilevare il reato di intenzione di immigrazione clandestina e applicare immediatamente la pena prevista fu affidato a chiunque, membro delle Forze Armate o semplice cittadino, si trovasse a guardia delle frontiere. Il Presidente di commissione stava per alzarsi dal tavolo quando si verificò un ulteriore intoppo. Qualcuno, il solito sofista rompicoglioni, evidentemente, pretese di indicare nelle regole d’ingaggio quale atteggiamento assumere in caso di un eventuale profugo, sano, che facesse regolare richiesta di asilo politico senza palesare l’intenzione di immigrazione clandestina e cioè, per esempio, nel caso in cui riuscisse a comunicare (per mezzo di apparecchi ricetrasmittenti o in qualsiasi altro modo) il suo status prima di varcare la famigerata soglia di pre-confine. Era evidente che si configurava un’intricatissima matassa di casini inimmaginabili e impossibile da sbrogliare senza il ricorso ad approfondite riflessioni sulle potenziali ripercussioni in tema

di diritto internazionale, che sul diritto di asilo dispone di una letteratura sconfinata. Con un gesto di stizza il presidente della commissione dichiarò chiusi i lavori. In tal modo la questione fu ufficialmente ignorata e demandata ufficiosamente alla libera interpretazione dei singoli. Una soluzione del tutto legale, con tanto di promulgazione e pubblicazione. Fu così esteso l’obbligo di sparare a vista anche agli esseri umani in perfetta salute con l’unica colpa di voler raggiungere la salvezza. Per fugare ogni dubbio, con una certa disinvoltura, peraltro, si diffuse ben presto una particolare interpretazione normativa che introdusse l’ardita fattispecie della presunzione di contagio in caso di provenienza da zona infetta, non supportata nei fatti da alcuna disciplina di tipo legale. In tal modo al reato di intenzione di immigrazione clandestina si sovrapponeva il conclamato rifiuto di sottoporsi alla famigerata EVO (Eutanasia Volontaria Obbligatoria), facendo scattare automaticamente ai sensi della Legge l’esimente della legittima difesa e autorizzando in subordine l’applicazione immediata del Trattamento Sanitario Obbligatorio di Emergenza, che, indubbiamente, alle orecchie di un mero esecutore suona meno compromettente di “omicidio”. Pura accademia, quisquilie, pinzellacchere. La verità è che di tutto questo, del piano Pandora, del Terzo Allegato e dell’operazione Saddam in quell’abominevole verbale non se ne fa menzione. E vorrei vedere… Di vero c’è che al Nord è come avete letto. Un’area quasi intatta, in cui le entità sono confinate in larga parte nelle grandi città, ridotte ormai ad immensi tritacarne per lo più in fiamme. Nel Centro Italia non è rimasto più nessuno, a parte qualche comunità montana che vive in regime di autarchia sugli Appennini e gruppi di sopravvissuti isolati e ridotti alla disperazione. Da Cassino in giù, a partire da quella che era la vecchia linea Gustav, si è instaurata un’assurda repubblica definita il Cartello di Trinacria. Ciò che non è infestato dalle entità è saldamente nelle mani della mafia, la quale esercita un invidiabile

controllo sul territorio soggetto alla sua “protezione”. In un comunicato radio che in pochi sono stati in grado di captare, un tizio in un farneticante discorso infarcito di colorite espressioni dialettali ha dichiarato guerra all’Italia (sic!). Ovviamente si tratta di una mera dichiarazione intrisa di puro velleitarismo:

sto parlando di un’accozzaglia di individui armati di Glock e AK 47 assillati dall’unica preoccupazione di sopravvivere. Resta il fatto che dopo settant’anni siamo alle prese con la nostra particolarissima seconda guerra civile. Spiegare come sia avvenuto tutto ciò sarebbe fuorviante. Dovrei adesso raccontarvi della modifica costituzionale dei primi giorni dell’emergenza, la quale ha concesso l’indipendenza alla Sicilia e alla Sardegna, di fatto abbandonandole al loro destino, ma non posso dire tutto e tutto insieme. Certo hanno ragione loro: nell’emergenza mondiale il Governo Italiano ha rappresentato una singolarità. L’unico ad essere riuscito a pianificare e a realizzare una sorta di contenimento dell’epidemia. A quale prezzo, però… Mi tocca iniziare dal principio, pubblicando qui lo stralcio di un’intercettazione ambientale effettuata dall’AISI (Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna) durante la riunione del Consiglio Supremo di Difesa del 19 aprile 2013. Benedette intercettazioni. A conferma della serietà attribuita alla vicenda, va sottolineato che fu convocato in maniera del tutto irrituale a Palazzo Chigi invece che al Quirinale, evidentemente per ragioni di segretezza. Inutile dire che tale requisito resistette all’incirca quarantacinque minuti scarsi, il tempo occorso all’agente in ascolto per la trascrizione del verbale dell’intercettazione e il successivo inoltro al DIS (Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza). La seduta ebbe luogo due giorni prima della dichiarazione dello Stato di Emergenza che ha segnato l’inizio della fine (in notevole anticipo rispetto al resto del mondo, questo deve essere sempre ben chiaro):

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Riunione del Consiglio Supremo di Difesa del 19.04.2013 ore 13,45. Verbalizzante agente Guidi, identificativo n. 345/12.

Sono presenti: il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio dei Ministri, il Ministro dell’interno, il Ministro degli esteri, il Ministro dell’economia

e finanze, il Ministro della difesa, il Capo di Stato Maggiore della difesa e i

rappresentanti delle Forze Armate (Capi di Stato Maggiore Esercito, Marina, Aeronautica e Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri), il Presidente del Consiglio di Stato, il Segretario del Consiglio Supremo di difesa e il dott. Sergio Fantoni. Al termine delle formalità di apertura della sessione, prende la parola il Presidente della Repubblica

-Presidente della Repubblica: “Mi scuso per le modalità di convocazione poco ortodosse e gli argomenti apparentemente assurdi, ma la vicenda che ci coinvolge

si sta rivelando degna della massima attenzione. Spero abbiate ricevuto tutti copia

del piano Pandora e del memorandum del dott. Fantoni, il quale ci esorta a prendere posizione in merito a quella che sembrerebbe essere la più grave emergenza dalla fine del secondo conflitto mondiale. A questo riguardo vi pregherei di tenere sempre nella dovuta considerazione che il connotato essenziale della sovranità è la capacità di decidere sullo stato di eccezione. Abbiamo il dovere di restare ancorati ai dettami della Costituzione ed agire all’interno di questi limiti. Il Parlamento rappresenta la volontà popolare. È al Popolo che spetta la sovranità ed esso la esercita così come previsto dalla carta costituzionale” (il tono è grave, il Presidente appare affaticato ed estremamente preoccupato).

-Presidente del Consiglio di Stato: “Presidente, la prego, lo conosciamo tutti Schmitt”. Rivolgendosi al primo ministro: “Se ho capito bene, nel memorandum è prescritto che lei dovrebbe scavalcare il Presidente e il Parlamento intero attribuendosi ogni potere e quindi ogni responsabilità?” (irritazione nel tono).

-Primo Ministro: “Non esattamente. Sarà il Consiglio dei Ministri a deliberare lo

Stato di Emergenza. Io mi limiterò a nominare un commissario straordinario per l’emergenza nazionale. In questo modo l’esecutivo sarà relativamente protetto se dovessero esserci, come dire, degli eccessi di zelo”

-Presidente del Consiglio di Stato: “Continuo a non capire il perché di questa convocazione. Non compete al Consiglio Supremo di difesa stabilire l’ambito politico dell’azione di governo. E poi, questo piano Pandora… comunicato con sole dodici ore di anticipo. Ci stiamo sovrapponendo al Piano nazionale di difesa civile. È una perdita di tempo, se non qualcosa di più grave che nemmeno voglio considerare!” (alza la voce, il tono si fa minaccioso).

-Segretario del Consiglio Supremo di Difesa “Le ricordo che la convocazione del consiglio è prerogativa presidenziale insindacabile e lei è qui in veste di semplice consulente. La richiamo al rispetto verso la massima autorità dello Stato e ad esprimere il suo parere quando e se sarà richiesto” (seguono voci indistinte).

A questo punto mi presento: sono quel Fantoni, dott. Sergio, che appare nell’elenco dei presenti. Il resto ve lo racconto io.

NASCITA DI UNA NAZIONE

26 agosto 2013 di thesurvivaldiaries post n. 2.346

Il Presidente del Consiglio approfittò del momento di confusione per allontanarsi dal tavolo, quasi volesse sottrarsi a tutto ciò. Si accostò alla finestra e dette uno sguardo alla colonna Traiana, posta al centro della piazza a ricordargli le glorie di un passato del quale doveva necessariamente dimostrarsi all’altezza. Si preparava una guerra, come le tante scolpite a spirale nel marmo. Lui, però, questa guerra non avrebbe potuto nemmeno dichiararla. Un attimo solo prima di abdicare di fronte a tanta pressione. Ma che voleva da lui tutta questa gente? Non era un politico, né tanto meno un capo popolo o un condottiero; lui era un tecnico a capo di un governo tecnico. Tecnico di cosa poi? Lo avevano ricoperto di lusinghe, complimenti, corteggiato come una vergine. Tanto vergine da farsi ammaliare da centinaia di satiri assisi in semicerchio. E lui cedette come solo una vergine sa fare: chiuse gli occhi e aprì le gambe, dando il meglio di sé al primo arrivato. Presidente del Consiglio accorso al capezzale di una nazione stremata, che colpo alla fine di una carriera di per sé esaltante! E poi, chissà, quell’appartamentino al Quirinale occupato da un ultra ottantenne. Un affare facile facile, come acquisire la nuda proprietà da un moribondo, gli dissero. Quando capì di essere lui il moribondo era ormai troppo tardi. E adesso, invece? Quanto avrebbe voluto essere un semplice tecnico dei televisori. Un camice bianco e il cacciavite nel taschino. In fondo è questa l’idea che si ha di un tecnico. Che cazzo ci fa un tecnico a palazzo Chigi? Nel momento più buio della Repubblica il pallino era nelle mani di un tecnico. Che fregatura. Si girò verso di me con lo sguardo fintamente contrito di chi passa la classica patata bollente: “Dott. Fantoni, la prego di fare il punto della situazione e comunicare le nostre intenzioni al Consiglio Supremo”.

Mi ero preparato a dovere per quel momento. Una notte insonne e una giornata in apnea, senza nemmeno buttar giù un panino. Di fatto quella riunione era cronologicamente incongrua ma tant’è, costituiva un primo abboccamento voluto a tutti i costi dal Presidente della Repubblica per via della relativa semplicità di convocazione. Spiegai ai presenti che le misure previste dalla Costituzione erano da escludere per motivi non solo di opportunità politica, ma anche, e forse soprattutto, per ragioni di urgenza e praticità. Una possibilità per consentire l’attuazione del piano Pandora era la dichiarazione dello Stato di Guerra. Purtroppo la strada indicata dall’art. 78 era impraticabile, mi scusai col Presidente. Lo Stato di Guerra va deliberato dalle Camere. Non c’era nemmeno il tempo di convocarle, figuriamoci aprire un dibattito. Sempre che fosse stato possibile reperire gli onorevoli e farli arrivare a Roma in tempo utile. Ormai i presenti alle Camere erano ridotti ai soli deputati e senatori residenti a Roma. Resistevano solo un paio di zelanti presidenti di commissione con amante nella capitale. La maggior parte disertava le Camere da giorni. Istintivamente preferirono non allontanarsi dalle famiglie. Si arroccarono nei rispettivi collegi elettorali con la scusa di dover rassicurare i propri elettori. Qualcuno avanzò l’ipotesi di alto tradimento, ma come al solito era l’ignoranza a parlare. Un deputato pugliese colse al volo l’assist dichiarando ai giornalisti di sentirsi onorato da tanta considerazione, ma respinse al mittente l’accusa, ricordando che l’unico formalmente autorizzato dalla legge a potersi macchiare di tale reato è il Presidente della Repubblica. Ma chi crede che io sia?, chiese infine al giornalista parafrasando una vecchia battuta di Vianello. Se vuole mando i miei ragazzi a stanarli quegli imboscati. Li riportiamo a Roma a calci nel culo” tuonò il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri. “Lasci stare…” disse il premier. “Almeno evitiamo il minchione di turno pronto a sollevare eccezioni di carattere formale se proprio dovessimo optare

per lo Stato di Guerra. Del resto come dargli torto? Non possiamo certo

considerare quest’ipotesi di epidemia alla stregua di un deliberato atto ostile da parte di uno stato sovrano”. Dai toni usati e dal linguaggio colorito era evidente la gravità della situazione. “Ma non sono i nordcoreani ad aver diffuso il morbo?” chiese il Capo di Stato Maggiore della difesa. “Ma certo ammiraglio, nominiamo una commissione d’inchiesta, accertiamo le eventuali responsabilità e dichiariamo lo Stato di Guerra. Tra due anni magari… La realtà è che non siamo formalmente sotto attacco. Si tratta di una minaccia vaga e fondata su supposizioni ardite e fantasiose. Lo Stato di Guerra poi… al solo nominarlo mi mette i sudori freddi” “Ma non sarebbe più semplice restare nell’alveo costituzionale?” pigolò monotono il Presidente della Repubblica rivolgendosi al Presidente del Consiglio di Stato. Questi esitò un secondo di troppo consentendomi di

continuare:

Mi permetta di ricordare, Signor Presidente, che lo Stato di Guerra deve essere deliberato dal Parlamento e dichiarato dal Presidente della Repubblica.

L’esecutivo dovrebbe semplicemente prenderne atto e agire nel rispetto, nei limiti e coi vincoli della Legge. Non dico che non sia possibile, ma ciò coprirebbe di ridicolo il Parlamento se tutta la questione dovesse rivelarsi infondata”.

Presidente e premier si scambiarono un rapido sguardo. Non c’era bisogno

di

essere un costituzionalista esperto per capire che rimettere tutto nelle mani

di

un commissario straordinario sacrificabile sarebbe stato il modo più pulito e

rapido per far fronte all’emergenza. Il Presidente sembrava piegarsi sempre più

su se stesso man mano che mi addentravo nei dettagli. “E poi” continuai, “decretando lo Stato di Guerra si coinvolgerebbero le Forze Armate, già abbondantemente compromesse dal piano Pandora. Meglio non eccedere la mera esecutività, attribuendo loro funzioni e poteri in larga parte in conflitto con i compiti previsti. Servirebbe solo a confonderli. Le

Forze Armate sono la parte centrale del piano, ma per l’amor di Dio, è meglio tenerli fuori dalla stanza dei bottoni. Ci sarà un domani, mi auguro. Meglio non privarli dell’unico alibi concesso ai soldati: quello di aver obbedito agli ordini”. I rappresentanti delle Forze Armate, nelle persone del Capo di Stato Maggiore della Difesa e dei comandanti di stato maggiore delle quattro Armi non batterono ciglio. “Cosa dice il regolamento di disciplina militare a proposito dell’obbedienza, eccellenza?”, chiese malignamente il Ministro dell’Interno al Capo di Stato Maggiore della difesa. “Essa deve essere pronta, rispettosa e leale” rispose mestamente. “E soprattutto?” “Assoluta” intervenne con spirito di corpo il Comandante Generale dei Carabinieri. “Usi obbedir tacendo e tacendo sopravvivere” aggiunse. “Si contenga generale. Non mi sembra il momento per fare dello spirito” lo bacchettò il premier. Il generale si limitò ad abbassare lo sguardo con l’atteggiamento di un ragazzino colpito nell’orgoglio. Continuai spiegando che nemmeno l’art. 77 assicurava le garanzie pretese dal Presidente della Repubblica. “L’attuale governo in carica, dimissionario”, dissi con tutto il rispetto possibile, “è un governo tecnico varato per far fronte anch’esso a un’emergenza, ma di tutt’altra natura, con nemmeno 18 mesi di vita. Non si tratta di un governo formalmente insediatosi a seguito di una consultazione elettorale. Tecnicamente non può certo definirsi rappresentativo, soprattutto alla luce dei risultati delle elezioni appena concluse. Esso deve necessariamente attenersi all’ordinaria amministrazione e ciò esclude la possibilità di ricorrere ai decreti legge. Invocare l’urgenza in questa fase sarebbe una forzatura”. Devo sottolineare a questo riguardo che all’epoca in cui si svolsero i fatti il Paese era soggetto ad una minaccia meramente potenziale. Ci si stava muovendo quando ancora tutto funzionava e le garanzie costituzionali erano

perfettamente in vigore e operanti. Si parlava già di pandemia, ma erano voci ufficiose e incontrollate. Conclusi quindi comunicando la soluzione proposta, individuata nell’ambito della Legge ordinaria e nella fattispecie, attuando il governo dell’emergenza mediante il ricorso a semplici ordinanze di protezione civile, emanate da un commissario straordinario nominato sulla scorta della dichiarazione dello Stato di Emergenza e senza la necessità di baloccarsi con inutili lungaggini quali la dichiarazione dello Stato di Guerra o un improbabile Decreto Legge. Quest’ultimo avrebbe potuto costituire addirittura un impedimento in presenza di eventi presumibilmente soggetti a dinamiche sconosciute e imprevedibili. E poi, avrebbe consegnato il potere di gestire la vicenda ad un signore trombato alle ultime elezioni, destituito di ogni credibilità e di fatto ridotto a un mero fantoccio che avrebbe avuto sì la necessaria autorità per gestire l’emergenza, ma non certo l’indispensabile autorevolezza per ottenere dei risultati. Quest’ultima considerazione la tenni per me, ovviamente. Iniziò a circolare un nome per la carica di commissario straordinario, il perfetto capro espiatorio che aveva la necessaria esperienza e molto da farsi perdonare. Il generale dei Carabinieri si attaccò al cellulare: “Non m’importa come, ma deve portarlo qui. Dovesse fare il giro di tutti i centri massaggi d’Italia. Lei, e dico lei, Signor colonnello, me lo deve portare qui entro le 06.00 di domani mattina”. Messa così la cosa sembrava scorrere alla perfezione. Il governo tecnico dimissionario restava formalmente in carica e nessuno avrebbe assunto responsabilità politiche. La patata bollente passava alla Protezione Civile e ai prefetti in forza di una sorta di automatismo che sarebbe scattato al primo allarme, escludendo inizialmente i militari a cui sarebbero stati affidati compiti di supporto logistico. Il Piano nazionale di difesa civile confluì segretamente nel piano Pandora. Esso mantenne procedure, organi e strumenti operativi

secondo le linee di intervento prefigurate, alterandone però il senso. La difesa civile ha come obiettivo lo Stato: continuità di governo, salvaguardia degli interessi vitali dello Stato, protezione della capacità economica e produttiva della nazione ed infine la protezione della popolazione. Quest’ultima evidentemente perseguita allo scopo di salvaguardare uno dei tre elementi fondamentali dello stato: il Popolo, il cui ammontare residuo, a cose fatte, si stimava in un paio di milioni di individui al massimo. Ovviamente si sorvola sul fatto che lo scopo principale era soprattutto quello di assicurare l’adeguata copertura di Pandora. Se tutto si fosse risolto in una bolla di sapone, sarebbe stata la magistratura a sbrogliare la matassa e a sollevare gli organi costituzionali da qualsiasi onere di controllo successivo. Se le previsioni si fossero dimostrate esatte, invece, il Parlamento avrebbe deliberato lo Stato di Guerra e il Governo avrebbe ripreso le redini in mano adottando misure e provvedimenti sotto l’ala protettrice della Costituzione e l’efficienza di un Parlamento snello e al passo con le esigenze delle mutate condizioni. A perfect italian job, commentò qualcuno. Ovviamente non si tenne conto della segretezza, che durò il tempo dei convenevoli di commiato. Malgrado le garanzie del Ministro dell’Interno, tempo un’ora e i vertici dei servizi segreti furono a conoscenza dei dettagli del piano Pandora. Questo in seguito si rivelò una sciagura di portata catastrofica. Corposi fascicoli furono consegnati ai presenti, ciascuno contenente le disposizioni relative alle funzioni di competenza previste dal piano Pandora. Il Consiglio Supremo si sciolse con la tacita approvazione di un piano di cui nessuno aveva realmente inteso la portata. Il Presidente della Repubblica, pur disapprovando la forma adottata, si convinse che forse si trattava del male minore. Il Consiglio Supremo di difesa fu convocato per il giorno 30 del mese successivo. A quella data Roma si sarebbe trovata nel caos più assoluto e l’Italia divisa in tre parti coincidenti grosso modo nella canonica ripartizione geografica di Nord, Centro e Sud. Malgrado i propositi emersi nella riunione del Consiglio Supremo di difesa,

fu il Parlamento a prendere in mano la situazione. Soprattutto nelle regioni del Sud il Commissario Straordinario emanava ordinanze che nessuno eseguiva. A una settimana dalla dichiarazione dello Stato di Emergenza e dalla chiusura delle frontiere, la Protezione Civile era di fatto in preda all’anarchia e al carisma persuasivo dei singoli Governatori regionali. Qualcuno sadicamente propose di commissariare il commissario. I servizi segreti lasciarono trapelare indiscrezioni sul ruolo sacrificale assegnato alla Polizia di Stato dal piano Pandora, che inevitabilmente percorsero a ritroso tutti i gradi della gerarchia fino a raggiungere la gran parte dei poliziotti. La Polizia sembrò dissolversi nel nulla:

la quota di assenteismo al termine della prima settimana di emergenza toccò il sessantacinque per cento. Il Premier fu travolto dagli eventi e subì una sorta di tracollo psicologico. Per una intera giornata di lui se ne persero le tracce e a notte fonda rassegnò le proprie dimissioni, respinte dal Presidente della Repubblica perché ogni ora, ogni minuto, ogni secondo erano di fondamentale importanza per garantire la sopravvivenza dello Stato. Impensabile affidare a qualcuno il mandato e convocare le camere. “E poi”, disse stremato al termine di un drammatico confronto, “Lei è già dimissionario!” In preda alla disperazione, la freddezza dimostrata durante il Consiglio Supremo di difesa svanì all’improvviso e alla presenza del solo Presidente della Camera, in una surreale quanto irregolare riunione in seduta congiunta di appena centottanta membri tra Camera e Senato, fu deliberata all’unanimità una novità assoluta nell’ordinamento italiano: lo Stato di Guerra contro ignoti. Un deputato, in evidente stato di prostrazione psicologica a causa degli ultimi avvenimenti, chiese la verifica del numero legale. Fu assalito dai colleghi e ridotto al silenzio in modo da preservare la presunzione del numero legale. Di tutto ciò non vi è evidenza alcuna. Non vi fu nessuna conta dei favorevoli e contrari e per semplice alzata di mano si stabilì che “il Parlamento approva”. Fu possibile così in meno di due ore proclamare l’ormai famigerato Stato di guerra contro ignoti e decretare la sospensione di tutte le garanzie

costituzionali. La Polizia di Stato fu militarizzata e ridotta a una specie di forza sussidiaria dei Carabinieri. Fu il colpo di grazia: la Polizia si volatilizzò e i prefetti, rintanati nei loro palazzi, emanavano ordini inutili a reparti inesistenti. Unica garanzia concessa loro fu la presenza di un elicottero con i serbatoi pieni sul tetto di ogni Prefettura. Si vocifera anche di veri e propri scontri a fuoco tra Polizia e Carabinieri, ma si trattò di casi isolati e comunque non confermati. Contemporaneamente, in pieno marasma legislativo e in base ad un non meglio specificato criterio di ridondanza, fu sottoposto a conversione immediata un farraginoso e confuso Decreto Legge di salvaguardia nazionale, pieno zeppo di errori formali, refusi, lacune, inesattezze e passaggi volutamente vaghi che avrebbero consentito ampi margini di manovra. Ciò permise alle Forze Armate di unirsi alle forze “civili” per dare peso armato alle ordinanze della Protezione Civile previste dal piano Pandora. Il Presidente della Repubblica ormai firmava tutto ciò che gli veniva posto sotto il naso da gente che godeva della sua massima fiducia e si copriva le spalle con argomenti che avrebbero terrorizzato chiunque. La situazione stava rapidamente precipitando, come da programma. In modo del tutto irrituale l’Italia si dotò dei mezzi per far fronte all’emergenza: fu l’unica nazione al mondo a trovarsi contemporaneamente in Stato di Emergenza e Stato di Guerra (contro ignoti) una decina di giorni prima che la situazione precipitasse definitivamente. Il segreto in fondo fu di una banalità sconvolgente: il velo di legalità iniziale servì solo a dare l’impulso, a superare le prime incertezze di un apparato che nel bene e nel male vive di burocrazia, se ne nutre avidamente. Successivamente tutto iniziò a muoversi in scioltezza, autonomamente, seguendo dinamiche simili a fiumi che scorrono lungo percorsi apparentemente casuali, ma che prima o poi sfociano nel mare. Alla luce dei fatti che seguirono, e malgrado l’elevato grado di confusione che colpì tutti gli organismi, enti e istituzioni mobilitati, si determinò una sorta di circolo virtuoso. Lusinghe, minacce, inganni, mistificazioni, veri e propri abusi di potere, tonnellate di carta intestata in alcuni casi a organismi di fantasia

improvvisati al momento, ordini scritti firmati da autorità inesistenti ma vergati su supporto cartaceo da conservare con cura nelle casseforti delle prefetture ormai abbandonate, ordinanze tragicamente nulle per vizi di ogni sorta ma

passabili ad un primo, superficiale esame. Mosse da invisibili fili le singole forze

si espressero con fantasia, diligenza, abnegazione e improvvisazione. Tutto ciò

ha contribuito alla piena riuscita del piano Pandora. O quasi.

