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commentario al testo di

 


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Parte IV°
Il bardo del momento della morte (II)

Ven. Khenchen Palden Sherab Rinpoche


Khenpo Tsewang Dongyal Rinpoche

Trad. Thupten Nyima




   

 questo punto, il morente ha cessato di comunicare con il mondo
esterno. Egli non vede più forme, non sente più suoni, non
apprezza più odori e sapori, non percepisce più nulla. Non esiste
più la consapevolezza degli oggetti dei sensi.

La respirazione è cessata, ma persiste un vento sottile come


respirazione interna, cosicchè la coscienza è ancora associata al
corpo. Occasionalmente qualcuno torna indietro da questo punto,
perché fintanto che la respirazione interna residua, c¶è una piccola
possibilità di tornare alla vita. Questo è il momento in cui l¶elemento
bianco e l¶elemento rosso iniziano a vibrare per disintegrarsi.
L¶esperienza interiore di questa fase è associata a tre visioni: una
bianca, una rossa e una nera.

L¶elemento bianco e l¶elemento rosso che abbiamo ricevuto dai


nostri genitori sotto forma di sperma e ovulo sono gli elementi di
base del corpo. L¶essenza bianca, che abbiamo ricevuto da nostro
padre, pervade il corpo, ma risiede principalmente nel chakra della
corona. L¶essenza rossa, che abbiamo ricevuto da nostra madre, è
anch¶essa presente in tutto il corpo, ma è concentrata in un punto
all¶interno dell¶addome, quattro dita trasverse al di sotto del chakra
dell¶ombelico. Il disordine interessa per primo l¶elemento bianco.
In forma di sillaba H capovolta, l¶elemento bianco inizia a
scendere in basso lungo il canale centrale, dal chakra della corona
verso il centro del cuore. In questa fase, il morente fa esperienza di
una fulgida luce lunare bianco-argentea, che brilla dappertutto. Per
un breve istante, tutto diventa bianco come quando un fulmine
colpisce. Questa è la quinta esperienza della chiara luce della realtà
ed è chiamata ngo bo, la visione della luminosità.

H è la sillaba seme o mantrica tibetana che ha il potere di


provocare uno shock al sistema. Quando un¶energia si manifesta
attraverso il chakra coronale pronunciamo suoni come H e HO,
perché la bianca H che là risiede è stimolata al movimento.
ppena il chakra della corona inizia a vibrare, l¶elemento bianco
inizia a gocciolare giù attraverso il canale centrale verso il centro
del cuore.

Pochi secondi, o forse un minuto dopo la discesa dell¶elemento


bianco, i venti discendenti iniziano a scuotere e a dislocare
l¶elemento rosso dalla sua sede, quattro dita sotto il chakra
dell¶ombelico. Sotto forma di una sillaba H rossa, l¶essenza solare
materna inizia a salire verso il cuore. Il morente fa in questo
momento esperienza di una visione rosso cremisi, il colore delle
fiamme o del rosso profondo del cielo che precede l¶alba. Questa è
la sesta apparizione della chiara luce della vera natura, chiamata
skyes pa, l¶eruzione o visione del fuoco che brucia.

Quando l¶elemento bianco paterno inizia a gocciolare dalla corona


verso il cuore, tutta la rabbia viene dissolta. Quando il rosso
emerge da sotto l¶ombelico e si unisce al cuore, cessa
l¶attaccamento. Quindi le 33 emozioni associata alla rabbia e le 40
emozioni legate all¶attaccamento cessano.

desso è il momento della terza visione, chiamata to pa, la visione


del completamento. Quando l¶elemento bianco e l¶elemento rosso si
uniscono nel cuore, la coscienza viene intrappolata fra loro. 
questo punto i due elementi si dissolvono e il morente fa esperienza
di una visione nera, come il cielo della luna nuova. Questa oscurità
è la settima visione della luminosità primordiale.
Contemporaneamente, le 7 emozioni associate all¶ignoranza
vengono completamente arrestate e le 8 emozioni grossolane
vengono inattivate. Pochi secondi dopo la visione nera, il morente
entra in una condizione simile all¶incoscienza. Egli non ha più
esperienze o visioni, è come se fosse svenuto. Questo non accade
solo agli esseri umani, ma anche agli animali. La mente diventa
completamente vuota per un breve istante, mentre la coscienza si
stabilizza nella chiara luce. La maggior parte degli esseri rimane in
questo spazio per pochi secondi o minuti, ma non di più.

