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Un algoritmo un metodo per la risoluzione di un problema.

Possiamo caratterizzare un
problema mediante i dati di cui si dispone allinizio e i risultati che si vogliono ottenere:
risolvere un problema significa ottenere in uscita i risultati desiderati a partire da un certo
insieme di dati presi in ingresso1. I dati in ingresso sono gli input, quelli in uscita gli output.
Ora, affinch un metodo per la risoluzione di un problema costituisca un algoritmo deve
essere totalmente esplicito: vanno specificati in maniera precisa e particolareggiata tutti i passi
del procedimento da eseguire per ottenere i risultati in uscita a partire dai dati di ingresso. Gi
qui vediamo il concetto di limitepossibilit. Infatti, affinch il procedimento sia un
algoritmo, deve godere delle seguenti propriet: Linsieme delle istruzioni di cui composto
deve essere finito; Se la soluzione esiste, deve poter essere ottenuta mediante un numero
finito di applicazioni e istruzioni; Allinizio del calcolo, e ogni qual volta sia stata eseguita
unistruzione, si deve sempre sapere in maniera precisa quale istruzione va eseguita al passo
successivo, e quindi non devono esserci due istruzioni diverse che possono essere applicate
nello stesso tempo; Deve essere sempre chiaro se si giunti o meno alla fine del
procedimento, e se sono stati ottenuti i risultati desiderati. Un procedimento che goda di
queste propriet detto deterministico. Qui emerge con chiarezza che, attualmente, non
ancora possibile, e non sappiamo ancora se lo sia, ridurre le funzioni umane ad algoritmi. La
questione sorge proprio dallignorare se una determinata possibilit ci sia o meno. Quindi,
evidente che dallipotesi che si parte. Cio dallidea. Per, a questo punto del discorso risulta
sufficientemente chiaro che proprio sul rapporto immediatezzamediazione, tra il nostro
agire, o lintuizione sensibile, e il suo riflesso nella mente, la rappresentazione, che viene
giocata la partita dellinterpretazione. In breve, se la rappresentazione, in una societ alienata,
il capovolgimento della realt da cui proviene, e dove, quindi, rappresenta idealmente i reali
rapporti di produzione anche della produzione della stessa rappresentazione espressa in
linguaggio, allora se la si pone di nuovo sui piedi avremo una coscienza reale, ossia una
coscienza dellillusione, una coscienza dellalienazione. Altrimenti, se si riflette il
capovolgimento reale cos come lo si trova nella rappresentazione, cio se si deduce dallidea
che si ha della realt, allora impossibile non continuare a vedere la realt in maniera
capovolta, quindi avere illusione della coscienza, cio alienazione della coscienza. A mio
avviso errato distinguere tra idealismo e materialismo, una volta compresa la differenza,
1

M. Frixione, D. Palladino, Funzioni, macchine, algoritmi. Introduzione alla teoria della computabilit, Carocci, Roma,
2004, p. 19

