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Filippo Turati, Socialismo e massimalismo

discorso al XVI congresso del PSI,


5-7 ottobre 1919

TURATI: Il socialismo scientifico ci imparò che cotesta è pretta utopia; che il socialismo si
elabora lentamente e fatalmente nello sviluppo progressivo della stessa società borghese; che
la volontà dell’uomo e dei partiti non può che agevolare e accelerare il processo, rendendolo
cosciente; che solo quando cotesta elaborazione è compiuta in tutte le sue fasi, di cui nessuna
può essere soppressa, solo allora può intervenire utilmente l’atto di violenza liberatore, che
risolve il contrasto fra il contenuto sociale e l’involucro politico. Allora soccorre la classica
immagine di Marx, del pulcino che, quando è ben formato, rompe il guscio dell’uovo con un
colpo violento del becco; ma, se il pulcino non è formato, voi potrete rompere l’uovo, ma
farete la frittata [ilarità].
In questo senso deve intendersi l’altra frase di Marx, che viene spesso e volentieri
citata, secondo cui la violenza è stata sempre la grande levatrice dei parti della storia.
Adottiamo pure questa imagine ostetrica: essa suppone pur sempre - non occorre certo
invocare l’autorità dei tanti medici che abbiamo fra noi - che il feto sia pervenuto al nono
mese, o almeno al settimo mese. Nel secondo caso avremo un socialismo settimino e
malinghero, che tuttavia potrà essere vitale: ma, se voi fate venire la levatrice prima, questo si
chiama il procurato aborto.
[...]
La compagine sociale è un prodotto storico complicatissimo, di elementi economici,
tecnici, morali, politici. Essa evolve sotto la pressione della lotta delle classi. La borghesia
sostituì nel dominio il clero e la nobiltà, quando queste classi divennero inutili, anzi dannose,
ed essa fu matura e capace. Lo stesso avverrà del proletariato. Esso deve addestrarsi alla
gestione sociale: deve preparare l’agricoltura e l’industria del collettivismo; e tutto ciò non si
improvvisa. Il proletariato, come organizzazione e come classe cosciente e indipendente, è, si
può dire, nato ieri - sopratutto in Italia. - Esso lotta e si prepara appena da qualche decennio.
Non ha perduto il suo tempo. Ha conquistato le armi di lotta piú necessarie, la libertà di
coalizione e il suffragio universale ad esempio, e non ha ancora appreso a ben manovrarle; ha
introdotto, cogli scioperi, coi probiviri, colle leggi sociali, colle assicurazioni, cogli arbitrati,
ecc., un principio di regime costituzionale nella fabbrica, al posto dell’antico dispotismo
padronale; ha conquistato migliaia di Comuni, è penetrato largamente nei Parlamenti;
comincia appena ad influire sulla politica dell’emigrazione, sulla politica doganale, sulla
politica estera, etc. etc. Ognuna di queste conquiste gli permette di accelerare il suo passo con
progressione geometrica.
Quando esso, come il “terzo stato” dell’abate Siéyés, di nulla che era, sarà tutto, o sarà
quasi tutto, getterà in un canto la borghesia, divenuta parassitaria. Prima di quell’ora,
lanciandosi innanzi a capofitto, non potrà che rompersi la testa: lo capirebbe un bambino!
[...]
Quanti sono i borghesi che votano in Italia, che potranno votare domani? Su 22 o 23
milioni di futuri elettori ed elettrici, saranno 2 o 3 milioni. Otto o nove decimi degli elettori
sono proletariato autentico, cioè a dire operai industriali, lavoratori dei campi, lavoratori del
mare, piccoli impiegati, insomma tutti gente sfruttata, tutte classi oppresse ad un modo.
Questa è l’enorme maggioranza del suffragio universale. Ora, un dilemma s’impone: o voi
credete al suffragio universale, alla capacità e alla coscienza delle masse, già, come vantate,
mature, e allora, a dispetto di quei due o tre milioni di voti borghesi, che non possono portare
uno spostamento serio, il suffragio universale vi dà in mano la conquista dello Stato, tutte le
conquiste che vorreste raggiungere con l’insurrezione, e che l’insurrezione invece allontanerà;
o voi credete questo impossibile, perché pensate (e in ciò avete perfettamente ragione) che
manchi ancora la coscienza politica a gran parte di quelle masse, tuttora serve dei pregiudizi,
serve dei preti, serve dei padroni, ed allora come instaurerete una dittatura del proletariato
che non sia contro la grande maggioranza del proletariato? [Applausi, rumori.]