olto presto, si manifesta un¶altra visione chiamata ³visione del


recupero´. Si tratta semplicemente della coscienza che comincia a
riaffiorare. Gli otto venti sottili che fanno naturalmente parte della
mente iniziano a muoversi, e raggi della saggezza primordiale si
diffondono svegliando la coscienza. Si arriva finalmente allo stato
assoluto della vera natura, al di là della concettualità, liberi da ogni
complessità ed emozione, svegli nella nuda brillantezza della pura
consapevolezza. In questo momento se ne può fare esperienza, non
oscurata dal dualismo soggetto-oggetto. Chiara e brillante al di là di
ogni descrizione, questa è una esperienza incondizionata della
realtà assoluta della vera natura.

ttraverso la pratica, alcune esperienze della vera natura possono


manifestarsi già in vita, ma a causa della dissoluzione dei differenti
elementi essa è chiaramente rivelata in questa fase, libera da ogni
barriera fisica, mentale o emozionale. Se si pratica regolarmente in
vita, il riconoscimento della vera natura in questo momento sarà
libero da errori, esitazioni e dubbi. Si può quindi unire la propria
consapevolezza con la vera natura, senza paura e senza sforzo,
come un bambino che va ad accucciarsi nel grembo materno. Se si
è capaci di questo, si ottiene l¶illuminazione nel bardo del momento
della morte.

Nei tantra dello Dzogchen ci sono insegnamenti molto sottili ed


estesi a questo riguardo. Il maestro Jigme Lingpa descrive la chiara
luce come una vastità immacolata, trasparente come il cielo
d¶autunno privo di polvere, nuvole e vento. Non c¶è più alcuna
nozione di un sé separato o di un mondo esterno. Tutto è
perfettamente unificato nella naturale singolarità della
consapevolezza illimitata. Riconoscendo questo stato non duale si è
completamente liberati, unificando il Dharmadhatu con la base
primordiale. Nel commento a questa meravigliosa preghiera, Jigme
Lingpa spiegò che la scrisse mentre meditava sulle montagne vicino
al monastero di Samye. Una mattina presto uscì e guardando il
onte Hepori pensò a quante pratiche Guru Padmasambhava e i
suoi venticinque discepoli avevano fatto là per il Buddhadharma,
quasi mille anni prima.

Riflettendo su questo, pensò:´Ora abbiamo solo il racconto di quegli


eventi, perché quasi tutto quello che è stato di quei giorni se ne è
andato. Per quanto mi riguarda, anch¶io sarò parte un giorno della
storia, o solamente un ricordo. Così dovrei cercare di realizzare che
tutti i fenomeni sono una manifestazione dei tre kaya, in modo da
non soffrire di questo movimento attraverso l tempo´. Quindi
compose questa preghiera spontaneamente, conosciuta come
quella che aiuta ad attuare la realizzazione dei tre kaya al momento
della morte.

I praticanti Dzogchen possono essere di alto, medio e basso livello.


Quelli di alto e medio livello non devono attraversare i bardo e così
non dovranno applicare queste tecniche. Queste istruzioni sono per
gli esseri ordinari che devono attraversare le transizioni e le
esperienze del bardo. Questo è vero anche per i praticanti di
capacità inferiore che possono aver ricevuto già molti insegnamenti,
ma che non sono capaci di realizzarne il vero significato. I praticanti
hanno di solito un orizzonte più vasto di opportunità spirituali, più
vitalità, e una migliore visione nel bardo rispetto alle persone
comuni. Tuttavia, qui, i praticanti di basso livello e le persone
comuni sono classificate insieme, perché avranno esperienze simili
anche se le gestiranno diversamente.

