Sei sulla pagina 1di 14

CHARLES BAUDELAIRE, I fiori del male

Dalla sezione Spleen e Ideale:


II
Lalbatro
Spesso, per divertirsi, gli uomini d'equipaggio
Catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari,
Che seguono, indolenti compagni di vaggio,
Il vascello che va sopra gli abissi amari.
5

E li hanno appena posti sul ponte della nave


Che, inetti e vergognosi, questi re dell'azzurro
Pietosamente calano le grandi ali bianche,
Come dei remi inerti, accanto ai loro fianchi.

Com' goffo e maldestro, l'alato viaggiatore!


10 Lui, prima cos bello, com' comico e brutto!
Qualcuno, con la pipa, gli solletica il becco,
L'altro, arrancando, mima l'infermo che volava!
Il Poeta assomiglia al principe dei nembi
Che abita la tempesta e ride dell'arciere;
15 Ma esule sulla terra, al centro degli scherni,
Per le ali di gigante non riesce a camminare.

XXI

Inno alla Bellezza:


O bellezza, vieni dal profondo del cielo, o esci dallabisso?
Il tuo sguardo infernale e divino versa insieme,
confusi, carit e delitto;
e in questo assomigli al vino.
Racchiudi nei tuoi occhi alba e tramonto.
Esali profumi come un temporale a sera.
Sono un filtro i tuoi baci, la tua bocca unampolla
Che leroe fanno vile e il fanciullo ardito.
Esci dal gorgo cupo o discendi dagli astri?
Il Destino, innamorato, ti segue come un cane;
smini capricciosa felicit e disastri,
disponi di tutto, non rispondi di niente.
Cammini sui morti, Bellezza, e di loro sorridi;
fra i tuoi gioielli lOrrore non il meno attraente
e, in mezzo ai tuoi gingilli preferiti , lAssassinio
oscilla adorabile sul tuo ventre orgoglioso.
Leffimera caldela, abbagliata, sabbatte in te
E crepita bruciando, e la tua fiamma benedice.
Lamante, chino fremente sul suo amore,

sembra un moribondo che accarezza la sua tomba.


Che importa che tu venga dallinferno o dal cielo,
o bellezza, mostro enorme, ingenuo, spaventoso,
se grazie al tuo sorriso, al tuo sguardo, al tuo piede,
penetro in Infinito che ignoravo e che adoro?
Che importa se da Satana o da Dio? Se Sirena
O Angelo, che importa?, se tu - fata dagli occhi di velluto,
ritmo luce, profumo, mia regina
fai meno orrendo luniverso, meno grevi glistanti.
___________
XXVII
Sembra, coi suoi vestiti dondulante
madreperla, che danzi se cammina,
simile a quei serpenti che nei riti, in cadenza,
smuovono su bastoni i giocolieri.
Come nei deserti la smorta sabbia, il cielo,
sordi al dolore di chi vive, o londa
che nel mare sintreccia senza posa,
cos lei si dispiega, indifferente.
Splendono nel suo sguardo minerali dincanto;
in lei, strana, simbolica natura
di sfinge antica e dangelo inviolato,
Tutto chiarore, acciaio, oro e diamanti
E per sempre, astro inutile, scintilla
Il gelo maestoso della sterilit

Friederich Schiller
Inno alla Gioia
Gioia, bella scintilla divina,
figlia di Elisio,
noi entriamo ebbri e frementi,
celeste, nel tuo tempio.
Il tuo fascino riunisce
ci che la moda separ
ogni uomo s'affratella
dove la tua ala soave freme.

Gioia bevono tutti i viventi


dai seni della natura;
vanno i buoni e i malvagi
sul sentiero suo di rose!
Baci ci ha dato e uva, un amico,

provato fino alla morte!

Lieti, come i suoi astri volano


attraverso la volta splendida del cielo,
percorrete, fratelli, la vostra strada,
gioiosi, come un eroe verso la vittoria.
Abbracciatevi, moltitudini!
Questo bacio vada al mondo intero!

