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TIRO AL PICCIONE: TRA FILM E ROMANZO

Strana sorte quella toccata al romanzo di Giose Riinanelli, Tiro al


piccione. Prima tradito dalla Einaudi, che dopo averlo progettato per i
Coralli restituisce le bozze all'autore nel 1950 a causa di un
ripensamento di contenuto politico pi che editoriale; poi nel 1961,
completamente manomesso dal film di Giuliano Montaldo che lo usa
per i suoi scopi politici, cos falsando sia il messaggio umano che
culturale del romanzo.
Il cinema in generale, e quello italiano in particolare specie nel
dopoguerra, ha preso molti soggetti dalla letteratura, senza, spesso,
riuscire a tradurli adattarli nella propria specificit artistica e
semantica. A questo proposito Fellini ha dichiarato:
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[...] che cosa si prende da un libro? Delle situazioni. Ma le situazioni,


di per s, non hanno alcun significato [...] l'interpretazione letteraria
di quei fatti non ha nulla a che fare con l'interpretazione
cinematografica di quegli stessi fatti. Sono due modi di esprimersi
completamente diversi.
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Il rapporto tra letteratura e cinema connesso alla trasposizione


intersemantica da un sistema all'altro e ad altri problemi culturali, anche
ideologici. Un romanzo e un film sono due forme d'espressione artistica
dotate di un proprio linguaggio, di una propria scrittura che ne
determinano l'unicit semantica. Lo studioso Angelo Moscariello sposta
il discorso dal piano dei materiali a quello dei contenuti con il risultato
che, creare un testo secondo significa, sostanzialmente, usare significanti
diversi per mostrare gli stessi significati del testo di partenza. Per
Gianfranco Bettetini il problema della traducibilit/intraducibilit di un
testo non si riduce a questa prospettiva semantica: nel cambiamento di
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sistema semiotico; ma necessario chiedersi anche se possibile


rispettare le istanze enunciate, cio la dimensione pragmatica di un
testo. Christian Metz, d'altro canto, senza totalmente ridimensionare la
teoria delle specificit filmiche, rivaluta nell'economia generale del film
i codici culturali: cio quei sistemi di significazione che non sono
specificamente cinematografici e che ugualmente concorrono in misura
rilevante alla formazione del messaggio filmico.
Nel caso del film "Tiro al piccione" di Giuliano Montaldo,
trasposizione del romanzo omonimo di Giose Rimanelli, pi che
traduzione adattamento, connesso alla trasposizione intersemantica si
dovrebbe parlare di tradimento del testo. Paradossalmente si potrebbe
quasi dire che il legame tra il film e il romanzo totalmente raccolto
nella dichiarazione fatta dallo scrittore, Rimanelli, nell'immediato
dopoguerra sotto la spinta di un senso di colpa che, pi che personale,
si dovrebbe spiegare nel contesto dell'atmosfera surriscaldata
dell' ambiente culturale italiano degli anni Cinquanta. Mi riferisco alla
nota affermazione fatta a Cesare Pavese: "La resistenza vista dalla parte
sbagliata." Tutt'al pi l'autore avrebbe dovuto dire: "la guerra civile
dalla parte che ha perso." Invece, cos come pronunciata, l'affermazione
rivela non soltanto un controsenso, ma sfalsa il contenuto e il significato
del racconto. Intendo dire che la resistenza bench avesse significati
diversi che penetravano all'interno dei vari gruppi partigiani
combattenti, se si tengono nel dovuto conto gli obiettivi principali della
lotta, essi erano: la guerra di classe il cui fine era di abbattere le
strutture del sistema capitalistico esistente e la guerra civile che
opponeva valori e ideologie contrapposte. Da questi suoi caratteri
generali mi sembra evidente che l'affermazione dell'autore del romanzo
("La resistenza vista dalla parte sbagliata") sia scaturita dalla situazione
politica del dopoguerra in cui il termine guerra civile non veniva mai
usato dalla storiografia ufficiale ma era sempre relegato alle
ricostruzioni della guerra di parte fascista. Per queste ragioni il film di
Montaldo sembra volere capovolgere il significato contraddittorio
contenuto nell'affermazione dell'autore e mostrarci la resistenza dalla
parte giusta cio secondo la storiografia di coloro che avevano
partecipato alla resistenza con gli obiettivi di recuperare un'immagine
nazionale diversa dalla retorica fascista. Nondimeno una rilettura del
film mostra non solo come la trama, (contenuto/semantico) si allontani
dall'essenza
del
romanzo
ma
come
la
forma
stessa
(significante/significato) del film non si sviluppi con idee nuove e nuove
risorse del mezzo filmico, anzi tradisca i codici culturali del romanzo
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che, come afferma Metz, concorrono alla formazione del messaggio e


