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Andrea Catone

La transizione bloccata
il modo di produzione sovietico e la dissoluzione dellURSS

Indice
Introduzione
1. La transizione bloccata
2. Il modo di produzione sovietico e la dissoluzione dellURSS
3. Razionalit e piano nella teoria sovietica
4. Organizzazione del lavoro e societ di transizione: possibile un taylorismo sovietico?
5. Il problema irrisolto della costruzione di uneconomia socialista
6. Il modello di Stalin: una societ perennemente mobilitata per uscire dallarretratezza
7. Lideologia del socialismo maturo
8. Gli anni di Gorbaev: una catastrofe non annunciata
9. Il magnifico 89
10. La disgregazione dellURSS
11. La fine del PCUS
12. Il dibattito su Stato e democrazia al crepuscolo dellUnione Sovietica
13. La casa comune europea...
14. LOttobre di Boris Elcyn
15. La Russia doggi: instabilit e questioni irrisolte
Bibliografia

Introduzione
Sono raccolti in questo volume quindici testi - di diversa natura e dimensione - pubblicati tra il 1985 e il
1997 (1). Essi ruotano tutti sostanzialmente intorno al problema del socialismo in URSS e alle ragioni della
sconfitta - che segna la fine di unepoca - del primo prolungato tentativo di costruzione di una societ
socialista.
Ma il lettore non trover in essi giudizi definitivi e trancianti su ogni questione: il continente URSS
talmente vasto e profondo da non consentire risposte pienamente soddisfacenti. Credo, per, che possa
essere di qualche utilit il modo in cui le questioni vengono sollevate, e, soprattutto, il fatto che esse
vengano sollevate e rimangano aperte. Il che non affatto scontato.
Con la fine dellURSS nel 1991, infatti, abbiamo assistito, dopo un dibattito durato una breve stagione,
ad una sorta di rimozione del bilancio storico del movimento comunista e del problema teorico della
transizione al socialismo.
La forma pi semplice di rimozione quella che segue le mode culturali del momento, che insegue il
movimento, e che ritiene perci inutile riflettere e discutere su una formazione economico-sociale
definitivamente passata, un dinosauro estinto. Ma vi sono altri modi di rimozione. Vi la rimozione degli
irriducibili e dichiarati avversari del comunismo, alla von Hayek: quella esperienza non poteva non sfociare
in un disastro, perch sbagliata sin dalle origini, negatrice della libera impresa e del mercato. Un altro
modo, pi sottile e pi insidioso, di rimozione quello del palingenetico, di chi ritiene che si debba
ritornare alle pure origini, direttamente a Marx - mettendo tra parentesi una storia, in fondo, di errori e di
orrori - per ricominciare, tutta daccapo, una nuova storia: un modo di non fare i conti con la propria
vecchia storia. Ma si pu rimuovere una storia anche involontariamente, con la semplificazione eccessiva,
col rifiuto fideistico di ogni approccio critico, di chi ritiene che le pagelle dei buoni e dei cattivi, dei
rivoluzionari conseguenti e lungimiranti e dei carrieristi opportunisti e traditori siano state gi da un pezzo

compilate, che la storia sia in fondo gi scritta per intero, la spiegazione di tutto quanto avvenuto ormai
consolidata.
Modi diversi per non fare veramente i conti con la storia della formazione economico-sociale sovietica, i
cui 74 anni di vita rappresentano - nel grandioso e contraddittorio processo delle sue realizzazioni e delle
sue involuzioni, delle sue vittorie entusiasmanti e dei suoi arretramenti deludenti - il pi lungo e complesso
tentativo di transizione al socialismo che si sia sino ad ora conosciuto; unesperienza, che stata - nel bene
e nel male - paradigmatica e fondativa delle altre rivoluzioni di orientamento socialista del XX secolo, dalla
Cina a Cuba, dalla Jugoslavia al Vietnam, dallAlbania al Nicaragua.
Dobbiamo forse ringraziare il Libro nero del comunismo - unoperazione politico-ideologica tendente a
liquidare definitivamente tutta lesperienza del movimento comunista come sequela ininterrotta di orribili
delitti e stragi, ben peggiore del fascismo e del nazismo - se, grazie alla rozzezza dellimpostazione di S.
Courtois (2) - secondo cui la storia delle lotte di classe e delle rivoluzioni di ispirazione comunista del XX
secolo era tutta gi scritta nellidea stessa di rivoluzione comunista, nella sua presunzione fatale di imporre
una teoria utopica in totale contrasto con la realt - potr rinascere un interesse per lanalisi storica del
movimento comunista del XX secolo e le questioni che esso solleva?
La storia del movimento comunista nel 900 ha conosciuto pagine terribili, rispetto a cui non si possono
assumere atteggiamenti apologetici o giustificazionistici. Ma se vogliamo capirne effettivamente le
dinamiche, non possiamo operare con criteri riduzionistici: se c una lezione di Marx che Lenin non ha
cessato di ripetere, quella dellanalisi concreta della situazione concreta, della specificazione storica.
La storia del movimento comunista del 900 non pu essere compresa non solo se si prescinde dal
contesto esterno, ma anche dalla questione dellarretratezza. Questione sollevata da Plechanov, dai
menscevichi, da Kautsky, ma anche, qualche anno dopo, dai comunisti di sinistra, gi allindomani della
rivoluzione dOttobre per sostenere limpossibilit del passaggio al socialismo saltando la fase borghesecapitalistica. Questione ben presente a Lenin e a gran parte del gruppo dirigente bolscevico. Questione che
si riproporr a Mao e a Guevara nel secondo dopoguerra. La conquista del potere politico da parte dei
comunisti - che sin dal Manifesto di Marx ed Engels posta come condizione necessaria (ma non
sufficiente) per la trasformazione economico-sociale - avvenuta in paesi arretrati, con scarso sviluppo
borghese e capitalistico. Il movimento comunista allesordio del 900 si imbattuto nella terribile
contraddizione di un progetto politico emancipatore avanzatissimo in una societ arretrata. Di qui, dopo
che alla met degli anni 20 si delineava chiaramente la sconfitta della rivoluzione in Occidente, una
continua corsa contro il tempo, per forzare le tappe, con momenti volontaristici e fughe in avanti, che non
potevano non produrre forti tensioni sociali, contraddizioni violente, non sempre e non facilmente
governabili - anche dal politico pi equilibrato - con la mediazione politica e il compromesso. Ma il
volontarismo comunista (cos forte anche nel giovane Gramsci che guarda alla rivoluzione russa) non
pu essere compreso senza il fallimento di quel positivismo evoluzionistico che impregna la II Internazionale
e fallisce completamente di fronte alla prova della prima guerra mondiale. Si dimentica spesso che le
rivoluzioni comuniste del 900 furono prodotte, certo, dalla determinazione e dalla capacit strategica dei
suoi dirigenti (qualit che lavversario di classe non perdoner mai), ma, soprattutto, da violentissime
contraddizioni interne e internazionali: la storia che sinora abbiamo conosciuto non ha proceduto secondo
scansioni ben preordinate, lungo una scala evolutiva unilineare. I bolscevichi hanno tentato - facendo leva
sulle contraddizioni politiche e sociali che non essi avevano prodotto - il primo assalto al cielo in
condizioni difficilissime.
Non rimuovere, ma fare i conti con queste esperienze, significa anche rimettere sul tappeto alcune
questioni fondamentali - teorico-politiche - che hanno assillato generazioni di comunisti e di marxisti e che
mantengono - al di l delle contingenze - tutto il loro peso: come costruire uneconomia socialista? Come
collocarsi nelle contraddizioni del mercato mondiale? Come realizzare uneffettiva socializzazione dei mezzi
di produzione? Qual il ruolo dello Stato nella transizione? Quale il ruolo del partito comunista? Quale il
rapporto partito-masse? Come superare la separazione/contrapposizione tra dirigenti e diretti? Come
contrastare linvoluzione del processo rivoluzionario? Quale educazione? Quale cultura? Quale concezione
del mondo?
Il percorso - non lineare - che i saggi raccolti in questo volume cercano di delineare, potrebbe anche
essere esplicitato nei punti che seguono (una sorta di tesi per un bilancio del movimento comunista):
1. La rivoluzione dOttobre segna un momento fondamentale non solo nella storia del movimento
operaio, ma dellintera umanit. il primo tentativo vittorioso del proletariato e delle classi subalterne di
rovesciare i rapporti sociali dominanti e di costruire una societ nuova. Essa segna anche lavvio di un

poderoso processo di emancipazione dei popoli oppressi e di sviluppo di lotte anticoloniali e


antimperialistiche.
1.1. La rivoluzione costituisce una rottura radicale dei rapporti di propriet dominanti nellimpero
zarista. In particolare: la soppressione della propriet privata capitalistica dei mezzi di produzione e il suo
passaggio a propriet di Stato pressoch generalizzata; lavvio della pianificazione economica con una
distribuzione di risorse e di lavoro che rende possibile il pieno impiego; un sistema progressivo di accesso
agli studi e sviluppo dellistruzione; un sistema di garanzie sociali sulla base delle risorse esistenti.
1.2. La rottura operata nei rapporti di propriet, tuttavia, non si sviluppa pienamente nel senso di una
socializzazione reale, di unappropriazione effettiva da parte dei produttori diretti e della societ nel suo
complesso dei mezzi di produzione (con la possibilit di esercitare su di essi tutte le prerogative di
proprietario, dalla decisione sul come, cosa, quanto produrre alla gestione e al controllo). Il potere reale di
disposizione sulla propriet viene di fatto esercitato dai direttori di impresa, dagli organi centrali della
pianificazione.
1.2.1. Si produce in tal modo una forma inedita di divisione sociale del lavoro: separazione tra lavoro
intellettuale (funzione di comando) e lavoro manuale (funzione esecutiva). Una divisione tra chi gode
del potere di disposizione sui mezzi di produzione e sulle risorse e chi di fatto ne escluso. I primi, lo strato
dirigente economico e politico, si trovano in posizione privilegiata rispetto ai secondi, anche riguardo alle
condizioni materiali, allaccesso a beni di consumo. Lesistenza di tali privilegi materiali, se evidenzia
condizioni di diseguaglianza sociale, non costituisce, tuttavia, lelemento centrale determinante i rapporti di
produzione in questa societ.
1.2.2. In URSS non si realizza unautentica democrazia proletaria: dal potere effettivo di decisione e
controllo sui processi economici, sociali e politici rimangono in gran parte escluse le masse lavoratrici.
1.3. Nel complesso, si determina un sistema che potrebbe essere definito di transizione bloccata: non
funziona secondo una logica capitalistica (non si muove secondo la massimizzazione del profitto e lantagonismo tra capitali privati), ma non funziona neppure secondo una logica socialista (impiego pianificato, ot timale e razionale delle risorse in funzione del massimo soddisfacimento dei bisogni sociali). Vive cos
contraddizioni specifiche sue proprie, le contraddizioni della transizione bloccata.
1.4. Il ruolo storico svolto dal partito bolscevico, poi PCUS, stato rilevantissimo. Esso ha avviato e
diretto uno dei pi grandi processi di trasformazione della societ e ha impostato con i suoi dirigenti, Lenin
in particolare, una delle pi serie riflessioni sulla natura del capitalismo moderno, sullimperialismo, sulla
transizione verso il socialismo. La storia del PCUS non pu essere in alcun modo ridotta a galleria degli
orrori, come vuole il Libro nero.
1.4.1. Dopo la presa del potere e una fase di acutissime lotte interne su grandi opzioni strategiche (quale
via di sviluppo percorrere?, quale rapporto coi contadini? come collocarsi nel contesto internazionale dopo
la sconfitta delle rivoluzioni in Occidente?) il partito comincia ad assumere un ruolo e una funzione che non
gli sono propriamente costitutivi: da organo di direzione politica del grandioso processo di trasformazione
sociale a organizzatore diretto e controllore meticoloso di ogni sfera della societ, ivi comprese la cultura,
larte, la scienza. Si trasforma in apparato che duplica le funzioni dello Stato. (Questa trasformazione del
partito sovietico risulta particolarmente evidente negli ultimi decenni e con la perestrojka: la crisi del
partito, a partire dal 1989, si riflette direttamente sulla tenuta complessiva delleconomia, che attraversa
una crisi catastrofica di disorganizzazione).
1.4.2. A questo dilatarsi di funzioni economiche e statali corrisponde una riduzione e un
depauperamento della funzione propriamente politica e teorico-politica. Tale depauperamento viene
colmato da una visione fortemente sacrale e gerarchica del partito; esso - invece che il luogo e lelaboratore
collettivo, attraverso una vivace dialettica interna, di un pensiero e di una linea politica fondati sullanalisi
delle contraddizioni della realt - diviene, nella figura del suo capo, linfallibile e indiscutibile custode della
verit in ogni campo, dallideologia, alla scienza, allarte.
1.4.3. Il modo in cui, negli anni della direzione staliniana, il partito sovietico ha affrontato le
contraddizioni (che inevitabilmente si sviluppano e acuiscono in un processo di profonde trasformazioni
sociali), senza distinguere, nella maggior parte dei casi, tra contraddizioni antagonistiche e inconciliabili
(lavoro/capitale; imperialismo/popoli oppressi) e contraddizioni in seno al popolo, trasformando in
nemico del popolo ogni avversario che si opponeva alla linea politica adottata dalla direzione, ha
pregiudicato lo sviluppo di una seria e reale dialettica interna al partito e alla societ sovietiche, che si sono
in tal modo fortemente impoveriti di quadri e di idee. Costretti ad adeguarsi in modo conformistico a
decisioni imposte dallalto, ridotti a funzionari e meri esecutori, una parte consistente dei quadri del partito
diviene sempre meno capace di analizzare dialetticamente la realt con le sue contraddizioni. Il partito si
riveler intimamente fragile, poco reattivo (come dimostra il suo comportamento tra il 1989 il 1991).

1.5. Sulla questione delle cause storiche del blocco della transizione in URSS, questione che stata al
centro di un ampio dibattito teorico tra marxisti, bene evitare risposte semplificate e consolatorie
(lindividuazione del nemico di turno) che pure sono state presenti nel movimento comunista internazionale
(ivi comprese le sue ali eretiche) ostacolando cos la comprensione reale dei processi sociali.
1.5.1. Tra le cause oggettive un ruolo rilevante hanno giocato: larretratezza del paese, che non era solo
economica (poche isole industriali in un oceano di campagna prevalentemente arretrata), ma anche
culturale (la non numerosa classe operaia, per di pi decimata dalla guerra civile non ha quel bagaglio di
cultura tecnico-industriale, di gestione economica, che le consenta di affrontare adeguatamente la gestione
delle imprese e delleconomia nel complesso); la sperimentazione di un campo totalmente nuovo nella storia
dellumanit, quale quello del calcolo economico in uneconomia di transizione (in cui non pu essere
soppressa immediatamente la forma merce, il cui campo dazione va orientato e delimitato in un mercato
determinato da rapporti sociali non capitalistici); la sconfitta, negli anni del primo dopoguerra, delle
rivoluzioni in Occidente, che priva lURSS del sostegno economico e culturale del proletariato dei paesi
avanzati e la lascia sola a difendere la rivoluzione; la sindrome da fortezza assediata che spinge il partito
ad estendere e rafforzare il controllo su ogni aspetto della societ; il peso della tradizione culturale e delle
consuetudini (lautocratismo zarista, la delega al capo, il burocratismo inefficiente) che tendono a
permanere per pi duna generazione e non possono essere cancellate per decreto, volontaristicamente, da
unavanguardia illuminata, che ritenga di poter forzare oltre ogni limite il corso dei processi storici,
ricorrendo troppo spesso alla coercizione esterna nei confronti delle masse, piuttosto che al difficile, lungo,
laborioso lavoro di ricerca del consenso. Le riflessioni dellultimo Lenin andavano in questo senso.
2. Lesperienza storica dellURSS non pu essere considerata come un blocco unico, senza soluzione di
continuit. Essa stata scandita da fratture che, nellapparente continuit delle forme della propriet
statale e della pianificazione, hanno per modificato profondamente i rapporti sociali reali.
2.1. Nel periodo post-staliniano permangono e si accentuano la separazione tra dirigenti e diretti e la
divisione sociale del lavoro tra funzioni di comando e funzioni esecutive, pur in presenza di condizioni
oggettive nuove (ampia industrializzazione del paese, scolarizzazione di massa, istruzione superiore tecnica
diffusa, sviluppo consistente della ricerca scientifica) che potrebbero consentire di avviarne il superamento.
2.1.1. Lallentamento della stretta coercitiva e repressiva senza lemergere di una partecipazione attiva e
responsabile dei lavoratori alle scelte produttive e alla gestione delle imprese, senza la sostituzione della
coercizione esterna (che si accompagnava per anche con forme di consenso) dellet staliniana con una
forma di coercizione interna, di consapevolezza del fine da raggiungere e del ruolo svolto nella societ
(che possono essere dati solo da una appropriazione effettiva dei processi economici e sociali da parte dei
lavoratori), si traduce in progressiva perdita di controllo da parte degli organi centrali della pianificazione
sui processi produttivi, in un peggioramento della qualit della produzione. Il consenso della classe operaia
viene ottenuto, ma a farne le spese sono lorganizzazione razionale del lavoro, la produttivit, lo sviluppo
tecnologico, mentre si diffondono enormi sprechi, forme di parassitismo, uneconomia parallela
semiclandestina e uneconomia nera e illegale, con caratteristiche anche mafiose, che svuoteranno di senso
lazione del piano, accresceranno a dismisura lo iato tra paese ufficiale e paese reale. il compromesso
sovietico, che si affermer soprattutto nel periodo brezneviano.
2.1.2. Anche se vi sono alcuni settori prioritari (industria atomica, aerospaziale), il complesso
delleconomia sovietica funziona molto al di sotto delle sue possibilit effettive e, soprattutto, si dimostra
incapace di tradurre ampiamente in innovazione tecnologica limmenso patrimonio scientifico di cui il paese
dei Soviet si dotato.
2.2. Questo modello sovietico si riproduce in forme pi o meno analoghe nei paesi dellEuropa
centro-orientale in cui si affermano, nel secondo dopoguerra, le democrazie popolari, attraverso processi
in cui generalmente si combinano lazione di massa di partiti e forze comuniste autoctone con lapporto
talora determinate dellURSS.
2.2.1. I limiti economici e politici di tale modello - che inizialmente riesce a produrre, soprattutto nei
paesi prevalentemente agricoli dellEuropa orientale, grandiose trasformazioni, e che ottiene innegabili
successi nel campo dellistruzione di massa e dellassistenza sociale - incideranno alla lunga negativamente
nei rapporti tra questi paesi e lURSS e nei rapporti interni al mercato comune (COMECON) dei paesi
socialisti.
2.2.2. Anche per i limiti economici di questo modello, i dirigenti di questi paesi (Ungheria e Polonia in
particolare) sono spinti, con una grave sottovalutazione dei rapporti reali allinterno del mercato
capitalistico mondiale, ad accedere, negli anni 70, ai crediti occidentali, senza riuscire pi ad uscire dalla
morsa del debito estero: le loro scelte di politica economica dipenderanno sempre di pi dai dettami del

FMI, che imporr politiche restrittive e aumenti dei prezzi, con conseguenti rivolte operaie e popolari che
erodono fortemente il consenso verso questi regimi.
2.3. I limiti del modello sovietico si riflettono anche nei rapporti tra URSS e paesi in via di sviluppo
(Asia, Africa), che, attratti fortemente nei primi due decenni del secondo dopoguerra dallesempio dellURSS (e da questa sostenuti direttamente o indirettamente nelle loro lotte anticoloniali e di indipendenza
nazionale contro limperialismo), se ne distaccano in seguito: lURSS si rivela incapace di fornire impianti e
prodotti industriali in grado di favorire lo sviluppo e liberare questi paesi dalla dipendenza economica dal
capitale occidentale, che utilizzer il ricatto economico per avviare una massiccia offensiva di ricoloniz zazione nei confronti di quei paesi che, sulla scia dei nuovi rapporti di forza mondiali stabiliti dalla vittoria
sovietica nella coalizione antifascista, avevano acquisito lindipendenza politica.
2.4 La debolezza economica interna del modello sovietico sar anche alla base dellincapacit
dellURSS di cogliere un vantaggio significativo dal momento di maggiore difficolt dellimperialismo
americano (met degli anni 70), sconfitto e umiliato in Vietnam e alle prese, come tutto lOccidente, con la
grande crisi capitalistica dei primi anni 70, mentre movimenti di liberazione nazionale di orientamento
marxista coglievano consistenti vittorie anche in Africa (Angola, Mozambico).
2.4.1. Un ruolo notevole nel facilitare la ripresa dellimperialismo americano e della sua offensiva
travolgente nella guerra fredda contro lURSS tra la fine degli anni 70 e gli anni 80 stato giocato
dalla rottura del movimento comunista internazionale. Tale rottura - intervenuta negli anni 60 sul terreno
della lotta ideologica e politica tra i partiti comunisti cinese e sovietico su questioni di grande rilevanza (e
che vanno assunte nel patrimonio storico del movimento comunista), quali le strategie della transizione, il
rapporto partito-masse, il ruolo e il modo di affrontare le contraddizioni in una societ di transizione - a
partire dalla met degli anni 70, porta ad una convergenza tra Cina e USA per isolare lURSS considerata
allora dalla Cina come nemico principale e imperialismo pi aggressivo.
2.4.2. Lo scontro tra Cina e URSS (che sul finire degli anni 60 aveva registrato momenti di acuta
tensione e di confronto militare alle frontiere) diviene guerra per interposta persona in Cambogia e nello
stesso Vietnam (lezione della Cina ai vietnamiti).
2.4.3 Alla fine degli anni 70 lURSS ritorna a vivere la sindrome della fortezza assediata: minacciata
ad ovest dallinstallazione dei nuovi missili della NATO e insicura ad est per la presenza di una Cina che si
accorda con gli USA; con lembargo imposto dagli USA sui prodotti ad alta tecnologia e il progetto di
scudo stellare di Reagan che la spossa in una continua costosissima corsa al riarmo. In questo contesto reazione di difesa ai confini pi che azione di conquista - va inquadrato lintervento in Afganistan alla fine
degli anni 70.
3. La perestrojka viene avviata dal PCUS nel suo complesso (XXVII congresso, 1986) sulla base della
consapevolezza dei gravi ritardi accumulati sul terreno economico, soprattutto rispetto alla rivoluzione
informatica in corso nei paesi a capitalismo avanzato.
3.1 Le terapie inizialmente indicate tendono a coinvolgere, con incentivi materiali e morali, i lavoratori
nella gestione delle imprese; a responsabilizzare le singole imprese alla gestione economica, rafforzando il
profitto aziendale; a incentivare linnovazione tecnologica.
3.1.1. Si pone termine ad ogni forma di repressione del dissenso politico e ideologico; si cerca di
favorire la libera espressione e la critica degli intellettuali (la glasnost).
3.2 Sul piano internazionale la politica gorbacioviana mira a rompere lisolamento in cui stata posta
lURSS dalloffensiva USA. La politica di Gorbaev, da un lato mira a giocare sulle contraddizioni fra i tre
centri dellimperialismo mondiale, tra Europa e USA in particolare; dallaltro a spezzare la corsa agli
armamenti con una grande azione diplomatica per il disarmo.
3.3. Tuttavia, la perestrojka non si basa su un serio apparato teorico: se Gorbaev formalmente fa
riferimento, ancora fino al 1989, al marxismo (anzi, al marxismo-leninismo), espunge per dal suo
discorso alcuni elementi essenziali del marxismo (le contraddizioni antagonistiche tra lavoro e capitale, tra
imperialismo e popoli oppressi, tra imperialismi), costruendo un impasto eclettico di teorie vagamente
umanistiche o mutuate dalla socialdemocrazia occidentale (teoria della convergenza dei sistemi capitalista e
socialista). Tali posizioni teoriche privavano il discorso gorbacioviano di qualsiasi criticit seria e fondata
nei confronti del capitalismo: tanto era dura (e in alcuni casi penetrante e teoricamente fondata) la critica
verso alcuni aspetti del socialismo reale, quanto sempre pi evanescente o assente la critica verso il
capitalismo reale e limperialismo, fino a sfiorare lapologia di essi.
3.3.1. Le posizioni teoriche del gruppo gorbacioviano spianano la strada a posizioni pi apertamente
antisocialiste, liberiste e filocapitalistiche. La perestrojka passa ben presto ad una seconda fase, in cui il
principale responsabile di tutti i mali delleconomia e della politica viene individuato nella propriet statale,

nella pianificazione, nelle garanzie occupazionali e sociali fornite ai lavoratori: le politiche liberiste di
Reagan e della Thatcher divengono il modello principe e insuperato per i radicali sovietici.
3.4. Se il discorso liberista - del passaggio alleconomia di mercato basata sulla propriet privata riesce a divenire egemone, ci dovuto anche alla debolezza delle posizioni comuniste interne al PCUS, che
non riescono a costruire una seria alternativa teorica e politica. Tale debolezza il risultato del modo in cui
venivano formati i quadri e i militanti nel partito: lo studio del marxismo era stato ridotto in gran parte a
formule vuote; premiato il conformismo; disabitudine alla lotta politica aspra e aperta, su posizioni nette e
ben definite, che era stata una caratteristica della formazione del partito bolscevico ai tempi di Lenin. In et
brezneviana, invece, la formazione dei comunisti non avviene n sul terreno della lotta sociale, n su quello
della lotta politica e neppure culturale o ideologica, ma piuttosto su quello della carriera e del
funzionariato. Cos il partito si rivela estremamente fragile di fronte agli attacchi - sul terreno ideologico e
politico - portati da quella che inizialmente una minoranza, che fa intelligentemente leva su tutti i limiti, i
difetti, gli errori del sistema e che nel 91 prende il potere in URSS, attuando a tutti gli effetti una
controrivoluzione.
3.5 In politica estera la diplomazia del disarmo si trasforma in politica di cedimenti unilaterali e senza
contropartite allimperialismo: lURSS si colloca in posizione subalterna ad esso sulla scena internazionale,
cedendo ai ricatti americani su Cuba, fino allavallo dato dalla dirigenza gorbacioviana alla guerra del
Golfo.
4. Il crollo dellURSS e di una parte dei paesi del socialismo reale il risultato di una lotta politica,
ideologica, economica, in cui i comunisti sono stati la parte soccombente di fronte ad una controrivoluzione
restaurativa.
4.1. Quanto avvenuto non il risultato inevitabile, da lunghi anni gi fatalmente scritto, della
profonda crisi economica, ma anche sociale, ideologica, spirituale, del paese dei Soviet. La crisi era
profonda, ma il crollo del sistema avvenuto in seguito a una lotta condotta su tutti i fronti - interno e
internazionale - e a tutto campo.
4.2. In tale crollo il ruolo di Gorbaev e della dirigenza a lui vicina - che pure hanno avuto il merito di
denunciare apertamente i problemi che erano di fronte allURSS - hanno avuto un peso determinante. La
responsabilit soggettiva della direzione gorbacioviana essenzialmente nellabbandono del marxismo, in
una pratica di cedimento allimperialismo, nel mutamento continuo e disorientante di strategia, col
sacrificio delle scelte strategiche stesse alla tattica del momento.
4.3. Il crollo dellURSS e di diversi paesi del socialismo reale una sconfitta di enorme portata storica
per tutto il movimento comunista internazionale, per tutte le forze progressiste.
4.3.1. Tali sistemi, con tutti i limiti e le deformazioni della transizione bloccata e le contraddizioni
specifiche - allinterno e in politica estera - da essa derivanti, costituivano, tuttavia, una retrovia per i
movimenti di liberazione nazionale e sociale.
4.3.2. Sullo scacchiere mondiale si lascia ora mano libera alla superpotenza USA, che cerca di utilizzare
la supremazia militare per occupare posizioni contro gli altri poli imperialistici concorrenti.
4.3.3. Sul piano interno, il socialismo reale garantiva una certa distribuzione delle risorse, della
sicurezza sociale, del salario e delle pensioni, dellistruzione e della medicina pubbliche. Anche qui, sono
bastati un paio di anni dei nuovi regimi per far rimpiangere ampiamente quel minimo di garanzie del
passato.
4.3.4. In URSS e in altri stati plurinazionali era stata realizzata, con tutte le difficolt che il peso della
tradizione e di problemi plurisecolari irrisolti comportava, unaccettabile convivenza tra diverse etnie e
nazionalit. E solo ex post, con i massacri nella ex Jugoslavia e nella ex URSS si pu comprendere quanto
fosse importante e faticoso quellequilibrio raggiunto.
4.4. I regimi che si sono instaurati tra il 1989 e il 1991 in Europa centro-orientale e in URSS sono, nella
stragrande maggioranza dei casi, regimi reazionari, tanto in politica interna che estera. Sul piano
economico-sociale si presentano con una dichiarata volont di restaurare i vecchi rapporti di propriet e
attuano politiche liberiste (secondo le ricette dettate dai centri del capitalismo mondiale, FMI, Banca
mondiale), con licenziamenti massicci, abolizione delle garanzie sociali, aumento dei prezzi e
peggioramento generale delle condizioni di vita delle masse. Sul piano politico e culturale si presentano in
diversi casi come regimi di destra e filofascisti, che attuano aperte discriminazioni, iscritte direttamente
nelle nuove costituzioni, rispetto alle minoranze nazionali (Croazia, Estonia, Lettonia). Tra l89 e il 91,
finita la retorica delle celebrazioni, sono state attuate delle vere e proprie controrivoluzioni.

4.4.1. Il ruolo della Russia eltsiniana e degli altri regimi nel mercato capitalistico mondiale quello di
partner subordinati e dipendenti dai poli forti dellimperialismo. Per questo la classe che attualmente al
potere in questi paesi potrebbe essere definita come borghesia compradora.
4.5. Con lingresso di questi paesi nellormai unificato mercato mondiale si acuisce la lotta fra i tre
principali poli imperialistici per il controllo economico dei mercati e risorse di questi paesi (dellex URSS in
particolare, per le sue materie prime e il suo mercato potenziale).
4.6. Contro i regimi reazionari nei paesi ex-socialisti, che stanno facendo rapidamente rimpiangere alla
popolazione il precedente sistema, riemerge il ruolo dei comunisti, impegnati in un difficile e a volte
clandestino lavoro di riorganizzazione e di lotta politica e sociale, di rielaborazione ideologica e politica
delle strategie e degli obiettivi, dellimmagine stessa del socialismo del XXI secolo. Uno sforzo di
elaborazione difficilissimo, che deve fare i conti fino in fondo con lesperienza passata, individuare la radice
degli errori e delle involuzioni, ma conservare anche tutto quanto di positivo in quelle esperienze c stato.
Un compito che spetta ai comunisti di quei paesi - che per questo vanno guardati con rispetto e
comprensione - ma anche ai comunisti di tutto il mondo per il carattere universale che lesperienza
dellOttobre ha avuto.

Note
1. I luoghi di prima pubblicazione dei testi qui presentati (in taluni casi con notevoli modifiche) sono: 1.
La transizione bloccata, pubblicato in parte in La contraddizione, n. 22, Roma, 1991, con il titolo: I
problemi della transizione; 2. Il modo di produzione sovietico e la dissoluzione dellURSS, pubblicato
in parte in Cattivi maestri, n. 11, Roma, 1992, con il titolo: Le teorie critiche al vaglio degli eventi
sovietici; 3. Razionalit e piano nella teoria sovietica, in Istituto di Filosofia Annali uno, Urbino, 1986,
col titolo: Alcune note sul concetto sovietico di planomernost; 4. Organizzazione del lavoro e societ di
transizione: possibile un taylorismo sovietico?, in Lineamenti, n. 7, Padova, 1985; 5. Il problema irrisolto
della costruzione di uneconomia socialista, in ALTERNATVEeuropa, n. 2, Milano, 1997; 6. Il modello di
Stalin: una societ perennemente mobilitata per uscire dallarretratezza, in lErnesto, n. 8, Novara, 1997; 7.
Lideologia del socialismo maturo tratto dal saggio La parabola di unidea: 1985-1990, pubblicato in
A. Colombo (a cura di), Crollo del comunismo sovietico e ripresa dellutopia, Dedalo, Bari, 1994; 8. Gli
anni di Gorbaev: una catastrofe non annunciata, in lErnesto, n. 8, Novara, 1997; 9. Il magnifico 89,
in Politica e classe, Roma, n. 6/7??, 1992, col titolo Per una storia del magnifico 89; 10. La
disgregazione dellURSS, pubblicato in Questioni del socialismo, n. 2, Roma, 1992, col titolo Sui processi
di disgregazione dellURSS; 11. La fine del PCUS, in A Sinistra, n. 5, Roma, 1991; 12. Il dibattito su
Stato e democrazia al crepuscolo dellUnione Sovietica in Alternative, n. 5/6, Roma, 1996; 13. La casa
comune europea..., in Marxismo oggi n.2, Milano, 1993, col titolo La casa comune europea. RussiaURSS-Europa: parabola di unideologia [il testo stato pubblicato anche in A. Ponzio (a cura di), Idee e
realt dellEuropa: lingue letterature ideologie, Annali della facolt di lingue e letterature straniere
dellUniversit di Bari, Schena editore, Fasano, 1995]; 14. LOttobre di Boris Elcyn fonde due articoli
pubblicati in La contraddizione, Roma, n. 39, 1993 e n. 40, 1994, rispettivamente col titolo Il secondo
golpe. Alcune riflessioni per discutere la Russia di Elcyn e Lultimo Soviet russo - marzo 1990 - ottobre
1993; 15. La Russia doggi: instabilit e questioni irrisolte, pubblicato parzialmente in AltrEuropa, n. 3,
Milano, 1996, col titolo Dal socialismo reale al capitalismo reale.
2. Per una critica dellimpostazione e del metodo del Libro nero del comunismo, cfr. in particolare, G.
Perrault, Communisme, les falsifications dun livre noir, in Le monde diplomatique, dicembre 1997; e,
allinterno del dibattito promosso sul Manifesto da Rossana Rossanda, gli articoli di L. Canfora (La
Comune sconfitta, 28.2.1998), D. Losurdo (Una rivoluzione nellangolo, 3.3.1998), A. Catone (La storia
in tribunale, 5.3.1998).

1
La transizione bloccata

Perch si arenata - e rovesciata anzi nel suo contrario - la transizione al comunismo in URSS, nellEuropa centro-orientale e in diversi paesi in cui si era in qualche modo sviluppato un processo rivoluzionario
egemonizzato da partiti o organizzazioni che avevano iscritto esplicitamente nel loro programma finalit
comuniste?
Prima di tentare di dare risposta a questa domanda, necessario porne preliminarmente unaltra:
corretto, ha ancora un senso, porre la questione in questi termini, che presuppongono avviato un processo di
transizione al comunismo in questi paesi (per poi bloccarsi, degenerare, rovesciarsi nel suo contrario)?
In questi termini la questione era gi posta allinterno del movimento comunista internazionale.
Trockij, negli anni 30, aveva sviluppato la tesi della rivoluzione bloccata nel suo percorso e tradita dalla
burocrazia che aveva espropriato la classe operaia del suo potere reale; da qui la necessit di una nuova
rivoluzione politica per riappropriarsi tale potere.
Mao, negli anni 60, aveva fornito diversi spunti per la costruzione di una teoria della non irreversibilit
del processo storico avviato da una rivoluzione con finalit comuniste, della possibilit - inscritta nel
percorso stesso della rivoluzione - che questa, nel suo processo di transizione, potesse, in determinate
circostanze, a determinate condizioni - dipendenti in larghissima misura dal fattore soggettivo, dal carattere
del partito e della sua teoria - trasformarsi nel suo contrario, in una restaurazione del capitalismo. Da qui
lelaborazione di determinate strategie (mobilitazione delle masse, rivoluzione culturale, esaltazione del
momento del controllo dei dirigenti dal basso) per evitare che la forza guida del processo di transizione, il
partito comunista, cambiasse natura e seguisse la stessa strada del partito sovietico.
Vale la pena di ricordare il tentativo fatto dal maoismo occidentale negli anni 70 di costruire una
teoria sistematica ed una spiegazione compiuta dal punto di vista storico, dei tempi, modi, cause che
portarono il processo di transizione al comunismo in URSS a trasformarsi nel suo contrario, in
restaurazione del capitalismo. C. Bettelheim scrisse i suoi primi due libri sulle lotte di classe in URSS con
questo preciso, dichiarato intento. Col terzo libro, agli inizi degli anni 80, mut radicalmente posizione,
sostenendo che un processo di transizione al comunismo in Russia non si era mai avviato: la rivoluzione
dOttobre sarebbe stata sin dallinizio capitalistica (1).
In tal modo, il nodo teorico della transizione dal modo di produzione capitalistico a quello comunista non
costituiva pi un problema teorico-politico, non per perch la questione fosse soddisfacentemente risolta,
ma per il fatto che veniva rimossa. Si ritornava cos, in un certo modo, alle posizioni dei primi critici della
rivoluzione dOttobre negli anni 20; posizioni che si riaffacciano anche oggi con maggior forza e
convinzione tra molti di coloro che cercano una spiegazione, da un punto di vista comunista e non
liberaldemocratico, al crollo dei socialismo reale: in quei paesi non stato mai avviato un processo di
transizione al comunismo, ma si trattato, sin dallinizio, di una forma di capitalismo, di un capitalismo di
tipo particolare, di un capitalismo di Stato. La tesi sul carattere sin dallinizio capitalistico dei processi
intervenuti in Russia si fondava sul mancato superamento della divisione del lavoro, sul mantenimento del
rapporto salariale (oltre che sulla permanenza di rapporti mercantil-monetari), sul fatto che - si diceva lorganizzazione del lavoro nella fabbrica sovietica fosse modellata su quella capitalistica. Una transizione,
dunque, mai avviata perch:
- il modo materiale di produrre non mutava, ma era mutuato e modellato su quello capitalistico;
- con la forma della propriet statale generalizzata, in presenza di un modo materiale di produrre
sostanzialmente capitalistico, fondato sulla divisione del lavoro, tanto nella fabbrica (divisione tecnica del
lavoro), quanto nella societ (divisione sociale del lavoro) (2) non si realizzava una socializzazione effettiva
dei mezzi di produzione. La propriet statale generalizzata, in queste condizioni, non poteva che configurarsi
come capitalismo di Stato, il quale si riveler, alla lunga, meno efficiente del modello capitalistico proprio
alle economie occidentali (3).
A favore delle posizioni che negano lavvio di un processo di transizione nei paesi del socialismo reale
gioca anche il fatto che quasi tutti questi paesi erano caratterizzati - prima dellascesa al potere dei partiti
comunisti - da condizioni di arretratezza nello sviluppo delle forze produttive, che non favorivano di certo la
preparazione materiale alla socializzazione dei mezzi di produzione: la presa del potere politico in Russia
come in Cina interveniva ben prima che fossero mature le condizioni materiali per la transizione al
comunismo. I processi avviati dai partiti comunisti al potere potrebbero dunque essere inscritti nella storia
del passaggio da condizioni precapitalistiche e semifeudali a un modo di produzione capitalistico; i partiti
comunisti si sarebbero sostituiti in questo caso alle borghesie nazionali, avrebbero svolto il ruolo di queste
ultime. Un gigantesco inganno e autoinganno avrebbe caratterizzato la storia di queste societ.
Negare che in Russia e negli altri paesi del socialismo reale si fosse avviato un processo di transizione
al socialismo, di per s, potrebbe implicare solo una valutazione sulla storia reale di quelle societ e non
comportare affatto, come conseguenza inevitabile, la negazione della categoria di transizione in generale (a

meno che non si voglia postulare leternit del capitalismo). Potrebbe significare solo affermare che non si
conoscono esperienze nella storia del 900 che abbiano segnato lavvio di un processo di transizione al
comunismo, che la storia della societ postrivoluzionarie non va letta sotto la categoria di transizione, ma
sotto altre categorie (instaurazione di forme di capitalismo di Stato inedite nella storia, con un particolare
meccanismo di riproduzione, con specifiche crisi di sovraccumulazione di capitali, ecc.) (4).
La rimozione della questione della transizione nellanalisi delle societ postrivoluzionarie
estremamente allettante e si presenta con indubbi vantaggi pratici immediati: ci esime soprattutto dallingrato
compito di misurarci con le ragioni del fallimento delle esperienze dei paesi definiti del socialismo reale:
fallimento del socialismo non c, perch socialismo non c mai stato, e, dunque, siamo a un nuovo inizio,
di una storia affatto nuova, per la realizzazione del vero comunismo, ecc...
Non possiamo continuare ad affrontare questa questione senza una definizione della categoria di
transizione. Con essa non si intende il generico movimento storico, il divenire, della societ che si sviluppa
attraverso le sue contraddizioni (che ogni momento che passa sia un momento di transizione una banalit
tautologica che pu accettare anche chi non si pone dal punto di vista del materialismo storico).
In Marx non ritroviamo esposta in modo compiuto e sistematico una teoria della transizione, che pu
per essere ricavata dai suoi scritti (5). Lidea di transizione come fase di coesistenza e antagonismo di pi
regimi economici presente nellanalisi leniniana della situazione russa allindomani della rivoluzione
dOttobre. Transizione implica un periodo pi o meno lungo - articolato anche in fasi diverse (la
sussunzione formale e la sussunzione reale, secondo il Marx del capitolo VI inedito del Capitale) - di
passaggio da un modo di produzione ad un altro. La transizione, dunque, non si esaurisce n pu confondersi
col momento della rivoluzione politica o semplicemente del passaggio del potere politico da una classe ad
unaltra, anche se questelemento politico - la costituzione di un nuovo Stato - svolge un ruolo non
secondario e non eludibile nel processo di transizione. Si pu assumere pi specificamente sotto la categoria
di transizione quella fase storica in cui convivono pi regimi economici in reciproca dipendenza,
collaborazione e/o antagonismo, in cui il vecchio entrato in crisi, ma non stato ancora soppiantato e il
nuovo si sta formando, ma non ancora divenuto lelemento principale, che caratterizza e impregna di s una
data formazione storico-sociale (da cui la differenza, che possiamo riprendere da Lenin, tra questultima e la
categoria di modo di produzione). Si pu dire che un processo di transizione giunga a termine quando il
nuovo modo di produzione diviene non lunico, ma quello determinante e dominante. Avremo cos societ
caratterizzate da un dato modo di produzione. Il modo di produzione dominante tende a sottomettere a s, al
suo scopo della produzione (Zweck der Produktion) gli altri modi di produzione che con esso coesistono in
posizione subalterna o a superarli.
Lelaborazione di una teoria marxista della transizione si basa sullanalisi del processo storico concreto
che porta dal modo di produzione feudale a quello capitalistico. Nei Grundrisse Marx ci avverte che, se
possibile, partendo dalla forma pi complessa (la societ capitalistica) comprendere anche le forme
precedenti pi semplici (societ antica, feudale), in cui sono presenti in forma embrionale i rapporti sociali
che arriveranno a maturazione nella forma pi complessa, se lanatomia delluomo una chiave per
lanatomia della scimmia, non si pu fare invece loperazione inversa (6). Ci significa che dallanatomia
della societ capitalistica, dallantagonismo reale in essa presente, possiamo cogliere alcuni elementi che
consentono di prefigurare il modo di produzione comunista, ma che non possiamo assolutamente definire le
sue leggi scientifiche di funzionamento. Possiamo prefigurare delle ipotesi dei processi di transizione, senza
la pretesa di definirne le concrete fasi storiche, di mettere le brache alla storia.
Anche e soprattutto perch - contro ogni insostenibile visione storicistico-deterministica - il superamento
del modo di produzione capitalistico in senso comunista non una necessit ineluttabile, ma solo una
possibilit. Il che non significa affatto affermare, come gli apologeti di oggi, lintramontabilit dellorizzonte
capitalistico: il capitalismo condannato a perire dalle proprie contraddizioni interne. Il problema, per dirla
con W. Benjamin, se perir di mano propria o per mano del proletariato (7). Il processo reale delle interne
contraddizioni del modo di produzione capitalistico, in altri termini, pu anche andare non verso il suo
superamento (una negazione da cui emerge il positivo: Aufhebung), ma verso una qualche forma di
dissoluzione-distruzione. Nessuna provvidenza, dunque, nessun moto verso una meta finale inevitabile:
lesito della transizione non scontato o predeterminato e il comunismo solo una possibilit aperta dalle
contraddizioni del capitalismo.
Una possibilit che pu realizzarsi solo a condizione - tra laltro - che il soggetto rivoluzionario sappia
leggere correttamente quelle contraddizioni e agire su di esse nel modo pi conveniente. La costituzione (non
arbitraria o casuale, ma posta oggettivamente dallo sviluppo stesso delle contraddizioni del capitalismo) di
tale soggetto un elemento indispensabile della transizione al comunismo, non solo e non tanto nella fase di

rottura del vecchio assetto di potere politico, del vecchio Stato, quanto, soprattutto, in funzione della
direzione cosciente e secondo un piano delleconomia.
Da quanto sopra detto deriva anche che la transizione al modo di produzione comunista ha una
peculiarit intrinseca: quella di essere un movimento promosso da forze sociali organizzate ed orientate
secondo un progetto determinato, movimento cosciente di una soggettivit rivoluzionaria. Il fattore politica e quindi, per unintera lunga fase, il fattore Stato - gioca in questa transizione un ruolo essenziale.
Se si assume, contro ogni pretesa deterministica, che la transizione al comunismo solo una possibilit
offerta dalle contraddizioni del capitalismo, bisogna allora riconoscere non solo che il periodo di transizione
un periodo di lotta tra diversi regimi economici e tra le classi che in essi si costituiscono, ma anche che il
processo di transizione non del tutto irreversibile. Dico non del tutto, nel senso che poco probabile un
ripristino puro e semplice del vecchio ordine, invece ben possibile che anche le trasformazioni strutturali
avviate in direzione della transizione comunista possano - venendo meno determinati presupposti - essere
sussunte sotto il capitale.
Ad esempio, le cooperative operaie (autogestite dai lavoratori) nelle societ in cui determinante il modo
di produzione capitalistico rappresentano - come sostiene Marx nel III libro del Capitale (8) - dei momenti di
rottura in positivo (negazione della propriet privata capitalistica e sua sottomissione ai lavoratori) dellordi ne economico capitalistico, la costituzione di un regime economico basato sulla propriet sociale dei lavoratori in contrapposizione alla propriet privata capitalistica: rappresenterebbero, quindi, a tutti gli effetti una
tappa nella transizione al modo di produzione dei produttori associati. Ma perch la transizione proceda in
direzione comunista e non di una forma di propriet privata di gruppo, occorre una direzione e
organizzazione consapevoli delle cooperative operaie che si sviluppi in antagonismo con la forma
capitalistica. Se manca questo elemento di organizzazione antagonistica consapevole, la forma cooperativa,
di per s, pu essere sussunta sotto il capitale e il suo scopo fondamentale della produzione. Quando ci
avviene - come avvenuto per il movimento cooperativo nei paesi capitalistici - il capitale non distrugge la
forma cooperativa (che si era costituita in antagonismo con il capitale stesso), ma la utilizza ai suoi fini. un
ritorno indietro nel processo di transizione, ma non un mero ritorno alle vecchie forme.
Un discorso analogo si potrebbe fare anche per quei paesi che hanno tentato consapevolmente di avviare
un processo di transizione, ponendo sotto il controllo dello Stato, formalmente diretto dai lavoratori, la
propriet dei mezzi di produzione. Questi paesi rappresentavano, allinterno di un mercato mondiale
determinato dal capitalismo, dei punti di rottura in positivo dellordine capitalistico, rispetto al quale si
ponevano in antagonismo. Al pari delle cooperative, tali paesi sono stati riassorbiti dal pi forte rapporto
capitalistico dominante, che non ha mai cessato la sua pressione esterna - economica, politica, militare,
ideologica - su di essi. La reversione del processo di transizione dei punti di rottura allinterno del mercato
mondiale non pu non essere vista anche come conseguenza di questa pressione esterna.
Il che, per, non ci esime dallanalisi dei processi storici che in questi paesi sono intervenuti, delle
ragioni interne (soggettive: povert di elaborazione teorica, debolezza di direzione politica, assenza di
capacit egemonica da parte delle forze guida del processo di transizione; e oggettive: arretratezza nello
sviluppo delle forze produttive) per cui la transizione ha subito uninversione,
La sconfitta del grande e ripetuto assalto al cielo del movimento comunista del XX secolo
intervenuta a diversi livelli; un ruolo certamente rilevante stato svolto dal fattore economico. La stessa
dissoluzione jugoslava, con tutto il seguito di guerre e massacri, non spiegabile senza la grave crisi
economica che induce le repubbliche pi ricche della federazione al separatismo.
A grandi, grandissime, linee, credo si possano individuare due nodi fondamentali, che, pur nella vasta
pluralit e diversit di esperienze, hanno costituito il limite invalicato (salvo in rari, pur se significativi,
momenti) delle rivoluzioni ad orientamento socialista del XX secolo e la causa della loro sconfitta sul terreno
della formazione di una nuova e pi avanzata organizzazione economica.
Luno, interno, stato costituito dallincapacit di passare ad uneffettiva autogestione, da parte dei
lavoratori tutti, della produzione e dellorganizzazione economica nel complesso.
Laltro, esterno, stato quello - determinato dalle condizioni storiche in cui la rivoluzione si svolgeva - di
circoscrivere sostanzialmente il tentativo di trasformazione economica nellambito dello Stato nazionale.
Nella crisi e nel successivo tracollo delle economie dellURSS e dei paesi del COMECON, della
Jugoslavia, dellAlbania, il ruolo determinante non stato svolto essenzialmente dalla carenza o scarsa
presenza di una economia di mercato. Questa tesi stata proposta in modo sempre pi martellante ed
incalzante da un vasto movimento ideologico, presente sia in URSS che in Occidente, che concepiva il
mercato come lunico luogo in cui potessero formarsi razionalmente i prezzi delle merci e le scelte
economiche di allocazione delle risorse e destinazione degli investimenti produttivi. Se, dunque, in codesta
rappresentazione ideologica, il mercato risultava essere lunico luogo deputato alla razionalit economica, il

