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PENNA A

SPICCHI
In ricordo di Renzo Marmugi

Renzo lo sentivamo come uno di noi,


uno della grande famiglia della pallacanestro:
lo ricordo come una persona
straordinariamente competente e dotata
di eccezionale umanit.
Lui era la voce (e la penna) di quella
grande passione che vive e respira per la
pallacanestro a Livorno. Una passione
che, lo sappiamo tutti, sempre stata viva.
E c ancora.

Cos Dino Meneghin,


campione-mito del basket italiano
e ex presidente della Federbasket,
ricorda cos il nostro Renzo Marmugi

Singolare e plurale

Mauro Zucchelli

Il mondo del basket rende omaggio al nostro Renzo Marmugi intitolandogli lAll Star
Game di serie A2 e B con cui stato riaperto in zona Porta a Terra il Modigliani Forum,
uno dei palasport pi belli dItalia: tempio della pallacanestro, lo sport al quale Renzo
aveva dedicato lattenzione della sua vita professionale scrivendo pagine che hanno
accompagnato Basket City. Ma, senza aver la presunzione di azzeccare una di quelle
definizioni folgoranti e ironiche con cui Renzo stregava chiunque lo conoscesse,
abbiamo provato a disegnare un uomo a pi dimensioni.
Nella raccolta di articoli che qui proponiamo non c solo la pallacanestro ma anche
lippica, il calcio e qualcosaltro che salta fuori dallo sport: come la sua fede buddista
raccontata con pudore, come lincontro con due senza casa. Ecco perch Renzo era
luomo della penna a spicchi. Con una capacit di prendere lesistenza con
leggerezza: anche quando gli ha chiesto il prezzo pi alto. Con una pluralit di
interessi: basta leggere gli incipit dedicati a una canzone di Jovanotti, De Andr o De
Gregori, le strizzate docchio ai film di Wim Wenders, i flash da amarcord.
In questa carrellata di articoli scritti da Renzo abbiamo provato a riportare sotto le
cupole dei palasport leco di alcuni dei racconti che Marmugi ha scritto per il nostro
giornale nel corso degli anni: un piccolo campionario, una goccia nel mare dei quasi
diecimila articoli consegnati con passione alla passione dei lettori.

Renzo e let doro dei canestri

Giorgio Billeri
17 maggio 2014

Accadono cose che sono come domande, passa un minuto oppure anni poi la vita ti
risponde, dice Alessandro Baricco. E dopo oltre ventanni da quel 27 maggio 1989
viene la voglia di riascoltare la voce di Pasquale Zeppilli, insieme a Francesco Grotti
arbitro di quellincredibile gara-5 della finale scudetto tra Enichem e Philips. Fu lui, il
fischietto di Roseto degli Abruzzi, ad annullare il canestro di Forti a fil di sirena
assegnando il 24 scudetto a Milano anzich il primo a Livorno.
La prosa quella, inconfondibile, di Renzo Marmugi, il cantore del basket per il Tirreno
scomparso laltra sera a 59 anni. Era il 2010 e Renzo, in una sorta di pulsione
revisionista applicata al basket, volle stanare, 21 anni dopo, lineffabile fischietto
abruzzese per capire se era stato giusto annullare quel sottomano di Forti, sottilissima
linea di demarcazione tra la Livorno scudettata e quella per sempre ostaggio della
rabbia contro i ricconi di Milano. Quella finale thrilling, risolta allultimo secondo di
gara cinque, dominata dalla Enichem in lungo e in largo ma dal finale al cianuro fu
probabilmente il racconto pi bello, pi sentito di Renzo sul nostro giornale.
Lui non disse mai agli amici se il canestro di Forti fosse da convalidare o meno, lui si
atteneva ai fatti. Si rivide chiss quante volte i frame televisivi, ne scrisse fiumi di
inchiostro mantenendo sempre lequidistanza da fuoriclasse del mestiere, mentre
anche i giornali del nord si sbilanciavano, eccome, per convalidare lennesimo
scudetto meneghino. Renzo voleva bene al basket livornese, voleva bene soprattutto
ai vecchi miti: su tutti Cacco Benvenuti.
Negli anni Ottanta la citt era dilaniata tra Guelfi e Ghibellin i del canestro: da una
parte la Pallacanestro Livorno operaia (banalizzando), figlia del popolo, dallaltra la
Libertas pi borghese. La Pielle fu la prima a lasciare il girone dantesco della serie
B, anno di grazia 1979-80, con i Diana, i Filoni, i Grasselli. Renzo raccont lepopea
delle Triglie, allora Leone Mare, che beffarono Simod Padova e Riunite Reggio Emilia.
La Libertas di Fantozzi raggiunge i cugini nel 1980-81 e inizia lepopea dei derby di
serie A. Grandi emozioni per grandissimi personaggi lungo tutti gli anni Ottanta: da
una parte Abdul Qadir Jeelani, Kevin Restani, Alessandro Fantozzi, erede naturale di un
altro mito libertassino, Giancarlo Tazza Guidi, e in seguito Andrea Forti, il bel Tonut,

e Flavio Carera che di Renzo stato amico e confidente fino agli ultimi mesi della sua
vita. Sullaltra sponda Rolle, Addison, DellAgnello (altro amico per la pelle di Renzo),
Bonaccorsi, Albertazzi, Gelsomini e infine il samurai Lanza, uno cos genuino da
entrare nel cuore del nostro collega, con il quale fino a pochi anni fa (e con altri ex
giocatori come Nino Pellacani) ha diviso bellissime giornate bolognesi giocando a
basket con le persone meno fortunate.
I ribollenti pomeriggi dei derby, 5000 stipati come sardine, lo sberleffo del pi
trentasei Pielle cancellato da quel ciclone del pi trentanove Libertas, roba che se ne
parla ancora oggi. Il basket italiano che si accorgeva piano piano di Livorno, nuova
citt dei canestri, altro che Bologna. La storia fin con quel canestro annullato da
Zeppilli a Forti, e Renzo da cronista espertissimo delle cose dei giganti, cap, disse e
scrisse c he let delloro si era conclusa. Il 28 giugno 1991, sotto la regia del
professor Francesco Alessandro Querci, arriva la clamorosa fusione di Libertas e
Pallacanestro Livorno: creatura mai amata dalla citt, fino al fallimento del 1994.
Querci a Renzo non andava a genio, lui riteneva la fusione come un male per nulla
necessario: e ancora una volta vide lungo. Il resto storia recente: nel 1999 nasce
Basket Livorno, che diventa Mabo. Renzo, come cronista, torna a vele spiegate nei
palazzetti di serie A ma lincantesimo destinato a durare poco per la pallacanestro
livornese: nel 2007 arriva la retrocessione in Legadue, e quindi altri due campionati di
piccolo cabotaggio fino a unaltra data fatidica, quello dell8 luglio 2008 in cui la
societ cessa di esistere e con essa il basket di livello a Livorno. Proprio nel momento
in cui, ironia della sorte, la citt pu vantare il fiore allocchiello del palasport da 8.300
posti, altro tormentone tra sport e politca sul quale Renzo ha sempre lavorato pancia
a terra, rivelando ritardi e incongruenze.
Oggi nella vecchia basket city si vivacchia grazie al Don Bosco e alla meritoria attivit
giovanile di tutte le altre societ, un piccolo arcipelago che non sfuggiva alla penna e
allagendina di Renzo. Che nellultima parte della sua carriera si era legato a doppio
filo con un altro allenatore toscano, Marco Calamai. Che ha smesso da tempo di
occupare panchine di serie A e che si dedicato anima e corpo ai disabili. E Renzo ne
scriveva. Perch questo era Renzo.

Ciao Renzo, chiss se lass


c un canestro

Giorgio Billeri
16 maggio 2014

Da giorni, da settimane il suono del telefono, evento cos normale dentro la redazione
di un giornale, ci sembrava una minaccia. Tutti noi avevamo paura di sentire quelle
parole: Renzo non c pi. Anche se sapevamo da mesi che la scalata sarebbe stata
del sesto grado, che stavolta il suo tiro da tre punti non sarebbe entrato. Troppo alto,
troppo grosso, troppo spietato lavversario, questa volta. Renzo Marmugi partito per
sempre a 59 anni e a noi, la sua famiglia del Tirreno, ci sembra gi impossibile, come
quei terribili sogni che al mattino sei felice che restino tali.
E spirato ieri sera, in modo sereno, nella sua casa a un tiro di schioppo dal mare.
Lottava con le unghie da quella maledetta sera di novembre del 2012, quando Renzo
si sent male mentre, in tribuna stampa di uno stadio lontano da casa, stava facendo
la cosa per cui aveva speso tutta la vita: scrivere, raccontare lo sport, fosse basket o
calcio. Con quella penna leggera, fantasiosa, piena di citazioni, a volte irridente,
sempre onesta.
Sapere che Renzo stava iniziando una battaglia improba scosse la famiglia del Tirreno
dalle fondamenta. Perch Renzo, originario di Cecina, era arrivato qui da ragazzino ed
era cresciuto allombra di grandi professionisti del giornalismo sportivo, fino
allassunzione arrivata nel 1978, a soli 24 anni. Renzo e il giornale, Renzo e il Tirreno,
una simbiosi assoluta, un amore che ha traversato i decenni. E nessuno di noi, suoi
compagni di banco, si stup pi di tanto quando lo rivedemmo, qualche tempo dopo il
primo intervento chirurgico, tornare alla sua scrivania sempre ingombra di carte, di
riviste di basket, di appunti con quella grafia che solo lui sapeva decrittare.
Faticava, certo, sbagliava, ricominciava, chiedendoci scusa, lui che aveva tenuto a
battesimo professionalmente buona parte di noi. Era dignitoso e coraggioso, fino
allultimo giorno lavorativo, prima della pensione arrivata alla fine dello scorso anno.
Poi il lento stillicidio di notizie, sempre peggiori, i silenzi, e ieri la fine. Carissimo
Renzo. Penna leggera, entusiasta. Soprattutto grande cacciatore di notizie ma senza
la tracotanza aggressiva del giornalista da romanzo, quello cinico e senza cuore.
Renzo di cuore ne aveva talmente tanto da aver costruito gran parte della sua

parabola professionale proprio sul rispetto degli altri, su quella simpatia immediata, la
capacit di entrare subito nellanima delle persone.
Fu cos che Renzo divenne il cantore dellepoca doro della pallacanestro, livornese e
non solo. Anzi, ne fu uno dei maggiori artefici raccontando, con grazia ed
equidistanza, quegli anni ruggenti delle due squadre in serie A. I libertassini lo
accusavano di essere piellino e viceversa e lui ci rideva, per andare poi a cena con
luna e laltra fazione. Renzo era bravo, un cronista nato. Tanto da arrivare, da un
proscenio di provincia, a far parte con merito del gotha del giornalismo applicato alla
palla a spicchi. Le grandi firme dei quotidiani del nord lo chiamavano per avere
consigli, per condividere sussurri, notizie, e lui lo faceva mascherando lorgoglio dietro
la sua risata e quel vocione da cestista mancato.
Quando ci voleva un servizio difficile, Renzo apriva lagendina e si spalancava per
magia il mondo dei Peterson, dei Messina, dei Meneghin: loro per il simpatico e
irridente livornese cerano sempre. La prova lavemmo - ma non ce nera bisogno pochi mesi prima che la malattia lo aggredisse. Quando un bel giorno si materializz
in redazione la figura imponente e un po curva di Abdul Jeelani, idolo assoluto del
palasport livornese nei favolosi anni Ottanta. Un campionissimo che Renzo aveva
amato e raccontato e che adesso, caduto in disgrazia, cercava aiuto dallItalia. Fu
proprio Renzo, e chi senn, a organizzare il viaggio, a riunire i vecchi compagni della
Libertas, ad accudire il vecchio campione come un fratello. Felici tutti e due come
bambini, un fotogramma che difficilmente dimenticheremo.
Ma Renzo era rimasto nel cuore di tutti i giocatori transitati qui, da Carera a Forti, da
Crippa a Grasselli, un apprezzamento trasversale per la persona prima e per il
professionista poi. Renzino, come tutti lo chiamavamo, ci mancher. Non ci prender
pi tutti in giro con i suoi proverbiali soprannomi e non si far pi prendere in giro da
noi. Ha lasciato la terra, ci scommettiamo, con la stessa leggerezza di tutta una vita,
con la serenit resa pi forte dal buddismo che aveva sposato con entusiasmo da
qualche anno e che scandiva le sue giornate insieme alla sua amata casa di viale
Alfieri, allamicizia di colleghi e collaboratori che continuava ad allevare, alle
passeggiate sul lungomare, allamore per i figli Greta e Vittorio che adesso lo
piangono. Ci sar tanto da piangerti, caro Renzino , anche se questo terribile finale era
scritto, purtroppo. Ci siamo abituati in qualche modo a non vederti pi. Ma se lass c
un canestro, tu segna per tutti noi.