________________________________________
Da Gabriele DAnnunzio, Canto novo
LIBRO PRIMO

I.
Canto del sole
Ecco, e la glauca marina destasi
fresca a' freschissimi grecali; palpita:
ella sente ne 'l grembo
li amor' verdi de l'alighe.
Sente: la sfiorano a torme i queruli
gabbiani, simili da lunge passano
pe 'l gran sole cullandosi;
e in ampia cerchia ne l'acqua i floridi
poggi specchiantisi miraggi paiono
di piramidi vinte
da 'l trionfo de l'edere.
Thlatta! thlatta! Volino, balzino
su su da 'l giovine core, zampillino
i tuoi brevi pirrichi,
o divino Asclepiade!
O mare, o gloria, forza d'Ausonide,
alfin da' liberi tuoi flutti a l'aure
come un acciar temprata
a giovinezza sfolgori!

Da Gabriele DAnnunzio, Laudi : libro I (Maia)


Laus vitae
I.
O Vita, o Vita,
dono terribile del dio,
come una spada fedele,
.

Laus vitae (I, 43 e sg.)


Nessuna cosa
mi fu aliena;
nessuna mi sar
mai, mentre comprendo,
Laudata sii, Diversit
delle creature

Vigile a ogni soffio,


intenta a ogni baleno,
sempre in ascolto,
sempre in attesa,
pronta a ghermire,
pronta a donare,
pregna di veleno
o di balsamo, trta
nelle sue spire
possenti o tesa
come un arco, dietro la porta
angusta o sul limitare
dell'immensa foresta,
ovunque, giorno e notte
al sereno e alla tempesta,
in ogni luogo, in ogni evento,
la mia anima visse
come diecimila!
curva la Mira che fila,
poi che d'oro e di ferro pesa
lo stame come quel d'Ulisse.

Tutto fu ambto
e tutto fu tentato.
Ah perch non infinito
come il desiderio, il potere
umano? Ogni gesto
armonioso e rude
mi fu d'esempio;
ogni arte mi piacque,
mi sedusse ogni dottrina,
m'attrasse ogni lavoro.
Invidiai l'uomo

che erige un tempio


e l'uomo che aggioga un toro,
e colui che trae dall'antica
forza dell'acque
le forze novelle,
e colui che distingue
i corsi delle stelle,
e colui che nei muti
segni ode sonar le lingue
dei regni perduti.
Quel che non fu fatto
io lo sognai;
e tanto era l'ardore
che il sogno eguagli l'atto.

__________________________________________________________________________

Da Gabriele DAnnunzio, LIsotto


Epodo al poeta Giovanni Marradi
IV.
Giova, o amico, ne l'anima profonda
meditare le dubbie sorti umane,
piangere il tempo, ed oscurare di vane
melancole la dea Terra feconda?
Evvi Ginevra ed Isotta la blonda,
e sonvi i pini e sonvi le fontane,
le giostre, le schermaglie e le fiumane,
foreste e lande, e re di Trebisonda!
Bevere giova con aperta gola
ai ruscelli de 'l canto, e coglier rose,
e mordere ciascun soave frutto.
O poeta, divina la Parola;
ne la pura Bellezza il ciel ripose
ogni nostra letizia; e il Verso tutto.

__________________________________________________________________________

Da Gabriele DAnnunzio, Laudi : libro II (Alcyone):


La pioggia nel pineto
Taci. Su le soglie
del bosco non odo

parole che dici


umane; ma odo
parole pi nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepito che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
pi rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
n il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome

auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
pi sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
pi roco
che di laggi sale,
dall'umida ombra remota.
Pi sordo e pi fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
pi folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra pi fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
s che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto come pesca
intatta,
tra le plpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alvoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i malloli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vlti

silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.

________________________________________
Da Giovanni pascoli, Myricae:
X Agosto.
San Lorenzo, io lo so perch tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perch s gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de' suoi rondinini.
Ora l, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido nell'ombra, che attende,
che pigola sempre pi piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e rest negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono
Ora l, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!

Lassiuolo

Dovera la luna? ch il cielo


notava in unalba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggi;
veniva una voce dai campi:
chi...
Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
comeco dun grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chi...
Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri dargento
(tintinni a invisibili porte
che forse non saprono pi?...);
e cera quel pianto di morte...
chi...

I puffini dellAdriatico
Tra cielo e mare (un rigo di carmino
recide intorno lacque marezzate)
parlano. unalba cerula destate:
non una randa in tutto quel turchino.
Pur voci reca il soffio del garbino
con ozose e tremule risate.
Sono i puffini: su le mute ondate
pende quel chiacchiericcio mattutino.
Sembra un vociare, per la calma, fioco
di marinai, chad ora ad ora giunga
tra l fievole sciacquo della risacca;
quando, stagliate dentro loro e il fuoco,
le paranzelle in una riga lunga
dondolano sul mar liscio di lacca.