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piano economico stabilito centralmente era ritenuto il suo opposto: il generatore principale di irrazionalit
economica. Ma non solo: leconomia di mercato era rappresentata come lambito nel quale poteva esprimersi
effettivamente la sovranit dellindividuo consumatore, libero di scegliere (come suona il titolo del libro
dei Friedman) (9), di far valere le sue decisioni, votando, attraverso lacquisto, le merci a lui pi
confacenti: il mercato era la democrazia, lunica autentica democrazia possibile, di contro al piano
centralizzato, espressione del comando dallalto esercitato dispoticamente su produttori e consumatori. Ma
leconomia di mercato non pu che fondarsi sullesistenza di una molteplicit - antagonistica nel movimento
della concorrenza - di capitali privati (in forma individuale o di gruppo, azionaria): , in re ipsa,
incompatibile con una forma di propriet sociale socialista. NellURSS della perestrojka gorbacioviana
(1985-1990) divenne egemone lideologia di von Mises: impossibile uno sviluppo razionale di
uneconomia fondata sulla propriet sociale dei mezzi di produzione e sulla pianificazione (10). Il
rallentamento dei ritmi di sviluppo in URSS e nei paesi dellEuropa centro-orientale, con la successiva crisi,
parevano confermare la previsione liberista formulata 60 anni prima.
E, tuttavia, se indubbio che esistevano grandi limiti nella teoria e nella pratica del calcolo economico
in URSS e nelle economie del COMECON (tentativi che, a partire dal grande dibattito sulla pianificazione
svoltosi in URSS negli anni Venti (11), costituiscono, nonostante la sconfitta presente, un patrimonio
prezioso per chi intenda battere nuove strade e non uniformarsi al pensiero unico dominante), risulta
mistificante (ideologica, nel senso marxiano dellIdeologia tedesca) la tesi che equipara mercato e
democrazia, piano e dispotismo.
Per dirla in breve, non la carenza di mercato, ma la carenza di effettiva autogestione e autogoverno sono
state in ultima istanza la causa principale della crisi di queste economie.
Il comunismo un nuovo modo di produzione che si sviluppa dalle insanabili contraddizioni del modo di
produzione capitalistico. In antitesi alla propriet privata capitalistica, il comunismo il modo di produzione
determinato dalla propriet sociale, il modo di produzione dei produttori associati. Alla socializzazione da
parte di tutta la societ dei mezzi di produzione spinge, secondo Marx, lo stesso modo di produzione
capitalistico, in cui la produzione riveste carattere sociale.
Ma parlare di propriet sociale (di tutta la societ e non solo di piccoli gruppi) significa parlare di un
modo di produzione in cui mutano radicalmente i rapporti sociali tra i produttori, lorganizzazione e la
gestione della produzione e delleconomia nel suo complesso. Propriet sociale implica necessariamente una
pianificazione sociale della produzione ed una gestione sociale della stessa. Implica rapporti non
antagonistici tra i produttori e nel rapporto di produzione, e rapporti non antagonistici nella distribuzione
pianificata socialmente dei beni prodotti. E ci implica, a sua volta, il raggiungimento di un determinato
grado di maturit da parte dei soggetti sociali impegnati nella produzione, il loro trasformarsi da esecutori
parziali di direttive imposte dalle direzioni aziendali capitalistiche in coordinatori e dirigenti consapevoli di
un immenso processo collettivo di produzione. Implica, necessariamente, una grande rivoluzione culturale
che trasformi i membri della societ in soggetti consapevoli e altamente competenti (dal punto di vista
tecnico, organizzativo, gestionale, ecc.).
A differenza di tutti i principali precedenti modi di produzione - schiavistico, feudale, capitalistico - che
si sono basati sulla divisione del lavoro tra lites dirigenti (in grado di dirigere e organizzare il processo
produttivo) e masse oppresse e incompetenti, il comunismo richiede il superamento di questa divisione
sociale del lavoro tra dirigenti e diretti, richiede, per definizione, che i soggetti sociali siano tutti dirigenti:
questo tema stato particolarmente caro a Lenin - anche la cuoca deve potere e sapere dirigere lo Stato - e,
con insistenza ancora maggiore, a Gramsci.
Se ci volgiamo rapidamente alla storia del comunismo del XX secolo, possiamo vedere che - al di l di
tutti gli errori (e anche gli orrori) politici - il punto debole delle esperienze delle rivoluzioni comuniste non
stato il modo in cui i comunisti sono arrivati al potere, ma stata la trasformazione, la riorganizzazione del
modo di produzione.
Il tratto comune generale a queste esperienze stato costituito dalla nazionalizzazione (pi o meno
generalizzata, in ogni caso dominante) dei principali mezzi di produzione. Ci accaduto pure in Jugoslavia
e in Polonia (anche se sono rimasti ampi tratti di economia privata, propriet contadina, ecc.). Ci che alla
fine non riuscito, stata la trasformazione della propriet statale dei mezzi di produzione in propriet
comunista, cio in propriet diretta e gestita da tutti i membri attivi della societ.
La propriet statale dei mezzi di produzione rappresentava tuttavia, per dirla con lEngels dellAntidhring (12), il mezzo formale necessario per la transizione al comunismo (dico rappresentava, perch oggi,
nella fase del capitalismo transnazionale, il processo di transizione al comunismo non pu non essere pensato
su scala mondiale). Ma se ancora debole - per limmaturit storica del soggetto sociale - la capacit di

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organizzare collettivamente leconomia, la transizione al comunismo si blocca, si ripiega su se stessa, fino


alla sua implosione, come accaduto per lURSS.
A distanza di tempo e post festum, si pu affermare che il comunismo del XX secolo - che ha saputo
prendere il potere statale e trasformare la propriet privata in propriet statale, ma non ha saputo compiere il
passo successivo del passaggio al modo di produzione comunista - stato un comunismo immaturo. Le sue
vicende sono state determinate, in ultima istanza, dallimmaturit non tanto delle sue direzioni politiche,
quanto dei soggetti sociali della trasformazione.
Vi sono stati, nella storia del movimento operaio, dalla Comune di Parigi ad oggi, alcuni momenti alti, in
cui autogoverno politico ed autogoverno proletario della produzione si sono combinati nella democrazia dei
soviet, dei consigli. Ma tali esperienze, la pi importante e significativa delle quali rimane forse ancor oggi per tutta una serie di concomitanze storiche, dovute al livello di sviluppo industriale, allorganizzazione del
lavoro, al tipo di classe operaia che si era formato - quella della rivoluzione russa e dei movimenti
rivoluzionari in Europa nella grande crisi dellimmediato primo dopoguerra, non si sono sviluppate n
generalizzate, hanno dovuto ripiegare su se stesse.
E sostanzialmente, non tanto per difetto di teoria e di direzione politica: il Lenin di Stato e rivoluzione
(1917) e dei Compiti immediati del potere sovietico (13) riprende e amplia tutto il discorso di Marx e, pi
ancora, dellultimo Engels, sullestinzione dello Stato e sullautogoverno dei produttori.
Tutti gli sforzi di Lenin sono diretti a far s che le masse imparino la difficilissima arte dellautogoverno,
non solo nella sfera politica, ma in quella - decisiva - delleconomia nelle condizioni della moderna
produzione industriale. Per questo egli lancia, come obiettivo minimo indispensabile per avanzare in quella
direzione, la parola dordine dellinventario e controllo. Si veda ad esempio lopuscolo Sullinfantilismo di
sinistra e sullo spirito piccolo-borghese (maggio 1918), in cui comincia a fare i conti con il problema della
socializzazione socialista effettiva dei mezzi di produzione.
Lenin distingue chiaramente nazionalizzazione e socializzazione: Si pu essere decisi o indecisi sulla
nazionalizzazione e sulla confisca. Ma nessuna decisione, anche la maggiore al mondo, pu essere
sufficiente ad assicurare il passaggio dalla nazionalizzazione e dalla confisca alla socializzazione [...] la
socializzazione si distingue dalla semplice confisca proprio perch la confisca si pu attuare con la sola
decisione, senza saper giustamente calcolare e giustamente distribuire, mentre socializzare senza saperlo
fare non si pu (14).
Rispetto alla prospettiva generale di Stato e rivoluzione, secondo la quale sarebbe stato relativamente
semplice realizzare un controllo di massa sulleconomia, sui funzionari ex-capitalisti addetti alla produzione
e alla distribuzione (anche perch si ipotizzava la transizione in un paese capitalisticamente avanzato; e,
comunque, non affatto detto che anche in quella situazione le cose sarebbero poi cos facili), qui Lenin
deve fare drammaticamente i conti con larretratezza della cultura tecnica, economica, produttiva, delle
masse russe.
Senza lacquisizione da parte dellavanguardia del proletariato e delle masse di questa capacit di
calcolare e controllare, amministrare, vacuo ogni discorso sulla socializzazione effettiva. questa
anche la differenza fondamentale tra rivoluzione borghese e rivoluzione proletaria:
Nelle rivoluzioni borghesi il compito principale delle masse lavoratrici consisteva nello svolgere lazio ne negativa, o distruttiva, di spazzar via il feudalesimo, la monarchia, il medioevo. Lazione positiva, o crea tiva, di organizzare la nuova societ era svolta dalla minoranza possidente, borghese, della popolazione. E
questa svolgeva tale compito, nonostante la resistenza degli operai e dei contadini, con relativa facilit, non
solo perch la resistenza delle masse sfruttate dal capitale era allora estremamente debole, data la loro
dispersione e arretratezza, ma anche perch la forza organizzativa fondamentale della societ capitalistica,
costruita anarchicamente, il mercato nazionale e internazionale, che si sviluppa spontaneamente in
estensione e in profondit. Al contrario, in ogni rivoluzione socialista - e di conseguenza anche nella
rivoluzione socialista da noi iniziata in Russia il 25 ottobre 1917 - il compito principale del proletariato e dei
contadini poveri da esso diretti il lavoro positivo o creativo per fondare un sistema estremamente
complesso e delicato di nuovi rapporti organizzativi, che abbracciano la produzione e la distribuzione
pianificate dei prodotti necessari alla esistenza di decine di milioni di uomini. Questa rivoluzione pu essere
realizzata con successo solo se la maggioranza della popolazione, e innanzitutto la maggioranza dei
lavoratori, capace di unattivit storicamente creativa e autonoma. Solo nel caso in cui il proletariato e i
contadini poveri sappiano trovare in s coscienza, forza ideale, abnegazione e tenacia, la vittoria della
rivoluzione socialista sar garantita. Creando un nuovo tipo di Stato, lo Stato dei soviet, che offre alle masse
lavoratrici e oppresse la possibilit di partecipare nel modo pi attivo alla edificazione autonoma della nuova
societ, noi abbiamo adempiuto soltanto una piccola parte di un difficile compito. La difficolt principale
nel settore economico: compiere dappertutto il pi severo inventario e controllo della produzione e della

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distribuzione dei prodotti, elevare la produttivit del lavoro, socializzare di fatto la produzione. [...] E tutta
loriginalit del momento attuale, tutta la sua difficolt sta nel comprendere la particolarit del passaggio dal
periodo in cui il compito principale era quello di convincere il popolo e di schiacciare militarmente gli
sfruttatori, al periodo in cui il compito principale quello di amministrare (15).
Per la mancanza di forza motrice e di attrezzatura industriale, lo Stato operaio stato costretto a
introdurre in alcune industrie masse ingenti di contadini, lontanissime dalla psicologia proletaria e quindi
senza capacit di autogoverno industriale: il Consiglio non aveva significato per queste masse contadine
arretrate (16). Cos Gramsci spiega lestinzione (di ci si tratta, piuttosto che di uno scioglimento dimperio
dovuto a vocazioni autoritarie dei bolscevichi, come si ama dire ora) dei soviet di fabbrica in Russia: le sue
cause vanno ricercate nellimpreparazione e nellincapacit del proletariato russo di organizzare direttamente
e su nuove basi la produzione.
Anche la sconfitta delle rivoluzioni europee del primo dopoguerra dipesa, secondo Gramsci,
essenzialmente dallincapacit di lavoro ricostruttivo, dal fatto che non sufficiente - per mantenere il
potere proletario - affidarsi semplicemente alla forza. Il potere economico non si suscita dautorit; occorre
sostanziare il potere politico col potere economico. Allazione distruttiva, di rottura dei rapporti di
produzione capitalistici, occorre accompagnare unopera positiva di creazione e di produzione. Se
questopera non riesce, vana la forza politica, la dittatura non pu reggersi (17). In Germania, in Austria,
in Baviera, In Ucraina, in Ungheria [...] alla rivoluzione come atto distruttivo non seguita la rivoluzione
come processo ricostruttivo in senso comunista. La esistenza delle condizioni esterne: Partito comunista,
distruzione dello Stato borghese, forti organizzazioni sindacali, armamento del proletariato, non stata
sufficiente per compensare lassenza di questa condizione: esistenza di forze produttive tendenti allo
sviluppo e allespansione, movimento cosciente delle masse proletarie rivolto a sostanziare col potere
economico il potere politico (18).
Lacquisizione di una competenza tecnico-politica di massa, serve non solo a quellazione ricostruttiva
che Gramsci indica come elemento essenziale di una rivoluzione comunista, ma costituisce anche un antidoto
allemergere del burocratismo, forma di separazione tra dirigenti e diretti, che si oppone allautogoverno
reale delle masse. Il quale, per essere tale, deve realizzare effettivamente la socializzazione dei mezzi di
produzione.
Il limite che accomuna i tentativi e le esperienze di costruzione e organizzazione di uneconomia
socialista (diversi e anche conflittuali tra loro) costituito dal loro essere - han fatto di necessit virt e anche
ideologia - iscritti allinterno dello Stato nazionale.
Sin dal Manifesto del partito comunista alla vigilia delle rivoluzioni del 1848-49, era considerato
necessario per il proletariato conquistare il potere politico quale premessa indispensabile per la rivoluzione
sociale e la transizione allautogoverno dei produttori associati (19). Significava rovesciare il governo dello
Stato in cui la rivoluzione si svolgeva, riscriverne la costituzione, passare a misure transitorie, adottate dal
nuovo potere politico rivoluzionario, che andassero nella direzione della costituzione dellordine nuovo dei
produttori associati. La rivoluzione era tuttavia pensata - e la concomitanza delle rivoluzioni quarantottesche
in Europa sembrava confermare pienamente quelle previsioni - come processo che si svolge
contemporaneamente a livello internazionale, nella prospettiva imminente di un governo internazionale del
proletariato.
Anche la prospettiva aperta dalla rivoluzione bolscevica del 1917 - dopo la breve ma significativa
esperienza della Comune parigina del 1871, isolata alla capitale dello Stato francese - si muove al suo
esordio in una dimensione internazionale, collocata com nella grande crisi in cui il primo conflitto
mondiale travolge quasi tutti gli Stati belligeranti. Le sconfitte dei movimenti rivoluzionari in Europa nel
primo dopoguerra rinchiudono la rivoluzione russa nellambito di un solo - sia pure immenso e
plurinazionale - paese. Il grande e inedito tentativo di costruire uneconomia socialista deve misurarsi non
solo con il condizionamento interno della grande arretratezza culturale, tecnico-produttiva delle masse russe,
eredit della sua specifica storia, ma anche con i limiti che gli vengono imposti dallessere unisola, sia pure
di vastissime dimensioni, circondata dal mercato capitalistico mondiale.
Il peso di tale isolamento di un modo di produzione tendenzialmente altro da quello capitalistico
dominante, si tuttavia sentito molto meno nella fase iniziale di costruzione dello Stato sovietico, soprattutto
perch il processo che va oggi sotto il nome di mondializzazione delleconomia ed oramai sotto gli occhi
di tutti, non era che agli inizi. La forma dello Stato nazionale, fino al secondo dopoguerra, si rivelava ancora
la pi adeguata al livello di sviluppo complessivo del capitalismo.
Il fatto che il tentativo di costruzione di una nuova economia fosse circoscritto allinterno dello Stato
nazionale implicava una contraddizione acutissima, di cui furono in parte coscienti i gruppi dirigenti degli
Stati socialisti: quella tra una forma socialista allinterno del paese (contrassegnata da principi socialisti, da

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goal-function socialisti) e lessere allinterno di un mercato capitalistico mondiale; e lesservi sempre - cosa
di cui, a partire dallepoca chruscioviana si stati sempre meno consapevoli - in posizione subordinata, pi
debole. Anche nei tempi migliori, quando diventato un consiglio economico di mutua assistenza
(COMECON), anche quando abbracciava buona parte dellAsia e dellEuropa, il socialismo non mai
riuscito ad essere in posizione egemone sul mercato mondiale. la storia delle rivoluzioni in paesi arretrati e
semifeudali, le quali si presentano in duplice veste: di rivoluzioni borghesi, nazional-borghesi, e di
rivoluzioni socialiste.
La cornice dello Stato nazionale, in cui si racchiudono, rafforza la componente nazional-borghese, con
tutto il seguito di contrasti e conflitti di carattere statuale-nazionale tra paesi socialisti: jugoslavo-albanese,
sovietico-albanese, cino-sovietico, cino-vietnamita...
Dal punto di vista economico questi Stati socialisti hanno dovuto agire sulla base di principi socialisti (di
un socialismo ancora immaturo, che non poteva dispiegare pienamente se stesso, legato pur sempre al
mercato mondiale) e di principi capitalistici allesterno. Solo isolandosi dal mercato capitalistico mondiale
potevano sperare di far valere al loro interno principi socialisti: il monopolio del commercio estero - uno dei
primi atti del governo sovietico voluti da Lenin - era una improrogabile necessit.
Negli anni 80, il processo di mondializzazione del capitale giunto a maturit, e lesigenza di
unificazione del mercato mondiale sotto il suggello capitalistico ha premuto con una forza inusitata contro le
barriere dei paesi del COMECON (20), oramai sempre pi fragili, perch minate dal mancato passaggio
allautogoverno dei produttori, fondamentale per la costruzione di uneconomia socialista.
Il mercato capitalistico si imposto. E invece di una trasformazione di quelle economie nel senso
dellautogestione e dellautogoverno sulla base della propriet sociale di tutto il popolo - che qualche voce,
sempre pi isolata e dissonante della perestrojka indicava (21) - abbiamo avuto laffermarsi ideologico del
liberismo, le privatizzazioni, il dominio assoluto e incontrastato della logica del mercato capitalistico.
NOTE
1. Cfr. C. Bettelheim, Le lotte di classe in URSS 1917/1923, vol. 1, Etas Libri, Milano, 1975; Le lotte di
classe in URSS 1923/1930, vol. 2, Etas Libri, Milano, 1978; Les luttes de classes en URSS 1930-1941, 2
tomi, Maspero-Seuil, Parigi, 1982-1983.
2. Che per non sono affatto la stessa cosa e si muovono su due piani concettuali diversi. Una divisione
tecnica del lavoro viene richiesta dallo sviluppo del processo produttivo, con le sue ramificazioni e
articolazioni: non , di per s, necessariamente antagonistica e pu caratterizzare un modo di produzione non
basato sullantagonismo di classe. La divisione sociale del lavoro implica, invece, divisione in classi
antagonistiche della societ.
3. Non mi soffermo qui sulla questione del capitalismo di Stato, se non per notare che il significato che si
attribuisce a questespressione non lo stesso in Lenin e nei sostenitori della teoria del capitalismo di Stato
in URSS: nel primo, infatti, esso non si riferisce mai ad una propriet statale generalizzata dei principali
mezzi di produzione, ma - nel caso dellURSS della NEP - al fatto che lo Stato sovietico favoriva e
controllava, attraverso una politica di concessioni, lintroduzione di capitali privati, in prevalenza stranieri, in
Russia; nel secondo caso, invece, esso si riferisce ad uno Stato proprietario generale dei mezzi di produzione
gestiti in modo capitalistico. Non sottolineo questa differenza per rimuovere la questione del capitalismo di
Stato in URSS, ma per richiamare lattenzione sul fatto che si tratta di una categoria diversa rispetto a quella
impiegata da Lenin, e che abbisogna per questo di una ridefinizione consapevole.
4. Una negazione teorica della categoria di transizione invece nei sostenitori del passaggio diretto dal
capitalismo al comunismo, senza processi intermedi, come si potrebbe desumere da alcuni passi dei
Grundrisse marxiani, in particolare il cosiddetto Frammento sulle macchine.
5. Per unelaborazione puntuale, cfr. E. Grassi, Per una teoria della transizione, ed. Kappa, Roma, 1984;
Le nuove societ multimodali, ed. La Contraddizione, Roma, 1990.
6. Cfr. K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica delleconomia politica, vol. I, La Nuova Italia,
Firenze, 1968, pp. 32-33.
7. Cfr. W. Benjamin, Angelus Novus, Einaudi, Torino, 1962, pp. XXXVI-XXXVII: che la borghesia viva
o soccomba nella lotta, essa condannata a perire dalle contraddizioni interne che divengono mortali nel
corso del suo sviluppo. Il problema solo se perir di mano propria o per mano del proletariato. La
permanenza o la fine di unevoluzione millenaria dipendono da una risposta a questa domanda.
8. Cfr. K. Marx, Il Capitale, L. III, traduzione di M. L. Boggeri, V edizione, Editori Riuniti, Roma, 1968,
p. 522: Le fabbriche cooperative degli stessi operai sono, entro la vecchia forma, il primo segno di rottura

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della vecchia forma, sebbene dappertutto riflettano e debbano riflettere, nella loro organizzazione effettiva,
tutti i difetti del sistema vigente. Ma lantagonismo tra capitale e lavoro abolito allinterno di esse, anche se
dapprima soltanto nel senso che gli operai, come associazione, sono capitalisti di se stessi, cio impiegano i
mezzi di produzione per la valorizzazione del proprio lavoro. Queste fabbriche cooperative dimostrano
come, a un certo grado di sviluppo delle forze produttive materiali e delle forme di produzione sociale ad
esse corrispondenti, si forma e si sviluppa naturalmente da un modo di produzione un nuovo modo di
produzione.
9. Cfr. M. & R. Friedman, Liberi di scegliere, Longanesi &C., Milano, 1981.
10. Cfr. L. von Mises, Il calcolo economico in uno Stato socialista (articolo del 1920), in F. A. Von
Hayek (a cura di), Pianificazione economica collettivistica. Studi critici sulle possibilit del socialismo,
Einaudi, Torino, 1946.
11. Si pu consultare, tra laltro, lancor utile antologia a cura di N. Spulber, La strategia sovietica per lo
sviluppo economico 1924-1930 (ed. it. a cura di Lisa Foa), Einaudi, Torino, 1970, e AA.VV., Istorija
politieskoj ekonomii socializma (Storia delleconomia politica del socialismo), Edizioni dellUniversit di
Leningrado, Leningrado, 1983.
12. Engels delinea il passaggio dalla propriet capitalistica individuale a quella azionaria (SpA), alla
propriet capitalistica di Stato, ultima tappa del cammino della borghesia: Se le crisi hanno rivelato
lincapacit della borghesia a dirigere ulteriormente le moderne forze produttive, la trasformazione dei grandi
organismi di produzione e di traffico in societ anonime e in propriet statale mostra che la borghesia non
indispensabile per il raggiungimento di questo fine. Tutte le funzioni sociali del capitalista sono compiute
oggi da impiegati salariati. Il capitalista non ha pi nessuna attivit sociale che non sia lintascar rendite, il
tagliar cedole e il giocare in borsa, dove i capitalisti si spogliano a vicenda dei loro capitali. Se il modo di
produzione capitalistico ha cominciato col soppiantare gli operai, oggi esso soppianta i capitalisti e li relega,
precisamente come gli operai, tra la popolazione superflua. Ma il modo di produzione capitalistico non
viene per questo abolito. La contraddizione intercapitalistica che ha condotto alla formazione della propriet
capitalistica di Stato non abolisce per questo i rapporti capitalistici di produzione. Perch ci avvenga
occorre la rottura rivoluzionaria. Lo sviluppo della contraddizione capitalistica crea per le condizioni
oggettive perch tale rottura possa avvenire. Con lassunzione da parte dello Stato capitalistico dei mezzi di
produzione il rapporto capitalistico non viene soppresso, viene invece spinto al suo apice. Ma giunto
allapice, si rovescia. La propriet statale delle forze produttive non la soluzione del conflitto, ma racchiude
in s il mezzo formale, la chiave della soluzione [...] Il modo di produzione capitalistico, trasformando in
misura sempre crescente la grande maggioranza della popolazione in proletari, crea la forza che, pena la
morte, costretta a compiere questo rivolgimento. Spingendo in misura sempre maggiore alla trasformazione
dei grandi mezzi di produzione socializzati in propriet statale, mostra esso stesso la via per il compimento di
questo rivolgimento. Il proletariato simpadronisce del potere dello Stato e anzitutto trasforma i mezzi di
produzione in propriet dello Stato. Ma cos sopprime se stesso come proletariato [...] e sopprime anche lo
Stato come Stato. F. Engels, Antidhring, II edizione, I ristampa, Editori Riuniti, Roma, 1971, pp. 296-299;
il corsivo mio, A. C..
13. V. I. Lenin, Stato e rivoluzione, in Opere complete, vol. 25, Editori Riuniti, Roma, 1967; I compiti
immediati del potere sovietico, in Opere complete, vol. 27, Editori Riuniti, Roma, 1967.
14. Cfr. V. I. Lenin, Opere complete, vol. 27, cit., p. 303.
15. Cfr. Lenin, I compiti immediati del potere sovietico, cit., pp. 214-216; il corsivo mio, AC.
16. A. Gramsci, La relazione Tasca e il congresso camerale di Torino, in LOrdine Nuovo 1919-1920, a
cura di V. Gerratana e A. Santucci, Einaudi, Torino, 1987, p. 539.
17. A. Gramsci, I sindacati e la dittatura, in LOrdine Nuovo, cit., p. 259.
18. A. Gramsci, Due rivoluzioni, in LOrdine Nuovo, cit., p. 571. In questo articolo Gramsci sostiene che
una rivoluzione proletaria e comunista solo nella misura in cui riesce a favorire e promuovere
lespansione e la sistemazione di forze proletarie e comuniste capaci di iniziare il lavoro paziente e metodico
necessario per costruire un nuovo ordine nei rapporti di produzione e distribuzione, un nuovo ordine sulla base del quale sia resa impossibile lesistenza della societ divisa in classi. Essa tale solo se alla rivoluzione
distruttiva segue la rivoluzione ricostruttiva (ivi, p. 569).
19. Cfr. K. Marx, F. Engels, Manifesto del partito comunista (nella traduzione di Antonio Labriola),
Tascabili economici Newton, Roma, 1994, p. 36: Il proletariato profitter del suo dominio politico, per
togliere via alla borghesia tutto il capitale, per concentrare nelle mani dello Stato, e ossia del proletariato
organizzato quale classe dominante, tutti glistrumenti della produzione, e per aumentare con la massima
celerit possibile le forze produttive.
20. Cfr. in questo stesso volume il capitolo Il magnifico 89.

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21. Si veda ad esempio lelaborazione di A. P. Butenko, Vlast naroda posredstvom samogo naroda (Il
potere del popolo attraverso il popolo stesso), ed. Mysl, Mosca, 1988. Per unanalisi delle ideologie nel
periodo della perestrojka, cfr. in questo stesso volume il capitolo Il dibattito su Stato e democrazia al
crepuscolo dellUnione Sovietica; Cfr. anche A. Catone, La parabola di unidea: 1985-1990, in AA.VV.,
Crollo del comunismo sovietico e ripresa dellutopia, a cura di A. Colombo, Dedalo, Bari, 1994.

2
Il modo di produzione sovietico e la dissoluzione dellURSS

1. La natura sociale dellURSS: una lunga e travagliata querelle tra marxisti


La rivoluzione bolscevica non intendeva solo dare pace e pane al popolo russo; essa si proponeva un
obiettivo ben pi ambizioso che mai nella storia dellumanit si era posto in termini cos netti: dar vita non
solo ad un nuovo ordine politico, ma a un nuovo ordine economico e sociale, passare dal modo di produzione
capitalista a quello socialista.
Oggi, in sede di bilancio storico, quando la formazione economico-sociale sorta con lOttobre e durata
poco pi di 70 anni non esiste pi, ci si pu riproporre, relativamente lontani dalle polemiche ideologico-po litiche di un tempo, la domanda che ha tormentato generazioni di militanti e studiosi marxisti: si era formato
(o si stava almeno formando) in URSS il modo di produzione socialista?
Oppure, dietro il travestimento, la maschera, le parole che dicono socialismo e comunismo, si
nascondeva una variante dellimperituro e sempre vitale capitalismo, che, come il mitico Proteo, riesce ad
avere ragione dei suoi avversari, ad illuderli, assumendo le forme pi strane, per conservare intatto il suo
contenuto, la sua essenza, s che, come ha scritto nel 1982 C. Bettelheim: Ottobre cos allorigine di ci
che si pu chiamare la grande illusione del XX secolo(1)?
Altri hanno parlato di statalismo, di nuovo modo di produzione statale, che, consolidatosi in URSS sino a
diventare sistema tra il 1930 e il 1940, il prototipo dello Stato moderno, il fenomeno che ha aperto la via su
cui si incamminato il mondo contemporaneo (2).
ben nota la tesi di L. Trockij sulla rivoluzione tradita da una burocrazia che avrebbe spossessato del
potere il proletariato, ma che continuerebbe ad essere funzionaria di uno Stato operaio, ancorch
degenerato, e a pianificare per conto di questultimo (3).
Per B. Rizzi, invece, lURSS non poteva definirsi n capitalismo di Stato, come voleva A. Bordiga (4),
n tantomeno Stato operaio, ma si trattava di collettivismo burocratico, una sorta di sistema feudale
moderno con monopolio statale dei mezzi di produzione e della forza-lavoro irrimediabilmente votato al
dispotismo e non diverso dal fascismo e dal nazismo (5). O si trattava di una formazione economico-sociale
del tutto nuova nella storia, con sue particolarit e specificit, non classificabile in alcun modo n come
capitalismo, n come socialismo? LURSS avrebbe percorso una via non-capitalista, ma neppure socialista,
allindustrializzazione, passando attraverso il dispotismo industriale (6).
Secondo H. H. Ticktin non si trattava n di capitalismo di Stato n di Stato operaio, ma di un sistema non
vitale e intrinsecamnte instabile, in cui non funzionava n il piano n il mercato, caratterizzato da una
tendenza enorme allo spreco (7).
A. Heller, F. Fher, G. Mrkus hanno parlato di un sistema che sfocia nella dittatura sui bisogni,
caratterizzato, oltre che da una struttura di potere dispotica, da sprechi e inefficienze economiche crescenti,
funzionali per a rapporti sociali di dominio, per cui la goal-function, la funzione-obiettivo che governa le
attivit economiche dello Stato la massimizzazione del volume dei mezzi materiali a disposizione
dellapparato di potere nel complesso (8).
Gorbaev ha ripescato la formula, cara alla scuola neoliberista di Hayek e von Mises, di economia di
comando, sistema amministrativo di comando, che combinerebbe inevitabilmente dittatura economica e
dittatura politica (9)
Lelenco - anche solo delle teorie elaborate in campo marxista, per non parlare di quelle del totalitarismo
- potrebbe continuare a lungo. Una bibliografia immensa sulla questione della natura sociale dellURSS,
fatta di studi ponderosi e documentati, di pamphlet, di migliaia di saggi e articoli sparsi nelle tante piccole e

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agguerrite riviste del comunismo eretico testimonia da sola di quanto controversa sia stata (ed tuttora)
questa questione, che investiva le speranze, i progetti, la passione politica di milioni di militanti comunisti.
Questa non era - e continua a non essere - una questione, per dir cos, accademica. Questa domanda si
posta sin dai primi anni Venti ai militanti rivoluzionari e si riproposta nei momenti di svolta, di crisi o di
ascesa delle lotte del movimento operaio. La produzione teorica sulla societ sovietica strettamente
intrecciata con la storia delle lotte politiche e sociali. Lelaborazione delle teorie che hanno cercato di
definire il modo di produzione sovietico, per tutto il periodo di esistenza dellURSS, stata direttamente
parte di una lotta politico-ideologica, che vedeva, a seconda dei casi, lURSS, la sua direzione politicostatuale, come alleato principale o principale nemico della lotta del proletariato e dei popoli oppressi. Il
giudizio sulla natura sociale dellURSS stato, in questo secolo breve, la posta in gioco delle teorie e delle
pratiche rivoluzionarie. Cos stato negli anni Venti-Quaranta, nellaspro confronto del Comunismo dei
Consigli e dellOpposizione di Sinistra con la direzione staliniana; cos stato negli anni Sessanta-Settanta,
quando la Rivoluzione Culturale Cinese riproponeva la teoria del capitalismo di Stato in unUnione sovietica
divenuta per di pi socialimperialista, e quindi principale nemico dei popoli al pari, o anche pi,
dellimperialismo USA. Nessuna valutazione della realt sovietica poteva essere allora neutrale, poich ogni
valutazione implicava indicazioni tattiche e strategiche per i comunisti; nessuno avrebbe potuto seriamente
affrontare la questione della natura sociale dellURSS come si potrebbe affrontare tra studiosi lanalisi di una
formazione economico-sociale oramai definitivamente passata.
Ma di quale URSS parliamo? Nel corso della sua storia lURSS ha conosciuto numerose rotture,
discontinuit. Che cosa prendere in considerazione per il discorso che ci riguarda? Dal punto di vista dei
rapporti economico-sociali, la fine della Nep, lavvio della pianificazione quinquennale, la collettivizzazione
dallalto delle campagne rappresentano - dopo la prima fase rivoluzionaria che porta alla nazionalizzazione
quasi integrale delle imprese e della terra - una gigantesca rottura dei rapporti sociali preesistenti, una
rivoluzione industriale e una rivoluzione profonda in tutte le strutture sociali. in quel momento che si
costituiscono i meccanismi essenziali di un nuovo sistema economico e si forma il vasto esercito dei quadri
della pianificazione e dellorganizzazione economica. Il meccanismo economico costituitosi negli anni
Trenta subisce continue trasformazioni e aggiustamenti (il pi noto la riforma Kosigyn del 1965), ma non
sembra possa parlarsi di una trasformazione sostanziale paragonabile a quella che interviene dal 1991 in poi,
con le privatizzazioni e il passaggio alleconomia di mercato. Per quasi 60 anni n i rapporti giuridici di
propriet, n il ruolo del piano subiscono mutamenti sostanziali.
Sul fatto che lURSS, dal punto di vista della struttura economico-sociale, rappresenti, dagli anni Trenta
in poi, un continuum caratterizzato da invarianti fondamentali, si pronunciavano non solo le diverse versioni
sovietiche della storia del PCUS, nonch i numerosi manuali di economia politica del socialismo o di
comunismo scientifico, ma anche un buon numero di teorie critiche (10): tanto la Heller che R. Bahro,
tanto Bordiga che E. Mandel e Charlier (11), tanto Chavance (12) che Ellman (13)], A. Nove (14) o Rita Di
Leo (15), sono concordi nel non riscontrare, allinterno di questa struttura, fratture tali da far ritenere di
essere in presenza, negli anni Ottanta, di un sistema radicalmente mutato rispetto a quello formatosi negli
anni Trenta, con la propriet statale pressoch generalizzata dei mezzi di produzione, la pianificazione
centralizzata e la collettivizzazione delle campagne.
Unica eccezione di rilievo, allinterno del quadro delle teorie critiche, costituita dalle elaborazioni,
negli anni Sessanta-Settanta, dei partiti comunisti cinese e albanese. Essi vedono nel chrusciovismo e nel
processo di destalinizzazione le fasi cruciali di una controrivoluzione borghese, che restaura il
capitalismo in URSS, trasformandola in unaggressiva potenza, socialista a parole, imperialista nei fatti.
Lusurpazione della direzione del partito e dello Stato da parte di un pugno di responsabili del partito
sovietico impegnati nella via capitalista [...] lusurpazione cio del potere proletario da parte della
borghesia, attraverso il colpo di Stato controrivoluzionario della cricca rinnegata Chruev-Brenev,
avrebbe trasformato la dittatura del proletariato in dittatura della borghesia, di una borghesia monopolista
burocratica, cio una borghesia di tipo nuovo, che ha in mano la macchina dello Stato e dispone di tutte le
ricchezze della societ, e, approfittando del potere statale sotto il suo controllo, ha trasformato la propriet
socialista in propriet dei responsabili impegnati nella via capitalista, leconomia socialista in economia
capitalista e in economia del capitalismo monopolistico di Stato (16).
A fondamento di tali affermazioni vi un duplice presupposto: a) nel periodo staliniano stato realizzato
il socialismo; b) la struttura economico-sociale dellURSS nel periodo chruscioviano si modificata
radicalmente rispetto al precedente periodo, e si modificata in senso capitalistico. Non questa la sede per
esaminare nei dettagli una tale tesi, che fu fatta propria da numerose organizzazioni e movimenti marxistileninisti degli anni Sessanta-Settanta; per problematica la ricerca di una sostanziale discontinuit, di una
frattura profonda e irreversibile, che si sarebbe verificata non solo nella sfera politica e ideologica, ma nella

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struttura economico-sociale stessa, nel campo dei rapporti di produzione. Alcuni argomenti, prodotti a
sostegno di questa tesi, per dimostrare la natura borghese dellURSS poststaliniana, potrebbero
rivelarsialtrettanto adeguati allURSS del periodo staliniano. Laccusa allapparato del partito e dello Stato di
aver spossessato di fatto i produttori diretti, il proletariato sovietico, era stata gi rivolta dai gruppi
antistalinisti di sinistra nei confronti del gruppo dirigente sovietico, sin dagli anni Venti, e ripresa con
maggior vigore negli anni Trenta-Quaranta (17).
Le riforme degli anni Sessanta possono essere considerate come evoluzioni o involuzioni di un sistema
comunque gi formato. Tuttavia, lincessante succedersi di riforme amministrative, nella gestione
economica, nei meccanismi di pianificazione, soprattutto a partire dagli anni Cinquanta, rivela che il modo
di produzione sovietico non era affatto stabile, non aveva raggiunto nessuna regolarit. Il sistema, per
funzionare, sembrava aver bisogno di una costante coercizione esterna. Una formazione sociale fragile,
nonostante le apparenze.
Una parte non irrilevante della storia del marxismo novecentesco potrebbe essere scritta a partire dalle
diverse e divergenti interpretazioni che militanti e studiosi che si richiamavano al marxismo hanno prodotto,
dagli anni Venti in poi, sulla natura sociale dellURSS. Molte divergenze non riguardavano lanalisi concreta
della realt concreta sovietica, ma il modo in cui si interpretano e si adoperano le categorie marxiste (merce,
capitale, rapporti di propriet, rapporti di produzione, classe, ecc.). Le divergenze nellanalisi dei rapporti di
produzione in URSS si rivelano divergenze nella lettura di Marx. Il dibattito sullURSS tra marxisti stato
anche un dibattito tra marxismi diversi, a volte straordinariamente distanti tra loro. E forse continuer ad
esserlo. In molti casi non faceva difetto la conoscenza fattuale, storico-concreta: gli stessi dati, gli stessi fatti
venivano letti in modo profondamente diverso.
Cito a mo desempio una sola delle questioni pi controverse, quella dei rapporti mercantil-monetari
nel socialismo. La presenza della forma merce compatibile o no col socialismo quale lo intendeva Marx?
Alcuni marxisti, tra cui quellattento studioso dei Grundrisse che R. Rosdolsky, ritiene inammissibile la
compresenza di produzione mercantile e socialismo (18); in tal caso, la risposta sulla realt sovietica viene
semplificata: se c merce non c socialismo. Per altri marxisti, invece, appare fondato il discorso staliniano,
formulato schematicamente in Problemi economici del socialismo in URSS (1952), che vede la presenza
della forma merce, in quanto preesistente al modo di produzione capitalistico, compatibile con formazioni
sociali post-capitalistiche.
La lettura dellURSS stato uno dei pi difficili banchi di prova per il marxismo. Chi ripercorresse la
storia di questa querelle - storia che non pu essere mai disgiunta dal contesto delle contingenze storicopolitiche in cui tali teorie venivano prodotte - potrebbe scoprire lampiezza e lo spessore di questo dibattito
(19), molto spesso ignorato e cancellato dalla sovietologia dominante. La storia di questa querelle rivela
come siano stati setacciati parola per parola i sacri testi di Marx, Engels, Lenin, nel tentativo di trovare
conferma alle proprie tesi. Ma tale storia rivela altres che la questione rimane ancora tremendamente
complicata e che il marxismo di fronte ad essa fatica non poco.
2. Le spiegazioni del crollo
Come si sono collocate le diverse letture sulla natura sociale dellURSS di fronte al rapido crollo del
sistema sovietico?
Il tumultuoso svolgersi degli avvenimenti, i frequenti colpi di scena, lattenzione che i mass media hanno
concentrato quasi esclusivamente su personaggi che si presentavano sul davanti della scena (il duello ElcynGorbaev, ecc.) hanno fatto s che si accantonassero, nel dibattito politico-teorico, alcune questioni
fondamentali:
- Non possibile analizzare la politica gorbacioviana che va sotto il nome di perestrojka senza
interrogarsi sulla situazione in cui lURSS versava allinizio degli anni Ottanta, situazione che una parte dei
promotori della perestrojka definisce grave dal punto di vista economico e tendente alla stagnazione. Ma
lanalisi della crisi delleconomia sovietica rinvia inevitabilmente ad unindagine sul carattere della
formazione economico-sociale sovietica (la vexata quaestio sulla natura sociale dellURSS): lanalisi delle
cause della crisi delleconomia sovietica differisce notevolmente a seconda della valutazione che si d sul
modo (o i modi?) di produzione dominante in URSS.
- Se le forze politiche che hanno dato avvio alla perestrojka sono individuabili abbastanza facilmente in
una parte del PCUS, meno semplice identificare le forze sociali (classi? frazioni di classe?) che hanno
voluto le riforme radicali. Perch, con quali obiettivi?

