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B.

IL KYRIAKODROMION
O
IL "CORSO DELLE DOMENICHE"
DALLA PENTECOSTE AL TRIODION

DALLA PENTECOSTE
ALL'ESALTAZIONE DELLA S. CROCE
Si pu chiamare Kyriakodrmion, "Corso delle Domeniche", o
Tempo dopo la Pentecoste, il periodo liturgico che si inizia con il luned dopo la Domenica di Tutti i Santi. La quale,pur essendo in effetti
la Domenica l a
pentecoste, si usa comprendere ancora dentro il
Pentkostrion.
Tale Tempo comprende circa due terzi dell'intero Anno liturgico,
ossia, almeno in principio, 34 Domeniche. La serie di queste, tenuto
sempre conto della data annuale della Pasqua, termina a ridosso del Periodo del Tridion, non senza compenetrazioni con questo.
Terminato quindi in Pentkostrion, il grande Libro liturgico la
Parakltik. Con esso, l'Anno liturgico prosegue con alcune caratteristiche proprie.
a) La Parakltik, detta anche la "Oktchos grande", comprende la ce
lebrazione della Chiesa disposta secondo gli 8 Toni, sia per le Domeni
che (Oktchos piccola), sia per gli altri giorni della settimana. l'or
dinamento sapiente, che alla celebrazione ininterrotta della Chiesa con
ferisce l'insistenza permanente sulla Resurrezione, scandita anche dagli
Evangeli mattutini domenicali resurrezionali, dagli Apolytikia anastsima e da altri testi afferenti.
b) La disposizione celebrativa che adesso la settimana cominci con il
luned per giungere al suo termine e culmine che la Domenica.
e) Le Domeniche di questo tempo possono chiamarsi "dopo la Pentecoste", con numerazione progressiva di esse, o di uno dei due Evangeli tipici di questo medesimo tempo, Matteo e Luca.
d) Le due serie degli Evangeli cominciano con Matteo, dal luned dopo
Pentecoste fino all'Esaltazione della S. Croce; proseguono conLuca
dal luned che segue la Domenica ladopol' fino al Periodo del Tridion, con
la Domenica del Pubblicano e del Fariseo. Le due serie in teoria sono di
17 Domeniche; tenuto per conto dell'oscillazione della data pasquale,
la Domenica 17a di Matteo, "della Cananea", si pu inserire dentro la
serie di Luca a ridosso del Tridion: ed il Tridion stesso nelle
Domeniche deWApkreos e della Tirofagia legge ancora Matteo.
e) L'Evangelo di Ma&M}s&M &(MwM$3t@We 12a-15a
di Matteo, e 13a-15a

Domeni483

dal luned che segue la Domenica 1' doP l^atziont della S. Croce ;

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

che del Fariseo e del Pubblicano, e del Figlio dissipato, o dissoluto, o


prodigo.
f) II tipo della "lettura" di Matteo e Luca idealmente quello "conti
nuo". In pratica, per, con alcune lacune, che ne fanno una "lettura se
mi-continua".
g) Quanto alY Apstolos, il marted dopo la Pentecoste comincia il "Pe
riodo 1 " dei 5 contemplati fino al successivo Sabato santo e grande. Si
inizia con le Epistoli Pulou, a partireda Romani. Il Periodo 1 termina al sabato prima della Domenica 9a della Pentecoste. Si dovr perci
trovare sempre la possibilit di accordare l'Evangelo con YApstolos,
che sono due letture indipendenti.
Si rinvia qui a quanto detto nella Parte I, Cap. 9. E non occorre dire
che si deve sempre tenere l'occhio sul Typikn e sulle rubriche, talvolta
abbastanza complesse.
Uno sguardo sintetico a questa parte del Corso domenicale che segue la Pentecoste pu essere aiutato da una tematica ricorrente nelle
pericope evangeliche. La loro successione secondo l'Evangelo di Matteo presenta questi contenuti:
Domenica
2\Mt4,18-23: le prime vocazioni edil Regno;
oa Mt 6,23-33: trai ceni del mondo, discepoli cercano il Regno;
4a. Mt 8,5-13: guarigione del servo del centurione, e la venuta alla
MensadelRegno;
..
.
.
t o,28 - y,i:"a guarigione dei due indemoniati geraseni;
6\Mt 9,1-8:la guarigione del paralitico e la remissionedei peccati; -ya
Mt 9,25-37: guarigione dei 2 ciechi, del muto e dell'indemoniato;
ga" Mt 14,14-22: la moltiplicazione dei pani e dei pesci;
? 14,22- : Ges cammina sulle
3 t
acque; : guarigione del
14,221 1\Mt 18,23-35:lunatico;
la parabola dei10.000 talenti; 12a.
Mt 19,16-26: 1 incontro con il giovane ricco;
i oa' Mt 21,33-42: la parabola dei vignaioli omicidi;
14\Mt 22,1-14:il Regno e le Nozze del Figlio delRe;
., _.
i c a Mt 22,35-46: il massimo comandamento, e il Cristo, il Signore di
David"; jga Mt 25,14-30: la parabola
dei talenti;
YjJ Mt 15 ,21-28: la guarigine della figlia della Cananea.
L'avanzarsi della lettura evangelica mostra lo sviluppo ricorrente di
diversi temi, che si possono raggnippare sotto questa direttiva: il tempo
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PENTECOSTE -S. CROCE

dopo la Pentecoste mostra il duplice Dono dello Spirito Santo, a Cristo


nel Battesimo, e le conseguenze; ai discepoli nel loro battesimo, e le
conseguenze.
a) Cristo e lo Spirito Santo: la venuta del Regno nelle opere:
- Dom. 2a: la vocazione dei primi discepoli, per il Regno;
- Dom 4"' * P^^i hanno accesso alla Mensa del Regno;
- Dom. 8": la moltiplicazione dei pani e dei pesci, anticipo del Convito
del Regno;
- Dom. 9a:il cammino sulle acque, presa di possesso della creatura per
- Dom. 1 la- ^ ^ono ^ Giubileo del Regno;
- Dom 14a- ^ Convito delle Nozze nel Regno;
- Dom. 16a: i talenti, dono della Gioia del Regno;
- Dom. 17": la Mensa del Regno si estende anche ai pagani;
b) i discepoli battezzati, verso il Regno:
- Dom. 2a: i chiamati annunceranno il Regno;
- Dom. 3a- to * ker del mondo, i discepoli "cercano il Regno";
- Dom. 5a- S^ indemoniati guariti come icone recuperate, tipologia bat- Dom. 6a- ^ paralitico "sciolto" e la remissione dei peccati, tipologia
- Dom. 7a: guarigine dei 2 ciechi, del muto, dell'indemoniato, icone
recuperate, tipologia battesimale;
. , . ,
.
- Dom. 1 (> Gnatico guarito, icona recuperata, tipologia battesimale;
la mancatafede dei discepoli;
.
a
1
1 60
- Dom. 1 l - G ! delRegno esige la carit del Regno;
- Dom. 12a" ^ "givane ricco" e la difficolt di entrare nel Regno;
- Dom 15a- ^ massimo duplice comandamento, la confessione battesi
male e la conseguente carit fraterna; .
, ^
a i
- Dom. 17 : talenti battesimali e la sinergia con la Grazia.
Il Corso di queste Domeniche di Matteo ha una contiguit, ed un
lontano epilogo:
a) la S. Croce si leva come "Segno" da cui vennero Ja Resurrezione e la
Pentecoste, i doni battesimali, l'assimilazione al Signore Crocifisso in
vista della perfezione che porta al Regno;
b) le due lontane Domeniche del Tridion, ossia dell'Apkreos e dei
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COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Latticini, mostrano con Mt 25,31-46 che le opere battesimali della carit saranno materia di giudizio finale, di vita o di rovina; con Mt 6,1421 il Signore insegna il perdono universale esigito ed amato dal Padre,
il digiuno discreto approvato dal Padre, il procurarsi il Tesoro celeste
donato dal Padre.
Qui di seguito si trover per la Domenica il Kontkion Prostsia tn
christiann, per s previsto da\YApdosis della Croce fino ali'8 Novembre, e dalla Domenica di Tutti i Santi fino al 27 Luglio. Si preferito indicare come il Lettore trover, ma con l'avvertenza che occorre
consultare sempre il Typikn. Inoltre, vanno rispettate anche le tradizioni
legittime e confermate, secondo i luoghi.

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DOMENICA 2a DOPO PENTECOSTE


9a di Matteo

"Sulla vocazione dei primi discepoli"


1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
1) Si intercala ad ogni Stichos: Tispresbias ts Theotkou: "Per
le intercessioni della Madre di Dio, Salvatore, salvaci".
- Sai 91,2, "Azione di grazie comunitaria": l'Orante, con cui oggi e
sempre l'assemblea del popolo di Dio si identifica, proclama che il
suo unico bene celebrare (exomologoma) il Signore, e cantare
Salmi al suo Nome. Si identificano cos: il centro della vita fedele redenta, la comunione desiderata ed ottenuta dal Signore, il cui grande
"segno" la Liturgia; il tipo della celebrazione, la "confessione"
(exomologomai ha questo senso originario) del Signore in quanto "
Lui", in quanto le sue sono "opere stupende", in quanto i suoi titoli
sono magnifici; il continuo canto dei Salmi, "la preghiera" per eccellenza del popolo di Dio.
- Sai 91,3: questo desiderio del Salmista si prolunga durante l'intero
giorno, simbolo della vita umana. Il che vuole dire che perennemen
te il Salmista proclama e fa conoscere del Signore la Misericordia,
che il comportamento a cui Egli si impegn con l'alleanza verso e
con il suo popolo, e la sua "Verit", ossia la Fedelt singolare, irre
versibile che il Signore mantiene alla sua alleanza ossia a se stes
so, che quanto promette e parla, questo attua . Dalla mattina alla
sera perci con la preghiera gioiosa e fiduciosa i fedeli si concentra
no su queste grandi realt divine, che portano la santit, dono della
divina Grazia.
- Sai 91,16: la proclamazione dell'assemblea ha come centro la Persona del Signore contemplata nei titoli magnifici e nelle opere mirabili, con cui si manifesta "Giusto", ossia Misericordioso, largo nella
Tenerezza; lo ripete in forma suggestiva il Sai 144,13 e 17: tale il
Signore sempre. La preghiera riconosce cos che l'unica Rupe di
salvezza, la Fortezza inespugnabile e sempre accogliente, il Signore. In Lui nulla esiste che non sia dirittura manifesta, e sempre
manifestata. Chiude l'Antifona la dovuta dossologia: "Gloria al
Padre". Segue la
Synapt mikr, la Litania piccola del diacono, conclusa dalY ekphnsis
dossologica del celebrante.
2) Si intercala ad ogni Stichos: Sson hmds, Hyi Teo, "Salva, Fi
glio di Dio, il Risorto dai morti, noi, che a Te salmodiamo: Alleluia"!
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COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

- Sai 92,l ab, "Salmo della Regalit divina": la proclamazione cen


trale della fede biblica: "II Signore regna!", che il contenuto dell'Evangelo gi promesso dall'A.T. (Is 52,7), e il cui inizio sta nell'eso
do (Es 15,18), insistito dai Profeti (Is 6,5) e dal Salmista (Sai 47,3, e
i due "generi letterali" dei "Salmi della Regalit divina" e dei "Can
tici di Sion"). Nel regnare, Egli appare con la sua Teofania prodigio
sa, nel manto della sua divina Maest, con la veste regale la cui cin
tura la Potenza, il "segno" dell'azione immediata ("cingersi" "ac
cingersi" ad un'impresa).
- Sai 92,le: la Maest divina appare nel mondo che il Signore ha crea
to, ed ha reso stabile per esercitarvi la Sovranit per il bene e la gioia
degli uomini.
- Sai 92,5bc: ma il luogo privilegiato della Sovranit e della Maest
la Casa di Dio, il Santuario di Sion, Dimora dove la Santit divina si
fa incontro agli uomini, per restando inaccessibile. La Dimora divi
na propriamente conferisce al mondo la stabilit, per la durata che il
Signore ha assegnato alla storia.
L'Antifona si conclude con il "Gloria al Padre". Segue il Tropario
Ho Monogens, la Litania piccola, e la dossologia del celebrante.
3) Si intercala ad ogni Stichos VApolytikion anastsmon del Tono
della Domenica, o YApolytikion della Festa.
- Sai 94,1, "Esortazione profetica": l'Orante con un "imperativo innico", "Venite!", e con due "coortativi innici" invita l'assemblea ad
unirsi per cantare inni al Signore, a gridare a Lui il giubilo (alaldz),
perch la Rupe ed il Salvatore.
- Sai 94,2-3: ed insiste con i "coortativi innici", al fine che tutti giungano alla divina Presenza per la celebrazione (homolgsis) di Lui,
gridando ancora il giubilo con i Salmi, con l'obbligante motivazione:
Egli il Signore, l'unico Grande Dio, il Re Grande che regna sulla
terra intera.
- Sai 94,4-5: tale irresistibile Sovranit simbolicamente vista in azio
ne come la Mano divina che regge la terra intera, mentre il Signore
possiede tutto, fino alle cime dei monti. Suo anche il mare come
.suacreatura (cf. Gen 1,9-10), e le sue Mani divine plasmarono anche
la terra asciutta abitabile dagli uomini (cf. Gen 1,10-12).
Ciascuno dei 3 canti intercalati agli Stichoi salmici sono gli Ephymnia, variabili, rispetto alla Domenica, nelle Feste e nei giorni feriali.
Secondo i legittimi usi delle Chiese, o secondo la volont del celebrante, queste antifone possono essere sostituite dai Typikd e dai Makarismi, in questo modo:
1)
2)

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Sai 102, "Inno di lode", sostituisce l'Antifona la;


Sai 145, "Inno di lode", sostituisce l'Antifona 2 a; e mtrodotto dal

DOMENICA 2" DI MATTEO

"Gloria al Padre" e concluso dall'"Orae sempre". Questi 2 Salmi sono


iTypik;
3) Le 23,42, le parole del Ladrone sulla croce, adattate, introducono a
Mt 5,3- 12a, le "beatitudini", da cui il nome Makarismi.
Typik e Makarismi si trovano lungo l'anno, escluse le Feste con
antifone proprie.
2. Eisodikn
Della Domenica. La formula Dute pwskynsmen, "Venite, prostriamoci a Cristo! Salva, Figlio di Dio, il Risorto dai morti, noi che a
Te salmodiamo: Alleluia!". Nelle Feste si ha VEisodikn proprio.
3. Tropari
1) Apolytikion anastsimon, Tono 1: mentre il sepolcro era stato sigil
lato dagli Ebrei, e i soldati facevano la guardia al corpo immacolato del
Signore, Egli quale Salvatore resuscit al terzo giorno donando la vita
al mondo. Per questo le Potenze angeliche celesti gridarono al Risorto,
il Vivificante: "Gloria alla Resurrezione tua, Cristo! Gloria al Regno
tuo! Gloria all'Economia tua, o unico Amante degli uomini!".
2) Apolytikion del Santo titolare della Chiesa.
3) Kontkion: Prostasia tn christiann, "Protezione (anche: presiden
za) invincibile dei cristiani, Mediatrice inconcussa presso il Creatore,
non trascurare le voci delle suppliche dei peccatori, bens affrettati, poi
ch sei Buona, all'aiuto di noi fedeli che gridano a Te: Fa presto ad in
tercedere, e sollecita sii nella salvezza, Tu, perenne Protettrice, o Ma
dre di Dio, di quanti Ti onorano". H Kontkion usato ogni giorno al
Mattutino, escluso il sabato. E segue l'Ode 6a della Parklsis. Si pu
dire "ordinario".
4.Apstolos
a) Prokimenon: Sai 32,22.1, "Inno di lode"
L'assemblea santa innalza al Signore la sua epiclesi affinch riposi su
tutti i fedeli la sua Misericordia, secondo quanto essi hanno sempre e solo
sperato. Lo Stichos, v. 1, il Koinnikn della Domenica di Tutti i Santi.
b)Rom 2,10-16
II marted precedente si cominciata la lettura corsiva dell'Epistola
ai Romani.
Qui l'Apostolo augura i Beni messianici dello Spirito Santo, ossia
"gloria ed onore e pace" a chiunque, fedele o pagano, operi "il bene",
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COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

che sempre il Disegno divino (cf. Rom 8,28-30). Qui non si deve fare
accezione di persone, poich il Signore la rifiuta (cf. Sap 6,7; Eccli
35,12-18; At 10,34; 1 Pt 1,17): quindi nel giudizio su questo argomento, l'Ebreo benefattore e il pagano {Hlln, "greco") stanno sullo stesso
piano (vv. 10-11). Il fedele perci non guarder con gelosia il bene operato dagli "altri", e non giudicher.
Infatti lo statuto fondamentale per tutti gli uomini prevede che quanti
non conobbero n accettarono la Legge santa, e poterono peccare, cadranno nella rovina non giudicati secondo la Legge. E per chi sta sotto
la Legge sar giudicato sulla base della sua osservanza, fedele o no,
della Legge (v. 12). In realt nella stima di Dio non sono giusti e giustificati i puri "ascoltatori" della Legge, bens solo quanti la posero in
pratica come centro della loro esistenza. Lo aveva gi detto il Signore
nel "discorso della montagna" (Mt 7,21). Paolo tiene questa dottrina sia
dall'A.T. (ad esempio, per tutto il Deuteronomio), sia dalla Tradizione
degli Apostoli del Signore (v. 13).
Si ha d'altra parte la situazione che i pagani che per nascita non ebbero in sorte la Legge divina, ma di fatto, inconsapevolmente ed in
buona fede, la pongono in pratica, diventano "Legge" a se stessi, nella
loro coscienza (v. 14). Cosicch quanti si trovano in tale condizione,
dimostrano che "l'opera della Legge" in realt come inscritta entro il
loro "cuore", o mente, e la loro coscienza gliene da la testimonianza.
E seguendo la coscienza procedono rettamente. Allora saranno accusati
o assolti secondo questo comportamento, giudice sar il loro stesso
modo di pensare, e dunque di porre in atto il bene o il male dettato da
dentro (v. 15).
Tutto questo sar reso visibile nel Giorno del Giudizio, quando il Signore riveler "le realt nascoste", oscure o luminose secondo l'unico e
tremendo criterio, l'Evangelo "di Paolo" che quello donato dal Padre
agli uomini mediante Ges Cristo (v. 16), e che Ges Cristo stesso
con lo Spirito Santo.
Il testo determinante ieri come oggi, poich oggi si agita in modo
temibile il problema della "salvezza dei non cristiani". In modo spesso
astioso, superficiale, quasi irridente, da molti ambienti anche missionari, dominati dal nominalismo e dal razionalismo teologici, intellettuali e
morali, si sostiene la non necessit dell'annuncio dell'Evangelo, poich
si cerca di prospettare contro la fede biblica e cristiana che "le religioni
sono via autonoma alla salvezza", qualunque esse siano, qualunque
dottrina e morale propongano, qualunque siano i "frutti" che producono. Ma si sa, le "religioni" sono un frammisto di parcelle di fioca luce,
e di molta tenebra e peccato, e i "frutti" di molte di esse sono rovinosi,
come la storia registra.
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DOMENICA 2" DI MATTEO

5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 17,48.51, "Salmo regale"
L'Orante il Re messianico, che rivendica al suo Signore, e non a se
stesso, le vittorie del suo popolo, le "vendette", ossia' le vittorie sui nemici, che sono anzitutto nemici ostinati di Dio. Poich gli insulti rivolti
al Re ed al suo popolo in realt sono diretti anzitutto al Signore e al suo
Disegno, e subordinatamente all'"Unto di Dio" (cf. Sai 88,51-52, altro
"Salmo regale").
E cos (Stichos, v. 51) il Signore opera per rendere grandi le vittorie
del suo Re (cf. Sai 2,5-9, altro "Salmo regale"), manifestando tutta la
sua Misericordia, che l'intervento divino soccorritore e potente verso
il suo Messia.
b)Mr 4,18-23
II Signore appena battezzato dallo Spirito del Padre (Mt 3,13-17),
dal medesimo Spirito Santo condotto alle tentazioni nel deserto per superarle per lui e per noi (4,1-11), comincia il suo ministero messianico
affinch si adempiano le profezie (4,12-16, con citazione di Is 8,23;
9,1). Il primo gesto, riportato pi estesamente da Marco (cf. Me 1,1415), la predicazione dell'Evangelo: "il Regno dei cieli si avvicin". Il
che significa: sta ormai qui, con Lui che accompagnato dallo Spirito
Santo. E Lui e lo Spirito sono il Regno del Padre: Mt 12,28.
Il secondo gesto, come il primo derivato dal "Programma battesimale" e perci guidato dallo Spirito Santo, la vocazione dei primi discepoli affinch con Lui diventino i predicatori dell'Ev angelo del Regno:
4,18-23. Vedi il parallelo nella Domenica la di Luca.
Qui Matteo seguito redazionalmente, come quasi sempre, da Marco. Ambedue gli Evangelisti fissano quasi un'istantanea dei gesti vocazionali del Signore, che si possono ridurre in fondo a 3 verbi di importanza essenziale e determinante: Egli passa - guarda - chiama. Gli
Evangelisti fanno intendere, e molti Padri della Chiesa lo compresero
molto bene, che cos Ges non passa pi, non guarda pi, non chiama
pi. Il suo passaggio nello Spirito Santo il "primo-ultimo", ossia, mai
prima, e mai pi dopo. Chi ascolta la sua Parola di vocazione e la accetta, Lo seguir. Chi non ascolta n accetta, non ricever pi la Visita
divina. Altro fatto poi la divina Misericordia per i peccatori. Ma sulla
vocazione che viene dall'Alto non si transige.
Ges perci nella Potenza dello Spirito Santo passa lungo il Mare
della Galilea, il Mare di Tiberiade. Ha "bisogno degli uomini". Fu detto
acutamente nei decenni passati, che nella missione opera meglio un
missionario con sette catechisti, che sette missionari. Ges non vuole,
non deve restare solo nella sua missione divina, poich il suo passaggio
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COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

sulla terra ha un termine necessario, mentre anche dopo l'Ascensione la


sua missione deve proseguire tra i popoli e in tutte le regioni della terra
(At 1,8). Il Signore che sta passando vede "due fratelli, Simone (che poi
fu da Ges stesso) detto Pietro, e Andrea". Essi stanno pescando insieme, e il v. 22 dice che stavano sotto la guida del padre loro. Essi gestivano una piccola azienda a conduzione familiare, e con la pesca ricavavano la loro sussistenza, apparentemente in modo agiato. Ges si concentra per ora anzitutto su "pescatori" (v. 18). La scelta non casuale,
restando imperscrutabile, inspiegabile. Ges infatti avrebbe, perch
no?, potuto convertire subito a Gerusalemme il sommo sacerdote con i
suoi confratelli. O a Roma l'imperatore con la sua corte e con il tremendo esercito. D'improvviso, il mondo religioso e politico sarebbe
stato posto al servizio missionario del Regno dei cieli, il mondo sarebbe stato tutto di credenti, la missione dell'Evangelo avrebbe avuto il
suo unico e definitivo adempimento... Ma sarebbe solo fantateologia.
Ges conosce l'uomo meglio di qualunque uomo (cf. Gv 2,24-25). Conosce i figli d'Adamo e d'Eva, essendo Egli l'Adamo Ultimo, il Dio
che accetta di essere Uomo vero senza mutazione delle due essenze che
sussistono nell'unione indicibile dell'Ipostasi divina.
E sa che il Disegno divino non si pu affidare alle "realt alte", potenti, superbe, preoccupate della sola loro "grandezza" umana. Ha necessit delle realt umili, povere, vuote di illusioni umane. S. Paolo qui
parla della pazzia di Dio, che la sua Sapienza divina, e della sua debolezza, che la Potenza dello Spirito Santo (nel "discorso della Croce", 1 Cor 1,17 - 2,16). Il Signore dir plasticamente: "chi si esalta (hyps), sar umiliato (tapein), e chi si umilia (tapein) sar esaltato
(hyps)" (Mt 23,12). Egli stesso dar la prova della sua totale umiliazione umana, la knsis della sua Divinit, lo svuotarsi delle sue prerogative e dei suoi diritti (cf. FU 2,6-11). Anche la Madre sua parla della
sua tapinsis (nel Megalynei hepsych mou tn Kyrion, Le 1,46), ma
a questa sola il Signore riguard compiaciuto (Le 1,48).
Pietro sar impetuoso, ingombrante talvolta, e per generoso e sincero, impegnato a seguire il suo Maestro, il suo divino Vocante. Lo abbandoner con gli altri discepoli al Getsemani, e dopo tante promesse
di fedelt Lo rinnegher tre volte. Di questo Pietro, non di un Simone
ideale, ha necessit il Signore. Cos di suo fratello Andrea, che in Giovanni appare come il prtkltos, il primo dei chiamati dal Signore, e
causa della vocazione stessa di Pietro (cf. Gv 1,35-42).
Matteo annota che Simone Pietro e Andrea erano pescatori (v. 18).
Ges rilancia l'interpretazione simbolica di questa condizione, anzitutto
con l'ultimo dei 3 verbi della vocazione: "Seguitemi!", poi con la
promessa, che anche annuncio fausto: "Io far di voi pescatori di uomini" (v. 19). La metafora della pesca implica una serie di realt: il ma492

DOMENICA 2" DI MATTEO

re, luogo della morte dell'uomo, ma della vita dei pesci; la barca, luogo
della salvezza degli uomini; i pesci che per diventare cibo debbono morire, e tutto in favore degli uomini; i pescatori, impegnati nella pesca,
che la morte dei pesci e il cibo degli uomini; la pesca e la cernita del
pesce buono (cf. la parabola della rete, Mt 13,47-50, con le sue implicazioni escatologiche). Ma la metafora del pesce adesso applicata all'uomo, agli uomini: il mare, le "grandi acque", luogo della tempesta
dell'ira divina causata dal peccato, luogo della morte degli uomini; gli
uomini che come pesci debbono essere "pescati" dalla morte per essere
trasferiti alla vita; i pescatori, che sono anche i pastori e santificatoli,
attraverso il "battesimo", l'immersione nella Morte del Signore per la
riemersione alla sua Resurrezione, con cui devono investire tutti i fedeli; la "pesca", che la "pastorale", dove i buoni e i meno buoni fatalmente saranno divisi secondo i loro meriti (cf. ancora, in senso escatologico, Mt 25,31-46).
Il compito alieutico, ossia di pescatori, un mestiere gravoso, sfiancante. Di pi lo sar per la pesca in vista del Regno. Forse Simone e
Andrea per ora non se ne danno conto, ed probabile che siano vinti
dal fascino straordinario emanato dalla Parola suadente del Signore.
Matteo annota allora in modo lapidario: "Ed essi, subito, lasciando le
reti, Lo seguirono" (v. 20).
La divina vocazione con i 3 verbi "pass - guard - chiam", si ripete adesso per altri due fratelli, Giacomo e Giovanni, anche essi intenti
con il padre loro Zebedeo a condurre una piccola impresa familiare di
pesca, che in fondo tutto il loro mondo (v. 21). I due sono chiamati a
grandi fatti. Con Pietro, saranno i soli ammessi ad episodi capitali, come alla resurrezione della figlia di Giairo, il capo della sinagoga (cf. Mt
9,18-26; Me 5,21-43), alla Trasfigurazione {Mt 17,1; Me 9,2), all'agonia del Getsemani (cf. Mt 26,36-46; Me 14,32-42). Per il loro carattere
impetuoso, come resoconta il solo Marco, Ges impone ad essi l'appellativo scherzoso di Boanrgs, i "figli del tuono", in aramaico bnaireges(Mc 3,17).
Anche essi, d'impeto generoso, lasciano immediatamente padre e
reti e barca e pesca, e seguono Ges (v. 22). Questo aiuta a comprendere poi l'interrogazione spaventata di Pietro: "Noi che lasciammo tutto...?" nell'incontro con il "giovane ricco" (cf. Evangelo della Domenica di Tutti i Santi).
Il v. 23 il compendio del ministero messianico del Signore battezzato dallo Spirito Santo: l'annuncio dell'Evangelo del Regno, e le
"opere del Regno", ossia la carit divina che guarisce ogni infermit.
Vedi qui Mt 9,35-38, testo spiegato in occorrenza della Domenica di
Tutti i Santi, sopra.
La pericope di oggi l'inizio della Vita pubblica di Ges, e contiene
493

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

gi tutto il seguito: la Comunit dei discepoli, e l'assicurazione che il


ministero messianico di Ges, spinto dallo Spirito Santo battesimale,
una realt che proseguir ben al di l dei primi e beati tempi che i discepoli vissero con il Signore. Magnifica premessa alla nostra vita di
fede. E impegno a proseguire l'opera messianica del Signore, nella
rinnovata spinta missionaria per la Chiesa e per tutte le Chiese, oggi e
domani.
6. Megalinario
Della Domenica, "Axn estin". " degno realmente beatificare Te,
la Madre di Dio, la Sempre da beatificare e Tutta perfetta e Madre del
Dio nostro! Te pi onorabile dei Cherubini ed incomparabilmente pi
gloriosa dei Serafini, che incorruttibilmente partoristi il Dio Verbo, noi
magnifichiamo!" Il testo un Heirms, in rapporto con l'Ode 9a de
Mattutino, ossia con il canto del Megalynei he psyche mou tn Kyrion
(Le 1,46-55), come danno indizio i verbi makanzein (in Le l,48b) e
megalyn. la risposta al canto della Madre di Dio.
Nelle Feste si hanno i Megalynria proprii. Questo si pu chiamare
"ordinario".
7.Koinnikn
il Sai 148,1, "Inno di lode". La "lode" preghiera pura, disinteressata, che offerta al Signore in quanto " Lui", per i suoi titoli e per le
sue opere mirabili in se stesse. L'Orante con "imperativo innico" chiama a lodare il Signore gli abitanti dei "deli altissimi", che del resto gi
lodano. Nel "Padre nostro", la santificazione del Nome, la venuta del
Regno e la Volont del Signore gi ricevono l'adempimento.
Il che significa che i beati dei cieli sono chiamati a testimoniare la
partecipazione dei celebranti e dei fedeli ai divini vivificanti Misteri, ad
unirsi ad essi nella gioia di "comunicare ai Hgia", alle Realt Sante.
Nelle Feste e negli stessi giorni feriali si hanno i Koinnik propri.
Questo si pu chiamare "ordinario".

494

DOMENICA 3a DOPO PENTECOSTE


oa di Matteo
"Sul discorso della montagna"
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikion anastsimon, Tono 2: il canto rivolto al Risorto, che
quando come Vita immortale discese incontro alla Morte (cf. 1 Pt 3,18-20;
4,5-6), allora rese morto l'Ade con il folgorare della Divinit. Ma quando
resuscit anche i mortali dalle regioni infere, tutte le Potenze angeliche ce
lesti gridavano: "Datore della Vita, Cristo, Dio nostro, gloria a Te!".
2) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3) Kontkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 117,14.18, "Azione di grazie comunitaria"
L'assemblea santa fa propria la voce del Salmista, acclamando e riconoscendo con immensa esultanza che sua "Forza e Canto il Signore", il quale nella storia concreta si pone perennemente come unica efficace immancabile Salvezza. Questo versetto ripreso alla lettera dal
"cantico di Mos" dopo il passaggio del Mar Rosso (Es 15,2), dove
Israele speriment che il Signore dispiega la sua forza onnipotente, il
suo Braccio teso (Es 15,6), e diventa "Canto", unico motivo e contenuto
dell'acclamazione di lode e di azione di grazie del popolo adesso
creato. Perci Es 15,1-18 sar chiamato anche "Cantico nuovo", dal
Salmista (Sai 32,3; 39,3; 95,1; 97,1; 143,9; 149,1), e cos fino nell'escatologia del N.T. (cf. Ap 5,9; 14,3; 15,3). Oggi i fedeli applicano tutto
questo alle opere mirabili che il Signore oper per essi, dalla Resurrezione e Pentecoste all'iniziazione battesimale, quando la Forza, il Canto,
la Salvezza del Signore Dio triadico unico si dispiegarono in pieno nella
vita redenta dei salvati.
L'assemblea insieme riconosce (Stichos, v. 18) con animo disposto alla conversione del cuore, che il Signore quando occorre invia la puntuale
punizione "medicinale", per un tempo dato, per guarire, poich mai abbandona alla morte finale. Questo anticipa il contenuto dell'Apstolos.
495

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

b)Rom 5,1-10
Prosegue la lettura di Romani. Il cap. 4 si concludeva con l'affermazione capitale della fede: noi crediamo nel Padre che "resuscit Ges
Cristo Signore nostro dai morti" mentre questi "si era consegnato alla
morte a causa delle nostre trasgressioni" (citazione relativa al Servo
sofferente, Is 53,4-5), e fu resuscitato per donare a noi la "giustificazione" divina, ossia la Misericordia che ricrea l'amicizia degli uomini redenti con Dio (4,24-25).
Paolo prosegue l'argomento. Noi siamo quindi "giustificati" dalla
fede. Che abbandono alla divina Misericordia, "accettare di essere
gi stati accettati" dal Padre che abbandon alla morte il Figlio per donarci lo Spirito Santo, poich solo lo Spirito Santo "giustifica" restituendo la comunione con Dio. Perci ormai dobbiamo possedere e vivere la pace, eirn, con il Padre sempre mediata dal Figlio (v. 1). La
pace non un dono statico ed appiattito alla dimensione quotidiana. Infatti Cristo Signore per la sovrabbondanza infinita della grazia divina ci
ottiene anche nella fede salvifica di essere ammessi alla prosagg,
l'ingresso al Padre che attende tutti i figli (v. 2a). Sopra si parlato di
questo "ingresso" divinizzante, che omaggio al Re divino, andare a
ricevere l'assoluzione dal Giudice divino, processione sacra festosa
gioiosa al Dio nostro da adorare eternamente. Il Condottiero di questo
evento finale ed immenso Cristo Risorto, che con il Padre dona lo
Spirito Santo ai suoi fedeli. conseguente, e guai se non lo fosse, che
umilmente e per gioiosamente noi dobbiamo essere fieri, kuchomai,
vantarci santamente nella ferma speranza che siamo destinati alla Gloria divina eterna (v. 2b). Paolo lo ripeter con altri esiti anche dopo (cf.
Rom 8,28-30).
Tuttavia il realismo impone di considerare che noi stiamo tuttora vivendo la vita del mondo, nella storia con le sue immani miserie e vilt
e tradimenti e disillusioni. Tutto questo causa ai fedeli del Signore le
tribolazioni, thlipseis, e proprio di queste dobbiamo anche vantarci
(kuchomai), non respingerle con orrore come non esistesse alcun esito
dal "mondo" malvagio. Anzi, la partenza per comprendere in pieno lo
statuto nuovo destinato dall'eternit a chi ama Dio (cf. ancora 8,28-30),
proprio dall'inevitabile, e per cos dire assegnata situazione, che si
concentra nell'unica thlipsis detta anche megdl, "grande", la tribolazione totale, avvolgente, finale. Partenza per una serie di conseguenze a
catena, bens in crescita. Infatti la "tribolazione" produce la vera e determinante virt cristiana, la "pazienza", hypomon (v. 3). Si detto sopra che hypomon sopportazione, magnanimit nelle prove, coraggio
del sottostare e subire quando ci si dovrebbe ribellare, costanza, tutto
riassunto nel termine comprensivo della "pazienza".
E la pazienza capo di fila di un seguito di eventi che portano alla
496

DOMENICA 3" DI MATTEO

perfezione: la pazienza infatti produce quella "prova" di idoneit che fa


superare spiritualmente indenni ogni avversit, che non lascia scossi,
abbattuti, svuotati e fiacchi; ma anzi, passare al laminatoio crocifiggente
della prova suscita in noi, sempre per pura Grazia, la speranza, elpis,
che la fede certa del conseguimento della Promessa per dono gratuito
(v. 4). Ma che altro questo se non ripresentare la "fede tentata" di
Abramo, sottoposto alla tribolazione dell*esilio e dell'attesa, "provato"
dal sacrifcio richiestogli di Isacco? Abramo padre nostro nella fede,
che ci insegna ancora "contro la speranza a credere nella speranza"
(Rom 4,18). Ma dette per primo gloria a Dio, sapendo senza esitazione
che Egli "quanto promette potente anche nell'attuario" (4,22).
L'ultima conseguenza grandiosa. "La speranza non lascia confusi", citazione del Sal 21,6b, quando i Padri dell'A.T. gridarono al Signore e furono liberati. Poich chi tribolato ma paziente, si lascia provare. E la prova, al contrario di come di solito avviene, produce in lui
la speranza. Ebbene, questo vero figlio d'Abramo stato preparato all'Evento: adesso, e solo adesso VAgape di Dio da Dio "versata" nel
cuore del fedele mediante lo Spirito Santo donato (v. 5).
Questo tratto uno dei passi pi celebri e studiati dell'intera Scrittura, fin dall'epoca dei Padri, e di fatto sul piano teologico ed antropologico, ma anche ecclesiologico ed escatologico, un inesauribile motivo
di approfondimento. il centr dell'intera vita spirituale cristiana, a
partire dal santo e trasformante battesimo e dalla consacrazione sacerdotale che la confermazione.
Ora, l'iniziazione ai Misteri suppone una "preparazione"; in genere
questa nei secoli diventata piuttosto istruzione catechetica sulle primarie verit della fede, sulla pratica della preghiera, sulla purificazione
morale, sull'acquisto iniziale delle virt. Paolo qui ci insegna piuttosto
un uragano permanente che dobbiamo lasciar abbattere sull'intera
nostra esistenza, e lungo l'intera nostra esistenza, poich la trafila
causale tribolazione-pazienza-prova-speranza non un momento, nel
senso che, acquisita la speranza, spariscono la tribolazione e la prova
da "sopportare" con la pazienza come Grazia divina. Al contrario, occorre riflettere ali'indietro: la speranza virt divina parallela e concomitante con la fede e la carit (1 Cor 13,13) dono eterno, per
l'eternit. E non soddisfatta mai di conseguire la promessa, ma si
riaccende per tendersi verso l'Infinito divino in eterno. Quindi in un
certo senso il fedele ha necessit della prova e della tribolazione, che
accetta nella pazienza. Non si ha qui un "rito di passaggio", bens una
condizione permanente che trae verso la Pienezza. E questa lo Spirito
Santo, la Dre, il Dono supremo del Padre ai suoi figli mediante
Cristo Risorto.
Il v. 5 cos centrale. Lo Spirito Santo "donato" dal Padre insieme
497

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Mediatore e divino Contenuto, poich il medesimo Padre versa, effonde (ekchynn) la sua Agape divina personale nel cuore dei fedeli. L'immagine simbolica del versamento-effusione richiama un fluido, ossia
l'acqua o il fuoco. Insieme, per, richiama il "luogo" dove avviene tale
azione, e qui esso determinato strettamente: "i cuori". Ora, hai
kardiai, i cuori, sono considerati anche come "recipienti" e contenitori
del Tesoro che cos non deve disperdersi. Ma quale luogo riceveva nell'A.T. l'effusione, la libazione sacrificale? L'altare sacrificale, da dove
nel fuoco si innalzava l'oblazione accetta al Signore, nell'adorazione e
nell'amore del suo popolo. I cuori dei battezzati dunque sono questo altare vivente e permanente, sul quale il Padre stesso versa, affinch vi rimanga, il Dono del suo Amore, la divina Effusione, il Fuoco, lo Spirito
Santo, ottenuto dal Figlio. L'immagine medesima ricorre anche in At
2,32-33, come conclusione concreta del primo discorso kerygmatico di
Pietro il giorno della Pentecoste del Fuoco: ormai, dopo la Resurrezione, glorificato alla Destra del Padre, Cristo Signore stesso riceve la
Promessa del Padre, lo Spirito Santo, e lo effonde (ekch) sui discepoli, "quel medesimo Spirito che voi vedete e voi ascoltate", conclude
Pietro, ossia: nei discepoli che lo ricevettero. E Pietro al v. 38 esorta i
presenti a convenirsi (vedi qui la trafila dell'accettazione: tribolazionepazienza-prova-speranza, riassunte nella metnoia), a farsi battezzare
nel Nome del Risorto, ad accettare la Dre dello Spirito Santo. Ed al
v. 39 spiega che questa era la Promessa per essi, Ebrei fedeli e per i loro
figli, adesso realizzata nella vocazione che il Padre porge con misericordia. Vicini e lontani sono chiamati alla vita nuova e comunitaria.
Il cuore fedele altare sacrificale sul quale presente e vive l'Amore divino di carit che lo Spirito Santo. Spirito di santit e di preghiera e di sacrifcio e d'offerta e di trasformazione, come insister Paolo
(Rom 12,1; FU 3,3; anche Pietro: 1 Pt 2,1-10). anche il grande insegnamento di S. Giovanni Crisostomo: l'altare del sacrificio gradito
l'Assemblea santa dei fedeli.
Questo Dono-Effusione nessun uomo mai sapr e potr procurare a
se stesso. Esso il Gratuito divino gratificante, e viene solo dal Fatto
determinante della storia degli uomini: l'impotenza degli uomini peccatori fu colmata quando, al "momento opportuno", il kairs decretato
dal Padre (cf. Gai 4,4-6), il Figlio accett di morire in favore degli
"empi, asebis", quelli che non hanno riguardo per la Maest divina (v.
6), gli ingrati, anche gravemente incoscienti della loro sorte di rovina.
Ora, chi vorr mai dare la propria vita per gli "iniqui"? Al massimo, e
per di rado, qualcuno, mosso da un empito di generosit, accetter di
morire in favore di un giusto (v. 7a), e forse qualche altro in favore di
un uomo buono (v. 7b). Di rado, forse; e cos, chi si sostitu a Socrate?
Nessuno. Episodi di eroismo nella storia non si contano, ma sempre in
498

DOMENICA 3' DI MATTEO

favore di persone ritenute giuste e buone, come donne innocenti, bambini ed anziani indifesi, e soprattutto la patria, la "madre" giusta e buona per eccellenza. Ma per uno o pi malvagi? Chi avrebbe accettata l'esecuzione capitale in sostituzione di Barabba, o di scontare la pena per
Caino, e di sollevare dalla sua tragedia Giuda "il traditore del suo Maestro"? Nessuno.
Anzi, non esatto: Uno, l'Unico. E per indicibile Disegno del Padre
suo e nostro. Poich il Padre rese stabile (synistmi), rese nota, dimostr, prov questa sua Agape, la Carit divina verso noi nel modo pi
assurdo e paradossale per la piccola mente umana, inaccettabile perch
ripugnante alla morale del piccolo egoismo e delle sicurezze: far morire
il Figlio Monogenito "per noi", gli empi, peccatori, ingrati, incoscienti
della nostra sorte di rovina meritata (v. 8). Non esiste una carit "altra",
"pi grande". Anzi, la Chiesa consapevole fa proclamare tutto questo in
ogni celebrazione dei divini Misteri, nel fatidico "tn di'hmds tos
anthrpous ki dia tn hmetran strian, il quale a causa (a favore)
di noi uomini (peccatori) e per la nostra (impossibile a noi) salvezza"
comp tutto l'Evento redentore.
E adesso, prosegue Paolo (v. 9), ci troviamo nella situazione ideale,
poich noi siamo "molto di pi giustificati", resi accetti al Padre, in
grazia del Sangue "prezioso", ossia "prezzo" della Redenzione, e prezzo unico, il pi caro che fosse possibile. Questa mediazione di Morte
che Vita ci dona la futura salvezza (sthsmetha, al futuro), e questa
immediatamente si configura come scampo dall'ira divina. La quale
non un "sentimento" vendicativo di un dio crudele e dalla giustizia
insaziabile. Bens quella da noi peccatori provocata dall'inizio, sempre e comunque, e che ricade su noi stessi - in un certo senso, non il
Padre Buono ci giudica, ma il peccato stesso "nostro" ci condanna senza
scampo, se proprio il Padre non ci liberasse nel modo pi impensabile,
con il Sangue del Figlio.
La conseguenza finale ben vista dall'Apostolo. Eravamo nemici di
Dio, "per natura figli dell'ira", prodotti dall'ira del peccato (cf. Efes
2,3), eppure il Padre ci si riconcili nell'amicizia della carit in grazia
della Morte dell'Unico Figlio. Ma allora, tarito pi vivendo questa riconciliazione troveremo la salvezza totale nella Vita dell'Unico Figlio
(v. 10). Qualche capitolo dopo l'Apostolo definisce lapidariamente
questa nuova ed esaltante condizione: "la vita in Cristo - vita nello Spirito": Rom 8,9.
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 19,2, "Salmo regale"; 27,9, "Supplica individuale".
L'Orante, che rappresenta la santa assemblea, intercede per il Re
499

