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e.

IL PERIODO DEL TRIODION

TAVOLA

21 - La santa Kimsis della Theotkos - Museo delle Suore Collegine presso


il Santuario urbano di Maria SS .ma Odighitria, Piana degli Albanesi,
sec. 17.

TAVOLA 22 - La Theotkos Zodchos Pg - Collezione Paps Elefteri Schiad,


Piana degli Albanesi, sec. 20.

IL PERIODO DEL TRIODION


Lo scorrere dell'Anno liturgico lungo le 10 settimane prima della
Pasqua con la sua data mobile, chiamato "Periodo del Tridion", dal
nome di questo tipico Libro liturgico. Tale denominazione viene dal
fatto che durante questo Periodo nella celebrazione dell' rthros si
cantano solo "tre Odi" invece delle 9 previste dal Canone ecclesiastico. Il titolo significante Tridion katanyktikn, "della compunzione".
Il concreto celebrativo del Periodo del Tridion va visualizzato
sempre a partire anzitutto dalla "linea degli Evangeli" delle Domeniche, tenendo sempre conto che in questo tempo, come in altri, la Domenica posta quale punto d'arrivo della settimana liturgica (anche se
di per s la Domenica il Primo Giorno della settimana, la sua fonte
inesauribile). Si ha cos questo quadro riassuntivo, dove alle Domeniche si applica qui anche l'eventuale titolo aggiuntivo:
A) Le 4 settimane di preparazione alla Quaresima ^ .
_ i a Le io 10-14: Domenica del Pubblicano e del Fariseo;
- 2", Le 15, 11-32: Domenica del Figlio dissoluto (oprodigo);
oa Mt 25, 31-46: Domenica della Apokreos, o dfeirasrinenza dalla
carne, o di Carnevale;
- 4\Mt, 6, 14-21: Domenica della Tirofagia, o astinenza dai Latticini;
B) Le 6 settimane della Quaresima
- 1\ Gv 1, 43-51: Domenica dell'Ortodossia, o delle sante icone;
- 2\Me 2, 1-12: Domenica del Paralitico, o di S. Gregorio Palamas;
- 3\ Me 8,34 - 9,1: Domenica dell'adorazione della preziosa e vivifiAle9, 17-31: Domenica di S. Giovanni Climaco;
- 5\Me 10, 32b-45: Domenica di S. Maria Egiziaca;
-6% Gv 12, 1-18: Domenica delle Palme;
Aa

C) La Settimana santa e grande della Passione


Essa immette dalla Passione alla Resurrezione del Signore.
Seguendo il corso del Periodo, si nota come un'accelerazione, che
va dalla "preparazione" alla Quaresima, e da questa alla memoria della
Passione, per terminare nella gloria della Resurrezione.
E si notano una serie di fatti. Poich questo Periodo celebrativo
finalizzato variamente:
a) alla celebrazione annuale della Passione e Resurrezione del Signore, con maggiore solennit e risalto. Tuttavia si deve anche notare che
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COMMENTO - IL TR1D1ON

in s questa precisa celebrazione, della Passione e della Resurrezione,


rigorosamente propria anche di ogni Domenica (e, con "selezione
per accentuazione", come si spieg nella Parte I, anche delle Feste),
nella sua normalit, e cos anche quotidiana;
b) all'intensificazione pastorale della vita spirituale di tutti i fedeli, attraverso l'esercizio (sksis) attento e rigoroso della vita battesimale, e
perci con l'ascolto della Parola divina, con la preghiera, con il digiuno, con le opere della carit, con il raccoglimento e la contemplazione.
In un certo senso, si ritrova qui il quadro del "discorso della montagna", in specie Mt 5,1 - 6,21, dove il Signore traccia questo preciso
programma da attuarsi nell'esistenza di ogni discepolo suo, e lo fa attraverso opportune "catechesi" su preghiera, digiuno, carit, povert e
umilt, nella continua katdnyxis, la compunzione del cuore.
Ma poich cos, allora il Tridion si pone non come un tempo
"forte" quasi per eccezione annuale, dopo la quale tutto ricade nell'abitudine spirituale quotidiana. Viceversa, esso come il programma
esemplare, anzi si potrebbe dire unico, per l'intero anno, per l'intera
esistenza fedele. Perci esso un complesso enorme, compatto, fecondo. Dove le numerose ed opportune accentuazioni provengono anche
da una sapiente esperienza di vita vissuta, in specie quella maturata
negli antichi monasteri.
Questo visibile se si parte anzitutto dal centro portante, che la
celebrazione domenicale di Cristo Signore Risorto nella sua divina Parola trasformante. Qui si nota una duplice linea, condotta dalla "linea
degli Evangeli", e dalla "linea delYApstolos":
A) La "linea degli Evangeli"
Insiste sull'assimilazione dei fedeli al loro Signore morto e risorto
nello Spirito Santo. Di fatto:
a) nelle 4 Domeniche della preparazione, i fedeli, e da parte loro i catecumeni, sono richiamati rispettivamente alla mistagogia ed alla catechesi, in forti contenuti:
- l'umilt: il Pubblicano ed il Fariseo, e le loro cos diverse preghiere
all'Unico Signore;
- il ritorno alla Casa del Padre, che accoglie sempre le sue creature: il
Figlio dissoluto:
- la carit universale, che porta sempre su Cristo Signore: il Giudizio
finale;
- il perdono scambievole, e la povert nell'umilt: le "catechesi" del
"discorso della montagna".
Si ha cos per i fedeli una prima "memoria dell'iniziazione battesimale", e per i catecumeni una prima introduzione ad un genere di vita
del tutto diverso da quella anteatta;
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IL PERIODO DEL TRIDION

b) nelle 6 Domeniche della Quaresima si insiste sul recupero dell'icona di Dio perfetta, "battesimale", per i catecumeni (di allora; ma oggi
ricomincia il flusso degli adulti che chiedono la grazia della fede battesimale), e della vita in crescendo dell'icona battesimale per i fedeli.
E cos:
- Cristo Icona perfetta del Padre nello Spirito Santo, l'unico modello
battesimale, contemplata anche nelle "sante icone";
- l'icona deturpata del paralitico (simbolismo anche spirituale), recu
perata per intervento del Signore;
- l'autorinnegarsi come condizione della sequela fedele del Signore,
accettando la propria croce;
- l'indemoniato, icona orribilmente rovinata, anche essa recuperata ad
opera del Signore, che predice anche la sua Passione e Resurrezione
V0 a ;
)
- l'umilt nella Comunit, condizione per partecipare al Battesimo ed
alla Coppa del Signore, il Servo sofferente;
- l'unzione del Signore per la sua sepoltura, e l'ingresso messianico
per prendere possesso della sua Citt, la Sposa, l'Icona nuziale;
e) nella Settimana santa e grande si accelera questa presentazione battesimale:
- l'Icona dello Sposo viene, e la Sposa battezzata, come Vergine sa
piente, deve andargli incontro preparata (Ufficio del Nymphios);
- l'Icona sacerdotale del Signore, Re, Profeta e Sposo messianico, che
raduna i suoi fedeli alla santa Mensa sacrificale del suo Corpo e del
la sua Coppa preziosi (Gioved santo e grande);
- l'Icona terrena ultima del Signore, nella "pi abissale umilt" della
Croce vivificante accettata dal Dio Creatore e Sovrano del mondo, il
Figlio dell'uomo e Servo sofferente (Venerd delle Sofferenze);
d) e finalmente, l'Icona eterna della Gloria dello Spirito Santo: Cristo
Risorto, accolto, acclamato e adorato dalle Potenze incorporee tremanti
di terrore e di gioia, nel loro perenne corteo regale festoso, e da tutti i
fedeli del Signore, nel cielo come sulla terra, in eterno.
I catecumeni perci debbono ricevere da Cristo, il Crocifisso Risorto
ad opera dello Spirito Santo, 1'"impressione" indelebile in essi dell'Icona perfetta del Padre (S. Basilio il Grande). Essi si preparano a questa
iconizzazione della loro vita attraverso la morte e la resurrezione battesimale, entrando cos nella Chiesa, l'Icona nuziale dello Sposo divino.
I fedeli invece ricevettero quella medesima Icona perfetta nella loro
anima, nelle potenze spirituali della loro persona, nell'"impressione"
indelebile. Ma questa Icona proprio nelle potenze dell'anima potrebbe
essere stata offuscata dal carico dei peccati e delle colpe insorgenti dopo il battesimo. Essi, chiamati a farsi umili ed obbedienti insieme ai
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COMMENTO - IL TRIDION

catecumeni, in un certo senso sono richiamati a ripercorrere quella


via dolorosa che li condusse alla gloria battesimale, nel perenne e irreversibile rinnovamento della loro esistenza. questo anche il rivivere della forte "coscienza storica", dono squisito dell'iniziazione
battesimale.
B) La "linea te\YApstolos"
L'antica "linea delVApstolos" di questo Periodo, raccordata ed armonizzata con i rispettivi Evangeli, si sa che storicamente fu sostituita
da quella attuale. Questa proviene pi direttamente dall'esperienza penitenziale della vita monastica, che all'intera ufficiatura di questo Periodo del resto conferisce il suo tipico carattere.
A tale caratterizzazione sono chiamati tutti i fedeli. Si pu qui parlare, anzi si deve parlare, della "struttura monastica della Chiesa". Essa, senza fare riferimento a "regole" codificate, ha una risalenza impressionante che affonda in precise note dell'A.T.: i Profeti, in specie
Geremia ed Ezechiele, e gi Elia e i "figli dei profeti", i Recabiti, i sapienti d'Israele, il Salmista, gi anticipano quella che sar la vita di
penitenza e di perfezione. Il N.T. accentua quest'aspetto gi con Cristo
Signore e la sua severa sequela; gli Atti mostrano alcune prime applicazioni, S. Paolo ne accentua molti tratti. In una parola, la "continua
conversione del cuore", la perenne tensione alla perfezione della vita,
la rinuncia, il nascondimento, l'autorigenerarsi, l'abnegazione, l'obbedienza docile, tutto come risposta generosa alla Grazia gratuita che dal
Padre discende mediante Cristo e che lo Spirito Santo, forma una
precisa "struttura monastica" sia della Comunit, sia dei singoli fedeli.
Perci il Periodo del Tridion, anche da questa parte, programmatico per l'intera esistenza redenta e santificata.
Altre caratteristiche di questo Periodo, sono:
a) la distinzione netta, risalente alle origini, tra giorni "liturgici", in cui
si celebra la divina Liturgia, ed i "giorni aliturgici", in cui si celebrano
solo le Ore sante, eventualmente accompagnate da altre pratiche. Ora,
secondo un'antica tradizione, in Quaresima la Divina Liturgia si cele
bra solo il sabato e la Domenica. Invece, il mercoled edil venerd
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s
delle prime 6 settimane di Quaresima, il gioved della 5
Grande canone), il luned, marted e mercoled della Settimana santa e
grande, si celebra la speciale "Liturgia dei Presantificati", che consiste
in un "ordine" celebrativo preciso: la base il Vespro, a cui si fa seguire un'Akolouthia per far comunicare ai Preziosi Doni conservati
devotamente dalla Domenica precedente;

b) dal luned al venerd delle settimane di Quaresima si celebra il tipi


co ufficio della Compieta grande;
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IL PERIODO DEL TRIDION

c) il venerd delle prime 5 settimane di Quaresima si celebra con grande solennit l'"Inno Akthistos per la Soprasanta Theotkos".
Dentro tale enorme, complesso e ricco quadro celebrativo, che occorre sempre tenere lucidamente presente, e non facile, si deve interpretare la Parola divina con cui si celebra il Signore nostro negli episodi della sua indicibile Vita tra gli uomini, per poter essere da Lui introdotti ad adorare la Triade santa consustanziale indivisibile vivificante.
Non sar disattesa l'insistenza: questa la "lettura celebrativa", che
sta sotto la grande legge della "teologia simbolica", che parte dall'Omega per risalire all'Alfa, che fa tesoro di tutte le "ritualit" del Testo
sacro, e che accetta anche le sollecitazioni e le risonanze che la Chiesa
celebrante con i suoi testi, con i suoi canti, con i suoi "tempi sacri"
conferisce alla Santa Scrittura che di fatto si legge.
questo il "modo normale" della lettura della Parola divina, il pi
proprio, il pi frequente per la Chiesa, e per tutti i suoi fedeli.

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DOMENICA 33a DOPO PENTECOSTE i


,-a di Luca

"Sul Pubblicano e Fariseo"


La rubrica indica cos: "Facciamo memoriale {anamnesis) della parabola del Pubblicano e del Fariseo nel Santo Evangelo".
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik ed i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikion anastsimon, del Tono occorrente.
2) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3) Kontkion: "Pharisiouphygmen hypsgorian". L'esortazione a
respingere lontano l'alterigia del Fariseo, e ad imparare dal Pubblicano
l'umilt dei gemiti, cos che i fedeli possano gridare al loro unico Sal
vatore: "Sii propizio, o Unico facile da riconciliare!".
Questo Kontkion deve precedere comunque il Kontkion della Hypapant, sia se tale Festa ancora non celebrata, sia se si celebrano ancora i giorni prima della sua Apdosis.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 75,12.2,"Cantico di
Sion".
Vedi la Domenica 9a e 17a Matteo; 8a
b) 2 Tim 3,10-15
Paolo nella seconda prigionia, a Roma invia una seconda Epistola al
diletto discepolo Timoteo, che aveva preposto alla Chiesa di Efeso.
circa l'anno 61, la fine ormai sovrasta l'esistenza dell'Apostolo delle
nazioni pagane. Roma, lo manifester a forti note VApocalisse, sar
"ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei Martiri di Ges" (Ap
17,6). Paolo affronta la sua hra nella pienezza della Grazia dello Spirito Santo, che non l'ha mai abbandonato. In un certo senso, nella forza
d'animo senza cedimenti che gli propria, traccia con quest'Epistola il
suo testamento spirituale. In quel momento, solo Luca, il fedele collaboratore, sta con lui (2 Tim 4,11); la prima difesa a Roma, conclusasi
con l'assoluzione, eppure tutti lo hanno abbandonato (4,16). Adesso ha
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DOMENICA DEL PUBBLICANO E DEL FARISEO

bisogno che i suoi pi intimi discepoli si stringano intorno a lui per il


momento della ripresa e lancia a Timoteo l'appello: "affrettati a venire
prima dell'inverno" (4,21).
Nel corpo dell'Epistola, Paolo ricco di esortazioni consigli ed ammonizioni al giovane Vescovo di Efeso. Anzitutto lo esorta alla perseveranza contro ogni avversit (1,6-18); poi lo consiglia di non temere di
assumersi l'intero carico pesante del suo ministero (2,1-13); quindi lo
ammonisce di stare in guardia contro le dottrine eretiche che ormai invadono le comunit, sia al presente (2,14-26), sia, com' prevedibile,
nel futuro (3,1-17). Paolo torna ancora gravemente ad esortare Timoteo
alla perseveranza a qualunque costo (4,1-8). E infine conclude con l'appello: "Affrettati a venire da me presto" (4,9), denunciando la triste condizione in cui si trova, i tradimenti e le apostasie (4,10-17), con la dichiarazione finale, liberatoria: "II Signore mi fu presente e mi diede forza, affinch mediante me il krygma si adempia in perfezione, e ascoltino tutte le nazioni - e fui liberato dalla bocca del leone" (4,17, l'ultima
citazione Sai 21,22), con la conclusione della fede totale: "Mi scamper il Signore da ogni opera malvagia, e mi salver per il Regno suo
sovraceleste a Lui la gloria per i secoli dei secoli. Amen!" (4,18).
L'Apostolo si rivolge adesso con il testo che leggiamo, a Timoteo,
riaffermandogli la sua totale gratitudine. Il discepolo infatti accompagn il maestro anzitutto nell'insegnamento della divina Didaskalia, ed
inoltre nel retto comportamento (agg), nel proposito apostolico
(prthesis), nella fede inconcussa, nella magnanimit attraverso tutte le
prove (makrothymia), nella carit universale (agape), nella pazienza
perserverante e sopportante (hypontone, la principale virt cristiana).
Timoteo segu Paolo nelle persecuzioni, che venivano sia dalle autorit
romane, sia da quelle ebraiche, sia dai falsi fratelli, sia dai gruppi pagani
(come ad Efeso, cf. At 19,23-40). Nelle sofferenze dell'apostolato, che
senza mezzi, senza appoggi, senza infrastnitture costituite, furono
affrontate, quando Paolo si trov da solo ad affrontare l'intero impero
romano, la sua cultura, la sua religione, la sua profonda immoralit. I
momenti rilevanti qui furono ad Antiochia di Pisidia (cf. At 13,48-52),
ad Iconio (At 14,1-7), a Listri (At 14,8-20). L'Apostolo esclama non per
lamento o antica paura, bens per informare Timoteo: "Quali persecuzioni sopportai (hypophr)V\ ma completa con l'espressione della sua
fede inalterata: " da tutte mi scamp il Signore" (v. 11).
Il Kyrios aveva gi predetto il suo progetto su Paolo, quando invia
Anania di Damasco a battezzare un povero uomo sconfitto, reso cieco
dalla Luce della divina Gloria, eppure: "Va (ad Anania), poich questo
(Saul, poi Paolo) strumento da Me scelto per portare il Nome mio davanti alle nazioni, ai re ed ai figli d'Israele. Io infatti manifester a lui
quanto si deve (di) che egli soffra per il Nome mio" (At 9,15-16). Cristo Risorto, il Signore, mantiene fermo il suo progetto, che "secondo
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COMMENTO - IL TRIDION

Dio" (dei), indica sempre la Volont superna del Padre. Paolo da parte
sua si fa portatore carico (verbo bastio) del Nome di Cristo. Il progetto
e l'esecuzione avviene sempre, imperscrutabilmente, non nel successo
mondano, ma tra le pi inaspettate sofferenze (verbo psch). La vicenda apostolica di Paolo, la pi lungamente narrata nel N.T., in fondo
somiglia da vicino a quella messianica del suo Signore. A Timoteo non
fa altro che un resoconto obiettivo.
Perch? Perch il progetto divino su Paolo certo particolare (cf.
Rom 1,1-4: Gai 1,15-24; etc.), per solo parte di una sorte comune,
esplicitamente promessa e dunque non misteriosa. Il Signore promette
il centuplo quale compensazione alle rinunce per seguirlo dovunque
Egli vada, per met digmn, "insieme con persecuzioni", che si pu
tranquillamente tradurre: "sotto forma di persecuzioni" (Me 10,30),
passaggio indispensabile per la Vita eterna (ivi). Paolo sa questo di certo
per comunicazione diretta del suo Signore a lui, ma anche per lunga
diretta personale sofferta esperienza lungo l'intero arco della sua missione alle nazioni. Perci adesso a Timoteo traccia ancora una volta un
preciso programma di vita, che deve essere accettato ineludibilmente:
"E tutti quelli che vogliono vivere piamente (eusebs) in Cristo Ges,
saranno perseguitati (dichthsontai)" (v. 11). Il verbo dik, ostilmente
perseguitare, e digms, persecuzione, sono una semantica cos frequente nel N.T., da far parte del vocabolario portante dei discepoli del
Signore. E non per vittimismo, che pure qualche volta spunta in certa
letteratura devozionistica, ma per quel realismo forte, deciso, audace di
chi "vuole piamente vivere in Cristo" e ne ostacolato con ogni mezzo,
anche con la violenza frequente, dai nemici della Croce, i discepoli e
seguaci del Nemico, "il satana" persecutore.
Ben altra la sorte di questi nemici. Al giovane Timoteo, che pure
ha visto molti episodi crudi, Paolo offre anche una filosofia della vita,
che deve essere accettata inevitabilmente. Infatti, come gi tante volte i
Profeti, Giobbe, i sapienti d'Israele, il Salmista avevano dolorosamente
annotato, i malvagi e seduttori (portemi, e gtes, questo termine avente
una connotazione di magia e di ciarlataneria che confonde molta
gente) progrediscono nelle apparenze umane, hanno successo mondano, tuttavia "verso il peggio", in quanto essi insieme sono "ingannatori
ed ingannati", corrotti e corruttori (v. 13). I fedeli ne debbono restare
avvertiti sempre. Essi si insinuano facilmente nelle Comunit provocando disastri spirituali, eresie e scismi.
Esiste per il sovrano rimedio: la fedelt alla Tradizione divina ed
apostolica. Paolo esorta: Timoteo deve restare saldo, irremovibile, nella
Dottrina che impar (manthn) dall'Apostolo, poich da essa fu pienamente convinto (pist), "reso fedele (pists)" per sempre, in quanto
oltre tutto sa bene "da chi" impar (manthn). Suo immediato maestro
Paolo, ma Paolo solo mediatore della Dottrina divina dell'Unico

DOMENICA DEL PUBBLICANO E DEL FARISEO

Maestro, Cristo Signore (v. 14). Ogni altro "maestro" che non segua
Cristo, crea discepoli di rovina.
Esiste per anche un altro argomento sovrano. Paolo memora a Timoteo che da bambino conosce (ida) le Sacre Lettere, la Scrittura Santa. In 1,5 Paolo si manifesta pieno di gioia per la fede del giovane discepolo, trasmessa a lui dalla nonna Loide e poi dalla madre Eunice, due
Ebree fedeli alla santa Legge ed insieme, successivamente (sia pure
senza precisa conferma), fedeli a Cristo che venne a confermare la Legge nella sua integrit inalterabile, e le due donne nella speranza conseguita. Ora, va notato, come spesso si trascura di fare, che al tempo di
Paolo le "Sacre Lettere" o "Sacre Scritture", sono l'A.T., non esistendo
ancora il "N.T." come complesso gi redatto e definitivo. Certo, quando
scrive la 2 Timoteo, verso il 61 d.C, nonostante le incredibili teorie di
certa critica distruttiva e molto poco eusebs (pia), esistono gi dei Sinottici le prime redazioni (Matteo, in aramaico o ebraico non oltre il 35
d.C, la traduzione in greco non oltre il 40); esiste lo stesso epistolario
paolino, e l'epistola agli Ebrei; anche l'epistola di Giacomo (verso il 57
d.C.?), ma questo enorme complesso, che circola tra le Comunit con
molta rapidit, non un "corpo" raccolto insieme. Lo sar solo verso la
fine del sec. 1 ed ai primissimi anni del sec. 2, forse in Asia minore.
Il richiamo a Timoteo perci principalmente alla Santa Scrittura
dell'A.T., letta ormai alla luce della Resurrezione. Tale testo, tale lettura,
prosegue l'Apostolo, hanno la potenza di "rendere sapiente"
(sophiz) Timoteo, e dunque i fedeli affidati a lui. Renderlo sapiente in
vista della salvezza, la quale prodotta dalla fede nel Cristo Ges Risorto (v. 15).
Il centro della vita di Paolo, di Timoteo, delle loro Comunit la
Santa Scrittura letta nella Tradizione ormai formata. La Scrittura la
primordiale Grazia dello Spirito Santo, Luce e Sapienza, produttrice
di divina salvezza, poich questa Grazia prosegue donando nelle anime
la fede nel Risorto. Allora come oggi.
Il Periodo del Tridion chiama a considerare a fondo queste realt.
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 94, 1.2, "Esortazione p r o f e t
Vedi l'Alleluia della Domenica 9 a T
' 8a

ca

".

