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Di competenze, paradigmi e

relazioni.
Riflessioni a margine del Collegio
Care colleghe, cari colleghi,
facendo seguito, come promesso, al breve intervento in C.d.D., che, a
quanto pare, ha suscitato un po di discussione, vorrei chiarire quanto detto.
Premetto che il mio intervento era problematico. Partiva dalla
ricostruzione di quanto vissuto: tornato lo scorso anno al Giannone, dopo due
anni di Rummo, affidatami la delicata cura del P.O.F., immediatamente feci
notare alla Preside (consentite questa onomastica conservatrice) che in esso
mancava unomogena programmazione fondata sulle competenze. Con i
responsabili dei dipartimenti facemmo una serie di incontri che potessero
portare ad un soddisfacente format condiviso. Alla fine ci rendemmo conto
che il lavoro non poteva esser calato dallalto, ma doveva passare attraverso
una preliminare presa di consapevolezza da parte di tutti i docenti del Liceo del
mutamento di paradigma in atto (uso il termine nellaccezione vulgata
da T. Kuhn ne La struttura delle rivoluzioni scientifiche). Per questo, con la
Preside, si decise di dedicare un corso quello che sta per partire ad
approfondire la questione.
Lo scorso mese nella nostra scuola due esperti del progetto VALES
hanno fatto uno screening (mi adeguo al linguaggio dei colleghi valutatori!)
dellintero Liceo. Io, come altri colleghi, ho dovuto rispondere ad una batteria di
domande, dalle quali emerso il ritardo (attenzione alle virgolette!) della
nostra scuola rispetto alle attese europee (che risalgono almeno agli anni
Novanta, al Libro Bianco di Delors). Per questo ci sar prospettato a breve un
piano di miglioramento.
Ho cercato, durante le vacanze, di elaborare il senso di disagio che avevo
provato, simile a quello degli anni liceali durante linterrogazione di chimica
(ero un pessimo alunno, confesso, nelle discipline scientifiche!). Grazie anche
alla lettura del fascicolo monografico di Aut-Aut della primavera 2013
dedicato allargomento (a disposizione, in formato digitale, di quanti vogliano
leggerlo), ho capito che la questione non pu essere posta solo nei termini di
innovazione (buona) vs. conservazione (cattiva). Ho utilizzato, dunque, come
strumento per decifrare quanto andavo elaborando, lidea di paradigma. La
scuola italiana, e pi in generale europea, sta vivendo una fase di
conflitto fra due modelli, due ipotesi, due possibilit. Una privilegia la
trasmissione dei contenuti disciplinari, laltra la costruzione di competenze in
unottica multidisciplinare. Ovviamente semplifico per intenderci. Il rischio
che, per, la scuola delle competenze costruisca un tipo di allievo poco
propenso allelaborazione critica, educato al problem solving come approccio
complessivo alla realt, obbediente a forme di verifica molto semplici
(stimolo/risposta), che annullino lelaborazione, la riflessione che necessita
spesso di tempi lunghi:
La trivializzazione della cultura avvenuta sotto la specie della sottocultura
aziendalistica. Con il suo lessico falsamente oggettivo, essa ha avuto lo scopo di riempire i
margini del linguaggio e di colmare le beanze della nostra realt sociale e culturale, di saturare

con un troppo di senso lessenziale spazio del non-senso. Densificare la realt un antidoto
allangoscia: lo scopo manifesto dellodierno programma ideologico che la scuola debba
mutare radicalmente il suo senso, da comunit autonoma a struttura soggetta a eteronomia.
Cos, da apprendistato alla critica, essa deve diventare portatrice di un senso prodotto altrove,
da acquisizione dellarte del disgiungere per ricomporre a un saper-ricomporre mediante
pacchetti preformati da maneggiare secondo regole imposte. La retorica delle competenze di
cui ammantato il pi recente discorso pedagogico nasce da qui, da questa esigenza
presupposta e inindagata pertanto metafisica che funzionale allo scopo di otturare quei
vuoti di senso che, daltronde, lo stesso tardo-capitalismo a produrre.
(Raoul Kirchmayr, La dittatura del programma, in Aut-Aut. La scuola impossibile, n. 358, maggiogiugno 2013).