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

messianico, affinch il Signore lo esaudisca soprattutto nella tribolazione inevitabile, e gli conceda protezione come "Dio di Giacobbe", l'altro nome di Israele, il popolo santo, al cui servizio totale il Re stato
divinamente assegnato.
Viene 1'"epiclesi per la nazione" (Stichos, Sai 27,9), tante volte ripetuta dalla santa Liturgia. Vedi qui l'Ufficio regale doW rthros, il Tropario 1, e YApolytikion, Tono 1, della Festa dell'Esaltazione della
Croce. una preghiera che si innalza dal cuore tribolato del popolo
santo, che rimette ogni sua speranza nel Signore, il Dio dell'alleanza,
nella formula "Dio nostro - popolo tuo". Solo da Lui viene la salvezza,
da nessun fatto o iniziativa del popolo stesso, o dei suoi capi.
E per il Signore si acquist con il "prezzo" del Sangue del Figlio
1'"eredit", il possesso speciale, personale, che il suo popolo redento,
come aveva cominciato dall'A.T. (cf. Es 19,3-6) e prosegue nel tempo
della Grazia senza fine (cf. per il N.T., Efes 1,14.18; Col 3,24; Hb 9,15;
1 Pt 1,4). Unica eredit divina, che sta anche nel possesso del Figlio
Erede (cf. Ebr 1,2; Rom 8,17). Ora, il popolo-eredit stesso chiede la
divina benedizione, secondo la legge biblica che "la benedizione torna
sempre al Benedicente, ed unisce a Lui il benedetto".
b)Mt 6,22-33
Prosegue la proclamazione di Matteo. Occorre sempre ricordare il
modo di questa proclamazione liturgica solenne.
Il "tempo dopo la Pentecoste" infatti offre nel continuo celebrativo
i contenuti "liturgici", sempre portati dalla pericope evangelica. Ora,
in specie Matteo e Luca qui sono proclamati con una relativa "continuit", secondo la "lettura continua" o "semi-continua". Il che significa che ciascun Evangelo, per quanto possibile per cos dire incontrato
e passato in rassegna tutto, o, meglio, vuole esso stesso passare davanti a noi nel suo svolgersi naturale. E questo a sua volta indica che
ancora una volta la proclamazione avviene secondo lo schema originale, ossia a partire dalla Resurrezione, e subito contemplando il Signore
Risorto - dopo, a causa, a partire dalla Resurrezione - mentre battezzato dal Padre con lo Spirito Santo, consacrato alla sua missione con il
"Programma divino" che consiste nell'annuncio dell'Evangelo del Regno con l'esplicitazione della sua divina dottrina, nelle "opere del Regno" che sono della carit regale divina, nel culto ininterrotto di amore
filiale al Padre.
Ad ogni avanzamento domenicale, il nostro pensiero deve riandare
sempre alla Resurrezione e al Battesimo del Signore, poich la pericope del giorno riporta i due Eventi, il primo come "il Tutto", il secondo
come una "Parte" che rimanda ma gi contiene "il Tutto". Dunque ogni
pericope sar un'altra "Parte" illuminata dalla Luce increata della Re500

DOMENICA 3" DI MATTEO

surrezione, ed esplicitante il "Programma battesimale" episodio dopo


episodio, sempre tenendo conto che tale Programma conduce come al
fine divinamente disposto alla santa Croce e alla Gloria.
In questo modo chiaro che Mt 6,22-23, che si proclama oggi, Domenica del Signore, ci offre in modo prezioso la Dottrina del Signore,
la spiegazione dell'annuncio originario dell'Evangelo del Regno (Mt
4,17; vedi spiegazioni alla Domenica precedente a questa). Il contesto
il "discorso della montagna", Mt 5,1 - 7,29, per la cui struttura si rimanda alla presentazione dell'Evangelo di Matteo. In specie, il cap. 6
riporta la "catechesi" del Signore su elemosina (6,1-4), preghiera (6,15,
con al centro il "Padre nostro", 6,9-13), digiuno (6,16-18), e finalmente
sull'impatto con il mondo ed i suoi beni veri o supposti (6, 19-34).
La pericope odierna comincia con un'affermazione singolare ed assoluta contenuta nei vv. 6,22-23, che seguita da quella recisa del v.
24. Ambe le affermazioni suppongono i vv. 19-21, che in pratica mettono in guardia dai beni terreni che si debbono abbandonare con la morte,
e indirizzano verso il Tesoro inalterabile del cielo, con l'ammonizione
grave e per molti versi drammatica: "dove infatti sta il tesoro 'tuo', l
sta anche il cuore 'tuo'" (v. 22). Ossia: il cuore tuo aderisce sempre a
quanto tu ritieni che sia "per te solo" il tesoro da conseguire e da possedere. La chiave di lettura dunque il cuore. I Padri qui interpretarono,
come sempre acutamente, che secondo la discrezione del cuore-intelligenza si decide per ciascuno la divinizzazione, che la tensione al Tesoro divino, o la rovina, che il perdersi in beni transeunti che sono
uno dei supremi "ostacoli", veri diaframmi impeditivi verso la Vita
eterna (i ricchi difficilmente entrano nel Regno, Mt 19,23-24).
Ora, al cuore-intelligenza come istanza di indagine della realt che
si presenta agli uomini, corrisponde la strumentalit necessaria, in apparenza pi materiale, dell'occhio. Questo la lucerna che fa luce nell'incertezza delle tenebre, quello che dirige i passi verso il sicuro visibilizzato per quanto possibile. come l'occhio dell'anima, lucerna,
lychnos, del "corpo", ossia del resto della persona. L'occhio fedele pu
anche farsi aiutare dalla Luce divina per poter vedere la realt vera, come dice il Salmista: "La Parola tua, fiaccola per i miei passi, luce sul
mio sentiero" (Sai 118,105). Ma anche da se stesso, secondo le leggi
della creazione, dotato di potere visivo e discretivo. in sostanza la
coscienza umana in s e per s. La quale si pu trovare in due condizioni, opposte in modo radicale. Si pu configurare come "occhio semplice", ossia non mescolato con elementi estranei rovinosi, perci un "occhio sano", in grado di funzionare egregiamente, di scrutare dove sta il
Tesoro vero, ed allora l'intero corpo-persona sar irradiato dalla luce
benefica, sar luminoso (v. 22). Il Signore stesso anzi prescrive ai discepoli di essere "il sale della terra e la luce del mondo", cos che tutti
501

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

vedano le opere buone e possano glorificare il Padre nei cieli (5,13-16,


quasi all'inizio del "discorso della montagna"; e vedi qui il rito iniziale
della consegna al Vescovo del trikrion e del dikrion nella Divina Liturgia solenne).
Al contrario, se l'occhio-intelligenza-coscienza malvagio (ponrs,
preda del Ponrs, il Malvagio per definizione, da cui chiediamo di essere liberati nel "Padre nostro", Mt 6,13), l'intero corpo-persona sar
sommerso dalle tenebre, diventer tenebra (v. 23a), ossia non vedr pi
gli oggetti veri e necessari all'esistenza sana, buona, brancoler nell'errore, si perder in esso. Di qui la conseguenza "dal maggiore al minore", uno dei procedimenti del ragionamento rabbinico: se l'elemento
positivo "luce" diventer nella persona l'elemento negativo "tenebra",
quanto grande sar questa tenebra? Sar totale, e rovina totale (v. 23b).
Paolo in una pagina terrificante mostra in atto tale procedimento della
coscienza (Rom 1,16-32). Dio ha creato l'uomo libero, con una coscienza intelligente, tale che scrutando con ordine le opere create giunga al
Creatore, da "conoscere e riconoscere" rendendogli grazie e salendo
dunque alla comunione con Lui. L'uomo per pu rifiutarvisi, poich
anche "conoscendo" Dio, si rifiuta di tributargli l'omaggio dovuto, rivolgendosi invece a dare culto alle creature (idololatria). Allora Dio lo
abbandona alla rovina intellettuale e morale, ai perversi desideri del
cuore. E si ha qui l'ottenebramento: l'intelletto oscurato determina l'immoralit, e questa accresce le tenebre dell'intelletto, fino alla rovina finale. Paolo qui si ispira al lucido passo di Sap 13 sulla stoltezza dell'idololatria, il rivolgersi alla creatura anzich al Creatore, che pure, argomentando rettamente, nella luce, si pu raggiungere.
I beni materiali rovinosi, ottenebranti l'occhio-luce tornano sotto altro profilo nella seconda affermazione sul Mammona (v. 24b). Nella vita
umana occorre decidersi radicalmente e per sempre, accettando di
servire un unico "padrone" e rigettando qualsiasi altro padrone; altrimenti il duplice servizio a due padroni porter all'amore per uno, e all'odio per l'altro. Tra il Dio Vivente e il terribile tiranno che schiavizza
l'umanit, il Mamnds (dall'aramaico mamn', lucro, guadagno), occorre decidere fin dall'inizio con chi stare, chi servire. La Scrittura lo
aveva prescritto, come risuona nelle tentazioni del Signore, alla terza
delle quali, che propone a Ges di "guadagnare" solo per s tutti i regni
del mondo e la loro gloria effimera (che sempre vergognosa), a patto
di "adorare-servire" satana, il Signore risponde dichiarando la sua scelta
originaria ed irremovibile: " stato scritto (da Dio): Tu adorerai il Signore Dio tuo, e solo Lui servirai!" (Dt 6,13), dove il "servire" biblico
significa lavorare, essere schiavo, dare culto (cf. Mt 4,8-10). Dio porta
a s verso la vertigine umanamente irraggiungibile della sua Gloria. Il
Mammona trascina verso l'abisso insaziabilmente divoratore dell'avidit e dell'avarizia, che hanno sempre rovinato la vita degli uomini.
502

DOMENICA 3' DI MATTEO

I versetti che seguono sono le esortazioni ed incoraggiamenti del Signore a confidare nella Bont provvidente del Padre celeste. I figli suoi
debbono non farsi travolgere dalle mrimnai, come prega la santa Liturgia al momento della Grande isodos. Sono le preoccupazioni biotiki,
della vita, sintetizzate nel "mangiare e bere e rivestirsi", ossia il vivere
quotidiano, il benessere, il consumismo, oggi diventato ossessione che
rovina anche i popoli giovani, ma ieri non meno ossessivo (v. 25a). Ges avverte che "anima e corpo", ossia l'intera persona dell'uomo, valgono pi del cibo e delle vesti, dunque l'uomo deve preoccuparsi anzitutto e soprattutto della salute spirituale della sua persona (v. 25b). Il
rinvio classico, con lo squisito senso poetico per la creazione e le creature che contrassegna splendidamente anche l'intellettualit e la sensibilit umane del Signore, agli uccelli, esseri liberi per eccellenza, il cui
volo che tutto spazia un mirabile gioco gioioso; eppure essi non conducono un'agricoltura n un'industria dell'agricoltura: mietere dopo seminato, raccogliere nel silos per la distribuzione e trasformazione in
prodotti finiti. Essi vivono alla giornata, nutriti dal Padre Buono. Anche
qui la conclusione di tipo rabbinico, "dal minore al maggiore": gli uccelli valgono meno, infinitamente, degli uomini (v. 26), perci Dio si
prender cura degli uomini infinitamente di pi. E anche se gli uomini
nella rivendicata autonomia si preoccupano di tutto e sempre {merimnd), non raggiungono gran che, tanto da non avere il potere di crescere "un cubito" di statura; il cubito,pchys, era circa cm. 46 (v. 27).
L'altro rimando ai gigli del campo, che in Palestina nella primavera
inoltrata formano un incredibile tappeto variopinto, un "rivestimento"
che neppure Salomone, famigerato per la sfrontata ricchezza, ha mai
posseduto. I gigli, eppure, crescono tranquilli e splendidi, non si
affaticano n tessono il loro vestito. Invece gli uomini si preoccupano
tanto di vestirsi; oggi una sterminata industria vi sovrintende, e la "moda" impone le sue tirannie di stagione in stagione (vv. 28-29). La sanzione di questo un altro procedimento "dal minore al maggiore": Dio
si compiace di rivestire di tanto splendore una vegetazione che presto si
dissecca ed destinata al fuoco, e dunque tanto pi provveder a rivestire i figli suoi, bench "poveri di fede" (v. 30).
La Bont del Padre infatti infinita. Gli uomini si preoccupano (merimn) giorno per giorno della loro sussistenza e del loro decoro esterno, fatto che va rimosso (v. 31), poich proprio di quelli che non conoscono il Dio Vivente, i pagani idololatri. Il Padre in realt l'unico
che conosca le reali necessit dei figli suoi, quelle che se soddisfatte li
conducono verso la Vita (v. 32). Nel contesto del "discorso della montagna", ed introducendo al "Padre nostro", Ges aveva avvertito di non
imitare i pagani che credono di essere esauditi dalle loro divinit false
moltiplicando le richieste:
503

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Infatti conosce il Padre vostro quello di cui necessitate,


prima che voi chiediate a Lui (Mt 6,8).
Qui Ges sta sulla direzione tracciata dai Profeti, come in Is 65,24:
Allora avverr: prima che essi chiamino, Io risponder,
10 li esaudir mentre essi ancora parlano.
Il Padre Buono perci guarda ai suoi figli anche mentre questi non
guardano affatto a Lui, e provvede ad essi anche quando essi neppure
sanno o possono o vogliono chiedere a Lui quanto necessario, indispensabile per la vita vera.
11 v. 33 la sanzione generale delle parole offerte ai discepoli. Occor
re "per prima realt" cercare il Regno di Dio e la sua Giustizia. "Cerca
re" nella Scrittura un tema enorme. Occorre "cercare Dio", il quale al
lora solo si far trovare. Cos si cerca la Sapienza Sposa, che si fa posse
dere. La Sposa a sua volta nel Cantico cerca lo Sposo, finch questo tro
va lui la Sposa nella disposizione dell'incontro. Cercare indica il seg
mento della vita umana, quello che ciascuno ha a disposizione per rea
lizzare quanto il Signore dispone per lui. Cercare, ancora, convertirsi e
chiedere la comunione. "Il Regno" qui indica l'intera Realt divina, la
sola salvezza per gli uomini. In specie in Mt 12,28 il Regno sono Cristo
e lo Spirito Santo, finalmente venuti tra gli uomini (cf. Le 11,20). La
Giustizia divina a sua volta, essendo la Misericordia soccorritrice, di
mentica del non merito umano, implica che i "cercatori" di essa diventi
no come il Padre, perfetti come Lui (Mt 5,48), misericordiosi come Lui
(nel parallelo di Le 6,36), testi che rinviano alla loro fonte comune, Lev
19,2: "Siate santi, poich Santo sono Io, il Signore Dio vostro!".
Solo allora il Signore stesso oltre il dono della santit, far ai suoi figli il dono di "tutto questo", le necessit della vita. Ma qui occorre tenere presente di nuovo il "Padre nostro", poich il Signore con esso ci
insegna a pregare cos: "Padre nostro...venga il Regno tuo...il pane nostro dona a noi oggi" (Mt 6,9-11), dove a "pane" aggiunto il misterioso
aggettivo epiosios, "supersustanziale, superessenziale", altrimenti, e
non male, tradotto con "quotidiano". il pane donato, che ha questa
straordinaria efficacia: giorno dopo giorno nutre i figli, in modo da farli
giungere al Regno cercato, che per viene a trovarci. E tale "pane" non
sar che la Parola che si mangia, il pane anche corporale, e il Pane divino dei Misteri trasformanti.
6. Megalinario
Della Domenica, Axin esti.
7. Koinnikn
Della Domenica, Sai 148,1.
504

DOMENICA 4a DOPO PENTECOSTE


4a di Matteo
"Sul centurione"
1. Antifone
Della Domenica, o i Typikd e i Makarismi.
2.Eisodikn
Della Domenica.
3.Tropari
1) Apolytikion anastsimon, Tono 3: il canto chiama ad esultare le
realt celesti, ed a gioire quelle terrestri, poich il Signore oper fatti
potenti con il suo Braccio (cf. Es 15,6). Infatti con la sua Morte calpest la Morte, divenne Primogenito dei morti, dal ventre avido dell'Ade
redense noi, e offr al mondo la grande Misericordia.
2) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3)Kontdkion'. Prostasia tnchristiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 46,7.2, "Salmo della regalit divina"
La gioia dell'assemblea per la Presenza gloriosa del Signore che si
magnificato "ascendendo in alto" (v. 6), la porta ad esortare tutti i popoli
affinch vengano e cantino Salmi a Dio, Re del suo popolo (formula
dell'alleanza), quindi affinch partecipino alla medesima e pi qualificante preghiera d'Israele, i Salmi. I popoli perci (Stichos, v. 2) debbono
applaudire al Signore nella gioia della celebrazione universale.
b) flora 6,18-23
L'inizio del cap. 6 si legge durante la Vigilia della Resurrezione, la
mattina del Sabato santo e grande. Oggi la "lettura continua" di Romani porta a terminare il capitolo medesimo.
Battezzati nella Morte del Signore, onde conseguire la sua Resurrezione, i fedeli sono anche morti al peccato, che non deve regnare pi
nella loro esistenza; essi erano schiavi del peccato, adesso si sono fatti
schiavi del Signore (cf. 1,1, Paolo stesso), per vivere secondo la grazia
(vv. 1-17). Insieme, liberati da Cristo e dunque strappati al peccato, i
fedeli debbono rendersi anche schiavi della giustizia divina, la Misericordia che scorrendo nella Grazia dello Spirito Santo riporta alla comunione con Dio (v. 18). Sul piano umano, infatti, su cui prosegue Paolo,
la debolezza irrimediabile della carne minata dal peccato, portava gli
505

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

uomini un tempo ad offrire le proprie membra alla schiavit delle turpitudini, nel processo catastrofico, irreversibile, di passare di iniquit in
iniquit, dove "iniquit", greco anomia, indica ogni fatto ed opera ed
atteggiamento degli uomini che si contrapponga e infranga il nmos, la
legge naturale iscritta nei cuori di tutti gli uomini, i pagani, e la Legge
divina per gli Ebrei. Cos una volta. Ma adesso i fedeli sono invitati a
"presentare" (paristmi, verbo del sacrificio che si offre) le proprie
membra battezzate quali schiave d'amore sottoposte alla divina Giustizia-Misericordia, sulla via della totale santificazione (v. 19). esposta
cos in scorcio condensato una "teologia della storia" della salvezza,
nella violenta contrapposizione tra "allora eravate... adesso siete", nella situazione contrastante di prima e di dopo la santificazione battesimale, di morte e resurrezione, che conduce all'attuale condizione di
crescita nella santit donata divinamente. E l'Apostolo ne da ulteriore
spiegazione, sempre sotto il segno dell'"allora" e dell'"adesso". I fedeli
attuali, i Romani, provenienti all'inizio dagli Ebrei e progressivamente
anche dai pagani, alla fine dell'anno 57 d.C, ossia 27 anni dopo la Resurrezione del Signore, sono gi una comunit potente per la fede e le
opere di carit e missionarie. Ma sono una comunit ancora non "apostolica", perch fondata solo da missionari pervenuti da Gerusalemme.
Essa resta piena di problemi, tra i quali la fede dono divino, e le opere
umane che non possono procurare n la fede, n la giustificazione, n
la santit, n la salvezza. Ogni sforzo umano sul piano religioso sterile
e vanificante. La giustizia dono, come lo sono la fede, la giustificazione, la santit.
Esiste in realt un prima del dono divino, ed un dopo. Il v. 20 lo mostra ancora una volta. "Allora" prima del battesimo i fedeli erano semplicemente "schiavi del peccato", il padrone che conduceva le loro esistenze a suo capriccio, e capriccio rovinoso; ed insieme, i medesimi fedeli erano "liberi quanto alla giustizia", ossia fuori della giustizia, alienati da essa. Il rilievo amaro che segue non indigna l'Apostolo, che lo
pone per far riflettere pi a fondo i fedeli, con un altro "allora" e "adesso": nella vita anteatta, di peccato, chiede Paolo, quale frutto ricavaste?
molto chiaro: quello di morte e di dissoluzione. Di cui "adesso" i battezzati, se ci ripensano, si vergognano. E forse peggio, se il fine a cui
conducevano quelle azioni era la morte dell'anima (v. 21).
E su questo rimbalzo di conversione (vergognarsi del passato indegno), "adesso" Cristo li ha liberati (eleuther) dal peccato, ma li ha resi schiavi (doul) di Dio: ossia lavoratori e servi per Lui, e adoratori
di Lui. Cos solo finalmente essi hanno trovato "il frutto loro" proiettati
verso la santificazione, il cui fine mirabile la Vita eterna (v. 22). In un
testo di pochi anni prima (verso il 54 d.C), ad altri fedeli in gravi difficolt di fede e di culto, i Galati, Paolo aveva parlato egualmente di pec506

DOMENICA4 DI MATTEO

cato, di morte, di schiavit, e per anche di libert di Cristo, di vita, di


santificazione. Ed aveva additato il contenuto finale che la vita fedele
deve conseguire, "il Frutto dello Spirito Santo", che descritto in 3 triplette di termini, i cui primi 3 sono "amore gioia pace" (Gai 5,22-23).
Frutto che Vita eterna, come in Rom 6,22.
La Vita eterna contrastata radicalmente dalla morte, la quale non
voluta dal Signore Creatore buono (cf. Sap 2,23-24), che anzi vuole
che il peccatore si converta e viva, come proclamano numerosi testi: Ez
3,18; 18,23.32; Sap 1,13; 11,24; 12,19; Eccli 11,14; 1 Tim 2,4.6; 2 Pt
3,9. La morte causata solo dall'uomo, e precisamente dal suo peccato,
poich del peccato la morte solo "lo stipendio, t opsnia", la tragica
conseguenza (v. 23a).
Invece il "dono gratificante, chrisma" che proviene dal Dio Vivente
unico e totale. E la Vita eterna dello Spirito Santo, che si consegue "in
Cristo Ges Signore nostro", ancora una volta richiamato nella
"formula dell'alleanza" (v. 23b).
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sal 30,2.3b, "Supplica individuale"
L'Orante in un momento tribolato della sua esistenza fedele, esprime sempre la sua totale fiducia nel Signore, suo unico Rifugio, affidandosi al quale sa di non restare mai confuso, ossia di non essere perduto
e senza rimedio alla fine della sua vita. Perci innalza l'epiclesi suprema: la salvezza divina che proviene dall'intervento misericordioso,
soccorrevole del Signore, quale liberazione da ogni pericolo e recezione del suo grande leos, la Misericordia trasformante.
Prosegue l'epiclesi (Stichos, v. 3b), che chiede al Signore di farsi
potente Difesa, una Fortezza inaccessibile ed invincibile, dove il fedele
trova sicura salvezza per sempre.
b)Mt 8,5-13
Matteo concentra a blocchi l'insegnamento di Ges (ad esempio, il
"discorso della montagna, 5,1 - 7,29), quale annuncio dell'Evangelo
del Regno e sua dottrina da comunicare, e le "opere del Regno", ossia i
miracoli e prodigi, ad esempio il cap. 8.
Ora, "unto dallo Spirito Santo" al Battesimo, Ges "pass come Re
benefattore" (At 10,38, testo capitale), realizzando il Programma battesimale: Evangelo, opere e culto al Padre. In questo davanti a noi non
scorre una "cronaca" di fatti abbelliti da narrazioni edificanti. Al contrario, la cruda realt del Signore nel suo ministero messianico non facile gli occorre tutta la Potenza dello Spirito Santo! , non si pone
come una pia lettura: Cristo che passa con i discepoli esige che noi,
507

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

battezzati con Lui ed in Lui (cf. Rom 6) dallo Spirito Santo, ci facciamo
suoi fedeli "seguaci", nella sequela, akolouthia, di Lui dovunque vada,
e fedeli operatori con Lui delle opere di cui Egli da il "segno" affinch
noi le proseguiamo: "Farete opere maggiori delle mie" (Gv 14,12), secondo la precisa disposizione del Padre. Se Egli annuncia l'Evangelo e
lo insegna, se opera la carit, se da culto filiale al Padre, desidera che
noi siamo investiti del medesimo atteggiamento attivo, contemplandolo
ed imitandolo.
Oggi il Signore compie un'"opera del Regno" nella sua Potenza battesimale. A Cafarnao, quindi sui bordi del Mare di Tiberiade, viene il
Signore, e subito visitato da un centurione romano, un pagano, probabilmente della ferina Legio X Fretensis, i cui militi erano assoldati in
Italia, nell'attuale Val di Non; il centurione perci un Anauno, una
popolazione allora e dopo largamente temuta per la sua indomita fierezza, coraggio e spietatezza; il simbolo di quella legione era il cinghiale, il maiale selvatico, che era stato scelto per spregio del conquistatore
superbo perch era uno degli animali che la Legge santa rigettava come
impuro (cf. Lev 11,7, nel contesto degli animali puri e mangiabili, e impuri e cos da evitare e da rigettare: Lev 11,1-47). E il fatto stesso che il
Signore accetti di parlare, forse di essere toccato da un pagano, che di
certo mangiava ogni sorta di cibo impuro, agli occhi della gente era
un'offesa, poich Ges con tale gesto si rendeva leviticamente impuro
(chi tocca qualunque persona, animale, cibo, oggetto gravato da impurit, si contamina, ed tenuto ai riti della purificazione).
Il centurione subito "invoca" (parakal) Ges (v. 5), il suo intervento, e gli spiega che il pis suo, quindi il servo suo (pois vuoi dire
anche figlio) sta gettato in casa, investito da paralisi, e terribilmente
soffre, tormentato (v. 6). Non dice di pi, nella sua umilt che si trova
davanti a chi ritiene tanto superiore a lui. Ges gli risponde in modo
che le sue parole possano intendersi in due modi: "Io, venendo, lo curo" (v. 7), oppure: "Proprio io debbo venire, se voglio curarlo?" In genere si adotta la prima versione, ma considerando l'episodio la seconda
versione del tutto pertinente.
La replica del centurione celebre, una professione di indegnit,
seguita tuttavia dall'insistenza sulla richiesta, e poi da una mirabile
motivazione. L'ufficiale anzitutto dice di non essere degno, stante la
sua estraneit alla situazione di un Ebreo come Ges, da tutti conosciuto come devoto ed osservante della Legge, che oltre tutto si contaminerebbe entrando in casa di un pagano impuro (v. 8a). Per questo si
contenta "solo" che Ges pronunci una parola, da lontano, e il servo
sar guarito, non solo curato (v. 8b). "Solo una parola". fede e fiducia, ed affidamento ed abbandono alla buona volont di Ges, questo
estraneo conosciuto da vicino per la prima volta. Il centurione nella
508

DOMENICA 4" DI MATTEO

sua fede non remissiva, intuisce che Ges ha il potere sul male. Non
come uno stregone che opera riti, usa materiali creduti magici, recita
formule strane, fa bere pozioni preparate con scongiuri, esegue unzioni con sangue di animali, e cos via. "Solo una parola" all'ufficiale, un
Amen alla sua fede.
Il centurione spiega come vede il potere di Ges, in un certo modo
paragonandosi a Lui. Egli si riconosce militare inappuntabile, che ha
sopra di lui Vexousia, il potere di ufficiali superiori. Anche egli ha il
suo potere, assegnatogli da quei superiori. E lo usa dovutamente sui
"soldati sottoposti". Ai quali impartisce ordini puntuali, ad uno ordina:
"Va!", ad esempio per un'azione militare, e quello esegue obbediente.
Ad un altro ordina: "Vieni!", ad esempio chiedendogli il resoconto di
operazioni militari, ed anche quello gli obbedisce. Non solo, allo stesso
servo adesso malato dice, in tempo normale: "Fa questo", e quello
esegue (v. 9).
Che significa tanta esemplificazione di potere-obbedienza? Il centurione pi che i discepoli di Ges ha compreso chi Egli . Su Ges (evidentemente, noi qui distinguiamo: in quanto Uomo vero) sta YExousia
di Dio, che Egli in fondo non fa che eseguire volontariamente. Infatti
ha ricevuto la "sua" Exousia anche quale Figlio dell'uomo a cui affidato divinamente il destino del mondo. Lo dir mentre invia in missione
i discepoli dopo la Resurrezione, dotandoli del medesimo Potere: Mt
28,18-20 (su cui vedi sopra, il Sabato santo e grande). Anche Ges riceve gli ordini dal Padre: "Va", e venne tra gli uomini; "Vieni", e risale
nella Gloria del Padre; "Fa", ed esegue tutte le opere divine che ha
ascoltato dal Padre (cf. qui la teologia giovannea). Poi ai discepoli trasmetter, con il suo Potere che lo Spirito Santo, anche quegli imperativi, ed altri. Il centurione ha scoperto che Ges in tutto obbediente a
Dio, e gli chiede che quest'obbedienza almeno in parte, "con una parola
unica", sia applicata anche a chi sa di "non essere degno".
La reazione di Ges del tutto conseguente: la meraviglia (verbo
thaumzo). Ossia la gioia che il campo di Dio si sia ormai ampliato, almeno per uno spazio ancora piccolo, fuori d'Israele, alle nazioni pagane, alle quali per s il Figlio di Dio non inviato, comelo dice nettamente (cf. MM 5,24; e vedi la Domenica 17a di Matted). Cos si rivolge a
quanti Lo seguono affinch partecipino alla sua meraviglia ed alla sua
gioia: "In verit, Io parlo a voi!" Quanto dice negativo solo in parte:
in Israele evidentemente trov la fede, poich nella fede e nella speranza Israele attendeva la venuta del Regno. Per una fede "cos grande"
nessuno in Israele ha mai mostrato di possedere (v. 10).
Perci adesso la Realt divina che il Regno mostra di ampliarsi
senza pi confini. Come i Profeti avevano annunciato, i pagani in vaste
masse giungeranno "dagli orienti e dagli occidenti", ossia da ogni parte
509

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

del mondo abitato, a prendere parte all'Evento finale. Cos era promesso da Is 49,12; 59,19; Mal 1,11; in /s 66,18-23 sar un corollario. Il
Centro il Convito messianico (cf. Is 25,5-12, nel contesto dell'"apocalisse d'Isaia", 24,1 - 27,13), a cui presiede la figura del Padre celeste,
ossia il padre Abramo con la genealogia regale, Isacco e Giacobbe. Il
luogo, il Regno dei cieli, che sar finalmente abitato dal "popolo di
Dio", popolo di popoli redenti e santificati (v. 11). Tale Convito dei popoli, festoso e solenne, potr avere anche un orribile aspetto negativo,
per temibile contrasto. Se il centurione pagano ha tanta fede, e sar ammesso al Convito, chi dei "figli del Regno", ossia d'Israele che attendeva le promesse, non sar trovato con la fede, potr essere gettato fuori,
espulso nelle tenebre, dove regneranno contro la gioia il pianto, e contro il mangiare abbondante lo stridore dei denti (v. 12). Tali espressioni
ricorreranno poi a proposito del Convito regale (Mt 22,13), di chi sar
sorpreso non vigilante nella Venuta finale (24,51), del servo che ha
sciupato il talento (25,30). Questa non crudelt spietata. Poich avvertimento pronunciato in tempo. Che lascia a tutti largo "spazio di
conversione" del cuore. Mentre il Signore dona a tutti la grazia della
medesima conversione.
Ges per deve ancora rispondere al centurione, un dovere del Re
messianico ad un suo futuro "ufficiale". Ed l'esaudimento puntuale e
totale della richiesta: "Va. E come avesti fede, in questo tutto ti avvenga", ti sia fatto, ti sia donato (v. 13a).
H centurione ebbe fede che Ges avrebbe guarito il suo povero servo gettato nei tormenti del male. E questo fu guarito subito, "in quell'ora". Non prima dunque della manifestazione di fede dell'ufficiale.
Ma neppure molto tempo dopo 1'"unica Parola" di Ges (v. 13b). Poich le opere mirabili del Regno sono prodigiose, ed il prodigio istantaneo.
6 Megalinario Della
Domenica.
7.Koindnkn Della
Domenica.

510

DOMENICA 5a DOPO PENTECOSTE


5a di Matteo
"Sui due indemoniati"
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1)Apolytikion anastsimon, Tono 4: il Krygma gioioso della Resur
rezione le Donne fedeli lo ebbero dall'Angelo, esse discepole del Si
gnore, che cos, rigettata la condanna dei Progenitori, con giusto vanto
parlarono agli Apostoli: "Fu depredata la Morte, fu risvegliato Cristo
Dio, che dona al mondo la grande Misericordia!.
2)Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3)Kontkion: Prostasia ton christiann.
4.Apstolos
a) Prokimenon: Sai 103,24.1, "Inno di Lode"
Vedi il Salmo prooimiaks del Vespro. La lode ammirata e sempre
nuova del Salmista rivolta al Signore. Egli nella magnificenza indicibile della sua Maest creatrice opera solo realizzazioni grandiose, che
investono di stupore gli uomini che le contemplano. Infatti il Signore
crea tutto sempre e solo insieme con la sua divina Sapienza, suprema
Artefice e singolare Architetto della costruzione ordinata del cosmo (cf.
Prov 8,22-36).
L'Orante perci esorta tutta la sua esistenza (Stichos, v. 1) a lodare il
Signore con Yeulogia, la benedizione "la benedizione torna sempre
sul benedicente, ed unisce a lui il Benedetto" , una delle forme supreme della preghiera fedele, e la motivazione una sola: il Signore
Dio dell'alleanza ("Dio mio") si magnifico dall'eternit, nelle opere
della storia, per l'eternit.
b)Rom 10,1-10
II contesto la sezione dei cap. 9-11 che Paolo dedica al gravissimo
problema in s e per i fedeli, che il "mistero d'Israele".
Al centro della sua trattazione, l'Apostolo certifica a questi fratelli
nella fede comune che sono i Romani, che il suo cuore si compiace
511

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

senza interruzione degli altri suoi fratelli nella carne che sono gli Ebrei;
Yeudokia, il pensare e volere in favore, che riempie il cuore di lui.
Inoltre, Paolo perennemente fa salire la "supplica, dsis" al Signore in
favore degli Ebrei, chiedendo comunque la loro salvezza (v. 1). E degli
Ebrei presenta anche la condizione attuale, ossia dopo Cristo.
In 9,3-4 aveva richiamato i privilegi eterni di Israele, che Dio per il
titolo della Promessa e dell'alleanza non abolir mai. In 11,28-29 ribadir che gli Ebrei sono i diletti {agapti) di Dio a causa dei Patriarchii,
per cui "i doni e la vocazione di Dio sono senza pentimento" (11,29).
Allora, che avviene in Israele, di cui una parte peraltro, e proprio gli
Apostoli in essa, hanno accettato Cristo quale Messia divino d'Israele?
H v. 10,2 traccia un bilancio. Ai Romani, Paolo assicura questo: agli
Ebrei testimonia senza reticenze che hanno "zelo verso Dio", che un
sincero sentimento di adorazione, di devozione, di santificazione del
Nome divino, seguendo fedelmente la Legge santa. Tuttavia tanto zelo
non rivolto, o non dettato aXY epignsis, ossia una totale e profonda
"conoscenza" (gnsis + epi), che viene da una totale e profonda esperienza della realt; insomma l'ignoranza di fatti fondamentali, che
muterebbero l'esperienza spirituale in altra dimensione.
L'oggetto ignorato la "Giustizia di Dio". In parole diverse, il
Gratuito divino, il dono, come si accenn, che non pu essere mai conseguito da nessuno sforzo morale e spirituale che provenga dall'iniziativa solo umana. Ogni "merito", secondo il Disegno divino, non pu
essere acquisito prima, o peggio senza l'iniziativa divina; nessun uomo
pu diventare amico di Dio, e cos giusto, santo, degno, se gi prima
Dio non lo abbia reso tale. Nessuno pu salvarsi solo in forza della propria buona volont seguita dalle proprie azioni buone. Poich Dio sta
prima, durante, dopo ogni pensiero e volont ed azione degli uomini.
Paolo in altro contesto, e di fatto impressionante, dopo l'"inno dei
Filippesi" (FU 2,6-11), ha dato la risposta definitiva alla questione della
fede e delle opere:
Dio infatti l'Operante in voi
sia il volere, sia l'operare,
a causa della (sua) Eudokia (compiacimento) (FU 2,13).
Il che significa offrire la soluzione del problema della fede e delle
opere, e della giustificazione. La fede dono divino che previene, accompagna e segue il fedele che lo riceve. Le opere a loro volta sono
egualmente dono divino preveniente concomitante conseguente il fedele che accetta di compierle. Cos le opere sono la doverosa risposta al
dono della fede che giustifica, che rende amici di Dio, che rende santi.
Qui si spiega la parabola dei talenti, i quali agli uomini che dovranno
512

TAVOLA

15 - La Metamorphosis del Signore - Chiesa del Crocifisso della Casa generalizia della Congregazione Figlie di S. Macrina, Mezzojuso; mosaico di
Pantaleo Giannaccari di Monreale, sec. 20.

TAVOLA

16-LaNascita della Theotkos - Santuario urbano di Maria SS.ma


Odighitria, Piana degli Albanesi; di Alfonso Caccese, a. 1987.

DOMENICA 5" DI MATTEO

trafficarli sono dati prima, senza che essi ne possano acquisire la distribuzione, e per il guadagno causato dai talenti stessi, dunque dal
"dono", dalla Grazia il premio, o il merito. In altri termini teologici, Paolo dice il medesimo: "la fede, mediante la carit sta in azione"
(Gai 5,6). Ossia chi ha la fede, per amore di Dio e del prossimo due
forme di amore anche verso se stessi... , si rende attivamente, instancabilmente operaio del bene. S. Paolo, chiamato a Damasco, dopo Damasco al cui evento non aveva nessun merito, pose in azione la sua fede per amore di Cristo e delle nazioni pagane che a lui furono assegnate
quale campo missionario.
In Rom 10,3 a chi si rivolge Paolo, a tutti gli Ebrei? Non pare, poich anche tra i rabbini del suo tempo numerosi erano quelli che professavano che il Signore dona sempre Lui, prima durante dopo ciascun
uomo fedele. Era questa la precisa dottrina dell'A.T., e baster qui citare
la "dottrina" pi conosciuta dal popolo fedele, perch era oggetto di
preghiera e celebrazione, i Salmi. Ad es. il Sai 43, una "Supplica comunitaria", riconosce che il Signore solo conquist la terra promessa, con
la Destra potente, e non invece "i Padri", la generazione dell'esodo e
dell'ingresso nella patria (Sai 43,2-4), tratto che proviene da Dt 8,17.
Ora di certo tra gli Ebrei alcuni, certo molti, avevano un'immensa devozione alla Trah, e la coscienza di obbedire al Signore che l'aveva
donata, se ne realizzavano minutamente i precetti, credendo cos di acquisire meriti. Ma ancora oggi, quanti cristiani adempiono riti, usanze,
precetti, ad esempio fare elemosina, per acquisire meriti? Non pochi.
cercare di "porre la propria giustizia", non stare soggetti totalmente a
quella divina (Rom 10,3b). In un certo senso, l'io della devozione attiva
sopraffa l'io dell'abbandono in Dio.
Il contrasto sta allora nell'interpretazione. In una celebre statuizione,
Mos proclam che l'uomo che attua la giustizia portata dalla Legge,
deve vivere in essa, deve viverne totalmente (v. 5, con citazione di Lev
18,5). Come dire che chi attua la morale evangelica deve vivere totalmente dell'Evangelo e nella morale che ne deriva. La giustizia che deriva dalla fede come suo vissuto, parla questo linguaggio.
E qui Paolo (v. 6) non esce dal contesto della Legge, bens cita il testo di Dt 30,12-13, dove la grandezza della divina Parola non deve portare il fedele a cercare altri contenuti, ad esempio nella sublimit del
cielo, e questo aggiunge l'Apostolo farne discendere Cristo,
Parola autentica di Dio. E non deve portare il medesimo fedele a cercare i medesimi contenuti divini discendendo nelle profondit della terra
(v. 7a), e questo, sempre secondo l'Apostolo far salire Cristo dai morti
(v. 7b): salire, o discendere in questo caso azione impossibile agli
uomini, e neppure richiesta ad essi.
Infatti la Scrittura finalmente parla la piana verit. citato al v. 8 il
513

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

testo di Dt 30,14, posto in continuit con la citazione precedente dei


vv. 6-7. E questa parola grandiosa: "Vicino a te sta la Parola, nella
bocca tua e nel cuore tuo". Per Paolo "la Parola della fede", quella
predicata da lui quale Apostolo; il verbo kryssd, specifico della primitiva predicazione apostolica. Tale Parola, che al v. 17 Paolo definisce
"la Parola di Cristo, rhma Christo", porta chi ascolta alla confessione
(homolog): "Kyrios, IsosV, ossia, come gi si vide (cf. Sabato
santo e grande): "II Signore (dell'A.T.), (questo Uomo) Ges!",
l'antichissima formula battesimale aramaica (cf. anche 1 Cor 12,3).
Tale formula "con la bocca" deve per essere accompagnata dal
"credere nel cuore", ossia nella profondit ultima della persona. Questo ne il contenuto: Dio resuscit Cristo dai morti. Confessione spinta
dalla fede: ecco la stria, la salvezza, che non esiste in nessun altro
modo (v. 9). Cos il cuore sede della fede, e questa corre verso la
giustificazione, mentre la confessione esplicita, "con la bocca" fa correre verso la salvezza (v. 10).
Ogni battezzato deve riflettere su queste realt, che si tende spesso a
dimenticare, preferendo una stanca pratica religiosa.
5. E VANGELO
a) Alleluia: Sai 44,5.8, "Salmo regale"
L'elogio del Re messianico gli riconosce la maestosit e il suo scendere in campo in favore del Disegno divino, che fedelt (verit) e misericordia (giustizia). In questo il Re riporta la vittoria con l'invincibile
suo arco, arma di fedelt e di giustizia.
Infatti (Stichos, v. 8) egli ama la divina giustizia, come odia l'iniquit che il rifiuto di usare misericordia. Per questo egli il prescelto
dal Signore, il "Dio suo", ossia Dio della sua alleanza. E come contrassegno indelebile di questa vocazione singolare il Signore ha voluto
consacrarselo con l'unzione regale sacerdotale profetica nuziale, eseguita con l'"olio della gioia" messianica adesso in pieno svolgimento
di effetti. L'Unto-consacrato perci l'unico prescelto, e resta tale. Tutti
gli altri suoi compagni, pur valorosi, restano dietro a lui, sotto a lui nel
Disegno divino per lui. Ma Cristo solo ebbe questa Unzione (At
10,38), il Diletto Unico, e come Re-benefattore pass operando il Bene
messianico (ivi).
b)Mt 8,28 -9,1
Cristo Unto dallo Spirito del Padre dopo il Battesimo passa quindi
operando il Bene messianico con "segni e prodigi" con cui conferma
l'Evangelo del Regno, e trae i suoi discepoli di allora, e di oggi, al suo
seguito, per cooperare con Lui al Bene messianico, in questo caso alle
guarigioni.
514

DOMENICA 5" DI MATTEO

La pericope di fatto narra un caso singolare, che presenta anche un


risvolto umoristico, bench insiemesiainizialmente tragico.Vedi il parallelo nella Domenica 6* 5l luca- tfesu traversa ll la(?<l Genesar* o di Tiberiade,
ed approda sulla sponda del paese che i codici manoscritti chiamano sia
dei Gadareni, sia dei Geraseni, sia dei Gergeseni. La citt principale in
effetti si chiamava Gerasa, archeologicamente bene studiata, a met
della riva occidentale del lago. Dal territorio desertico intorno all'abitato
gli si fanno incontro due "indemoniati", ossia posseduti dallo spirito del
male, uscendo dai sepolcri in cui avevano trovato orrido rifugio. il
"segno" della pi profonda rovina morale. Come quella del popolo
amato a cui il Signore tendeva le mani tutto il giorno, ma questo fu
ribelle, idololatra, "che si sedeva tra le tombe e pernottava in luoghi
isolati" (Is 65,4). I due sono spaventosi nell'aspetto, tanto che per il
terrore nessuno osava pi passare per "quella via", la via che porta al
cimitero (v. 28). La presentazione apre su una scena terrificante. Si tratta
di due poveri esseri, ridotti a larve, e tuttavia animati da forze
prodigiose. Essi sono l'immagine e somiglianz di Dio, che per secondo le sapienti spiegazioni dei Padri, hanno perduto la homisis, la
somiglianz, la grazia divina originaria ed originante, la vita della carit che assimila al Signore Misericordioso. E sono quindi "sfigurati" in
modo terrificante, vissuti da dentro, come appaiono, dalla Potenza nemica di Dio e della sua icona. Proprio questa Potenza, che pure intelligente, spinge i due allo scontro impari con il Signore.
Di qui il primo impatto, che cerca di porre le distanze da Colui che
la perfetta Icona e Somiglianz del Padre nello Spirito Santo (cf. Col
1,15). Essi cominciano intanto a gridare per suscitare spavento. Le parole, per s, "Che (c') tra noi e Te, Figlio di Dio?", sono semitiche, ed
intendono dire circa questo: Tra noi e Te, non esiste contrasto, noi qui,
per i fatti nostri, Tu l, per i fatti tuoi. E per lo spirito del male sa anche, ha buona memoria, che il Signore aveva dato appuntamento ad esso, al Serpente antico, con la Promessa messianica consegnata ad Eva,
irreversibile, inesorabile: "Io pongo inimicizia tra te e la Donna, tra il
seme (= discendenza) tuo ed il Seme di Lei: Egli ti schiaccer la testa, e
tu lo insidierai al calcagno" (Gen 3,15). I Padri sanno che la Donna,
l'va nuova, la Vergine Maria, ed il santo Seme di Lei il Figlio Monogenito di Dio. La promessa messianica, e dunque la minaccia mortale
per il serpente, per Decreto divino ha un kairs, il tempo opportuno
fissato. Anche Paolo ricorda in Gai 4,4, quando viene al mondo il Nato
dalla Donna, inviato dal Padre con lo Spirito Santo per rendere agli uomini la filiazione divina, ossia l'icona e la somiglianz recuperate e
santificate (Gai 4,5-6).
Lo spirito del male quindi interpella Ges, sapendo tutto questo, e
cercando di metterlo in mora: "Venisti prima del kairs, del momento
515

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

stabilito, per torturarci?" (v. 29). Esso cerca di respingere fino all'ultimo istante il compiersi ineludibile del Disegno divino. Tentativo senza
fondamento e senza esito. " stato compiuto il kairs, si avvicin il
Regno!" la prima Parola del Battezzato, che predica l'Evangelo e
chiama alla conversione (cf. Me 1,14-15). Non si torna indietro sul
tempo di Dio. Anzi, l'espulsione dei demoni con lo Spirito Santo il
"segno" che ormai il Regno sta qui (Mt 12,28).
Nella narrazione di Matteo (diversamente e pi compiutamente in
quella di Marco: 5,1-20, testo pi particolareggiato), Ges resta inesorabilmente muto. Ha respinto il primo assalto. Adesso passa al contrattacco. Lo spirito del male parla al plurale, "noi". Allora si tratta di molti.
"Legione", ossia numero ingente, dice Le 8,30; Me 5,9. Essi allora
implorano: "Se ci espelli" dagli uomini; in effetti in Me 5,8 Ges li
aveva espulsi dall'uomo indemoniato (uno solo in questa redazione), e
proseguono: allora, facci la cortesia di inviarci nel branco dei maiali (v.
31 ), che pascolava numeroso l vicino, con i loro porcari (v. 30).
Ed ecco l'aspetto umoristico. Ges ordina: "Andate". Sta cos realizzando la promessa antica, del Dio Misericordioso che toglie l'iniquit: "Egli si volger, avr misericordia di noi, calpester le colpe nostre, sprofonder negli abissi del mare tutti i peccati nostri!" {Mich
7,18-19). Gli spiriti malvagi perci si precipitano sui maiali, "entrano"
per cos dire in essi, e all'improvviso l'intera mandria si spinge lungo
la scarpata nel mare, ed i poveri animali muoiono nell'acqua (v. 32).
I maiali erano animali proibiti dalla Legge (cf. ancora Lev 11,7). Se
erano allevati in grandi branchi, segno che quella regione era abitata
da pagani, o almeno da Ebrei non osservanti. Gli spiriti impuri scelgono un animale impuro. E precipitano con i maiali nell'abisso, il luogo
simbolico che, fino alla distruzione finale (cf. Ap 20,11-15), massimamente adatto all'"Angelo delle tenebre". Cos gli spiriti malvagi che
tentano di ingannare il Figlio di Dio, sono ingannati a loro volta, irrisi e
sconfitti. Almeno per quel momento, ed in quella terra, non possono
pi nuocere agli uomini innocenti.
Si pu immaginare il terrore dei porcari che avevano assistito al
duello ed alla sua conclusione. Essi scappano a riferire l'accaduto alla
citt, a Gerasa, compresa la sorte positiva dei due indemoniati, ormai
liberati dagli spiriti e resi alla vita normale e riammessi all'assemblea
liturgica (v. 33). L'intera cittadinanza, come avviene nei paesi dove una
notizia si diffonde fulminea, va incontro a Ges, Lo scrutano, e incredibilmente, nulla avendo compreso della grandiosit dell'accaduto, Lo
pregano di uscire dal loro territorio (v. 34). Essi cos rifiutano la Visita
di Dio. Non cos in Marco (5,18), dove l'unico indemoniato guarito
chiede di seguire Ges, che invece lo rinvia a portare la Visita di Dio a
516

DOMENICA 5" DIMATTEO

casa sua: "quanto oper il Signore per te, e come abbia avuto misericordia per te" (v. 19). probabile, con questo, che l'indemoniato adesso redento sia un pagano. Infatti inizialmente Ges, che per ora inviato solo "alle pecore perdute della casa d'Israele", ed a queste invia i
suoi discepoli ebrei, non voglia per cos dire reclutare altri che non siano ebrei (cf. 10,6), mentre al "giovane ricco", evidentemente un Ebreo,
aveva detto, sia pure invano: "Seguimi" (19,21).
Il Re Unto appare qui mentre sta prendendo gradualmente possesso
nello Spirito Santo del Regno del Padre, che il demonio cerca di occupare con tutti i mezzi in una lotta terribile, ma gi perduta. Cristo sta
operando cos la sua Liturgia, 1'"opera in favore del popolo", da cui
salgono al Padre lode e azione di grazie.
6. Megalinario
Della Domenica, Axin esti.
1. Koinnikn
Della Domenica, Sai 148,1.