A come ARRIVEDERCI
Arrivederci, Jeelani
ma Livorno e Roma non ti
abbandonano
DI RENZO MARMUGI
20 gennaio 2011

La vita ti concede poche opportunit: in amore, nel lavoro, nelle scelte. Io sono stato
fortunato a conoscere una citt con il cuore grande di Livorno e gente che a 75 anni ha
ancora la voglia di salire in macchina e farsi duecento chilometri per venirti a salutare,
anzich stare a casa in poltrona e davanti alla tv.
Quasi mezzanotte, Abdul Jeelani una cascata di emozioni. Mischia inglese e
spagnolo, e guarda lontano mentre la mente va a pescare ricordi indelebili, nella
valigia del karma. La stella del basket anni Ottanta ha appena ricevuto l'abbraccio di
altre sessanta persone nella seconda cena organizzata in suo onore dai vecchi
compagni Massimo Giusti e Andrea Forti presso il circolo tennis Libertas, in via
Condotti Vecchi. A tavola con lui anche Ezio Cardaioli, quel signore di 75 anni portati
alla grande venuto apposta da Siena per riabbracciarlo e che la "mano di Maometto"
ringrazia con parole che partono dal cuore.
All'appello hanno risposto in tanti: Riccardo Boris, di nuovo Flavio Carera e Vasco
Suggi, Walter De Raffaele e Paolo Launaro, quel ragazzo che a vent'anni fu stregato
dal carisma di Abdul diventando suo compagno anche di certe notti in discoteca. E poi
tifosi, nostalgici, amici, ammiratori. Come Andrea Falleni, preparatore atletico Pielle e
in quegli anni fedelissimo della curva biancazzurra. Ma Jeelani era un ballerino
prestato al basket, un distillato di classe pura, un personaggio trasversale. Per questo
anche Falleni, cuore PL, ha voluto dirgli grazie.
Applausi, cori, foto dal romanzo "come eravamo", souvenir dell'epoca. A un certo
punto Alessio Bianchi ha tirato fuori da un borsone le ristampe delle canottiere Peroni
analcolica 1982-'83, numero 11 naturalmente. Pochi minuti ed erano gi esaurite, con
Abdul - lacrime agli occhi - felice di autografarle per la gioia dei cacciatori di feticci.
Prima di salutare ha ricevuto anche il piatto ricordo del derby "Insieme per la vita"
2008 al quale non pot partecipare per mancanza del passaporto, primo sintomo dei
guai che stava affrontando ma che al telefono tacque. Per dignit. Riuscendo a soffrire
in silenzio, a cercare dentro se stesso la chiave per risalire verso la vita.
Ora che Livorno e Roma l'hanno riabbracciato dandogli un appiglio per ritrovare la
speranza, a quasi 57 anni Abdul Jeelani pu tornare nel gelo di Racine, Wisconsin,
sicuro che il suo biglietto non sar di sola andata. Ieri mattina, infatti, venuto Simone
Santi (presidente della Lazio basket) per parlare con Massimo Giusti - Forti invece era

a letto con 39 di febbre - sul futuro italiano della mano di Maometto. Da settembre
lavorer nel progetto "Colors: l'integrazione va a canestro", andando a vivere a Roma,
ma otto mesi di attesa con un oceano in mezzo sono troppi. L'intenzione, allora,
quella di coinvolgerlo in altre cose: l'estate italiana piena di camp di basket, e avere
fra gli istruttori il carisma di Abdul Jeelani pu diventare un valore aggiunto. Per tanti
ragazzi la sottile differenza fra una settimana di vacanza-routine e un incontro da
ricordare per tutta la vita. Giusti, Forti, Santi e Carera si sono gi messi in moto, la
ruspa della solidariet vuole viaggiare abbattendo ostacoli e luoghi comuni.
Il ritorno in Italia ha mostrato a tutti uno Jeelani che in questo basket cos avaro di
personaggi avrebbe ancora tanto da dare. E' un uomo segnato, non sconfitto. E
sempre capace di accendersi. Mentre ieri pomeriggio faceva la valigia per tornare a
Roma (domani voler negli States) nei suoi occhi c'era un velo di tristezza, ma quel
viso luminoso che il figlio Azim - appena sbarcato a Fiumicino - diceva di non avergli
mai visto in tanti anni di buio non si perso. E da l chi gli vuole bene intende ripartire.
Era scivolato fra gli invisibili, Abdul Jeelani, qui potr ricostruirsi il futuro. Meglio di un
canestro all'ultimo secondo.

B come BILANCIO
Il bilancio non pu fermare i
canestri
DI RENZO MARMUGI
11 maggio 2007

Legadue o un'altra estate da vivere nella palude dei coccodrilli? Gi la maschera


signori di Basket Livorno, il momento di parlare chiaro e di conoscere le vostre
intenzioni. Lasciando perdere analisi tecniche, punti, rimbalzi, percentuali di tiro,
errori, omissioni e sfortuna. Abbaiare alla luna o mettersi a cercare i colpevoli della
retrocessione non serve: quello che conta oggi, non a met agosto, sapere chi degli
attuali soci ha ancora voglia di continuare questa avventura, partendo dal presupposto
che l'amministrazione comunale ha garantito ufficialmente che trover il modo per
chiudere in pareggio la gestione al 30 giugno 2007.
Operazione fondamentale per garantirsi un futuro, ma che sicuramente avverr in
tempi differiti rispetto a quelli richiesti da una pianificazione sportiva. Non un caso,
infatti, che la Lega basket per l'iscrizione al campionato prenda in esame il bilancio al
30 aprile di ogni anno, e pretenda che sia limpido come acqua di sorgente. E i conti
della TDshop.it al 30 aprile sono stati messi in regola, la differenza fra entrate e uscite
era perfettamente zero.
Lo snodo fondamentale per capire se Livorno avr di nuovo una squadra nella
pallacanestro di vertice quindi passa attraverso due momenti successivi, e tutti i
protagonisti della vicenda dovranno operare nella massima trasparenza. Il sindaco
Cosimi ha assicurato che i 350mila euro di contributo del secondo sponsor sono in
arrivo?
Bene. La cessione di Tommaso Fantoni dovrebbe portare in cassa altri 150mila euro,
mentre il resto del disavanzo verr ripianato dai soci, ognuno secondo la propria
percentuale di quote. Questo dovr essere messo a verbale nella prossima assemblea
in via Pera, programmata tra il 20 e il 25 maggio, in modo da tranquillizzare sul piano
economico chi degli azionisti gi esistenti volesse fare un passo avanti e uscire allo
scoperto assumendo la maggioranza del club, oppure invogliare eventuali soggetti
esterni disposti a investire in una citt che non ha mai smesso di amare la palla a
spicchi.
Aspettare l'assemblea di fine esercizio del bilancio (agosto?) per pianificare la nuova
stagione sarebbe follia, un suicidio sportivo. Se non bastata la lezione degli ultimi
due anni, con partenze affannose a luglio inoltrato e giocatori cercati in extremis,
allora a questo punto conviene tirare gi la saracinesca del basket e mettere il cartello
"chiuso per lutto".

L'attuale consiglio di amministrazione dimissionario, rappresenta una propriet


ibrida e che doveva traghettare il club verso la definitiva privatizzazione, dunque
toccher all'assemblea dei soci di fine maggio - dopo il necessario chiarimento interno
- nominare un nuovo CdA che assuma i poteri gestionali e operi le scelte tecniche
indispensabili per riavviare il motore. Cominciando a riempire subito le caselle di
allenatore e general manager. Perch retrocedere, nella vita, non la morte sportiva,
a patto che ci siano idee, impegno, professionalit, voglia di risalire, rispetto dei ruoli.
E soprattutto chiarezza dentro la societ. Senza prendersi, n prendere in giro. A
Livorno la gente del basket ha ampiamente dimostrato di saper ingoiare anche i
bocconi pi amari, lo zoccolo duro della passione si rivelato sempre pi forte degli
uragani che l'hanno devastata. Il PalaAlgida non si svuoter se a rappresentare Livorno
in canottiera amaranto ci sar una squadra disposta a sputare sangue, a fabbricare
orgoglio, grinta, coraggio. Anche nei palazzetti di Legadue.

C come CUORE
Igor Protti, il cuore ha sempre
ragione
DI RENZO MARMUGI
21 giugno 2012

Il grande cuore di Igor Protti non si smentisce neanche stavolta. Ora lui a Coverciano
per sei settimane, impegnato sui banchi del corso allenatori di seconda, che si
concluder il 13 luglio con gli esami per prendere il patentino di capo allenatore in
LegaPro (le vecchie C1 e C2) o per fare il vice in serie A e B. Ma domani sera alle 21
dal sottopassaggio del "Picchi" sbucher anche lui, vestito con la maglia numero 25 di
Piermario Morosini nella partita di beneficenza tra Nazionale cantanti e Nazionale
arbitri, integrate da alcuni giocatori amaranto, tra i quali Luci, Mazzoni e, appunto il
"Principe Igor".
L'emozione. Non calpesto pi l'erba dello stadio di Livorno da cinque-sei anni,
quando giocai in quella famosa partita con le Iene dice Igor e non ci ho fatto il callo
proprio per niente, per me sar comunque un'emozione. La mia condizione fisica?
Faccio un paio di partite all'anno per beneficenza, da quando ho smesso di giocare nel
2005 non mi sono pi allenato in modo intensivo. Al massimo vado a correre ogni duetre settimane....
Due motivi. Io ci sar, e molto volentieri. In quanto ex giocatore e grande tifoso del
Livorno e perch la tragica scomparsa di Morosini ha colpito veramente tutti, non
soltanto la citt e il mondo del calcio italiano. La reazione emotiva per quell'evento
stata fortissima. Questa partita io non l'avrei mai voluta fare, ma purtroppo non
cambierebbe niente, Piermario non potr pi essere con noi. Allora vediamo di fare
qualcosa per chi rimasto, onorando la sua grande umanit nel migliore dei modi.
Stiamo vivendo in una societ abbastanza individualista, dove l'egoismo pi che un
difetto comincia a diventare quasi regola. Allora tocca alla sensibilit di ognuno di noi,
aprire gli occhi, guardare i problemi che ci sono. Ho avuto la possibilit e la fortuna di
ereditare certi valori di solidariet dal mondo del calcio e me li tengo volentieri.
L'ideale sarebbe, in un prossimo futuro, non essere pi chiamato in circostanze del
genere. Vorrebbe dire che non c' pi bisogno di aiutare onlus e associazioni che si
occupano di assistere chi malato e le loro famiglie. Io sogno uno Stato dove le
istituzioni e il sociale funzionano, purtroppo in Italia quando c' da tagliare la scure si
abbatte proprio sulla ricerca e sull'assistenza alle categorie pi deboli, cio i settori
che invece ne avrebbero pi bisogno. Cosa fare? Bisognerebbe cambiare mentalit alla
base, acquisire una nuova cultura della solidariet. Noi con queste partite cerchiamo
solo di metterci una pezza.
Il futuro. Con Igor Protti impossibile non parlare di cosa vorr fare da grande, una
volta che avr preso anche il patentino di secondo livello. E' un'esperienza che faccio

per imparare qualcosa in pi puntualizza perch sono lontano dal mondo del calcio
dall'anno 2005, quando smisi di giocare, e mi piacerebbe rientrarci prima possibile.
L'ideale che vedo tagliato per me sarebbe un ruolo a stretto contatto con l'allenatore,
ma di tipo dirigenziale. Andare in panchina invece qualcosa di molto difficile, anche
se sempre molto stimolante. Intanto il 13 luglio cercher di essere promosso.
Baracchina Rossa. Stasera alle ore 20 il capitano del Livorno Andrea Luci e i cantanti
Marco Masini e Matteo Becucci saranno in Baracchina Rossa per incentivare la vendita
dei biglietti del Memorial Morosini e per sensibilizzare i livornesi alla partecipazione di
domani sera al "Picchi", visto che il ricavato sar devoluto all'Agbalt, associazione
genitori per la cura e l'assistenza di bambini affetti da leucemia e tumore, che ha
organizzato l'evento. Igor Protti e i calciatori del Livorno scenderanno in campo a ruota
fra loro (ne giocher uno alla volta) con la Nazionale Cantanti e indosseranno la maglia
numero 25 del "Moro". I biglietti (3 euro in curva, 5 la gradinata, 7 la tribuna) sono
veramente popolari. Dimostriamo ancora una volta il grande cuore di Livorno.

