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it MARZO / 2006

Comunicare Elena Ugolini. L’idea di questo incontro è nata dopo l’Assemblea


Responsabili di La Thuile: siamo rimasti tutti colpiti dalla proposta
che ci hai fatto e dall’idea che lo scopo dell’educazione sia aiutarci a
un’esperienza scoprire “Qualcosa” dentro tutte le cose, aiutarci a scoprire il cuore
di tutto. Sono qui presenti le persone del Centro del Cle, che seguo-
no Gs in tutta Italia, e quelle che seguono l’esperienza del Graal, per-
La questione decisiva dell’educazione sone che danno la vita per i propri studenti. Il tema del dialogo è
come ognuno di noi può essere aiutato a vivere il compito che abbia-
mo e a fare quel percorso che tu ci indicavi: «Questa è l’educazione!
Gesù è venuto al mondo, si è fatto uomo, ci ha attirati a sé, non per
tenerci legati a sé, ma per aprirci, per trascinarci al Padre, (…) perché
Lui potesse condurci al Padre, al punto di fuga che ci fa respirare in
qualsiasi situazione»1. Molti hanno domande: non abbiamo prepara-
Appunti da una conversazione di don Julián Carrón to niente, dovremmo esserci preparati tutti.
con un gruppo di insegnanti di Comunione e Liberazione
Julián Carrón. La cosa si prospetta interessante, soprattutto se que-
sto momento non è “preparato” nel senso che non è precostituito.

Milano, 29 gennaio 2006 Intervento. Insegno in una classe dello Scientifico a Prato. Ho ini-
ziato l’anno molto colpita da questo testo: Qualcosa dentro qualcosa.
Mi sembra però - io insegno italiano e latino - che aiutare i ragazzi
alla scoperta di questo «Qualcosa» non sia semplicemente un parti-
re dai testi insegnando la letteratura o insegnando il latino: occorre
un’immedesimazione di me con i testi e con quello che insegno.
Questo riecheggia quello che diceva don Giussani nel testo di Natale:
«La missione è (...) l’immedesimazione con gli altri di questa imme-
desimazione con Cristo (...) che sono io»2. Questo mi ha rimesso in
© Società Cooperativa Editoriale Nuovo Mondo moto, anche se permane il sentimento che tale immedesimazione sia
Via Porpora, 127 - 20131 Milano. in fondo impossibile, perché quello che io penso sta sempre nel
Tracce-Litterae Communionis
Direttore responsabile: Alberto Savorana mezzo. Nella mia scuola, dove insegno da sette anni e ho una stessa
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classe da cinque, sono anche un punto di riferimento per tanti aspet- Scrittura. Non si rendeva conto che quando leggeva la Scrittura, la

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ti, ma ho sempre come una grande ferita, perché mi sembra che vi leggeva egli stesso nel solco e nel contesto della tradizione, poiché
sia una impossibilità di immedesimazione con l’altro - come se tutto accettava per esempio i grandi Concili del quarto secolo: Nicea,
quello che penso restasse comunque nel mezzo - e di immedesima- Calcedonia, ecc. Ora, quando dalla Riforma si passa all’Illuminismo,
zione con Cristo. quel sola scriptura diventa sola ratio. Siamo, infatti, nel clima del
razionalismo, la ragione diventa misura, e tutti cercano di avvicinar-
Carrón. Ti ringrazio, perché questa è una questione assolutamen- si alla Scrittura con questo nuovo criterio: la ragione come misura.
te decisiva. Non so se capite ciò che è in gioco. Lei si rende conto «Non abbiamo bisogno di niente, abbiamo un solo ultimo criterio: la
che, in fondo, quello che può trasmettere ai ragazzi - ed è già molto ragione». Solo un metodo nato da «questa» ragione è allora ritenuto
- è la sua immedesimazione con i testi. Noi, cioè, possiamo trasmet- abbastanza scientifico per cogliere veramente quello che è successo
tere solo la nostra esperienza, quella vibrazione ineffabile e totale all’origine dell’avvenimento cristiano, senza l’influsso della tradizio-
davanti alle cose, alle persone o ai testi, che viviamo. Ma proprio ne - poiché la tradizione è stata fatta dai cristiani, che in fondo hanno
questo le sembra impossibile, perché, lo ha detto molto bene, quello trasmesso quello che avevano in testa -. Se l’unica autorità ricono-
che pensa resta sempre nel mezzo: è come se, a un certo punto, uno sciuta diventa la ragione, una ragione come misura, si può accettare
si rendesse conto che tra l’io e il testo (come tra l’io e l’altro) c’è di solo quello che proviene da un metodo impostato secondo questo
mezzo un muro che impedisce che il testo (o l’altro) lo colpisca. concetto di ragione. Così, con tutti i metodi letterari, filologici,
Perché accade questo? Perché noi non siamo un io astratto, siamo archeologici, ecc., si è cercato di controllare l’influsso della tradizio-
un io storico, che ha tutto un insieme di preconcetti. Perciò uno si ne e di arrivare veramente al testo. Appaiono storicamente a questo
domanda: «Ma questo che ho davanti, per esempio questo testo, mi punto tutti coloro che cercano di scrivere la vita di Gesù secondo
tocca veramente?». Il problema mi riguardava da vicino quando tale nuovo concetto di ragione e il metodo storico-critico conse-
facevo il professore di Sacra Scrittura, un testo - ne converrete - guente. Siamo così a Schweitzer - citato nella Scuola di comunità -,
piuttosto importante, così che ho dovuto pensarci a fondo. Tutto il che fa il resoconto di tutta questa ricerca. Quello che da essa viene
cammino della modernità rispetto alla Sacra Scrittura è stato carat- fuori è tuttavia che ognuno, con lo stesso metodo, che doveva esse-
terizzato da questo problema, soprattutto a partire dalla sfida prote- re il metodo «scientifico» e «obiettivo», arriva a una immagine
stante. Faccio un riassunto breve, perché mi interessa aiutare a capi- diversa di Gesù. Il tentativo di evitare il soggettivismo e di arrivare a
re il problema così come tocca tutti e del quale la maggioranza forse un risultato oggettivo è fatto fuori dalla stessa ricerca, senza alcuna