I praticanti di basso livello più elevati possono realizzare il


dharmakaya nel momento in cui esso sorge, per aver meditato e
praticato da vivi. Se non sono stati capaci di realizzare
completamente la vera natura da vivi, essi hanno comunque
sviluppato una certa intimità con essa grazie alla meditazione,
cosicchè dopo la morte possono facilmente riconoscere e godere
della luminosità estatica della pura consapevolezza, libera da
ostacoli, impurità o impedimenti. La consapevolezza si fonde con
quella realizzazione nel dharmakaya. vendo meditato in vita, il
praticante finalmente vede ciò su cui si è concentrato e si fonde con
quella comprensione. Questa è l¶illuminazione o la realizzazione del
dharmakaya, la condizione assoluta descritta nella Prajnaparamita
come ³inconcepibile, inesprimibile, non nata e senza fine, della
natura del cielo, sperimentabile esclusivamente dalla saggezza
primordiale auto-originatasi´.

Noi meditiamo per realizzare la comprensione essenziale espressa


nel Sutra del Cuore: ³Il vuoto è forma e la forma è vuoto´.
Lasciamo andare ogni concetto e permaniamo nella sfera della pura
consapevolezza. Nel momento immediatamente successivo alla
morte, c¶è una visione diretta. Non è come quando si medita e si ha
una visione. Questa volta si vede ciò che è com¶è realmente.
La maggior parte delle volte, i concetti grossolani bloccano la nostra
visione pura cosicchè la meditazione non penetra così a fondo come
vorremmo. C¶è sempre un senso di separazione, il dualismo fra un
sé e qualsiasi altra cosa su cui si sta meditando. a nel bardo
questo senso di separazione non ci sarà. Nel bardo possiamo
godere della totale libertà dalle 80 emozioni. Non esistono
impedimenti, vediamo tutto molto vividamente, chiaro come il
cristallo, grazie alla percezione diretta. Se si pratica in vita, si sarà
capaci di unificare la mente con questa chiarezza originaria, liberi
dalla comune percezione di un sé separato.

Per esempio, se in vita si è stati capaci di focalizzare la meditazione


per cinque minuti, si rimarrà nella chiara luce per cinque minuti. Se
si è riusciti a rimanere concentrati in meditazione per una
settimana, la permanenza nella chiara luce sarà altrettanto lunga.
Questi periodi sono intesi in riferimento a un giorno di meditazione,
cioè il periodo di tempo medio in cui si riesce a rimanere in
meditazione. Se non si è coltivata alcuna equanimità meditativa in
vita, probabilmente non si rimarrà nella chiara luce per più di un
secondo o due prima che la fase successiva abbia inizio.

Negli insegnamenti Dzogchen si dice che la saggezza primordiale


sorge fresca e nuda, senza alcuna copertura o protezione.
Riconoscendola in qiesta fase, possiamo evitare qualsiasi ulteriore
esperienza relativa al bardo. Questa è l¶occasione migliore per
ottenere l¶illuminazione nel dharmakaya, ma se in qualche modo
non siamo stati capaci di riconoscere questa apertura, si
manifesterà un¶ulteriore esperienza della luminosità primordiale.
Da qui in poi diventerà progressivamente sempre più difficile. La
nuda consapevolezza è libera dalle emozioni. Essa inizia aperta,
fresca, pacifica, tranquilla e chiara, ma quando si ritorna
progressivamente nel mondo duale, cominciano a manifestarsi
sottili complessità. Le 80 emozioni che erano temporaneamente
sparite iniziano a tornare.