alla dimensione pragmatica di un testo.
Nel 1961, all'et di 29 anni, Giuliano Montaldo gira il suo primo
film; "Tiro al piccione" prodotto dall'Ajace-Euro International. Ennio
De Concini, Fabrizio Onofri, Luciano Martino e il regista scrivono la
sceneggiatura senza consultare l'autore del romanzo che, ignaro di tutto,
viveva a New York. Gli interpreti pricipali sono Jacques Charrier
(Marco Laudato), Eleonora Rossi-Drago (Anna Toffoli), Francisco
Rabal (Sergente Elia), Sergio Fantoni, Carlo D'Angelo e Gastone
Moschin. La fotografia di Carlo Di Palma, la musica di Carlo
Rustichelli.
Montaldo un regista che crede nei corsi e nei ricorsi storici senza
dover fare uso della cronaca. I suoi film sono storie politiche, che
diventano letture riletture di pagine storiche. La sua ricerca muove
dalla passione di riproporre al dibattito culturale avvenimenti passati con
i quali spiegare il presente. Il regista genovese non crede alla
coincidenza.
Fin dagli anni cinquanta Montaldo pensava ad un film sulla
resistenza prima di riuscire a portare sullo schermo L'Agnese va a
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morire di Renata Vigan, con Ingrid Thulin come interprete principale.
Montaldo si era formato lavorando con Carlo Lizzani e Francesco
Maselli, come attore e organizzatore. Durante questo apprendistato gli
si era maturata l'idea di presentare anche la parte opposta della guerra,
la storia vista "dalla parte sbagliata." Il film avrebbe dovuto mostrare la
mentalit di un giovane fascista. Cio che cosa aveva spinto un giovane
a combattere per la Repubblica Sociale, serva dei Nazisti, con lo scopo
di capire la mentalit dei giovani che alla fine degli anni Cinquanta
avevano aderito alla ondata reazionaria in corso.
Secondo la narrativa del film Marco Laudato, giovane cremonese,
nato nella fatidica data del 28 ottobre 1925, si arruola per combattere
fino all'ultimo per Mussolini. Invece di essere mandato al fronte per
combattere contro le forze alleate che calpestano il suolo patrio viene
spedito nel vercellese a combattere i partigiani che nel film sono esseri
invisibili. Durante uno scontro ferito a causa del proprio fanatismo che
lo spinge ad andare avanti. In ospedale riceve non soltanto le cure della
bella infermiera Anna Toffoli, ma anche la promozione a sergente con
decorazione. Segue un interludio amoroso, per necessit spettacolari, fra
Marco e la bella Anna in una villa di un amico della infermiera.
Scontato ritorno a combattere i sempre pi introvabili ma micidiali
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partigiani. Al ritorno l'ingenuo neosergente ritrova gli stessi commilitoni