non si rende neanche conto. La Chiesa ha sempre detto che occor- interferenza di Roma, del Sant’Uffizio: la stessa ricerca deve arren-
reva avvicinarsi alla Scrittura nel contesto della tradizione. A un dersi all’evidenza che non è in grado di arrivare a un’immagine di
certo momento, appare un novum assoluto: «sola scriptura», cioè Gesù assolutamente scientifica e oggettiva. Ognuno, con lo stesso
Lutero afferma che l’unica possibilità di avvicinarsi alla Scrittura, alla metodo, arriva a conclusioni diverse. Questo vuol dire che, quello
Bibbia, è il puro testo, perché la tradizione non può trasmettere la che si voleva controllare, di fatto non è possibile controllarlo, perché
sua verità; essendo peccatori, non possiamo, non riusciamo a tra- c’è sempre il soggetto che usa il metodo e in fondo è soltanto questa
smetterla. Dove è rimasta la bellezza dell’origine, la freschezza del- disposizione del soggetto a determinare il metodo. È il problema del-
l’origine? Solo nella Scrittura, perché, per ispirazione dello Spirito l’ermeneutica moderna, come sapete meglio di me. L’ermeneutica è
Santo, agli autori sacri è stato dato di trasmettere nel testo quello che il riconoscimento dell’importanza del soggetto nel rapportarsi al
Gesù aveva vissuto e testimoniato. Tutto il tentativo della moderni- testo: non posso prescindere dal soggetto nel rapporto col testo, la
tà si gioca qui. Inizialmente Lutero pensava che bastasse questo, sola presenza del soggetto è ineliminabile. Ecco allora la domanda posta
scriptura, la claritas scripturae, per consentire a ognuno, al singolo, da lei all’inizio: se io non la posso eliminare - perché appartengo a
di entrare in rapporto immediato e diretto con la bellezza della una tradizione, perché il soggetto che usa il metodo appartiene a una
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tradizione, così che ha tutto un insieme di cose che determinano il ché leggo il testo, ma perché c’è un avvenimento presente che mi

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suo modo di rapportarsi al testo -, quando leggo la Scrittura, leggo consente di fare quell’esperienza, che mi permette di entrare nel
solo qualcosa che ho già dentro di me? Posso attraversare il muro di significato del testo e comprenderlo. L’unica possibilità è avere col
questi preconcetti o, quando leggo, ritrovo soltanto quello che ho testo quella sintonia umana che me lo fa capire, altrimenti lo riduco,
dentro? È il problema di quella impossibilità di cui lei ha parlato. come succede la maggior parte delle volte, alla mia misura, ai miei
Quando leggiamo la Scrittura alla mattina o quando facciamo silen- pregiudizi, a quello che ho in testa. La questione decisiva dell’educa-
zio, ascoltiamo qualcosa di più di quello che abbiamo dentro o in zione è allora partecipare ad un luogo assolutamente vivo, dove ciò
fondo ascoltiamo noi stessi? Oggi assistiamo spesso alle conseguen- di cui parliamo accade; altrimenti potete fare tutti gli sforzi che vole-
ze grossolane di questo problema, quando non è adeguatamente te, ma trasmetterete solo quello che avete in testa. Mi sono dilunga-
colto e affrontato. Quante volte in Chiesa viene letto il racconto del to un po’, ma è importantissimo capire questo: la maggioranza non
Natale, la nascita di Gesù, un evento storico, e sentiamo parlare un si rende nemmeno conto del problema e quindi del bisogno che ha
minuto dell’evento e venti minuti della solidarietà o della povertà? di partecipare ad un luogo dove quello che diciamo riaccade in con-
Perché? Perché il cristianesimo è stato ridotto a etica. Il testo in real- tinuazione.
tà diviene pretesto per dire quello che uno ha dentro. Quello che è
successo, di cui il testo rende conto, è in realtà l’occasione per parla- Intervento. Insegno in una scuola superiore statale, che, negli ulti-
re di un’altra cosa. In fondo, il testo è come se fosse impossibile rag- mi anni, è stata travolta dai vari tentativi di riforma. All’inizio siamo
giungerlo; è come se fosse impossibile lasciarsi colpire da esso; si diventati scuola pilota della riforma Berlinguer e abbiamo cambiato
dice quello che si ha già in testa. Potrei aver letto il testo del Natale tutto; poi, dall’anno scorso, siamo diventati scuola pilota della rifor-
o un testo indù, o il giornale, alla fine è lo stesso, perché in fondo ma Moratti; adesso, preparandoci a quello che alcuni suppongono
dico quello che avevo già in mente. Ma, se è impossibile entrare in sarà il nuovo governo, stiamo togliendo tutti i riferimenti a «la rifor-
rapporto col testo, è tutto inutile. Ratzinger, in un articolo famoso, ma Moratti», per essere pronti a quello che accadrà. Tutte queste
poneva la questione: alla fine, quando noi ascoltiamo la Scrittura, trasformazioni sono state spesso subite dai miei colleghi, per cui c’è
ascoltiamo qualcosa al di fuori di noi stessi? Questo è il grave proble- un clima di scetticismo: anche l’impeto dei miei colleghi di sinistra,
ma, che ci rimanda alla vera questione: siccome io ho influsso sul che avevano fatto propria la riforma Berlinguer, quando è caduto il
testo, la reale questione è chi ha influsso sul mio soggetto in modo governo e hanno visto la sconfitta politica, si è trasformato in un
tale da aprirlo al testo. E qui ci viene incontro di nuovo il problema totale disimpegno. L’idea è: non vale la pena impegnarsi. Un mio col-
della tradizione. Senza un avvenimento presente che apra la ragione, lega dice sempre che solo io penso che quella sia una scuola, mentre
che faccia un buco nel muro e apra la ragione in modo tale da farla in realtà è un parco giochi per adolescenti apatici, per cui non vale la
entrare nell’evento di cui parla il testo, non capiamo. È vero quello pena fare qualcosa. Questa è la situazione in cui vivo e di cui mi sono