Bisogna fare un passo indietro per capire come il Governo sia riuscito ad anticipare i tempi e reagire con lucidità mentre il resto del mondo brancolava nel buio. Le ultime elezioni, indette a causa della sfiducia incassata dal governo tecnico, avevano preceduto di poco il caos mondiale ed anzi, in un certo qual modo lo avevano anticipato, facilitando le cose all’esecutivo di tecnici ancora in carica. Dopo le ultime elezioni in Parlamento era entrato di tutto. Il clamoroso

e inusitato successo elettorale del Movimento Cinque Stelle in particolare,

un’accozzaglia di delusi, entusiasti, fanatici dell’antipolitica e rancorosi bipartisan guidati da un comico istrionico e ruffiano, aveva spalancato le porte delle istituzioni parlamentari ad una specie di armata Brancaleone di deputati e senatori che con la politica non avevano nulla a che fare. Tutto ciò aveva garantito l’ingovernabilità, certo, ma in questo modo il Paese non fu colto completamente alla sprovvista. Partorito dai più oscuri meandri della rete, giunse a palazzo un giovane deputato che sembrava essere l’unico con le idee chiare sulla tragedia che di lì a poco avrebbe travolto il Paese. Appassionato di quella sottocultura che alligna nei bassifondi di oscuri siti Internet e pubblicazioni underground di letteratura post apocalittica, non fu colto impreparato. Ciò che si stava delineando a livello globale sembrava maledettamente simile a quanto descritto nel testo sacro caro ad ogni appassionato del genere. La stamperia di palazzo Chigi fu costretta a fotocopiare in fretta e furia una quarantina di copie del famoso “The World War Z”, a cui fu allegato come parte speciale il “Manuale di sopravvivenza agli zombi”, entrambi di Max Brooks. Già il fatto che fosse il figlio del più famoso

Mel rendeva il tutto abbastanza surreale, ma con l’incalzare delle notizie, il puzzle sembrò prendere forma. Come un rigagnolo che precede l’inondazione, giunsero voci di una strana malattia da qualche parte in Africa. Nel testo di riferimento l’epidemia ha origine in Cina, ma per il resto sembrava che la realtà stesse semplicemente seguendo la linea tracciata da Brooks. Sulla rete già imperversavano i primi post su episodi di cannibalismo e questo bastò al deputato apocalittico. Cosa fosse e come si è diffusa in fondo non interessava, bisognava reagire e farlo subito. Questo fu l’esordio del deputato pentastellato. Sarà stata l’enfasi, la suggestione, la forza comunicativa del deputato o l’arrendevolezza senile del premier uscente ancora in carica, fatto sta che in un paio d’ore di riunione riuscì a convincere tutti, o quantomeno, a sollevare tutti dalla responsabilità di fornire un piano b. Grillo e Berlusconi erano stati informati e a scanso d’equivoci, in ossequio alla sana politica del “non è vero ma ci credo”, non misero più piede a Roma. Bersani non volle credere ad una parola: “Oh ragazzi, ma siamo matti? Non stiamo mica qui a fare il lifting agli zombi?”. Fu visto l’ultima volta in via Botteghe oscure, assediato nella sua auto blindata da una folla di dementi barcollanti che avevano già fatto a pezzi la sua scorta. Il Viminale divenne un’enorme unità di crisi. Munita di poteri speciali si istituì in tutta fretta una sorta di giunta segreta di emergenza, dando vita di fatto ad un vero e proprio colpo di stato incruento. Grazie alla complicità dell’Ufficio della Presidenza della Repubblica, ridotto ormai a quattro gatti, il Capo dello Stato fu tenuto all’oscuro dell’esistenza di questa giunta, che i congiurati presero a chiamare Giunta Segreta di Salvaguardia. Essa costituì il vero centro di potere durante l’emergenza, operando tramite il Presidente del Consiglio ridotto al rango di passacarte, una sorta di ufficiale di collegamento tra la Giunta Segreta e il Commissario Straordinario. Al Governo non restò che abbandonare Roma verso ignota destinazione. Verrebbe da dire che la Storia sembra avere poca fantasia. Qualche buontempone a Brindisi stampò addirittura dei manifesti di benvenuto che fece

affiggere in tutta la città. Ovviamente si trattò di un segreto di pulcinella e sin dalle prime ore trapelò la notizia che la sede segreta del governo sarebbe stata all’isola d’Elba. Il trasferimento ebbe come benefico effetto collaterale di instillare nella popolazione la convinzione che le cose si stessero davvero mettendo male. Ciò costituiva uno dei punti cardine dell’intero piano Pandora. La giunta ebbe l’ingrato compito di licenziare provvedimenti di portata tale da far inorridire il più cinico dei costituzionalisti, e questo soprattutto all’indomani della dichiarazione dello Stato di Guerra (contro ignoti). Io ne feci parte in qualità di esperto costituzionalista. Sulla scorta delle vicende narrate nel libro di Brooks e con la consulenza del deputato grillino, la giunta dette esecuzione ad un piano che non ebbe eguali nella storia della vicenda più buia dell’umanità. Pandora fu di una lucidità spietata. Il fondamento principe del piano era di una semplicità abominevole. L’Italia fu l’unica nazione a non impiegare l’esercito per difendere i propri cittadini dall’infezione. Nella patria di Machiavelli i civili furono sacrificati per consentire alle Forze Armate di adottare l’unica misura realmente possibile:

salvare se stesse. In applicazione del protocollo Redneck, anch’esso preso di sana pianta dall’opera di Brooks e tradotto in legge dello stato con effetto immediato, furono istituite Zone di Garanzia dove fu trasferita, anzi, occorrerebbe dire deportata gran parte della popolazione. La Protezione Civile allestì queste zone ignorando che lo scopo principale era di contenere quelle masse di potenziali infetti in perimetri facilmente controllabili. Al termine di questa prima fase fu applicato il Terzo Allegato. Così facendo siamo riusciti a contenere il numero delle entità vaganti senza controllo nella macro regione indicata nel comunicato del Consiglio dei Ministri. Rispolverati i vecchi manuali di strategia militare, non si è fatto altro che reinterpretare in chiave moderna la già nota Linea Gotica. Una delle regioni più ricche d’Europa sarebbe stata poi recuperata e amministrata in regime di autarchia per consentire la ripresa e la sistemazione dei sopravvissuti. Mentre le autorità mondiali erano impegnate a minimizzare per non

diffondere il panico, in Italia si faceva l’esatto contrario. Il giorno stesso della dichiarazione dello Stato di Emergenza che calò a sorpresa sugli italiani, la Polizia postale fu costretta a rivoluzionare il proprio modus operandi nell’arco

di dodici ore. I migliori hacker nostrani furono prelevati nottetempo in perfetto

stile argentino, trasformati in desaparecidos e messi a disposizione dell’ufficio.

Si diffusero in rete migliaia di falsi blog e Youtube fu inondato da centinaia di

video presi direttamente da film di serie b e modificati per sembrare reali. In TV rimbalzavano, dilatate a dismisura, le notizie che intanto giungevano dalle agenzie. Nei talk show imperversavano gli apocalittici, che davano per scontata una nuova Armageddon. Si parlava di Sodoma e Gomorra, di castigo divino e di giudizio universale. Difficile non pensare alle Sacre Scritture riferendo di morti che risorgono dalle tombe e del Giorno del Giudizio. Le chiese si riempirono di fedeli terrorizzati. Piazza San Pietro a Roma fu trasformata in una specie di campeggio che ben presto assunse le sembianze di un campo profughi. Per questioni di ordine pubblico al Papa fu interdetto l’affaccio e la piazza sgomberata con la forza. L’operazione costò la vita a un centinaio di fedeli, che trovarono la morte calpestati dalla folla. Secondo la versione ufficiale, a seguito di tali sanguinosi avvenimenti, il Santo Padre in aperto dissenso con il Governo Italiano si recò a Castel Gandolfo per un

periodo di riflessione e meditazione. In realtà fu rapito da reparti speciali dell’Esercito Italiano e inviato all’Elba. Vespa e compagni ebbero vita facile. Il Guido nazionale non riusciva più a fregarsi le mani per il tremore, arrivando persino a piangere in diretta. Due settimane più tardi preparava il barbecue per

la sua famiglia sul patio di una villetta di un esclusivo villaggio vacanze nei

dintorni di Capoliveri. Fu così che in Italia si diffuse il panico, guadagnando almeno un paio di settimane rispetto al resto del mondo. Gran parte della popolazione si convinse che le cose stavano precipitando e che conveniva mettersi sotto la protezione del Governo nelle zone di garanzia. Il Centro Sud era da considerarsi perduto, ma le autorità si prodigarono al massimo per convincere tutti, e soprattutto gli

abitanti al di là della Linea Gotica a recarsi nelle zone protette. O almeno, il maggior numero possibile. Grazie all’impiego della Protezione Civile, l’Esercito in un primo momento fu sollevato da ogni responsabilità diretta e in collaborazione con tutte le Forze Armate avrebbe provveduto a rendere ogni caserma dislocata sul territorio nazionale un “Alcazar”. Nel frattempo operava l’ordinato dispiegamento lungo i confini di una considerevole aliquota delle forze a disposizione. Gli alcazar, come no. Qualche romanticone dello Stato Maggiore ritenne divertente usare il medesimo termine con cui Hitler ordinò ai suoi di arroccarsi a Stalingrado e resistere a tutti i costi. Si trattò di un caso lampante di romanti- cinismo, dato che tutti sanno cosa accadde ai nazisti. Tra Esercito, Marina, Aeronautica, Guardia Costiera e Carabinieri si stimava un numero di effettivi pari a 460.000 unità; a ciascuno fu consentito di ospitare nelle centinaia di alcazar istituiti a macchia di leopardo in tutta la penisola solo i familiari conviventi. Considerando le inevitabili anomalie di natura, come dire… tutta italiana e aggiungendo un certo numero di cittadini che in maniera autonoma fossero riusciti a scamparla, la cifra finale si aggirava grosso modo sui due milioni di individui. Ad essi sarebbe stata garantita l’autosufficienza per un periodo compreso tra gli otto e i dodici mesi. Più che sufficienti per riorganizzarsi. Con un cinismo che avrebbe meravigliato persino Stalin, Polizia dello Stato, Vigili Urbani, Croce Rossa, Vigili del Fuoco, Guardia di Finanza, Guardia Forestale, Protezione Civile e ogni altra forza di pubblica sicurezza non alle dirette dipendenze del Ministero della Difesa fu abbandonata sul campo e scientemente sacrificata per coprire l’eroica ritirata dell’Esercito Italiano. I primi a farne le spese furono i medici ospedalieri e tutto il personale paramedico degli ospedali, a cui si aggiunsero i medici di famiglia e gli specialisti liberi professionisti. Mobilitati mediante coscrizione obbligatoria e costretti a turni di lavoro massacranti con il divieto assoluto di allontanarsi dal posto assegnato, di norma

una corsia o un reparto di un ospedale o di ogni altra struttura sanitaria che fu possibile approntare nelle cosiddette Zone di Garanzia. Luoghi che, con l’aggravarsi dell’emergenza, sarebbero diventati quelle che con scarsa fantasia si potrebbero definire anticamere dell’inferno. Nelle ore più buie i renitenti e i disertori furono scovati e passati per le armi sul posto da squadre di vigilantes, una sorta di contractors a cottimo, ai quali fu conferito sul campo il rango di pubblici ufficiali a causa della defezione della Polizia. Equiparati ai Carabinieri con funzioni di ordine pubblico e diritto di vita e di morte, operarono con zelo paragonabile ai più agguerriti reparti di SS eseguendo fino all’ultimo, con encomiabile e inspiegabile dedizione, il mandato ricevuto. Il Commissario Straordinario, su imbeccata governativa, a sua volta sollecitata dalla Giunta, con una semplice ordinanza proclamò su tutto il territorio nazionale la Legge Marziale nel senso anglosassone del termine. Altra novità per l’Italia. Un provvedimento palesemente nullo per difetto di titolarità dell’autorità emittente, ma che fu accolto con sollievo da tutti gli operatori. In quei frenetici primi giorni furono adoperati concetti e formule verbali con sconcertante disinvoltura nella speranza che tutte queste sovrapposizioni producessero un effetto moltiplicatore, se non dell’efficienza, quanto meno della rapidità di attuazione. Furono sospese tutte le garanzie costituzionali e ogni forma di libertà. Si istituì il coprifuoco permanente al di fuori delle zone di sicurezza e furono vietati gli assembramenti di più di tre persone. In alcuni casi, in pieno marasma, più di un prefetto invece che allo Stato di Guerra fece riferimento nei suoi atti allo Stato di Assedio di “Umbertina” memoria. Furono sospesi i rifornimenti di benzina alle pompe, con i gestori obbligati a razionare quanto restava nelle cisterne dei distributori. Il poco carburante rimasto fu riservato agli autocarri con peso a vuoto superiore ai 35 quintali, alle forze di Polizia e ai mezzi pubblici. Si sperava di ridurre la mobilità dei singoli ed esaurire le riserve di combustibile in modo da contenere gli incendi scatenati dalle future masse di infetti in movimento o dall’assenza di manutenzione degli

impianti. La ragione principale, tuttavia, fu la necessità di mantenere intatte le riserve strategiche di carburante nei depositi. Le scorte presso le stazioni di servizio si esaurirono in settantadue ore dall’emanazione dell’ordine di razionamento. Fu sospesa l’erogazione del gas e le centrali elettriche furono predisposte al fuori servizio programmato, da attuare entro dodici ore dall’emanazione dell’ordine in contemporanea su tutto il territorio nazionale. Si sperava così di preservarle per un impiego futuro. Ci fu la serrata generale delle fabbriche e degli opifici, anticipando o prolungando le ferie e accreditando ai lavoratori due mesi di stipendio anticipato a spese del Tesoro. Fu concesso d’autorità un fido di tremila Euro su ciascun conto corrente

individuale in essere presso le banche operanti sul territorio nazionale, assistito

da una mostruosa fidejussione garantita da una quota dei 95.493 lingotti d’oro

custoditi presso la sede della Banca d’Italia. La borsa fu sospesa. I prezzi e le

tariffe fissati per legge alle quotazioni del giorno della dichiarazione dello Stato di Emergenza. Si dette il via ad una vera e propria economia di guerra con relativo razionamento dei beni di prima necessità. Senza corrente la moneta elettronica non era più utilizzabile e la massa monetaria in circolazione si rivelò ben presto insufficiente. La zecca, in spregio agli accordi europei, iniziò in gran segreto a stampare enormi quantità di Euro sin dalla dichiarazione dello Stato

di Emergenza. L’unico servizio bancario assicurato erano i bancomat presenti

all’interno delle zone di garanzia. Frettolosamente equipaggiati con gruppi elettrogeni, continuarono a inondare di contanti l’Italia anche dopo il collasso delle rete elettrica. Due impiegati per ogni filiale furono precettati col solito sistema della

coscrizione obbligatoria e costretti a vivere in filiale. Le banche non subirono attacchi significativi, se non sporadici tafferugli dovuti più che altro all’esasperazione dell’attesa per le code interminabili ai bancomat. Le ultime banconote furono stampate su carta filigranata dei tempi della Lira. Per esigenze di bilancio non era stata ancora smaltita. Enormi rotoli furono

rinvenuti in un sotterraneo della Zecca a Roma e stampati con l’apposizione di un timbro stile Weimar che ne decuplicava l’importo. Per un banale errore furono indicati gli estremi del decreto di autorizzazione di una sibillina Giunta di Emergenza e così, sparsi per l’Italia ci sono milioni di inutili fogliettini con sopra stampata nero su bianco la prova della cospirazione. Fu allora che anche i più ingenui capirono che si trattava di carta straccia, ma era ormai troppo tardi. Da giorni vigeva la Legge Marziale su tutto il territorio nazionale e gli esercizi commerciali, ipermercati e outlet passarono sotto la diretta responsabilità della sezione Annona e Razionamento istituita dalla Protezione Civile, subito militarizzata e posta sotto il controllo dell’Esercito. Gli unici punti di approvvigionamento erano le Zone di Garanzia. L’assegnazione di un voucher dell’ammontare di cinquemila euro per ogni famiglia, spendibile esclusivamente nelle zone di garanzia, convinse anche i più recalcitranti. Si stima che a quella data il novanta percento della popolazione a nord della Linea Gotica affollava le città e le zone protette predisposte dalle autorità. Le società di trasporti, i corrieri e tutti i possessori di autocarri subirono la requisizione dei mezzi e gli autisti precettati e integrati nel colossale piano di rifornimento delle Zone di Garanzia. Le autostrade furono dichiarate strutture di interesse strategico, sottoposte a vincolo di destinazione e riservate agli autocarri e ai mezzi delle forze dell’ordine. La circolazione su tali arterie fu vietata ad ogni altro tipo di veicolo. Compito di assicurare il rispetto delle nuove norme sulla circolazione autostradale fu assegnato a piccoli reparti di fanteria leggera con licenza di impedire il transito ai veicoli non autorizzati mediante l’impiego di armi anticarro. Questo rese le autostrade in gran parte immuni dagli spaventosi ingorghi che hanno paralizzato la rete viaria nel resto del mondo. Tutte le unità della Marina Militare in grado di prendere il mare furono concentrate all’Elba. L’isola fu messa immediatamente in quarantena e i collegamenti sospesi fin dalle prime ore dell’emergenza. I non residenti

rastrellati ed espulsi senza appello. L’economia dell’isola si reggeva sul turismo e la capacità di accoglienza tra alberghi, villaggi vacanze e seconde case assicurava ampiamente una sistemazione decente per il personale della Marina, i loro familiari e tutto il personale statale che a vario titolo riuscì ad ottenere la residenza sull’isola. Tre grandi navi da crociera, il fiore all’occhiello della flotta MSC in Mediterraneo, furono assegnate ad ospitare gli interi stati maggiori dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica con i relativi familiari. Data l’impossibilità di attracco nei porti dell’Elba, furono fatte arenare in fondali bassi e riparati. Nome in codice dell’operazione: Concordia. Si realizzò con estrema efficienza un impenetrabile blocco navale intorno all’Elba. Furono posate migliaia di mine e interdetta l’aerea intorno all’isola, che divenne sin da subito la meta obbligata di migliaia di diportisti a corto di carburante. I più temerari tentarono di forzare il blocco, ma furono dissuasi a suon di mitraglia. Leggenda ormai è la vicenda di un noto imprenditore, che forzò il blocco col suo yacht semplicemente annunciandosi via radio: “Sono FB al timone della…” credendo che bastasse quel nome ad aprirgli tutte le porte. In effetti il comandante del pattugliatore della Guardia Costiera violò la consegna prevista dalle regole d’ingaggio: c’era l’ordine di sparare a vista non appena varcato il perimetro della zona interdetta. Furono chieste istruzioni al comandante della Capitaneria di Porto di Livorno. Troppo fresco il ricordo dei due marò che marcivano da qualche parte in India per aver fatto solo il loro dovere. Il comandante della Capitaneria di Livorno non ebbe esitazioni: “Che bandiera batte il panfilo?” chiese torvo. “Panamense” rispose il guardiamarina. “Mi stia bene a sentire. Non faccia altre valutazioni. Si tratta di una nave straniera che in aperta violazione delle norme sta intenzionalmente forzando il blocco navale. Non mi disturbi più per stronzate simili e faccia ciò che deve, cazzo!”. Le raffiche della Oerlikon KBA da 25 mm, abilmente indirizzate al di sotto

della linea di galleggiamento del lussuoso natante, penetrarono il lucidissimo bordo di vetroresina come se fosse burro. Il resto fu una banale questione di vasi comunicanti che risolse immediatamente l’unico vero tentativo di forzare il blocco. Bagnato come un pulcino sul tender dello yacht nel bel mezzo del Canale di Piombino, l’eroico imprenditore scoprì l’amara verità che prima o poi colpisce tutti noi: senza altre risorse oltre a quello che indossi, altro non sei che un povero stronzo. I comuni dell’Elba si videro costretti a tenere aperti gli uffici anagrafe giorno e notte per smaltire le richieste di documenti. Strano ma vero, i più grossi problemi si ebbero per gestire queste formalità burocratiche, fortemente volute dall’inflessibile Presidente della Repubblica. In veste di garante della Costituzione pretendeva che tutto fosse espletato secondo normativa e nel più assoluto rispetto della legalità. Legalità, appunto. Che tale concetto sarebbe stato più volte violentato nel corso delle settimane successive non sembrava turbare i sonni di nessuno. “Purché tutto resti nella forma, qualunque forma vogliate dare a quella forma!” ebbe a dire in un momento di particolare tensione. Per tutta la durata della crisi, l’isola d’Elba costituì il centro nevralgico del Paese, sede del governo e di tutti i ministeri. Esso mantenne saldamente il potere esercitando le prerogative di un governo legittimo e in perfetta efficienza malgrado le ridotte capacità operative. La mole di lavoro espletata dal Parlamentino non sfigura con le medie registrate dalle varie legislature finora avvicendatesi nella storia del Belpaese. Parlamentino perché la gran parte degli onorevoli fu “sacrificata” grazie ad un provvedimento speciale che ridusse il numero di parlamentari a un decimo. Le procedure adottate avrebbero fatto inorridire chiunque ma tant’è, alla fine sarebbero stati in pochi a protestare. In osservanza al sacro principio della praticità fu evacuato in loro vece un buon numero di funzionari esperti ritenuti indispensabili al funzionamento degli uffici ministeriali e, addirittura, più di un commesso riuscì a trovare posto su quell’arca improvvisata. Qualcuno commentò ironicamente che c’era voluta

la fine del mondo per fare ciò che non si era ottenuto in decenni di tiramolla in

tema di riduzione dei parlamentari. La Protezione Civile ebbe il ruolo inconsapevole di coprire il piano

Pandora, dispiegando i propri mezzi per invogliare i civili a seguire le disposizioni dell’unità di crisi, che in parziale attuazione del protocollo Redneck concentrava la popolazione in zone di sicurezza più facili da difendere. Il compito dell’Esercito in quelle due settimane che precedettero il collasso

fu immane. Si pensò di demolire la cintura urbana delle principali città in modo

che nessuno potesse entrare, ma neanche uscire. Era intuitivo come per quegli esseri arrampicarsi e penetrare una barriera fatta di macerie fosse impossibile a causa della ridotta agilità, ma questo valeva pari pari per le entità con l’intenzione di fare il percorso inverso. Tuttavia, le risorse necessarie per minare migliaia di edifici in tutta Italia erano fuori dalla portata di un esercito in affanno da sempre come quello italiano, tra spending review e salvaguardia

degli stipendi. Nel paese dei compromessi si riuscì a impermeabilizzare solo alcune tra le più grandi città italiane. Quando ormai fu chiaro quel che stava accadendo, e contando sul caos, fu ordinato alle Forze Armate di dare fondo a tutto l’arsenale per demolire gli obiettivi, costituiti in gran parte da ponti ed edifici periferici in prossimità delle grandi città. Guastatori del Genio ed esperti civili richiamati minarono centinaia di edifici in pochi giorni. Intere brigate corazzate e reparti di artiglieria semovente cinsero d’assedio le grandi città, demolendo a suon di cannonate le periferie e abbandonando sul posto mezzi e materiali dopo aver esaurito le scorte di munizioni. Gli aerei e le navi rientrarono alle basi scarichi

di bombe e di missili ma carichi di disonore.

Il secondo giorno dell’emergenza tutti i canali tv cessarono di trasmettere la normale programmazione. Divennero dei semplici ripetitori di un’unica diretta di Rai Uno, che diffuse in maniera criminale notiziari con l’unico intento di seminare il panico. Con la Rete sotto controllo e la TV imbrigliata fu agevole terrorizzare l’opinione pubblica. Fiumi di notizie contraddittorie, mezze verità,

mistificazioni, smentite e contro smentite. Terrorismo mediatico, controinformazione, pseudo scienziati, imbonitori da fiera, giornalisti d’assalto che sfornavano scoop a getto continuo. La gente nel panico non capiva più

nulla. Alcune emittenti private del Sud, rispolverati gli obsoleti apparati analogici, riuscirono a diffondere clandestinamente notizie di respiro locale che

gli apparecchi televisivi più moderni non erano nemmeno in grado di captare.

Non costituirono un problema tanto che fu deciso di non prendere alcun provvedimento in merito. Solo Telenorba riscosse un certo successo, essendo

in grado di coprire quasi tutto il meridione e per questo costituì l’eccezione.

Elevata al rango di controparte, subì le micidiali attenzioni del 156° gruppo di volo caccia bombardieri rischierato in fretta e furia a Gioia del colle. In un’unica sortita i suoi ripetitori furono ridotti al silenzio. Grazie alla collaborazione prestata tutto il personale di stanza a Gioia del Colle, e relativi familiari, furono imbarcati sui preziosi C 130 e trasferiti nella munitissima base

di Ghedi, nel centro esatto della reale zona sicura in allestimento.