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- Quando si parla di perestrojka occorrerebbe distinguere il progetto e la fase iniziale dai programmi
successivi (passaggio alleconomia di mercato), che, almeno prima facie, non appaiono in stretta continuit e
contiguit con i programmi iniziali. Quali processi sono intervenuti nel corso della perestrojka che ne hanno
apparentemente mutato il corso iniziale? Perch, in altri termini, nel 1989-91 risulta vincente il programma
politico che propone unaccentuata e rapida destatizzazione e privatizzazione della propriet statale e il
passaggio alleconomia di mercato? Come e perch interviene questa conversione di una parte dei dirigenti
del PCUS allideologia del libero mercato? Hanno forse alle spalle determinate forze sociali che puntano
alla privatizzazione? E, in questo caso, donde provengono? Dove, grazie a quali meccanismi, e quando, si
sono formate? Si tratta di forze sociali essenzialmente preesistenti al varo della perestrojka, oppure si sono
costituite, o rafforzate in misura rilevante, grazie alla politica economica della perestrojka?
- Che ruolo hanno giocato - e che peso hanno avuto - nei processi intervenuti in URSS nel corso degli
ultimi anni i condizionamenti esterni - economici, politici e militari - delle potenze capitalistiche dellOc cidente?
2.1. Letture apologetiche
I testi sovietici del periodo brezneviano indicavano i tratti principali delleconomia sovietica socialista
allo stadio del suo sviluppo: a) sottomissione di tutti i settori delleconomia alla moderna base tecnica; b)
trasformazione del lavoro agricolo in un aspetto del lavoro industriale; c) adeguamento elastico e flessibile
del lavoro in tutte le istituzioni al modo di lavoro della grande industria meccanica; d) soddisfacimento a un
livello pi alto, rispetto a quello del capitalismo, sia dei bisogni spirituali e culturali, che di quelli materiali
ragionevolmente intesi, delle masse e di ogni singolo individuo (20). LURSS, libera ormai da classi
sfruttatrici, era esempio della pi giusta organizzazione della vita sociale negli interessi dei lavoratori,
societ del reale umanesimo, del lavoro libero, dellautentica democrazia, delleffettiva libert della persona,
della scienza e cultura pi avanzate, societ dellottimismo sociale (21). Lo Stato interviene come
organizzazione politica di tutto il popolo, la democrazia garantita non solo per la maggioranza, ma per tutti
i membri della societ, che composta da lavoratori (22). I testi del periodo brezneviano insistono sul ruolo
preminente della propriet statale come base economica del socialismo, che fa corrispondere il carattere dei
rapporti economici al carattere del processo stesso della produzione, che ha ormai da tempo collegato
saldamente tutte le imprese e settori delleconomia in un unico insieme sociale (23). La pianificazione
economica socialista si basa sulla grande produzione meccanica in tutti i rami delleconomia e si
contrappone allanarchia capitalistica. Nel socialismo si conservano la produzione mercantile e i rapporti
mercantil-monetari, si impiega la legge del valore, il calcolo economico, il denaro e la circolazione delle
merci, nellambito, per, della direzione pianificata dello sviluppo economico (24).
La teoria del socialismo sviluppato, o socialismo maturo rivelava, gi ai tempi della sua
formulazione, tutta la distanza che separava la rappresentazione ufficiale dalla realt di un paese che non
riusciva a risolvere i problemi economici di un sistema sempre pi inefficiente, alieno dallinnovazione nelle
tecnologie e nellorganizzazione del lavoro, con una struttura industriale obsolescente e una struttura del
commercio estero orientata allesportazione di materie prime (petrolio, gas) e allimportazione di prodotti
finiti. Tale rappresentazione ufficiale, secondo la quale il crescente divario tra i piani e la loro realizzazione si
riduceva a nedostatki (difetti, imperfezioni), oltre che accrescere sempre pi la distanza tra dirigenti e diretti,
ostacolava la comprensione e lanalisi della societ sovietica nelle sue strutture pi profonde. Essa ha svolto
un ruolo fondamentalmente negativo.
Non un caso che oggi diversi rappresentanti russi delle ricostituite formazioni comuniste la definiscano
errata e sostengano che lURSS degli anni Ottanta era ancora un obestvo mnogoukladnoe (una societ con
diversi regimi economico-sociali) (25). Nelle tesi del Consiglio centrale della societ Studiosi russi di
orientamento socialista pubblicate in occasione dell80 dellOttobre si dichiara che il pi grande errore
teorico e politico nel corso di molti anni stata lirrealistica esagerazione della maturit della nuova
struttura sociale [...] A nostro parere sarebbe stato pi attendibile e politicamente pi preciso sostenere che,
dal punto di vista dei presupposti economici e sociali profondi, nonostante tutte le sue conquiste, lUnione
Sovietica fino alla sua distruzione nel 1991, non aveva superato i limiti storici di un socialismo primitivo,
non aveva finito di risolvere i compiti del periodo di transizione (26).
2.2. Letture critiche

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Qui la gamma di posizioni, come si visto sopra nella schematicissima rassegna, abbastanza estesa. Si
pu per stabilire una discriminante importante tra teorie del capitalismo in URSS (capitalismo di Stato,
capitalismo di partito, capitalismo monopolistico di stato) e teorie che, negando carattere compiutamente
socialista allURSS, la considerano per non capitalista, ma formazione economico-sociale di transizione, di
transizione bloccata. Il dibattito tra queste teorie critiche stato molto aspro, con reciproche accuse di
ignoranza dellABC del marxismo.
La questione, per, prima ancora che sullanalisi della struttura economico-sociale sovietica verteva (ma
non sempre i protagonisti di tale dibattito lo hanno esplicitato) sul concetto stesso di capitale, di modo di
produzione capitalistico.
Per gli uni, esso non avrebbe mai potuto fare a meno della forma della propriet privata capitalistica (che
- val la pena precisare - cosa ben diversa dalla propriet privata individuale), della concorrenza
(antagonismo) tra capitali, nonch del mercato. Secondo Trockij, il concetto di capitalismo di Stato non
avrebbe mai potuto tradursi nella realt storica del capitalismo: Dinanzi a nuovi fenomeni gli uomini
cercano spesso rifugio nelle vecchie parole. Si tentato di decifrare lenigma sovietico con laiuto del
termine capitalismo di Stato, che ha il vantaggio di non avere per nessuno un significato preciso. [...] Sul
piano della teoria si pu immaginare una situazione in cui la borghesia intera si costituisca in societ per
azioni per amministrare con i mezzi dello Stato tutta leconomia nazionale. Il meccanismo economico di un
regime di questo genere non rappresenterebbe alcun mistero. Il capitalista, noto, non riceve, sotto forma di
benefici, il plusvalore prodotto dai suoi operai, ma una frazione del plusvalore del paese intero,
proporzionalmente alla sua parte di capitale. In un capitalismo di Stato integrale la legge della
distribuzione eguale dei benefici si applicherebbe direttamente senza concorrenza di capitali, con una
semplice operazione contabile. Non si ebbe mai un regime del genere e non ci sar mai a causa delle
profonde contraddizioni che dividono i possidenti tra di loro e tanto pi che lo Stato, rappresentante unico
della propriet capitalista, costituirebbe per la rivoluzione sociale un obiettivo veramente troppo tentatore
(27).
Nelle teorie del capitalismo di Stato in URSS, invece, la questione della propriet giuridica dei mezzi di
produzione in gran parte inessenziale: occorre esaminare il reale contenuto sociale capitalistico dei rapporti
di produzione in URSS. Il capitalismo monopolistico di Stato in URSS , in alcune teorizzazioni, una forma
superiore, nella scala storica dello sviluppo capitalistico, rispetto a quella del capitalismo concorrenziale e
del capitalismo monopolistico conosciute in Occidente. Scrive ad esempio Liliana Grilli, in un saggio
dedicato a Bordiga: Il capitalismo di Stato per Bordiga non segna affatto [...] il tramonto storico del
capitalismo, che se avesse potuto restare vitale e produttivo non sarebbe giunto a questa fase [... ma] segna
la realizzazione massima del dominio capitalistico, che laccumulazione di capitale e non il consumo dei
singoli capitalisti e comporta, come vedremo, la presa di possesso dello stesso Stato da parte del capitale
(28). Per quanto riguarda, poi, la classe, pu benissimo darsi classe borghese - o, meglio, agenti del capitale senza persone fisiche proprietarie dei mezzi di produzione; il capitalismo nella sua fase pi evoluta viene
concepito come un processo sempre pi anonimo che tende a sopprimere qualsiasi rapporto personale, quindi
anche di propriet e di volont (29).
3. La teoria del capitalismo di Stato di fronte alla stagnazione delleconomia sovietica
La crisi dellUrss, scrive nel 91 Giussani, solo un aspetto della generale fase di stagnazione
delleconomia mondiale iniziata negli anni Settanta. Ma, indipendentemente dallazione esercitata dal
commercio e dalla finanza internazionali (peggioramento delle ragioni di scambio con lOccidente),
leconomia sovietica sarebbe prima o poi entrata in un vicolo cieco in forza della sola sua dinamica interna.
Infatti, il capitalismo di Stato ha minori possibilit di reazioni alle crisi, minori capacit di innescare
controtendenze, che non il capitalismo privato (30). La specificit del capitalismo di Stato consiste nel fatto
che esso pu emanciparsi dai limiti che nel capitalismo privato sono posti agli investimenti dalla necessit
di conseguire un maggiore saggio di profitto o una maggiore massa di profitti, e anche dalla necessit di
sottostare ad un saggio di interesse che pu tranquillamente superare il saggio corrente di profitto. Ma
proprio per questa ragione che se riesce ad evitare crisi cicliche, il capitalismo di Stato ce la fa solo al prezzo
di accrescere molto pi velocemente il rapporto capitale-prodotto e la composizione organica media. La
causa fondamentale del declino economico sovietico viene cos individuata nella tendenza, molto pi rapida
che non in Occidente, allaumento della composizione organica del capitale con conseguente caduta
incontrastata del saggio di profitto. Sicch si ha una tendenza progressiva alla paralisi della crescita della
produzione e dellaccumulazione (31).

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Mentre del tutto condivisibile losservazione secondo la quale i meccanismi del mercato capitalistico
mondiale hanno influito in una certa misura sul calo dei tassi di sviluppo sovietici, ci che appare
problematico in questa spiegazione il ricorso alla categoria marxiana di composizione organica del
capitale. Marx, com noto, introduce questo concetto dopo aver delimitato correttamente, contro le
imprecisioni delleconomia classica, le nozioni di capitale costante e di capitale variabile. Egli definisce
composizione tecnica del capitale il rapporto di natura tecnologica tra massa dei mezzi di produzione e
quantit di forza-lavoro necessaria per la loro messa in opera. Ma il capitale tale solo se si esprime in
termini di valore. La composizione di valore del capitale la proporzione in cui il capitale si suddivide in
capitale costante, ossia valore dei mezzi di produzione e in capitale variabile, ossia valore della forza-lavoro,
somma complessiva dei salari (32). Si chiama composizione organica del capitale la sua composizione di
valore in quanto essa viene determinata dalla composizione tecnica del capitale e costituisce un riflesso di
questultima (33). Possono darsi variazioni di valore (ad es. se i mezzi di produzione vengono prodotti a un
costo minore, o divengono obsoleti) senza che venga alterata la composizione tecnica. Lo sviluppo delle
condizioni tecnologico-produttive, il peso crescente che assume il macchinario nel modo di produzione
capitalistico, determina la tendenza allaumento della composizione tecnica del capitale. Su questa base
tecnica si determina anche la tendenza allaumento della composizione organica del capitale, che non
coincide per con laumento della composizione tecnica: lo sviluppo tecnologico, laumento della
produttivit del lavoro determina infatti una caduta di valore dei mezzi di produzione prodotti, sicch
laumento di mezzi di produzione e di materie prime si rivela assai pi consistente sul piano materiale,
assoluto, di quanto non sia laumento del capitale costante in rapporto al capitale variabile. La tendenza
allaumento della composizione organica del capitale , in ultima analisi, frutto della concorrenza
intercapitalistica e dellantagonismo capitale-lavoro salariato. Il capitale spinto allintro duzione di
macchine labour saving quando cresce la conflittualit operaia, quando i lavoratori riescono a strappare
aumenti salariali: laumento dellesercito di riserva determinato dallintroduzione di nuove mac chine serve a
reintrodurre il dominio del capitale sulla forza-lavoro. In caso di salari molto bassi, al di sotto del valore
della forza-lavoro, il capitale non interessato allintroduzione di nuove macchine, e la composizione
organica non cresce.
Lapplicazione di questa categoria alleconomia sovietica si imbatte immediatamente in una difficolt: le
statistiche sovietiche non tengono conto dellobsolescenza tecnologica dei mezzi di produzione (che
determina una caduta di valore), n della normale caduta di valore dei nuovi mezzi di produzione prodotti,
determinata dallaccresciuta produttivit del lavoro e che svalorizza anche i mezzi di produzione gi in uso.
Se si pu constatare e certificare un aumento assoluto della massa dei mezzi di produzione e delle materie
prime, non altrettanto si pu fare per la composizione organica, rapporto che si esprime in termini di valore.
Da un confronto tra le economie occidentali e le economie di tipo sovietico risultano con sufficiente
evidenza le seguenti differenze:
- Presenza massiccia e incomparabilmente superiore rispetto a quanto vi in Occidente di macchinari
invecchiati e obsoleti.
- Un numero di addetti in relazione alle macchine (anche di quelle importate chiavi in mano dalla
FIAT, come la fabbrica di citt Togliatti) ben superiore a quello presente in Occidente: la produttivit del
lavoro (che in rapporto con la composizione tecnica del capitale, base materiale della composizione
organica) circa la met di quella statunitense.
- Assenza (o quasi) di disoccupazione ed esercito industriale di riserva (non si pu far rientrare in questa
categoria la forza-lavoro salariata sovrabbondante nelle imprese).
- Laumento della composizione tecnica del capitale procede nelle economie capitalistiche (rivoluzione
informatica e microelettronica, automazione e robotizzazione) molto pi rapidamente e intensamente che non
in URSS. Ci che in URSS aumentato pi rapidamente negli ultimi 20 anni non tanto la composizione
organica del capitale, quanto una massa di mezzi di produzione sempre meno efficienti e produttivi.
aumentato il rapporto tra massa di risorse impiegate e massa di prodotto ottenuto (ci evidentissimo
nellindustria estrattiva). un dato generalmente riconosciuto che leconomia sovietica si sia sviluppata
piuttosto in modo estensivo che intensivo. Il progressivo esaurirsi delle risorse - ivi compresa la forza-lavoro
- costituiva una delle principali fonti di preoccupazione dei dirigenti sovietici. Ma uno sviluppo economico
di tipo estensivo implica eo ipso una minore crescita della composizione organica del capitale rispetto alle
economie occidentali a sviluppo intensivo.
Non bisognerebbe, insomma, confondere due fenomeni diversi. Da un lato, la tendenza allaumento della
composizione organica del capitale che si verifica nel modo di produzione capitalistico classico e che
deriva dalla spinta dei singoli capitali - pungolati dalla concorrenza - alla ricerca del massimo profitto. Si
fanno innovazioni tecnologiche, si investe in nuove macchine che accrescano la produttivit del lavoro

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riducendo il numero dei salariati: questa una tendenza immanente alla produzione capitalistica, individuata
e analizzata da Marx e ben visibile oggi, ogni giorno, ogni ora, nella nuova rivoluzione industriale che
stiamo vivendo. Dallaltro, laumento di una massa crescente di spese dovute a sprechi, strozzature nella
produzione, manutenzione e riparazione di macchinari invecchiati e non rinnovati, impiego di forza-lavoro
eccedente, bassi ritmi di produzione, immobilizzazione per lungo tempo di risorse non utilizzate e che spesso
deperiscono, uso parziale e limitato degli impianti, come accade nel sistema sovietico. Mentre nel primo caso
abbiamo un aumento della produttivit del lavoro, nel secondo no. In URSS diminuisce la resa dei fondi
investiti per unit di prodotto. Come attestano tutte le statistiche sovietiche e denunciano gli economisti della
perestrojka: per ogni rublo investito si ha un profitto sempre pi basso. Ma questa caduta del saggio di
profitto determinata da cause diverse da quelle derivanti dallaumento della composizione organica del
capitale.
Se poi prendiamo come riferimento i prezzi dei mezzi di produzione sul mercato capitalistico mondiale
potremmo concludere che si verificato nelle economie di tipo sovietico il fenomeno opposto: una
diminuzione della composizione organica del capitale, come dimostra la vicenda degli impianti della ex
RDT: il fatto che si vendano quasi a prezzo zero dovuto certo alla rapina e speculazione dei fratelli
dellOvest vincitori, ma anche rivelatore dello scarso valore di quei capitali-mezzi di produzione (il valore,
com noto, non eterno e immobile, ma dipende direttamente dalla quantit di tempo di lavoro
storicamente e socialmente determinato necessario alla produzione della merce). In questa mancata
sostituzione e innovazione del macchinario non vi alcuna logica capitalistica (anche se non ve n nessuna
socialista!). Ed questo che andrebbe spiegato per penetrare lenigma delle economie di tipo sovietico.
3.1. Centralizzazione del capitale e concorrenza
Nel medesimo volumetto dedicato allanalisi della crisi economica sovietica, Peregalli sottolinea con
insistenza il ruolo negativo svolto dalla centralizzazione del capitale in URSS. La centralizzazione forzata
del capitale sociale, dei mezzi finanziari e produttivi, nelle mani dello Stato, si realizza in URSS alla fine
degli anni Venti. Lintroduzione dei piani quinquennali [...] non ha rappresentato che la centralizzazione del
capitale precedentemente esistente e questa ha dato il via ad una successiva concentrazione (34). Questa
centralizzazione in una sola mano della maggior parte del capitale sociale, che costituisce la particolarit del
capitalismo sovietico, avrebbe permesso il proseguimento dellaccumulazione nonostante la caduta del
saggio di profitto che non permetteva una valorizzazione adeguata del capitale anticipato. Il che ha evitato
per un certo periodo una crisi profonda e verticale, ma a costo di un aumento sempre minore del capitale
accumulato, di una stagnazione prolungata (35). Laccentramento, la pratica accentratrice (termini che
Peregalli impiega come sinonimi di centralizzazione del capitale), necessari nel periodo di accumulazione
forzata staliniana, ma entrati in contraddizione con la maturazione capitalistica dellURSS, che comincia a
competere con i capitalismi occidentali, spegneva il fuoco vivificatore della produzione, facendola cadere
in letargo, e facendo crescere a dismisura i fenomeni di parassitismo (36). Per questa ragione i riformatori,
dagli economisti della seconda met degli anni Cinquanta a Gorbaev, punterebbero sul decentramento
economico, termine col quale Peregalli sembra intendere la costituzione di capitali indipendenti e separati.
Nel modello proposto da Giussani e Peregalli non chiaro se nella fase staliniana il capitale sovietico
sia stato - con leccezione di piccole attivit private, di appalti nelle costruzioni e del settore colcosiano centralizzato (e dunque unificato in quanto capitale) nelle mani dello Stato e abbia in seguito, coi tentativi di
riforma (in particolare quella Kosygin del 1965), teso a decentrarsi, a costituirsi cio in capitali separati,
autonomi e in concorrenza tra loro. Non molto chiaro neppure se questa fosse una tendenza non ancora
realizzata per insormontabili ostacoli posti sul suo cammino, o se tale costituzione fosse gi in atto. Da
quanto scrive Peregalli, nel periodo staliniano - ma anche sostanzialmente in seguito, fino alla perestrojka - il
capitale era prevalentemente centralizzato in una sola mano.
Ci implicherebbe per una sostanziale assenza di concorrenza intercapitalistica allinterno dellURSS:
la concorrenza si sarebbe spostata sul piano dei rapporti internazionali, tra capitale sovietico nel complesso,
agente come unico capitale, e capitali occidentali. Da alcuni passi sembrerebbe questa la tesi di Peregalli.
Tuttavia, pur mantenendo ferma la tesi della centralizzazione del capitale, Giussani e Peregalli
sostengono che in URSS interveniva una specifica forma di concorrenza intercapitalistica. Secondo Giussani,
le singole imprese [...] pervengono alla definizione del proprio piano annuale [...] attraverso una vera e
propria tenzone con i rispettivi ministeri. Invece di preoccuparsi di vendere le proprie merci al miglior
prezzo e di ottenere crediti alle condizioni pi vantaggiose, i direttori delle imprese sovietiche sono
sottoposti alla necessit di ricercare continuamente nuovi metodi per trattenere nellimpresa la maggiore

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quantit possibile di valore realizzato (37). Peregalli scrive che la concorrenza tra i capitali, come era
avvenuta fino a quel momento, aveva causato una relativa debolezza nella specializzazione, la quale
rappresentava un ostacolo allincremento della produttivit. I gruppi produttivi, in concorrenza tra loro
avevano dispiegato vere e proprie strategie conglomerate, cercando di diversificare la produzione oltre il
settore economico specifico. Per fare solo alcuni esempi, una ventina di ministeri si suddividevano la
produzione di certe macchine utensili, forge e presse; 18 ministeri fabbricavano le medesime attrezzature
destinate allindustria alimentare; il ministero titolare della produzione di lavatrici ne produceva solo il 40%,
la produzione di frigoriferi era ripartita fra 11 ministeri. Questa situazione ha frenato la specializzazione nel
settore industriale disperdendo la produzione di una serie di beni in innumerevoli unit produttive. Si sentiva
di conseguenza la necessit di porre la concorrenza tra i diversi capitali su nuove basi, di svilupparla a
livello delle singole aziende e non lasciarla, dovera confinata fino allora, tra i singoli settori economici
(38). In unaltra pubblicazione, Peregalli, polemizzando con Antonio Carlo (39) - secondo cui in URSS,
poich esiste un unico capitale, quello di Stato, non vi capitalismo, che inconcepibile senza lesistenza di
pi capitali in concorrenza tra loro - scrive che, anche astraendo dallesistenza del settore privato, la
produzione una produzione per azienda, ognuna delle quali ha un suo proprio capitale. Anche se
formalmente questo capitale inserito allinterno del piano, in realt esso ha una sua accumulazione ed un
suo proprio movimento (40).
Si pu anche mantenere lipotesi di un capitalismo di Stato costituito - con leccezione di qualche settore
comunque nel complesso marginale - da un unico capitale, e spostare la concorrenza solo nellambito dei
rapporti internazionali. E, nonostante le puntualizzazioni sulla specificit della concorrenza in URSS, sembra
essere questa la linea principale seguita da Giussani e Peregalli. Ma, se si mantiene questa ipotesi, bisogna
anche, conseguentemente, rappresentarsi un modello specifico di capitalismo le cui leggi di movimento
possano fare a meno della concorrenza. E, senza concorrenza, non si comprende, tra laltro, donde derivi
quella spinta allaumento della composizione organica del capitale che costituisce uno degli assi portanti
della spiegazione della stagnazione sovietica prodotta da Giussani e Peregalli.
Sulla questione se sia concepibile o meno un capitalismo senza concorrenza pu essere utile qui
richiamare il dibattito svoltosi negli anni Ottanta tra Sweezy e Bettelheim sullesistenza o meno in URSS di
molteplici capitali. In linea di principio entrambi sono daccordo nel definire la concorrenza un elemento
imprescindibile nella determinazione delle leggi di movimento del sistema capitalistico. Il capitale - scrive
Sweezy - esiste non come unica entit, che sta di fronte a una classe operaia senza propriet, ma come i molti
capitali, separatamente organizzati e agenti indipendentemente luno dallaltro. Tutte le leggi del
capitalismo che sono state il tema fondamentale delleconomia politica, sia classica che marxiana che
neoclassica, sono dipese e dipendono in modo determinante dallesistenza del capitale sociale nella forma dei
molti capitali privati (41). Le leggi del capitalismo operano per mezzo di un meccanismo in cui molti
capitali interagiscono. Non cos nei sistemi di tipo sovietico (42). Qui non esistono capitali individuali,
separati e contrapposti, protesi allaccumulazione, come legge coercitiva esterna della concorrenza (43), non
si manifestano, quindi, le leggi fondamentali inerenti alla produzione capitalistica. Perci Sweezy sostiene
che definire capitalistiche le societ postrivoluzionarie del nostro tempo significa inevitabilmente
introdurre nella analisi preconcetti, aspettative e pregiudizi che [...] possono essere fonte di molta
confusione. Nel capitalismo i capitali separati lottano per appropriarsi la frazione pi ampia possibile di
plusvalore. Ma non si pu equiparare questo processo agli sforzi delle imprese sovietiche per ottenere
maggiori crediti e assegnazioni di mezzi di produzione dalle istituzioni (Gosbank e commissione per la
pianificazione): le direzioni delle imprese sovietiche non sono unit indipendenti, in lotta per sopravvivere e
farsi strada nella giungla del mercato capitalistico. Esse sono delegate entro una struttura politicoburocratica, il che qualcosa di totalmente diverso. Se si vuole fare un paragone valido con il capitalismo,
dovrebbe essere tra i dirigenti sovietici e i dirigenti di unit subordinate delle SpA giganti come la Exxon e la
General Motors (44). Non vanno confuse insomma unit di produzione e unit di capitale: la tendenza del
capitale alla centralizzazione si sempre accompagnata a controtendenze quali il dissolversi di unit di
capitale esistenti e il continuo costituirsi di nuove.
Per Bettelheim, daltra parte, la nozione di concorrenza non si pu superficialmente ridurre ad assenza di
monopolio, di regolamentazione, di intervento dello Stato, ecc. Alle definizioni in negativo va sostituita una
definizione in positivo della concorrenza come rapporto conflittuale tra i differenti frammenti del capitale
sociale. Tale rapporto conflittuale inerente allesistenza stessa del capitale sociale, che si presenta sempre
nella forma di capitali separati (45). Vi un tipo specifico di frammentazione del capitale sociale in URSS:
esso si presenta sotto lapparenza dellunit (imposta principalmente dalla forma giuridica della propriet
statale e dalla pianificazione), mentre in realt diviso in una molteplicit di unit economiche aventi
unindipendenza relativa che cresce sotto le sembianze della propriet statale (o collettiva), malgrado che i

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gestori delle unit economiche siano designati dallautorit politica e sinseriscano in una struttura politicoburocratica, la cui matrice lapparato di partito. Le unit economiche che operano in URSS non formano
un unico trust statale, come voleva Bucharin, o i reparti di una stessa impresa. Si ha un frazionamento del
capitale sociale in unit economiche che godono di relativa indipendenza, e ci fa s che i prodotti siano
merci. Per questo, malgrado gli ordini amministrativi che ricevono, i rapporti tra tali unit economiche
rivestono la forma di rapporti mercantil-monetari e il sovraprodotto assume la forma del profitto. Questi
rapporti sociali fanno delle unit economiche delle entit distinte che formano un capitale sociale
frammentato. La frammentazione del capitale sociale non voluta dalla classe dominante, ma le viene
imposta: essa dipende dallestrema complessit che assume, nelleconomia contemporanea, il processo di
riproduzione del capitale. Questultimo esige che leconomia sovietica fornisca pi di 12 milioni di prodotti
diversi, sicch le 48.000 posizioni del piano non rappresentano che degli aggregati comprendenti ciascuno, in
media, 250 prodotti che sono essi stessi qualitativamente differenziati. Nessun piano unico pu gestire
dettagliatamente una produzione cos altamente socializzata (46). In URSS le diverse imprese sono in
costante conflitto per ottenere i mezzi necessari alla prosecuzione e espansione dei processi di produzione
che si svolgono al loro interno. La lotta tra i differenti frammenti del capitale sociale, che essenzialmente
una lotta per lappropriazione e laccumulazione della frazione pi ampia possibile di plusvalore,
nelleconomia sovietica si manifesta attraverso una forma specifica: in particolare attraverso le richieste di
crediti di investimento e di attribuzione di mezzi di produzione che provengono incessantemente dalle varie
imprese e trusts sovietici. Laccumularsi di queste richieste sconvolge costantemente i piani e contribuisce a
inflazionare i loro obiettivi. Il piano polacco degli anni Settanta era il risultato, ad esempio, come afferma
Bobrowski, di una lotta permanente delle diverse lobbies per ottenere crediti, senza alcuna considerazione
per la coesione di insieme (47). Le lotte tra i frammenti del capitale sociale si manifestano nel corso
dellelaborazione dei piani economici, quando le diverse unit di produzione si adoperano per ottenere un
fondo di accumulazione pi elevato possibile. Queste lotte si svolgono anche tra i ministeri di settore. La
complessit delleconomia conduce alla autonomizzazione delle imprese e genera la concorrenza
monopolistica o corporativa (48). Il piano economico insomma uno dei luoghi in cui si organizza una
forma specifica di concorrenza. Esso non affatto lo strumento per mezzo del quale lo Stato imporrebbe le
sue decisioni a uneconomia che ha cessato di funzionare in modo autonomo: esso formato da un insieme
di cifre che sono cos di frequente modificate sotto molteplici pressioni che nessuno sa mai veramente dove
si trovino i suoi diversi obiettivi. [...] Il piano, come forma di concorrenza e come forma di regolazione
non consente affatto allo Stato di dirigere leconomia, n di ottenere i risultati desiderati, anche nei settori
considerati prioritari (49).
Bettelheim, come si visto, non espunge come secondaria o inessenziale la categoria di concorrenza dal
modo di produzione capitalistico. Cerca di conseguenza una specifica forma di concorrenza per il
capitalismo sovietico. Al discorso di Bettelheim sembrano rifarsi direttamente Giussani e Peregalli quando
elencano la specificit della concorrenza in URSS (anche se nelleconomia del loro discorso sul capitalismo
in URSS la categoria di concorrenza non assume un ruolo essenziale e imprescindibile).
Lantagonismo tra capitali (il capitale come autorepulsione) costituisce uno degli elementi fondamentali
e ineludibili del modo di produzione capitalistico, che ne determina le leggi di movimento. Tant che
Bettelheim non contesta questo elemento teorico, ma sostiene che la concorrenza interviene in URSS in una
forma specifica, che quella della lotta tra ministeri e imprese al momento dellelaborazione dei piani per il
massimo accaparramento di risorse disponibili. Ma proprio nel ricorso alla categoria di concorrenza che
queste teorie del capitalismo di Stato sembrano dimenticare una lezione fondamentale di Marx, da Miseria
della filosofia al Capitale passando attraverso lIntroduzione del 1857: quella dellesistenza di una
differentia specifica che iscrive forme apparentemente eguali in rapporti sociali diversi. La categoria di
concorrenza capitalistica - come tratto distintivo e caratterizzante il modo di produzione capitalistico - non si
riferisce n a un generico individualismo, n ad un astratto spirito di competizione, n ad una qualsiasi lotta o
tenzone per la spartizione di ricchezza sociale o plusprodotto in generale: questultima stata presente in
tutte (o quasi) le societ storicamente conosciute. Perch invece vi sia concorrenza capitalistica (al pari di
altre categorie, quali merce prodotta capitalisticamente, rapporto specificamente capitalistico di dominiosubordinazione nei processi di lavoro), occorrono una serie di condizioni: imprescindibile lesistenza di un
mercato e di merci prodotte capitalisticamente che su di esso si confrontino al fine di potersi realizzare
massimizzando il profitto dei capitali investiti nella loro produzione. grazie alla concorrenza che nellanalisi di Marx - capitali a diversa composizione organica (e a differenti saggi di profitto) riescono a
livellare i loro profitti intorno a un saggio medio.
Che i ministeri e le singole imprese delle economie di tipo sovietico cercassero di accaparrarsi la
massima quantit di risorse e fondi di investimento nel corso dellelaborazione del piano, caratterizzato da

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questa snervante tenzone e competizione, che vi fosse rivalit tra i ministeri, un dato accertato. Ma non si
pu adottare a proposito di tale conflittualit spartitoria tra le imprese la categoria di concorrenza
capitalistica (in una forma specifica); manca qui un aspetto essenziale, il confronto sul mercato. La lotta tra
cavalieri feudali per dividersi la terra conquistata, o tra banditi per spartirsi il bottino, non rientra nella
categoria di concorrenza capitalistica (sebbene il capitalista possa far ricorso a metodi banditeschi). Il modo
di produzione capitalistico caratterizzato da categorie specifiche, determinate, categorie che, presenti in
forma embrionale in altri modi di produzione, ricevono dal capitale un marchio ben preciso. Le merci o i
mezzi di produzione divengono capitale solo a determinate condizioni, la centralizzazione dei mezzi di
produzione solo a determinate condizioni, in determinati rapporti sociali, diviene centralizzazione di capitale.
Come notava giustamente Sweezy, unit di produzione e unit di capitale non sono la stessa cosa (50).
Quella specifica forma della concorrenza in URSS che Bettelheim indica come lotta per la spartizione
dei fondi da investire non la concorrenza specificamente capitalistica, che interviene essenzialmente sul
mercato. Essa agiva in senso opposto alla concorrenza capitalistica: non dava luogo al fuoco vivificatore
della produzione, ma, al contrario, alla non innovazione e allo spreco di risorse. Quel tipo di concorrenza
era una delle cause della prosecuzione ingiustificata del modello estensivo: ogni ministero chiedeva fondi per
costruire nuovi impianti, col trucco di aumentare poi il costo dei lavori; i fondi dovevano servire per per
procurare risorse aggiuntive alle imprese gi in attivit.
Unultima osservazione, infine, sul discorso di Bettelheim: far dipendere la separazione e
frammentazione di capitali dalla complessit della produzione contemporanea, significa ritornare
allobiezione pregiudiziale di von Mises sullimpossibilit di realizzare uneconomia pianificata sulla base
della propriet sociale.
La teoria del capitalismo di Stato in URSS ha avuto storicamente il merito, soprattutto con Bordiga,
ingiustamente relegato ai margini del dibattito teorico-politico, di porre la questione - quando vigeva ancora
il mito di unURSS socialista, pianificata e che si sviluppava a ritmi molto pi alti di quelli dellOccidente di una possibile tendenza al declino delleconomia sovietica. Ancora nel 71, ad esempio, Charlier e Mandel
polemizzavano contro le tesi maoiste sulla diminuzione delle percentuali di aumento della produzione e
sostenevano che lURSS e gli altri Stati operai sono attualmente sempre in testa dal punto di vista dello
sviluppo delle forze produttive e non conoscono neppure i fenomeni ciclici propri dei paesi capitalistici
(51). La teoria del capitalismo di Stato ha svolto storicamente la funzione di spingere ad approfondire
categorie marxiste e a studiare, al di l di ogni mitologia del socialismo realizzato, i processi economici
reali che in URSS intervenivano.
Essa per - mantenenedo il pregiudizio di unURSS necessariamente capitalista - si rivela inadeguata alla
comprensione dei processi economici reali che intervengono in URSS. Le differenze tra quei processi, tra i
meccanismi che regolavano la riproduzione, e le economie capitalistiche storicamente conosciute
(indipendentemente da alcune specificit nazionali, francese, americana o giapponese), oggi vincenti sul
mercato mondiale, sono talmente profonde, da indurre la maggior parte dei teorici del capitalismo di Stato in
URSS (Bettelheim, Chavance, Giussani) a sottolineare e demarcare profondamente la specificit del
capitalismo sovietico rispetto ai capitalismi classici, o a modificare (e mutilare) in profondit il concetto
marxiano di capitale. Tale specificit va ben oltre la differenza che passa tra il capitalismo della fase
concorrenziale e quello della fase monopolistica (oltretutto, il monopolio non abolisce a livello generale la
concorrenza), e si colloca, in definitiva, su un altro piano. Quando Giussani descrive i meccanismi economici
vigenti in URSS mette in rilievo tali e tante differenze rispetto al capitalismo classico, che il sistema che
descrive potrebbe benissimo essere chiamato non-socialista senza essere necessariamente capitalistico.
Contro precedenti teorie del capitalismo di Stato che applicavano meccanicamente e dogmaticamente gli
schemi del capitalismo classico alleconomia sovietica, cercando di individuare in essa le crisi cicliche
tipiche del capitalismo occidentale, Giussani afferma correttamente che non vi sono crisi cicliche
paragonabili a quelle dellOvest (52). Si pu, infine, qualificare come capitalistico un sistema economico
caratterizzato, come scrive a ragione lo stesso Giussani, dalla pi sfrenata corsa di tutti quanti [ministeri,
direttori di impresa] allaccaparramento di beni di investimento (forza-lavoro compresa) per produrre il
meno possibile (53)? Un sistema, insomma, caratterizzato non dallo scopo capitalistico della
massimizzazione del profitto, ma da quello della minimizzazione della produzione.
4. Le teorie della societ di transizione burocratizzata
Fino agli anni Settanta teorici ed economisti di ispirazione trockista come E. Mandel sostenevano che
leconomia sovietica si caratterizzava per un modo di produzione superiore basato sulla propriet collettiva

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dei mezzi di produzione e sulleconomia pianificata, un modo di produzione non capitalista di tipo
particolare, del quale vanno analizzate le contraddizioni, i conflitti e le crisi di tipo particolare,
completamente diverse da quelle della societ borghese, un modo di produzione qualitativamente diverso
dal capitalismo, uneconomia non caratterizzata dallesigenza di massimizzare laccumulazione (54). Tale
modo di produzione consentiva allURSS e agli altri Stati operai di essere sempre in testa dal punto di
vista dello sviluppo delle forze produttive, evitando le crisi cicliche proprie del capitalismo (55). Nonostante
il I congresso della IV Internazionale nel secondo dopoguerra avesse sostenuto che la burocrazia costituiva
un freno assoluto alla crescita economica, il sistema economico sovietico era considerato superiore rispetto a
quello capitalistico. Il rallentamento dello sviluppo verr percepito solo molto pi tardi. Il problema
principale delleconomia sovietica viene attribuito alla presenza di unonnipresente burocrazia, che si
caratterizza per una forte tendenza al consumismo, per i suoi desideri consumistici (56).
Mandel nel 1988 individua le ragioni della tendenza alla stagnazione delleconomia sovietica
essenzialmente nel carattere parassitario della burocrazia. Essa non ha interesse, dopo il 1950, alla crescita
della produzione: Finch cera una penuria assoluta di beni di consumo - grosso modo dal 1929 al 1950 - la
necessit di soddisfare i propri bisogni immediati spingeva i burocrati a sforzare i lavoratori a raddoppiare o
triplicare gli sforzi. Una volta soddisfatti tali bisogni, la burocrazia sovietica si trovata confrontata al
problema che ha caratterizzato tutte le societ precapitalistiche. Classi o strati dominanti i cui privilegi si
riducono in sostanza a vantaggi nei consumi privati, non hanno alcun interesse oggettivo a lungo termine a
una crescita costante della produzione. Questa ragione spiega perch la crescita della produzione e dei
consumi di lusso va di pari passo con lo spreco, il lusso insensato, la decadenza individuale (alcoolismo,
droghe, stupefacenti). Mandel paragona la burocrazia sovietica al patriziato nel tardo impero romano o alla
nobilt francese nel XVIII secolo. Gli strati superiori della burocrazia sovietica non si comportano
diversamente dai rentiers parassitari del capitalismo dei monopoli. Solo la classe degli imprenditori
obbligata dalla pressione della concorrenza (cio della propriet privata e della produzione mercantile
generalizzata) a comportarsi in modo totalmente diverso. Se la concorrenza si indebolisce - diceva Marx - il
capitalismo tende alla stagnazione. Ma la concorrenza deriva dalla propriet privata [nel senso di potere di
disporre del sovrapprodotto sociale e dei mezzi di produzione]; senza luna, laltra perde di significato.
Con il progressivo rallentamento della crescita delleconomia sovietica, una parte della burocrazia
intensifica la spinta a una decentralizzazione del controllo dei mezzi di produzione e del sovrapprodotto
sociale, in nome del rafforzamento dei diritti dei direttori, e a una appropriazione illegale delle risorse per
la produzione privata e il profitto privato. Ci intacca progressivamente la pianificazione centrale, porta a
fare operare con pi forza la legge del valore e sbocca in definitiva in una tendenza alla restaurazione del
capitalismo (57).
Mandel suddivide il prodotto sociale in ogni societ in cui si realizza una riproduzione allargata in 3 (e
non 2) settori di base: a) fondo di consumo produttivo, che permette di ricostituire la forza-lavoro e i mezzi
di produzione consumati nel corso della produzione; b) fondo di accumulazione, costituito dalla somma
dei mezzi di produzione e di consumo dei produttori resa disponibile dalla riproduzione allargata misurata in
valori duso; c) fondo di consumo non produttivo (includente anche la produzione di armi), che non
contribuisce per nulla alla futura riproduzione allargata sempre in termini di valori duso. Gli investimenti
supplementari resi possibili dalla caduta relativa o assoluta dei consumi dei produttori danno tassi di
aumento decrescenti della produzione finale. Il tasso di accumulazione del 25% comporta inizialmente una
crescita annuale del 7%, poi del 5%, poi del 4% e poi solamente del 3%. Certi economisti occidentali parlano
a questo proposito di coefficiente crescente del capitale in URSS; gli economisti sovietici definiscono lo
stesso fenomeno con il concetto di rallentamento della durata della rotazione dei fondi fissi. Sarebbe
insomma proprio lelevato tasso di accumulazione delleconomia sovietica (in media il 25% del reddito
nazionale annuale) a determinare una riduzione della crescita. La compressione dei consumi si rivelerebbe un
freno ad unulteriore crescita, la limitazione del fondo di consumo provocherebbe un calo di produttivit: i
lavoratori non si sentirebbero stimolati alla produzione. Si comprimono i consumi, e, per ottenere rendimenti
accettabili, in assenza della coercizione economica che nella societ capitalistica opera attraverso lesercito
di riserva dei lavoratori e il ricatto della disoccupazione, si moltiplicano i controllori e i poliziotti (ipertrofia
della burocrazia e dello Stato), che aumentano il consumo improduttivo: Lespansione delle spese
improduttive riduce o sopprime i benefici di crescita che si credeva di poter ottenere limitando i consumi dei
produttori. Perci la burocrazia costituisce un freno sempre pi grave allespansione delle forze
produttive (58).
Mandel riafferma questa tesi in uno scritto successivo, nel quale per inserisce la nozione di economia
di comando, formulata dai teorici neoliberisti nei primi decenni degli anni Trenta per sostenere limpossibilit, anche dal mero punto di vista teorico, del successo di uneconomia pianificata e fondata sulla propriet