a) Le 18,10-14
II contesto della parabola di oggi la fine della "salita a Gerusalemme", presentata tante volte. Il Signore battezzato e trasfigurato, nella
Potenza dello Spirito Santo, "confermato" dalla Luce divina e preso
sotto la protezione della Nube della Gloria divina del Padre che lo
Spirito Santo, deve consumare il "suo esodo" a Gerusalemme (cf. Le
809

COMMENTO - IL TR1DION

9,31), che la Croce. Il suo lungo viaggio {Le 9,51 - 19,28) denso di
"parole e fatti", ossia dell'annuncio dell'Evangelo e delle grandi opere
del Regno, i miracoli. La parabola si pone come insegnamento derivato
dall'Evangelo, come sua parte integrante, esplicitante, applicativa.
Il breve testo a sua volta ha un significato grande e permanente, sapientemente scelto per il Periodo del Tridion, e specificamente come
"preparazione" ingressiva alla Quaresima, per acquisire disposizioni
idonee a vivere cos grande tempo di grazia dello Spirito Santo.
Il contesto immediato la perseveranza irremovibile nella preghiera, che da Dio Signore ottiene tutto {Le 18,1-8), e d'altra parte l'episodio, non isolato, in cui Ges, tra i rimbrotti dei discepoli, abbraccia i
bambini, impone ad essi le mani, li benedice (18,15-18), poich solo
essi possiedono nella loro innocenza il Regno, e chiunque voglia ricevere il Regno di Dio deve lasciarsi fare di nuovo bambino. Al centro
dei due testi, la parabola mostra precisamente: a) la preghiera umile del
Pubblicano, che ottiene la propiziazione divina; e b) l'attitudine del
medesimo, che abbandona la malizia della sua professione, e ritorna
semplice come un bambino, nell'innocenza del cuore.
Al v. 18,9 data la spiegazione della parabola, in anticipo, affinch
nessuno dubiti del suo insegnamento. L'insegnamento adesso si dirige
con severit verso quanti hanno eccessiva fiducia in se stessi, nei propri
mezzi giustificatorii (cf. 16,15; e Mt 5,20), poich sono convinti di essere "giusti" davanti a se stessi e davanti a Dio, dunque anche davanti
al prossimo (cf. Prov 30,12; 2 Cor 1,9). Ma cos il prossimo necessariamente disprezzato come inferiore spiritualmente, "altro", perci
alieno, alienato, scostato (cf. Is 65,5). il perfetto contrario di come si
debba stare davanti a se stessi, davanti al prossimo, e con ci davanti a
Dio. Per scuotere tale atteggiamento occorre un "insegnamento in parabole", il pi ricco ed immediato, anche il pi pungente e scuotente le
intelligenze di chi abbia orecchie da ascoltare (cf. Le. 8,8 nella parabola
del Seminatore). E Ges narra un parabola.
Una scena normale a Gerusalemme che si salga al tempio per pregare. Ora, il tempio il luogo per eccellenza della celebrazione sacrificale quotidiana, la mattina e la sera. In queste due occasioni il popolo
presente era aiutato dai leviti a pregare, in specie i Salmi, mentre i sacerdoti e gli offerenti procedevano alla complessa operazione del sacrificio, con il rito del sangue e dell'offerta. In genere queste due liturgie
erano sempre molto affollate. Con tanti altri, "salgono" (il tempio sta
pi in alto dell'abitato) in particolare "due uomini", due tipi ben specificati di uomini, un Fariseo ed un Pubblicano. Due Ebrei.
Due tipi radicalmente opposti. Il Fariseo in fondo un pio praticante
della Legge santa di Dio, un osservante, anche uno spirituale, dedito all'ascolto della Parola divina spiegata dagli "scribi" competenti. Al tempo di Ges i farisei formano una minoranza compatta, religiosa, che ha
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DOMENICA DEL PUBBLICANO E DEL FARISEO

anche molto ascendente sul popolo semplice, per il prestigio che si forma sempre intorno alle persone che si ritiene siano spiritualmente pi
avanzate. Avviene ancora oggi, anche se, come al tempo di Ges, la
massa non segue gli spirituali in tutto. Si sa che i farisei, come ogni uomo religioso, avrebbero voluto che tutti fossero come essi, e dunque restavano sempre delusi e amari verso la pratica trascurata del resto del
popolo. Anche se nel N.T. si instaur una polemica dai toni acerbi contro i Farisei e gli scribi loro maestri e ideologi, tuttavia si deve notare
che questi non parteciparono affatto agli episodi del processo e della
crocifissione del Signore. In sostanza, essi erano fondamentalmente
buoni Ebrei.
Anche il Pubblicano un Ebreo. Per malasorte per - per avidit di
lucro, per servilismo, per collaborazionismo -, ha accettato di lavorare
con l'invasore strapotente, i Romani, accettando l'ufficio di telns,
esattore delle gravose tasse da versare all'erario di Cesare dopo che sono
sottratte alla massa dei poveri; mentre come si detto, in ogni regime i
ricchi trovano mille modi di farsi esentare dai tributi: sia dai legittimi
governi, sia dagli invasori. Ora, i tributi sono invisi ad ogni popolo,
tanto pi che qui vanno agli occupanti. Per nel caso degli Ebrei, oltre
questo, si ha l'aggravante che essi, popolo liberato dal Signore (cf.
l'esordio del Decalogo: Es 20,2, che motiva la "morale dell'alleanza"),
e dunque libero per divina destinazione, erano tenuti, per s, solo a
contribuire con decime ed altre tassazioni a mantenere il culto divino,
oltre che a sovvenire ai poveri. Vedi qui il mirabile testo di Dt 26, con i
versamenti di primizie e decime per le categorie meno abbienti: sacerdoti, stranieri, orfani, vedove. Pagare le tasse agli stranieri e pagani era
perci il segno vergognoso di: a) essere recensiti da quelli, fatto abominevole per il popolo "del Signore", peculiare suo possesso (cf. Es 19,36); b) di essere costretti a pagare contro volont. Era il segno abietto,
demoralizzante della schiavit.
E un Pubblicano che osi entrare nella Casa dove abita la Presenza
imperscrutabile e santa del Signore, in mezzo al popolo santificato, era
anche un affronto sanguinoso a Dio ed a tutto il popolo, in modo speciale alla purit di vita del Fariseo (v. 10).
I pubblicani insomma godevano dell'antipatia, dell'ostilit, del pubblico disprezzo, ben meritato del resto, ed essi da parte loro ripagavano
questo con la spietatezza degli aguzzini, disponendo della coazione per
mano militare romana.
Ges venne per salvare quanto era ormai perduto, come umile ma
onnipotente Figlio dell'uomo (cf. Le 19,10, a proposito di Zaccheo addirittura architelns, capo del corpo degli esattori; vedi Domenica 15a
di Luca). Egli si dirige verso i malati, non verso (anzitutto) i sani (Le
5,31), da Medico divino dei corpi e delle anime. Ora, tra i kaks chontes, i "malamente versanti", i malati, tra i pi gravi, stanno proprio que811

COMMENTO - IL TRID1ON

sti peccatori spietati, i pubblicani. Egli cos agisce con una strategia
precisa. Un pubblicano Levi (Matteo), proprio dall'inizio lo fa addirittura suo discepolo, convocandolo tra i Dodici {Le 5,27-32; dei Dodici,
6,12-15, Matteo al v. 15a). Si dichiara amico dei pubblicani e dei peccatori (in pratica, per, le prostitute), apertamente, e quasi con vanto
{Le 7,34), dovutamente motivando: essi "riconobbero la Giustizia/Misericordia di Dio", accettando il battesimo di conversione di Giovanni
il Battista {Le 7,29, e rinvio a 3,12). Pubblicani e peccatori si avvicinavano a Lui per "ascoltarlo", ossia per accettarne gli insegnamenti {Le
15,1). Alla fine della "salita a Gerusalemme", come con Levi, accetta il
convito in casa di Zaccheo pubblicano {Le 19,1-10). Poi, in altro contesto, aveva addirittura dichiarato con "rabbia profetica": "In verit, Io
parlo a voi: i pubblicani e le prostitute vi precederanno nel Regno di
Dio", perch si erano convelliti per la predicazione del Battista {Mt
21,31-32). Il che molto interessante: anche gli altri andranno nel Regno, ma troveranno molti posti occupati dalle categorie pi miserabili
dell'umanit; e tra questi "altri" beati, ovviamente vi saranno i farisei.
Nel tempio, il Fariseo "sta in piedi", nell'atrio degli Israeliti, in prospettiva del "santo dei santi" che vede da vicino attraverso la porta che
conduce nell'atrio dei sacerdoti dove si svolge il culto. la classica posizione della preghiera ebraica, che conosce, senza problemi, anche la
prostrazione a terra. Tale essa resta nell'uso dei cristiani dell'Oriente.
Stare in piedi davanti al Signore indica la dignit dei figli, ai quali il
Padre loro che li chiama, lo permette. Egli dunque sta davanti al suo Signore, invisibile Presenza nel santuario, dal quale promette ogni grazia,
come parla l'intero Salterio. E prega silenziosamente. Un'azione di
grazie, eucharist soi, io rendo grazie a Te. implicata qui la celebrazione sempre pubblica del Signore, nell'assemblea santa, in quanto
Lui, in quanto ha titoli meravigliosi, in quanto ha operato grazie e benefici sempre sorprendenti (cf. qui il tipico Sai 114-115).
Ma tale azione di grazie abbastanza strana. Essa infatti vera sostanzialmente nel suo contenuto obiettivo. Il Fariseo rende grazie per il
beneficio impareggiabile della sua fede, della sua fedelt alla Legge
santa ed all'alleanza fedele, poich si tenuto nella purezza dei costumi, non ruba, rende giustizia, non adultero, dunque ha rispettato osservandoli scrupolosamente i comandamenti 7, 8, 6, e se quel giorno
sabato, com' probabile, anche il 3. Non c' male, 3 comandamenti
verso il prossimo, e 1 verso il Signore, ma tenendo conto che il 6 ed il
9 comandamento vanno sempre insieme, ed il 7 con il 10, si hanno
ben 5 comandamenti verso il prossimo e 1 verso il Signore. Si potrebbe arguire dal silenzio del Fariseo che non nomina il 4 comandamento, che i suoi genitori siano defunti; e che non nomina il 5, fa comprendere che un buono e pacifico. In pratica, le Due Tavole sono rispettate.
812

DOMENICA DEL PUBBLICANO E DEL FARISEO

una dichiarazione di purit sacra, che aprcil libero accesso al Signore, permesso dai Sai 14 e 23, "Liturgie", come "Salmi d'accesso",
al santuario. Da che deriva questa autopresentazione? Probabilmente
proprio dalla pratica della preghiera, poich molti Salmi autorizzerebbero il Fariseo nella sua dichiarazione. Si guardino i Sai 7; 14 e 23; 18
(in bocca al re stesso); 25, con la dichiarazione d'innocenza proprio
nell'"ingresso" al santuario e all'altare; 26; 34; 36; 38... Sono tutte dichiarazioni di innocenza motivata davanti al Signore, accanto ovviamente a Salmi di penitenza. Ancora una volta il Fariseo starebbe a posto con la sua coscienza.
Ma poi (alla fine del v. 11) il Fariseo aggiunge una clausola inaspettata, brutale, discriminatoria: Io non sono come tutti gli altri uomini. I
quali cos, sono tutti giudicati senza autorizzazione, trovati senza giustificazione e condannati senza appello.
Egli ribadisce la sua religiosit con un'autogratificazione compiaciuta: il digiuno e le decime puntualmente assolti (v. 12). Quanto al digiuno, alcuni giorni erano fissati per alcune grandi celebrazioni nazionali, come il Capo d'anno ed il Kippr, l'Espiazione, al 1 e 10 del mese di Tisri, con la formula "affliggerete le anime vostre" in segno di penitenza (cf. Lev 16,29). La tradizione poi aveva fissato il digiuno regolare bisettimanale al marted e gioved (che i cristiani avevano spostato
polemicamente al mercoled ed al venerd, fino ad oggi). Quanto alle
decime, esse erano fissate dalla Legge divina e concernevano tutto
quello che si possedeva (prodotti dei campi, del bestiame, delle industrie varie), e, come nel caso del Fariseo, qui, quello che si acquistava
(letamai); cf. Dt 14,22. Del popolo di Dio, nessuno e nulla doveva sfuggire alle decime (oltre alle primizie), poich si trattava di conferimenti
carichi di santit (v. 12).
Il Pubblicano anche stava in piedi, ma da lontano, via dal santuario e
dalla gente, e neppure voleva alzare gli occhi al cielo. Egli consapevole, sia per un moto della coscienza tratta a resipiscenza, sia anche,
non si potrebbe escludere, per avere ascoltato la predicazione di Giovanni il Battista (cf. Le 3,12-13, e di nuovo 7,29). Sta lontano dal santuario, forse nell'atrio delle donne israelite, tiene gli occhi bassi per la
vergogna, poich contemplare il santuario gi un atto di vicinanza e
di comunione ospitale con il Signore; inoltre, in segno di dolore si percuote il petto, e dirige verso il Signore una formula di invocazione epicletica, ridotta all'essenziale: "Dio, sii propizio a me, il peccatore!" (v.
13). La formula viene anche dal contesto eucologico dei Salmi (cf. Sai
50,3; 78,9); ma esistono anche molti Salmi di confessione e di penitenza, che esprimono questi sentimenti con formule molto varie (cf. altres
Ez 16,63; Dan 9,19). la piena del cuore contrito ed umiliato, veramente di pi non sa dire, poich davanti alla Presenza santa le parole
mancano dolorosamente. E del resto, il Pubblicano sa che le parole per
813

COMMENTO - IL TRIOD1ON

lui a nulla servirebbero. Si rimette semplicemente al suo Dio, nella fiducia trepida, sapendo che Egli scruta i cuori e i reni degli uomini, tutto
comprende, e se vuole tutto rimette e perdona, tutti si riconcilia.
La parabola terminata. Il v. 14, che la chiude, ne la conclusione severa. Ges la dichiara, con formula solenne: "Io parlo a voi", e questa
anche una sentenza per il futuro di tutti i suoi discepoli, di tutte le folle
presenti, di tutti gli uomini "religiosi" di ogni tempo. Il contenuto della
sentenza anzitutto d'assoluzione piena: il Pubblicano "discese" dal tempio e torna a casa "giustificato" (dikai). Ossia il Signore gli fu "propizio" perch peccatore sinceramente pentito, e lo rende "giusto", riammesso nella divina amicizia, reso santo, purificato, restituito alla vita di fede.
Il contenuto della sentenza per di condanna per il Fariseo: quello
fu giustificato, "piuttosto di questo". La formula lascia capire molto. Il
Fariseo per s non aveva necessit immediata di "giustificazione", poich per s era "giusto". Ma disse la piccola bens sprezzante parola:
Non sono rapace, ingiusto, adultero come il resto degli uomini, e fin
qui la genericit non offendendo nessuno. Poi per viene a sparare: "o
anche come questo Pubblicano" (v. lib). Cos si era messo contro tutto
il suo prossimo, lontano ed immediato, nell' "ingiustizia" verso di esso,
e dunque anche contro Dio. Poich Dio aveva detto: "Misericordia voglio, pi che sacrifici" (Os 6, 6), e lo aveva confermato per la bocca
santa del Figlio: "Andate ed imparate che significa: Misericordia Io voglio, pi che sacrificio" (Mt 9,13), ed il Figlio aveva insistito su questa
Parola profetica: "Se voi aveste compreso che significa: Misericordia
voglio, pi che sacrificio" (Mt 12, 7a), con la sentenza durissima: "allora non avreste condannato gli innocenti" (Mt 12, 7b).
Dove sta il peccato del Fariseo, formalmente? Sta nella condanna
del fratello, ma soprattutto nella causa di questa scriteriata condanna:
"Chiunque esaltante (hypsn) se stesso, sar umiliato (tapein),
mentre chi umiliante (tapeinn) se stesso sar esaltato (hyps)" (v.
14b). la stessa parola gi usata per i convitati presuntuosi, che occupano i migliori posti (cf. Le 14,11). I due verbi hyps e tapein stanno
in forma chiastica, ossia si incrociano: se uno si insuperbisce, ossia si
vanta in modo vanaglorioso, Dio lo umilier (la forma passiva indica Dio
senza nominarlo, un "passivo della Divinit"). Al contrario, occorre
umiliare se stesso, allora Dio dar Lui, come sa, la gloria della sua
divina amicizia.
Per, chi non esalt se stesso, ma anzi "svuot" (ken) la sua Divinit nella pi abietta umiliazione, quella della Croce? Per cui Dio poi
Lo superesalt (hyperyps) al di sopra d'ogni nome, e stabil che il di
Lui Nome fosse adorato per la gloria del Padre? Paolo lo spiega in FU
2,6-11 : Cristo Signore stesso, che si fece schiavo per gli uomini, come
l'Adamo Ultimo, assumendosi il carico terrificante di tutte le colpe per
distruggerle nella sua carne (cf. Rom 8,3).
814

DOMENICA DEL PUBBLICANO E DEL FARISEO

Anche da questa via, il Periodo del Tridion rimanda tutto questo insegnamento al fedele, che l'icona battesimale del Signore, e che deve
vivere la sua iconicit redenta e santificata nella perfetta assimilazione
al Figlio di Dio.
Ma il medesimo Periodo rinvia a considerare il centro della parabola, cos breve e cos decisiva. Tale centro in un certo senso non sta
"dentro" la parabola stessa, ma vuole trasmettersi "fuori", nella vita degli uomini. E cos, esso esclude per noi anche, e soprattutto!, il disprezzo e la ripulsa verso il Fariseo, o verso i "farisei", e dunque verso "tutti
gli Ebrei", come purtroppo si fa da due millenni. Agendo cos, guarda
caso, si agisce precisamente come il Fariseo deprecato della parabola,
che oltre tutto un "tipo", non una persona storica.
Il centro sta dunque fuori. Nell'applicazione della santa Dottrina del
Signore nostro. Che ciascun fedele, e tutti i fedeli come Comunit, debbono attuare nella loro vita quotidiana, nel "piccolo quotidiano" in cui
si costruisce la perfezione dell'esistenza redenta e santificata. Dove
quotidianamente si fanno tante professioni false d'umilt, e poi dovunque si corre qua e l per farsi tributare in ogni campo elogi ed onori
esterni, che spesso si regalano a personaggi avidi ed immeritevoli. I fedeli del Signore in realt stanno davanti a Lui in un Giudizio divino
permanente, che sar riassunto in quello finale (vedi poi la Domenica
eWApkreos). Nel Giudizio permanente l'assoluzione sar permanen-.
te, ma dipende solo da se stessi, ossia dall'operare nella misericordia.
Solo allora si pregher per la propiziazione divina, ma il Signore gi
sar stato propizio, e gli resta solo d'accogliere i figli suoi, lasciatisi fare
degni della sua Misericordia.
6. Megalinario Della
Domenica.
7.Koinikn
Della Domenica.

815

DOMENICA 34a DOPO PENTECOSTE


17a di Luca
"Sul Figlio dissoluto emigrato in regione lontana"
La rubrica indica cos: "Facciamo memoriale della parabola del Figlio dissoluto nel Santo Evangelo".
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik ed i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikion anastdsimon, del Tono occorrente.
2) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3) Kontkion: Tspatras doxs sou. Ogni fedele dell'assemblea san
ta con questo canto fa proprio l'atteggiamento del Figlio dissoluto che
si rivolge al Padre suo, riconoscendo di avere da insensato allontanata
da s la Gloria paterna in cui viveva. Ad essa aveva diritto ereditario,
ma poi disperse nei mali la ricchezza che pure generosamente aveva
ricevuto dal Padre. Perci adesso essa grida la medesima invocazione
di quel Figlio: Peccai davanti a Te, Padre di tenera Misericordia
(oiktirmn), e chiede di essere accolto mentre si converte e fa peniten
za, e di essere accettato come uno qualunque dei suoi servitori a mer
cede.
Questo Kontkion deve comunque precedere quello della Festa della Hypapant, che resta come finale.
4. Apstolos
a) Pmkimenon: Sai 32,22.1, "Inno di lode".
il Pmkimenon della Domenica 2a e IO di Matteo, 9a

di Luca

b) 1 Cor 6,12-20
La scelta di questa pericope paolina motivata al progressivo avvicinarsi della Quaresima. Significa allora una pi rigorosa ascesi spirituale che investe l'anima ed anche il corpo, e chiama alla penitenza,
alla preghiera, alle opere di carit e al digiuno.
Paolo parla ad una Comunit, quella dei Corinzi, di assai varia
estrazione sociale e religiosa. Vi sono sia Ebrei, sia pagani. Questi so816

DOMENICA DEL FIGLIO DISSOLUTO

no la maggioranza che cerca di prevaricare con la propria cultura. E


poveri e ricchi. L'ambiente ellenistico proponeva tenacemente il modo
di vita del tutto opposto a quello dell'Evangelo di Cristo predicato da
Paolo. Anche sulla Comunit cristiana esercitavano il loro influsso negativo le diverse tendenze, se non correnti ideologiche, di pensiero filosofico e religioso, con la prevalenza di un'aspirazione spiritualista di
tipo platonico, soprattutto, e stoico, nonch della religione dei "misteri" pagani. Ora, l'eccessivo spiritualismo induce a considerare come
unico valore 1'"anima" quale ente indipendente dall'esistenza corporea, questa essendo considerata in senso negativo, come la "pesantezza" della materia. Il medesimo eccessivo spiritualismo in campo morale, curando l'ascetica solo mentale (come certe correnti che, insegnate a pagamento da "santoni" e "guru", si diffondono oggi in tutto il
mondo), lasciava ampio spazio alla libert dell'esistenza materiale.
Cos il corpo, la carne, quanto pi era abbandonata agli eccessi di ogni
tipo, tanto pi si preparava alla sua definitiva corruzione e alla liberazione dell'anima. Perci il peccato morale era solo dell'intelletto, il
corpo poteva seguire indifferentemente la via dell'estrema ascesi, raramente, o dell'estrema sregolatezza in ogni campo. Alcuni Corinzi, in
pi, erano giunti all'assurdo di credere di essere gi risorti con Cristo
(cf. 1 Cor 15,12-20), e in conseguenza la pratica spirituale e morale
era molto ridimensionata.
Paolo interviene pesantemente contro ogni abuso: sugli scismi nella
Comunit (1 Cor 1,10 - 2, 16, il "discorso della Croce"); sull'immaturit di tanti fedeli (3,4) che non sanno considerare l'opera apostolica
(3,5-23), n la regola della vita nuova (4,1-21); sull'orribile caso dell'incestuoso (5,1-13); sul ricorso dei fratelli a tribunali pagani, come
se nella Comunit non vi fosse l'arbitraggio equo (6,1-11); sulla fornicazione (6,12-20); poi sulle questioni del matrimonio cristiano e sul
celibato (7,1-40); e cos via.
La pericope 1 Cor 6,12-20 riguarda la fornicazione, ma non semplicemente. Paolo vuole mostrare e dimostrare l'inimitabile dignit dell'esistenza umana, che insieme corporea e spirituale, o, come si suoi
dire con formula abbastanza soddisfacente, "un corpo informato dallo
spirito", ed "spirito incorporato", un'entit unica dal duplice
aspetto reciprocamente inseparabile. Come in altri momenti del suo
epistolario, per dare vivacit e risalto alla sua argomentazione, l'Apostolo usa una tipica forma letteraria, la diatriba, in cui due interlocutori
difendono due tesi opposte, delle quali per una deve cedere e l'altra
prevalere definitivamente.
Al v. 12 l'immaginario interlocutore un Corinzio "spiritualista",
che si concede quanto vuole, sicuro del primato dell'anima astratta
dall'esistenza corporea. Egli afferma: "Tutte le realt a me convengo817