Milano, Brescia, Torino, Genova, Verona e Venezia subirono il trattamento completo. Si stimò che a venti giorni dall’emergenza più dell’ottantacinque percento della popolazione era confinata in zone sicure. Un risultato che andava oltre ogni più rosea previsione e per una volta ancora l’Italia fu tagliata

in due dalla Linea Gotica, più o meno. Roma fu abbandonata a se stessa e di

fatto tornò ad essere città aperta per la seconda volta nella sua storia recente. Il decimo giorno, quando ormai la situazione si manifestò in tutta la sua gravità e iniziarono virulenti i primi casi di contagio tra la popolazione del Sud, diffusi da migliaia di extracomunitari sbarcati sulle coste calabresi e siciliane prive di controllo, le Forze Armate si ritirarono in buon ordine. Tutti a casa, e non era ancora l’otto settembre. La marina all’Elba, l’Aeronautica negli aeroporti militari principali che furono resi inespugnabili e sigillati, così come tutte le caserme dell’Esercito. Alti ufficiali, figli, mogli e amanti comprese, sulle navi da crociera ex MSC. Camion militari e ogni altro mezzo su cui fu possibile mettere le mani

grazie agli ordini di requisizione emanati dal governo dell’Elba, fecero la spola nei primi giorni dell’emergenza per trasportare rifornimenti nelle Zone di Garanzia. Una quota significativa, nella misura di un camion ogni dieci, veniva sistematicamente dirottata nelle caserme, dove fu accumulata una quantità favolosa di materiali di vettovagliamento e prima necessità a cui si aggiungevano tonnellate di razioni da combattimento. Ogni caserma costituiva una specie di fortino completamente autonomo, con alte mura e pesanti cancelli, dotato di infermeria, gruppo elettrogeno e ampi spazi aperti da poter coltivare all’occorrenza. Nelle piazze d’armi furono costruiti a tempo di record pozzi e cisterne nelle quali convogliare l’acqua piovana. Ogni superficie coperta divenne un bacino imbrifero. In assenza di mezzi idonei furono organizzati turni di lavoro obbligatorio per tutti gli ospiti, che ricalcavano fedelmente il modello organizzativo dei campi di rieducazione cambogiani istituiti da Pol Pot. Uomini, donne e bambini, vanga e piccone alla mano, compirono un mezzo miracolo: assicurare l’autonomia idrica a centinaia di caserme sparse per l’Italia in meno di una settimana. Fu creato intorno ad esse un perimetro di sicurezza costituito da abitazioni demolite e campi minati, reticolati e terrapieni realizzati là dove possibile con i mezzi requisiti. Gli unici varchi rimasti erano pesantemente difesi da truppe armate di mitragliatrici e armi anticarro. Solo in due casi dei commando di civili, coadiuvati da elementi della Polizia di Stato, riuscirono a sfondare le difese con azioni in puro stile Nassirya. Furono ben presto sopraffatti da uomini addestrati e in pieno assetto da combattimento. Tutto ciò dimostrò che i cervelloni a Roma avevano visto giusto: da un punto di vista prettamente difensivo non erano le entità a costituire la maggiore preoccupazione, bensì i vivi! In seguito a questi episodi fu emanata una circolare in cui si autorizzavano i comandi militari ad accogliere all’interno degli alcazar gli appartenenti alle forze di Polizia e i loro familiari conviventi. Nulla si diceva però su come si dovessero accertare i requisiti prescritti, demandando a considerazioni di logica

e buon senso. Ovviamente logica e buon senso al di là della porta carraia di una caserma in piena emergenza assumono valenze insospettabili. Si verificarono significativi, quanto penosi, episodi di intransigenza burocratica grazie alla quale l’ingresso fu negato ai poliziotti sprovvisti di tesserino di riconoscimento anche se in divisa. Uno sfortunato ufficiale di picchetto dell’Esercito si beccò in corpo l’intero caricatore della Beretta d’ordinanza di un vice ispettore di Polizia. In forza alle consegne emanate dal suo comandante, fu costretto a chiedere ad un uomo sull’orlo dell’esasperazione di produrre seduta stante copia del proprio stato di famiglia, che ad una prima rapida occhiata sembrava composta da moglie e un numero di figli, otto, francamente sospetto. Al Sud le cose si complicarono immediatamente. Il primo atto del governo dell’Elba fu quello di modificare la costituzione nella parte in cui individua il territorio nazionale, concedendo unilateralmente l’indipendenza alla Sicilia e alla Sardegna. La Sicilia rifiutò con un comunicato radiodiffuso da un sedicente consiglio regionale insediato nell’isola di Filicudi. Caso più unico che raro nella Storia, fu la prima volta che una popolazione rifiutava l’indipendenza. In questo modo, ope legis, le due maggiori e popolose isole italiane non furono più un problema italiano. Si trattò di un tragico errore, ma in quei primi momenti c’era ancora chi si preoccupava della forma… e abbandonare così grandi porzioni del territorio, strano a dirsi, costituì un problema che aveva bloccato il Governo finché qualcuno non propose lo sciagurato provvedimento. Le ultime statistiche provenienti dalle prefetture ancora attive avevano confermato il sostanziale fallimento della politica delle zone di garanzia. La mentalità della gente del Sud è tale che tutto ciò che proviene dallo Stato è sospetto. Si stima che solo il trenta per cento della popolazione abbia risposto agli appelli. La maggior parte si è semplicemente rifugiata in casa. Non appena le cose iniziarono a farsi pesanti e nelle strade non vi fu più traccia dello Stato accadde l’inevitabile. La situazione fu presa in mano dall’unica forza organizzata ancora presente sul territorio: l’equivalente dei quattro cavalieri

dell’Apocalisse sotto forma di Mafia, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra corona unita. Conseguenza immediata è l’attuale stato di guerra civile con la Repubblica del cartello di Trinacria. Essa riunisce le regioni confederate di Puglia, Campania, Calabria e Sicilia o, almeno, quel che resta. A quindici giorni dal primo caso accertato in Italia, l’infezione stava dilagando ma non alla velocità prevista. Di ciò che accadeva a Sud si sapeva ben poco ma al Nord le Zone di Garanzia reggevano, tanto che il problema non era il virus ma le normali malattie che continuavano ad affliggere il genere umano. Voci di malumori serpeggianti all’interno delle zone protette e i sempre più frequenti episodi di ammutinamento, terrorizzarono il governo dell’Elba. Le zone protette rischiavano di esplodere da un momento all’altro e con un provvedimento segreto furono superate anche le ultime remore: fu data esecuzione al Terzo Allegato del piano Pandora. Il Terzo Allegato, al quale nessuno è riuscito ad attribuire un nome in codice per l’incapacità di accostare un nome a tanto abominio. La più sporca manovra che un governo sia mai stato in grado di concepire a danno dei propri cittadini. Il contagio fu diffuso dolosamente all’interno delle zone di sicurezza adottando la tecnica degli antichi romani, che combattevano il fuoco con il fuoco. Ad eccezione di Genova, nelle città del Nord e nelle maggiori zone protette furono introdotte in segreto centinaia di persone infette, prelevate al Sud con la promessa di una cura e l’impegno tassativo di mantenere il segreto. Furono concentrate in condomini sgomberati per l’occasione all’interno delle Zone di Garanzia come se fossero normalissimi profughi. Il resto lo fece la natura. Si stima che un trenta per cento della popolazione concentrata nelle zone di sicurezza sia riuscita a fuggire, di cui una buona metà contagiati. Masse di disperati che si sono ben presto dispersi in piccoli gruppi nelle campagne e che nel primo mese di vita alla macchia si sono ridotti al cinque per cento di quel trenta per cento. Non costituiranno certo un problema, almeno fin quando non leggeranno queste righe.

Nonostante gli ultimi avvenimenti mi abbiano particolarmente indurito, ho esitato a lungo prima di accennare a Genova, città martire per eccellenza e al suo porto. Genova costituisce il punto più basso di tutta la vicenda. È lì che abbiamo valicato ogni confine e sebbene alla luce dei fatti ciò si sia rivelato il metodo più efficace, ringrazio Dio per averlo scoperto troppo tardi. Inutile sottolineare l’importanza del porto e della sua posizione strategica. Bisognava preservarlo intatto. Quando al prefetto fu imposto di realizzare un perimetro impenetrabile intorno al porto e alle sue strutture per isolarlo completamente dal resto della città, questi rispose con una sigla: G8 2001. In effetti nessuno ci aveva pensato. Gli esperti interpellati conclusero che le barriere predisposte avrebbero retto all’urto delle entità, esseri dotati di scarsa mobilità, sostanzialmente indeboliti e non organizzati. Non costituivano affatto un problema. Ma alla luce dei tragici avvenimenti del G8 era evidente che non avrebbero retto all’urto dirompente di masse di esseri umani pensanti, organizzati e in preda al panico. Le tecniche dell’antica Roma non avrebbero funzionato per il porto di Genova. E così al Terzo Allegato fu aggiunta a mano una postilla che autorizzava l’operazione Saddam. In questo modo la faccenda fu risolta dai gas nervini e con benefico ritardo scoprimmo l’acqua calda: un essere umano che muore prima del contagio non subisce trasformazione alcuna e resta quel che è sempre stato, e cioè un innocuo cadavere. Si calcola che nella zona di garanzia di Genova erano concentrati qualcosa come due milioni e ottocentomila individui, tra residenti e sfollati. Sono consapevole delle reazioni sdegnate nel leggere queste righe e non dirò nulla a mia discolpa. Mi limiterò a sottolineare che attualmente il porto di Genova è intatto e praticabile ed è stato l’asso nella manica per poter trattare alla pari con gli americani in occasione della redazione del trattato di Porto Azzurro. Ad un mese dal giorno che convenzionalmente è stato riconosciuto come l’inizio di una nuova Genesi, il mondo così come lo conoscevamo non esisteva più. E solo in Italia si è diffuso il Grande Panico “controllato”. All’ombra delle

Alpi, coi confini protetti dall’Esercito, siamo riusciti a creare una speranza concreta nel caos più totale. Un nuovo Eden, che in attesa dei novelli Adamo ed Eva risulta popolato da immonde creature molto più affini all’inferno che al paradiso. Con l’esecuzione dell’operazione Saddam e col Terzo Allegato in avanzato stadio di attuazione, avevamo abbondantemente superato il punto di non ritorno. Tagliati i ponti alle spalle, non ci restava che aspettare e sperare nella bontà del piano. Su tutto il territorio nazionale fu imposto il silenzio radio e le uniche comunicazioni possibili erano quelle via cavo, una rete risalente alla guerra fredda, conservata più per pigrizia che altro, ma che si rivelò una fondamentale risorsa per mantenere i contatti con le zone al di là della Linea Gotica e gli alcazar disseminati nel resto d’Italia. Perché il silenzio radio? Uno dei punti cardine del piano Pandora era la convinzione che il pericolo maggiore fosse rappresentato dai vivi, non dai morti. Inizialmente la preoccupazione era quella di contenere i vivi nelle zone di garanzia, tanto pressante che non solo fu previsto il Terzo Allegato, ma anche applicato. In seguito poi, guai se si fosse saputo che in Italia si stavano ponendo le basi per guardare con una certa sicurezza al futuro. Non eravamo certo nelle condizioni di accogliere profughi né di respingere orde di disperati alla ricerca di salvezza. A conferma dell’importanza del silenzio radio, i satelliti ancora funzionanti dell’AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna) evidenziarono la presenza di unità navali in perfetta efficienza: portaerei, sottomarini, unità di appoggio e rifornimento, colte dall’emergenza in mare aperto e in piena operatività. Tanto per intendersi, basti considerare che ogni singola portaerei nucleare costituisce un piccolo universo popolato da 4-5 mila individui pesantemente armati, in grado di imporre la propria autorità e con un’autonomia pressoché illimitata. Il Governo degli Stati Uniti mantiene la sovranità essendosi trasferito sulla Ronald Reagan ed esercita la propria autorità sul territorio degli Stati Uniti rappresentato dalla totalità delle unità della US

NAVY e dall’isola di Nantucket, diventata una sorta di immenso accampamento di profughi ridotti allo stremo. La riservatezza, certo… Ovviamente le cose sono andate diversamente. Del Planet Reconstruction Act già sapete e grazie al Trattato di Porto Azzurro ci siamo assicurati la collaborazione di quegli Stati che ancora conservano una discreta capacità offensiva. Certo non è proprio come avete letto nelle roboanti note diffuse dall’ufficio di presidenza del Consiglio dei Ministri. Alle unità della US Navy si sono affiancate le unità militari delle marine di mezzo mondo, le quali, persi i contatti con i rispettivi comandi, hanno costituito una sorta di associazione a delinquere con a capo gli americani. Una babele di fregate lanciamissili, sottomarini, portaerei, portaelicotteri, caccia di ogni classe, navi appoggio alle quali si sono unite navi da crociera, mercantili e petroliere. Tutte insieme costituiscono una grave minaccia. Avrebbero potuto sopraffare la nostra debole Repubblica e spazzarci via in un soffio. Non si sa come, ma nonostante il silenzio radio imposto dalle autorità italiane e tutte le precauzioni, questi moderni pirati erano al corrente del Piano Pandora nei minimi particolari. Ne hanno subito colto il profondo significato nonché l’utilità per un nutrito numero di esseri viventi relegati a bordo di navi bisognose di assistenza costante ad alto contenuto tecnologico. Minacciosamente radunatasi al largo delle Baleari, questa congrega di pacifisti in divisa ci ha bonariamente invitato a ratificare l’atto del Congresso degli Stati Uniti d’America che in realtà è un semplice contratto di natura prettamente commerciale: assistenza e rifornimenti in cambio di… vediamo, come possiamo chiamarla, protezione? Il mondo potrà pure capovolgersi, ma su certe questioni prevarrà sempre e comunque la cara, vecchia, rassicurante legge della giungla. Signori, abbiamo assistito alla nascita di una nazione. Brindiamo al riconoscimento ufficiale da parte di ventisette paesi del mondo. Oggi è un grande giorno per la nostra diplomazia” disse il Ministro degli esteri

rivolgendosi ai presenti, una ventina in tutto, che in quella stanza costituivano l’intero corpo diplomatico della Nuova Repubblica Italiana. “E adesso tutti al lavoro, abbiamo un mare di scartoffie da riempire”. Era il primo di agosto del duemilatredici. Il trattato regge. Da tempo non si registra attività aerea di alcun tipo. Esso ha indotto ciò che resta dell’umanità a concedersi un’altra chance. Gli americani si stanno concentrando su Minorca, la più piccola delle Baleari, nell’intento di creare una base stabile e sicura dove sopravvivere fino all’eradicazione del morbo e quindi tornarsene a casa. Sembra siano già a buon punto. In attesa dello sviluppo della pandemia, con la sua lenta ma inesorabile soluzione in un cumulo di ossa calcinate o imputridite a seconde delle latitudini, si è introdotto un feroce razionamento delle risorse. È quel che accade in caso di incidente con la vittima gravemente traumatizzata. Ci si preoccupa di stabilizzare il paziente e trasportarlo in ospedale. A poco più di quattro mesi dall’inizio della crisi il mondo si è stabilizzato. Adesso non resta che sistemare l’ospedale. Poi troveremo anche il tempo per fare i conti.

PRIMO GIORNO DI SCUOLA

“Cazzo!” esclamò Gianco per la terza volta quel giorno. “Cazzo sì!” fece Aldo. “Non dire niente, devo rileggerlo almeno un’altra volta, e non sullo schermo. Non riesco a concentrarmi se non ho dei fogli in mano”. Stamparono il file in due copie. Gianco sprofondò nella sua poltrona preferita. Divorò le pagine una dopo l’altra. Dal labiale si intuiva la sua parola preferita alternata a bestemmie scelte con un po’ più di fantasia. Diversi sospiri e un certo numero di fischi veri e propri completarono il quadro sonoro. Di tanto in tanto scorreva all’indietro il documento per rivedere qualcosa e ben presto incasinò i fogli. Maledì Aldo per aver stampato il file senza numerare le pagine. Che cazzone. Senza di me non sarebbe sopravvissuto un minuto là fuori, pensò. Fu costretto a ricostruire la numerazione a matita. Aldo invece sfogliava rapidamente le pagine, ma senza porvi particolare attenzione. Lo sguardo catatonico sembrava trapassare il foglio. Il cervello rifiutava di elaborare quanto stava leggendo pur di non giungere alla piena consapevolezza. Sentirono bussare con insistenza. Aldo scattò e corse ad aprire, felice di abbandonare quei fogli sul divano. Ettore entrò eccitatissimo: “Allora, avete letto?” “Letto, stampato e letto ancora” rispose Aldo “Ne hai parlato con qualcun altro?” chiese a sua volta Gianco. “Solo con voi, perché?” “Non lo so… mi sta venendo la febbre. Devo bere qualcosa” Aldo prese tre grossi bicchieri e li riempì di grappa come se fosse acqua, e come se fosse acqua vuotò il suo in due lunghi sorsi. Ettore invece ne centellinava il contenuto. Gianco si limitò a tenere il bicchiere in mano e inspirarne di tanto in tanto le esalazioni alcoliche favorite dal calore della mano. “Magari è uno scherzo” esordì Aldo dopo un lungo silenzio.

“Magari sei un cazzone!” reagì Gianco. “Non ce lo vedo qualcuno a scherzare su di una vicenda del genere e con tale padronanza degli argomenti, per giunta. È evidente che quel Fantoni sa il fatto suo”, intervenne Ettore a stemperare la tensione. “Sono d’accordo. È tutto così assurdo che non può essere che la verità” “Sì ma…” ribatté Aldo petulante. “Sì ma un cazzo! Se non sbaglio sei tu di guardia al cancello stamattina. Che ci fai ancora qui?” disse Gianco. “Va bene, va bene, adesso vado”. Sapeva per esperienza che in certi momenti era inutile provare a tenergli testa. Fece per prendere il Barret e andare sulla terrazza al primo piano, ma Gianco lo fulminò. “Lascia stare il cannone. Abbiamo già fatto troppo casino” “Roger” rispose con una punta di ironia. “Ha il potere di farmi incazzare” disse Gianco dopo aver atteso che sparisse dalla sua vista. Ma lascia stare, si vede benissimo che siete innamorati” “Si vabbè…” Restarono in silenzio per un po’, come se avessero bisogno di tirare il fiato al termine di una lunga corsa. “Se le cose stanno così, abbiamo avuto solo fortuna” disse Ettore. “Tu la chiami fortuna… Culo grande come una casa, piuttosto. Se non avessero chiuso la centrale obbligandoci a scegliere tra restare qui e le Zone di Garanzia, chissà dove saremmo andati a morire. Che probabilità di sopravvivere avremmo avuto là fuori se ne sono rimasti solo due milioni?” “Se non vi avessi convinto io, vorresti dire…” “Sì certo. Onore al merito” disse alzando il bicchiere. “E pensare che ti ho pure menato quel giorno. Se penso che volevo tornare a Bari. Che idiota!” “Lascia stare…” disse con un sorriso. “Comunque due su sessanta, più o meno” “Cosa?”

“Le probabilità di sopravvivere” “Ah sì, facile… eppure non riesco a concepirli questi numeri” “Come no? Una semplice proporzione e ti posso dire quanti ne siamo al mondo. Non più di duecentotrenta milioni. Solo che nel resto del mondo le cose sono andate molto peggio che in Italia. Quindi il risultato è da considerarsi un limite puramente teorico. Temo sia un calcolo eccessivamente ottimista e piuttosto grezzo, da affinare con la scure a colpi di decine di milioni alla volta. Forse il numero esatto si aggira intorno ai cento milioni. Migliaio più migliaio meno”. “Puttana Eva!”, esclamò Gianco sprofondando nella poltrona. Finalmente portò il bicchiere alla bocca per un brevissimo sorso. “Che facciamo adesso?” chiese smarrito. Ettore non si scompose. Una sfinge dal sangue freddo che non aveva mai perso il controllo, sempre concentrato e presente a se stesso. Non tradì le aspettative e dopo una breve pausa comunicò la sua opinione, che novanta su cento aveva la forza di una delibera, tanto erano assennate le sue conclusioni. Lo hanno scritto loro, nero su bianco. Stop and wait! Non abbiamo bisogno di nessuno per ora. Siamo autosufficienti e soprattutto, non dobbiamo certo ringraziare questa specie di governo. Al limite, il tenente Siro che ci ha riempito di armi e rifornimenti per resistere un secolo almeno, ma quello non conta. È il fidanzato di tua figlia. Che altro poteva fare? Aspettiamo e continuiamo a fare quel che abbiamo fatto finora. Sopravvivere. Da oggi in poi con qualche senso di colpa in più. Diciamo pure quasi sette miliardi di sensi di colpa” “È colpa nostra adesso?” intervenne stupito. “Certo che no, ma un po’ me ne sento addosso, di colpa. Quando quel figlio di puttana parlava dei sopravvissuti con moglie e figli a cui badare… siamo noi quelli nel bunker e ha perfettamente ragione. Abbiamo avuto fortuna. Pensaci: in questi mesi cosa è cambiato per noi? Fuori la gente moriva e qui si continuava come se niente fosse. E fuori si muore ancora. Siamo dei

miracolati. Quando le cose sono precipitate abbiamo semplicemente chiuso un cancello. Non abbiamo mai corso seri rischi, ringraziando Dio, il demonio e tutte le divinità del cosmo”. “E quindi?” “E quindi, sensi di colpa a parte, non siamo assolutamente preparati a vivere nel nuovo mondo! Credo che la cosa migliore sia rimanere qui a fare i bravi bambini, dove non mi pare si stia poi tanto male. Loro dicono ventiquattro mesi, io dico quarantotto e anche più. Finora siamo stati bravi, abbiamo realizzato l’obiettivo a breve termine. Dovevamo solo resistere e prima o poi si sarebbe fatto vivo qualcuno e saremmo andati in un posto sicuro, ricordi? Ora ne abbiamo uno a medio termine. Sopravvivere, ma per restare qui. Semplice. Abbiamo le risorse, abbiamo un obiettivo, dobbiamo ottenere un risultato”. “E agli altri che diciamo?” “Nulla, per adesso. Meglio credere che ci sia un mondo migliore da qualche parte là fuori. Stop and wait”. “Quindi nemmeno comunicare la nostra presenza?” “Assolutamente no! Anzi, da adesso in poi dobbiamo smettere di usare le

radio. Checché ne pensino loro, siamo nel medioevo ormai. E temo che quella gente tra un po’ sarà alla disperata ricerca di sudditi. A quanto pare si sono salvati solo militari, politici e intrallazzatori e mi fanno più paura delle merde là fuori. Tua moglie è un medico. Abbiamo un ingegnere e due manutentori altamente specializzati. Temo che ci metterebbero a lavorare come cani sin dal primo giorno. E non dimenticare che Siro e il sergente Folli ai loro occhi sono due ladri e disertori in piena regola. Nonostante tutto sto casino c’è ancora qualcuno che vuole far rispettare le leggi, e non sono del tutto sicuro che sia

Aspettiamo” disse sprizzando

propriamente una fortuna. Aspettiamo saggezza da tutti i pori. Gianco non fiatò.

Ettore impaziente attendeva un segno: “E allora?” disse incalzandolo. “Ok. Con Aldo ci parlo io”. “Bene così, ma torna presto che abbiamo da studiare” “Studiare?” “Per forza. Molte cose le sappiamo già, ma moltissime ancora no. Oggi è il primo giorno di scuola” e gli lanciò un corposo fascicolo. Era il Manuale di sopravvivenza agli zombi di Max Brooks fresco di stampante.

PARTE SECONDA

QUADRI DI UN’APOCALISSE

“Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo”. (Stanislaw Jerzy Lec, “Pensieri spettinati”)

BIG DATA

19 marzo 2013 - a un mese dalla dichiarazione dello Stato di Emergenza

“…del successo elettorale del Movimento Cinque Stelle che col 25,55% alla Camera dei deputati conquista 108 seggi e col 23,79% al Senato della Repubblica ottiene 54 senatori. Un risultato che va oltre ogni più rosea previsione e che fa del leader del movi”. Con una brusca ditata sul telecomando spense il televisore e si rivolse al suo collaboratore:

“Giovà, e mo sì che sono cazzi…” “Temo proprio di sì, dottor Fantoni. Sarà peggio del ’94 con l’arrembaggio di tutti quegli sprovveduti…” “Peggio di così spero proprio di no. Tocchiamo ferro!” Fu questo il primo commento a caldo di due veri addetti ai lavori: il dottor Sergio Fantoni, che di fronte al televisore stentava a credere ai propri occhi e il suo fido scudiero, l’altrettanto dottore Giovanni Turchetti. Due autentici, utili, figli di puttana. Fantoni fu facile profeta. Apparve chiaro sin da subito che con quei numeri il Parlamento non era assolutamente in grado di arrivare da nessuna parte e ben presto si sarebbe rivelato per quel che era: una locomotiva spompata capace di arrancare persino in discesa. Il risultato delle ultime elezioni ebbe come unica conseguenza di garantire l’ingovernabilità e di questo il nuovo movimento riuscì a rendersi responsabile unico agli occhi dell’italiano medio in un batter d’occhi. Prima in ordine di tempo di una serie di ingenuità inconcepibili, commesse con l’arroganza particolarmente odiosa del parvenu miracolato dalla sorte. Eppure a qualcosa servì. Grazie all’atmosfera di latente ostilità nei confronti del Movimento Cinque Stelle, un giovane deputato approdò come un naufrago nell’ufficio di Fantoni, dopo essere stato sballottato tra presidenti di commissione, sottosegretari e segretari particolari ai quali aveva propinato la sua teoria.