ma l'ambiente completamente cambiato. Il morale dei soldati a
pezzi. Gli ufficiali passano le serate a bere e ballare con le prostitute,
rapate dai partigiani e circondati dall'odio della popolazione che si
rifugiata in montagna. Le giornate vanno avanti in inutili perlustrazioni
e feroci rappresaglie contro villaggi e paesi vuoti. Ormai quasi tutti gli
ufficiali amici di Marco sono convinti della inutilit della guerra e della
sicura sconfitta. I pi furbi cercano di salvarsi scappando, come per
esempio il capitano Mattei. Solo i fanatici restano, e sono
immancabilmente uccisi da cecchini partigiani che sembrano rispondere
con le pallottole alle spacconate dei militi fasciti [la morte di Pasquini].
Elia cerca inutilmente di convincere Marco a fuggire, ma accusato di
vigliaccheria e di tradimento da quest'ultimo. Elia cerca la fuga da solo,
ma ripreso fatto fucilare dal fazioso Nardi, il quale alla fine porta a
morire i pochi uomini rimasti, bench fosse al corrente della morte del
Duce e della resa generale. Nell'ultima sequenza del film i pochi soldati
rimasti abbandonano il tenente durante la notte. Marco Laudato si
unisce agli altri soldati soltanto dopo il suicido del tenente. Il film
finisce con un primo piano di Marco che avanza verso la zona
controllata dai partigiani mentre una voce fuori campo lo esorta ad
andare verso la vera patria cio dalla parte giusta.
Mentre film come "Giorni di gloria" e "La nostra guerra"
rappresentano un primo contatto con il soggetto resistenziale, il film di
Montaldo cinelinguisticamente molto indietro rispetto anche agli altri
film che debuttano negli anni Sessanta. Le cadenze, misure, figure e le
soluzioni narrative sono le stesse abusate nel filone del cinema
resistenziale. Identiche sono le impostazioni e l'uso dei documentari e
dei cinegiornali Luce. La voce fuori campo che si ascolta durante le
intromissioni storiche nel fiction cinematografico ha un valore didattico
simile ai film degli anni Quaranta. Essa si sovrappone alle immagini
secondo il modello ben collaudato da Umberto Barbaro in "Giorni di
gloria." Montaldo ricorre agli stessi attacchi, approcci e aperture dei
film di guerra precedenti. I dialoghi e le caratterizzazioni dei personaggi
sono simili a tanti film del genere e ne ripetono anche i topoi.
La prima inquadratura del film senza immagine, nel buio
completo, si ascolta soltanto la voce del Duce appena liberato da Campo
Imperatore dai Tedeschi, che esorta il popolo italiano a continuare a
combattere. Il buio simbolicamente indica il baratro in cui il fascismo
ha portato la nazione. La voce del Duce seguita da sconvolgenti
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riprese di citt italiane distrutte dai bombardamenti e di sequenze di


gente terrorizzata e di bambini affamati. Le immagini immettono un
senso di sgomento e di sconforto nello spettatore. Ad esse si sovrappone
la voce didascalica del narratore che commenta gli eventi sconvolgenti
del 1943 e ammonisce che in quel periodo ogni azione rappresentava un
atto di vita e di morte soprattutto per i giovani chiamati cos
bruscamente a farsi uomini. Una ripresa obliqua incomincia il fiction
filmico riprendendo una scritta posta all'entrata del comando
repubblichino: "Implacabili con il nemico e Irreprensibili con le
popolazioni."
La scritta serve come commento alle immagini precedenti del
cinegiornale che introducono il film. La gru si abbassa per mostrarci un
camion che entra, gira per mostrarci Marco Laudato che viene svegliato
da un soldato tedesco, forse l'autista, che lo esorta a scendere. Il
movimento orizzontale della gru usato come espediente narrativo per
introduire l'ambiente, e il camion con Marco Laudato disteso che donne
ricordano le scene di apertura di "Ossessione" di Luchino Visconti e
di "Caccia Tragica" di Giuseppe De Santis in cui il movimento di
macchina legava l'uomo all'ambiente. Nel film di Montaldo la cinepresa
si ferma su Marco il quale indugia sul da farsi fin quando gli ordinano
di scaricare il camion e a questo punto scopre i due soldati tedeschi
uccisi. Primo contatto con la morte. Primo piano di Marco per cogliere
gli effetti della nuova realt. Si avvicina il sergente Elia che viene
ripreso in campo medio per mostrarci i volti durante la conversazione
che scorre secondo gli schemi e modelli dei film di guerra. Il sergente
lo rimprovera dicendo: "Qui vogliamo solo gente di fegato." Poi si
vanta dei suoi passati bellici, fa una battuta sui cremonesi e si incarica
personalmente di arruolare il nuovo arrivato. Il preludio serve anche a
presentare gli attori principali che si staccano dagli altri soldati; vediamo
Fantoni, D'Angelo e Moschin. Seguono due altre tipiche scene dei film
di guerra; il rito dell'iniziazione delle reclute che vengono spedite a
lavare i cessi e le gavette. Marco alle provocazioni di un facinoroso
veterano dichiara di essersi arruolato per combattere e servire la patria
e non per essere canzonato. Il film procede alternando scene che
ricordano altre consacrate dai film precedenti a trovate sentimentali e
puramente spettacolari. Nel primo gruppo includerei la rappresaglia
contro la popolazione che segue l'uccisione di un soldato italiano e di
uno tedesco. In panoramica la cinepresa mostra i civili allineati in
piazza con le mani sulla nuca. Le faccie stravolte e terrorizzate dei
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rastrellati sono riprese da un lento movimento orizzontale della