A mio avviso possibile una terza via che permetta di cogliere il buono
di questa innovazione, accettata dai pi acriticamente, come un dogma,
rifiutandone limplicita dimensione tecnocratica. Io ritengo sia possibile
declinare il nuovo paradigma delle competenze in maniera critica, facendone lo
strumento per plasmare quelle che Morin definiva, nel suo celebre, aureo
libriccino, teste ben fatte.
Il prof. Rinaldi, che ha lunico demerito ai miei occhi di discutere queste
cose solo privatamente, ritiene che la scuola tecnocratica, evocata anche
dallintervento del prof. Gnerre, sia il vero nemico, rispetto al quale tanto la
scuola tradizionale (delle teste ben piene) tanto quella innovativa di
competenze critiche (delle teste ben fatte) costituiscono una possibile
resistenza. Ma, mi chiedo, possibile unalleanza fra queste due ipotesi di
scuola? Individuato il nemico (la scuola al servizio della tecnica,
delleconomia, una scuola eteronoma, privata della sua peculiare ed autonoma
elaborazione del senso, che sostanzialmente consiste, per evocare Gardner,
nelleducare al vero, al giusto e al bello), possiamo limitarci a giustapporre
strategie entrambe critiche ma totalmente disomogenee? Io credo di no. Il
mio intervento era, come detto, problematico, perch volevo omaggiare quanti
svolgono magnificamente il proprio lavoro allinterno del vecchio paradigma
(discipline a canne dorgano, autoreferenzialit disciplinare), ma io mi
pronunzio risolutamente per uninnovazione che ponga per con
rigore il problema di un sapere critico. Per semplificare al massimo: s ad
una scuola delle competenze ma solo a patto che esse siano strumento di
esercizio critico, di pensiero libero, di consapevolezza civica.
Dal mio punto di vista laccettazione di una scuola delle competenze
significa ripensare radicalmente il nostro modo di lavorare in classe e fuori di
essa, il rapporto fra di noi, il rapporto con gli studenti. La sfida elaborare il
profilo in uscita degli studenti del Liceo Giannone e, rispetto ad esso, ridefinire
le pratiche didattiche e gli strumenti di lavoro, abbandonando la pratica
mortifera dei programmi e della lezione meramente trasmissiva. La sfida,
per, e vorrei essere chiaro su questo, ben sapendo di muovermi su un terreno
minato, avviare pratiche reali di programmazione comune, in base, appunto
alle competenze da costruire nei ragazzi, ben sapendo quanto questo sia
difficile.
Care colleghe, cari colleghi, questa la sfida che abbiamo davanti. Quello
che chiedo, umilmente, in primis a me stesso, : lo vogliamo fare? O, ancora
una volta, le carte dovranno camuffare pratiche antiche che si perpetuano?
Siamo in grado di abbandonare la nostra autoreferenzialit o vogliamo
continuare ad essere imperatores nelle nostre ore di lezione, senza dar conto
del lavoro che stiamo facendo sulla testa, unica, unitaria, dei nostri alunni?

Questo non li condanna ad una sorta di schizofrenia, rispetto a modelli cos


diversi di pratiche didattiche?
Per quanto mi riguarda, proprio insegnare in un Liceo Classico, dove
linutile, la dpense, per dirla con Bataille, il cuore stesso, la ragion dessere
della scuola, mi rafforza nelle mie convinzioni. Dobbiamo, dunque, custodire
questa splendida anomalia ma accettando la sfida di uninnovazione nelle
pratiche didattiche e relazionali, rivendicare, per citare il fortunato libro di
Ordine, lutilit dellinutile, ma ponendoci allaltezza del tempo. Rimodulare,
per parafrasare un pensatore ospite del nostro Liceo alcuni anni fa, Franco
Cassano, la tradizione in forma rivoluzionaria. Allora, forse, lo sguardo sul
mondo, irrimediabilmente non asservibile alla ragione economica e
strumentale della filosofia greca o medievale, della poesia di ogni tempo,
dellindagine scientifica finalizzata al taumazein e non al dominio, della
matematica come conoscenza di un ordine ideale, della lingua come incontro
possibile con laltro potranno contribuire a plasmare uomini e donne che
abitano consapevolmente e criticamente il proprio tempo, agenti della
trasformazione e non meri esecutori o consumatori passivi di merci le pi varie
(e avariate).
Sperando che il corso che stiamo per avviare ci consenta almeno una
franca, anche dura se necessario, discussione...
Benevento, 30 gennaio 2014