D come DISABILI
Mancano i soldi: salta il corso di
Calamai
DI RENZO MARMUGI
21 ottobre 2011

Il corso di basket integrato avr una durata di tre anni, aveva detto l'assessore allo
sport Claudio Ritorni, annunciando la partenza del progetto nell'aula magna della
scuola media Tesei davanti a una sala stracolma, con tutte le societ cittadine in prima
fila. Ma ora il corso che mette insieme disabili mentali e normodotati e che il coach
Marco Calamai aveva aperto anche nella nostra citt (la ventunesima in Italia a
lavorare col suo metodo), raccogliendo consensi unanimi dai ragazzi coinvolti e dalle
loro famiglie, sta per morire, anzi aspetta solo il medico legale per confermarne il
decesso. Strangolato dal taglio delle risorse agli enti locali che ha prosciugato le casse
del Comune e, di conseguenza, anche quelle dei vari assessorati.
Luca Bogi, vicesindaco e colui che ha ricevuto in delega l'eredit del dimissionario
Ritorni, non parla in politichese. Purtroppo - dice - non abbiamo soldi, dunque non
possibile stanziare neanche un euro per quel progetto, anche se tutti mi avevano detto
che era molto valido. Come amministrazione comunale siamo disposti a concedere
ancora la struttura per svolgere il corso, ma di stanziare un budget, sia pur piccolo,
non se ne parla. Al massimo potrebbe gestirlo qualche associazione di volontariato....
Marco Calamai, che l'anno scorso veniva a Livorno due volte al mese per guidare la
pattuglia di volontari (Simone, Federico e Nicola del Social Basket, pi tre ragazze
entusiaste) disposti a concedere il loro tempo gratis per questa nobile causa,
costernato. Comprendo la situazione, anche in altri Comuni non ci sono soldi, ma
sarebbe un peccato interrompere sul pi bello la formazione di quei giovani istruttori
disposti a insegnare basket a ragazzi con disabilit mentali di vario tipo, una disciplina
che ha permesso a ognuno di loro di fare grandi progressi nell'apertura verso il mondo
e la socializzazione. Tre anni avrebbero avuto un senso, anche per completare il
percorso di formazione e di crescita degli allenatori, mettendoli poi in condizione di
lavorare da soli. Il problema riguarda almeno trenta soggetti, quelli del corso 201011, ma altri genitori con figli di una fascia di et pi bassa si erano gi fatti avanti con
Marcella Previti dell'ufficio sport e la psicologa dei servizi sociali Isabella Vallati,
chiedendo di poter mandare i loro ragazzi al corso che si teneva ogni marted nella
palestra Tesei.
Una domanda nasce spontanea: davvero impossibile reperire sei-ottomila euro per
mandare avanti un'iniziativa sociale cos importante? In tutte le altre citt che seguono
il metodo Calamai i partecipanti ai corsi pagano una quota mensile, sia pure minima
(25-30 euro), perch a Livorno se non possibile farlo gratis si preferisce lasciarlo
morire? E ancora: perch non mettersi a cercare risorse sul fronte delle

sponsorizzazioni? Stiamo parlando di cifre basse, non a cinque zeri. Nel tessuto
economico e industriale della citt, davanti alla proposta di donare qualcosa per il
sociale, viene difficile pensare che tutti si tirerebbero indietro. Il problema, forse, chi
pu alzare il telefono e muoversi. Manca il tempo oppure la voglia?

E come ESTRO
Scatto, dribbling, fiuto del gol
Ecco le armi del Divin Codino
DI RENZO MARMUGI
15 luglio 1997

Baggio? Un nove e mezzo. Michel Platini, uno che di pallone se ne intende, l'aveva
detto in tempi non sospetti. Centrocampista, rifinitore, attaccante: tre ruoli da mettere
nel frullatore, pigiare il pulsante ed ecco una spremuta di Roberto Baggio da Caldogno.
Professione fantasista, un incompreso in questo calcio diventato muscolare,
schematico, tritatutto, dove il dio denaro, il business elevato al cubo, ha cancellato
bandiere, dignit, rapporti fra persone. In effetti Roby Baggio da quando mise piede
sui campi di serie A (Fiorentina-Sampdoria, 21 settembre '86), a diciannove anni e
mezzo, aveva libert di operare a ridosso delle punte, le spalle protette da una
cerniera di cursori e lui capace di dispensare il suo estro dalla met campo in avanti.
Con licenza di inserirsi e di andare in gol sfruttando dribbling secco, rapidit,
padronanza del corpo, baricentro basso e soprattutto piedi buoni. Anche sui calci di
punizione.
Non a caso, lui e Borgonovo, nel 1988-'89, con la Fiorentina lanciata alla conquista di
un posto in Coppa Uefa, segnarono gol a palate, 29 in due. La fantasia dei tifosi viola
partor la famosa accoppiata "B.B.", poi dimezzata l'anno successivo quando
Borgonovo prese la via del Milan, anticipando di una stagione la partenza del non
ancora "Divin Codino", destinazione Juventus.
Uno strappo sofferto da Firenze, la citt che lo aveva adottato, e che lui, idealista ma
eternamente indeciso come dice il suo segno zodiacale - l'Acquario - non era stato
capace di gestire con coraggio, personalit, gusto per la sfida. Se davvero i Pontello lo
avevano costretto ad andare via, come diceva nell'estate '90 prima del mondiale
italiano, sarebbe potuto rimanere per un altro campionato alla Fiorentina, visto che
c'era un contratto firmato.
Anche i calciatori superpagati hanno un'anima, certo, e qualcuno in passato aveva
anche saputo dire di no in nome di scelte di vita, come Gigi Riva o Virdis. Ma il calcio
stava cambiando, normale che un Baggio in piena ascesa allargasse i suoi orizzonti
andando in un grande club, a deliziare in maglia bianconera platee ancora pi
importanti. Sempre fantasista, libero di agire, di dare pennellate con quei piedi magici.
Un solista in campo e fuori, sempre pi portato a chiudersi nel suo guscio dorato, a
vivere fuori dal coro. Presente ma pi spesso lontano, costretto a rincorrere i suoi guai
fisici e i tormenti del carattere.
E' alla Juve che Baggio ha cominciato a diventare sempre meno insostituibile e sempre
pi un soprammobile costoso, un vaso cinese che non sai dove mettere. Gli allenatori

gli hanno voltato le spalle, anche se senza le prodezze di "Codino" l'Italia non sarebbe
mai arrivata in finale ai mondiali di Usa '94. Salv il ct Sacchi da un ritorno a casa a
base di pomodori e uova marce, non gli bastato per averlo alleato quando lo ha
ritrovato al Milan, ultimo domicilio dell'eroe triste di Caldogno.
Vittima a trent'anni di un fisico cigolante, di un "740" miliardario e soprattutto di un
mondo dove non c' spazio per i sentimenti e il talento puro. Tecnica e fantasia oggi
sono optional. Nel calcio vitaminizzato che si avvia al Duemila servono uomini bionici,
super atleti, con una spiccata resistenza fisica. Eppure Roby Baggio avrebbe ancora
molto da dare, come rifinitore alle spalle di due punte vere e protetto da una solida
diga di centrocampo. Ma "Codino" abita ancora qui?

F come FEDE
Emanuele e Cinzia senza lavoro n
casa
domani si sposano
DI RENZO MARMUGI
7 settembre 2012

Due cuori e una fede, anzi due. Nel buddismo e in quella che si scambieranno
domattina alle 11,15 davanti a familiari e amici nella sala cerimonie del Comune.
Superando difficolt, attraversando l'oceano e scalando le montagne con la forza
dell'amore. Un sentimento profondo come quello che lega Emanuele Corucci, 37 anni,
e Cinzia Pieri, 28, arrivati alla decisione di unirsi in matrimonio. Nonostante tutto e
tutti.
Due ragazzi come tanti, ancora alla ricerca di un lavoro sicuro e di una casa dove poter
vivere insieme, ma pieni di sogni per il loro futuro. Anche se il presente fatto di
spine, con pochi soldi in tasca, centinaia di curriculum portati in giro per sentirsi
rispondere no, grazie e come tetto soltanto una stanza nell'ex centro diurno Asl in
via degli Asili, dove vivono insieme a famiglie di extracomunitari, disoccupati che non
possono permettersi di pagare un affitto, altri livornesi in difficolt economica.
Dividendo l'uso del bagno, della cucina e consumando i pasti in camera. Emanuele e
Cinzia per dimostrare (e dimostrarsi) tutto il loro amore a met settembre dell'anno
scorso avevano deciso di andare a vivere in una tenda sulla spiaggia del Calambrone.
Pur di stare insieme per un mese e mezzo sono riusciti a sfidare i disagi e le prime
piogge dell'autunno, una storia che aveva interessato e commosso anche il
programma tv "La vita in diretta". Poi, all'arrivo della brutta stagione, erano andati ad
abitare per un po' di tempo a casa di un amico, e da cinque mesi ormai si sono
spostati in via degli Asili, dove nel frattempo avevano saputo che c'era una stanza
libera.
I due giovani si erano conosciuti al Centro buddista Soka Gakkai di via dell'Artigianato
proprio l si rafforzata la loro speranza di vivere insieme per costruire un futuro
migliore. Dove il lavoro e una casa dignitosa sono diritti di ogni Paese civile, non
privilegi riservati a pochi eletti. Domattina Emanuele Corucci e Cinzia Pieri si
scambieranno le fedi in una cerimonia dal forte significato simbolico celebrata
personalmente dal sindaco Cosimi, che ha accettato di essere presente anche per dare
un segnale da parte delle istituzioni.

Un matrimonio che non solo l'unione di due innamorati ma diventa un messaggio di


speranza per tanti altri giovani come loro, e al tempo stesso rappresenta la voglia di
sfidare - nonostante tutto - questo presente cos difficile, all'apparenza diretto in un
vicolo cieco. Soffri per quel che c' da soffrire, gioisci per quel che c' da gioire e
considera tutto come un'opportunit per migliorarti e andare avanti. Perch l'inverno si
trasforma sempre in primavera, scritto nei testi buddisti. La stessa determinazione
che anima Cinzia ed Emanuele.

G come GRATIS
Fischio gratis, ma sono pi ricco
DI RENZO MARMUGI
4 gennaio 2012

Arbitrare il basket in carrozzina, girando l'Italia e l'Europa come gli altri fischietti per 50
euro a partita, pi o meno la diaria che si prende in serie C regionale. Ci vuole
passione, altruismo, voglia di condividere. Ma niente pietismo, altrimenti meglio
voltare pagina e tornare a casa.
la storia di Guglielmo Bianchi, 45 anni, dottore commercialista. Un passato da
giocatore (di infimo livello, dice), poi il classico corso arbitri e a 28 anni il cambio di
maglia e di ruolo sul parquet. Ho diretto in serie C regionale ed ero anche designatore
provinciale. L'approccio col basket in carrozzina fu con Giulio Giannelli, un 'ragazzo"
del 1939 di Dicomano, che per primo mi parl della palla a spicchi vista da un'altra
angolazione. Non ero arbitro nazionale, ma secondo lui potevo avere la testa e il
background per riuscire. Cosi a marzo 2002 ho fatto il corso per dirigere le partite su
sedia a rotelle, superandolo.
A ottobre 2002 le prime partite di Coppa Italia, poi la scalata. Il basket in carrozzina
da noi ha tre livelli seniores: una serie B a iscrizione libera e divisa in tre macroaree, la
A2 a otto squadre e la A1 a dieci. Il mio debutto in A1 avvenuto nel 2005, arbitro
regolarmente tre weekend al mese (si gioca il sabato pomeriggio), poi durante la
settimana se non ci sono concomitanze continuo per diletto a fischiare fra i
normodotati, partite giovanili o di serie D. Purtroppo la Toscana come basket in
carrozzina una realt depressa, esiste solo una societ a Firenze che svolge attivit
giovanile, le Volpi Rosse. Cosi l'esperienza devi fartela guardando i video, prendendo
consigli dai pi esperti, andando in giro quando ci sono dei concentramenti, visto che il
problema pi grande per chi gioca su 'wheelchair" sono gli spostamenti e allora per
certe manifestazioni si tende a riunire pi squadre in una stessa sede.
Guglielmo Bianchi da questo punto di vista un maratoneta. Cominciai nel 2002 ad
Avenza, dove si giocava un pool europeo di una coppa internazionale e li capii subito
che quello era il mio mondo. Ho avuto fortuna perch dal 2005 in A1 arrivato il triplo
arbitraggio e io in quanto toscano ero neutrale per eccellenza, quindi buono per essere
designato senza limiti territoriali. All'inizio viaggiavo con Salvatore Taibi di Vicarello,
pilota dell'aeronautica e per diletto arbitro di basket in carrozzina. Poi ha dovuto
mollare per i suoi impegni di lavoro, ma io continuo con la passione e l'entusiasmo del
primo giorno. Felice di essere stato seguito da quattro emergenti: Stefano Giannozzi
(Firenze), Matteo Munda (Carrara), Giulia Ermini (San Giovanni Valdarno) e Massimo
Borsani (Pescia). Nella serie A dei normali un arbitro guadagna mille euro a partita, noi
50. Ma sto bene, quello che ti d l'esperienza con questi ragazzi non ha prezzo....

Bianchi nel 2008 a Brno (Repubblica Ceca) ha anche superato l'esame di


internazionale, e ora gira come una trottola fra la A1 italiana e l'Europa, dove ha
diretto coppe e partite delle varie nazionali in Francia, Austria, Belgio, Germania,
Israele, oltre a sette finali scudetto. Lasciando lo studio di commercialista in mano alle
segretarie, con tanti voli low cost e rimborsi inesistenti. Ma questo l'ultimo dei
problemi.
Il basket in carrozzina - continua Guglielmo Bianchi - ha le stesse regole di quello in
piedi, anche se si basa soprattutto sull'occupazione degli spazi e negli ultimi anni
diventato molto tecnico e pi veloce. Altro che disabili, questi sono super uomini.
Perch altezza del canestro, campo e pallone sono uguali all'altro basket e anche loro
vogliono essere trattati da atleti. Quindi se uno ti manda a quel paese normale
fischiargli il fallo tecnico. Nessun pietismo, chi si approccia allo sport su sedia a rotelle
con questi presupposti ha sbagliato indirizzo. In A1 sono quasi tutti giocatori
professionisti: i campioni d'Italia delle Stelle Marine Ostia per esempio hanno tre
nazionali australiani da 3mila euro al mese. E 'poverino" una parola abolita dal
vocabolario, non esiste. In compenso ogni volta che torno a casa mi sento bene, pi
ricco. E certe sensazioni mi dicono che ho fatto la scelta migliore.