macchina [un panning] che si posa momentaneamente su ogni volto
mentre si odono le campane di una vicina chiesa. La scena ricorda
quella che precede la fucilazione di Don Pietro in "Il sole sorge
ancora" di Aldo Vergano. Nel film di Montaldo i militi fasciti italiani
si comportano da veri servi dei nazisti. Il capitano Mattei segue gli
ordini senza convinzione, con cinismo e rassegnazione. Durante la
sequenza gli si avvicina un ufficiale tedesco e gli offre una sigaretta che
servilmente il capitano accetta. L'episodio sembrerebbe irrilevante se
non ripetesse una scenetta gi vista in "Roma citt aperta" di Roberto
Rossellini prima della fucilazione di Don Pietro.
La narrazione filmica intercalata da spezzoni di documentari e
cinegiornali che punteggiano il narrato nove volte con scopi ed effetti
diversi. Durante il primo tempo del film, prima del ferimento di
Laudato, le punteggiature storiche legano il narrato filmico alla storia
nazionale. Basta ricordare il giuramento dei nuovi arruolati seguito dalle
immagini di Mussolini che passa in rivista le truppe e presta giuramento
alla nuova repubblica. Oppure la partenza dei legionari che vanno a
combattere seguita dal discorso di Mussolini che da Milano tuona
ancora una volta "Roma Morte." Nella seconda parte del film, le
punteggiature storiche assumono un altro tono e sono usate per
contrapporre alla retorica fascista i duri fatti della realt del momento.
Per esempio il comando repubblichino ridotto a bordello contrapposto
ai partigiani in montagna che hanno l'appoggio della popolazione come
spiega il sergente Elia a Laudato. Non c' pi scampo per i leoni di
Mussolini. La Germania stessa, stretta in una morsa dagli alleati,
costretta ad arrendersi. Elia, la balia di Marco, ha una crisi di coscienza,
e cerca di fuggire. Marco resta al fianco del tenente Nardi che alla fine
si toglie la vita seguendo fino in fondo le sue idee fasciste: "Quando
abbiamo scelto di metterci la camicia nera abbiamo rinunciato a tutto
anche alla famiglia."
Bench il regista si fosse proposto di mostrale un nuovo volto del
fascista, analizzando la vera identit dell'italiano medio fattosi fascista,
per studiare il comportamento e capirlo al di fuori delle preclusioni
aprioristiche senza demonizzarla, l'uso dei documentari e dei
cinegiornali insieme ai topoi dei film resistenziali e alla
caratterizzazione dei personaggi fanno rientrare il film nella cinescrittura
dei film postbellici che con manicheismo solennizzavano e celebravano
la guerra civile.
Il film non esula dagli schemi del cinema resistenziale di cui ripete
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le scelte narrative, i moduli e gli stilemi. Lo stile costruito con rispetto