517

DOMENICA e DOPO PENTECOSTE 6a


di Matteo
"Sul paralitico"
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik ed i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikion anastsimon, Tono 5: i fedeli sono chiamati ad inneg
giare e ad adorare Cristo nelle sue due nature, quale Verbo che come il
Padre e lo Spirito imprincipiato (eterno), e il medesimo come partori
to dalla Vergine per la nostra salvezza. Poich si compiacque di salire
nella carne sulla Croce e di sopportare la morte, ma insieme, con la sua
gloriosa Resurrezione, di risvegliare i morti.
2) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3) Kontkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 11,8.2, "Supplica comunitaria".
La preghiera si fa affermazione di fiducia certa: il Signore custodir
con cura i suoi fedeli, e questi chiedono di essere protetti dalla presente
generazione umana, tutta ricolma di malvagit.
E cos sale 1'"epiclesi per la salvezza" (Stichos, v. 2): tutta l'assemblea santa invoca il Signore nel momento in cui la catastrofe appare pi
evidente, poich i buoni e santi sono isolati come minoranza nel prevalere della menzogna e della falsit tra tutti gli uomini.
b)Rom 12,6-14
II cap. 12 dell'Epistola considerato come l'inizio della parte "parenetica", ossia esortatoria e pratica, come i cap. 1-11 sono ritenuti la parte
"teologica". Tali divisioni sono solo scolastiche, e non riposano sulla
realt, poich per Paolo la "teologia" deve diventare pratica della vita
di fede, e la "parenesi" deve innalzare alla vita di perfezione, al Mistero, ossia alla "teologia".
Di fatto, Rom 12,1 parla del "sacrificio nello Spirito Santo", per il
quale si debbono offrire tutti i fedeli, mentre il v. 2 avverte di non
conformarsi con questo secolo malvagio. I vv. 3-5 spiegano come la
518

DOMENICA 6' DI MATTEO

Comunit sia un corpo organicamente articolato, con molte funzioni,


dove nessuno deve prevaricare sui fratelli.
Cos questo "corpo" dotato di "gratificazioni, charismata", tutte
derivate dall'unica Grazia, come Dono divino assolutamente gratuito. I
carismi sono, anzi, debbono essere diversi, poich nel mondo governato
dallo Spirito Santo, che la Grazia divina increata da cui scaturiscono
supereffluentemente i doni singoli e tutti i doni, non esiste uniformit,
come se la vita spirituale fosse un esercito di soldatini di piombo tutti
con la divisa identica, comandati da "superiori" autonomi, per una
battaglia inesistente verso cui l'esercito scagliato. Spesso infatti la
"vita religiosa" si presenta cos ai fedeli e al mondo. La vita nello Spirito Santo ha una diversit stupefacente, che si potrebbe ad esempio riscontrare contemplando i Santi della Chiesa e delle Chiese.
Paolo al v. 6 enumera alcuni di questi carismi. Ne aveva parlato gi
in 1 Cor 12, per ben 30 versetti, da cui si trae una lista complessa: carismi come linguaggio di sapienza e linguaggio di scienza, fede, guarigioni, miracoli, profezia, discernimento degli spiriti, lingue, interpretazione delle lingue, un intreccio impressionante. Ma l'Apostolo drasticamente e quasi impazientemente con molta ragione! aveva avvertito che i carismi anzitutto sono per V utilit comune (1 Cor 12,7) e
non per comodo e prestigio dei singoli; poi che quelli essenziali, destinati a non cessare mai nella Chiesa, sono Vapostoli, essere apostoli, la
prophtia, la profezia, ossia interpretazione delle Scritture nella sinassi eucaristica (e anche fuori), infine i didskaloi, i maestri di dottrina
nella Comunit (1 Cor 12,28). Tutti gli altri carismi sono subordinati,
eventuali, sottoposti alla disciplina ordinata degli Apostoli. Infine, Paolo
in 1 Cor 12,31 invita tutti i fedeli ad ambire alla "via superiore", ossia la
fede, la speranza e la carit ("inno della carit", 1 Cor 13,12), destinati
all'eternit (1 Cor 13,13). L'Apostolo non aveva esitato a denunciare
severamente la confusione che propria delle assemblee dove vogliono
prevalere i "carismatici", che imponevano la loro ingombrante ed
inutile presenza a quanti invece volevano pregare sul serio (1 Cor 14),
terminando: "Cercate il dono di profezia", quindi, l'interpretazione delle
Scritture; "Tutto avvenga con decoro ed in ordine" (1 Cor 14,40). In
Efes 4,11 l'Apostolo ha definitivamente riaffermato i carismi cardine:
apostoli, profeti, evangelisti, pastori, maestri, in pratica, quello che
saranno poco dopo i Vescovi e presbiteri nella Chiesa. E tace di tutti gli
altri carismi.
Questo era necessario per comprendere adesso Rom 12,5-8, dove
sembra che l'Apostolo elenchi senza ordine, o forse cos proprio appositamente, i carismi della comunit dei fedeli a Roma. Va tenuto presente che l'Epistola ai Romani (anno 57) segue la 1 Corinzi (anno 56)
ma precede Efesini (anno 59), e perci cos si pu seguire il processo
519

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

d'approfondimento tipico di Paolo, il quale non solo era "ispirato" dallo Spirito Santo, ma rifletteva anche intensamente sulle Realt divine ai
fini dell'evangelizzazione.
La Comunit quindi di "molti, unico corpo in Cristo", in quel rapporto organico dove le membra sono in funzione reciproca (Rom 12,5).
E le funzioni sono diverse, in interazione e complemento reciproco.
L'elenco viene al v. 6b. Esso comincia con il carisma di prophtia,
la profezia. Il termine indica il parlare, phmi, davanti, pro. Il profeta
l'uomo della Parola mossa dallo Spirito di Dio, ed ha ricevuto la vocazione per svolgere tale compito centrale nell'Economia della salvezza,
e quindi da parte di Dio parla "davanti" al popolo, ma da parte del popolo e non per mandato del popolo, bens sempre per divino ufficio
parla "davanti" a Dio. perci anche mediatore, talvolta in modo
doloroso, ingrato, scomodo, come avvenne a Geremia e ad Ezechiele.
Cos il profeta vero "legge" la Parola e alla luce di questa poi "legge"
la realt, annuncia i diritti divini in situazioni limite, legge la storia passata e presente e futura, e come tale anche la annuncia, la "predice". La
predispone. La inizia.
Nel N.T. la profezia il secondo carisma dopo l'apostolato. Sono i
due principali carismi, quelli che "fondano le Chiese" stabilmente, gli
Apostoli istituendole divinamente fin dall'inizio, i Profeti di continuo
convocandole, confermandole nella Parola, rafforzandole nella fede,
guidandole secondo il Disegno divino portato dalla Parola medesima.
Da questo punto di vista, mentre i profeti non sono Apostoli, vero
per che gli Apostoli di necessit sono anche profeti, poich stabilmente,
mentre stanno in funzione, debbono anche amministrare il dono divino
della Parola che salva e trasforma. L'esempio classico la sterminata
"omelia" che Paolo tenne a Troade durante la sinassi eucaristica, di
Domenica, ossia nella notte dal sabato alla Domenica (At 20,7-12).
A Roma cos Paolo trova il carisma di profezia. Se l'analisi giusta,
tracciata la storia della misteriosa comunit cristiana di Roma quasi
all'arrivo di Pietro e Paolo, che apostolicamente fondarono qui "la
Chiesa di Dio". In Rom 1,7 (e gi in 1 Cor 1,2) se ne ha il prodromo,
quando Paolo chiama i fedeli di Roma "kltihagioi, vocati santi", che
senza alcun dubbio rinvia alla Klt hagia, la Convocazione santa del
deserto (cf. Es 12,16; Lev 23,2.3.4.7.8.21; 24,27.35.36.37; Num 28,25),
che detta anche YEkklsia to Theo dell'A.T., quella che fa esodo
verso la patria (cf. Dt 23,1.2; 1 Cron 28,8; 29,20; Neh 13,1; Nich 2,5;
Lam 1,10).
Esiste quindi a Roma una vera Chiesa, con le note di "apostolica".
Nel suo seno esiste chi spiega le Scritture durante la celebrazione del
Signore, il "profeta" (uno, ma forse di pi). I primi missionari da Gerusalemme importarono a Roma il costume ebraico di leggere le Scritture
520

DOMENICA 6" DI MATTEO

come celebrazione, uso che Cristo Signore aveva divinamente sanzionato, avendolo gi praticato sistematicamente ed insegnando e ordinando
che fosse tramandato. Baster qui collegare l'insegnamento prima della
moltiplicazione dei pani e dei pesci con quello della parabola del seme
della Parola (cf. il testo esemplare, da giustapporre perch forma unico
contesto continuo, in Me 4,1-20 e 6,34-44), proseguendo con la lunga
catechesi durante la Cena (cf. in specie Gv 13-16), per terminare con il
mandato missionario finale di Mt 28,16-20; Me 16,15-20.
Paolo annota che la profezia deve svolgersi "secondo l'analogia della fede", ossia non deve mai prevaricare sulla fede comune, n trascenderla, n obliterarla (v. 6b). Norma preziosa, di cui nei secoli delle
Chiese, in Oriente come in Occidente, non sempre si tenne conto, con
risultati penosi che stanno sotto gli occhi nostri.
Al v. 7a viene il carisma della diakonia, il ministero e servizio fraterno
nella comunit. Come istituzione apostolica, la diakonia si ebbe a Gerusalemme, con i 7 primi diaconi (At 6,1-7), con imposizione delle mani e
incarico specifico; essa si era diffusa nelle comunit, in sinergia con gli
Apostoli, i Profeti, i presbiteri, e mai senza questi. A Roma il diacono indica che esisteva insieme al presbitero. Il diacono infatti richiamato qui
da Paolo alla sola diaconia, dunque a tenere il rango assegnatogli.
Viene poi il carisma del didskn en te didaskalia, il maestro che
deve limitarsi ad insegnare la "dottrina" della Chiesa. Questa carica carismatica dall'inizio, conflu poi in quello che sar il presbiterato sotto i
Vescovi (v. 7b).
Ilparakaln, che deve limitarsi alla pardklsis, l'esortatore, il consolatorc, anche l'aiuto nei casi difficili pardkltos anche Vad-vocatus, il "chiamato vicino" per patrocinare in giudizio . il carisma
che si pone al centro della guida delle anime, della pastorale, compito
difficile e delicato, non di tutti, tanto pi necessitoso della grazia dello
Spirito Santo (v. 8a).
Il metadidos deve operare en hapltti, con semplicit (rinvio a 2
Cor 8,2; 9,7, nel contesto delle "collette" per i poveri di Gerusalemme,
dei "Santi" della Comunit, gli Apostoli). il carisma della partecipazione, della distribuzione, della comunicazione di beni parimenti spirituali come materiali, che non fa concorrenza alla diaconia, ma sovrintende alla "gioia di donare" (2 Cor 9,7, che cita Prov 22,8) senza alcun
corrispettivo, con animo "semplice", ossia scevro da calcoli.
Viene finalmente il carisma singolare, hoprostdmenos, il "pre-stante" o presidente, al quale sembra che Paolo non limiti come per gli altri
carismi lo spazio e la competenza, ma al contrario sembra lodarlo con
l'espressione en sponde, "in fretta", il che significa con sollecitudine,
con alacre solerzia, con attivit infaticabile. Forse questo rivela diversi
fatti. La Comunit cristiana apostolica di Roma, "la cui fede divulga521

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

ta nell'intero mondo" e la cui carit attiva (cf. Rom 1,8), gi bene


strutturata, gi missionaria. Ha un presidente, almeno uno, ha i profeti,
esercita la diaconia, la cura spirituale. Si raccoglie per la celebrazione
del Signore, la sinassi eucaristica, poich il pristmenos precisamente colui che presiede sacerdotalmente la Divina Liturgia, anche con
il titolo analogo di proests, ancora in uso nella Chiesa bizantina. Conosciamo quest'ufficio oltre tutto dal pi antico testo cristiano che descriva una celebrazione eucaristica in atto, da S. Giustino Martire, 1
Apologia 67 (circa dell'anno 150, a Roma). A Roma dunque, verso
l'inverno del 57 d.C, esiste una vera Comunit, celebrante, attiva, fedele, dove si alzano al Trono della Misericordia le offerte pure del Sacrificio divino. Cos questo alluderebbe discretamente che Pietro, in
clandestinit, l' alacre pristmenos.
L'ultimo carisma (v. 8c) lo elen, colui che usa misericordia, il
quale deve agire en hilartti, con gioia. un altro ufficio nella cura
delle anime, forse destinato a trattare con i peccatori, gi allora non rari
nella Comunit, come il N.T. di continuo annota.
I vv. 9-14 sono un serrato elenco di esortazioni per singoli momenti
della vita spirituale comunitaria, in specie attinenti alla carit fraterna
che deve regnare nell'unico "corpo di Cristo" (cf. v. 5).
Ed anzitutto e soprattutto Vagape, la carit buona, che deve non essere ipocrita ma sincera e disinteressata (v. 9a). I fedeli al contrario
debbono odiare il male di qualunque specie (v. 9b), aderendo invece al
bene senza riserve ed a costo di qualunque conseguenza (v. 9c). I fratelli
debbono amare e privilegiare (philstorgo) la reciproca carit fraterna
(v. 10a), ed esercitare il dovere cos ingrato e difficile di prevenirsi
reciprocamente nel riconoscersi e tributarsi onore, in una specie di
emulazione che pone tutti nell'eguaglianza (v. 10b). Essi sono chiamati
ad attivarsi nella vita di fede e di carit (v. Ila), e questo accettando di
"essere brucianti di Spirito" Santo (v. lib). L'espressione t Pnumati
zontes del tutto singolare, e richiama il Fuoco di Pentecoste che deve
ardere in permanenza nel cuore dei fedeli, quei cuori, aveva detto Paolo
{Rom 5,5) dove lo Spirito quale divina Agape era stato riversato dal Padre stesso. Da tale contesto deriva il mirabile "Rito dello zon" nella
Divina Liturgia, il quale se visto da vicino l'esplicitazione della poco
precedente epiclesi ecclesiale per ottenere dal Padre mediante il Figlio
lo Spirito Tuttosanto e Buono e Vivificante, il permanente Creatore della
Chiesa radunata nel Nome adorato della Triade beata. Lo Spirito viene
"su noi" e sulle sante Offerte, tutto riempie della sua Potenza: "il
Fuoco" dell'Agape, di nuovo "significato" simbolicamente dallo zon
(v. 1 lb). Vedi la Nota alla Pentecoste.
L'esortazione centrale : voi dovete servire (doulu) il Signore (v.
522

DOMENICA 6" DIMATTEO

Ile). Essa viene in linea diretta da Cristo (Mt 4,10), che di diritto cita
l'A.T. (Dt 6,13). Servire, come va ripetuto, insieme lavorare per il Signore, essere suoi fedeli schiavi nell'eseguire la sua divina Volont,
prestargli l'adorazione dovuta alla sua Maest. Qui sta l'inizio di ogni
forma di vita fedele.
I fratelli inoltre debbono gioire per la speranza che ricevettero come
immenso dono battesimale e che anima la loro esistenza dirigendola
verso le Realt divine. In conseguenza debbono sottostare alla tribolazione inevitabile (di cui si parl sopra), e questo nella perseverante preghiera, che anima la vita di fede e la dirige ai suoi fini procurando l'abbondanza delle grazie (v. 12).
Un gruppo di esortazioni, che additano la perfezione della vita cristiana, vengono al v. 13. I fedeli di Roma debbono "comunicare
(konn) alle necessit dei Santi", ossia debbono farsi carico delle
Comunit degli Apostoli di Gerusalemme e della Palestina, le pi povere tra tutte; per esse Paolo, come si detto sopra, aveva gi organizzato le "collette" (cf. 1 Cor 8-9), e su questo torna inRom 15,25, quando avverte che ha in animo di tornare a Gerusalemme "per amministrare
(diakon) ai Santi". Inoltre, i fedeli dovranno "seguire", ossia cercare
sempre l'ospitalit. Le Comunit primitive a motivo dell'Evangelo
vedevano un continuo spostarsi di missionari, i quali avevano necessit
di basi sicure di appoggio. Lo stesso Paolo aveva usufruito di questo
ausilio, senza il quale la sua opera per l'Evangelo sarebbe stata quasi
impossibile, e ne da spesso notizia in rapporto soprattutto a Filippi, ma
anche a Corinto, e in Acaia, in Macedonia, in Asia minore. E conta
apertamente di godere di tanto aiuto anche a Roma, ponendone le premesse, come si vede bene dai saluti finali del cap. 16 dell'Epistola.
Un'ultima esortazione apostolica adesso riguarda la situazione di
evidente crisi in cui si trova la Comunit, pressata dall'esterno con le
prime forme d'insofferenza dell'ambiente pagano, acremente ostile,
che sfocer pochi anni dopo nell'aperta persecuzione di sangue. Paolo
ha subito gi persecuzioni, espulsioni, flagellazioni, consapevole di
trovarsi sulla via della sua "liberazione", il sacrificio offerto al Signore
(cf. FU 2,17, dell'anno 56; e definitiamente 2 Tim 4,6, dell'anno 61;
Paolo conosce gi la sua sorte). Il verbo qui spndomai, che indica il
sangue versato sull'altare sacrificale. Ora, l'Apostolo, che ha conosciuto
nei viaggi missionari l'ostilit crescente dovunque contro la fede di
Cristo, pone in guardia i fedeli di Roma contro quello che potrebbe
succedere, come di fatto avvenne. La persecuzione la "thlipsis
megl", la "tribolazione grande", ultima, a cui sono chiamati a "sottostare, hypomn" i fedeli del Signore. La reazione alla persecuzione
(verbo didk) deve essere la carit, non la vendetta, e la carit verso i
peccatori si deve esprimere con la massima forma possibile: non male523

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

dire (katardomai), poich biblicamente "maledire" significa allontanare, separare, condannare alla rovina, "la maledizione resta con il maledetto e lo porta alla rovina" lontano dal maledicente. Invece, benedire
(eulog), ottenere dal Signore la comunione salvifica redentrice,
poich "la benedizione torna sul Benedicente e Gli unisce il benedetto". Il Signore vuole la vita del peccatore, non che si perda. E i fedeli
perseguitati e messi a morte sono posti dal Signore quali mediatori, intercessori potenti perch santi, per la salvezza anche dei nemici pi
spietati, i persecutori. Oggi non meno di ieri (v. 14).
La pericope, in conclusione, un meraviglioso trattato duplice: a)
per i predicatori, "profeti" della Parola divina, che dovrebbero fare tesoro della dottrina dell'Apostolo; b) per i curatori di anime, che qui trovano le vie per guidare i fedeli alla pienezza. Ma anche i fedeli devono
trovare qui le necessarie esortazioni alla perfezione, questo dono sempre offerto, e cos poco usufruito.
E per, a guardare bene, sembra che Paolo, senza avvertire i lettori,
abbia voluto semplicemente tracciare per tutti i fedeli, ciascuno nella
sua condizione, quale debba essere in atto la loro assimilazione a Cristo
Signore. Poich il testo esorta ad "essere" e ad "agire" esattamente come Egli ed agisce.
Infatti, se si parte dal v. 5: "Cos (bench) i molti, unico corpo siamo
di Cristo, secondo ciascuno membra gli uni degli altri", e se si considera
che Cristo l'unico Ricapitolatore (Efes 1,10), si ha che al "corpo"
discende solo ma tutto quello che possiede la Testa-Capo.
Egli il possessore di tutti i Doni del Padre, nel Dono inconsumabile
dello Spirito Santo (v. 6a).
"il Profeta grande sorto in Israele" (Le 7,16), impareggiabile portatore della divina Parola e della sua interpretazione (cf. Le 24,2527.44-47). Parola parlata "davanti al" popolo santo, dal Mediatore che
parla per il popolo suo "davanti al" Padre suo (cf. Ebr7,25) (v. 6b).
Egli il "Diacono della circoncisione" (Rom 15,8), e si dichiara Egli
stesso Diacono venuto a servire, non per essere servito (Mt 20,28, che
cita il Servo sofferente, Is 53,10; cf. anche FU 2,7-8).
il Rabbi, il Didskalos, "il Maestro" per eccellenza, la cui didaskalia divina e vivificante (v. 7).
lui il Pardkltos, l'Avvocato potente ed il Consolatorc soave (1
Gv 2,1), che agisce da presso il Padre, e lascia 1'"altro Paraclito", lo
Spirito Santo (Gv 14,16.26; 15,26; 16,7).
"il Donante" per eccellenza: della Comunione con il Padre; della
Comunione dello Spirito Santo (1 Gv 1,1-4; 2 Cor 13,13); della Comunione del suo Corpo e Sangue (1 Cor 10,16-17); della sua Vita di Sposo per la Sposa. il Diletto di Dio poich "dona con gioia" (2 Cor 9,7,
524

DOMENICA 6 DI MATTEO

cf. Prov 22,8). il Codificatore del donare, e Paolo riporta un suo lgion dgraphon, un detto non scritto negli Evangeli canonici: " pi
beato donare che ricevere" (At 20,35). Per questo "da Ricco che era si
fece Povero, onde arricchire noi dalla sua povert" (2 Cor 8,9).
il nostro eterno Proistmenos, quale Sovrano e Pastore ed Episkopos edArchgs della fede nostra (Ebr 12,2), il Capo della Casa di Dio
(Ebr 3,6) e del suo Convito eterno (Ap 7,1-17; 19,6-9). Ed Egli in questo pose l'intera sua spoud, la fretta, lo zelo per cui non esit a salire
sulla santa Croce.
Ed lo Elen per eccellenza, di continuo mostratosi con le "viscere
di misericordia" (splagchnizomai) per le folle (Mt 9,36), alle quali invia
i discepoli per l'Evangelo, le opere del Regno ed il culto divino. E questo nella gioia del Regno (Gv 15,11; 17,13), la "sua Gioia" (v. 8).
Come "il Figlio dell'agape" del Padre, Cristo Signore donando lo
Spirito Santo dona questa Agape divina totale, trasparente, trasformante; l'intera "Preghiera sacerdotale" di Gv 17,1-26, ad esempio, dedicata a spiegare questo Dono supremo.
Il Signore ci insegna a detestare "il Male" in ogni sua forma, che ha
combattuto con tutte le sue forze nello Spirito Santo, e prosegue a combatterlo nei suoi discepoli fedeli che vivono la vita dello Spirito Santo (v. 9).
Egli ama i suoi come fratelli (Mt 28,10, e Gv 20,17, alla Resurrezione, come gesto finale ed insieme inaugurante). La carit operata su uno
dei suoi fratelli pi piccoli la riferisce a se stesso (Mt 25,40). E non si
vergogna di chiamare "fratelli" gli uomini bench peccatori (Ebr
2,11), poich gli sono donati da Dio ed a Lui deve riportarli ( Ebr 2,12,
che cita Sai 21,23 come profezia). E per essi si fatto Sommo Sacerdote misericordioso verso essi e fedele nelle realt del Padre (Ebr 2,17),
essi che debbono diventare assimilati a Lui, la perfetta Icona del Padre
nella gloria (Rom 8,28-30). Ed in questo, esiste maggior onore che
avrebbe potuto tributare alla razza di Adamo? (v. 10).
Lo zelo del Signore, la divina sponde, mostra quanto Egli sia "nello
Spirito, bruciante": "Fuoco venni a portare sulla terra, e che altro desidero, se non che sia acceso?" (Le 12,49). E con questo Fuoco divino, lo
Spirito Santo, da cui battezzato, battezza i suoi (Mt 3,11). E avendo
riportato tutte le realt create al Padre, mostra che questo il massimo
culto d'adorazione (v. 11 ).
Nella tribolazione fu il pi tribolato, fino alla Croce. Nella preghiera, come mostra in specie Luca, fu ininterrottamente assiduo sulla terra,
come lo massimamente nel cielo (v. 12).
Alle necessit estreme dei "santi" ha offerto la sua Comunione: santificandoli con l'unica offerta al Padre (Ebr 10,5-14); ma sovvenne anche nelle necessit materiali, attraverso i segni grandi delle guarigioni,
delle resurrezioni, delle moltiplicazioni del cibo.
525

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

E fu Ospite che riceve generosamente al suo Convito: con i peccatori, con Maria, alla Cena, ad Emmaus, sempre (v. 13).
E benedisse i persecutori. Baster qui citare il "Padre, perdona ad
essi" sulla Croce {Le 23,34). Senza maledire (1 Pt 2,22-23). Anzi, fattosi "maledizione" per noi, onde ottenerci la Benedizione e la Promessa
d'Abramo che lo Spirito Santo {Gai 3,13-14) (v. 14).
Infine, e non per ultimo, Paolo contestualmente, e sempre senza dirlo, mostra che tale programma di assimilazione al Signore egli semplicemente lo attua fino alla suprema Testimonianza.
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 88,2.3, "Salmo regale"
L'Orante la Comunit, che contempla le meraviglie operate sempre dal Signore per il Re messianico. Essa cos anzitutto manifesta cantando di gioia che vuole celebrare il Signore per i secoli, ossia sempre,
a causa delle sue Misericordie {t ele), le Tenerezze manifestate dal
Signore al Re per il titolo dell'alleanza. Infatti leos (che in genere traduce l'ebraico hesed) indica il comportamento di intervento spontaneo,
potente e soccorritore del Signore, che a questo si vincolato con l'alleanza donata. Cos l'assemblea vuole anche annunciare di et in et,
ossia senza interruzione nella vita del popolo, la Verit, althea, che in
realt traduce termini ebraici come 'emet, 'mnah, che indicano l'indefettibile Fedelt del Signore a se stesso, e dunque alla Parola irremovibile, pronunciando la quale stabil in eterno l'alleanza.
L'assemblea santa gi ha espresso la sua affermazione {Stichos, v.
3): la Misericordia divina "si costruisce" lungo tutto "il secolo", l'et
del mondo. Il che si pu anche intendere molto opportunamente che "il
secolo", ossia il mondo e la sua storia, sono la paziente "costruzione"
che il Signore opera in forza della sua Misericordia infinita. E questo a
cominciare dal cielo verso la terra: nella sua sfera divina, che rifluisce
sugli uomini, infatti, il Signore prepar {hetoimdzo) la sua Fedelt, con
cui regge l'intera storia degli uomini amati.
b) Mr 9,1-8
Ancora una guarigione prodigiosa del Signore, il Battezzato dal Padre con lo Spirito Santo, che passa annunciando l'vangelo, operando
le opere mirabili del Regno, e dando culto filiale al Padre, chiamando
anche a questa vocazione i discepoli e gli altri.
Le "opere del Regno" possono essere facilmente distinte, in fondo,
secondo la loro direzione, bench tutte le direzioni confluiscano all'unico scopo: recuperare cos il Regno al Padre, che finora impedito
526

DOMENICA 6" DI MATTEO

dalle orride e multiformi proliferazioni del "Male". Questo Male una


terrificante ed attiva personificazione, che si esprime sia nei mali mortali dello spirito invaso dal terribile assalto, sia nei mali fisici, sia nella
fame e nella povert in tutto, sia infine, in modo poco compreso bench
paradossalmente sia il pi visibile, nel fatto che a causa del peccato la
stessa creazione sembra ribelle a Dio e ostile agli uomini fino alla loro
rovina (qui si comprende la tempesta sedata, ad esempio). il "regno
del Male" in tutta la sua esplosione onnipervadente e parossistica. Ges
vi procede "da dentro", non da fuori, e gli strappa a brano a brano i territori bonificati, per cos dire, che, restituiti al Regno del Padre, sono
anche posti a disposizione degli uomini, affinch finalmente si avviino
a prendervi la dimora perenne.
Dalla riva orientale dove sta Gerasa, luogo del precedente prodi gio della guarigione dei due ossessi dal diavolo, e dell'espulsione di
questo come drappello numeroso nell'abisso (cf. Mt 8,28-34, della
Domenica precedente), Ges adesso si fa traghettare alla riva occidentale del lago di Genesaret, e torna "alla sua citt", da dove era
partito, Cafarnao (v. 1). Subito il gruppo che amorevolmente curava
un paralitico, prostrato sul solito lettuccio, probabilmente misero e
igienicamente riprovevole, si accostano a Ges e gli "offrono", con il
verbo del sacrificio d'offerta, prosphr (da cui prosphord, offerta),
gli presentano il povero malato (v. 2). Il verbo scelto da Matteo per
dice tutto. I parenti, gli amici che assistono l'infermo non hanno pi
a chi rivolgersi, probabile che abbiano chiesto l'intervento di medici, magari di stregoni; di certo hanno molto supplicato il cielo per la
guarigione, hanno fatto voti ed elemosine. Ma tutto inutile. Essi
sanno di fama che Ges, se vuole, pu intervenire efficacemente.
L'unica speranza per il malato dunque Lui, anche l'ultima speran za. Glielo affidano.
Lo sguardo di Ges sul paralitico, Matteo non lo narra, ma possiamo
subito definirlo: "Splagchnizomail, ho viscere di misericordia!", come
proprio lo stesso evangelista poi resoconter (Mt 15,32). Il Signore misericordioso sta qui, attende la fede degli uomini, pronto ad intervenire,
come avevano annunciato i Profeti (cf. Is 35,1-6), come avevano cantato consapevoli i Salmisti:
Benedici, anima mia, il Signore...
e non scordarti tutte le sue retribuzioni,
il Perdonante tutte le tue iniquit
il Guarente tutte le tue malattie,
il Riscattante dalla corruzione la tua vita... (Sai 101,la.2-4a),
527

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

ed ancora:
Alleluia! Loda, anima mia, il Signore,
voglio lodare il Signore con la mia vita...
Beato quello il cui aiuto il Dio di Giacobbe...
il Custodente la fedelt per il secolo:
il Giudicante per chi ricev ingiustizia,
il Donante cibo agli affamati.
Il Signore scioglie gli incatenati,
il Signore rende dritti i ricurvi,
il Signore riabilita i ciechi,
il Signore ama i giusti,
il Signore custodisce i pellegrini,
orfano e vedova accoglie.
Regner il Signore per il secolo,
il Dio tuo, Sion, di et in et (Sai 145,l-2a.5a.6c-10).
E di fatto Ges "vede la fede" del gruppo che gli si accostato, e
ovviamente quella del paralitico. sua precisa prassi operare "segni"
potenti solo intorno alla fede, poich propriamente la fede-dono salvifica, e dunque il miracolo si pone qui come potente sigillo di una situazione di apertura alla divina Misericordia che nell'occasione opera anche il prodigio. Perci la parola del Signore di fortificazione della fede: "Abbi coraggio (thars), figlio!", da adesso in poi sempre, nel segno di quanto subito avverr. La seconda parola decisiva: "Sono stati
gi rimessi i tuoi peccati" (v. 2). Il verbo, al perfetto, aphimi, da cui
Yphesis, la remissione, il perdono. questa la comunicazione del
Giubileo biblico della generale remissione di ogni colpa, portato dal Figlio per il Decreto del Padre, e che, come si vede in altri contesti (Le
4,18-19, che cita Is 61,1-10; Gv 20,19-23, che la prima applicazione
dopo la Resurrezione), il Dono dello Spirito redentore e santificatore.
Il perfetto sta al passivo, per indicare l'azione del Padre senza nominarlo (passivo della Divinit), ed azione gi prevista, disposta dal Decreto
eterno, adesso funzionante. Avviene allora quanto gi accennato:
Ed avverr, prima che essi invochino, Io
gi rispondo,
10 gi li esaudisco mentre essi ancora parlano (Is 65,24),
11 Padre vostro conosce ci di cui avete necessit,
prima che voi la chiediate a Lui (Mt 6,8),
testi gi citati. Con le due parole del Signore, in fondo, il pi di Dio
in azione, il resto perfino secondario.
528

DOMENICA & DI MATTEO

Di fatto queste parole provocano una dura reazione. Sono presenti


gli "scribi", i conoscitori della Legge santa, in seguito saranno chiamati
rabbini. Essi sanno bene che il Giubileo delle colpe spetta di donarlo
largamente al solo Signore che l'ha promesso quale "segno" fondamentale dell'alleanza "nuova" proiettata per "quei giorni che vengono", ossia per gli ultimi tempi (cf. Ger 31,31-43). Ora, gli scribi ancora non
sanno che con Ges questi tempi benedetti sono ormai giunti, e gli effetti di essi sono gi cominciati, quale anticipo necessario della Resurrezione per il Dono dello Spirito Santo. Perci, il "Questo, bestemmia",
ossia parla il male, poich si assimila all'onnipotente Signore Unico,
fuori luogo (v. 3).
Ges conosce bene i pensieri di quei cuori, anche se forse il "Questo
bestemmia" stato pronunciato all'interno del gruppo degli scribi, non
a voce alta. E li redarguisce: i loro cuori pensano pensieri di male (v.
4). Perch? Si attendevano forse un prodigio esaltante, data la fama che
circondava Ges, ed invece da parte di un semplice uomo ascoltano parole di sostituzione alla divina Misericordia perdonante. Ges chiede:
" meno faticoso dire: 'Sono stati gi rimessi i tuoi peccati', oppure dire: 'Sorgi e cammina' !" (v. 5). Se il Signore ha potere di donare il Giubileo, ha anche il potere di guarire. Cos che chi adesso dona il Giubileo, tanto pi pu guarire.
E allora viene la dimostrazione dell'equivalenza dinamica delle due
azioni da parte della medesima Persona. Adesso che guarir, Ges mostra che tanto pi poteva donare il Giubileo. Egli infatti il Figlio dell'uomo con "ogni potere" di salvezza su tutti gli uomini, conferitogli
divinamente (cf. Dan 7,13-14; riscontro obiettivo in Mt 28,16-20). Perci adesso come tale si manifesta. Il Figlio dell'uomo sulla terra pu
perdonare i peccati, azione escatologica, e adesso unisce anche il "segno" minore, la guarigione. Perci si rivolge al paralitico e gli ordina:
"Sorto in piedi, solleva il lettuccio tuo e va a casa tua" (v. 6). E quello
esegue tutto puntualmente e subito (v. 7).
Il Giubileo e la guarigione producono la solita reazione che si ha davanti alla teofania: le folle furono prese da timore. Del resto, l'imperativo al paralitico, "Thrsei, tkna, coraggio, figlio", era per rimuovere
anche la paura che egli provava davanti a questo sconosciuto, Ges,
poich aveva compreso che portava con s il Divino che visita. Ma le
folle nel timore santo davanti alla teofania, subito glorificavano Dio
perch dona cos grandi poteri "agli uomini", a Ges, il Figlio dell'uomo promesso ed atteso, ed adesso qui presente ed all'opera (v. 8). La
scena completa. Basta trame alcune note.
E queste sono: il Decreto divino per ciascun uomo certo e infallibile, ed interviene puntualmente quando ora. Esso dona anzitutto la

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

fede, e questa apertura di conversione per ottenere la grazia della


santit, nella remissione dei peccati. Il "segno" eventuale della definitivit di questo dono immane, che restituisce la comunione con Dio,
pu essere anche un miracolo. Ma senza la fede nessun miracolo
possibile. Cos lo stesso Matteo deve annotare la non fede dei concittadini di Ges a Nazaret, concludendo con l'amara conclusione del
Signore: a causa della loro incredulit, l non fece molte "potenze",
ossia segni strepitosi per gli uomini. L il Disegno divino frustrato
dagli uomini (cf. Mt 13,58).
6. Megalinario Della
Domenica.
1 .Koinnkn Della
Domenica.

530

DOMENICA 7a DOPO PENTECOSTE


Tdi Matteo
"Sui due ciechi"
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikion anastsimon, Tono 6: le Potenze angeliche stavano al
sepolcro, e le guardie che lo custodivano furono tramortite. Maria stava
dentro la tomba cercando il corpo immacolato del Signore. Egli aveva
depredato l'Ade, per nulla attentato da esso. Poi si fece incontro alla
Vergine, donando la vita. Il sigillo la dossologia tipica per la Resurre
zione: "O Risorto dai morti, Signore, gloria a Te!".
2) Apolytikion Del Santo titolare della chiesa.
3) Kontkion: Prostasia tn christiann.
4.Apstolos
a) Prokimenon : Sai 27,,9.1
Per il v. 9, vedi l'Alleluia all'Evangelo della Domenica 3 \
L'Orante (Stichos, v. 1) si dirige al suo Signore, a cui grida la sua
angoscia del momento, e con espressione ardita, imperatoria, gli chiede
che non resti muto davanti alle necessit del tribolato, poich questi, se
il Signore non si fa concretamente presente e non interviene, diventer
uno che ormai ha il destino segnato, scendere nella fossa dei morti.
/
b)Rom\5,l-7
Verso la conclusione dell'epistola (il cap. 16, come si sa, stato aggiunto da Paolo come appendice alla sua lunga trattazione), l'Apostolo
traccia alcune norme di comportamento per la Comunit, che deve vivere compatta la sua fede nell'unit della carit reciproca.
Ed anzitutto la vera legge dei forti non schiacciare i deboli, e neppure abbandonarli al loro povero destino. Bens portare il peso {bastio) della loro debolezza, che pu essere irritante e scoraggiante, e
questo contro ogni gusto proprio. Poich il vero fedele non deve "piacere a se stesso", compiacersi in se stesso, deve proiettarsi verso i fratelli (v. 1). In modo, dunque, da rendersi grato al prossimo in ogni ordi531

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

ne del bene comune, al fine di "costruire, oikodom" le persone e la


comunit (v. 2).
Il motivo, che resta per sempre anche il typos, il modello inimitabile
e tuttavia da riprodurre nei fedeli, che Cristo Signore non "compiacque a se stesso". Qualche anno dopo lo spiegher con un testo tra i pi
difficili nel N.T., l'"inno dei Filippesi" (FU 2,6-11). Sappiamo che questo era un antico canto liturgico della primitiva comunit di lingua aramaica, dove Paolo introdusse solo un'inserzione altamente significativa, "per, morte di Croce". L'inno canta Cristo che pur essendo Dio,
per compiacere al Padre e agli uomini, si svuot (ken) delle prerogative divine, discese negli abissi della schiavit di Adamo, perci soggetto
al peccato degli altri, Egli, l'Impeccabile (2 Cor 5,21; Ebr 4,15), ed alla
morte, e volle perfino sottostare alla morte di Croce. Cos realizz
prosegue qui Paolo, anche l'antica profezia del Salmista: "Gli improperii
di chi improperiava Te (Signore), caddero su me" (Sai 68,10, "Supplica
individuale"). In sostanza, il Signore Ges si assunse tutti i peccati che
gridavano contro Dio (v. 3). I fratelli sono chiamati ad agire in modo
simile, per quanto sar loro possibile. Infatti Paolo qui pone la norma
d'oro della lettura biblica: "Quanto in antico fu scritto (dallo Spirito
Santo), fu scritto per il nostro insegnamento", e nessuna parola era priva
di senso, bens tutte le parole contenevano profondi significati.
Il fine di questo in favore nostro. Ascoltando la Scrittura, noi otteniamo il senso vivo della "pazienza, hypomon", la vera virt cristiana
e radice di ogni altra virt, ed inoltre traiamo per noi la "parklsis delle Scritture", ossia l'esortazione-consolazione robusta che la Parola divina provoca in chi la accetta, e cos si produce in noi il dono forte della
speranza divina (v. 4).
Paolo adesso trae un augurio per i fedeli: lo stesso "Dio della pazienza" (hypomon), ossia Colui che il solo infinitamente paziente di
fronte alle colpe degli uomini, ed insieme Colui solo che dona la virt
della pazienza ai figli suoi, anche il "Dio dell'esortazione-consolazione" (parklsis). Egli sostiene potentemente tutti i suoi fedeli. E si degni perci di donare ad essi di "pensare il medesimo in reciprocit fraterna secondo Cristo Ges" (cf. FU 3,16). Si tratta allora solo di pensieri di forte carit e di altruismo spinto (v. 5).
Il fine di questo forma anche la dossologia finale dell'Anafora di S.
Giovanni Crisostomo: "cosi, unanimi, con unica bocca glorifichiate il
Dio e Padre del Signore nostro Ges Cristo" (v. 6). Lo scopo della vita
cristiana giungere di fatto all'eterna glorificazione di Dio, che gi deve
essere esercitata nella Comunit sulla terra, tra gli uomini. Ma tale
adorazione laudante non si rivolge ad un "Dio" generico, bens al Dio
Unico dell'A.T., manifestato definitivamente dal Kyrios Ges, ossia dal
532

DOMENICA T DI MATTEO

Signore Risorto, e i cui titoli divini principali sono quelli della divina
Paternit che ha verso il Monogenito Figlio Ges Cristo. Quando i cristiani oggi si trovano in rapporto di dialogo, di raffronto con altre religioni, facilmente, per spirito irenico e falsamente conciliante, passano
all'affermazione che in fondo tutti ci ritroviamo nel medesimo Dio.
Prima di parlare cos, siamo rimandati da Cristo Signore e dagli Apostoli e dalla Madre Chiesa a considerare che Dio volle manifestarsi definitivamente solo nel Figlio: Ebr 1,1-4. E vuole essere conosciuto, riconosciuto, adorato ed amato solo come tale. E solo come tale attende
tutti gli uomini. Al contrario di altre religioni, che forse sono giunte a
concepire e a creare una divinit ad immagine e somiglianz degli uomini, e l'hanno circondata di miti e favole anche suggestivi, e la nascondono in un'aureola di riti fastosi che celebrano l'uomo. Tutto deve
far riflettere, prima di dare giudizi definitivi.
Il v. 7 torna al v. 1. L'Apostolo esorta all'accoglienza reciproca, di
tutti verso tutti e di ciascuno verso ciascuno (allloi), come ed a causa
del fatto che gi Cristo accolse tutti, nonostante che non avessero alcun
merito, ai fini della gloria di Dio. La Testa e Capo infatti accolse in s
le sue membra come un corpo organico. Ora le membra debbono accogliere tutte le altre membra come corpo organico, ma cos accoglieranno anche e soprattutto la Testa e Capo Ges Cristo. Tale reciproco
scambio all'infinito fonda la "cattolicit della Chiesa", poich qui, e solo qui, sussiste e cresce la Chiesa Unica, la Santa, la Cattolica, l'Apostolica, che nel mondo proclama la gloria di Dio.
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 90,1.2, "Salmo didattico sapienziale"
II Salmista qui il sapiente d'Israele, che insegna la divina dottrina
al suo popolo. Oggi l'assemblea santa fa propria questa dottrina e prosegue in questo insegnamento. Il quale inizialmente diretto a ciascun
fedele e a tutto il popolo. Occorre mettersi sotto la protezione dell'Altissimo Signore, e questo principalmente consiste nel correre a ripararsi
"alla sua ombra". L'ultima espressione classica nell'A.T., per indicare
le ali dei Cherubini che "fanno ombra" sull'arca dell'alleanza, sulla
quale troneggia invisibile ma realmente il Signore. Infatti il rifugio vero ed inespugnabile stare insieme con il Signore nel suo santuario,
dove Egli adorato mentre gli si offrono sacrifici graditi. Qui la divina
Presenza ricolma di grazia tutti i fedeli dell' alleanza. E solo allora (Stichos, v. 2) in senso reale i fedeli possono acclamare il Signore come
Rifugio fortificato e Rupe, nel quale solo ormai si pu confidare, nella
memoria dell'alleanza fedele ("Dio mio" la formula dell'alleanza).
533