H come HOTEL
Donadoni: Giocatori e uomini veri:
solo cos si fa strada
DI RENZO MARMUGI
23 luglio 2002

Hotel Vittoria. Il nome tutto un programma. Il sole picchia, su quella collina di Pian
dei Mucini immersa nel verde della macchia mediterranea, Roberto Donadoni parla
sottovoce. Cortese, ma deciso. La colonna sonora delle cicale sguaiate stride con i
modi educati di `mister dribbling'. Che comincia con un'esortazione: La base del
campionato si costruisce qui, durante il ritiro. Mettere tutto quello che si ha dentro
una condizione fondamentale per la qualit del lavoro.
Preciso, scientifico, attento. Al mattino - spiega - svolgiamo un allenamento pi fisico,
nel pomeriggio invece maggiore spazio al pallone. La miscela di questa prima
settimana a Massa Marittima dovr servirci per portare un po' tutti i giocatori allo
stesso livello. Per fortuna non ho visto situazioni individuali drammatiche, la
promozione in serie B una vetrina troppo importante per ricominciare in condizioni
fisiche disastrose.
Ventiquattro uomini, Charles Ferretti ospite, pi tre elementi in prova (Lutsenko,
Molango, Hamid). E un gruppo folto - sottolinea Donadoni - una situazione non
ottimale per l'intensit del lavoro. Per questo stiamo in campo un po' di pi, ma le
nostre non sono certo tabelle massacranti.
Allenatore nuovo, campionato nuovo, tanti giocatori nuovi. Da qui al 31 luglio voglio
cominciare a capire e valutare il materiale umano a disposizione. La rosa per il
momento va bene cos, ma qualcosa potrebbe anche cambiare in corsa. Datemi tempo
per inquadrare tutti i giocatori. Col mercato aperto fino al 31 agosto gente in giro ce
ne sar tanta. Valutare senza fretta, questo intendo fare.
Due portieri equivalenti, un centrocampo con due uomini chiave over 32. Donadoni
ascolta e risponde al volo: Partono tutti alla pari, toccher ad Amelia e Aldegani
superarsi, dimostrare di essere pi bravi del concorrente diretto. In mezzo al campo,
poi, il Livorno possiede anche i giovani: Grauso, Ciaramitaro, Chiellini, lo stesso
Lutsenko. Poi c' Saverino, giovane all'anagrafe ma di esperienza. Secondo me il mix
in quel reparto buono, adesso vedremo se il caso di tenere tutti oppure no.
Il pullman aspetta, ora di andare al campo. Verde, curato, con le torri dei riflettori in
fase di revisione. Riscaldamento, scatti, balzi, esercizi. E poi partitelle: sei contro sei in
un quarto di campo, tre contro tre in un ottavo di rettangolo verde (mentre gli altri
giocano in contemporanea e il mister scruta tutto), quindi la tonnara di undici contro
undici in venti metri pi i portieri lontani che si vedono arrivare davanti l'attaccante

solo pescato da un lancio a scavalcare il centrocampo. Esercizi di impronta sacchiana,


per migliorare la rapidit negli spazi brevi, accorciare i tempi di reazione, stimolare la
mente a pensare in fretta.
Roberto Donadoni questo. Vuole il meglio da ognuno perch la serie B, un
campionato assolutamente difficile, ha bisogno di giocatori, ma anche di uomini veri.
Per essere competitivi indispensabile combinare tutti e due i requisiti. Fine delle
trasmissioni, mister dribbling non ha altro da dire. E per il modulo si vedr, anche se
ce l'avesse gi in testa preferisce aspettare. Il men amaranto a Massa Marittima
prosegue fino a sabato con due allenamenti al giorno. Domenica, poi, prima uscita
contro una selezione di calciatori disoccupati e il 31 luglio test con il Siena. Alle ore 18,
se non ci saranno variazioni dell'ultimo minuto.

I come IPPODROMO
Questo mondo va tutto al macello
DI RENZO MARMUGI
3 gennaio 2012

Forse i Maya hanno sbagliato profezia: nel 2012 al posto della fine del mondo ci sar
la fine dell'ippica italiana.... Attilio D'Alesio, presidente di Coordinamento Ippodromi
(societ che gestisce 12 piste), prova a esorcizzare con una battuta il momento nero
del cavallo e dintorni. In realt il panorama fosco come un quadro fiammingo, la
protesta dilaga, le categorie sono in rivolta e circa 67mila famiglie trepidano per il
posto di lavoro.
I nodi sono venuti al pettine, ma questa una crisi che parte da lontano, la bomba non
era a miccia corta. Le premesse - dice Riccardo Del Punta, 64 anni, pisano, presidente
nazionale dei funzionari corse al trotto, l'Anfact - nascono nel 1998. Fin l l'Unire
deteneva il monopolio delle scommesse ippiche, con la nascita delle scommesse
sportive e degli altri giochi il controllo di tutto il business passato al Ministero delle
Finanze, facendo decollare la voglia di vincita degli italiani ma strangolando l'ippica,
che oggi su un volume complessivo di 80 miliardi di euro all'anno rappresenta solo
l'1,5 per cento del movimento. Poi la legge 449 del 1999 ha abolito i tre Enti tecnici
che si occupavano dell'ippica italiana, Encat (trotto), Jockey club (galoppo), Steeple
(siepi), facendoli confluire in una realt unica. Il risultato che se prima c'erano 50
persone a mandare avanti tutto, dopo sono diventate 190. E l'Unire - organo che
gestisce le corse in Italia - diventato un carrozzone assurdo.
L'espressione del peggiore sottogoverno romano. Negli ultimi sette anni infatti sono
cambiati quattro Ministri dell'Agricoltura, gli interfaccia del settore (Alemanno, Zaia,
Galan, Romano), tre presidenti dell'Unire, cinque commissari. E nessuno di loro continua la riflessione di Del Punta - stato capace di produrre qualcosa di positivo, di
frenare l'emorragia delle scommesse (-25% rispetto all'anno precedente) e soprattutto
di proporre un piano di rilancio e di crescita. L'Unire a Roma occupa in affitto un
palazzone intero in via Cristoforo Colombo, zona Eur, e paga due milioni e mezzo di
euro all'anno, mentre ne avrebbe uno di propriet in via Sommacampagna, vuoto. E
poi c' il caso clamoroso della televisione, col rinnovo del contratto a TeleIppica (senza
alcun bando di assegnazione) per trasmettere le corse in diretta sul digitale e per la
quale stato siglato un accordo sulla base (sembra) di 10 milioni di euro. Soldi che
escono dalle casse e vanno a una societ esterna del gruppo Snai per quelle riprese.
Una cosa assurda, succede solo in Italia. Nel calcio gli stadi si svuotano di spettatori,
ma le societ compensano alla grande con i soldi di Sky, invece l'ippica italiana
anzich riscuotere i diritti televisivi addirittura paga....
E' una delle tante contraddizioni del nostro mondo dei cavalli. Dove nelle "sliding
doors" dei cambi di poltrona da maggio 2011 arrivato come segretario generale
all'Unire (oggi diventata Assi, anche se mancano i decreti attuativi, quindi la nuova

realt sempre una scatola vuota) Francesco Ruffo della Scaletta, fino a pochi mesi
prima consulente Snai, la societ di punta per la raccolta delle scommesse in Italia. Un
guazzabuglio gigantesco, un valzer di nomine e di incapacit che senza una riforma
seria e fatta da tecnici con conoscenze specifiche rischia di condannare a morte
l'intero movimento ippico. Bisogna innalzare la qualit, diminuendo le corse e gli
ippodromi - continua Riccardo Del Punta - e soprattutto ricominciando a stilare dei
calendari che abbiano una logica. Montecatini una volta aveva il boom delle corse nei
mesi di luglio e agosto, in concomitanza con il maggiore afflusso di turisti, idem
Follonica. Mi dovrebbero spiegare che senso ha far correre i cavalli a Follonica in
gennaio e febbraio, com' successo negli ultimi anni, quando la citt
deserta...Follonica dovrebbe avere lo stesso programma di Cesena, altra localit
turistica, dove i convegni raggiungono il top in estate. E' proprio tutto sbagliato. Il
modello francese, dove hanno la bellezza di 245 ippodromi, sarebbe l'ideale, ma quello
un gioiellino che funziona alla grande. L il 6% del movimento globale di tutte le
scommesse, slot machine comprese, viene destinato all'ippica, da noi una piccola
percentuale dei soldi delle slot arrivata solo dal 2009 al 2011 (150 milioni in tre anni)
come conseguenza della serrata di 31 giorni a fine 2008. La prima mobilitazione
generale per denunciare la gravissima crisi del nostro settore.
Ora ci risiamo. Dal 1 gennaio 2012 sciopero: cavalli chiusi nei box, gabbie vuote,
piste deserte. Ma forse troppo tardi. Servirebbe uno tsunami per azzerare tutto e
riformare l'intero sistema. Restituendo la governance' dell'ippica a chi la conosce e la
ama, spazzando via la politica. Ci riuscir il Governo dei tecnici?

L come LIMITE
Mauro & Sara oltre ogni limite
DI RENZO MARMUGI
29 novembre 2010

Ci vuole un fisico bestiale e una volont coranica per resistere 24 ore svegli a battersi
per un record mondiale di coppia al remoergometro. Che d poca gloria e zero soldi.
Vogando nel chiuso di una palestra, il display della distanza che stai facendo negli
occhi, il muro come sfondo. e alternandosi sul sedile ogni 5 minuti. Il livornese Mauro
Martelli e la trevigiana Sara Baran sono stati eccezionali e hanno abbattuto il muro
della sofferenza, arrivando a spingere il record mondiale pesi leggeri a 328,596 km.,
oltre quindici km meglio del primato precedente (313,28 km), detenuto da due
americani e 32 km sopra il limite raggiunto da una coppia uomo-donna inglese
(296,656 km), l'obiettivo minimo che si erano prefissi.
44 anni e funzionario commerciale della Lavazza lui, 33 anni, impiegata in una ditta di
vigilanza e soprattutto figlia d'arte lei. Il padre, infatti, si chiama Primo Baran, 67 anni
ben portati, il quale nel 1968 vinse la medaglia d'oro alle Olimpiadi del Messico nel "2
con" di canottaggio. Una passione di famiglia, quella di vogare, che Sara ha ereditato e
sostenuto alla grande, protagonista in nazionale e nelle gare tricolori, fino all'ultimo
titolo - il 4 di coppia pesi leggeri - dopo il quale ha deciso di lasciare gli Ospedalieri
Treviso, societ dove pap Baran continua ad allevare talenti, diviso fra la sua citt e
la Querini Venezia.
Mauro Martelli invece ha un passato autarchico, pi naif: tesserato per i VVF Tomei,
voga dal 1991 e, dopo aver gareggiato nei gozzi del Palio Marinaro e in altre
competizioni a sedile fisso, ha sposato il remoergometro e il coastal rowing. Molto
impegnato nel sociale ( presidente e allenatore di Sportlandia, associazione che si
occupa di disabili mentali), Martelli ha avuto la pazza idea di questa 24 ore, riuscendo
a vincere l'iniziale diffidenza di Sara Baran. Appena partiti (il giudice arbitro era Marco
Marconcini), sono andati subito sopra il record, ma nella notte - a 6 ore e 20' dalla fine
- Martelli ha avuto una crisi terribile, dovuta a mancanza di sali. Non sentivo pi le
gambe, erano totalmente bloccate - dice - cos ho dovuto remare solo di braccia e
schiena, come i gozzi di una volta.
Sara Baran invece ha avuto qualche difficolt nelle ultime due ore, ma soltanto per
stanchezza. La notte stata lunghissima, anche se i miei amici dal Veneto mandavano
tanti sms di incoraggiamento. Una tortura. Dedico il record ai miei genitori e agli amici.
Mio padre Primo stato eccezionale: non ha chiuso occhio per 24 ore, poi si anche
messo a guidare la macchina per Treviso.

