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Spunti per un decalogo

delle missioni italiane all’estero


Partendo dal presupposto che qualunque sia il Governo dell’Italia nei prossimi anni dovrà
affrontare delle sfide che ben poco si interessano del colore politico della dirigenza di un
Paese sempre più periferico decadente come il nostro, e che il sistema-Paese nazionale
ancora può e deve contrastare l’appena enunciato trend, il Gruppo di Ricerca Fare Italia Nel
Mondo ritiene che il seguente decalogo possa essere preso a riferimento per la politica di
difesa italiana dei prossimi vent’anni:

1. Strategia delle mani libere. La tutela degli interessi nazionali italiani all’estero può
essere perseguita autonomamente, inquadrata in contesti politici internazionali, e/o
inserita in strutture militari integrate internazionali. Caso per caso possono essere
privilegiate missioni nazionali “stile Alba”, coalitions of the willings, tipo Enduring
freedom, missioni NATO o Ue. La scelta effettuata caso per caso deve mirare a
massimizzare i ritorni nazionali nel contesto politico internazionale. Nonostante la
possibilità di variare il framework politico-decisionale, resta inteso che lo strumento
militare internazionale integrativo per eccellenza per l’Italia dovrà continuare ad essere
visto nella NATO e non nell’Ue.

2. Contesto Nazioni Unite. Le Nazioni Unite conservano un importante ruolo di


legittimazione delle missioni internazionali all’estero, in particolare per le missioni
coalitions of the willings. L’Italia non dovrebbe partecipare a missioni coalition of the
willings in assenza di copertura delle Nazioni Unite.

3. Attività di ricerca, progettuale e pianificativa delle missioni. Anche in un mondo


turbolento come quello attuale le crisi non nascono dall’oggi al domani, sebbene troppo
spesso si sostenga il contrario. E’ pertanto necessario migliorare le capacità di ricerca e
analisi delle aree di crisi (think tanks e centri studi) e quelle progettuali e operative (di
intelligence, ma non solo) anche al fine di evitare mobilitazioni sull’onda dell’emotività
pubblica e conseguenti missioni non adeguatamente pianificate. In questo contesto
occorre esplorare le possibilità di pianificazione e conduzione congiunta funzionari
civili/personale militare/operatori cooperanti, in un contesto integrato tra Ministero degli
Esteri, Ministero della Difesa, ONG, Centri Studi).

4. Missioni full spectrum per i nostri contingenti militari. Necessità di poter utilizzare i
nostri contingenti militari all’estero in tutte le gamme di operazioni militari possibili, dal
peace keeping al peace enforcing, a seconda dell’obiettivo politico. L’impegno militare
italiano all’estero dovrebbe poter ampliare l’attuale spettro ad operazioni effettuate con
contingenti operanti nelle piene possibilità.
5. Determinazione degli obiettivi per il disimpegno. Individuazione di chiari e realistici
obiettivi di disimpegno commisurati con le nostre capacità, al fine di evitare missioni sine
die o senza prospettiva temporale e politica di risoluzione della crisi. L’eccessiva
lunghezza non programmata della missione è indice di cattiva pianificazione o errori di
conduzione. In caso di disimpegno, è da evitare il ricorso a forme di esternalizzazione
degli impegni a contractors et sim. La missione finisce quando rientrano i nostri soldati.

6. Risorse militari adeguate alle ambizioni politiche. È necessario comprendere che le


Forze Armate professionali costano molto più di quelle leva e che svolgere più missioni
significa destinare maggiori risorse alle Forze Armate. Per mantenere il livello di
impegno operativo è necessario quantomeno avvicinarci ai maggiori partners occidentali
con i quali collaboriamo (Inghilterra, Francia, Germania). Questo comporterà una
crescita del rapporto budget della difesa/PIL tendente all’1,8 %. Sarebbe altresì
opportuno ricondurre sotto responsabilità del Ministero della Difesa i vari budget militari
paralleli e “semisommersi” gestiti da altri dicasteri.

7. Ottimizzazione dell’organizzazione delle Forze Armate: malgrado gli enormi sforzi


compiuti in questi ultimi anni dal comparto della difesa, permangono ancora talune cause
strutturali e organizzative di spreco che andranno assolutamente corrette (situazione del
personale, basi e accorpamenti, etc.)

8. Maggiore supporto all’industria della difesa nazionale: grande comparto industriale di


riconosciuto e rispettato successo internazionale, l’industria della difesa italiana presenta
ancora molti margini di ulteriore crescita nelle possibilità di esportazione, cosa che può
contribuire sia allo sviluppo di economie di scala assolutamente utili per i fabbisogni
nazionali, sia alla crescita dell’influenza del nostro Paese nei confronti di alleati e
partners.

9. Rivoluzione “culturale” della militarità italiana: promozione di attività per


un’evoluzione culturale del nostro Paese verso la piena comprensione per la quale tutte le
missioni militari, anche se di pace, comportano la possibilità per i nostri contingenti di
utilizzare tutta la forza necessaria per il raggiungimento della missione;

10. Homeland Security e missioni all’estero: le Forze Armate restano le garanti prime della
salvaguardia territoriale della nazione; tuttavia, il loro costante impegno all’estero nonché
le nuove esigenze e forme assunte dal concetto di “sicurezza” implicano che si proceda
verso una profonda ristrutturazione delle forze di polizia presenti nel nostro Paese
(Carabinieri, Polizia di Stato, Capitaneria di Porto, Guardia di Finanza, Corpo Forestale,
Polizia Penitenziaria, polizie locali ecc) adeguandoli alle esigenze delle situazioni attuali
e migliorando l’efficienza nell’uso delle risorse pubbliche.