Questi stadi della dissoluzione avvengono durante il processo della


morte. Una persona ordinaria senza alcuna esperienza meditativa o
conoscenza spirituale entrerà per un breve tempo in una condizione
di ottundimento generale, dopo essere stata spaventata, irritata,
agitata e così via. I praticanti del Dharma, anche se non totalmente
realizzati, possono invece seguirne ogni fase. Il riconoscimento di
questi segni permette loro di unificare il processo di dissoluzione
con il sentiero. Se sono perfettamente consapevoli di tutto e
possono mantenere questa consapevolezza, allora essi possono
rimanere in uno stato costante di meditazione. In particolare,verso
la fine del processo di dissoluzione, la mente diventa un poco più
stabile. Dapprima questa stabilità è irregolare,ma gradualmente
diventa continua. ttraverso il riconoscimento dei segni, la
consapevolezza può essere facilmente mantenuta.

Quando i grandi praticanti muoiono, essi diventano illuminati, ma


anche le persone ordinarie che stanno appena cominciando a
comprendere questi processi possono fare grandi progressi verso la
realizzazione. Se è presente una certa saggezza in relazione agli
stadi della dissoluzione, la mente sarà più stabile e calma. Questa
pacificazione permette di gestire la situazione abbastanza bene.

Il processo della dissoluzione può svolgersi in un giorno, sebbene


soggettivamente esso appaia più lungo. l morente esso può
sembrare lungo mesi o settimane, sebbene duri in realtà solamente
un'ora. Ciò che ho spiegato si applica al processo graduale della
dissoluzione. Una morte accidentale o improvvisa non permette
sempre la manifestazione dei segni esterni, interni e segreti. Perfino
in caso di morte naturale, gli insegnamenti del bardo affermano che
si può fare esperienza dei segni segreti molto velocemente,
particolarmente dei segni finali riguardanti il disordine dei due
elementi e le esperienze bianca, rossa e nera.

 

I praticanti di alto livello non devono attraversare alcuno degli stadi
del bardo. Quando muoiono, essi hanno già una buona
comprensione della vera natura e sono consapevoli che qualsiasi
cosa è parte della mente. Sebbene il loro corpo stia morendo, essi
sono in realtà presenti nel dharmakaya. Per questi adepti, la morte
è una liberazione dei vecchi legami abituali con il corpo. La loro
consapevolezza completamente sviluppata del rigpa, o coscienza
primordiale, è realizzata e la loro consapevolezza continua a
manifestarsi su quella base. Il loro non è il modo normale in cui si
muore. Essi hanno una uscita privata. Essi non attraversano tutti i
cambiamenti come una persona normale deve fare.

E¶ tradizione usare come esempio quello dello spazio racchiuso da


un vaso. Quando il vaso è rotto, lo spazio interno e quello esterno
si compenetrano senza restrizioni. Non accade altro tranne che
questa naturale fusione dello spazio nello spazio. Questo è quello
che accade a coloro che hanno compreso la vera natura: al
momento in cui lasciano il corpo, essi si uniscono con il cuore del
Buddha Samantabhadra nella grande realizzazione Dzogchen, libera
dalle impurità della nascita e della morte. Questa è la grande
illuminazione. Per questi esseri sublimi, la morte non è un momento
di tristezza e disperazione, ma di felicità suprema.

lla morte, i più grandi adepti Dzogchen manifestano quelli che


sono conosciuti come i quattro segni supremi della realizzazione,
che indicano il raggiungimento dell¶illuminazione. Nel momento in
cui gli yogi e le yogini più realizzati lasciano il corpo, si dissolvono
nella saggezza trascendentale e manifestano il corpo arcobaleno. La
loro consapevolezza si fonde con il dharmakaya e i loro elementi
corporei si trasformano nell¶energia della saggezza trascendentale,
simile alla sostanza dell¶arcobaleno. Ciò è conosciuto anche anche
come corpo della saggezza trascendentale.

ltri lasciano il corpo in un lampo di luce o in un mucchio di


fiamme.  volte la luce è bianca, a volte blu o verde.
Occasionalmente si manifesta una luce multicolore bianca, gialla,
rossa, blu e verde. Queste luci rimangono per un po¶ e poi
svaniscono. Le fiamme sono visibili dai presenti, ma quando la
combustione termina, non rimane alcuna traccia del corpo, né delle
ossa, né un po¶ di cenere: semplicemente tutto si è dissolto. Questi
sono segni sicuri di illuminazione. Questi praticanti si sono
risvegliati alla loro vera natura e ottengono la piena realizzazione
nel momento in cui lasciano il corpo. Si uniscono con la luminosità
della vera natura nel sambhogakaya.

