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PROSPETTIVE PER LA MISSIONE DI PACE IN AFGHANISTAN

di Germano Dottori

La missione militare italiana in Afghanistan è certamente la più controversa dal punto di


vista politico, dal momento che i partiti della sinistra radicale contavano di inserire il confronto
sulla sua prosecuzione tra gli argomenti che avrebbero dovuto formare oggetto della cosiddetta
“verifica”. La sinistra estrema, in realtà, non era riuscita ad inserire il ritiro dall’Afghanistan nel
voluminoso programma con il quale l’Unione si presentò alle elezioni del 2006, ma l’ostilità alla
prosecuzione della nostra partecipazione all’ISAF, la missione Nato di sostegno alla stabilizzazione
di quel Paese, è costantemente aumentata sin dagli inizi della legislatura.
In questo momento, il contingente interforze italiano è composto da circa 2.600 uomini,
pressoché equamente distribuiti tra la regione occidentale e quella della capitale afghana .
La prima fa capo ad Herat ed è fonte di non pochi grattacapi, posto che vi rientra anche la
turbolenta Provincia di Farah, etnicamente pashtun e significativamente infiltrata dalla guerriglia
neo-talebana, dove si sono verificati i maggiori combattimenti che abbiano finora interessato i nostri
militari rischierati in Afghanistan. Non a caso, i velivoli senza pilota Predator e gli elicotteri A 129
Mangusta inviati in fretta e furia la scorsa primavera dal Governo si trovano tutti in quella parte del
Paese. Sono basate all’Ovest anche la Task Force 45 composta dalle forze speciali italiane in teatro
e la Quick Reaction Force di settore, che è multinazionale ma ampiamente partecipata dalle nostre
unità.
La seconda regione, ovviamente, s’identifica con Kabul ed i suoi dintorni, sui quali incombe
soprattutto una minaccia di natura terroristica, come testimoniato dall’attacco costato la vita a
Daniele Paladini, anche se occasionalmente si verificano scontri di tipo convenzionale tra gruppi
organizzati di neo-talebani e militari della Nato, afgani e dell’Operazione Enduring Freedom,
specialmente nella valle di Musahi.
In entrambe le aree, l’Italia detiene la responsabilità del comando su tutti i soldati ISAF. Nel
quadrante occidentale, esercitiamo questa responsabilità dall’autunno del 2005, mentre a Kabul è
prevista una rotazione periodica. Vale la pena di sottolineare come per nove mesi, fino all’aprile del
2006, sia stato sottoposto ad un ufficiale italiano, il generale Mauro Del Vecchio, addirittura l’intero
schieramento delle forze atlantiche in Afghanistan.
Il carattere politicamente controverso della missione militare in Afghanistan si connette sia
alla polemica condotta da parte significativa della sinistra italiana nei confronti della Global War on
Terror promossa dagli Stati Uniti, in cui rientra ovviamente anche la missione ISAF, sia al rischio di
un progressivo coinvolgimento dei militari del nostro Paese nei più aspri combattimenti, che si
verificano prevalentemente nelle Province meridionali ed orientali afgane.
In verità, l’Italia ha escluso di inviare propri soldati in quelle zone fin dal 2006, salvo in casi
eccezionali di straordinario pericolo per le truppe delle altre nazioni presenti in teatro: una
limitazione geografica ottenuta dal Governo Berlusconi in cambio del sostegno del nostro Paese al
progressivo allargamento dell’area di competenza della missione Nato all’intero Afghanistan.
Tuttavia, tali caveats territoriali non sembrano più sufficienti a mettere al riparo il nostro
contingente dal rischio di partecipare alle operazioni militari più impegnative. Tutt’altro, come
prova il fatto che almeno la Task Force 45 abbia preso parte lo scorso anno all’Operazione Achille.
Di qui, le sempre più numerose iniziative intraprese da tutta l’area della Sinistra Arcobaleno
per rimpatriare le nostre truppe ed, al tempo stesso, la prudente strategia comunicativa scelta dal
Ministero della Difesa, che ha finora evitato di pubblicizzare ciò che fanno i soldati italiani
dell’ISAF quando le circostanze li obbligano ad usare la forza di cui dispongono.
A quanto è dato di capire, i nostri alleati atlantici comprendono le preoccupazioni
dell’esecutivo di centro-sinistra ed assecondano questa esigenza di riservatezza, esplicitamente
manifestata il 30 ottobre scorso da Arturo Parisi a Robert Gates e Stephan Hadley, nel corso di una
visita ufficiale a Washington. Per quanto le acque vengano confuse con generici richiami alla
solidarietà alleata rivolti anche all’Italia quando si critica la posizione dei Paesi che non si
espongono in prima linea, è un fatto che lo scorso novembre il nostro Paese abbia ottenuto per il suo
attuale Capo di Stato Maggiore della Difesa, ammiraglio Di Paola, l’ambita carica di Chairman del
Comitato Militare della Nato.
L’Italia, quindi, la sua parte la fa. Peccato che le circostanze politiche obblighino il suo
Governo a nasconderlo al Parlamento ed all’opinione pubblica.

GD