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sociale - e ripresa da M. Lewin (59) e da tutta la pubblicistica della perestrojka a partire dal 1988 (60). Ma,
diversamente dai neoliberali, Mandel non sostiene che leconomia di comando un inevitabile risultato
della pianificazione socialista, ma un prodotto del modo particolare con cui lindustrializzazione su larga
scala, combinata in modo disastroso con la collettivizzazione forzata dellagricoltura, fu introdotta in URSS
sotto lautorit dittatoriale di una burocrazia che cercava di stabilizzare ed estendere il suo potere e i suoi
privilegi. Poich i pianificatori non conoscono in modo quasi perfetto le preferenze dei consumatori, le
domande dei produttori e il progresso tecnologico nascente o anche potenziale, le loro decisioni sullallocazione delle risorse sono arbitrarie, hanno conseguenze impreviste e provocano squilibri crescenti e sproporzioni. La burocrazia eaurisce le risorse del settore II a vantaggio del settore III: Contrariamente alla falsa
rappresentazione delleconomia sovietica prevalente allOvest (tanto negli ambienti di sinistra che di destra),
come anche presso molti economisti e sociologi critici in URSS, la principale differenza tra lallocazione
delle risorse nei paesi capitalisti pi avanzati e lURSS non nellipertrofia del settore I. In realt, la
differenza nella frazione del PNL destinata al settore I tra lUrss e il Giappone o la Germania, piuttosto
piccola. La differenza fondamentale nellipertrofia del settore III. La maggior parte di questa ipertrofia non
attribuibile al peso delle spese militari, ma allimmenso esercito di controllori, poliziotti, burocrati. Il
dispotismo burocratico - questo prima di tutto leconomia di comando - dunque lipertrofia del settore III,
cio dello Stato, della burocrazia. La burocrazia fondamentalmente incapace di realizzare unallocazione
macroeconomica equilibrata delle risorse e una gestione microeconomica razionale (61).
La spiegazione che Mandel fornisce del declino della crescita economica in URSS appare qui fortemente
intrisa di moralismo ed eccessivamente elementare, individuata essenzialmente nella crescita del consumo
improduttivo per mantenere un gigantesco apparato di controllori chiamati a fustigare operai poco propensi
al lavoro a causa della compressione dei consumi che essi subiscono. Il settore improduttivo sottrarrebbe
sempre pi risorse agli investimenti produttivi. Mandel non specifica su quali statistiche fonda la sua
affermazione secondo cui la quota del PNL destinata al settore III sarebbe in URSS di gran lunga superiore a
quella dei paesi capitalistici. Vi include il terziario? In questo caso, la percentuale di addetti sovietica
inferiore a quella del capitalismo occidentale, mentre vero che il numero medio di addetti a funzioni
amministrative in un ministero sovietico circa il doppio di quello di un ministero in Occidente. Inoltre, se
un funzionario statale di un settore che eroga servizi improduttivo di plusvalore dal punto di vista del
capitale (e in questo senso Marx parla di lavoro produttivo e improduttivo) (62), non lo affatto se la sua
funzione necessaria alla produzione e riproduzione di valori duso e della forza-lavoro. Se un insegnante o
un medico sono improduttivi di plusvalore per il capitale, non lo sono per la societ. Ma, se anche fosse
verificata unipertrofia dei consumi improduttivi (come nelle societ precapitalistiche), ci non spiegherebbe
perch non si fanno - o si fanno in misura molto ridotta - investimenti in settori tecnologicamente avanzati.
interessante invece che si ponga laccento, per spiegare la bassa produttivit del lavoro (rispetto alle
economie capitalistiche occidentali), non solo sul fattore oggettivo della debole innovazione tecnologica
(su questo puntano quasi esclusivamente Giussani e Peregalli), ma anche sul fattore soggettivo dello scarso
impegno operaio, secondo il motto di moda nei paesi dellEst sin dai primi anni 70: loro fingono di
pagarci, noi fingiamo di lavorare. Tuttavia, non si comprende bene perch questo crescente esercito di
burocrati-controllori non riesca a svolgere le funzioni dei capetti di fabbrica in Occidente. N si affronta la
questione della mancata introduzione su larga scala in URSS di unorganizzazione del lavoro di tipo
tayloristico. Gli sprechi e strozzature nella produzione sovietica vengono genericamente attribuiti
alleconomia di comando e al distacco crescente della burocrazia dalle masse, da cui lincapacit di
prevederne i bisogni economici.
In modo diverso si colloca lanalisi di Cathrine Samary. Non le sfugge il declino dei tassi di sviluppo
delleconomia sovietica, che, sulla scia delleconomista sovietico Aganbegjan (63), definisce come
stagnante.
La pianificazione, fatta soprattutto in natura, sulla base di valutazioni materiali, viene verificata
attraverso indici prevalentemente fisici, tradotti in prezzi. il cosiddetto indice della produzione lorda, che
porta a produrre beni pi pesanti, con maggiore impiego di risorse, perch in tal modo si raggiungono gli
indici del piano (laneddotica sovietica era piena di esempi di questo tipo) (64). Il piano viene costruito in
maniera gerarchica, e, una volta adottato, si impone nella forma di obiettivi dettagliati per unit, branche,
ecc. I collegamenti tra le varie unit produttive sono obbligatori (forniture e mezzi di produzione sono
assegnati dal piano e le unit sono raggruppate per branche, kombinat, ecc.).
In tal modo alcuni interessi di categoria si sviluppano e tendono a cristallizzarsi dietro i ministeri, nella
competizione per ottenere il massimo delle risorse. I comportamenti dei direttori di azienda e dei funzionari
dei ministeri sono dettati dai loro interessi materiali, dalla posizione sociale e politica che occupano. La
scelta della nomenklatura viene fatta sulla base di criteri eminentemente politici da persone appartenenti alla

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nomenklatura. La promozione del funzionario dipende, insieme, dal superamento degli obiettivi pianificati e
dalla quiete sociale. Lo scopo dei funzionari costituito dalla massimizzazione dei privilegi, che si
accrescono quanto pi si sale nella scala gerarchica: dacie, negozi speciali, viaggi, ecc. Questo meccanismo
ingenera un gioco a rimpiattino tra gli organi centrali della pianificazione e i responsabili ai vari gradini
inferiori. E cos si tende, nella registrazione delle risorse, a sottodimensionare quelle di cui si dispone, a
camuffarle per disporre di riserve; a massimizzare la richiesta di risorse materiali e umane nuove in rapporto
a obiettivi di produzione sottodimensionati, perch, se si punta troppo in alto, ladempimento dei compiti
fissati dal piano appare pi improbabile e difficile; si tende a realizzare la parte di piano di cui si
responsabili nel modo indispensabile a superare il controllo, formalmente, superficialmente, senza curarsi dei
destinatari; a fissare piani ripetitivi, la cui realizzazione manovrabile. Lo scarto tra informazioni e realt
aumenta; la cattiva qualit dei prodotti che devono passare da unimpresa a unaltra provoca frequenti
strozzature e arresti nel ciclo produttivo (insieme con la tendenza ad accumulare il pi possibile risorse
materiali e umane allinterno dellimpresa, per far fronte a tali forzose penurie).
Aumenta cos lo sperpero dei mezzi di produzione: da questo dipende secondo Samary lo sviluppo
squilibrato del settore I, il quale, dopo essere stato un obiettivo, diventato un effetto degli stessi
meccanismi della pianificazione e poi delle lobbies dominanti. Non vi alcun interesse da parte dei direttori
a introdurre innovazioni tecnologiche e a ridurre i costi. Esiste dunque una crisi della pianificazione
burocratica, che si caratterizza essenzialmente come crisi di produttivit e di efficienza, e che non ha per i
tratti tipici delle crisi capitalistiche: non vi sovrapproduzione di merci (ma sottoproduzione o cattiva
produzione di valori duso), n sovraccumulazione di capitale in cerca di profitto: i massicci investimenti
sono reinseriti in URSS nel circuito produttivo sulla base di considerazioni strategiche a lunga scadenza, non
in funzione di una qualsiasi quantit di profitto sul mercato, che non esiste, e non esiste perch la produzione
nel settore di Stato non produzione di merci, nonostante vi siano prezzi. La conclusione di Samary che
la pianificazione burocraticamente accentrata ha eliminato i rapporti sociali che sottendono il mercato
generalizzato, capitalistico senza averli per sostituiti con rapporti sociali socialisti (65). Questo
comportamento dei direttori delle imprese e dei ministeri stato oggetto di numerosissime analisi di studiosi
occidentali e sovietici (66).
Liberato dellossessivo richiamo demonizzante alla burocrazia, categoria che la pubblicistica trockista,
nonostante i numerosissimi dibattiti, non mai riuscita a definire con precisione, tale schema interpretativo
riesce a spiegare ragionevolmente i fenomeni negativi pi vistosi che hanno caratterizzato il declino
economico sovietico, dagli enormi sprechi di risorse alla mancata innovazione tecnologica, o le differenze
pi appariscenti rispetto alle economie capitalistiche, quali unorganizzazione del lavoro che non mai
riuscita ad essere di tipo tayloristico. La stessa tendenza allo sviluppo estensivo piuttosto che intensivo
potrebbe essere iscritta allinterno della logica sopra esposta: i ministeri varano sempre nuovi progetti per la
costruzione di nuove fabbriche allo scopo di ottenere per s la maggiore quantit di risorse, che dirottano poi
in parte sulle fabbriche gi esistenti. E cos, come denunciava Valovoj negli anni 60, lURSS disseminata
di cantieri non ultimati, con uno sperpero crescente di risorse, che si deteriorano prima di poter essere
utilizzate, e rimangono immobilizzate per anni (67).
5. La base sociale della perestrojka
Abbiamo considerato sinora la crisi sovietica da un punto di vista oggettivo, senza prendere in
considerazione i soggetti e le classi, gli agenti del processo di produzione e riproduzione sociale. Si tratta ora
di esaminare la questione dal lato soggettivo, che si rivela ben pi complesso e controverso, anche se
apparentemente possiamo indicare nome, cognome e patronimico delle persone che hanno dato avvio alla
perestrojka. Infatti, parlare semplicemente di riformatori-innovatori e conservatori, o, peggio ancora,
come ha fatto acriticamente la maggior parte dei mass media, di sinistra e destra (indicando Elcyn come
sinistra e Ligaev come destra!) non ha molto senso, se non si chiarisce cosa, perch e per chi si intende
innovare.
Possiamo distinguere il periodo che va comunemente sotto il nome di perestrojka (parola non nuova nel
lessico politico sovietico, e che significa ricostruzione, ristrutturazione), tra lascesa di Gorbaev alla carica
di segretario generale del PCUS (1985) e lo scioglimento del PCUS e della stessa URSS (1991), in due fasi.
La prima (fino al 1988-89) appare caratterizzata da un progetto di riforma economica che non intacca
sostanzialmente la propriet statale dei mezzi di produzione n la pianificazione, da una riforma politica che
non mette in discussione il primato del PCUS, e da unideologia che cerca di iscrivere ogni anche notevole
revisione teorica allinterno di un riferimento formale ai classici del marxismo, Marx, Engels e Lenin

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(esemplare a questo proposito il discorso di Gorbaev agli studenti del dicembre 1989). Tra l86 e l88 i
promotori della perestrojka, Gorbaev, Aganbegjan, Abalkin, Zaslavskaja, ecc. sostengono che essa rivolta
in primo luogo a risollevare le sorti delleconomia, caduta, soprattutto a partire dalla met degli anni
Settanta, in uno stato di stagnazione, prossimo alla crisi. Si tratta di passare da uneconomia di carattere
sostanzialmente estensivo (sfruttamento delle risorse e materie prime) ad una di carattere intensivo, evitando
gli sprechi, utilizzando a pieno le risorse disponibili, razionalizzando la struttura degli investimenti e dei
consumi, puntando sulla qualit piuttosto che sulla quantit (il caso da manuale, riportato da gran parte degli
economisti della perestrojka, da Aganbegjan a meliev a Valovoj, quello della iperproduzione di trattori, di
cui per gran parte, per la bassa qualit e linefficiente manutenzione, rimangono inutilizzati). Le forze
promotrici del rinnovamento si riallacciano idealmente e teoricamente ai tentativi di riforma dei primi anni
Sessanta, alle idee di Liberman, Neminov, Valovoj: dare maggiore autonomia alle imprese per accrescerne
la responsabilit economica (il principio del calcolo economico, dellautofinanziamento: chozraet),
modificare radicalmente il sistema dei prezzi - imposti dal centro secondo una nomenklatura dettagliata - che
moltiplicava sprechi e inefficienze (altro caso supercitato quello del pane - per sostenere il cui prezzo,
invariato dal 28, lo Stato versava una consistente integrazione - usato dai colcosiani per lallevamento del
pollame, perch meno costoso del mangime). Nella fase iniziale della perestrojka i suoi promotori, in tutti i
discorsi ufficiali e nei numerosi libri pubblicati, si pronunciano per la scelta socialista, presentano la
perestrojka addirittura come prosecuzione della rivoluzione dOttobre, si propongono di rafforzare il campo
socialista, non intendono affatto smantellare il sistema di propriet statale pressoch generalizzata delle
imprese industriali e di buona parte di quelle agricole, n mettere in discussione la pianificazione, per la
quale, al contrario, richiedono maggiore efficacia ed efficienza. La legge sullimpresa statale (1987) traduce
queste linee di tendenza. Anche le altre importanti leggi di questa prima fase della perestrojka non
modificano sostanzialmente le coordinate della propriet statale generalizzata: n la legge sullattivit
individuale (maggio 1987), n quella, di pi ampia portata, sulla cooperazione (1988).
Il quadro cambia notevolmente nel 1989-91. Qui abbiamo una svolta radicale, un vero e proprio
passaggio di campo teorico e politico, in cui non si propone una riforma economica nel quadro della
propriet statale, ma la sua soppressione (legge sulla propriet, discussa nellautunno 89 e approvata nella
primavera 1990), e il passaggio, pi o meno rapido, alleconomia di mercato fondata sulla propriet privata
dei mezzi di produzione e sul mercato di merci, forza-lavoro e capitali (Orientamenti fondamentali per il
passaggio alleconomia di mercato, discussi sulla base di tre diversi progetti - di atalin, Abalkin,
Aganbegjan - e approvati nellottobre 90). Dal punto di vista dellideologia, la perestrojka non si presenta
pi come sviluppo del socialismo, ma viene messa in discussione la scelta stessa della rivoluzione dOttobre,
e si imputano non alle degenerazioni successive, ma ai princpi stessi del socialismo i mali delleconomia e
della societ sovietiche. I guai dellURSS risalirebbero a Marx (68).
6. La burocrazia riciclata
Nellanalisi trockista tradizionale la burocrazia veniva indicata come il soggetto dominante, che in tanto
poteva gestire il potere, in quanto si davano propriet statale dei mezzi di produzione e pianificazione.
Uneventuale restaurazione del capitalismo, sosteneva Mandel nel 1971, potrebbe darsi solo se i direttori
delle fabbriche ottenessero piena libert dimpresa, di assunzione di forza-lavoro, di fissazione dei prezzi.
Ma essa non sarebbe indolore: Siamo convinti che gli operai opporranno la resistenza pi decisa a un
processo di disintegrazione delleconomia pianificata [...] Siamo convinti che lapparato statale legato nella
sua maggioranza alla preservazione della propriet sociale dei mezzi di produzione e delleconomia
pianificata e che si dovrebbe spezzare anche la resistenza di questo strato per avanzare sulla strada della
restaurazione capitalistica (e questa la ragione per cui chiamiamo ancora operaio questo Stato, malgrado si
tratti di uno Stato operaio degenerato (69). Anche secondo Charlier la burocrazia uno strato sociale
privilegiato che, nonostante tutto, deve difendere la propriet nazionalizzata, sia pure mediante propri
metodi (70). Una restaurazione pacifica del capitalismo sarebbe impossibile: la classe operaia dellURSS e
degli altri paesi di democrazia popolare non si lascer espropriare senza una lotta accanita (71). Lo si
voglia o no, quando la propriet statale minacciata, la burocrazia costretta a difenderla (72).
Sullonda lunga di questa visione di una burocrazia propensa a difendere la propriet di Stato per
mantenere il potere, la lettura trockista della perestrojka, sin dallinizio, non ha dato molto credito a
Gorbaev, accreditato come figlio legittimo della burocrazia, il quale propone una ristrutturazione economica
perch la situazione era divenuta insopportabile e avrebbe, nel giro di qualche anno, scatenato una pericolosa
rivoluzione sociale di massa. Le riforme, insomma, erano proposte dai dominanti stessi, come antidoto

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contro la possibilit della rivoluzione. Lo sviluppo economico delle forze produttive - scrive Turigliatto -, la
crescita culturale complessiva della societ sovietica, avrebbero portato a contraddizioni sempre pi
profonde e non comprimibili tra lavoratori e forze intellettuali da una parte, e burocrazia dallaltra.
Questultima era divenuta sempre pi un freno anche per la crescita economica, sicch la stagnazione ha
spinto gli uomini pi intelligenti dellapparato a cercare nuove vie. La crisi che si aperta in URSS
generer non il ritorno al capitalismo, ma la variante della lotta antiburocratica per riprendere la strada del
socialismo. La borghesia europea perci pensa ad aiutare lURSS paventando linstabilit politica di quei
regimi, i possibili impetuosi processi sociali, le crisi rivoluzionarie che sarebbero elemento di grande
instabilit anche per la borghesia occidentale (73). La perestrojka, dunque, promossa dagli uomini pi
intelligenti della burocrazia al solo scopo di conservare il sistema di potere su cui essa si regge e prospera.
Dalla consapevolezza delle difficolt economiche e sociali prende le mosse il tentativo di autoriforma del
sistema.
Ma essa inevitabilmente - secondo il consolidato schema teorico trockista - si scontrer con la classe
operaia che finalmente dar il via alla rivoluzione antiburocratica. La talpa della rivoluzione
antiburocratica - scrive Moscato commentando la XIX conferenza del PCUS (giugno 1988) -, sconfitta a
Praga e a Varsavia sta probabilmente scavando le sue gallerie molto vicino al Cremlino (74). URSS,
Polonia, Ungheria sono entrate in una crisi rivoluzionaria o almeno prerivoluzionaria. Come dimenticare
che la rivoluzione russa incominci nel 1905 con un corteo di operai dietro alle sante icone? (75) E, dopo
lagosto 91 (in cui Elcyn assume di fatto tutto il potere e il PCUS viene disciolto): in URSS il fallimento
del tentativo di autoriforma dallalto ha innescato una rivoluzione (76).
La base sociale di Gorbaev sarebbe costituita dallintelligencja, dallapparato, e da pochi lavoratori. I
successivi cedimenti ai conservatori di Gorbaev avrebbero ridotto anche il consenso degli intellettuali.
Dietro Gorbaev (come anche dietro Elcyn) non c che un settore della burocrazia alla ricerca di una via
duscita dalla crisi del sistema (77).
Linterpretazione di una perestrojka avviata dalla parte pi chiaroveggente della burocrazia per
mantenere il proprio potere, fondato, secondo la teoria trockista, sulla propriet di Stato e la pianificazione, e
contraria, quindi, alla restaurazione capitalistica, perch questa segnerebbe la fine del suo predominio in
quanto strato sociale privilegiato (78), viene confutata dalla svolta intervenuta tra l89 e il 91, quando la
maggioranza del PCUS (e, si deve arguire, della burocrazia dominante) sceglie, dopo uno scontro interno
le cui dimensioni e proporzioni conosciamo solo in parte, la strada delleconomia di mercato e della
privatizzazione-destatizzazione. Avremmo cos il caso - forse unico nella storia - in cui una classe (o casta?)
dominante vara un programma di trasformazioni sociali e politiche destinato a tagliarle ogni fonte di privilegi
e di legittimazione al potere. In sostanza, una buona parte della burocrazia, invece che opporsi
strenuamente alla perdita delle basi del proprio potere economico e politico, come per decenni previsto dalla
teoria trockista, attiverebbe consapevolmente il proprio suicidio. La spiegazione prevalente che viene data
che, visto che la situazione oramai definitivamente compromessa e senza possibili vie duscita, una parte
della burocrazia rinuncia ad essere tale e sceglie, sostenendo il passaggio alleconomia di mercato, di
riciclarsi come capitalisti o come burocrazia compradora al servizio del capitalismo (79). Dopo l89
est-europeo, una parte della burocrazia si rende conto che il regime condannato e lega la propria sorte
politica allintroduzione di un sistema di mercato fondato sulla propriet privata. Molti funzionari ed ex
funzionari cominciano a inserirsi nel processo di accumulazione primitiva del capitale. I gangsters, dopo
avere fatto a pezzi lauto lhanno abbandonata (80). Insomma, il collasso del brenevismo ha partorito il
corso gorbacioviano; proprio lerosione burocratica delleconomia pianificata ne ha aperto il processo di
smantellamento da parte di quelli stessi che lavevano gestita con autorit incontrollata quanto irrazionale.
[...] Liquidano, o, quanto meno, sono decisi a liquidare la propriet statale dei mezzi di produzione, al fine di
preservare se stessi, almeno in parte, come compradores (81). A premere per la svolta verso leconomia di
mercato vi sarebbero per anche nuovi ceti emergenti protesi allarricchimento.
Tuttavia, questa riconversione della burocrazia in capitalisti o burocrazia compradora appare
abbastanza problematica allinterno della teoria trockista stessa: una restaurazione capitalistica molto
difficile, sostiene Maitan, per linesistenza di una vera e propria borghesia come classe sociale, la cui
formazione non un processo di breve durata: manca una borghesia imprenditoriale come classe sociale
realmente esistente e non pu nascere dal piccolo capitale commerciale (82). Lanalisi trockista rivela, cos,
notevoli difficolt nello spiegare i processi intervenuti tra l89 e il 91 mantenendo inalterata e indifferenziata
la nozione astratta di burocrazia. La maggiore difficolt nello spiegare non tanto lavvio della perestrojka
(con le lotte svoltesi nel gruppo dirigente sovietico tra riformatori e conservatori), che in fondo
riproponeva, amplificato, il discorso della riforma Kosygin del 1965, quanto la conversione, da parte della
maggioranza della burocrazia, alla propriet privata e alleconomia di mercato. Tutte le analisi trockiste

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avevano negato questa eventualit, sostenendo che la burocrazia si sarebbe strenuamente opposta ai tentativi
di smantellamento della propriet statale, fonte del proprio potere e privilegi. Ancora nel 1989 Maitan
riteneva che i mutamenti intercorsi negli ultimi anni e lattuale crisi non autorizzano minimamente lipotesi
che la natura della casta dominante sia mutata (83). Se si mantiene la gabbia concettuale della burocrazia
(concepita per lo pi come un blocco indifferenziato) lunica soluzione quella del riciclaggio in
burocrazia compradora o in capitalisti.
La teoria trockista ha avuto lindubbio merito di insistere sul concetto di societ di transizione (su cui
invece i teorici del capitalismo di Stato hanno sovente glissato) e sulle forme sociali contraddittorie in essa
presenti. Il concetto di transizione implica anche la possibilit di un arresto, di una reversibilit - che non pu
mai essere un puro e semplice ritorno indietro - del processo. Ha invitato a studiare nella loro specificit i
processi economico-sociali che in quella societ intervenivano. La difficolt principale in cui si imbattuta
la teoria trockista stata nella elaborazione del concetto di burocrazia, che Trockij definisce casta e non
classe. Quando nel 1936 (La rivoluzione tradita) affronta la questione, Trockij svolge un discorso coerente
con la sua tesi dello Stato operaio degenerato, che abbisogna di una rivoluzione politica antiburocratica,
ma non sociale, che gi avvenuta e i cui effetti non sono cancellati. Lo Stato pu essere operaio in quanto il
soggetto proletariato sovietico , nella visione di Trockij, un soggetto vivo, attivo, capace di agire e
reagire, di essere dunque il portatore della auspicata rivoluzione politica contro la burocrazia degli organi
del partito e degli organi dello Stato e delle sue articolazioni economiche (organi della pianificazione,
imprese) che lo avrebbe espropriato. La nozione trockiana di burocrazia non si riferisce in generale alla
costituzione di funzioni amministrative e di gestione separate da quelle del lavoro produttivo diretto, o alla
formazione di rappresentanti che si autonomizzano dai rappresentati; essa in tanto ha un senso, in quanto
lavora in coppia concettuale con quella di classe operaia sovietica rivoluzionaria, capace di prendere il
potere politico e, titolare del diritto di propriet collettiva, in grado di esercitare di fatto la direzione del
processo economico complessivo. Se non avesse maturato gi queste capacit, non si potrebbe parlare di
espropriazione delle funzioni e del ruolo che le competeva da parte dellapparato dirigente dello Stato e del
partito. Per esprimerci in termini gramsciani, la classe operaia sovietica non - nella visione di Trockij classe subalterna. Ora, proprio questo ruolo della classe operaia sovietica che - almeno negli anni 19701980 - appare fortemente problematico: i rapporti sociali nelle imprese sovietiche sembrano portare il segno
del compromesso corporativo tra maestranze e direttori (i quali sono parte della burocrazia, secondo la teoria
trockista) al fine di accrescere le risorse a disposizione e ridurre con mille trucchi la produzione imposta dal
piano (84): un compromesso corporativo con caratteri regressivi.
La mitizzazione della classe operaia e la demonizzazione della burocrazia hanno prodotto talora
vistose incomprensioni della realt, in particolare negli ultimi anni della crisi dellURSS e delle democrazie
popolari, quando il processo di restaurazione capitalistica (nel senso classico del termine, col ripristino della
propriet privata capitalistica e della economia di mercato) stato scambiato come lavvio della tanto
auspicata rivoluzione operaia antiburocratica e Boris Elcyn come un valido alleato, se non proprio lalfiere,
di tale rivoluzione.
Inoltre, la categoria di burocrazia viene impiegata indistintamente per designare tanto i direttori dimpresa, impegnati in compiti essenzialmente produttivi, quanto i dirigenti e i funzionari di partito, tanto i funzio nari degli organi della pianificazione economica, quanto gli organi dellapparato statale con funzioni
prevalentemente amministrative. La categoria burocrazia diviene cos un tutto indifferenziato,
caratterizzato da un unico comun denominatore: laver usurpato il potere del proletariato. Essa designata
come una formazione sociale, uno strato sociale che ha le sue radici solo nel potere politico e nei
meccanismi di dominazione politica (85) Non si riesce cos a comprendere la funzione sociale e produttiva
che una parte dei funzionari svolgono: i direttori di impresa sono o no burocrati? O sono dei semplici
salariati con mansioni direttive? I funzionari della macchina statale sono tutti burocrazia?
Mentre la teoria delle societ di transizione burocratizzate riesce utile nel descrivere la logica burocratica
e non capitalistica che anima gran parte dei direttori di impresa (cfr. Samary) e che porta alle inefficienze e
sprechi da tutti riconosciuti, e dunque insiste - se traduciamo le cose in termini marxiani - sullassenza in
definitiva di uno Zweck der Produktion capitalistico orientato alla massimizzazione del profitto, essa risulta
abbastanza inefficace nello spiegare i mutamenti intervenuti tra il 1989 e il 1991. Spiegare la conversione
alleconomia di mercato con la tesi dei topi che abbandonano la nave, dopo averne rosicchiato lo scafo a tal
punto da farla affondare, anche plausibile e suggestivo, ma eccessivamente semplicistico per unanalisi
materialistica che non si accontenti di rimanere alla superficie delle cose.
7. Una managerial class?

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La prima fase della perestrojka (mantenimento della propriet statale e della pianificazione), letta dai
teorici del capitalismo di Stato come una conferma dei processi capitalistici da sempre (o, in altre varianti, a
partire da una certa fase - 1928, o 1953) presenti in URSS sotto la copertura ideologica della proclamata
realizzazione del socialismo. Ci che prima era in qualche modo compresso e camuffato - forme di merce,
denaro, capitale, profitto - viene ora apertamente in luce. Gorbaev esprime la classe dei tecnocrati che
vogliono rafforzare meccanismi da economia di mercato che permettano una fase di maggiore
accumulazione (86). Il gorbaciovismo il battistrada, il fenomeno di transizione del potere della classe
manageriale del capitalismo: la societ sovietica sar sempre pi chiaramente dominata dalle classi
manageriali, dirigenti di un modo di produzione capitalistico non trasformato, che per quello relativo allo
stadio del capitalismo lavorativo, non a quello del capitalismo meramente proprietario di ottocentesca
memoria (87). La perestrojka, al pari delle precedenti riforme economiche, a partire da quelle degli anni
Cinquanta, un insieme di misure che si cercato di introdurre per frenare e contrastare la caduta del
saggio di profitto generale. I soggetti sociali che spingono per la riforma sono costituiti dalla maggior parte
dei dirigenti dei settori industriali e commerciali desiderosi di una maggiore autonomia aziendale e che
avrebbero tratto enormi vantaggi da una eventuale privatizzazione: la dinamica economica aveva ormai
portato numerosi settori e aziende a procedere verso una accumulazione svincolata dai lacci burocratici della
pianificazione. Tra gli oppositori della riforma gorbacioviana Peregalli enumera: a) la massa burocratica
del partito e dellapparato statale; b) i direttori di fabbriche tecnologicamente arretrate, che si attendevano
dalla perestrojka la chiusura delle imprese, con conseguenze sulla loro situazione sociale; c) i manager del
complesso militar-industriale (88).
Nellanalisi fornitaci da Peregalli della base sociale favorevole alla riforma economica, non si rileva la
differenza tra prima e seconda fase della perestrojka, quasi che tra autonomia relativa (e responsabilit
economica) delle imprese proposta dalla legge del 1987 e passaggio alla privatizzazione, (la legge sulla
propriet, marzo 1990; Orientamenti fondamentali per il passaggio alleconomia di mercato, ottobre 1990;
legge sulle privatizzazioni, luglio 1991) non vi sia differenza sostanziale. Non una questione di poco conto,
anche allinterno della stessa teoria del capitalismo in URSS: una cosa un capitalismo che si sviluppa
allinterno di una forma giuridica di propriet statale e di scambi tra imprese forzati dal centro pianificatore
(ritenuto, da alcuni teorici del capitalismo di Stato, una forma superiore di capitalismo), altra cosa un
capitalismo fondato sulla forma giuridica classica della propriet privata dei mezzi di produzione. Una
distinzione tra questi due diversi - e in parte contrapposti - momenti della perestrojka fondamentale per
lindividuazione dei soggetti sociali che spingono alla piena e giuridicamente riconosciuta privatizzazione.
la stessa borghesia manageriale, o burocrazia tecnocratica che avvia la perestrojka? Oppure il ruolo
determinante svolto da altri soggetti, dentro e fuori dellURSS, presenti sul mercato mondiale?
Ma, se ci si sofferma un momento sulle misure economiche prese nella prima fase, non appare del tutto
scontato che sia stata questa managerial class a promuovere la perestrojka. Se si esamina la principale legge
economica varata nella prima fase della perestrojka, la legge sullimpresa statale (1987), si pu osservare che
essa, se da un lato concede maggiore autonomia - e soprattutto responsabilit economica - alle imprese,
dallaltro inserisce lelezione del direttore dimpresa da parte dellassemblea dei collettivi di lavoro (89). Si
pu anche affermare che linserimento di tale norma abbia carattere fondamentalmente populistico, e che, di
fatto, salvo qualche caso, i precedenti direttori sono stati confermati attraverso elezioni-farsa, ma tale misura
non era certo la pi adeguata a dare pieni poteri a questa classe capitalistica di manager. In seguito, la legge
sar modificata, e ai collettivi di lavoro non sar riconosciuto pi alcun potere (90).
8. Il vincolo esterno
Nelle teorie critiche (che non hanno visto in Gorbaev il corifeo di un progetto di rinnovamento del
socialismo), al di l dei vincoli imposti dalle rispettive scuole, posta la domanda sulle forze sociali di cui
Gorbaev sarebbe espressione. una domanda legittima, che qualsiasi studioso o analista politico - non
necessariamente marxista - che cerchi di operare una ricostruzione storica degli eventi non pu non porsi.
Dove e perch, su quale terreno nascono le forze liberiste? Avevano esse un diretto referente sociale, una
base sociale? o erano piuttosto debitrici a politiche, ideologie e capitali provenienti dallOccidente?
Perch, ad esempio, la burocrazia sovietica non sceglie la via cinese, pur cos propagandata nelle riviste
sovietiche dei primi anni della perestrojka? Vi era forse una presenza, molto pi massiccia che in Cina, di
capitali desiderosi di privatizzazione e di imprese che intendevano svincolarsi dalla tutela dei ministeri?

32

Questo un dato problematico: le joint-ventures in Cina, tra il 1988 e il 1990 erano ben pi consistenti e
numerose che in URSS, il capitale mercantile pi sviluppato.
La crescita di influenza di unideologia liberista sembra relativamente autonoma da una base sociale
che in essa poteva riflettersi. Anche se bisogna tener presente la crescita di una piccola borghesia
intellettuale, con le sue aspirazione frustrate, i suoi miti dellOccidente, alimentati da giornali come
Moskovskie Novosti o Ogonek. Questa piccola borghesia (intellettuale e impiegatizia) ha costituito in buona
parte la base di massa iniziale per Gorbaev. Una base di massa non sempre coincidente con la base
sociale: la piccola borghesia stata la base di massa del fascismo, ma la sua base sociale era costituita dal
capitale finanziario, industriale e agrario.
La base sociale del gorbaciovismo potrebbe essere forse cercata piuttosto fuori che dentro lURSS: il
vincolo esterno per lURSS - superpotenza militare da piegare - era ben pi forte che non per la Cina, che
superpotenza militare non ancora. LURSS sembrava estremamente necessitata a ridurre il peso degli
armamenti e concludere le trattative con gli USA e ottenere al contempo per la perestrojka economica ampi
crediti dallOccidente, concessione vincolata allo smantellamento del tipo di Stato costruito in precedenza e
di uneconomia basata sulla propriet di Stato. Ci al fine di favorire piena libert per i capitali occidentali.
Tale ipotesi, del ruolo determinante dellintervento esterno nel passaggio dalla prima alla seconda fase
della perestrojka, pu apparire eccessivamente demonizzante nei confronti dellimperialismo e, al contempo,
consolatoria (il complotto del nemico per giustificare gli insuccessi e i fallimenti propri). Ma val la pena
mantenerla come ipotesi di ricerca, viste le difficolt che le teorie critiche qui esaminate incontrano
nellindividuare il soggetto sociale che ha spinto sullacceleratore del passaggio di campo ideologico e
politico e della transizione alleconomia di mercato secondo gli schemi di un capitalismo classico.
NOTE
1. C. Bettelheim, Les luttes de classe en URSS, trosime priode 1930-1941, Maspero-Seuil, Paris, 1982,
t. I, p. 17.
2. Cfr. H. Lefebvre, Lo Stato, Dedalo, Bari, 1977, vol II, Teoria marxista dello Stato da Hegel a Mao, pp.
295-300 e il vol. III, Lo Stato - il modo di produzione statuale.
3. L. Trockij, La rivoluzione tradita, Samon e Savelli, Roma, 1972.
4. Si veda in particolare, per unanalisi dettagliata del capitalismo di Stato in URSS, A. Bordiga,
Struttura economica e sociale della Russia doggi, Editoriale Contra, Milano 1966.
5. B. Rizzi, Il collettivismo burocratico, Sugarco edizioni, Milano, 1977.
6. R. Bahro, Die Alternative - Zur Kritik des real existierenden Sozialismus, Europische Verlaganstalt,
Kln-Frankfurt am Main, 1977.
7. Cfr. H. H. Ticktin, Verso uneconomia politica dellUnione Sovietica, in AA.VV., Il compromesso
sovietico, Feltrinelli, Milano, 1977.
8. A. Heller, F. Feher, G. Mrkus, Dictatorship over Needs, Basil Blackwell, Oxford, 1983.
9. M. S. Gorbaev, Discorso alla XIX Conferenza del PCUS del 1988, in Materialy XIX Vsesojuznoj
Konferencii Kommunistieskoj Partii Sovetskogo Sojuza, Politizdat, Mosca, 1988.
10. Con questo termine designo tutte quelle teorie che - prevalentemente allinterno del marxismo - non
accettavano la versione ufficiale sovietica del socialismo gi realizzato o, addirittura, sviluppato, maturo.
11. E. Mandel, F. Charlier, LURSS uno Stato capitalista?, Samon e Savelli, Roma, 1971.
12. Cfr. B. Chavance, La nature du systme sovitique, in Les temps modernes, giugno 1981.
13. M. Ellman, La pianificazione socialista, Editori Riuniti, Roma, 1981.
14. A. Nove, Leconomia di un socialismo possibile, Editori Riuniti, Roma, 1986.
15. Rita di Leo, Operai e sistema sovietico, Laterza, Bari, 1970; Il modello di Stalin, Feltrinelli, Milano,
1977.
16. Cfr. Leninismo o socialimperialismo?, in Renmin Ribao, 22.4.1970, trad. it. in I Quaderni, edizioni
Oriente, Milano, giugno 1970.
17. Unutile antologia di scritti, non sempre facilmente reperibili, delle critiche rivolte da sinistra sin
dagli anni Venti al sistema sovietico in B. Bongiovanni, Lantistalinismo di sinistra e la natura sociale
dellURSS, Feltrinelli, Milano, 1975; si veda anche, per una ricostruzione delle diverse interpretazioni della
societ sovietica, G. Boffa, Il fenomeno Stalin nella storia del XX secolo, Laterza, Bari, 1982. E cos pure M.
L. Salvadori, La critica marxista allo stalinismo, in Storia del marxismo, vol. 3**, Einaudi, Torino, 1981.
18. Cfr. R. Rosdolsky, Genesi e struttura del Capitale di Marx, Laterza, Bari, 1975.

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19. Si veda ad es. P. Sweezy, C. Bettelheim, Il socialismo irrealizzato, a cura di G. Riolo, Editori Riuniti,
Roma, 1992, che riproduce lo scambio epistolare tra i due studiosi marxisti tra il 1968 e il 1986.
20. Cfr. R. I. Kosolapov (a cura di), Razvitoj socializm - Problemy teorii i praktiki (Il socialismo
sviluppato - Problemi teorici e pratici), Politizdat, Mosca, 1981, p. 26.
21. Cfr. Il 60 anniversario della Grande Rivoluzione socialista di Ottobre, deliberazione del CC del
PCUS del 31.1.1977, in Razvitoj..., op. cit., p. 13.
22. Cfr. AA.VV., Naunyj kommunizm - Uebnik (Comunismo scientifico - Manuale), Politizdat, Mosca,
1985.
23. Ibidem, p. 196.
24. Cfr. Politekonomieskij Slovar (Dizionario di economia politica), Politizdat, Mosca, 1972.
25. Cfr. lintervento di V. V. Trukov al Convegno italo-russo di Urbino URSS: bilancio di
unesperienza, 25-27 settembre 1997.
26. Cfr. la rivista Dialog, 1997, n. 9, p. 10.
27. Cfr. Trockij, La rivoluzione tradita, op. cit., pp. 224-225.
28. L. Grilli, Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo, La Pietra, Milano, 1982, p. 151.
29. Si vedano a questo proposito gli scritti di A. Bordiga, in particolare Propriet e capitale (in
Prometeo - Ricerche e battaglie marxiste, 1952, ora in Propriet e capitale - Vulcano della produzione o
palude del mercato?, Gruppo della Sinistra Comunista, Torino, 1972) nonch i lavori di C. Bettelheim degli
anni 1970-1980.
30. Cfr. P. Giussani, A. Peregalli, Il declino dellURSS - saggi sul collasso economico sovietico,
Graphos/economia, Genova, 1991, pp. 18-22.
31. Ibidem, pp. 26-27.
32. Cfr. K. Marx, Il Capitale, Libro I, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 668-671.
33. K. Marx, Il Capitale, Libro III, Editori Riuniti, Roma, 1968, p. 185.
34. Cfr. Giussani, Peregalli, op. cit., p. 34.
35. Ibidem, p. 69.
36. Ibidem, pp. 75-76.
37. Ibidem, pp. 15-17.
38. Ibidem, p. 78.
39. La cui tesi era stata esposta in A. Carlo, La natura sociale dellURSS, Quaderni del Terzo Mondo,
Milano, n. 8, 1975.
40. Cfr. R. Tacchinardi, A. Peregalli, LURSS e i teorici del capitalismo di Stato, Lacaita, Manduria,
1990, p. 136.
41. Cfr. Sweezy, Bettelheim, Il socialismo irrealizzato, op. cit., p. 88.
42. Ibidem, p. 121.
43. Ibidem, p. 95.
44. Ibidem, pp. 90-93.
45. C. Bettelheim, Les luttes... op. cit., pp. 299-300.
46. Cfr. Sweezy, Bettelheim, Il socialismo irrealizzato, op. cit., pp. 103-105.
47. C. Bettelheim, Les luttes... op. cit., p. 300.
48. Sweezy, Bettelheim, Il socialismo irrealizato, op. cit., p. 107.
49. Ibidem, pp. 125-126.
50. Ibidem, p. 92.
51. Cfr. Mandel, Charlier, LURSS uno Stato capitalista? op. cit., p. 69.
52. Giussani, Peregalli, Il declino dellURSS, op. cit., p. 18.
53. Ibidem, p. 16.
54. Cfr. Mandel, Charlier, LURSS uno Stato capitalista? op. cit., pp. 23-31.
55. Ibidem, p. 69.
56. Ibidem, pp. 24-26.
57. Cfr. E. Mandel, Burocrazia e produzione mercantile, in A. Moscato (a cura di), Gorbaciov e la crisi
del socialismo reale, Nuove Edizioni internazionali, Milano 1988, pp. 37-38 (il corsivo mio, A. C.). Per
una critica alla nozione trockista di burocrazia, cfr. C. Preve, Il pianeta rosso, Vangelista, Milano, 1992,
pp. 93-94.
58. Ibidem, pp. 40-41.
59. Cfr. M. Lewin, Economia e politica nella societ sovietica, Editori Riuniti, Roma, 1977, pp. 127 e sg.
60. Laccoglimento acritico della nozione di economia di comando, che non definisce n i rapporti di
produzione n le classi, presente anche in alcuni marxisti critici. Scrive ad esempio D. Seppo

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(Rivoluzione dallalto, controrivoluzione dal basso, in Bandiera rossa, 1992, n. 21/22): Lestrema
degenerazione della rivoluzione negli anni Venti ha portato alleconomia di comando e al tentativo
totalitario di controllo su tutti gli aspetti della vita sociale. Tale regime, una volta costituito, genera un
sistema di gestione che intrinsecamente fattore di spreco e di conservazione, che si divide per frazioni, per
gruppi regionali o di clan: ogni gruppo difende i suoi ristretti interessi a scapito delle esigenze nazionali [...]
Ogni funzionario si ingegna a trarre profitti supplementari dalle attivit di cui responsabile. I corsivi sono
miei, A.C.
61. Cfr. E. Mandel, Socialisme, planification centralise, march et dmocratie, in AA.VV., La
perestroka, conomie et socit, Presses de lUniversit du Qubec, 1990, pp. 52-55.
62. Cfr. K. Marx, Il Capitale, L. I, op. cit., p. 556: La produzione capitalistica non soltanto produzione
di merce, essenzialmente produzione di plusvalore. Loperaio non produce per s, ma per il capitale. Quindi
non basta pi che loperaio produca in genere. Deve produrre plusvalore. produttivo solo quelloperaio che
produce plusvalore per il capitalista, ossia che serve lautovalorizzazione del capitale. Se ci permesso
scegliere un esempio fuori della produzione materiale, un maestro di scuola lavoratore produttivo se non si
limita a lavorare le teste dei bambini, ma se si logora del lavoro per arricchire limprenditore della scuola.
Che questi abbia investito il suo denaro in una fabbrica distruzione invece che in una fabbrica di salsicce,
non cambia nulla nella relazione. Il concetto di operaio produttivo non implica dunque affatto soltanto una
relazione fra attivit ed effetto utile, fra operaio e prodotto del lavoro, ma implica anche un rapporto di
produzione specificamente sociale, di origine storica, che imprime alloperaio il marchio di mezzo diretto di
valorizzazione del capitale. Dunque, esser operaio produttivo non una fortuna, ma una disgrazia. Il corsivo
mio, A. C.
63. Cfr. A. Aganbegjan, La perestrojka delleconomia, Rizzoli, Milano, 1988.
64. Leconomista sovietico D. Valovoj denunciava questi fenomeni gi dagli anni Sessanta. Cfr.,
Ekonomika: Vzgljady raznych let, Nauka, Mosca, 1989.
65. Cfr. C. Samary, Piano, mercato, democrazia - lesperienza dei paesi cosiddetti socialisti,
distribuzione a cura di Bandiera Rossa, Milano, 1990, pp. 23-31.
66. Si vedano ad esempio i lavori di R. di Leo, Leconomia sovietica tra crisi e riforme (1965-1982),
Liguori, Napoli, 1982; G. Duchne, Lconomie sovitique, La Dcouverte, Paris, 1987; oltre i gi citati
lavori di Ellman, Nove, Ticktin, Valovoj.
67. Cfr. D. Valovoj, Ekonomika... op. cit..
68. Esemplare a questo proposito, tra i tanti, il libro di A. Cipko, Le radici della perestrojka dimenticare Marx, edito in Italia nel 1990 da Ponte alle Grazie, che si specializza in pubblicazioni sulla
perestrojka intesa come abbandono del socialismo, come presa datto dellimpossibilit del socialismo.
69. Cfr. Mandel, Charlier, LURSS uno Stato capitalista? op. cit, p. 30.
70. Ibidem, p. 59.
71. Ibidem, p. 85. Per valutare correttamente tali affermazioni - del tutto smentite dagli eventi sovietici
dell89-91 - bisogna collocarle nel loro contesto storico, con tutte le illusioni e le previsioni errate che si
erano diffuse alla fine degli anni Sessanta, quando Mandel riteneva il capitalismo in crisi strutturale e la
rivoluzione socialista [...] allordine del giorno, come dimostra il maggio francese (ibidem, p. 38).
72. Ibidem, p. 142.
73. Cfr. F. Turigliatto, Attualit della rivoluzione antiburocratica, in Bandiera rossa, 1988, n. 8/9.
74. Cfr. A. Moscato, La perestrojka non potr fermarsi qui, in Bandiera rossa, 1988, n. 8/9.
75. Cfr. A. Moscato, La crisi del socialismo reale, in Bandiera rossa, 1989, n. 9.
76. Cfr. A. Moscato, Le lenti deformanti della sinistra, in Bandiera rossa, 1991, n. 17.
77. Cfr. A. Moscato, Contraddizioni e fallimento del gorbaciovismo, in Bandiera rossa, 1991, n. 21/22.
D. Seppo (Rivoluzione dallalto... op. cit.) sostiene che la perestrojka stata avviata per preservare il potere
e i privilegi di almeno una parte della vecchia classe dominante, della burocrazia del partito-Stato o
nomenklatura. A iniziare le trasformazioni sono stati gli elementi pi chiaroveggenti delle vecchie classi,
che si rendono conto che il vecchio modo di dominazione si esaurito e che qualsiasi insistenza a
mantenerlo stimolerebbe una rivoluzione dal basso, cio uninsurrezione popolare realmente democratica.
Gli iniziatori della perestrojka avevano programmato un sistema burocratico razionalizzato essenzialmente
sempre fondato sulla propriet statale. La base sociale di Gorbaev era costituita dalla burocrazia, la quale
per era, nel suo complesso, ostile al tentativo di Gorbaev di salvarla da se stessa, perch la
perestrojka contrastava il fondamentale interesse dei funzionari alla sicurezza del proprio posto. A favore
della perestrojka erano elementi assai competenti, energici e chiaroveggenti, che avevano compreso la
necessit della riforma, presenti in tutti i settori dellapparato di Stato e di partito e una piccola parte di

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managers dazienda; ma essi non rappresentavano in nessun caso la maggioranza (pp. 26-29). Il corsivo
mio, A. C.
78. Cfr. L. Maitan, Crisi delle societ di transizione burocratizzate - Mutamenti e prospettive, Nuove
edizioni internazionali, Milano, 1989.
79. Cfr. A. Moscato, LURSS nella bufera, in Bandiera Rossa, 1991, n. 10.
80. Cfr, L. Cirillo, Leggere Trockij dopo il golpe di agosto, in Bandiera rossa, 1991, n. 17.
81. Cfr. F. Visentin, Considerazioni in margine al golpe e controgolpe in URSS, in Bandiera rossa,
1991, n. 17.
82. Cfr. L. Maitan, LURSS un capitalismo di Stato?, in Bandiera Rossa, 1991, n. 16; La crisi
generalizzata delle societ di transizione, in Bandiera rossa, 1991, n. 17.
83. Cfr. L. Maitan, Crisi delle societ di transizione burocratizzate... op. cit.
84. Vi in proposito una vasta letteratura sullargomento; cfr., oltre i lavori gi citati di R. Di Leo,
Ticktin, Ellman, V. Zaslavsky, Il consenso organizzato, Il Mulino, Bologna, 1981.
85. Cfr. L. Maitan, La crisi generalizzata delle societ di transizione, op. cit.
86. Cfr. Leconomia dellURSS e gli altri problemi di Gorbaev, in Officina, Napoli, giugno 1988.
87. Cfr. G. La Grassa, La transizione sovietica al capitalismo, in Democrazia proletaria, 1988, n. 9.
88. Cfr. Giussani, Peregalli, Il declino dellURSS, op. cit., p. 75-80.
89. Cfr. larticolo 6 di detta legge, per unanalisi dettagliata della quale si veda anche A. Catone, La
nuova legge sullimpresa statale in URSS, in La Contraddizione, Roma, 1989, n. 10.
90. Come rileva il congresso dellUnione dei collettivi di lavoro (dicembre 1990): cfr. la scheda I
collettivi di lavoro in URSS (a cura di A. Catone), in La Contraddizione, 1991, n. 26.

