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Editoriale

Luigi Alini

La vocazione multietnica e cosmopolita, che attraversa la storia del Belgio e dell’Olanda, è sicuramente un dato centrale per comprendere le invarianti di

quella “lenta evoluzione” del “costruire in mattoni” che ha segnato quest’area.

Il

Belgio, così come l’Olanda, pur essendo uno stato dell’Europa Occidentale, per

la

sua posizione geografica è un crocevia culturale tra l’Europa germanofona e

l’Europa romanza di lingua francese. Il termine “fiammingo”, più che indicare una regione, un territorio, rinvia a un’attitudine, ad una sensibilità riconosciuta e riferibile ad un’area dai confini sfumati: un “territorio di confine” che ha generato una cultura architettonica “ibrida”, la cui “multidentità” si è consolidata attraverso l’uso prevalente di materiali della tradizione, una particolare sensibilità per l’ambiente, la cura per il dettaglio costruttivo, una manodopera con alti livelli di specializzazione e, sopra ogni cosa, la formazione di una “politica nazionale”

attenta alla qualità dell’architettura. Politica sostenuta, naturalmente, da un metodo operativo che rivaluta il contesto, riflette sull'uso dei materiali e delle tecnologie costruttive: non invenzione del nuovo a tutti costi, ma aggiornamento-revisione della tradizione, anche attraverso la continuità del materiale laterizio. Materiale economico, quest’ultimo, flessibile, facilmente “adattabile” alle diverse tipologie ed in grado di “piegarsi” a molteplici texture, con cui l’apparecchiatura muraria declina le sue possibilità. Cosicché, la comprensione degli attuali assetti della cultura architettonica fiamminga richiede l’opportunità di spingersi “oltre”, alla radice da cui trae origine ogni

Il materiale come strategia del costruire

conferimento di senso, ai temi intorno ai quali si è progressivamente formata la “scuola fiamminga”. Una scuola identificabile attraverso un linguaggio che punta sull’espressività dei materiali, su un consolidato bagaglio di conoscenze tecniche, sostenuto da una capacità di esecuzione d’alto

livello, da una “qualità del murare” che permane e permette l’impiego del mattone a vista unitamente ad altre tecnologie.

E il ricorso ad un monografismo materico, ad una texture compatta, si coniuga ad

una ricerca figurativa esercitata nel territorio “dell’immaginazione come repertorio del potenziale”, ad un’azione che rivendica anche un’implicazione simbolica:“il mattone è prima materia del costruire e primo elemento costruito; è il frutto fermo di un procedimento alchemico(1) . L’architettura torna ad essere un’azione costruttiva consapevole, la risposta ad una necessità, ad un problema che la collettività pone, e non solo lo strumento per veicolare messaggi subliminari, immagini accattivanti. Solidità, massività, equilibrio, misura, rigore, uso consapevole delle risorse, sono questi i concetti ai quali rinviano le opere presentate in questo numero: un repertorio ampio di buona architettura, materia elevata a potenza d’invenzione, sapere tradotto in saper fare. Una direzione esplorata dal gruppo Monk Architecten come “armonica connessione” tra architettura e natura. Nel caso della “Jongerencentrum EFS”, ad Aalburg, l’involucro è plasmato come una sorta di bassorilievo. Attraversata da “vibrazioni pittoriche”, la materia si carica di significati che entrano nella “costruzione delle forme”; significati che la materia si porta dentro come eredità destinata a riemergere, di volta in volta in modo diverso, nell’eterno gioco del costruire e ricostruire. Il mattone si frantuma, genera una nuova superfice scritturale. L’unità compositiva dell’involucro “degenera”: da una trama regolare, si passa ad una massa solo apparentemente informe, alla quale fa da contrappunto la geometria regolare dell’edificio. Su altro registro si colloca, invece, l’esperienza delle “Woonhuis Laren”. Il recupero di una figurazione

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CIL

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JagerJanssen. Residenza HanenDick, Eelde, 2007.

JagerJanssen. Residenza HanenDick, Eelde, 2007. Bob 361 Architecten. Residenze sociali Puttenberg-Begijnendijk (2005).

Bob 361 Architecten. Residenze sociali Puttenberg-Begijnendijk (2005).

Lens Ass Architecten. Residenze Lidl, Wellen, 2002.

Monk Architecten. Villa Laren 01 e Villa Laren 02, Anversa, 2001.

archetipica,“a capanna”, di un’immagine riconoscibile, è sostenuta e risolta con un’elegante e sobria ibridazione tra materiali diversi. La “durezza” della tradizionale muratura di mattoni rossi, la texture compatta, serrata, si coniuga

armonicamente con la morbidezza della paglia, utilizzata per la realizzazione di un isolamento termico “a cappotto”. Materiali “antichi” vengono re-interpretati alla luce di nuove possibilità tecniche, generando una figurazione nuova e pur antica. Ne deriva un’immagine che ha “memoria del futuro” e che rende ancor più incisiva la scelta compiuta. La tradizione viene ri-significata. Del resto, tradizione viene dal verbo tradere, che significa appunto “trasmettere”,“consegnare”. Ed è

in quest’ottica che la dualità tradizione-innovazione è esplicitata del gruppo

Monk Architecten come “atto” di rottura, universo in cui il tradere si apre all’innovazione dispiegando una vasta trama d’implicazioni. Implicazioni che

fanno intravedere, nella materia, possibilità e potenzialità che sopravanzano l’atto tecnico. L’atto costruttivo è “strategia”, linguaggio,“luogo”, meccanismo posto alla base della “costruzione d’immagini”, leva che scardina l’eterno presente consentendo di guardare alla Storia per meglio comprendere se stessi. Idealità e materialità trascendono l’opposizione tra dato sensibile e dato intellegibile, recuperando, in una prospettiva nuova, quelle “immagini costituitive” che vivono nel tempo e trovavano un loro ordine, una loro correlazione profonda con la materia, con il lavoro produttivo e l’ambiente in cui questo paradigma si sviluppa.Tradizione e innovazione dialogano a distanza. Ed è questa la grande forza della produzione architettonica fiamminga. Un lento stratificarsi di conoscenze, un flusso ininterrotto d’immagini, una “migrazione”

di significati che, provenienti da “scaturigini

profonde”, raggiungono la “luce dell’arte” all’interno di un’azione costruttivamente consapevole, paziente, mai esibita, mai fine a sé, priva di quel senso d’inanità che sovente sembra

avvolgere l’architettura di fronte al sovvertimento

di tutti i parametri consolidati del “fare architettura”. Ed allora,“non bisognerebbe

mai smettere di chiedersi quale significato assuma la materia all’interno del contesto dell’opera architettonica. Risposte adeguate a tale domanda possono mostrare in una luce inedita i modi in cui i materiali storicamente sono stati utilizzati o lasciarne intravedere di nuovi, valorizzativi di potenzialità ancora inespresse(2) . ¶

di potenzialità ancora inespresse ” ( 2 ) . ¶ Note 1. Elisabetta Gonzo e AlessandroVicari,
di potenzialità ancora inespresse ” ( 2 ) . ¶ Note 1. Elisabetta Gonzo e AlessandroVicari,
di potenzialità ancora inespresse ” ( 2 ) . ¶ Note 1. Elisabetta Gonzo e AlessandroVicari,

Note

1. Elisabetta Gonzo e AlessandroVicari, Un

laboratorio per l’Europa, in “Costruire in Laterizio”, n. 81, 2001.

2. Alfonso Acocella, Trame materiche, in

“Costruire in Laterizio”, n. 111, 2006.

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EDITORIALE

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