Era il 19 marzo 2013. Fantoni strinse la mano a quel tipetto di nemmeno trent’anni che sembrava avere l’argento vivo addosso. Questi accese il suo portatile e riversò sul povero Fantoni una valanga di informazioni. Apriva schermate su schermate, si connetteva ai siti a velocità supersonica e snocciolava dati, cifre, notizie, a volte ufficiali, ma sempre più spesso provenienti da blog di semplici individui che postavano l’indicibile. Si trattava di un enorme flusso di informazioni connotate da un’unica matrice, un’unica fonte che riportava sempre a una macro area dell’Africa centro equatoriale. Alla fine pronunciò una serie di frasi con una rapidità tale che Fantoni percepì solo alcune parole: virus, epidemia, pandemia, catastrofe e, naturalmente, quello spauracchio biblico che da sempre è il termine apocalisse. Per concludere, produsse come prova a sostegno il documento principe dal quale aveva tratto ispirazione: “The world war Z”, il libro di un certo Brooks che sembrava la cronaca fedele di quanto stava accadendo. “Senta, lei deve assolutamente calmarsi, altrimenti non ci capisco nulla” riuscì finalmente a far breccia Fantoni. “Da quel che dice, sembra che siamo sull’orlo di un’ecatombe mondiale. Com’è che non se ne sa ancora nulla?” “Perché nessuno guarda dove si deve guardare. Mi creda, dottor Fantoni, è già tutto in Rete, basta saper collegare i fatti, stabilire relazioni tra questi e tirare fuori dei numeri. Funzioni e algoritmi che alla fine ci daranno sia le domande che le risposte”. “Voialtri con questa Rete state esagerando. Sembra la panacea per tutti i mali che ci affliggono. Adesso mi verrà a dire che cura anche i calli…” replicò, scoppiando in una risata irriverente, cattiva. Definitiva. “Dottor Fantoni… per favore”. Fu un accorato per favore, sospirato come se fosse davvero l’ultima spiaggia, ad aprire una crepa nell’indifferenza di Fantoni. Gli aveva concesso ben dieci minuti, il minimo indispensabile per non apparire scortese. Quel per favore all’ultimo minuto strappò una proroga di importanza

fondamentale per l’umanità, paragonabile, forse, solo alla scoperta del fuoco. “Non so nemmeno perché le do retta, ma di cosa ha bisogno per rendere tutto questo un po’ più credibile e prossimo quantomeno alla fantascienza?” “Soldi”. “Soldi, e te pareva…” “No, no… aspetti. Tecnicamente non si tratta nemmeno di soldi, ma di credito e del buon nome di qualche istituto di ricerca da spendere senza alcuna remora, ovviamente. Anche perché se ho ragione, e purtroppo mi creda, temo fortemente che sia così, non ci sarà nemmeno il tempo di saldare le fatture. Mi basta ottenere un pagamento a novanta giorni a partire da oggi, tanto per quella data sarà tutto finito” disse convinto. “Cosa intende per tutto finito, scusi?” “Il mondo, la civiltà, noi tutti. Kaputt, andato, finito!” “Ah!”, esclamò per prendere tempo. “E… solo per amore di conversazione, badi bene, a che le servono quei soldi, cioè quel credito?” “Ha mai sentito parlare di Big Data? Parlo di enormi flussi di informazioni già disponibili in rete da scandagliare, elaborare, correlare e incrociare tra loro grazie all’impiego di software potentissimi e costosissimi su piattaforme adeguate. Se riuscissi ad acquisire l’utilizzo della piattaforma Gotham della Palantir Tecnologies, per esempio, potrei scovare ogni minimo accenno ad atti di cannibalismo sui social network e tracciare una mappa. Quel che le ho mostrato prima, l’ho realizzato in un paio di giorni di duro e ingrato lavoro in maniera del tutto artigianale. Ma con gli strumenti adeguati potrei dirle la direzione e l’entità di qualsiasi fenomeno umano, e non, con sufficiente anticipo rispetto alle notizie ufficiali e con la certezza matematica, anzi, diciamo pure algoritmica, della rispondenza alla realtà o a qualcosa che si possa definire, almeno probabilisticamente parlando, plausibile. Si tratta sì di canali non convenzionali, ma solo perché sconosciuti al grande pubblico. Se poi riuscissi ad ottenere anche solo per poche ore al giorno l’accesso esclusivo al mainframe del Servizio Elettronico Nazionale, potrei addirittura…” ma non riuscì a

terminare la frase. Senta, lasciamo perdere adesso tutto questo, non ha bisogno di convincermi…” “Mi scusi, aspetti… forse ho esagerato… mi lasci spiegare meglio…”, disse balbettando il deputato. Aspetti lei. Tiri il fiato una buona volta e mi faccia parlare, maledizione! Dicevo che non c’è bisogno di convincermi… a me basta solo un ragionevole dubbio” e chiamò Turchetti. “Giovà, senti di cosa ha bisogno il ragazzo. Fondi, fidejussioni, anche false, lettere di patronage, vedi tu. Diciamo fino a cinque milioni di Euro. Lei crede possano bastare?” chiese al deputato. Questi non proferì parola, stupefatto e allora fu Fantoni a cavarlo d’impaccio:

“Possono bastare” disse a Turchetti, “e chiama l’ingegner Cipriani alla Direzione Centrale Sistemi Informativi e Tecnologici. Senti cosa si può fare per il mainframe senza dare troppe spiegazioni”. “Dottor Fantoni…” disse il deputato reprimendo l’impulso di abbracciarlo, “la ringrazio dell’opportunità, non se ne pentirà. Intanto legga questo” disse tirando fuori dalla ventiquattrore una copia di “The world war Z” di Max Brooks. Con cinque milioni di capitale praticamente fittizio e interamente non versato, e sei giorni di duro lavoro informatico, durante i quali furono passate al setaccio spaventose masse di dati che lievitarono in progressione geometrica grazie all’inserimento di parametri di calcolo comprensivi delle più improbabili correlazioni, non solo riuscì a confermare le sue intuizioni e a ingigantire i dubbi di Fantoni, ma anche a coinvolgerlo al punto da costituire sotto la sua direzione una vera e propria Task Force di elementi altamente specializzati. Lo scopo dichiarato era di redigere in gran segreto quello che poi fu denominato Piano Pandora. Il giorno successivo alla stesura definitiva, del piano fu informato il

Presidente del Consiglio e di conseguenza, il Governo. In una drammatica riunione Fantoni e il deputato, sorretti dalla forza d’urto di un certo numero di super esperti, riuscirono a dare il meglio di sé. Affrontarono il fuoco di fila delle inevitabili, legittime e ragionevoli obiezioni, confutandole con dati e proiezioni tali da far tremare i polsi a chiunque. All’indomani, forti del parere favorevole del Governo, sostennero una prova ancora più impegnativa alla presenza del Presidente della Repubblica, che ebbe come risultato la convocazione d’urgenza del Consiglio Supremo di Difesa per il giorno successivo. Il resto è Storia.

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Ma se fossero vere tutte le simulazioni che avete presentato, non riusciremo comunque ad assicurare la sopravvivenza della popolazione all’interno delle Zone di Garanzia per più di un mese” obiettò il Presidente del Consiglio. “Ed infatti è proprio ciò che è previsto nel piano. Mi scusi eccellenza, ma se va a pagina dodici del Terzo Allegato potrà constatare che esso diverrà operativo proprio allo scadere dei trenta giorni dalla creazione delle Zone di Garanzia o prima, qualora si renda necessario anticiparne l’attuazione” rispose Fantoni. “Quindi sono condannati?” “Se dovessimo avere ragione, saranno condannati comunque”. “Ma se le previsioni si rivelassero errate?” continuò scettico. “Intanto l’epidemia è già in atto in Africa e i morti viventi sono una realtà, anche se la cosa non è ancora di dominio pubblico per l’assurdo cover up che di norma accompagna questi fenomeni. Nel resto del mondo c’è un approccio, come dire, tradizionale al problema e con i soliti sistemi questa volta non se ne esce. E comunque, nella peggiore delle ipotesi, se non dovesse evolvere in pandemia, vorrà dire che al termine dei trenta giorni si farà marcia indietro. In tal caso avremmo agito nell’interesse della salute pubblica, no? Al limite si potrebbe parlare di un eccesso di zelo. Un tragico, oneroso, comprensibile eccesso di zelo”

concluse Fantoni. “Certo, sempre nell’interesse collettivo, si capisce” concesse il Premier. Fantoni colse immediatamente l’occasione:

“E poi, le possiamo garantire fin da ora che l’attuale esecutivo resterà in carica sino alla data delle nuove elezioni. Data che, in caso del precipitare degli eventi, non potrà che definirsi ‘a destinarsi’. E temo molto, molto in là” “Naturalmente” approvò il Premier”. “E allora?” chiese Fantoni. “E allora domani andremo a far visita al Presidente della Repubblica”.

IL SUMMIT

22 aprile 2013 - Due giorni dopo la dichiarazione dello Stato di Emergenza

“Ci siamo tutti?” “Si, tutti i capo mandamento stanno qui” “E gli altri? SCU, Camorra, ‘Ndrangheta?” “Sì. Tutti stanno, possiamo cominciare” Rassicurato da quelle parole, il Padrino dei padrini si rivolse finalmente ai presenti:

“State bene? Necessitate di qualche cosa? Nu poco d’acqua, state appost?” Nessuno rispose o chiese qualcosa, anche perché si trattava di un’offerta fatta per cortesia, giusto per mantenere la forma. A guardarsi intorno non c’era nulla da offrire ai convenuti. Uno dei più importanti summit tenutisi nelle settimane che precedettero il crollo definitivo di ogni forma di organizzazione sociale, politica ed economica nel mondo, e che portò l’umanità sull’orlo dell’estinzione, ebbe luogo in una località segreta della Sicilia Sud-occidentale. Non vi erano telecamere, nessun corrispondente o inviato speciale a coprire l’evento, niente centri congressi o mega complessi alberghieri a cinque stelle. Totale assenza di hostess in tailleur e tacchi a spillo ad accogliere i delegati e nemmeno cocktail di benvenuto, coffe break, pranzi e serate di gala. Nessuna conferenza stampa o nugoli di flash scattati da fotografi a caccia di scoop e/o immagini da riciclare sui settimanali di gossip inventando improbabili flirt. Ad accogliere i convenuti all’ingresso della solfatara dismessa, due picciotti in Converse taroccate e giubbotto da rapper, essendo coppole e gilet neri su camicia bianca ormai aboliti da tempo. Indossavano, inoltre, una Glock ben in vista infilata nei pantaloni e l’onnipresente Kalasnikov, icona di modernità, al posto della lupara. Il riconoscimento avvenne senza il ricorso a documenti, badge o cartellini. Un cenno di assenso fu più che sufficiente per ottenere il

privilegio di partecipare ai lavori congressuali. In quel bunker, di un’austerità prossima allo squallore, erano convenuti i rappresentanti delle organizzazioni più antiche e radicate dell’intero meridione d’Italia. Esse costituivano un’organizzazione efficiente e capillare al pari di ogni altro organismo statale equivalente. Le associazioni mafiose che tenevano in scacco da sempre ogni forma di governo avvicendatosi in Italia sin dai tempi dell’Unità, avevano inviato al summit i loro più eminenti rappresentanti. Vi era radunato il gotha delle mafie, la cupola delle cupole, il meglio che si potesse esprimere in termini di associazione a delinquere a livello mondiale. Il top dello stato dell’arte criminale espresso dalla comparsa dell’uomo sulla terra. La sala conferenze era un antro ricavato sul fianco della caverna principale della miniera, con al centro un tavolo realizzato con cavalletti e grosse assi da costruzione, sul quale era stesa un’incerata verde giusto per non poggiare i gomiti direttamente sul legno grezzo. Due faretti da studio fotografico montati su appositi cavalletti e collegati a un gruppo elettrogeno, costituivano l’impianto di illuminazione. Non vi era alcun tipo di amplificazione audio o microfoni. Insomma, la tipica scenografia da film di serie zeta prodotto con i contributi ministeriali giusto per far lavorare un po’ gli amici degli amici. Eppure si trattava della realtà e a ben guardare, perfettamente calzante alla circostanza: niente di meglio di una miniera di zolfo per accogliere dei demoni che di umano hanno ben poco. Grazie agli amici degli amici, abbiamo avuto anche noi il coso che vi ho mandato. Lo avete visto sto coso qua, u pian… aiutami Santuzzo, come minchia si chiama u pian?” chiese all’uomo in piedi alle sue spalle. “Il padrino intende il piano Pandora” riferì ai presenti Santuzzo. Ah già, un altro poco e me lo scordavo. Grafici, tabelle, statistiche, cartine, ordini, raccomandazioni, leggi e ordinanze… a protezion civile. Nun se capisc nu cazz: u pandor… u panetton… ma cu minchia iè stu pandor?” disse scoppiando a ridere, suscitando un’ilarità di circostanza tra i presenti. Si riprese subito: “Lo so che c’è poco da scherzare. Sembra una cosa

piuttosto seria. Abbiamo preso le nostre informazioni e devo ammettere che u picciott ca scrisse u pian, ten e pall!” “Che la cosa sia vera e possibile, ormai non è più in discussione” precisò Santuzzo. Santuzzo, ovvero il dott. Santo Manfredi Andriina, laureato alla Harward Business School con Master in business administration, rappresentava l’altra faccia della mafia. Il più richiesto dai cacciatori di teste che nell’anno del diploma setacciarono le migliori scuole alla ricerca di talenti. Avrebbe avuto il mondo in mano se solo avesse voluto e invece, inspiegabilmente, fece fagotto e abbandonò Cambridge per accettare il posto di amministratore delegato di una ditta di medie dimensioni, appena più di una bottega artigianale che produceva, imbottigliava ed esportava olio d’oliva in tutto il mondo. In quel momento era l’eminenza grigia, il consigliori del più importante capo mafia siciliano. Padrino, ma che camurrìa è chesta, ca vogliono dare l’indipendenza alla Sicilia?” chiese Tanino u’ trattorist, capo mandamento di una delle più importanti province siciliane. “Vero è” rispose solenne. E non è buono? Magari u facissr a nuie…” replicò un noto camorrista della provincia di Caserta in rappresentanza della Camorra. “E non è buono, no… ce chist se ne vann, chi difende a noialtri?” rispose il Padrino dei padrini. Scusate, Padrino” intervenne il rappresentante della SCU, “ma che novità è questa? Che non si può più parlare col Governo? Fino a mò ci siamo sempre messi d’accordo, no? E se non volevano ragionare, gli abbiamo sempre fatto offerte oneste che non potevano rifiutare” mimando con le mani una bomba che esplode. Questa volta risero tutti e di gusto. “E mò non c’è tempo, troppo tardi è. I vecchi amici non ci stanno più, cu stu Guvernu tecnico della minchia… non conosciamo nessuno, ci vuole tempo. E tempo non ce ne sta, lo volete capire?” disse sconsolato. “Padrino, e quando mai ci ha difeso qualcuno a noi? Faremo da soli, come

sempre” intervenne il rappresentante delle ‘Ndrine calabresi. “Giusto, faremo da noi questa volta” intervenne Santuzzo. “Signori la situazione è grave e dobbiamo agire tempestivamente”. “E cosa possiamo fare?” chiese il rappresentante della Sacra Corona Unita pugliese. “Dobbiamo fare come loro” rispose. “Gli italiani abbandonano parte dell’Italia salvando solo le Forze Armate? Noi dobbiamo fare lo stesso. Ci dobbiamo salvare!” “E la nostra gente? Cioè la popolazione?” chiese stupito Tanino u’ trattorist. Sono già morti e non lo sanno. Andati, tutti. Come quelli dei barconi. Quanti sono quelli che arrivano rispetto a quanti ne partono dall’altra parte del deserto? Una minima parte. E lo stesso accadrà tra poco qui e in tutto il mondo. Non c’è scampo. Anzi, peggio che morti, perché ritorneranno” disse il dottor Andriina con l’autorevolezza di un professore di fronte agli scolari. “Ma allora è vera sta storia dei morti viventi? Io credevo fosse una scusa per fare un colpo di stato e basta. L’emergenza è sempre un’ottima occasione per fare quello che si vuole. Io credevo, anzi, speravo fosse una scusa” disse il camorrista. “No, no… è tutto vero ed è esattamente come si vede in televisione. Gli zombi si mangiano i cristiani e non fanno sconti” rispose il dott. Andriina. “Ma questi morti viventi non si possono fermare?” chiese il camorrista. “Sì, ma li devi sparare alla testa” intervenne il Padrino dei padrini. “E poi muoiono davvero?” “Sì, se li colpisci alla testa muoiono davvero”. “E allora si può fare. Se possono morire, si possono uccidere! Gli sparamm ‘ncoppa e addò sta o problem?” “Non è così semplice. Il numero è la loro forza. Ce ne saranno tanti, più di quanti lei ne potrà mai abbattere” rispose Santuzzo con infinita pazienza. “Nun me ne fott nient. P’ mè se puonno morì se puonn’accidere…”

“Basta con le chiacchiere” intervenne il Padrino dei padrini. “Siete venuti per sentire cosa si deve fare, o no? Questa è l’ultima riunione. Solo Dio sa quando e se mai ci ritroveremo. State a sentire Santuzzo e non fate più domande. Non servono. Siamo d’accordo?” e senza aspettare risposta diede la parola al dott. Santo Manfredi Andriina. “Signori, l’idea alla base della nostra azione è molto semplice. Il piano Pandora è un ottimo piano, l’abbiamo esaminato a fondo e abbiamo deciso semplicemente di replicarlo adattandolo alle nostra esigenze. Fortunatamente non dobbiamo farci carico di tanta gente. Dobbiamo salvare le nostre famiglie e un certo numero di elementi fidati. Loro faranno gli alcazar, a noi basterà scegliere alcuni dei paesini più isolati della Sicilia e degli altri territori. Abbiamo scelto le zone dove siamo meglio rappresentati, dove il sindaco e le autorità sono cosa nostra. Abbiamo stilato un elenco anche per le altre regioni grazie alla collaborazione degli esperti inviatici. Per quanto riguarda l’organizzazione materiale, non ci sono problemi. Abbiamo sotto il nostro controllo il trentacinque per cento degli esercizi commerciali e quindi abbiamo tutto a disposizione per approvvigionare i nostri “Alcazar”. Noi, a differenza dello Stato Italiano non dobbiamo rubare, loro dico requisire ma è la stessa cosa. Si tratta davvero di cosa nostra. Ci stabiliremo in paesini semi-disabitati in altura che sarà possibile difendere come se fossero castelli. Le vie d’accesso saranno rese impraticabili e vivremo all’interno in regime di autarchia. La seconda linea di difesa è costituita dalla distruzione delle scale di accesso ai primi piani. Qualora dovessimo essere invasi, cioè i morti viventi riuscissero a superare la prima linea, ci ritireremo sulle abitazioni. Tutte le rampe delle scale per l’accesso al primo piano saranno distrutte e grazie alla prossimità dei singoli edifici dei centri storici, sarà possibile passare da un edificio all’altro con passerelle predisposte che uniscano i balconi. Praticamente realizzeremo dei villaggi su palafitta dove saremo al sicuro al primo piano dai predatori al piano terra. Non posso spiegarvi tutto, ma nelle pennette che vi ho lasciato sul tavolo ci sono tutti i particolari che potrete esaminare con calma

con i vostri collaboratori. È tutto. Ci sono domande?” chiese ostentando

professionalità. Chiedo scusa, ma poi, che ne sarà della nostra organizzazione?” chiese preoccupato Tanino u’ trattorist. “Ottima domanda. Faremo come i tedeschi all’indomani di Versailles. Dovete sapere che al termine della Prima Guerra Mondiale ai tedeschi fu imposto dal trattato di Versailles di ridurre l’Esercito a sole centomila unità. Bene, i tedeschi, che sono dei figli di puttana da niente, non protestarono e mantennero il numero totale delle loro Forze Armate effettivamente sotto le centomila unità. Ma siccome sono tedeschi, per aggirare l’ostacolo crearono sì un esercito di soli centomila uomini, ma tutti ufficiali! Dopo sarebbe stato facile reclutare le truppe per gli ufficiali già addestrati e avere a disposizione in poco tempo un esercito di milioni di soldati. Faremo lo stesso. Per adesso salveremo solo gli ufficiali, cioè i nostri uomini migliori, quanti più ne possiamo salvare. Poi, siccome dopo tutto questo casino sopravvivranno solo i migliori, beh… solo allora inizieremo le operazioni di reclutamento. E poi risolveremo le nostre pendenze con l’Italia” disse con un sorriso a trentadue denti.

“Scusa santuzzo” intervenne il Padrino dei padrini. “Dite, Padrino…” “Hai detto che ci davi una pennetta…”, disse agitando l’unità di archiviazione di massa che aveva trovato sul tavolo. “E certo Padrino, perché non va bene?” chiese imbarazzato. “No, no, solo che mi stavo chiedendo… dove minchia l’hai messa, ca accà nun ce ne stanno penne?”.

“Minchia

commentò u’ trattorist.

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(Tre giorni prima del Summit)

Pronto, dottor Salutti, e lei? Sì, chi parla?” “Sono Guidi, dottò?” “Uè, non dirmi che hanno già finito…” “E glielo dico, dottò ” “Bene, bene. Puoi anticiparmi qualcosa?” “È tutto vero, dottò. Il piano e tutto il resto. Hanno parlato solo di questo” “Hai trascritto tutto?” “E no, sto ancora sbobinando” “Vabbè, allora aspetto. Mandami anche il file audio, per favore” “Certo dottò, ci avevo già pensato” “Va buò, allora aspetto, ciao” “Arrivederci dottor Salutti” Erano le 17,30 del 19 Aprile 2013. A dieci minuti esatti dal termine del Consiglio supremo di difesa i servizi segreti ebbero piena contezza dei fatti. Il dottor Salutti riattaccò la cornetta. Senza perdere altro tempo prese quella di un secondo telefono presente sulla scrivania e compose un numero che conosceva a memoria:

“Pronto?” “Pronto, sono Salutti” “Ah, Salutti carissimo, mi dica” “Dottore, ricorda il plico che le ho consegnato ieri?” “Ma certo, mi dica” “Bene, tutte le perplessità sono superate. È tutto vero e in fase di attuazione. Si sono riuniti e hanno deciso” “Anche il Terzo Allegato?” “A quanto mi risulta il piano è stato approvato senza modifiche, per cui la sua copia risulta fedele all’originale” “Siamo certi di questo?”

“Dottore, se vuole le faccio avere copia della trascrizione dell’intercettazione” “Sarebbe meglio il file audio, sa, non è per mancanza di fiducia, ma…” “Si figuri dottore. Le farò pervenire il tutto al massimo entro le diciannove di questa sera” “Perfetto Salutti, ottimo lavoro. Informerò di questo chi sa lei” “Grazie” “Arrivederci Salutti” “I miei rispetti, dottor Andriina” Esattamente a quindici minuti dal termine del Consiglio Supremo di Difesa, e a tre giorni dal ‘summit’, anche gli amici degli amici ebbero piena contezza dei fatti. A perfect italian job.

L’UOMO DELLA PROVVIDENZA

25 aprile 2013 - Cinque giorni dopo la dichiarazione dello Stato di Emergenza

La piazza gremita all’inverosimile sembrava pulsare. Un cuore tachicardico che si contraeva a seconda dei movimenti convulsi dei fedeli. Tendevano sempre a concentrarsi in capannelli intorno al bene informato di turno, figura mitica necessariamente presente in ogni assembramento umano. Poi, delusi, si diradavano seguendo ciecamente un’altra voce che calamitava l’attenzione da tutt’altra parte dell’immensa piazza. E così via, allo sfinimento, da una speranza all’altra, da una delusione all’altra. Ne scaturiva un vociare continuo, del tutto simile al frastuono molesto prodotto dagli immensi nugoli di storni che affliggono la Capitale. Il lamento di Piazza San Pietro si udiva distintamente sin dal lungotevere. La Lancia Thesis aveva appena imboccato Via della Conciliazione quando il fetore di un’umanità allo sbando da giorni penetrò attraverso i filtri dell’aria condizionata e scese giù per il naso afferrandolo alla gola. L’auto, ormai costretta a muoversi a passo d’uomo tra la folla, impiegò un’eternità ad arrivare al cancello di accesso al Vaticano:

Mi scusi dottore, ma non fanno entrare nessuno in macchina. Deve scendere qui. Quando ha finito mi chiami e torno a prenderla” disse l’agente alla guida. Scese dall’auto e si fece strada tra i fedeli assiepati attorno al pesante cancello. Degli operai armati di saldatrice lo stavano rinforzando con robuste putrelle orizzontali, fissate direttamente alle sbarre e murate negli stipiti. Le due guardie svizzere dall’altra parte non avevano più nulla di michelangiolesco:

indossavano una divisa antisommossa e al posto dell’alabarda, un più prosaico fucile a pompa Beretta. Naturalmente non spiccicavano una parola d’italiano o, quantomeno, sapevano fingere molto bene e nonostante i suoi sforzi non ne vollero sapere di consentirgli l’accesso.