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Razionalit e piano nella teoria sovietica

1. La planomernost come elemento essenziale del modo di produzione socialista


Laccademico sovietico N. A. Cagolov, nellintroduzione al suo Corso di Economia politica del 1963,
scrive che non si pu comprendere nessuna legge economica della societ socialista se non si ha ben presente
che il modo di produzione socialista si sviluppa planomerno, in modo conforme al piano: la planomernost
la forma pi generale della dinamica del modo di produzione socialista e fornisce la chiave per comprendere
tanto linsieme dei rapporti e delle leggi economiche che sono una manifestazione della propriet socialista,
quanto linsieme delle leggi economiche che si sono conservate in regime socialista a causa di un debole
sviluppo del nuovo modo di produzione (1).
Ho conservato i termini sovietici di planomerno, planomernost: difficile trovare un termine italiano
adeguato a renderne pienamente il significato. Con planomernost sintende il metodo, il sistema, la
conformit al piano, che presiede lorganizzazione cosciente, razionale, pianificata, dellintera produzione
sociale. Ad essa si contrappone la stichijnost, principio che presiede al movimento di forze cieche,
spontanee, incontrollate, anarchiche. Nei testi sovietici il termine stichijnost sempre impiegato per
designare il modo di produzione capitalistico. La planomernost il principio ispiratore del piano (plan) e
della pianificazione (planirovanie), ma non va confusa con essi, che costituiscono latto di stesura del piano
economico generale e le diverse fasi della sua attuazione. Planomernyj la traduzione russa del termine
tedesco planmssig, che Marx impiega nel Capitale per contrapporre, ad una societ dominata dal feticismo
della merce, un processo di produzione organizzato e diretto in modo cosciente e conforme ad un piano: La
figura del processo vitale sociale, cio del processo materiale di produzione, si toglie il suo mistico velo di
nebbie soltanto quando sta, come prodotto di uomini liberamente uniti in societ sotto il loro controllo
cosciente e condotto secondo un piano [unter deren bewuter planmssiger Kontrolle steht] (2). Chambre,
autore di numerosi studi sulla societ e leconomia sovietiche, traduce tout court planomernost con
rationalit (3). Tuttavia, identificare planomernost con razionalit possibile solo a condizione di una
delimitazione epistemologica della nozione sovietica di razionalit sociale.
Per la comprensione di questa nozione si pu accennare al dibattito che negli anni Venti si sviluppa in
URSS sul sistema Taylor. In due articoli precedenti la rivoluzione dOttobre, Lenin, criticando il taylorismo

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come sistema scientifico per spremere sudore, mette tuttavia in evidenza la razionalizzazione dei processi
produttivi che il sistema Taylor comporta. Questa razionalizzazione, per, limitata alla sola fabbrica,
mentre la societ nel suo complesso viene lasciata nellanarchia della produzione (4). La razionalit
tayloristica si configura pertanto come razionalit parziale e razionalit di parte. A questa razionalit,
propria del mondo del capitale, si contrappone la concezione sovietica di razionalit, che potremmo definire
razionalit sociale: essa emerge e si delinea con precisione nella prima Conferenza sulla NOT
(Organizzazione Scientifica del Lavoro), svoltasi nel 1921 a Mosca: alcuni interventi negano al taylorismo la
patente di sistema effettivamente scientifico-razionale, poich esso spinge ad uno smisurato aumento della
tensione lavorativa, senza tener conto delle energie dei lavoratori (5). Esso tende a sprecare luomo, il
capitale pi prezioso. La razionalit tayloristica, limitata al raggiungimento del massimo profitto, si rivela,
dal punto di vista sovietico, profondamente irrazionale: dalluniverso di Taylor escluso luomo. Se dal
punto di vista limitato ed unilaterale del capitale, per il fine che esso si propone (massimizzazione del
profitto), il sistema Taylor pu apparire razionale, dal punto di vista dello sviluppo armonico dellintera
societ, esso dimostra la sua irrazionalit. Il criterio ispiratore, il fine che la razionalit sociale sovietica
afferma di voler raggiungere proprio lopposto della razionalit capitalistica di parte: lo sviluppo armonico
ed onnilaterale della societ tutta e di ogni suo membro.
Lidea di planomernost attraversa gran parte della produzione teorica del marxismo sovietico, unideaguida fondamentale, alla quale si rifanno tutti i testi di economia politica del socialismo. Essa ha tutta la
suggestione e il fascino di un grande progetto posto di fronte allumanit gi dal tempo del secolo dei lumi:
costruire una societ, un mondo conforme alla ragione, finalmente liberato dalla sottomissione a forze cieche
e spontanee, condurre una rivoluzione della coscienza e della ragione contro lanarchia della produzione e
dei comportamenti sociali, riuscire a progettare ed edificare una societ nuova sulla base di un programma
razionale. In tal modo, attraverso lorganizzazione pianificata dellattivit economica, lumanit esce dal suo
stato di minorit, dalla sua preistoria, in cui erano gli eventi e le cose a dominarla, in cui soltanto ex post, sul
mercato, essa riusciva a conoscere i suoi effettivi bisogni, per entrare finalmente nel regno della storia, in cui
progetta e realizza il proprio destino: non pi ape mandevilliana, ma architetto della societ.
2. Bucharin: irrazionalit del capitale e razionalit socialista
Lidea che si possa praticare - una volta superata la propriet privata dei mezzi di produzione uningegneria sociale, una tecnologia sociale, fortemente diffusa nellURSS degli anni Venti. Uno dei
principali ispiratori di essa Nikolaj Bucharin, il cui saggio, Economika perechodnogo perioda, esercita
grande influenza sulle concezioni della teoria economico-sociale sovietica anche dopo il tramonto delle
fortune politiche del suo autore.
La societ mercantile non costituisce, secondo Bucharin, ununit teleologica, non un sistema
derivato coscientemente secondo un piano determinato; in essa luomo non il Soggetto dei processo
economico, non genera la societ, ma generato dalla societ. Il sistema economico della societ
mercantile, , perci, impersonale [...], cieco, e, in questo senso, irrazionale. Ma, nel momento in cui i
produttori associati, collettivamente padroni dei mezzi di produzione, divengono leffettivo Soggetto della
societ, organizzandola in modo razionale, secondo un piano da essi coscientemente e liberamente stabilito,
si dissolve anche la societ fondata sulla merce, che Bucharin identifica tout court con la societ fondata sul
capitale. Nel momento in cui gli uomini non hanno pi bisogno della mediazione della merce per riconoscere
il carattere sociale della loro produzione, si modifica il carattere dei loro rapporti di produzione, che
divengono immediatamente sociali.
Leconomia politica, scienza delleconomia sociale non organizzata, non ha pi ragion dessere nel
momento in cui ha fine la forma di societ fondata sullirrazionalit del mercato. Infatti, non appena si passa
a considerare uneconomia sociale organizzata, scompaiono tutti i problemi fondanti delleconomia
politica: il problema del valore, del prezzo, del profitto, ecc. Qui non sono espressi i rapporti tra gli uomini
in rapporti tra cose e leconomia sociale non viene regolata dalle cieche forze del mercato e della
concorrenza, ma da un piano attuato coscientemente (6). Leconomia politica, secondo Bucharin e gran
parte dei marxisti sovietici degli anni Venti, ha senso solo come scienza del disoccultamento dei fenomeni
(7).
Alla nuova societ comunista, razionalmente organizzata, deve corrispondere la nascita di una nuova
scienza economica, che non avr pi bisogno di scoprire lessenza dei rapporti sociali celata dietro la loro
scorza fenomenica, di indagare sulle nascoste leggi che regolano il movimento dei rapporti sociali. Nel
momento in cui questi ultimi divengono immediatamente sociali, non occulti, trasparenti, il compito della

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scienza economica si riduce alla creazione di un sistema normativo-descrittivo di leggi. Infatti, nella nuova
societ, sono i produttori associati ad elaborare il piano economico, sono essi che calcolano a priori i bisogni
sociali, e stabiliscono le norme di qualit e quantit della produzione sociale complessiva, di comportamento
economico, e dunque, anche, dellagire sociale. Le norme, coscientemente e liberamente stabilite, cio le
scelte di politica economica per lintera produzione sociale, sono leggi di comportamento economico che la
societ si d: quindi leggi soggettive, scelte da un libero e cosciente Soggetto che se le impone, da un
Soggetto sociale, letteralmente, autonomo.
Qualche anno pi tardi, nel 1925, Preobraenskij, nel suo La nuova economia, definisce tecnologia
sociale la scienza nuova che sostituisce leconomia politica della societ capitalistico-borghese. La nuova
scienza scienza della previsione dei bisogni economici in uneconomia organizzata per una produzione pi
razionale, scienza del lavoro organizzato, della produzione organizzata, di un sistema di rapporti di
produzione, in cui la conformit alle leggi si rivela nella vita economica per mezzo di nuove forme, in cui
non esiste pi la reificazione dei rapporti umani. Le principali leggi economiche che governano il
movimento delleconomia capitalistica si mutano in previsione cosciente e calcolo pratico delle necessit
economiche; cos la legge del valore, legge spontanea della produzione di mercato, si muta in calcolo
cosciente della statistica socialista della produzione e ripartizione del prodotti (8).
3. Il dibattito negli anni Venti: piano genetico o teleologico?
Lidea del Piano/Soggetto, della tecnologia sociale, alla radice della scelta di un modello di piano
teleologico, operata dal partito bolscevico al momento dellesaurimento della NEP e dellavvio dei piani
quinquennali. lntorno alla met degli anni Venti, cos ricchi di produzione teorica, di realismo e di utopia, si
confrontano due scuole di economisti, battezzate da Bazarov, in un articolo del 26 dedicato alla metodologia
di costruzione di un piano a lungo termine (9), come scuola genetica e scuola teleologica.
Gli esponenti della scuola genetica, che conta tra i suoi esponenti, oltre lo stesso Bazarov, economisti
come Kondratev e Groman, intendono enucleare gli avvenimenti passati per proiettarli nellavvenire, in
modo tale che i risultati economici ottenuti lungo un arco significativo di anni, una volta analizzati, servano
da modello per lelaborazione delle proporzioni fondamentali del piano nella costruzione del socialismo. In
tal modo si pu adottare un ordine rigoroso nella connessione dei diversi settori del piano tra loro. Groman
propone di costruire il piano sulla base delle proporzioni costanti tra masse dei valori della produzione
industriale e della produzione agricola del periodo precedente la rivoluzione; Bazarov di orientarsi sui ritmi
di crescita delleconomia dei principali paesi capitalistici (10).
Tra gli esponenti della scuola teleologica troviamo Leontev e Strumilin, al quale dobbiamo lelaborazione dei primi schemi di bilancio intersettoriale negli anni Trenta. Essi sostengono che il compito principale dei
piani in tutto il periodo di transizione dal capitalismo al socialismo risiede nella costruzione del socialismo
stesso, definendo i ritmi produttivi necessari, stabilendo il fine, il telos, proposto. La critica che i teleologici rivolgono ai genetici quella di non volere veramente la transizione al socialismo, di operare nei fatti
per un ritorno al capitalismo: non ponendo chiaramente come fine della pianificazione lobiettivo al quale
essa deve essere diretta - la societ comunista - essi ripropongono il modello di sviluppo della vecchia Russia
(Groman) o dei paesi capitalistici (Bazarov), senza tener conto dei profondi mutamenti intervenuti, dopo la
rivoluzione, nei rapporti di propriet dei mezzi di produzione. Il piano dei genetici svolgerebbe, cos, un
ruolo totalmente passivo, privo di progettualit e tensione verso il futuro. Ma, l dove non c il fine verso cui
tendere - scrive nel 28 A. Leontev - non si pu, a rigore, neppure parlare di piano: un piano senza obiettivi
una contraddizione interna, come un piano senza piano (11). I genetici sono accusati di voler sostituire al
metodo della pianificazione socialista una semplice previsione degli sviluppi futuri: ai pianificatori
spetterebbe solo il compito di cogliere il senso, la direzione, dei processi economici e sociali che si vanno
realizzando, e che avrebbero in ogni caso seguito il loro corso anche senza piano, poich in anticipo
predeterminati dalla struttura economico-sociale del sistema. Kondratev insiste particolarmente sulla
concezione del piano-prognosi, prognosi che non pu essere matematicamente esatta: il piano non pu
essere formulato in termini quantitativi, pu solo intuire la direzione generale dello sviluppo spontaneo
delle forze produttive.
Il XV Congresso del partito comunista (dicembre 1927) si pronuncia duramente contro la concezione
genetica, sancendo la vittoria dei teleologici: i piani saranno elaborati sulla base del progetto e della
concezione di socialismo, che il partito bolscevico al potere si in quegli anni formato.

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4. Il problema delle leggi economiche: soggettivismo, volontarismo, oggettivismo


Al di l dello scontro politico che dietro il dibattito sul metodo di elaborazione dei piani si andava
svolgendo, la contrapposizione tra teleologici e genetici mette in evidenza apertamente lesistenza di un
problema di grande rilevanza per il marxismo sovietico: il ruolo che giocano le leggi economiche nel
socialismo. Quale rapporto vi tra economia (struttura economica della societ) e politica ( progetto-praxis di
soggetti organizzati)? Dietro la concezione dei genetici traspare lidea che in economia vi siano ritmi di
sviluppo e proporzioni, tra i vari settori e branche della produzione, oggettivi, indipendenti dalla volont
degli uomini. Il ruolo della politica economica, dellazione cosciente e organizzata dei soggetti politici, deve
limitarsi ad assecondare, nel modo migliore possibile, sgombrando il campo da eventuali intralci che ne
potrebbero ostacolare il corso, il libero sviluppo delle tendenze, dei geni prestampati e gi presenti
nellembrione economico. Dietro le affermazioni dei teleologici possiamo rinvenire lidea della politica
come progetto e azione di libere volont: la composizione genetica della struttura economica della societ
pu, e deve, essere modificata in funzione del progetto politico. Sulle bandiere dei teleologici pu essere
iscritto lo slogan staliniano degli anni Trenta: non esistono fortezze che i bolscevichi non possano
abbattere.
Se negli anni Venti prevalente lidea buchariniana della fine delleconomia politica e delle sue leggi
oggettive, sostituite, nel momento in cui la societ dirige razionalmente il processo economico, da un sistema
di norme, negli anni Trenta, nel fuoco della lotta per la pianificazione, si levano alcune voci per denunciare il
pericolo di cadute soggettivistiche e volontaristiche. L. M. Gatovskij, in alcuni scritti dedicati ai problemi
metodologici della teoria delleconomia sovietica, pubblicati agli inizi degli anni Trenta (12), insiste
sullesistenza di leggi nelleconomia sovietica, anche se qualitativamente diverse da quelle delleconomia
capitalistica: non pu esistere fenomeno, naturale o economico, senza legge del fenomeno. una pericolosa
illusione credere che in una societ comunista non debbano esservi leggi economiche, ma semplici forme
tecniche di conduzione delleconomia. La politica economica del proletariato, se non vuol correre il rischio
di cadere in una rovinosa utopia, deve essere conforme alle leggi economiche obiettive: come la natura,
anche leconomia si vendica, se le si fa violenza. Secondo Gatovskij, la teoria delleconomia sovietica (che
in seguito si chiamer economia politica del socialismo) ha una sua ragion dessere entro un ambito
precisamente delimitato: essa scienza descrittiva delle leggi di movimento dei fenomeni economici propri
della societ socialista; la politica economica invece, scienza normativa, che stabilisce un sistema di regole
per governare leconomico.
Sorge ora un problema. Leconomia politica del socialismo, a partire dalla seconda met degli anni
Trenta, ha definito fondata sulla pianificazione la struttura economica sovietica: da ci deduce che la
planomernost una legge delleconomia sovietica. Il carattere pianificato delleconomia, per, tale solo se
c un piano ben elaborato, realizzato in base a norme ben precise. Ma, stabilire norme economiche (di
produttivit, di ammontare del prodotto complessivo, di priorit in determinati settori produttivi, di
ripartizione del fondo salari e del fondo di incentivazione alla produzione, del quantum destinare
allaccumulazione e al consumo, ecc.) non forse proprio il campo della politica economica? Gatovskij
risolve in questo modo:
Dal momento che il piano della dittatura del proletariato il regolatore delleconomia [chozjajstvo], la
teoria delleconomia sovietica non pu non essere lo studio dei principi fondamentali, delle concezioni e dei
metodi di costruzione di uneconomia socialista. Linsegnamento delle trasformazioni, del movimento delleconomia sovietica impensabile al di fuori della politica economica [testo A].
Ma questa disciplina non separata dalleconomia [ekonomija] teorica, perch le leggi della costruzione
del socialismo non sono separate dalle leggi obbiettive di movimento del socialismo [testo B] (13).
Se per leggi obiettive sintende ancora leggi che operano indipendentemente dalla volont umana, la
soluzione di Gatovskij aporetica. Sarebbe come dire: la politica economica a fondamento delleconomia
teorica (TESTO A), la quale studia le leggi obiettive, che sono a loro volta a fondamento della politica
economica (TESTO B).
Leontev, in un articolo del 1947, adotta la formula engelsiana di libert come coscienza della
necessit: alla base di ogni legge economica vi una necessit oggettiva determinata di una data societ. La
necessit oggettiva che sta alla base delle leggi economiche della societ socialista compresa
coscientemente dalla societ e si trasforma in scopo definito che questa societ assegna a se stessa (14).
Lo scritto di Stalin, Problemi economici del socialismo in URSS, vero e proprio testamento teorico-politico, rappresenta una pietra miliare nella storia della teoria economica sovietica. Esso sintetizza, nel bene e nel
male, trentanni di dibattito sulle principali questioni teoriche di uneconomia socialista e traccia un bilancio
di oltre due decenni di pianificazione: il laboratorio URSS offre ampio materiale su cui riflettere.

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Proprio lesperienza della pianificazione ha mostrato il pericolo di tendenze volontaristiche e


soggettivistiche in economia e messo in evidenza la necessit, nellelaborazione del progetto-piano, di fare i
conti con la realt esistente, e le sue leggi obiettive. Dalla convinta affermazione delloperare di esse
allinterno della societ socialista, prende le mosse lo scritto di Stalin: Alcuni compagni negano il carattere
obiettivo delle leggi della scienza, in particolare delle leggi delleconomia politica nel socialismo. Essi
negano che le leggi delleconomia politica riflettano le leggi di sviluppo di processi che si compiono
indipendentemente dalla volont degli uomini. Essi ritengono che lo Stato sovietico e i suoi dirigenti possano
abolire le vigenti leggi delleconomia politica, possano formare nuove leggi, creare nuove leggi.
Lerrore di queste posizioni consiste nella confusione tra leggi scientifiche, che riflettono i processi
obiettivi, che si svolgono nella natura o nella societ, indipendentemente dalla volont degli uomini, con le
leggi emanate dai governi, create per volont degli uomini, che hanno solo forza giuridica (15).
Natura ed economia sono qui da Stalin accomunate e messe sullo stesso piano di estraneit-alterit
rispetto agli uomini, entrambe governate da leggi che il volere umano non pu pretendere di cambiare. Gli
uomini, per, possono conoscere queste leggi ed utilizzarle secondo i loro fini; lequiparazione di leggi
naturali e leggi economiche serve a Stalin per affermare che lumanit, come ha imparato, studiando le leggi
obiettive della fisica, a servirsi di esse per costruire dighe e centrali elettriche, arginando la violenza delle
inondazioni e volgendo la loro forza distruttrice a suo proprio vantaggio, cos pu impiegare le leggi
economiche nellinteresse della societ, in modo da dare un altro indirizzo alle azioni distruttive di alcune
leggi, limitare la loro sfera dazione, dare spazio ad altre leggi che cerchino di aprirsi un varco (16). La
differenza tra socialismo e capitalismo non consiste nellabolizione delle leggi economiche oggettive, ma nel
fatto che le leggi dellattivit sociale, che in precedenza stavano di fronte agli uomini come leggi di natura
che li dominavano, ora possono essere applicate dagli uomini in piena cognizione di causa e quindi
dominate (17).
Anche nella costruzione del socialismo, secondo Stalin, il potere sovietico non ha distrutto le leggi
economiche esistenti, o fondato leggi nuove, ma si basato sulla legge economica della necessaria
corrispondenza dei rapporti di produzione al carattere delle forze produttive, che, essendo sociale, richiedeva
la socializzazione dei mezzi di produzione. Questultima legge della necessaria corrispondenza
classificata da Stalin tra le leggi economiche generali, presenti in tutti i modi di produzione, nessuno
escluso; ad esse si affiancano, nella classificazione delle leggi economiche, le leggi particolari, proprie
solo ad alcuni modi di produzione, con un carattere storicamente determinato, ad esempio la legge del valore,
che sorge ad un determinato livello di sviluppo della societ, e si estingue in una sua fase successiva. Questa
classificazione delle leggi economiche in generali e particolari viene mantenuta nel Manuale di economia
politica del 1954 e nelle sue edizioni successive del 1959 e del 1962. Altri autori, in seguito, descrivono un
sistema di leggi economiche pi complesso. Il Manuale di politica economica, redatto nel 1982, sotto la
direzione delleconomista I. L. Abalkin (18), distingue, oltre alle leggi economiche generali e particolari,
anche le leggi economiche specifiche del modo di produzione comunista o della sua prima fase, il
socialismo. Sono leggi che, nel corso della storia si manifestano per la prima volta con la socializzazione dei
mezzi di produzione. Alla societ comunista nel complesso appartengono la legge fondamentale e la legge
dello sviluppo pianificato, proporzionale; alla fase socialista, la legge della distribuzione secondo il lavoro.
Se questo il quadro generale disegnato da Stalin, che ruolo gioca qui la planomernost? Stalin distingue
tra politica di piano (elaborazione e attuazione dei piani economici) e legge economica obiettiva dello
sviluppo pianificato, proporzionale delleconomia nazionale, sorta in contrapposizione alla legge della
concorrenza e dellanarchia della produzione nel capitalismo. Tale legge, afferma Stalin, obiettivamente
determinata dalla socializzazione dei mezzi di produzione; uneconomia nazionale socialista si pu avere
solo sulla base di uno sviluppo pianificato delleconomia nazionale. Tuttavia, tale legge obiettiva dello
sviluppo pianificato d solo la possibilit ai nostri organi pianificatori di pianificare in modo giusto la
produzione sociale. Ma non si deve confondere la possibilit con la realt. Perch la possibilit divenga
realt necessario uno studio attento per lelaborazione dei piani, in modo che essi riflettano per intero le
esigenze della planomernost. Il che, riconosce Stalin, non si verifica ancora in misura soddisfacente in
URSS (19).
Se dal punto di vista politico emerge in modo evidente lobiettivo di Stalin di colpire quelle tendenze
volontaristiche e soggettivistiche, da lui stesso in parte alimentate negli anni Trenta e manifestatesi nel corso
dellelaborazione dei primi piani quinquennali, non sembra risolto in modo soddisfacente il nodo del
rapporto tra economia politica e politica economica. soprattutto in merito al rapporto tra legge oggettiva
del carattere pianificato delleconomia sovietica e ruolo dei soggetti pianificatori, che la soluzione di Stalin
mostra i suoi limiti. La definizione staliniana di legge economica oggettiva , riguardo la planomernost,
ambigua: da un lato, la legge agisce indipendentemente dalle volont umane; dallaltro, fornisce solo una

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possibilit, che spetta alle capacit e volont umane volgere in realt. Senza questo intervento umano di
corretta elaborazione e attuazione del piano, la legge obiettiva (per definizione: indipendente dalla volont
umana) inoperante. Lappiattimento dello statuto teorico delle leggi economiche su quello delle leggi
naturali conduce cos in un vicolo cieco. A riprova delle difficolt che incontra la teoria sovietica nel definire
soddisfacentemente il rapporto tra economia politica (con le sue leggi obiettive) e politica economica, si
possono citare, a mo di esempio, due formulazioni degli anni Sessanta. In Economia politica del socialismo,
K. N. afiev riprende la formula delle leggi economiche oggettive indipendenti dalla volont degli uomini;
ma ci non significa che gli uomini non incidano sul carattere e la forma del loro sviluppo (20).
Formulazione, questa, non molto diversa da quella presente otto anni prima nei Problemi economici del
socialismo, con la differenza che, mentre per Stalin gli uomini possono impiegare, far uso delle leggi
secondo i propri fini, mettendo loro il morso, limitando la loro sfera dazione, per afiev essi possono
incidere nello sviluppo stesso di queste leggi. Nel 1962 lEnciclopedia filosofica d risalto maggiore al ruolo
della politica: La misura e la forza secondo cui queste leggi tracciano la via dello sviluppo sociale
dipendono in misura notevole dal fatto che gli uomini conoscano o meno queste leggi e le condizioni della
loro azione e dalla misura in cui comprendono la loro propria attivit come condizione necessaria delle leggi
della societ (21). Negli anni Settanta-Ottanta il discorso viene svolto in modo pi articolato. Nel gi citato
Manuale di Politica economica del PCUS (destinato a funzionari di partito e quadri economici), pubblicato
nel 1982, si opera una distinzione tra leggi naturali e leggi economiche: le prime, non solo esistono
indipendentemente dalla volont degli uomini, ma agiscono anche, si realizzano, malgrado lattivit umana.
Tali, ad esempio, sono la legge della gravitazione universale, le leggi della meccanica, le leggi
dellevoluzione naturale. Diversamente da esse, le leggi economiche si realizzano solo attraverso lattivit
degli uomini, sono leggi della loro attivit economica (22). Questo non significa, secondo gli autori del
manuale, che in economia tutto sia possibile, che la politica economica debba ignorare lesistenza di leggi
obiettive: ci produrrebbe solo disastri economici, come si pu rilevare dal fallimento dei tentativi
volontaristici di alcune rivoluzioni comuniste. Daltra parte, la specificit delle leggi economiche, rispetto a
quelle naturali, deve mettere in guardia contro il pericolo dellattesa passiva che le leggi obiettive di per se
stesse, al di fuori e malgrado una nostra azione puntualmente organizzata, rivolta a un fine, diano i risultati
sperati [...] Certo, nelleconomia socialista sono obiettivamente presenti la planomernost e la
proporzionalit (la conformit allo sviluppo proporzionato dei vari settori), unelevata efficienza,
unininterrotta crescita del livello di vita del popolo. Tuttavia, tutti questi processi si realizzano nella pratica,
nella vita reale, soltanto nella misura in cui si raggiunge larmonia, la concordanza, nellazione economica
degli uomini, di tutti i gangli delleconomia nazionale (23).
Nellenunciare la planomernost come legge obiettivamente presente nelleconomia socialista, il
Manuale di Politica economica ha certamente presente che i piani elaborati non riescono ad essere
pienamente realizzati, ch anzi si accresce di anno in anno il divario tra piani e loro realizzazione. per
questo che insiste sulla necessit dellarmonia e dellazione concorde e combinata a tutti i livelli. Sotto
questo aspetto, quanto afferma il Manuale di Politica economica riflette pienamente la realt sovietica.
Tuttavia, non difficile cogliere il carattere tautologico dellaffermazione del manuale precedentemente
citata, che pu essere letta in questo modo: la razionalit economica si realizza nella misura in cui
funzionano in modo armonico e razionale tutti i settori delleconomia, cio la planomernost si realizza
quando leconomia funziona planomerno.
5. La planomernost come deduzione del concetto generale di propriet sociale socialista
Occorre a questo punto aprire un discorso su quel che debba effettivamente intendersi con lespressione
sovietica di legge economica obiettiva della societ socialista. Quando la teoria sovietica parla della
societ capitalistica, fa riferimento a leggi economiche in essa operanti, dalla legge del valore alla legge della
caduta tendenziale del saggio di profitto, ricavate dallo scienziato Karl Marx attraverso lo studio dei
fenomeni concreti di una societ storicamente determinata: al di l delle apparenze fenomeniche, lo
scienziato scopre le costanti, le leggi di movimento e funzionamento della societ capitalistica. Queste leggi
economiche, se lanalisi corretta, ci spiegano lintima trama della societ capitalistica, ci danno ragione di
questo o quel fenomeno in essa presente (tenendo ben fermo, tuttavia, che una legge, come rilevava Lenin
nei Quaderni filosofici, prende in considerazione unicamente lelemento stabile, per cui ogni legge limitata,
incompleta, approssimata, pi povera rispetto alla complessit e concretezza del fenomeno, ma al tempo
stesso pi ricca, poich ne coglie lessenza). Ma leconomia politica del socialismo ha ricavato allo stesso
modo le leggi economiche della societ sovietica?

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Prendiamo in esame la definizione di legge economica fondamentale del socialismo data dai manuali
degli anni Settanta-Ottanta: Essa caratterizza loggettivo orientamento della produzione al miglioramento
della vita del popolo e lo sviluppo onnilaterale di ogni membro della societ per mezzo della crescita
costante della produzione sociale e lelevamento della sua efficienza (24). In termini non molto diversi si
era espresso Stalin nel 52, anche se, piuttosto che sul problema dellefficienza (problema che assilla
particolarmente i dirigenti sovietici a partire dalla met degli anni Settanta), si soffermava su quello dello
sviluppo tecnico: I tratti essenziali e le esigenze della legge economica fondamentale del socialismo
potrebbero formularsi allincirca in questo modo: assicurazione del massimo soddisfacimento delle sempre
crescenti esigenze materiali e culturali della societ tutta, mediante laumento ininterrotto e il
perfezionamento della produzione socialista sulla base di una tecnica superiore (25). Nonostante il carattere
pi cauto delle pi recenti formulazioni (orientamento della produzione al miglioramento della vita del
popolo, piuttosto che assicurazione del massimo soddisfacimento delle esigenze della societ), la legge
economica fondamentale, piuttosto che ricavata dallanalisi concreta della societ concreta sovietica,
sembra esprimere una tensione verso un obiettivo da raggiungere, un dover essere, un imperativo categorico.
Lo stesso potrebbe dirsi dellaltra importantissima legge delleconomia socialista, la planomernost.
Questo non significa che le leggi delleconomia politica del socialismo siano illogiche, arbitrarie; al
contrario, esse sono la deduzione conseguente dal concetto di socialismo. A ben guardare, la necessit della
planomernost dentro il concetto stesso di socializzazione socialista dei mezzi di produzione. A differenza
che nella societ fondata sulla propriet privata dei mezzi di produzione, in cui loptimum del singolo
proprietario capitalista non coincide, anzi contrasta con loptimum dellintera societ (nonostante la
riproposizione, in forme pi o meno elaborate - dalla favola delle api di Mandeville alla mano invisibile di
Adam Smith - dellinsulso apologo di Menenio Agrippa), nella societ fondata sulla propriet sociale, la
ratio del singolo deve coincidere con quella della societ: deve essere lintera societ, considerata come
unico corpo sociale, a stabilire i suoi fini produttivi, le sue priorit economiche. Una propriet sociale e
indivisibile dellintera societ incompatibile con lesistenza di comportamenti economici che, come accade
nella societ capitalistica, siano contrapposti in modo antagonistico gli uni agli altri (26). In altri termini, se
luso dei mezzi di produzione appartenenti allintera societ non rispetta il criterio della razionalit sociale,
di un uso pianificato dei mezzi di produzione in funzione dello sviluppo armonico di ogni membro della
societ, la propriet sociale cesser di essere tale, almeno de facto, trasformandosi in propriet di gruppo o
classi determinate, di una parte della societ contrapposta allaltra, che viene privata della decisione e del
controllo sulluso dei mezzi di produzione. La razionalit sociale, la planomernost, unesigenza obiettiva
della societ comunista per definizione: lesistenza stessa della propriet sociale, di una propriet sociale
effettiva, comporta la necessit che ogni membro della societ sappia comportarsi da proprietario nei
confronti della sua propriet, che sappia quindi gestirla, dirigere il processo produttivo, e sappia fare ci in
modo coordinato e armonico (27), in pieno accordo con tutti gli altri proprietari sociali. Ma ci
possibile soltanto se ogni membro della societ consapevole di dover realizzare, attraverso la
pianificazione, la ratio sociale, necessit immanente della propriet sociale. Inoltre, la nozione stessa di
propriet sociale nel senso forte che si qui delineato, comporta una crescita grandiosa del sapere, del saper
dirigere, organizzare, gestire il processo produttivo, da parte di ogni membro della societ. Soltanto lazione
cosciente, scientificamente organizzata, di tutti i membri della societ, che decidano, liberamente
consapevoli della necessit, sulluso della loro propriet, pu realizzare lassunto della propriet sociale.
6. Il problema della mancata realizzazione dei piani sovietici
Se ora, dal cielo del modello ideale, dalla definizione in senso formale del concetto di propriet sociale
sui mezzi di produzione da parte dellintera societ (che non va confusa con la propriet cooperativa di
gruppo, parziale, n con la propriet statale, anche se questultima pu, in determinate condizioni, essere
considerata un presupposto per la propriet socialista) scendiamo alla realt concreta sovietica, ci imbattiamo
subito nel problema della non corrispondenza dei piani con la loro realizzazione.
Conclusa la fase di sperimentazione e rodaggio dei piani, lo scarto piano/realt continua a presentarsi non
tanto come fatto contingente, episodico, ma come una costante. La questione assume, dunque, notevole
rilevanza teorica. Possiamo classificare le spiegazioni che sono state formulate a proposito di questo
fenomeno in tre gruppi fondamentali.
A. La tesi sovietica del periodo breneviano: insufficienze. Lo scarto tra piano e sua realizzazione non
un dato strutturale delleconomia sovietica. Pu accadere di commettere errori di previsione (non nel senso

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forte di oibki, ma di nedostatki, insufficienze) che possibile correggere nel corso stesso di attuazione del
piano annuale o quinquennale: nessun piano delleconomia nazionale, anche se elaborato nel modo pi
minuzioso, pu calcolare tutto ci che la vita creer nel corso della sua realizzazione (28). Si tratta, certo, di
migliorare i meccanismi di elaborazione e, soprattutto, di attuazione dei piani. Per superare i limiti nel lavoro
di direzione e gestione delleconomia, vanno utilizzate meglio le leve degli incentivi materiali, stimolando
cos lefficienza nelladempimento dei piani.
B. Lo scarto tra piano e realizzazione un dato strutturale delleconomia sovietica, poich il modo
di produzione che la caratterizza - al di l della maschera delle dichiarazioni ufficiali - non che la variante
statalistica, per diversi aspetti arretrata e illiberale, del modo di produzione capitalistico. Poich il
capitalismo, in quanto tale, impianificabile, i piani, in realt, sono inoperanti, sono solo illusione, fiction.
la tesi dei teorici del capitalismo di Stato (o di partito) in URSS, quali C. Bettelheim o B. Chavance (29).
C. Inadeguatezza della teoria della decisione implicita nella teoria sovietica della pianificazione .
Questultima, secondo M. Ellman non tiene conto dei fondamentali fattori dellignoranza parziale, dellinadeguatezza delle tecniche di elaborazione dei dati e della complessit. La teoria sovietica della
pianificazione sarebbe dunque eccessivamente rigida, non terrebbe conto del fatto che in economia, come
sosteneva J. M. Keynes, unignoranza parziale inevitabile. Ritenere che la razionalit sociale possa
essere raggiunta compilando un piano centrale, che poi sar fedelmente attuato, unidea sbagliata, che pu
ridurre la recettivit del paese nei confronti di informazioni nuove, e quindi ingenerare ritardi e inefficienze.
Lidea che tutti i dati importanti siano stati elaborati a livello centrale e che il dovere di tutti i subordinati sia
quello di attuare il piano, pu semplicemente far s che questi reagiscano ai cambiamenti nella situazione in
modo socialmente irrazionale. La razionalit del piano si converte cos in sprechi ed irrazionalit
decuplicati. Ma il vizio di fondo della teoria sovietica della pianificazione risiede, per Ellman, nelle origini
ottocentesche del marxismo, dominato ancora dal determinismo, da quel demone di Laplace, che, bandito
dalla fisica, non sarebbe stato ancora esorcizzato in economia: la teoria sovietica non prende in
considerazione processi stocastici rispetto a quelli deterministici, assume lesistenza di un mondo
deterministico, dotato di una conoscenza perfetta, in cui possono essere compilati piani unici, perfetti, per il
presente e per il futuro. Nei fatti noi viviamo in un mondo in cui siamo parzialmente ignoranti sia del
presente che del futuro, e nel quale i processi stocastici sono importanti, e le nostre teorie, istituzioni e
politiche devono tenerne conto (30).
Tuttavia, la teoria della pianificazione sovietica centralizzata non soffre di quelleccesso di determinismo
che qui le si imputa. O, almeno, non si pu dire che sia lignoranza della parziale ignoranza la causa
fondamentale del divario piano/realizzazione e dellinefficienza. La teoria sovietica ammette la possibilit
che la vita (izn lespressione pi usata in questo caso) possa generare imprevisti: a questo proposito i
manuali sovietici si richiamano a quanto sottolineava Lenin al momento del varo del piano di elettrificazione
(GOELRO): questo programma sar migliorato, rielaborato, perfezionato, modificato ogni giorno, in ogni
officina, in ogni distretto (31).
Vi piuttosto un aspetto del discorso di Ellman che merita di essere preso pi attentamente in
considerazione: si tratta della descrizione che egli fa delle cause della parziale ignoranza sovietica.
Linformazione necessaria allelaborazione dei piani dipende in gran parte dai funzionari periferici. Ma la
situazione sociale tale che i funzionari incaricati di fornire le necessarie informazioni si sforzano di evitare
il rischio e di scansare le responsabilit. I membri inferiori della gerarchia amministrativa, pi intenti alla
cura dei propri interessi particolari che alla tutela dellinteresse generale, tenderebbero a fornire informazioni
distorte per salvaguardare la propria posizione nei confronti dei superiori, tenderebbero ad abbellire la realt
e a filtrare le informazioni, fornendo solo quelle che essi ritengono possano far piacere, o quantomeno non
dispiacere troppo, ai livelli pi alti della gerarchia. Piuttosto che come ununica squadra (lantica idea
leniniana delleconomia socialista come unico gigantesco Kombinat), leconomia sovietica, sostiene Ellman,
funziona come una coalizione, i cui interessi, come nelle coalizioni dei partiti di governo, soltanto
parzialmente coincidono.
Questa descrizione della realt sovietica, che non si discosta in modo significativo dalla definizione
dellungherese A. Hegedus (sistema della mancanza di responsabilit organizzata) o della denuncia del
tedesco orientale R. Bahro sulle inefficienze del potere burocratico, suggerisce una riflessione sul rapporto
tra struttura sociale e razionalit del piano (planomernost). Lelaborazione imperfetta del piano, dovuta al
deficit di informazione cui i pianificatori sovietici vanno incontro, lerrore di pianificazione che ingenera
spreco e inefficienze, non sono il prevedibile risultato del demone di Laplace, di quelleccesso di
determinismo che caratterizzerebbe, secondo Ellman, tanto il marxismo quanto la teoria sovietica, la quale,

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nella sua pretesa di prevedere e programmare nei minimi dettagli tutti gli aspetti economici del piano, si
scontrerebbe inevitabilmente con il problema della parziale ignoranza. Il deficit di informazione ha,
piuttosto, unorigine sociale. Invece di quella omogeneit di interessi che la concezione forte di propriet
sociale presuppone, concezione dalla quale la teoria sovietica ha dedotto il principio della planomernost
come legge necessaria e obiettiva di una societ di produttori associati, ci si trova di fronte ad interessi non
pienamente combacianti, diversi, contraddittori, anche se non necessariamente antagonistici. Il piano,
piuttosto che come elaborazione e decisione razionale, come cervello sociale di un corpo sociale compatto e
omogeneo, diviene allora una sommatoria pi o meno riuscita, pi o meno consapevole, degli interessi
diversi di gruppi sociali differenti. Siamo molto lontani dallidea di planomernost.
7.Planomernost e anarchia della produzione
Se si considera il contenuto delle due leggi, che contraddistinguono essenzialmente la societ socialista
rispetto a quella del capitale, non si pu non osservare che il pieno soddisfacimento dei bisogni umani e la
conformit al piano si trovano su un terreno diverso rispetto alla legge del valore: non possono essere
considerate leggi allo stesso modo. Intendo dire che - se si esamina la questione dal solo punto di vista
concettuale, senza far riferimento alla situazione storico-concreta dellURSS o di altre esperienze socialiste le leggi economico-sociali del socialismo non possono non avere un carattere diverso. Per comprendere ci,
occorre considerare in che senso le leggi economiche del modo di produzione capitalistico si definiscono
oggettive.
Credo vada sottolineato che loggettivit delle leggi economico-sociali del modo di produzione
capitalistico, il fatto che esse siano indipendenti dalla volont degli uomini, non deriva tanto dal feticismo
della merce, ma dal carattere antagonistico di questa societ: non tanto un problema di riconoscere ex post
o ex ante il carattere sociale della produzione, quanto un problema di duplice contraddizione antagonistica:
dei capitali tra loro e del capitale complessivo (Gesamtkapital) contro il lavoro complessivo
(Gesamtarbeit). Anche conoscendo alla perfezione le leggi economiche del modo di produzione capitalistico
(e i funzionari del capitale possono benissimo conoscerle) e volendo volgerle, piegarle, utilizzarle a
proprio vantaggio, i capitalisti realmente operanti non possono evitare la concorrenza e lanarchia dei
capitali; possono rinviare, ma non conciliare il conflitto. In questo senso le leggi che governano leconomia
capitalistica sono oggettive, indipendenti dalla volont e dalla coscienza dei soggetti. Non leconomia in
quanto tale ad essere impianificabile; la sua forma di organizzazione capitalistica. in questa forma che il
capitalista deve pianificare e non pu pianificare. In questa contraddizione, il fatto che il capitalista disponga,
in modo privato, e mosso dalla forza dattrazione del profitto, dei mezzi materiali di produzione e del lavoro
umano appare come il suo proprio limite. Carattere privato della produzione non che unaltra parola per
assenza di pianificazione nel contesto globale - il che non impedisce attivit febbrili di pianificazione
nellambito di unimpresa, ma le rende al contrario necessarie. La disgrazia del capitalista che pianifica
laltro capitalista che pianifica, i loro piani si scontrano necessariamente (32). nel concetto stesso di
capitale che implicito lantagonismo; come ci ricorda R. Rosdolsky (33), il capitale autorepulsione,
repulsione reciproca dei capitali: un capitale universale che non abbia di fronte a s altri capitali con cui
scambiare [...] un assurdo (34).
Dal concetto di socialismo invece esclusa la contraddizione antagonistica. Lesistenza della propriet
sociale abolisce la conflittualit antagonistica tra capitali e tra capitale e lavoro. Rispetto alla necessit delle
leggi del modo di produzione capitalistico, quelle della societ socialista sono - e qui stiamo esaminando la
questione da un mero punto di vista teorico - meno necessarie e vincolanti. Esse non sono operanti
necessariamente e indipendentemente dalla volont e decisione dei soggetti, come le leggi dei capitale. Esse
creano le condizioni, danno la possibilit di operare in una determinata direzione. Nel socialismo, inteso
come transizione, si conservano come oggettive tutte le leggi economiche ereditate dal precedente modo di
produzione, in primis, la legge del valore; ma le nuove leggi, legge fondamentale e planomernost, hanno
un carattere diverso. Sono leggi oggettive, non perch indipendenti dalla volont e coscienza degli uomini,
ma perch risultanti da una situazione sociale nuova, che ha superato linevitabilit e necessit del conflitto
antagonistico. Intesa in questo senso, la legge oggettiva della planomernost non significa che
inevitabilmente e necessariamente la produzione debba essere conforme al Piano elaborato, ma che non
inevitabile lanarchia della produzione, cio la contraddizione antagonistica tra capitali.
Se si considera la storia della teoria sovietica, si pu osservare che stata vissuta in modo mistificato la
polemica tra soggettivisti e oggettivisti, tra sostenitori del Bucharin anni Venti e staliniani anni Cinquan ta. Bucharin intuisce che le leggi economiche non possano conservarsi nei socialismo con quel carattere di

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assoluta necessit, che hanno nel mondo del capitale, ma finisce col cadere in pieno nel soggettivismo, nella
negazione di ogni legge economica. Stalin si oppone al soggettivismo, ma non sottolinea a sufficienza la pe culiarit del socialismo, il carattere meno vincolante e necessario delle sue leggi economiche, il fatto che ad
esso non sia immanente la contraddizione antagonistica propria del modo di produzione capitalistico,
contraddizione antagonistica che rende oggettive e vincolanti le sue leggi.
Occorre sgomberare il campo anche da un altro equivoco, che nasce tanto dentro la teoria sovietica,
quanto allinterno di alcune interpretazioni critiche del socialismo reale. Bucharin, nel 1920, identifica
produzione mercantile con produzione capitalistica. Ma, se e vero che la prima il fondamento necessario
perch si sviluppi la seconda, non significa affatto che esse siano la stessa cosa, n che - per il caso che qui ci
interessa - possano essere messe sullo stesso piano lanarchia (stichijnost) che caratterizza la produzione
mercantile e lo scambio di produttori isolati e indipendenti, e lanarchia della produzione-concorrenza,
propria del modo di produzione capitalistico. Anche Ellman, e con lui diversi altri, sembrano non distinguere
tra anarchia dei comportamenti dei singoli in quanto singoli, e anarchia della produzione capitalistica; ma
anarchia del mercato e anarchia del mercato capitalistico sono due cose diverse. La prima pu essere il
risultato di volont indipendenti tra loro, di produttori che non conoscono quali siano gli effettivi bisogni
della societ, e li conoscono solo ex post, attraverso il mercato: i produttori, tra loro indipendenti, non si
conoscono e non riescono a mettersi daccordo sul cosa e in che misura produrre. La rappresentazione
smithiana della hidden hand , a questo proposito, doppiamente ideologica e occultante: non solo perch
vuol dare limmagine di un mondo che - per le sue stesse forze interne - si autoregolamenta, ma anche perch
confonde produzione mercantile semplice e produzione capitalistica. Altra cosa sono, infatti, i produttori
capitalistici, confliggenti tra loro: quella che, benevolmente, viene definita la concorrenza dei capitali
(concorrenza che - ci avverte Marx - Schein, apparenza ingannevole). Questa confusione tra due anarchie
della produzione conduce anche ad una confusione sui concetti di Piano e planomernost, in quanto
contrapposti allanarchia della produzione. La planomernost non va intesa come lopposto di una generica
non-concordanza, mancanza di coordinamento, anarchia dei comportamenti economici, ma come lopposto
dellanarchia capitalistica, cio dellinevitabile conflittualit antagonistica dei capitali. In questo senso - si
visto - la planomernost significa la non necessit del conflitto; non significa e non pu significare
necessaria inevitabile corrispondenza del Piano-progetto umano con la sua realizzazione. Una simile
rappresentazione del tutto idealistica (identit di idea-Piano e realt) e conduce in un vicolo cieco che non
consente di analizzare correttamente la natura del divario tra piano e sua realizzazione in URSS.
NOTE
1. N. A. Cagolov, Kurs politieskoj Ekonomii, Ekonomizdat, Moskva, 1963, p. XXV.
2. K. Marx, Il Capitale, Libro I, Editori Riuniti, Roma, 1967, p. 111; Das Kapital, erster Band, Dietz
Verlag, Berlin, 1984, p. 94.
3. Cfr. E. Chambre, Lvolution du marxisme sovitique, d. du Seuil, Paris, 1974, p. 77.
4. V. I. Lenin, Opere complete, vol. XVIII, Editori Riuniti, Roma, 1966, pp. 573-574; vol. XX, 1966, pp.
141-143.
5. S. Bertolissi, Lorganizzazione scientifica del lavoro nella Russia sovietica degli anni Venti , in
AA.VV., Studi di storia sovietica, Editori Riuniti, Roma, 1978, p.31.
6. Cfr. N. Bucharin, Economia del periodo di trasformazione, Jaca Book, Milano, 1970, pp. 11-14. Non
vedo la ragione per cui non sia stata mantenuta la traduzione letterale del titolo, Economia del periodo di
transizione, che indica bene lidea di passaggio dal capitalismo al socialismo.
7. Questa concezione riprende ed estende un enunciato di Marx: Ogni scienza sarebbe superflua se
lessenza delle cose e la loro forma fenomenica direttamente coincidessero, Il Capitale, Libro III, Editori
Riuniti, Roma, 1968, p. 930.
8. E. A. Preobraenskij, Novaja Ekonomika, Mosca, 1925. Il passo citato in E. Chambre, Il marxismo in
Unione Sovietica, Il Mulino, Bologna, 1956, pp. 436; 444.
9. Cfr. Istorija politieskoj ekonomii socializma, Edizioni dellUniversit di Leningrado, 1983, p. 195.
10. Ibid., op. cit., pp. 195 sg.
11. Ibid.
12. Cfr. H. Chambre, Il marxismo in Unione Sovietica, op. cit., pp. 453 sg.
13. Ibid., p.456.
14. Ibid., p.475.