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

b) Mt 9,27-35
L'introduzione a questa narrazione va ripresa da quella dell'Evange10 della Domenica precedente. Cristo battezzato dallo Spirito Santo
passa ancora, con l'Evangelo e le opere. L'Evangeliario presenta l'uno
o l'altro aspetto, come una continuit celebrativa, e chiama i fedeli al
l'ascolto e alla sequela del Signore, contribuendo a recuperare il Regno
del Padre, sottraendolo al Male che lo impedisce negli uomini.
Il Signore adesso si trova nei dintorni di Cafarnao. Mentre procede
"per tutte le citt e i villaggi" (dir Matteo poco dopo, 9,35), si mettono
a seguirlo, certo guidati da persone buone, due ciechi. Essi avevano
sentito il passaggio di un Uomo ormai noto per i prodigi che operava in
favore dei pi poveri e pi miseri, e ritengono che un'occasione cos
non torni pi. Anche nella nostra vita spirituale, quando il male acceca
la nostra mente, dovremmo avere questa sensibilit, e ricorrere all'unica risorsa ed occasione della nostra vita, Cristo Signore. I due ciechi
gridano verso Ges tutta la loro miseria, ed insieme la loro fede e fiducia: "Misericordia per noi, Figlio di David!" (v. 27). Il nucleo di questa
formula entrato da molti secoli nella pi profonda spiritualit della
Chiesa bizantina, completato con altre acclamazioni simili, ed altre preghiere simili, come quella dei ciechi di Gerico (Mt 20,30), del pubblicano che sale al tempio (Le 18,14), e diventa la "Preghiera di Ges", o
"preghiera del cuore", che inonda di grazie le persone che nell'esicasmo, nel silenzio e nel nascondimento la recitano senza interruzione.
La spiegazione della formula deve tenere presente che il "Figlio di
David" era uno dei nomi del Re messianico atteso, il quale venendo tra
11 suo popolo avrebbe portato i benefici dell'era divina nuova, e tra
questi la pace, anzitutto, l'abbondanza poi, e quindi i prodigi che in se
no al popolo avrebbero ristabilito le condizioni del Regno; tra queste,
la cura dei poveri ed abbandonati, riportati alla prosperit, e dei soffe
renti, guariti e reinseriti come cittadini con piena dignit nel Regno.
Qui si pu rimandare solo al Sai 71, un "Salmo regale", ma da leggere
ad esempio con il Sai 144, un "Inno di lode", dove le opere prodigiose
e fedeli sono attribuite al Signore Sovrano. E poich il Signore opera
sempre mediante il suo Re Unto, i due aspetti formano una stretta unit
funzionale.
Sul momento, per, Ges sembra non ascoltare il grido di dolore dei
due ciechi. Oltre tutto, i minorati nel fisico erano esclusi dall'assemblea
liturgica del popolo di Dio, dovevano vivere ai margini della societ, e
sopravvivevano solo perch qua e l trovavano gente buona per qualche aiuto. Ma i due ciechi sono tenaci, nella loro fede, e seguono Ges
fino a casa, e qui gli si accostano. Solo allora Ges si decide di colloquiare con essi. La prima ed unica domanda sulla loro fede: "Voi ave534

DOMENICA 7" DI MATTEO

te fede (pistu) che io posso fare questo?", ossia: avendo misericordia


di loro, guarirli. La domanda significa: Voi credete che io sia realmente
il Figlio di David che attendete? e ancora: Voi avete fede che in Me, il
Figlio di David, operi il Sovrano divino? La domanda solo sulla fede,
poich solo sulla fede, come si disse, Ges pu operare i miracoli che
"sigillano" la fede stessa. E la risposta, nella sua brevit, di fede: "S,
Signore". I due hanno una fede salda (v. 28).
Anche l'azione del Signore kat tn pistin, secondo la fede dei
due. Egli con le sue mani sante ed immacolate tocca i loro occhi malati,
per ci stesso resi impuri dall'infezione; come si sa in Oriente ancora
oggi imperversa il tremendo flagello del tracoma, che affligge milioni
di poveri esseri, con esiti spesso di cecit. Il verbo hptomai, toccare,
assume qui un significato simbolico molto denso. un gesto di simpatia e di familiarit, certo, come quando si carezza un bambino, e anche
un malato. Ma il gesto soprattutto di "presa" del dolore dei fratelli,
operato da Ges. caricarsi di tutti i mali e dolori. Poich Egli anche
il Servo sofferente, che adempie l'annuncio di Lui che aveva portato
Isaia: "Egli stesso le debolezze nostre si assunse, e le malattie nostre si
caric" (Is 53,4, LXX), testo citato daMatteo stesso (Mt 8,17).
Infine, il divino "tocco" anche l'imposizione delle mani, con il duplice significato: queste creature appartengono a Me; e pertanto, su esse scenda la Potenza dello Spirito Creatore (v. 29a).
Si ha quindi un'azione sacra, un rito divino. Ai due ciechi la comunicazione della potenza di questo gesto fatta con semplici parole,
quelle risolutive davanti a chi tutto si attende dal solo Signore: "Secondo la fede vostra sia fatto (da Dio) a voi" (v. 29b). Come si detto nella
Domenica precedente, per l'Evangelo del paralitico, la fede dono, e
possedere fermamente la fede condizione per ottenere ancora doni.
Questa condizione constatata da Ges, e gli effetti conseguono: "Furono aperti i loro occhi", dove il passivo ancora una volta indica l'Operatore divino, Dio. Occhi aperti sul reale visibile, ma anche sulle Grandezze divine. Anche ad Emmaus Ges oper questo prodigio su due
fuggiaschi disperati e confusi, ed anche allora i due "riconobbero Ges" (cf. Le 24,31).
Riconosciamo qui un preambolo battesimale. Nel santo e divino e
trasformante battesimo, infatti, la Chiesa "apre gli occhi" dei fedeli alla
Luce, alla Verit. Apre la loro bocca e le loro orecchie, il gesto deWEffat di Me 7,34, affinch finalmente gli uomini possano ascoltare a fondo la divina Parola e proclamarla al mondo. Unge anche la fronte, affinch si comprenda la Volont divina, e le mani ed i piedi, affinch si
operino le opere del Regno e si proceda sulle vie di Dio, e non pi degli
uomini.
535

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Ges per qui appare brusco. Egli rimprovera (embrimomai) i due


vedenti guariti ormai, e li obbliga ad un comportamento misterioso:
"Vedete, nessuno sappia!" (v. 31). Altre volte aveva invitato a lodare il
Signore, oppure a presentarsi ai sacerdoti, come per i lebbrosi. Qui sul
suo gesto divino deve regnare il silenzio. Ma Ges sa ormai che la sua
fama di "guaritore" si diffusa. Il silenzio di due soli non attenuer
questa fama, che poteva essere fastidiosa e creare confusione. Egli sa
che i due, come avviene (v. 31), largamente diffonderanno la sua fama
(diaphmiz), e non si oppone. Vuole solo far risaltare l'umilt divina,
il suo nascondimento di fronte alla vanagloria umana che altri avrebbero invece vantato.
La breve narrazione dei vv. 32-34 tratta del muto. Ges prosegue
ancora per il suo ministero messianico, come Matteo riassumer in
9,35-38, introducendo cos al "discorso di missione" dei discepoli. Intorno a lui un continuo pellegrinaggio di poveri e sofferenti. Lo trovano e gli "presentano" (prosphr, sempre il verbo dell'offerta) un
povero essere reso muto da un demonio (v. 32). In genere, di fronte a
narrazioni paurose, come l'invasione e ossessione demoniaca, la
scienza pi avanzata, quella che "tutto vede e tutto sa", crede di poter
sentenziare che si tratta di casi di autosuggestione, di isteria personale
e collettiva, di malattie nervose gravi, insomma di casi naturali razionalizzabili, che possono trovare sia la loro ovvia spiegazione "scientifica", sia eventualmente la cura di uno specialista, o di pi specialisti,
un collegio medico.
Chi si occupa di casi "demoniaci" sul serio sa che i fatti sono altri. E
cos oggi i migliori specialisti sanno bene che una larga percentuale di
fenomeni simili sono da attribuire a cause mediche come quelle sopra
accennate. Ma sa che esiste un margine, uno "zoccolo duro" terrificante,
di veri fatti demoniaci. Oltre tutto oggi il satanismo dilaga, e gli specialisti avvertono, forse invano, stante i fenomeni, che ogni pratica di
spiritismo e simili porta a conseguenze di immersione in atmosfere malate, che possono provocare la sudditanza grave alle forze del male.
Negli Evangeli, e nella Scrittura in genere, occorre sempre tener
presente, per comprendere i fatti, che "il Male", e Male personificato,
il principale, "l'ultimo Nemico" di Dio (1 Cor 15,26; Ap 20,14; 21,4).
Il quale un'intelligenza ed una potenza terribile, permessa da Dio
stesso. Essa nulla pu ovviamente contro Dio, ma molto pu bench
mai in misura definitiva contro i figli di Dio. Il Regno di Dio comprende nel Disegno eterno tutti gli uomini. Ma l'inserzione di essi nel
Regno contrastata violentemente, malignamente, con tutti i mezzi, dal
"Male". Strappare al Male le porzioni che legittimamente appartengono
all'unico divino Sovrano, proprio questa l'opera pi difficile per Cristo stesso, addirittura assalito dal Male nelle tentazioni (Mt 4,1-12) fino
536

DOMENICA 7" DI MATTEO

sulla Croce (Mt 27,39-44). Gli uomini per vie misteriose possono essere, se non "posseduti" come oggetti, almeno tormentati dagli assalti del
Male, impediti nella loro esistenza normale, allontanati dalla via a Dio.
La Vita di Cristo si pu configurare facilmente come "lotta contro
satana" e le sue potenze. La stessa Chiesa, in specie quella dei Padri,
preparava i catecumeni come "lotta contro satana e le sue pompar, i
suoi assalti. La vita spirituale altrettanto questa lotta, fino all'ultimo
respiro del fedele. Su questo la Scrittura e la Chiesa invitano perci a
non prendere alla leggera, a non rimuovere il fatto: che satana esiste ed
opera rovinosamente dovunque pu insinuarsi e fare strage.
Ges allora anzitutto espelle (ekbdll) il demonio. Questo, non potendo uccidere quell'uomo, almeno aveva operato un terrificante impedimento, lo aveva reso muto, chiuso al consorzio umano, e chiuso alla
partecipazione dell'assemblea liturgica. Il muto guarito all'istante, e
lo dimostra parlando. Le folle sono stupefatte (thaumz), e riconoscono qui una manifestazione divina: "Mai si manifest cos in Israele" (v.
33). Il verbo phin, e fa parte del linguaggio della teofania. Le folle
cos riconoscono l'intervento divino.
Non lo riconoscono gli avversali di Ges, che addirittura lo accusano di espellere i demoni per la potenza dell'Arconte, il Principe di essi
(v. 34). Poco dopo torner la medesima accusa (Mt 12,22-32). Ma allora verr anche la terribile risposta di Ges: gli accusatori saranno giudicati e condannati dai loro figli. Egli espelle i demoni per la Potenza divina dello Spirito Santo, poich questo il "segno" supremo che il Regno ormai giunto (12,28). Chi avanza accuse cos paradossali ed assurde commette il peccato contro lo Spirito Santo, che non sar pi perdonato (12,32).
Il v. 35 fa parte del blocco dei vv. 35-38, come si disse. Essi sono il
compendio del ministero messianico del Signore, che dovr essere poi
esteso al mondo dai discepoli inviati in missione, per cui segue il "discorso di missione" (10,1 - 11,1).
In sintesi, Ges viaggiava in ogni localit, attuando il suo Programma battesimale nello Spirito Santo: l'Evangelo del Regno annunciato e
poi spiegato (didsk, insegnare), e operando i "segni" potenti del Regno, le "opere" della divina Misericordia, guarigioni di ogni malattia e
di ogni infermit.
Il Regno di Dio si avanza a poco a poco, ma irresistibilmente.
6. Megalinario Della
Domenica.
7.Koinnikn Della
Domenica.
537

DOMENICA 8a DOPO PENTECOSTE


8a di Matteo
"Sui cinque pani"
1. Antifone
Della Domenica, o i Typikd e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikion anastsimon, Tono 7: sono cantate le principali opera
zioni della Resurrezione. Con la Croce il Signore annient la Morte, al
Ladrone apr il Paradiso, delle Mirofore mut il pianto in gioia, e ai
suoi Apostoli ordin di predicare: " risorto Cristo Dio!", donando al
mondo la grande Misericordia.
2) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3) Kontkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 28,11.1, "Inno di lode"
L'assemblea acclama il Signore, al quale solo riconosce che dona la
forza spirituale al popolo della sua alleanza, e con l'elargizione del bene
supremo della pace lo benedice, ponendolo perci in comunione con se
stesso: "la benedizione torna al Benedicente ed unisce a Lui il benedetto".
Perci l'esultanza (Stichos, v. 1) fa gridare di gioia tutti gli uomini:
Tributate al Signore gloria ed onore, perch Lui, ha il Nome glorioso,
opera prodigi grandi sulla terra.
b) 1 Cor 1,10-17
Viene adesso la lettura continua (semi-continua) della 1 Corinzi.
Paolo l'anno 56 si trova di fronte ad una situazione complicata della
Comunit che ha fondato a Corinto, il centro principale dell'Acaia. In
essa regna la divisione a causa di accentuazioni e scelte, in parte di sapore dottrinale, in parte per spirito di divisione e di avversione, che
sconfina nell'odio teologico tra fratelli. Per l'Apostolo questo un'insania insopportabile, poich la rovina della Koinnia dello Spirito
Santo (come la dichiara in 2 Cor 13,13).
Dopo i saluti ed i preamboli (1,1-10), dove aveva chiamato i Corinzi
"la hagia klt" (nell'espressione klti hagioi, ma sicuramente da in538

DOMENICA 8" DI MATTEO

terpretare cos), ossia la Santa Convocazione, la Chiesa di Dio che fa


esodo a Corinto (cf. ancora Rom 1,6, e 2 Cor 1,1), Paolo passa subito
all'argomento che pi gli sta a cuore.
E comincia con un'accorata "esortazione" (parakal) come a fratelli,
a cui si rivolge "nel Nome del Signore nostro Ges Cristo", i titoli
plenari del Risorto, affinch tutti parlino il medesimo contenuto, e non
esistano scismi nella Comunit. Al contrario, essi debbono essere "ricomposti" (katartiz) nella medesima mente ed intendimento, e nel
medesimo sentire e giudicare (gnme) (v. 10). Dunque, unit di anime,
di pensiero, di dottrina, di comportamento. Infatti ad Efeso, da cui l'Apostolo scrive (a. 56), il gruppo di Cio, altrimenti sconosciuto, gli aveva
riportato che a Corinto esistevano ormai liti e contese (rides) (v. 11),
quali mai avrebbero dovuto sorgere. E cos tra i diversi gruppi che si
erano formati, si rivendicavano appartenenze varie, e conseguenti
esclusioni reciproche: chi di Paolo, chi di Apollo, chi di Cefa-Pietro,
chi di Cristo, e forse anche di altri personaggi (v. 12). evidente il passaggio di queste persone escluso Cristo, ovviamente , e l'influsso
di esse recepito da vari gruppi che le coadiuvavano nell'evangelizzazione. probabile che lo scontro principale fosse tra cristiani venuti dal
paganesimo (evangelizzati da Paolo e Apollo), e i giudeo-cristiani, rifacentisi a Pietro, e rivendicanti Cristo come fosse un oggetto esclusivo.
Il grido di Paolo qui violento: " stato smembrato Cristo?" Unico
riferimento per tutti infatti il Signore, l'appartenenza comune solo
al Signore, gli uomini che Lo portano non contano. E prosegue: "Forse
che fu crocifisso Paolo per voi?", quando l'unico Crocifisso il Signore; "Nel nome di Paolo foste battezzati? (v. 13), quando l'unico
battesimo dell'unico Spirito (cf. Efes 4,1-6) dato una volta per sempre "nel Nome del Signore Ges". Anzi, Paolo rende grazie al Signore
poich neppure amministra i battesimi, con l'eccezione di quelli di
Crispo e di Gaio, in modo che nessuno pu dire di ricevere il battesimo "nel nome di lui", che non porterebbe nessun effetto, sarebbe addirittura un rito blasfemo (vv. 14-15). Anzi, aggiunge l'Apostolo, battezz anche la "casa di Stefana", che in 16,15-17 chiama "la primizia
dell'Acaia", ossia i primi fedeli in quella regione; di altri battesimi
suoi, non sa (v. 16).
E la spiegazione splendida: Cristo infatti non l'invi in missione per
battezzare; questo compito spetta ad altri nella Chiesa. A lui come Apostolo, Cristo riserv la missione di annunciare l'Evangelo, e questo nella
povera sua loquela, non con linguaggio sapiente, forbito, cattivante, come usavano filosofi e sofisti, conferenzieri e ciarlatani itineranti a quel
tempo (oggi, in televisione). Il linguaggio franco e duro di Paolo, che rispecchia il suo carattere, garanzia che la Croce di Cristo non sia "svuotata" (ken), ma sia annunciato per intero il suo significato (v. 17).
539

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Qui viene e prosegue il "discorso della Croce", espressione che ricorre al v. 18. Il suo taglio, secondo le visuali degli esperti, pu cominciare a 1,10; oppure a 1,13; a 1,17; a 1,18. H senso allora non varia
molto, poich il senso che la Croce pazzia e debolezza di Dio secondo le visuali umane, ed invece Sapienza e Potenza secondo il Disegno divino. Il termine del discorso comunque a 2,16. Il testo un capolavoro teologico di Paolo.
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 91,1.2, "Azione di grazie comunitaria"
II grido di gioia fedele sale al Signore, ma insieme raggiunge anche
le anime di chi, fuori della santa assemblea, pu ascoltarlo. Infatti la
realt pi bella, la pi buona che esista, celebrare il Signore; qui il
verbo exomologomai indica la proclamazione diffusiva che faccia conoscere il Signore, presentato nei suoi titoli grandiosi e nelle sue opere
magnifiche. Implica sempre anche la confessione di Lui. Ed altrettanto
fatto meraviglioso cantare Salmi al Nome divino dell'Altissimo, trascendente Signore, perch i Salmi sono la vera preghiera del popolo di
Dio, dove questo esprime la sua storia, e la sua passione per il Sovrano
della storia.
, ancora, altrettanto buono (Stichos, v. 2), dal mattino presto fino
alla notte tarda, ossia per l'intera giornata, e questo tutto l'anno, anzi
lungo l'intera esistenza, annunciare la divina Misericordia, il comportamento divino del Dio dell'alleanza, e la sua fedelt incrollabile nell'essere Misericordioso ed Alleato vicino e soccorritore.
b)Mf 14,14-22
II Signore si avanza sulle vie della Galilea nella potenza del suo Battesimo nello Spirito Santo, portando l'Evangelo e le opere del Regno, e
cos riconquistando il Regno al Padre, liberandolo dagli impedimenti
senza numero che, bench invano, frappongono le potenze del Male
personificato. Ora, uno degli ostacoli che imprigionano l'uomo creatura
di Dio, la miseria e la fame. Uno dei "segni" del futuro Regno promesso nell'A.T., l'abbondanza portata dal Re messianico, come canta
e preannuncia lo splendido Sai 71, un "Salmo regale", o, in riferimento
al Signore stesso, i Salmi "Inni di lode" come Sai 144,13-19; 145,1-3;
0 infine come il Sai 21, "Supplica individuale", vv. 27-30. E non a caso
1 testi dei Sai 21 e 144 sono ancora oggi pregati nei refettori monastici.
L'abbondanza era promessa, come si visto, anche dai testi profetici, comeIs 25,6-12, il convito messianico escatologico in Sion; dai testi
sapienziali, come Prov 9,1-6, il "convito della Sapienza"; reiterato
anche in Eccli 24,26-30.1 testi storici narravano come i Profeti d'Israe540

DOMENICA 8' DI MATTEO

le, sostituendosi ai loro re incapaci di provvedere al sostentamento del


loro popolo, lo sfamavano prodigiosamente, moltiplicando il pane (Eliseo, 4 Re (= 2 Re) 4,42-44), o sanando il cibo intossicato (Eliseo, 4 Re
(= 2 Re) 4,38-41). Si tratta di anticipi, che chiamiamo tipologici, ossia
destinati ad essere realizzati in pienezza aXYAntitypos, Cristo Signore.
Per comprendere meglio la moltiplicazione dei pani e dei pesci, che
il contenuto dell'Evangelo di questa Domenica, occorre tenere presente
un fatto che in genere sfugge all'attenzione. La parabola del seme della
Parola (Mt 13,1-23) e quella della moltiplicazione dei pani e dei pesci
(14,13-21) per s all'inizio furono composte di seguito, per formare
unico e compatto contesto. Questo pi visibile in Me 4,1-20 e 6,3444, dove l'autore intelligentemente ci ha lasciato "segni" inequivocabili
di tale contestualit, ponendo all'inizio delle due narrazioni i medesimi
termini, che stanno solo l: il lago, la barca, la folla, il molteplice
insegnamento di Ges. Il che significa che Ges aveva una tecnica
personale caratteristica: amministrava "il Pane", quello della Parola con
la sua spiegazione omiletica, e quello del corpo, di seguito, in modo da
mostrare come la sua Comunit in futuro avrebbe dovuto procedere. E
di fatto, la Divina Liturgia non forma l'unico contesto della
proclamazione e celebrazione della Parola divina, e della proclamazione e celebrazione (la santa Anafora) dei Misteri, unica Mensa dei Misteri, del Pane della Parola e del Pane e Coppa e dell'Altare? Cos anche nel "Padre nostro", come accennato, ci fa chiedere epicleticamente
"il pane nostro supersustanziale", che il Pane della Parola che si mangia (Mt 4,4; Dt 8,3), il pane quotidiano del corpo, il Pane dei Misteri,
formidabile triade che ci porta via via al Regno.
Ancora una parola sulla contestualit tra la parabola del seme della
Parola e la moltiplicazione del cibo. Gi Marco, che segue Matteo e
Luca, aveva difficolt nel sistemare nella sua narrazione, dopo la parabola, qualche materiale: la guarigione dell'indemoniato di Gerasa (Me
5,1-20); quella dell'emorroissa con la resurrezione della figlia di Giairo
(Me 5,21-43); l'intolleranza contro Ges a Nazaret (Me 6,1-6); la missione dei Dodici (Me 6,7-13); la decollazione di Giovani il Battista (Me
6,14-29); il ritorno dei discepoli dalla missione (Me 6,29-33). Cos apr
come un varco nella narrazione, appunto per ponendo quei "segni"
che ne indicassero la "lettura" dalla parabola alla moltiplicazione.
La pericope di oggi esordisce con l'uscita di Ges forse da Cafarnao, sulla riva settentrionale del lago, verso Betsaida, sulla riva orientale, all'altezza dello sbocco del Giordano nel lago. Egli vede una grande
folla, la solita che lo seguiva anzitutto per ascoltarne i meravigliosi insegnamenti, poi quando era necessitata, per ottenerne le guarigioni. Si
trattava di uomini, di donne e di bambini, di anziani e di giovani. Per,
541

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

in genere, salvo poche eccezioni, di poveri. Poich i ricchi hanno ben


altro a cui sovrintendere. La reazione di Ges che contempla tante anime quella del "moto di misericordia", espresso in greco con il verbo
"splagchnizomai, avere viscere" di piet. Salvo Le 15,20, il verbo riservato a Ges. Esso indica con una metafora anatomica il seno materno (ebraico rehem, splgchn) che si commuove per il figlio che contiene. Indica, nell'applicazione, la Misericordia duplice, di Ges: come
Dio che ama le sue creature, e come Uomo che ama i fratelli. Perci il
primo gesto guarire i malati, le creature e fratelli, l'immagine e somiglianz di Dio sconvolta dalla sofferenza (v. 14).
Viene la sera. Matteo non lo dice, ma la giornata passata mentre
Ges insegna la Realt del Regno alle folle (cf. Me 6,34, che supplisce). I discepoli di Ges non sono torpidi e pigri, comprendono che ormai ora della refezione serale per tanta gente. Ma il luogo dove stanno "deserto", senza abitazioni, l'ora tarda, occorre quindi invitare le
folle a procurarsi il cibo (v. 15). I discepoli non sono neppure cattivi,
anzi dicono questo al Signore nella sincera intenzione che si provveda
alla mancanza di ogni cibo; insomma, non sono gelosi che la folla trattenga il Maestro. Il Maestro qui, ancora una volta, usa abilmente un
certo umorismo, prendendo i discepoli alla sprovvista: "Non serve che
se ne vadano - date voi ad essi da mangiare" (v. 16).
Il seguito della narrazione mostra che questa per non una battuta
spiritosa. un preciso precetto. E di fatto i discepoli del Signore poi
provvederanno alla diakonia, sfamando tante folle nei secoli, insegnando, ospitando anziani, bambini, vedove, costruendo ospedali, organizzando la vita civile dove le autorit politiche fossero venute meno. Ma
adesso debbono imparare come si debba procedere a questo.
Essi dunque rispondono di avere solo 5 pani e 2 pesci. Giovanni
spiegher che un ragazzo aveva 5 pani d'orzo e 2 pesci; la madre di lui
lo aveva lasciato seguire Ges, per si era preoccupata di non lasciarlo
a digiuno per quel giorno, ed aveva preparato al figlio il pane di povero
orzo, non di grano che era dei ricchi, e 2 pesci cotti sulla brace. Simbolo meraviglioso di provvidenza familiare materna (Gv 6,9), che sar innestato sul Segno immane della divina moltiplicazione. I discepoli cos
presentano questo magro bilancio (v. 17).
Ges si fa portare questo poco cibo (v. 18). Poi dispone le folle in
ordine, sull'erba, che allora, intorno alla pasqua, in Galilea verde (e
Giovanni di fatti annota con cura: "c'era l molta erba", Gv 6,10). Marco nel parallelo riferisce con pi cura che sull'"erba verde" il Signore li
fece disporre "secondo gruppi convitali", ossia famiglie che mangiavano insieme, e "secondo aiole", in gruppi di 50 e di 100 {Me 6,39-40).
Ges con i discepoli sta al centro. Senza forzare i testi nella loro scarna
542

DOMENICA 8' DI MATTEO

narrazione, il pensiero tuttavia richiamato insistentemente aNum 2,134, dove presentato 1'"ordine degli accampamenti" d'Israele nel deserto. Tale ordine a suo modo meraviglioso. Le 12 trib sono raggnippate per 3 in 4 scaglioni, disposti a partire da oriente, dove prevale
l'ordine guidato da Giuda, secondo i 4 punti cardinali. Al centro stanno
le tende dei sacerdoti e leviti, che circondano il santuario, nel cui intimo sta il Santo dei Santi, dal quale al popolo vengono l'acqua e la
manna e le quaglie, il cibo, ma da cui proviene anzitutto la Parola divina mediata da Mos, ed ascoltata da tutto il popolo in santa assemblea
vincolata dall'alleanza.
La folla disposta da Ges adesso questa santa assemblea dei figli
di Dio, i poveri, che si attendono tutto da Lui: a Lui, per ascoltarlo,
hanno affidato la loro esistenza. Sta presente con essi la Sapienza divina incarnata, che inaugura il suo Convito che traverser i secoli.
Ma la Sapienza divina incarnata il Figlio Monogenito. Il quale raduna la famiglia del Padre, e procede alla santa Liturgia filiale. Perci,
con gesti e sequenze che resteranno poi nella Comunit per sempre,
"accetta dal Padre" i 5 pani ed i 2 pesci. I Padri lo compresero bene.
Poi con gesto sacerdotale innalza al Cielo lo sguardo filiale, recita la
preghiera dell' elogia, e cos benedice il Padre, che fa ridiscendere
questa benedizione sul Figlio nell'indicibile Comunione dello Spirito.
Solo allora Ges "spezza" (kl) il pane in segno di distribuzione dall'unit alla molteplicit dei presenti (cf. 1 Cor 10,16-17), e lo consegna
cos spezzato ai discepoli per moltiplicarlo dalle loro mani alla bocca
della folla (v. 19).
Il Convito messianico atteso, quello della Sapienza annunciato, ha
cos un suo inizio, premessa del suo compimento nella Cena, quando la
benedizione al Padre riempie il Pane e la Coppa con la Comunione dello
Spirito, che si riversa in supereffluente abbondanza sui discepoli. Il
Pane e la Coppa lungo i secoli della preparazione si erano caricati di
immenso significato. Adesso avviene l'inizio della loro distribuzione,
"segno" profetico dei futuri divini Misteri.
Sul significato del pesce che diventa cibo buono quando muore per
passare nel mondo degli uomini, ed cotto dal fuoco, cf. la Nota alla
Pentecoste, o l'Evangelo della Domenica 2a di Matteo; e sopra, P- 50L'effetto della moltiplicazione dei pani e dei pesci duplice, uno
sulla folla, uno sui discepoli.
La folla intera mangia, nessuno resta digiuno, e cos "tutti furono saziati" da Dio. (v. 20a). La promessa della saziet antica, viene dai testi storici, profetici e sapienziali dell'A.T. Alcuni di questi testi sono
stati gi citati, come Sai 21,27, detto dei poveri; dei medesimi, Sai
131,15; di tutti i viventi, Sai 144,16. In Dt 14,29; 26,12 le offerte dovu543

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

te dal popolo saziano i poveri (sacerdoti, vedove, orfani, stranieri) davanti al Signore nel santuario. In Gioel 2,26 il Signore promette la saziet al suo popolo, che Lo loder. Tutto questo ha il suo inizio in Es
16,12, quando il Signore durante l'esodo promette di saziare il suo popolo affamato. D'altra parte, sono condannati i sazi ed egoisti, Le 6,25.
Mentre le beatitudini promettono la divina saziet, Mt 5,6; Le 6,21.
Esiste un'altra corrente di pensiero. Quella della fame che non sar
saziata neanche mangiando, ed la fame di Dio: Eccli 24,29, e cos la
sete di Lui, ivi.
Si ha cos un materiale di grande riflessione. Infatti si delinea una linea fatta di successioni:
- la fame di Dio: occorre lasciarsi affamare di Lui, imparare ad averne
fame;
- il cibo di Dio: occorre avere il desiderio di mangiarlo;
- il nutrimento: occorre il desiderio di esserne nutriti;
- la saziet: occorre accettare di essere saziati solo da Dio;
- la fame di Dio: dopo mangiato perch si aveva fame di Dio, dopo assimilato il cibo di Dio, dopo essersene fatti nutrire, dopo essersi fatti
saziare, occorre ancora ed ancora avere "fame di Dio", e cos rientrare
sulla linea, che diventa una spirale in crescendo continuo. la sanit
della vita spirituale di fronte alla Parola ed al Pane divini. La
consecutiva azione dei discepoli, , su evidente mandato del Signore
(cf. Gv 6,12), raccogliere i frammenti "spezzati" dal Signore, riempiendone 12 ceste, numero simbolico dei discepoli (v. 20b). Non si tratta
di pane sbocconcellato, come dato di vedere nello spettacolo vergognoso dopo i pranzi delle feste semipagane che avvengono ad esempio per le
nozze, vera bestemmia contro la povert, tutto materiale destinato all'immondizia. Si tratta al contrario di un mandato, anzi del principale mandato divino con quello della predicazione dell'Evangelo: seguitare nella
Comunit, lungo i secoli, il grande miracolo di "moltiplicare il Pane".
Ossia il Pane della Parola, il pane del corpo, il Pane dei Misteri. Si "spezza" il primo affinch sia assimilabile. Si distribuisce il secondo affinch
nutra i corpi. Si "spezza" l'ultimo affinch mitra per l'eternit beata.
questo, se si pu dire cos, l'unico miracolo del Signore che la sua
Chiesa, le sue Chiese ancora praticano quotidianamente alle folle dei
fedeli e dei non fedeli. Miracolo naturale, spontaneo, operato dal Signore per le mani dei discepoli nei secoli, per la mediazione necessaria
di questi, poich il Signore non li abbandona pi {Mt 28,20), essendo
VImmanuel, Dio con noi.
Presente e radunante le folle ieri, quando chi mangi erano 5000 uomini senza contare donne e bambini (v. 21), e radunante le folle oggi,
meno folte nelle cristianit "vecchie", ma crescenti dove giunge l'E544

DOMENICA 8" DIMATTEO

vangelo della grazia, inviato da Colui che sempre lo splagchnisthis,


l'Avente-viscere-di-misericordia.
L'episodio termina con una fuga vera e propria di Ges, che costringe i discepoli a trasbordare verso l'altra riva del lago, dopo aver congedato le folle (v. 23). La spiegazione sta nel parallelo di Gv 6,14-15: le
folle dopo il fatto prodigioso ritengono che sia giunto il Re messianico
terreno, e tentano dunque di intronizzare Ges, il quale naturalmente vi
si rifiuta e fugge. La sua hra non giunta, ma lo sar.
6. Megalinario
Della Domenica.
7. Koinnikn
Della Domenica.

545

DOMENICA 9a DOPO PENTECOSTE


9a di Matteo
"Sul cammino sulle acque"
1. Antifone
Della Domenica, o Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikion anastsimon, Tono 8: poich ha viscere di misericordia,
Cristo Dio discese dall'Alto, accettando la sepoltura triduana, al fine di
liberare gli uomini dalle sofferenze. Termina la dossologia: "O vita e
Resurrezione nostra, Signore, gloria a Te!".
2) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3) Kontkion: Prostasia tn christiann.
4.Apstolo s
a) Prokimenon: Sai 75,12.2, "Cantico di Sion".
Il canto gioioso dell'assemblea guidato dal Salmista e celebra il
Signore che regna come Sovrano divino in Sion. Esso erompe nell'esortazione di formulare voti augurali davanti al Signore, il Dio dell'alleanza, e tutti i suoi fedeli che in sacro pellegrinaggio si sono raccolti
intorno a Lui sono esortati a presentargli le offerte sacrificali.
Infatti (Stichos, v. 2) il Signore si manifestato (teofania) rendendosi
presente al suo popolo, Giuda, il regno meridionale, ma anche ha
magnificato il Nome suo adorabile in Israele, il regno settentrionale.
Oggi, Giorno del Signore Risorto, questa assemblea porta le sante
Offerte al suo Dio, che nella Resurrezione si manifestato per sempre
a tutto il popolo suo santo.
b) 1 Cor 3,9-17
Paolo rivendica adesso la dignit del suo ministero apostolico, e si
presenta quale "cooperatore di Dio". Non dice qui operaio, servitore, e
cos via, tutti incarichi estranei al padrone. Dice proprio synergi, plurale di modestia, termine che indica chi "lavora" (ergzomai) insieme
(syn) con uno che svolge il medesimo compito. In altre parole, Dio si
associa cooperatori per il medesimo lavoro e per la medesima riuscita
del prodotto. Esiste un'unica impresa divina, insomma, dove Dio ed i
suoi apostoli "con-lavorano" alla salvezza degli uomini.
546

DOMENICA 9" DIMATTEO

Invece per la precisione Paolo ristabilisce le distanze con i suoi fedeli e da essi: questi sono il terreno lavorabile (gergion), che propriet di Dio. L'immagine viene dall'agricoltura, ed molto bella, indicando l'Agricoltore divino e gli agricoltori collaboranti, la semina, il
Seme buono, la crescita, il raccolto e la rimessa nei granai, la farina
buona, il pane buono. La seconda immagine viene dall'edilizia: i fedeli
sono la "costruzione", l'edificio di Dio (v. 9). Anche qui l'opera complessa di portare in alto l'edificio implica Architetto e ingegneri e geometri e carpentieri, e materiale, e abilit. Ma cos l'Edificio di Dio crescer sul fondamento degli Apostoli e dei Profeti, mentre la Pietra per
eccellenza, che regge tutto il complesso, Cristo, e la costruzione sar
tempio santo nel Signore, dove tutti sono "costruiti" quali pietre viventi
(cf. Efes 2,20-22; 1 Pt 2,1-10).
Adesso Paolo si limita all'aspetto edificatorio. Egli spiega che solo
per divina grazia egli stato assunto da Dio come suo architetto perito. E
dall'inizio del suo apostolato, nella localit dove si trova inviato, ad
esempio a Corinto, ha messo in funzione la sua opera, gettare le fondamenta, la parte che sorregge il tutto, per permettere di terminare ad "un
altro", ossia in genere un discepolo che egli lasciava dopo la fondazione
della Chiesa (v. 10a). E qui avverte severamente i discepoli che allora lavoravano a Corinto, sembra per che lo facessero molto poco abilmente
(cf. 1,10-17, e YApstolos della Domenica precedente): ciascun incaricato, 1'"altro" che deve succedere a Paolo, stia bene attento a come costruisce, poich basta non rispettare il filo a piombo, e tutto l'edificio croller
prima d'essere terminato (v. 10b). Soprattutto si guardi bene di gettare altre fondamenta che quelle gettate da Paolo, poich queste non sono altro
che il Cristo Ges (v. 11). Altrimenti non si avrebbe pi la Theo oikodom, l'Edificio di Dio, quello voluto da Lui, e quello solo.
Che se uno su "questo" fondamento costruisse sia con materiale prezioso (oro, argento, pietre preziose), o meno prezioso (legno), o di nessun valore (fieno, stoppia) (v. 12), la sua opera sar manifestata alla luce per quella che . La riveler "il Giorno", quello del Signore, e il fuoco del Giudizio la sveler, e il fuoco sagger come sar l'opera di ciascuno (v. 13). Perci, se l'opera costruita da uno sar durevole, questi
ricever la sua ricompensa quale buon architetto o buon operaio per la
causa di Dio (v. 14). Se invece il fuoco del Giudizio incenerir quell'opera, ne avr danno finale, e anche se l'artefice sar salvato, lo sar attraverso la purificazione del fuoco (v. 15).
Tutti i fedeli cos sono severamente richiamati alla realt. Essi per il
titolo della divina costruzione, che cominciata con il battesimo, sono
diventati "tempio di Dio", che ha questa caratteristica: "lo Spirito di
Dio abita in essi" (v. 16). Questa celebre definizione che una delle
note principali della Chiesa, e di ciascun battezzato, torna poi in 6,19; 2
547

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Cor 6,16; ed propria dell'Apostolato Pietro (1 Pt 2,1-10). I Padri


chiamano infatti la Chiesa naophra, "portatrice del Tempio" divino, e
naophros ciascun fedele.
Ora, la funzione del tempio non solo monumentale, ossia bellezza
architettonica ed imponenza di masse e linee. Il tempio di Dio e dello
Spirito Santo quello dal quale si innalzano al Padre i sacrifici spirituali,
l'offerta delle stesse persone, dei fedeli battezzati ed in totalit d'esistenza. Sacrifici "spirituali", significa offerti per la guida e l'impulso
dello Spirito Santo (cf. Rom 12,1; FU 3,3; Giuda 20), nel quale Cristo
stesso, Tempio nuovo, offerse se stesso immacolata Vittima al Padre
(Ebr 9,14). Si tratta perci dell'unico sacrificio "vivo e santo" che il
Padre abbia per "accetto". E accogliendolo, poich santificato dallo
Spirito Santo (cf. Rom 15,16), dona la sua divina Comunione agli offerenti, introducendoli nel Mistero indicibile della sua Vita divina.
Questo tempio santificato dal battesimo deve essere conservato immacolato. tempio di Dio, e se uno lo corrompe (phthir), Dio lo punir con la corruzione eterna (v. 17a). Infatti il "tempio di Dio" per definizione "santo" per la divina Presenza: "e voi siete tali", conclude
Paolo (v. 17b). la contestazione quasi giudiziaria della vera condizione dei fedeli, i quali dunque non debbono permettersi di violare in qualunque modo tale statuto divino privilegiato e privilegiante.
5. E VANGELO
a) Alleluia: Sai 94,1.2, "Esortazione profetica".
Il Salmista, che annuncia profeticamente la Parola divina e induce al
suo attento ascolto di fede, con un imperativo innico e 4 coortativi innici incita l'assemblea santa a radunarsi, per gioire nel Signore, a gridare
l'esultanza a Dio, l'unico Salvatore.
Egli vuole (Stichos, v. 2) che insieme ci si presenti subito davanti al
Volto del Signore, nel santuario, manifestando la celebrazione confessante, e con energia di voce esorta al canto dei santi Salmi, la preghiera
degna del popolo santo.
b) Mt 14,22-34
II Regno di Dio comprende il dominio anche della creazione. Di tutte le creature incorporee come gli Angeli, e non meno dei demoni. Di
quelle corporee ed intelligenti, gli uomini. Di quelle animali. E di quelle
inanimate. Tutto sta sotto la divina Sovranit, al cenno della Maest
trascendente, che provvidamente sovrintende a tutti gli esseri ed alle loro
necessit. I Salmi cantano spesso la risposta gioiosa e volenterosa al
Sovrano che si fa presente. In specie qui per questo si distinguono i
Salmi del genere letterario "Salmi della Regalit divina": in Sai 92,3 i
548

DOMENICA 9' DI MATTEO

fiumi applaudono il Signore con il loro fragore; in Sai 95,11-12 i cieli e


la terra gioiscono per la Venuta divina, il mare si agita, esultano i campi
con le messi e gli alberi; in Sai 96,4-6 la terra trema per la Manifestazione divina regale, le montagne si fondono come cera per omaggio al
Signore, i cieli proclamano la Giustizia divina; in Sai 97,7-8, il mare si
commuove con tutti i suoi abitatori, cos l'universo, i fiumi acclamano e
i monti gioiscono in cori che echeggiano; in Sai 98,1 quando il Signore
si manifesta come Re, la terra si scuote di esultanza. Non solo, ma nel
Sai 103,3-4, "Inno di lode", elementi creaturali come le nubi si trasformano in un carro per trasportare la Maest divina, e le ali dei venti si
fanno veicoli per la stessa Maest, mentre altri venti si fanno messaggeri
di Dio, e i fulmini diventano "i liturghi" di Dio, ossia coloro che
"operano per il popolo" per conto del loro Sovrano. Infine, per terminare
l'esemplificazione, le stelle brillano nei luoghi assegnati e gioiscono
davanti al Signore, e quando Egli le chiama rispondono: "Eccoci!", tremando ed esultando in coro per il loro Creatore {Bar 3,34-35).
Insomma, la creatura obbedisce al Creatore, pi degli uomini.
Ges si serve adesso di una di queste creature, le acque del lago di
Genesaret.
Dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mt 14,13-21) Ges si
fa portare sull'altra riva del lago, quella occidentale (v. 22). Ha congedato le folle saziate dal suo miracolo magnifico. Adesso sale da solo,
nella solitudine di un monte, per stare alla presenza del Padre suo a pregare, fino alla sera (v. 23). Sono i momenti pi densi e misteriosi dell'esistenza umana del Signore tra gli uomini. Si hanno qui come degli
scorci discreti, velati di silenzio e di nascondimento, sulla relazione indicibile che regna tra il Padre ed il Figlio Monogenito, nella Comunione dello Spirito Santo. I Padri approfondirono il fatto gi in s mirabile,
che in quanto Figlio consustanziale e coeterno con il Padre, esiste nel
Verbo Dio l'attitudine e disposizione sacerdotale, che Lo conduce a tributare al Padre nello Spirito Santo l'omaggio filiale, l'onore alla Maest paterna, l'amore anche d'obbedienza e di offerta. L'Evangelo di
Giovanni lascia trapelare qua e l qualche indizio di questo, quando riferisce le sobrie parole di Ges ai discepoli, secondo le quali presso il
Padre Egli vide ed ascolt e venne poi a riportare agli uomini esattamente le Realt divine a cui gli uomini stessi debbono essere innalzati.
Ma cos, annotano i Padri (e con particolare insistenza, S. Massimo il
Confessore), il Verbo preeterno per omaggio al Padre scelse di farsi
umile "megls Bouls ggelos, Angelo del grande Consiglio", secondo la profezia antica (Is 9,6, LXX), finalmente attuata dal Re dei secoli:
Ecco il grande Mistero nascosto.
Ecco il Fine beato per il quale tutto l'esistente fu (divinamente) costituito.
549