delle regole spettacolari, senza neanche rinunciare come almeno
avevano fatto i primi film neorealisti, a figure/modelli che rientrano nei
canoni della bellezza spettacolare filmica. Mi riferisco ad Eleonora
Rossi-Drago nella parte di Anna, bellezza che d spettacolarit al film,
che anche per questa ragione incassa 342 milioni, mentre un film dello
stesso anno come "Il Posto" di Ermanno Olmi ne raccoglie a malapena
dieci. Nella presentazione di questo personaggio anche l'abbigliamento
rientra nei modelli precedenti. Nell'ospedale Anna vestita di bianco
per esaltare il suo attaccamento al malato, poi quando scappa con il
capitano Mattei ripresa in sottoveste nera, con i capelli sciolti in un
atteggiamento provocatorio e sfacciato che ricalca il personaggio di
Marina di "Roma citt aperta." La scelta di Charrier nel ruolo di Marco,
d una bellezza evanescente ed eterea al personaggio, ma toglie la
fisicit del personaggio rimanelliano del romanzo, manesco, violento e
irrequieto. I modi di Marco Laudato nel film sono troppo deboli, il
giovane non ha la presenza fisica del personaggio creato da Giose
Rimanelli.
Il romanzo, Tiro al Piccione, di Rimanelli non deve essere letto
come la presa di posizione di un giovane fascista che, davanti alla
resistenza ha una crisi ideologica, vede cadere le illusioni e passa dalla
"parte giusta." Il romanzo la testimonianza di un giovane meridionale
di un piccolo paese, quasi allo stato medioevale, alla ricerca di una
propria identit, coscienza, realizzazione e libert, che finisce senza
coscienza politica e consapevolezza in una guerra civile.
Giose Rimanelli scrisse di getto [settembre-ottobre 1945] la prima
stesura del racconto che soltanto pi tardi, nel 1947 diventer Tiro al
piccione, in riferimento al grido beffardo emesso dai partigiani mentre
miravano all'aquila che i militi della Repubblica Sociale Italiana
portavano sull'elmo. L'avventura del protagonista del romanzo si svolge
tra il 1943 e la fine della guerra, il 25 aprile del 1945, pi l'epilogo che
include il ritorno a casa di Marco Laudato. In quel periodo si combatt
in Italia una guerra civile e una guerra fra forze straniere che investiva
i fondamenti stessi della civilt occidentale. Per i combattenti Italiani
coinvolti nella guerra civile, come ben puntualizza lo storico Claudio
Pavone, le sorti del futuro della patria erano molto pi vive e sentite
che la consapevolezza di partecipare a una guerra europea, a tal punto
che la questione europea fu solo parzialmente sentita e rimase assai
sfocata. Il periodo trattato dal romanzo il pi tragico e tormentato
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della storia italiana. Mentre si spezzavano i vecchi vincoli di fedelt ad


uno stato dichiarato decaduto nascevano anche le premesse per la
ripresa della vita civile e le speranze del ripristino di istituzioni libere
e democratiche. Ogni Italiano era chiamato a fare una scelta durante un
periodo di crollo totale delle istituzioni. Nonostante ci, rimane il fatto
che anche quella scelta era pur sempre limitata e legata ai precedenti
della propria esperienza, i quali erano diversi a seconda dell'et e dei
tratti particolari della propria formazione culturale e politica. Marco
Laudato un ragazzo meridionale che senza colpa meriti finisce nella
Legione "M" e scopre l'orrore della guerra, della morte, e il lato grigio
dell'umanit.
All'inizio del romanzo Marco in preda alla disperazione, alla
solitudine ed irriquietezza. Infatti appena fuggito dal seminario a causa
della perdita della vocazione. A casa trova l'incomprensione della
madre, l'ostilit del padre e anche il rimprovero del fratello Michele.
L'unica consolazione il violento rapporto sessuale con Giulia che non
lo accontenta neanche, anzi, l'amore della ragazza gli fa sentire
l'angoscia, la colpa del peccato e il peso della propria nullit. Marco si
sente prigionero e distaccato dalla famiglia e dall'ambiente. Il suo stato
di estraniazione espresso dal modo in cui passa le notti "col naso
appiccicato ai vetri" a guardare i camion dei Tedeschi in ritirata e dal
modo in cui risponde alla madre e al padre che io criticano. "Anch'io
vorrei non vedermi, Ma'," risponde desolatamente alla madre che
piangendo lo rimprovera.
Il rumore delle vetture tedesche che si ritirano, non il piffero che
suona le note melodiose vittoriniane, ma il rumore che spacca il cranio
e che fa ballare come in un vuoto d'aria e accresce in Marco la voglia
di seguirli. I camion non sono topi, ma lunghi serpenti neri dagli occhi
ciechi. Marco finisce con il seguirli senza coscienza credo politico.
Lui fugge dalla noia del paese in cerca di colmare la propria
inquietudine e l'inadeguatezza che prova. La fuga il risultato di un
malessere esistenziale che lo spinge e lo incalza inarrestabilmente alla
ricerca di qualcosa alla quale lui stesso non trova risposta. Con i
Tedeschi arriva fino a Padova e poi prosegue per Venezia, oppresso
dalla solitudine e dalla propria adolescenza: "Pensavo che una cosa
buffa crescere." A Venezia l'arruolamento di Marco un evento che
avviene senza la piena coscienza del protagonista che si muove e agisce
in una nebbia popolata dai visi e dalle parole pronunciate dalle persone
lasciate a casa. Dopo l'arruolamento Laudato finisce, prima in un campo
di lavoro tedesco, da dove scappa per finire nelle mani delle Brigate