che veniva accusato prima: è impossibile immedesimarsi col testo, se tante volte lamentata. I miei amici mi hanno sempre detto: «Stai lì»,
uno non partecipa all’avvenimento presente che gli consente di fare e io mi domandavo che cosa ci stavo a fare, per fare che cosa. Per di
l’esperienza che poi ritrova nel testo. Dal punto di vista dell’educa- più sono capitata a insegnare italiano in un liceo della comunicazio-
zione, questo è decisivo: o noi partecipiamo a un evento presente ne e del marketing, non sapendo nemmeno che cosa vogliano dire
che continuamente, permanentemente, ci apre e riapre ogni volta di queste parole. Mi sono trovata spiazzata: «Ma che cosa sono qui a
nuovo - un evento che riguarda la totalità dell’io, in modo da poter fare? Non so neppure che cos’è una strategia di marketing, tutta la
trasmettere all’altro quella commozione ineffabile e totale che vivia- scuola è piegata solo sulla questione economica e io non c’entro
mo -, o non c’è niente da fare, trasmettiamo soltanto noi stessi e i niente». Invece, proprio questo non c’entrarci niente mi ha fatto
nostri pregiudizi. Solo partecipando all’esperienza umana di cui capire che il problema fondamentale era: chi sono io. Chi sono io
parla il testo, io posso trasmetterla. La trasmetto, non soltanto per- dentro queste materie così nuove e così strane che mi hanno costret-
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ta a un cambiamento? Ho cominciato a prendere sul serio quello che che vediamo in giro oppure no. Il tema della lotta è la verifica della

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avevo davanti, ho chiesto a chi ne sapeva più di me, ho chiesto agli fede, cioè se c’è qualcosa, oggi, nel reale, che ci consente di ripartire
amici, ho cercato di andare al fondo di quello che veramente avevo in continuazione, qualsiasi sia la circostanza, oppure se le circostan-
di fronte. Sono diventata quasi una esperta di marketing, comunque ze sono più potenti di Cristo, se l’impossibilità di cui si parlava prima
ho cominciato a fare cose per le quali provavo un gusto, e ho trasci- è più potente della potenza di Cristo che ci riapre. La sfida non è rap-
nato anche colleghi e studenti, facendo progetti interessanti, almeno presentata soltanto dalla scuola, che è un particolare della vita; per
come prospettiva. Che cosa ho capito? Che parlando di marketing un altro sarà il lavoro o la malattia: è lì dove noi facciamo veramen-
non si poteva non parlare di educazione e che prendere sul serio quel te la verifica di chi è Cristo. Questo, in ogni circostanza, ha il suo
pezzo di realtà, che mi era così estranea, mi ha suscitato la doman- percorso e nessuno lo può saltare: soltanto se uno lo accetta, vede
da: «Perché?», «Chi sono io?», «Perché insegno?». La conseguenza è quello che hai visto tu, e può guardare ai ragazzi che ha davanti con
stata che un gruppetto di miei colleghi ha cominciato a leggere con una speranza negli occhi. Ma deve essere una speranza che è in te. Se
me Il rischio educativo. Prendere sul serio la riforma vuol dire que- non è in te, poverini! Alla fine io auguro agli studenti di incontrare
sto? delle persone che vivono una speranza, perché il problema dei ragaz-
zi è il problema nostro.
Carrón. Prendere sul serio la riforma è prendere sul serio il tuo io
nella scuola, altrimenti la scuola diventa la tua tomba, con Intervento. Sono di Pesaro e insegno in una scuola superiore sta-
Berlinguer o senza. Alla fine, di quello che hai raccontato, qual è tale. Chiedo: come aiutare i ragazzi ad arrivare sino al giudizio, senza
stato il punto decisivo? La tenacia di rimanere, per quello che vivevi fermarsi al fare? Faccio un esempio. Subito dopo il gesto del Banco
con noi nel movimento. Ma la decisione nessuno ce la risparmia, Alimentare abbiamo fatto una Scuola di comunità. Pur essendo i
come non è stata risparmiata a te: hai dovuto fare i conti con quella ragazzi tutti molto contenti di averlo fatto, c’era una evidente diffi-
situazione. Uno può dire: «Non c’è niente da fare, ho tutte le ragio- coltà a dare le ragioni di quel gesto e a dire perché erano contenti di
ni per andarmene». Puoi sentirti giustificata nel tuo disimpegno per averlo fatto. D’altro canto, siccome io non avevo potuto farlo, ho
mille ragioni, anche decidendo una cosa assolutamente irragionevo- capito che non averlo fatto non mi mancava, non era un di meno per
le (perché tu sei chiamata lì). La questione è se quella circostanza me, perché in quel momento io stavo giudicando il gesto, e ho capi-
della tua vita diventa l’occasione per andare fino al fondo di te stes- to che la cosa importante non era fare materialmente il gesto, ma
sa, del reale. Soltanto quando uno si apre a questo, comincia a muo- giudicarlo. Percepisco questo giudicare molto vicino alla parola edu-
versi, la sua ragione comincia a muoversi in un modo assolutamen- care, proprio perché aiutare un ragazzo ad arrivare fino a dire Cristo,
te diverso. Uno comincia a chiedere a chiunque e a scoprire delle che è l’unico nome che rende ragione di tutti fattori della realtà (alla
cose che diventano interessanti. Chi non accetta questa sfida del fine, anche l’esperienza del Banco Alimentare ci ha aiutato ad arri-
reale è sconfitto. Non mi interessa adesso l’aspetto morale, mi inte- vare fino a quel nome), significa aiutarlo a giudicare. Ti chiedo un
ressa che di fatto uno può essere in una circostanza senza nessuna aiuto su questo. L’altra osservazione riguarda l’organizzazione. Nel
apertura a verificare qual è la vittoria di Cristo che passa attraverso testo Qualcosa dentro qualcosa si dice che l’avvenimento non è una
il suo sì, che lo impegna lì dov’è. Starci non è per niente automatico, organizzazione. Allora l’organizzazione non è necessaria?
a noi non viene risparmiata la libertà di accettare e di decidere.