COMMENTO - IL TRIODION

no", in altre parole, tutto mi lecito. Paolo ribatte duramente: Per,


non tutte le realt sono utili. E l'altro ripete la prima formula, ma Paolo di nuovo ribatte: per io non mi render in potere di nessuno.
Viene adesso un duplice concreto. Il primo, le delizie della tavola.
L'interlocutore sostiene che i cibi per loro natura e destinazione sono
per il ventre che li digerisce, e questo fatto proprio e solo per i cibi.
E un circolo vizioso, che certa scienza ideologica moderna nel 1800
codific cos: la funzione (cibi da digerire) crea l'organo (il ventre), e
l'organo (il ventre quale luogo e strumento tipico di digestione) crea la
funzione (si cerca i cibi). Paolo ribatte ancora pi duramente: si tratta
di materiali, funzioni ed organi creati da Dio, ma da Dio poi destinati,
dopo la loro funzione temporanea, a non esistere pi (v. 12 a).
Il secondo concreto che riguarda le funzioni materiali del corpo,
l'uso del sesso. Qui Paolo non accetta interlocutori, poich la sua dimostrazione non ammette contraddizioni. E recisamente afferma un'analogia con il cibo e ventre: il corpo non per la fornicazione, ossia
per l'uso sconsiderato, fuori della norma naturale, del sesso. Poco dopo spiegher l'immane guasto che la fornicazione produce per l'essere
umano. Il corpo invece per il Signore, che lo cre. Anzi il Signore
stesso nel creare il corpo si pose in favore del corpo (v. 13b). Dunque,
il corpo un'entit ben al di l della sola materia, poich il Signore
"per il corpo" ha un preciso disegno, da cui non derogher mai. Anche
questo spiegato dopo nella pericope.
Intanto per Paolo anticipa la spiegazione ultima, la quale ricorre
con insistenza nel suo epistolario: oltre che qui, in 2 Cor 4,14; Rom
6,5.8; con la formulazione pi completa, sempre lapidaria, in Rom
8,11. il massimo argomento dell'antropologia biblica nel N.T., insieme con il tema dell'uomo icona di Dio, e si pu evidenziare cos:
Dio Padre con lo Spirito Santo resuscit il Figlio,
e con il medesimo Spirito Santo resusciter noi.
Di fatto, qui in 6,14, Paolo ricorda che Dio resuscit "il Kyrios", il
Signore, che il massimo titolo divino di Ges Cristo. A guardare da
vicino i termini, il Padre, dice Paolo, resuscit non semplicemente
"l'Uomo Ges", come fosse separato dalla sua Divinit, ma resuscit
ho Kyrios-IHVH, il Signore Dio dell'A.T., che dunque anche il Figlio di Dio! Ora, in termini della dogmatica sinodica della Chiesa si
dovrebbe dire che nel resuscitare ovviamente l'Uomo morto, crocifisso, Ges, l'azione del Padre era per diretta, e perci concerneva la
sua divina Ipostasi, a causa dell'indivisibilit reale, dopo l'Incarnazione, della natura divina dalla natura umana a partire dall'Ipostasi divina, e questo a motivo dell'"indicibile hnsis kath'hypstasin" (S. Cirillo Alessandrino).
818

DOMENICA DEL FIGLIO DISSOLUTO

Ora, per l'amore verso "il Signore", il Figlio suo (cf. Rom 8,28-30),
il Padre se resuscit Lui, resuscita anche noi "mediante la Potenza
sua", lo Spirito Santo. Se si svolge tutto il tema, si sa che Cristo Risorto anche divenuto a causa della Resurrezione l'unica Fonte inesauribile dello Spirito Santo, e il Padre dona agli uomini lo Spirito Santo,
attingendolo per cos dire, per effonderlo come divino Fluido, dall'Umanit gloriosa del Figlio: At 2,32-33.
Ma la resurrezione "dei corpi", come la Chiesa professa dalle sue
origini nelle antiche e varie formule di fede, i Simboli battesimali, anche quando si dice "attendo la resurrezione dei morti". Nella Chiesa
antica, sotto l'influsso delle idee filosofiche dell'ambiente orientale, si
era discusso a proposito della resurrezione, se risorgessero "solo i corpi", o anche le anime. Cos per era accettare un'antropologia divisoria, come se l'uomo fosse composto di due entit non solo diverse, ma
opposte e contraddittorie, da ricomporre poi in una qualche unit dopo
la resurrezione ed in vista della vita eterna. Giustamente si era insistito
sulV "Oikonomia della carne" anche da parte dei Padri accusati dagli
avversari di spiritualismo oltranzista. Cos S. Cirillo Alessandrino, argomentava che l'anima immortale, dunque non pu morire n risorgere, ma risorge la carne. Il che, se vero in s, non sta per rigorosamente sulla linea dell'antropologia paolina.
Qui infatti l'Apostolo insiste, proprio contro le tendenze spiritualiste, con tutti i loro eccessi morali, come si accenn sopra, che la creazione dell'uomo fu unitaria, poich il Dio Creatore form l'uomo "a
sua immagine e somiglianz", plasmandolo dall'argilla ma infondendogli il suo Alito divino (cf. Gen 1,,26-27; 2,7), s che l'uomo sempre e solo un'"anima vivente, psych zsa" (Gen 2,7), l'uomo non
"ha" un'anima e anche un corpo, ma egli integralmente anima incorporata e corpo animato, un tutto. Questo tutto il Padre, come oper
con lo Spirito Santo per il Figlio, resusciter con lo Spirito Santo.
L'argomentazione del v. 15 classica di Paolo. la dottrina del soma
Christo, che via via ripetuta, sar poi definita sempre pi fino alla precisazione finale a livello di Colossesi ed Efesini, e che gi sta in nucleo qui: Cristo il Capo-Testa del suo corpo. Egli Uno ed Unico, mentre il suo corpo
formato da molti, e dunque per essere organismo vivente deve avere molte membra o organi. Ora, questi mle, membra, non sono altro che i
semata, i corpi, e non i corpi e le anime. In una parola, qui Paolo usa sma
come noi usiamo "persona". E l'Apostolo pone anche una domanda: non
sapete voi che cos? Quindi, la dottrina del "corpo di Cristo" doveva essere ben conosciuta nella Comunit di Corinto, e nessuno poteva disattenderla
per teorie bizzarre, come quelle che Paolo sta combattendo proprio qui.
E la conseguenza di questa "organizzazione" vivente dei corpi-membra e membri dell'unico "corpo di Cristo" drastica nel campo della con819

COMMENTO - IL TRIDION

taminazione morale. Ancora con i toni e gli accenti della diatriba, infatti
Paolo si chiede: "Io, prese le membra (ossia: i corpi dei fedeli) di Cristo,
(ne) far membra di prostituta?" La risposta un grido d'orrore: "Non avvenga!", non sia mai (v. 15). Quello che all'uomo "normale" di ogni tempo sembra, almeno nella sua valutazione o svalutazione, una relazione
momentanea, il contatto carnale con una prostituta (pme), per Paolo, ma
gi per l'A.T. e ovviamente per tutto il N.T., una relazione che in qualche modo invece lascia impronte indelebili dentro la profondit dell'uomo. E qui, a guardare bene, sia del maschio, sia della prostituta stessa.
Inoltre, esistendo anche la prostituzione maschile, l'argomento vale anche
per le donne (frequentazione diffusa, perch considerata "sacra"). '
II realismo biblico considera ogni realt come parte dello sconfinato
Disegno divino, e la turbativa portata su un punto che sembra trascurabile incide invece in profondit, impedendo l'opera divina per tutti gli
uomini e per ciascuno di essi. Ora, l'unione carnale tra l'uomo e la donna non uno scherzo, non un gioco, non neppure un piacere fine a se
stesso, senza curarsi delle conseguenze, che sono gravi. Queste infatti,
di fronte alle cos scoperte incoscienza, ignoranza, amoralit di uomini e
di donne, stanno inscritte nel divino Disegno per sempre. E si sa che il
Signore porta al fine il suo Disegno, e guai a chi vi si oppone.
Paolo lo spiega con tutta la gravita eh' possibile conferire al suo
discorso di Apostolo dell'Evangelo, di "schiavo del Cristo Ges"
(Rom 1,1), il quale pu volere per gli uomini solo quanto il suo Signore
vuole: il solo bene, ed in modo disinteressato. Quindi pone una domanda retorica, nel senso che la risposta vi gi contenuta: forse che i
Corinzi ignoravano, dopo tanti anni di insegnamento dell'Apostolo e
dei suoi collaboratori, che chi "aderisce" (kollomai, verbo decisivo)
alla prostituta, con lei, ossia forma con lei "l'unico corpo, sma!"}
Come mai un contatto sempre fuggitivo, spesso clandestino, ha tale efficacia irrimediabile? Lo dice il Disegno divino, e qui Paolo cita Gen
2,24: "Saranno infatti - dice (la Scrittura Santa) - i due come unica
carne". La citazione esplicita ed irreformabile (v. 16).
Occorre qui rievocare i fatti. Il Signore, creato Adam dall'argilla,
dopo avere inspirato il suo Alito divino per farne "anima vivente (Gen
2,7), dopo avergli fatto fare "esodo" dalla steppa nel Giardino per esservi coltivatore e custode, ossia padrone (Gen 2,8), dopo avergli dato
il precetto salutare di mangiare dell'Albero della Vita al centro del
Giardino (Gen 2,15) che gli avrebbe conferito l'immortalit (cf. Gen
3,22), ed avergli proibito di mangiare invece dell'albero della conoscenza del bene e del male che produce la morte (Gen 2,17), decide
della sua esistenza ordinata: Non bene che stia solo, e decreta "un
aiuto simile a lui" (Gen 2,18), che alla lettera significa "un aiuto che
stia davanti a lui" come simile, come consustanziale. Allora dalla sua
820

DOMENICA DEL FIGLIO DISSOLUTO

costola trae Havvah, Eva, che in ebraico significa "la vita" (Gen 3,20),
gliela presenta e gliela dona (Gen 2,21-22), e Adamo esclama: "Questa osso dalle mie ossa e carne dalla mia carne!" (Gen 2,23). La conclusione: l'uomo abbandoner i suoi genitori, "e aderir (proskollomai, ebr. dabaq) a lei, e i due saranno l'unica carne" (Gen 2,24).
Si noti qui l'assimilazione sma-srx, che hanno sfumature diverse
ma un significato di fondo molto simile, poich in ebraico basar e
s'r si possono tradurre sia con soma, sia con srx. Ora, i due termini
ebraici e i due termini greci indicano sostanzialmente con "corpo-carne" il concetto di esistenza umana, anche se pongono sempre in risalto
la sua fondamentale debolezza. "I due, un'unica carne/corpo" significa
che due entit ormai, poich aderirono reciprocamente (kollomai),
formano un'unica indivisibile esistenza. Di fatto, Adamo ed Eva restano
uniti per sempre, anche dopo la loro rovinosa caduta.
La dimostrazione paolina procede con il tipico ragionamento rabbinico, indicato pi volte, e che si usa chiamare "argomentazione dal minore
al maggiore". E di fatto, cos, se 1'"adesione" tra uno ed una prostituta
gi forma "un unico corpo-carne", dunque un'unica esistenza, quanto
pi produrr effetto 1'"adesione (kollomai)" al Kyrios, Cristo Risorto.
Si noter che qui il verbo kollomai assume il significato di "adesione
nuziale". Tale adesione, che dunque forma "un unico soma/un 'unica
srx" ossia ormai "un'unica esistenza" vera, viva, vitale, ha questa conseguenza unica, inesprimibile, paradossale, mirabile: chi si unisce nuzialmente al Signore diventa con Lui "unico Spirito" (v. 17).
In altre parole, questa esistenza nuziale che vige tra Cristo Signore
ed i suoi fedeli, operata dallo Spirito Santo, che vive nel Signore la
medesima esistenza che vive nei fedeli del Signore.
Tale "adesione" nuziale prodotta dal battesimo, come Paolo aveva
affermato pochi versetti prima, in 1 Cor 6,11 :
Voi eravate questo (prima, esistenza di peccato),
per foste detersi (apolo),
per foste santificati (hagizo),
per foste giustificati (dikai)
nel Nome del Signore nostro Ges Cristo
e nello Spirito del Dio nostro.
Unico Spirito, unica esistenza dello Spirito Santo e nello Spirito
Santo. Tra il Signore ed i fedeli che aderiscono nuzialmente a Lui
scorre per intero la divina Santit ipostatica sussistente, la Trasparenza
trascendente, la Potenza trasformante e divinizzante.
Ed ecco un'esortazione, ed una spiegazione gravissima: "Fuggite la
fornicazione (pornia)\" Per chi conosce la situazione di Corinto, tale
821

COMMENTO - IL TRIDION

drammatico imperativo suona come un violento assalto ad un modo di


vivere, che pu apparire, e certo tale sar apparso allora, come una
pietra scagliata contro una montagna. Infatti l'immoralit sessuale a
Corinto era tale, era talmente nota, e chi sa da quanti altamente apprezzata, che la grecita aveva coniato un verbo apposito, sintomatico:
korinthiz, comportarsi in fatto di sesso come un abitante di quella
citt allora malfamata. Dove il sesso non solo si commerciava, ma era
stato sacralizzato in un santuario apposito, nell'arce dell'abitato, dove
l'esercizio delle turpitudini acquisiva il valore di un atto di culto, bench a pagamento, sia per uomini, sia per donne.
E risuona subito la spiegazione. Ogni azione peccaminosa dell'uomo "fuori del corpo", anche se poi in altri contesti Paolo parla dell'incidenza del peccato, in qualsiasi forma, sulla coscienza profonda di
ogni uomo (cf. Rom 1,16-32; cap. 3; 5; 7, etc.). Per il fornicatore
commette il peccato direttamente contro il "proprio corpo", contro la
propria esistenza (v. 18), avendo formato un'"esistenza unica" che immediatamente infranta dallo scisma, che la separazione dei due
peccatori; il fornicatore avr sempre un'esistenza divisa, lacerata.
Oggi non siamo tanto ingenui, o ottimisti, da ritenere che l'uomo
"moderno", cos desolatamente eguale all'uomo "antico" e perfino all'uomo "primitivo", possa comprendere ed accettare l'argomentazione
"teologica" e "spirituale" di Paolo. La quale per non "di Paolo" come fosse una concezione originale e personale di lui. Essa proviene
dalla morale severissima dell'alleanza, come accettata e sanzionata e
resa assoluta da Ges Signore, quando ad esempio, tra i tanti testi che
si possono qui citare, nel "discorso della montagna" proclama beati i
puri di cuore (bench puri non solo per la morale sessuale, per soprattutto per essa), degni di contemplare il Volto della Santit {Mt 5,8).
E nel campo specifico dei rapporti tra i due sessi non solo esclude l'adulterio, come nel Decalogo (di Es 20,14 e Dt 5,17), ma addirittura
ogni sguardo di desiderio verso la persona dell'altro sesso: Mt 5,2728, attribuendo all'"occhio" della concupiscenza il potere di "scandalo", ossia di pietra che fa precipitare nel fuoco eterno della gehenna
{Mt5, 29a); e dunque meglio estrarsi tale "occhio", piuttosto che perisca tutto il corpo (5,29b-30).
I Padri della Chiesa, in ogni epoca, hanno ben compreso questa
specie di irradicamento del male morale nella profondit dell'esistenza
dell'uomo, che baca la sua persona dirigendola costantemente verso il
negativo, la pesantezza che porta sempre verso il basso, e mai verso
l'alto. Si tratta deipth, le "passioni", che sono il subire da fuori e da
dentro una vita che non si rivolge verso il suo retto sviluppo; si tratta
di "movimenti" disordinati, che ricevono vari nomi, tra i quali il pi
famoso epithymia, la "concupiscenza", detta anche "tenebrosa o
822

DOMENICA DEL FIGLIO DISSOLUTO

malvagia". Su questo ha scritto pagine decisive, pensose e preoccupate, uno dei pi grandi tra i Padri, S. Massimo il Confessore.
esagerazione biblica e cristiana? Non sembra proprio, poich dal
1800 in specie, e con invasione massiccia, indiscreta e "divulgativa" non
nel senso migliore del termine, la teoria e la prassi della psicoanalisi hanno scritto pagine radicalmente diverse dall'E vangelo dei puri di cuore, e
tuttavia analoghe. La sessualit radicata nel profondo dell'"individuo"
(qui non esiste il concetto di "persona", tanto meno di "immagine e somiglianz di Dio"), lo pervade nella parte decisionale, la "psiche" (che non
mai definita nella sua essenza, poich l'ambientazione quella perniciosa
del neo-platonismo), la "determina", ossia la conduce anche dove non
vuole, ed in fondo ne costituisce quasi la totalit. Le "pulsioni" della sessualit oscillano paurosamente tra V"instinctus mortis" (del tutto curioso
il richiamo alla terminologia latina, ed alla mitologia greca, come al mito
di Edipo) e la tendenza vitale, il primo sopraffacendo largamente la seconda. La cura (elegantemente detta "analisi") garantisce la "razionalizzazione" dell'inconscio e delle sue pulsioni, l"'interpretazione" che porta
alla "conoscenza" e dunque alla liberazione (struttura di pensiero e di
prassi dello gnosticismo antico). "Stare sotto analisi" diventato il vezzo
dei borghesi ricchi. Ma l'analisi non assicura affatto la "guarigione" permanente. Spesso provoca altri guasti nella personalit.
Teoria e prassi delle numerose e contrastanti "scuole" di psicanalisi,
oggi, non si pu ritenere che esagerino sulla sessualit, la quale pu
condurre alla rovina dell'ordinata esistenza umana.
Tuttavia andava qui mostrato in sintesi che, tutto sommato, neppure
esagera la Rivelazione divina, quando richiama con rigore assoluto alla
sanit mentale, spirituale, culturale, sociale che porta la retta considerazione delle facolt umane come il sesso. Che non "il tutto" come in certe
forme di cultura moderna occidentale (ma l'Oriente prossimo non meglio), per sempre condizionante se non bene inteso e bene moderato.
Cos, certa cultura moderna si pone in modo aperto, insolente, programmatico, indiscreto e petulante contro la morale sessuale e familiare, per non parlare della morale in tutto il genere suo. Ma siamo abbastanza informati che Paolo di questo era avvertito in modo consapevole, lucido, amaro, rabbioso. Come quando ad esempio conclude il terrificante cap. 1 dell'epistola ai Romani con questa dura constatazione,
che una condanna:
Essi che la giustizia di Dio cos bene conoscendo (epiginsk),
che chi commette tali azioni (l'immoralit) sono degni di morte,
non solo le medesime commettono,
ma anche si compiacciono (syneudok) con chi le commette
(Rom 1,32).
823

COMMENTO - IL TRIODION

Al v. 19 l'Apostolo fa seguire un'altra domanda retorica, che come


le altre si rispondono da s: "Forse non sapete": i fedeli debbono sapere, che il loro sma, corpo, ossia la loro esistenza concreta, storica,
corporale ma insieme spirituale, "tempio dello Spirito Santo che sussiste in" essi (v. 19a). Lo Spirito Santo dal battesimo elegge come dimora il fedele, che non abbandona mai pi. Anche in caso di peccato,
quando le facolt spirituali saranno fiaccate, indebolite, incapaci di vivere per intero la Vita divina che lo Spirito Santo; ma la Grazia della
conversione allora sempre donata, e- va solo accettata affinch quelle
facolt ricomincino a funzionare. Il battezzato diventa "il tempio"
consacrato dallo Spirito, quello da cui si innalza al Trono della Misericordia il culto "nello Spirito Santo", che anzitutto sacrificale oblativo (cf. qui testi fondamentali come Rom 12,1 e 11, "brucianti di Spirito, zontes", testo che fonda il Rito dello zon della Divina Liturgia;
FU 3,3; 1 Pt 2,1-10, con richiamo battesimale; Giud20).
Lo Spirito Santo dai fedeli ricevuto come Dono inconsumabile
dal Padre, che Paolo dir "versato come Carit divina nei cuori" dei
battezzati (cf. Rom 5,5, altro testo fondamentale). Da questo momento
il Padre ha preso possesso inalienabile dei fedeli, che sono "suoi" per
il titolo della sua Paternit e Sovranit infinita, e dell'alleanza che ne
deriva. E si sa che Dio non rinuncia per nessun motivo a quanto sua
propriet personale. I fedeli non appartengono pi a se stessi. In essi
vive Dio, essi vivono in Dio e per Lui. Essi non possono pi disporre
del proprio "corpo", a loro arbitrio e capriccio e piacimento, esso ormai propriet di Dio. Essi sono "tempio", sono sacrificio spirituale
animato perennemente dallo Spirito Santo. Ribellarsi, tornare indietro,
credere di recuperare la propria libert, profanazione del tempio,
tradimento contro Dio, scempio di se stessi... la rovina finale. Ma il
Disegno divino non lo permette (v. 19b).
Paolo parler di "tempio" anche in altri contesti (cf. 1 Cor 3,16),
anche se con minori esplicitazioni, come quelle singolari, splendide e
decisive che porta in questo contesto del cap. 6.
Ma sopravviene un'ultima spiegazione, che anche la motivazione
di tutto quello detto finora. Al v. 20 detto in modo conciso: "Infatti
foste comprati (agorzo) per prezzo (time)". L'affermazione enorme.
Il "prezzo" infatti il Sangue di Cristo, detto perci "prezioso", valore
versato a fondo perduto per la redenzione dei fedeli. E "prezzo" non
pagato al demonio, come da qualcuno si riteneva, poich Dio non si fa
ricattare sui beni suoi. piuttosto il "costo" immane, infinito, che ha
pesato sul Signore Ges in modo tale da farlo morire, bench di morte
volontaria, accettata, consapevole.
L'imperativo finale del tutto in linea con la faticosa argomentazione dell'Apostolo: "Glorificate Dio nel corpo vostro". Dal tempio
824

DOMENICA DEL FIGLIO DISSOLUTO

erompe verso il Cielo la glorificazione, ossia la lode permanente a Dio


"perch Lui", nei suoi titoli e nelle sue opere mirabili. Ma non solo:
anche "con lo spirito vostro", e qui Paolo ribadisce con due termini
l'integralit dell'esistenza redenta che si accosta a Dio per tributargli
la dxa. Poich soma epnuma dell'uomo, la creatura diletta, creata
come icona di Dio, gli elementi insomma che lo sostanziano e lo costituiscono, appartengono in proprio a Dio: "Restituire a Dio quello che
-diDio!"(cf.Le20,25b).
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 17,48.51, "Salmo regal e
l'Alleluia della Domenica 2a e 10a