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Nere a Milano. A questo punto gli si presenta "la scelta" fra la


fucilazione sparare contro un nemico che non conosce e di cui non sa
niente, come il seguente scambio di vedute fra lui e un soldato
conferma:
E noi perch ci hanno portato qui?
Il soldato sbadigli.
Voi siete i rinforzi, disse. Qui muore molta gente.[...]
Di', e uno che non sa sparare? domandai.
Quello mi guard con una faccia ironica. Disse:
Tu sei nuovo, eh? Ma non aver paura,
imparerai presto, con le sagome umane.
Con le sagome umane?
Le sagome umane, ripet il soldato.
Vive chi fa prima a sparare, qui. questione di destrezza.

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Marco vive la prima parte della nuova esperienza contro i partigiani


senza pensieri ma nel suo intimo ha paura e si chiede perch l'abbiano
mandato a combattere contro ombre invisibili. Per capire le azioni e le
scelte del giovane bisogna tenere nel dovuto conto che Laudato
inconsapevole di che cosa stava veramente accadendo in quei tormentati
momenti della storia italiana e tanto meno che cosa sarebbe significato
per le sorti dell'Europa e del mondo la vittoria del Duce e del suo
alleato tedesco. Il tormento del giovane si placa durante la battaglia. In
quei momenti Marco non sente pi nulla "perch i rumori, il sangue e
la morte riscaldano la testa e l'uomo non pensa, non soffre come se
volasse su d'una giostra." Soltanto dopo aver visto la morte con gli
occhi, Marco incomincia a sentire l'orrore e lo schifo della guerra e la
miseria umana che non si impietosisce neanche davanti al sangue.
Marco si chiede il significato della loro guerra, dell'ottuso coraggio che
mostrano davanti ai partigiani irrangiungibili e si domanda: "Ma qual
la nostra Patria?" "Come si potrebbe uscire dalla sporca guerra?"
Sebbene incominci a porsi tali quisiti, il giovane molisano non arriver
mai ad una vera maturazione politica, non acquister mai una vera
coscienza maturazione ideologica come il suo corrispondente
cinematografico. Anche dopo il suo ferimento e la scoperta dell'amore.
Marco bench cambiato e pi maturo torner a combattere sempre
spinto da quel suo malessere esistenziale che lui confonde con un
malvaggio e crudele destino. Il lamento di Marco Laudato, che cito,
testimonia l'assenza assoluta del manicheismo che invece assume un

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ruolo predominante nel film di Montaldo. Il dolore di Marco acquista