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Ecco lo Scopo divino preconcepito prima dell'inizio degli esseri, e


che noi definiamo come il Fine per cui tutte le realt esistono, e che
da nulla causato. Fissando gli occhi su questo fine, Dio produsse le
essenze degli esseri.
Ecco in verit il termine della Provvidenza e delle realt previste,
secondo il quale la ricapitolazione di tutte le realt create da Dio (cf.
Efes 1,10) tende anche verso Lui.
Ecco quanto circoscrive tutte le et, il Mistero che manifesta il
Grande Consiglio {megl Boul) di Dio, sovrinfinito ed infinitamente preesistente a tutte le et (cf. Efes 1,1-14). Consiglio (Boul)
del quale il Verbo stesso di Dio secondo l'essenza, fattosi Uomo,
diventato l'Angelo (ggelos, Is 9,6), Egli stesso avendo manifestato,
se cos si pu parlare, il pi intimo fondamento della Bont del Padre, ed avendo mostrato in Lui il fine, in vista del quale le creature
manifestamente presero l'inizio del loro esistere (S. MASSIMO IL
CONFESSORE, Quaestiones ad Thalassium 60, in PG 90,621 A-C).
La venuta dall'eternit alla sfera transeunte del tempo, scelta filiale,
anche operazione sacerdotale, che adesso si esplica nella mediazione
finale.
L'Umanit del Verbo Dio secondo l'Economia indicibile battezzata
dal Padre al Giordano con l'Unzione dello Spirito Santo (cf. At
10,38). Unzione divina di consacrazione totale alla missione stabilita
dsVEudokia del Padre, cos che "l'Unto", greco ho Christs, ebraico
ha-Msih, aramaico Msih ', consegua l'idoneit alla funzione a cui
chiamato, anzi alle funzioni multiple e complesse, come gi rivela
l'A.T. Unto come Re messianico divino d'Israele, come Sacerdote dell'alleanza nuova, come Profeta grande ultimo, come Sposo per la Sposa
e con la Sposa d'amore sacrificale. L'aspetto sacerdotale dell'Unzione
comporta anche quello della consacrazione come Tempio ed Altare e
Vittima oblativa, proprio come nell'A.T. si ungevano il santuario e
l'altare e la vittima offerta.
Il Signore dal Battesimo pronto alla sua "Liturgia" quale "opera in
favore del popolo" disposta dal Consiglio triadico unico eterno.
Ora, la funzione principale del sacerdozio consiste nel mediare tra il
Signore ed il suo popolo, anzitutto portando al popolo la Volont divina
espressa dalla Parola divina, poi riportando il popolo al suo Signore. In
questo risaltano quindi le funzioni di continuo annuncio, e quanto alla
persona sacerdotale, di preghiera ininterrotta e di offerta sacrificale. Il
Ges che sale sul monte a pregare, il Sommo Sacerdote che sale all'altare ad offrire se stesso per s e per i fratelli.
appena possibile intuire il contenuto della preghiera di Ges al Padre, se solo si attende ai momenti di questo insistente pregare. Si pu
550

DOMENICA 9' DI MATTEO

seguire qui la traccia di Luca, che ha il pi completo resoconto dei momenti di preghiera di Ges. E cos Ges visto pregare:
- Le 2,42: da ragazzo, a cominciare da 12 anni, per le "tre feste" (cf.
Es 23,14.17), a Gerusalemme;
- Le 3,21: al suo Battesimo;
- Le 4,16: al sabato, in sinagoga "com'era suo costume";
- Le 5,16: dopo la giornata della predicazione;
- Le 6,12: quando deve scegliere i Dodici;
- Le 9,16: quando moltiplica i pani ed i pesci;
- Le 9,18: quando deve interpellare la fede dei discepoli;
- Le 9,28: alla sua Trasfigurazione;
- Le 10,21: nel "Giubileo messianico" al Padre;
- Le 11,1: prima di insegnare il "Padre nostro";
- Le 22,14-20: alla Cena;
- Le 22,39-45: al Getsemani;
- Le 23,34: sulla Croce;
- Le 23,46: le ultime parole sulla Croce;
- Le 24,30: ad Emmaus.
Se si aggiungono altri resoconti, come Me 7,34, alla guarigione del
sordomuto; Gv 11,41-42, alla resurrezione di Lazzaro; 12,27, nell'incontro con i Greci; e finalmente 17,1-26, la grande "Preghiera sacerdotale", si ha un quadro complessivo impressionante.
Non solo il Padre, Oggetto indicibile e Termine e Fonte della preghiera del Figlio occupa con questo l'intera visuale, ma il Figlio stesso insiste
neh"invocare di continuo con il termine "Padre!", che si sa nella lingua di
Ges era l'aramaico 'Abb'lE qui pi propriamente si vede il Servo sofferente sacerdotale regale profetico in funzione, per la propria santit e
per la santificazione dei fratelli, cos che resta anche il Maestro unico del
"pregare assiduamente", come insegna ai discepoli: Le 18,1.
L'Epistola agli Ebrei verr poi a completare i dati sparsi del N.T.
sull'epilogo sacerdotale del Signore: il suo Sacerdozio terreno culmina
nell'offerta sacrificale sulla Croce, e con la Resurrezione diventa Sacerdozio eterno alla destra del Padre (cf. ad esempio Ebr 7,25).
La preghiera al Padre dunque ha alcune dinamiche:
a) la supplica epicletica per lo Spirito Santo;
b) l'azione di grazie per i mirabili fatti operati dal Padre;
e) la lode dossologica alla Maest sovrana del Padre.
Questo visibile in ogni episodio dove il Signore visto in preghiera. Le dinamiche non necessariamente sono isolate, ma possono confluire in un unico atto orante. E cos alla Cena Ges benedice, loda e
rende grazie, ma anche supplica epicleticamente.
551

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

In Mt 14,23 Ges appare mentre resta solo per pregare. Si trova nel
ministero messianico, e l'itinerario ancora lungo fino alla Croce. La
preghiera un momento pi pieno, come un recupero di energie per
proseguire.
Finito di pregare, Ges discende dal monte e viene al lago, sul quale
bene al largo naviga la barca dei discepoli, scossa dai flutti (v. 24).
stato sempre annotato che i venti, che agitano il mare dopo lungo lavorio, invece riescono a produrre violente tempeste nei laghi nello spazio
di pochi istanti, e tempeste incontenibili, anche perch il bacino del lago non permette l'ampliamento dell'agitazione. Anche qui sembra che
Ges si sia soffermato a guardare lo spettacolo dalla sera, psia, ossia
circa dalle ore 18, fino alla tetrtphylak, la quarta vigilia della notte,
e quindi circa le ore 22 (cf. i vv. 23 e 25 per l'orario). Ma quando entra
in azione, Ges compie fatti sempre straordinari.
Egli adesso va incontro ai discepoli sulla barca, sovranamente camminando sulle acque tempestose (v. 25). il Signore del creato. E, come si anticip, la creatura non solo non gli nuoce affatto, ma perfino
Lo serve docilmente, come un solido tappeto. Ora, per i discepoli in pericolo di vita, difficile comprendere due dati di fatto: essi come buoni
Ebrei sanno bene che il Signore Unico il Sovrano dell'intera creazione; e come buoni discepoli, sanno che Ges il loro Maestro amato e
seguito. Per non unificano i due fatti nella Persona del Maestro, e non
possono perci entrare nella realt vera.
Cos vedono "uno" camminare sul lago in tempesta. Credono di trovarsi di fronte ad una manifestazione del soprannaturale. Sono presi dal
terrore e gridano: " un fantasma!" (v. 26). Ogni cultura degli uomini,
antica e moderna, ha una sensibilit duplice. Di giorno si vedono i fatti
alla luce del sole, si analizzano nel loro realismo, e nessuno vede i fantasmi. La notte si vedono nell'ombra cupa i fatti della fantasia, della superstizione, magari della coscienza che ha sempre sensi di colpa, ed allora si possono "vedere" i fantasmi, ossia a ben definirli, gli spiriti per
definizione incorporei. Proprio qui si pongono due schermi proiettivi,
la luce del sole, e le tenebre, e l'occhio del corpo fa scisma evidente
dall'occhio della mente.
I due occhi qui avrebbero indirizzato i discepoli verso la scena vera, che una manifestazione teofanica. Infatti Ges subito si rivolge
ad essi da vicino, e li tranquillizza con le tipiche espressioni con cui il
Signore in una teofania vuole accogliere gli uomini alla sua presenza:
"Coraggio! Non abbiate paura!", con l'affermazione forte: "Sono Io!"
(v. 27). Analizzato a fondo, l'"Io sono" rimanda sempre a Es 3,14,
quando per la prima volta il Signore si manifesta con il suo Nome indicibile (IHVH) a Mos. Ma adesso questo Nome proprio di que552

DOMENICA 9" DI MATTEO

st'Uomo che i discepoli stentano a riconoscere, poich non connettono


la realt.
Avviene qui un fatto singolare. Pietro per vincere il terrore cerca di
provare se chi parla dalla tempesta sia realmente il Maestro, e gli chiede dubitativamente: "Se sei tu, comanda che io venga da te (camminando come te) sulle onde" (v. 28). una richiesta temeraria, e non si sa
qui se Pietro creda davvero che il Maestro operi il prodigio per lui, o
pi ragionevolmente vi si rifiuti. Per "il Signore" cos interpellato gli
concede questa passeggiata-prova. E Pietro, come sempre impetuoso,
comincia a camminare sull'acqua verso Ges (v. 29). Qui tuttavia Pietro non guarda verso Ges, ma il turbine del vento, e sta affondando,
perci preso di nuovo dal terrore e grida: "Signore, salvami!" (v. 30).
Kyrie, sson me! il grido dell'epiclesi eterna del popolo di Dio,
consapevole del peso gravante della sua umanit mai sufficiente ad alcunch da sola, sempre ed in tutto necessitosa di aiuto esterno, divino.
insieme il riconoscere che l'uomo da solo nulla pu, e solo il Signore
pu tutto. La spiegazione di questo, che in fondo come la rete di fatti
che si svolgono lungo la storia della salvezza, ben visibile nell'A.T.,
in specie per dal Salterio, che ne fa una delle punte principali della
preghiera del popolo e dei singoli fedeli.
Si ha questa situazione. Il popolo sperimenta che il suo Signore il
Creatore dell'universo, il Sovrano unico di esso, il Buono, il provvido
Dispositore e Distributore di ogni bene dell'esistenza animata. Egli interviene sempre, imperscrutabilmente invisibile, e tuttavia presente ed
operante. Per i malvagi e per i buoni dona la prosperit, se gli uomini
non la distruggono malvagiamente. Soccorre sempre tutti, li scampa dai
pericoli, li aiuta nelle difficolt, li libera dalle tribolazioni, li guarisce
dai mali.
Egli opera tutto questo anche se non pregato, anche se non richiesto espressamente. In altre parole, dona la grazia a tutti provvedendo per tutti, anche quando gli uomini irriconoscenti ed incoscienti non
lo sanno, o non vogliono riconoscerlo. Da sole e pioggia a malvagi e
giusti (Mt 5,45).
E tuttavia il Signore per s non salva. La salvezza l'atto ultimo.
Ha come condizione la fede: conoscere Lui. Riconoscerlo per chi . E
d'altra parte, di conoscere se stessi, e di riconoscersi per chi si . Il che
implica un rapporto autentico con il Signore Unico, il Dio Vivente, con
la Persona, con il Padre Buono, riconoscendogli i titoli divini, tra i quali
l'onnipotenza e la misericordia, nella coscienza che Egli sa e pu
operare, anche se nessuno pu obbligarvelo. Occorre anche riconoscere
che dalla creazione ad un tempo senza termine computabile, Egli opera
sempre, e di fatto le sue opere sono visibili e "tutte prodotte dalla Sapienza" infinita. Perfino Israele, con il quale il Signore si vincola con
553

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

l'alleanza fedele, deve sottostare a queste condizioni. Israele non salvato in s e per s.
Che occorre dunque per ottenere la salvezza?
Occorre pregarla dal Signore. Solo allora il Signore anche il Salvatore, e non solo quella figura ambigua che tanti conoscono solo come
"il dio provvidenza".
La salvezza va implorata dal Signore Misericordioso. E del resto, tale tratto vero e reale. Come pu "salvare" il Signore se gli uomini non
10 vogliono? La salvezza implica infatti una collaborazione, avendo il
Signore fatto conoscere il suo divino metodo: "Aiutami ad aiutarti".
Poich la salvezza l'atto ultimo di liberazione da ogni male, dal pec
cato, dalla morte eterna. E gli uomini debbono volere questo con luci
dit, con desiderio, con umilt, con fede e fiducia. Accettare che Colui
che li cre vuole anche salvarli, per introdurli atto successivo, la sal
vezza essendo solo il preambolo alla comunione divina, alla Vita
beata.
Nel v. 31 questa "salvezza" un fatto: Ges quale divino "bagnino"
ripesca Pietro dall'acqua, lo issa sulla barca e fa cessare il vento (vv.
31-32). Il vento dunque obbedisce al suo Creatore e Sovrano. Ma resta
11 problema di Pietro (v. 31b). Ges lo interpella senza aggredirlo. Piut
tosto vuole lasciargli un insegnamento che resti poi tra tutti i discepoli:
"Tu sei 'piccolo-di-fede' (oligpistos), quindi come tale dubitasti di
Me". Nonostante che Pietro stia con Lui dall'inizio, ed abbia finora as
sistito a tanti prodigi miracolosi: per il lebbroso (Mt 8,1-4), per il servo
del centurione romano (8,5-13), per la sua stessa suocera (8,14-17), per
i due indemoniati di Gerasa (8,28-34), per il paralitico (9,1-8), per l'e
morroissa e per la figlia di Giairo resuscitata (9,18-26), per i due ciechi
(9,27-31), per l'indemoniato muto (9,32-34), per l'uomo con la mano
arida (12,9-15), per l'indemoniato cieco e muto (12,22). E finalmente,
almeno finora, Pietro con gli altri discepoli aveva distribuito alle folle i
pani ed i pesci moltiplicati da Ges (14,13-21). Ma bastano i miracoli
per suscitare la fede? Non sembra, se, come si visto, Ges opera il
prodigio solo alla presenza della fede gi nata. Questa volta salva Pie
tro in presenza di una "piccola fede", che dovr molto crescere. Pietro
assister a tutti gli episodi rimanenti della Vita del Signore, ma fuggir
da Lui al Getsemani e Lo rinnegher tre volte. La sua fede sar resa
salda e indefettibile solo dopo la Resurrezione, quando lo Spirito Santo
battezzer lui e gli altri con il suo Fuoco divino.
I condiscepoli di Pietro che stavano sulla barca si mostrano pi docili. Salitovi il Maestro, si accostano a Lui adorandolo, gesto di omaggio dovuto a Dio ed al Sovrano, e professano la fede iniziale con una
formula finale, come quella del centurione romano sotto la Croce (cf.
Mt 27,54): "Veramente Figlio di Dio Tu sei!" Qui tali parole non vanno
554

DOMENICA 9 DI MATTEO

comprese come se gi fosse stata celebrata la Sinodo di Nicea I, punto


d'arrivo della fede della Chiesa, e punto di partenza per infiniti altri approfondimenti. "Figlio di Dio", al tempo di Ges, era compreso dagli
Ebrei come il Re messianico, un essere umano bench dotato di poteri
divini. Ma intanto, basta ai discepoli cominciare a vedere i poteri divini
del loro Maestro. Altro ancora vedranno per la loro fede definitiva (v.
33).
Adesso Ges ed i suoi approdano, per recarsi nella regione di Genesaret, ad alcuni chilometri sopra Tiberiade, la quale si trova a sua volta
sulla riva occidentale del lago (v. 34). Qui gli abitanti accorrono con i
loro malati per ottenere le guarigioni, e nella fede si contentano anche
solo di toccare, come l'emorroissa, la frangia del mantello del Signore
(vv. 33-36).
6. Megalinario
Della Domenica.
7. Konnikn
Della Domenica.

555

DOMENICA 10a DOPO PENTECOSTE


i 0a di Matteo
"Sul lunatico"
1. Antifone
Della Domenica, o Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1)Apolytikion anastsimon, Tono 1.
2)Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3)Kontkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 32,22.1, "Inno di lode"
L'inno termina con l'invocazione fidente, che la Misericordia, il
grande leos del Signore, riposi stabilmente sui fedeli celebranti nella
gioia della lode, poich questa l'unica speranza che il popolo santo ripone sul Dio della sua alleanza fedele, e questi sempre ricco di grazie
per quanti Lo invocano nella fede totale.
Perci l'inno stesso comincia con l'imperativo innico (Stichos, v. 1)
che il Salmista orante rivolge ai "giusti", che sono i misericordiosi come il loro Dio: essi debbono esultare a motivo del Signore, perch
Lui, perch i suoi titoli sono magnifici e le sue opere mirabili. La lode
divina conviene a quanti hanno accettato dal Signore il "cuore retto",
ossia di vivere conoscendo e desiderando la sua Volont e le sue vie.
b) 1 Cor4,9-16
Paolo si trova di fronte ad un ribollire di idee e di passioni, che fomentano gravi discordie e veri scismi nella Comunit. Un pericolo per quei
fedeli, oltre tutto, di considerarsi come arrivati, ossia di essere convinti
di possedere sapienza e scienza. Essi non hanno imparato dall'Apostolo a
non andare, a non stare "al di l di quanto stato scritto" da Dio (4,6), cos
che l'uno contro l'altro ci si gonfi di saziet spirituale. In Rom 12,3
Paolo torner sopra questo argomento, spiegando: "non si deve sapere sopra quanto si deve sapere, ma si deve sapere secondo sobriet, ciascuno
come a lui Dio divise secondo l'analogia (la misura) della fede". Questo
conforme alla Grazia che sapientemente il Signore amministra "secondo
556

DOMENICA 10 DIMATTEO

la potenza" che ciascuno possiede, come spiega la parabola dei talenti


(cf. Mt 25,15). I Corinzi non si contengono in tale prospettiva realistica,
tanto che Paolo costretto di nuovo, nel corso dell'Epistola, a contestare
alla loro attitudine "entusiasta" perfino la loro credenza falsa che non esiste la resurrezione della carne, perch l'attuale condizione cristiana ha
gi raggiunto la perfezione spirituale (cf. 1 Cor 15,12-20).
L'Apostolo rovescia ogni loro convinzione in merito. Anzitutto severamente presenta la sua condizione ingrata, agli occhi del mondo.
Poich Dio stesso presenta al mondo i suoi Apostoli come ultimi di tutti, anzi propriamente destinati a morire, e li rende "spettacolo" stupefacente per ogni realt creata, Angeli e uomini oltre che mondo intero (v.
9), entit che invece si attenderebbero da Dio che avesse circonfuso di
gloria i suoi servi. La specificazione che segue sta sempre sul tono dell'esemplarit, per richiamare i Corinzi alla verit concreta. Cos, Cristo
rese Paolo stolto (qui, al plurale di modestia). Invece quelli sono, o si
credono d'essere, sapienti in Cristo. Lo rese debole. E quelli invece forti. Lo rese privo di onore. E quelli invece, gloriosi (v. 10).
Quanto al corrente lavoro apostolico, Paolo privo delle elementari
sussistenze: affamato ed assetato e privo di vesti, riceve schiaffi e traballa (v. 11 ), affaticato dal lavoro delle sue mani per sostentarsi quotidianamente. anche ingiustamente insultato, e reagisce invece benedicendo; perseguitato ma riesce a sopportare (v. 12). calunniato, e tuttavia seguita ad esortare con bont. Insomma, stato trasformato come
i rifiuti del mondo, che si gettano nella discarica, come raschiatura del
sudiciume. E questo dall'inizio fino a questo momento (v. 13).
Paolo qui avverte con bont che scrive cos non per confondere ed
umiliare ed offendere i suoi fedeli, bens perch li ha e considera quali
figli molto amati, e dunque vuole beneficamente ammonirli (v. 14). Il
fatto concreto che nella Comunit esistono decine di migliaia numero simbolico che indica l'enfasi dell'illimitato di bravi maestri in
Cristo, e tuttavia manca proprio l'essenziale, il padre, categoria che dolorosamente e dannosamente fa difetto. Poich in verit l'unico padre
generante alla fede per la potenza dell'Evangelo, generante di fatto nel
Cristo Ges, per essi Paolo (v. 15). Il tema molto caro all'Apostolo,
che lo ripete ai Corinzi di nuovo: "Sono geloso di voi della gelosia di
Dio, perch vi fidanzai all'unico Sposo per presentarvi a Cristo quale
Vergine pura" (2 Cor 11,2), magnifico tema ecclesiologico. Gi lo aveva
presentato ai Galati, in un testo tra i pi approfonditi dai Padri,
quando afferma di considerare quei fedeli come figli veri, per i quali
anzi soffre le continue doglie del parto, finch Cristo, concepito in essi
dalla Parola divina ricevuta come divino Seme (cf. Le 8,21; 1 Pt 1,23;
Giac 1,18; Gv 1,12-13, etc.), "sia formato" in essi come Bambino che
nascer dentro di essi, e questo in modo permanente (Gai 4,19).
557

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

L'Apostolo perci chiede ai suoi fedeli di imitare lui. E non perch


lui, non rivendicando egli alcun merito, come sopra ha spiegato. Bens
perch lui imita Cristo: Paolo ed i suoi saranno cos coimitatori dell'unico Modello divino, Cristo Signore (v. 16). Questo testo resta uno dei
fondamenti del grande tema spirituale della mimesis to Theo, fino a
giungere alYhomisis to Theo, alla somiglianz di Dio che la divinizzazione, come promette un altro Apostolo (cf. 1 Gv 3, 1-2).
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 17,48.51, "Salmo regale"
Cf. Alleluia della Domenica 2* ^P Pentecoste.
b) Mt 17,14-23
II contesto immediato la Trasfigurazione del Signore, per la cui
spiegazione con le sue immense implicazioni si rimanda alla Festa del
6 Agosto. Il parallelo la Domenica 4a dei Digiuni.
Dopo la Trasfigurazione, Ges discende dall'alto monte isolato e solitario, e torna tra la folla, verso la quale sente il trasporto, l'ansia di annunciare l'Evangelo del Regno. Subito gli si accosta uno, che gli si
prostra in segno di onore ma anche di abbandono e di remissione (v.
14), e gli rivolge una supplica epicletica commovente: "Signore, sii misericordioso per il figlio mio" (v. 15a). un padre sconvolto dall'orrida
disgrazia e dalle terrificanti sofferenze del figlio, come poi descriver
nei particolari. Egli tutto compreso della sorte di questo figlio, che
la sua stessa vita, e si affida solo aXY leos del Signore. U leos proprio di Dio, e come si disse pi volte, il comportamento del Dio dell'alleanza, la sua propria "morale dell'alleanza" fedele, con cui si obbligato una volta per sempre ad intervenire in modo spontaneo e gratuito in favore dell'alleato minore e necessitoso sempre, il suo popolo, ed
eventualmente di un fedele di questo popolo. Tale il significato generale di leos. Al quale il Signore non viene mai meno, se il suo intervento non reso impossibile dall'uomo stesso.
Ora, quel padre conosce bene tutto questo. Ma soprattutto riconosce
che Ges che sta davanti a lui portatore dlYleos divino, ed ha la fede in Lui. Matteo non riporta di pi. Il parallelo di Marco qui per
molto istruttivo, poich da resoconto di un dialogo tra Ges e il padre
del ragazzo. Quando questo infatti Lo implora, "Se tu puoi, aiuta noi,
avute Tu viscere di misericordia (splagchnisthis) per noi!" (Me 9,22b),
Ges gli ribatte: "Quel 'se tu puoi' !", ossia: "Tu allora almeno in parte
dubiti?"; e prosegue: "Tutto possibile a chi ha fede" (Me 9,23).
Viene il grande grido del padre: "Io ho fede, Signore! Aiuta tu la
mia non fede!" (Me 9,24). Il che indica che l'uomo qui ha una fede ve558

DOMENICA 10"DIMATTEO

ra, anche se solo ancora incipiente. Sa che in fondo la sua stessa fede, o
se si vuole, sulla base della sua fede, Ges lo aiuter, e dunque vuole
avere la fede piena, e chiede dunque anzitutto l'aiuto per s, per la sua
fede, condizione previa dell'aiuto per il suo ragazzo.
Nella narrazione di Matteo i fatti sono identici, ma pi originali e
sobrii. Al v. 15b il padre prosegue nella descrizione del male grave del
figlio: "lunatico" (selnizomai, essere colpito dai raggi della luna
come un'insolazione notturna, dagli effetti fatali per la mente umana,
secondo le credenze dell'epoca), e perci soffre molto, e inoltre tende a
cadere nel fuoco e bruciarsi, o nell'acqua e annegarsi.
Una povera creatura, da assistere per l'intero giorno, per tutta la vita. Qui si ha che il padre tace la vera natura del male del figlio, che
per Ges conosce bene e guarisce (cf. v. 18), la possessione demoniaca, e non indica l'autore dei tentativi di morte per il fuoco o per l'acqua, che il demonio scatenato contro una creatura di Dio. Il padre
prosegue ancora con un'involontaria accusa: port il figlio ai discepoli,
che "non ebbero potest" di curare il ragazzo (v. 16). La fede del padre
per s non vuole disturbare il Maestro, si fida dei suoi discepoli, credendoli "assistenti", come se li portavano con s tanti maghi del mondo
antico, e del mondo moderno. Ma invano.
La reazione di Ges dura, e si esita a dire se diretta contro il padre o contro i discepoli; tenendo conto del v. 21 per sembra che siano
chiamati in causa solo questi. Allora Ges esclama: Siete una generazione senza fede e distorta, fuori dalla via retta. E aggiunge la parola
pi grave: Fino a quando star con voi?, ossia, fino a quando debbo
sopportarvi?, e ancora: non vedo l'ora di non dovere stare pi con voi e
di sopportarvi (v. 17). In realt queste parole sono un ennesimo insegnamento, che al positivo parla cos: Da tanto tempo io sto con voi, per
amore ho sopportato di insegnarvi e ho tollerato la vostra pesantezza di
cuore, ma non siete riusciti ad avere un minimo di fede in me, non avete
ancora imboccata la via retta.
Cos si rivolge direttamente al ragazzo, fa un'intimazione forte, "ed
usc da quello il demonio" (v. 18). Ecco l'unica causa del male. Il Nemico di Dio, e insieme del suo Regno. Nemico che soggioga l'immagine e somiglianz, deturpata bench mai annichilata dal Male morale e fisico. Nemico da vincere per sempre ed in modo totale, sottraendogli la preda che arrogantemente aveva conseguito e seguitava ad
usurpare. Espulso il Nemico, il ragazzo torna sano, icona di Dio restituita alla sua immensa dignit (v. 18).
Ges adesso ha di certo congedato il padre con il ragazzo guarito, e
le folle che l assistevano. Resta solo con i discepoli, e questi lo interpellano "kat'idian,in privato", riservatamente, forse per lo smacco su559

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

bito davanti a tutti per non aver saputo e potuto guarire il "lunatico",
come invece il loro Maestro ha eseguito con l'irrisoria facilit dell'azione divina. E sommessamente, i discepoli interrogano: Perch noi
non avemmo la potenza (dynamis) di espellere "quello"?, ossia il demonio (v. 19). La domanda quella che si dice "impertinente", ossia
oziosa, fuori luogo, assurda, incredibile. Ma come, i discepoli gi si sono
dimenticati che quando li sceglie tra tanti (Mt 10,1-4) per inviarli in
missione di predicazione (10,5 - 11,1, il lungo e minuziosamente documentato e programmaticamente completo "discorso di missione"), quale
primo potere, exousia, il Signore ai vocati da proprio quello "sopra gli
spiriti impuri, al fine di espellerli" (10,1). Che era successo? Matteo non
ne parla, ma ancora una volta illuminante il parallelo, posteriore
cronologicamente, di Marco, il quale narra in sintesi della vocazione
dei Dodici (Me 6,7a), e del loro invio in missione, con un compendio di
norme {Me 6,8-11). E non si dimentica di memorare che anzitutto il Signore conferisce ai vocati Vexousia, il potere sugli "spirito immondi" o
impuri (Me 6,7b); non solo, ma puntualmente riferisce che i discepoli
cos muniti di poteri, predicavano la conversione "ed espellevano molti
demoni" (Me 6,13a). E proprio su questo, al loro ritorno, danno resoconto al Signore che li aveva inviati (Me 6,30).
Di nuovo la domanda: ma allora che era successo ai medesimi discepoli? Chi pu rispondere se non Ges, che conosce a fondo ogni uomo?
Questa risposta articolata in una parte pi teologica, ed in una pi
comportamentale, se per si tiene conto che la "teologia" la realt pi
concreta che esista, e che la pratica cristiana la realt pi teologica che
esista, secondo quel detto che smentisce tutti gli errori rovinosi del mondo moderno (gioachinista, nominalista, razionalista, positivista, idealista) superbo e velleitario: "la migliore pratica una buona teoria".
La parte teologica e dottrinale verte sulla fede. Ges contesta duramente ai "suoi", che non poterono espellere i demoni, sui quali pure
avevano ricevuto la piena potest, per la loro "piccola-fede". Quanto
"piccola"? Meno di un "grano di senape", il quale misura circa 0,5 millimetri di diametro, come il "punto fermo" della scrittura di un libro di
medie dimensioni. Infatti basterebbe avere la fede grande 0,5 millimetri, ossia anche minuscola come il classico grano di senape (cf. su esso
Mt 13,31), e il credente sposterebbe le montagne. un'iperbole enfatica? No, un piccolo paragone di fronte a quello che segue, che infinitamente grande: Se avete fede, "nulla sar impossibile a voi" (v. 20).
Altro che spostare le montagne, oggi fatto normale nella devastazione
suicida che le industrie perpetrano sulla creazione di Dio, propriet di
tutti gli uomini. Poich "tutto possibile a Dio" (Mt 19,26).
"Tutto possibile per chi ha fede", aveva detto in positivo Ges al pa560

DOMENICA 10" DIMATTEO

dre del ragazzo lunatico (cf. Me 9,23; vedi qui sopra). L'Epistola agli
Ebrei dedica tutto un capitolo a celebrare la fede dei Padri dell'A.T. {Ebr
11; e vedi YApstolos della Domenica di Tutti i Santi). I figli di quei Padri sono dunque diminuiti, non sono cresciuti sull'esempio antico?
Qui soccorre la parte "pratica", che si pu anche chiamare "ascetica". Ed un duro, spietato attacco di Ges a quanti si dicono discepoli
suoi, e procedono secondo il motto: "lavorare di pi e pregare di meno". Le parole sono di una semplicit sconcertante: "Questo genere non
va via (ekporuomai) se non con preghiera e con digiuno" (v. 21).
Demonio di genere "impuro" preghiera e digiuno. Sono sintomatiche qui le edizioni "critiche" del N.T., ossia quelle mai usate nella
santa Liturgia. Sulla base di due soli codici "grandi unciali" dell'inizio
del sec. 5 (B, S), di alcuni pochi codici minuscoli e una versione antica, espungono il v. 21, o, se pi blande, espungono almeno "e con digiuno". Ma occorre darsi pensiero di guardare la Tradizione dal sec. 2
in poi, la riflessione della Chiesa su preghiera e digiuno, la pratica unanime delle Chiese del 1 millennio. Forse dietro l'espunzione del "digiuno" appare lo spettro delle "opere della Legge", e questo contraddice
la "giustificazione per fede senza le opere". La risposta che la Legge,
ossia l'A.T, e l'Evangelo, ossia il N.T., in sostanza, la Santa Scrittura,
prescrivono all'unanimit e senza mai smettere la preghiera costante e
il digiuno di penitenza. Preghiera personale e preghiera comunitaria,
ambedue perseveranti. Digiuno personale e digiuno comunitario quale
"segno" di penitenza nazionale.
Il N.T. non abolisce la Legge, non abolisce la preghiera, non abolisce il digiuno. Il Signore nostro "nato sotto la Legge" (Gai 4,4), la osserva fedelmente, vuole che di essa non scompaia uno iota (Mt 5,1719). Egli, come si cercato di mostrare sopra, l'Orante sacerdotale
per eccellenza. E digiuna per 40 giorni e 40 notti, insegnando come ci
si prepara alla vita spirituale, come si vincono le tentazioni (Mt 4,1-11).
Si accennato che il N.T. contempla il mondo della storia come lo
scenario dove avviene la battaglia finale tra il Regno dei cieli e il regno
del Male personificato; che la vita del fedele lo voglia o no, lo sappia o no una continua serrata battaglia contro "la tentazione", ilpeirasms, per cui deve chiedere al Padre di "non esservi spinto" dalla
propria colpa tanto da non potersene ritrarre e cos perire, e perci di
essere "liberato dal Maligno, hoponrs", e non dal "male" generico
("Padre nostro", Mt 6,13).
Accanto a questa preghiera quotidiana, il digiuno si inserisce come
segno di penitenza, di conversione del cuore, di concentrazione delle
facolt mentali e spirituali. Esso indispensabile, e il lassismo moderno, le giustificazioni sociali, culturali, psicologiche, mediche, morali
contro il digiuno si ritorcono contro chi le lancia. E qui basterebbe un
561

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

unico argomento, quello medico e sportivo: chi mangia troppo (vizio


della gola), deve digiunare se vuole perdere il peso in eccesso, non esiste altro rimedio; certe discipline sportive chiedono il digiuno, anche se
parziale, da certe sostanze, e ad esempio gli atleti sovrappeso debbono
"smaltire" il peso, come?, digiunando (cos il pugilato). Solo i fedeli
del Signore si esentano da questa disciplina antica?
Senza preghiera e digiuno, l'argomento finale, non se ne va, bens
entra "questo genere di demonii", quelli dell'impurit, la quale significa impedimento posto tra l'uomo e Dio, ed impedimento di qualsiasi
genere, come il successo, il guadagno e cos via.
Almeno dal sec. 3 la Chiesa ha anche deciso di stabilire, oltre i digiuni gi conosciuti per il mercoled ed il venerd, altres Td Nstia, "I
Digiuni" grandi, la santa e spirituale Quaresima, accettata universalmente, ed anzi celebrata con enorme solennit. Questo dovrebbe portare
il correttivo alle "edizioni critiche" e alla giustificazione lassista contro il
digiuno spirituale.
Ma accanto alla preghiera e al digiuno la narrazione di Matteo pone,
non senza motivo, il "secondo annuncio" della Passione e della Resurrezione {Mt 17,22).
Per trovare il primo occorre tornare indietro, prima della Trasfigurazione {Mt 16,21). A proposito della grande Festa (cf. 6 Agosto) si parler dell'incastro redazionale per cui il 1 e 2 annuncio della Passione
e Resurrezione anticipano e seguono il fatto della Trasfigurazione, la
quale dunque vi strettamente ed immediatamente connessa. Ma quell'Evento anche decisivo, poich dopo di esso {Mt 17,1-13) il Signore
si avvia verso Gerusalemme, dove si dovr consumare l'intero Evento
della sua Vita tra gli uomini. In Mt 19,1 si narra l'inizio di questa "salita" che termina sulla Croce.
Ai discepoli gi spaventati alla prima predizione {Mt 16,11) il Signore reitera questa parola (17,22b-23a), provocando ancora la tristezza dei suoi (17,23b). Questi in effetti non sono ancora preparati a fatti
che non prevedono, che non desiderano e che respingono, perch ancora oscuramente sentono che il loro Maestro potrebbe abbandonarli. La
catechesi lunga e faticosa del Maestro dovr ancora insistere. E per
l'ultima Catechesi totale sar la Croce. Dopo la Croce i discepoli riceveranno la Mistagogia dal Risorto stesso, e solo allora potranno annunciare il suo Mistero al mondo, spinti dalla Potenza dello Spirito Santo.
6 Megalinario Della
Domenica.
7.Konnikn Della
Domenica.
562

DOMENICA IPDOPO PENTECOSTE


11 a di Matteo

"Parabola sul debito di 10.000 talenti"


1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1)Apolytikion anastsimon, Tono 2.
2)Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3)Kontkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 117,14.18, "Azione di grazie comunitaria"
Vedi Prokimenon della Domenica 3a dop Pentecoste.
a) \ Cor 9,2-12
Alla comunit non unita nel suo seno, percorsa da idee di autosufficienza spirituale con diverse direzioni dovute a diverse tensioni e scismi, Paolo adesso propone ancora, come aveva gi fatto prima, se stesso quale esempio, che determina anche la sua paternit apostolica e spirituale sui Corinzi (vedi Apstolos della Domenica 10").
Al v. 1 presenta la sua carta di identit e di credito: libero, Apstolos, stato gratificato dal Signore di una visione (a Damasco). Questo dovrebbe bastare per far accettare la sua autorit.
Infatti la sua condizione, come la espone, gli ha permesso di lavorare
a Corinto, ma anche altrove, in modo che i fedeli siano vera "opera in
Cristo" totalmente prodotta dall'Apostolo. Certo, Paolo sa bene che per
invidia alcuni fratelli negano che egli sia vero Apostolo (cf. 2 Cor 3,23), ma questo non possono i Corinzi. I quali precisamente "nel Signore"
Risorto sono la sphragis, il sigillo finale del suo apostolato; il
simbolismo di uno scritto completo sottoscritto e autenticato dal sigillo. Essi sono il suo frutto desiderato e adesso prodotto e visibile (v. 2).
l'argomento principe e difesa e apologia verso chi gli oppone come un interrogatorio processuale: i frutti sono innegabili, e sono la Comunit di Corinto (v. 3). Ora, il titolo e la funzione di Apostolo gli deve
concedere ed assicurare alcune prerogative e facolt, da tutti ricono563

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

sciute e da nessuno negate. Anzitutto di "mangiare e bere" a spese della


Comunit da lui fondata e dove si trovasse a vivere, come adesso (v. 4).
Altro fatto che Paolo vi rinunci, come suo comportamento impostosi. Oppure, di condurre con s una "donna sorella", ossia le donne consacrate che assistevano nella Chiesa i predicatori intineranti, ossia gli
altri Apostoli e quelli pi alti in onore tra essi, come "i fratelli del Signore", in pratica Giacomo, e Cefa, i quali con Giovanni formavano le
"colonne della Chiesa" (cf. Gai 2,9). Era un uso apostolico questo, su
cui nessuno aveva da ridire, tanto pi che anche il Signore era stato accompagnato ed assistito dalle Donne fedeli (cf. qui Evangeli del Sabato
santo e grande; della Domenica delle Mirofore; del 22 Luglio). Eppure,
Paolo non si serviva di questo comodo servizio, che gli avrebbe alleggerito molti piccoli fastidi quotidiani (v. 5). E quindi giusto che si lamenti: le sole difficolt sono opposte proprio a lui ed al suo fedele collaboratore Barnaba, come se solo essi due fossero "senza potest di non
lavorare" (v. 6). Ossia, in positivo, anche Paolo e Barnaba per s potrebbero non lavorare con le loro mani per procurarsi il necessario per
vivere, e non farebbero altro che giovarsi dei privilegi degli apostoli itineranti che sono descritti appena sopra. Ma mentre Paolo dichiara di
non essersi giovato di tali privilegi, come anche al presente, tuttavia
riafferma nettamente il proprio inalienabile diritto di averli, poich fanno parte riconosciuta della condizione di Apostolo.
Passa cos ad illustrare questi concetti. Il soldato non pu militare a
sue spese, ma esige il soldo dai capi dell'esercito. Il vignaiolo pianta e
cura la vigna, e ne gode anche il frutto, anche se non fosse proprietario
del terreno. Cos il pastore del gregge, anche se non fosse il padrone
del medesimo (v. 7). Argomenti ineccepibili, in atto ancora oggi. Paolo
mostra per che non si tratta del classico argumentwn ad hominem,
kat nthrpon, un esempio che riguarda un'occasione ristretta, poich
di questo tratta anche la Legge santa (v. 8), e perci si tratta di argomento di valore universale. Qui la Legge Dt 25,4, che suona: "Non
immuseruolerai il bove triturante". una norma di grande umanit, riconosciuta alla legislazione del Deuteronomio; del resto l'A.T. propugna un vasto e sincero rispetto per gli animali, considerati creature di
Dio, partecipanti alla gloria dell'universo che tributa lode al Signore.
Citata la Legge, Paolo espone un'argomentazione di tipo rabbinico,
"dal minore al maggiore": qui Dio, che il divino Legislatore, si limita
a parlare solo dei bovi, preoccupandosi solo di essi (v. 9), oppure piuttosto vuole parlare propro di noi?
Questo ragionamento ha creato molte difficolt agli interpreti moderni, i quali temono ogni forma di allegorismo, ossia l'esasperata ricerca di significati nascosti e strani dietro le singole parole. Qualcuno
sostiene che qui Paolo non corra a filo di logica (occidentale, che lo
564

DOMENICA 11' DI MATTEO

spirito di geometria; non di finezza, com' quella orientale). Ossia:


Paolo va contraddetto, poich impossibile che Dio parlando di bovi,
in realt voglia riferirsi agli uomini.
Il ragionamento ebraico di Paolo secondo l'analogia: se Dio legiferando si preoccupa con tanta dolcezza dei bovi, affinch traggano sostentamento dal loro durissimo lavoro tirare l'aratro con forza e pazienza giorno dopo giorno, dietro il pungolo impietoso dell'aratore ,
quanto pi si preoccupa dell'uomo, sua immagine e somiglianz.
Il quale, prosegue Paolo, comunque alluso dalla Scrittura, qui, poich legge della natura che chi ara deve lavorare nella speranza del
raccolto di cui deve godere almeno in parte, proprio come il medesimo
aratore; o altri, quando triturano sull'aia, debbono sperare di godere del
frutto che pronto per essere insaccato, macinato, cotto e mangiato (v.
10). L'analogia corre bene.
La conseguenza del ragionamento sta nell'applicazione alla realt
apostolica. Paolo da buon seminatore, sparse il seme delle realt dello
Spirito Santo a Corinto, e perci non "enorme" che mieta dal frutto
materiale della Comunit, anche se non si serve di questo diritto riconosciuto a tutti (v. 11). Ed anche: di fatto, altri predicatori itineranti
(Paolo qui delicatamente non precisa chi siano) usufruiscono della "potest", ossia dei beni dei fedeli di Corinto ma allora non ne pu usufruire almeno "di diritto" piuttosto Paolo, che di Corinto "l'Apostolo"
per eccellenza? (v. 12a).
La conclusione porta pace e distensione. Paolo mai si giov di questo diritto o facolt (exousia) apostolica riconosciuta. Al contrario, egli
sopporta pazientemente (stg) ogni fatto, in specie contrario, al fine
supremo: non porre ostacolo ali'Evangelo di Cristo (v. 12b). Almeno
da parte di lui, tutto deve concorrere, con comportamento irreprensibile, a far accettare la predicazione apostolica a lui affidata direttamente
dal Signore.
Un'annotazione importante qui necessaria. Paolo pone il principio,
che resta assoluto per sempre, che nella Chiesa esiste un santo scambio: alcuni partecipano agli altri fratelli le Realt dello Spirito Santo, i
Beni messianici, l'Evangelo, la fede, la crescita della carit; questi altri,
i recettori beneficati, sono vincolati ai "tradenti" benefattori, e il "segno" della gradita accettazione deve poter essere espresso prima che
nel campo spirituale, nel campo della sussistenza materiale.
l'eporme principio che fonda la "cattolicit della Chiesa", di cui
gi si accenn, che qui va ripreso, tanto pi che Paolo vi insiste in modo ripetuto. Segno evidente che il principio stesso non era chiaro, o non
era comodo da accettare: "chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato"
la norma normale dell'ingratitudine umana, deleteria nelle realt comunitarie.
565

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

In base a questo principio, Paolo organizza l'attivit, che giustamente


chiama leitourgia e diakonia, ossia "opera in favore del popolo" e
"servizio" della carit fraterna, e che in pratica sono le logiiai, le "cllette" (anche logiai). I testi principali sono At 24,17; Gal 2,10; 1 Cor
16,1-3; 2 Cor 8,1 - 9,15, un vero trattato; Rom 15,25-27.
Ora, chi stato portato dentro la fede salvifica, vincolato per sempre con il suo evangelizzatore. Ma la predicazione dell'Evangelo partita una volta per sempre dalle Comunit "dei Santi", ossia degli Apostoli di Gerusalemme, e si diffusa nel mondo. Tutte le Comunit sorte
da quella predicazione sono vincolate alla Comunit Madre, di lingua
aramaica, dei giudeo-cristiani. giusto e degno allora che le Comunit
"figlie" corrispondano alla Madre, se sta nel bisogno, l'aiuto filiale.
Tale aiuto sar "raccolto" (colletta, raccolta) la Domenica, durante la
celebrazione del Signore (1 Cor 16,1-3), secondo la facolt ma con generosit poich "il Signore ama il donante gioioso" (2 Cor 9,7, che cita
Prov 22,8). il segno della carit vincolante.
Lo scopo che Paolo intende qui che "salgano a Dio vive azioni di
grazie (eucharistiai)" (2 Cor 9,11), e che l'azione caritativa provochi
questo: "la liturgia di questa diaconia moltiplichi le eucharistiai a Dio"
(2 Cor 9,12)
II principio oggi valido, e va richiamato ai fedeli che operano in silenzio tanta carit. Essi vanno resi consapevoli del fatto grande di cui
sono protagonisti per la divina Grazia dello Spirito Santo.
5. E VANGELO
a) Alleluia: Sai 19,1; 27,9, "Salmo regale", e "Supplica individuale"
Vedi Alleluia della Domenica 3* ^P 0 ecoSTe.
b)Mt 18,23-35
II cap. 18 di Matteo si usa chiamare "discorso ecclesiastico", e
giustamente. Esso facilmente diviso in avanzamenti, dove si susseguono i precetti che rendono possibile un'ordinata vita della Co munit, dalle autorit ai fedeli: vv. 1-5, l'umilt, base della convi venza; vv. 6-11, evitare ogni scandalo, che turba i fedeli; vv. 12-14,
il recupero del fratello come una "pecora smarrita" cara al pastore;
vv. 15-17, la correzione fraterna, modo delicato di recupero del fratello che pecchi contro un fratello; vv. 18-22, il perdono "70 volte
7", con il potere di assoluzione o no, affidato agli Apostoli (v. 18,
che completa 16,16-19, il potere di "Pietra della Chiesa" affidato
dal Signore a Pietro); infine, i vv. 23-35 portano la parabola dei
10.000 talenti, per significare l'amore misericordioso e perdonante
in seno alla Comunit.
566