Stava per rinunciare quando arrivò finalmente un funzionario che ordinò qualcosa ai due. Questi esitarono, visibilmente terrorizzati al solo pensiero di aprire la porta blindata laterale. Si sarebbe trascinato dietro una mezza dozzina almeno di quegli esagitati. Dopo una breve e concitata discussione in tedesco, e un paio di inquietanti vocaboli sibilati nella ricetrasmittente, giunsero di corsa i rinforzi: una decina di guardie crearono un cordone impenetrabile al di qua della porta blindata. Come previsto, appena aperta, la porta ingoiò lui ed altre tre persone che furono subito bloccate e sbattute fuori senza riguardi. Il dott. Fantoni, immagino. Sono Moreaux, la stavamo aspettando” disse in italiano. “E meno male” “Mi scuso per l’incidente, ma la situazione ci sta sfuggendo di mano” confessò visibilmente imbarazzato. “Vedo, vedo” “Mi segua la prego, il Cardinal Pardini ci sta aspettando” Si fermò all’istante: “Come Pardini? Avevamo richiesto di conferire direttamente con Sua Santità” “Un’udienza dal Papa? Nientemeno… Lei vuole scherzare?” “Forse è lei in vena di scherzi. La situazione è estremamente grave, non ho tempo di fare anticamera, cazzo!” gli sfuggì. Il funzionario non si scompose, un gesto e quattro guardie si avvicinarono circondandoli. “Non mi dica che ci sta già lasciando, dott. Fantoni…” chiese ironico. “Va bene, va bene, come vuole lei” Il cardinale lo accolse in un anonimo ufficio di una semplicità deprimente. Una scrivania e un paio di poltrone in una stanza spoglia. Ne restò deluso. Chissà perché, si era convinto che sarebbe stato ricevuto in pompa magna dal Papa in persona. Forse mi sto montando la testa, pensò. Il cardinale, di spalle, guardava dalla finestra che dava su parte della piazza e del porticato:

“Entri pure la prego” disse senza voltarsi. “Eminenza… la ringrazio per avermi ricevuto con così poco preavviso. Mi scusi se entro subito in argomento. Ha riferito a Sua Santità?” “Ma certo, figliolo” rispose immediatamente. Attese per un po’, ma il cardinale, beffardo, o almeno così gli sembrò dal suo atteggiamento, non aggiunse altro. E intanto continuava a guardare la piazza. “E allora?” chiese sforzandosi di mantenere un tono cordiale. “Niente da fare, è fuori discussione. Nessuna autorizzazione allo sgombero della piazza e il Papa non intende uscire dalle mura vaticane. Siamo dolenti di non poter soddisfare le vostre richieste” e finalmente si girò verso di lui. Per un pelo non sbottò con un ma vaffanculo! Dopo cinque giorni di sfibranti trattative, quella visita era l’ultima chance per sbloccare la situazione. Rischiando di compromettere tutto, avevano informato il Nunzio Apostolico su quanto stava accadendo, omettendo gran parte dei particolari più scabrosi del piano Pandora e supplicando il Papa di accettare l’invito di trasferirsi all’Elba con il suo seguito. Per salvare le apparenze si istruì a tempo di record un sosia da mandare in sua vece a Castel Gandolfo, ufficialmente per un periodo di riposo. Non che fossero particolarmente preoccupati per la sua sorte, ma tutta una pletora di psicologi, sociologi e teologi interpellati sull’argomento, ritenne all’unanimità che salvare il Papa e parte dell’apparato della Chiesa Cattolica avrebbe contribuito in futuro a gestire al meglio il terribile senso di disorientamento dei sopravvissuti alla crisi. Intanto Piazza S. Pietro e i suoi dintorni erano ridotti in uno stato pietoso. Si stimava che non meno di diecimila persone fossero stipate nella piazza e aumentavano di giorno in giorno. I duecento bagni chimici, predisposti dalla Protezione Civile sotto il porticato, non venivano scaricati da giorni e tutta la zona assunse l’aspetto di una frazione periferica e maleodorante di Calcutta. Ma si rende conto che non è più possibile assicurare la benché minima assistenza a tutta questa gente? Devono recarsi immediatamente nelle zone

assegnate. La piazza deve essere sgomberata e tutto sarà più agevole se il Papa si trasferisce”. “L’acqua nelle fontane di Roma non manca e abbiamo pane per una settimana almeno”. “Pane e acqua? Ma cosa credete di fare? Finché resteranno in territorio

vaticano noi non alzeremo un dito, è assodato

la gran parte di cittadini italiani. Questo non possiamo di certo ignorarlo”. “Sono prima di tutto figli di Dio”. “Ma sì, certo…” disse ricorrendo a un residuo di pazienza, “ma si metta nei nostri panni per l’amor di Dio. Che intende fare il Pontefice, aspettare ancora?” “Domani Sua Santità si affaccerà per una speciale benedizione urbi et orbi e si raccomanderà alla Madonna e ai Santi Medici per intercedere presso lo Spirito Santo”. “Cardinale, abbia pazienza. Ma si rende conto? Se la situazione dovesse

precipitare, prima o poi sfonderanno i portali. Sono troppi, non possiamo garantire la Sua incolumità. Tutta quella gente non la ferma nemmeno lo Spirito Santo”. “Non sia blasfemo, la prego. Lei crede che la principale preoccupazione del Papa in questo momento sia la sua, come la definisce lei… incolumità? Siamo solo umili servitori soggetti alla volontà di Dio” aggiunse col tono di una maestrina. “Ma lo ha letto il memorandum che le abbiamo inviato?” chiese con uno sforzo sovrumano per non alzare la voce. Certo, è stato letto, e con grande attenzione, glielo posso assicurare. Il Santo Padre…” disse come a volersi sottrarre ad ogni responsabilità, “il Santo Padre, dicevo, ringrazia lo Stato Italiano, ma declina la gentile offerta confidando nella Divina Provvidenza. Non se la sente di abbandonare i suoi fedeli. Andar via da Roma in tale frangente sarebbe come abdicare e deve convenire anche lei che due Papi dimissionari nello stesso secolo sembrano francamente troppi. Resteremo a Roma e sia fatta la volontà del Signore” disse

ma al tempo stesso si tratta per

congiungendo le mani.

Almeno la piazza… lo faccia per questioni di ordine pubblico. Roma è piena di chiese. Possiamo smistarli e liberarla, che ne dice?” “Dolente, no”. “Ma ci sarà pure una soluzione!” sbottò. “La fede, figliolo. È l’unica Via. Dal libro dei Salmi, Davide, 23: Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me”. “È la sua ultima parola?” chiese sconsolato. “Dolente, sì”. “Sta bene”, e senza nemmeno stringergli la mano uscì dalla stanza. Nel corridoio si accostò a una finestra. La piazza straripava di fedeli. Una bolgia nel centro esatto della Cristianità. Ci sarebbe da ridere se non fosse per quel macigno che da giorni ormai risiedeva in pianta stabile giusto sulla bocca dello stomaco. Il suo stomaco. Tanto peggio tanto meglio, disse a se stesso. Prese il cellulare mentre faceva cenno a Moreaux di aspettare a debita distanza:

“Giova’… dì a Gargano che non serve più venire a prendermi. Tra quanto

potete mandarmi l’elicottero?

assoluto… non ne vogliono sapere… sì, ci ho già pensato. Hai parlato col capo

della Polizia?

in caserma, perfetto. È confermato allora, sgomberiamo la piazza

ma sì, sì, che te

ne frega? Tutti gli ordini scritti che vuole… ma certo, glielo faccio firmare da Satana in persona se necessario… sì, tranquillo… non preoccuparti ti dico, e

ok, fammi il

favore… chiama la Farnesina e fagli mandare quella nota… come quale? La diffida all’affaccio su piazza S. Pietro… cazzo, Giova’! E ho capito che quello è

il Capo di uno Stato Sovrano e che fa i cazzi suoi. Sanno tutto loro, non preoccuparti di queste cose, sanno loro. Tu digli solo di fare quella cosa… sì, sì… tranquillo, ciao”.

mandami l’elicottero… aspetta aspetta, Giova’ sei ancora lì?

ufficiale: attuare Monastero secondo quanto stabilitocosa?

tutti consegnati

sì, sì, capisco… no, zero

Così

tanto?

Su quanti uomini può ancora contare a Roma?

sì, sì, è

“Una telefonata urgente” si scusò dopo aver raggiunto Moreaux. “Ma le pare…” rispose per nulla seccato. “Senta, dovrebbero venire a prendermi con l’elicottero tra un’ora circa…” “Beh sì, con la macchina non mi sembra il caso. Non si preoccupi, sistemo io” e si attaccò alla ricetrasmittente. Aspettò che impartisse le disposizioni del caso poi gli tese la mano:

Non ci siamo nemmeno presentati. Sergio Fantoni, piacere”. “Antoine Moreaux, molto lieto” rispose con una stretta di mano vigorosa. “Moreaux, francese vero?” “Belga” corresse, questa volta con una punta di irritazione. “Mi scusi, evidentemente le mie informazioni non sono poi così minuziose”. “Ha preso informazioni su di me?” chiese con un tono eccessivamente severo. “Perché, lei su di me no?” Risero entrambi di gusto, proprio mentre passavano accanto all’ingresso della cappella Sistina. “Moreaux…” disse prendendolo per un braccio e costringendolo a fermarsi, “crede sia possibile?”, chiese accennando alla porta della cappella. “Ma certo si figuri, abbiamo tempo e poi sono obbligato a non mollarla nemmeno per un istante” rispose divertito. Restò sconcertato nel varcare la soglia. C’era già stato in altre occasioni, ma questa volta era deserta. Attraversò quell’atmosfera rarefatta col naso all’insù estasiato. C’è da diventare religiosi all’istante solo entrando in quella sala. Le centinaia di figure tutte diverse tra loro. La scintilla della vita. Quell’azzurro così penetrante, addirittura ingombrante… Secondi che si fecero minuti di assoluto rapimento. Moreaux mantenne la consegna del silenzio, rispettoso del suo sgomento. Ad un tratto sembrò scuotersi. Non c’era tempo per queste cose e si rivolse a Moreaux con un tono più conciliante, quasi untuoso:

“Ormai ci siamo, non crede anche lei?” disse indicando la parete di fronte. “Prego?” “Il Giudizio Universale. Un argomento dannatamente di attualità, non trova?” “Non capisco”. “Suvvia Moreaux, lei è il responsabile diretto della sicurezza del Papa. Cosa ne sa davvero di quel che sta accadendo?” “E mi spiace davvero, ma non capisco dove vuole arrivare…” “Abbiamo preso informazioni. Lei non è certo quel che si definisce un baciapile. Lei, come me del resto, ha il dovere di restare con i piedi ben piantati in terra, o sbaglio?” “Non sbaglia, ma continuo a non capire”. “Legga, allora” disse porgendogli un’ordinaria e anonima busta giallina. Poche righe su carta intestata dell’Ufficio della Presidenza della Repubblica Italiana, che lesse in un attimo. Perse più tempo a leggere le firme, ma poi con una smorfia di meraviglia lo pregò di seguirlo. “All’eliporto?” chiese Fantoni. “Ovviamente” rispose con un cenno d’intesa Moreaux. Provò sincera ammirazione per quell’uomo che nell’arco di pochi secondi gli risparmiò tonnellate di spiegazioni, in quel momento inutili e fuori luogo. L’elicottero atterrò direttamente nel cortile interno del Quirinale. Moreaux e Fantoni trovarono ad attenderli un capitano dei Corazzieri. Li pregò di seguirlo senza altri convenevoli che un rapido saluto al basco, alla stregua di un brigadiere alle prese con un automobilista ad un posto di blocco. Percorsero a passo svelto tutta una serie di cunicoli ricavati direttamente all’interno degli spessi muri dell’ex palazzo dei Papi. Faticarono non poco a seguire il corazziere, che a dispetto della stazza sembrava perfettamente a suo agio tra gli angusti corridoi. Scalini da salire, da discendere, passaggi segreti, oscuri meandri ricavati nella pietra e una quantità di scorciatoie che misero a dura prova i due burocrati. Un secco fiume tortuoso che alla fine sfociò in una

piccola sala conferenze. Il povero Moreaux, ansimante, si trovò di fronte al Presidente del Consiglio e al Presidente della Repubblica Italiana in una riunione di natura strettamente riservata, come ebbe a precisare Fantoni nel presentarlo alle massime cariche dello Stato Italiano. Sul tavolo, in bella evidenza, quattro corposi fascicoli: si trattava della versione integrale del piano Pandora completo di tutti e tre i suoi allegati. Man mano che Fantoni si addentrava nelle pieghe del piano Pandora, illustrando le ragioni che li avevano indotti ad attuarlo, i colori del volto di Moreaux percorsero rapidamente tutto lo spettro del grigio fino a raggiungere un’indefinita tonalità di bianco sporco. Il suo volto, ormai esangue, sembrava invecchiato di dieci anni. “Capisce perché vogliamo convincere il Papa a trasferirsi all’Elba, ospite del Governo Italiano?” disse il Presidente della Repubblica. “Roma è perduta. È solo questione di tempo” aggiunse il Premier. “Qualcosa la sapevamo già, ma tutto questo… e io dovrei credervi sulla parola?”, disse Moreaux senza riflettere bene. “Non le basta la parola di un Presidente della Repubblica e quella di un Presidente del Consiglio per soprammercato? Guardi che su questa parola stiamo rivoltando da cima a fondo un’intera nazione!” intervenne Fantoni. “Su questo non discuto, mi scusino. Troppa pressione, mi scuso ancora… ma continuo a non capire. Mi perdonino, ma Sua Santità ha già rifiutato chiaramente la proposta del vostro Governo. Non vedo come possa convincerlo io, che non conto nulla. Avrebbe dovuto esserci il cardinal Pardini qui, non il responsabile della sicurezza pontificia” obiettò non senza ragione. Guardi che lei non deve convincere proprio nessuno. A noi basta che lo metta a bordo dell’elicottero che atterrerà in Vaticano a una data ora di un dato giorno, munito di tutti i permessi per l’atterraggio che lei avrà la bontà di concedere” replicò Fantoni. “Le stiamo dando l’opportunità di passare alla Storia come l’uomo della Provvidenza che ha salvato il vicario di Dio sulla terra” chiarì il Premier.

Moreaux prese a boccheggiare e a guardarsi intorno incredulo. Nel suo girovagare incontrò lo sguardo del Presidente della Repubblica, che intanto annuiva platealmente:

“Ha capito benissimo, Moreaux. Lei deve aiutarci a rapire il Papa”.

****

Quella sera stessa, il dottor Giovanni Turchetti si vide costretto a contattare il responsabile dell’assegnazione degli alloggi all’Elba:

“Sono Turchetti…” “Sì, dica pure”. “Mi spiace Mancuso, ma devo comunicare un cambiamento”. “Dica dica…” “Avete già disposto per l’assegnazione di Villa Bonaparte?” “Naturalmente. L’abbiamo anche arredata secondo le sue disposizioni, cioè non le sue dottore, le sue di lui, intendevo dire…” “Mi spiace ma c’è un contrordine…” “Un contrordine? Ma lei vuole scherzare?” “Sono serissimo”. “Ma non è possibile. Ho già dato conferma personale”. “Dovrebbe farmi la cortesia di riassegnarla”. “Non vuole riconsiderare la cosa, per favore? Ne va della mia reputazione”. “Mancuso, non faccia difficoltà, ne va della sua permanenza all’Elba. Si tratta di un’alta personalità”. “E chi cazzo mai sarebbe questa personalità, tanto alta da scavalcare il Cavaliere? Il Papa?” sbottò. Il lungo silenzio dall’altra parte dell’apparecchio illuminò Mancuso: “Bottanazza della sacra minchia di Santa Rosalia… è uno scherzo, vero?” “Mancuso, le ripeto che sono serissimo. La prego di considerare questa informazione col

massimo grado di riservatezza… e faccia sparire tutta la merda che avete portato lì. Immagino che il Santo Padre abbia dei gusti un tantino differenti in tema di arredamento d’interni”. “E’ solo che… ma io che ne so dei gusti del… insomma di… cioè… ma che ne so io…” balbettò incredulo. “Improvvisi, faccia lei. La cosa non mi riguarda”. Mancuso rimase attaccato al telefono per un minuto almeno prima di rendersi conto che la conversazione era stata interrotta. “E adesso, quell’altro, dove lo metto?” sussurrò il dottor Mancuso posando la cornetta.

VITO COVIELLO, GUARDIA GIURATA PER GRAZIA DI DIO

28 aprile 2013 - Otto giorni dopo la dichiarazione dello Stato di Emergenza.

“Quando ci darete le auto della Polizia?” chiese Coviello, prendendo il coraggio a due mani. Non amava attirare l’attenzione, ma si costrinse a fare quella domanda per lui essenziale. Ci stiamo lavorando, tranquilli. Per adesso, però, dovete continuare a usare le vostre. Un po’ di pazienza e sistemiamo anche questa. Intanto sono riuscito ad ottenere un bonus. Ogni cinque ne conteggiamo sette. Contenti?” Coviello fece un ulteriore sforzo e alzò nuovamente la mano. “Dica” concesse il maresciallo. “E le mitragliette quando ce le date?” chiese, non riuscendo a nascondere l’entusiasmo. “Quelle scordatevele. Per quanto riguarda le vostre armi, qui lo dico e qui lo nego, potete tenerle, ma io non ne so niente. E comunque, ricordate sempre l’addestramento: le buone maniere innanzitutto. In fondo si tratta di medici, brave persone. Sono solo spaventati. Forza un po’, gli elenchi li trovate sulla scrivania divisi per squadre. C’è anche la libretta con tutte le informazioni che vi servono. Non usate inutilmente la radio e per favore, limitate al massimo le chiamate col cellulare. Siamo già abbastanza incasinati. E non dimenticate di indossare al braccio la fascia del VAC. Buona caccia”. Le ottanta guardie giurate, agghindate con le uniformi più disparate delle varie ditte di sorveglianza della zona e fornite tutte, indistintamente, di un paio di formidabili occhiali a specchio simil Ray-Ban, ad una prima occhiata sembravano un gruppo organizzato di partecipanti a un gay pride. Uno, in particolare, rappresentava fedelmente la copia ancor più sbiadita di Michael Jackson nella sua uniforme migliore. Pensando a tutto questo, il comandante esitò un attimo prima di salutare militarmente quell’allegra brigata variopinta.

Con diligenza e solennità tutti risposero al saluto del comandante dell’avamposto VAC della provincia di Bari, stabilito nella sede di una concessionaria di auto usate alle porte del capoluogo. Chiamarla centrale operativa sarebbe eccessivo, ma costituiva il centro di raccolta delle quaranta squadre impegnate in tutta la provincia nella ricerca di quei medici che non avevano risposto alla Cartolina Precetto o che risultavano assenti ingiustificati da oltre due giorni. La libretta…” disse Coviello seduto sul sedile del passeggero. “Ma perché cazzo non lo chiamano libretto, visto che è proprio un piccolo libro?” “Boh” rispose Cuccovillo avviando il motore della Citroen Saxo, l’auto di servizio della Vigixpol, premiata ditta di sorveglianza privata con sede nel rione Japigia in Bari. “Non vedo l’ora che ci danno le macchine della Polizia. Allora sì che sono cazzi per tutti. Si cagheranno addosso appena ci vedono” disse continuando a sfogliare distrattamente la libretta. “Ti piace troppo a te la Polizia. Come mai sei solo una guardia giurata?” chiese. Tutta colpa della pisicologia” disse con rabbia. “E che c’entra mò?” “Io avevo fatto il concorso… cioè, volevo, ma mi hanno scartato alla visita medica quei bastardi. Tutta colpa di uno strizzacervelli che mi ha fregato ai test”. Cuccovillo scoppiò a ridere: “Pure pazzo sei…” Coviello prese la sua pistola e tolse la sicura, la armò e con calma serafica gliela puntò alla testa: “Ripetilo se hai il coraggio!” Cuccovillo non fece una piega, si limitò ad accelerare raggiungendo la velocità massima dell’utilitaria:

“E adesso vediamo se ce l’hai tu, il coraggio” disse senza distogliere lo sguardo dalla strada. “Tu si nu bastard, Cuccovì”, disse scoppiando a ridere. Con un’energica

strigliata sulla testa lo promosse ad amico fraterno. Era la prima volta che i due si vedevano in vita loro, accoppiati dalla sorte e dall’ordine alfabetico. I VAC (Vigilanza A Contratto) erano l’ultima novità escogitata a Roma per far fronte alla carenza di personale delle forze dell’ordine. A una settimana dalla dichiarazione dello Stato di Emergenza e dopo appena un giorno di addestramento, per le strade d’Italia si aggiravano squadre formate da due elementi, scelti preferibilmente tra le società di vigilanza privata che avevano risposto all’appello del Ministero dell’Interno. Lavoratori a cottimo, un tanto a medico, dei moderni cacciatori di taglie senza facoltà di scelta tra le due classiche opzioni vivo o morto. Dovevano riportare il soggetto sul posto di lavoro vivo. Anche perché morto non sarebbe stato di alcuna utilità. “E allora, che dice la libretta?” chiese Cuccovillo. “E che ci mettiamo a leggere la libretta mò?” disse gettandola dal finestrino. “Ho tutto qui, Cuccovì!” e si picchiò la tempia con l’indice. “Io sono intelligente, Cuccovì. Ho capito tutto, io. In fondo siamo pure noi dei medici… fiscali. Andiamo a beccare i paraculi, no?” e scoppiarono a ridere entrambi. Era questa la caratura del VAC tipo: età media ventiquattro anni, scapolo, privo di scrupoli di sorta e dotato di un Q.I. che fu subito ridefinito Q.B., cioè Quanto Basta a comprendere una serie di ordini estremamente semplici. Durante la prima settimana la coppia Cuccovillo-Coviello divenne il fiore all’occhiello del reparto VAC della provincia di Bari, costantemente al primo posto per risultati ottenuti. Alla fine della prima settimana di servizio avevano raggiunto quota venticinque, con l’eccezionale media di oltre tre recuperi al giorno. Un record. Come ulteriore gratifica fu concesso loro di scegliere per primi la macchina tra quelle rese disponibili dalla defezione della Polizia. Il piazzale della ex concessionaria, l’improvvisata sede dei VAC di Bari, rigurgitava di mezzi bianco azzurri. Al riparo dell’elegante tensostruttura, decine di BMW, Alfa Romeo, FIAT, Land Rover e SUV Toyota erano in attesa

di assegnazione. Pronta consegna, avrebbe detto il venditore che soltanto una decina di giorni prima si aggirava su quello stesso piazzale in compagnia dei potenziali clienti. I due saltellavano tra le auto come bimbi in un parco giochi. Cuccovillo provò timidamente a indicare una Land Rover parcheggiata tra due BMW Station Wagon, ma Coviello, con un filo di bava visibilissimo all’angolo della bocca, fu irremovibile: l’auto della Polizia per antonomasia non poteva che essere un’Alfa. La sua scelta cadde su una splendida 159 berlina, semi-nuova, alla quale avevano sovrapposto alla scritta bicolore POLIZIA l’acronimo VAC, scritto a mano con vernice spray rossa. Per la prima volta da quando aveva preso servizio nei VAC, Coviello si mise alla guida. Imballò il motore pestando come un dannato sull’acceleratore e senza il minimo riguardo per la frizione partì sgommando. Uscì a razzo dal cancello, non prima di aver fatto un giro completo a folle velocità lungo il perimetro del piazzale. Il piantone al gabbiotto dette uno sguardo sconsolato al collega, il quale dissimulò la sua indignazione con un sorriso di circostanza. Fosse stato napoletano avrebbe sicuramente detto c’amma fa! Presero la statale 16 bis, direzione Brindisi. Percorsero chilometri sulla corsia di sorpasso seminando a folle velocità, e a sirene spiegate, colonne e colonne di autocisterne, camion a rimorchio, autoarticolati e mezzi dell’Esercito. Ormai sulle strade non c’erano che mezzi pesanti e auto di servizio delle forze dell’ordine. Coviello teneva il volante con la destra mentre con la sinistra agitava la paletta fuori dal finestrino, finché intorno ai centocinquanta non rischiò di farsela strappare di mano dalla pressione dell’aria. “Mo, e ci è…” disse riponendo la paletta. Cuccovillo spense la sirena e si rivolse al suo compagno di avventura:

“Ma tutto sto casino, secondo te è vero?” “Perché, tu non lo vedi coi tuoi occhi?” replicò sghignazzando. “Ma no, intendevo la storia dei morti viventi che dicono alla televisione”.

“E come no… i morti viventi, Padre Pio, gli asini che volano… io credo a tutto”. “Coviè e per favore, non scherzare…” “Non dirmi che hai paura, uagliò”. Fu la prima volta che Cuccovillo sembrò tentennare, tanto che Coviello si sforzò di parlare in italiano più forbito:

Oh, ma di che ti preoccupi. Gli hai visti quei cosi alla televisione, no? Se esistono davvero e dico se, ma che vuoi che possono fare a due tipi come noi? Ormai siamo poliziotti e prima o poi ci danno la mitraglietta. Quelli sono lenti, goffi, cascano come birilli, Cuccovì. Ma allivt da nanz, u scem!” concluse scherzando e con una manata gli frizionò energicamente i capelli come era solito fare in segno di affetto. Non servì a scuoterlo dalla sua apatia e allora provò a cambiare discorso:

“Fammi il favore, guarda le carte. Vedi se ce ne sta qualcuna”. “So’ tutti maschi. Ormai sono tre giorni che ci danno da recuperare solo uomini. Secondo me sanno qualcosa” rispose scorrendo l’elenco. “E chi se ne fotte. Vedrai che non dicono niente, hanno troppo bisogno di noi. Sind a me ca nan la sbagl”. Imboccò la provinciale per Castellana Grotte e si fermò sotto il ponte dello svincolo con la 16 bis. Lo fissò con lo sguardo particolarmente ebete e disse:

“Però, era davvero carina la dottoressa, eh?”. Cuccovillo non rispose, ma si lasciò andare ad un cenno di complicità con una smorfia che esprimeva impotenza, come a dire: era così bella che non potevamo fare altro. Una tacita assoluzione. “Madò, ce bastard ca si tu, Cuccovì !”. Mise in moto e ripartì. Tirando il collo alle marce raggiunse in un nonnulla i 180 km orari. Si girò verso di lui. Cuccovillo, impassibile, guardava dritto davanti a sé senza mostrare segni di nervosismo. Si limitava a tacere senza dargli ulteriore soddisfazione. “Adesso mi manca solo la mitraglietta… e po’ so’ propr nu sbirr accom s’ dev!”,

disse soddisfatto. In quel momento il poliziotto mancato Vito Coviello, ventiquattrenne perito elettrotecnico e guardia giurata per grazia di Dio, lanciato sul filo dei duecento allora sul rettilineo di una provinciale piuttosto malmessa, era felice.