Occorre fare tutto il percorso nei particolari fino ad arrivare lì, e Carrón. Il giudizio è il tentativo di paragone di tutto quanto vivia-
allora uno vede che tutto nella scuola dipende dal fatto che ci siano mo con il cuore: aiutare a far emergere, in quel fare, il perché sono
dei professori che non si arrendono, pur con mille giustificazioni, di stati contenti è già un inizio di giudizio. Poi, pian piano, se siamo
fronte a quello che si trovano davanti. Questa è la sfida, per noi e per attenti, li accompagniamo, come hai detto, e uno arriva fino a dire il
gli altri. La questione, in fondo, è se vince anche in noi lo scetticismo Suo nome. La questione è che il Suo nome devono vederlo all’inter-
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no dell’esperienza che hanno fatto, non come aggiunta. Altrimenti è che mancava era il fatto che io, in fondo, non credevo che Cristo

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un dualismo. Come possiamo aiutarli? Li aiutiamo solo se non con- fosse veramente presente. Ero tutta tesa a che i particolari andasse-
sentiamo loro che possano raccontare qualcosa che è accaduto senza ro bene, ma a quella cosa non mi arrendevo; e non arrendendomi,
arrivare al giudizio. Tante volte i ragazzi raccontano e basta, cioè c’era quasi una conseguenza immediata, cioè che i ragazzi dovevo
restano alla prima parte di quello che chiamiamo esperienza: hanno convincerli, come dovessi spiegare loro un pensiero, e non invece
fatto la prova. Ma se non arrivano al giudizio non imparano. Il introdurli a un fatto che sorprendeva anche me. In questo i ragazzi
nostro tentativo è teso a far sì che arrivare al giudizio diventi per loro mi superavano da tutte le parti. Quando mi sono accorta di ciò,
sempre più familiare. Occorre un adulto che costantemente spinga tutta la mia vita è cambiata, anche dopo il rientro a Roma. La real-
in quella direzione. Secondo: l’organizzazione di per sé non si con- tà è tornata ad essere drammatica, mentre prima era liscia, senza
trappone all’avvenimento, perché in un certo modo tutto quanto appigli. Sembra una banalità, però mi sono accorta che, alla fin fine,
viviamo ha più o meno un ordine. La questione è come uno vive sino ad allora non ci credevo fino in fondo: la faccia degli alunni è
all’interno di questa organizzazione. La scuola è una organizzazione: drammatica perché Cristo è veramente presente. Volevo sapere se
la questione è come uno è vivo dentro l’organizzazione, se cioè lui questa scoperta, che sembra scontata, perché ce lo diciamo sempre,
per primo sta sperimentando un avvenimento in atto, che è quello è quello che tu intendi quando dici che don Giussani vince il duali-
che gli consente di vivere lì ed è in grado di coinvolgere gli altri, smo e che, se non si parte da questo contraccolpo, la sua eredità è
oppure no. Senza questo, vince l’organizzazione a scapito dell’avve- un sentimento.
nimento.
Carrón. Si può vivere una giornata e vincere il dualismo, se non si
Intervento. Lei prima aveva detto che non le era mancato il fare fa fuori quella tristezza, in nome di una organizzazione che magari è
perché era importante il giudizio. Noi diciamo che bisogna fare per stata perfetta, se non si fa fuori l’io. Questo è ciò che ti ha consenti-
capire… to quella nota stonata, la tristezza in una giornata così, ed è stato il
punto di partenza, nella tua esperienza, per fare un passo, per speri-
Carrón. Immagino che non cercasse una giustificazione per il non- mentare la vittoria sul dualismo. Il dualismo è stato vinto grazie al
fare; immagino che fosse stata impossibilitata a partecipare. In que- fatto che tu non hai potuto evitare di ammettere che quanto avevi
sto senso, non possiamo giustificare il non-fare, perché evidente- vissuto non faceva fuori la tristezza: questo introduce una dinamica
mente se uno non partecipa al fare, che è la possibilità di avere noi che, se uno è leale, arriva fino a dove sei arrivata tu. Lo dico sempre,
stessi esperienza delle cose, è difficile accompagnare i ragazzi. Una per me è stato decisivo fare i conti con il reale, con tutto quanto
tantum va bene, ma se i ragazzi vedono che noi guardiamo i tori dal accade, anche con ciò che mancava, perché questa è la possibilità di
sedere, seduti sulla sedia, capite che non è il massimo. un passo in avanti. Il problema non è non sbagliare, ma la lealtà con
quello che viene fuori dall’esperienza, non far fuori quello che emer-
Intervento. Vengo da Roma. Vorrei raccontare una cosa che mi è ge con chiarezza nella esperienza. Il vero lavoro è il lavoro dentro il
capitata di recente. Durante le vacanze invernali di Gs c’è stata una lavoro, è il lavoro che noi facciamo con noi stessi dentro quello che
giornata perfetta. Mattina bellissima, pomeriggio bellissimo, serata, facciamo. Allora, continueremo con tutte le difficoltà che abbiamo
la più bella sicuramente in dieci anni. Eppure la sera sono andata a adesso, ma ogni volta saremo più entusiasti di quello che facciamo,
letto con una profonda tristezza, quasi uno sgomento. Sentivo che pur con tutti i guai del percorso, perché vedremo la vittoria sul dua-
c’era una nota stonata e non riuscivo a capire che cosa fosse, perché lismo nel reale. Ogni volta comprenderemo di più, saremo più in
mai veramente avevamo passato una giornata più bella e i ragazzi grado di stare con tutto noi stessi nelle circostanze. Questo è quello
erano tutti contentissimi. Dal dialogo tra di noi insegnanti e da che ti consente di fare un cammino ed è quello che in fondo tu
alcune cose che mi sono riletta quella notte, ho capito che la cosa comunichi ai tuoi studenti.