Da Giovanni Pascoli, Primi poemetti:

Digitale purpurea
I
Siedono. Luna guarda laltra. Luna
esile e bionda, semplice di vesti
e di sguardi; ma laltra, esile e bruna,
laltra I due occhi semplici e modesti
fissano gli altri due chardono. E mai
non ci tornasti? Mai! Non le vedesti
pi? Non pi, cara. Io s: ci ritornai;
e le rividi le mie bianche suore,
e li rivissi i dolci anni che sai;
quei piccoli anni cos dolci al cuore
Laltra sorrise. E di: non lo ricordi
quellorto chiuso? i rovi con le more?
i ginepri tra cui zirlano i tordi?
i bussi amari? quel segreto canto
misterioso, con quel fiore, fior di?
morte: s, cara. Ed era vero? Tanto
io ci credeva che non mai, Rachele,
sarei passata al triste fiore accanto.
Ch si diceva: il fiore ha come un miele
che inebria laria; un suo vapor che bagna
lanima dun oblo dolce e crudele.
Oh! quel convento in mezzo alla montagna
cerulea! Maria parla: una mano
posa su quella della sua compagna;
e luna e laltra guardano lontano.

II
Vedono. Sorge nellazzurro intenso
del ciel di maggio il loro monastero,
pieno di litanie, pieno dincenso.
Vedono; e si profuma il lor pensiero
dodor di rose e di viole a ciocche,
di sentor dinnocenza e di mistero.
E negli orecchi ronzano, alle bocche
salgono melodie, dimenticate,
l, da tastiere appena appena tocche

Oh! quale vi sorrise oggi, alle grate,


ospite caro? onde pi rosse e liete
tornaste alle sonanti camerate
oggi: ed oggi, pi alto, Ave, ripete,
Ave Maria, la vostra voce in coro;
e poi dun tratto (perch mai?) piangete
Piangono, un poco, nel tramonto doro,
senza perch. Quante fanciulle sono
nellorto, bianco qua e l di loro!
Bianco e ciarliero. Ad or ad or, col suono
di vele al vento, vengono. Rimane
qualcuna, e legge in un suo libro buono.
In disparte da loro agili e sane,
una spiga di fiori, anzi di dita
spruzzolate di sangue, dita umane,
lalito ignoto spande di sua vita.

III
Maria! Rachele! Un poco pi le mani
si premono. In quellora hanno veduto
la fanciullezza, i cari anni lontani.
Memorie (luna sa dellaltra al muto
premere) dolci, come tristo e pio
il lontanar dun ultimo saluto!
Maria! Rachele! Questa piange, Addio!
dice tra s, poi volta la parola
grave a Maria, ma i neri occhi no: Io,
mormora, s: sentii quel fiore. Sola
ero con le cetonie verdi. Il vento
portava odor di rose e di viole a
ciocche. Nel cuore, il languido fermento
dun sogno che notturno arse e che sera
all' alba, nell ignara anima, spento.
Maria, ricordo quella grave sera.
Laria soffiava luce di baleni
silenzosi. Minoltrai leggiera,
cauta, su per i molli terrapieni
erbosi. I piedi mi tenea la folta
erba. Sorridi? E dirmi sentia: Vieni!

Vieni! E fu molta la dolcezza! molta!


tanta, che, vedi (laltra lo stupore
alza degli occhi, e vede ora, ed ascolta
con un suo lungo brivido) si muore!
__________________________________________________________________________

Da Giovanni Pascoli, Canti di Castelvecchio:

Nebbia
Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l'alba,
da' lampi notturni e da' crolli,
d'aeree frane!
Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch' morto!
Ch'io veda soltanto la siepe
dell'orto,
la mura ch'ha piene le crepe
di valerane.
Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch'io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che danno i soavi lor mieli
pel nero mio pane.
Nascondi le cose lontane
Che vogliono ch'ami e che vada!
Ch'io veda l solo quel bianco
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane...
Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo
del cuore! Ch'io veda il cipresso
l, solo,
qui, quest'orto, cui presso
sonnecchia il mio cane.

Il gelsomino notturno
E s'aprono i fiori notturni,

nell'ora che penso a' miei cari.


Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
l sola una casa bisbiglia.
Sotto l'ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l'odore di fragole rosse.
Splende un lume l nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse.
Un'ape tardiva sussurra
trovando gi prese le celle.
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s' spento . . .
l'alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicit nuova.

Da Giovanni Pascoli, Il Fanciullino


I.
dentro noi un fanciullino (1) che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo
in s lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra et tuttavia tenera, egli
confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e,
insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un
guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un
nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e
arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di
campanello [].
Non l'et grave impedisce di udire la vocina del bimbo interiore, anzi invita forse e aiuta,
mancando l'altro chiasso intorno, ad ascoltarla nella penombra dell'anima (4) . E se gli occhi con
cui si mira fuor di noi, non vedono pi , ebbene il vecchio vede allora soltanto con quelli
occhioni che son dentro di lui, e non ha avanti s altro che la visione che ebbe da fanciullo e
che hanno per solito tutti i fanciulli. E se uno avesse a dipingere Omero, lo dovrebbe figurare
vecchio e cieco, condotto per mano da un fanciullino, che parlasse sempre guardando torno
torno. Da un fanciullino o da una fanciulla: dal dio o dall'iddia: dal dio che sement nei precordi
di Femio quelle tante canzoni, o dell'iddia cui si rivolge il cieco aedo di Achille e di Odisseo (5) .
III.
Ma veramente in tutti il fanciullo musico? [] In alcuni non pare che egli sia; alcuni non
credono che sia in loro; e forse apparenza e credenza falsa. Forse gli uomini aspettano da lui
chi sa quali mirabili dimostrazioni e operazioni; e perch con le vedono, o in altri o in s,
giudicano che egli non ci sia. Ma i segni della sua presenza e gli atti della sua vita sono semplici e

umili. Egli quello, dunque, che ha paura al buio, perch al buio vede o crede di vedere; quello
che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle
bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l'ombra di fantasmi e il cielo di dei
(7) . Egli quello che piange e ride senza perch, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla
nostra ragione. Egli quello che nella morte degli esseri amati esce a dire quel particolare
puerile che ci fa sciogliere in lacrime, e ci salva (8). Egli quello che nella gioia pazza
pronunzia, senza pensarci, la parola grave che ci frena. Egli rende tollerabile la felicit e la
sventura, temperandole d'amaro e di dolce, e facendone due cose ugualmente soavi al ricordo.
Egli fa umano l'amore, perch accarezza esso come sorella (oh! Il bisbiglio dei due fanciulli tra
un bramire di belve) , accarezza e consola la bambina che nella donna. Egli nell'interno
dell'uomo serio sta ad ascoltare, ammirando, le fiabe e le leggende, e in quello dell'uomo
pacifico fa echeggiare stridule fanfare di trombette e di pive, e in un cantuccio dell'anima di chi
pi non crede, vapora d'incenso l'altarino che il bimbo ha ancora conservato da allora. Egli ci fa
perdere il tempo, quando noi andiamo per i fatti nostri, ch ora vuol vedere la cinciallegra che
canta, ora vuol cogliere il fiore che odora, ora vuol toccare la selce che riluce.
Siano gli operai, i contadini, i banchieri, i professori in una chiesa a una funzione di festa; si
trovino poveri e ricchi, gli esasperati e gli annoiati, in un teatro a una bella musica: ecco tutti i
loro fanciullini alla finestra dell'anima, illuminati da un sorriso o aspersi d'una lagrima che
brillano negli occhi de' loro ospiti inconsapevoli; eccoli i fanciullini che si riconoscono,
dall'impannata al balcone dei loro tuguri e palazzi, contemplando un ricordo e un sogno
comune.
IV.
Se in tutti, anche in me. E io, perch da quando s'era fanciulli insieme, non ho vissuto una
vita cui almeno il dolore, che fu tanto, desse rilievo, non l'ho perduto quasi mai di vista e di
udita. Anzi, non avendo io mutato quei primi miei affetti, chiedo talvolta se io abbia vissuto o
no. E io dico s, perch ivi pi vita dove meno morte, e altri dice no, perch crede il
contrario. Comunque, parlo spesso con lui, come esso parla alcuna volta a me, e gli dico:
Fanciullo, che non sai ragionare se non a modo tuo, un modo fanciullesco che si chiama
profondo, perch d'un tratto, senza farci scendere a uno a uno i gradini del pensiero, ci
trasporta nell'abisso della verit...