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15. I. Stalin, Problemi economici del socialismo, in Opere scelte, Ed. Movimento Studentesco, Milano,
1973, pp. 1019 sg. Evidenziazioni mie (A.C.).
16. Ibid., p.1020.
17. Ibid., p.1021.
18. Ekonomieskaja Politika KPSS, Politizdat, Moskva, 1982, p.46. Sul sistema delle leggi
economiche, cfr. anche G. Popov, O sisteme ekonomieskich nauk (Il sistema delle leggi economiche), in
Voprosy Ekonomiki, n 8, 1985, pp. 66-77.
19. I. Stalin, op. cit., p. 1022; evidenziazione mia.
20. Cfr. H. Chambre, Lvolution du marxisme sovitique, op. cit., p. 67.
21. Cfr. Filosofskaja Enciklopedija, Il, Moskva, 1962.
22. Ekonomieskaja Politika, op. cit., p.45.
23. Ibid., p. 46.
24. Ekonomieskaja Politika, op. cit., p. 47.
25. I. Stalin, op. cit., p. 1041.
26. bene rimarcare lespressione comportamenti economici antagonistici. Il concetto di propriet
socialista non implica affatto lomologazione e lappiattimento delle differenze, n lannientamento della
possibilit stessa di autonomia del singolo individuo. Nella societ socialista lattivit autonoma del singolo
non significa immediatamente privato contrapposto in modo antagonistico a sociale. Spesso si confuso
autonomia economica del singolo con autonomia economica fondata sulla propriet privata capitalistica.
Questa confusione derivava dalla confusione tra propriet privata e propriet privata capitalistica. Solo la
propriet privata capitalistica comporta nel suo concetto stesso lantagonismo inconciliabile (tra capitale e
lavoro; dei capitali tra loro).
27. Ci non significa per coltivare una visione da Grande Armonia (ci che i cinesi indicano col
termine Da tung). Prospettare in termini di Grande Armonia la propriet socialista significa renderla
lontanissima, irrealizzabile e anche molto poco auspicabile. Questa concezione presuppone la fine della
possibilit stessa della contraddizione, lordine universale, senza distinguere tra contraddizione
antagonistica, propria alla societ del capitale e contraddizioni in seno al popolo che possono insorgere
nella societ socialista.
28. Istorija..., op. cit., p. 239.
29. Cfr. C. Bettelheim, Les luttes de classes en URSS, vol. III, Maspro-Seuil, Paris, 1982-1983; B.
Chavance, Le capital socialiste, Le Sycomore, Paris, 1980; B. Fabrgues, P. Giussani, G. Graziani,
Capitalismo monopolistico di Stato in URSS, Ed. Lavoro liberato, Milano, 1977.
30. Cfr. M. Ellman, La pianificazione socialista, Editori Riuniti, Roma, 1981, pp. 75-83.
31. V. I. Lenin, Polnoe Sobranie Soinenij, vol. 42, Politizdat, Mosca, 1981, p. 158 (trad. it. Opere
complete, cit., vol. XXXI, 1967, p. 494).
32. W. F. Haug, Cours dIntroduction au Capital, Ed. Que faire?, Ginevra, 1983, p. 23.
33. R. Rosldosky, Genesi e struttura del Capitale di Marx, Laterza, Bari, 1975, p. 152.
34. K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica delleconomia politica, vol. II, La Nuova Italia,
Firenze, 1970, p. 28.

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Organizzazione del lavoro e societ di transizione: possibile un taylorismo sovietico?

Da pi parti si sostenuto che lorganizzazione del lavoro in URSS differisce solo nei dettagli da quella
dellOccidente capitalistico (1). A corroborare questa tesi si fa spesso ricorso al Lenin de I compiti immediati
del potere sovietico, che, com noto, invitava a introdurre nel giovane Stato sovietico quel tanto che vi di
scientifico e progressivo nel sistema Taylor (2).
Se assumiamo il taylorismo come laspetto avanzato del capitalismo primonovecentesco, e se esso
risultasse largamente presente in terra sovietica, significherebbe che il mutamento dei rapporti giuridici di
propriet che la rivoluzione bolscevica ha prodotto non ha inciso minimamente sul modo di organizzare la

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produzione, e finirebbe col dar ragione alla tesi di C. Bettelheim sulla rivoluzione capitalistica di Ottobre
(3). Poich credo che vi sia un rapporto dialettico tra organizzazione del lavoro e modo di produzione
marxianamente inteso, unindagine sullorganizzazione del lavoro in URSS pu presentarsi come
estremamente utile, come spia dei rapporti di produzione realmente esistenti. Questapproccio presuppone
lidea che lorganizzazione del lavoro non sia neutrale, che il lavoro sia organizzato in un modo o nellaltro,
a seconda del modo di produzione esistente, che la nozione di organizzazione capitalistica del lavoro
applicata allOccidente capitalistico sia corretta.
Nelle pagine che seguono cercher di sostenere le seguenti posizioni:
1. Dal punto di vista teorico, la posizione di Lenin - nonostante citazioni e discorsi, spesso letti al di fuori
del contesto storico e politico in cui furono prodotti, sembrino far pensare al contrario - non pu essere
assolutamente appiattita sul taylorismo.
2. Il ricco dibattito che si sviluppa durante la NEP negli anni Venti sul sistema Taylor vede posizioni
spesso divergenti e non spinge nella direzione di unorganizzazione del lavoro simile a quella preconizzata
da Taylor, ma si pone, pur senza successo, nellottica di unorganizzazione del lavoro fondata sui principi del
socialismo.
3. Il taylorismo risulta, anche nella pratica reale, incompatibile col sistema sovietico, cos come esso si
forma e stabilizza negli anni della pianificazione.
4. Vanno quindi indagate pi a fondo le ragioni della refrattariet del sistema sovietico al taylorismo.
1. La posizione di Lenin
Gli scritti di Lenin in cui esplicitamente si affronta il problema del taylorismo sono abbastanza noti: due
articoli pubblicati sulla Pravda nel 1913 e nel 1914, Il sistema scientifico di spremere sudore e Il sistema
Taylor lasservimento delluomo alla macchina (4). In essi, soprattutto in quello del 14, Lenin sottolinea,
da un lato, che il taylorismo aumento dellintensit del lavoro operaio, dello sfruttamento da parte del
capitalista, che si serve del cronometro e del cinematografo per scomporre e studiare i singoli movimenti;
dallaltro, che il sistema Taylor portatore di una razionalizzazione dei processi produttivi. Tale
razionalizzazione per limitata, dal modo di produzione capitalistico, alla sola fabbrica, mentre la societ
nel suo complesso viene lasciata nellanarchia. la contrapposizione, pi volte rilevata da Marx, tra fabbrica
diretta dal capitalista secondo un piano e societ, in cui regna lanarchia della produzione.
Latteggiamento di Lenin verso il taylorismo, gi nel 14, duplice, e la conclusione dellarticolo sembra
propendere per uninterpretazione del taylorismo come razionalit, scientificit, modernizzazione, prodotto
del capitalismo che al tempo stesso avvicina le condizioni del suo superamento: Il sistema Taylor - senza
che i suoi autori lo sappiano e contro la loro volont - prepara il tempo in cui il proletariato prender nelle
sue mani lintera produzione sociale e designer le sue commissioni operaie per una razionale (5) ripartizione
e regolamentazione di tutto il lavoro sociale. Il sistema Taylor letto da Lenin come distribuzione
razionale del lavoro sociale che il proletariato ha il compito di emancipare dal suo asservimento al capitale
(6). Nello stesso articolo Lenin evidenzia come una quadruplicata intensit di lavoro prodotta dal taylorismo,
che logora nervi e muscoli 4 volte pi rapidamente, possa per, in condizioni diverse, produrre un benessere
4 volte maggiore, ridurre di 4 volte il tempo di lavoro degli operai organizzati. Lenin - ed il suo limite
fondamentale nella critica al taylorismo, secondo Linhart (7) - non individua lobiettivo principale,
perseguito con metodo e ostinazione dallo Scientific Management: espropriare loperaio di mestiere del suo
sapere tecnico, per trasferire queste conoscenze fuori e contro di lui, per separare sempre di pi lavoro
esecutivo da progettazione e ideazione, per liquidare ogni iniziativa tecnica operaia. Le ragioni di ci vanno
cercate - ed pienamente condivisibile quanto ci dice Linhart in proposito - nelle specifiche condizioni
storiche della Russia, nella sua arretratezza: mancava una tradizione artigiana e di operai di mestiere, un
sapere operaio che, come nellOccidente capitalistico, potesse essere espropriato dal taylorismo.
Lenin pubblica, nellaprile 1918, I compiti immediati del potere sovietico, con lintento di fronteggiare
una situazione drammatica (caos e carestia) e non perdere il potere appena conquistato. Egli indica due
obiettivi immediati per la ricostruzione economica del paese, ma, come sempre in Lenin, essi non sono
disgiunti dalla pi ampia prospettiva strategica della costruzione della societ socialista: a) organizzare
linventario e il controllo della produzione nelle imprese sottratte alla borghesia; b) aumentare la produttivit
del lavoro su scala nazionale.
Laumento della produttivit non risponde soltanto allemergenza del momento, ma un obiettivo
strategico: il socialismo, come formazione socio-economica superiore al capitalismo, significa sviluppo a un
grado pi alto delleconomia. Tale sviluppo condizione perch si possa estinguere lo Stato, superare la

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divisione del lavoro, la contrapposizione di lavoro fisico e intellettuale. Solo un aumento della produttivit
del lavoro pu consentire di ridurre la giornata lavorativa e permettere a tutti i lavoratori, e non solo agli
specialisti, di occuparsi delle faccende dello Stato. In una prima stesura di questo scritto si precisa: 6 ore di
lavoro e 4 per la politica e lamministrazione dello Stato (8). Laumento della produttivit, per Lenin,
richiede unorganizzazione del lavoro superiore rispetto a quella del capitalismo, ed un compito che non
simprovvisa, la cui soluzione durevole richiede parecchi anni. Ma la meccanizzazione, il lavoro morto che
deve, in prima istanza, consentire di raggiungere questobiettivo. Subito dopo, tra i fattori soggettivi,
listruzione e la cultura, la formazione politecnica ed onnilaterale delluomo. Il rafforzamento della disciplina
del lavoro, fondamentale al momento per evitare una restaurazione dei Kornilov e Kerenskij, non va
assolutamente inteso come ritorno al vecchio autoritarismo di fabbrica; la prospettiva invece quella della
elaborazione dei nuovi principi di disciplina del lavoro da parte delle masse, anche se questo un
processo molto lungo (9). Ma laumento della produttivit deve avvenire anche a spese del lavoro vivo,
attraverso lintensificazione del lavoro. Questa richiesta di Lenin va per collocata nel contesto storico della
grande arretratezza russa, che non significa soltanto scarso peso del settore industriale, ma anche mancanza
di una cultura, di una tradizione, unabitudine al lavoro, cui il capitalismo in Occidente aveva da oltre un
secolo educato le masse: In confronto ai lavoratori delle nazioni progredite, il russo un cattivo lavoratore.
E non poteva essere altrimenti sotto il regime zarista, in cui sopravvivevano i resti del regime feudale.
Imparare a lavorare: ecco il compito che il potere dei soviet deve porre di fronte al popolo in tutta la sua
ampiezza (10).
La costrizione esterna e la durissima disciplina di fabbrica non avevano costruito nel lavoratore russo un
nuovo equilibrio psicofisico (per dirla col Gramsci di Americanismo e Fordismo). Voler leggere al di fuori di
questo contesto le indicazioni di Lenin sulla disciplina e lintensit del lavoro, il cottimo e il sistema Taylor
sarebbe fuorviante. Il problema invece cercare di comprendere come Lenin leggeva il taylorismo, cosa di
esso riteneva adattabile al regime sovietico, e, infine, se la sua interpretazione del taylorismo non finisse con
lessere in realt qualcosa di profondamente diverso da esso.
Il sistema Taylor, come tutti i progressi del capitalismo, unisce in s la crudelt raffinata dello
sfruttamento borghese e una serie di ricchissime conquiste scientifiche per quanto riguarda [1] lanalisi dei
movimenti meccanici durante il lavoro, [2] leliminazione dei movimenti superflui e maldestri, [3]
lelaborazione dei metodi di lavoro pi razionali, [4] lintroduzione dei migliori sistemi di inventario e
controllo (11). Le parti che ho evidenziato sono per Lenin quanto fondamentalmente vi di utilizzabile del
sistema Taylor. Egli vede in esso un modo per insegnare rapidamente agli operai russi a lavorare meglio:
eliminare movimenti superflui e incomodi, razionalizzare i metodi di lavoro. Razionale, per Lenin, non va
inteso nel senso di una finalizzazione alloptimum capitalistico, che si pone come esterno e contrapposto al
soggetto che produce, ma nel senso di eliminazione di inefficienze, sprechi di tempo, operazioni inutili o
troppo macchinose, che possono essere semplificate. Queste conoscenze tecniche, come il maneggiare uno
strumento di lavoro nel modo migliore, o porsi nella posizione pi corretta di fronte alla macchina, sono il
frutto dellesperienza di intere generazioni operaie, costituivano un sapere operaio di cui Taylor si
appropriato: esse possono, debbono essere apprese dal proletariato russo nel pi breve tempo possibile,
poich non sono innate o naturali. Lenin guarda al taylorismo non solo come a un sistema per accrescere la
produttivit, ma come a un mezzo per permettere la diffusione generalizzata di una scienza del lavoro tra le
masse e insiste perci perch manuali e studi sullorganizzazione del lavoro - come quello di Ermanskij o di
Rabinskij (12) - siano diffusi largamente nelle fabbriche e nelle scuole. Lespropriazione del sapere operaio
perseguita da Taylor si rovescia nellappropriazione collettiva e di massa di una nuova scienza della
produzione.
Inoltre - e Linhart vi dedica uno studio particolareggiato - una prima stesura de I compiti immediati
prevede che il sistema Taylor sia giustamente diretto dai lavoratori stessi, se essi saranno abbastanza
coscienti (13). Ma un taylorismo diretto in prima persona dai soggetti operai il superamento del
taylorismo, che comporta la scissione tra chi analizza, progetta, programma, e chi esegue singole operazioni
di dettaglio: il taylorismo, sussunto dalla classe operaia, si rovescia nel suo contrario, in sapere operaio che
ricompone i diversi momenti della produzione.
2. Il dibattito sullorganizzazione scientifica del lavoro negli anni Venti
O. A. Ermanskij pubblica nel 18 Il sistema Taylor e lorganizzazione scientifica del lavoro e del
processo di produzione e Lenin ne raccomanda la diffusione, poich unesposizione molto dettagliata sia
degli aspetti positivi che negativi del taylorismo. Per Ermanskij sono possibili due diverse linee di

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applicazione del taylorismo: per la societ capitalistica la sua critica sembra non andare oltre le cose gi dette
da Lenin negli articoli sulla Pravda del 13 e nel 14: sfruttamento operaio; economizzazione limitata alla
singola impresa privata, non estesa a tutta la societ. Nel socialismo, invece, esso pu essere la ricerca
scientifica di tutte le migliori condizioni, fisiologiche e psicologiche, necessarie ad una razionale scelta della
professione, uno studio attento per un razionale uso degli strumenti di lavoro. Ma Ermanskij va pi avanti:
legge il taylorismo non solo come il punto pi alto della scienza borghese per lo sviluppo della produttivit,
ma come ulteriore passo avanti nello studio delluomo al fine di liberare e sviluppare tutte le sue potenzialit,
di sprigionare tutte le sue forze fisiche e psichiche (14). Vi indubbiamente un retroterra culturale
illuministico e positivistico che contribuisce a questa lettura del sistema Taylor. Non un caso che Ermanskij
dia un posto di rilievo allo studio della fisiologia e che riservi grande spazio, nella relazione presentata alla
conferenza sulla NOT (15) ad opere come La Fatica del fisiologo italiano A. Mosso, o al Motore Umano di
J. Amar. La sua relazione dal titolo significativo, Lavoro e riposo: il problema della stanchezza, si
conclude con linvito alla ricerca delloptimum fisiologico. Alla scienza Ermanskij affida il grande compito
di stabilire i rendimenti ottimali del motore umano, di liberare il lavoratore dalla fatica. E questo obiettivo
potr essere raggiunto a pieno solo nel socialismo, che diviene, in questo caso, sviluppo pieno della
razionalit e della scienza, di contro allirrazionalit del capitalismo.
A questo proposito, le conclusioni della gi citata conferenza sulla NOT introducono unimportante
differenziazione tra organizzazione scientifica del lavoro e taylorismo: questultimo, infatti, non pu definirsi
fino in fondo un sistema scientifico, poich spinge ad uno smisurato aumento della tensione del lavoro, senza
tener conto dellenergia dei lavoratori (16). cio non scientifico il taylorismo quando non utilizza
razionalmente il motore umano, che, come qualsiasi macchina sottoposta a sovraccarico, si guasta prima o
finisce col rendere meno. La risorsa uomo non rientra nelluniverso di Taylor: nel modo di produzione
capitalistico essa sovrabbondante, se non illimitata; lesercito di riserva di disoccupati strettamente
funzionale al sistema del capitale. Le finalit ultime del taylorismo non sono nellutilizzazione ottimale delle
risorse (della risorsa uomo in primo luogo) della societ intera, ma nella ricerca del massimo profitto per la
singola impresa capitalistica. La scienza di Taylor, quindi, asservita al capitale, considerata non scientifica
(universale e necessaria) dalla I Conferenza sulla NOT. Questa critica al taylorismo si fonda su un discorso
di pura scientificit ed esclude il ricorso al ruolo della classe operaia al potere. Ed questo il limite del
positivismo di Ermanskij e di tutta la tendenza che egli rappresenta nella cultura sovietica degli anni Venti: il
lavoratore oggetto dello studio scientifico - finalizzato, si visto, diversamente che in Taylor, allo sviluppo
delle potenzialit umane - non soggetto attivo che agisce e reagisce e diviene forza di cambiamento. Il
cambiamento affidato alla scienza, cio allo scienziato, allo specialista, che studia con distacco il suo
oggetto, il motore umano.
Questa tendenza, per, non domina incontrastata nella cultura sovietica degli anni Venti e le voci che
sottolineano il ruolo attivo della classe operaia hanno sempre maggior consistenza. La critica al taylorismo,
tuttavia, risulta spesso puramente ideologica, e non riesce ad andare pi in l di unaffermazione di principio:
la partecipazione attiva e consapevole del proletariato al processo produttivo (17). Si cerca di colmare il
vuoto di analisi e proposte concrete su una nuova organizzazione del lavoro con il ricorso alla propaganda,
allideologia, alla morale dellautocostrizione, dellaccettazione consapevole di quella determinata e gi data
organizzazione del lavoro come necessit ineludibile. Questassenza di iniziativa concreta operaia pu
verosimilmente essere ascritta allassenza di una tradizione di operai di mestiere, con una cultura del
processo produttivo alle spalle talmente solida da consentire loro di affrontare in modo non subalterno la
radicale novit di una diversa organizzazione del lavoro. La tendenza che si richiama alla partecipazione
attiva delloperaio rappresentata da Kerencev e dal gruppo NOT di Mosca e si contrappone a Gastev,
presidente del CIT (Istituto centrale del lavoro), che viene accusato di sfiducia nei confronti dei lavoratori, di
pretesa di civilizzare il proletariato dallalto con i soldi in pugno, con le formule misteriose, con lincredulit
nei confronti della sua capacit di decisione. Un documento del Komsomol, qualche anno pi tardi pone il
problema in termini di radicale rifiuto dellorganizzazione capitalistica del lavoro. La questione
fondamentale infatti la condizione delloperaio nella costruzione del socialismo: organizzatore ed attivo
partecipe della produzione socialista o automa, appendice della macchina (18). Lo scontro col CIT, preposto
alla formazione professionale, verte su una questione di grande rilievo: la formazione professionale
devessere concepita semplicemente come allenamento per la produzione, per lesecuzione di una singola
operazione, di un dettaglio; o non devessere piuttosto formazione onniculturale, politica e tecnica
delloperaio? Questa critica del taylorismo, come divisione del lavoro portata allestremo, condotta con
accenti che non erano presenti nel Lenin degli articoli sulla Pravda (che sottolineava piuttosto laumento
dellintensit del lavoro) e sembra aver fatta propria la lezione marxiana della IV sezione del I Libro del
Capitale. La critica del Komsomol non fornisce ancora un modello concreto di nuova organizzazione del

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lavoro e sembra limitarsi ad affermazioni di principio, ma non affatto senza significato il suo insistere sul
problema della formazione professionale dei giovani operai: solo da uomini nuovi, con una formazione
multilaterale e politica, il problema di una nuova organizzazione del lavoro potr essere affrontato nella
pratica, senza riprodurre, da un lato, il pragmatismo di Gastev, che finiva con lessere subalterno al
taylorismo, n, daltra parte, illudersi di aggirare il problema con la semplice propaganda e il richiamo tutto
ideologico al ruolo dirigente della classe operaia.
Si pu cogliere, dunque, la non omologabilit delle teorie sovietiche sullorganizzazione del lavoro con il
taylorismo. Che si insista particolarmente sul problema della fatica (Ermanskij) o sul ruolo dei soggetti
operai (Kerencev, il Komsomol), la distanza da Taylor appare notevole.
3. Il sistema sovietico refrattario al taylorismo
Probabilmente non un caso che il dibattito sulla NOT si esaurisca sul finire degli anni Venti con lavvio
della pianificazione. Il sistema economico-sociale che emerge e si consolida negli anni Trenta appare
assumere priorit diverse da quelle degli anni della NEP: non tanto laumento della produttivit per addetto,
quanto il raggiungimento degli obiettivi in quantit fisiche prefissati dal Piano nei settori principali
dellindustria pesante. E in effetti, nonostante interi settori industriali siano costruiti ex novo con tecnologie
moderne importate dallOccidente, laumento del 55% della produttivit media per addetto, negli anni
decisivi dellindustrializzazione sovietica, tra il 1928 e il 1937, non pu definirsi certo significativo,
soprattutto se teniamo conto del livello di partenza (19). Il non rilevante aumento della produttivit per
addetto pu essere allora rivelatore del fatto che lorganizzazione del lavoro nella fabbrica sovietica non
subisce la stessa profonda trasformazione operata dal taylorismo nellOccidente capitalistico. N il
movimento degli udarniki, n lo stachanovismo, n una legislazione del lavoro repressiva fino alluso del
codice penale, riescono a modificarla sostanzialmente (20). Il movimento degli udarniki (lavoratori dassalto
per accrescere lintensit del lavoro) e quello stachanovista non durano che qualche anno, non riuscendo
quindi ad incidere stabilmente sullorganizzazione del lavoro.
A proposito dello stachanovismo, divenuto quasi un luogo comune contrassegnarlo come taylorismo
mascherato dietro lideologia bolscevica. Credo invece che lequazione tra stachanovismo e taylorismo sia
sostanzialmente scorretta, perch: a) lo stachanovismo tende a trasformare il processo produttivo, il posto, il
ruolo dei diversi agenti della produzione sulla base di uniniziativa operaia; b) a differenza del taylorismo lo
stachanovismo caratterizzato anche da un certo sviluppo delle innovazioni tecniche proposte dagli operai,
innovazioni, tuttavia, limitate dal fatto che leventuale decisione sulla trasformazione tecnica degli impianti
riservata esclusivamente ad ingegneri e dirigenti. Con ci non intendo dire che una delle tendenze presenti
nello stachanovismo non comportasse un approfondimento della divisione del lavoro, laccentuarsi della
polarizzazione tra un numero ridotto di operai qualificati, meglio pagati, e una gran massa di manovali con
un salario pi basso, laumento dellintensit del lavoro, attraverso leliminazione dei tempi morti. Lo
stachanovismo un fenomeno complesso e contradditorio su cui sarebbe utile indagare meglio, anche per
comprendere le ragioni del suo rapido esaurirsi nel giro di qualche anno (21); ma identificarlo con il
taylorismo non ci porta molto lontano nella comprensione della realt sovietica.
Resta da dire ancora qualcosa sulla legislazione del lavoro, che vede un crescendo di leggi repressive;
esse per sono volte soprattutto ad arginare - con scarsi risultati - limprevisto e massiccio fenomeno del
turismo del lavoro, caratterizzato dallo spostamento estremamente frequente di un operaio da una fabbrica
allaltra, in cerca di migliori condizioni di lavoro e di vita (22). Nella fabbrica sovietica degli anni della
pianificazione la forza lavoro sovrabbondante e sottoutilizzata, e questa una specificit del sistema
sovietico che lo differenzia notevolmente dal capitalismo occidentale e rende al tempo stesso impossibile
lintroduzione del taylorismo. Una delle ragioni di questa sottoutilizzazione operaia pu essere indicata nel
fatto che i direttori di fabbrica, per garantirsi contro possibili insuccessi nel raggiungimento degli obiettivi
indicati dagli organi della Pianificazione, tendono ad accrescere a dismisura lorganico operaio, per poterlo
utilizzare a pieno solo in determinate occasioni (quando, ad esempio, la mancata o ritardata consegna di
materie prime o semilavorati - cosa abbastanza frequente - blocca la fabbrica per settimane, costringendo ad
unattivit intensa e frenetica per poter ultimare la produzione nei tempi previsti dal Piano) (23). Questa
corsa allaccaparramento della manodopera da parte dei direttori potrebbe spiegare anche il sopracitato
fenomeno del turismo del lavoro.
Crescita lenta della produttivit del lavoro, sovrabbondanza di manodopera nelle fabbriche: la fabbrica
sovietica non si taylorizza.

50

4. Capitalismo arretrato o societ di transizione?


La risposta che spesso stata data alla questione della mancata razionalizzazione in senso tayloristico
della fabbrica sovietica che ci si trova di fronte a un modello che ha in qualche modo funzionato per lindustrializzazione estensiva del paese e che entrato in crisi nel momento in cui si trattava di compiere il salto
di qualit verso lindustrializzazione intensiva. Secondo la suggestiva definizione di Rita Di Leo, la fabbrica
sovietica sarebbe non al di l, ma molto al di qua del capitalismo, con unorganizzazione del lavoro molto
pi simile a quella della manifattura che non a quella della grande industria, con ritmi di lavoro
estremamente intensi in alcuni periodi vicini alle scadenze del Piano, e lenti nelle restanti parti dellanno
(24).
Si pu formulare unaltra ipotesi, quella dellURSS come societ di transizione. M. Godelier sostiene che
Marx, anche se non lha pienamente esplicitata, ci ha lasciato una teoria generale della transizione: A questo
proposito richiama lattenzione sulla coppia concettuale marxiana sussunzione formale/sussunzione reale.
Secondo Godelier, la nozione marxiana di modo di produzione (Produktionsweise) designa la combinazione
di un modo sociale (o forma sociale), costituito dai rapporti sociali che gli uomini stabiliscono tra loro nel
processo di produzione, e un modo materiale (una base materiale, tecnica), i quali caratterizzano il processo
di appropriazione della natura, che serve da base materiale a una determinata societ. Il passaggio da un
modo di produzione allaltro non comporta una trasformazione simultanea di forma sociale e base materiale:
ad esempio, nel passaggio dal feudalesimo al capitalismo, forme sociali capitalistiche si installano sulla
vecchia base tecnica della manifattura. Abbiamo in questo caso un processo di sussunzione (sottomissione)
formale del vecchio modo di produzione da parte del nuovo modo di produzione capitalistico. Tale nuovo
modo di produzione, per, non pu affermarsi pienamente se non rivoluziona la vecchia base tecnica,
inadeguata alle nuove forme sociali: la grande industria meccanizzata segna il passaggio dalla sussunzione
formale alla sussunzione reale del vecchio modo di produzione. Lo sviluppo di un nuovo modo di
produzione e di una nuova formazione economico-sociale appare, perci, come un processo che parte da una
contraddizione tra rapporti sociali e base materiale; il meccanismo di tale processo consiste nel superamento
graduale di questa contraddizione attraverso la creazione di una nuova base materiale (25).
Questo schema interpretativo potrebbe essere applicato, in modo pi lato, al problema qui preso in
esame: i mutamenti prodotti dalla rivoluzione dOttobre potrebbero essere letti - con alcune riserve per (26)
- come instaurazione di nuove forme sociali (propriet statale generalizzata, pianificazione) su una vecchia
base materiale cui corrispondeva una determinata organizzazione del lavoro: la tecnica con cui si produce,
infatti, non indifferente allorganizzazione del lavoro e viceversa. Le nuove forme sociali dovrebbero
spingere per la trasformazione della vecchia base tecnica.
Una delle potenzialit del movimento stachanovista, realizzatasi solo in misura ridotta ed esauritasi con
la fine di quel movimento, consisteva nel rivoluzionare la vecchia tecnica e la vecchia organizzazione del
lavoro in modo corrispondente alla nuova forma sociale. Rimane certo aperto il problema dellanalisi storica,
dellindagine sulle cause che hanno condotto ben presto lo stachanovismo ad esaurirsi. Resta comunque il
fatto che, se alle nuove forme sociali non ha corrisposto - nonostante alcuni tentativi, nonostante alcuni
elementi presenti nel dibattito teorico degli anni Venti - un nuovo modo di organizzare la produzione,
nondimeno tali nuove forme sociali sembrano non consentire uno sviluppo in direzione del taylorismo e
dellestrema parcellizzazione del lavoro: allo sviluppo industriale sovietico non corrisponde la medesima
organizzazione del lavoro presente nellOccidente capitalistico, o almeno essa non generalizzata.
NOTE
1. Scrive ad esempio H. Braverman in Lavoro e capitale monopolistico, Einaudi, Torino, 1978 (p. 13):
In pratica lindustrializzazione sovietica imit il modello capitalistico, e, col suo progredire, la struttura
perse il suo carattere provvisorio e lURSS si dedic con impegno ad unorganizzazione del lavoro che
differisce solo nei dettagli da quella dei paesi capitalistici, tanto che la popolazione lavoratrice sovietica reca
tutte le stimmate delle classi operaie occidentali [...] Ora la rivoluzione contro il capitale era sempre pi
concepita come se si trattasse di eliminare certe escrescenze del meccanismo altamente produttivo del
capitalismo, migliorare le condizioni di lavoro, aggiungere allorganizzazione di fabbrica una struttura
formale di controllo operaio e sostituire i meccanismi capitalistici di accumulazione e distribuzione con la
pianificazione socialista.

51

2. Cfr. V. I. Lenin, Opere complete, vol. XXVII, Editori Riuniti, Roma, 1967, p. 231.
3. Cfr. C. Bettelheim, Les luttes de classes en URSS, vol. III, tomo 1, Paris, Seuil/Maspero, 1982, p. 17:
Linsurrezione dOttobre si presentata sotto la figura illusoria di una rivoluzione socialista, mentre ha
aperto la strada ad una rivoluzione capitalistica di tipo specifico. Ottobre cos allorigine di quella che si
pu chiamare la grande illusione del XX secolo.
4. V. I. Lenin, Opere complete, cit., vol. XVIII, 1966, pp. 573-574; vol. XX, 1966, pp. 141-143.
5. Nel testo russo pravilnyj; altrove Lenin impiega il termine di derivazione latina racionalnyj.
6. V. I. Lenin, Opere complete, vol. XX, cit., p. 142.
7. Cfr. R. Linhart, Lenin, i contadini, Taylor, Coines, Roma, 1977.
8. Cfr. V. I. Lenin, Polnoe Sobranie Soinenij, V edizione, vol. 36, Politizdat, Mosca, 1981, p. 141:
Laspetto negativo del sistema Taylor era che esso veniva praticato in una situazione di schiavit
capitalistica e serviva per spremere dai lavoratori due o tre volte pi lavoro con la stessa retribuzione di
prima, senza tener minimamente conto del fatto che i lavoratori salariati potessero erogare, senza danno per
lorganismo umano, questa doppia o tripla quantit di lavoro con lo stesso numero di ore di lavoro di prima.
Alla repubblica socialista sovietica spetta un compito che si pu brevemente formulare cos: dobbiamo
introdurre in tutta la Russia il sistema Taylor e i metodi scientifici americani per accrescere la produttivit del
lavoro, collegando lintroduzione di questo sistema alla riduzione del tempo di lavoro, allimpiego di nuovi
metodi di produzione e organizzazione del lavoro senza che la capacit lavorativa della popolazione
lavoratrice subisca alcun danno. Anzi, lapplicazione del sistema Taylor, diretta correttamente dai lavoratori
stessi, se saranno abbastanza coscienti, sar il mezzo pi sicuro per unulteriore e massiccia riduzione della
giornata lavorativa necessaria per tutta la popolazione lavoratrice, sar il mezzo pi sicuro perch noi, in un
lasso di tempo piuttosto breve, realizziamo il compito che si pu esprimere allincirca cos: sei ore al giorno
di lavoro fisico per ogni cittadino adulto e quattro ore di lavoro per la direzione dello Stato (Lintera prima
stesura, inedita in italiano, presenta aspetti di grande interesse).
9. Cfr. V. I. Lenin, Opere complete, cit., vol. 27, p. 230.
10. Ibidem, p. 231.
11. Ibidem, evidenziazioni mie.
12. Per uninteressante sintesi critica del libro Il sistema Taylor di I. Rabinskij, pubblicato a Mosca nel
1921, cfr. il saggio di A. Salomoni in Classe, n. 22, Dedalo, Bari, 1982, pp. 245-263. Per i riferimenti al libro
di O. A. Ermanskij, cfr. nello stesso numero di Classe il saggio di A. Cesaretti e A. Jelli, pp. 264-272, e,
inoltre, il saggio di S. Bertolissi, Lorganizzazione scientifica del lavoro nella Russia degli anni venti, in
Studi di storia sovietica, Editori Riuniti, Roma 1978. Lo studio di Bertolissi costituisce unimportante fonte
documentaria per la conoscenza del dibattito teorico sullorganizzazione del lavoro in URSS.
13. Cfr. nota 8.
14. Cfr. Bertolissi, op. cit., p. 27.
15. Si tratta della prima Conferenza della NOT (Naunaja Organizacija Truda: Organizzazione
Scientifica del Lavoro), svoltasi a Mosca dal 20 al 27 gennaio 1921. La sua convocazione fu decisa qualche
mese prima in una riunione del commissario del Popolo per le comunicazioni, per affrontare il problema
dellorganizzazione razionale dei trasporti (il problema dei trasporti, ferroviari in particolare, era al centro
delle preoccupazioni dei dirigenti del giovane Stato sovietico; cfr. ad es. R. Linhart, op. cit.). La Conferenza
non si limit allo studio dellapplicazione del taylorismo nel sistema dei trasporti, cui dedic tre sezioni dei
suoi lavori, ma divenne un momento di sintesi e dibattito sui problemi generali dellorganizzazione
scientifica del lavoro. Due sezioni della conferenza furono dedicate allo studio scientifico della fisiologia,
riflessologia, igiene e psicologia del lavoro e alla unificazione dei lavori secondo il metodo NOT. Per
ulteriori notizie, cfr. Bertolissi, op. cit., pp. 28 sg.
16. Cfr. Bertolissi, op. cit., p. 31.
17. Ad esempio, un intervento alla conferenza sulla NOT afferma: Solo il socialismo, come armonico
sistema economico, offre il terreno adatto per la realizzazione del taylorismo, perch soltanto esso ha la
possibilit sociale di fare che luomo sia perfezionato dal lavoro. Ma questo vero solo a una condizione, se
il lavoratore accetta leconomia del sistema socialista e se convinto di partecipare veramente a questo
sistema e non pensa che continuino a sfruttarlo, magari sotto altre forme. (In Bertolissi, op. cit., p. 33,
evidenziazioni mie, A. C.).
18. Cfr. Bertolissi, op. cit., p. 75.
19. Per la stima di una produttivit del lavoro cresciuta del 55% nel 37 rispetto al 28, cfr. C. Bettelheim,
Les luttes de classes en URSS, op. cit., p. 166; lindice ufficiale invece del 146%. Unaltra stima quella di
Rodgman, citata da Bettelheim a p. 255, che confronta aumento della produzione e della produttivit tra il
1928 e il 1940: mentre la produzione industriale passa da 100 a 430, la produttivit da 100 a 167. La

52

debolezza del tasso di crescita della produttivit del lavoro contrasta con lampiezza delle trasformazioni
tecniche realizzate (cfr. Bettelheim, op. cit., p. 255).
20. Questa tesi sostenuta da Rita di Leo in diversi scritti: Operai e Sistema sovietico, Laterza, Bari,
1970; Operai e fabbrica in Unione Sovietica, De Donato, Bari 1973; Il modello di Stalin, Feltrinelli, Milano
1977.
21. Secondo C. Bettelheim (op. cit., p. 186), solo in una seconda fase il partito bolscevico simpadronisce
del movimento stachanovista, nato su iniziativa dal basso, di operai qualificati desiderosi soprattutto di far
valere le loro capacit, e lo usa come macchina da guerra contro le norme di lavoro esistenti. Ma in tal modo
lo snatura, determinandone la sua estinzione (1938-39), poich lo stachanovismo non pu sopravvivere alla
gestione dallalto, perch impossibile mantenere durevolmente la componente di iniziativa operaia che lo
stachanovismo comportava, subordinandolo a esigenze imposte dallalto.
22. Tra i provvedimenti volti ad impedire la rotazione volontaria da fabbrica a fabbrica dei lavoratori
sovietici, si possono elencare: listituzione del passaporto interno; listituzione del libretto di lavoro, che
stabilisce un controllo sulle condizioni in cui ogni lavoratore ha abbandonato il precedente impiego; la
perdita temporanea del diritto allassicurazione sociale per chi lascia il lavoro senza accordo della direzione;
fino al decreto del 1940 (ma siamo gi in piena guerra mondiale) che vieta agli operai di abbandonare
limpresa di loro volont, con pene detentive da due a quattro mesi per i trasgressori. Non credo tuttavia che
si possa leggere ci - come tende a fare C. Bettelheim - esclusivamente come progressiva accentuazione del
dispotismo di fabbrica.
23. Per questa ipotesi, cfr. Di Leo, Operai e sistema sovietico, op. cit.
24. Cfr. R. di Leo, op. cit., p. 128. Cfr. anche p. 160: Il partito-imprenditore [...] fece un salto indietro,
torn ai tempi della manifattura e rimise lorganizzazione del lavoro alla merc delliniziativa operaia. Cos
la nuova economia fondata sul piano, la prima esperienza concreta di pianificazione, marciava, a livello della
singola unit produttiva, con un motore paleocapitalistico.
25. Cfr. la voce Transizione, a cura di M. Godelier, in Enciclopedia Einaudi, vol. XIV, Torino 1980.
26. La riserva, per questo discorso appena abbozzato, pu essere questa: la nozione di forma sociale va
distinta da quella di forma giuridica; i rapporti giuridici di propriet non vanno confusi con i rapporti reali di
produzione ( ci che mette in luce B. Chavance in Le capitai socialiste, Le Sycomore, Paris, 1980).
Tuttavia, anche nellipotesi che le trasformazioni prodottesi dopo lOttobre abbiano investito soltanto il
livello giuridico, la forma giuridica della propriet statale dei mezzi di produzione, che caratterizza il sistema
sovietico, gioca un ruolo non secondario. La forma giuridica, se incapace di per se stessa di modificare
realmente i rapporti di produzione (ed giusto il discorso di Chavance e Bettelheim contro il formalismo
giuridico), pu tuttavia mostrarsi resistente a determinati mutamenti insiti nella logica del capitalismo,
quali il taylorismo. La forma giuridica della propriet statale dei mezzi di produzione non sia la forma
giuridica ideale del capitalismo.