DOMENICA 11-DIMATTEO

Quindi occorre perdonare 70 volte 7, ossia sempre e comunque. Il


Signore introduce la parabola con dia toto, per questo, indicando cos
10 stretto nesso del Regno dei cieli con il comportamento dei discepoli,
sia che perdonino, sia che siano spietati. Ma nel Regno si entra solo se
si perdonati ma perdonanti.
Per questo avviene nel Regno dei cieli come quando un Re, ma si sa
che "il Re" divino, decide ad un certo momento, quello fatale, di
"portare a galla insieme", come dice il verbo synir, i conti. Il Re ha
lasciato amministrare. Adesso chiude il bilancio ed esige i rendiconti. Il
senso di questo si vede anche in 25,19, nella parabola dei talenti; e in
Le 16,6, nella parabola del fattore disonesto; in Le 19,15, nella parabola
delle mine, parallela a quella dei talenti; in Mt 24,46-47, nella parabola
del servo fedele e sapiente. L'avvertenza che occorre rendere conto alla
fine, data. Ciascuno deve assumersi la sua responsabilit (v. 23).
Allora passano gli amministratori, finch arriva uno con un debito
catastrofico, 10.000 talenti. Il testo non precisa di che materia, essendo
11 talento una misura di peso di circa 40 chili; probabilmente si tratta di
oro fino, circa 400.000 chili, 400 tonnellate, che poche "sacrestie", i
gelosi recessi del tesoro pubblico, ancora oggi possiedono al mondo.
Diciamo che si tratta di 100.000 miliardi di lire, poco pi, poco meno.
H talento era poi divisibile in varie pezzature, tra cui i corrispettivi pi
noti: denari, o dracme. Con questo la parabola vuole indicare da una
parte l'illimitata generosit del Re che affida ad un suo servo somme
quasi incalcolabili, e la sua pazienza inesauribile nell'attendere il rendi
conto solo alla fine; dall'altra, il rischio grave ed irresponsabile assun
tosi dal servo, che sa che in questione per lui un debito mai pi solvi
bile (v. 24).
Il testo ha un gioco complesso di termini:
a) debito: il debitore del Re (v. 24); il debito dovuto rimesso dal Re (v.
27); il debito del secondo servo verso il primo (v. 28, per 2 volte); l'at
tesa del primo servo per la soddisfazione del debito del secondo servo
(v. 30); la contestazione del Re al primo servo, poich gli abbon il de
bito (v. 32); la condanna del Re al servo crudele finch reintegri il suo
debito enorme (v. 34);
b) restituzione: il servo crudele non ha come farvi fronte (v. 25); il Re
lo condanna finch restituisca (v. 25); chiesta dal servo perdonato al se
condo servo (v. 28); chiesta una dilazione da questo (v. 29); condanna
del secondo servo da parte del primo servo fino alla restituzione (v.
30); condanna finale del Re contro il servo crudele fino alla restituzio
ne impossibile (v. 3);
e) remissione del debito: del Re al servo dei 10.000 talenti (v. 27); rinfacciata dal Re a questo servo, che la neg al secondo servo (v. 33, sen567

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

za nominarla); chiesta dal Padre a tutti i suoi figli verso i loro fratelli (v.
35).
Questo intreccio, che nel testo appare in narrazione seguita, pone
tutta la problematica, che drammatica.
I costumi antichi in tema di debiti erano drastici; del resto furono
abolite le "prigioni dei debiti" solo verso la met del 1800 dagli stati
"civili" che per l'avevano mantenuta per secoli. Il creditore insoddisfatto poteva "colpire", come si dice in gergo finanziario, la persona fisica del debitore, ma anche la moglie ed i figli, vendendoli come schiavi, oltre al sequestro di tutti i suoi beni se esistevano. Era legge sancita
dallo stato. Inappellabile. Non ci dobbiamo scandalizzare, gli stati moderni, evoluti ed efficienti, che tollerano l'omicidio che l'usura, garantiscono solo i ricchi ed in modo sfacciato, permettono sfratti, esproprii, pignoramenti di beni, e vendite all'asta per la "mafia degli incanti", quel nugolo di sfruttatori che con la complicit di chi dirige acquistano per pochi soldi beni di valore rilevante. Perfino la Chiesa e le
Chiese su questo hanno poco parlato, e non parlano.
Qui il Re segue ed applica la legge. Di fronte all'insolvenza dichiarata del servo, lo condanna ad essere venduto con moglie e figli all'asta
degli schiavi ed al sequestro dei beni, e ordina "di essere reintegrato",
ossia tenta di recuperare qualche cosa (v. 25). Il servo disonesto, spaventato ma anche ipocrita, conta sul cuore buono del suo Re, si prostra
a terra e l'implora: "Sii longanime (makrothym) con me", promettendo l'impossibile restituzione (v. 26). Egli sa che il suo Signore "Longanime e Multi-misericorde" (Sai7,11; 85,15; 102,8; 144,8), fin dall'inizio (Es 34,6).
E di fatti "il Signore del servo" compie due azioni magnanime e longanime: lo rinvia libero, e gli "rimette il debito" (v. 27). Applica cos il
Giubileo biblico della totale remissione dei debiti (Lev 25,8-22), con il
verbo tecnico di questo, aphimi, rimettere, lasciare, abbonare il dovuto. un abbono di grazia, non meritato e di fatto non meritabile nella
condizione del servo verso il suo Signore. Ma la condizione del Giubileo biblico che sia interreciproco tra i fratelli, altrimenti decade. Inoltre, il Signore del servo stato mosso qui da un impulso straordinario,
"ebbe viscere di misericordia" (splagchni'zomai), verbo che si visto
come applicato principalmentea Dio (vedi Evangelo della Domenica
iQa\ L Alto ha compassione della pochezza del basso, ma non lo deprime di pi, lo restituisce alla sua dignit e lo reintegra alla sua famiglia.
Gesto regale magnifico. Il Re ha prduto 10.000 talenti, ma ha acquistato un suddito, un uomo che adesso pu vivere, pu di nuovo stare in
societ. Conta sul suo civismo.
per un conto male riposto. Appena uscito, il servo cos beneficato trova un collega, un "con-servo" del Re; questi gli deve 100 denari
568

DOMENICA 11" DI MAJTEO

soltanto, in pratica si tratta di circa 100 giornate lavorative di un operaio, poco pi di 3 mesi di salario. Il primo servo afferra il secondo alla
gola, quasi lo soffoca, e gli intima di restituire il dovuto (v. 28). Il secondo servo si comporta verso il primo come questi fece con il Re: si
prostra, lo implora e gli dice: "Sii longanime verso me", promettendo
la restituzione (v. 29). Ma il creditore "non volle", e lo getta alla "prigione per debiti" fino alla soddisfazione del dovuto (v. 30).
Gli altri colleghi vedono questo, si addolorano molto, stanno sulla
linea del loro Re, ancora hanno un cuore, e vanno dal Re per narrargli
tutto l'avvenuto (v. 31).
Il Re, adesso "il Signore", subito chiama il servo crudele. Egli esige
che la propria longanimit sia anche dei suoi sudditi, poich cos si regge
il Regno perfetto. Vuole che i suoi sudditi siano come Lui . E come si
dimostra sempre. Perci investe l'individuo cos: "Servo malvagio! (cf.
Le 19,22), e gli rinfaccia di avergli condonato (aphimi) "tutto quel
debito" solo perch era stato "invocato" (parakal) (v. 32). La preghiera stata accolta generosamente. E adesso passa alla requisitoria:
"Non si doveva (di, che indica il Disegno divino) che tu avessi misericordia (ele) del conservo tuo, come anche Io di te ebbi misericordia
(ele)T(v. 33). Tra il Signore ed i suoi servi, e tra questi in recipro cit, deve regnare il medesimo atteggiamento. Dio l'Archetipo divino
unico dell'uomo, e l'uomo "ad immagine e somiglianz di Dio". Come Dio nel cielo, cos l'uomo deve essere sulla terra. Tra gli uomini
non debbono esistere "condebitori", n verso Dio perch rimette ogni
debito, n tra loro perch debbono rimettersi ogni debito. Ed infatti il
Signore non chiama il secondo servo "tuo debitore", ma "servo con te",
"conservo" verso l'unico Signore.
Ormai il processo sta all'epilogo, e si conclude con la sentenza regale, unica ed inappellabile. Il Signore irato consegna il servo iniquo ai
"torturatori", gli esecutori di giustizia che usano anche pene corporali,
finch, se possibile, quello restituisca tutto il debito (v. 34). Ma adesso,
quale debito? Un debito mostruoso, accresciuto spropositatamente, poich al primo, dei talenti, gi per se stesso inestinguibile, se ne aggiunto un altro, forse ancora peggiore, la "malvagit" verso il prossimo.
Per s, la parabola finita. Viene adesso la spiegazione del Signore,
sotto forma di minaccia durissima, ed insieme di tenera apertura verso
la possibilit, dettata dal condizionale "se". Il Padre celeste agir "cos": come fu verso il servo iniquo, sar verso tutti i suoi servi iniqui. Infatti tutti furono,recettori dei 10.000 talenti. E forse perfino di pi, nel
numero di 5, 2, 1 talenti commisurati alle forze di ciascuno, secondo la
parabola (Mt 25,15). Il Padre perci punir esemplarmente, a meno che
i debitori Lo imitino come Padre che perdona con il suo Cuore divino,
e rimettano (aphimi) uno per uno al fratello, ma con il cuore. Non si
569

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

parla pi di debito, solo di "rimettere" totalmente. Poich tra i fratelli


non esistono creditori e debitori, ma tutti insieme sono la Famiglia del
Padre, una Famiglia gi di debitori insolvibili ma perdonati e reintegrati
nella Casa comune. Cristo Signore e Maestro perci chiede qui di attuare il Giubileo biblico, quello ch' venuto lui a portare con lo Spirito:
Le 4,18-19; Is 61,1. Che di fatto ha donato con la Resurrezione e lo
Spirito: Gv 20,22-23. Che deve essere accettato e scambiato. Che di
continuo chiesto nel "Padre nostro", con quel terribile "rimetti noi
gi rimettemmo" (6,12). Ecco come "viene il Regno del Padre" (v. 35).
6 Megalinario Della
Domenica.
7. Koinnikn Della
Domenica.

570

DOMENICA 12a DOPO PENTECOSTE


"Sul ricco"
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Eisodkn
Della Domenica.
3. Tropari
1)Apolytikion anastsimon, Tono 3.
2)Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3)Kontkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolo s
a) Prokimenon: Sai46,7.2,
Vedi il Prokimenon della Domenica 4a dopo Pasqua.
b) 1 Cor 15,1-11
La lettura continua di 1 Corinzi porta adesso al centro della Rivelazione e della vita cristiana, la Resurrezione del Signore. Tale centro occupa per intero il capitolo, con progressioni immani, che aprono anche
la visuale sull'eternit, e sulla divinizzazione degli uomini.
L'esordio del cap. 15 un atto di notificazione che deve restare in
perenne memoria nel cuore dei fedeli: "Vi rendo noto, gnriz, fratelli". L'oggetto l'Evangelo che Paolo evangelizz (euaggelizomai) ai
Corinzi. Per la notifica, adesso ha necessit di esplicitazioni.
La prima esplicitazione la riaffermazione della Tradizione divina
apostolica. I cui termini sono 2 verbi che formano la "catena" di trasmissione-accettazione, paradidmi, la consegna apostolica; paralambn la recezione dei fedeli, come evidente al v. 3, ma non solo.
Intanto al v. 1 l'Apostolo ricorda ai Corinzi che l'Evangelo essi "ricevettero" (paralambn), in esso "consistono" fermamente (v. 1), in forza di esso gi furono salvati (sia pure "nella speranza", come precisa in
Rom 8,24). Certo, la condizione ineludibile che quei fedeli debbono
mantenere l'Evangelo alla lettera, come fu evangelizzato da Paolo, altrimenti avrebbero avuto una fede vana (v. 2).
"Infatti, gr" comincia il v. 3, che con i vv. 4-5 forma un testo in origine aramaico, risalente direttamente (anni 30-35) ai fatti adesso enun571

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

ciati, la Morte e Resurrezione del Signore. Paolo lo fa suo e lo comunica alle sue Comunit. Il blocco contiene quindi il centro della fede salvifica. "l'Evangelo" per intero, anche se implica e suppone sostanzialmente il resto della divina Rivelazione.
Paolo enuncia qui l'inizio della divina Tradizione. Cristo stesso
(quando gli apparve a Damasco) gli "consegn", paradidmi, quanto
ora Paolo, avendolo ricevuto, paralambn, a sua volta consegna, paradidmi, "anzitutto" ai Corinzi. La divina Catena della Tradizione salvifica non un fatto umano, anche se implica gli anelli umani necessari,
gli Apostoli ed i loro Successori, nella diadoch fedele, la Successione
ininterrotta. un fatto propriamente divino: dal Padre a Cristo e allo
Spirito Santo agli Apostoli il dare-ricevere originante. Come dagli
Apostoli ai Successori, ma dagli Apostoli allora gi ai fedeli, riceveretrasmettere, e cos lungo i secoli senza interruzione. Vedi Parte I, Cap. 3.
Il contenuto della Tradizione si concentra in fatti storici inoppugnabili e indiscutibili, perch constatati e quindi testimoniati da persone
note, consultatali ancora, e del tutto degne di fede. Si possono distinguere qui 3 fasi successive:
a) Cristo mor per i nostri peccati "secondo le Scritture", 1' A.T., come re
citano ancora i fedeli con il Simbolo apostolico nella Divina Liturgia.
Questo implica che "le Scritture" parlino realmente di Cristo; in altro
contesto Paolo le chiama il Preevangelo (Rom 1,1-4, altro testo di origine
aramaica); la realt della Morte del Signore che fu sepolto (vv. 3-4a);
b) Cristo "fu risvegliato (dal Padre)" al terzo giorno "secondo le Scrit
ture", l'A.T, le quali preannunciarono la sua Morte e la sua Resurre
zione, come ad esempio Is 52,13 - 53,12, il 4 carme del Servo soffe
rente (v. 4);
e) Cristo si rese visibile (phth, anche "fu visto") a Pietro ed ai Dodici, come narrano in sincronia i 4 Evangeli (v. 5); poi a pi di 500 fratelli, alcuni ancora viventi e consultatali e testimonianti (v. 6), poi a Giacomo, poi agli "apostoli" (fuori dei Dodici) (v. 7), e finalmente all'ultimo di tutti, a Paolo, che si considera un aborto davanti a Dio (v. 8).
Infatti fu persecutore della Chiesa di Dio, e cos venne ultimo tra gli
Apostoli santi, indegno per perfino di portarne il nome (v. 9).
Presentato il centro della fede, Paolo prosegue: dopo la professione
estrema d'umilt, deve ristabilire presso i fedeli la sua autorit apostolica ricevuta direttamente dal Signore Risorto, manifestatosi a lui personalmente. Egli infatti quello che , vero Apostolo di Cristo, per pura
grazia di Dio, e questo il Gratuito divino immeritabile ma gratifcan572

DOMENICA 12' DI MATTEO

te. E pu affermare senza falsa umilt, bens nel rigore dei fatti, che
quella Grazia non rest vuota e inerte, ma Paolo vi collabor in tutto,
con molta fatica di opere ovviamente, precisa, lavor in lui la Grazia di Dio "insieme con lui" (v. 10).
Perci l'Apostolo si richiama alla collegialit della predicazione.
Questa venne sia dagli altri Apostoli, sia da Lui. Ma tutti essi ebbero un
unico contenuto della predicazione, quello presentato sopra ai vv. 3-8,
ed i Corinzi credettero sull'unica base di questo contenuto, che divino, e non credettero altrimenti (v. 11).
Il testo di 1 Cor 15,3-8 va letto in nesso vincolante con un testo precedente, 1 Cor 11,17-34, ma specialmente nei vv. 24-26, la presentazione della "Cena del Signore". Anche qui Paolo riafferma che "ricevette
(paralambn)" direttamente dal Signore proprio quanto adesso "trasmette (paradidmi)" ai fedeli di Corinto, e il contenuto di questa recezione-trasmissione l'altro centro della vita di fede, la celebrazione
della Cena.
In conclusione, la Resurrezione e la Cena del Signore Risorto vanno
posti insieme come contenuto assoluto della fede. La Resurrezione e la
Cena sono il contenuto della divina Tradizione che da Cristo mediante
gli Apostoli giunge a vivificare la Comunit, e che dagli Apostoli ai loro Successori legittimi, lungo una Catena meravigliosa, giunge attraverso le generazioni e le regioni della terra a costruire sempre nuove
Comunit che vivono la fede nel Signore Risorto e ne celebrano con
gioia i divini vivificanti Misteri, nel Dipnon mystikn, la Cena misterica a cui Cristo stesso convita i suoi che ama per donare ad essi lo Spirito del Padre suo.
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 30,2.3, "Supplica individuale". Vedi
l'Alleluia della Domenica 4a dopo Pasqua.
b)M?19,16-26
Cristo battezzato dal Padre con lo Spirito Santo attua il suo Programma messianico battesimale, che regale profetico sacerdotale nuziale,
annunciando TE vangelo, operando le opere del Regno, dando culto filiale al Padre e riportandovi gli uomini, in un'immensa Liturgia triadica.
Il suo Battesimo per una condizione da vivere, non si limita al fatto
del Giordano: tutta la sua esistenza tra gli uomini, ed avr il culmine
nel Battesimo finale della Croce, quando "le grandi acque" del peccato
degli uomini e della morte lo sommergeranno. Bench solo per 3 giorni.
Per giungere alla Croce il Signore deve "salire" a Gerusalemme.
Questo viaggio lungo e denso di episodi e di insegnamenti, comincia
573

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

dopo la Trasfigurazione, ossia quando Ges al momento opportuno termina il suo ministero in Galilea. Da questo momento il ministero prosegue nel viaggio, finch dopo l'ingresso a Gerusalemme si restringer
al tempio, ed infine nel cerchio ristretto dei discepoli. Dopo la Resurrezione e la Pentecoste esso sar ampliato ai confini del mondo attraverso
gli Apostoli (cf. Ar i,8).
In 19,1 perci il Signore comincia a dirigersi verso Gerusalemme.
La prima questione che incontra la disputa sul matrimonio e sul divorzio (19,2-12), e dopo questo significativamente benedice i bambini
(19,13-15). Poi ha un incontro che lascia perplessi tutti, meno Lui.
Mentre viaggia, gli si fa incontro "un tale", che Matteo precisa come
"giovane" al v. 20, e gli pone una domanda pragmatica: "Maestro, che
di buono far affinch io consegua la vita eterna?" (v. 16) Si tratta di
una forte organizzazione mentale: io voglio la vita eterna perch il
mio bene; adesso cerco di "fare il bene", certo non il male; e quella vita
mia. S, ma che esattamente "faccio", con meno spreco possibile? Il
parallelo, Domenica \3& Luca > "ggere varianti.
Ges gli risponde bruscamente, ed in un certo senso obliquamente.
L'uomo aveva chiesto: "Che (ti in greco) di buono far", intendendo
certo azioni buone. Ges non vuole essere interrogato "quanto al bene", o "buono" (v. 17a). Il senso sembra: non esiste "opera buona" che
da solo e senza il Buono che Dio, uno possa conseguire. Infatti Ges
prosegue: "L'Unico il Buono", rimandando gi qui a Dt 6,4-5, sul primo comandamento, amare il Signore Unico. E il Buono dona Lui di fare
il bene. Perci viene la conseguenza pragmatica, che in fondo la risposta che per cos dire sterza verso la domanda posta dall'uomo, e tuttavia gliela sterza a sua volta, correggendone la traiettoria: "Se vuoi entrare nella vita eterna", dunque non "Se vuoi procurarti, conseguire,
possedere" come era la lettera dell'interrogazione (v. 16, con il verbo
ch, al congiuntivo aoristo ingressivo). L'entrata alla vita eterna
quindi aperta come dono divino, sia pure a certe condizioni. Le quali
sono concentrate in questo: "Custodisci i comandamenti" (v. 17b).
Nulla di originale consiglia Ges, poich la norma di "custodire i
comandamenti" determinante per l'A.T., e nel solo Pentateuco ricorre
molte decine di volte, alla lettera (cf. solo Dt 4,2; 6,2.17; 7,11;
8,1.2.6.11...). la prima condizione per poter stare davanti al Signore
vivendo il rapporto elevante dell'alleanza fedele. Ora "i comandamenti"
sono molti, e l'uomo interpella Ges per sapere quali siano decisivi.
Ges sa che tutti sono decisivi. E gi aveva affermato nettamente che
non venne per abolire la Legge dei comandamenti, ma per completarli;
che non un solo iota ne doveva essere perduto; che chi ne trasgredisce
solo uno, non sar grande nel Regno (cf. Mt 5,17-19). Tuttavia ne fa
una selezione significante.
574

DOMENICA 12" DI MATTEO

Infatti ai vv. 18-19 seleziona dal Decalogo (Es 20,12-16; Dt 5,1720) solo i precetti 5, sull'omicidio; 6 (e 9 insieme), sull'adulterio;
7, sul furto; 8, sulla falsa testimonianza; 4, sull'onorare i genitori. E
ad essi aggiunge fuori del Decalogo il precetto dell'amore per il prossimo, da Lev 19,18; Dt 5,16. Ora, a ben guardare, si ha questo quadro:
delle Due Tavole della Legge, sono citati esclusivamente i precetti 49 della Tavola II, che riguarda i rapporti del fedele con il prossimo;
nessun precetto invece della Tavola I, che riguarda i rapporti, per s
preminenti e da privilegiare, con il Signore. Inoltre, l'aggiunta il precetto dell'amore per il prossimo, non quello, preminente e da privilegiare, dell'amore verso il Signore, che sta in Dt 6,4-5.
Ossia: il Signore "fa entrare nella vita eterna" solo se, perfino trascurando il rapporto con Lui, il fedele tuttavia si comporta verso il prossimo con rettitudine i comandamenti della Tavola II , e con carit
il precetto dell'amore fraterno . questa un'esclusione che risale
al pensiero originale di Ges? No, Ges desume questo dalla pratica
corrente proprio in Israele, predicata in modo universale, costante e
"rabbioso" dai Profeti (cf. ad es. Is 33,14-16; Ger 7,1-15; 19,1-15), e
proclamata nella liturgia, cantando i Salmi al Signore. Cos i Salmi del
genere letterario "Liturgie" (Sai 14; 23; 133) dichiarano le condizioni di
accesso al santuario della divina Presenza "ingresso alla vita eterna"! , che sono in pratica osservare la Tavola II del Decalogo. Ad essi
si possono aggiungere anche altri Salmi di genere letterario diverso: Sai
5,1-13; 7,4-6; 16,1-5; 25,1-6; 100, un "Salmo regale" che vede il re
impegnato a moderare nel suo popolo questo comportamento fraterno.
Il Signore prosegue sempre l'insegnamento della Rivelazione divina
dell'A.T., lo riafferma, ribadisce e rilancia. Ed infine lo sanziona, quando
in Mt 25,31-36 descrive il Giudizio finale, che sar solo sulle opere
della carit fraterna (vedi Evangelo della Domenica deYApkreos).
N qui Dio eliminato dalla scena. Poich Egli stesso ha disposto
cos per amore degli uomini, che vuole misericordiosi e giusti proprio
come Lui il Perfetto Misericordioso (Mt 5,48; Le 6,36). E di questo
dette mandato gi ad Abramo:
Io infatti lo scelsi,
affinch egli ordini ai figli suoi ed alla casa sua dopo di lui,
di custodire la via del Signore,
di operare con "diritto e giustizia",
affinch il Signore compia in favore di Abramo
tutto quello che a lui promise (Gen 18,19),
testo capitale, poich rivela che il Signore vuole che da Abramo esca
un popolo che usi "diritto e giustizia", che si pu tradurre "intervento
575

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

soccorritore e misericordia", all'interno della sua stessa compagine (vedi


anche Evangelo della Domenica 3a di Luca).
quanto Ges qui lascia comprendere.
Ma l'uomo replica poco convinto, deluso, dimostrando che in fondo
un pio desideroso di un "di pi", e afferma che da sempre ha osservato
questi comandamenti, e perci "di che ancora manca?" (v. 20).
La risposta di Ges intesa dalla spiritualit dei secoli come un
"consiglio evangelico", perci obbligante pochi privilegiati e non la
grande maggioranza dei fedeli, che allora sono considerati al margine
della vera vita di perfezione. "Se vuoi essere perfetto", che significa
"santo" (cf. Mt5,48, che cita Lev 19,2: "siate santi!" secondo la santit
divina), occorre compiere una serie di gesti liberanti: disfarsi dei beni
della terra, il diaframma che impedisce la limpidit del rapporto sia con
Dio, sia con il prossimo; distribuirli ai poveri ricomunicando con questi
fratelli sfortunati. Ecco l'acquisto del Tesoro nel cielo. Ma non basta:
occorre "venire" al Signore, e "seguirlo" dovunque vada. un programma totale e totalizzante (v. 21).
Marco {Me 10,21) annota acutamente che Ges prima di rispondere
"guard ed am" il giovane, avendo intuito in lui alcune qualit del discepolo buono, che sarebbe stato un attivo missionario del Regno. Ma
la reazione che produce terribile: senza neppure replicare, chiedere
spiegazioni, domandare se un compromesso sarebbe stato possibile,
quello "se ne and rattristato". L'Evangelista vi appone la motivazione
incresciosa: "era infatti possidente di ingenti beni" (v. 22).
La questione sembra finita. Invece Ges deve trarre per i discepoli
un insegnamento decisivo, poich resta sempre il tema della vita eterna
e dell'entrata in essa.
I vv. 23-24 sono tra i pi celebri del N.T., e sono diventati proverbio,
talvolta anche in senso scherzoso. Anzitutto l'affermazione netta: "In verit, Io parlo", il che conferisce un tono solenne e definitivo; " difficile
che un ricco entri nel Regno dei deli" (v. 23). Ossia, non solo non "consegue" la vita eterna, ma questa, offertagli come "entrata", difficilmente sar
accettata. Ges qui non dice "impossibile", ma "difficile". I ricchi sono
zavorrati di beni, e la zavorra sia per salire dagli abissi alla terra, sia dalla
mongolfiera al cielo, deve essere abbandonata. Viene poi al v. 24 la figura
simbolica della difficolt, che pratica impossibilit: il cammello dovrebbe
entrare nella "cruna d'ago", e questo gi sarebbe quasi facile rispetto al
ricco che voglia entrare nelRegno. Anche se "cruna d'ago", come alcuni
propongono, sarebbe un'espressione che indica la feritoia nelle mura di
unafortezza, il buono epaziente cammello troverebbe eguale "difficolt".
La reazione dei discepoli la sorpresa stupefatta "molto", poich
forse pensano non ai "beni ingenti", bens ai "pochi beni" della gente
comune. E allora si chiedono: e chi allora si pu salvare? (v. 25).
576

DOMENICA 12' DI MATTEO

Non facile la risposta di Ges. Egli guarda con amore i discepoli,


ed afferma: "Questo, impossibile per l'uomo. Da parte di Dio per tutto
possibile" (v. 26, che cita Giob 44,2). Dio non un capriccioso, come
si riteneva da una teologia stretta, pessimista in modo radicale, che possa
"dannare il giusto e salvare l'ingiusto". Dio vuole che tutti siano salvati.
Ora il giusto aiuta Dio mentre lo salva. Allora il ricco per aiutare Dio
deve alleggerirsi della zavorra impura e corruttrice del suo cuore, che
la ricchezza. E pu farlo in due modi: o abbandonarla con il dono ai
poveri, e seguire Ges; oppure seguire Ges usando della ricchezza,
come dice Paolo, "come se non la usasse", il che significa usandola bene, per il solo bene del prossimo.
L'esperienza della storia, da Salomone favolosamente ricco fino alle
attuali "multinazionali", indica spietatamente che ambedue quei casi
sono almeno "difficili". Che qui il cammello neppure tenta di entrare
nella "cruna d'ago". Che impossibile salvarsi senza Dio e senza il
prossimo, amandoli con il cuore intero e non diviso.
6. Megalinario
Della Domenica.
7. Koinnikn
Della Domenica.

577

DOMENICA 13a DOPO PENTECOSTE


"Sulla vigna"
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Esodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikon anastsimon, Tono 4.
2) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3) Kontdkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 103,24.1.
Vedi il Prokimenon della Domenica 5adopo Pentecoste.
b) 1 Cor 16,13-24
II cap. 16 dell'Epistola contiene l'epilogo, che sono i saluti e le ultime esortazioni dell'Apostolo alla sua Comunit di Corinto. I vv. 1324 del cap. 16 sono la parte finale dell'epilogo.
Paolo esorta finalmente i suoi fedeli a "vigilare" (grgor). uno dei
verbi principali per indicare l'attitudine necessaria del cristiano di fronte
alla realt, nella duplice prospettiva: dell'attualit, e quindi la vigilanza si
dirige contro ogni forma di male per operare nel modo che tra poco dir
Paolo, nella carit; e della storia della salvezza che corre al suo fine. H
kairs, il tempo di Dio, e il Signore, possono venire adesso, subito, e occorre farsi trovare sempre pronti. Gi nella prima redazione del suo epistolario Paolo aveva richiamato i fedeli di Tessalonica (forse l'anno 5051) a stare tesi nel vigilare per la Venuta (1 Te ss 5,6). Non era una preoccupazione spirituale e pastorale di lui solo poich l'imperativo "Vigilate!"
viene dal Signore stesso (cf. la fine del "discorso escatologico", Mt 24,42,
ultima parola). Vigilare significa "stare pronti (htoimoi)", come interpreta
Matteo stesso (Mt 24,44, sempre nel "discorso escatologico").
Questo "vigilate" il primo di 4 imperativi, con "State saldi nella
fede", "operate virilmente", "siate forti"; questi ultimi due provengono dall'A.T. Essi stanno sul medesimo piano e derivano dalla vigilanza
attiva come condizioni necessarie (v. 13). La vita cristiana infatti
578

DOMENICA 131 DIMATTEO

tesa, fedele, forte, non per i rilassati e fiacchi, e questo ha segnato


spesso nella storia delle Chiese gli sbandamenti paurosi di una fede indebolita, rassegnata, immobile.
L'esortazione aurea della pericope segue subito: "Tutto di voi in carit avvenga", o "sia fatto" (v. 14). Scrivendo ai Galati (verso il 56
d.C), Paolo aveva fissato un materiale analogo: "II Frutto dello Spirito
carit, gioia, pace..." {Gal 5,22a); e "L'intera Legge si riassume nell'unico precetto: Ama il prossimo tuo come te stesso" {Gai 4,14); e
"Nel Cristo Ges non ha valore... se non la fede che si attiva mediante
la carit" {Gai 5,6). Carit, amare, agape, agapd: l'amore di bont,
tenero, premuroso, dinamico, disinteressato. Vera virt eroica. E tuttavia non al limite dell'impossibile. Poich essa stessa dono inconsumabile dello Spirito Santo.
Una particolare raccomandazione di valore missionario contenuta
ai vv. 15-16. Paolo chiede che sia tenuto conto della casa di Stefana,
che egli aveva battezzato per eccezione (cf. 1 Cor 1,16) quale "primizia
dell'Acaia", ossia per primi nella regione di Corinto; questo gruppo era
composto dei genitori con i figli, insieme con i parenti ed i servi; essi
"si erano ordinati" subito a servire i "Santi", ossia gli Apostoli, si erano fatti collaboratori attivi alla missione dell'Evangelo (v. 15). Il fine
che intende qui Paolo che "anche voi", almeno molti di essi, "si ordinino", ossia prendano rango con fedeli simili, e con tutti quelli che per
la missione cooperano e si affaticano (v. 16). In questo egli gioisce per
la presenza di personaggi rilevanti come Stefana e Fortunato ed Acaico, i quali hanno saputo colmare degnamente quanto ancora mancava
ai Corinzi (v. 17). Essi dettero riposo e quiete allo spirito di Paolo, e
certo anche dei fedeli della Comunit. La quale quindi deve sperimentare di che spessore essi siano (v. 18).
Seguono adesso i commoventi saluti interecclesiali: salutano Corinto le Chiese dell'Asia minore, le prime stazioni missionarie dell'Apostolo (v. 19). Saluta anche Aquila e la moglie di lui, Prisca, con la loro
"Chiesa domestica", questa cellula primitiva della grande Chiesa locale. E cos con lui salutano tutti i fratelli di Efeso, da cui Paolo scrive. E
qui pone la raccomandazione fraterna: nonostante le molte divisioni, e
delusioni umane, che l'Apostolo ha denunciato nell'epistola, ossia nonostante contese e scismi ancora in atto, e proprio perch in atto, chiede
che tutti i fratelli della Comunit di Corinto si salutino reciprocamente
"con il bacio santo", il bacio della pace che ci si scambiava durante la
celebrazione del Signore (v. 20), come ancora si usa nelle Chiese, sia
pure in momenti diversi della santa Liturgia, secondo i costumi legittimi ed accettati (cf. Rom 16,16; 2 Cor 13,12).
E finalmente viene il saluto finale, solenne, commosso di Paolo: di
suo pugno egli sottoscrive questo festoso manifesto del suo affetto, in
579

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

modo che quando l'epistola, come si costumava, fosse letta nella sinassi eucaristica, a tutti giungesse un pensiero del loro fondatore apostolico
(v. 21).
La formula finale liturgica. Anzitutto, Paolo commina l'anatema,
ossia l'espulsione dalla Comunit, per chi non ama il Signore, ossia
Cristo Risorto; il caso, sembra, poteva purtroppo darsi.
Poi l'altra formula liturgica eucaristica: Marn ath, che in aramaico, la lingua di Ges e della Chiesa Madre di Gerusalemme, significa
due realt, del resto non molto differenti: "II Signore venne!", e questa
una manifestazione di fede; oppure, come imperativo, "Signore, vieni!" (v. 22). La formula, in greco, torna in Ap 22,17, dove si rivela che
"sia lo Spirito sia la Sposa dicono: Signore, vieni!". un imperativo
usato durante la sinassi eucaristica, dove si riaffermava nei divini Misteri la fede nella Venuta del Signore, sia nelle sante Offerte, ed era allora epiclesi consacratoria, sia all'ultimo dei tempi che si desiderava
imminenti, ed allora era l'epiclesi per la Parousia.
Viene ancora l'invocazione suprema: "la Grazia del Signore nostro
Ges Cristo con tutti voi", che resta ancora come formula liturgica nella
Chiesa (v. 23).
Questi tumultuosi saluti terminano con il desiderio supremo di Paolo: che la sua carit personale resti sempre con tutti i fedeli per la divina operazione del Signore. Qui l'Amen finale asseverativo; alcuni codici lo sostituiscono con l'equivalente "gentht genthtl, sia fatto,
sia fatto", o "avvenga cos".
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 44,5.8, "Salmo regale".
Vedi l'Alleluia della Domenica 5a dopo Pasqua.
b)Mt 21,33-42
Ges Signore quale Re messianico entra nella sua Citt, Gerusalemme, la Sposa, per prenderne simbolico possesso, poich con la Croce
dovr acquistarsela nell'amore oblativo redentore. Egli accolto alla fine della lunga "salita", l'itinerario verso la Croce, dalla folla plaudente,
che porta rami e palme e tappezza la via con i suoi mantelli e gli canta
gli inni festosi {Mt 21,1-11). Allora Ges purifica il tempio (21,12-17),
poi maledice e cos fa inaridire il fico sterile (21,18-22). Quindi comincia l'ultima parte del suo ministero, l'insegnamento intorno al tempio
(21,23 - 23,39). Da allora, non parler pi al pubblico, ma solo ai discepoli, fino al Getsemani.
L'insegnamento inaugurato sulla questione ddVexousia di Ges
(21,23-27), poi prosegue con la parabola dei due figli (21,28-32).
580

DOMENICA 13"DIMATTEO

Adesso viene il fatto drammatico ed amaro dei vignaioli, gli omicidi,


espresso in una parabola (21,33-42).
Essa perci "un'altra parabola" da ascoltare. Un uomo era padrone.
La sua attivit agraria espressa citando Is 5,la-2a, parte del "cantico
della vigna" (Is 5,1-7). Egli dunque nel terreno impiant la vigna, la circond con le siepi, scav in essa il frantoio e vi costru anche la torre di
guardia contro i ladri, poi l'affitt ai contadini (v. 33). trasparente dal
"cantico della vigna" qui citato, che il Padrone il Signore, che la vigna
Israele (cf. Ger 2,21; Sai 79, etc.), che la siepe la Legge santa, che la
torre il santuario. Il frantoio il luogo dove i frutti debbono essere
portati, dove l'uva deve diventare vino buono. Il vino serve per il convito
messianico, ed intanto per la libazione sacrificale nel santuario, in
ambedue i casi per la gioia del cuore dei fedeli (cf. Sal 103,14b-16).
quindi tutto pronto, e il padrone pu recarsi lontano (v. 33). Con il
pensiero tuttavia resta alla sua vigna. Quando trascorre il tempo abbastanza lungo, di fatica assidua affinch la vigna finalmente sia pronta a menare
i suoi frutti, il padrone invia il suo personale a percepire da quei contadini
i frutti "suoi", che gli spettano secondo il diritto universalmente riconosciuto (v. 34). E invece gli affittuari sequestrano i servi del padrone, e
frustano oppure uccidono oppure lapidano l'uno o l'altro (v. 35). Il padrone
ha buon carattere e molta pazienza, ed anzich procedere a rappresaglie
invia altri servi, pi numerosi in modo da proteggersi. Ma i vignaioli
reiterano aggressioni ed uccisioni (v. 36). Il padrone ha un figlio, e contando che almeno questo sia rispettato per la sua parentela, lo invia come
ultima possibilit, bens ancora sperando (v. 37). E qui avviene il dramma
finale e non ipotizzarle. I vignaioli, conosciuto "colui che viene" come
unico erede, credono di poterlo eliminare per appropriarsi dell'intera eredit (v. 38), quindi lo uccidono freddamente fuori dalla vigna (v. 39).
E per finalmente interviene il padrone. E Ges domanda agli ascoltatori: "che far a quei contadini?" (v. 40). La risposta ovvia, e secondo giustizia: il padrone "malamente roviner", ossia ordiner lo sterminio di quegli omicidi, ed affitter la vigna ad altri contadini, i quali si
impegnano a versargli il frutto "alla stagione" regolare (v. 41). La parabola ha qui termine, ma non ancora il suo significato ultimo.
Ges adesso si rivolge direttamente agli ascoltatori, e chiede se mai
hanno letto nelle Scritture con ironia, poich il passo adesso citato
si usava per le grandi feste nel tempio, dove tutti lo cantavano il testo sulla "pietra":
Pietra che scartarono i costruttori!
Questa fu fatta testa d'angolo,
dal Signore fu fatta tale,
ed essa mirabile agli occhi nostri (Sai 117,22-23).
581

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

II senso dei versetti di questa "Azione di grazie comunitaria" era abbastanza oscuro nell'A.T., poich si riferiva ad un fatto del passato. "Pietra" era forse Israele, scartato dalle nazioni che costruivano il loro
mondo, e prescelta dal Signore quale "chiave di volta" (senso possibile) o pietra che unisce all'angolo le pareti perimetrali dell'edificio "altro" che il Signore progett. Potrebbe essere, ma non ha altri riscontri.
Piuttosto qualche luce viene dal contesto del Sai 117, dove un personaggio importante, forse regale, celebra il Signore per averne ricevuto
mirabili benefici in un momento di pericolo di morte, quando aveva
trovato scampo solo in Lui; adesso pubblicamente riconosce tutto questo nel santuario, in mezzo all'assemblea. la tipica "azione di grazie", dove il personaggio regale ovviamente parla a nome del suo popolo, che stava in tribolazione con lui. Ora il Signore tra i fatti mirabili
che oper per lui, lo aveva posto in singolare evidenza: rigettato da altri, il Signore lo reintegr in una posizione preminente di comando,
visibile a tutti come il "fastigio" di un palazzo. Il v. 42 dunque apre all'interpretazione che segue adesso, nei vv. 43-46, che per sono fuori
della lettura di oggi.
Ges non procede ad interpretare il testo del Salmo, il cui significato
doveva essere noto a tutti. Piuttosto passa all'applicazione della parabola in necessaria connessione con il Salmo stesso. Le parole suonano
dure, quasi spietate, ossia senza apparente commozione e rimpianto:
Dio vi toglier il suo Regno, e lo affider a "una nazione" che trarr
frutto dal Regno (v. 43). una sentenza di morte. Dio aveva scelto
Israele per "far fruttare" la Vigna regale, il Regno di Dio nel mondo.
Ma quello ha cercato di farne la vigna propria ed il regno proprio, gi
uccidendo "i servi" inviati, i Profeti e santi e giusti, poi "il Figlio", distaccandosi cos dal Sovrano, e meritandosi la punizione.
"Israele rigettato" sarebbe il titolo di questa sentenza irreformabile.
In specie, Matteo dalla critica moderna accusato di avere accumulato
con cosciente lavorio che gli altri Evangeli o pretermettono o sfumano,
il materiale redazionale di un'avversione all'Israele del suo tempo,
concepita in modo da far figurare la Comunit nascente come "il vero
Israele", l'altro essendo fuori ormai dall'elezione divina. Di recente diversi autori sostengono non solo la tesi redazionale matteana, ma anche, con rinnovata acredine, la teoria gnostica marcionita del rigetto
d'Israele, dell'inutilit della sua esistenza. Precisamente questa l'ideologia su cui si bas la S 'h, "distruzione degli Ebrei", il satanico
genocidio hitleriano, i cui strascichi non sono affatto terminati, con segni sinistri di ripresa attuale.
Cristo Signore qui ci insegna che "la Scrittura si legge con la Scrittura", dunque Matteo si deve leggere con tutto l'A.T. e con tutto il resto
del N.T. In specie con Paolo, l'autore ispirato che ha elaborato un vero
582

DOMENICA 13' DI MATTEO

"trattato" sul mistero d'Israele, i cap. 9-11 dei Romani, che terminano
con la splendida dossologia di 11,33-36; si hanno qui ben 90 versetti, e
si pu dire tranquillamente che nessun tema del N.T. occupa di seguito
tanto spazio. Autori moderni di grande respiro, come Erik Peterson,
Hans Schlier, Romano Guardini, ed in tutta modestia anche chi qui
scrive, hanno approfondito a lungo Rom 9-11. In sintesi, occorre tenere
fermi alcuni punti.
In Rom 9,3-5, Paolo, che conserva "nello Spirito Santo" grande dolore nel cuore e vorrebbe essere "anatema da Cristo" per i suoi fratelli
ebrei, dichiara i "privilegi d'Israele" come eterni: "Sono Israeliti (titolo
di nobilt rispetto a Ebrei o a Giudei), possiedono la filiazione (da Dio,
cf. Es 4,22-23; Os 11,1), la Gloria (cf. Es 19; 24; 36-40; Ez 1; Sai 75,
etc., ossia la teofania della divina Presenza), le alleanze (con Abramo e
i Patriarchi, con Mos, con Pinhas, con David), il culto (al Dio Vivente), le Promesse, ad essi appartengono i Patriarchi, e da essi uscito
Cristo secondo la carne, che al di sopra di tutto Dio benedetto nei secoli" (Rom 9,4-5). Privilegi eterni, poich concessi dal Dio Eterno, e
Fedele a se stesso. Cosicch se gli Ebrei "a motivo dell'Evangelo, a
motivo di voi (i pagani venuti alla fede) sono nemici, quanto alla (divina) Elezione sono agapti, diletti (di Dio) a causa dei loro Padri", i
Patriarchi portatori della Promessa (Rom 11,28). Non solo: questo
"perch i doni (charismata) e la vocazione (klsis) di Dio sono senza
pentimento" ( 11,29), ossia Dio non si pente mai di quanto promette e
poi dona, e quando chiama, lo fa irreversibilmente.
Questo va tenuto presente per comprendere la tragica pericope di Mt
21,33-42. Si ha qui un clamoroso contrasto tra le parole di Ges riferite
da Matteo, e le affermazioni di Paolo, che sono Rivelazione divina ispirata ma insieme sono frutto di diuturna meditazione lungo la singolare
esperienza missionaria dell'Apostolo.
Infatti i vv. 43-46 parlano di espropriazione e di punizione, la cui
punta massima affidare la Vigna del Signore ad una "nazione",
thnos, che indica i pagani. I presenti lo comprendono bene, e le autorit cercano anche di porre a tacere Ges con ogni mezzo.
Resta il problema spinoso di conciliare due termini opposti ed in apparenza incomponibili: il "rigetto" e 1' "elezione fedele", dinamiche risalenti al medesimo Autore, Dio. Ora, l'attitudine "cartesiana" per le
"idee chiare e distinte", e l'esasperazione del "principio di non contraddizione" che porta all'applicazione indiscriminata dell' "aut-auf\ dunque a scegliere un estremo ed a rigettare l'altro, non devono trovare
luogo quando si tratta di contemplare il Mistero divino incomprensibile
e pertanto indicibile. Guai agli uomini se, applicando questi principi
della logica umana cos angusta, il Signore della storia avesse rigettato
dall'inizio Adamo ed Eva, e Israele nel deserto, e, diciamo apertamente,
583