"

. Luca

'

9a

b)Le 15,11-32
II Signore sta percorrendo la sua "salita a Gerusalemme", dove come battezzato e trasfigurato, nella Potenza dello Spirito Santo del Padre, deve consumare il suo "esodo" finale (cf. Le 9,31) al Padre, che
avviene dalla Croce. Si insistito, e con ragione, sul fatto che durante
questa "salita" (Le 9,51 - 19,28), Ges seguita ad attuare il suo programma battesimale, che adesso anche trasfigurazionale (cf. qui la
Metamorphosis, al 6 Agosto), ossia l'Evangelo da annunciare e da insegnare, le opere del Regno, i miracoli potenti, da compiere, e il radunare gli uomini per introdurli al culto da tributare al Padre. La "salita",
detta anche letteralmente "grande inciso", presenta molto materiale
proprio di Luca, dove questo Evangelista mostra come l'attivit infaticabile del Signore subisca come un'accelerazione.
Il testo di oggi la parabola del "Figlio dissoluto", il dissipatore dei
Beni paterni. Essa per va inquadrata nel contesto immediatamente precedente, Le 15,1-10, che spiega il senso ultimo della parabola stessa.
Si tratta di 3 parabole connesse dalla nota comune della "divina
Misericordia", che insegnata con tale procedimento efficace. Si usano infatti chiamare "le 3 parabole della divina Misericordia", anche se
altrettanto giusto chiamarle altres "le 3 parabole della Gioia divina"
per quanto era "perduto" ed invece laboriosamente "fu ritrovato".
Come gi si visto (cf. sopra, la Domenica del Pubblicano e del
Fariseo), una delle caratteristiche pi singolari dell'ebreo Ges non
solo di ricevere, ma soprattutto di andare a cercare la gente perduta come pubblicani e peccatori, che, sorpresi dalla Visita divina, si mostrano invece desiderosi della dottrina del Signore, del suo conforto e perdono, del suo esempio (v. 1). Come sempre, questo tratto inaudito e
offensivo per molti, fa mormorare gli osservanti della Legge santa, i
quali sono convinti che "ricevere e mangiare", espressioni che signifi825

COMMENTO - IL TRID1ON

cano vivere insieme, in relazione ai peccatori, a parte che suona come


una tacita approvazione, soprattutto rende contaminati, e dunque non
idonei a partecipare all'assemblea cultuale del popolo santo (v. 2). La
Santit di Dio non ammette mai la presenza scandalosa degli impuri,
cos si argomenta. Per s, con ragione
E tuttavia, Ges risponde come suo solito con l'estrema carit
dell'insegnamento parabolico, affidato a "chi ha orecchie da comprendere" (cf. Le 8,8), ma intanto efficace per se stesso (15,3), come pi
consono alla sua immediata comprensione.
L'insegnamento distribuito in 3 parabole. La prima tratta della pecora perdutasi nel deserto, perch incautamente, colpevolmente staccatasi dal gregge delle 99 altre. Esistono alcune "leggi dell'esodo" nel
deserto, gi accennate, che rovinoso infrangere. Normalmente, considerati i pericoli mortali del deserto (fame, sete, calura, predoni, bestie, perdita dell'orientamento), il pastore si rammarica per il momento, poi decide giudiziosamente, tutto calcolato, di abbandonare la pecora al suo destino. Per se il pastore coscienzioso, e Ges fa appello
ai presenti come se lo siano e forse lo sono, si pone alla ricerca del suo
animale prezioso, si sposta dappertutto lasciando con calcolo ardito le
altre 99 pecore incustodite nel deserto, finch comunque ritrovi
"quella" pecora (v. 4). Allora "nella gioia" la prende in braccio, avendola trovata stanca ed assetata (v. 5), la riporta a casa, la rifocilla, e
convoca la sua comunit, ossia gli amici ed i vicini, sempre solidali tra
loro, e li invita alla gioia comune, e cos cerca di essere congratulato
per la sua ardita impresa, perch finalmente "ha ritrovato" la pecora
perduta, rovinata per un momento, ma pecora "sua" (v. 6).
La conclusione della parabola solenne: "Io parlo a voi" sempre
una formula di sentenzioso sigillo al precedente parlare; e quanto segue
il ragionamento rabbinico "dal minore al maggiore", sia pure in modo
ellittico, che qui si completa: se per una sola pecora si fece tanta gioia,
immaginatevi che sar per un uomo, l'icona di Dio! Infatti "nel Cielo",
ossia presso Dio, si far analogamente (hots) gioia (char) per un
unico peccatore che si converte, che fa penitenza (metano), pi che
per 99 giusti che non hanno necessit di conversione, poich stanno
nella pace perenne con Dio (v. 7). Ecco allora due insegnamenti. Uno
esplicito: il valore immenso di un uomo, anche, e forse proprio perch
peccatore, agli occhi di Dio. Uno implicito: con la recuperata gloria di
un unico peccatore, aumenta la Gioia divina, poich il Dio senza alcuna
mutazione il medesimo che si muove per cercare i peccatori, e muove
dentro il suo Cuore divino amante la sua Gioia infinita.
Analoga nella sostanza, viene la seconda parabola, quella della
dracma smarrita. Anche qui si comincia con una domanda retorica:
pensabile che una donna, questa "regina della casa", 1'"angelo del fo826

DOMENICA DEL FIGLIO DISSOLUTO

colare", attenta ai minimi particolari dell'economia domestica (cf. qui


l'elogio della "donna forte", in Prov 31,10-31; l'unanimit degli esegeti vi riconosce un forte colore greco pi che ebraico) si dia pace se
si perde {apllymi) una sola dracma? No di certo, anche se ne possiede
10. Allora accende la lucerna, che pone in luogo strategico, poi scopa
lentamente, attentamente l'intera casa, e cerca con cura (epimels) finch la trova (v. 8). E trovatala, chiama le amiche e le vicine, e le interpella per gioire insieme sulla "dracma perduta ma ritrovata" (v. 9). E
di nuovo, con il procedimento rabbinico "dal minore al maggiore, Ges
esprime la formula solenne": "Io parlo a voi", e quanto dice richiama la
gioia (chard) "davanti agli Angeli di Dio", le miriadi di miriadi di
spiriti incorporei che perennemente servono Dio e cantano la sua
Gloria, una gioia per un unico peccatore che giunge alla conversione
(metano) (v. 10). Se allora tanto a partire da una realt come la pecora e la dracma, tanto pi a partire proprio dalla realt umana, un uomo perdutosi ma ritrovato. Ed ecco la terza parabola.
La pericope di Le 15,11-32 oltre 3 volte pi lunga delle due pericope delle due parabole che la precedono. Il testo noto come forse
pochi del N.T., e nei secoli stato sempre un pezzo forte della predicazione della Chiesa, in Oriente come in Occidente.
Un uomo ha due figli. La parabola cos tripolare, e qui il padre ha
una duplice relazione, del tutto diversa, con i due figli, e questi hanno
una relazione del tutto diversa con il loro padre (v. 11). Il figlio pi
giovane, sempre immagine e somiglianz del padre suo, gli si rivolge
in modo sfrontato, senza rispetto, anche se l'interpella con il titolo indelebile di "padre", e gli chiede senza mezzi termini l'anticipo dell'eredit che gli spetterebbe dopo la morte del genitore; questo contrario alla legge successoria in ogni legislazione, antica e moderna, e un
padre vi si pu opporre. Per qui soccorre la bont del genitore, o forse
la sua lungimiranza, in quanto il padre buono sa che prima o poi
"ritrover" il figlio, nonostante ogni avventura. Cos al figlio "dona"
(la donazione un'istituzione prevista da ogni legislazione) la "parte
spettante (epibllon) della sostanza", tecnicamente "gli divide il bios",
per s "la vita", per metonimia quello che serve al sostentamento, il
vitto per il resto degli anni (v. 12).
Il giovane senza cuore filiale pochi giorni dopo, radunati tutti quei
beni immeritati, ossia realizzata la liquidit della sua sostanza patrimoniale, e con ci stesso costituendo il fratello maggiore erede dell'altra met, viaggi verso la "regione lontana", e l dissip, disperse
(diaskorpiz) quanto possedeva, "vivendo incontinentemente, asts",
in modo dissoluto (v. 13). Vanno fatte qui due annotazioni. La prima
sulla "regione lontana", che i Padri studiarono a lungo, e che chiamarono anche la "regione della dissomiglianza" dal Padre. la "fuga", il
827

COMMENTO - IL TRIDION

nascondersi di Caino dal Volto divino, dallo Specchio divino in cui


ogni icona vivente ritrova i suoi veri lineamenti nella purit fondamentale della creazione per grazia, la Trasparenza divina che vuole
sempre stare di fronte alla limpidit della sua icona. Il figlio invece
sceglie un diaframma volutamente interposto, per non essere "come"
il Padre, secondo le leggi della Grazia. Nella "regione lontana", dove
si crede di avere abolito, o almeno rimosso via lo stimolo fastidioso
della Presenza, sta la rovina totale. Non si vive veramente fuori della
Casa del Padre.
La seconda annotazione va su quell'avverbio sinistro, asts, che
bolla questo figlio e che da il nome a questa "Domenica del Figlio dissoluto". L'avverbio viene dal sostantivo astia o astia, e dal verbo
astuomai, a sua volta risultato dell'a-, alfa privativo, e di sz, ci
che non salvabile, perduto, disperato. Astuomai perci significa
scialacquare senza rimedio, scialare, vivere sregolatamente. E qui la
nota morale che chi si comporta cos moralmente perduto, depravato, dissoluto, libertino, gaudente, scialacquatore, fino ad essere una
persona perniciosa per s e per gli altri. In una parola, quel figlio visse
da perduto. Oggi, come ieri, con frequenza crescente, si assiste a masse di persone dei due sessi, che nelle grandi citt vivono in tal modo la
propria, ed inevitabilmente anche l'altrui rovina. Fu anche coniata
un'espressione diventata internazionale: la "dolce vita", vacua di valori
e di interessi, fine a se stessa, inutile per la societ.
Al lungo prologo, l'epilogo breve. Il giovane scialacqua e spende
tutto, proprio mentre, restato senza sostentamento, avviene una "forte
fame" in quella regione; la carestia che si abbatte impietosa, travolgendo in specie i meno provvisti di beni. Cos il giovane senza mezzi
cominci a sentire il gravame dell'indigenza, indicata qui dal verbo
hyster (al passivo) (v. 14). Allora si da a girare, finch trova da rifugiarsi (kolldomai, aderire) presso uno di l, e si fa inviare a lavori che
nessuno accetta, nei campi a pascere i maiali. Quella terra dunque non
la Palestina, una regione tutta pagana. Infatti per la tradizione
ebraica al tempo di Ges, esistevano molti mestieri che rendevano impuri, e che dunque escludevano dall'assemblea liturgica; tra questi, i
pastori di pecore, e cos tanto pi i mandriani di porci, che l'ultimo
grado della pastorizia. Il giovane diventa ancora pi abietto (v. 15).
Ora, nella fame crescente, l'industriale delle carni suine sorveglia che
gli animali da allevamento siano ben nutriti, e le carrube sono un cibo
altamente energetico, sopportabile anche dagli uomini, piacendo molto
anche ai bambini; una buona mangiata avrebbe riempito lo stomaco
del giovane, ma questo restava un desiderio. Infatti nessuno dava a lui
(v. 16), e cos egli ha toccato il fondo. Il Cielo lo permette in modo
misterioso, ma provvidenziale.
828

DOMENICA DEL FIGLIO DISSOLUTO

Nonostante gli stravizi, e le prove che lo attanagliano, visto da vicino


in fondo questo giovane ha un'indole buona. e resta sempre l'icona
del Padre buono. Di cui sente il richiamo angosciante. Perci finalmente
"venne in se stesso", ossia rientr in se stesso, si pose lucidamente davanti alla sua coscienza. un "moto", principio della conversione del
cuore, ossia del radicale mutamento del pensare e dell'agire. Il tempo
opportuno ha validamente lavorato in suo favore, nonostante tutto. Eccellente richiamo al tempo opportuno chiamato Periodo del Tridion.
Cos il giovane perduto comincia a riconsiderare la sua situazione. Anzitutto, la Casa del Padre ricolma di beni abbondanti per i misthioi, i
salariati, dunque per gli estranei, proprio mentre "il figlio" di quel Padre
"per la fame va in perdizione (apllymi) (v. 17). Questa l'analisi. Poi la
decisione: "sorto, mi recher dal Padre mio". Il primo verbo, anasts
(da anistmi), indica anche la resurrezione; il secondo,porusomai, un
futuro (di poruomai), con valore volontativo: "voglio andare dal Padre
mio", decisione irrevocabile. Anche le parole da rivolgere al Padre sono
pensate con cura: "Padre!", l'indirizzo. Il figlio non ha dimenticato
che il Padre sempre e comunque Padre "suo". Il contenuto la confessione: "io peccai contro il Cielo e davanti a te" (v. 18). Se si considera
un semplice rapporto paterno-filiale, il figlio giustamente confessa che il
peccato duplice: contro il Cielo, ma in quanto violazione del 4 comandamento. Se si considera il rapporto qualificato paterno-filiale, tra
Dio e un suo figlio, la sua creatura diletta, allora si pu spiegare cos: Io
peccai contro Dio (il Cielo), ossia contro Te in quanto Padre.
L'accusa della confessione porta adesso sulla situazione. Il figlio si
considera "ormai, non pi, degno di essere chiamato figlio" del Padre
suo; nella sua estrema umilt, dal profondo del suo cuore contrito, sa
di aver perduto il diritto di avere il dolcissimo rapporto che regna tra
generante e generato; decaduto da quel grado, e sa che da solo non
lo riavr mai. Per chiede comunque la riammissione nella Casa del
Padre, e si contenta di essere "fatto" come uno qualsiasi dei salariati
che vivono a servizio del Padre (v. 19). Ed esegue il proponimento salutare, da ragazzo ormai rinsavito: "e sorto (anistmi), venne presso il
Padre suo". l'inizio della sua resurrezione, a cui dovr dare per il
sigillo legittimo e finale solo il Padre.
E il Padre "suo", mentre il figlio si teneva ancora lontano, "lo vide". In effetti, il Padre non l'ha mai abbandonato, anzi lo ha seguito
anche "da lontano", lo ha sempre desiderato, ed ha sempre voluto avere
la Gioia di riaverlo finalmente. Lo vede nella condizione meschina in
cui il figlio versa, si pu immaginare il giovane sfigurato dalla fame e
dalle privazioni, vestito di stracci, dall'andatura ancora incerta.
1'"immagine e somiglianz" deturpata certo dal peccato, ma mai per829

COMMENTO - IL TRIDION

duta definitivamente. Il Padre ha dunque il moto divino della Miseri cordia, dove il verbo splagchnizomai, nel N.T. riservato solo a Dio.
Sono le viscere della divina Misericordia sconvolte dall'amore tene ro. Il Padre non attende, ma si precipita di corsa (dramn), e "cadde
sul suo collo", espressione semitica per indicare il forte abbraccio, e
gli da il bacio della pace, il bacio paterno della comunione mai nega ta
al figlio, ovviamente non curandosi della sua visibile condizione di
porcaro, che rende impuro chiunque lo tocchi (v. 20).
Il figlio comincia la sua confessione: "Padre, peccai verso il Cielo e
davanti a Te e non sono pi degno di essere chiamato figlio di Te" (v.
21). la met del discorso preparato, manca la richiesta di essere considerato nel rango di salariato, perch il Padre lo interrompe proprio
rivolgendosi a quei servi, con ordini immediati: portare la veste (di)
prima (qualit) per rivestirlo, poi l'anello al dito, poi i calzari ai piedi
(v. 22). Essi debbono subito dopo portare da abbattere il vitello grasso,
riservato per le feste. E terminano gli ordini con l'indizione della fe sta: "Mangiando, facciamo festa!" (v. 23).
La motivazione stupenda e propriamente divina: "Questo figlio
"mio" era morto, e torn a vivere, e perduto era, e fu trovato". Dalla
morte alla vita, dalla rovina alla Casa del Padre. E cominciano a festeggiare nella gioia. Che tipo di festeggiamenti? Veste, anello, calzari,
e vitello delle grandi occasioni: il Convito nuziale gioioso, che per
il Padre anche il coronamento della vita del figlio, il pieno reinserimento di lui nella Casa comune (v. 24) (vedi Appendice I).
E qui, a ben vedere, l'insegnamento della parabola, che densa di
straordinario e perenne significato, sarebbe terminata. Scisma, peccato, dissoluzione nella lontananza, conversione, ritorno, penitenza confessante, abbraccio e bacio della pace paterna, sacramentalit sigillare
del Convito. Tutto avvenuto, e tutto terminato bene. Secondo la
Volont precisa del Padre. Per cui il Padre don al Figlio la vita due
volte, quando lo gener e adesso. Ma adesso per sempre.
E tuttavia Ges pone un seguito, assai cupo, doloroso. il secondo
insegnamento sulla Misericordia del Padre, che non conosce limiti se
non nella voluta inconoscenza che gli si rivolta contro. Poich di fronte
alla Misericordia "paterna" viene a mancare la misericordia "fraterna",
che equamente principale come la prima, non pu essere disgiunta
da essa, ne discende in via diretta. Un parallelo si trover nell'altra
parabola, del debitore dei 10.000 talenti e di quello di 300 denari, il
primo condonato dal Re ma non condonante il confratello, il primo
perdonato nel molto inarrivabile, e non condonante nel poco (cf. Mt
18,23-35). Si usaparlare dunque del "conservo spietato" (vedi Do830

DOMENICA DEL FIGLIO DISSOLUTO

Ora, il Convito non completo se manca la comunione di tutti.


L'altro fratello, coerede maggiore, sta nel probo lavoro dei campi, e
torna a casa, e avvicinandosi percepisce sempre pi distintamente il
suono allegro della zampogna (symphnia; ma potrebbe anche dire del
concerto armonioso), e delle danze con canto (v. 25). Allora chiama
un servo e si informa su quello che sta succedendo l (v. 26). Quindi il
fratello maggiore non si trovava con il Padre nella Casa comune, non
attendeva il fratello, non era pronto a riaccoglierlo. Il servo lo informa: suo fratello venuto, il Padre ha fatto uccidere il vitello grasso,
poich riebbe il figlio "sano (hygidinofe salvo (v. 27).
La rabbia, la gelosia, il rancore del fratello maggiore esplodono, e
questi non vuole partecipare alla festa. Deve uscire il Padre, avvertito, a chiamarlo (v. 28). E la seconda uscita, benevolente come la prima, poich il cuore del Padre contiene ambo i figli. Ma questo figlio
adesso lo ricusa, e rigetta l'invito paterno, aggredendolo con dura
violenza verbale, indizio di un cuore pieno di livore non solo verso il
fratello, ma anche, e forse soprattutto, verso il Padre perdonante, generoso senza alcun limite. La prima parola mettere il Padre sotto
processo: "Ecco", rinfacciandogli il servizio di tanti anni, come se
avesse lavorato "per" il Padre e non per se stesso e per il suo avvenire. Con l'"ecco", si nota a colpo d'occhio che neppure lo chiama
"Padre", come invece l'altro figlio. Gli rinfaccia poi di essere stato
sempre ligio agli ordini, di non avere mai "trasgredito il precetto" paterno, ossia la regola della vita comune. Questa aggressione anche
al fratello, che non nomina, e che invece trasgred in modo grave la
Volont di bene del Padre. Allora viene l'accusa incredibile: di non
aver mai ricevuto dal Padre neppure un capretto per una cena con gli
amici (v. 29).
Infine, l'ultimo colpo, segno della violenza dei moralisti dell'osservanza stretta, meschina. Che genera spesso intolleranza per chi non sta
allineato non con la morale comune, ma piuttosto con la loro ristrettezza di mente e di cuore, con le loro idee sulla morale. Cos osa attentare
alla dignit del Padre addirittura per avere riaccolto con il Convito del
vitello grasso "questo tuo figlio", non "questo mio fratello", che ritorna
dopo essersi divorato (kataphg) l'intera sostanza con le prostitute (v.
30). Non si sa se qui la rabbia non sia anche velata di invidia.
Il Padre buono resta calmo. Egli anzitutto lo chiama "figlio". E gli
ricorda che sta con lui da sempre, e perci i beni suoi sono anche del
figlio. la comunione indivisa della vita e dei beni. E quindi la colpa
solo del figlio se non ha usato quei beni "suoi". E qui si insinua il
dubbio che questo figlio sia anche avaro (v. 31). E poi lo ammonisce
gravemente: "Si doveva (dei)", faceva parte del divino Disegno, e
831

COMMENTO - IL TRIDION

della sua necessit cogente, che si facesse il Convito e si godesse la


Gioia, per il motivo immenso, davanti a cui tutto deve scomparire se
rimprovero, rimpianto: "Questo fratello tuo era morto e torn a vivere,
e perduto e fu trovato" da Dio. La resurrezione di un fratello solo
gioia e festa dei fratelli, come lo del Padre comune. Il Padre con
questo afferma per sempre che ha due figli "suoi", che ama in modo
eguale.
Se cos, allora deve stabilirsi in modo permanente ed efficace il
triangolo dell'amore, che ha la fonte nel Padre comune, e che scorre in
modo supereffluente nei figli e fratelli e che deve essere scambiato da
questi fratelli. Il Padre ha stretta necessit di questo, poich vuole stabilire e consolidare l'amore fraterno, affinch questo come un solo
cuore diventi anche amore verso Lui. Dio vuole essere amato dagli uomini, ma attraverso gli uomini, non da uomini singoli ed alienati tra
loro. Cos la mancata misericordia, ossia l'amore nonostante il non
meritato dell'amato ma poi, chi dice che mio fratello sia immeritevole moralmente del mio amore di comunione? Io, che mi ergo dunque a giudice senza appello? , interrompe quel mirabile triangolo
dell'amore. Che il capolavoro della creazione divina. Che realmente
qualifica l'uomo come "icona del Padre", capace d'amare, nei limiti
creaturali ovviamente, "come" il Padre lo ama, e il Padre lo ama precisamente in quanto sia poi capace di amare le "icone" sorelle. Il contrario vanifica l'amore di Dio.
La parabola in questo Periodo del Tridion insegna che la vera conversione verso il Padre di ogni Misericordia in realt prima la conversione verso se stessi, verso i fratelli, verso il mondo creato. Il Vertice
del Triangolo, che scaten questa tempesta vivificante e trasformante
dell'amore salvifico, resta in attesa di ricevere tutto l'amore che don ai
figli, aumentato per nei figli.
Qui sta la Gioia divina, e qui sta l'aumento infinito di questa Gioia,
bench questa non sia quantificabile e perci paradossalmente resta
immutabile. Le tre parabole della divina Misericordia, viste qui sopra,
sono anche le tre parabole della divina Gioia per gli uomini che tornano alla Casa del Padre, anche per ritrovarvi { fratelli.
Le Chiese cos orribilmente divise, oggi, alienate, rancorose, adirate, sono chiamate a contemplare queste realt a livello comunitario, e
non solo individuale.
6.Megalinario
Della Domenica.
7.Koinnikn
Della Domenica.
832

TAVOLA

23 - Sinassi dei SS. Taxiarchi Michele e Gabriele - Studio del Vescovo, Piana
degli Albanesi, 1995. S. Angelo su epigontion - Parrocchia Maria SS.
Assunta, Palazzo Adriano, 1800.

v
\

_ si

II

TAVOLA

24 - Cristo Pantokrator e la santa Di s is - Episcopio, Piana degli Albanesi,


circa 1610.