La terza categoria di praticanti realizzati ottengono la Buddhità nel


nirmanakaya. Nel momento in cui lasciano il corpo si uniscono
anch¶essi alla luminosità della vera natura. Esternamente si
possono vedere luce, acqua o altri elementi dissolversi nel
nirmanakaya. Questo è la modalità più elevata per morire. Per
esempio, quando il maestro dzogchen Garab Dorje morì, egli fu
immediatamente trasformato in luce. Il suo più importante
discepolo, anjushrimitra, rimpiangendolo con affetto, vide la mano
destra del maestro fuoriuscire da una sfera di luce nel cielo e lasciar
cadere una botticella contenente le ³Tre Parole Che Colpiscono
L¶Essenza´. Questo era il testamento finale Dzogchen di Garab
Dorje, trasmesso a aniushrimitra prima di scomparire. Un
esempio del terzo modo straordinario di morire.

Il quarto tipo di morte è conosciuto come la via delle trasformazioni


delle dakini. Non appena la consapevolezza si distacca dal corpo,
questo scompare. Solo i capelli e le unghie rimangono, tutto il resto
si dissolve. Nel caso di alcuni grandi maestri, il corpo inizia a
restringersi dopo la morte e nel giro di una settimana scompare, a
parte le unghie ed i capelli. Tutti questi fenomeni sono associati alla
realizzazione del corpo arcobaleno.

olti maestri Dzogchen, sia in India che in Tibet, ottengono


l¶illuminazione meditando sulle istruzioni dello spazio (Ôongde), e
realizzano il corpo arcobaleno. i tempi di Padmasambhava, gli 84
ahasiddha manifestarono il corpo arcobaleno alla loro morte. Per
sette generazioni, i praticanti del lineage di Vairocana raggiunsero
questa realizzazione, così come Shri Singha e anjushrimitra.
nche recentemente si sono avute notizie dall¶India di simili
avvenimenti.

Secondo gli insegnamenti del Buddha la manifestazione del corpo


arcobaleno indica la realizzazione dell¶illuminazione. Questo è il
modo in cui muoiono i grandi adepti della tradizione Dzogchen,
dove il corpo arcobaleno è un fenomeno ben conosciuto. E¶ un
segno che indica che dopo la realizzazione della Buddhità non si
scompare solamente nello spazio, ma si inizia ad agire
spontaneamente per il bene di tutti gli esseri senzienti.

Coloro che non ottengono il corpo arcobaleno, ma sono lo stesso


praticanti avanzati, non hanno esitazioni al momento della morte.
vendo superato il dubbio e la paura, non si fanno problemi della
morte. Essi semplicemente muoiono e raggiungono l¶illuminazione.
Questi esseri coraggiosi lasciano andare tutto come bambini. Non
hanno rimpianti, non sono preoccupati o tristi. Senza alcun piano o
aspettativa, non hanno alcun pensiero di attaccamento o
avversione, e non hanno paura. vendo superato la distinzione fra
la vita e la morte, non hanno attaccamento per il rimanere e non
temono la morte. Essi trovano un posto nella natura, sia sulle alte
montagne vicino ai ghiacci, oppure nelle verdi vallate, e muoiono
come leoni senza paura. Sebbene appaia come se stessero
sperimentando la morte, in realtà stanno compiendo il balzo dai
fenomeni samsarici all¶illuminazione. Ecco perché Guru
Padmasambhava ed altri maestri hanno insegnato che questi
praticanti in realtà non muoiono, ma sono perfettamente liberati nel
pieno risveglio. Questo modo di morire è tipico dei praticanti più
avanzati. Coloro che hanno sviluppato la presenza spirituale e
l¶equanimità consapevole non sperimentano alcun bardo dopo la
morte.