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

i peccatori membra della Chiesa. Davanti agli occhi della divina Bont
misericordiosa stanno Pietro rinnegatore, e Saulo persecutore, e la Maddalena peccatrice. Dio non rigetta mai. "Egli non abbandona mai, se gi
prima non stato abbandonato", ed anche allora dona ogni possibilit
all'uomo, il reale abbandonante, solo in apparenza "abbandonato".
In sostanza, l'Economia mirabile della Vigna non pu cessare. Sar
affidata momentaneamente "ad altri" quanto alla sua diffusione nel
mondo degli uomini. Di fatto la Chiesa "dalla gentilit", ossia formata
da pagani, hanno fatto conoscere e santificare il Nome divino nel mondo. Per, a riflettere bene, Dio nell'unica Economia vuole e di fatto si
acquista "il popolo" suo santo ed unico, la Sposa santa ed unica. Si dovr cos scoprire sorpresa? Irritazione? Disgusto? Rifiuto? In troppi
cristiani avvenne ed avviene questo che l'assemblea liturgica del
"popolo di Dio" unica, bench composta di due nuclei adoranti, uno
intorno a Cristo Signore Risorto, ed la Chiesa delle nazioni pagane a
cui giunse per immeritata elargizione la divina Misericordia, ed uno
che, per diritto dell'alleanza fedele, l'Israele storico. I due nuclei si
danno il dorso, nonostante la profezia di Sof 9:
Allora (agli ultimi tempi)
10 doner ai popoli (pagani) un labbro puro
affinch tutti invochino il Nome del Signore
e Lo servano con una nuca (inchino) unica (v. 9).
La riscoperta recente di fonti del sec. 2 ci ha fatto conoscere che
durante la Cena divina, Ges digiun prima della Croce per il suo Popolo diletto prima e sopra a tutti, come penitenza ed intercessione al
Padre. E che l'Apostolo Giacomo (il minore) digiun per l'intera sua
vita in favore di Israele da cui proveniva.
11 Signore Dio Unico per intercessione onnipotente del Figlio Mono
genito, l'Ebreo Ges, e dei suoi Apostoli santi, conceder, quando sa e
vorr, che i due nuclei del suo unico popolo, nell'invocare l'Unico No
me del Signore che egualmente adorano, finalmente si diano la faccia.
Intanto gli uomini peccatori non ostacolino l'opera "comunicante" del
lo Spirito Santo.
Ma occorre qui tanto pregare, sperare ed amare, ed intanto accettare
di soffrire.
6. Megalinario
Della Domenica.
7. Koinnikn
Della Domenica.
584

DOMENICA 14a DOPO PENTECOSTE


14a di Matteo
"Sui convocati alle Nozze"
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1)Apolytikion anastsimon, Tono 5.
2)Del Santo titolare della chiesa.
3)Kontkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 11,8.2.
Vedi il Prokimenon della Domenica 6a dopo Pasqua.
b) 2 Cor 1,21 - 2,4
La lettura continua della 2 Corinzi offre un importante testo cristologico ed ecclesiologico.
L'Epistola mostra l'animo di Paolo di fronte alle denunciate cadute
di tono spirituale di quella Comunit, che gi tanto lo aveva impegnato
verso il 56 d.C, quando da Efeso aveva scritto ad essa la sua prima
Epistola di quel nome. Adesso da Filippi, verso l'a. 57, costretto a
tornare sul comportamento di quei fedeli, ed a difendersi da alcune accuse ingenerose. I critici forse giustamente isolano dentro la 2 Corinzi
gli elementi di una precedente epistola abbozzata e forse non inviata,
1'"epistola delle lagrime" (2 Cor 10-13), poi fusa con la presente "epistola della riconciliazione" (cap. 1-9). Con la prima Paolo, gravemente
colpito, aveva manifestato il suo dolore, motivandolo.
La prima accusa di alcuni Corinzi un'ipotizzata incostanza di Paolo,
che aveva promesso una visita che per cause sopravvenute non pot poi
realizzare (1,15-17). Secondo la fedelt divina, Paolo non si comport con
il "s e no" (1,18), sull'esempio del Signore Cristo che ebbe in se stesso
unicamente il suo "s" fedele al Padre (v. 19), nel quale "s", anche noi
siamo abilitati al nostro "amen" fedele al Padre, glorificandolo (v. 20).
In realt, solo Dio conferma (bebai, verbo restato nell'uso liturgico per la crismazione) l'Apostolo ed i suoi fedeli in relazione a Cristo
585

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

nella fedelt, e solo Dio unge (chri) di consacrazione, e sigilla (sphragiz; ancora verbi della crismazione): in questo modo, dona la Caparra
(arrhabn) dello Spirito nella profondit del cuore dei fedeli (v. 21).
anche un grande testo trinitario: il Padre che opera, il Figlio che il
termine di quest'opera, lo Spirito Santo che la pienezza di quest'opera, che trasforma la povera esiguit umana nella fede "confermata" che
fa aderire a Cristo (v. 22).
Su questa certezza, Paolo chiama Dio a testimoniare che in realt
non venne a Corinto se non per "risparmiare" a quei fedeli la pena di
un intervento d'autorit, pur meritato (v. 23). E questo per la sua delicatezza spirituale. Egli non vuole "signoreggiare (kyriu) la fede" di
quei fratelli.
questo un decisivo punto, che si ritrova neh" A.T. e nel N.T.
La partenza pu essere data dal grande testo di Ger 31,31-34, sull'
"alleanza nuova" scritta nei cuori come dono gratuito, della quale uno
dei "segni" sacramentali che mai pi nessuno insegner all'altro le
realt del Signore, bens "tutti conosceranno" Lui di scienza che viene
direttamente da Lui (v. 34). Il testo sul finire del sec. 7, o al massimo
dell'inizio del sec. 6. Poi un misterioso discepolo del grande Isaia e di
Geremia, verso e non oltre il 550 a.C, a Babilonia, annuncia profeticamente il ritorno dall'esilio (che avvenne dopo il 538 a.C), una profezia
autentica, prima dell'evento. Si usa chiamare quel personaggio "Deutero
Isaia" (Is 40-55). Verso la fine della sua profezia egli contempla la Gerusalemme nuova in una visione di meraviglie. La caratteristica non minore della Citt rinnovata che "tutti i suoi costruttori", i reduci dall'esilio, "saranno tutti istruiti dal Signore" (Is 54,13; cf. anche 30,20-21).
Questo testo sar fatto proprio da Ges nel "discorso eucaristico"
(Gv 6,45), come segno che l'alleanza nuova ed eterna ormai sta qui,
che la Citt nuova ormai in costruzione. La tradizione giovannea prolungher questo motivo, ricordando ai fedeli delle comunit asiatiche
(probabilmente dell'Asia minore, ma di fondazione paolina), che essi
hanno ricevuto l'Unzione divina, lo Spirito Santo che dimora in essi, e
che non hanno pi necessit che qualcuno li ammaestri (1 Gv 2,27).
La redazione paolina di 2 Cor 1,24a si pone cronologicamente avanti
la tradizione giovannea. Ora, questa riporta un detto autentico di Ges,
che rilancia come attuale la condizione promessa, della dottrina divina
comunicata direttamente dal Signore (Gv 6,45; Is 54,13), come era stato
anticipato fin dal tempo di Geremia (Ger 31,34a) per gli ultimi tempi.
L'Unico Maestro Dio, e il Figlio Monogenito Maestro sia come
Verbo Dio, sia come inviato dal Padre.
Questo preserva l'intelligenza e la contemplazione dei fedeli da ogni
specie di prevaricazione nel campo pi delicato, come quello della fede salvifica. Qui possono esistere molti "falsi maestri", che si compor586

DOMENICA 14' DI MATTEO

tano da "lupi rapaci". Per questo Paolo usa cos spesso la formula "e
Christ, in Cristo", che significa per anche da e con Cristo, e in direzione di Lui. Questo condiziona l'intera sua opera apostolica, e l'intera sua
cura pastorale dei suoi fedeli, che hanno tutti ricevuto la confermazione
-unzione - sigillo - caparra dello Spirito Santo; qui si connette Giovanni
con espressioni analoghe (1 Gv 2,27). Chi possiede vivendolo lo Spirito
Santo, possiede tutta la Dottrina divina salvifica. Interventi esterni in
questo campo, non sono ammessi, se non per i novizi nella fede, ad
esempio catecumeni e neobattezzati, quelli che stanno nella condizione
di avere necessit ancora del latte anzich del cibo buono. E Paolo contester questo proprio ai Corinzi (1 Cor 3,2; ripreso daEbr5,12-13). Non
cos per, se autentico "latte dello Spirito Santo" (1 Pt 2,2). Tuttavia gli
Apostoli vigilano solleciti a che nessuno "tiranneggi le eredit, ma siano
disposti a dare forma al gregge" affidato ai pastori (1 Pt5,3).
Splendidamente qui Paolo prosegue: egli non sopraffa la fede, ma vuole
collaborare alla gioia dei suoi fedeli, i quali ben consistono nella fede (2
Cor 1,24). Perci stesso egli non viaggi fino a loro in un momento di tristezza per questo preciso motivo: quei fedeli sono la sua gioia, se li contrista con provvedimenti severi, da chi pi avr allora la gioia dell'apostolato
fecondo? (2,1-2). squisita delicatezza, che Paolo prolunga spiegando
come la decisione di non venire fosse motivata dal non provocare tristezza
in quei fedeli che sono la sua gioia. Egli cos era convinto che tutti loro
considerassero la gioia di lui come la gioia di tutta la Comunit (v. 3).
Infatti, ribadisce ancora Paolo, scrisse "con molte lagrime" durante
una grave tribolazione e con stringimento di cuore, quindi con contenuti
duri contro i comportamenti noti di molti fedeli, e tuttavia questo per
nulla al fine di causare tristezza, che anche allontanamento, bens solo per manifestare Vagape, l'amore di carit che con empito riempie il
cuore dell'Apostolo (v. 4).
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 88,2.3, "Salmo regale".
Vedi l'Alleluia della Domenica 6a dopo Pasqua.
b)Mt 22,2-14
A Gerusalemme, luogo dove il suo itinerario termina con la Croce,
il Signore battezzato dallo Spirito del Padre ed attuandone fino alla
consumazione il Programma, adesso seguita il suo insegnamento pubblico {Mt 21,23 fino a 23,39); poi, con il complesso "discorso escatologico" (che occupa 2 capitoli: 24,1 - 25,46), parler solo ai discepoli; i
Sinottici riportano alcuni gesti e parole del Signore durante la Cena;
Giovanni arricchisce tale quadro per ben 5 capitoli (Gv 13,1 - 17,26).
587

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

L'annuncio del Signore si esaurisce qui, per riprendere in forma pi o


meno concisa secondo le redazioni evangeliche dopo la Resurrezione.
La Resurrezione la Luce divina in cui va interpretata la Vita storica
del Signore. Vedi sempre lo schema di Matteo, sopra.
Il testo di oggi la Parabola del Convito. L'esordio ha la formula "di
nuovo parl ad essi in parabole" (13,3 e 34), preceduta dall'inciso "e
avendo risposto, Ges", che implica un continuo colloquio con i suoi
ascoltatori, e diventa una forma redazionale per iniziare una sezione diversa (v. 1). La parabola che segue ha il parallelo, con varianti notevoli,
in Le 14,15-24. Vedi la Domenica lladi Luca.
Si tratta d'una parabola del Regno, "assimilato ad un uomo re"; il
suo contenuto sono le nozze, e queste perci sono regali. Il Re allude al
Padre, che decide le Nozze divine del Figlio "suo", una precisazione
che allude all'unicit di questo Erede. Va notato subito che non si parla
dello Sposo, che nei particolari resta un'identit misteriosa, n della
Sposa, altra figura da identificare. La narrazione punta piuttosto sull'azione del Re e sulle reazioni degli invitati (v. 2). La parabola con il suo
linguaggio di teologia simbolica, spinge a cercare queste due persone.
Nei Sinottici, "lo Sposo" Cristo: Mt 9,15-16; Le 5,34-35; Me 2,19-20.
Da parte sua Giovanni pone questo detto, con trasposizioni evidenti,
sulla bocca del Battista (Gv 3,29, con la nota della gioia). Nella tradizione giovannea, poi, lo Sposo l'Agnello immolato ma risorto (Ap
19,7), verso cui lo Spirito spinge la Sposa, che invoca il suo Amato affinch venga (Ap 22,17). L'identit della Sposa non nominata facile:
la Comunit dei vocati.
Nella sua maest e nel suo prestigio il Re allora invia (apostll, da
cui "apostoli") i servi (doloi) suoi a "vocare i vocati", con un bel gioco di parole centrato sul verbo kal, vocare, chiamare, invitare (kalsai tos keklmnous). Unica universale vocazione alle uniche Nozze,
"le Nozze, hoi Gmoi", con l'articolo e senza ulteriore specificazione,
le Nozze per eccellenza, le prime ed ultime Nozze. Si tratta dell'evento
principale del Regno. Questa "vocazione" invito riceve una brutale e
totale risposta: "e non vollero venire" (v. 3). Gi nell'A.T. si adombra il
Convito. La Sapienza lo prepara, invia le sue serve "a vocare" ingenui
ed insensati, affinch "vengano, mangino, bevano, abbandonino la stoltezza e vivano, procedano sulla via dell'intelligenza" (Prov 9,1-6), per
non dato il seguito dell'invito, se sia stato accettato o no.
Il Re insiste. "il Vocante" per natura, desidera tutti alla sua festa. E
i "vocati" debbono essere di alto rango, se il Re tiene tanto ad averli. Il
tempo sta scadendo. Il Re " di nuovo invi" (cf. 21,36, la parabola dei
vignaioli omicidi), questa volta "altri servi", con un messaggio pi urgente: "Parlate ai 'vocati': Ecco, il Pranzo mio Io ho preparato" (hetoimz, al perfetto durativo): Ho preparato, pronto ancora e sempre.
588

DOMENICA 14" DI MATTEO

E ne specifica la bont: i tori "miei" e gli animali ingrassati macellati, e


tutto, sono pronti (htoima) per voi (v. 4). Anzitutto si tratta di cortesia
orientale, insistente, che non si limita al primo invito. L' "Ecco" indica
il prodigio divino nella sua totale solennit. "Ecco il Pranzo mio" equivale ad "Ecco le Nozze mie", che richiama testi comeAp 19,7: "Vennero le Nozze dell'Agnello, e la Sposa sua fu preparata", e 19,9: "Beati i
'vocati' alla Cena delle Nozze dell'Agnello". Se qui si parla di Cena,
rinviando alla Cena del Signore, per il Pranzo, riston, il rimando a
Gv 21,12, dove il Signore Risorto, sul lago, alla sua "terza manifestazione", invita i discepoli cos: "Venite, pranzate", con il verbo arist. I
tori e gli animali all'ingrasso come un'eco del convito che il Padre
del figlio dissoluto prepara all'istante, ed a base di "vitello grasso" (Le
15,23). Ma il rinvio sempre a Prov 9,2. La vocazione ripetuta, "Venite alle Nozze!" (dute, venite, come in Gv 21,12). La cortesia e l'insistenza del Re mostrano anche l'altro aspetto, il Gratuito. Il Dono che
gli invitati riceverebbero, nulla da essi chiede, se non la partecipazione.
Gli invitati rispondono con l'oltraggio: "avendo trascurato (la chiamata),
se ne andarono". Oltraggio del disinteresse verso la Maest generosa,
che porter alla rovina certa; qui trascurare amel, non curare, non
curarsi. Esso ricorre nella grave ammonizione di Ebr 2,1-3:
Perci si deve di pi fare attenzione, noi, a quanto ascoltato,
che non andiamo fuori rotta.
Se infatti la Parola parlata dagli Angeli
divenne confermata,
e ogni trasgressione e disobbedienza
ricevette giusta ricompensa,
come noi sfuggiremo,
avendo trascurata (amel) tanto grande Salvezza?
Si parla qui di dolorose esperienze vocazionali fallite. Non curare la divina chiamata "fuggire" verso la rovina.
I convitati dunque se ne vanno. I pi pacifici, alle aziende agricole o
ai mercati e contrattazioni, dunque agli "affari loro". Sono le preoccupazioni ritenute decisive, che si permette che occupino tutto lo spazio
della propria esistenza, e che rendono insensibili ad ogni altra istanza,
pur decisiva (v. 5). I pi risentiti poi catturano gli inviati del Re, li oltraggiano (cf. 21,35; 23,24.37; Le 18,32; 1 Tess 2,2) e li uccidono
(apoktin, uccidere, in 21,39 detto dei vignaioli omicidi) (v. 6).
delitto di lesa maest. Il Re irato giustamente, invia i suoi eserciti,
infligge la rovina agli omicidi (cf. 21,41; Le 19,27), incendia le loro
citt (cf. 24,2, ma l'applicazione qui non autorizzata). Giustizia fatta
(v. 7). Tuttavia, al Re non basta.
589

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

La sua regale Volont desidera


l'esaudimento. A luistanno a cuore
le Nozze. Per la 3 a v
' numero simbolico, torna al suo progetto.
Adesso parla ai servi riaffermando il principio: "Le Nozze certo sono
pronte, i vocati per non sono degni!" (v. 8; cf. 10,11; Ap 3,4). Le Nozze non possono pi attendere, ed Egli ordina: "Procedete dunque"
(poruomai verbo che sta all'inizio della missione, 10,6, "discorso di
missione") ed alla sua fine, quando l'invio dei discepoli ha la vastit
del mondo (28,19). Essi debbono andare alle "uscite delle vie", i raccordi viarii, i crocicchi, dove il transito maggiore (cf. Ez 21,21; il
contrario, in Abd 14), e quanti trovano debbono "vocare", kal, alle
Nozze (v. 9). Quelli dunque eseguono, e radunano tutti (syndg), "cattivi e buoni", tali considerati agli occhi del mondo; l'endiadi di due
estremit indica totalit (v. 10).
Facciamo il bilancio della "vocazione" (kal) alle Nozze. In inizio,
si chiamano "i vocati", quelli che sono gi designati dal Disegno del Re
(v. 3); ancora "i vocati" nella chiamata reiterata (v. 4); "i vocati indegni" sono bollati come tali (v. 9); "vocate tutti", senza pi precedenze,
nella terza chiamata (v. 10); appariranno poi i "vocati" alla conclusione
(v. 14). Il verbo ricorre dunque 6 volte (numero simbolico dell'incompletezza; il 7 la pienezza), con scansione insistita. Il Re appare realmente come ho Kaln, il Vocante. La sua chiamata ripetuta. Essa
permanente. E appare anche come universale, per "cattivi e buoni".
Non solo, ma segna i tempi del prima, del poi, dell'eterno presente,
quindi chiamata attuale. Perci come una pesca ripetuta, che riempie le reti, una pesca miracolosa (cf. Gv 21,11; Le 5,4-7) di "pescatori
di uomini" (Mt 4,18-22). La parabola della rete si realizza (Mt 13,47).
E di fatto, la sala del Convito nuziale "fu riempita" cos dal Re (v.
10). La "pienezza" data dai "giacenti", anakimenoi, secondo l'usanza di stare a mangiare semisdraiati sui cuscini. I presenti allora hanno
preso posto. Il Convito pu cominciare. Adesso l'attenzione si concentra sui "giacenti al Convito".
Il Re si cura di persona dello svolgimento delle Nozze. Tutti godano, tutto stia in ordine. Egli viene a "contemplare", thedomai, a sorvegliare da vicino i convitati ("i giacenti"), e scopre tra essi "un uomo"
che non "vestito della veste di nozze". Era costume magnifico in
Oriente, che i sovrani con il loro invito generoso, donavano agli ospiti
anche ricche vesti, profumi, doni, alloggio sontuoso. Guai a rifiutare la
munificenza, era un affronto sanguinoso. Ma qui si tratta di "veste nuziale", di una vera "teologia della veste":
- il Signore stesso "ama il forestiero per donargli cibo e veste" (Dt
10,18); nella parabola l'ordine "procedete alle uscite delle strade"
per chiamare chi passa, i forestieri (v. 9);
- e dona la veste nuziale alla Sposa sua, dono della sua Grazia (Is 52,1),
590

DOMENICA 14'DIMATTEO

"vesti di salvezza, manto di misericordia come lo Sposo con il turbante, come la Sposa con i monili" (Is 61,10, un "Salmo" fuori del
Salterio); un testo merita di essere citato per intero, Bar 5,l-4a:
Spogliati, Gerusalemme, della veste di lutto e d'afflizione tua,
e rivestiti dello splendore e magnificenza di Lui,
che ti vengono da Dio, di gloria eterna!
Ti avvolger il Signore del manto della giustizia
e sul capo ti porr il diadema della magnificenza eterna.
Dio infatti mostrer la sua gloria in te
a chiunque stia sotto il cielo.
E sarai chiamata...;
- la dona in segno di vittoria (Ap 3,5; 7,9.13-14);
- in specie, per, per il Convito delle Nozze (Ap 3,18, dopo la conver
sione; 19,8, alla Sposa dell'Agnello);
- ma veste preziosa, magnifica:
Sta presente la Regina alla destra tua
in veste dorata avvolta, variegata...
E desidera il Re la bellezza tua,
poich Egli il Signore tuo,
e tu adorerai Lui...
Tutta la gloria della figlia del Re, da dentro,
di frange d'oro avvolta, variegata (Sai44,10.12.14-15a).
Tale veste va gelosamente custodita nella sua immacolata intattezza
(Ap 3,4; 7,14; 16,15);
- nel N.T. tale veste preziosa e sfarzosa lo Spirito Santo che riveste
"dall'Alto" (Le 24,49), come Dono del Padre mediante il Figlio;
- anche Cristo Signore: Gai 3,27; Rom 13,14;
- il "segno" misterico della "novit di vita", il simbolo dell'icona
di Dio assimilata a Cristo Risorto (Col 3,10).
Veste-Dono. Il Re di necessit investe quell'uomo che si fa trovare
senza il dono della veste nuziale. Come il Signore della vigna fa il processo all'operaio che non si contenta di 1 denaro, e lo chiama "amico",
cos il Re delle Nozze: "Amico, come penetrasti qui non avendo veste
nuziale?". un "entrare" di Giuda verso il Maestro. la medesima domanda del Signore a Giuda, precisamente: "Amico, a che ti presenti?"
(Mt 26,50). Tace l'invitato che rifiut il dono. Tace l'operaio che rifiuterebbe il denaro. Tace Giuda che rifiuta il Signore (v. 12).
Il Re ordina ai suoi dikonoi di legare quel tale. Il verbo d ricorre
significativamente qui, e nella parabola della zizania (13,30), dove il
591

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Seminatore buono fa legare l'erba malvagia. H Re ordina di espellere


l'invitato ricusante, legato mani e piedi, per essere gettato nella tenebra
"esterna". gettata la zizania nel fuoco (13,42). gettato nella medesima tenebra il servo inutile del talento sterile (25,30). Sono gettati l perfino i "figli del Regno" che non ebbero fede, mentre da ogni angolo del
mondo altre nazioni entrano nel Convito di Abramo e di Isacco e di
Giacobbe nel Regno (8,11-12). I "gettati" staranno nel pianto e nello
stridore di denti, espressione che allude al fuoco consumatore della
gehenna(v. 13).
Invece la gioia delle Nozze prosegue verso l'eternit.
Ma dove sta la Sposa? E chi la Sposa? Anche il parallelo lucano
non parla di Sposa (cf. Le 14,15-24). N lo Sposo della parabola delle
10 vergini porta la Sposa nel corteo nuziale (Mt 25,1-13, spec. v. 6).
Per il fine inteso dalla parabola che le sue immagini debbono porta
re l'ascoltatore a comprenderla. Le 10 vergini sono la Sposa, bench in
realt lo siano solo le 5 sapienti. I "vocati" del Convito di Nozze sono
la Sposa, la Comunit radunata dal Re per il Figlio, bench uno ne sia
escluso. Il materiale raccolto sopra non lascia dubbi. la Citt di Dio,
la Gerusalemme nuova ultima, radunata da ogni angolo della terra (cf.
A/7 21,1-2.9-22,5).
Le Nozze che qui appaiono come Convito di gioia, in altro contesto
sono celebrate nel sangue e nell'amore, sulla Croce. Esse si estendono
alla vita della Chiesa sulla terra, a cui, nei suoi membri, stata gi consegnata la veste nuziale battesimale-crismale convitale regale sacerdotale, "candida", da custodire intatta poich "sono lavate e rese candide
nel sangue dell"Agnello le vesti" (Ap 7,14). Gi qui tale veste preziosa
"sono le opere di giustizia dei santi" (Ap 19,8).
Cos la parabola finisce con una nota paradossale. Di tanti "vocati"
solo uno non trovato in regola. Come mai la clausola finale: "Molti
infatti sono i chiamati (klti), pochi per gli eletti (eklekti)" (v. 14)?
11 tenore ebraico che sta dietro il testo indica nei "molti" il "tutti". Cos
parlano della redenzione dei molti-tutti Is 52,13 - 53,12, operata dal
Servo sofferente; Rom 5,12-19, operata dall'Adamo Ultimo, il Servo
sofferente venuto. Nella parabola delle 10 vergini, ben 5 si escludono
dalle Nozze per la loro insipienza (25,8-10a. 11-12), e qui viene l'avver
tenza severa: "Vegliate, poich non conoscete giorno n ora!" (v. 13).
Un'altra nota, ancora pi severa, viene da Le 13,23: "Signore, se pochi (sono, saranno) i salvati?", con la risposta: "Lottate per entrare attraverso la porta stretta!" (v. 24a).
Significa la predestinazione alla rovina eterna? Non sembra. invece l'avvertenza suprema, di "lottare" per mettersi nel numero che "entra" alle Nozze, per la porta della sala nuziale, stretta non per difetto di
costruzione, o per volont del costruttore, che invi a chiamare "tutti",
592

DOMENICA 14"DIMATTEO

"cattivi e buoni". Bens per non avere conservato la veste nuziale pur
ricevuta. Per non avere custodito l'olio delle lampade. Per non avere
vegliato nell'attesa dello Sposo. E gi per avere "trascurato" la suprema vocazione.
6. Megalinario
Della Domenica.
7.Koinnikn
Della Domenica.

593

DOMENICA 15a DOPO PENTECOSTE


15a di Matteo
"Sul dottore della Legge"
1. Antifone
Della Domenica, o i Typikd e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikion anastsimon, Tono 6.
2) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3) Kontkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 27,9.1, "Supplica individuale"
Vedi Prokimenon della Domenica T dop Pentecoste.
b) 2 Cor 4,6-15
II v. 6 che comincia la presente pericope in realt termina il blocco
dei vv. 3,12 - 4,6. Qui Paolo espone come l'Evangelo della grazia ad
opera dello Spirito Santo trasformi i fedeli "di gloria in gloria" nell'Icona della divina Gloria che Cristo (3,18). un Evangelo svelato,
senza reticenze, anche se il "dio di questo mondo", la potenza paurosa
delle Tenebre di morte, impedisce a molti di accettarlo quale Luce e
Gloria di Cristo Icona, per il quale Paolo, che non predica se stesso
bens Cristo Ges, si fece schiavo di Lui per i suoi fedeli.
Tale operazione (v. 6) l'attuazione del Disegno divino preeterno.
Esso cominci a manifestarsi dall'inizio accecante della creazione,
quando Dio parl: "Da tenebra, luce sfolgori!" (Gen 1,3). H Medesimo
attu questo crescendo di luce, quando dall'Evangelo e dal battesimo fece sfolgorare nei cuori dei suoi figli la realizzazione finale e plenaria:
con l'illuminazione iphtisms) della conoscenza (gnsis) della Gloria
di Dio sul Volto adorabile di Ges Cristo. Poich lo Spirito Santo, come
spiegano acutamente i Padri, l'Iconografo divino che imprime in noi
l'Icona perfetta che Cristo, la Gloria del Padre (S. Basilio il Grande).
Paolo chiama tutto questo "il Tesoro". Insieme per consapevole
che noi siamo capaci solo di portarlo nel mondo "in vasi di coccio". E
tale affermazione non tanto per ribadire la nostra bassezza, quanto per
594

DOMENICA 15"DIMATTEO

essere in perenne consapevolezza che l'altezza vertiginosa, 1'"eccesso"


della Potenza di Dio, che lo Spirito Santo, appartiene unicamente a
Dio, non proviene da noi. Noi ne siamo solo il tramite per i fratelli, e
solo per la chiamata e l'abilitazione che viene dall'Alto, altrimenti ne
saremmo indegni ed incapaci (v. 7). Notare che qui "noi" "plurale di
modestia", e indica Paolo.
Ma allora, che viene da noi? Baster guardare alla condizione attuale
sua, dice ancora l'Apostolo. Si tratta di tribolazione, sofferenza, morte.
Istanze sempre incombenti, e tuttavia mai in realt sopraffacenti, in modo che Paolo non si deprima in modo totale. Ed insieme si tratta di una
serie di fattori equilibranti, in modo che egli sopravviva giorno per giorno, e tuttavia non cessi di considerarsi "il vaso di coccio che porta il Tesoro". Cos comincia l'enumerazione dei fattori in equilibrio. Anzitutto,
non esiste angolo della sua esistenza in cui l'Apostolo non sia tribolato,
e tuttavia non ne compresso e come soffocato. Da tutto e tutti reso
perplesso, sconcertato, e tuttavia non fino a perdere la padronanza di s
(v. 8). dovunque perseguitato, e mai divinamente abbandonato. Abbattuto fino a terra dalle avversit, e tuttavia mai fino a perirne (v. 9).
In una sintesi plastica, Paolo si porta con s, nel suo "corpo" che la
sua persona, la sua esistenza, la permanente "messa a morte, nkrsis ",
di Ges (v. 10a). Ai medesimi destinatali, i Corinzi, aveva gi rivelato:
"io muoio tutti i giorni" (1 Cor 15,31). Tuttavia lo scopo finale vale bene
la condizione ai limiti della morte sempre imminente: per la manifestazione finale, nel medesimo suo "corpo", della Vita di Ges, che avviene
con la resurrezione beata (v. 10b). Lo ripete con altre parole: di continuo
egli vive da consegnato alla morte a causa di Ges, affinch anche la Vita
di Ges si manifesti nella sua carne mortale (v. 11 ). E tutto questo in
funzione dei fedeli: in Paolo infatti opera in perennit la morte, invece in
quelli la Vita che giunse ad essi mediante l'Apostolo (v. 12).
Questo ha bisogno di una sufficiente spiegazione teologica, che segue subito in un brano sublime e del tutto centrale per la fede.
Paolo dice di possedere lo stesso Spirito della fede, per cui la Scrittura parla cos: "Io credetti, perci parlai", citazione di Sai 115,1,
un'"Azione di grazie individuale". L'Orante qui infatti ha contemplato
le opere mirabili che il Signore comp per lui, e dunque deve celebrarlo
con il canto ed il sacrificio nel santuario e tra il popolo. Paolo si assimila
a quell'Orante, poich anche lui vide e credette (a Damasco), ma vive e
crede adesso, quando un "vaso di coccio" che porta "il Tesoro" (v. 13).
Il fondamento irremovibile di tanta fede per costituito dall'Evento
centrale da cui deriva il Tesoro: Dio Padre infatti "risvegli" (egir) il
Signore Ges. Il Medesimo risveglier (egir) anche l'Apostolo, ed
ovviamente i suoi fedeli, insieme con Ges, e presenter a se stesso alla
fine dei tempi questi resuscitati (v. 14). Tale contenuto era venuto in 1
595

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Cor 6,14. Poi sar di nuovo precisato in Rom 8,11 : resuscitare Cristo e i
suoi fedeli, opera unitaria del Padre mediante lo Spirito suo.
La complessa esposizione presentata per da Paolo proprio in funzione dei suoi fedeli di Corinto, al fine che tale Grazia supereffluente
presso molti a sua volta rifluisca in "rendimento di grazie, eucharistia"
che salga alla gloria di Dio. Ossia, anche i fedeli qui, applicando il Sai
115,1, debbono proclamare "credemmo, perci parliamo", rendendo
grazie e glorificando Dio per le sue operazioni mirabili, per il Tesoro
che per Grazia gratuita giunse fino ad essi portato dal mirabile incredibile "vaso di coccio" Paolo (v. 15).
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 90,1.2, "Salmo didattico sapienziale"
Vedi l'Alleluia della Domenica T dopoPentecoste.
b) Mt 22,35-46
Si avvicina la fine dell'insegnamento pubblico di Ges a Gerusalemme (cfr. sopra lo schema di Matted), prima della Passione. Qui si
tocca come il sunto ed il culmine della sua dottrina. Si tratta di una pericope breve e densa, e gli stessi versetti sono sintetici, quasi nervosi.
Vedi l'analogia di Le 10,25-37, Domenica 8a di Luca.
Ges stato accostato, come si usava nelle scuole rabbiniche, da diversi tipi di uomini, provenienti da diverse correnti, ad esempio i sadducei (vv. 23-33), e gi prima da farisei ed erodiani (vv. 15-22). Si trattava sia di conversazioni interessate alla dottrina, sia di tentare il Maestro su questa dottrina e trovarlo in fallo. Tutti gli interlocutori per non
trovano da ridire nulla su Ges.
Adesso vengono i farisei soli. Essi stavano con la maggioranza del
popolo, le guide nell'interpretazione e nell'attuazione della Legge, per
cui godevano prestigio e ammirazione; l'ebraismo dopo il crollo del
tempio e fino a noi sostanzialmente derivato dai farisei. Essi ascoltano
certo con piacere che Ges ammutol i sadducei, la minoranza sacerdotale favorevole ai Romani, legalisti e letteralisti nell'interpretazione
stretta e severa della Legge e negatoli degli Angeli, dell'anima e della
resurrezione (cf. At 23,8), contro la fede precisa dei farisei (v. 34). Uno
di questi, un esperto nella Legge (cf. Le 7,30), delegato ad interrogare
Ges, per provarlo, per conoscere a fondo le sue tendenze. La domanda
qui tipica dei rabbini, che avevano codificato, esplorando a fondo la
Legge, ossia soprattutto il Pentateuco, una serie ordinata di precetti positivi e negativi, su cui doveva essere regolata tutta la vita dei fedeli.
Anche i rabbini cercavano la gerarchia tra queste norme; molti di essi
l'avevano trovata, e quanto dir Ges vi corrisponde bene (v. 35).
596

DOMENICA 15' DI MATTEO

La domanda perci precisa: "Quale comandamento grande nella


Legge", intendendo, il pi grande, dal quale tutti gli altri assumono significato (v. 36). Il Signore risponde prontamente citando il testo di Dt
6,5, che gli Ebrei recitano almeno 3 volte al giorno e chiamano lo
Sema' (compilazione di Dt 6,4-9; 11,21-31;Num 15,37-41). Ges recita: "Amerai il Signore Dio tuo con l'intero cuore tuo e con l'intera anima tua, e con l'intera mente tua" (v. 37). E vi appone una chiosa esplicante: "Questo il grande e primo comandamento". Grande per contenuto primario, e primo nella gerarchia di tutti i comandamenti, primo
ad essere osservato, senza il quale gli altri non avrebbero senso n efficacia (v. 38).
Per aggiunge subito un precetto parallelo, che pone al medesimo livello del primo, in modo che ambedue formino un'unit integrale: "II
secondo simile a questo", dove homia, simile, indica sostanza identica. E cita Lev 19,18: "Amerai il vicino tuo come te stesso". Si qui
insistito (vedi sopra Domenica 12a di Matted), che gi nell'A.T., poi con
singolare programmaticit nel N.T., quando il popolo tenuto ad
osservare le Due Tavole della Legge, la prima con i comandamenti da 1
a 3, la seconda da 4 a 10, richiamato anzitutto ad osservare la Tavola
II, quale via di accesso ad osservare la I. Il che significa che il Signore
vuole che si privilegi la vita di relazione bene ordinata dai comandamenti che riguardano gli uomini, e solo dopo si possono soddisfacentemente attuare i precetti verso il Signore.
L'abbinamento che fa Ges di Dt 6,5 e di Lev 19,18 pone le due norme in un vincolo irrefragabile, che si pu leggere da e per: se osservi
l'amore totale per il Signore, devi verificarlo traducendolo prima in
amore per il prossimo; e reciprocamente, se ami il prossimo, devi mostrare che in lui trovi il dono del Signore per riconoscerlo attraverso il
fratello e salire cos alla comunione con Lui, avendola gi attuata con il
fratello. S che di questi due comandamenti supremi e "simili", il 1
la fonte ed la meta, il 2 ne il campo di verifica, che chiede il sigillo
supremo dell'amore verso Dio.
E cos questo si riflette nelle parole finali del Signore: "In questi due
comandamenti l'intera Legge ed i Profeti sono sospesi", ne dipendono.
"Legge e Profeti", indicando le parti diverse che formano "la Santa
Scrittura", ne significano altres la totalit (v. 40). Ecco dunque presentata anche una precisa gerarchia di valori: il culto, la giustizia, la vita
sociale, la vita economica, la vita morale.
Il N.T. ha recepito la dottrina del Signore. Paolo radicale in Gai
5,14: la Legge si compendia nel comandamento dell'amore verso il
prossimo; lo ripete in Rom 13,8 e 10. L'Apostolo Giacomo ha identica
visuale (Giac 2,8). Ma, come si vede, il 1 comandamento, almeno in
questi passi, presupposto, non di fatto nominato.
597

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

La risposta di Ges non trova discussione. L'esperto della Legge ha


constatato che sta nella pi perfetta ortodossia dottrinale, anzi di essa
ha presentato il suo culmine ineguagliabile.
Segue adesso un altro incontro, quello con i farisei radunati.
L'ambientamento pu essere il tempio, dove all'epoca di Ges esistevano almeno 6 sinagoghe, sempre affollate dalla gente devota, che
ascoltava la Legge santa spiegata dagli scribi, ed insieme pregava, in
specie i Salmi, ripetendo lo Sema ' quotidiano, la vera professione di fede dell'Ebreo pio. Ges ne aveva appunto trattato nella parte precedente della pericope adesso in esame.
I farisei erano gli Ebrei pi devoti, nonostante la sfumatura iniqua
che la cultura cristiana ha poi attaccato al termine "fariseo". In un loro
raduno, Ges nella normale discussione su un testo della Legge, pone a
quelli una domanda importante, che ha come spunto il celebre Sai 109,
un "Salmo regale" e messianico, antichissimo e difficile da comprendere ancora oggi (v. 41). Che vi fosse dietro una discussione teologica in
corso, si evince dal tenore della domanda di Ges: "Che opinate sul
ChristslDi chi figlio?" A quel tempo l'attesa del Christs, ossia del
Messia-Unto, era intensa in pressoch tutta la Palestina; in alcuni ambienti ebraici, proprio tra i pi pii e zelanti, tale attesa era diventata febbrile, e talvolta aveva causato sollevazioni locali contro i Romani; si
trattava di gruppi ristretti, che individuavano "il Messia" in uno di loro
e si mettevano al suo seguito, sempre rovinoso stante la spietatezza degli occupanti.
Per questo sul Messia atteso esistevano diverse opinioni. Si era
d'accordo sulle speranze dell'era messianica, di pace e di prosperit, di
indipendenza nazionale, di ripresa religiosa, sociale e morale; tutto
questo doveva essere prodotto dall'azione vittoriosa del Messia. Ma
"chi" fosse, quale caratterizzazione e qualit, quale direzione spirituale
oltre che politica, ed inoltre, "da dove" avrebbe dovuto venire, era oggetto di disputa non solo di scuole, ma anche della gente comune.
Fuori della fantasia degli "studiosi" di sempre, e delle attese popolari, su "Colui-che-viene", greco ho Erchmenos, ebraico ha-B', aramaico Hau d-'t, la Scrittura dell'A.T. lascia ben poche possibilit di
vagolare nelle ricerche e soprattutto nell'individuare le figure. Si presentano cos 4 principali concentrazioni:
a) sulla linea dei Patriarchi da Abramo, il Re discendente di David di
Giuda; quindi in Gen 49,10, la figura misteriosa di Colui che deve venire, con il termine incomprensibile Siloh, attinente a Giuda; in Num
24,17 il Veniente sotto il simbolo della Stella; in Mich 5,2, nasce il Dominatore da Betlemme di Efrata. Per i privilegi del Re figlio di David,
si legge il Sai 88, un "Salmo regale"; per l'aiuto costante, il Sai 17, al598

DOMENICA 15" DI MATTEO

tro "Salmo regale". Per il David servo del Signore quale Pastore nuovo,
Ez 34,24-25.
b) II Re "unto" in Sion, che da Sion estender la sua sovranit: Sai 2,
"Salmo regale"; 109, "Salmo regale". In ambo i testi, egli ricever la filiazione divina: Sai 2,7; 109,3. Per i suoi poteri futuri, Sai 71, "Salmo
regale".
e) II Servo sofferente, figura regale profetica sacerdotale descritta in Is
42-53; la sua morte sar redentrice, e regalmente recuperer al Signore
il popolo dei redenti; la spiritualizzazione estrema.
d) II Figlio dell'uomo, di Dan 7,13-14 (epoca tardiva, forse intorno al
170-164 a.C), la splendida rilettura dell'intera "regalit messianica"
dell'A.T. una figura misteriosa, insieme trascendente e di "forma
umana".
Ges stesso si attribuisce solo 2 titoli: "il Figlio", e "il Figlio dell'uomo", trascurando tutti gli altri. Non si oppone quando le folle lo chiamano "Figlio di David", il Re messianico da cui tutti si attendevano i prodigi redentivi. Ma neppure mostra di gradire o accettare tali appellativi.
Le attese ebraiche erano d'altra parte oscillanti tra: un re umano
strapotente ed invincibile che avrebbe vinto ogni nemico, instaurata
l'era della pace e donato prosperit al suo popolo ricostituito nella sua
terra; un re umano e alla fine vittorioso, ma che sarebbe venuto in un
momento di tremende convulsioni, i hebl ha-Msh, le doglie del
parto generanti il Messia; un re umano figlio di David, il Messia di David, e il Messia sacerdotale di Levi, tenendo sempre conto che "Messia" significa "unto", dunque o regale o sacerdotale, o entrambi.
La domanda di Ges ai farisei va intesa allora cos: "Che sembra a
voi dell"Unto' di Dio? Di chi figlio?" Il Signore insomma avrebbe
"unto", ossia consacrato alla missione il suo Re, ed avrebbe una discendenza da un antenato conoscibile.
La risposta ovvia: "( figlio) di David" (v. 42). la prospettiva che
qui sopra stata posta sotto la lettera a), la prima, la pi evidente, la pi
desiderata, poich le altre prospettive erano in fondo troppo "teologiche" e spirituali.
Ges controinterroga. Infatti un testo singolare dell'A.T. apre visuali
poco esplorate: ma David stesso ispirato dallo Spirito Santo, come
chiama questo "suo" figlio Kyrios, ossia Signore-Dio? (v. 43). Il grande
testo in Mt 22,44 citato dalla versione antica e venerabile dei Settanta,
con la sola variazione di "sotto i piedi tuoi", mentre i LXX hanno qui
hypopdion, sgabello dei piedi tuoi:
599

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Parl il Signore al Signore mio:


Intronizzati alle destre mie,
finch Io ponga i nemici tuoi sotto i piedi tuoi,
che Sai 109,1 (che occupa tutto il v. 44 di Mt 22 che si sta leggendo). Il
testo ebraico leggermente diverso:
Oracolo del Signore al Signore mio:
Intronizzati alla destra mia, finch Io
porr i nemici tuoi a sgabello dei piedi
tuoi,
dove si ha IHVH = il Signore Dio, la prima volta, e 'Adni, il Signore
mio, che pu anche essere detto di un principe, la seconda volta. Tuttavia, da tempo immemorabile, da prima dell'esilio, del Tetragramma
IHVH, la pronuncia restava sconosciuta; e di certo non lo scorretto,
sgrammaticato, sguaiato ed irrispettoso Yahweh che purtroppo ha invaso
le traduzioni e gli studi della Bibbia Occidentale. Caso mai, secondo
uno studio definitivo, in comparazione con l'area mediterranea dove
quel Nome si pronunciava (perfino in amuleti magici), la pronuncia era
Iahvoh. Ora, il Tetragramma era stato vocalizzato per il tremendo rispetto del Nome divino, con le vocali a-o-a-i del termine semitico
'adn, da leggere dunque 'Adnqj (plurale di maest) e ma 'Adni, ambedue con il possessivo, e che significa "Signore mio". La pronuncia
ebraica del Sai 110(109),l suonava circa cos:
NemAdonj l-Adoni,
e tale assonanza resa dal greco con ho Kyros, "il Signore" per 2 volte, e giustamente. Tanto pi che il Sai 109 al v. 3 parla della filiazione
divina di colui che il Signore intronizza alla sua destra.
Ora, il Christs-Unto figlio di David, ma David lo chiama "il Signore", proprio come chiama Dio stesso. Perch? Chiede Ges (v. 45).
La risposta non viene: "nessuno poteva (dynamai) rispondere", ossia
non ne avevano la capacit non avendo approfondito la questione, oppure non sapendo risolverla, ma soprattutto non potendo prevedere
quanto solo la Resurrezione riveler, che Ges Cristo il Figlio di Dio
e Dio Egli stesso "con Potenza (dynamis)" divina (Rom 1,3-4). Cos per
il timore nessuno lo interroga pi (v. 46).
Si deve dire qui che il tipo del pensiero semitico, che quello ebraico, pensava ad un essere che noi chiamiamo "ipostasi" o "persona" come ad una "sostanza" autonoma, indivisibile nella sua "unit", incomponibile con altre unit simili. Trasposto nel Dio Unico ed Unito, tale
600

DOMENICA 15" DI MATTEO

concetto isolava la divinit dalla creatura, e questo era il sommo bene


del monoteismo biblico, che la fede nel Signore, il Dio della storia e
dell'alleanza, ma il Trascendente in assoluto.
Per insieme, e posto e tenuto fermo per noi che il monoteismo
ebraico stretto anche quello nostro, era difficile poi con tale concezione rispondere a questo:
a) in Dio tutto Dio se relativo a Lui e predicato di Lui?
b) Se s, in Dio la sua Parola, la sua Sapienza, il suo Spirito sono la sua
stessa sostanza, oppure emanazioni create?
e) Ma allora "dal seno di Dio, dalla bocca di Dio" procedono sostanze
non divine?
d) Dio pu "generare", greco gennd, ebraico jlad, un figlio, il Re
messianico: Sai 2,7; 109,3. Si tratta di "generazione" fittizia, quella che
si chiama "adozione", bench molto efficace, che non riguarda
T'unita" trascendente di Dio?
e) E per se "da Dio" e tuttavia "in Dio" esistono la Parola-Sapienza e
10 Spirito-Sapienza, essendo lo stesso Dio la Sapienza, intaccata e
frustrata realmente l'Unit di Dio, l'Unico Signore?
Per rispondere a queste, ed altre connesse questioni, chiaro che "la
Scrittura insufficiente" da s sola.
Occorre uno "strumento" concettuale pi analitico e sintetico, che si
basi sul realismo dell'"essere", e di volta in volta sappia usare altri concetti reali come "essenza", "sostanza", "sussistenza individua", "modo
della sussistenza", "relazione", "ipostasi sussistente" (= circa: persona
in s), "consustanzialit", "inconfusione", "immutabilit", "inseparabilit", "indivisione", "generazione eterna", "processione eterna", "monade indivisibile", "triade indivisibile", "unione (secondo l'ipostasi)"...
11 Disegno divino aveva disposto che una sola cultura umana potesse
offrire questo strumento, frutto della sua riflessione ultrageniale, pur
avvenuta fuori del contesto e del linguaggio della divina Rivelazione.
Questa cultura fu donata alla Rivelazione divina, o meglio, la Rivela
zione divina se ne appropri al momento opportuno, quando la Chiesa
del Signore Dio, il Padre, fu fondata dal Signore Dio, il Figlio, con la
Potenza del Signore Dio, lo Spirito Santo. Ossia il Dio Unico.
Avendo l'irremovibile fede del "Signore Dio Unico" dell'A.T. rivelatosi in Cristo con lo Spirito nel N.T., la Chiesa di Dio dovette farsi
aiutare nella sua riflessione e contemplazione d'amore adorante da
601

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

quella cultura. Solo la Grecia aveva quell' impareggiabile strumento, in


specie per nella speculazione d'Aristotele. Poich quando la Chiesa
dovette "definire" la fede ortodossa nei primi 8 secoli, tagliandola fuori
dalle speculazioni gnostiche e neoplatoniche con le loro rovinose conseguenze, dovette fare puntuale richiamo alla logica ed alla metafisica
d'Aristotele, non di Piatone (da cui pure aveva largamente attinto per
tutt'altre questioni, piuttosto psicologiche ed antropologiche, e non
sempre senza gravissimi danni, il platonismo sottostando sia allo gnosticismo, sia alla sua riduzione che il monofisismo). Questo fino a S.
Massimo il Confessore, fino a S. Teodoro Studita.
La Chiesa orientale siriaca, di cultura e mentalit semitica; non fu in
grado di darsi uno strumento sufficiente per contemplare sia pure nell'analogia, ma con sufficiente rigore, la Theologia che si fa Oikonomia
in Cristo con lo Spirito Santo. Per tale causa sia i Siri orientali ("nestoriani", ma chiamati cos solo per disprezzo), sia i Siri occidentali ("giacobisti", ma chiamati cos solo per disprezzo) procurarono orribili separazioni, che durano tuttora.
Solo la Chiesa greca: di Palestina, d'Egitto, di Siria, d'Asia Minore,
di Grecia, di Bisanzio, risponde alle necessit urgenti che di secolo in
secolo investivano la fede. E con il genio incomparabile della riflessione sobria, diretta, esatta, aperta a successivi approfondimenti. E con
una lingua ineguagliabile per ricchezza, duttilit, bellezza e poesia.
Le altre Chiese che vollero partecipare all'Ortodossia dottrinale stabilita dalla Chiesa nei secoli 2-9, dovettero accettarne per intero i
procedimenti e le conclusioni. Se dal 1500 si ebbe il rigetto della Tradizione, se oggi da troppe parti sembra che i teologi in questo facciano a
gara nel rifiutare il linguaggio greco del dogma e le sue necessarie conclusioni, i frutti sono la distruzione delle anime, delle intelligenze, della
dottrina non meno che della morale.
Alla Chiesa greca deve un debito mai sanabile la Chiesa Unica, la
Santa, la Cattolica, l'Apostolica, che pur nelle Chiese divise ma che
conservano la Tradizione divina nella Successione apostolica, nel complesso dei Misteri sacramentali, nella dottrina intatta dei primi 11 secoli, oggi ricerca l'unit che Cristo Signore per la sua Sposa implor epicleticamente dal Padre suo e nostro (Gv 17,1-26).
6.Megalinario
Della Domenica.
7.Koinnikn
Della Domenica.