SABATO PRIMA DELLA


APKREOS
PSYCHOSBBATON
La rubrica di questo giorno indica cos: "Compiamo la memoria
(mnm) di tutti i cristiani ortodossi, padri e fratelli nostri, addormentatisi
da questo secolo". Essa la medesima dello Psychosbbaton, della vigilia della Pentecoste, al quale si rimanda per il significato globale della celebrazione. Il presente Psychosbbaton, celebrato in prossimit dei Digiuni grandi, ha anche l'accentuazione di fare memoria presso il Signore dei
defunti che nel tempo sono stati abbandonati o dimenticati dagli uomini.
Ovviamente, non dal Signore, s che questa mnm di oggi ha anche il
compito fondamentale di risvegliare la "coscienza storica" battesimale
dei fedeli, che debbono riacquistare la costante consapevolezza che formano una grande, innumerevole Comunit alla quale sono chiamati gi
su questa terra in modo da prepararvisi a partecipare in eterno.
L'ufficiatura del Vespro, del Mattutino e delle Lodi di oggi trapunta
da questa consapevolezza, e dunque da compunzione. I defunti possono
essere anche chiamati per nome nel Mnmsynon tn kekoimmnn apposito del Vespro. La contemplazione della morte, della mortalit dei singoli battezzati, innalza il pensiero alle Realt divine: le preghiere menzionano le opere della salvezza del "Dio degli spiriti e di tutta la carne",
la concentrazione nell'Incarnazione, nella Croce e nella Resurrezione, e
la tensione al dono finale della Vita dello Spirito Santo.
Non sar visto come contrasto il fatto che tra le Ore e la Divina Liturgia,
in specie nelle sue Letture, esista una certa separazione. Infatti l'introduzione di questo Psychosbbaton fu operata quando l'ufficiatura era gi corrente
quanto alla Divina Liturgia, che non si ritenne di dover accordare se non nei
Tropari, che sono quelli dello Psychosbbaton di Pentecoste. Ma poich le
Letture bibliche contengono una forte tensione escatologica nell'Evangelo
del giorno, il raccordo agevole da fare nella mistagogia al popolo di Dio.
1. Antifone
Typik e Makarismi.
2. Eisodikn
Ordinario, con ho Anasts ek nekrn.
3. Tropari
1) Apolytikion dei defunti: vedi lo Psychosbbaton di Pentecoste.
2) Kontkion dei defunti: vedi lo Psychosbbaton di Pentecoste.
3) Theotokion: S Mi tichos, vedi lo Psychosbbaton di Pentecoste.
833

COMMENTO - IL TR1DION

4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 24,13, e 27,1, "Suppliche individuali".
Per Sai 24,13, vedi lo Psychosdbbaton di Pentecoste. Lo Stichos
(27,1) il grido del fedele al Signore, suo unico Rifugio fortificato,
che sembra tacere, ma non lascer il suo fedele senza la vita.
b) 1 Cor 10,23-28
L'Apostolo dedica una lunga pericope, 10,14-33, alla problematica
grave che provoca il culto degli idoli; ne aveva gi trattato in 8,1-12.
Vedi la parte dell' Apstolos della Domenica delV Apkreos, dove si
tratta di "una serie di spiegazioni normative".
5. E VANGELO
a) Alleluia: Ordinario del Sabato.
b) Le 21,8-10.25-28.33-37.
La pericope composita ritagliata dal "discorso escatologico" di
Luca (Le 21,5-36), con l'aggiunta della conclusione redazionale (v. 37).
Il discorso divisibile in diverse parti (vedi schema generale di Luca,
Parte I): i segni precursori della fine (21,5-19), la fine di Gerusalemme
(vv. 20-24), la Parnasia ultima del Signore (vv. 25-33); con l'ammonizione a vigilare (vv. 34-36). Va qui detto che Luca anticipa elementi
dell'escatologia in 17,20-37, che vanno sempre tenuti presenti.
I vv. 8-10 contengono l'ammonizione iniziale, di tenere a distanza i
falsi profeti che verranno nel nome del Signore in modo ingannevole
(vv. 8-9), mentre avverr nel mondo una guerra totale (v. 10).
II Signore allora sar preceduto da "segni" terrificanti, in cielo ed in
terra, e tutti gli uomini ne avranno un'angoscia mortale (vv. 25-26).
Secondo la profezia di Dan 7,13-14 (che il Signore confermer nel
processo davanti al sinedrio, Le 22,70), Egli, il Figlio dell'uomo, dota
to di ogni potere salvifico in cielo come in terra, su tutti i popoli,
"verr con potenza e gloria grande" (v. 27). La causa della Parnasia
sar il Giudizio (cf. Mt 25,32-46; vedi Domenica prossima).
A questo momento, il Signore esorta i fedeli a guardare in alto, al
di l di ogni timore umano, nella fede ferma, poich "la Redenzione si
avvicina (eggizei)", ossia ormai venuta (v. 98). Il Fine della storia
degli uomini porta la salvezza di chi avr conservato la fede contro
ogni attesa, ogni assalto di idee ingannevoli, contro ogni persecuzione
inevitabile per i discepoli del Signore.
Quanto il Signore afferma, certo: "il cielo e la terra passeranno,
per i lgoi, le parole mie, non passeranno" (v. 33). Ossia, si attueranno nell'intero rigore del loro contenuto annunciato.
834

PSYCHOSBBATON

I vv. 34-36 sono l'ammonizione finale, la pi severa. Essa permanente, da adesso e per sempre. I fedeli dovranno "fare attenzione (prosch) a se stessi", con forte vigilanza, in costanza che non viene meno, affinch le preoccupazioni mondane non rendano i loro cuori "pesanti", ossia non pi ricettivi della divina Parola. Esse in questo possono
opporre un malefico diaframma: la vita materiale facile, indicata qui
con due "estremit" che indicano totalit: l'eccessivo cibo, la crapula, e
l'eccessivo bere, l'ubriachezza; e le "preoccupazioni" della vita ridotta
al biologismo (v. 34). Infatti "quel Giorno" grande e tremendo pu
cadere addosso all'improvviso, come scatta la rete per gli uccelli e la
trappola per gli animali, all'imprevista, su tutti gli abitanti della terra
(v. 35). Ma i fedeli sono preavvisati, ammoniti, istruiti, resi vigili.
Perci debbono vigilare (agrypn), non dormire il sonno in senso
spirituale e morale, sempre, e supplicando (domai). Solo allora essi
otterranno di sfuggire la catastrofe inevitabile, e saranno resi degni di
stare davanti al Figlio dell'uomo, nel Giudizio (v. 36). La Grazia divina sar dunque ottenuta dalla continua epiclesi di un popolo sempre
desto alla Realt divine.
Ges dava questi terribili insegnamenti in pubblico, nel tempio,
ogni giorno. La notte invece stava in preghiera costante sul Monte degli Olivi, che tra poche ore vedranno consumarsi l'inizio della sua
Passione redentrice per tutti gli uomini (v. 7).
I fedeli defunti furono quelli che ascoltarono e misero in pratica gli
insegnamenti e le ammonizioni del Signore, sostenuti dalla Grazia battesimale del suo Spirito Santo.
I fedeli viventi memorano questo, entrando cos nel medesimo atteggiamento di fede consapevole. I Digiuni prossimi segneranno per
essi una specie di palestra vigile della pratica della loro fede, e della
loro speranza nel Signore che viene.
6. Megalinario
Ordinario.
7. Koinnikn
composto dal Ps 64,5, identico al Koinnikn dello Psychosbbaton di Pentecoste, a cui si rinvia.

835

DOMENICA DELLA APOKREOS


o "dell'Astinenza dalla carne" o "di Carnevale"
"Sulla Venuta di Cristo"
La rubrica che intitola questa Domenica indica cos: "Facciamo il
memoriale della seconda ed incorruttibile Parousia del Signore nostro
Ges Cristo". Questo pone a contatto i fedeli con le Realt ultime e
terribili, proprio mentre questa Domenica li sta avvicinando, come penultima di preparazione, ai Digiuni, che sono la "Quaresima". Perci
intanto si fa tempo di un digiuno pi stretto, pi consapevole. Non si
mangia pi la carne. La Chiesa antica era molto pi severa, e la letteratura riferisce di digiuni drastici, non solo dei monaci, ma anche di
molti fedeli, come del resto le Chiese Orientali, dove si pu, ancora
praticano. Con la preghiera e la carit, il digiuno, che anche segno di
umilt, oggetto costante dell'insegnamento del Signore, il quale Egli
stesso ne ha praticato l'uso mostrandone il valore ineludibile da parte
dei fedeli, ad esempio nel "discorso della montagna, proprio intorno al
"Padre nostro": cf. Mt 6,1-15.16-21 (e Domenica prossima, l'Evangelo). La vita moderna sembra sconsacrare e respingere la pratica del digiuno religioso come residuo di culture ed usi antichi ed obsoleti, e
questo si sostiene anche da gente che ancora dice di avere la fede; in
realt il digiuno terapeutico e sportivo raccomandato dagli specialisti, ed in continuo aumento attraverso sofisticate ricette di "diete
controllate". Segno indicatore che in un modo o nell'altro l'uomo
fatto anche per digiunare.
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1)Apolytikion anastsimon, del Tono occorrente.
2)Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3)Kontkion: "Htanlths, ho Thes", Tono 1. Il canto riprende la
rubrica e l'Evangelo del giorno, con la visione del Signore che viene
sulla terra nella Gloria divina, nel tremore di ogni esistente, con il fiu
me di fuoco che scorre davanti al palco del tribunale, quando i libri
della vita saranno finalmente spalancati, e le realt nascoste saranno
divulgate. Tutta l'assemblea orante qui innalza la supplica: allora
836

DOMENICA DELLA APKREOS

scampami dal fuoco inestinguibile, e rendimi degna di prendere psto


alla destra tua, o Giudice giustissimo!
4. Apstolos
a)

Prokimenon: Sai 117,14.18, "Azione di grazie comunitaria".


Vedi la Domenica 3a di Pasqua; 22a Matteo; 2a 10a

b)

1 Cor 8,8 - 9,2


II blocco impressionante dei cap. 5-11 dell'Epistola dedicato da
Paolo a diverse norme che debbono regolare la vita di fede e di carit
della Comunit, e reprimere gli abusi, ed esortare i deboli, ed incoraggiare i forti ad operare la carit.
Tra i problemi che causavano gravissimo ostacolo all'unione degli
animi stava quello degli "idolotiti", ossia del mangiare questa carne
che proveniva dal sacrificio pagano, e che era regolarmente venduta
nelle macellerie, mentre una parte era consumata direttamente sul luogo del culto pagano stesso. Un fatto lontano, che oggi pu sembrare di
altri mondi, causava scandalo, mentre oggi se cristiani fedeli partecipano a festini apertamente irreligiosi, come la vita odierna da frequenti
occasioni, passa per inavvertito. Ma va considerato che secondo la
vita spirituale della Rivelazione divina, gi in s il mangiare un fatto
sacro, che va accompagnato dalla benedizione che deve salire al Signore. Ed un fatto doppiamente sacro se il cibo preso in comunit,
sia essa anzitutto e soprattutto la famiglia, sia essa una comunit intorno al Vescovo o al parroco, sia una comunit monastica.
Ora, taglienti precisazioni negative contro la partecipazione al pasto
sacrificale pagano risuonano gi nell'A.T., come in Es 34,15; Lev 17,7;
Ez 8,3-11; quel gesto rende contaminati, ed esclusi dal culto divino.
Ed oltre tutto, se recidivo, rende proni all'abitudine di una pratica che
insensibilmente fa tornare all'insania dell'idololatria.
Per la Palestina del tempo di Ges il problema quasi non si poneva,
e perci gli Evangeli praticamente lo ignorano. Non era cos per Paolo, "il maestro delle nazioni" pagane, la cui predicazione si scontrava
frontalmente con il pi massiccio paganesimo dell'et antica. Questo
era molto grave a Corinto, poich l'Apostolo torna a trattare degli idolotiti ben 2 volte nella 1 Corinzi: 8,8-9,2; 10-25.29.19, e di nuovo poco tempo dopo nella 2 Cor 6,14-16.17-18 (le due Epistole sono circa
degli anni 56 e 57).
In 1 Cor 10,25-29, dopo aver trattato della partecipazione al Pane
ed alla Coppa del Signore (vv. 15-17), e dopo avere perci esortato a
stare lontano dall'idololatria (v. 15), Paolo stabilisce che sia la carne
sacrificata agli idoli, sia gli idoli stessi, sono "nulla" (v. 19), e che tuttavia questo sacrificio attraverso gli "idoli" offerto ai demoni (v. 20).
837

COMMENTO - IL TR1OD1ON

E stabilisce subito l'avvertenza drastica: guai a suscitare la gelosia del


Signore! (v. 22), poich partecipare alla libazione e al convito sacrificale idololatrico, alla mensa dei demoni, esclude la partecipazione alla
Coppa ed alla Mensa del Signore (v. 21).
Seguono una serie di spiegazioni normative. Come aveva affermato, con il modo della "diatriba", in 6,12-13, se tutto lecito ai liberi,
invece non tutto conveniente alla loro salvezza, poich non tutto
"costruisce" le anime e la Comunit (v. 23). E perci nessuno cerchi
solo il vantaggio proprio, ma cerchi sempre e solo quello del prossimo
(v. 24). Ora "del Signore la terra e quanto questa contiene" (citazione
di Sai 23,1), e dunque i fedeli al mercato possono comprare tutto (vv.
25-26). E perfino se un amico pagano invita a mangiare, si pu
mangiare tutto, senza fare indagini sulla provenienza (v. 27), in sicura
coscienza. Salvo che qualcuno avverta che si tratta di "carne dei sacrifici", ed allora il cristiano eviter di gustarne, sia per la propria coscienza, sia per lo scandalo che dar agli "altri" (v. 28); qui Paolo corregge: piuttosto si tratta della coscienza dell'altro (v. 29).
In 2 Cor 6,14-16.17-18 Paolo torna con ancor maggiore decisione
sul tema, ed esclude la comunione tra giustizia ed iniquit, tra luce e
tenebra (v. 14), tra Cristo e il principe dei demoni, tra il fedele e l'infedele, tra il tempio di Dio e gli idoli (vv. 15-16a). Seguono le citazioni
di Lev 26,12; Ez 37,27; Ger 51,45; Es 20,34,41; h 52,11; 2 Re (= 2
Sam) 7,14; Is 43,6; Ger 31,9; 32,38; Os 1,10, variamente intrecciate,
che dicono: il Signore abiter in mezzo al popolo suo, perci questo
popolo sar "santo" solo se fuggir ogni contaminazione dal rapporto
con i pagani impuri ed idololatri. Allora il Signore sar il Padre per i
figli suoi (vv. 16b-18).
Qui non sar da confondere purit, sacralit, contaminazione, immondizia, separazione, e cos via, con norme "tab", come sostiene
con sospetta insistenza certa critica positivista senza conoscere realmente i fatti. Paolo insiste sulla santit, sulla carit, sulla comunione
totale con il Signore, sulla purezza delle intenzioni, che sono tutte
realt non riferibili a tab esterni. Si tratta di rispondere alla Grazia
dello Spirito Santo, e questo di disporsi a rimuovere ogni diaframma
impediente, che pu diventare tragico per la salvezza dei fedeli.
La pericope di oggi, tenendo conto di quanto detto finora, comincia
con il conferire giusta proporzione al cibo: questo non in s uno strumento efficace di "presentazione" (paristm) a Dio come Sovrano a
cui rendere omaggio, come Giudice da esserne giudicati, come Signore Dio e Padre da adorare. E cos se si mangia non esiste abbondanza
spirituale, n se si digiuna esiste penuria spirituale (8,8). Perci viene
la messa in guardia: "Guardate!", il libero potere di mangiare o no,
non deve porre ilprskomma, la pietra di inciampo, lo "scandalo" ai
838

DOMENICA DELLA APKREOS

deboli nella fede, agli incerti, agli scrupolosi, come ne esistono numerosi nelle comunit religiose di ogni tipo (v. 9). Uno di questi "deboli"
infatti ha stima per il confratello che considera "avente conoscenza",
un esperto della fede e della vita; se lo vede adagiato a mensa nello
stesso santuario pagano, il luogo massimamente contaminato (oltre i
sacrifici, vi si praticavano le orge promiscue di ogni scelleratezza),
mentre mangia tranquillo la carne gi offerta agli idoli per s, un
"nulla", vedi sopra, la spiegazione a 10,19 , allora il debole crede di
poter concludere in coscienza, sempre debole, che quel cibo abominato, adesso identificato come tale dal luogo dove consumato, si possa
mangiare senza conseguenze spirituali (v. 10). E per questo fratello
debole, che tale valore che Cristo mor per lui, va alla rovina, nella
tentazione della partecipazione idololatrica, solo perch 1'"avente conoscenza", l'esperto, con il suo comportamento ve l'ha indotto (v. 11).
Cos, tuttavia, avviene la catastrofe: In esperto" di realt spirituali,
che agisce cos sconsideratamente, commette peccato verso i fratelli
indifesi, pi deboli, percuotendo dolorosamente la loro coscienza spirituale. E questo proprio peccare contro Cristo Signore (v. 12). Ma se
cos, se questo mio mangiare scandalizza mio fratello, afferma Paolo, per non scandalizzarlo, mai pi manger carne (v. 13).
Qui egli lancia un forte appello alla Comunit. Con domanda "retorica", ossia che contiene in s gi pronta la risposta, chiede: "Forse che
io non sono "apostolo"?", poich a Corinto lo revocavano in dubbio i
falsi fratelli, sopravvenuti a predicare dopo lui e spargendo zizania tra i
fedeli (cf. 3,1-17). E: "Forse che io non ebbi visione di Ges Cristo il
Signore nostro?", fatto avvenuto sulla via di Damasco davanti a molti
testimoni (cf. At 9,1-9), e ripetutosi in modo assai misterioso intorno
agli anni 42-43, nel "terzo cielo", "in paradiso" (cf. 2 Cor 12,1-4).
Questi sono i titoli autentici con cui Paolo si presenta al mondo, poich
fu reso idoneo alla missione dal Signore Risorto stesso. E segue la
quarta ed ultima domanda: "Non forse voi l'opera mia, siete, nel Signore?" (9,1). E questa concretezza storica la migliore conferma del suo
apostolato divino, poich l realmente sta la Mano di Dio.
Perci l'Apostolo conclude che anche se qualcuno per odio e disprezzo non lo considera vero "apostolo", del gruppo degli Apostoli di
Gerusalemme, ossia dei Dodici, dei 120 e dei 500 (cf. 1 Cor 15,3-8),
tuttavia lo , ed a titolo eminente e visibile negli effetti, per i Corinzi.
Essi sono "la sphragis dell'apostolato" di Paolo, ma "nel Signore" Risorto (9,2). Ora, sphragis, sigillo, per gli antichi era un fatto concreto e
molto serio. In genere, sapendo scrivere o no, ognuno possedeva il suo
sigillo personale e identificante. Esiste una grande scienza archeologica, la "sfragistica", che studia i milioni di esemplari di sigilli ufficiali e
personali pervenuti fino a noi dalla pi remota antichit sumera (Meso839

COMMENTO - IL TRIDION

potamia, 5 millennio a.C), e via via attraverso i Cananei, i Greci, i


Romani, per il medio evo fino a giungere ad oggi, ma con prosecuzione
futura senza fine. E per il sigillo suppone una serie di fatti: la transazione, dunque l'accordo, poi il documento scritto su quegli accordi, ed
infine l'asseverazione personale dimostrata legalmente e validamente
dalla firma, se si poneva, e dall'immancabile sigillo personale. Allora il
documento era completo, l'affare prendeva consistenza e portava le sue
conseguenze, e tutti ne dovevano tenere conto, poich faceva legge. La
Comunit di Corinto "nel Signore" questo sigillo del grande fatto, la
predicazione di Paolo ed il sorgere della fede. Il medesimo Paolo poi
ricorder che il Sigillo divino apposto a tutte le operazioni di Dio lo
Spirito Santo (cf. 2 Cor 1,21-22; etc.).
5. E VANGELO
a) Alleluia: Sai 19,1, "Salmo regale"; 27,9,
Vedi per 19,1, Domenica 3 a dl Wafteo, ew 2
Pmkimenon della Domenica 7a e 15a
6a 14a
b)Mt 25,31-46
La pericope fa parte dell'ultimo insegnamento di Ges nella sua Vita
tra gli uomini prima della Cena e della Passione. Esso dato ormai nel
gruppo ristretto dei discepoli, ammessi ad ascoltare gli infiniti Misteri
del Regno di Dio che pongono termine alla storia degli uomini. Perci
la parabola di oggi fa parte del "discorso escatologico" (Mt 24,1 25,46). Che, come si sa (vedi lo schema generale di Matteo, Parte I),
a sua volta diviso: a) nella predizione delle realt finali come
catastrofe del mondo storico, con i "segni" terribili del Figlio dell'uomo
che viene per la sua "seconda e terribile Parousia" (24,1-51);
b) in 3 parabole, delle dieci vergini (25,1-13), dei talenti (25,14-30), e
del Re della gloria con il Giudizio (25,31-46).
Proprio questa pericope, che come l'esplicitazione della preannunciata Parousia del Figlio dell'uomo, da Ges preannunciata finora ben
3 volte, riapre la visione grandiosa di questa Parousia. Il testo comincia
con un preannuncio che terribile certezza: "Quando verr il Figlio
dell'uomo", poich inevitabilmente verr. "State preparati, poich il Figlio dell'uomo verr in quell'ora che non conoscete!", aveva ammonito
il Signore in 24,44. Ora, il verbo rchomai, venire, carico di contenuto
teologico. Giovanni il Prodromo all'inizio della sua predicazione, che
segna anche l'inaugurazione del ministero di Ges, aveva preannunciato
l'operazione di "Colui-che-viene, ho Erchmenos" (Mt 3,11). Cos
riferito a Ges, il "venire" indica sempre la missione ed il suo
adempimento (Mt 16,27; 24,27.30: nei "segni" terrificanti; 26,64, la te840