M come MOROSINI
Piermario tra noi
Momenti struggenti per 15mila
cuori
DI RENZO MARMUGI
16 maggio 2012

E' azzurro il cielo sopra Pescara. E pieno di stelle. La pi luminosa, nel Grande Carro,
quella di Piermario Morosini. Il 14 aprile era volato fra gli angeli, trentuno giorni dopo
guarda i suoi compagni da lass, sperando che riescano finalmente a regalargli
quell'impresa che lui fortemente voleva. Andiamo a prenderci questo risultato, disse
a Mazzoni e agli altri guardandoli coi suoi occhi scuri prima di uscire dallo spogliatoio.
Un incitamento che il Livorno stava mettendo in pratica, con due gol in 11', firmati
Dionisi e Belingheri. Guarda caso gli assenti del recupero: Fede in panchina per scelta
tecnica, "Beli" alla tv, perch fra l'altro era gi stato sostituito prima dell'interruzione
del gioco. Lo stadio Adriatico comincia gi a riempirsi un'ora prima: bianco e celeste,
non esistono altri colori, quella dozzina di felpe amaranto che si riscalda sul prato
sembrano piume di una specie protetta dal Wwf. Il ricordo di un sabato piovoso e
maledetto in due striscioni esposti in curva abruzzese: "Ciao Moro, la nord ti onora" e
"Ciao Moro, salutaci Domenico: sempre con noi". Riferimento al capo ultr del Pescara
ucciso nella notte del 1 maggio in circostanze misteriose.
Il resto solo presente, con una citt ormai alle porte del sogno, il quotidiano locale (Il
Centro) che ha gi preparato 32 pagine speciali sulla promozione, insomma qui tutti
ormai stanno facendo il conto alla rovescia. E quindicimila cuori infatti sono l, tutti
accesi, pronti a dire io c'ero. Prima che le squadre entrino in campo per sciogliere i
muscoli due bambini palleggiano fra la panchina del Pescara e lo spigolo destro
dell'area, dove stava ripiegando il Livorno, proprio dove il Moro cadde e si rialz per
due volte nel suo ultimo alito di vita. E fra chi il 14 aprile era in tribuna e non ha pi la
beata incoscienza dei vent'anni un brivido, un flashback che attorciglia la gola.
Un attimo prima che le squadre sbuchino dagli spogliatoi il maxischermo dello stadio
proietta un bel primo piano del Moro e la scritta: ciao Piermario. Applausi, e tutti in
piedi. Mentre i ragazzi della nord percorrono la pista di atletica con un mazzo di fiori e
lo stesso striscione portato a Bergamo per i funerali, accompagnato dai colleghi-alleati
del Pescara. E lo appendono proprio al centro del settore degli ultr abruzzesi: "Avevi
la nostra maglia - ciao Moro".
Poi si comincia, il presente si prende il centro del palco. Pescara frenetico e all'assalto,
Livorno coperto e col bavero alzato, con un 4-5-1 che in questo stranissimo primo
tempo di 14 minuti pi recupero pu anche andare bene. Qualche emozione, lo stadio

si infiamma, ma Bardi un gatto a nove code e non si fa sorprendere. Si va al riposo


ancora sullo 0-2, poi nell'intervallo arriva la notizia che il Torino sta vincendo col
Sassuolo, una bella notizia anche per Zemanlandia. La ripresa un assalto al fortino
amaranto, ma l'angelo Morosini dal cielo fa buona guardia e la porta di Bardi non
capitola mai. Andiamo a prenderci questo risultato, avevi detto quel 14 aprile. Ciao,
Moro. Un angelo amaranto.

N come NOSTALGIA
Livorno-Montecatini, nostalgia
a canestro nel segno di Benvenuti
DI RENZO MARMUGI
22 ottobre 2012

La storia siamo noi, nessuno si senta offeso. Anche se la storia oggi parla di un
campionato scioglilingua, DnB (la ex B2), e di due citt, Livorno e Montecatini,
che sentono i morsi della crisi, un'epidemia che insieme alle disastrose
politiche dei nostri governanti della palla a spicchi ha riportato l'orologio
indietro di mezzo secolo.
Altro che I-Phone 5, qui siamo tornati al telefono a gettoni. Giocatori
disoccupati, societ che muoiono come mosche, tanti debiti e sponsor in fuga.
C'era una volta la serie A, direbbero i fratelli Grimm nelle loro celebri favole. E
in quegli anni formidabili Livorno aveva due squadre al top, Libertas e PL,
mentre all'ombra delle terme la passione aumentava pi dell'obesit negli Stati
Uniti ed esplodeva nel bunker di via Leonardo Da Vinci, con Mario Boni e il suo
fratellino Andrea Niccolai protagonisti in campo e nell'immaginario dei tifosi.
Oggi le due cugine si affrontano in derby molto pi annacquato, anche se il
teatro sempre lo stesso, quel PalaMacchia pieno di rughe e di ricordi. Il Don
Bosco l'unico emblema di Livorno sopravvissuto in un campionato nazionale,
sia pure la quarta serie, Montecatini invece tenta di risalire la china dopo i
disastri dell'ultimo club, la RB. Sparito, tanto per essere al passo con i tempi.
Al timone nella citt delle terme c' ancora Andrea Niccolai, classe 1968, un
bambino infinito che dopo tonnellate di canestri tornato a casa. E per lui il
basket resta un morbo che non si cura. Tessera di allenatore nazionale in tasca,
guida gli Under 19 Eccellenza della societ in cui sua moglie, Selvaggia Novi,
presidente pro tempore, e Andrea Panati, 46enne figlio di Vito il signor
Panapesca finanziatore ombra e supertifoso. "Nick" va anche in panchina
come vice coach di Federico Barsotti, il suo nome nel giro conta sempre
qualcosa se vero che ha convinto a giocare per lui grandi nomi come German
Scarone e Roberto Casoli, ex ragazzi con un pedigree lunghissimo in serie A e
anche in Nazionale. Oltre, naturalmente, al suo fratello minore Gabriele
Niccolai, che a 40 anni prosegue in canottiera la tradizione di famiglia.

Alla fine vincono i ragazzini d'assalto del Don Bosco (bravi Mazzantini e Martini,
importante il veterano Modica), bravissimi a nascondere anche l'infortunio del
bomber Iardella, ko dopo 5' per un colpo alla spalla. Montecatini si arrende
perch tira quasi pi da tre (7/30) che da due (17/35), concede 18 rimbalzi
d'attacco ai leoncini rossobl, e soprattutto va in lunetta poco e male (7/19,
37%). Con due arbitri scadenti che fischiano un tecnico a Niccolai junior a 2
decimi dalla sirena, tanto per aggiungere un altro po' di pepe.
Ma i derby con Livorno - dice Andrea Niccolai dopo aver sbollito la rabbia per
la prima sconfitta stagionale - per noi non erano troppo sentiti. Livorno
sempre stata un punto di riferimento, venire ad affrontare qua i maestri gi una
goduria. La Libertas di Fantozzi, Forti, Carera e Tonut era fortissima, un mito per
tutti. Screzi? Ne ricordo uno solo, ma successivo, in Legadue. Ivo Maric, da
buon slavo, all'andata ci prese in giro negli ultimi secondi facendo un po' di
numeri sotto le gambe, e allora noi della Snai al ritorno eravamo caricati a
molla. Infatti vincemmo, e quel giochino di prestigio irridente glielo feci io....
A godersi la partita ieri, da una nuvoletta sopra via Allende, sicuramente c'era
anche Gianfranco Benvenuti. Pare di vederlo, Cacco, con quel sorriso guascone
da eterno ragazzo, mentre osserva che negli ultimi secondi Scarone e Gabriele
Niccolai sparano sul ferro la bomba che potrebbe cambiare la partita. Un
uomo meraviglioso, ci manca tanto - dice Andrea Niccolai -. Lui aveva unito
queste due citt, spingendole di persona nell'olimpo del basket nazionale. E'
anche grazie a lui se fra Livorno e Montecatini non ci sono mai stati rancori,
perch Cacco, livornese di scoglio, con il suo lavoro era riuscito a creare questo
filo diretto, era un emblema di due realt.
Gabriele Niccolai si ricorda tante partite belle in un palazzetto stracolmo, ma
con il Don Bosco dei fratelli Gigena, Wilson, Baker e Dabbs niente di
particolarmente cattivo. Perch la vera contrada nemica, per Montecatini,
diventata Pistoia quando ha preso l'ascensore verso la serie A. Oggi Niccolai
junior, classe 1972, sembra uscito da uno spot sull'eterna giovinezza. E quando
lo vedi con la fede al dito e ti racconta dei suoi figli Rachele (sei anni) e Jacopo
(tre), solo allora ti rendi conto che il tempo passato.
German Scarone, invece, dopo una carriera da giramondo di successo ha
accolto l'invito dell'amicone Andrea Niccolai per venire a fare la chioccia in un
gruppo di giovanissimi. Quando ho rimesso piede a Montecatini - dice - mi
sembrato che il tempo non fosse mai passato. Una cosa pazzesca. Ho rivisto le
stesse facce, i due ristoranti che erano il covo dei cestofili dopo ogni partita (da
Egisto e il Gallo), tanti amici. Io qui avevo vissuto due anni meravigliosi, a 37
anni ho ancora voglia di giocare e per me tornarci non stato certo un
problema di stipendio, solo una scelta affettiva. In B2 non c'ero mai stato, mi
hanno chiesto di far crescere i giovani del vivaio e io ci sto. Per continuare a
respirare aria di basket, il mio mondo da sempre. L'obiettivo giocare per altre
due stagioni, ma fermandosi a ogni estate per ascoltare il proprio corpo. Cosa
far da grande? Sicuramente dentro c' la voglia di restare in questo ambiente:
mi manca l'ultimo esame per diventare allenatore giovanile, poi sono

interessato anche al lavoro di personal trainer. Abito a Rimini, chiss. Tutte le


porte sono aperte.
Vito Panati, 76 anni portati alla grande (quattro volte la settimana sale sulla bici
da corsa e pedala come un ragazzino), ormai non va pi alle partite. Ma ogni
domenica si informa dal figlio Andrea sui risultati della squadra rossobl che ai
tempi dello sponsor Panapesca galopp con i due "gemelli del canestro" verso il
paradiso. Speriamo di perdere - aveva detto ieri sera Panati junior - altrimenti
la gente di Montecatini si crea troppe aspettative.... E' stato accontentato.
Gli ex ragazzi dell'Onda d'Urto, gruppo storico del tifo termale nato nel 1989 e
simboleggiato da Maurizio Magnani, ricordano ancora un episodio della Livorno
post fusione, quando la Lotus Montecatini con Mark Landsberger fu accolta da
un lancio di uova e gavettoni di pip. Il bersaglio? La risposta gi contenuta
nella domanda: Mario Boni. Mentre un German Scarone ancora diciottenne in
maglia Benetton, proprio al PalaMacchia gioc la sua prima partita da titolare in
A2 perch il play americano di Treviso, Winston Garland, centrato da un
lanciatore di saliva su una rimessa laterale, si gir tirando una pallonata verso il
pubblico. Espulso. Altri tempi, altre situazioni. Non si vede bene che col cuore,
l'essenziale invisibile agli occhi.

O come ORO
Gianni Sasso, il mondo
ai piedi delle sue stampelle
DI RENZO MARMUGI
23 ottobre 2012

E ora voglio vincere una medaglia d'oro alle Paralimpiadi. Non so dove, non so
quando, n in quale specialit. Ma state tranquilli che ce la far. Gianni Sasso, 43
anni, un inno alla gioia dopo aver superato il proprio record mondiale di maratona
con le stampelle domenica ad Amsterdam. 4 ore, 28 minuti e 38 secondi, ben 9 minuti
in meno rispetto al primato che stabil nel 2009 a Chicago. Quando io e i miei amici di
Forio d'Ischia siamo entrati nell'Olympic Stadium lo speaker ha annunciato il nuovo
record e tutti gli spettatori si sono alzati in piedi ad applaudire. Un'emozione enorme,
me la porter dentro per la vita. Eppure stata la corsa pi difficile di sempre: nei
primi venti chilometri strade strette e acqua sull'asfalto, piste ciclabili, tanti
concorrenti in poco spazio e poi foglie in terra. Se ce l'ho fatta devo dire grazie ai miei
amici: Marco Calise, Antonio Russo, Pippo Iacono e Roberto Manna. Loro si sono messi
intorno a me, hanno creato un involucro protettivo, in qualche caso prendendo anche
a spinte gli altri concorrenti e chiunque rischiasse di farmi cadere. Perch con le
stampelle basta niente per perdere l'equilibrio e ritrovarsi gi per terra.
Primi 15 chilometri corsi con un tempone, 1 ora e 30', poi dopo 23-24 km una marcia
pi regolare fino al traguardo. Anche perch il traffico si era diradato. Una volta
arrivati dentro lo stadio racconta Gianni Sasso mi sembrava di aver vinto la Coppa
del Mondo: gli organizzatori e il presidente di giuria sono scesi in pista per farmi i
complimenti, poi hanno voluto anche il giro d'onore. Ora sono stanchissimo e sempre
tanto, tanto emozionato. E' la conferma che nella vita non esistono limiti, n barriere,
in qualsiasi situazione uno si trovi. La vita, comunque tu sia, una cosa grande, un
dono. Ora mi sento molto, molto pi forte nell'animo. E ribadisco il mio grazie per
poter annusare l'aria ogni mattina, per vivere sotto un cielo, per aver conosciuto tante
persone speciali. Come Willy Boselli.
Il tifoso bolognese della Fortitudo Basket rimasto tetraplegico all'et di 19 anni e per il
quale nata Happy Hand l'evento di sport senza barriere aveva preteso il suo
nome scritto su una stampella di Gianni, un tipo tosto che a sedici anni aveva perso la
gamba sinistra in un terribile incidente con lo scooter. Willy stato straordinario, il
suo sito diventato il mio. Mi ha chiamato tante volte al telefono, inondato di sms,
dandomi una carica incredibile. Lui era l'albero, io il ballerino. Anche se io non sono
come Willy, perch lui non sta tre metri sopra il cielo: il cielo. Una persona cos, con
tutta quella gioia e voglia di vivere, assolutamente contagiosa. Un messaggio
positivo per chiunque, da gridare al mondo. La dimostrazione vivente che non esiste
nessun impedimento per nessuno. Basta solo mettersi in cammino. E se la tua vita

