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Com noto, con la rivoluzione avviata da Gutemberg, i libri e, pi

tardi, i libri di testo per le scuole, divennero le pi importante forma


di divulgazione della cultura e dellapprendimento scolastico. E nelle
scuole la parola scritta era e lo tuttora sostenuta
dallautorevole rinforzo della parola orale, della lectio ex cathedra.
Oggi per, con la seconda rivoluzione avviata dalla Information and
Communications Technology, rafforzata dalla ricerca e
dallinsegnamento di autori quali Steve Jobs chi non ricorda
quellaccorato discorso augurale ai laureati di Stanford del 12 giugno
2005, e quel finale: Stay Hungry! Stay Foolish! le informazioni non
viaggiano pi solo sulla carta, ma anche e soprattutto su questa
impalpabile ragnatela mondiale del web. Il che significa che le
conoscenze, una volta privilegio di pochi, oggi sono alla portata di
tutti. E non fruirne deleterio per ciascuno di noi. La societ della
conoscenza non perdona: lobbligo di istruzione diventato un
diritto/dovere e lapprendere ci accompagna e ci sostiene per tutta
la vita. Se non conosci, sei tagliato fuori dalla vita sociale e dalla
stessa attivit lavorativa. E la scuola ha oggi una responsabilit ben
pi grande rispetto anche a un non lontano passato.
Una delle questioni pi importanti che riguarda la nostra scuola, anzi
il nostro sistema nazionale di istruzione e formazione, che
questa non riesce ad essere quellascensore sociale come si suol
dire che dovrebbe garantire lo sviluppo civico e culturale
dellintera popolazione. Com noto, tutte le ricerche internazionali
anche il rapportoEducation at a Glance, edizione 2015 collocano
sempre gli esiti del nostro sistema scolastico agli ultimi posti. Tale
situazione non data dal caso ma, a mio giudizio, da due concause:
a) la prima riguarda lordinamento generale i gradi e gli ordini
che sono quelli di sempre, una sorta di spezzatino verticale e
orizzontale che non facilita quel rinnovamento strutturale finalizzato

alla certificazione di quelle competenze di cui tanto si parla, ma che


costituiscono ancora una sorta di araba fenice; b) la seconda
riguarda il metodo di insegnamento, che in larga misura ancora su
fonda sulla lezione cattedratica.
Per quanto riguarda la variabile a), la questione politica [1]; ma,
per quanto riguarda la variabile b), la questione riguarda quel
concreto comportamento insegnante, su cui esistono numerosi
studi [2], ma scarsissime applicazioni. In effetti, non solo in tutte le
nostre scuole ancora largamente dominante la lezione frontale la
cattedra, i banchi, i tempi rigidi e a tutti comuni la sostengono e la
veicolano ma attivo anche un comportamento non verbale non
controllato e non consapevole dellinsegnante, che spesso
condiziona molto di pi di quello verbale. Questa la questione pi
capziosa. E si tratta di un condizionamento di cui, invece, occorre
prendere atto e procedere per studiarlo ed eliminarne gli effetti
negativi [3].
Per tutta questa serie di ragioni, ormai da pi parti e soprattutto
anche dalle Indicazioni nazionali per il primo ciclo e per i licei e dalle
Linee guida per gli istituti tecnici e professionali emerge la
cosiddetta didattica laboratoriale. E opportuno ricordare che, con
questa espressione, non chiamato in causa il laboratorio fisico
attrezzato che, com noto, offre quegli oggetti e quei mezzi concreti
che a volte contano molto pi delle parole, ma il concreto agire
dellinsegnante, responsabile dellazione educativa. Di qui discende
la felice metafora dellinsegnante muto, o meglio dellinsegnante
che rinuncia alla spiegazione diretta non dispiega il suo sapere su
un dato oggetto/referente (la funzione referenziale di Jakobson) ma
sollecita gli alunni a ricercare, a fare e a dire; che pone problemi,
invece di offrire soluzioni (la funzione conativa di Jakobson); quindi,
dellinsegnante che scende dalla cattedra e vi fa salire gli alunni;

dellinsegnante che non sa, ma che stimola a costruire saperi


altrui attraverso la sollecitazione del fare.
Ne discende un insegnante che non spiega le guerre puniche, o il
pessimismo leopardiano o larea del rettangolo; ma un insegnante
che stimola, incuriosisce, sfida, aiuta nella ricerca, suggerisce un
metodo nella raccolta e nella selezione dei materiali e nella
composizione di un nuovo manufatto. Le guerre puniche non sono
quelle dei mille manuali di storia o delle mille informazioni trovate
sul web, ma quelle scritte da quel gruppo di alunni con cui stato
concordato il compito. E, se dovessimo rifare il pavimento della
nostra aula, quante mattonelle servirebbero alla bisogna? Prima
viene il bisogno, poi si scopre come calcolare larea del rettangolo:
e non il contrario, come da sempre avviene. La didattica
laboratoriale pone al centro lalunno, le cose e il fare: per certi versi
ci riconduce allattivismo di un tempo [4].
Di qui nascono la figura e il ruolo dellinsegnante cosiddetto
animatore, che si coniuga con quella dellinsegnante cosiddetto
programmatore. Sulla programmazione sappiamo tutto e abbiamo
scritto tonnellate di libri [5]; ma sullanimazione abbiamo scritto ben
poco[6]. Mi tornano in mente quei Saggi per la mano sinistra di
Jerome Bruner, pubblicati per la prima volta a Cambridge nel lontano
1964. Sintetizzo il volume. Il nostro cervello diviso in due emisferi:
con quello sinistro elaboriamo operazioni matematiche e il
linguaggio logico (soggetto, predicato e complementi); lemisfero
destro, invece, quello delle emozioni, dei sentimenti, delle
intuizioni, della poesia, dellarte. Si sottolinea che con il sinistro
elaboriamo operazioni a tutti comuni e condivise (due pi due fa
quattro: Leopardi ha scritto LInfinito; la prima guerra mondiale
scoppiata nel 1914, ecc: si tratta di dati oggettivi e da tutti
condivisi); con il destro elaboriamo giudizi, emozioni, intuizioni,