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Intervento. Vengo da Pesaro. Volevo dire che, stando con i ragaz- che questa questione implica, come mi sembra dire Il rischio educa-

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zi di Gs, mi colpisce il rischio che lo stare tanto tempo insieme tivo, un “trapassare” l’accento con cui uno percepisce le cose per fare
diventi un valore di per sé, cioè che il motivo della loro unità a loro emergere la realtà, quindi la verità, perché soltanto l’emergere della
non interessi; come se, nell’esempio del mazzo di fiori che tu hai realtà può risvegliare l’io come oggettiva curiosità del vero. Mi sono
riproposto, uno dicesse che il mazzo di fiori è molto bello, ma non si sentita improvvisamente richiamata a questo perché, dopo tanti
chiedesse mai chi lo ha mandato. D’altro canto, con alcuni amici anni che avevo la responsabilità ultima di Gs, mi sono trovata affian-
adulti accade il contrario: il tema dell’unità è molto chiaro teorica- cata da un’altra persona e mi sono accorta del fatto che, pur anima-
mente, ossia la presenza di Gesù è affermata, però nello stare insie- ti da intenzioni buone, noi rischiamo di tenere tutto talmente in
me certe questioni scottanti o molto personali non vengono toccate, mano da scivolare in una impostura che si traduce poi in atteggia-
è come se i nodi più personali fossero fuori dal rapporto e, se uno menti, formule, modalità. Per fortuna che Dio nella sua misericordia
tenta di metterli a tema, c’è un immediato ritrarsi. Devo dire che di continua ad essere Dio. La questione che volevo porre riguarda que-
fronte a questo, io certe volte ho scelto di non insistere: quando ho sto “trapassare” l’accento: perché è anche evidente il fatto che uno
visto che le persone si sono tirate indietro davanti a questioni deci- non può vivere pienamente se è in una sospensione o in un dubbio
sive, mi sono tirata indietro anch’io. Siccome sto parlando di perso- su di sé. Mi ha sempre colpito e sorpreso il fatto che don Giussani si
ne di cui sono amica, la cosa non mi lascia tranquilla, perché mi sem- sia donato a noi, abbia riversato tutta la sua vita nella nostra, fino alla
bra che il mio stare in certi rapporti sia inadeguato. Volevo un aiuto. sensibilità particolare che lo ha caratterizzato, senza renderci schia-
vi di questa sua percezione. Mi sono resa conto che, se noi non gio-
Carrón. Tu puoi tirarti indietro quanto vuoi, ma non puoi tirarti chiamo la coscienza che ci è stata data e che non è nostra, lì dove Dio
indietro da te stessa. Tu devi decidere su di te. Se gli altri si buttano ci chiama, è allora che rendiamo gli altri e noi stessi schiavi della
dal ponte, tu cosa fai, gli vai dietro? Devi decidere su questo. Non nostra provvisoria percezione della realtà, della nostra misura, men-
vuol dire che tu cerchi di imporre niente a nessuno, nemmeno però tre invece trapassare l’accento vuol dire giocare la coscienza di un
che gli altri ti impongano il silenzio su certe cose, o impediscano che altro dentro le cose. Questo salva e potenzia il nostro io, altrimenti
tu viva certe cose. Se gli altri non si decidono, non puoi lasciare pas- ci si inaridisce, si perde il gusto della verità, della alterità anche pro-
sare il tempo, perdere il tempo della vita; devi decidere adesso, nel pria. Giocare il nostro io secondo la coscienza di don Giussani è
presente, nel reale, sul tuo rapporto con il Mistero. Io do agli altri l’unica possibilità che il nostro io diventi cammino per altri.
tutto il tempo di cui hanno bisogno, ma intanto vado avanti: «Se
volete venire, venite, altrimenti arrangiatevi», nel senso che la moda- Carrón. L’unica questione, se ho capito bene, è come arrivare a
lità con cui io posso aiutarli è vivere davanti a loro. Le posizioni di sapere qual è la coscienza di don Giussani in modo tale che non sia
cui hai parlato, una che riduce e una che dice Gesù, ma in fondo lo ideologico questo “trapassare”. Tu puoi soltanto “trapassare” questo
fa fuori, sono bruciate soltanto esponendo se stessi, essendo se stes- accento partecipando a un luogo dove puoi fare esperienza di quello
si, non tirandosi indietro. La questione è una esperienza di libertà nel di cui faceva esperienza don Giussani, in modo tale che non trasmet-
reale, al di là di quanto possono dire gli altri; una esperienza che, ti solo concetti di don Giussani, ma quella commozione che don
come vedete, è un bene molto scarso. Giussani ha vissuto. Benedetto XVI, nella enciclica, dice ad un certo
momento una cosa molto bella (è proprio quello che noi abbiamo
Intervento. Insegno in un istituto professionale statale. Mi accor- imparato da don Giussani): «La vera novità del Nuovo Testamento
go che, più si va avanti nel cammino, più la questione educativa si fa non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne
vertiginosa e l’aspetto del rischio rilevante. Anzi, viene fuori che è il e sangue ai concetti - un realismo inaudito»3. La novità «non consi-
modo con cui Dio ci converte a Lui, alla Sua presenza come Mistero, ste in nozioni astratte, ma nell’agire imprevedibile e in certo senso
e non come piano nostro. Un aspetto che ultimamente mi provoca è inaudito di Dio. Questo agire di Dio acquista ora la sua forma dram-
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matica nel fatto che, in Gesù Cristo, Dio stesso insegue la “pecorella coscienza di questa identità tra me e Te, di Te con me, meglio, all’in-

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smarrita”, l’umanità sofferente e perduta»4. La questione è proprio terno della coscienza di questo avvenimento che si è insediato in me,
questa: anche tu, questa impostazione di don Giussani puoi trasmet- di questo “Tu che sei me”»9. Partecipare a quello che ci ha detto
terla non come una nozione astratta, ma partecipando alla stessa Giussani è partecipare a questo; se restano soltanto le parole, noi con
esperienza cui lui ci ha introdotto, in modo tale però che questa le parole tradiamo quello che abbiamo incontrato, perché con don
esperienza non sarebbe la stessa se tu non avessi partecipato alla sua. Giussani possiamo fare quello che i protestanti hanno fatto con la
A me viene sempre in mente quella frase che don Giussani dice in Scrittura: parole, parole, parole. Occorre partecipare a quello che
Un caffé in compagnia: «Uno sguardo che dà forma allo sguardo»5. dicono le parole, perché quello che dicono le parole è un avvenimen-
Noi ci siamo incontrati con uno sguardo: lo sguardo di Cristo che ha to che si è insediato in me. Questa è l’unica possibilità di trasmette-
dato forma allo sguardo di don Giussani. La questione è che questo re quello che ci diciamo, nella scuola e ovunque. Senza questo, prima
sguardo incontrato in don Giussani deve dare forma al nostro sguar- di tutto uno non respira nella situazione, e poi non si muove. Invece
do, in modo tale che le persone, incontrandosi con esso, incontrino questo ci consente una apertura a 360 gradi a qualsiasi mossa, degli
quello sguardo cui don Giussani ci ha introdotto. Per questo non altri o nostra, senza paura, senza preconcetti o schematismi, perché
può accadere come dicevi tu una sospensione, non c’è, non può tutto diventa occasione di verifica. Uno che vive l’esperienza di que-
esserci, altrimenti non trasmettiamo nulla. Quello che ha introdotto sto avvenimento può andare ovunque, perché tutto il buio intorno
Gesù è questo momento drammatico. «Noi non riceviamo soltanto non può far fuori la luce che ha dentro. Questa è la questione: l’edu-
in modo statico il Logos incarnato, non riceviamo il cristianesimo cazione è proprio trasmettere quello «che si è insediato in noi, que-
come un discorso, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua sto “Tu che sei me”». Altro che schiavi delle misure!