DOMENICA DELLA APKREOS

stimonianza del Signore stesso davanti al sinedrio, nel processo e


precisamente parole che gli frutteranno la condanna a morte , come
le Scritture avevano predetto (cf. 7n.cc 14,5) e poi mostreranno confermato (Ap 20,11-13).
La Venuta del Figlio dell'uomo. questo l'unico titolo che Ges
attribuisce alla sua persona (gli altri, tutti, sono della Comunit primitiva). Esso indica quella figura misteriosa di Dan 7,13-14, il quale nella
visione divina finale, nell'aula celeste, si avanza "da Dio verso
Dio", l'Antico di giorni, l'Eterno, per ricevere "l'intera potest" della
salvezza, sotto forma della Sovranit divina, sempre ricordando che
biblicamente "re" significa "salvatore" del suo popolo. Sovranit su
tutte le nazioni, e lungo l'intera storia degli uomini. Ges Risorto
quando sta congedandosi dai discepoli per salire al Padre, si presenta
come il Figlio dell'uomo che, venuto e adempiuta la sua missione affidatagli dal Padre, invia i suoi Apostoli a portare la salvezza al mondo;
cf. qui Mt 28,18, la presentazione, e 19-20 la missione.
Come nell'aula celeste quando riceve l'investitura, il Figlio dell'uomo portato dalle nubi della divina Gloria (teologia simbolica: le
nubi formano il carro che trasporta la Divinit dovunque voglia recarsi; cf. anche Ez 1), avviene cos anche adesso. E come gli Angeli circondano il Trono celeste (cf. Is 6,1-3, con il Trisgion: "Santo Santo
Santo!"; Ez 1; Ap 4, con il Trisgion in 4,8), corteo mirabile, commovente, di servizio purissimo, d'amore e di glorificazione, cos adesso
trasportato ed presentato il Figlio dell'uomo. Egli si intronizza sul
Trono della sua gloria (cf. Ap 4-5, segno distintivo della Divinit del
Padre Invisibile e dell'Agnello Risorto, il Servo sofferente ormai glorioso), ai fini, come aveva annunciato il Signore stesso, dellapaliggenesia, la rinascita e nuova generazione trasformante, quando ammetter come sua propria gloriosa corona e synodos endmosa i Dodici
Apostoli (19,28). E il Sovrano divino, unico ed universale, adorato dagli Angeli e dal cosmo, nel fulgore e nello schianto insopportabili della sua Maest indicibile (v. 31).
Ad un cenno imperioso del Sovrano, sono radunate (syndg) tutte
le nazioni. Il che significa che sono rese presenti tutte le persone umane
create e tutta la loro storia (cf. 24,31; e Rom 14,10) davanti al Trono.
Va anticipato qui che questa sinassi universale e finale non solo una
questione giuridica procedurale, per essere sottoposti tutti gli uomini al
giudizio che a ciascuno sar imposto. Il Trono "segno" molteplice:
sta nell'aula regale, dove ci si avanza ammessi all'omaggio dovuto al
Sovrano; dove sta anche il palco del tribunale per il Giudice, a cui ci si
presenta per rendere conto della propria esistenza vissuta con Lui o
senza e contro Lui; ma l'aula regale anche il santuario e tempio
indicibile di santit, a cui si chiede di essere ammessi per offri841

COMMENTO - IL TRIDION

re il culto eterno sacrificale dossologico, anamnetico, benedizionale,


di rendimento di grazie. Essere allontanati via dal Trono decreta la rovina finale irrimediabile.
Proprio per questo, il Figlio dell'uomo procede con insindacabile infallibilit a "segnare il confine invalicabile" (come dice qui il verbo
aphoriz alla lettera), tra gli appartenenti alle nazioni, a separarle in modo
che tra le due parti mai pi esista contatto e confusione. Lo aveva
preannunciato anche da altra direzione il Signore stesso con la parabola
della zizania (Mt 13,40-43), poich il grano buono destinato alle
Apothkai eterne, gli eterni luoghi dei divini Tesori. Nel v. 32 questa
"separazione" avviene sotto la figura di quello che fa il pastore tra le pecore, buone e miti, e le capre semiselvagge ed irrequiete; quelle, docili,
mangiatoci di erba buona, queste divoratrici onnivore e devastanti di
ogni tenero germoglio, dunque spegnenti ogni forma di vita. Il tratto era
stato gi intuito nell'A.T. (cf. Gioel 3,12) e Matteo lo aveva anticipato
poco prima (Mt 24,14). l'opera del Pastore buono, che ama le sue pecore, si cura di esse senza interruzione, le divide dai capri selvatici (Ez
34,17), se serve dona la vita per esse (cf. Gv 10,11), affinchesse, le pecore domestiche e docili e piene di trepida obbedienza per il loro Pastore
ascoltato e seguito, abbiano la Vita in abbondanza (Gv 10,10).
Insomma, alla fine, quanto buono ed utile rester, e quanto malvagio e dannoso dovr scomparire dall'esistenza. Questo il senso
complesso del v. 32. Il segno discriminante spaziale, nei simboli della
destra del Sovrano, luogo assegnato alle pecore buone, e della sinistra
di Lui, luogo assegnato ai capri malfattori.
Il senso di questo chiaro se si considera la teologia simbolica della "destra". Il Re e Figlio e Sacerdote posto dal Padre suo in trono
alla sua "destra" (Sai 109,1; cf. la realizzaione, Me 16,19; un grande
motivo dell'Epistola agli Ebrei, ad es. Ebr. 1,5.8; 4,16). Ora, il contesto di queste allusioni Gerusalemme. Il Signore sta intronizzato sui
Cherubini nel santuario, che guarda verso l'oriente, mentre la reggia di
David sta "alla destra", verso meridione. L il Signore simbolicamente
intronizza il Figlio di David, mentre pone i suoi nemici come sgabello
dei piedi di Lui (Sai 109,1 e 1 Cor 15,25-27). Nella trasposizione simbolica finale, il santuario divino il Trono, e sul Trono stesso il Figlio
sta alla Destra del Padre (cf. Ap 4-5).
Per contrasto, i capri sono posti "alla sinistra", figura del settentrione, la regione del freddo, della bruma, della tenebra, della morte.
Inoltre, "dare la destra" indica l'aiuto nel combattimento. Il Figlio
combatte con la Spada nella mano destra, avendo per cos dire il lato
sinistro scoperto, adesso per protetto dall'Aiuto che interviene. Anche per questo, Giacobbe chiama il figlio ultimo, il diletto, Bin-jmn,,
"figlio della destra", della parte utile, favorita.
842

DOMENICA DELLA APOKREOS

La sinistra, sempre per contrasto, la parte inutile (v. 33).


Si ha cos la disposizione nell'Aula celeste, che reggia e tribunale
e santuario. E qui, davanti al Re, che anche Giudice (cf. At 10,42, e
38), che anche Dio (Mt 28,19; Gv 1,1-18; Rom 1,3-4; 9,5; etc.), pu
cominciare il Giudizio, che sancir anche l'inizio della Liturgia eterna
davanti al Signore eterno per l'eternit.
Come per ogni autentico giudizio, il Giudice sovrano, che ha acquisito le prove irrefutabili lungo i secoli della storia, procede al rito formale, pronunciando prima il dispositivo della sentenza, e poi la motivazione. E poich il Giudizio per s era stato inaugurato dal primo
istante della creazione (cf. Is 27,1, e par.), e il dibattimento tra gli uomini, rei o innocenti, si svolto lungo la storia, adesso la sentenza
rreformabile perch inappellabile, emanata dal Tribunale supremo.
A quelli della destra il Giudice rivolge l'appello: "Venite!" Poich
Egli stesso venne ad essi, ed essi lo accettarono, adesso questi debbono venire a Lui per restare con Lui. Si pu leggere qui in trafila l'apparizione improvvisa della figura della Sposa, alla destra del Re (Sai
44,10), perch invitata dal suo Signore, il Diletto, alle Nozze divine
eterne (cf. Ct 4,8), ripetutamente (cf. Domenica 14a 1 Matteo; l l a Luca,
sul Convito nuziale e sui ripetuti inviti). Il "venite" rivolto ai
"benedetti del Padre mio", dove "la benedizione torna sul Benedicente
ed unisce per sempre a Lui i benedetti". Benedizione anticamente promessa (cf. ad esempio Is 65,23), benedizione eterna (Efes 1,3), la quale fu acquistata con il Legno della Croce dallo stesso Figlio di Dio, e
che lo Spirito Santo (cf. Gai 3,13-14), il Dono inconsumabile della
divina Carit (Efes 1,3-14). L'invito ha il suo contenuto: "Ereditate il
Regno, preparato per voi dalla fondazione del mondo" (v. 34).
Ereditare significa in realt "coereditare" con Cristo, l'Erede unico,
tema molto caro a Paolo (Rom 8,17; Efes 3,6) ed a Pietro ( Pt 3,7).
Ora, a guardare bene, 1'"eredit" (klronomia) indica totalit di possesso. E dunque la divina Eredit pu essere solo "Tutto Dio" e "tutti
gli uomini", come gi nell'A.T. per i sacerdoti (cf. Dt 18,1-8; 10,9;
Num 18,20.23, etc., testi numerosi). Eredit significa il possesso misterioso che nell'amore consumante abbraccia senza confusione il Dio
Personale e gli uomini persone, il Prototipo divino e tutte le sue icone
redente, santificate, divinizzate. Immensa Comunione trasformante,
operata in eterno dallo Spirito Santo (cf. 2 Cor 13,13). Questa precisa
Eredit ormai possedibile (cf. Mt 19,29; 1 Pt 3,9; Ap 21,7), poich fu
"preparata" (hetoimasmn), dal Disegno divino con cura infallibile
(Mt 20,23; 1 Cor 2,9; Ebr 11,16), adesso condivisibile con l'Erede
unico (Ebr 1,1-4), e che si chiama Basilia, Regno.
Si visto finora diverse volte come sia decisivo il concetto di "Regno", che "Regno di Dio", "Regno del Padre", "Regno dei deli". Es843

COMMENTO - IL TRIDION

so anzitutto indica la realt finale e totale della pace, della prosperit,


dell'integrit, della gioia (cf. Mt 20,21; Le 22,29), sempre procurata
dal Re al popolo suo. un tema grandioso gi nell'A.T., e lo definitivamente nel N.T. Da dove conosciamo anche "chi" sia il Regno, che
dunque non realt astratta, bens "personale": il Regno del Padre sono il Figlio e lo Spirito Santo, come esplicitamente dice Ges (Mt
12,28; Le 11,20). Il Regno e Vita e Maest e Gloria e Potenza e Sapienza e Luce e Santuario (cf. Ap 21,22-23), sono nella Triadicit dell'Unit il Padre ed il Figlio e lo Spirito Santo e tutti coloro che sono chiamati alla loro indicibile Comunione. Tale Realt vuole un'inaugurazione per gli uomini, il Convito (Le 22,16-18). E cos la stessa creazione divina del mondo era stata sapientemente finalizzata al
Regno (v. 34).
Per una sentenza valida e lecita, il dispositivo deve essere motivato. E
perci il Re della Gloria enuncia il dispositivo, con l'enumerazione di 6
"opere di carit" (vv. 35-36), dove 6 il numero simbolico dell'attesa
dicarit"(vv.35-36),dove6ilnumerosimbolicodell'attesadella complezza, che data dal 7. La T Pera * carit, che convalida le prime 6,
l'amore del Figlio dell'uomo che sigilla la carit degli uomini. E qui
avviene un fatto inaudito, che nessun'altra religione conosce, se non
quella dell'A.T. e del N.T.: il Re e Giudice e Sovrano divino si appropria
al passivo di queste opere ormai compiute, che dichiara come riferite a
Lui, compiute alla sua stessa Persona. Nell'A.T. baster qui citare testi
emblematici come il Sai7 3, in specie nel finale; 78, anche nel finale, e le
terribili invettive profetiche contro i nemici d'Israele, che con ci stesso
sono i nemici del Signore d'Israele. Inoltre, il tema frequente nell'A.T. e
nel N.T., delle opere da compiere in favore degli uomini per essere
accetti anche al Signore. Nel Giudizio, le opere ricordate, che vogliono
abbracciare la totalit dell'operazione caritativa, sono:
A) al v. 35:
1) "Io ebbi fame". Sono qui richiamati i temi di Is 58,7.10; Ez
18,7.16; vedi allusioni nel Sai 11,9; 36,2la. Il Signore si identifica con
gli affamati, che dichiar "beati" (Mt 5,6, di giustizia divina), e perci
fu sfamato nelle persone di questi poveri di Dio, il cui volto anche il
Volto suo;
2) "ebbi sete", come chi disperso nel deserto senza soccorso. Vedi
qui testi come 4 Re (=2 Re) 6,22; 2 Cron 28,15; Gen 24, 15-18. E an
che la richiesta dell'acqua alla Samaritana (cf. Gv 4,1-7). Ora, "disse
tare" nell'A.T. un'operazione quasi sempre riservata alla divina
Bont, che opera nella divina Sapienza;
3) "ero straniero" , pellegrino, profugo, fuggiasco. Il Signore, in spe
cie Protettore degli "stranieri" in mezzo al suo popolo, e su questo
844

DOMENICA DELLA APKREOS

esiste una vasta legislazione nell'A.T. Baster qui prendere come base
della considerazione il "codice dell'alleanza" (s 20,22 - 23,19), esplicitazione del Decalogo (Es 20,1-17), ambedue testi di certa redazione
mosaica. Ora in Es 22,20 (che a sua volta fa parte di uno dei "decaloghi minori" del codice detto, e questo 22,17-30) si manifesta un
aspetto che non si riconosce volentieri ad Israele, ossia il trattamento
umano, cordiale verso lo straniero: "Tu non maltratti, e tu non opprimi
lo straniero poich anche voi foste stranieri in Egitto ! " La motivazione stringente ed esemplare. Israele conobbe l'alienazione in terra
ostile, la ferocia dell'oppressione, la segregazione, i lavori forzati gratuiti. La Legge santa torna su questo diverse volte (cf. Es 23,9; dentro
un altro "decalogo minore"; Lev 19,33; Dt 10,18-19; 24,17-18;
27,19). materia di violenta predicazione profetica, segno che la norma non era attuata (cf. Ger7,6; Zacc 7,10; Mal 3,5). Occorreva vincere
diffidenze ed egoismi, odio ed avversione, dunque si dovevano versare
primizie e decime nel santuario, perch una parte era riservata agli
stranieri (cf. Dt 26,11 e 13), insieme con sacerdoti, orfani e vedove.
Nella pericope di questa Domenica, il riferimento anche, e diretto,
ad Is 58,7; cf. Gen 18,1-8, detto del Padre nostro Abramo; Giob
31,32. Perch tanta preoccupazione per lo straniero? Perch uno sconosciuto in mezzo a sconosciuti, un estraneo alla cultura, alla lingua,
ai costumi, un "diverso" difficilmente inseribile; in genere, un povero, senza patria, senza casa, senza lavoro, senza propriet, senza diritti
civili, senza futuro annunciabile da adesso. E proprio per questo, un
aspetto non minore del Volto di Cristo (cf. Rom 12,13; 1 Tim 3,1-2;
5,10; Ebr 13,2; 1 Pt 4,9). Il quale facendosi vero Uomo in un certo
senso si fece, sia pure per un tempo, "straniero" dalla Casa del Padre.
Per restando vero Dio, venne come "straniero" tra gli uomini tanto, che "i suoi non lo accettarono-compresero (Gv 1,11), pure se venne
"nella sua propriet" (ivi). Povero, straniero, "irriconoscibile" per la
malvagit umana (cf. il 4 canto del Servo sofferente, Is 52,14; 53,23). Ma se accettare gli stranieri procura ad Abramo di "ricevere gli
Angeli" (Ebr 13,2, che cita Gen 18,3; 19,2-3), accettare lo Straniero
divino "fa diventare figli di Dio" (Gv 1,12);
B) al v. 36:
4) "ero nudo", rimando a Is 58,7 (cf. Ez 18,7.16; 2 Cron 28,15). La
nudit insieme il segno ultimo dell'indigenza totale, ed una suprema vergogna (cf. solo Lev 18,1-19; "scoprire la vergogna" terminologia per la turpitudine; ma si denudavano i prigionieri per supremo
disprezzo, cf. 2 Re (= 2 Sam) 10,4). E cos anche un disonore per il
fratello, vedere la sua medesima carne nel prossimo, esposta al ludibrio della nudit (cf. Tob 1,20; 4,17). Ma il Signore e Dio nostro, il
845

COMMENTO - IL TRIDION

Creatore dell'universo, non "fu sospeso sul Legno" nella totale nudit
della sua carne santa ed immacolata, e nel ludibrio di quanti passavano
(cf. Mt 27,39-44)? E non immensa carit fu quello che canta la Chiesa
nella Paraskeu santa e grande (Apstchon Stichrn prosmoion,
Autmelon 1):
Quando dal Legno Te, morto, quello d'Arimatea depose,
Te, la Vita di tutti,
con mirra e con la sindone Te, Cristo, accud,
e da desiderio, cuore e labbra
era spinto ad abbracciare il Corpo tuo immacolato,
insieme, trattenuto dal terrore,
con gioia grid a Te:
Gloria alla Condiscendenza tua, Amante degli uomini !
5) "Ero malato" (cf. Eccli 7,39), visitato dal buon Samaritano in quel
ferito e abbantonato (Le 10, 33-34), in continua attesa di visite e di cu
re e d'amore (Giac 1,27), Egli, il Medico dei corpi e delle anime;
6) "ero carcerato", e qui, per qualsiasi causa e motivo, poich quanti
giacciono nelle galere sono comunque infelici, colpevoli o innocenti
che siano, e degni sempre di sincera misericordia e compassione ed
aiuto (Ebr 10,34; 13,3), essendo molto spesso abbandonati da tutti (cf.
2 Tim 1,15), raramente visitati da consolatori ed esortatori (2 Tim
1,16), ascoltati da orecchie pazienti ed amiche, aiutati in tutte le loro
cocenti necessit.
Quanti operarono tali opere di carit, opere del Regno, sono adesso
chiamati "i giusti", hot dikaioi. Poich il loro agire, rispondendo all'impulso necessario della Grazia (cf. FU 2,13!), li "giustific", ossia
secondo il linguaggio biblico li fece trovare "misericordiosi", degni
della divina Giustizia-Misericordia. In essi la perfetta "giustizia" operata sul fratello sconosciuto, fu anche perfetta misericordia gratuita,
disinteressata. Essi operarono, e basta. Non fecero indagini previe sui
meritevoli d'aiuto. N su chi fossero gli aiutati.
I "giusti" allora restano sorpresi. E per reazione, pongono al Giudi
ce i quesiti per comprendere la motivazione della lieta sentenza, con
un'interrogazione del tutto simmetrica alle parole ascoltate, ripercor
rendo le 6 opere di carit, raggnippate a 2 a 2 con la triplice domanda
iniziale a ciascuna tripletta: "Signore, quando noi vedemmo Te?" in
quelle precise situazioni (vv. 37-39; e cf. Mt 6,3).
IIRe attendeva dall'eternit questo momento, previsto e disposto. E
con immenso amore risponde, introducendo la formula solenne: "In
verit, Io parlo a voi", che tradotta dall'ebraico sottostante dice: "Io, il
Signore Dio "Amen", il Fedele, il Veridico, parlo a voi". Questo il si846

DOMENICA DELLA APKREOS

gillo divino alla sentenza. Il contenuto delle parole non fa che precisare
il dispositivo della sentenza, che rivela l'Oggetto della giustizia-carit
operata dai "giusti": "Per quanto voi faceste ad uno solo di questi
fratelli miei minimi, a Me faceste!" (v. 40). Qui alcuni esegeti moderni
vedono una difficolt nel termine assai limitativo elchistoi, minimi, i
pi piccoli, quelli che in genere sono trascurati, che per s rimanderebbe ai discepoli del Signore, che vanno accolti come si accoglie il
loro Signore (cf. Mt 10,40.42); allora si tratterebbe solo dell'accoglienza degli Apostoli della prima generazione. S, anche questo, ma
qui anche di pi.
Chi sono infatti hoi adelphi mou "i fratelli di Ges"? Sono tutti
quelli che si fanno piccoli per poter entrare nel Regno del Padre, anzi,
che si lasciano fare "minimi" per questo, e chi accoglie anche solo uno
di questi "piccoli", gi egli stesso entra nel Regno (cf. Mt 18,1-5). Anche quelli che eseguono la Volont del Padre suo, sono fratelli e sorelle
e madri di Lui {Mt 12,50). La Resurrezione sancisce per sempre
questa fraternit {Mt 28,10; cf. Gv 20,17). Ma questa, oltre che deve
essere portata al mondo, nel mondo deve anche essere individuata.
Sicch il Re e Sovrano e Signore "non si vergogna affatto di chiamare
fratelli" gli uomini {Ebr 2,11), confessandoli davanti al Padre suo e
davanti al mondo. Al fine di essere Egli "il Primogenito tra molti fratelli", Icona tra le icone {Rom 8, 29, cf. vv. 28-30). In sostanza, si vuole
far trovare in tutti i fratelli, grandi, medi, piccoli, minimi.
Tuttavia, i giusti nel loro agire per la giustizia-carit ignoravano
questo. Chi glielo aveva spiegato? E avevano necessit di essere
istruiti, se la loro carit stava gi operando? Tanto pi, allora, la materia dell'azione giudiziale finale non saranno le dottrine e le idee, e non
si sar giudicati sulla fede e speranza, sulla santit, bens su tutte queste
realt, se esse presero vita e corpo nella carit ai fratelli.
E cos anche da questa parte, all'ultimo dei tempi, si dovr rispondere se quella Tavola II della Legge santa, sui doveri verso il prossimo, e
non tanto la Tavola I sui doveri verso Dio, si sar osservata ed attuata,
essendo sia scritta dal Dito di Dio per la lettura e proclamazione e celebrazione nell'assemblea santa del popolo santo (cf. Es 31,18; Dt 9,10;
Ger 31,31-34; Ez 36,26-28), sia scritta dal medesimo Dito divino nei
cuori {Rom 5,5). E questo Dito Divino, che anche la Legge divina,
lo Spirito Santo, Spirito della Carit divina ed umana. Insomma la Tavola II, la legge della carit, assunta come supremo ed ultimo criterio
di giudizio finale: "Chi ama il prossimo ademp la Legge", proclama al
solito modo lapidario Paolo {Rom 13,8.10 e Gai 5,14).
E qui la santa Rivelazione manifesta che esiste l'unico "prossimo"
di ciascun "se stesso" degli uomini: Egli, il Figlio dell'uomo, il Re
della Gloria.
847