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CAROTI: Il proletariato è sempre servo di chi va al potere!
TURATI: L’amico Caroti mi fornisce una interruzione preziosissima. Egli ha detto: “La grande
maggioranza del proletariato è sempre serva di chi ha il potere”. Il che è la traduzione esatta -
fatta riserva per quel “sempre” che davvero è troppo pessimista e antiproletario ed anzi
antisocialista - di quello che io affermavo: che cioè, nella presente situazione italiana, la
dittatura del proletariato non può essere che la dittatura di alcuni uomini sopra, ed
eventualmente contro, la grande maggioranza del proletariato [rumori].
[...]
Noi consideriamo con illimitato rispetto quei tragici avvenimenti, ma constatiamo che
lo scacco toccato alla rivoluzione in Ungheria, e che probabilmente, crepi pure l’astrologo,
non risparmierà neppure la Russia, è la conseguenza prevedibile ed inevitabile della sventura
di aver voluto, o, poniamo pure, di aver dovuto, per fatalità di circostanze, forse superiore alla
volontà degli uomini, passare improvvisamente da un regime di oppressione zaristico,
tirannico, da un regime di miseria e da uno stadio economico semifeudale e medioevale, al
cosidetto bolscevismo, cioè ad un regime di preteso socialismo, alla cui effettuazione
mancano talune delle condizioni essenziali.
E questa è, secondo noi, la piú grande sventura che possa toccare ad un Partito
Socialista e ad un proletariato. Sarà stato fors’anche inevitabile, per un complesso di ragioni
storiche che avrei potuto accennarvi, se la calma dell’ambiente lo avesse concesso. Sarà stato
inevitabile, ma fu anche la tragedia e il disastro. In Ungheria voi sapete quello che è avvenuto.
Anche in Russia si ebbero dapprima importanti sebbene parziali trionfi. E un parziale ma
importante trionfo sarebbe stato avere abolito, per sempre, lo zarismo per arrivare a una
repubblica borghese, sia pure a base di piccola proprietà... [Interruzioni]. Probabilità di
trionfo completo? Nessuno di noi è tanto dotto da poter fare prognostici sicuri.
Probabilmente avremo questo triste effetto: che la miseria, il terrore, la mancanza di ogni
libero consenso (basti ricordare che in Russia non esiste libertà di stampa, il diritto di
riunione è conculcato, il lavoro è militarizzato. e i piú presi di mira dalla persecuzione
governativa sono i socialisti di tutte le scuole) e infine la pretesa irrazionale di forzare
l’evoluzione economica, tutto ciò ha portato e porterà ineluttabilmente lo scoraggiamento di
qualsiasi attività produttiva e avverrà questo paradosso: che un paese così vasto, ricco di tutte
le risorse, che ha l’enorme vantaggio di non essere tributario dell’estero, che quindi non può
essere boicottato. che ha dovizia di miniere, di cereali, di ogni ben di dio, che avrebbe potuto,
con sapiente gradualità di provvedimenti, diventare l’antesignano della nuova civiltà, per
avergli imposto una rivoluzione ad oltranza per la quale è manifestamente immaturo dovrà
varcare attraverso una infinita odissea di dolori, forse di ritorni verso il passato, e nel miglior
caso dovrà soffrire, per l’adattamento necessario al nuovo regime, decenni di patimenti e di
povertà, mentre fin d’ora è costretto a creare una immensa macchina militaristica, quale non
ha alcun altro Stato, e che è un permanente pericolo per qualunque presente o futura
democrazia!
Ma, checché sia per essere della Russia, quel che è incontestabile è che le condizioni
della Russia non le abbiamo in Italia! In Italia noi possiamo procedere per una via
radicalmente diversa, senza passare per quei dolori e per quegli orrori. Ecco perché la teoria
della violenza - se anche fosse plausibile in Russia - non si potrebbe applicare in Italia.
[...]
Quando una riforma, che segnerebbe un grande passo sulla via dell’avanzata del
proletariato, fosse sentita, voluta, magari già conquistata, e ci fosse o negata o ritolta da un
atto di violenza governativa, allora una insurrezione può essere inevitabile e fortunata, può
attrarre a sé numerose altre classi sociali, altri ceti anche non proletari, può dividere le file
dei dirigenti e dell’esercito, può insomma, in dati casi, trionfare. È sempre un grave rischio, è
sempre qualche cosa di non necessario; poiché una riforma matura, se anche non la
conquistate con la violenza oggi, la conquistereste con la forza legalitaria domani e sapreste
mantenerla assai meglio. Ma, quando invece si pretende adoperarla per miracolose
improvvisazioni socialiste, la violenza non è altro che il suicidio del proletariato, è fare
l’interesse degli avversari, è il partito, è la classe proletaria che si cambiano in setta. Questo
ha detto benissimo Lazzari, ed è perciò che aderiamo alla sua mozione se anche in alcuni
punti ci differenziamo da lui.