**** “E no, cazzo. Questo io non lo firmo” sbottò il Prefetto al limite dell’esasperazione. “Stia calmo, dottore, non mi sembra il caso di arrabbiarsi così” disse il suo assistente. “Come, stia calmo? Allora vogliono farmi uscire matto! Che lo dicano almeno, puttana della miseria!” “Guardi, se mi permette, non credo ci sia bisogno di scrivere l’ordine e firmarlo. Adesso facciamo una fotocopia, sbianchettiamo sulla fotocopia il timbro “riservato”, rifacciamo due fotocopie della fotocopia, una la facciamo consegnare a mano al centro dei VAC e l’altra all’armeria della caserma di Viale Cuorlo, dove ci sta ancora Gargiulo. Facciamo un paio di

telefonate e poi, con calma, prendiamo l’originale, lo mettiamo in questa cartellina bianca, la chiudiamo nell’armadio blindato e chi s’è visto s’è visto…, eh dottò?” suggerì machiavellico l’assistente, ricorrendo subdolo a tutti quei plurali che in qualche modo sollevarono la coscienza del Prefetto oberato di responsabilità. “Lei dice?”

“Dico, dottò

Dico”.

Il testo giunto al Prefetto di Bari su carta intestata del Ministero dell’interno, recitava

pressappoco così:

Ai prefetti, loro Sedi:

a causa dell’inasprirsi dei fenomeni di diserzione e renitenza degli operatori sanitari

comandati presso i nosocomi e le strutture sanitarie allestite all’interno delle Zone di Garanzia, si provvederà ad armare il personale VAC dotandolo di Pistola Mitragliatrice Beretta PM12 e un minimo di n. 3 caricatori da 32 colpi cal. 9mm Parabellum, nella misura di una per ogni equipaggio. Il sopraindicato personale è eccezionalmente autorizzato all’uso delle armi qualora le circostanze dovessero richiederlo.

REALTÀ VS FANTASIA: 1-0

1 maggio 2013 - Undici giorni dopo la dichiarazione dello Stato di Emergenza.

Turchetti bussò timidamente all’uscio. “Giovà, e che fai, con la porta aperta bussi pure?” “Posso entrare?” “Che c’è?” “Si tratta delle navi da crociera”. “E allora?” chiese ormai preoccupato. Sapeva che un atteggiamento così deferente nascondeva sempre un substrato di rogne alla base. Turchetti con enorme imbarazzo riferì di aver letteralmente sputato sangue per sistemare la valanga di carte necessaria per requisire le navi, ma poi, all’ultimo momento, qualcuno si era reso conto che nessun porto all’Elba era in grado di accogliere quei mostri galleggianti. Ah, e adesso ce lo vengono a dire. Chi è il responsabile dell’operazione, un civile?” “L’Ammiraglio Amerighi della Marina Militare”. Fantoni dette subito in escandescenze:

“Ma porco cane, ogni volta che c’è un casino ci stanno di mezzo i militari. Ma chi è quel pazzo che ha deciso che devono essere loro a salvarsi, vorrei sapere?” chiese furente a Turchetti. “Ehm…” esordì Turchetti schiarendosi la gola, “ è stato lei, dottore”. “E lo so, non era una domanda…” e sbuffò sconsolato. Un attimo di raccoglimento e poi: “Facciamo così, vai al porto e rimediami un comandante di traghetto” “E chi?” “E che ne so io, Giovà… Uno qualsiasi, il primo che trovi”. Il comandante Persichetti entrò nell’ufficio di Fantoni piuttosto intimorito. Non sapeva chi fosse e cosa volesse, ma il fatto che il comandante della

Capitaneria di Porto Azzurro gli avesse vivamente consigliato di recarsi immediatamente da lui bastò a inquietarlo, e non poco. Non che avesse la coscienza particolarmente sporca, ma ogni comandante che si rispetti, fosse anche di un semplice traghetto di linea, nel corso di una lunga carriera ha sempre da qualche parte un armadio con dentro un certo numero di scheletri. Dopo le presentazioni di rito, Fantoni chiese subito conferma dell’impossibilità di attracco nei porti dell’Elba di una delle più grandi navi da crociera MSC. “Impossibile con quel pescaggio” confermò Persichetti. “E se si dovesse per forza tenerne qui una, ci sono delle zone lungo la costa dell’isola dove possa restare alla fonda per lungo tempo?” “Cosa intende per lungo tempo?” “Per sempre, tanto da farne una base stabile vicina alla riva”. Persichetti non ci stava capendo molto, ma la serietà dimostrata da Fantoni gli evitò di scoppiare a ridergli in faccia. Spiegò che non basta calare l’ancora per tenere ferma una nave… per sempre. Provò a dare spiegazioni tecniche, parlò di correnti e condizioni meteo, di manovre per correggere la deriva e che sarebbe costato una fortuna in carburante se la cosa dovesse essere davvero per sempre. Fantoni lo lasciò parlare un po’, ma poi si spazientì e tagliò corto:

Insomma, tecnicamente sarebbe possibile ma non è una soluzione, dico bene Persichetti?” “Ha colto nel segno” rispose con un cenno di assenso. Lo squadrò per un po’ e poi si rivolse a lui in tono confidenziale:

“Persichetti, qual è il suo nome di battesimo?” “Mariano”. “Posso darle del tu, Mariano?” “Ma le pare, dottore”. “Senti Mariano, per tenere qui tre navi da crociera sufficientemente vicine alla riva tanto da farne delle basi stabili, tu, come faresti?”

Si tratta di imbarcazioni da recuperare in un secondo momento o sono sacrificabili?” “Non credo che nel prossimo futuro serviranno più delle navi da crociera, comandante. Le può considerare sin da ora dei relitti”. “Beh, allora la soluzione migliore e mandarle ad arenare sulla secca del Nostromo. Fondale sabbioso, ben riparata e non ci sono correnti significative. E c’è una caletta con una strada abbastanza agevole… basterebbe costruire un piccolo molo per le navette” disse. “Mariano, si tratta di una questione della massima importanza. Me lo puoi assicurare?” “Dottore, si tratta di una prassi adottata in India da anni. Lo fanno per smantellare le grandi navi in disarmo, petroliere e portacontainers comprese. Le spingono a riva avanti tutta e arando il fondo, riescono ad arrivare fin quasi a riva. La secca del nostromo si presta benissimo, non mi sto inventando nulla di nuovo. Glielo posso assicurare. Anzi, le dico di più, potrebbero avvicinarsi così tanto alla riva che basterebbe costruire una passerella per arrivare direttamente sottobordo” disse convinto. “Mariano” sei residente sull’isola? “No dottore, sono di Civitavecchia” rispose. “Senti Mariano, voglio fidarmi di te, ma tu pure devi fidarti di me. D’accordo?” “Si figuri, mi dica”. “Aspetta” e chiamò Turchetti. “Giovà, fammi un favore. Prendi i dati del comandante e fai preparare un certificato di residenza a nome Mariano Persichetti. Poi chiama Mancuso e disponi per un alloggio”. “Certo dottore” rispose Turchetti uscendo dall’ufficio. Si rivolse al comandante e gli disse:

Mariano, non posso spiegarti tutto, ma tra qualche giorno capirai. Voglio la tua parola di uomo di mare che non farai menzione con nessuno di questa

conversazione, nemmeno con tua moglie. A tempo debito sarai contattato da Turchetti e farai esattamente quello che ti chiederà di fare. Intesi?” “Ma non capisco…” “Mariano, non devi capire, assecondami… tanto a te non costa nulla. Ti sto proponendo l’affare della tua vita e presto lo capirai. Siamo d’accordo?” “D’accordo”, sussurrò con cautela dopo un breve istante di esitazione. Attese che Turchetti sistemasse il comandante di traghetti di linea Mariano Persichetti e lo richiamò in ufficio. “Chiudi la porta, prendi carta e penna e accomodati Giova’ ”. “Che c’è, dottò”. “Devo dettarti le mie dimissioni”. “Come dice, dottore?” “Scherzo…” fece sbuffando rumorosamente. “Chiama l’ammiraglio Amerighi e il Capo di Stato maggiore della Marina per favore. A rapporto qui tra un’ora”. Appena entrato nell’ufficio, l’ammiraglio Amerighi espresse il suo profondo rammarico per l’increscioso incidente. “Lasci stare, ammiraglio, non ne parliamo più” disse tagliando corto. Quindi li mise al corrente della soluzione suggerita dal pool di esperti da lui contattato personalmente, riferendo della proposta di arenare le navi sulla secca del Nostromo e che tale soluzione era già stata approvata. “Ma certo, la secca del Nostromo. Geniale” disse con entusiasmo l’ammiraglio Amerighi. “Bene, sono felice che lei approvi l’idea, perché sarà lei ad occuparsene”. Amerighi a quelle parole sussultò nemmeno fosse seduto sui carboni ardenti. Si girò subito in direzione del Capo di Stato Maggiore della Marina con lo sguardo smarrito. Fantoni restò interdetto dall’imbarazzo di Amerighi, che via via degradava in indignazione:

“Beh, che c’è? E cosa ho detto mai?” chiese stupito.

Dottor Fantoni, mi meraviglio di lei. La sua è la proposta più sudicia che io abbia mai sentito in trent’anni di carriera” disse con uno sdegno che colpì Fantoni. “Ah! E mi dica ammiraglio, perché mai la ritiene così sudicia, se è lecito?” chiese con un tono che dopo il primo momento di stupore appariva più disteso, anzi, quasi divertito.

“Senta Fantoni” intervenne a quel punto il Capo di Stato Maggiore della Marina, “lei mi pare abbia perso il contatto con la realtà. Lei intende realmente

e scientemente chiedere a un alto ufficiale della Marina Militare, gloriosa

istituzione depositaria di una tradizione secolare che si è coperta di gloria in tutti i mari e oceani del mondo… cioè, lei davvero sta chiedendo a questo ufficiale di studiare, pianificare e programmare un’operazione per condurre deliberatamente un natante di qualsivoglia natura su di una secca per farlo incagliare? Sarebbe un’onta che nessun uomo di mare potrebbe sopportare” disse fiero il Comandante di Stato Maggiore della Marina. Veramente lo avevo ordinato, ma non fa nulla. Un attimo solo… Giovà, per favore vieni nel mio ufficio” disse nell’interfono. Attese in silenzio che Turchetti entrasse:

“Giovà, la vuoi sapere l’ultima? La Marina non collabora”. Detto questo radunò le carte sparse sulla scrivania, com’era solito fare per prendersi il tempo per riflettere e poi esplose, scatenando l’ira del giusto:

Ammiraglio, mi corregga se sbaglio. Lei sta parlando di quella stessa Marina che in tre anni, dal ‘40 al ‘43, è riuscita a sputtanarsi la più grande e potente flotta presente nel Mediterraneo dai tempi di Lepanto, messa al comando di quello che avevate il coraggio di chiamare Supermarina? La stessa che nel porto di Valona stava per perdere l’allora ammiraglia della flotta, l’incrociatore lanciamissili Vittorio Veneto, mandandola ad incagliarsi su una secca nota già ai

tempi della Serenissima e approdando, così, su tutti i giornali facendo sbellicare

di risate le marinerie di mezzo mondo? E non è che per caso è anche la stessa

che nel 1982 ha lasciato in mezzo al mare un intero contingente di Pace, inviato

in Libano su di una carretta che chiamavate con orgoglio unità della Marina Militare? Perché è di questo che stiamo parlando, signor ammiraglio Amerighi. L’insulto alla tradizione della Marina lo fa lei con quel cognome, mio caro ammiraglio Amerighi!” Detto questo si rivolse a Turchetti:

“Faremo a meno della Marina allora, i signori possono andare” concluse con un tono che non ammetteva repliche. Si nascose la testa tra le mani e attese di restare solo con Turchetti:

“Giovà, abbi pazienza. Rimandami Persichetti”. Fantoni fu costretto ad aggiornarlo sugli sviluppi della situazione e alla fine, disperato, chiese se fosse in grado di gestire l’operazione, cioè far arenare tre mastodontiche navi da crociera in modo che le stesse poi si mantenessero in bolla, cioè esattamente in assetto senza sbandamento alcuno. Persichetti si disse onorato da tanta considerazione, ma onestamente si vide costretto a confessare che una cosa del genere era fuori della portata di un semplice comandante di traghetti di linea. Forse la Marina Militare, suggerì. La Marina militare è fuori discussione. Conosce qualcuno in grado di farlo?” “Beh, così su due piedi l’unico che mi viene in mente… beh sì, potrebbe essere lui, certo…” disse interrompendosi come per pudore, tanto oscena gli parve la proposta. “Forza Mariano, chi è?” “C’è solo un uomo in Italia capace di fare una cosa del genere, ma non credo che…” e tacque nuovamente. “Mariano…” lo esortò. “Noi lo chiamiamo l’eroe del Giglio, dottore”.

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N.d.A. Adesso normalmente sarebbe seguita la solita appendice in corsivo, ma… mi vedo costretto a dare delle spiegazioni. Ciò che segue è semplicemente un’ammissione d’incapacità. Intendo l’incapacità dell’autore di superare la realtà, nemmeno in un racconto così surreale come quello che avete fin qui letto. Mi spiego. In sede di stesura del racconto, arrivato a quel punto, cioè quando il comandante di traghetti di linea Mariano Persichetti suggerisce l’uomo giusto per l’operazione, che tutti voi avrete sicuramente intuito ma io per quieto vivere mi taccio dall’indicarlo esplicitamente, bene, arrivato a quel punto mi sono bloccato. Mi son detto: non puoi approfittare così della benevolenza del lettore, che finora si è sorbito l’inenarrabile. Il racconto infatti sarebbe proseguito col coinvolgimento della Magistratura, che avrebbe promesso all’eroe di cui sopra l’impunità per tutti i reati di cui era accusato se avesse accettato la “missione”. Ovviamente avrebbe accettato e siccome quella che avrebbe comandato sarebbe stata una flotta costituita da tre navi da crociera, il nostro Fantoni, per prendersi la rivincita sui militari, avrebbe obbligato il fiero Capo di Stato Maggiore della Marina a nominare il nostro eroe addirittura ammiraglio ad honorem, perché da che mondo è mondo, a capo di una flotta c’è sempre stato un ammiraglio, avrebbe detto Fantoni. Immaginatevi il tutto nell’ufficio di Fantoni, forte dell’appoggio del ministro della Guerra e con i due militari in piedi col cappello in mano e pronti a promuovere un nuovo ammiraglio della Marina Militare Italiana… una goduria. Ebbene, cari lettori, mi sono rifiutato di propinarVi una cosa così assurda. Ma per tutti gli zombi di Romero, mi sono detto, chi mai, sano di mente e seppur calato in un romanzo, potrebbe agire così? Questo accadeva nel dicembre 2013, tanto che avevo scartato questo “quadro”, seppellendolo in un file nella memoria del mio PC. Per fortuna non lo avevo cancellato, perché questo corsivo lo sto scrivendo all’indomani della diffusione di una notizia che poi ha fatto il giro del mondo. A quanto pare qualcuno, e nella fattispecie un insigne accademico di una delle Università più prestigiose d’Italia, ha avuto il coraggio di convocare l’eroe per tenere una lectio magistralis nella culla del sapere italiano. Tema: gestione del panico! Dite la verità, non sembra la chiusura ad effetto tipica della letteratura grottesca? Bene, vi invito a riflettere: un autore apocalittico e fantascientifico in tempi non sospetti si

è rifiutato, nella finzione letteraria di un romanzo surreale e grottesco, di inserire un racconto come quello che avete appena letto mentre nella realtà… qualcuno ha fatto esattamente una cosa del genere! Mi chiedo, allora, a che servono questi romanzi, se poi basta leggere un giornale per sprofondare nel baratro? In questo corsivo c’è tutta la frustrazione di un autore che è stato abbondantemente superato dalla realtà. E allora, come monito ai miei colleghi l’ho reinserito nel testo. Non abbiate timore, lasciatevi andare… la realtà, per quanto ci proviate, sarà sempre e comunque più assurda della fantasia più sfrenata.

LES ITALIENNESMERDE ALORS!

10 maggio 2013 - Venti giorni dopo la dichiarazione dello Stato di Emergenza.

Il Governo Italiano dichiara la disponibilità all’impiego delle unità di superficie della propria Marina Militare. Pur disapprovando la risoluzione, considerata eccessiva e lesiva degli ideali che hanno ispirato i padri fondatori dell’Unione Europea, garantirà il pieno rispetto degli impegni assunti nell’interesse comune, così come indicati dal Comitato Politico e di Sicurezza”, disse il Ministro degli esteri in qualità di delegato per l’Italia al vertice straordinario per la sicurezza europea. “Balle!” sbottò il Primo Ministro francese, “intanto avete dichiarato lo Stato di Emergenza, violato ripetutamente il Trattato di Schenghen e in pratica chiuso le frontiere. A chi volete darla a bere, se non avete ancora sparato un colpo? Sono giorni che la Marina francese intercetta decine di barconi facendo il lavoro sporco per voi”. Coprendo il microfono e rivolgendosi al suo Ministro degli esteri, si sfogò sussurrando: “Les Italiennes… merde alors!”. “E meno male che non sanno niente dello Stato di guerra contro ignoti” sussurrò a sua volta l’italiano al suo collaboratore. Si accostò nuovamente al microfono per la controreplica:

“Signori, com’è tristemente noto da tempo ormai, l’attuale stato di crisi economica non ci consentiva di intervenire con prontezza per garantire il pattugliamento dei 7.458 km di costa…” ma non riuscì a continuare. “Ma cosa sta dicendo”, lo interruppe nuovamente il francese infrangendo il cerimoniale, “parlate di crisi economica e intanto state stampando enormi quantità di Euro. Si può sapere quali sono le reali intenzioni dell’Italia?” L’italiano, manifestando un’insostenibile indignazione, esterrefatto, elevò una decisa e vibrata protesta sulle infamanti illazioni testé avanzate, invitando il delegato francese a specificare una formale accusa e a denunciare le presunte violazioni nelle sedi opportune… oppure a tacere.

L’atmosfera si fece così incandescente che il Presidente fu costretto ad intervenire ammonendo il Premier francese, pregandolo di mantenere una condotta più rispettosa.

Mi scuso con lei, con il delegato italiano e con i colleghi tutti, ma è in gioco la sicurezza europea. Non pretendiamo che l’Italia controlli tutti i 7.458 km delle sue coste, ma almeno il Canale di Sicilia!”, concluse reprimendo l’impulso

di sbattere i pugni sul tavolo.

“Stavo dicendo” continuò con sussiego l’italiano, “che grazie alla costituzione del Comitato dei Contributori per l’operazione militare in atto nel Mediterraneo, adesso siamo in grado di affrontare lo sforzo richiestoci. Le posso garantire che in questo preciso istante si sta completando il dispiegamento delle nostre migliori unità nell’area assegnata”. Il Premier francese sbuffò platealmente, sconcertato. Da settimane il comportamento degli italiani presentava tutti i crismi della schizofrenia. A parole si mostravano rassicuranti e apparentemente in linea con la politica comune, a parole. Nei fatti, le note informative dei servizi francesi riportavano l’immagine di un’Italia completamente allo sbando e in preda al panico.

Avevano sospeso l’erogazione dell’energia elettrica e dei servizi essenziali e non

si riusciva a capirne il motivo. Tanto più che quei bastardi degli italiani nelle

occasioni ufficiali negavano anche l’evidenza. Il Presidente del Consiglio Europeo riunito in seduta straordinaria riprese la parola per illustrare le risoluzioni del Comitato Politico e di Sicurezza. Su raccomandazione del Comitato militare dell’Unione Europea, si confidava nell’attuazione di un blocco navale lungo le coste mediterranee dell’Europa del Sud. Così facendo, s’intendeva arginare la pandemia che stava devastando il continente africano. Mentre in Africa si realizzava l’inferno in terra, in Europa si combatteva una guerra a suon di comitati e di sigle fino ad allora sconosciute alla maggioranza dei cittadini europei. Suscitando l’ira dei francesi, la delegazione italiana abbandonò la seduta

adducendo ragioni di sicurezza nazionale. Ignorando i giornalisti assiepati all’uscita con una serie di no comment, si rifugiarono in ambasciata. Da lì, sistemati i documenti e recuperati gli ultimi due funzionari, un piccolo convoglio di auto blu partì a tutta velocità verso l’aeroporto di Bruxelles- National. Ad attenderli, due Piaggio P180 bimotore già pronti per il decollo, con destinazione l’ufficio di Fantoni, all’isola d’Elba. “E allora, com’è andata?” “Tutto come da copione. Abbiamo prima cincischiato, poi traccheggiato, quindi nicchiato e infine ceduto come una borghesuccia alle prese col suo primo idraulico” riferì il Ministro degli Esteri. “Perfetto!” rispose Fantoni soddisfatto. “Solo i francesi sospettano qualcosa, ma non sanno molto. Gli altri credo che non abbiano la più pallida idea di cosa stia davvero accadendo. Non hanno fatto altro che ribadire la necessità di mantenere la calma e non diffondere il panico operando con discrezione, nella speranza che delle banali misure di prevenzione e un blocco navale possano isolare un continente intero. Temono più il panico che l’epidemia” aggiunse. Fantoni si rivolse al deputato che amava definire l’Apocalittico:

“Approfitterei dell’occasione per un rapido aggiornamento”. L’Apocalittico non si fece pregare. Collegato il pc al maxi schermo da settantacinque pollici, aprì un file dal quale spuntò una cartina geografica dell’Africa:

“Dall’analisi dei Big Data sono chiare le tre direttrici dell’epidemia, che dall’Africa equatoriale si stanno muovendo come se fossero guidate da un disegno prestabilito. Una specie di manovra a tenaglia che stritolerà l’Europa e dilagherà in Asia”. Con un click del mouse apparvero sulla cartina delle vere e proprie autostrade rosse. “Sembrano delle scie, ma sono semplicemente il risultato di singoli punti che nel corso dei giorni si sono via via coagulati a formare queste strisce di morte. I punti si riferiscono a ogni singolo IP dei computer dai quali sono partite notizie, dati o il più insignificante riferimento a

casi di cannibalismo e in sostanza, ci danno visivamente l’idea del progredire dell’epidemia. Come appare evidente, la prima muove verso il Marocco con direzione Gibilterra, l’altra attraverso il Ciad e la Libia con direzione obbligata la Sicilia e la Calabria. Da qui, poi”, disse indicando con un laser la Libia, “si stacca una diramazione che ha già raggiunto Israele. Tra non molto attraverserà Libano e Siria per puntare direttamente all’Europa passando per la Turchia e il Caucaso. Ergo, il blocco navale non servirà a un amato cazzo!” disse, e subito chiese scusa, imbarazzato. Un altro click e l’Africa lasciò il posto al mondo intero. Disseminati casualmente, fiorivano piccoli punti rossi, in gran parte nelle Americhe e in Asia, concentrati nelle aree in prossimità dei porti principali e degli aeroporti internazionali:

“Questa, invece, è la situazione globale aggiornata alle otto di stamane” disse per concludere. Sarebbe a dire che tutto procede come previsto” riassunse Fantoni con il suo solito pragmatismo. “In pratica sì” confermò l’Apocalittico. Mentre a Bruxelles si teneva il vertice, in Italia si registravano i primi avvistamenti di entità vaganti nelle Regioni Sicilia e Calabria. La Marina Militare con le macchine avanti tutta raggiunse il Canale di Sicilia e si sostituì alle poche unità francesi. La totalità degli uomini imbarcati sulla flotta italiana, in mare da giorni e all’oscuro di tutto, sapevano solo di partecipare a una missione umanitaria e non a quella che nelle intenzioni del Consiglio europeo doveva essere una vera e propria missione di guerra, allo scopo di impedire con la forza gli sbarchi. I marinai italiani ebbero l’ordine dall’Alto Ammiragliato di scortare i barconi fino alle coste, dove erano stati approntati inesistenti campi profughi. Fu così che, con buona pace dei francesi, migliaia di disperati in fuga raggiunsero le coste siciliane e calabresi. Molti di loro già contagiati. Sempre più spesso accadeva che le correnti rigettassero sulle coste barconi privi di controllo, interamente carichi di entità che fecero scempio degli

operatori della Protezione Civile incaricati dell’accoglienza. Dopo soli pochi giorni, le speranze europee di relegare in qualche modo il virus sul continente africano si infransero. Drammatici rapporti riferivano di masse di entità in movimento in diverse regioni del Caucaso. Il virus era ormai alle porte e minacciava di dilagare nel resto d’Europa. Il ponte sul Bosforo fu distrutto dall’aeronautica greca, generando un breve conflitto con la Turchia che si risolse in una serie di inutili bombardamenti sulle capitali ormai in preda all’epidemia. Sugli schermi delle tardive unità di crisi costituite dalle varie nazioni, diversi puntini rossi apparvero d’incanto sulle principali capitali europee e via via nei centri minori, risvegliando l’Europa dal suo torpore, ma era ormai troppo tardi. A quella data in Italia, il Terzo Allegato era già in avanzato stato di applicazione e l’operazione Saddam aveva fatto di Genova un enorme e maleodorante museo delle cere a cielo aperto. A bordo di un elicottero Alouette dell’aviazione francese, in volo su una Parigi deserta e spettrale come nemmeno ai tempi dell’invasione nazista, il primo ministro transalpino si rivolse al suo assistente:

“Avete provato a contattare Roma? Che fanno?” “È da giorni che non abbiamo notizie”. “Ma i telefoni funzionano ancora?” chiese il premier. “Sì, ma risultano occupati”. “Tutti?” “Tutti”. “Les Italiennes… merde alors!” esclamò dal profondo del cuore. Guardò dal finestrino e scorse la Tour Eiffel stagliarsi nel panorama come un enorme gendarme a guardia di Parigi. Poi, come una mazzata, scorse con orrore due grosse colonne di fumo nero innalzarsi nell’azzurro alle spalle del Trocadero. Signor Primo Ministro, una telefonata del Primo Ministro tedesco” disse il suo assistente, provando a passargli un telefonino. Fece cenno di no: “Scommetto che vuole sapere se Parigi brucia?”