piena di curve e uno come Willy Boselli ne ha tante invece che di rettilinei, non
importa. Perch alla fine, poi, se vuoi arrivi lo stesso.
Il giorno dopo il record mondiale Gianni Sasso ancora ad Amsterdam, a festeggiare la
vittoria con gli amici di Ischia, la sua isola. E il dolore fisico non riesce a cancellare
ancora l'adrenalina e l'emozione per aver realizzato l'impresa. Domenica ho fatto i
numeri ammette con un pizzico di guasconeria ho la gamba che mi fa veramente
male e le vesciche alla mani. Per sono felice, credetemi. Felicissimo. Per aver donato
una vittoria all'Italia e a Ischia. Questo record per me non cambier nulla, anche se ho
pensato a Willy e a Francesco Messori, il ragazzino che sogna di poter giocare a calcio
nella nazionale degli amputati. E io cercher di dargli una mano per realizzarlo. Il mio
invece andare alla Paralimpiadi e mettermi al collo una medaglia d'oro. Dopo il
record di domenica ad Amsterdam sono sicuro di riuscirci. Non so ancora in che
specialit ma il prossimo scalino sar quello. Prepararsi bene, scegliere la disciplina pi
adatta al mio fisico, e poi allenarsi, lavorare forte.
Dopo New York, Chicago e Amsterdam (tre maratone con altrettanti record del mondo)
Gianni Sasso davanti a s ha un'autostrada. E con quella forza interiore nessun
traguardo precluso. Alla prossima impresa.

P come PUROSANGUE
Yoshida, la fabbrica dei
purosangue
DI RENZO MARMUGI
30 gennaio 2007

Stazione di Minami Chitose, trenta minuti esatti di treno da Sapporo. Il generale


inverno non ha ancora invaso l'isola di Hokkaido. La segretaria Mariko puntuale come
una giapponese doc, dolce e gentile come una "geisha". Sali in auto, mezz'ora di
strada fra il verde immersi dentro un panorama grigio e nebbioso, ma sempre caldo e
umido come ogni anno a inizio autunno. Il sole l sopra, "above in the sky", nascosto
dalle nuvole. Qui da dicembre e marzo sono quasi coperti dalla neve, costretti in
annate eccezionali anche a vivere rinchiusi. Arrivi a Shadai Farm e tocchi il paradiso.
Non c' San Pietro che viene ad aprirti con le chiavi, ma come se ci fosse. Entri nella
palazzina-ristorante e dopo qualche minuto arriva lui, il mito, Teruya Yoshida. 59 anni,
gli occhi come due fessure, il capo di un impero di quattrocento ettari (a Shadai Farm
ci sono le femmine-fattrici, i circa quaranta stalloni invece vivono a una quarantina di
chilometri, dentro la Shadai Stallion Station), un'azienda che nel mondo dell'ippica
come la Toyota per le auto. Enorme, funzionale, perfetta.
Trecento femmine nei box di Shadai Farm, un gioiello fra le colline ondulate dell'isola di
Hokkaido che per girarlo devi spostarti in macchina. Sembra quasi di essere nel
"Chiantishire". Paesaggio dolce, recinti, piste per gli allenamenti, "girelli" dove i cavalli
pi giovani si abituano a camminare e a diventare docili prima di essere avviati alle
corse. E' qui che sono finiti anche molti purosangue italiani di successo, acquistati da
questo signore col fiuto degli affari e la passione del galoppo che ha ereditato dal
nonno Zenuske Yoshida e dal padre Zenya la gioia di vivere tra i cavalli e di farne una
ragione di vita. E di business.
Amante dell'Europa e anche dell'Italia (ti accoglie facendoti bere un caff espresso che
esce dalla macchina Delonghi, a pranzo serve spaghetti De Cecco con pomodoro
fresco e in sottofondo musiche di Andrea Bocelli e Riccardo Muti), Teruya Yoshida di
una gentilezza disarmante. A Shaday Farm - spiega - alloggiano trecento femmine e
duecento cavalli da corsa, un gigantesco residence, una macchina da yen che d
lavoro a duecento persone. Il legame di Teruya con il nostro Paese cominci una
ventina di anni fa, quando acquist da Luciano Gaucci il campionissimo Tony Bin,
morto nel 2001 a diciotto anni dopo una lunghissima e prolifica vita da stallone. In
corsa era super, nel 1988 vinse l'Arc de Triomphe a Parigi, ma anche in razza si
dimostr un campione. Una mattina lo trovarono nel box con l'osso del collo spezzato.
Un banale incidente, ma un grande dispiacere per mr. Yoshida, uno che i cavalli li ama
come figli.

Di italiani di successo ora c' Falbrav, comprato tre anni fa al 50% per 2,5 milioni di
dollari dal signor Salice di Cant. In pista ha vinto in Europa e America, con la giubba
gialla a strisce nere dei giapponesi arrivato primo nella Japan Cup e in altri gruppi 1,
alla seconda stagione di monta (poi Teruya Yoshida lo ha acquistato per intero) gi
diventato uno stallone di qualit. Solo nel 2006 - dice - ha coperto 120 fattrici, al
tasso di monta di 20mila euro. Lo teniamo sei mesi qui e, nei mesi pi freddi, va a
continuare la sua attivit tra Australia e Nuova Zelanda. Dove vive come un re per il
resto dell'anno e produce figli di successo. Falbrav ha gi 120 puledri-eredi pronti per
correre. Che nascono dalle dieci femmine italiane (Marbye, Bardonecchia, Shenk,
Shoko, Atoll, Arranvanna, Fanjica e Xua le pi famose), ma anche dalle altre aspiranti
madri di Shadai Farm.
Il legame di Teruya Yoshida con l'Italia profondo, e comincia nel 1979, quando suo
padre Zenya compr Sortingo un paio di settimane prima che vincesse il Gran Premio
di Milano. Fu il suo amico Eugenio Colombo, agente di grande livello, a consigliare
quell'affare, da l in poi cominciato un filone che ha portato sull'isola di Hokkaido un
purosangue leggendario come Sunday Silence (un crack in corsa e un fenomeno in
razza, produttore di campioni e di stalloni, morto a 17 anni dopo aver spodestato Tony
Bin nelle classifiche stalloniere giapponesi), poi White Muzzle - un altro cavallo di
Luciano Gaucci, nato nel 1990 - e, pi di recente, Falbrav. In Italia ha acquistato anche
Silver Cup, vincitrice del Regina Elena 2005, di propriet dei fratelli Botti e dei fratelli
Nencini di Pistoia, che si allenava a Cenaia (Pisa), avviata ora in razza.
L'ultimo arrivo italiano si chiama Dionisia, uno splendido esemplare ancora impegnata
nelle corse: Yoshida ti mostra orgoglioso la videocassetta delle Oaks, una classica per
le femmine, che la sua cavalla ha vinto a Milano. Quanto l'ho pagata? Il prezzo
segreto, dice con un sorriso. Come preferisce aggirare il discorso sul fatturato annuo
di Shadai Farm. Diciamo che il 50% degli introiti arriva dalle vendite alle aste (a
cadenza annuale: nel 2006 hanno venduto una settantina di puledri al prezzo medio di
300mila dollari, mentre Bay Colt, il top, stato aggiudicato a un milione di dollari,
ndr), il 20% dalle corse e il 30% dagli stalloni.
Ama l'Italia e anche i fantini italiani: i suoi cavalli corrono con Mirko Demuro, il numero
uno dei nostri, Bietolini, Monteriso. Nel 2003 Demuro stato il primo fantino straniero
a vincere il Derby in Giappone, e sotto la regia di Teruya Yoshida. Una macchina di
soldi e di successo, ma anche di grande umanit. "Arigato gozaimas", mr.Yoshida.
Grazie di tutto.

Q come QATAR
Aspire, tutti i colori dell'Africa
DI RENZO MARMUGI
11 febbraio 2012

Non c' scommessa pi persa di quella che non giocher, canta Jovanotti. I ragazzi
dell'Aspire Academy, per la prima volta alla Coppa Carnevale, probabilmente non
conoscono Lorenzo Cherubini, ma la loro scommessa se la giocano. E con un impegno
totale. La prima cosa che balza agli occhi che una squadra di Doha, capitale del
Qatar, ha una rosa di all blacks, e tutti africani: sei giocatori del Senegal, cinque della
Nigeria, quattro del Camerun, due del Ghana, due sudafricani, un kenyano e uno del
Mali. Mother Africa, insomma. E anche lo staff variegato: allenatore spagnolo
(Bartolome Marquez Lopez), vice tunisino di passaporto tedesco (Abderrazak Hedider),
magazziniere indiano (Sayed Faisad Abdul Jabbar), massaggiatore tunisino (Fethi
Methni), medico francese (Rachid Bouras), preparatore atletico spagnolo (Xavier
Delgado Pedrero).
Per svelare il mistero basta andare su internet e cercarsi "Aspire football dream". E' la
chiave per scoprire che in Qatar, sede dei Mondiali di calcio 2022, nel novembre 2005
nato un progetto umanitario e calcistico ambizioso: reclutare talenti tra Africa, Asia e
America Latina, formarli e dargli la possibilit di sognare con un pallone da calcio. Al
torneo di Viareggio l'Aspire Academy presente con una squadra di ragazzi del 1994,
pi due 1995. Quelli pi grandi giocano e studiano in Qatar, dal 1995 al 1998 invece si
trovano nella succursale Aspire Senegal, che recluta i migliori prospetti di dieci paesi
africani (Costa d'Avorio, Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda, Ghana, Mali, Nigeria,
Camerun e Sudafrica), inseriti nel progetto insieme a due nazioni asiatiche (Vietnam,
Thailandia) e e tre americane (Guatemala, Costa Rica, Paraguay). Il coach Bartolome
Vasquez Lopez, 50 anni, ex centrocampista dell'Espanyol. E' arrivato a Doha da sei
mesi, firmando un triennale dopo aver fatto il vice allenatore all'Espanyol e il capo in
serie B spagnola.
Ma nel calcio spagnolo arrivata la crisi - dice - e allenare in Segunda Divisione per
uno stipendio da fame non ne vale la pena...Meglio un'esperienza all'estero, e Doha mi
piace. La Toscana mi ricorda Livorno e Lucarelli: nel 2006-07 ero vice di Ernesto
Valverde e in Coppa Uefa giocammo proprio contro il Livorno, eliminandolo. Da
giocatore ho affrontato, sempre in Coppa Uefa, l'Inter e poi il grande Milan di Arrigo
Sacchi. Bei tempi.... Accanto a lui c' Abderrazak Hedider, tunisino residente in
Germania. Io sono nello staff di Aspire Academy fin dalla fondazione - dice - una gran
bella esperienza. I ragazzi da noi giocano, ma frequentano anche le scuole superiori. E'
una scuola di calcio e di vita. Vengono da realt povere, paesi con tanti problemi. Ad
accompagnarli durante la permanenza in Versilia Fabrizio Giovannini e Cristian Corsini.
Io sto con loro praticamente tutto il giorno, anche in hotel - dice Giovannini - e devo
dire che sono ragazzi molto bravi, educati. Poi in campo devo dire che sono dotati di
tecnica e intelligenza. Giocano sempre di prima, con Una squadra interessante. Con

l'Atalanta hanno tenuto botta, sbagliando un rigore e perdendo per un gol al 90'.
Meritavano molto di pi.