donazione»6. Nel darsi di Cristo, noi veniamo coinvolti; nel darsi di
don Giussani noi siamo stati coinvolti; non vediamo le cose dal- Intervento. Sono di Varese e insegno tecnica a Tradate. La scuola
l’esterno, ma partecipiamo all’evento che genera il nostro io, siamo è proprio lì, dove ci sono i famosi boschi. Volevo raccontare due cose
«presi». È tutto qui: noi a un certo punto siamo stati presi da qual- e fare due domande. La prima cosa che mi colpisce nella mia espe-
cosa d’altro, «presi da questa presenza, da ciò che è accaduto, la pre- rienza educativa è che il desiderio dei miei alunni è esattamente
senza di ciò che è accaduto»7. Non è una sospensione, è l’essere presi come il mio e ognuno di loro ne attende il compimento esattamen-
da qualcosa d’altro e, per essere presi, bisogna che questo qualcosa te come me. Non c’è nessuno, neppure il più svogliato, il più distrat-
sia presente, reale: nessuna attrattiva può prendermi, se non è un to, di cui non potrei dire questo. Ogni giorno ho dei riscontri.
avvenimento presente. Chi dice che questo è astratto, non ha capito, Quest’anno ho rischiato di più. Ho proposto loro di partecipare al
perché questa modalità con cui il Mistero si immedesima con il gesto del Banco Alimentare con me, e il loro giudizio è venuto fuori.
nostro niente, questa «tenerezza», dice don Giussani, «è un milione Hanno detto: «È stato bello, perché vivere il tempo con un ideale dà
di volte più acuta, più penetrante dell’abbraccio di un uomo alla sua una soddisfazione, una utilità, che non avevamo mai sperimentato».
donna». Altro che astratto, altro che sospensione, è essere coinvolti Li ho invitati a venire a Brescia a vedere la mostra di Van Gogh,
nella sua donazione, come dice il Papa. «Queste cose non si com- insieme ai miei amici della Fraternità, ed è emerso lo stupore per una
prendono ragionando, ma guardando le parole che indicano sinteti- amicizia. «Si vede che voi siete amici per sempre». È evidente che
camente l’esperienza»8. È guardando l’esperienza che comprendia- abbiamo incontrato qualcosa che è per tutti. Non si può misurare: «È
mo le parole. Ritornando alla questione dell’inizio, non è ragionan- per me, ma non è per lui; è per me, ma non è per loro». A me sem-
do, con i giochi dei miei pensieri, ma partecipando alla esperienza e bra che non ci sia sufficiente coscienza di questo. Ti chiedo: come
guardando questa esperienza, che capisco le parole: «Guardando le non perdere di vista questo orizzonte e questa responsabilità, che è
parole che indicano sinteticamente l’esperienza cui si vuole accenna- totale? La seconda cosa. Al ritorno dalle vacanze invernali abbiamo
re. (...) Bisogna guardare questa parola - tenerezza - all’interno della fatto un raggio. Gli interventi sono stati sorprendenti. Molti si
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potrebbero riassumere così: «La vacanza è stata bella e vera, perché espressione geniale: «Anche nella successiva storia della Chiesa il

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tutto quello che mi è stato proposto aveva una ragione chiara e Signore non è rimasto assente: sempre di nuovo ci viene incontro -
abbracciava tutta la giornata e tutta la realtà. Normalmente invece la attraverso uomini nei quali Egli traspare»10. Il problema è se Egli tra-
vita è frammentata, per cui c’è un tempo per la preghiera, un tempo spare attraverso noi.