COMMENTO - IL TR1D1ON

Non tanto nei "fratelli minimi" che soffrono nella loro esistenza
"sta Lui", quanto "Lui questi fratelli minimi". Non che esista qui la
"confusione" delle persone: Egli resta Lui, e gli uomini restano se
stessi. materia complicata solo nella spiegazione, poich molto facile da capire.
Cristo Signore "il Tutto", il Ricapitolante tutto (Efes 1,10), esclusa
ogni forma di immanentismo e di emanatismo e di panteismo. Egli
l'Adamo Ultimo, che come l'Adamo primo, posto per essere il Capostipite, per contenere tutti gli uomini. Egli la Testa-Capo dell'immane organismo vivente che costitu con il suo Sangue prezioso, il suo
"corpo". E questo formato dalle sue membra "preziose", perch pagate con quel Prezzo che il Sangue del Figlio di Dio, e tra queste
membra le pi "preziose" poich partecipano pi da vicino alle
Sante Sofferenze del Signore sono i "fratelli suoi minimi", oggetto
privilegiato della carit sconosciuta.
Ora, il corpo vivente ha un unico Volto, quello di Cristo Risorto.
il Volto sia del corpo, e sia di ciascun membro di esso. Che esprime
sia la Vita sua, sia del corpo, sia quella delle singole membra di esso.
E cos, reciprocamente, anche ciascun membro quel Volto, reso per
irriconoscibile dalla sofferenza di chi soffre, come fu del Servo (cf.
ancora Is 52,13 - 53,12). E come proprio la Sofferenza (t Pdth, le
Sofferenze, la Passione) fu l'aspetto pi umanamente vero di quel Volto,
e l'aspetto pi divinamente donato di quel Volto, cos dei "fratelli
minimi" sofferenti. Per l'inderogabile legge dell'organicit del "corpo" che vuole essere vivo, se il membro "minimo" soffre, soffre tutto
l'organismo (1 Cor 12,26a). Ma a cominciare dalla Testa, poich la vita
del corpo comincia dalla Testa, e la sofferenza del corpo si concentra
nella Testa, ed anche riassunta dalla Testa. Se questo complicato,
quanto segue anche lo sar, e molto di pi.
Per la medesima legge dell'organicit del corpo vivente, che si
compone inderogabilmente di Testa e membra, la Testa del corpo in
quanto membra, e le membra sue in quanto corpo sono della Testa. E
per, la Testa, Principio unico dell'intera vita del corpo-membra il
quale se fosse "de-capitato" non sarebbe neppure vivente! , usa sapientemente tutte le "sue" membra per curare tutte le "sue" membra.
Esiste nel corpo la "cattolicit", lo scambio vitale interreciproco all'infinito, scambio totale fraterno caritativo sempre. Non si potrebbe dire
qui che il Corpo di Cristo, la Chiesa Sposa, l'Unica, la Santa, "la Cattolica", l'Apostolica, cos orribilmente divisa alle soglie di due millenni
della divina Redenzione, somigli alle figure presentate a Cristo nel
N.T. affinch ponga su esse la sua Mano santa ed immacolata, e le
guarisca? Questa Chiesa divisa in raggruppamenti pieni di diffidenza e
di rancore, non somiglia forse, almeno in qualche modo, all'uomo eie-

DOMENICA DELLA APKREOS

co, a quello sordomuto, a quello zoppo, al paralitico, alla donna rattrappita, all'emorroissa, a quello che ha la mano inaridita? Ed infatti i
cristiani "vedono" i fratelli cristiani, li "ascoltano" e "parlano" parole
di consolazione e di confermazione nella fede comune? E procedono
tutti sulle vie di Dio, ed operano tutti le opere del Regno? Anche su
questo, Mt 25,31-46 chiama oggi a riflettere, non senza gravissime angosce per chi abbia la "preoccupazione per tutte le Chiese" (cf. Paolo
in 2 Cor 11,28), e preghiere e lagrime per essa.
Ora, contempliamo questa Santa Scrittura che ci insegna i Misteri
del Regno. Proseguendo, Testa e corpo sono "uno". Dunque in senso
reale la Testa anche il corpo, ed il corpo anche la Testa, non l'una
senza l'altro, come mai lo Sposo esiste senza la Sposa (cf. 1 Cor
11,11, applicato dagli sposi umani alla Nuzialit regale del Signore
con la Chiesa). E per, allora la Testa quando usa le sue membra, opera
la carit a se stessa. Per cos dire, la Testa presta a se stessa le "proprie"
mani spinte e dirette dal "proprio" cuore, per operare il bene a se stessa.
Usa le "sue proprie" membra per curare le "sue proprie" membra. Ed
insieme, mentre presta a se stessa, fa prestare a se stessa. Poich la
Testa ed ogni suo membro sono sempre e solo persone viventi della
medesima vita ed esistenza.
E qui si pu comprendere a fondo come il Re debba affermare: "/o
ebbi fame, e voi Mi sfamaste". Come un'altra volta grider ad uno
scellerato, assetato di persecuzione e di furore: "Saul, Saul, perch
perseguiti MeV {At 9,4). Saul Lo perseguitava nei propri fratelli Ebrei
cristiani innocenti, fratelli di Lui, ignorando che questi fossero Lu.
Cos il Signore aveva deciso dall'eternit di fare di Saulo il Paolo
"Apostolo delle nazioni", al quale insegnare la carit della Testa e del
corpo-membra, e propriamente di tale dottrina egli l'insuperabile
maestro nel N.T., dopo il Signore. Anche questo complicato, ed anche quanto ancora segue.
Se si traspone quanto finora spiegato, ciascuno di noi deve comprendere che, a livello personale o comunitario che sia (meglio l'impegno in ambo i livelli), se "io", ciascuno di noi, opero il bene al "fratello minimo" del Signore, allora per lo opero almeno su 3 poli. Come quando sento: "ama il prossimo tuo come te stesso" penso a tre poli: 1) io; 2) il prossimo mio; 3) me stesso, vincolati dall'amore unico,
cos se opero il bene al fratello minimo opero in realt: a Cristo Signore, al fratello, a me stesso. Io infatti per il titolo indelebile del battesimo sono un membro vivo di Cristo Testa, dunque del suo corpo di cui
Testa; anche il fratello mio cos, e perfino se non ha il titolo del
battesimo, essendo cos ancora pi sfortunato; dunque lui, il fratello di
Cristo e fratello mio, mio membro, ed io, fratello di Cristo e di quello, sono membro di quello: "Voi siete corpo di Cristo e membra da
849

COMMENTO - IL TR1D1ON

membro" (1 Cor 12,27). Nel battesimo io ho cominciato a ricevere "la


carne" redenta di Cristo, ma anche a donargli la mia carne. Il fratello
di Lui e mio carne dalla carne di Cristo, ma anche carne dalla carne
mia, e carne dalla carne sua sono io. Dunque, se io opero il bene a lui,
carne mia, lo opero a me stesso. In sostanza, se io opero il bene all'icona di Dio, che il fratello di Cristo e mio, lo opero all'icona di Dio,
che sono io. Poich il Dio della Bont cre un'unica "icona sua", distribuita, la medesima, nella singolarit delle persone storielle, ed anzitutto folgorante di Gloria divina nel Figlio, la Gloria destinata ai
"giusti" nel Regno (cf. 2 Cor 3,18-4,6).
Ma allora, tanto pi "all'Icona resa ancora pi preziosa dalla sofferenza", e dunque all'icona sofferente che il fratello di Lui e mio. Io
che posso, opero il bene a lui che non pu, ed allora io porto in me l'icona dell'efficacia operante che la stessa Bont divina opera mediante
me agli altri miei "io" che incontro quotidianamente.
Poich, "tutto Grazia" dello Spirito Santo. Il fratello che per vie
sempre misteriose, indecifrabili, il Padre Comune dona a me, che , se
non la grazia suprema, affinch nello Spirito Santo battesimale io operi
il bene al fratello minimo, in specie sofferente, e dunque direttamente
al Fratello nostro Primogenito di molti fratelli (Rom 8, 28-30), che con
quello si identifica e vuole identificarsi?
Ed ancora. E questo che altro , se non la Grazia donatami, dunque
la mia elezione nel rango dei "giusti", e perci la mia salvezza conseguita attraverso l'efficacia del "sacramento del prossimo"?
Ed ancora. E questo che , se non "il mio altare", dove debbo far
salire al Trono della Gloria e della Misericordia il mio servizio e diaconia e liturgia e amore e adorazione, come splendidamente affermano
i Padri (S. Giovanni Crisostomo)? Il fratello minimo e sofferente a cui
io opero il bene dono ed occasione e motivo e causa della mia salvezza. Mi donato per questo. In un certo senso, il "mio salvatore",
poich anche lui inconsapevolmente assimilato all'opera del Salvatore divino, strumento docile, sensibile, umile. Poich il Fratello mio
Primogenito a cui nel minimo dei suoi fratelli io opero il bene, "il
Salvatore" nostro unico, donatoci dal Padre.
Il testo potrebbe terminare qui. Ma purtroppo, altri "fratelli", altre
"icone di Dio", avendo ricevuto tutto il cumulo di grazie qui sopra delineato, si sono posti per loro esclusiva colpa in condizione di rigetto
finale, avendo essi operato il rigetto nella loro esistenza terrena. Per
essi emanata dovutamente la sentenza di condanna. Qui i fatti sono
semplificati al massimo: al rigetto umano, il Rigetto divino. Quegli
uomini non operarono mai cos da essere "i giusti", dunque "benedetti
dal Padre" del Signore e Re e Giudice. Il Giudice contesta ad essi le 6
opere della carit che fanno conseguire l'Opera divina della Carit, os850

DOMENICA DELLA APKREOS

sia l'Eredit nel Regno (vv. 42-43). Anche in questi avviene la sorpresa
mortale, agghiacciante: "E quando vedemmo T" nelle 6 condizioni
esemplari della sofferenza, "e non amministrammo, diakonT, poich il bene operato diakonia, servizio di carit (v. 44).
La risposta alla controdeduzione eguale e contraria a quella gi
data alla sorpresa dei "giusti" (cf. v. 40). E con la medesima forma solenne: "Io, YAmen fedele, parlo a voi: per quanto non operaste anche
ad uno solo di questi minimi, neppure a Me operaste" (v. 45). Le
membra del corpo fecero scisma dalle altre membra, e dunque dalla
Testa e Capo. Si divisero e sfuggirono al dovere stretto dell'organicit.
E "ivi sta il peccato, dove sta la moltitudine" che se ne va (Origene).
l'amputazione volontaria (incosciente per quanto si potrebbe capire).
la morte. Si rilegga qui la parabola di Lazzaro e del ricco epulone
(Domenica 5a di t^S>Esiste qui, non nella Volont santa impeccabile e senza mai rimprovero umano, ma nella stessa decisione degli uomini, la divisione terrificante. I giusti ed i benedetti, eredi del Regno, con Dio in eterno, nella
Vita eterna, insieme con il loro Sovrano: "Venite" a Me (vv. 46b e 34a).
Gli "altri" sono "maledetti", e "la maledizione non torna mai sul
Maledicente, poich allontana da Lui i maledetti" (v. 4la). Essi debbono scomparire dalla presenza del Sovrano (cf. Mt 7,23), nel "supplizio
(klasis) eterno" (v. 46a), secondo l'espressione apocalittica di Dan
12,2. Ora lo spavento terrificante quell'aggettivo ainios. "Eterno"
significa in Matteo che il "tormento, supplizio" dura in eterno, e cos
che i tormentati e suppliziati vivranno anche cos, in questa condizione negativa, in eterno? Se questo passo si legge seriamente, e "con
paura e tremore", nella contestualit matteana, e perci con Mt 10,28:
Non temete dagli uccisori del corpo,
ma l'anima non possono uccidere,
temete piuttosto Colui che potente
sia l'anima, sia il corpo far perire nella gehenna,
allora si dovrebbe comprendere, come la Chiesa dei primi 4 secoli si
rappresentava lucidamente, che la gehenna "eterna", poich inestinguibile nella sua terrificante potenza di annullare "anima e corpo",
ossia sostanze create, che non resistono alla "negativit" consumante,
e che scompaiono dunque nel nulla. Qui si possono aggiungere testi
come Ap 20,11-15. E meditare a fondo. Il Regno eterno della Bont e
della Luce e della Vita e della Gloria, potrebbe sopportare che esistesse
accanto e di fronte un contro-regno eterno della malvagit e odio,
della tenebra, della morte e dell'infamia?
E per, considerando qui l'alta positivit del Periodo del Tridion,
851

COMMENTO - IL TRIDION

che ogni anno con amabile Pazienza il Signore concede ai suoi fedeli
per revisionare la loro vita, a noi deve interessare di pi quanto riguarda i "giusti e benedetti". Perch noi non solo speriamo di essere ammessi ad ereditare con essi, ma lo vogliamo positivamente, contemplando la nostra sorte ultima nel volto dei fratelli adesso, per contemplare gi adesso il Volto divino della Bont trasformante e poi in eterno. In mezzo, stanno le opere nostre, della nostra carit fraterna, condizionante, ma anche grazia. Infatti i Padri usavano dire: "la sorte dei
dannati segnata per esclusiva loro colpa... ma tu opera per stare con i giusti e beati".
Visione grandiosa, questa, che ci accosta alle pi mirabili opere di
Dio, quella che i Padri chiamavano "l'Incarnazione storica", l'indicibile santa Oikonomia culminante nella Croce, nella Resurrezione, nel
Dono dello Spirito Santo, nella Parnasia.
La Quaresima prossima ne l'intensa contemplazione, e l'intenso
vissuto di fede, di preghiera, di opere, di digiuno, di carit.
6. Megalinario
Della Domenica.
7. Koinnikn
Della Domenica.

852

DOMENICA DELLA TYRIN


o "dell'uso del formaggio, Tyrophagia"
o "dei Latticini"
La rubrica qui indica: "Facciamo il memoriale (anamnesis) dell'esilio dal Paradiso della delizia del Protoplasta Adamo".
Il nome di questa Domenica viene dal permesso di mangiare il formaggio (ed i prodotti del latte) solo per questo ultimo giorno, poich il
luned successivo cominciano i "Digiuni grandi". Va sempre notato che
per s la Domenica, giorno del Signore Risorto, la Chiesa non ammette
il digiuno (se non il 14 settembre che occorra di Domenica). Dopo questa Domenica perci il digiuno dei fedeli si fa pi rigoroso ancora, senza dimenticare che in antico si usava praticare anche la xerophagia, ossia quel digiuno che permette solo l'uso di acqua e sale, pane e legumi
secchi; ma molti seguendo l'ascesi monastica, si riducevano solo all'acqua, pane e sale. Gli antichi avevano un maggiore senso del peccato, e dunque anche una grande disposizione alla penitenza.
La conoscenza dell'ufficiatura dell'intera giornata, come si disse,
indispensabile per cogliere quanto pi a fondo possibile i temi della
celebrazione. Ora, nelle Ore sante, ossia a partire dal Hesperins, i testi fanno cantare, e con ci stesso contemplare la "teologia della storia", dalla caduta di Adamo nel Giardino, con tutte le conseguenze di
peccato, fino alla Passione del Signore, all'implorazione di misericordia e alla fedelt ah" "agone" penitenziale, che giunge al suo fine, rendere: "degni di adorare le Sofferenze e la santa Resurrezione" del Signore, l'Unico che ami gli uomini (Philnthrpos) (Tropario Tono 7,
dopo il Dxa Patri degli inoi).
1. Antifone
Della Domenica, o i Makarismi o i Typk.
2. Eisodikn
Della Domenica.
2. Tropari
1 )Apolytikion anastsimon, del Tono occorrente.
2) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3) Kontdkion: "Ts sophias hodg", Tono 6. Il canto, molto intenso e
con densi temi teologici, si rivolge al Sovrano, Cristo Signore, invocato
come "il Lgos del Padre". Ma altri titoli vengono dall'inizio: Condottie
ro della sapienza, Direttore dell'intelligenza, Pedagogo degli insipienti,
853

COMMENTO - IL TRIDION

Scudo dei poveri. A Lui rivolta l'epiclesi: che renda saldo il cuore di chi
Lo invoca, renda intelligente questo cuore, doni, Egli Verbo del Padre, la
parola, per cui i fedeli non impediranno alle loro labbra di gridare: "Misericordioso, abbi misericordia di me che sono caduto" rovinosamente.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 46,7.2, "Salmo della Regalit divina". di Matteo;
il Prokimenon della Domenica 4a di Pasqua; 4a el 1la di
L
b)/tom l 3 , l l b - 14,4
I cap. 12-15 dell'Epistola sono ricchi non solo di precetti e consigli
dell'Apostolo in ordine all'esistenza di fede, ma anche di dottrina as
sai piena sulla grazia e sulla carit, sui doveri verso le autorit e verso
il prossimo, sulla disciplina per il retto ed ordinato vivere della Comu
nit. Si ha non meno l'ecclesiologia vista come vissuto, che l'antropo
logia, vista come complesso di qualit (ad esempio, la forza della fede,
la sua sapienza) e di difetti (ad esempio, la debolezza pi o meno
colpevole di alcuni fedeli nella medesima fede).
La grande norma, che regola tutto e non ha norma sopra di s,
dettata dall'Apostolo in 13,10: "la carit al prossimo il male non opera: la pienezza della Legge dunque la carit". In questo splendore va
letta la pericope apostolica di oggi.
II v. 11 dice al suo inizio: "E questo, conoscendo voi il tempo
(kairs), poich momento (hra) gi che voi dal sonno vi risveglia
te". Il che significa che la pienezza della Legge santa, la carit frater
na, ha tanto pi decisivo valore, in quanto i Romani furono gi istruiti
ad avere piena coscienza del kairs divino, il tempo opportuno in cui
operata la salvezza. Ed insieme, significa che in un certo modo i fedeli
di Roma si trovano gi adagiati nel comodo, sonnecchiano. Ossia, do
po un primo fervore portato dalla predicazione dell'Evangelo (non da
Paolo, bens da missionari ancora non identificati), come avviene dap
pertutto, e cos in Galazia, a Corinto, viene una stasi, una stanchezza.
E un fenomeno umano generale, ben conosciuto anche oggi, e si pu
dire in ogni aspetto della vita associata anche non specificamente reli
giosa. Scuotersi dal sonno (egerthnai), per vigilare attenti nella hra
che il Signore invia, l'imperativo apostolico permanente.
La motivazione viene al v. l ib, che da inizio alla pericope di oggi.
Paolo rileva per i Romani la nota escatologica, la tensione permanente
verso l'adempimento dell'esistenza, che in fondo non altro che il lavoro
continuo della Grazia divina. Infatti, si deve avere sempre presente la
"teologia della storia", con i due poli costituiti dallo "ieri, un tempo, una
volta", e dair"adesso, ora, oggi". Per cui la divina salvezza "adesso"
854

DOMENICA DELLA TYRIN

(nyn) ormai sta qui, si avvicin, percepibile, ovviamente pi di "allora", quando si accett la fede divina (pistu). La quale di certo l'atto
escatologico per eccellenza, quello che segna per sempre l'esistenza del
fedele, tuttavia va sempre considerato che le facolt umane del fedele
sono destinate alla crescita illimitata che si ha vivendo la Grazia in totale
docilit (v. lib). Con il plurale epistusamen, "credemmo, accettammo
la fede", Paolo mostra che anche lui sta sotto queste condizioni. Ossia
umanamente, bench oggetto di tanti privilegi spirituali, egli non deroga
dalle leggi comuni della crescita. E se poi si esamina sotto questa visuale
l'epistolario paolino, tale crescita spirituale e intellettuale di lui si nota
facilmente, solo se si tengano presenti i grandi temi salvifici che via via
l'Apostolo presenta alle sue diverse Comunit. Cos il tema decisivo
dell'escatologia, cronologicamente uno dei primi esposti ai fedeli,
presente ad esempio nella prima fase letteraria di Paolo (1 Tess 5,6, il
sonno da cui svegliarsi), in quella centrale (1 Cor 15,34), quella finale
(Efes 5,14). L'avvicinarsi irresistibile della salvezza un tratto che riecheggia il Secondo e Terzo Isaia (cf. Is 56,1). E sotto l'influsso letterario
di Paolo, ne tratta Luca nel suo "discorso escatologico" (Le 21,28).
La "teologia della storia" prosegue al v. 12 con i due termini estremi ed opposti, della notte che ormai trascorsa (prokpt, verbo che
indica lo spianare la strada faticosamente ma sicuramente, per avanzarsi) e del giorno che senza ostacoli ormai sta qui (eggi'z, avvicinarsi, anche rendersi presente, stare qui). il passaggio naturale, dalle tenebre passate al giorno presente, che riecheggia spesso nella Scrittura,
a partire dalla notte dell'esodo che si apre al giorno del passaggio del
Mar Rosso verso la salvezza (cf. Es 14-15), fino al nuovo esodo dall'esilio, quando Israele proceder alla Luce della divina Gloria. Fino
alla notte drammatica in cui la Sposa si pone vanamente alla ricerca
dello Sposo, mentre invece deve farsi trovare da Lui nel giorno felice
che si apre. Qui l'immagine viene anche sotto la figura dell'inverno
che finito, della fioritura primaverile, dei primi frutti della stagione
che ormai piena, mentre lo Sposo chiama: "Alzati, Diletta mia, vieni!" (cf. Ct 2,8-14). Ma il Signore stesso pone un terribile ammonimento sulla notte, poich come passa per la divina Grazia, cos per le
colpe accumulate dagli uomini torna:
A Noi si deve (di) che si compiano le opere
di Colui che invi Me
finch giorno (hmra).
Viene la notte (nyx), quando nessuno pu operare (Gv 9,4),
tuttavia aggiungendo per grande conforto:
855

COMMENTO - IL TRIDION

10 Luce, nel mondo sono venuto,


affinch ognuno che crede in Me,
nella tenebra non rimanga (Gv 12,46).
11 giorno, la hmra divina, si avvicin (v. 12). il pieno giorno,
quando ogni probo contadino ed operaio entra nella sua piena attivit.
Per far questo, il lavoratore si disfa di ogni impaccio, di ogni peso. Tale
deposizione esortata da Ebr 12,1-3, per l'"agone" assegnato, con lo
sguardo su Ges, Autore e Consumatore della fede, che accett la Croce
ma sta nella Gloria del Padre. Perci Paolo esorta, al coortativo, "depo
niamo" (apothmetha). H termine si ritrova nel canto del Cheroubikn,
quando si deve accogliere il Re dell'universo che viene nei santi Doni
con il corteo degli enti incorporei, adesso "iconizzati" dai battezzati. La
"deposizione" e rinuncia, delle "opere tenebrose", opere vecchie, di
morte. Questo sar ripetuto poi in Efes 5,11, testo gi visto; fa parte del
la predicazione di Ges raccolta da Giovanni (cf. Gv 3,19-20). Quelle
sono le opere della "tenebra" che indica sempre l'aspetto demoniaco. I
cristiani per s hanno gi deposto, con Yaptaxis, la rinuncia battesima
le, tutte quelle vecchie opere che portano alla rovina. Ma tale rinuncia
deposizione permanente, se serve, anche da ripetere. Solo denudati di
ogni malizia anche qui, richiamo battesimale , si possono "indossa
re {endy omair le armi della Luce. Indossare in modo da non svestirsene
pi. In modo che tali armi facciano parte dell'essere del cristiano. Poich
il combattimento, 1'"agone", diuturno, ed mortale se affrontato con
leggerezza, con faciloneria. Il tema del combattimento e delle armi necessarie insistito da Paolo, gi in 2 Cor 6,7, poiin Efes 6,11-13 (vedi
sopra le lunghe spiegazioni nelle Domeniche 16a di Matteo, e IO di Luca), ma gi lo aveva presentato alF'inizio, nella sua prima Epistola (cf. 1
Tess 5,8). Nella metodologia del combattimento, Paolo enumera tra que
ste armi, la panoplia di Dio, il cinturone della verit, la corazza della
giustizia, i calzari della prontezza nell'annunciare l'Evangelo, lo scudo
della fede, l'elmo della salvezza, e soprattutto "la Spada dello Spirito, la
Parola di Dio", ma pregando ininterrottamente (cf. Efes 6,13-18) (v. 12).
Cos armati per la battaglia, i fedeli nella pienezza del giorno debbono procedere, ossia comportarsi "con onore, euschmns", dove l'avverbio indica la messa in opera di tutto l'ornato che arricchisce la vita
cristiana e gli conferisce nobilt di intenti e di operazione come risposta ai Doni ricevuti. Anche con l'onest del lavoro probo, delle proprie
mani, beneficando tutti e nuocendo a nessuno (cf. 1 Tess 4,11). E cos
evitando ogni comportamento vergognoso. Qui al v. 13 segue l'enumerazione di vizi della vita in 3 coppie: a) anzitutto il rovinoso peccato di
gola: gozzoviglie, ubriachezze, che erano anche, oltretutto, segni della
vita religiosa dei pagani. Cf. qui 1 Tess 5,7; Le 21,34: sono impedimen856