5
Il problema irrisolto della costruzione di uneconomia socialista

Il quadro economico-sociale della Russia attuale (1) ben peggiore di quel che appariva lItalia del 1513
a Machiavelli: sanza capo, sanza ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa et [che] avessi sopportato dogni
sorte ruina (2). La dissoluzione dellURSS nel 1989-1991 non sembrava in alcun modo prevedibile appena
qualche anno prima. Non un apologeta, ma un severo critico del sistema sovietico aveva descritto il paese
che aveva abbandonato come fondamentalmente stabile, modellato sulla base di un consenso organizzato
(3).
Come e perch, attraverso quali processi molecolari, sia intervenuto il crollo del sistema sovietico, sar
probabilmente oggetto di studi e dibattiti ancora in futuro.
Vi una tendenza abbastanza diffusa a considerare tale crollo come inevitabile (e a giustificare quindi
loperato della direzione gorbacioviana), quale effetto diretto di una crisi economica - mascherata dalle
dichiarazioni e statistiche ufficiali - che esplode chiaramente negli ultimi anni di vita dellURSS, quando si
registra una caduta verticale della produzione accompagnata da uninflazione vorticosa. Tuttavia, anche ad

53

un osservatore superficiale, non pu sfuggire il fatto che la crisi economica a carattere catastrofico degli
ultimi anni di vita dellURSS non una conseguenza diretta del modo in cui operava il meccanismo
economico pregorbacioviano; dipende, anzi, dal modo in cui le riforme economiche della perestrojka hanno
dissestato irrimediabilmente quel meccanismo, senza sostituirlo con un altro pi adeguato (4).
Ci non significa affermare che leconomia sovietica marciasse splendidamente e che tale marcia
trionfale sarebbe proseguita se non fosse intervenuta lazione sfascista di Gorbaev. Si vuole
semplicemente ribadire che la stagnazione degli anni Ottanta profondamente diversa dalla crisi a
carattere catastrofico del 1989-91.
Il crollo dellURSS intervenuto essenzialmente sul terreno politico, ideologico e culturale, non su
quello economico. In generale, non c una correlazione diretta, meccanica tra crisi economica e crisi
politico-statuale e il caso di Cuba, che resiste in condizioni economiche e politiche di gran lunga pi difficili
di quelle in cui versava lURSS alla met degli anni Ottanta (quando Gorbaev eredita la guida del paese),
sta l a confermarlo.
Tuttavia, che lURSS (e le economie del COMECON) stessero attraversando una fase di decremento dei
ritmi produttivi, fino alla stagnazione (ma questultimo punto non confermato dalle statistiche ufficiali) non
era uninvenzione di Gorbaev. Al di l di alcune discrepanze sui dati statistici, vi fondamentale
concordanza tra gli studiosi nel rilevare che almeno dalla fine degli anni Sessanta si registra un continuo calo
di efficienza degli investimenti, il rallentamento e poi la cessazione della crescita del prodotto nazionale. Ma
non si tratta solo di questo decremento, poich si potrebbe a ragione obiettare che i tassi di crescita, una volta
usciti dalla fase dellarretratezza economica e raggiunta una certa maturit del sistema, non possano crescere
allo stesso ritmo: le economie capitalistiche mature si considerano fortunate se raggiungono oggi il 2-3% di
crescita (si tratta infatti non di valori assoluti, ma in percentuale, commisurati alla produzione raggiunta
nellanno precedente). Sono i caratteri stessi delleconomia sovietica che presentano - allinizio degli anni
Ottanta - un quadro pessimo: il sistema antiinnovativo (la scienza sovietica brevetta molto, ma non
introduce le innovazioni tecnologiche, salvo che nellindustria bellica); invecchiamento e usura dei mezzi di
produzione, che non vengono rimpiazzati; si esportano materie prime (gas, petrolio) e si importano manufatti
( la terzomondizzazione del paese); vi enorme spreco di risorse, cattiva qualit dei prodotti, bassa
produttivit del lavoro (di molto inferiore rispetto a quella dei paesi occidentali); i piani (nonostante la loro
revisione al ribasso) non riescono ad essere realizzati, il sistema economico si presenta con sempre maggiori
disfunzioni. La distanza verso lantagonista USA si accresce di molto e si manifesta chiaramente sul terreno
militare: i missili forniti ai guerriglieri afgani dagli USA risultano tecnicamente superiori e recano serissimi
danni allaviazione militare sovietica.
Ancora nel 1971, un economista marxista critico del sistema sovietico come E. Mandel poteva scrivere
che lURSS e gli altri Stati operai sono attualmente sempre in testa dal punto di vista dello sviluppo delle
forze produttive e non conoscono neppure i fenomeni ciclici propri dei paesi capitalistici (5). Poteva essere
una valutazione superficiale: lanalisi critica delleconomia sovietica, abbozzata dalla rivoluzione culturale
cinese nello stesso periodo, metteva in luce aspetti di crisi latente nel sistema; cosa che - su un diverso
versante teorico - denunciava leconomista ungherese Kornai (6).
Tuttavia, quella di E. Mandel non era una pura e semplice illusione ottica dettata dal desiderio di credere
alla superiorit del sistema basato sulla propriet statale dei mezzi di produzione: numerosi indici statistici,
vagliati da esperti occidentali, parlavano di economia in crescita. La critica che negli anni 60-70 si
rivolgeva allURSS riguardava essenzialmente il sistema politico, la mancanza di democrazia, i rapporti
sociali, la separazione dirigenti-diretti, lesistenza di gruppi privilegiati, non gli indici di sviluppo economico.
Sotto questultimo aspetto, la storia delleconomia sovietica disegna una parabola ben riconoscibile.
Se osserviamo le cose da un punto di vista strettamente economico - cio degli indicatori generali
comuni a qualsiasi economia moderna: tasso di incremento della produzione, del PNL, tasso di occupazione,
in una parola dello sviluppo - la storia delleconomia sovietica si presenta distinta nelle seguenti fasi:
- I primi dieci anni successivi alla guerra e alla rivoluzione (guerra civile, comunismo di guerra, NEP), in
cui tra alterne vicende la produzione industriale e agricola raggiunge allincirca i livelli del 1913.
- 1928-1941: coi piani quinquennali si avvia un grandioso processo di industrializzazione del paese (che
consentir di costruire gli armamenti necessari a sconfiggere a Stalingrado lesercito di un paese a
capitalismo sviluppato quale la Germania). Gi il I piano, concluso nel 1933, aveva consentito - come
afferma concordemente la maggioranza degli specialisti, sia occidentali che sovietici - un notevole sviluppo
delle attrezzature, dei prodotti semilavorati dellindustria pesante, delle materie prime e delle fonti denergia
(anche se inferiore agli obiettivi del 1929): carbone: 64 Mt; ghisa: 6,2 milioni di tonnellate; elettricit: 14
miliardi di chilowattora (7). Nel corso dei piani successivi alcuni settori progrediscono in maniera
spettacolare, specie lacciaio (5,9 milioni di tonnellate nel 1932 e 15,7 nel 1937), lenergia elettrica (14

54

miliardi di chilowattora nel 1933, 26 nel 1937), e le costruzioni meccaniche. Ci si era impadroniti di nuove
tecnologie: acciai speciali, gomma sintetica, macchine utensili moderne. La metropolitana di Mosca,
inaugurata nel 1935, fu una delle realizzazioni di spicco del Il Piano (8).
- 1945-1960. La ricostruzione postbellica viene compiuta velocemente a ritmi sostenuti e leconomia
sovietica riprende a svilupparsi a un tasso elevato, tanto da far prevedere alla dirigenza chruscioviana di
poter raggiungere lobiettivo storico di superare nel giro di qualche decennio la pi grande potenza
economica mondiale, gli USA. I tassi di incremento del reddito nazionale sono fino al 1955 (escludendo
ovviamente il periodo bellico) superiori al 10% allanno e del 9,2% in media nel quinquennio 1956-60 (9).
- 1960-1987 (anno in cui la perestrojka gorbacioviana comincia a dissestare il sistema economico).
Comincia la parabola discendente, fino alla stagnazione o quasi stagnazione degli anni Ottanta (il che non
significa affatto che nel periodo breneviano non vi sia stato sviluppo: basti pensare che nel settore degli
armamenti lURSS riesce a tener dietro, fino a un certo punto, agli USA).
Se questa periodizzazione, a grandissime linee, pu essere accettata, si pone la questione del perch si
verifichi questa parabola; se sia intervenuta, e quando, nella storia sovietica una frattura tale da innescare una
tendenza negativa; e, strettamente intrecciata alle precedenti, quella del carattere, della natura sociale di
questo - relativamente effimero per i tempi lunghi della storia - modo di produzione.
Con il crollo dellURSS due teorie, radicalmente contrapposte, hanno visto paradossalmente confermate
le proprie tesi: quella della economia di comando e quella del capitalismo monopolistico di Stato.
La critica preventiva (indipendentemente cio da quel che stava accadendo in URSS) al socialismo - ad
una societ fondata sulla propriet collettiva generalizzata dei mezzi di produzione e retta da un piano
centrale - era stata avanzata da von Mises e von Hayek che, tra gli anni Venti e Trenta, sostengono lassoluta
impossibilit di una produzione razionale non appena venga abbandonato il criterio di un prezzo monetario
liberamente stabilito (10). Lassenza di economia di mercato (e, quindi, di propriet privata) produrrebbe
inevitabilmente limpossibilit del calcolo economico razionale, e quindi inefficienze, disorganizzazione,
sprechi, penurie sarebbero il prezzo imposto immancabilmente dalla presunzione fatale del socialismo di dar
vita ad una economia pianificata (11). Leconomia sovietica sarebbe andata progressivamente a rotoli proprio
perch avrebbe cercato di applicare i principi classici di uneconomia socialista: questa tesi sostanzialmente
fatta propria, anche in sede di bilancio storico, da quanti vedono nel crollo dellURSS la condanna storica
della prospettiva comunista indicata da Marx (12).
Questa posizione si conquistata legemonia nel periodo della perestrojka, sanzionando il passaggio dal
socialismo di mercato alla economia di mercato tout court. Questa posizione, in fondo, oggi egemone:
sono sempre pi rari gli studiosi che pensano in termini di realizzabilit di uneconomia socialista, come
faceva leconomista comunista di Cambridge, Maurice Dobb (13). Si accetta, al pi, lidea di una qualche
regolamentazione statale che moderi gli effetti troppo perversi del capitalismo selvaggio. Vi una gamma
abbastanza ampia di posizioni allinterno di questa visione, ma, alla fine le lezioni che si traggono dal
fallimento dellesperienza sovietica vanno nel senso indicato da Hayek. Tutti gli studi sulla pianificazione
socialista - da quelli di Pollock negli anni tra le due guerre (14) a quelli di Ellman (15), Bettelheim (16),
della scuola sovietica degli economisti matematici (17) vengono condannati al silenzio e alla rimozione.
Su tuttaltro versante, i teorici del capitalismo di Stato in URSS hanno sostenuto che, indipendentemente
dallazione esercitata dal commercio e dalla finanza internazionali (peggioramento delle ragioni di scambio
con lOccidente), leconomia sovietica sarebbe prima o poi entrata in un vicolo cieco in forza della sola sua
dinamica interna. Infatti, il capitalismo di Stato ha, secondo Giussani, minori possibilit di reazioni alle crisi,
minori capacit di innescare controtendenze, che non il capitalismo privato. Il capitalismo di Stato riesce ad
evitare crisi cicliche solo al prezzo di abbassare molto pi velocemente il saggio medio di profitto e di
conseguenza il saggio di accumulazione, il saggio di crescita della produzione e i margini per aumentare i
redditi reali e i consumi della gente. Si evitano crisi cicliche solo al costo di giungere assai pi rapidamente e
coerentemente alla propria fine. Tale la vita (mortale) del capitalismo di Stato (18).
Il tratto comune a queste spiegazioni tra loro agli antipodi - leconomia sovietica ristagna: perch era
socialista; perch era capitalista - e inconfrontabili (per impostazione, dignit teorica e categorie analitiche
adottate), nel concepire come gi scritto sin dagli anni 20-30 il destino delleconomia sovietica.
La teoria del capitalismo di socialismo in URSS ha avuto storicamente il merito di spingere allanalisi
della struttura economico-sociale, quando la maggior parte degli studi si concentravano su aspetti
sovrastrutturali, ma non riesce a dar ragione di una serie di fenomeni, e, soprattutto del fatto che leconomia
sovietica nel periodo breneviano, se certamente non si muove in base ad una razionalit socialista,
altrettanto lontana dalloperare secondo una razionalit capitalistica di massimizzazione del profitto.

55

Per lo studio del meccanismo economico sovietico e la sua crisi non possiamo procedere
pregiudizialmente secondo schemi prestabiliti, ma attraverso lanalisi del suo percorso storico.
Il modo di produzione che si afferma in URSS negli anni Trenta potrebbe essere meglio compreso
attraverso la categoria di transizione, con la compresenza contraddittoria di elementi di socialismo e di
capitalismo, a condizione di non fare di tale categoria un contenitore buono per tutti gli usi.
Il potere sovietico si trovava di fronte al compito di una duplice transizione: da uneconomia arretrata e
prevalentemente agricola ad una societ industriale sviluppata, da un lato, e, al contempo, al socialismo.
Labbandono della NEP fu provocato dal fatto che questa non garantiva quegli alti ritmi di sviluppo
industriale che il gruppo dirigente sovietico riteneva indispensabili per superare larretratezza (19). Questo
problema, anche se a un prezzo altissimo, viene risolto con successo dal sistema della pianificazione
centralizzata con obiettivi prioritari. Il sistema che si afferma si configura essenzialmente come una
gigantesca macchina tesa a costruire e potenziare il settore I (produzione di mezzi di produzione): era
costante preoccupazione dei membri del Politbjuro negli anni Trenta laumento della produzione in termini
fisici (tonnellate di carbone, chilometri di strade ferrate, migliaia di veicoli, ecc.).
Il varo e lattuazione pratica del primo piano quinquennale fanno piazza pulita di gran parte del dibattito
svoltosi in URSS negli anni Venti sulla pianificazione e sul modo in cui organizzare uneconomia socialista,
compito questo che, bene non dimenticare, i bolscevichi si trovarono ad affrontare pressoch ex novo. Pur
avendo adottato un sistema di bilance materiali tra i vari settori delleconomia, il piano in realt non tale,
non rispetta le proporzioni ottimali, n lallocazione e distribuzione razionali degli impianti nel territorio.
Esso concentra uomini e mezzi su alcuni settori ritenuti prioritari, e tali priorit vanno evidentemente a
detrimento di altri settori. Non a caso si afferma, contro la teoria genetica del piano (che richiede che il
piano nasca tenendo conto delle proporzioni precedenti), quella teleologica, che concepisce il piano
come definizione di obiettivi (20).
noto che gli obiettivi del I piano vengono, tra il 1929 e il 1930, sostituiti da obiettivi pi ambiziosi. Il
sistema produttivo sovietico negli anni Trenta ben lontano dal lavorare secondo un ritmo cadenzato,
costante, metodico, programmato, che lidea di piano dovrebbe implicare; piuttosto un procedere coi grandi
balzi dei lavoratori dassalto (udarniki) e battute darresto o cadute a volte rovinose. Il clima quello di
una mobilitazione generale permanente sul fronte della produzione, con i quadri dirigenti che corrono da un
capo allaltro del paese per risolvere, in un modo o nellaltro, una miriade di questioni. Il meccanismo
economico messo in moto negli anni Trenta si basa su un costante intervento esterno. Il piano quinquennale
soltanto una cornice lontana, ci che conta sono i piani annuali e trimestrali.
Il divario tra gli obiettivi del piano e la loro realizzazione si presenta, sin dal primo piano, non solo nel
mancato raggiungimento di alcuni obiettivi in termini fisici, ma anche nellassorbimento di una massa di
forza-lavoro di gran lunga superiore alle previsioni (con conseguente sbilanciamento nel pagamento dei
salari). Nel corso degli anni Trenta venne organizzato un modello economico di sviluppo molti tratti del
quale sono perdurati in URSS fino a ieri. Salvo alcune sfumature, il II e il III Piano proseguirono le
procedure e le priorit inaugurate dal I Piano: adozione di obiettivi irrealistici che non corrispondevano alle
possibilit concrete di uno sviluppo economico equilibrato; gestione amministrativa a breve termine delle
risorse; costituzione, in una congiuntura di penurie endemiche, di un sistema di priorit che sconvolgeva le
diverse branche delleconomia; crescita estensiva accompagnata in genere da una forte inflazione;
grandissimo sforzo di investimento realizzato a spese del miglioramento del livello di vita della popolazione;
priorit accordata alla produzione di attrezzature, di materie prime, di fonti di energia piuttosto che alla
produzione di beni di consumo (21).
Nellimpetuosa mobilitazione generale per la realizzazione dei piani, le grandi questioni della teoria
economica del socialismo, che avevano animato il dibattito negli anni Venti, sono in gran parte accantonate.
Esse, nondimeno, rimanevano e non erano state soddisfacentemente risolte neppure sul piano teorico puro, in
particolare la questione del calcolo economico in uneconomia socialista. Va sottolineato che le questioni
concernenti lorganizzazione di uneconomia socialista si ponevano in tutta la loro portata
indipendentemente dal condizionamento che larretratezza storica russa comportava: i bolscevichi
ereditarono non solo larretratezza russa, ma anche la carenza di una teoria della transizione e di una teoria
generale delleconomia socialista.
Questi problemi teorici - che avevano nella situazione sovietica una ricaduta pratica immediata - si
riproposero quando termin la fase dello sviluppo estensivo del paese attraverso il metodo degli obiettivi
prioritari, della mobilitazione permanente e del lavoro dassalto.
Tale fase, per i compiti imposti dalla guerra antifascista e dalla ricostruzione, si prolunga fino ai primi
anni Cinquanta, quando si sviluppa il dibattito sui problemi economici del socialismo. Lo scritto staliniano
del 1952 e la di poco successiva pubblicazione del primo Manuale di economia politica del socialismo

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(1954) riflettono - al di l delle soluzioni che in quei testi vengono date - lesigenza di costruire una teoria
economica, ed una conseguente pratica, adeguata ad una nuova fase, in cui leconomia possa svilupparsi in
modo intensivo, proporzionato, equilibrato, con uneffettiva pianificazione.
Tra gli anni Cinquanta e Sessanta si svolge in URSS e nei paesi del COMECON un ampio e articolato
dibattito sulla legge del valore nel socialismo, i rapporti mercantil-monetari, il calcolo economico, i sistemi
di pianificazione, lautonomia delle imprese (22). Un dibattito che oggi si tende a rimuovere con troppa
facilit.
Si pu solo osservare che non si tratta di una finzione tesa a giustificare ideologicamente il sistema
costituito e il potere conseguito dai nuovi quadri promossi negli anni Trenta: la teoria sovietica era alle prese
effettivamente con i problemi del funzionamento ottimale di uneconomia fondata sulla propriet statale
generalizzata dei mezzi di produzione e sulla pianificazione. Tale dibattito usc fuori dei confini dellURSS e
venne presentato come uno scontro tra economisti riformatori e conservatori. Esisteva, in realt, una
gamma di posizioni piuttosto articolata, allinterno delle quali la linea di demarcazione che andrebbe
tracciata passa tra quanti erano in qualche modo subalterni alla teoria economica neomarginalista e coloro
che cercavano - per dirla con Gramsci - una via originale e non di marca americana per la costruzione di
uneconomia socialista.
Dal punto di vista di una storia delleconomia sovietica, gli anni 50-60 costituiscono uno snodo non
meno importante - anche se certamente meno traumatico e clamoroso - del passaggio dalla NEP alla
pianificazione. La riforma adottata nel 1965 avrebbe dovuto, nelle intenzioni e dichiarazioni dei suoi
promotori, garantire efficienza e razionalit, conferendo alle imprese una maggiore autonomia. In particolare,
essa:
- pone, al posto dellindice della produzione globale (in valore o in natura) la produzione venduta quale
principale indicatore dellattivit delle unit produttive;
- affida un maggior ruolo allinteresse bancario: le imprese avrebbero dovuto pagare un interesse annuo
sui fondi fissi e circolanti;
- mette a disposizione delle imprese una quota maggiore di profitti, destinandola verso tre nuovi fondi: di
incentivazione materiale; per le iniziative socio-culturali e le abitazioni; per lo sviluppo della produzione;
- vara una riforma dei prezzi allingrosso della produzione industriale: i prezzi avrebbero tenuto conto
dellinteresse pagato sui fondi fissi e circolanti e avrebbero inoltre consentito di stabilire corretti rapporti tra i
prezzi dei beni dei vari settori industriali (23).
La riforma, introdotta del resto solo parzialmente, non risolve, ma aggrava i problemi delleconomia
sovietica. Le imprese acquisiscono un potere monopolistico che prima non avevano, ma non migliorano la
qualit della produzione (24). Le imprese adempiono alle indicazioni del piano solo formalmente, ma
continuano a produrre merci costose con spreco di materie prime e risorse.
Il sistema economico che si consolida a partire dagli anni Sessanta non risulta guidato n da una
razionalit capitalistica di massimizzazione del profitto, n da una razionalit socialista. Diversamente da
quello staliniano degli anni Trenta, risulta molto meno dinamico, privo del lavoro dassalto per
realizzare il piano-obiettivo sulla base di poche, fondamentali priorit. Vi una letteratura abbondantissima,
sia sovietica che occidentale, sulle crescenti disfunzioni del sistema e sui suoi meccanismi che sembrano
obbedire alla logica di un compromesso corporativo regressivo tra direzione di fabbrica e maestranze (25).
Nei primi anni Sessanta Ernesto Che Guevara, intervenuto nel dibattito sulle riforme economiche quando
ministro dellindustria a Cuba e si pone il problema della costruzione di uneconomia socialista, finisce col
criticare in modo radicale lapproccio dei fautori del socialismo di mercato: Perseguendo la chimera di
realizzare il socialismo con le armi spuntate che il capitalismo ci ha lasciato (la merce come cellula
economica, il reddito, linteresse materiale individuale inteso come molla, ecc.) si pu imboccare un vicolo
senza uscita (26)
NOTE
1. Cfr. G. Boffa, DallURSS alla Russia, storia di una crisi non finita, Laterza, Bari-Roma, 1995; C.
Fracassi, Russia, Che succede nel paese pi grande del mondo, Altritalia, Roma, 1996.
2. Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, Sansoni, Firenze, 1971, cap. XXVI.
3. Cfr. V. Zaslavsky, Il consenso organizzato, Il Mulino, Bologna, 1981.
4. Cfr. A. Catone, Crisi delleconomia sovietica e passaggio alleconomia di mercato, in R. Covino, M.
Florio, Scenari della transizione nellest europeo, Editoriale Umbra, Perugia 1991.
5. Cfr. E. Mandel, F. Charlier, LURSS uno Stato capitalista?, Samon e Savelli, Roma, 1971, p. 69.

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6. Cfr. J. Kornai, Antiequilibrium: on Economic Systems Theory and the Tasks of Research, North
Holland Publishing Company, Amstersdam, 1980; Economics of Shortage, Amsterdam-London, 1980.
7. Cfr. N. Werth, Storia dellUnione sovietica, Il Mulino, Bologna, 1991, pp. 277-278.
8. Ibidem, pp. 307-9.
9. Cfr. C. Boffito, Il sistema economico sovietico, Loescher, Torino, 1979, p. 337.
10. Cfr. L. von Mises, Il calcolo economico nello Stato socialista, in C. Boffito, Il sistema economico
sovietico, op. cit., p. 227.
11. Cfr. F. A. von Hayek, La presunzione fatale - gli errori del socialismo, Rusconi, Milano, 1997.
12. Aver cercato di applicare le idee di Marx e di Lenin il vero peccato originale dei bolscevichi: questa
tesi percorre tutta la Storia dellURSS dal 1917 ad oggi di M. Geller e A. Nekric (Rizzoli, Milano, 1984), il
cui titolo originale inequivocabilmente Utopija u vlasti (lutopia al potere). Ma su questa linea
interpretativa si colloca in definitiva, pur senza i toni apocalittici di questi ultimi, anche il lavoro di V.
Zaslavsky, Storia del sistema sovietico, NIS, Firenze, 1995.
13. Cfr. M. Dobb, Storia delleconomia sovietica, II edizione, Editori Riuniti, Roma, 1972.
14. Cfr. C. Campani, Pianificazione e teoria critica - lopera di Friedrich Pollock dal 1923 al 1943,
Liguori, Napoli, 1992.
15. Cfr. M. Ellman, La pianificazione socialista, Roma, Editori Riuniti, 1981.
16. Cfr. C. Bettelheim, Problemi teorici e pratici della pianificazione, Samon e Savelli, Roma, 1969.
17. Cfr. M. Ellman I problemi della pianificazione in URSS, Liguori, Napoli, 1979.
18. Cfr. P. Giussani, A. Peregalli, Il declino dellURSS - saggi sul collasso economico sovietico, Genova,
Graphos/economia, 1991, pp. 18-27. Per unanalisi critica delle posizioni di Giussani, cfr. in questo stesso
volume il capitolo Il modo di produzione sovietico e la dissoluzione dellURSS, 3.
19. Si veda in proposito M. Dobb, Storia delleconomia sovietica, op. cit., capp. VIII e IX; R. W. Davies,
La nascita del sistema economico staliniano, in A. Natoli, S. Pons (a cura di), Let dello stalinismo,
Editori Riuniti, Roma, 1991.
20. Cfr. il capitolo Planirovanie socialistieskoi ekonomiki (la pianificazione delleconomia socialista)
in D. K. Trifonov, L. D. irokorad (a cura di), Istorija politieskoj ekonomii socializma (Storia delleconomia
politica del socialismo), Ed. dellUniversit di Leningrado, Leningrado, 1983, pp. 177 sg. Si veda anche in
questo stesso volume il capitolo Razionalit e piano nella teoria sovietica.
21. Cfr. Werth, Storia dellUnione sovietica, op. cit., pp. 307-308.
22. Per una ricostruzione di questo dibattito, cfr. M. Lewin, Economia e politica nella societ sovietica,
Editori Riuniti, Roma, 1977.
23. Cfr. D. Di Gaetano, Leconomia sovietica, uno sguardo dallinterno, F. Angeli, Milano, 1984, p. 41.
24. Cfr. D. V. Valovoj, Ekonomika: Vzgljady raznych let, Nauka, Mosca, 1989. Cfr. B. Minc, Le ragioni
e il destino delle riforme economiche in C. Boffito, op. cit., pp. 619 sg.
25. Cfr. A. Aganbegjan, La perestrojka delleconomia, Rizzoli, Milano, 1988; M. Cox et alii, Il
compromesso sovietico, Feltrinelli, Milano, 1977; Rita Di Leo, Il modello di Stalin, Feltrinelli, Milano, 1977;
Rita Di Leo, Leconomia sovietica tra crisi e riforme (1965-1982), Liguori, Napoli, 1982; G. Duchne,
Lconomie sovitique, La Dcouverte, Paris, 1987; A. Nove, Leconomia di un socialismo possibile, Editori
Riuniti, Roma, 1986; Ph. Nikonoff, 1917-1991, Trois quarts de sicle de socialisme rel, in ISSUES,
Paris, 1992, n. 42; C. Samary, Piano, mercato, democrazia - lesperienza dei paesi cosiddetti socialisti,
distribuzione a cura di Bandiera Rossa, Milano, 1990.
26. Cfr. E. Che Guevara, Opere scelte 2, Baldini e Castoldi, Milano, 1996, p. 361.

6
Il modello di Stalin: una societ perennemente mobilitata per uscire dallarretratezza

Lampiezza dellindustrializzazione dellURSS, nei confronti della stagnazione e del declino di quasi
tutto luniverso capitalista, risalta dagli indici globali seguenti [...] Negli ultimi dieci anni (1925-1935),
lindustria pesante sovietica ha pi che decuplicato la sua produzione. Nel primo anno del primo piano

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quinquennale [1929] gli investimenti di capitale si elevarono a 5,4 miliardi di rubli, nel 1936, devono essere
di 32 miliardi, mentre la produzione industriale della Germania raggiunge in questo momento il livello del
1929 solo in virt della febbre del riarmo, la produzione industriale degli USA si abbassata di circa il
25%, quella della Francia di pi del 30%, e quella inglese cresciuta solo del 3-4% con laiuto del
protezionismo. Gli immensi risultati ottenuti dallindustria, linizio molto promettente di uno sviluppo
dellagricoltura, lo svilupparsi straordinario delle vecchie citt industriali, la creazione di nuove, il rapido
aumento del numero degi operai, lelevamento del livello di vita e dei bisogni, tali sono i risultati
incontestabili della rivoluzione dOttobre, in cui i profeti del vecchio mondo videro la tomba della civilt.
Non pi il caso di discutere con i signori economisti borghesi: il socialismo ha dimostrato il diritto alla
vittoria non nelle pagine del Capitale, ma su unarena economica che comprende la sesta parte della
superficie del globo; non con il linguaggio della dialettica, ma con quello del ferro, del cemento e
dellelettricit. [...] Solo la rivoluzione proletaria ha permesso a un paese arretrato di ottenere in meno di
ventanni risultati senza precedenti nella storia.
Non Stalin, n un suo sostenitore a scrivere questo nel 1936, quando in pieno svolgimento il secondo
piano quinquennale e viene varata la nuova Costituzione sovietica, ma il suo pi fiero, tenace e preparato
oppositore, Lev Trockij (1). La rivoluzione dallalto - industrializzazione a passi da gigante e
collettivizzazione forzata delle campagne - lanciata da Stalin nel 1929, appare, anche agli occhi del pi
attento e severo critico, aver raggiunto nel 1936, nonostante gravi errori, profonde contraddizioni e un prezzo
altissimo, il risultato incontrovertibile della rottura del blocco dellarretratezza.
Questa industrializzazione accelerata, che fa compiere allURSS in dieci anni parte del cammino che le
altre societ borghesi avevano percorso durante secoli, anche il fattore principale della vittoria dellURSS
nella seconda guerra mondiale contro le armate naziste, il pi potente e agguerrito esercito del mondo, che
dominava incontrastato su tutto il continente europeo. Sono veramente in pochi a negare che senza
Stalingrado le sorti della guerra - e del mondo - sarebbero state profondamente diverse.
La vittoria sul nazismo consente allURSS di sedere con pari dignit al tavolo delle grandi potenze
mondiali e di poter svolgere - pur tra contraddizioni ed errori - un ruolo fondamentale di sostegno, o
quantomeno di retrovia nel complesso affidabile, per i movimenti anticoloniali e antimperialistici e per le
rivoluzioni socialiste che si sviluppano nei trentanni successivi al secondo conflitto mondiale, dalla Cina al
Viet-nam, da Cuba al Nicaragua.
Il mito di Stalin e dellURSS si fondava su dati di fatto oggettivi. La rivoluzione dOttobre e il
modello di Stalin, che prende forma e si afferma tra la fine degli anni Venti e gli anni Trenta, hanno
rappresentato agli occhi di centinaia di milioni di individui oppressi e diseredati la possibilit di uscire
dallarretratezza attraverso una via non capitalistica di sviluppo, nel momento in cui limperialismo
generava, nel movimento contraddittorio del capitale, sottosviluppo in vaste aree del globo.
E proprio dalla questione dellarretratezza si dovrebbe partire nel delineare un profilo delluomo che ha
guidato, nel bene e nel male, una delle pi grandiose trasformazioni sociali della storia.
Arretratezza non significa soltanto aratri di legno trainati da cavalli, povere isbe come abitazione di
milioni di contadini, assenza o povert di una base industriale, primordialit dei rapporti mercantili, ma
anche analfabetismo predominante, scarsit di tecnici, visioni del mondo premoderne, mentalit semifeudale,
superstizione diffusa, disabitudine alla vita politica, concezione sacrale del potere: insomma, tutto un
retaggio storico che la conquista del potere politico da parte di una forza rivoluzionaria non pu cancellare
con un tratto di penna. E che chiunque voglia seriamente misurarsi con la storia della rivoluzione dOttobre
non pu mettere tra parentesi.
Il che non vuol dire affatto giustificare storicisticamente ogni aberrazione; significa solo non porsi di
fronte alle questioni dello stalinismo in termini demonizzanti e con lattitudine di chi, delineando
astrattamente un percorso unilineare, disegnato in base a ci che si sarebbe dovuto fare, pretende di
mettere le brache alla storia. La storia, come sapeva Marx, si presenta anche col suo lato cattivo.
Il trentennio durante il quale Stalin svolge la funzione di segretario generale (Gensek) del partito
comunista sovietico (a partire dal 1922) non pu essere assunto come un blocco unico, come se lintero
percorso della direzione staliniana, le drammatiche svolte, le oscillazioni, gli irrigidimenti, gli arretramenti,
fossero tutti gi iscritti nel dirigente bolscevico che, come scrisse Lenin nel testamento, aveva concentrato
nelle sue mani un immenso potere (2).
Nellautunno del 1926 Gramsci - invitando la maggioranza del partito bolscevico a non stravincere, a
non adottare misure eccessive contro il blocco dellopposizione di sinistra (Trockij, Kamenev, Zinovev),
che rappresentava in Russia tutti i vecchi pregiudizi del corporativismo di classe e del sindacalismo (3) osservava che la nuova politica economica (adottata nel 21 per ridare fiato al paese stremato dalla guerra
civile) era gravida di acutissime contraddizioni: tra nepman impellicciato, che ha a sua disposizione tutti i

59

beni della terra e operaio mal vestito e mal nutrito; tra bednjaki, contadini poveri, ridotti a braccianti
giornalieri sottopagati e kulaki in posizione dominante; tra citt, affamata di pane, con unindustria limitata e
scarsamente produttiva, e campagna, riluttante a vendere il grano dal momento che le forbici tra prezzi
agricoli, bassi, e prezzi industriali, alti, tendevano ad allargarsi (come Trockij osservava gi nel 1923).
Fino alla gravissima crisi degli approvvigionamenti delle citt dellinverno 1927-28, la posizione di
Stalin appare notevolmente prudente, volta a salvare - a costo di procedere a piccoli passi e di ampliare le
concessioni al settore privato - il nucleo fondamentale della NEP, lalleanza operai-contadini, mentre
lopposizione di sinistra teorizza, con la Nuova economia di Preobraenskij (1926) la necessit di
unaccumulazione originaria socialista attraverso il pompaggio (perekaka) dei capitali essenzialmente
dallagricoltura per finanziare la costruzione di unindustria socialista. Lobiettivo politico, in una situazione
internazionale in cui la crisi postbellica non si risolta in una rivoluzione vittoriosa in Occidente, appare,
realisticamente, il mantenimento del potere sovietico, evitando rotture traumatiche allinterno di una societ
fragile e ancora profondamente scossa dai postumi della guerra civile e del comunismo di guerra, delle
requisizioni forzate nelle campagne, della terribile carestia che nel 1921 aveva provocato 5 milioni di morti.
essenzialmente su questo terreno politico - di prudenza e realismo - piuttosto che su quello
organizzativo dellabilit manovriera e del controllo dellapparato del partito dalla sua posizione di Gensek,
che Stalin conquista il consenso della maggioranza dei quadri del partito.
La grande svolta ( il titolo dellarticolo di Stalin sulla Pravda per il 12 anniversario dellOttobre),
che rivoluzioner profondamente in pochi anni i rapporti sociali nelle citt e nelle campagne e che conferir
al sistema sovietico il suo carattere pi marcato, matura con la crisi della NEP, determinata
dallarretratezza russa: il ritmo di sviluppo industriale piuttosto lento della Nep non in grado di sostenere i
lavoratori della citt, che non ricevono grano dalla campagna, la quale, daltra parte, polverizzata in 24
milioni di aziende contadine (dopo i primi decreti rivoluzionari di assegnazione e spartizione delle terre
risultavano 1/3 in pi rispetto ai 16 milioni del 1914) si caratterizzava fondamentalmente per uneconomia di
autosussistenza: nel 1926-27 i contadini consumavano l85% della loro produzione (4). Ci potrebbe minare
alla base il potere bolscevico, metterne in discussione la stessa esistenza, in un contesto internazionale che
continua ad essere caratterizzato dalla sindrome della fortezza assediata che le potenze imperialistiche non
hanno rinunciato ad abbattere (nel 1927 lInghilterra rompe le relazioni diplomatiche con lURSS) e dalla
esacerbazione delle contraddizioni capitalistiche ( lanalisi prodotta dal VI congresso del Komintern,
1928).
La grande svolta promossa da Stalin coinvolge profondamente lintero paese: lagricoltura, con la
collettivizzazione dallalto, accelerata e fortemente sostenuta con la coercizione (tuttavia, bene ricordare,
non solo di questo si trattato, ma anche, sebbene non in tutte le zone, di un movimento di massa di
contadini poveri contro i kulaki); lindustria, con la creazione, a ritmi frenetici, di immensi complessi per la
produzione di mezzi di produzione; la scuola: nella popolazione tra i 9 e i 49 anni di et la percentuale di
analfabeti scende dal 43% del 1926 al 13% del 1939; la percentuale di studenti universitari provenienti da
famiglie operaie sale dal 30% nel 1928-29 a quasi il doppio nel 1932-33. 17 milioni di contadini tra il 1928 e
il 1935 passano dalle campagne nelle citt o nei nuovi poli industriali. La disoccupazione operaia fu
riassorbita nei primi due anni del primo piano quinquennale (5). In pochissimi anni lintera societ di un
enorme paese subisce una trasformazione radicale come mai era avvenuto nella sua storia. La Russia un
immenso cantiere in continuo movimento, dove sono allopera, animati da passione ed entusiasmo, milioni di
costruttori del nuovo mondo, di lavoratori che hanno la possibilit, un tempo impensabile, di una grande
mobilit sociale verso lalto. Il consenso di massa che questa politica ottiene non fittizio, n coatto, poggia
su una base sociale reale.
Ma questo processo di industrializzazione e collettivizzazione iperaccelerata provoca tensioni e
contraddizioni acutissime, che il gruppo dirigente staliniano decide di regolare con un ricorso sempre pi
massiccio alla coercizione e alla repressione. Nelle campagne vengono colpiti pesantemente non solo i
kulaki, ma anche i contadini medi. Dalle statistiche ufficiali sovietiche si evince che circa 1,2 milioni di
persone furono deportate (6). La legislazione del lavoro segnata in questi anni dalladozione di misure
drastiche (passaporto interno; sistema della propiska: registrazione obbligatoria presso la polizia locale; pene
severissime per i reati contro il patrimonio socialista).
Allinterno del partito comunista prevale la logica militare, di un esercito impegnato in una guerra
difficilissima, che non pu permettersi tentennamenti, discussioni, critiche. La guerra lo stato deccezione,
che richiede la massima centralizzazione delle decisioni e la riduzione a un minimo dello spazio per la
politica. In questa logica, la linea di confine tra la critica alla politica del gruppo dirigente e lazione diretta
contro il potere sovietico, il sabotaggio, si fa estremamente esile: la sanzione politica degli oppositori
accompagnata (o spesso preceduta) dallazione degli organi polizieschi e giudiziari.

60

Tuttavia, fino al 1935-36, lazione repressiva da parte degli organi del ministero degli interni (NKVD) e
della magistratura volta essenzialmente contro gli specialisti borghesi e i rappresentanti delle vecchie
classi moribonde: 1928, denuncia delle operazioni di sabotaggio organizzate da ingegneri borghesi nelle
miniere di achty; 1928-1931, licenziamento di migliaia di funzionari degli organismi economici per
deviazione di destra (indulgenza fiscale nei riguardi di kulaki o nepmany); una serie di processi agli
specialisti del VSNCh (Consiglio supremo delleconomia nazionale), del partito contadino del lavoro, del
partito industriale con laccusa di sabotaggio e sovversione economica. La repressione poliziesca non
investe, se non marginalmente, i quadri e i dirigenti del partito comunista. In una prima fase del dissidio tra
maggioranza e opposizione di sinistra, Stalin vota contro i provvedimenti di esclusione degli oppositori dagli
organismi dirigenti del partito e del Komintern. Con lacuirsi dello scontro, tra il 1926 e il 1927, interviene,
accanto alla sanzione politica (esclusione dagli organi dirigenti e dal partito), una sanzione poliziesca: nel
gennaio 1928 sono allontanati forzatamente da Mosca Trockij, Radek, Preobraenskij ed altri, rei di aver
organizzato, in occasione del 10 anniversario dellOttobre, manifestazioni di piazza contro la maggioranza
del partito. Tuttavia, la repressione verso i dirigenti del partito accusati di deviazione di destra o di destrasinistra, di complotto antisovietico e di sabotaggio, non giunge alleliminazione fisica: nel 1932 la
maggioranza del Politbjuro si rifiuta di condannare a morte Rjutin, accusato di attentare alla vita di Stalin (7).
Al XVII congresso, il congresso dei vincitori (gennaio-febbraio 1934), che si lascia alle spalle la fase
pi drammatica della grande svolta e che sembra puntare ad una politica di stabilizzazione (8), tra i 1966
delegati sono presenti, salvo Trockij, anche i maggiori rappresentanti delle opposizioni di destra e di sinistra
(Bucharin, Tomskij, Rykov, Zinovev, Kamenev, Radek, Pjatakov, Preobraenskij).
Le cose cambiano radicalmente in seguito allassassinio (1 dicembre 1934) di Kirov, membro del
Politbjuro, segretario dellorganizzazione di Leningrado, dotato di carisma e capace di riscuotere consensi
allinterno del partito. La nuova documentazione, disponibile in seguito alla recente apertura degli archivi
sovietici, distrugge la credibilit dellaccusa lanciata da Chruev: allo stato attuale della documentazione
nulla prova che Stalin abbia ordinato lassassinio di Kirov, che non era peraltro un moderato (9). Si scatena
una repressione violentissima che ha per oggetto anche i principali membri del partito. il periodo dei
grandi processi dimostrativi di Mosca e del Grande Terrore (1936-1938), che coinvolge gran parte della
vecchia guardia bolscevica (Zinovev, Kamenev, Pjatakov, Radek, Bucharin, Rykov, Rakovskij, per citare i
pi noti), condannati alla pena capitale con laccusa non solo di fomentare la controrivoluzione, ma anche di
tradire la patria in combutta con servizi segreti tedeschi, giapponesi o inglesi. Con imputazioni simili viene
decapitato anche il vertice delle forze armate (il comandante in capo dellesercito Tuchaevskij e altri
altissimi ufficiali), nonch gli stessi dirigenti della polizia politica, Jagoda e Eov. Centinaia di migliaia
vengono deportati nei campi di lavoro.
Recenti studi sulla base delle nuove fonti darchivio smentiscono le esagerazioni di R. Conquest (10),
correggendo al ribasso il numero delle vittime della repressione degli anni Trenta (11). Ma la revisione delle
cifre non sposta la questione del grande terrore, che rimane la pagina pi oscura e pi tragica della storia
sovietica, per molti versi ancora inspiegata. Perch, dopo un congresso che sancisce la vittoria della linea
staliniana e che pone le premesse per la stesura della costituzione del 1936, destinata a sancire, ex post, la
vittoria del socialismo, si scatena una repressione che falcidia senza piet buona parte dei vecchi dirigenti e
quadri del partito?
Sono poco convincenti le spiegazioni demonizzanti che attribuiscono alla sete di potere (e di vendetta) di
Stalin leliminazione dei vecchi bolscevichi per avere completamente campo libero: il potere, anche il pi
autocratico, non si regge mai su se stesso, rappresenta, pur se in modo abnorme, una base sociale. O le
spiegazioni che vedono nel grande terrore il punto culminante e inevitabile del percorso di violenze e
sopraffazioni del comunismo e del bolscevismo a partire dalla presa del Palazzo dInverno e dallo
scioglimento dellAssemblea Costituente, fino alla lotta contro i menscevichi e i socialisti rivoluzionari, alla
repressione delle rivolte di Tambov e Krontadt nei primi anni Venti e via discorrendo (12).
Ma anche poco convincente la tesi del grande terrore come apice di una controrivoluzione staliniana,
che affermerebbe il potere della burocrazia contro il potere del proletariato. Il terrore della seconda met
degli anni Trenta sembra rivolto proprio contro i dirigenti del partito e dello Stato, contro i quadri, contro i
funzionari, al punto che nessuno possa sentirsi veramente al sicuro, nessuna carriera al di sopra di ogni
sospetto. Il terrore sembra rivolto ad evitare la cristallizzazione e il consolidamento di una qualche
burocrazia. Stalin fa appello alle masse dei semplici e onesti contro i dirigenti corrotti e deviati e su questa
base ottiene consenso. Laberrazione tragica di una rivoluzione che divora i suoi figli non pu essere iscritta
nella categoria della controrivoluzione.