per la comunità, un tempo per la vacanza, un tempo per la morosa,
magari per fare le feste e ubriacarsi e tutto ciò sembra non c’entra- Intervento. Sono un medico e insegno in un istituto professionale
re». La conseguenza della frammentazione è che uno finisce per non per odontotecnici a Napoli. Prima di fare la domanda volevo leggere
stimare la nostra esperienza come una cosa che vale per tutta la vita, la lettera che un mio ex-alunno mi ha mandato quattro giorni fa, dal
totalizzante. Anche qui, allora: come tener desta una proposta che carcere dove adesso è rinchiuso. M. viveva nei vicoli di Napoli e
sia totale, totalizzante, senza accontentarsi di avere lì dei ragazzi per conosceva solo la legge della strada. Di notte andava a dormire dai
vivere magari certi momenti insieme? nonni, non ha mai conosciuto il padre e la madre lo ha abbandona-
to all’età di tre anni. Quando ha quindici anni, mentre frequenta il
Carrón. Due risposte brevissime. È vero che noi non siamo primo anno di un istituto professionale di Napoli, dove l’anno prima
coscienti, e questo è parte del lavoro che dobbiamo fare: tutti noi ci era stato bocciato, viene arrestato come complice di uno zio in una
siamo imbattuti nell’annuncio cristiano, in quella tenerezza del rapina. Viene posto agli arresti domiciliari con la possibilità di fre-
Mistero che fa dire alla Madonna, commossa, che Dio ha guardato il quentare la scuola. Il giudice minorile parla con il preside della scuo-
niente della sua serva e a don Giussani, duemila anni dopo, che la la per individuare un luogo educativo per il ragazzo. Il preside, che
tenerezza del Mistero è mille volte più potente dell’abbraccio del- non conosce l’esperienza del movimento, riferisce per sentito dire
l’uomo alla sua donna. Ma noi ne diveniamo coscienti solo parteci- che esiste, nel centro storico di Napoli, una sede frequentata da vari
pando a questo evento. Se sono parole, neanche noi siamo trascina- alunni del suo istituto e dove, pur non sapendo perché, tutti coloro
ti. Se non partecipiamo a questo evento, neanche noi possiamo ren- che frequentano questo luogo sono felici di andarci. Allora il giudi-
derci conto. Questa, amici, è la sfida. La seconda domanda è della ce mi contatta raccontandomi brevemente la storia di M. e mi chie-
stessa natura: come possiamo tenere desta una proposta che sia tota- de se posso prendermi cura di questo ragazzo, facendogli frequenta-
le? Solo se noi cerchiamo di dare una risposta totale. Come può uno re la nostra sede. Invito M. in sede per la prima volta e lui si sente
andare a Venezia insieme ai ragazzi e fare una proposta dove tutto come a casa. Da quel giorno non c’è un incontro dove M. non sia
ha un significato? Se si è preparato cercando di dare una ragione a presente. Dopo circa tre mesi che ci frequenta, ci chiede se può par-
tutto, per una consapevolezza che ha. Che questo diventi familiare tecipare agli Esercizi spirituali di Gs, ma c’è il grosso problema che
nel nostro modo di porci nel quotidiano è l’unica possibilità di fare non può allontanarsi da Napoli, essendo in libertà vigilata. Il giudice,
ai ragazzi una proposta totalizzante. Vuol dire che è in noi che deve riconoscendo gli evidenti progressi fatti dal ragazzo, lo premia
essere vinto il dualismo! Noi non decidiamo a tavolino quali sono le facendolo venire con noi a Rimini. A quegli Esercizi, tra gli ottomila
cose importanti, ma viviamo noi stessi tutto il reale cercando il signi- ragazzi, era l’unico in libertà vigilata. Dopo la chiusura della scuola,
ficato. Questa è la sfida. Non è che don Giussani si alzasse la matti- per timore che potesse di nuovo perdersi per strada, lo invito a con-
na e programmasse: il suo era un modo di porsi nel reale, non “spie- dividere con me tutta l’estate. Dopo altri quattro anni che frequenta
gava” le cose, le viveva davanti a noi. Bisogna che noi viviamo davan- Gs, riesce a prendere la maturità professionale. Si iscrive all’univer-
ti ai ragazzi le cose: questo accento passa attraverso di noi, attraver- sità e tutto sembra andare per il meglio. Invece M., in un momento
so l’umano. La novità che Cristo ha introdotto, come è arrivata a noi di difficoltà, ha di nuovo problemi con la giustizia e viene arrestato.
attraverso l’umano, così passa agli altri attraverso la nostra umanità, Questa volta, poiché è maggiorenne, viene rinchiuso in un carcere
cioè la nostra capacità di risposta a questo coinvolgersi con noi del per adulti. Da questo luogo drammatico mi scrive questa lettera:
Mistero attraverso uno che ci viene incontro. Il Papa ha un’altra «Caro Prof., chi vi scrive è il vostro ex-alunno, il quale non si è
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dimenticato di un grandissimo e stimabile amico che porta e porte- nere a una cosa così grande. Non l’ho capita fino in fondo, però sono

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rà per sempre nel suo cuore. Sono stato rinchiuso in queste quattro grato, perché è una cosa dell’altro mondo.
mura che per me in questo momento rappresentano l’inferno vero e
proprio. Sono tre mesi che sono rinchiuso in questo luogo dove tutte Carrón. Occorre guardare in continuazione un fatto così, lasciarsi
le cose sembra che non ci siano. Quello che mi dà forza è la fede, che, colpire. Come dice don Giussani: non si impara «ragionando, ma
vi giuro, non mi è mai mancata. Infatti, quando sono molto triste, guardando le parole che indicano sinteticamente l’esperienza».
per potercela fare, mi basta pensare alla nostra amicizia, ai momen- Quando diciamo che l’incontro è un punto di non ritorno, che non
ti meravigliosi trascorsi insieme a tutti i nostri amici della sede. è qualcosa di sentimentale, ma un giudizio, non raccontiamo storie.
Tutte le sere sto recitando una preghiera e non vi nascondo che su Più andiamo avanti nella vita e più vediamo che questo incontro non
queste quattro righe stanno cadendo lacrime di dolore e di gioia che si riduce, ma si rende evidente. Questa lettera dimostra qual è l’ac-
non posso veramente trattenere. Ciò che mi sostiene è la forza del cento unico della verità di Cristo: uno può fare quello che vuole, ma
cuore che tiene dentro tutte le persone care fino alla morte. Anche non se lo dimentica più. Poi c’è la lealtà con quell’evento, che resta
se in questo momento non sono libero, posso dirvi che tutto l’amo- una questione aperta. Ma la vera questione è: chi è Cristo, che una
re che mi avete trasmesso in Comunione e Liberazione sarà sempre volta che uno lo sperimenta, ne tocca il mantello, non può più
dentro di me. Ringrazio Dio che sia per me oggi possibile scrivere dimenticarselo? La questione decisiva è proprio questa: chi è Cristo?
queste cose anche se il mondo mi considera poco più di un crimina- È la speranza per lui e per tutti.