602

DOMENICA 16a DOPO PENTECOSTE


16a i Matteo "Sui
recettori dei talenti"
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1)Apolytikion anastsmon, Tono 7.
2)Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3)Kontkon: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 28,11.1, "Inno di lode".
Vedi il Prokimenon della Domenica 8a dopo Pentecoste.
b) 2 Cor 6,1-10
L'Epistola in fondo una lunga presentazione di Paolo alla sua Comunit per mostrare non solo l'irreprensibilit della sua azione apostolica e
pastorale nella Chiesa di Dio, ma anche quale siano il fine e la dinamica
del Disegno divino mediante gli Apostoli, sempre e solo a favore degli uomini.
Ora, il Dio eterno si pone qui come l'Operatore unico ed originante.
Che insieme e paradossalmente pone in azione il suo Disegno e lo attua per
intero, e tuttavia per divina Misericordia ammette a parteciparvi come synergontes, "con-operatori" anche gli uomini; tale termine era stato usato
gi in 1,24, torner in 5,20, e all'inizio era stato conosciuto dai Corinzi dall'Epistola precedente (1 Cor 3,9). Ma proprio quale umile "cooperatore" di
Dio, Paolo procede ad esortare (parakal) i suoi diletti fedeli, affinch essi ricevano la Grazia divina nella sua pienezza, non a vuoto (v. 1). Viene in
appoggio un testo che dona fiducia e rinnova la speranza, Is 49,8:
Nel tempo (kairs) accetto Io ti esaudii,
e nel giorno di salvezza Io ti aiutai.
Il kairs dekts, momento accetto, opportuno, fissato come favorevole, espressione del Giubileo biblico, che si ritrova nella grande pro603

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

clamazione di Lev 25,10. Ma espressione che, ripresa da Is 61,2 (con


Is 61,), fatta propria da Ges nella sinagoga di Nazaret, quando annuncia che lo Spirito di Dio sta su Lui, Lo unse per la missione, il cui
culmine proclamare "l'anno accetto (dekts) del Signore" (vedi 1
Settembre). il momento in cui Dio esaudisce ogni desiderio, e dona il
suo potente aiuto. Paolo vuole ribadirlo ai suoi Corinzi (v. 2a).
E quindi lo spiega: eccolo, il tempo "beneaccetto, euprsdektos"',
eccolo, il giorno che porta la salvezza. Oggi, qui, per noi. Mediato dall'Apostolo (v. 2b). Il quale ancora una volta presenta il suo metodo
missionario e il suo procedere nelle relazioni comunitarie.
Egli a nessuno procura l'occasione di cadere inciampando, in modo
che il suo servizio (diakonia) non sia criticato e squalificato (v. 3). Anzi,
in tutto egli si presenta nella sua qualit principale, essere servitore
(dikonos) di Dio. l'assimilazione a Cristo Dikonos (cf. Apstolos
della Domenica 6a dp Pentecoste). Per amore del quale sopporta con
pazienza grande ogni avversit. Accetta di stare nella tribolazione. Nelle necessit che gravano. Nella strettoia degli eventi avversi (v. 4). Di
non sottrarsi ai colpi da dovunque cadano. Di essere carcerato. Di essere travolto dalle sommosse (come ad Efeso, At 19,23-40). Nelle sfiancanti fatiche della missione, nel non poter dormire a sufficienza e non
mangiare abbastanza n sempre (v. 5).
L'Apostolo si distingue per la vita illibata. Per la profonda riflessione
sul Mistero, che lo porta alla contemplazione che "scienza, gnsis".
Per la sempre donata magnanimit. Egli vive nella bont tenera e soave
(chrstts). Soprattutto nello Spirito Santo, che il vero Protagonista
della missione divina (cf. At 13,1-3 e 4; 16,7, etc.). Dunque nella carit
autentica, che nulla nasconde (v. 6). Egli deve portare solo la "Parola
della Verit". Deve accettare di essere abilitato, animato, spinto, confermato, confortato, diretto solo dalla "Potenza di Dio", lo Spirito Santo.
Personalmente, deve combattere con le potenti "armi della giustizia"
divina, che l'intervento benefico, spontaneo e soccorritore, e combattere a destra ed a sinistra, ossia da ogni parte (v. 7). Deve accettare la
gloria, cos rara da parte degli uomini, e il disonore, cos normale da
parte dei medesimi, e cos non curarsi troppo dell'infamia e neppure
tanto della buona fama.
Deve subire la sorte ingrata di essere considerato ingannatore, mentre
solo veridico (v. 8). Come ignorato per malizia e malvagit, mentre
universalmente conosciuto. La sua condizione di un perenne moribondo (da collegare, qui, con VApstolos della Domenica precedente), mentre invece "ecco, sono vivo" ed attivo. di uno che appare come punito
da Dio e dagli uomini, e tuttavia mai ha raggiunto la morte (v. 9).
Il crescendo termina con la nota positiva: l'Apostolo pu sembrare
sempre triste agli occhi di chi non vuole conoscerlo, ed invece vive la
604

DOMENICA 16" DI MATTEO

perenne gioia divina. di certo povero di facolt economiche, eppure


porta agli uomini l'immenso "Tesoro in vaso di coccio" (cf. 2 Cor 4,7).
Egli che sulla terra nulla possiede, tuttavia provvisto di tutto (v. 10),
poich la Ricchezza dello Spirito sta a sua disposizione sempre, e largamente la dona intorno a s, dovunque vada ed a chiunque l'accetti.
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 91,1.2, "Azione di grazie individuale".
Vedi l'Alleluia della Domenica 8adop Pentecoste.
b)Mt 25,14-30
La "lettura (semi)continua" dell'Evangelo di Matteo segue il Signore nella sua Vita terrena, quando, battezzato dallo Spirito del Padre e attuando la sua missione messianica tra gli uomini, annuncia l'Evangelo
del Regno e lo insegna nelle sue realt, opera le "opere del Regno" che
la carit che distribuisce nella potenza e santit dello Spirito del Padre, e finalmente nello Spirito da culto al Padre, ed insegna agli uomini
a farlo, radunandoli per questo.
La parabola dei talenti si pone nella parte conclusiva del ministero
messianico di Ges Signore nostro. una fase piena di tensione, che i
discepoli "sentono" ma non comprendono. Ges ormai si restringe a
parlare solo ai discepoli. Adesso, e poi come lascito della sua Volont
ultima, nella Cena. Agli uomini del mondo universo parler di nuovo,
dopo la Resurrezione, mediante l'invio degli Apostoli consacrati dalla
Pentecoste del Fuoco dello Spirito del Padre e suo.
Ora, il testo di oggi fa parte del 6 esteso discorso, il pi vasto dopo
quello "della montagna" (vedi sopra lo schema generale di Matteo). Si
conviene chiamarlo "discorso escatologico": Mt 24,1 - 25,46.
Questo grande complesso strutturato con abilit letteraria da Matteo, usando materiale in parte comune con Luca e Marco, in parte anche della sua tradizione particolare, quindi riportato solo da lui. Si ha
cos la successione del discorso: I parte: gli eventi della fine della storia
con la Venuta del Figlio dell'uomo (24,1-51, dove i vv. 37-44 e 45-51
formano il nesso dell'imperativo della vigilanza, e delle avvertenze severe su essa); II parte: 3 parabole, dello Sposo e le 10 vergini, (25,113); dei talenti (25,14-30); e del Giudizio ultimo (25,31-46).
La parabola dei talenti collocata al centro del 2 dittico del grande
"discorso escatologico". Il materiale comune solo con Luca (cf. Le
19,11-27), che tuttavia per i suoi lettori, di altra cultura economica, parla
di "mine" e non di "talenti", ovviamente senza mutare il senso globale
della parabola stessa.
Il testo di oggi ha anzitutto un segno distintivo, ossia un attacco strano: "Come infatti 'un uomo'". Questo per s rimanda ad un fatto narra605

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

to in precedenza, del quale la presente parabola dovrebbe servire da dimostrazione di verit e di realismo. Ed invece si deve notare con attenzione, scorrendo il testo avanti e indietro, che quanto precede il 1
dittico del "discorso escatologico", e le 3 parabole del 2 dittico servono
tutte da dimostrazione, sotto vari aspetti convergenti, di quanto avviene
alla fine. La difficolt comunque era sentita gi nei primi secoli, e dal
sec. 2 ad esempio Taziano, l'antica Vetus Latina, alcuni codici
maiuscoli abbastanza importanti, alcune versioni mostrano l'imbarazzo
abolendo il gr, "infatti".
L'uomo della parabola deve partire, e abitare lontano. Convoca i servi
e consegna ad essi i suoi beni. Ha piena fiducia in essi, come il Padrone
della vigna in 21,33 quando l'affitta ai contadini. Ed inoltre molto generoso (v. 14). Fa anche l'assegnazione in grosse somme, i talenti. Per la
spiegazione dei talenti, vedi Mt 18,23-35, e la Domenica 1 la dopo Pentecoste. L'elenco degli assegnatari solo dimostrativo, per significare due
fatti: anzitutto che la consegna ad uno ad uno, dunque personale; i
numeri simbolici 5, 2, 1 non sono altro che l'indicazione del rispetto che
il padrone ha per ciascuno. Il padrone infatti conosce "la capacit", la
"potenza (dynamis)" caratteriale ed operativa di ciascuno, e su essa fa
precisi bilanci preventivi sui potenziali personali. Poi parte (v. 15).
Subito (l'avverbio appartiene al seguito, non al "part subito"), il primo assegnatario comincia il suo lavoro, e raddoppia il capitale "operando con esso" (v. 16). Altrettanto fa il secondo (v. 17). Al contrario, il terzo
va, scava la terra, nasconde "la somma" (alla lettera, l'argento) del signore suo (v. 18). Si ha qui il perfetto contrario di questo assegnatario
inidoneo rispetto ai due suoi primi colleghi, e poi con l'attivo scopritore
del tesoro nascosto (cf. 13,44). Cos, il terzo accett l'incarico ma non
valut l'impresa. Aveva la dynamis per farlo, si dedic ad altri affari.
Il Signore dei talenti, che sappiamo il Signore Dio, tarda troppo.
Viene dopo "molto tempo" (cf. 21,40; 24,50; 25,5, il ritardo), sempre
come Signore diquei
servi, e chiedeil rendiconto: come nella parabola
diqueiservi,echiedeilrendiconto:comene lla paraboladell'll3ora(20,8),dei vignaioli omicidi (21,40),del servo fedeleedi
quello infedele (24,50-51): "ciascuno render conto di se stesso a Dio",
dir poi Paolo (Rom 14,12) (v. 19).
Il primo "si accosta" con rispetto al suo Signore e dante causa, consegna capitale e frutto, 5 e 5 talenti, con il consuntivo: "Signore, 5 me
ne consegnasti, vedi, altri 5 ne lucrai" (v. 20). Il Signore, Sovrano universale, sa che in fondo i suoi servi ebbero quel che serviva, non tutto.
Dunque loda il primo servo come "buono e fedele, agaths e pists"
(cf. v. 23; 24,45-47), ma "fedele nel poco", e gli annuncia la costituzione "sul molto" (cf. Le 16,10; 1 Cor 4,2; 1 Tim 3,12; e Mt 24,47): l'entrata nella Gioia del Signore, ossia della Vita stessa di cui gode e gioisce il Signore, il massimo dei Premi (v. 21). Il secondo servo ripete alla
606

DOMENICA 16' DI MATTEO

lettera il consuntivo del primo: capitale 2, frutto 2; come il primo, raddoppi il capitale; un calcolo economico qui direbbe che il raddoppio
del capitale commerciato ed impiegato bene non richiederebbe "il molto tempo" del v. 19; tuttavia qui si punta meno alle leggi dell'economia
capitalista, e di pi al significato della dynamis, il potenziale posto in
svolgimento da parte dei servi. Anche al secondo di questi il Signore da
il medesimo premio del primo: la Gioia divina (vv. 22-23).
Il terzo si accosta egualmente, con rispetto, e rivela di avere fatta
non "la propria corsa", come si dice in gergo sportivo, bens sulla ruota
del padrone. Soprattutto, rivela che lo teme, bench a torto: come "duro", mietente ma non seminante, raccogliente dove non sparse (v. 24).
Perci, "terrorizzato", seppell il capitale rendendolo morto, pur riconoscendo che del Signore: "il tuo talento". E termina cos: "Vedi, tu hai
il tuo", il talento morto (v. 25; cf. 20,14).
Ogni rendiconto un giudizio. Il Signore adesso lo pronuncia per la
terza volta. Per due volte dette il premio, adesso no. Anzitutto restituisce gli aggettivi e la contestazione. "Il Duro" dice al servo: malvagio e
ignavo, ponrs e oknrs. Come il Re dei 10.000 talenti dice al servo:
"malvagio" (18,32; cf. Prov 20,4; Rom 12,11). Poi gli rinfaccia anche
di essere stupido, poich conoscendo la tempra del Signore suo (v. 26),
avrebbe dovuto almeno versare la somma ai banchieri, e il Signore
avrebbe almeno incassato gli interessi (v. 27).
Si chiude il processo, con una condanna e con una promozione: al
servo ignavo, adesso bollato anche come "inutile, achrios dolos" (cf.
invece i "servi inutili" ma attivissimi e umili, Le 17,10!), il Signore toglie il talento (v. 28a), e getta lui nelle tenebre esterne, nel pianto e stridore dei denti (v. 30; come in 8,12; 22,13, vedi Domenica 14adopo
Pentecoste). La promozione: il primo servo, il pi dotato, riceve anche
il talento inutilizzato (v. 28b).
Ogni condanna ha un dispositivo della sentenza, e poi una motivazione, che qui viene, e paradossale: "Ad ogni avente sar dato, ed abbonder al non avente sar tolto anche quanto ha" (v. 29). Si spiega questo per la parabola del Seminatore della divina Parola. Infatti, chi "ha",
lo ebbe solo dal Signore, non da se stesso, ed in modo che il Signore da
quella base gli dona anche l'aumento. Invece chi "non ha", lo "ha" da se
stesso, non lo "ha" dal Signore proprio perch non accett dal Signore il
dono iniziale, n la sua crescita irresistibile. E se a quest'ultimo "sar
tolto via", gli sar tolto proprio e solo il se stesso "malvagio, ignavo,
inutile". E "stupido". E come il Premio eterno, la punizione finale.
Davanti a questo, nessuno pu seriamente affermare: Ma io non lo
sapevo. E di fatto, puntualmente, e si pu dire onestamente anche se
con ingenuit scoperta, il servo pigro confessa: "Signore, io sapevo che
Tu sei duro..." (v. 24).
607

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

E tanto pi, in quanto lo spazio per commerciare i talenti idoneo e


sufficiente. Anzi, in relazione all'opera, che in fondo abbastanza esigua, "molto tempo" (v. 19). L'Evangelo lo chiama anche lo spazio
della conversione che deve portare frutti degni (3,8; vedi la Domenica
prima delle Luci).
L'iconologizzazione efficace dell'ultimo servo, con i tre aggettivi:
malvagio pigro inutile, implica la nota sapienziale di fondo, essenziale,
anche se non si evidenzia subito se non dopo riflessione, poich siamo
troppo presi d'impatto a calcolare i danti ed aventi causa, i talenti, il ca-v
pitale, il raddoppio, i frutti, gli interessi. Ora, la nota sapienziale qui
negativa, poich la nota della stoltezza.
La parabola delle dieci vergini mostra tale nota nella met di esse.
La presente parabola la evidenzia in 1 su 3 servi. Nei due casi, non
consolante.
Infatti, in quella, la lampada, l'orciolo, l'olio sono dati prima, e mai
pi. In questa, i talenti sono consegnati prima, e mai pi. I recettori sono persone avvertite dell'importanza decisiva del loro comportamento
dopo la consegna del dono. Il dono non dato mai pi, dato tutto e
subito una sola volta. Il resto dell'operazione sta nella responsabilit
personale.
Il Dono inconsumabile dello Spirito Santo, che si scorge in queste,
ed in altre parabole, dato prima, nell'iniziazione battesimale, che non
si pu ripetere per sua stessa natura ed essenza. Dunque "tutto Grazia" nella vita degli uomini. Donata all'inizio della loro esistenza, e gi
nella loro costituzione di "icone di Dio", la Grazia unica li precede, li
accompagna e li segue. Per il Premio o per la condanna.
E tanto pi risaltano allora la Bont e la Libert divina, che sapientemente, "secondo la dynamis di ciascuno", affidano il Tesoro, e desiderano anche dare il Premio. E risaltano la sapienza e la libert dei recettori, nell'attivarsi e collaborare in "sinergia" con il Tesoro della Grazia,
o nel lasciarlo inerte, ma allora formando scisma dal Donante generoso
e gioioso.
La parabola perci ci insegna ad essere sapienti, e questo aiutare il
Donante generoso e gioioso ad aiutarci. L'amore e la riconoscenza per
tanto Dono consistono proprio nel collaborare affinch il Padre possa
ammetterci nella sua stessa Gioia paterna, quella che vive in eterno con
il Figlio e con lo Spirito Santo.
6. Megalinario
Della Domenica.
7. Koinnikn
Della Domenica.
608

DOMENICA 17a DOPO PENTECOSTE


\T\Matteo
"Sulla Cananea"
Questa Domenica si celebra se la Pasqua "alta", ossia se cade al 22
di marzo. Ogni altra data pasquale fa che il numero delle 17 Domeniche dopo Pentecoste, nelle quali si proclama l'Evangelo di Matteo, sia
ristretto in proporzione per giungere alla Festa fissa dell'Esaltazione
della Croce, il 14 Settembre. La Domenica 17" cos, con altre eventuali,
si elimina. Per se la Pasqua cade tra il 15 e il25 aprile, la Domenica
j^a di Matteo si celebra prima dellaTJomenica del Pubblicano e del Eariseo, per completare di 1 settimana la serie delle Domeniche di Luca.
1. Antifone Della Domenica, o i Typik e i
Makarismi.
2.Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1)Apolytikion anastsimon, Tono 8.
2)Apolytikion del Santo titolare della Chiesa.
3)Kontkion: Prostasia tn christiann.
4.Apstolos
a) Prokimenon: Sai 75,12.2, "Cantico di Sion"
Vedi il Prokimenon della Domenica 9a dopo Pentecoste.
b)2Cor6,16b-7,l
Paolo pone in guardia i fedeli di Corinto dal fascino esterno che esercitava ancora e sempre il culto degli idoli. Esso largamente totalizzava la vita
di quella citt. Che anche per questo, e per gli eccessi in ogni campo che
l'idololatria comportava costitutivamente, era famosa nel mondo; tanto che
si diceva "corintizzare" per indicare l'immoralit pi spinta. Perci nei precedenti vv. 14-16a, l'Apostolo aveva tracciato la linea invalicabile: libert
cristiana, giogo schiavizzante dei pagani; giustizia, iniquit; luce, tenebre;
Cristo, Beliar (il principe dei demonii); credenti, non aventi fede; il tempio
di Dio, gli idoli (quest'ultima contrapposizione, la pi violenta, al v. 16a).
E per prosegue Paolo, il tempio di Dio non una realt esterna e
quasi materializzata: la Comunit stessa dei fedeli questo "tempio del
609

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Dio Vivente". Lo afferma Dio stesso, quando per infinita Sygkatbasis,


la Condiscendenza verso gli uomini, offre al suo popolo la promessa
pi inimmaginabilmente esaltantemente grande:
Io voglio abitare in essi e circolare tra essi,
e voglio essere di essi Dio,
ed essi saranno di Me il popolo,
dove il testo greco una combinazione di Lev 26,12 dei Settanta (qui la
p linea, modificata per nel futuro volontativo T voglio abitare" , preso dall'inizio del v. 11
Ez 37,27 (qui le linee 2a e 3a),
ha "sarete di Me il popolo".
la certa assicurazione della divina Presenza e compagnia al popolo, con l'offerta dell'alleanza. "Io sono il Dio di essi - essi sono il popolo
mio" ne la formula che giunge fino al N.T. (Ap 21,3 l'ultimo
esempio).
Ma il popolo, che in un certo senso "contiene in s" il Signore, il
quale a sua volta come se si "restringesse" per stare con il suo popolo
si pensi qui alla Presenza divina nei Misteri celebrati dalla Chiesa
, sta con Lui in un rapporto del tutto qualificante: amandolo con tutto
se stesso (Dt 6,4-5) e adorando e servendo Lui solo (cf. Mt4,10, che cita
Dt 6,13). Ecco il vivente "tempio del Dio Vivente" (v. 26bc).
E tempio definitivamente santificato e consacrato. Paolo seguita con
un'altra citazione composita:
Perci uscite di mezzo da quelli,
e separatevi parla il Signore!
e l'impuro non toccate (Is 52,11),
ed Io vi accoglier (Ez 20,34),
e sar per voi Padre
e voi sarete per Me figli (2 Sam 7,14), e figlie (Is 43,6c),
parla il Signore Onnipotente! (cf. Zacc 1,16).
Queste citazioni dei vv. 6,17-18 vengono per s dai Settanta, per
sono ritoccate e adattate qua e l. In Is 52 viene l'esortazione a fuggire
dal contatto impuro, contaminante degli idololatri per eccellenza, i Babilonesi che trattenevano in esilio gli Ebrei, tanto pi che adesso suona
l'ora della liberazione e del ritorno in patria. Questa sar l'operazione
mirabile del Signore, promessa mediante Ezechiele (Ez 20,34). Tale accoglienza sar quella riservata dalla solenne promessa che il Signore
invi per bocca di Natan profeta a David, e che riguarda il discendente
regale di questo, ma adesso il Signore tramuta questa promessa "per610

DOMENICA 17' DI MATTEO

sonale" (2 Re (= 2 Sam) 7,14) in una promessa che investe tutto il popolo santo, tutti assunti come figli e figlie veri del Signore (Is 43,6c).
La formula finale, la pi solenne dell'A.T. e solita in molti Profeti,
indica che quando il Signore "che regge tutto con la sua Parola = Pantokrtr" ("onnipotente" esiste, ma non qui, e sarebbepantodynamos),
ha parlato, la sua Parola sta gi in funzione irresistibile, ed attua quanto
ha pronunciato (cf. quiIs 55,11, altro testo solenne).
Paolo al v. 7,1 riassume questo con un'esortazione viva: tutte quelle
promesse (epaggeliai) divine sono per noi, oggi, qui. I diletti suoi fedeli
debbono dunque mondarsi da qualunque contaminazione "della carne e
dello spirito", come aveva gi raccomandato in 1 Cor 6,12-20 richiamando i Corinzi, "tempio dello Spirito Santo", a glorificare Dio nel loro "corpo", ossia con le loro persone.
questa la meravigliosa bench difficile salita alla perfezione della
santit offerta da Dio, nell'atteggiamento di fondo che il "timore di
Dio". Espressione che non significa affatto "terrore di Dio", bens, in
tutt'altra sfera, la volont di eseguire fedelmente e devotamente quanto
la Volont di Dio si degna di manifestare agli uomini per il loro bene
esclusivo. Il "timore di Dio" l'inizio dell'acquisto della Sapienza, che
il Verbo incarnato ed lo Spirito del Padre e del Figlio (cf. qui Dt4,6;
Giob 28,28; Prov 1,7; 9,10; Eccli 1,16, e 25,16). Lo canta lo splendido
Sai 110,10, un "Inno di lode".
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 94,1.2, "Esortazione profetica"
Vedi l'Alleluia della Domenica 9a dop Pentecoste.
b)Mt 15,21-28
Le variazioni del calendario liturgico del periodo "mobile", ossia che
dipende dalla "data della Pasqua", fa s che questa Domenica in pratica
sia pretermessa per tanti numeri di anni, da risultare quasi una "cometa". Per fare un esempio, dal 1880 al 2012, ossia per 133 anni, la data
del 22 aprile ricorre nel calendario gregoriano solo nel 1962; 1973;
1984; in quello giuliano nel 1907; 1918; 1929. cos la presente pericope
della fede della madre cananea non sar mai sufficientemente conosciuta
dal popolo celebrante, mentre essa contiene uno straordinario insegnamento evangelico. Va comunque spiegata al popolo in altri contesti.
Prima di affrontare la "salita" battesimale a Gerusalemme, e dunque
alla Croce, compiendo il programma che il Padre gli consegna donandogli lo Spirito al Giordano, il Signore nostro cerca di toccare molte
"citt e villaggi" (cf. Mt 9,35-38), annunciandolo l'Evangelo e insegnandone la dottrina, operando la carit o le "opere del Regno", ripor611

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

tando tutti all'adorazione di lode e di azione di Grazia al Padre, e formando i discepoli per la "prova" suprema, la sua Morte, e per la sua
Teofania gloriosa, la Resurrezione.
Ora, oltre la "fuga in Egitto", spostamenti di Ges fuori della Palestina propriamente intesa (la Decapoli, abitata da pagani ellenizzati, per
s era territorio palestinese) non sono narrati. Questo di oggi resta cos
il tipo di un'"uscita" del Signore fuori della sua patria naturale. Il parallelo sinottico sta in Me 7,24-30.
Ges dalla regione Galilea intorno al lago di Genezaret "si ritir"
(anachr) verso le parti di Tiro e Sidone, antichissime citt fenicie,
marinare e mercanti, floride, e, come tutti i ricchi, anche molto viziose.
E non a caso i Profeti dell'A.T. pronunciarono diversi oracoli di sventura per tali citt, e simili (cf. ad es. Is 23,1-18; Ez 28,24; Am 1,9-10),
predicendo la divina punizione. Eppure, il peccato di chi non accetta
Cristo stigmatizzato come immensamente superiore a quello di Tiro e
Sidone, che se avessero ricevuto la predicazione dell'Evangelo si sarebbero convertite, e perci riceveranno migliore sorte nel Giudizio
(Mt 11,21-22). E Ges con questa puntata da quelle parti, sembra dare
una specie di riprova, un riscontro profetico. Il motivo apparente del
suo "ritirarsi" l, forse che vuole trovare un momento di tranquillit,
fuggendo dalle folle che ormai lo opprimono (v. 21).
Una donna appare adesso. Matteo introduce la formula solenne, che
quella di un prodigio. "Ed ecco". "una donna cananea, uscita da
quei confini". Ossia Ges non sta nelle due citt. Ora, come nel caso
della Samaritana, la Cananea ha due difetti irreparabili: anzitutto donna, che per gli antichi, non per la Scrittura, era un "male necessario",
talvolta piacevole, specialmente se gettato dopo l'uso, e comunque "irreparabile". Su questo si potrebbe raccogliere tutta una letteratura, che
dall'antichit, traversando il medio evo, giunge fino a noi. Il secondo
difetto, biblico: Cananea, discendente di Cam, l'indecente dispregiatore del padre suo No, e da questi maledetto, con un piccolo poema
terribile, dove Cam anche Canaan:
Maledetto Canaan!
Servo dei servi dei fratelli suoi sussista!
Benedetto il Signore Dio di Sem,
e sia Cam servo di essi!
Jafet, Dio lo estenda,
ed abiti nelle tende di Sem,
e sia Canaan servo di essi! (Gen 9,25-27).
Tale maledizione confermata lungo le generazioni, per il fatto che
i Cananei, abitanti della Palestina con altre popolazioni di varia civilt,
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DOMENICA 17' DI MATTEO

ma tutti idololatri e dediti a culti osceni, a prostituzione sacra dei due


sessi, erano il costante pericolo di sincretismo religioso per Israele;
contrarre alleanza politica, o anche nuziale, era di fatto accettare reciprocamente la cultura e la religione dell'altro contraente, ossia anche il
suo culto idololatrico. I libri storici e profetici sono pieni di invettive
contro i "Cananei", diventati anche un tipo di rovina religiosa e morale.
Mentre Ges considera il primo difetto, essere donna, come una benedizione divina quale fu dall'inizio e seguita ad essere, per cui egli "nato
da Donna" (Gai 4,4), peril secondo difetto, questo s vero e mortale, viene a porre rimedio e l'unico rimedio: chiede la fede. E non per caso la fede del N.T. viene anzitutto dalle donne: Elisabetta, Maria Semprevergine,
"il tipo" per eccellenza della fede, Anna, le Discepoli fedeli che seguono
il Signore dovunque vada; un altro "tipo" della fede, la Maddalena. E
prosegue l'inesauribile lista con le donne incontrate da Paolo, delle quali
traccia lo stupendo elenco in Rom 16, quasi tutte provenienti dal paganesimo. E cos ancora Lidia a Filippi, a cui "il Signore apr il cuore" all'Evangelo degli Apostoli (At 16,14) e le "molte donne e non pochi uomini"
greci di Tessalonica (At 17,12), e l'unica donna ateniese, Damaride, che
credette dopo il discorso paolino all'Areopago sulla Resurrezione del Signore (At 17,34), e Priscilla con il marito Aquila a Corinto (At 18,2).
Sentito di Ges, questa Cananea gli esce incontro e gli grida un'epiclesi, dove si riflette lo strappo delle sue viscere materne, facendo appello alle viscere paterne di Cristo. Ne emerge improvvisa l'accettazione di tutta la fede dell'A.T., come dei due Ebrei, i ciechi di Gerico
(9,27): "Impietosisciti di me, elson-me, Signore, figlio di David!"
Chi ha insegnato alla donna pagana che David aveva annunciato:
"Parl il Signore al Signore mio: Siedi alla Destra mia!" (Sai 109,1),
"nelle Spirito Santo" (cf. Mt 22,43-45), poich il Signore gli aveva notificato la Promessa di un Figlio suo da venire (Sai 88,27-30), se non lo
Spirito Santo? Solo dal Signore, il Re messianico, il Figlio di David
adesso presente, ella si attende la salvezza da ogni male: "la figlia mia
orrendamente (kaks) indemoniata". Il demonio impedisce il Regno
del Figlio di David (v. 22). La donna anche un'ottima teologa, che
come ogni vero teologo risponde non alle proprie idee, i concettuzzi
schematizzati a tavolino dopo cena e dopo la televisione, bens agli impulsi intcriori dello Spirito. Ella insieme invoca e prega, ed espone una
"lamentazione" di tipo salmico, che versare davanti al Signore, per
intero e lealmente, il proprio stato di necessit. E avere una figlia "indemoniata" anche una vergogna religiosa e sociale. Ma la madre non
indietreggia davanti a quella che adesso "sa" che la vera occasione, e
l'ultima, della sua povera esistenza materna.
L'atteggiamento di Ges paradossale, indisponente: "non risponde
a lei parola". I discepoli, ormai sempre meno lucidi sulle intenzioni del
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COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Maestro, "si accostano" con rispetto e gli chiedono di respingere la


donna, perch da fastidio, "grida dietro a noi" (v. 23), neppure comprendendo che quel "gridare" preghiera: "Dalla profondit io grido
(krz) a Te, Signore! Signore, ascolta la voce mia! (Sai 129,lb-2a).
E paradossale e indisponente, perfino all'eccesso, anche la risposta
ad essi di Ges: "II Padre invi Me unicamente alle 'pecore perdute
della casa d'Israele'" (v. 25), come del resto aveva detto proprio all'inizio del "discorso di missione", precisando la propria identit di unico
Inviato, e quella, almeno per adesso, dei discepoli, unici inviati da lui
(Mt 10,5; vedi Evangelo del 9 Ottobre). Egli anzitutto e soprattutto,
bens non esclusivamente, come tra poco mostrer, "si fece Diacono
della circoncisione" (Rom 15,8). Ed a suo tempo disporr i discepoli
per i pagani, in specie l'Apostolo per eccellenza, Paolo, "liturgo di Cristo Ges per le nazioni (pagane), sacerdotalmente operando l'Evangelo
di Dio, affinch avvenga l'offerta sacrificale delle nazioni, quella accetta
(da Dio), santificata dallo Spirito Santo" (Rom 15,16).
A chi risponde cos Ges? A molti. Al Padre che l'invia. Ai discepoli,
che non lo comprendono, e non lo possono ancora. Alla Cananea per
mostrarle l'eccezione che far, ed eccezione enorme. A noi per farci
comprendere che siamo investiti ancora oggi da questa divina eccezione,
perch tutti noi discendiamo da progenitori pagani. Agli Ebrei per dimostrare ad essi, ancora una volta, l'Amore divino fedele per essi, qui privilegiati e non mai traditi o abbandonati. Risposta straordinaria (v. 24).
Ma la madre vigila, come un animale ferito, e ferito nelle viscere.
Arditamente, si potrebbe dire regalmente, ma con totale umilt insieme, "venuta (a Lui) adora (Lui)" e gli parla parole stupende: "Signore,
aiutami!", parole del Salmista (Sai 69,5; 79,9; 108,26; 118,86.117.175;
e innumerevoli altre volte, come le espressioni "II Signore l'Aiuto
mio", "il Signore mi aiut"). Di nuovo e sempre, lo Spirito Santo pone
la "sua" Parola nel cuore e sulla bocca dei poveri, degli infelici, degli
umili, che proprio nella loro condizione Egli santifica. Cos questa povera donna qui sente di trovarsi alla divina Presenza, si accosta e La
adora (v. 25).
Inaudita violenza, e spietata durezza contrassegnano la terza parola
del Signore, che incredibile ed insopportabile. Almeno per in apparenza, poich il Signore sa bene quanto deve dire, e dicendolo vuole
provocare una reazione che concorra al bene dell'ascoltante. Cos pronuncia: "Non bene avere preso il pane dei figli ed averlo gettato ai cagnolini!" (v. 26). Ges aveva anticipato questo atteggiamento nel "discorso della montagna", dove aveva prescritto ai discepoli ancora da
istruire a fondo: "Non donate il Santo ai cani, n gettate le perle vostre
davanti ai porci" (Mt 7,6). Nel parallelismo sinonimico si ha la discreta
allusione anzitutto alla Realt pi santa, il Pane del Convito divino, al
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DOMENICA 17 DIMATTEO

quale partecipano solo i "figli del Regno"; poi al Tesoro, i Beni preziosi
del Regno, che spettano solo a quelli che ne sono eredi come figli del
Regno. Ora, i figli del Regno sono il popolo dell'alleanza. Chi "straniero" all'alleanza, non solo escluso dai suoi benefici, ma considerato come un animale impuro, da evitare con orrore, astenendosi non
solo dal mangiare insieme, ma perfino dal toccarli (le norme in Lev 11 ;
il v. 27 per i cani, il v. 7 per i porci). Non sar un caso che animali in
fondo fedeli all'uomo o almeno molto utili, come il cane ed il porco,
insieme per servano da termini per manifestare il pi profondo disprezzo verso persone nemiche o anche solo antipatiche, di altra razza
0 religione o partito.
In sostanza, Ges qui sta dicendo che la figlia della cananea uno dei
"cagnolini (kynria)", generata dalla madre che della medesima razza.
La Cananea come ovvio ignora che il medesimo Signore che ha
adorato e sta implorando, aveva detto che "i figli del Regno" per le loro
colpe possono essere esclusi dal Convito, mentre "molti" da ogni regione della terra saranno chiamati ed ammessi a stare a mensa con Abramo ed Isacco e Giacobbe (Mt 8,11-12; Le 13,28-29). In un certo senso,
Ges sta proponendo alla donna un esame d'ammissione a quel Convito. E sapendo che quella pronta. Ma vuole che lo manifesti.
E la donna lo manifesta con una parola che un grido, dove riconosce la sua situazione di miseria, e di estraneit a quei "figli" ed al "loro
pane". Il suo grido perfino pi violento delle parole del Signore, e rivela che nel suo cuore gi depositato e contenuto il Dono divino.
Il testo greco va stretto da vicino, letto alla lettera:
Ni, Kyrie,
Mi gdr t kynria esthiei appsichin
tonpiptntn ap ts trapezes ton kyrin autn.
Non un testo ovvio, innocente. In genere esso compreso e tradotto
in modo falso e fiacco, come se la madre disperata fosse disposta ad assentire ad un violento rifiuto, al quale accondiscendesse educatamente
e blandamente, circa cos: "Certo, certo, s, hai ragione, tant' vero che
1 cagnolini..." Si esclude cos la radicale contraddizione con la parola
di esclusione dei "cagnolini", mentre la parola della donna direbbe che
"comunque i cagnolini" in fondo partecipano con "i figli del Regno" a
"quel pane".
La versione suona cos:
Ma s, Signore!
Infatti anche i cagnolini mangiano dalle briciole
cadenti dalla tavola dei loro padroni !
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COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Perci anche quelli considerati come cani rognosi, e quindi esclusi fuori
della sala del convito, hanno diritto al "pane dei padroni". Questi per il
loro egoismo li escludono fuori. I "cagnolini" si contenterebbero anche
di briciole superflue, se i padroni gliele gettassero, come Ges stesso
spiega nella parabola del povero Lazzaro (Le 16,21).
Infatti "i figli" che hanno per s diritto di primogenitura al Pane, sono kyrioi, signori, padroni. Il "pane" la Parola, la carit fraterna che
ammette alla vita comune, il Convito e quante briciole lasciate cadere e disperse, allora, farebbero la saziet di tanti "cagnolini" esclusi,
che non sarebbero pi n cagnolini n esclusi!
La parola della madre aggressiva. Ella osa resistere al Signore,
apertamente contraddirlo, anzi rinfacciargli che se sostiene quello che
ha detto, ha torto. Infatti, perfino i "padroni" lasciano cadere le briciole
e non impediscono ai cani di cibarsene, quando poi non gettano ad essi
pani interi. E come, proprio Lui, "il Signore", il Figlio di David", invocato, quello che famoso per avere sempre Yleos, la Misericordia divina verso tutti, adesso non pi Lui stesso proprio davanti a due persone nell'angoscia del male, davanti a due povere "cagnoline"? (v. 27).
L'esame-prova termina qui. Ges ha avuto la confessione della fede
che nasce dal cuore della madre. Il suo Cuore attendeva solo questo. Ed
allora pu rispondere come gi sapeva che poi avrebbe parlato. Interpella la Cananea con un titolo di nobilt: "gynaiV\ che significa circa: "o signora!"; e le da il supremo riconoscimento: "Grande la fede
tua!" Fede nel Signore, il Figlio di David, la Presenza misteriosa del
Divino. Perci Ges non fa altro che comunicare alla madre il frutto
della sua fede: "Avvenga a te come vuoi". Il che significa l'immediata
guarigione della figlia della Cananea (v. 28).
"Come tu vuoi", indica il Disegno divino. Infatti "Dio opera negli
uomini sia il volere, sia l'operare a causa dell'EudokicT sua, dice Paolo
(FU 2,13). Sembra un padrone assoluto. Ed invece la Scrittura ha molti
testi, da farne un ricco trattato, sul tema che Dio fa la volont degli uomini. Cos affermano ed assicurano gi i Profeti, perfino per un pagano
come il re Ciro (Is 48; 14, cf. 46,11; 41,2; LXX), per il Re messianico
(Sai 19,5-6; 20,3), per il giusto, sapiente e paziente, Sai 36,4, testo
esemplare; per il fedele e devoto che si rivolge al Signore: Sai 144,19,
altro testo esemplare. In sunto, per tutto il popolo santo, il Signore afferma solennemente: "Ed avverr: prima che essi chiamano, Io gi ho
risposto, Io li ho esauditi mentre essi ancora parlano" (Is 65,24).
Questo si ritrova inevitabilmente nel N.T. Ges circonda per cos dire
il "Padre nostro" delle assicurazioni necessarie per conferire fiducia
alla preghiera dei fedeli: "Conosce il Padre vostro quello di cui avete
necessit, prima che glielo chiediate" (Mt 6,8); "Cercate prima il Regno... e tutto questo vi sar aggiunto in pi" (Mt 6,33), parola a cui Ge616

DOMENICA 17-DIMATTEO

s premette di nuovo: "Conosce infatti il Padre vostro celeste che voi


avete necessit di tutto questo (Mt 6,32).
Un umile ma fervido ascoltatore di Ges, Lo difende affermando:
"Noi sappiamo, che i peccatori Dio non ascolta, ma se qualcuno devoto, Egli fa anche la volont di lui" (Gv 9,31), dove "lui" Ges che
opera, e qui aveva guarito il cieco nato. Paolo da parte sua rilancia tale
insegnamento: "Per questo, noi anche preghiamo sempre in favore vostro, affinch il Dio nostro vi renda degni della vocazione, e adempia
ogni eudokia (dei fedeli!) di bont, e l'opera della fede nella Potenza"
dello Spirito Santo (2 Tess 1,11). Il Signore compie "il volere e l'operare"; in specie quando il volere V eudokia dei fedeli, la loro volont
buona di adeguarsi alla divina Eudokia per loro.
Ora, qual' il "volere" della madre cananea? Il solo bene della sua
bambina. E come il Signore non compir "il volere e Yeudokia" di una
madre? "Da quel momento fu guarita", un passivo che indica l'opera
della Divinit senza nominarla, e fu restituita alla madre una figlia che
da innocente aveva troppo sofferto.
Si hanno qui due figure esemplari. La madre cananea ormai 1'"immagine e somiglianz" di Dio santificata dalla fede nel Signore, il Figlio di David. Ha recuperato la sua dignit di figlia di Dio nel Figlio di
Dio. Tale dignit in forza della sua fede comunicata al frutto delle sue
viscere, liberata dal demonio che le deturpava 1'"immagine e somiglianz", ed anche questa recuperata. La donna cananea posta cos
come madre vera, nelle due volte che la maternit umana dovrebbe generare nell'amore totale: nella carne, ma poi nella fede verso il Signore,
che ridonda nella carit trasformante verso la medesima sua carne. Le
donne sono poste come benedizione dal Signore.
6. Megalinario Della
Domenica.
1 .Koinnikn Della
Domenica.

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