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Oggi non ci pigliano abbastanza sul serio: ma quando troveranno utile prenderci sul
serio, il nostro appello alla violenza sarà raccolto dai nostri nemici, cento volte meglio armati
di noi, e allora addio per un bel pezzo azione parlamentare, addio organizzazione economica,
addio Partito Socialista! La nostra azione sarà un seguito di altrettante Caporetto, la nostra
grande azione storica diventerà la farsa delle piccole cospirazioni, delle effimere settimane
rosse, delle buffe repubbliche di Castrocaro, direbbe Graziadei, é il nostro partito diverrà il
regno degli agenti provocatori, e non sapremo piú distinguere - come appunto avviene agli
anarchici - il compagno dalla spia. Parlare poi di violenza continuamente per rinviarla
sempre all’indomani, è - lo notava lo stesso Serrati - la cosa la piú assurda di questo mondo.
Ciò non serve che ad armare, a suscitare, a giustificare anzi la violenza avversaria, mille volte
piú forte della nostra. Questa è l’ultima scemenza cui un partito possa venire, ed implica una
vera rinunzia a qualsiasi rivoluzione [applausi].
Sovrattutto, questo vale per voi, che non ammettete possibilità di alcuna intesa,
neppure transitoria, colle classi avversarie, che vi atteggiate come un blocco feroce, senza
pietà e senza possibilità di compromessi. Di quali armi materiali voi disponete? Chi di voi
protestò contro il decreto che imponeva la denunzia e la consegna delle armi? Chi di voi ha
preso sul serio la rivoluzione armata di cui tanti si riempiono la bocca? Quando scoppiarono
le rivolte della fame in varie città, io non ho visto che nessuno di voi si ponesse alla testa di
quel movimento! Quando assalirono l’Avanti!, avete confessato che il Partito e le masse
operaie si guardarono bene di reagire con qualsiasi ritorsione. Protestarono con
sottoscrizioni ed ordini del giorno, protestammo noi in Parlamento, ossia nel modo piú
legalitario che si possa immaginare. E in queste condizioni ci venite a parlare di violenza
vittoriosa immediata! [Applausi]. Questo è un inganno mostruoso, è una farsa, che per altro
può tralignare in tragedia, preparando i tribunali di guerra, la reazione piú feroce, la rovina
del movimento per mezzo secolo, non solo sotto la compressione militarista, ma sotto la
ostilità di tutte quelle classi medie, quelle piccole classi, quei ceti intellettuali, quegli uomini
liberi, che si avvicinavano a noi, che vedevano nella nostra ascensione la loro propria
ascensione e la liberazione del mondo, e che noi - colla minaccia della dittatura e del sangue -
gettiamo dalla parte opposta, regaliamo ai nostri avversari, privandoci di un presidio
inestimabile di consensi, di cooperazioni, di forze morali, che in dati momenti sarebbero
decisivi a nostro favore.
Ma noi facciamo di peggio: noi allontaniamo dalla rivoluzione le stesse classi proletarie.
Perché è chiaro che, mantenendole nell’aspettazione messianica del miracolo violento, nel
quale non credete e pel quale non lavorate se non a chiacchiere, voi le svogliate dal lavoro
assiduo e penoso di conquista graduale, che è la sola rivoluzione possibile e fruttuosa. Perché
chi aspetta con cieca fede il terno al lotto, non si rimbocca le maniche e non s’industria di
prepararsi il pane quotidiano. In altri termini, voi uccidete il socialismo, voi rinunziate
all’avvenire del proletariato. Il massimalismo è il nullismo; è la corrente reazionaria del
socialismo.

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