sottile, pi sopra esposta. Nella misura in cui si starebbe trattando, in ogni caso, di una parte
che presuppone di essere tutto. Mentre, invece, capovolgendo ci rendiamo conto che il tutto
ad essere una parte. In altri termini, nel primo caso non ci si rende conto del limitepossibilit
del nostro modo di produrre, e del nostro modo di rappresentarcelo, cio di conoscerlo. Nel
secondo caso, invece, s. Pertanto, dire tutto idea o tutto materia lo stesso errore
metodologico, perpetrato dalla metafisica. Divisione analoghe, perch la societ stessa ad
essere divisa, le troviamo anche nellinsieme tutto idea oppure tutto materia. Nel
primo caso la materia appendice dellidea, nel secondo caso viceversa. Quindi,
lidealismo, da Hegel in poi, e il materialismo, da Marx in poi, se dedotto a partire
dallillusione di coscienza, in pratica dalla sua stessa alienazione, sono espressione della
metafisica. Mentre, invece, non sono fisica, se li si ricapovolge e li si vede nella loro
connessione, nel loro funzionamento, nel loro processo. stato affermato non sono fisica,
nemmeno se posti sui piedi, cio nemmeno se abbiamo la coscienza dellillusione, oppure la
coscienza dellalienazione, perch altrimenti ricadremmo nello stesso errore commesso da chi
ha lillusione di coscienza. Cio prenderemmo la parte per il tutto, giustificheremo tutto a
partire da quello. Infatti, la giustificazione data proprio dallillusione. Quindi, gli stessi
giudizi giusto, buono, ragione, etc., e i loro contrari sono illusione. Il problema, per,
qui si acuisce. Infatti, illusione lerrore? possibile ridurre a metodo la coscienza? Per
evitare di dire errore? O qualsiasi altro giudizio? In altri termini, possibile partire da un
fondamento che non presupponga ci che vuole spiegare? Anche se si tratta di una visione
monistica relativaprospettica, quale quella pocanzi esposta? Se la risposta positiva, allora
il fondamento non pu essere altro che luomo, il suo agire e le sue forme determinate di
coscienza; se la risposta negativa, allora il fondamento chiuso come una vera e propria
monade, ma a quel punto non potremmo conoscere, nemmeno per errore, per azzardo. Cio
non potremmo conoscere nemmeno ci che noi stessi facciamo. Per, sia nelluno, che
nellaltro caso, bisogna porre qualcosa. Nel primo caso si pone il binomio teoriaprassi,
appunto per questo coscienza dellillusione; nel secondo caso, sia esso idealismo o
materialismo, si pone solo ed esclusivamente o la teoria, o la prassi. In altri termini, sono
inscindibili la critica delle armi e le armi della critica. Non esiste solo il soggetto o solo il
predicato, solo lindividuo o solo la specie, solo limmediato o solo il mediato. Ma esiste tanto
luno, quanto laltro. Questo ci che intendo per reale: pratico e teorico. Ma questa
distinzione ancora totalizzante. Tende, di nuovo, allerrore di cui sopra. Infatti, li si potrebbe

intendere tutto il pratico e tutto il teorico come due ambiti distinti e separati. Ma solo
una distinzione fatta dalla rappresentazione, dal modo di conoscere, cio dal riflesso delle
condizioni che pongono la possibilit di parcellizzare i momenti. Ma, ripeto, oltre a questa
coscienza dellalienazione, o coscienza dellillusione, non possibile andare fintantoch non
verr trasformato il modo di produrre, perch abbiamo detto che la rappresentazione, il modo
di conoscere, da esso dipendente. In altri termini, il teorico pratico e il pratico teorico.
pratico teorizzare la strada migliore per tornare a casa o la mossa migliore per gli scacchi.
teorico praticare la strada ritenuta migliore per tornare a casa o la mossa migliore per gli
scacchi. Sembra, che si fondino necessit e possibilit, azione e immaginazione. Quindi, tutti
questi nomi, come forma di coscienza, azione, immaginazione, teoria, prassi,
sarebbero determinazioni di noi stessi in quanto specie e, in questo caso, di me stesso come
parte di questa. Ma, la specie, a sua volta, una parte rispetto alla natura. Se, ora,
affermassimo che, date queste considerazioni, allora la natura sarebbe lassoluto cadremmo
di nuovo in inganno. Invece, nelle leggi della dialettica, nel capovolgimento del soggetto e
del predicato e nellapplicazione di questa alla radice da cui tutti e tre i punti sorgono, ossia
la produzione sociale dellesistenza, constatiamo che le cose che produciamo, e da cui
sorgono le nostre nozioni, vanno rivedute, e non meramente e semplicemente reiterate. Si
dubita e si trasforma. Si trasforma e si dubita. Per, evidente che, anche noi, poniamo una
certa considerazione delluomo.