La maggior parte dei praticanti ahamudra e Dzogchen lasciano il


corpo attraverso il canale centrale. Ciò indica che hanno raggiunto
un certo controllo della mente, per cui possono scegliere la
direzione e la destinazione della loro prossima rinascita. Coloro che
hanno la capacità di fondersi con la chiara luce possono rimanere in
una postura meditativa. lcuni piegano la testa avanti, ma la
maggior parte non fa neanche questo e rimane in meditazione da
tre giorni ad una settimana. Questo è un segno che si sono uniti
alla luminosità primordiale.

In Tibet è abbastanza comune per un praticante morire in una


postura meditativa. Essi siedono esattamente nello stesso modo in
cui hanno praticato in vita, entrando in risonanza con lo stato
meditativo. Uniscono completamente la loro consapevolezza con la
vera natura, mentre esternamente mantengono la postura
vajrasana. Quando il vento della saggezza costringe la coscienza ad
uscire attraverso il canale centrale, la testa cade in avanti e spesso
si vede uscire uscire un po¶ di sangue dalla narice sinistra. Inoltre
un liquido chiaro o biancastro, misto a sangue, può fuoriuscire dalle
vie urinarie. Questo è un segno dell¶uscita della coscienza grazie al
vento della saggezza. E¶ molto importante non disturbare il defunto
in questi momenti, bisogna rimanere tranquilli senza toccarlo, per
non distrarlo.

Quando arrivai per la prima volta a Darjeeling negli anni ¶60, un


lama morì in ospedale. Egli mantenne la postura meditativa dopo la
morte. lcuni indiani presenti pensarono che fosse ancora vivo e
provarono a rianimarlo. ltri invece capirono che era morto
meditando e consigliarono di lasciarlo tranquillo. Dopo un po¶ la
testa si piegò in avanti e così fu chiaro che il lama era morto.
Quando chiedemmo chi fosse, ci fu detto che il lama non era un
maestro, ma un normale praticante Nyingma-Kagyu che
apparentemente aveva raggiunto una buona realizzazione.

orire nella chiarezza e nella pura consapevolezza, liberi da


qualsiasi complicazione esterna, è anche uno dei temi favoriti dei
maestri per i loro insegnamenti. ilarepa disse che sarebbe stato
molto felice di morire da solo in una caverna, senza nessuno
intorno a chiedergli ³Come stai?´. Egli canta coraggiosamente:
´ Lasciatemi morire qui senza che nessuno si lamenti o veda il mio
cadavere´.

i nostri tempi, il quindicesimo giorno dell¶undicesimo mese del


calendario tibetano S.S. Dilgo Rinpoche disse: ³Ora ho completato
tutto´. Egli disse questo alla moglie e a chi gli era più vicino.
Normalmente avrebbe svolto le sue pratiche regolari, le meditazioni
e le preghiere che la gente gli chiedeva, ma quel giorno invece
disse: ³Ho portato tutto a termine, qualsiasi preghiera che mi è
stata chiesta. desso me ne vado. Per favore non mancate di fare
attenzione in futuro. Il Karma è molto sottile ed insidioso. Qualcosa
a cui non diamo troppa importanza potrebbe invece avere delle
conseguenze serie, così state molto attenti ai processi karmici. Ogni
praticante, anche quelli che hanno ottenuto le più alte realizzazioni,
dovrebbe fare attenzione a questo. Io ho fatto la mia parte´.
vendo udito questo, molti dei presenti non lo presero sul serio,
pensando che avesse fatto una normale affermazione, ma presto
Dilgo Rinpoche si ammalò e morì. Questo è il modo di agire dei
grandi.