una qualit dilatabile che espande la sua realt in un piano
generazionale esprimendo il dolore di tutti quelli che come lui furono
chiamati a combattere. Le parole di Marco mostrano l'orrore della
guerra e non i mali delle parti dei partiti.
Qualcosa s'era rotto definitivamente, e anche gli anni mi pesavano.
Non erano pi diciannove anni, ma anni senza et [...] Dicevo: "Forse
tutti noi di questa epoca siamo carne bruciata. Riflettere ci uccide, e
abbiamo poca gioia e molta infelicit nel cuore che ci duole. Senza
dubbio siamo malati, ma la malattia non nostra, non ci appartiene
e forse ce l'ha trasmessa una antichit malata. E cos noi non
sappiamo guardare nella nostra stanchezza n sappiamo darle un
nome" [...] ci hanno detto di andare. Andare! Ma andare dove? Non
abbiamo mai capito dove dovevamo andare. Ci hanno mandati a
morire, a morire massacrati, tutti insieme.
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Il dolore che travagliava Marco prima della fuga dalla casa paterna
era l'inquietudine. Ora in guerra l'angoscia diventata smarrimento,
autodistruzione e senso di morte. Durante un colloquio con Anna,
l'infermiera/amante, Marco dice di non sapere dov' il suo paese, la sua
patria:
Io mi domando: se domani sopravviver a questa baraonda di odio,
per chi debbo dire di aver combattuto? [...] Io penso che sono venuto
quass cercando la libert, e invece ho trovato l'odio. Io, Anna, non
amo questa Patria che chiede troppo sangue e troppo odio. Ed per
questo forse che sono sempre scontento.
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Laudato non d una risposta politica alle sue domande. La sua vita
travolta dall'odio e bagnata dal sangue della guerra civile. Alle
domande "Perch questa guerra?" "Perch tanto odio?" non riesce a
trovare una risposta religiosa e tanto meno politica. Marco non
consapevole della realt effettuale delle cose. Simone, il vecchio capraio
prima che egli andasse a raggiungere i partigiani profeticamente aveva
detto al giovane molisano:
Tu non capisci, perci tutto inutile che mi spieghi meglio [....] Tu
provi disgusto della guerra, delle azioni che commettete contro la
gente, ma non riesci a capire come stanno le cose. Non riesci a
vedere chiaro. Perci resti solo un ragazzo, figliolo, e ti coster caro

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essere stato ragazzo in una guerra come questa.

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Laudato, per puro caso, sopravvive alla sparatoia finale e riesce a


scappare dal treno che lo conduce in un campo di prigionia. Al suo
ritorno a casa, l'unico conforto quello di sentirsi bambino fra le
braccia della madre. I fascisti del paese sono ancora l, pronti a
festeggiare il reduce in attesa del ritorno di un nuovo Mussolini. Marco
ancora infelice: "Cos, mentre loro bevevano e mangiavano alla mia
salute io pensavo che non sarei dovuto tornare." Molto era cambiato
anche a Casacalenda. Soltanto i vecchi fascisti del piccolo paese, ancora
inconsapevoli di tutti gli eventi che avevano sconvolto il mondo erano
rimasti quelli di sempre. Giulia si era sposata e aveva un figlio.
Michele, il fratello minore di Marco, cresciuto e non ha rispetto per
un reduce repubblichino, anzi, lo rimprovera e gli rinfaccia la fuga. I
migliori amici di Marco sono morti per mano tedesca. Ora deve
rincominciare da solo. Dall'altra parte. Marco Laudato non ha trovato
la patria che lo aspetta come il suo omonimo nel film di Montaldo. La
sua patria la madre che gli d il primo segno di fiducia
incoraggiandolo ad uscire e affrontare la gente che in paese lo ritiene
complice di Tedeschi. Prima di affrontale il paese Marco si confessa
con la madre che al suo pianto trova le parole giuste per spiegargli
quello che gli altri sentono e credono. La madre lo accoglie come il
figlio creduto morto e ora ritrovato e lo ammonisce con le seguenti
parole: "Tu sei stato uno che voluto andare e ti sei perso nella guerra.
Non era una guerra che volevamo noi, ma tu ti ci sei perso lo stesso.
Hai fatto tante cose [...] che ne so?" Alle parole della madre Marco
capisce interamente la sua condizione. Le madri devono piangere e
maledire, perch i figli morti pesano sul cuore pi dei figli vivi. A
Cocca Divota [la mamma di Guido, l'amico ucciso dai Tedeschi]
Concetta Laudato non poteva rispondere niente. Il giovane ha capito.
Ora deve vivere per una ragione. Marco deve trovare una ragione da
dare alle madri che non si domanderanno mai se i figli sono morti per
un vero motivo. Il dramma esistenziale di Marco continuer anche dopo
la guerra. Il ragazzo ammonito dal vecchio capraio ora deve crescere in
fretta. Per rinascere e farsi capire dalla societ incomincia a scrivere. Il
romanzo nasce dal bisogno di spiegare a se stesso e agli altri quella
maledetta fuga sui camion tedeschi in ritirata. Ora deve spiegare quello
che aveva intuito dopo il ferimento: "dovr vergognarmi di aver
combattuto, e dovr vergognarmi di portare ferite sul corpo." Il bisogno
di rivivere l'esperienza pi importante della sua vita e di fissarla nel
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tempo attraverso la scrittura confermato anche dallo stile e dalle