DOMENICA DELLA TYRIN

ti a ricevere il Signore che viene per la sua "seconda e terribile Parousia"; 1 Pt4,3, con richiamo ai fedeli di cessare assolutamente tale comportamento proprio ai pagani; b) poi la vita degli eccessi della libidine;
e) quindi le liti e le invidie che avvelenano la vita della Comunit, su
cui l'Apostolo si era gi espresso duramente nella 1 Corinzi (cf. 3,3), e
che Giacomo aveva stigmatizzato (Gc 3,14-16). Che i primi Apostoli
mettessero severamente in guardia contro questa tabe delle Comunit
primitive, segno che il pericolo era reale. Paolo qui sta parlando ai
Romani, i cristiani di Roma provenienti dall'ebraismo e dal paganesimo. Ora proprio un'antichissima tradizione romana, riportata da un illustre Vescovo di Roma e glorioso Martire, Clemente (di provenienza
giudeo-cristiana), che invia una lettera verso il 95-96 ai cristiani di Corinto, proprio per esortarli a dirimere le loro liti e gelosie, riporta un dato, pressoch trascurato dagli storici: che a Roma Pietro e Paolo furono
messi a morte per la denuncia di alcuni loro confratelli nella fede. Il testo contenuto nella 1 Clemente 5,3-6; esso preceduto dagli esempi
di gelosia ed invidia dell'A.T., di cui furono vittime Caino, Giacobbe,
Giuseppe, Mos, David (4,1-12). Il testo qui ha una svolta:
5,1. Per al fine che cessiamo con gli esempi antichi,
veniamo agli atleti fattisi vicino, prendiamo i nobili
esempi della nostra generazione.
2. A causa di gelosia e d'invidia (zlos kdi phthnos)
le massime e giustissime Colonne furono perseguitate, e
gareggiarono (athl) fino alla morte.
3. Prendiamo davanti agli occhi nostri gli Apostoli buoni.
4. Pietro, che a causa di gelosia (zlos) iniqua
non una o due volte, ma moltissime sopport sofferenze,
e avendo testimoniato (martyr),
si avvi verso il dovuto luogo della Gloria.
5. A causa di gelosia e lite (zlos kdi ris)
Paolo mostr il premio della sopportazione (hypomon),
6. Sette volte portate le catene, costretto alla fuga,
lapidato, diventato Predicatore in Oriente ed in Occidente,
ricevette l'autentica gloria della sua fede,
7. avendo insegnato la giustizia al mondo intero
e giunto ai confini dell'Occidente,
e testimoniato (martyr) sotto i governatori.
Cos egli abbandon il mondo,
e si avvi verso il santo Luogo,
diventato grandissimo esempio di sopportazione (hypomon).
Resta il mistero non ancora decifrato su queste denunce di cristiani di
Roma contro i loro Apostoli e Fondatori.
857

COMMENTO - IL TRIODION

E resta il problema dei dissensi e cattiverie nelle Comunit, che


Paolo sconfessa, volendo che i fedeli "depongano" tutto questo per diventare innocenti, e perci non impacciati al combattimento spirituale
inevitabile (v. 13).
E per l'armatura formidabile per 1'"agone", che Paolo indica, e che
poi enumerer nei testi accennati qui sopra, si riassume nell'invincibilit
che il "rivestirsi del Signore Ges Cristo". un altro dei massimi temi
paolini, che ritorna in Gai 3,27, celebre testo (che nella divina Liturgia
sostituisce il Trisgion in diverse occasioni festive eccezionali; vedi sopra, il Sabato santo e grande), in Col 3,10 ed in Efes 4,24. Anche se la
metafora pu sembrare pesante, chi si "riveste del Signore" Lo possiede
come la forma essenziale del suo esistere, e senza di cui il suo esistere
informe ed inutile. Nel simbolismo battesimale questo significato dalla
veste candida, che come si vide indica la vittoria della Resurrezione dopo la morte (l'immersione), la regalit, il sacerdozio, la nuzialit, la festivit, la gioia. Simbolicamente, ancora, tale veste non va mai smessa,
cos che la teologia simbolica ripresenta i redenti e santificati e beati e
divinizzati con la veste candida per l'eternit, come in Ap 7,9-17.
Per la verit, il Padre buono dona ai figli suoi una veste duplice,
perch i discepoli del Signore "sono rivestiti" per sempre anche dallo
Spirito Santo (Le 24,49). E qui il testo mirabile che spiega questa seconda veste che non si dismette pi, Col 3,12, che enumera alcuni
doni come prodotto diretto dello Spirito Santo: "Rivestitevi come eletti di Dio, santi ed amati, di viscere di misericordia, di bont, d'umilt,
di mitezza, di magnanimit..." (vedi sopra, Domenica 13a
diLuca).
Con questa "tenuta da combattimento", ossia con Cristo e lo Spirito
Santo, i fedeli non trasformeranno il loro normale e doveroso provvedere iprnoia) alla propria carne, ossia alla propria persona e esistenza, cos da farne la negazione massima della fede, le "concupiscenze"
(epithymiai), i desideri smodati in ogni direzione. Quelli che, facendo
diaframma tra l'uomo e se stesso, e tra lui ed il prossimo ed il mondo,
e finalmente anche in rapporto a Dio, portano al degradamento da cui
difficile poi riprendersi. L'esercizio spirituale, la dsksis dei Padri,
anche questo abbattimento del diaframma malefico dell'egoismo, e in
forza della metnoia la ricomunicazione con la realt di se stessi, del
prossimo e del mondo, e finalmente del Padre Buono; vedi qui la parabola del Figlio dissoluto (sopra).
Ma sempre con questa "tenuta da combattimento" per i forti, Paolo
spinge i fedeli alla battaglia difficile. La prima esortazione ad accogliere i deboli nella fede (cf. Rom 15,1; e gi 1 Cor 7,9-11; 9,22; e la
Domenica precedente a questa, YApstolos), senza l'inutile dissipazione delle infinite discussioni sulle idee degli altri; il fedele non deve
perdere tempo e pazienza in queste gare di parole, che portano alle liti
858

DOMENICA DELLA TYRIN

(vedi sopra) e turbano i rapporti (v. 14,1). Cos, in tema di cibo, il cre dente, ben fondato nella sua fede, mangia di tutto (cf. 14,14), e fa be ne;
l'altro, debole nella fede, pieno di scrupoli, mangia solo al modo
vegetariano, e per s male non fa (v. 2). Il problema sta nel fatto che il
primo non deve criticare n disprezzare il fratello vegetariano, e que sto deve agire altrettanto con l'altro (cf. Col 2,16). Infatti, Dio stesso
accoglie l'uno e l'altro (v. 3), e il discorso finito. Paolo qui al modo
della diatriba greca, interpella l'eterno "critico" che esercita quest'arte
in un senso o nell'altro: "Tu chi sei?", chi credi di essere, se ti permetti
di giudicare impunemente 1'"altrui familiare (oikios)", il servitore sul
quale dispone unicamente il Padrone divino? Questa critica alla critica
propria anche dell'apostolo Giacomo (Gc 4,12), altro indizio del malessere che poteva regnare gi nelle antiche Comunit. Ora, l'oggetto
della critica, il fratello disprezzato, sta davanti al suo Signore, e star
saldo, oppure cadr, bens affare solo tra lui ed il suo Signore. Ma
certo, essendo un fedele, rester saldo. Dipende solo da Dio, poich
Egli solo ha la potenza e potest di conferire a lui la stabilit, non altri
uomini con le loro indebite parole (v. 4).
Il richiamo a noi tutti, in direzione della Quaresima ormai prossi ma, dunque alla forza dell'agone spirituale; alla fede nel tempo do natoci da Dio per le "opere della Luce"; ad essere sempre molto so brii; a condursi da combattenti di Cristo Signore; alla carit fraterna
verso i pi deboli; al mangiare con discrezione; a considerare sempre
il fratello come "accolto da Dio", che comunque, anche nonostante i
suoi difetti, gli ha conferito la stabilit, che grazia.
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 30,2.3, "Supplica individuale".
Vedi l'Alleluia della Domenica 4 a di Pasqua; 4a 12 a
di Luca.

di

Matteo;
4a

b) Mt 6,14-21
Nell'economia dell'Evangelo che narra Matteo, Ges Signore, battezzato dallo Spirito Santo e cos consacrato per il suo ministero mes sianico tra gli uomini, superate le tentazioni dove da vittorioso riaffer ma la sua fedelt filiale al Padre, comincia a svolgere il suo Programma
battesimale: l'annuncio dell'Evangelo che deve essere anche spiegato
ed insegnato, le opere della carit del Regno, e il culto filiale al Padre
al quale convoca gli uomini. Ora, la prima predicazione di Ges, le pri me guarigioni dei malati e degli indemoniati, raduna le folle. Ad esse
Ges rivolge il primo grande insegnamento, che si convenuto chia mare "discorso della montagna" (5,1 - 7,29; vedi nella Parte I, lo sche859

COMMENTO - IL TR1D1ON

ma generale di Matted). Enunciate le beatitudini (5,1-12), dichiarati i


discepoli sale delle terra e luce del mondo (5,13-16), dichiarati i rapporti tra la Legge antica e quella nuova (5,17-48), Ges insegna una
"catechesi" specifica sull'elemosina (6,1-4), sulla preghiera con al centro il "Padre nostro" (6,5-15), sul digiuno (6,16-18), sull'uso dei beni
del mondo (6,19-34).
Ora, la pericope di oggi, 6,14-21, abbraccia le esortazioni sul digiuno, ed in parte sull'uso cristiano dei beni. E qui va detto, anche se
sembrer strano, che la Quaresima che sta per cominciare, nei testi
della celebrazione dei Divini Misteri avr poche occasioni di parlare
specificamente del digiuno (cf. solo Me 9,17-31, nella Domenica 3a 1
Quaresima, dove al v. 29 si nomina il digiuno). La penitenza, che si
esprime anche digiunando, invece piuttosto trattata nell'ufficiatura
delle Ore sante.
Si accennato sopra che la considerazione di certa cultura moderna
sul digiuno oscilla tra il rigetto totale, areligioso, e la rivalutazione ad
uso estetico terapeutico e sportivo. Giocano qui diversi fattori culturali, che hanno portato alla progressiva perdita dei valori, del senso religioso, perfino da parte di sinceri credenti. Comunemente si crede che
le pratiche come il digiuno siano superate dal solo impegno sociale, e
mistificazioni simili. Su questo, poi si inserisce il nominalismo e il razionalismo che predomina negli studi teologici in genere, con l'altro
sofisma, che il digiuno un'"opera della Legge" che si contrappone
perci alla fede senza le opere.
Contrassegno tipico di questa mentalit stravolta il testo di Me
9,29, quando Ges, che ha liberato il ragazzo indemoniato dove i suoi
discepoli hanno fallito, e gliene chiedono la ragione, risponde: "Questo
genere (di demoni) in nessuno pu uscire, se non con preghiera e digiuno, enproseuch ki nstia". Ora, tutte le edizioni moderne espungono Mi nstia, bench sia la lezione originale ed ottimamente attestata.
Questo non avere compreso Ges Signore, Ebreo fedele, e la sua volont per noi.
Il digiuno in realt una pratica pia e necessaria gi nell'A.T. per i
fedeli e la nazione. Giovanni il Battista lo praticava tutta la vita. Ges
ha digiunato secondo la Legge santa, fino al digiuno che fece nella Cena dei Misteri. Gli Apostoli anche, e le loro Comunit. Cos le Chiese
antiche, invariabilmente. Cos deve praticare sempre la Chiesa di Dio.
Ges da anche le norme per il retto digiuno: Mt 6,16-18.
Ma inserisce il digiuno come conseguenza della preghiera: 6,5-13,
e come prolungamento del perdono fraterno: 6,14-15. Senza preghiera
e perdono, il digiuno sarebbe ipocrita.
H v. 6,14 va letto quale esplicitazione del v. 12 del "Padre nostro"
(vv. 9-13), che precisamente la serie di 7 epiclesi, per il Nome, per il
860

DOMENICA DELLA TYR1NE

Regno, per la Volont, e poi per il pane, per la "remissione" dei debiti,
per la tentazione, per la liberazione dal Maligno.
H v. 12 dice: "E rimetti (aphimi, perdonare, condonare, rilasciare)
a noi i debiti nostri, come anche noi rimettemmo (aphimi) ai debitori
nostri". Il secondo aphimi, in aoristo puntuale come il primo indica
che chi gi ha perdonato, e solo lui, ha la facolt di chiedere il divino
perdono di ogni debito, che gi fu concesso.
Ges allora prosegue con la condizionale del v. 14: "Se voi dunque
avrete rimesso agli uomini" (anche qui, in congiuntivo aoristo, come
azione gi determinata ed irreversibile), allora il Padre Celeste certamente rimetter.
Il verbo aphimi, da cui phesis, viene dal greco dei LXX, e traduce diverse ed interessanti semantiche. Va tenuto conto che il senso
da ap, via, lontano da, e himi, inviare, mandare, spedire, rimandare.
Si ha cos:
a) aphimi traduce in specie:
- slah (da cui la slihh): perdonare dai peccati, in specie in nesso
con i sacrifici (cf. Lev 4-5);
- smat: condonare i debiti (Dt 15,2, contesto dell'anno sabatico);
b) phesis traduce in specie:
- drr, la remissione di ogni debito: Lev 25,10 (per il Giubileo cin
quantennale); Is 61,1 (per il dono dello Spirito di Dio sul Re e Sa
cerdote messianico); Ger AX (34), 8.15.17 (2 volte);
- silluhim: il perdono dei peccati
- smitth: il condono dei debiti: Es 23,11 (nel "codice dell'alleanza";
Dt 15,1.2 (2 volte). 3.9 (nel contesto dell'anno sabatico); 31,10;
-jbl:Lev 25,1 (anno sabatico). 11-13 (Giubileo).
Verbo e sostantivo stanno spesso nelle parti solo greche dell'A.T.,
come Daniele e 1 Maccabei. Il significato chiaro:
a) sul piano sociale, nel contesto dell'anno sabatico e del Giubileo, il
totale rimettere dei debiti;
b) sul piano dell'opera divina della salvezza, il perdono divino dei
"debiti" gravissimi che sono i peccati, in specie nei testi profetici citati
sopra.
Ora in Mt 6,12 e 14 i due significati si coniugano: il Signore, il Padre Celeste, perdona, condona, abbona, rimette, cancella ogni "debito"
contratto verso Lui sia per il fatto stesso di avere ricevuto i Beni divini
ricevuti, sia per i peccati che abusano di quei Beni. La condizione per
861

COMMENTO - IL TRIDION

segreto "ti render", ossia ne tiene conto, e ne offre la ricompensa (v.


18). Ennesimo segno che gli occhi attenti del Padre non si distolgono
mai da ciascuno dei suoi figli, poich da ciascuno il Padre si attende
l'apertura dell'anima per poter donare i suoi Beni.
I vv. 19-21 sono l'introduzione catechetica a come nella nuova
Economia divina si debba corrispondere nell'uso temporaneo dei beni
terreni. Materia n facile, n esauribile, e di fatto nei secoli in perenne
discussione, per continui eccessi in un senso o nell'altro. Perci anche
materia di trasgres sioni, contestazioni, lotte violente, rivoluzioni.
IIprimo imperativo per i discepoli del Signore negativo: "Non te
saurizzate per voi tesori sulla terra" , ,
.
Nella Domenica 9a diL uca, leggendo la parabola "del ricco scemo
(16,16-21), si trovata l'espressione programmatica "arricchirsi davanti a Dio" (v. 21), mentre poco dopo viene l'affermazione e promessa: "Non temere, piccolo gregge, poich si ebbe compiacenza da parte
del Padre vostro di donare a voi il Regno" (v. 33). Qui sta il Tesoro nel
cielo, e secondo la parabola delle mine, chi spreca la sua mina non
"tesaurizzandola" per il suo Signore, escluso dal Regno, con la formula difficile: "A chi ha, sar donato, e a colui che non ha, sar tolto
anche quello che non ha" (Le 19,20-26), dove "avere" significa avere
ricevuto dal Signore ed avere cos tesaurizzato, mentre "non avere" significa egualmente avere ricevuto dal medesimo Signore per ritrovarsi
colpevolmente, per l'inazione, senza pi nulla in mano.
Ges prosegue (Mt 6,19): le ricchezze umane simbolicamente sono divorate dalla ruggine e dal tarlo, oppure i ladri sfondano qualsiasi camera
di sicurezza e portano via. Giacomo Apostolo descrive questo con eguali
note deprimenti: le ricchezze si putrefanno, e le vesti lussuose sono divorate dalla tignola, l'oro ed argento paradossalmente sono corrosi dalla ruggine, e questa stessa sar "testimone" contro i ricchi, "e divorer le carni"
loro come fuoco, perch ammassarono tesori che saranno la causa della
morte eterna, "degli ultimi giorni" (Gc 5,2-3). Anche la ricchezza materiale
"concupiscenza" degli occhi e della vita (cf. 1 Gv 2,15).
Tutt'al contrario, l'esortazione imperiosa del Signore induce precisamente a "tesaurizzare tesori nel cielo", presso Dio (v. 20a). E qui la
Santa Scrittura ci insegna i molteplici contenuti del "tesaurizzare i tesori". Intanto, si tratta della ricompensa divina preparata per i buoni,
come qui, e poi inMt 19,21; Me 10,21; Le 12,33; 18,22. Ma poi "il Tesoro" la Grazia dello Spirito Santo donata agli Apostoli per l'annuncio dell'Evangelo" (cf. 2 Cor 4,7) sotto la formula: "tutti i tesori della
sapienza e della conoscenza (divine)". I quali per s sono contenuti
esclusivamente in Cristo Signore (Col 2,3), poich solo in Lui "abita
la Pienezza della Divinit" che lo Spirito Santo (Col 2,9). Cos questi Tesori provengono dall'adesione fedele al Signore.
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DOMENICA DELLA TYRINE

ricevere in atto questa phesis per una, netta, drastica: avere a nostra volta fatto phesis verso i fratelli, sia per i debiti spirituali, si tratta
allora di torti ricevuti, sia per i debiti materiali. Tali debiti tra fratelli qui
sono iparaptmata (da parapipt),che indica l'agire o il non agire per
cui si devia dall'onesto, oppure si manca di tributare a Dio o ai fratelli
quanto dovuto, quindi azione gravemente difettosa, una defezione,
un'iniquit.
Ma il N.T. la rivelazione che nel Figlio con lo Spirito Santo il Padre ormai ha concesso il Giubileo biblico divino della remissione generale di ognipardptma. E cos:
a) in Le 4,18-19, Ges proclama che lo Spirito di Dio sta su Lui affin
ch ormai porti Vphesis nell'"Anno del Signore accetto", il Giubileo
divino;
b) in Gv 20,19-23, Cristo Signore Risorto dona la Pace sua, soffia lo
Spirito Santo ed invia i discepoli a portare al mondo Vphesis divina,
il Giubileo universale;
e) Pietro la mattina di Pentecoste, annunciando la Resurrezione del Signore e il conseguente Dono dello Spirito Santo, chiama i presenti alla
conversione del cuore, al battesimo per ricevere Y phesis dei peccati
(At 2,38-39).
Cos, chi ha ricevuto lo Spirito Santo, e dunque la remissione dei
debiti, non pu che comportarsi come il Padre che tanto Dono gli concesse: deve condonare ogni torto al fratello.
Il v. 15 in negativo, gioca sul termine paraptmata: se gli uomini
non li condonano ai fratelli, neppure il Padre Celeste li perdoner a
questi duri di cuore.
Viene adesso la sezione del digiuno. In regime di Grazia, fatti discepoli del Signore, la disciplina del digiuno resta, ma profondamente innovata. Lo Sposo stato assunto al cielo, e i discepoli debbono
digiunare (Mt 9,15). Essi debbono vivere ancora "nella tristezza", per
del mondo, non "con tristezza" in essi. Perci il digiuno, bench sia
sempre una forma penitenziale, non far diventare tristi. Chi si presenta
agli altri, e si esibisce con il volto trasandato in segno di sofferenza, in
modo che si veda la privazione del cibo, non ha alcun merito: gi ricevette il suo compenso, ossia la considerazione umana (v. 16).
Il digiuno gradito da Dio quello che insieme offre slancio e letizia. Ges esorta a lavarsi il viso, non a cospargerlo di cenere, come gli
ipocriti di poco sopra, ad ungersi i capelli, ed anche qui, niente ceneresul capo (v. 17). Gli altri non debbono accorgersi del digiuno. Questo
uno dei segni del sacrificio spirituale, offerto con il cuore contrito e
sincero, come vede nel segreto il Padre Celeste, ed Egli nel medesimo
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COMMENTO - IL TR1DION

Contro questi tesori non hanno presa la ruggine e i tarli e i ladroni


(v. 20a). Essi sono inattaccabili dalla malvagit degli eventi e degli uomini. Sono custoditi preziosamente dal Padre stesso per ammettervi
tutti i suoi figli buoni.
Il v. 21 molto caro alla riflessione dei Padri: "Dove infatti sta il tesoro tuo, l sta anche il cuore tuo". Questa semplicit della formula nasconde uno straordinario significato. Anzitutto va notato che infallibilmente ogni uomo si dirige, ed in forma irresistibile, verso le realt che
crede siano il "suo bene", e questo anche se invece il peggiore male.
Seguendo tale constatazione generale, i Padri hanno visto bene che "il
tesoro" l'aspirazione suprema di ogni uomo, la realizzazione, supposta o immaginata, dell'intera loro esistenza. Perci esso ha un significato "equivoco", ossia pu risolversi in negativo, o in positivo:
a) il tesoro, la tensione verso l'adempimento della vita, per s uni
versale ed infallibile. Anche nel male, paradossalmente si cerca il pro
prio bene. Se tale bene per realt caduca, solo umana, contingente,
fine a se stessa, trasforma l'uomo che lo possiede o vi tende nella ca
ducit e nella rovina; l'ostacolo finale verso i Tesori del Regno;
b) il tesoro nello stesso significato di realizzazione della propria esi
stenza, se tensione alle Realt del Regno, trasforma in tali realt, e
dunque la via alla divinizzazione.
Il cuore il luogo di tale "trasformazione" per via di identificazione,
essendo il centro della persona (non il cuore muscolo, ma "il cuore" riposto, l'anima, l'intelletto, la sensibilit, la decisionalit, la volont).
Il Periodo del Tridion viene a porre sotto gli occhi "il Tesoro", e a
sollecitare "il cuore" a purificarsi per farsi trasformare. La Parola divina e la santa Mensa sono i grandi Doni trasformanti, pregusto del Tesoro preparato cos:
Quanto occhio non vide ed orecchio non ascolt
e sul cuore dell'uomo non ascese,
questo prepar Dio per quanti Lo amano (1 Cor 2,9).
6. Megalinario
Della Domenica.
7. Koinnikn
Della Domenica.

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