  

In Tibet, molti praticanti possiedono ben poche cose. ltri invece


hanno denaro, proprietà e familiari verso i qual possono sviluppare
attaccamento. Non bisogna indugiare negli attaccamenti o essere
dipendenti dall¶ io, dalla rabbia o dalla paura. Bisogna cercare di
evitare queste attitudini e generare coraggio e gioia offrendo
mentalmente un mandala al Buddha, a Guru Padmasambhava e
soprattutto a Buddha mitabha.

Qui in occidente è consuetudine fare testamento. Se questo viene


fatto nello spirito di bodhicitta, può essere d¶aiuto a prepararsi ad
abbandonare gli attaccamenti. Quando si capisce che il proprio
momento è giunto, si considerano tutte le cose che si stanno
lasciando alle spalle, si raccolgono mentalmente e se ne fa un
meraviglioso mandala da offrire a Buddha mitabha.
bbandonando tutto senza eccezione negli ultimi momenti, il merito
della propria generosità ci accompagnerà.

Se conosciamo la preghiera dell¶offerta del mandala, recitiamola


mentre offriamo tutto quello che abbiamo dicendo ³Offro il mio
corpo, la mia parola e le mie ricchezze, tutto ciò che possiedo e
qualsiasi altra cosa a Buddha mitabha. Buddha mitabha, ti prego
accetta queste offerte e conducimi all¶illuminazione lungo il sentiero
del bodhisattva, cosicchè io possa esere di beneficio per tutti gli
esseri senzienti. Possa io comprendere pienamente questo percorso
ed entrare nel dharmakaya. Ti prego aiutami e supportami durante
questi cambiamenti´. Coltiviamo questi pensieri e meditiamo
offrendo tutto ad mitabha. Una volta fatto questo, non si dovrebbe
più provare rimpianto o attaccamento per alcuna cosa o persona,
perché una volta offerte al Buddha le abbiamo abbandonate!

In Tibet si fanno le offerte delle torma. Una volta offerte, non ci si


preoccupa più del loro destino o di chi le prenderà, non è più affar
nostro. Bisogna cercare di morire in pace e felicità, con questa
disposizione d¶animo distaccata e senza alcun senso di aver lasciato
qualcosa di incompiuto. Sentiamo che tutto è stato completato.
acendo sinceramente queste offerte, si supererà la paura e ci si
potrà preparare gioiosamente ad affrontare il processo della morte.

Se non si è sviluppata la visualizzazione del mandala,


concentriamoci su Buddha mitabha o Guru Padmasambhava.
Percepiamo la loro presenza e affrontiamo questa grande
transizione.

Nel testo radice, Guru Padmasambhava ha scritto:

|       
  
            
        

Questo è il momento per ricordare le istruzioni essenziali del
proprio guru, l¶essenza del cuore della pratica, riportando alla
memoria i punti chiave.

Ci sono due stadi principali nel Vajrayana: lo stadio di creazione e


lo stadio di completamento. Le pratiche dello stadio di creazione
consistono nel vedere ogni forma dell¶universo come il corpo dei
buddha, ascoltare tutti i suoni come la parola dei buddha, e
percepire ogni livello di consapevolezza e persino lo spazio stesso
come la mente dei buddha. Questo serve a stabilizzare la
comprensione di essere già illuminati, trattandosi semplicemente di
permanere continuamente in questa consapevolezza e riconoscere
chiaramente ogni cosa nella sfera della cognizione priva di difetti.
Poiché ciò non è attuato tramite le attività relative di adottare ed
abbandonare, lo pratica dello stadio di completamento è conosciuta
come ³oltre l¶andare e il venire´.

Se per qualche motivo non si è capaci di mantenere questa


comprensione, allora meditiamo semplicemente visualizzando i
buddha nello spazio davanti a noi, o visualizzando noi stessi come il
Buddha, rilassandoci nelll¶inconcepibile spazio del reale e rimanendo
lì, pieni di amore e compassione, calmi e pacifici. Questo è un altro
modo praticare lo stadio di completamento.

µine deÔÔa IV° parte


continua con phowa, segni sottiÔi e riassunto deÔ bardo deÔ
momento deÔÔa morte