“Come? No, no. Dice che hanno dichiarato l’Emergenza Nazionale e chiuso le frontiere. Chiede cosa sta accadendo da noi. Insiste per parlare con lei”. “No guardi, non è proprio questo il momento per parlare con un tedesco” rispose sconsolato. “Capisco, ma cosa devo dire?” Ci pensò su un attimo e poi: “Riferisca pure che Parigi brucia” e scoppiò in una risata isterica. Sì, sì, almeno loro saranno contenti. Parigi brucia! Parigi brucia! Parigi bruciaaa!” continuò a squarciagola sotto lo sguardo attonito del suo assistente.

****

“E allora, ti muovi?” gridò disperato Alain al suo collega. “Stai calmo. Non arriveranno tanto presto”. “Ma tu sei tutto scemo. Lascia stare quelle maledette carte”. “Non posso, dobbiamo portare tutto all’archivio di Strasburgo. L’hai letto anche tu l’ordine” disse Jean-Claude come se dovesse convincere un bambino. “Se restiamo qui ci fanno il culo, sembra che ce ne siano già decine per le strade”. “Ma non dire cazzate. Il colonnello Pradelle mi ha ass…”. In quel preciso istante un tremendo boato cambiò il colorito di Alain. “Cazzo!” esclamò smarrito. “Che dicevi a proposito di Pradelle?” chiese scoppiando a ridere. La corrente se ne andò e solo allora Alain si convinse. Poggiò un enorme faldone sul tavolo e accompagnato da Jean-Claude, che non si reggeva più dalle risate, uscì dall’ufficio e si lanciò a rotta di collo per le scale. Dalla stampante ormai inerte spuntava l’intestazione di un documento incompleto, che per ironia della sorte riportava la traduzione italiana:

ATTI ADOTTATI A NORMA DEL TITOLO V DEL TRATTATO UE

DECISIONE MEDITERRANEO/5/2013 DEL COMITATO POLITICO E DI SICUREZZA

del 03 maggio 2013

relativa alla costituzione del comitato dei contributori per l’operazione militare dell’Unione europea volta a contribuire alla dissuasione, alla prevenzione e alla repressione degli atti di sbarco di cittadini extracomunitari infetti sulle coste meridionali dell’UE sul mar Mediterraneo (MEDITERRANEO)

(2013/456/PESC)

IL COMITATO POLITICO E DI SICUREZZA,

visto il trattato sull’Unione europea, in particolare l’articolo 25, terzo comma,

vista l’azione comune 2013/851/PESC del Consiglio, del maggio 2013, relativa alla operazione militare dell’Unione europea volta a contribuire alla dissuasione, prevenzione e alla repressione degli atti di sbarco di cittadini extracomunitari lungo le

COABITAZIONE

20 maggio 2013 - Trenta giorni dopo la dichiarazione dello Stato di Emergenza.

“Mamma, perché non possiamo più usare l’altro bagno?” disse la vocina cantilenante della piccola Aurora, caricando con forza il tono del punto interrogativo. “Te l’ho già detto amore, adesso serve ai signori Marella. Anche loro devono andare al bagno, no?”, rispose la mamma con infinita pazienza, rimboccando le coperte del lettino sistemato accanto al lettone. Erano ore che rintuzzava le giuste rimostranze della piccola, che si era vista invadere il suo spazio vitale senza alcun preavviso. “E poi dai, non c’è più nemmeno l’acqua corrente amore mio, c’è solo il secchio che poi papà va a svuotare giù. È meglio che il loro secchio resti nell’altro bagno, no?”, disse sforzandosi di mantenere il tono melenso della mammina amorevole, quando invece la rabbia sembrava prenderla alla gola. “Sì… ma questa è la casa nostra, uffa!” esclamò strabuzzando due meravigliosi occhi azzurri ormai lucidi all’inverosimile, per nulla persuasa e sul punto di scoppiare in lacrime. Su, su, a fare la nanna adesso. Dai che se adesso chiudi gli occhietti vedrai che sarà già domani. Proviamo?” “E va bene, ma però non è giusto”. “Su, su… buonanotte, angelo mio” sussurrò la mamma carezzandole i boccoli straordinariamente biondi. “Aspetta. La voglio spegnere io la candela” e con uno slancio imprevedibile anticipò sua madre che stava per soffiare. “Buonanotte mamma”. Terminava con un buonanotte strappato a fatica ad una bimba di quattro anni, la giornata dei coniugi Bravetti, la peggiore da venti giorni a questa parte. Risiedevano al quarto piano di un caseggiato nel medio centro di Milano, al di

qua del perimetro che individuava la più grande Zona di Garanzia della nazione. Fino a quel momento la famiglia Bravetti sembrò esente dall’obbligo di ospitare gli sfollati, che nei giorni immediatamente successivi alla dichiarazione dello Stato di Emergenza erano sciamati a frotte dalla provincia invadendo ogni spazio libero. Semplicemente assurdo: da che mondo è mondo in caso di emergenze, guerre e altre sciagure, la direzione naturale dovrebbe essere dalla città verso la campagna e non il contrario. “Forse si sono dimenticati di noi” diceva incessantemente il signor Bravetti ai condomini, stupiti e invidiosi che fossero gli unici del palazzo a non sperimentare i disagi imposti dalla politica delle Zone di Garanzia. E invece arrivò il giorno che nel modesto appartamento di appena ottantacinque metri quadri si trovarono a convivere altri cinque ospiti, i Marella, padre, madre e tre figli ai quali fu assegnata d’autorità la seconda camera da letto e il salotto di casa Bravetti. Fortunatamente l’appartamento disponeva di due bagni distinti. Erano arrivati nel primo pomeriggio, accompagnati da due vigili urbani. Senza ulteriori spiegazioni, misero sotto il naso del capo famiglia un modulo verdino da firmare per presa visione. Quella firma gli dette diritto a due copie di un opuscolo di una ventina di pagine intitolato Informazioni alle famiglie per una corretta coabitazione all’interno della Zona di Garanzia di Milano. Fatto ciò, i “ghisa” si scusarono per la fretta, ma avevano da fare decine di visite ed erano già in grave ritardo. “Nemmeno il tempo di una Sambuca?” chiese premurosa la signora Bravetti. Lei è troppo gentile, ma dobbiamo scappare. È da stamattina che stiamo ballando, signora, grazie lo stesso. Ah, un’ultima cosa”, disse rivolgendosi al signor Marella, “le ricordo che domattina dovrà presentarsi con la sua famiglia all’ospedale da campo allestito nei giardinetti proprio qui di fronte. Si tratta di formalità…” Il Marella fece appena in tempo ad annuire che in strada il clacson di un

pullman prese a suonare incessantemente:

“Vede, non dicevo così per dire. Buona giornata” e i due vigili si precipitarono giù per le scale. Il silenzio imbarazzato che seguì fu subito colmato dall’ingegner Marella:

“Signora, non vogliamo assolutamente crearle problemi. Mi dica lei come possiamo fare per ridurre al minimo ogni fastidio”. “Oddio, non saprei proprio che dire, non ci hanno dato alcun preavviso” rispose la signora Bravetti, parrucchiera part-time. “Strano, noi lo sapevamo fin da ieri che saremmo venuti qui” disse la signora Marella, insegnante di latino. “Le solite cose all’italiana, ma non preoccupatevi, in qualche modo la risolviamo”, tagliò corto il Bravetti, operaio edile dai modi spicci, ma genuini. Alla fine riuscirono a sistemarsi e dopo tutto sembrava che gli otto coinquilini fossero riusciti a trovare un equilibrio, dimostrando sin da subito una discreta compatibilità. I tre figli dei Marella furono sistemati nella cameretta che già disponeva di due lettini, ai quali fu aggiunta una brandina della Protezione Civile che avrebbe accolto il dodicenne Pasqualino, il più piccolo dei tre. Papà e mamma Marella, invece, si stabilirono in salotto, sull’ampio divano letto che una volta aperto si rivelò comodissimo, come ebbe a dire l’ingegner Marella, stupito per quello che ai suoi occhi appariva come un miracolo. L’ingegnere continuò lanciandosi in una sperticata sequela di ringraziamenti, dichiarando eterna gratitudine al signor Bravetti e mettendolo in grave imbarazzo. Il Bravetti era un tipo tranquillo, gran lavoratore, assolutamente schivo e di poche parole. Accolse i Marella come qualcosa di ineluttabile, alla quale non avrebbe potuto assolutamente opporsi, con fatalismo, come se li stesse aspettando da tempo in realtà. La signora Bravetti, invece, a causa di una certa deformazione professionale, evidentemente, risultava incline alla chiacchiera. Riversò sulla signora Marella una valanga di domande. Da dove venivano, di

cosa si occupavano prima, se stavano bene, come mai fossero stati mandati in casa loro, eccetera. La signora rispose cortesemente a tutte le domande. Sì, prima stavano in un appartamento vicino a piazzale Loreto; beh certo, erano già stati sfollati; venivano da Gessate; sì erano meridionali… ma di terza generazione, tenne a precisare con un certo imbarazzo l’ingegnere, intervenendo nella conversazione in maniera piuttosto brusca. Guardi che non ho mai votato Lega e del vostro accento non me ne può importare di meno” disse a quel punto il Bravetti, che fino a quel momento si era limitato a una serie di monosillabi. “Ma no, cosa va a pensare, non intendevo assolutamente… ma si figuri… lungi da me insinuare alcunché…” precisò l’ingegnere imbarazzato. Gli porse la mano quasi obbligandolo a stringerla: “Non è successo niente, vero?” La strinse senza dir nulla. Si era fatto piuttosto tardi quando dalla cameretta giunse la voce del piccolo Pasqualino che chiamava la mamma. La signora Marella scattò immediatamente, sbagliando strada e aprendo di scatto la porta del bagno. “No signora, è l’altra porta” disse la Bravetti con un sorriso. Aprì la porta giusta e corse dal suo piccolo. Ne uscì con una richiesta: “Sia gentile, mi darebbe un bicchiere e una bottiglia d’acqua per la notte?” A quel punto anche la Bravetti, cuore di mamma, scattò e corse in cucina. Ne uscì con un bicchiere e una busta d’acqua da mezzo litro, di quelle distribuite dalla Protezione Civile, dato che ormai l’acqua era razionata e comunque senza corrente non arrivava oltre il primo piano. Riempì il bicchiere e versò il resto dell’acqua in un tazzone che consegnò entrambi alla signora Marella. “Come va?” chiese “Tutto bene”, rispose con una certa apprensione. “Era solo un brutto sogno”. “L’ho visto un po’ pallido, il bambino” disse la Bravetti. “Sta benissimo” replicò stizzita, ma poi cambiò subito tono, “cosa vuole

signora, è stata una giornata davvero dura, può immaginare anche lei, anzi, se non le dispiace, vorrei andare a letto”. “Ma sì certo, ha ragione, è stata una giornata dura per tutti. Allora buonanotte. Se dovesse avere bisogno, bussi alla mia porta senza problemi”. Una serie di buonanotte in rapida successione e tutti si ritirarono nelle proprie stanze. “E alur, sciur Bravetti?” chiese mentre si stava svestendo, “poi non mi hai detto niente. Quel lavoretto all’ufficio per l’impiego, che hai fatto?” “Un buco nell’acqua, come sempre. Ma ho incontrato il signor Brambati”. “Ah… e che ti ha detto?” “Niente… ti saluta” rispose con un attimo di esitazione. Il signor Bravetti si sporse col volto sul comodino e soffiò sulla candela. Poggiò il capo sul cuscino e disse lapidario: “Mi sembrano delle brave persone. Poteva andarci peggio”. “Sì, sì, proprio delle brave persone, ma adesso lasciami dormire che sono distrutta” rispose con un filo di voce. Quella notte il piccolo Pasqualino ebbe un sussulto e aprì gli occhi nel buio, emettendo un impercettibile rantolo che via via si trasformò in un grugnito sempre più forte. Erano quasi le due e il Terzo Allegato iniziava a produrre i suoi effetti.

****

Alle sette in punto di quel giorno fatale, l’ignaro signor Bravetti era già sulla porta dell’Ufficio circoscrizionale per l’impiego temporaneo n. 27 della Zona di Garanzia di Milano. Attendeva impaziente l’impiegato. Il giorno precedente aveva promesso, forse, di potergli procurare un lavoro. Non che avesse particolarmente bisogno, infatti, grazie ai due mesi di stipendio anticipati e al voucher di cinquemila Euro, il suo conto corrente non era mai stato così fornito. Senza contare il fido

di tremila Euro accordatogli dal Governo senza che lui ne avesse fatto richiesta. Malgrado tutto ciò, non era tipo da stare troppo a lungo con le mani in mano, nemmeno durante un’emergenza di respiro globale. “Bravetti, Bravetti…” disse l’impiegato aprendo la porta dell’ufficio “qui abbiamo bisogno di guastatori non di muratori!” e scoppiò a ridere. “E allora?” “E allora niente. Per oggi non si costruisce nulla, torna domani” disse sogghignando. Uscendo incontrò il signor Brambati, un suo ex datore di lavoro che ogni tanto gli rimediava qualche lavoretto. “Buongiorno, signor Brambati” disse con eccessivo rispetto, tanto che se non si tolse il cappello è perché non indossava il cappello. “Tel chì el picinin” disse con affetto il Brambati. Lo conosceva sin da quando era un ragazzino di quattordici anni, assunto nella sua ditta di costruzioni come apprendista. “Come va, signor Brambati”. “Son brutti tempi, mio caro”. “E sì, è dura forte questa volta, signor Brambati”. “Ma l’hai notata una cosa, picinin?” “Cosa, signor Brambati?” “Con tutto sto casino qui, son due giorni che non vedo più soldati in città. Come lo spieghi questo, eh picinin?” “Dicono che sono fuori per controllare le strade, signor Brambati”. “E smettila con questo signor Brambati. Allora dici che stanno fuori, sarà…” “Perché, cosa crede lei, signor Brambati”. “Su no mi, ma mi par ben stran, picinin…, ma dimmi un po’, non hai ancora nessuno in casa, tu?” chiese per chiudere la conversazione. “E no, forse si sono dimenticati di noi…” “E speriamo che sia così, ciao picinin…” “Arrivederci signor Brambati” rispose Bravetti, che se non si tolse il cappello è perché non indossava il cappello.

UNA DEPRECABILE FASE DI STALLO

22 maggio 2013 - Trentadue giorni dopo la dichiarazione dello Stato di Emergenza.

“Dottore, c’è il generale della Rocca” annunciò Turchetti. “Ah, sì… fallo entrare”, rispose senza nemmeno distogliere lo sguardo dalle carte sulla scrivania. Buongiorno, generale. Cosa la porta così lontano dalla sua unità?”, disse continuando il suo lavoro. Buongiorno a lei, dottor Fantoni. Sono sorte delle difficoltà, purtroppo…” “Suvvia, generale, ci sono sempre delle difficoltà”. “Ehm… si tratta dell’operazione Saddam”. A quelle parole Fantoni alzò finalmente lo sguardo e lo fissò serio:

“Difficoltà? Il Presidente della Repubblica, immagino”. “No”. “Il Presidente del Consiglio, allora?” “Nemmeno”. “Il Ministro della Guerra?” continuò con apprensione. “Neanche”. “Il Capo di Stato Maggiore della difesa?” fece incalzandolo con lo sguardo. “Neppure”. “Aoh, della Rocca, e la vogliamo smettere con questa giostra? Chi è?” chiese alla fine, spazientito. “Il primo maresciallo Antonino Scipioni”. Fantoni restò esattamente tre secondi con la bocca aperta prima di esplodere:

“E chi cazzo è il primo maresciallo Antonino Scipioni?” urlò, tanto che Turchetti si affacciò all’uscio aprendo la porta senza nemmeno bussare. “Chiudi, Giovà. Non è niente… abbi pazienza”.

Ritornò sul generale della Rocca con lo sguardo assassino:

“Mi scusi, generale… ricapitoliamo. Vuole dire che non avete ancora predisposto nulla per l’operazione Saddam?” chiese suadente. Questi si rese subito conto di essere sul limitare di una tempesta, ma non poté fare altro che confessare la deprecabile fase di stallo. Disse proprio così: deprecabile fase di stallo! “Ah!” si limitò ad esclamare Fantoni. Restò interdetto per qualche secondo, che impiegò riordinando le carte sulla scrivania e poi, con calma, si rivolse nuovamente al generale:

Mi faccia capire allora questa deprecabile fase di stallo. Innanzitutto andiamo con ordine. Chi è il primo maresciallo Scipioni?” “È l’attuale consegnatario della bolgetta contenente le chiavi e le password per accedere al deposito delle armi chimiche, o meglio, proiettili d’artiglieria e bombe al VX come da richiesta” rispose prontamente il generale. “E allora?” “La famiglia Scipioni vive a Genova”. “Non vedo il problema scusi, i familiari saranno già stati trasferiti in caserma. Gli alcazar no?” “Sì certo, la prima famiglia sì” rispose pronto. “La prima famiglia? Come sarebbe? Della rocca, stiamo giocando a nascondino qui? Mi faccia capire!” sbottò esasperato. “È che a quanto pare lo Scipioni è capofamiglia di una seconda famiglia, come dire… ufficiosa. Una donna e un figlio”, spiegò della Rocca. “Ah!” rifece Fantoni. Si mise le mani tra i capelli e poi, guardandolo di traverso:

E naturalmente, chissà come, è venuto a sapere che quegli ordigni saranno usati a Genova, nevvero?” chiese sconsolato. Evidentemente sì, e adesso minaccia di far saltare tutto se solo ci avviciniamo alla porta” comunicò serafico della Rocca. Fantoni boccheggiava per lo stupore. Guardò prima a destra e poi a sinistra.

Spostò due volte il portapenne rimettendolo per due volte sempre nello stesso posto. Chiamò Turchetti, ma poi lo cacciò via in malo modo. Alla fine esplose:

“Ma… ma… ma voi siete delle comari, delle donnette incapaci di tacere… ma com’è possibile che non siete in grado di fare una cosa che sia una, senza sputtanarla ai quattro venti?” “Ma io…” provò ad interloquire il generale. Fu sopraffatto dall’ira di Fantoni:

Ma lei è un coglione! Il vostro è un circo! Siete dei pazzi scatenati con le stellette! Ficcatevele nel culo quelle stellette del cazzo!” urlò con quanto fiato avesse in gola poi, d’un tratto, il volto paonazzo si distese e si rasserenò immediatamente, come se fosse stato richiamato all’ordine da qualcosa di sovrumano sceso sulla terra a calmarlo. Della Rocca provò ad approfittare del momento per dire qualcosa, ma Fantoni gli fece cenno di tacere. Chiamò Turchetti e disse:

Il generale sta andando via, lo accompagni e mi chiami al telefono il Primo Ministro, il Ministro della Guerra e il Comando del GIS a Livorno, in questo preciso ordine, per cortesia”. Per i successivi due giorni il primo maresciallo Scipioni costituì l’argomento principale delle riunioni della Giunta Segreta di Salvaguardia, il reale centro di potere del Governo stabilitosi all’Elba. a piccola costruzione in cui si era asserragliato il primo maresciallo Scipioni era addossata al fianco di una collina, all’interno della quale si inoltravano una serie di gallerie dove erano custodite le armi a carica chimica dell’Esercito Italiano. Quelle due stanze antistanti il complesso di gallerie costituivano l’unico accesso e l’unica uscita. A guardia dell’ingresso, attaccato al telefono sulla scrivania dell’ufficio del corpo di guardia, stava il primo maresciallo Scipioni. Il telefono squillò e Scipioni afferrò immediatamente la cornetta:

“Corpo di guardia” disse per la forza dell’abitudine. “Scipioni, sono il colonnello Marchetti. Che succede, che hai deciso?”

Non sono io che devo dire cosa succede, colonnello. Siete voi! Ma che siete usciti tutti pazzi?” urlò nella cornetta. “Scipioni, non fare casini, che ti vuoi inguaiare? Non è ancora successo niente, apri e andiamoci a prendere un caffè” provò il colonnello. “Un caffè? Un caffè? Ma allora è vero che siete matti. Ma vaffanculo Marchetti, vaffanculooo!” e chiuse la comunicazione. “Niente da fare” disse Marchetti al tenente colonnello Furia che ascoltava dalla derivazione. “A mio modesto parere” disse Furia, “in questo modo non ne usciamo”. Furia era il comandante del reparto del GIS inviato sul posto per risolvere la spinosa questione. Il colonnello Marchetti come negoziatore non si era dimostrato all’altezza, anzi, aveva complicato le cose prelevando l’altra famiglia e portandola nella caserma di Scipioni, credendo così di fare cosa gradita e privarlo del movente. Questo lo aveva indispettito ulteriormente. Adesso temeva che le due donne in qualche modo si incontrassero. Per uno sgradevole equivoco non solo era stato commesso il deprecabile errore di concentrare le due famiglie Scipioni nel medesimo luogo, ma della faccenda era stato messo al corrente lo stesso Scipioni. Alla notizia, Fantoni fu colto da deprecabile malore. A Furia bastarono venti minuti di studio delle planimetrie e poche e mirate domande sulla natura delle armi custodite e di ciò di cui disponeva Scipioni all’interno del corpo di guardia, per rendersi conto che la cosa si poteva risolvere rapidamente con un’irruzione. Anche perché dalle registrazioni delle conversazioni acquisite durante la negoziazione, Furia intuì che le ragioni di Scipioni non erano squisitamente di interesse, come dire, materiale. Il tutto assomigliava maledettamente a una questione di principio, le più difficili da trattare. Insomma, il primo maresciallo Scipioni sembrava piuttosto in preda a una vera e propria crisi di coscienza. Occorreva la forza. Furia dette personale assicurazione sul buon fine della missione assegnatagli, ma pregò Fantoni di concedergli un’altra ora. Voleva provare a negoziare direttamente con Scipioni in quanto, disse in conferenza telefonica, a

suo avviso si trattava solo di un uomo fortemente sotto pressione e provato dagli ultimi avvenimenti. Insomma, non lo disse, ma gli stava simpatico e voleva davvero provare a salvargli la pelle. Dispose tutto per l’irruzione e al tempo stesso ordinò di non muovere un dito prima che lui portasse a termine una certa cosa. “Cosa?” chiese il capitano Blasi “Stia a vedere” rispose Furia. Si avvicinò a mani alzate al corpo di guardia e si spogliò completamente, restando in magliettina intima e mutande. Tolse anche i calzini e girò due volte su se stesso prima di avvicinarsi alla porta senza dir nulla. La serratura elettrica scattò e lui entrò con cautela. “Accomodati” disse il primo maresciallo Scipioni, indicando con la canna della Beretta d’ordinanza la sedia di fronte alla sua scrivania. “Grazie”. “Cosa vuoi?” “Sono un carabiniere”. “E chi se ne fotte”. “Tenente colonnello Furia”. “Primo maresciallo Scipioni, piacere. E mò?” Furia sorrise:

“Scipioni, perché fai tutto sto casino?” “Perché, t’interessa?” “Sì”. “E perché t’interessa?” “Perché tra un’ora sarai morto e io non potrò perdonarmelo” disse con estrema professionalità, senza tradire emozioni di sorta. “Io sono del GIS. Lo sai chi siamo e che facciamo per vivere, no?” “Credi che io abbia paura di morire? Sei fuori strada, ma proprio lontano” disse scoppiando a ridere. “Non so nulla di te, hai ragione. Allora spiegamelo tu”.

“Sono venticinque anni che aspetto questo momento”. “Come sarebbe?” chiese stupito. “Venticinque anni fa fui comandato per il mio primo turno di servizio qui e

sin

da allora mi sono ripromesso che se mai si fosse presentato qualcuno con

un

buono di prelevamento per questa merda, avrei fatto esattamente quello che

sto facendo”. Furia a quelle parole non rispose subito, si limitò a guardarlo ma con altri occhi. Aveva sospettato qualcosa del genere, ma adesso che ne aveva la prova, non fu affatto contento del suo intuito. Dall’atteggiamento di Scipioni ebbe la granitica certezza di trovarsi di fronte a un Crociato, l’equivalente occidentale di un integralista islamico votato al martirio che non avrebbe mai receduto dai propri propositi. Tuttavia volle provarci lo stesso:

Non puoi far saltar un bel niente qui. Lo sai tu e lo so io. Non sono fiammiferi che si accendono così facilmente questi gingilli”.

“Questo lo so”. Sai anche che è inutile quello che stai facendo. Non ritarderai nemmeno di un minuto ciò che vogliono fare a Genova. Non sei uno stupido, so che lo sai”. “Veramente non sapevo che si trattasse di Genova finché non se ne sono usciti con la storia della mia famiglia. Comunque non cambia niente, diglielo a

quel coglione di Marchetti” e sorrise appena. “Scipiò! e porca puttana!” sbottò irritato da tanta calma, “qua sta andando tutto alla malora, perché ci devi rimettere solo tu?” “Perché dev’essere scritto da qualche parte che almeno uno si è ribellato. Furia, tu mi devi fare questo favore. Devi solo fare in modo che si sappia che qui c’è stato un coglione, quel gran coglione del primo maresciallo Scipioni, che

di bombardare coi gas Genova proprio non ne ha voluto sapere” disse

guardandolo negli occhi. Furia annuì. Si alzò e gli tese la mano, ma Scipioni non gliela strinse:

“Credi di essere migliore di loro solo perché ci hai provato?” “Hai ragione… come sempre oggi” disse rassegnato.