R come ROSSO
Calcio e martello, che festa
il Livorno in Turchia ha scoperto un
gemello
DI RENZO MARMUGI
5 settembre 2009

Calcio e martello. Una favola rossa, un tuffo nel passato, una storia quasi incredibile.
quella vissuta dal Livorno e da un gruppetto di ultras della curva nord nel mini-viaggio
ad Adana, meno di cento chilometri dal confine con la Siria, per l'amichevole di ieri
sera con il Demirspor (0-0). Una squadra della TF2, la terza lega del pallone turco.
Potere del calcio, ma anche potere della Rete. Perch Cristiano Lucarelli da quelle parti
aveva cominciato a diventare un mito nel giorno in cui rinunci a un miliardo di
vecchie lire per tornare a casa, a giocare nella citt dove era nato il Partito Comunista
Italiano. Una storia raccolta da un gruppo di studenti di sinistra di Istanbul (il loro
motto "no al calcio capitalista") e da l rilanciata aprendo un sito internet in lingua
turca, www.forzalivorno.org. Convegni, incontri, articoli sui giornali, un tam tam
arrivato fino ad Adana, oltre due milioni e trecentomila abitanti, dove esiste una
societ di calcio, il Demirspor, fondata nel 1940 dagli operai delle acciaierie. Terreno
fertile per interessarsi a un fenomeno tipicamente di sinistra.
Tutto nato dal fatto che l'Adana Demirspor ha assunto come coach una donna,
Deniz Kite, con la quale io avevo lavorato insieme all'Onu nel settore management. Lei
non segue la parte tecnica, si occupa di motivazione, ma la prima donna assunta da
una squadra di calcio in quel ruolo. Nel 70 anniversario della fondazione del club il
presidente Bekir Cinar le ha chiesto di mettere in piedi un'amichevole con una squadra
italiana di serie A e cos lei mi ha telefonato. Io mi aspettavo di sentirmi fare i nomi di
Juventus, Inter, Milan, Genoa. Invece ha detto "qui vogliono il Livorno". Potete
immaginare la mia meraviglia....
La voce del dottor Lino Barbasso, 47 anni, siciliano di origine e giramondo di
professione, un figlio universitario che studia informatica a Pisa. Ex giocatore di basket
nelle serie minori, diverse lauree, e anche il tempo e la passione per prendere il
patentino da allenatore di pallacanestro fino alla serie B. Barbasso un esperto di
comunicazione e coaching, chiamato da universit, aziende e organizzazioni - l'Onu ad
esempio - per istruire i propri manager. Quando ho telefonato a Livorno il segretario
generale Alessandro Bini stentava a credere a quello che gli dicevo. Mi ha chiesto se
loro dovevano portarsi i palloni, se c'erano campi in erba per l'allenamento, era
diffidente. Invece qui esiste un centro sportivo pi bello di Milanello: sette campi
perfetti, idromassaggio, piscina. E poi ci sono tifosi che sanno tutto del Livorno, fans
club di Lucarelli, una passione enorme.

L'accoglienza degli ospiti all'aeroporto stata unica, un signore della comitiva ha


pianto dalla commozione. Oggi (ieri, ndr) dopo il pranzo all'hotel Hilton siamo andati
col pullman in un caff tipico per le interviste con giornali e tv. C'era anche la Cnn, che
ha mandato in onda le immagini in diretta. Il giornalista ha parlato con Nelso Ricci, il
vostro direttore sportivo, e lui era visibilmente emozionato. Mai si sarebbe immaginato
di andare in onda sulla Cnn. I media turchi naturalmente hanno concentrato il loro
interesse su Lucarelli. L'inglese? No, c'era un traduttore. Solo quel giocatore danese,
Bergvold, ha parlato senza filtri. In citt l'interesse per la partita enorme: lo stadio da
ventimila posti esaurito, da tempo non si trova pi un biglietto, la televisione
nazionale Trt far la diretta, governatore e sindaco sono annunciati in tribuna. Misteri
del calcio oppure un'anomalia politica per la Turchia? Lino Barbasso la spiega cos: In
questa regione vive un buon gruppo di curdi, poi la Turchia uno stato laico e il
fondatore Ataturk fece tutto il possibile per metterla pi vicino all'Europa che non
all'Asia. Certo, la religione musulmana, ma si convive fianco a fianco senza problemi.
Nel mio staff di lavoro ci sono quattro ebrei, cristiani, musulmani, e tutto funziona
benissimo....
Sorpresi da tanto calore anche gli ultr del Livorno che hanno trovato posto sul charter
per Adana. Luca Revello, nickname' "l'Acquaiolo", un pezzo forte della curva nord
dai tempi delle Bal. Al nostro arrivo abbiamo ricevuto un'accoglienza eccezionale dice a poche ore dalla partita - questa diventer un'esperienza tutta da raccontare. La
canzone "Bella ciao", cori politici, striscioni (uno diceva "siamo la squadra del popolo"),
una festa grande alla squadra e a Lucarelli. L'okay a salire sul charter per noi era
arrivato mercoled sera, in poche ore abbiamo dovuto decidere chi partiva. Siamo in
undici, quelli riusciti a liberarsi dal lavoro: quattro-cinque vecchi e gli altri della nuova
generazione. Et massima 46 anni, il pi giovane 22. Pensavamo di trovare una citt
piccola, delle dimensioni di Viareggio, invece Adana ha oltre due milioni di abitanti. Fa
un caldo boia, siamo a 40 chilometri dal mare e con 40 gradi di temperatura. Gioved
sera gli ultr del Demirspor ci hanno portato a cena con due pulmini, poi nella sede del
loro club fino alle due di notte a festeggiare, oggi di nuovo tutto il giorno insieme. Ci
parliamo in inglese, non si capisce tutto, ma il linguaggio della curva e del colore
politico supera anche queste barriere. Ci hanno detto che loro volevano questo
incontro col Livorno calcio e con i tifosi del Livorno, ma non pensavamo che fosse tutto
cos bello.
Fino all'ultimo bandito.

S come SCUDERIE
Ippica addio, noi ce ne andiamo
DI RENZO MARMUGI
24 dicembre 2011

Chiuso per crisi. Addio selle, briglie, vita difficile. L'amore per i cavalli non finisce, il
mestiere di allenatore s. Giancarlo Mataresi, 65 anni, ha deciso di tirare gi la
saracinesca e di salutare l'ippica italiana. Lui era gi in pensione dal 2009, ma i suoi
figli avevano proseguito l'attivit. Invece col 31 dicembre anche Andrea Mataresi (39)
e il fratello Andrea (35) abbandonano questo mondo crudele, in caduta libera, e al
quale nessuno sembra voler lanciare un salvagente. Proteste tante, fatti pi o meno
zero.
Gi nel 2007 il padre Giancarlo si era fatto promotore di un gesto clamoroso nella
riunione invernale del Caprilli, tirando il sasso per smuovere una situazione che lui
aveva intuito come senza ritorno. Signori, l'ippica talmente in crisi che se continua
cos andremo a correre per un prosciutto, aveva detto annunciando l'iniziativa
coordinata con altri allenatori di autotassarsi per regalare un prosciutto ai proprietari
dei cavalli vincitori di ogni corsa. Una protesta contro il calo dei montepremi e il taglio
delle riunioni. Siamo alla frutta, anzi a due fette di prosciutto, mormor Giancarlo
Mataresi col suo spiritaccio livornese.
Quattro anni dopo la decisione drastica di chiudere. Io sono fortunato - continua perch da giovane ho lavorato all'Accademia Navale, nel 1982 ho preso la patente di
allenatore e nel 2009 sono potuto andare in pensione anche con l'ippica. Ma per i miei
figli e per tutto quelli che operano nel settore in Italia non pu esserci un futuro....
Eppure Giancarlo Mataresi stato un allenatore e proprietario di successo. Dagli anni
Ottanta a fine Novanta avevamo anche sei dipendenti, riuscivamo a campare benino.
Anche se questo un impegno micidiale: ogni mattina ti alzi alle 5,30 e lavori 365
giorni all'anno, perch i cavalli mangiano due volte al giorno e quindi non esistono
Natale, Pasqua, niente. I nostri operai andavano in ferie, noi mai. E poi mettiamoci i
rischi: da cavallo si pu cadere e farsi male, come due giorni fa il fantino Stefano
Landi, che si rotto una gamba. Ora abbiamo deciso di chiudere per non mangiarci i
pochi risparmi messi da parte nei momenti in cui l'ippica tirava. In questi giorni sono
andato in garage a fare un po' di pulizia per custodire selle e briglie che mi erano
avanzate e ho trovato anche delle vecchie dichiarazioni dei redditi. Le ho riguardate,
scoprendo che negli anni Novanta versavo sei-sette, anche dieci milioni di vecchie lire
di contributi per i nostri dipendenti. Mi si sono rizzati i capelli: ma come facevo a
pagare tutti quei soldi? La realt che i grandi capi dell'ippica italiana ci hanno
venduto e noi ci siamo fatti vendere....
Uno sfogo amaro. Vent'anni fa - ancora la voce di Giancarlo Mataresi - una corsa di
minima aveva un montepremi di tre milioni di lire, ora siamo a 1500-1700 euro.

Praticamente la stessa cifra. Ma i costi per mantenere un cavallo da corsa sono


lievitati, prima i proprietari la pensione per il loro purosangue la pagavano volentieri,
ora sono scappati anche loro. Io allenavo i cavalli di Bellabarba, della scuderia Tobeka,
della razza Rossonera, della Gieffe, della Labronica. E avevo anche un allevamento con
due fattrici e due puledri, che ho dovuto regalare. Ci erano rimasti solo tre cavalli di
Riccardo Giuliani. Se ripenso a quando in pista correvano i purosangue con la mia
giubba biancoverde - perch io sono del quartiere San Jacopo - mi viene il magone....
E ora? Giancarlo Mataresi ha un volo prenotato per il Brasile. Il 28 dicembre parto, ho
una piccola casa a Fortaleza e vado a ritemprarmi per un mesetto. Anche i miei figli si
prenderanno una pausa di riflessione, con la differenza che loro hanno tutta la vita
davanti. Menomale che sono single, non hanno figli da mantenere.
Trasferirsi all'estero dove l'ippica ha ancora un valore? L'idea nella famiglia Mataresi
esiste gi. A San Paolo del Brasile hanno un ippodromo eccezionale per il galoppo,
ma una citt caotica, dodici milioni di abitanti. In Australia sarebbe meglio, mentre a
Dubai e Hong Kong l'ippica in grande salute, per entrarci difficile, sono circuiti
chiusi. L'Europa? Siamo tutti collegati, anche gli altri paesi non che siamo messi
benissimo.
Giancarlo Mataresi saluta. Con un pensiero ai 67mila addetti che ruotano intorno al
mondo dei cavalli, dai proprietari ai maniscalchi, fino ai trasportatori e ai fornitori di
biada, che con l'inizio del 2012 rischiano di restare a spasso. Spero che i nostri politici
comprendano la gravit del problema e facciano qualcosa in fretta. Le altre
scommesse ingrassano, le slot machine pure. Basterebbe un piccolo prelievo dalle
varie fonti di gioco per salvare il nostro settore. Ma qualcuno ne ha voglia?

T come TRENO
Livorno, stazione di Livorno
Il treno dei sogni si fermato?
DI RENZO MARMUGI
16 gennaio 2007

"Livorno, stazione di Livorno". Bei tempi quando all'altoparlante sentivi in diretta la


voce del ferroviere con la raucedine del fumatore e la "c" aspirata invece della
signorina al computer. Che ti spiega tutto anche in inglese, ma asettica come una
sala operatoria, gentile e fredda come solo quelle macchinette infernali possono
essere. Clicchi un tasto e via, l'annuncio va. Stazione di Livorno: il treno dei sogni
arriva sul binario quattro e rischia di ripartire verso un luogo sconosciuto.
Calcio, basket, Aldo Montano: tre simboli della citt in un momento critico, tre libri di
favole dove il lieto fine diventa un'ipotesi. Aldo Spinelli inquieto, caccia l'allenatore,
poi parla con i capi storici dello spogliatoio e forse torna indietro, il basket ha deciso a
notte fonda, Montano fermo ai box, diviso tra le pedane e un mondo patinato, alla
ricerca della forma e (forse) degli stimoli perduti.
A Livorno, nello sport di vertice, si sta per chiudere un ciclo? La domanda nasce
spontanea, quando vedi che la squadra di calcio al terzo anno di serie A fa la met di
spettatori delle sfide in C1 con l'AlbinoLeffe, quella dei giganti arranca alla ricerca di
una salvezza pi difficile della "Dakar", e nella sciabola il prefisso 0586 sparito
dall'elenco telefonico, sostituito dal nome di un ristorante vip a Roma.
Colomba, Donadoni, Arrigoni. Tre campionati di serie A, due allenatori costretti a
chiamare il camion dei traslochi per tornare a casa a met del cammino e il terzo sui
carboni accesi. Spinelli vive tra gli sbalzi di umore, Spinelli non sopporta di perdere
male, Spinelli con i suoi dipendenti non vince il premio fair play, Spinelli odia
l'assuefazione, uno dei vizi cronici di questa citt. Dal marzo 1999 a oggi per il calcio
amaranto ha scritto pagine da urlo, irripetibili, ma forse qualcosa si incrinato nel suo
rapporto con il Livorno e i livornesi, molti segnali lasciano pensare che anche lui sia un
presidente con la valigia. E qui tocchiamoci, perch il futuro diventerebbe un triplo
salto mortale, un esercizio da acrobati del circo di Mosca.
Il basket, sedotto e abbandonato dalla maledetta "sinergia" e tornato in serie A nel
2001, quando neanche ci pensava, dopo cinque anni di salvezze col cuore in gola
rischia di essere confinato tra le "brevi" proprio ora che la societ ha trovato
imprenditori livornesi disposti a entrare. Ma il presidente sempre istituzionale, la vita
difficile, le decisioni sofferte. Ha una villa con piscina, il PalaAlgida, invece di quello
stadio inaugurato nel 1935, figlio dell'epoca di Costanzo Ciano, dove gloria fa rima con
storia e memoria, non certo con comodit. E il domani resta un quiz, i dieci soci
promessi dal sindaco sono sempre cinque, anche se qualcosa si muove. Si muove -