le. Ringrazio il Signore per avermi accolto nelle sue braccia e che
posso sentirmi amato attraverso dei volti precisi che con le loro pre- Intervento. Insegno in una scuola media statale. I ragazzi con cui
senze mi hanno trasmesso delle gioie eterne. Non potete immagina- ho a che fare sono piccoli, però quando faccio loro la proposta sono
re come mi mancano i bei momenti vissuti in Cl dove tutto e tutti subito colpiti e aderiscono. Dopo un po’, è come se si affievolisse
corrispondevano al mio cuore. Con questa lettera voglio affermare questa adesione. Questa esperienza pone questioni su cui vorrei
che i miei desideri belli sono tanti e non sono cambiati dentro di me, essere aiutato. La prima: mi viene da pensare che li lego a me e non
ma, anzi, questa mia detenzione ha rinforzato la mia voglia di essere a qualcosa d’altro, perché se si annoiano significa che hanno incon-
felice per poter cambiare radicalmente la mia vita. Potrei dimentica- trato qualcosa di finito e non qualcosa che corrisponde al cuore.
re tutto nella mia vita, ma ciò che non potrò mai dimenticare è, in un Evidentemente, ed è l’ordine del giorno di oggi, è un giudizio su di
incontro della sede, uno che dice: “Ama veramente chi dice all’altro me, su come io sto rispondendo a Cristo quando sono con loro. La
tu non puoi morire”». seconda questione è che, quando è così, diventano importanti le cose
La mia domanda è molto semplice: che cosa chiede tutto questo al da fare e da dire, naturalmente alzando sempre il livello, perché se
mio cuore? non è l’esperienza di Cristo che si sta facendo, allora si deve sempre
stupirli con effetti speciali e questo diventa angosciante, anche per-
Carrón. Dimmelo tu. A te che cosa chiede? Che contraccolpo hai ché il mondo ha molte più armi rispetto a noi da questo punto di
avuto da una cosa simile? Non pensare che ti risponda io. vista. La terza questione è che spesso quel fatto che accade significa
che c’è la tentazione di ridurre l’avvenimento di Cristo a uno sche-
Intervento. Penso che sia una cosa dell’altro mondo. È talmente ma. Volevo leggere in proposito un brano di “Viterbo”, che mi ha
enorme, che domando: che cosa mi chiede? colpito molto, per essere aiutato a capirlo di più. Don Giussani dice:
«Il movimento è nato da una presenza che si imponeva e portava alla
Carrón. Tu che cosa hai sentito che ti chiedeva? vita la provocazione di una promessa da seguire. Ma poi abbiamo
affidato la continuità di questo inizio ai discorsi e alle iniziative, alle
Intervento. Io ho sentito prima di tutto la gratitudine di apparte- riunioni e alle cose da fare. Non l’abbiamo affidato alla nostra vita,
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così che l’inizio ha cessato molto presto di essere verità offerta alla Note

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nostra persona ed è divenuto spunto di una associazione, di una real-
tà su cui scaricare la responsabilità del proprio lavoro e dalla quale
1
pretendere la risoluzione delle cose»11. J. Carrón, Qualcosa dentro qualcosa, supplemento a Litterae Communionis -
Tracce, n. 8, settembre 2005, p. 24.
2
L. Giussani, «Il Natale: mistero della tenerezza di Dio», Litterae
Carrón. Questo dobbiamo leggerlo tutti i giorni, perché è tutto lì. Communionis - Tracce, n. 11, dicembre 2005, p. 4.
3
Benedetto XVI, Deus caritas est, 12.
Intervento. La cosa che mi aiuta a non fermarmi a questo è l’uni- 4
Ibidem.
5
tà con le persone… Cfr. L. Giussani, Un caffè in compagnia, Rizzoli 2004, pp. 63-64.
6
Benedetto XVI, Deus…, op. cit., 13.
7
L. Giussani, «Il Natale…, op. cit. p. 4.
Carrón. L’unica cosa che non ti ferma è «cercare ogni giorno il volto 8
Ibidem.
dei santi», cioè coloro che, siano dove siano, ci risvegliano in continua- 9
Ibidem.
zione. Questa è l’unica speranza, perché attraverso coloro nei quali Egli 10
Benedetto XVI, Deus..., op. cit., 17.
11
traspare, noi partecipiamo all’avvenimento di Cristo e perciò siamo in L. Giussani, Il rischio educativo, Sei 1995, p. 63.
grado, per l’avvenimento in cui siamo coinvolti, di diventare una presen-
za e non soltanto un insieme di attività. Per questo non ci fa paura che
si affievolisca la loro adesione un istante dopo la proposta, perché sono
poveretti come noi e hanno bisogno in continuazione di una proposta
stabile. Guardate quanti sorrisi deve fare la mamma per destare il primo
sorriso del bambino! Il tu del bambino lo desta un io che ha questa capa-
cità di tenerezza. La questione è se noi, proprio per il fatto di essere coin-
volti nella tenerezza del Mistero, possiamo vivere così, coinvolti nella
vita dei ragazzi, fino a quando, per stare all’immagine, si desta il sorriso
del bambino. Questo vuol dire che noi partecipiamo alla stessa passio-
ne che ha portato Cristo a diventare carne e sangue. Noi possiamo
aspettare tutto il tempo proprio perché già adesso abbiamo tutto quel-
lo di cui abbiamo bisogno per vivere ed essere contenti; possiamo aspet-
tare certi, senza bisogno di effetti speciali: non c’è effetto più speciale di
questa presenza che mette in moto più che mai il dramma dell’io. È que-
sto che mi ha testimoniato don Giussani e che mi colpiva rileggendo
l’omelia del Papa al funerale, quando diceva che don Giussani (è quello
che anche tu dicevi adesso) «non ha cercato di legare le persone a sé, ma
a Cristo, e in questo modo ha guadagnato i cuori». Il criterio di giudizio
infatti è il cuore e noi non lo accontentiamo con gli effetti speciali; non
tratteniamo gli altri legandoli a noi stessi, ma all’Unico che corrisponde
al loro cuore, e questo non lo decidiamo noi, neanche con gli effetti spe-
ciali: è quello che il cuore riconosce come corrispondente.

(Alcuni brani sono pubblicati su Tracce-Litterae Communionis, n. 3, marzo 2006)


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