Scattò sull’attenti e salutò secondo il regolamento militare, sebbene fosse in mutande e magliettina intima. Con un impeccabile dietro front si girò e si diresse alla porta. Attese che scattasse la serratura e uscì richiudendo la porta dietro di sé. Raccattò il suo equipaggiamento e prima di rialzarsi, guardò in direzione del capitano Blasi facendo il gesto di tagliarsi la gola. Il messaggio era chiaro: trattativa fallita, libertà d’azione appena pronti.

****

Il tenente colonnello Furia fu convocato tre giorni dopo nell’ufficio del suo comandante presso il Comando Provinciale. “I miei complimenti, Furia”. “Colonnello…” “Senta Furia, sa benissimo che sono un tipo di poche parole e oltretutto la situazione non è delle migliori. Vengo subito al punto. L’ho chiamata per il suo rapporto sul caso Scipioni”. “Ebbene?” “Non trova che sia inutile riportare fedelmente, anzi, se mi consente, in maniera maniacale direi, tutta la conversazione tenuta con lo Scipioni?” “Mi sembra importante invece, dato che non vi è nessuna registrazione audio della stessa. Sono entrato da Scipioni praticamente nudo”. “Sì sì… non discuto, ha fatto bene, certo. Ma mi stavo chiedendo se non fosse il caso di rivedere qualcosa?”

“Del tipo?” “Beh, ho dato una letta veloce e alcuni particolari… beh, io li eviterei” disse schiarendosi la gola per ben due volte. “Una letta veloce?” chiese Furia beffardo. “Andiamo Furia, non immagina a quali pressioni sono stato sottoposto da quando

Piuttosto un amico”

disse sempre più imbarazzato. “Dica allora, amico mio…” fece strafottente Furia. “Colonnello Furia… lei quel rapporto me lo deve modificare nella parte in cui Scipioni motiva la sua azione… e anche la storia di Genova poi, insomma, non possiamo lasciare nero su bianco tali informazioni. La versione ufficiale deve essere che Scipioni si è suicidato

in preda a una forte depressione dovuta agli ultimi avvenimenti. E Genova deve sparire da quel rapporto. È un ordine, Furia”. “Intende dire che non deve risultare da nessuna parte che il primo maresciallo Scipioni era al corrente delle intenzioni del Governo di bombardare coi gas una città, precisamente Genova e che lui per impedirlo si è sacrificato, caduto durante l’irruzione dei GIS? Cioè che

questa storia è iniziata. Adesso non è il suo comandante che le parla

tutto questo non deve risultare nel mio rapporto e in pratica non è mai accaduto? È questo che intende Colonnello Carbizzi?” disse scandendo ogni parola, come se non avesse compreso quanto detto dal suo comandante. Ha capito bene Furia, è proprio questo che intendo ed è un ordine!” concluse il colonnello spazientito. “Beh, allora… se si tratta di un ordine… non ne parliamo più. Mi dia il rapporto”. “È nella busta sulla scrivania” disse indicandola con un cenno del capo. “Bene… un paio d’ore e sistemo ogni cosa”. “Tutto il tempo che vuole, Furia”. Furia prese la busta e fece per metterla in tasca:

Un attimo solo, Furia. Prenda pure il rapporto ma lasci qui la busta. Sa, è per il protocollo…” “Naturalmente”, obbedì Furia aprendo la busta che poi consegnò vuota al suo comandante. Salutò militarmente e fece dietro front. Testa di cazzo, pensò appena uscito dall’ufficio del comandante. Mise una mano in tasca e tirò fuori lo smartphone. Interruppe la registrazione e nominò il file audio che aveva registrato l’intera conversazione coi seguenti riferimenti: Genova, VX, Scipioni, Carbizzi. Tutto questo senza fermarsi.

“Una promessa è una promessa” mormorò soddisfatto.

In memoria del primo maresciallo ANTONINO SCIPIONI

(1968-2013)

LA TEORIA DEL TRESSETTE

20 luglio 2013 - Ottantuno giorni dopo la dichiarazione dello Stato di Emergenza.

“E adesso?”, chiese il sergente maggiore Anatoly Karpov dopo aver fatto scattare la barra di serraggio della pesante porta blindata. “Quel che dovevamo fare lo abbiamo fatto” rispose freddo il tenente Gromilov. Prese una sigaretta e si mise comodo sulla poltroncina dell’operatore. Dalla porta blindata non filtrava alcun rumore, ma Karpov si affacciò lo stesso alla finestrella in vetro antisfondamento e li vide arrivare. Esattamente come se li aspettava. Muscoli tesi allo spasimo, spaventose ferite aperte, sangue secco e coagulato sulle divise, sguardi catatonici. Raggiunsero la porta e iniziarono a battere coi pugni chiusi e i visi distorti dalla frenesia alimentare:

quegli sciagurati percepivano la carne viva al di là della porta. Il suo colonnello lo guardava dall’altra parte del vetro con l’orbita dell’occhio sinistro ridotta ad un antro profondo e nero di sangue raggrumato. E continuava a battere i pugni senza intaccare il silenzio spettrale della saletta quadri comando al di là della finestrella. “Venga qui, non vuole fumare l’ultima sigaretta?” “Tenente, vogliamo pensarci meglio?” “Mi scusi Karpov, ma da quanto lavora sottoterra?” chiese mentre cercava qualcosa nella tasca. “Diciott’anni”. “E ancora non sa che il nostro lavoro si regge su di una precisa e ordinata catena di comando? È un concetto che si fonda sull’indefettibile precetto che impone necessariamente l’assoluta certezza che ad ogni livello ognuno faccia esattamente quello che ci si aspetta da lui, perché se no il sistema non funziona. Quello stesso sistema che bene o male ci ha consentito una vita dignitosa. Questo non dovrebbe mai dimenticarlo, mio caro Karpov. Troppo comodo

adesso star qui a filosofeggiare”. “Si, ma le circostanze sono un tantino particolari”. “Tanto o poco è irrilevante per noi. Si tratta di questioni che sono già state risolte in un universo che non è il nostro. Voler entrare nel merito è come pretendere di ascoltare le onde radio direttamente con le orecchie”. “Ma son troppe le cose che non sappiamo” insisté Karpov. “E mai le sapremo. Ah, eccolo finalmente!” esclamò tirando fuori dalla tasca un accendino. Accese la sigaretta e aprì una cassettina metallica dalla quale tirò fuori due chiavi di una foggia particolarissima, legate ognuna a una catenella. Ligio al regolamento, prese la numero uno e se la mise al collo come prescritto. Si alzò con un sospiro e mise l’altra al collo di Karpov, accompagnandolo poi sull’altra poltroncina. “Allora, sergente, questa sigaretta?” Il sergente Karpov non rispose. Gromilov tirò un altro paio di boccate e spense la sua. “Sergente Karpov è pronto a dare avviò alla sequenza?” Karpov continuava nel suo mutismo, ma obbedendo ad un riflesso condizionato dalla routine di centinaia e centinaia di esercitazioni, aprì lo sportellino che copriva la serratura. “Al mio tre inserire la chiave. Uno, due tre. Chiave uno inserita” disse. Attese qualche secondo e gridò:

Karpov, dia conferma, maledizione!” “Chiave due inserita”. “Al mio tre, girare la chiave verso destra in posizione uno. Uno, due, tre. Chiave uno in posizione uno”. “Chiave due in posizione uno”, gli fece eco Karpov. “Al mio tre, girare la chiave verso sinistra in posizione neutra. Uno, due, tre. Chiave uno in posizione neutra”. “Chiave due in posizione neutra”.

Un pulsante rosso al centro del pannello, raggiungibile da entrambi gli operatori, iniziò a lampeggiare. “Sequenza conclusa, missile armato”, proclamò solenne Gromilov. Lo guardò un attimo e chiese: “Vuole farlo lei, sergente Karpov?” Questi scosse la testa sconsolato. “Lancio!” esclamò Gromilov pigiando il pulsante rosso lampeggiante. La stessa scena si ripeté in oltre duecento siti analoghi sparsi nella Russia europea e a bordo di una ventina di bombardieri Tupolev in volo sulle principali città della Russia europea. Nell’arco di un paio di minuti, con un lusinghiero rateo di fallimenti di appena lo 0,09 per cento che avrebbe inorgoglito l’Alto Comando, centottantadue missili balistici intercontinentali deflagrarono direttamente nei silos determinando quella che nelle intenzioni dei russi sarebbe stata la più grande fascia di sicurezza della Storia. Isolandosi completamente dall’Europa, speravano di contenere l’epidemia al di là degli Urali, consentendo alla Russia asiatica di sopravvivere. Le cose andarono diversamente e per quella serie di eventi negativi che di solito rientrano nella definizione di imprevisti, qualcosa andò storto. Per un difetto di comunicazione, evidentemente dovuto al rapido precipitare degli eventi, un certo numero di sommergibili nucleari russi in missione nell’Atlantico non ricevette alcuna comunicazione, se non quella relativa al segnale di allarme programmato automaticamente in caso di distruzione del Comando Strategico per l’impiego delle armi nucleari, localizzato da qualche parte nella Russia europea. Un meccanismo automatico che scatta presenta una curiosa particolarità:

quella di dare l’avvio ad un altro sistema automatico o ad una serie di sistemi automatici. Gli ultimi tre sommergibili di classe Typhoon ancora in servizio, ereditati da quella che un tempo era la flotta sottomarina della Marina dell’Unione Sovietica, percepirono quel segnale come un attacco nucleare da parte del nemico di sempre. Solo grazie all’intercessione dello Spirito Santo gli obiettivi affidati ai Typhoon erano tutti situati esclusivamente in Nord America.

Fu così che al NORAD, ancora perfettamente operativo e in stato di massimo allarme DEFCON 1, videro spuntare le tracce radar di un massiccio attacco di missili balistici intercontinentali. Così chiaro che non fu nemmeno necessario l’annuncio di prammatica, “Non si tratta di un’esercitazione”, che nei film moltiplica l’ansia dello spettatore. Gli americani sono rinomati per essere dei draghi in matematica e fecero subito due conti: tre sommergibili da venti missili cadauno dotati ciascuno (i missili s’intende) di dieci testate nucleari, fanno esattamente seicento ordigni pronti a scoppiare su altrettanti obiettivi situati sul suolo degli Stati Uniti. Fu subito informato il Presidente e anche se dalle immagini satellitari era evidente che Mosca e il resto della Russia europea erano ormai in preda al fuoco nucleare, si attennero al protocollo: c’era da fare una telefonata. Ovviamente, com’è facile immaginare, il segnale giunto da Mosca sul telefono rosso fu quello intermittente di occupato. “Bene, e questa è fatta” disse il Presidente. Intanto il tempo passava, e si trattava di minuti, solo pochi minuti per decidere. A bordo dell’Air Force One, in volo da giorni nelle vicinanze della Naval Support Facility dell’isola Diego Garcia in pieno Oceano Indiano, si discuteva animatamente su cosa fare. Era ovvio che tutti su quell’aereo avevano intuito quanto fosse realmente accaduto, ma nessuno volle mettere in imbarazzo il presidente con una questione, come dire, morale. In fondo i cittadini russi non erano responsabili della stronzata fatta dai loro capi. Insomma, a quel punto e in quelle circostanze, il concetto di rappresaglia avrebbe potuto fare acqua a livello etico. Nessuno fiatò e quando di lì a pochi minuti si approssimò il fatidico punto di non ritorno, il Presidente si attenne all’etichetta: “Bene, signori. Abbiamo un protocollo da rispettare”. Fu pigiato un pulsante e buonanotte. Allo scoppio di così tanti ordigni, accadde che i membri del ristretto club nucleare al quale si è ammessi se si possiede almeno una bomba atomica di

qualsivoglia tipo e dimensione, non fecero altro che imitare quello che accade in borsa ogni santo giorno: se tutti comprano si compra, se tutti vendono si vende. In questo caso accadde il medesimo fenomeno. Tutti comprarono o vendettero, fate voi. Chi aveva qualcosa da lanciare, lanciò. E ri-buonanotte.

****

Magari non fanno nulla”. “Lei crede, ammiraglio?” chiese Fantoni. “È evidente che si tratta di un errore” aggiunse. “Beh, all’anima dell’errore” commentò Fantoni. I satelliti spia europei consentivano loro di assistere, come se fossero in tribuna VIP, a una partita la cui posta in gioco erano due intere nazioni e forse, buona parte del mondo civilizzato. La discussione verteva sulla possibilità che gli americani, tecnicamente già spacciati per le seicento bombe montate sui missili ormai nella stratosfera, potessero anche decidere di non rispondere all’attacco. “Forse, teoricamente beninteso… una possibilità la considererei” disse un analista della Marina tra i presenti. “In base alla Teoria dei Giochi di Nash, si potrebbe azzardare che… beh sì, forse all’interno della matrice delle mosse possibili si potrebbe contemplare anche lo scenario che prevede l’inerzia degli americani nel rispetto delle condizioni poste da Nash”. “Scusi, mi faccia capire bene” intervenne Fantoni, “secondo lei c’è la possibilità che gli americani rinuncino alla rappresaglia?” “Non secondo me, secondo la Teoria dei Giochi di Nash. Considerando le caratteristiche di un gioco competitivo a somma non zero, quale sembra quello posto in essere con il lancio dei russi, la rappresaglia come risposta alla modifica dell’equilibrio ormai raggiunto con i missili già lanciati, pronti ad esplodere e senza possibilità di neutralizzarli, creerebbe uno scenario che determinerebbe l’aggravarsi della situazione per entrambi i giocatori, cosa non prevista da Nash”. “Si spieghi meglio, per cortesia. Possibilmente a parole sue” pregò Fantoni, visibilmente frastornato dai termini tecnici.

“La Teoria dei Giochi prevede l’esistenza di una sorta di meccanismo che induce i partecipanti del gioco, nell’eseguire le proprie mosse e/o contromosse, a tutelare contemporaneamente sia l’interesse individuale che quello comune. In tal modo le azioni dei partecipanti saranno rivolte ad ottenere dei risultati che soddisfino entrambe le due condizioni: l’interesse individuale e quello comune, contemporaneamente. Quindi la rappresaglia, modificando l’equilibrio raggiunto e avendo come conseguenza un risultato ancor più negativo, non dovrebbe essere una scelta conveniente. Cioè, visto che comunque sia sono già fottuto, perché peggiorare la situazione fottendo anche l’altro?” “Ah! Complimenti per l’ottimismo” esclamò stupito e perplesso Fantoni, “ma Nash non è quello stesso Nash che ha passato gran parte della sua vita in manicomio?” chiese. “Certo, quello stesso John Nash che ha vinto il premio Nobel nel 1994 grazie alla Teoria dei Giochi” disse trionfante l’analista. “Evidentemente Nash non ha mai giocato a Tressette…” commentò Fantoni con un’odiosa aria di sufficienza. “In che senso?” “Beh, nel gioco del Tressette è obbligatorio rispettare i segni delle carte sul tavolo”. “Sì certo, lo conosciamo tutti il Tressette, e allora?” chiese l’analista, indispettito dalla spiccata resistenza ‘intellettuale’ di Fantoni. “Beh, ai bastoni si risponde coi bastoni”, rispose con un sorriso beffardo. Proprio in quell’istante scattò un allarme sonoro e su di uno schermo apparvero in partenza dagli Stati Uniti e da svariati punti disseminati a casaccio nei due Oceani, un numero indefinito di scie di missili. “Ha visto che anche gli americani giocano a Tressette?”.

NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE

1 settembre 2013 - Centotrentaquattro giorni dopo la dichiarazione dello Stato di Emergenza.

Le ripeto che non riconosco la sua autorità, Giudice Rivelli. Lei non sta facendo altro che assecondare questa pagliacciata istruendo un processo che è una farsa. Ma cosa pretendete di fare con questi ridicoli interrogatori?” “Le ripeto la domanda, allora, dottor Fantoni. Perché quella stupida confessione su quello stupido blog?” “Non voglio e non posso rispondere, perché non posso riconoscere un tribunale che assomiglia a un circo. In nome di chi mi volete giudicare?” “Come in nome di chi? In nome del Popolo Italiano!” Fantoni scoppiò in una risata: “Esiste ancora un popolo? Non serve che mi giudichiate, sono già colpevole e non cerco l’assoluzione. Il mio castigo ce l’ho già, sarò ricordato come il peggiore tra i criminali, vero e proprio vituperio delle genti. Che altro potete farmi col vostro ridicolo processo?” Questa volta fu Rivelli a scoppiare a ridere: “Avrà il suo castigo, ma non sarà come crede…” replicò divertito. Fantoni chiamò la guardia carceraria della piccola struttura penitenziaria, realizzata ad personam nell’ex caserma dei Carabinieri di Porto Azzuro:

“Secondino, voglio tornare nella mia cella” disse con l’autorità dei bei tempi. Il secondino guardò il giudice che annuì sconsolato. Ormai erano giorni che non cavava un ragno dal buco. Il secondino aprì la cella degli interrogatori e fece uscire Fantoni. Quando gli passò accanto, gli disse:

Secondino e una cippa di cazzo! Superiore mi devi chiamare”, fece con un sorriso sulle labbra. “Allora l’hai visto anche tu Detenuto in attesa di giudizio” e scoppiarono a ridere entrambi. “Sordi è un grande, dottò”.

Avviandosi nella sua cella col secondino alle calcagna, Fantoni continuò:

“Superiore, superiore… Ma superiore a chi?” Erano giorni che si ripeteva quel siparietto e sebbene fosse stato pesantemente redarguito dal giudice Rivelli, il secondino continuava a prestarsi a quella messinscena. Mentre il secondino chiudeva a tripla mandata la cella, lo guardò serio:

“Dottò, ma perché è stato arrestato?” “E che vuoi che ne sappia io, superiò?” trascinandolo in una risata irrefrenabile. Il giudice Rivelli si allontanò nella direzione opposta. Incapace di nascondere a se stesso un sorriso di complicità, scosse ripetutamente il capo, intimamente convinto dell’inutilità di tutto il procedimento. Quella sera stessa, ufficialmente per l’impossibilità di inquinamento delle prove e soprattutto per l’impossibilità di reiterazione del reato, in quanto non esisteva più un Popolo da sterminare, Fantoni fu rilasciato. All’uscita trovò Turchetti, che lo accolse con un abbraccio fraterno, condiviso spontaneamente da Fantoni il quale si meravigliò di quella sua reazione. In fondo Turchetti non era mai stato altro che un collaboratore, stretto quanto si vuole, ma pur sempre un collaboratore. E oltre a Turchetti, con suo sommo stupore, trovò ad accoglierlo una folla acclamante che lo tributò di una lunghissima standing ovation, interrotta solo dall’arrivo del pullman di linea dell’Esercito. Stupefatto, salì sulla corriera che assicurava i collegamenti tra la “Capitale” e le ville sulle colline circostanti, dov’erano alloggiati i funzionari statali. Turchetti era riuscito a sistemarsi in una villa principesca, dotata di piscina e dependance. In quest’ultima avrebbe ospitato Fantoni, che ormai non ci capiva più nulla. Si era preparato all’ostilità della folla, se mai ne avesse trovata una all’uscita, ma non a quella specie di trionfo. Con la confessione credeva di aver stravolto, e non di poco, i delicati equilibri fino ad allora faticosamente raggiunti sull’isola. La prima conseguenza fu di natura strettamente psicologica. La confessione aveva annullato il

tentativo di rimozione di tutta la vicenda. Infatti, sin dai primi giorni, sull’isola sembrava di vivere in un enorme villaggio vacanze dove ogni riferimento alla realtà era stato eliminato da una quotidianità fatta di appuntamenti serrati, scanditi proprio sulla scorta dell’esperienza fatta nei villaggi vacanze. La vita degli ospiti era diventata una specie di percorso obbligato. Tutti dovevano fare qualcosa. Si erano organizzati ospedali da campo per visite di controllo periodiche, totalmente inutili. Turni di servizio di vigilanza sulle coste che, dato l’imponente blocco navale, non avevano alcun senso. Tutte le abitazioni dell’isola, a scanso di sorprese, furono rese inespugnabili da parte di eventuali attacchi delle entità mediante il lavoro volontario degli ospiti inoccupati. Ci furono anche degli spettacolini improvvisati nelle rare sale cinematografiche dell’isola e alcune vere e proprie rappresentazioni teatrali di piazza, che si sarebbero potute definire dignitose. Si organizzarono campi di lavoro agricolo che sembravano presi direttamente dal format di un reality show. Gli istituti scolastici presenti sull’isola furono adeguati alla nuova situazione e si posarono sin da subito le basi per assicurare il corretto svolgimento delle lezioni per le scuole dell’obbligo per l’anno scolastico 2013/2014. Infatti, malgrado l’apocalisse in corso, la vita continuava agli stessi ritmi e dal giorno della dichiarazione dello Stato di Emergenza si registrarono ben sessantacinque nascite, di cui una ventina battezzate personalmente dal Papa nella cappella di Villa Bonaparte. Carabinieri ciclisti garantivano la sicurezza e a parte loro, non vi era l’inquietante presenza di truppe in assetto da combattimento sull’isola. Insomma, la parola d’ordine all’Elba era normalità. Tutto questo venne meno il giorno stesso in cui, in pompa magna, il Governo annunciò il ripristino della rete Internet sui territori raggiunti dal servizio scatenando Fantoni con quell’insulso verbale. Fantoni mise tutti di fronte alle loro responsabilità di sopravvissuti. Ma a cinque giorni dalla confessione e dall’insostenibile carico di angoscia che ne era il suo portato, accadde qualcosa di così banale che nemmeno agli psicologi

venne in mente di considerare. Dopo un primo momento di comprensibile sdegno, soprattutto da parte della componente femminile della popolazione, e l’inevitabile senso di colpa che portò addirittura a una contenuta ondata di suicidi, una decina in tutto, ci fu una sorta di elaborazione del lutto, immediata quanto inaspettata. E subentrò il sollievo. Il sollievo di essere lì a leggere, a stupirsi, a indignarsi e infine a compiacersi di averla fatta franca. Un sollievo che senza la confessione di Fantoni era stato fin lì nascosto o malcelato. E adesso invece, veniva finalmente ostentato senza più alcun pudore. Una catarsi collettiva. Non appena le autorità dell’isola si resero conto di tutto ciò, si affrettarono a rivedere la posizione del dottor Sergio Fantoni, il salvatore della Patria. La sua riabilitazione sarebbe partita dalla scarcerazione immediata per giungere all’assoluzione con formula piena perché il fatto non sussiste. Quale fosse il fatto, poi, lo stesso Fantoni stentava a capirlo, nemmeno al termine di cinque giorni di attenta riflessione su quanto riportato dall’avviso di garanzia. In realtà non si poteva certo rischiare di perdere una risorsa preziosa per l’isola, per la Nuova Repubblica Italiana e, in ultima analisi, per il mondo intero. Poco mancò che non fu dichiarato patrimonio dell’umanità e tutto questo solo perché si stava già parlando delle prime libere elezioni della nuova era. Tutti volevano rendere disponibile colui che sembrava il candidato ideale alla carica già predisposta con una rapida modifica costituzionale: quella di Duce della Nuova Italia e quindi, Cesare del mondo intero, o di quel che ne restava. L’Italia non era più una Democrazia. In pratica, niente di nuovo sul fronte occidentale.

****

N.d.A. Quest’ultimo quadro chiude la mia particolare apocalisse, intesa come rivelazione. E anche la personale discesa agli inferi del protagonista, quel dottor Fantoni che credendo di espiare le sue colpe con la confessione di un immane delitto, non ottiene il giusto castigo quanto, piuttosto, l’inusitata assoluzione. E siamo ritornati a quella eterogenesi dei fini evocata nelle prime righe di questo mio esperimento. E allora, al pari di Fantoni, non mi resta che confessare il totale fallimento come autore, che perde completamente il controllo non solo su se stesso, ma anche sul protagonista del suo racconto. Ma accanto a questa frustrante rivelazione, che lascia il tempo che trova (a chi mai potrebbero interessare i sentimenti di un autore maldestro?), si staglia, attuale e incombente, una sorta di maledizione. Quella lanciata con l’ultimo rigo di questo ultimo quadro: niente di nuovo sul fronte occidentale. Questo sembra essere l’ingombrante lascito dell’analisi di psicologia spicciola rivelatasi quasi per caso nell’ultimo quadro di un’apocalisse… Una sorta di condanna. Con l’ennesima modifica della Carta Costituzionale e la creazione della carica di Duce, in Caput Mundi si è completato quel percorso di, mi si passi il termine, sputtanamento istituzionale che ha portato uno stato sovrano e democratico a ripiegare sul più bieco totalitarismo. Guardandomi indietro sono costretto ad ammettere che in fondo non era necessario tutto questo dispendio di fantasia. È già accaduto. È Storia. E se ad Occidente niente di nuovo… dove rivolgere le nostre speranze di cittadini probi e fiduciosi? A Oriente?

Poveri noi.

CRONOLOGIA DI UN’APOCALISSE

21

dicembre 2012

 

Dimissioni del Presidente del Consiglio. Il Governo rimarrà comunque in carica per gli affari correnti fino all'insediamento delle nuove Camere e la nascita del nuovo Governo.

26

febbraio 2013

 

Il Ministero dell’interno comunica i risultati definitivi delle elezioni politiche.

19

marzo 2013

 

Primo incontro tra il Dottor Fantoni e il deputato del Movimento Cinque Stelle (l’Apocalittico).

15

aprile 2013

 

Stesura definitiva del piano Pandora.

 

16

aprile 2013

 

Presentazione del piano Pandora al Consiglio dei Ministri.

 

17

aprile 2013

 

Presentazione

del

piano

Pandora

al

Presidente

della

Repubblica.

19

aprile 2013

 

Convocazione

straordinaria