tecniche narrative usate da Rimanelli. In Tiro al piccione il narratore,
Marco Laudato, anche il personaggio principale che racconta i fatti e
le vicende vissute. Il romanzo un racconto omodiegetico con
focalizzazione interna. Attraverso questa tecnica le informazioni sono
date da un punto fisso; il narratore/personaggio che nel raccontare
riduce la distanza tra il narrato e il lettore. La riduzione favorisce il
legame fra narratore e lettore che si sente sempre pi coinvolto fino al
punto di diventare confidente di Marco Laudato. La struttura circolare
del romanzo insieme alla focalizzazione interna aiutano l'autore a
raggiungere lo scopo del romanzo che era quello di spiegare e spiegarsi
il perch del suo coinvolgimento.
Non sono certo di avere reso giustizia alle due opere discusse a
causa della complessit dell'argomento affrontato. In questa sede mi
premeva soprattutto sottolineare come un film, anche con delle buone
intenzioni, possa negare la complessit culturale e politica di un
romanzo come Tiro al piccione che invece stimola il lettore a rimeditare
su grandi questioni private e generali senza il manicheismo dei numerosi
memoriali e film che apparvero nel dopoguerra italiano. Il romanzo non
un libro politico. Il protagonista non un fascista che si converte, ma
un giovane meridionale traviato, preso senza volerlo nella lotta civile.
Davanti al sangue e al dolore egli cerca di sopravvivere e di trovare una
risposta all'odio che lo circonda. Ben altra cosa mostra e rappresenta la
trasposizione nel fiction filmico. "Tiro al piccione" di Montaldo un
film che non presenta niente di nuovo, n stilisticamente n
linguisticamente n come contenuto; paragonato al testo mostra un
riversamento delle istanze enunciate dal romanzo, cio tradisce la
dimensione pragmatica e i codici culturali che non appartengono ad una
specificit ma che concorrono alla formazione del messaggio, alla sua
fruizione e alla sua comprensione.
ANTONIO VITTI
Wake Forest University,
Winston-Salem, North Carolina

NOTE
1

Giose Rimanelli, Tiro al piccione (Torino: Einaudi, 1991).


Alessandro Zaccuri, "Dalla parte sbagliata," Millelibri (novembre 1991), 34-5.

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"Tiro al piccione," regista Giuliano Montaldo, Ajace-Euro International, 1961.


Federico Fellini, Fare un film (Torino: Einaudi, 1980), p. 36.
Vincenzo De Caprio, "Aggiornamento bibliografico," Annali d'Italianistica
(Film and Literature, ed. John Welle) 9 (1982), 263.
Ibid., pp. 263-4.
Ibid., p. 264.
Sebastiano Martelli, "Introduzione," a Rimanelli, Tiro al piccione, op. cit., p.
xiii.
Rimanelli, intervista, 20 settembre 1992.
Renata Vigan, L'Agnese va a morire (Torino: Einaudi, 1971).
"Giorni di gloria," registi Mario Serandrei e Giuseppe De Santis, TitanusAnpi, 1945.
"La nostra guerra," regista Alberto Lattuada, Sezione cinematografica Stato
maggiore, 1945.
"Ossessione," regista Luchino Visconti, ICI, 1943.
"Caccia Tragica," regista Giuseppe De Santis, Anpi, 1948.
"Il sole sorge ancora," regista Aldo Vergano, Anpi, 1945.
"Roma citt aperta," regista Roberto Rossellini, Excelsa Film, 1945.
"Il posto," regista Ermanno Olmi, The 24 Horses, 1961.
Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralit nella
Resistenza (Torino: Bollati Boringhieri, 1991).
Rimanelli, Tiro al piccione, op. cit., p. 68.
Ibid., pp. 138-9.
Ibid., pp. 146-7.
Ibid., p. 194.
Ibid., p. 262.

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