ironia della sorte - quando la squadra rischia di precipitare in Legadue, un purgatorio


dove per scontare i tuoi peccati potresti rimanere chiss per quanti anni.
Aldo Montano. Il segno dello Zorro amaranto nel 2004 aveva sfregiato le pedane
olimpiche, conquistato un oro davanti agli occhi del Presidente Ciampi (a proposito,
ecco un altro livornese giunto a fine ciclo), dimostrato al mondo intero che qui non si
vive solo di burle, ponci, sole e Vernacoliere. Ma da Atene in poi Aldino entrato in un
vortice. Celebrit, soldi, feste, veline, televisione. Tutti lo volevano, e lui non si negava.
Divorato dalle donne e dal mondo del gossip. Pi di un attore, pi di una star. Ha vinto
gli Europei 2005, andato alla "Fattoria" col preparatore atletico personale, ma al
ritorno in pedana il bicipite femorale della sua gamba destra ha fatto crac. Lunga sosta
ai box, poi i Mondiali di Torino per tornare di nuovo soltanto un simbolo dell'Italia che
vince. Niente da fare: stesso muscolo, stesso infortunio. Ora fermo, curato come un
purosangue da gran premio, proiettato verso le Olimpiadi di Pechino. Sperando di
riaggiustare le sue preziose fibre e anche gli ingranaggi del Montano atleta. Un esame
di riparazione, forse l'ultimo. Senza un tutor del Cepu, solo con se stesso.
"Livorno, stazione di Livorno". Il treno dei sogni sta per partire? Qui la popolazione
invecchia, i pensionati aumentano, i figli crescono e le mamme imbiancano, l'alopecia
si allarga, al posto di Carlo Azeglio Ciampi ora abbiamo un Presidente che tifa Napoli.
Brutto segno dover vivere di ricordi. E speriamo di non trovarci a dire, molto presto,
formidabili quegli anni.

U come UNO
Una vita da numero uno
Ha cambiato anche la cattiva fama
di Chicago
DI RENZO MARMUGI
13 gennaio 1999

Prima di lui Chicago era la citt di Al Capone e dei gangster, violenta e ventosa. Con
un museo-teatro in pieno centro a ricordare gli Anni Venti, segnati dal piombo di
Scarface e dalla mafia. Poi un bel giorno arriv dall'universit di North Carolina
Michael Jeffrey Jordan, un tipo speciale, e la vita dentro Windy City cominci a
cambiare, dagli anni Novanta ormai Chicago fa rima con i Bulls e con questo signore
pelato in maglia numero 23. Una citt violenta, un po' pericolosa, ma sempre piena di
turisti stranieri. Attratti come uno sciame di api dalla leggenda di MJ e pronti a farla fila
per vedere Nike Town, andare a cena al ristorante di Jordan e farsi fotografare dentro
lo United Center, l'impianto da ventiduemila posti dove giocano i Bulls, accanto alla
statua del campione. L'hanno battezzato Air per la sua capacit unica di sfidare la
forza di gravit e di galleggiare sopra le teste dei comuni mortali, sempre palla in
mano e lingua penzoloni (un'abitudine ereditata dal padre), pronto a snocciolare
numeri e prodezze.
Una fabbrica dei sogni in carne e ossa, un mito non solo americano. Michael Jordan
stato il pi grande, il numero uno di sempre, l'atleta pi popolare degli Stati Uniti dopo
Muhammad Al. Un fenomeno, anzi un alieno. Alto 1.98 ma speciale in tutto, anche a
mettere in fila in una classifica ideale di ogni epoca stelle come Magic Johnson,
Chamberlain, Jabbar, Bird, Bill Russell, "Doctor J", giocatori che hanno lasciato tracce
indelebili del loro passaggio nel campionato di basket pi bello del mondo.
Michael Jordan ha fatto di pi. Un simbolo degli anni Novanta diventato universale,
messaggio positivo per milioni di giovani che magari in vita loro non metteranno mai
piede dentro un palazzetto a vedere una partita, ma in compenso sanno tutto di MJ e
della sua storia, indossano maglie e cappellini con quel Toro dagli occhi infuriati (il logo
dei Bulls), giocano con la `Play Station' muovendole sue mani, tirando a canestro con
la figurina di Air. Un uomo che si sposta su un jet privato, paga sei ex poliziotti per
proteggere la sua sicurezza, riceve seimila lettere al giorno, legge la Bibbia e due volte
l'anno apre il suo ristorante ai ragazzi malati degli States, che gli scrivono a frotte.
Parla con loro, firma autografi, li fa divertire.
Grande giocatore, grandissima persona. Con la passione per la bistecca, le patate
fritte, l'insalata, il ginger ale e un amore profondo e viscerale per il golf e le carte
(specialmente il poker). Lo aspettavamo in campo per un'altra stagione, l'ultima,
invece il 1998-'99 passer alla storia per il `lock out', uno spettro che ha fatto slittare

la partenza a febbraio, e per l'abbandono di Jordan. Era nell'aria, ne avremmo fatto


volentieri a meno. A ritrovarlo uno cos.

V come VIVAIO
La soluzione sono le polisportive
DI RENZO MARMUGI
31 maggio 2012

Anche lo sport in cassa integrazione. Societ in crisi, stipendi in ritardo, fusioni,


rinunce ai campionati. E ogni anno sempre peggio. Anche la Toscana, purtroppo, non
fa eccezione. Roberto Maltinti, presidente della Tesi Group di basket dopo essere stato
per tanti anni al timone della Pistoiese calcio, non affatto ottimista: Lo sport segue
l'andamento dell'economia nazionale sottolinea il momento triste, e se lo dico io
che sono in semifinale playoff per andare in serie A potete crederci. E' sbagliato il
modello, non ci siamo rinnovati, non ci sono idee e neppure ci sappiamo adattare ai
tempi che corrono. A volte invece di tre poltrone ne basterebbe una, invece i cattivi
esempi arrivano anche da chi ci governa: per il terremoto in Emilia sono aumentate le
accise sulla benzina, e nessuno che in Parlamento abbia detto: "facciamo un gesto
simbolico, togliamoci noi un mese di stipendio". L'Italia questa, i giovani dovrebbero
scendere in piazza e fare una protesta dura...
Nello sport arrivano poche risorse, ma di questi tempi normale, prima di mantenere
una societ o dare una sponsorizzazione meglio prima di tutto pagare un operaio.
Nel basket servirebbe una riforma radicale dei campionati, ma consultando la base e
non imposta dall'alto. Io da almeno dieci anni sostengo che il futuro sono le
polisportive, se i soldi sono pochi meglio mettersi insieme. In Toscana invece siamo
maestri nelle divisioni, nelle guerre tra un paese e l'altro. E di questo passo l'agonia
lunga, per la morte sicura. Bisognerebbe non guardare a chi perde ora, ma a chi
guadagna domani. Che forse saremmo tutti.
Mario Brotini, 79 anni, un simbolo vivente della Cuoiopelli. Ci entrai nel 1969 dice
facendo sempre il direttore sportivo o il dirigente. Solo nell'ultima stagione sono
stato presidente, ma perch nessuno voleva farlo. La crisi del calcio dilettantistico
essenzialmente economica. Chi si allena un'ora la sera dovrebbe guadagnare 10001200 euro al mese, non le cifre esorbitanti che si sentono in giro. Le aziende sono in
difficolt, la zona del cuoio fino a pochi anni fa era un'isola felice, invece ora regna la
disperazione. Ci sono troppe societ che fanno il passo pi lungo della gamba,
normale se poi arrivano a fine stagione con cinque-sei mesi di stipendi arretrati. Noi
invece abbiamo deciso di dare un taglio ai costi, il budget totale dalla prima squadra
alla scuola calcio sceso a 140mila euro e l'anno prossimo dovremo tagliarlo di un
altro 20-25%. Puntando sui giovani, anche perch assurdo pagare un sacco di soldi a
qualche giocatore di nome che poi a 25 anni si svincola e pu andare via a parametro
zero. La mia esperienza dirigenziale nasce dal campo, e anche se qualcuno sorrider io
dico che ho imparato a fare calcio da uno come Luciano Moggi. Quando era al Torino e
poi al Napoli ci mandava dei giovani in prestito, i rapporti sono sempre stati buoni. Bei
tempi quando un allenatore come Taffi mi disse di prendere Cristiano Lucarelli dal
Picchi per venti milioni di lire. Poi lo rivendemmo al Perugia per 250. Una volta si

poteva fare, oggi questi colpi sono utopia. E allora l'unico modo per andare avanti
tirare la cinghia e lavorare bene sul vivaio.

Z come ZERO
Canestri vuoti e senza idee
un movimento allo sbando
DI RENZO MARMUGI
30 agosto 2012
Canestri vuoti. Il basket italiano perde altri pezzi, una cinquantina di squadre dalla
serie A alla DnC, la vecchia C1. Un'emorragia senza fine iniziata gi da alcuni anni, ma
che fino a oggi non aveva mai cancellato dalla cartina geografica societ del calibro
della Benetton Treviso. Cinque scudetti, due finali di Eurolega, allenatori come Skansi,
Obradovic, D'Antoni, Messina. E fior di giocatori: Del Negro, Kukoc, Edney, Bargnani.
Vero che la famiglia Benetton gi un anno e mezzo fa aveva annunciato l'intenzione
di uscire dal grande giro, ma vedere oggi le canottiere Benetton in C regionale
francamente mette tristezza. E induce a pensare a un movimento ormai da troppo
tempo incapace di produrre idee, programmi, interesse verso sponsor e media.
Le cause di questo declino dice Fabio Poggianti, direttore sportivo del Don Bosco
Livorno, societ ripescata in DnB dopo la morte della prima squadra cittadina, Basket
Livorno sono diverse: la crisi economica italiana, un fatto reale, ha tolto al basket una
bella fetta di sponsorizzazioni. Prima le aziende facevano la fila, perch i soldi investiti
nello sport si potevano scaricare dalle tasse, ma quando gli utili vengono meno anche
gli sponsor scappano. Il secondo punto riguarda l'usanza comune di troppi presidenti
di dire "lo svincolo e i parametri ci ammazzano". Prima i giocatori erano tesserati a
vita, da quando invece a 21 anni diventano liberi bisognava cambiare le politiche
societarie, soprattutto nelle categorie minori. Il parametro, una specie di affitto
annuale da corrispondere a chi ha costruito il giocatore, oneroso, certo. Ma per tanti
piccoli club pu diventare anche una forma di autofinanziamento. Invece quando lo
svincolo arrivato a regime per tante societ stata una tragedia. I primi casi di
rinunce sono nati proprio perch in troppi vivevano alla giornata, senza
programmazione.
Premi Nas. E' il gergo tecnico del parametro da corrispondere a chi ha allevato un
atleta: 300 euro in serie D (erano 500), 1200 in C regionale (erano 1400), 4mila in
DnC, 7450 in DnB, 9200 in DnA, 9750 in Legadue, 11500 euro in serie A. Premi da
versare alla Federazione entro novembre, che poi a marzo dell'anno dopo gira per il
15% alla societ che aveva il giocatore fra i suoi tesserati a 14 anni, mentre l'85%
spetta al club dove era a 21 anni, il momento dello svincolo. Il premio Nas va versato
comunque, anche se nel frattempo una societ morta, cio non svolge pi attivit
(almeno giovanile).
Caso paradossale uno dei tanti quello di Basket Livorno: chi utilizza oggi i vari
Giachetti, Garri, Santarossa, Cotani, Parente, Fantoni versa alla Fip fior di soldi dei quali
poi nessuno potr godere. Fiumi di denaro (milioni di euro) che poi la Federazione solo
in minima parte restituisce alle societ virtuose, quelle che fanno salti mortali per
rimanere in vita e investire sui giovani.

Programmazione. Poi continua Poggianti c' un altro problema: la mancanza di


certezze e di regole a lungo termine per chi vuole investire nel basket. Nell'estate
2011 entrata in vigore la riforma dei campionati dilettantistici, dalla vecchia B1
(diventata DnA) in gi, e dopo due anni tutto salter di nuovo in aria, con la creazione
sotto la serie A professionistica dei campionati Gold e Silver, i nuovi nomi di Legadue e
DnA. Con un americano per squadra. Insomma, manca la programmazione, e questo
non pu che favorire la fuga e il disamore dei presidenti. Il probabile ritorno di Gianni
Petrucci al posto di Meneghin da gennaio 2013? Petrucci nasce come uomo di basket,
speriamo che tornando al vecchio amore sappia sfornare quelle idee indispensabili per
rilanciare il movimento, entrato in una spirale terribile.
Al momento per solo una speranza. Intanto ci sono centinaia di giocatori
disoccupati, e l'ultimo consiglio federale oltre a respingere l'iscrizione alla serie A di
Treviso e Teramo (il campionato torna a 16 squadre con una sola retrocessione), ha
cancellato anche la vecchia Fortitudo Bologna, un altro club storico. Tempi duri, e la
fine del tunnel non si vede.