attese assolutamente personali (Dante fino a tutta let dei lumi


stato considerato un poeta oscuro; quel film che piaciuto a te, a
me non piaciuto affatto, ecc.). Il cervello destro agisce sulla mano
sinistra e viceversa. Quindi, con i saggi per la mano sinistra Bruner
volle sostenere che lapprendimento non solo quello logicomatematico, ma anche quello intuitivo ed emotivo. Un tema pieno di
errori (emisfero sinistro, mano destra), pu essere, comunque, ricco
di idee e di personalissime emozioni (emisfero destro, mano
sinistra). Sollecitare gli insegnanti a tenere nel debito conto le
operazioni della cosiddetta mano sinistra fu, quindi, una felice
intuizione di Bruner.
Con la didattica laboratoriale, quindi, non si spiega e non si ascolta,
ma si sollecita il fare, limparare, quellimparare della etimologia
latina, il raccogliere, il predisporre, lapprestare, riferito a cose
concrete pi che a pensieri astratti. Linsegnante, quindi, lavora pi
con la mano sinistra che con la mano destra. Lalunno diviene
protagonista del suo apprendimento attraverso il ricercare, il trovare
materiali, raccogliere appunti anche, il predisporre testi e oggetti
concreti, risolvere problemi anche con procedure originali e creative.
In concreto, potremmo dire che i ruoli routinari di sempre,
spiegazione, compito, interrogazione, voto, sono stravolti: non si
insegna e non si impara, ma si lavora insieme (il metodo
cooperativo, la peer education). Linsegnante, quindi, diviene la
guida esperta del cammino che chi apprende deve percorrere.
Mi piace concludere con quanto ci suggerisce Dario Nicoli,
dellUniversit di Brescia, quando individua sette regole per
condurre una didattica laboratoriale: 1. Non premettere le lezioni,
ma fornire compiti ragionevolmente pi alti dei livelli di partenza
degli alunni; 2. Finalizzare il lavoro a prodotti reali riferiti a
destinatari concreti che li possano apprezzare; 3. Definire un piano

di lavoro incalzante che non lasci tempi vuoti; 4. Alternare il lavoro


di gruppo al lavoro individuale; 5. Inserirsi per incoraggiare,
indirizzare e rispondere a specifiche domande; 6. Rispondere alle
richieste di sapere, fornire lezioni puntuali, ordinare e sedimentare il
materiale mobilitato per mezzo delle discipline; 7. Valutare tramite
prodotti, processi e linguaggi.
Sono indicazioni che stravolgono quanto avviene ogni giorno nelle
nostra aule: ma sono indicazioni che occorre perseguire e realizzare,
se si vuole che il frequentare la scuola non sia un pedaggio
obbligatorio da pagare a uno Stato padrone, ma una felice e
produttiva crescita, in cui lapprendere venga prima dellinsegnare!
Solo cos la scuola non unimposizione, ma una felice occasione di
ricerca quotidiana e di scoperta! Per la vita!

Roma, 16 dicembre 2015


Maurizio Tiriticco

[1] In altri scritti ho sostenuto che la legge 107/2015 non mette in


discussione proprio il nodo essenziale di un riordino dei cicli per
perseguire, invece, finalit e obiettivi che rischiano di rompere quei
principi di eguaglianza e di equit delle opportunit educative,
istruttive e formative sanciti dalla Costituzione repubblicana. In
effetti con tale legge si rischia di costruisce un sistema di istruzione
altro, che condurr alla concorrenza tra scuole e scuole e alla
differenziazione tra scuole buone e scuole cattive.
[2] Si vedano almeno i classici: il belga Gilbert Leopold De

Landsheere scrisse Les comportements non-verbaux de


l'enseignant, in collaborazione con A. Delchambre, nel 1979;
Graziella Ballanti si occupata sperimentalmente dei metodi
adottati in genere in aula dai nostri insegnanti. Si veda il suo Il
comportamento insegnante, Armando, Roma, 1996.
[3] Anche la prossemica e la cronemica e non solo i riferimenti di
cui alla nota 2 quindi, grosso modo, le distanze interpersonali e i
ritmi delle interazioni verbali, ci aiutano a comprendere quanto il
non verbale sia pi producente, in positivo come in negativo, del
comportamento verbale, che in genere sempre sotto il controllo di
chi lo agisce. Forse siamo maestri della parola, ma non del non
detto.
[4] Mi piace suggerire un recente volume di Alain Goussot,
dellAteneo bolognese:L'educazione nuova per una scuola inclusiva,
edizioni del Rosone, Foggia, 2014. Si tratta di una ricerca sulla
cosiddetta Scuola Nuova, della fine dell'800, di cui furono
rappresentanti Adolphe Ferrire, Edouard Claparde, Roger Cousinet,
autori legati al primo attivismo pedagogico. La centralit dellalunno
come protagonista attivo del suo apprendimento sembra tornare di
attualit con ladozione della cosiddetta didattica laboratoriale.
[5] Si rinvia ad autori ormai classici come Mario Castoldi, Mario
Comoglio, Gaetano Domenici, Roberto Maragliano, Michele Pellerey,
Benedetto Vertecchi.
[6] Mi piace ricordare il mio Programmazione come animazione,
pubblicato da Tecnodid, Napoli, nel lontano 1986.