61

Daltra parte, non suffragata dai documenti darchivio la tesi di un meccanismo poliziesco impazzito
e autonomizzatosi dagli stessi massimi dirigenti e dal Gensek, la firma dei quali figura in calce alle liste dei
repressi.
Alla spiegazione del terrore potrebbe contribuire, ma solo parzialmente, la tesi della mai sopita sindrome
della fortezza assediata, alimentata dallascesa del nazismo in Germania, col suo dichiarato intento di
distruggere il bolscevismo e di conquistare spazi vitali a est, e dallaggressione giapponese in Cina e in
Manciuria.
Una spiegazione strutturale plausibile sostiene che il meccanismo del terrore diviene necessario per
mantenere il clima di mobilitazione generale e di stato demergenza richiesto dalle esigenze di
unindustrializzazione accelerata (13).
Contrariamente alle aspettative di Hitler, il paese dei Soviet che i nazisti attaccano nel 1941 non si sfalda
al primo colpo e non si rivolta contro il suo governo. Nonostante gravi incertezze ed errori iniziali (che Stalin
ammette apertamente nel suo Brindisi al popolo russo del 24 maggio 1945), il sistema sovietico si dimostra
vitale e capace di reagire vittoriosamente (come si dimostrer vitale nella rapida ricostruzione postbellica).
Nella lotta antinazista Stalin sa essere col suo popolo. Il 18 dicembre del 1941, quando i tedeschi giungono a
minacciare Mosca e il governo evacua la capitale, Stalin non abbandona la citt. Un altro dicembre di 50
anni dopo, allannuncio del colpo di Stato di Brest (8.12.1991) che dichiara disciolta lURSS, il presidente
dellUnione, Gorbaev, ne prende atto e si ritira, senza opporre resistenza alcuna.
NOTE
1. Cfr. L. Trockij, La rivoluzione tradita, Samon e Savelli, Roma, 1972, pp. 6-8. Evidenziazioni mie, A.
C.
2. Cfr. V. I. Lenin, Opere complete, vol. 36, Editori Riuniti, Roma, p. 429.
3. Cfr A. Gramsci, La costruzione del partito comunista, Einaudi, Torino, 1971, pp. 130-136.
4. Cfr. N. Werth, Storia dellUnione sovietica, Il Mulino, Bologna, 1993, p. 223.
5. Cfr. A. Agosti, Stalin, Editori Riuniti, Roma, 1983, pp. 71-72.
6. Secondo altre ricerche il numero dei contadini colpiti dalla dekulakizzazione ben pi alto, cfr. N.
Werth, op. cit., p. 265.
7. Per uno studio del funzionamento e del dibattito in seno al Politbjuro, cfr. la recente raccolta
documentaria Stalinskoe Politbjuro v 30-e gody (Il Politbjuro staliniano negli anni Trenta), a cura di O.
Chlevnjuk, A. Kvaonkin, L. Koeleva, L. Rogovaja, edizioni AIRO-XX, Mosca, 1995. Sui processi
politici degli anni 1930-50, cfr. Reabilitacija. Politieskie processy 30-50-ch godov, Mosca, 1991.
8. Cfr. F. Benvenuti, Rivoluzione dallalto e Grande ritirata nel primo stalinismo (1928-1941), in
Let dello stalinismo, a cura di A. Natoli e S. Pons, Editori Riuniti, Roma, 1991. Cfr. anche F. Benvenuti, S.
Pons, Il sistema di potere dello stalinismo, F. Angeli, Milano, 1988.
9. Cfr. A. Kirilina, Lassassinat de Kirov. Destin dun stalinien, 1888-1934, Seuil, Paris, 1995.
10. Cfr. R. Conquest, Il Grande terrore, Milano, 1970.
11. Cfr. A. Blum, lments sur lhistoire de la population de la Russie, in Retour sur lURSS.
Economie, socit, histoire, a cura di J. Sapir, LHarmattan, Parigi, 1997.
12. Tale logica guida il recentissimo Le livre noir du communisme, di S. Courtois et alii, R. Laffont ed.,
Parigi, 1997.
13. Cfr. M. Lewin, Storia sociale dello stalinismo, Einaudi, Torino, 1988.

7
Lideologia del socialismo maturo

62

Il corpus teorico consolidato dellera brezneviana pu essere ricostruito sulla base di alcuni testi a larga
diffusione: manuali di economia politica per quadri di partito, per gli istituti superiori, ecc., pubblicati tra i
primi anni 70 e la met degli anni 80.
1. I classici hanno gi definito i tratti essenziali della societ socialista
noto che la definizione della societ sovietica invalsa in questo periodo , una volta constatata lillusoriet della previsione di Chruev di realizzare il comunismo negli anni Ottanta, quella di socialismo sviluppato o di socialismo maturo. Razvitoj socializm (socialismo sviluppato), pubblicato nel 1981, un manuale consigliato ai quadri di partito. I suoi autori scrivono che Marx ed Engels non si limitarono solo
allindicazione dello scopo e dellessenza del socialismo, ma definirono anche scientificamente la via
maestra che portava ad esso. Ruolo importantissimo gioc la Critica del Programma di Gotha. In essa si
postula chiaramente la necessit di un periodo di transizione dal capitalismo al socialismo, definendo la
forma del nuovo Stato: a dittatura rivoluzionaria del proletariato.
I tratti essenziali del socialismo, desumibili da questo scritto marxiano, sono, secondo il manuale:
a) i mezzi di produzione passano in propriet di tutta la societ;
b) il lavoro individuale si fonde direttamente con il lavoro complessivo sociale e la societ riconosce tale
lavoro individuale senza aver bisogno della mediazione del mercato;
c) il prodotto complessivo sociale viene appropriato collettivamente;
d) le parti del prodotto necessarie a ricostituire i mezzi di produzione consumati, ad ampliare la
produzione e ad alimentare il fondo di riserva e di assicurazione rimangono di propriet sociale, senza
passare attraverso la distribuzione individuale;
e) le spese di gestione e dei fondi sociali, destinati alla soddisfazione collettiva dei bisogni (istruzione,
salute, servizi sociali) rimangono separate dalla parte di prodotto che passa al consumo;
f) i beni prodotti vengono distribuiti secondo il lavoro, in base alla quantit e qualit di esso;
g) nella distribuzione individuale si mantiene lo stesso principio che vi anche nello scambio di merci
equivalenti: una quantit nota di lavoro in una forma si scambia con una quantit nota di lavoro in unaltra;
h) per le ineguali capacit dei singoli individui, per la loro ineguale qualificazione e produttivit nel
lavoro, anche i beni materiali vengono distribuiti inegualmente (1)
2. Il nuovo modo di produzione: un processo a pi tappe
In un altro testo il socialismo viene definito una tappa oggettiva nello sviluppo della societ (2). Esso scriveva nel 1972 il Dizionario di economia politica - nasce come risultato del cambiamento rivoluzionario
del regime capitalistico in regime socialista. Si consolida attraverso un periodo di transizioni rivoluzionarie
in tutti i settori delleconomia e della cultura. Il socialismo la prima fase, inferiore, della societ
comunista, un modo di produzione instauratosi per la prima volta al mondo in URSS. Durante il processo
della sua costituzione, il modo di produzione comunista attraversa diverse tappe. Qui la teoria dellera
brezneviana introduce uninnovazione, il socialismo sviluppato. Aumenta cos il numero delle tappe nel
processo di costituzione della nuova formazione:
1) il periodo di transizione;
2) il periodo di consolidamento delle nuove forme socio-economiche, durante il quale si crea una
struttura sociale non antagonistica;
3) il socialismo sviluppato, che il grado, lo stadio di maturit della nuova societ, quando si compie la
ristrutturazione di tutto linsieme dei rapporti sociali sulla base dei principi collettivistici intimamente
presenti nel socialismo.
Per la storia dellURSS viene stabilita anche una precisa scansione cronologica, corrispondente a
ciascuna tappa: In URSS furono gettate agli inizi degli anni 30 le fondamenta delleconomia socialista [...]
Nella seconda met degli anni 30 il socialismo era fondamentalmente costruito [...] Negli anni 60 lURSS
aveva gi raggiunto il grado del socialismo sviluppato (4). Questultima tappa nello sviluppo della societ
socialista caratterizzata dal fatto che il socialismo si gi completamente consolidato e ha raggiunto la
piena vittoria. Tutta la produzione sociale, nella citt e nella campagna, si basa su principi socialisti. [...]
NellURSS si creano le condizioni per un graduale passaggio dal socialismo al comunismo (fusione delle due
forme di propriet in ununica propriet comunista di tutto il popolo, trasformazione del lavoro in primo
bisogno di vita [...] La costruzione del socialismo sta avvenendo in una serie di paesi dEuropa, Asia,
America (5)

63

3. Lideologia brezneviana del socialismo sviluppato


I tratti principali del socialismo allo stadio del suo sviluppo sono cos definiti:
a) sottomissione di tutti i settori delleconomia alla moderna base tecnica;
b) trasformazione del lavoro agricolo in un aspetto del lavoro industriale;
c) adeguamento elastico e flessibile del lavoro in tutte le istituzioni al modo di lavoro della grande
industria meccanica;
d) soddisfacimento a un livello pi alto, rispetto a quello del capitalismo, sia dei bisogni spirituali e
culturali, che di quelli materiali ragionevolmente intesi, delle masse e di ogni singolo individuo (6)
Il socialismo , in definitiva, esempio della pi giusta organizzazione della vita sociale negli interessi
dei lavoratori, societ del reale umanesimo, del lavoro libero, dellautentica democrazia, delleffettiva libert
della persona, della scienza e cultura pi avanzate, societ dellottimismo sociale (7). Nel socialismo non
ci sono pi classi sfruttatrici. Lo stato interviene come organizzazione politica di tutto il popolo, la
democrazia garantita non solo per la maggioranza, ma per tutti i membri della societ, che composta da
lavoratori. La societ socialista il primo grado del comunismo, poich qui si sono gi affermati molti
importantissimi tratti, che caratterizzano tutta la formazione economico-sociale comunista. In primo luogo, il
dominio della propriet sociale dei mezzi di produzione.
Non vi sostanziale differenza, rispetto al modo di produzione, tra socialismo e comunismo; la
differenza consiste invece nel livello di sviluppo di questo nuovo modo di produzione: per questo Marx e
Lenin consideravano il socialismo e il comunismo non come due diverse formazioni economico-sociali, ma
come due gradi, due fasi di sviluppo della stessa formazione economico-sociale (8).
Scopo del socialismo infine il massimo soddisfacimento dei crescenti bisogni materiali e culturali di
tutta la societ e di ciascun suo membro, sulla base dello sviluppo ininterrotto e pianificato delleconomia
nazionale, della crescita continua della produttivit del lavoro sociale (9).
4. Le coordinate economiche imprescindibili del socialismo
Dal punto di vista pi strettamente economico, il socialismo, a differenza che nel periodo di transizione,
non pi uno dei regimi delleconomia sovietica (Lenin ne aveva distinti cinque), ma abbraccia tutta
leconomia nazionale (10). Esso caratterizzato da:
- Propriet sociale dei mezzi di produzione nelle sue due forme (statale e cooperativo-colcosiana). In
particolare, i testi del periodo brezneviano insistono sul ruolo preminente della propriet statale quale base
economica del socialismo. La costituzione della propriet statale in posizione preminente corrisponde ai
bisogni di sviluppo delle attuali forze produttive, quindi rende il carattere dei rapporti economici
corrispondente al carattere del processo stesso di produzione, che ormai da tempo ha legato solidamente tutte
le imprese e settori delleconomia in un unico insieme sociale (11).
Viene duramente criticata come politica revisionistica di destra la trasformazione della propriet statale in
propriet di singoli collettivi di lavoratori ed impiegati.
- Pianificazione economica socialista, che si basa sulla grande produzione meccanica in tutti i rami delleconomia. La societ socialista ha bisogno di questo sistema di gestione delleconomia e dei rapporti economici per garantire lutilizzazione pi efficiente delle risorse nazionali e locali negli interessi della societ
nel complesso e dei singoli collettivi. Ci pu essere ottenuto solo in presenza di un unico piano di sviluppo
delleconomia nazionale, che abbia forza di legge dello Stato (12). Il socialismo si basa sul piano contro
lanarchia capitalistica (13).
- Nel socialismo si conservano la produzione mercantile e i rapporti mercantil-monetari, si impiega la
legge del valore, il calcolo economico, il denaro e la circolazione delle merci (14). Si precisa per che i
rapporti mercantil-monetari esistono nellambito della direzione pianificata dello sviluppo economico.
- Il principio in base al quale si organizza e gestisce la societ socialista quello leninista del centralismo
democratico. La sua essenza consiste nellunione organica della direzione unica, centralizzata, pianificata,
delleconomia nazionale con lo sviluppo delliniziativa locale, con la variet delle vie, dei metodi e dei mezzi
di passaggio al comunismo (15).
5. Le contraddizioni nel socialismo

64

Le contraddizioni nel socialismo non hanno carattere antagonistico, si superano in modo pianificato [...]
perfezionando forme e metodi di gestione e pianificazione delleconomia (16).
A questa visione ultraottimistica e antidialettica dei primi anni 70 segue una riflessione meno
rassicurante, secondo cui il socialismo non garantisce automaticamente la soluzione di tutte le
contraddizioni, ma apre possibilit per il progresso, per un rapido movimento in avanti finora ignoti
allumanit (17).
6. Metafisica del socialismo
Sulla base di questa ricognizione si pu notare che nelle definizioni dei testi del periodo brezneviano
pressoch assente la caratterizzazione del socialismo come prodotto consapevole dellattivit delle masse,
che coscientemente e in prima persona partecipano alla gestione delleconomia e della politica. Non che tale
aspetto, beninteso, venga negato, ma esso non viene sottolineato o enfatizzato. I soggetti, le classi, gli
interessi concreti, sembrano posti in ombra, quasi annullati.
invece presente una visione semplificata e rassicurante della societ socialista, in cui le contraddizioni
si risolvono con un invito a fare meglio, a perfezionare il meccanismo economico di gestione. La
contraddizione derubricata alla categoria di nedostatki, insufficienze, che un maggiore impegno - per il
quale abbondano gli inviti - pu superare. la visione di una societ che tende a divenire sempre pi
compatta, omogenea; essa, marciando verso il suo ulteriore perfezionamento, si fonde in un corpo unico, in
cui la differenza tra le due diverse classi amiche, operai e contadini, tende a scomparire, al pari delle
differenze nazionali ed etniche.
Il socialismo viene definito fase inferiore del modo di produzione comunista, modo di produzione,
caratterizzato dalla prevalenza della propriet statale e dalla pianificazione. Si d per scontata lequazione:
URSS = societ socialista, e, viceversa: socialismo = URSS. Da cui lassioma: i tratti caratteristici della
societ sovietica sono i tratti caratteristici del socialismo. Viene annullata la distinzione tra la categoria di
modo di produzione e quella di formazione economico-sociale (che implica un concreto storicamente
determinato, che dal retaggio storico ha ricevuto caratteri peculiari).
La periodizzazione della storia sovietica appare ben consolidata; dal periodo di transizione alla tappa del
socialismo maturo, senza problemi, dubbi, incertezze. Le diverse tappe (il cui numero, nella manualistica
brezneviana, neoconvertita al paradosso di Zenone, tende a crescere, ogni qualvolta ci si accorge di non poter
raggiungere la meta finale, il comunismo) sono concepite come un continuo, ininterrotto, rettilineo e
progressivo moto ascensionale, verso la perfezione, in cui il molteplice (di forme economiche, nazionalit,
tradizioni) si fonde nellunico, il complesso si semplifica, la contraddizione si annulla. Nessuna deviazione
dal percorso tracciato, nessun possibile blocco nella marcia in avanti, e, tantomeno, nessun passo indietro
concepibile.
Nel complesso, le abbondanti citazioni da testi di Marx, Engels, Lenin, vengono impiegate separandole
dal loro contesto; sono ipostatizzate, senza pi alcun rapporto con il concreto storico-reale. La metafisica del
socialismo raggiunge vette insuperate, il distacco della teoria dalla pratica concreta, anche.
NOTE
1. Razvitoj Socializm. Problemy teorii i praktiki (Il socialismo sviluppato. Problemi di teoria e prassi), a
cura di R. I. Kosolapov (direttore), I. D. Laptev, V. S. Markov, V. A. Peenev, V. I. Tolstych, V. A. Janvarev,
II edizione, Politizdat, Mosca, 1981, pp. 18-21.
2. Cfr. Naunyj kommunizm - Uebnik dlja Vuzov (Comunismo scientifico - Manuale per gli istituti
superiori), a cura di P. N. Fedoseev, Politizdat, Mosca, 1985, p. 29. Alla redazione del manuale partecipano,
tra gli altri, politologi poi schierati con Gorbaev, quali F. M. Burlackij, V. V. Zagladin, A. N. Jakovlev.
3. Cfr. L. Brenev, Leninskim kursom (Sulla via di Lenin), Politizdat, Mosca, tomo VI, 1981, p. 627. Si
noti che abbiamo tradotto con ristrutturazione il termine del testo russo perestrojka (il termine era
abbondantemente impiegato nella pubblicistica sovietica ben prima che Gorbaev ne facesse il vessillo della
sua politica).
4. Cfr. Naunyj kommunizm, cit., pp. 195-6.
5. Cfr. Politekonomieskij slovar, cit., pp. 273-4.
6. Cfr. Razvitoj Socializm, cit., p. 26.

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7. Cfr. Il sessantesimo anniversario della Grande Rivoluzione socialista di Ottobre. Deliberazione del
CC del PCUS del 31 gennaio 1977, in Razvitoj socializm, cit., p. 13.
8. Cfr. Naunyj kommunizm, cit., pp. 192-3.
9. Cfr. Politekonomieskij slovar, cit., p. 273 sg.
10. Cfr. Naunyj kommunizm, cit., p. 192. Nel 1921, al momento dal passaggio alla nuova politica
economica, Lenin, citando un suo opuscolo di tre anni prima (Il compito principale dei nostri giorni Linfantilismo di sinistra e la mentalit piccolo-borghese), scrive: Non c stato nessuno, mi pare, che
ponendosi la questione delleconomia russa, abbia negato il carattere transitorio di questa economia. [...] Ma
che significa la parola transizione? Non significa forse, quando si riferisce alleconomia, che nella struttura
(stroj) attuale vi sono degli elementi, delle particelle, dei pezzetti e di capitalismo e di socialismo?. Gli
elementi che costituiscono i diversi regimi (uklady) socio-economici presenti in Russia sono: economia
contadina patriarcale; piccola produzione mercantile (in cui inclusa la maggioranza dei contadini che
vendono il loro grano); capitalismo privato; capitalismo di Stato; socialismo: cfr. Sullimposta in natura, in
V. I. Lenin, Opere complete, vol. 32, Editori Riuniti, Roma, 1967, p. 310-311.
11. Cfr. Naunyj kommunizm, cit., p. 196.
12. Cfr. Naunyj kommunizm, cit., p. 198.
13. Cfr. Politekonomieskij slovar, cit., p. 274.
14. Ivi.
15. Ivi.
16. Ivi.
17. Cfr. Naunyj kommunizm, cit., p. 209.

8
Gli anni di Gorbaev: una catastrofe non annunciata

Era lURSS degli anni Ottanta diventata un dinosauro destinato irrimediabilmente allestinzione come
sostiene lo storico russo Gefter? (1) Sicch, indipendentemente dalla direzione politica dei processi
economici e sociali, il sistema recava in s i segni inequivocabili della sua estinzione, del suo crollo?
Questa pare essere lopinione prevalente sulla fine dello Stato sovietico e di quel complesso di Stati a
democrazia popolare dellEuropa centro-orientale, che, dal secondo dopoguerra, costituivano una parte importante del campo socialista.
Questa tesi finisce col giustificare e assolvere - salvo valutazioni pi o meno positive di singoli aspetti
del suo operato - lintera azione politica di Michail Gorbaev, ultimo segretario generale del PCUS (un
partito che nella seconda met degli anni Ottanta aveva raggiunto quasi i 20 milioni di iscritti), nonch, a
partire dal 1 ottobre 1988, presidente del Soviet Supremo dellURSS, riconfermato a tale carica nel maggio
1989 dal primo Congresso dei deputati del popolo, nuovo organismo eletto con votazioni a candidatura
multipla.
La vulgata prevalente sul settennato gorbacioviano - dalla sua nomina alla suprema carica di Gensek
dell11 marzo 1985 alle sue dimissioni da questa carica il 24 agosto 1991, con contemporaneo appello allautoscioglimento del PCUS, al suo abbandono della carica di presidente dellURSS nel dicembre 1991, dopo
che la dichiarazione di Minsk (8.12.1991) dei presidenti russo, bielorusso e ucraino, poneva fine allURSS
in quanto soggetto di diritto internazionale e realt geopolitica - ci racconta la storia di un uomo sincero e
coraggioso, dalle grandi vedute politiche, che cerca di riformare leconomia, la societ, la cultura, la politica
sovietiche, ostacolato da tenacissime forze conservatrici e incompreso da innovatori troppo radicali, e
che deve alfine arrendersi di fronte alla constatazione che il sistema ormai irriformabile. Gorbaev - si dice
- arrivato troppo tardi, la cancrena di quel che viene definito ufficialmente in URSS, a partire dalla XIX
Conferenza dorganizzazione del PCUS (giugno 1988), sistema amministrativo di comando, formatosi
negli anni Trenta e di fronte alla quale un altro riformatore come Chruev aveva dovuto retrocedere, aveva
oramai divorato dallinterno lintero corpo del paese dei Soviet. Limmagine che ancora ci viene tramandata
quella di una figura tragica, o addirittura di un martire.

66

Ma, anche tra molti di coloro che non sono stati affetti da gorbymania e che non stravedono per il
personaggio, considerato pur sempre lespressione di una burocrazia al potere, la spiegazione
dellirriformabilit del sistema appare la pi consona: la controrivoluzione sul piano economico e sociale di
Elcyn sarebbe la necessaria conclusione di un lungo processo, iniziato con Stalin, che aveva portato la
burocrazia, una casta dirigente del partito e dello Stato, ad espropriare il proletariato del potere politico
conquistato con lOttobre.
La questione della fine dellURSS coinvolge inevitabilmente la questione della sua natura sociale, del
modo reale di funzionamento del suo sistema politico ed economico, dei reali rapporti di classe, del rapporto
dirigenti-diretti, nonch dellideologia, della cultura, della conformazione morale, della mentalit e del senso
comune del popolo sovietico. Sono questioni fondamentali sulle quali esistono oramai numerose e
articolate analisi (tra cui anche quelle recenti delle diverse formazioni russe e sovietiche che si richiamano al
marxismo e al comunismo), che, nella molteplicit degli approcci e delle conclusioni cui giungono, ci dicono
altres che la questione non pu dirsi soddisfacentemente risolta.
Ed bene non chiudere con giudizi trancianti la questione - questa s epocale, se a questo termine di cui
troppo spesso si abusa si vuol restituire un senso - del crollo, o dellimplosione, del sistema sovietico in
URSS e nei paesi dellEuropa centro-orientale.
La caratteristica della crisi che ha portato alla fine dellURSS data dal combinarsi contemporaneo e
rapidissimo di molteplici fattori interni e internazionali, di natura economica, politica, culturale, morale
(come accade nelle crisi epocali). Tuttavia, il ruolo della direzione ideologico-politica appare qui
determinante nella dissoluzione dello Stato e del partito (o, se si vuole, del partito-Stato).
Non che leconomia sovietica degli anni Ottanta andasse a gonfie vele, tuttaltro: il meccanismo
economico sovietico incontrava crescenti difficolt nellutilizzazione efficiente e razionale delle risorse,
nellorganizzazione scientifica del lavoro e nellintroduzione di nuove tecnologie che consentissero aumenti
di produttivit. La stessa struttura del commercio estero rivelava un paese che si stava trasformando in
esportatore prevalente di materie prime (petrolio, gas) e importatore di manufatti e tecnologia. Invece che
raggiungere e superare i paesi capitalistici avanzati, lURSS perdeva una posizione dopo laltra, fino a
dover subire, anche sul terreno militare e della sicurezza del paese, la supremazia tecnologica degli USA (in
Afganistan le bande dei guerriglieri islamici in possesso degli ultimi armamenti dellindustria militare
americana ed europea hanno inferto pesanti perdite allaviazione militare sovietica). Le stesse statistiche
ufficiali denunciavano un notevole declino dei ritmi di sviluppo. Tale stato delleconomia fu in seguito
definito zastoj (stagnazione). Val la pena di ricordare, per, che alla met degli anni Ottanta la situazione
economica dellURSS, tanto nelle analisi degli economisti sovietici riformatori (2) che in quelle dei pi
accreditati studiosi occidentali (3) non appariva affatto catastrofica.
proprio sulla proposta di contrastare il declino economico e di passare ad una fase di sviluppo
intensivo, utilizzando a pieno le grandi potenzialit delleconomia centralizzata e le risorse dellimmenso
paese, che il programma gorbacioviano presentato al XXVII congresso del partito (febbraio 1996) ottiene
unanime consenso.
La parola dordine uskorenie: accelerazione dei ritmi di sviluppo. Per ottenere i quali occorre una
vigorosa ristrutturazione (perestrojka: termine ben noto al lessico economico-politico sovietico sin dai tempi
di Lenin) delleconomia, il cui perno la legge sullimpresa statale (varata nel giugno 1987, dopo un ampio
dibattito oltre che su riviste specialistiche, sui quotidiani e settimanali pi diffusi, ed entrata in vigore nel
gennaio 1988), che avrebbe dovuto conferire maggiore autonomia decisionale alle imprese e attivare la
democrazia operaia (un articolo prevede leleggibilit del direttore). Le altre due leggi entrate in vigore tra il
1987 e il 1988, sullattivit individuale e sulle cooperative si presentavano come un tentativo di rivitalizzare
una parte del settore dei servizi e del piccolo commercio tradizionalmente debole. Anche le concessioni
allagricoltura che si attuano tra il 1988 e il 1989 (terra in leasing ai contadini per aumentare e migliorare la
produzione; proposta di concedere il 10% delle terre in affitto; smantellamento del superministero
dellagricoltura; per incentivare laumento della produzione di cereali ed evitare di acquistarli dallestero, si
pagano ai kolchoz in valuta pregiata le eccedenze rispetto agli anni precedenti) intendono rispondere attraverso la leva degli incentivi economici, ma senza intaccare fondamentalmente le forme di propriet
statale - allannoso problema di un aumento e miglioramento della produzione.
Fino al 1988 la situazione economica interna dellURSS non si presenta in forme drammatiche, il rublo
ancora sotto controllo, e in alcuni settori produttivi vi anzi un certo miglioramento.
Nel 1988 viene soppresso il ministero del commercio estero e il comitato statale per i rapporti economici
con lestero. Il 2 dicembre 1988 viene emanato il decreto sulla decentralizzazione del commercio estero: le
imprese hanno il diritto di negoziare direttamente con imprese straniere e di decidere le proprie importazioni

67

ed esportazioni. Dal 1 aprile 1989 tutte le imprese e cooperative produttive sovietiche ricevono il diritto di
occuparsi di attivit economica con lestero.
Con la fine del monopolio statale sul commercio estero (uno dei primi provvedimenti voluti da Lenin
allindomani dellOttobre), con lautonomia finanziaria delle imprese e, in seguito (1.1.1989), lautonomia
finanziaria concessa alle singole repubbliche, comincia a venir meno il collegamento tra le imprese statali,
che in passato, anche se con qualche affanno e col ricorso a tutta una serie di mediatori semilegali, i vincoli
del piano assicuravano. Dal 1989 il piano praticamente disatteso e reso inefficace, gli indici produttivi
calano, ogni impresa cerca di arrangiarsi come pu, il rublo si deprezza rapidamente rispetto alle valute
occidentali, cominciano a scarseggiare i beni di prima necessit.
Dal punto di vista dei rapporti economici, il 1990 un anno cruciale: repubbliche e regioni autonome tra
la primavera e lestate, precedute dalle avvisaglie invernali del Pribaltico, si muovono autonomamente e in
modo difforme rispetto al mercato comune dellUnione. La Jakuzia, ad esempio, proclama la sovranit e
pretende le royalties per le sue miniere doro. La RSFSR, sotto la presidenza di Elcyn, si muove sistematicamente in modo difforme dalle scelte economiche del governo centrale. I vincoli economici tra le imprese
delle singole repubbliche - in precedenza garantiti in qualche modo dalla pianificazione centrale - si
allentano sempre pi. Per non citare i casi in cui, come nel Caucaso, le repubbliche si muovono luna contro
laltra. Nove repubbliche: Russia, Bielorussia, le tre baltiche, Moldavia, Armenia, Tadikistan e Kirghisia
iniziano nel settembre 90 a Tallin le trattative per stabilire legami economici diretti, indipendenti dal centro.
Lorganizzazione economica dellintera Unione sovietica fortemente compromessa.
Nel giro di pochi anni una serie di leggi e di decreti della perestrojka economica hanno sortito leffetto di
smantellare il sistema fondato sul piano e sullimpresa statale: invece che uskorenie si ha il caos e la
disgregazione; per i cittadini sovietici la perestrojka diventata una katastrojka.
cos che si fa strada lidea di passare al mercato. A formulare il nuovo quadro legislativo che
accompagna la rottura del sistema economico fondato sui vincoli imposti dalla propriet statale e dal piano
concorrono oramai i nuovi poteri emersi con le riforme istituzionali che, delineate alla XIX Conferenza del
PCUS del giugno 1988, cancellano larticolo costituzionale che sanciva il monopolio del potere politico del
PCUS, danno vita a parlamenti eletti in base a candidature multiple (in cui 110 membri del Comitato
Centrale su 458 vengono bocciati), istituiscono, nellURSS e in tutte le 15 repubbliche, un sistema di
repubblica presidenziale con elezione diretta del presidente da parte del popolo: ci consentir a Elcyn, nella
primavera del 1990, di vincere - sulla base di un programma demagogico che fa leva sul populismo e
nazionalismo russo - le elezioni nella pi grande e importante delle repubbliche, la RSFSR e, forte di questo
consenso popolare, di contrapporsi a Gorbaev, che presidente dellURSS per votazione del Congresso dei
deputati del popolo.
Nellautunno 1990 si confrontano tre diversi e alquanto fantasiosi progetti di transizione - pi o meno
rapida, in 400 o 500 giorni, pi o meno controllata - alla economia di mercato, il che implica
necessariamente il riconoscimento giuridico della privatizzazione delle imprese statali, che la Federazione
russa, guidata da Elcyn si affretta a varare dal 1 gennaio 1991.
La crisi economica degli anni 1989-91 il risultato non della stagnazione degli anni precedenti, ma della
politica economica seguita dalla perestrojka (4). Questa crisi, che rende difficilissima la vita quotidiana alla
maggioranza dei lavoratori e dei cittadini sovietici, alimenta un malcontento generale delle masse. Su tale
malcontento fanno leva diversi ma convergenti progetti politici che vanno prendendo forma e si organizzano
in partiti di fatto: quello del nazionalismo separatistico (in particolare dellUcraina e delle repubbliche
baltiche, che pu contare anche sul sostegno internazionale del Vaticano, della Germania Federale, degli
USA); quello della controrivoluzione sociale neoliberista, rappresentato da Elcyn (distruzione radicale delle
forme di propriet statale, delle garanzie sociali per i lavoratori, tra cui la piena occupazione, e, in breve, di
tutto quanto rimane delle precedenti istituzioni sovietiche, in primo luogo lUnione), appoggiato sempre pi
apertamente dai paesi imperialistici, che, dopo aver conquistato i paesi dellEuropa centro-orientale - in
diversi casi con laperta acquiescenza, se non la connivenza, della direzione gorbacioviana (il caso pi
clamoroso la svendita della Repubblica Democratica Tedesca) - intendono avere mano libera sulle ingenti
fonti di materie prime dellURSS e sul suo mercato (la rottura del sistema sovietico ne costituisce un
presupposto indispensabile).
Al contrario che in passato, quando, in situazioni ben pi drammatiche, i dirigenti del partito e dello Stato
sovietici erano riusciti, anche a caro prezzo, a correggere la rotta e a salvaguardare il potere conquistato con
la rivoluzione dOttobre, Gorbaev oscilla in continuazione, il suo progetto politico muta di giorno in giorno,
se non di ora in ora. Mentre separatisti nazionalisti ed elcyniani operano con ogni mezzo - nelle piazze e in
parlamento, coi giornali e la televisione, allinterno e allestero - per perseguire il loro programma
controrivoluzionario, riuscendo ad egemonizzare anche gli scioperi dei minatori e a cavalcare il malcontento

68

delle masse, lunica scelta che Gorbaev si rivela in grado di fare lattendismo e il tentativo di conciliare
forze sociali e politiche ormai inconciliabili. Oltretutto, lideologia cui realmente si ispira e che traspariva gi
dalle pagine del suo best seller, pubblicato in Occidente prima che in URSS (5), ha ben poco a che fare con
le concezioni di Marx e di Lenin: rimossa la categoria di imperialismo in nome di una teoria
dellinterdipendenza, in cui scompaiono le differenze tra poli dominanti e poli dominati, messa in soffitta la
lotta di classe (che gli imperialisti e i capitalisti non hanno mai smesso di fare), auspica la convergenza dei
sistemi e la conciliazione degli opposti. La sua concezione e la sua pratica politica hanno, per di pi, ben
poco a che fare con la stessa moderna scienza della politica: Gorbaev non al di l, ma al di qua di
Machiavelli, se ci riferiamo alla grande politica, ch, nella piccola politica manovriera, nei giochi interni
allapparato del PCUS per rimuovere avversari e promuovere i suoi uomini, egli un consumato apparatik.
Non certo lunico responsabile di una catastrofe non annunciata (nessun sovietologo prevedeva nel
1985, o anche nel 1987, 70 anniversario dellOttobre, un esito simile): le forze che nel PCUS si rendono
conto della deriva verso cui sta andando il paese - quelle che una martellante campagna di stampa nellURSS
e fuori dellURSS, definisce come conservatori o destra (in Italia vi su ci una convergenza pressoch
integrale, dal Corriere della sera allUnit, dal Sole 24 ore al Manifesto) - non riescono ad opporre nessuna
seria alternativa politica, se non il richiamo - in s corretto, ma sterile se privo di un programma dazione - ai
principi del marxismo e del leninismo. Non riescono a fare politica, a coagularsi attorno a una piattaforma
politica: da troppo tempo il PCUS brezneviano molto pi vicino ad un organismo parastatale che allorganizzazione bolscevica forgiata nei durissimi scontri ideologici e politici del periodo rivoluzionario. Quando
qualcuno tenta molto tardivamente una sortita per contrapporsi alla piega che il corso degli eventi ha preso e
che sta portando alla disintegrazione dellURSS, lo fa in modo cos poco organizzato, cos goffo e maldestro,
da far pensare ad una messa in scena: lo strano e rapidamente abortito putsch ghekacepista (comitato
statale per la situazione straordinaria) del 19 agosto 1991, consente a Elcyn di presentarsi come il paladino
della nuova Russia libera. Qualche giorno appresso, Gorbaev, dopo una dignitosa difesa dellidea socialista
di fronte alla canea reazionaria del parlamento russo, firma il decreto di scioglimento del partito di cui era
Gensek.
NOTE
1. Cfr. A. Guerra, Il crollo dellimpero sovietico, Editori Riuniti, Roma, 1996, p. 166.
2. Cfr. L. Abalkin, Il nuovo corso economico in URSS, Editori Riuniti, Roma, 1988; A. Aganbegjan, La
perestrojka nella economia, Rizzoli, Milano, 1988.
3. Cfr. M. Lewin, La Russia in una nuova era, Bollati-Boringhieri, Torino, 1988.
4. Cfr. a questo proposito A. Catone, La crisi delleconomia sovietica, in Marx 101, 1991, n.4, pp. 6873.
5. M. Gorbaciov, Perestrojka - il nuovo pensiero per il nostro paese e per il mondo, Mondadori, Milano,
1987.

9
Il magnifico 89

I
La crisi delle societ dellEuropa Centro-orientale e il crollo dei regimi ivi dominanti andrebbero
indagati nella complessa strutturazione e interazione di crisi economica e crisi politica, crisi di egemonia e
crisi ideologica, che hanno investito in modo apparentemente simultaneo queste societ, erodendo le loro
basi e distruggendole dallinterno: dunque, i fattori endogeni della crisi. In particolare appare fondamentale
indagare il rapporto tra quella che stata approssimativamente definita come crisi economica nelle societ
est-europeee (dico approssimativamente, perch in alcuni casi si era in presenza di crescita lenta o

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stagnazione, in altri di vera e propria crisi, il cui carattere specifico andrebbe definito con precisione) e crisi
politica. Non affatto scontato infatti che la crisi economica produca immediatamente crisi politica, in
particolare crisi politica a carattere catastrofico, con rovesciamento dei vecchi gruppi dirigenti: era, questa,
una vecchia e superata concezione economicistica e deterministica, presente nel marxismo della II e - ma
solo in parte - della III Internazionale. Potrebbe essersi verificato anche linverso: una crisi politico-sociale
che trascina con s la crisi economica. O interazione strettissima di entrambe.
Ma si dovrebbero al tempo stesso tener presenti le connessioni internazionali e il nesso strettissimo che
intercorre tra crisi interna di quei regimi e fattori esogeni che in quelle crisi hanno giocato un ruolo (quanto
rilevante e quanto determinante, dovrebbe cercare di stabilirlo lanalisi concreta della situazione concreta).
Per spiegare il crollo dei regimi dellEst si invece fatto ricorso, quasi esclusivamente, ai fattori
endogeni, insistendo essenzialmente - nel migliore dei casi, quando non si sono accettate acriticamente
categorie ideologiche, come quella popperiana di societ chiusa o quella di totalitarismo (che di per s
spiegano ben poco, ma che hanno favorito lidea che il problema essenziale fosse quello dellapertura di
queste societ) - sulla crisi politica e ideologica (che pu essere sintetizzata come crisi di egemonia, crisi del
rapporto tra diretti e dirigenti, resisi incapaci di avere dalle masse non solo un consenso attivo e partecipato,
ma neppure consenso passivo) e di crisi economica (crescenti sprechi e inefficienze nellorganizzazione
economica, obsolescenza delle strutture produttive, mancata innovazione tecnologica, una produttivit del
lavoro in media dimezzata rispetto a quella dei paesi capitalistici avanzati, ecc.).
Quasi tutta la sinistra - come gravata da un senso di colpa di cui liberarsi, di un peccato originale da
espiare - ha individuato essenzialmente nella burocrazia corrotta, di partito e statale dei paesi del socialismo
reale, il principale responsabile dello sfascio di quei sistemi.
Di converso altri - in modo speculare e altrettanto unilaterale - cercano le cause della crisi nel complotto
esterno (lazione della CIA, il tradimento di agenti interni del nemico esterno - un partito dello straniero
come Gorbaev & C, ecc.).
In entrambe queste posizioni c indubbiamente una parte di verit: innegabile il fatto che nelle societ
est-europee si fosse giunti, alle soglie degli anni 80 (e in alcuni casi ben prima) - in misura diversa nei
singoli paesi - a una grave separazione e contrapposizione tra gruppi dirigenti (con alcuni pi o meno grandi
privilegi) e masse (diretti) e che tali gruppi dirigenti si mantenessero al potere attraverso coercizione
piuttosto che consenso (ma non bisogna dimenticare che proprio un tenace oppositore del breznevismo come
V. Zaslavsky pubblica, agli inizi degli anni 80 un saggio sul consenso organizzato nellURSS degli anni 70)
(1), dominio pi che egemonia; come non affatto improbabile (e qualcuno prima o poi potr scriverne una
storia dettagliata) che vi sia stato un disegno e un intervento - pi o meno diretto, pi o meno occulto - di
forze economiche e politiche interessate al rovesciamento di quei regimi. In queste spiegazioni, prese
isolatamente, ognuno a suo modo potr trovare una qualche autoconsolazione: gli uni avranno trovato il
nemico interno, la burocrazia affamatrice di popoli, gli altri, il nemico esterno, il grande complotto
dellimperialismo contro il socialismo. Ma sar questa - per riprendere unespressione di quasi mezzo secolo
fa del Vittorini del Politecnico - una consolazione nelle sofferenze e non una consolazione dalle sofferenze.
Nel senso che non ci aiuter molto nella comprensione (che fondamentale per lorientamento dellagire
politico) delle dinamiche reali, dei processi che sono intervenuti.
Sarebbe ora di tornare al vecchio Hegel. Il nesso di fattori endogeni ed esogeni, di interno ed
esterno, andrebbe compreso dialetticamente. Ma in una dialettica specifica del modo di produzione
capitalistico. Se il nesso tra fattori endogeni ed esogeni che portano al crollo di un impero nel mondo antico
o medievale (il caso forse pi noto e discusso tra gli storici quello della fine dellimpero romano
dOccidente) non pu essere trascurato nellanalisi complessiva del fenomeno, tale nesso gioca una funzione
fondamentale e ineludibile dal momento in cui comincia ad affermarsi nel mondo il modo di produzione
capitalistico. E ci dovuto proprio ad una caratteristica essenziale di tale modo di produzione: lintima
necessit del capitale di espandersi e conquistare mercati, universalizzando la forma merce capitalistica.
Linterdipendenza, questa parola magica che correva qualche anno fa sulle bocche di tutti, non , come
dovrebbe essere ampiamente noto, una scoperta di Gorbaev (sua semmai la deformazione e riduzione di
tale concetto): nel suo processo di sviluppo, il capitale (o, meglio, i capitali, visto che il capitale
autorepulsione) tende a unificare il mercato mondiale, rompendo barriere e vincoli che ostacolano il suo
cammino, modificando la composizione delle classi, riorganizzando gli Stati o ridisegnandone i loro confini.
Le aggressioni coloniali nellOttocento e le guerre imperialistiche del Novecento costituiscono il modo pi
appariscente in cui si manifesta la pressione espansiva del capitale. Ma tale pressione continuamente e
persistentemente presente, poich obbedisce, come si diceva, allintima necessit del capitale di
valorizzazione. Non solo nel momento acuto dellintervento militare imperialistico che si presenta, quindi,
la pulsione espansiva del capitale: esso in azione quotidianamente, e tale azione, nella fase attuale del

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capitale transnazionale, viene consapevolmente programmata - non senza conflitti al loro interno - da
organismi come il FMI, la Banca mondiale, i 7 Grandi, ecc.
Se si riusciranno a ricostruire le fasi del processo storico concreto, attraverso il quale gli elementi pi
avanzati del mondo capitalistico hanno compenetrato di s le economie e le societ del socialismo reale,
diverr certamente pi comprensibile la storia del magnifico 89. Una volta messo in luce il ruolo dei
rapporti reciproci, e della dialettica di interno/esterno, si potr avviare anche lanalisi dei fattori dominanti e
di quelli determinanti della crisi delle economie e delle societ dellEuropa centro-orientale.
Per iniziare questo tipo di analisi sar utile guardare alle vicende del mercato mondiale e del debito
estero: nessuno dei paesi europei del disciolto (nel 1990) COMECON era una entit isolata dal mercato
mondiale (e non lo era neppure lAlbania, a torto accusata di autarchia).

II
1. Dichiarazioni di guerra
Lidea lha lanciata lIngegnere. Nella trasmissione televisiva francese Question domicile, seduto
accanto a Valry Giscard dEstaing [...] Carlo De Benedetti ha fatto una proposta semplice. Quella di una
specie di Piano Marshall per i paesi dellEst, finanziato dalla Comunit Europea. [...] Gi allindomani Le
Monde gli ha dedicato un editoriale dai toni entusiastici: lidea di un massiccio piano di investimenti dei
paesi dellEuropa occidentale nelle economie orientali, se realizzata, avrebbe delle conseguenze di portata
rivoluzionaria. Prima di tutto per gli stessi paesi dellEst, le cui economie dovrebbero imboccare la strada
della ferrea razionalit capitalista. Bando quindi alle obsolete regole di gestione burocratica, via libera
invece alla concorrenza e al principio del profitto. In secondo luogo, un Piano Marshall sarebbe un modo per
trovare nuovi mercati pieni di potenzialit per i nostri capitalisti. AllEst manca di tutto, dalle automobili ai
computer, dalle case ai clinex. Le asfissiate economie di Stato non riescono pi a soddisfare la crescente
domanda della popolazione. Cos scriveva alcuni anni fa W. Goldkron su LEspresso, che sottotitolava
significativamente: senza quei mercati il sistema industriale capitalista non pu crescere (2). Di piani
Marshall e di aiuti allEst nei mesi che precedono il crollo dei regimi politici del socialismo reale si parla
diffusamente: alcuni scomodano, poco dignitosamente in verit, piet cristiana e interventi umanitari, altri
ripropongono lelogio smithiano dellegoistico interesse, con lo stesso linguaggio spregiudicato e realistico
dellarticolista dellEspresso. nel nostro interesse egoistico che ci sia unevoluzione sociale, culturale,
politica, economica della parte orientale del continente. Servir al nostro stesso sviluppo. Per questo occorre
uno sforzo straordinario, dichiarava il ministro De Michelis in unintervista (3).
La classe dei capitalisti internazionali, molto meglio di Gorbaev, ha capito che cos linterdipendenza.
E sa anche, a differenza di Gorbaev, che nella contraddizione interdipendenza esiste un polo dominante e
uno dominato, uno subordinante e uno subordinato, un polo che svolge essenzialmente un ruolo attivo, ed
uno che prevalentemente passivo. Non difficile immaginare a chi spettasse, nella seconda met degli anni
80, liniziativa.
Per comprendere per perch proprio nella seconda met degli anni 80 che la CEE si pone
dichiaratamente lobiettivo di intervenire direttamente sulle economie dei paesi dellEst europeo, sar utile
esaminare alcuni precedenti, e dal punto di vista della CEE, e da quello dellarea COMECON.
2. Poli dominanti e poli dominati: linterscambio asimmetrico CEE-COMECON
Linterscambio tra le due aree non era di secondaria importanza: per i paesi dellEst, subito dopo gli
scambi interni al COMECON (mi riferisco qui essenzialmente allURSS e ai 6 paesi europei del
COMECON: Polonia, Ungheria, RDT, Cecoslovacchia, Bulgaria e Romania) veniva larea CEE. Nel 1984
gli scambi tra le due aree assorbivano l8% dei flussi extraCEE (quota non marginale), il COMECON
precedeva di gran lunga i 66 paesi ACP (Africa Caraibi Pacifico) o anche Australia e Giappone. La CEE al
primo posto nella graduatoria dei paesi che commerciano con lURSS: fornisce il 16% dellimport sovietico
e acquista dallURSS il 21%. Ma non vale il reciproco: ciascun paese del COMECON forniva nel 1988
meno del 3% delle importazioni extra CEE. Linterscambio non simmetrico: per i paesi del COMECON il
commercio con la CEE rappresenta una quota della loro bilancia commerciale di gran lunga pi grande di

71

quanto non sia per i paesi della CEE. Lasimmetria pone nellinterdipendenza CEE/COMECON la prima in
posizione dominante. Se il COMECON fosse pi coordinato, potrebbe contare di pi, ma non lo .
Le relazioni tra le due aree hanno attraversato fasi diverse. Nella prima met degli anni 70 lexport della
CEE verso il COMECON costituiva una voce in rapida espansione e la CEE registrava un avanzo
commerciale nei confronti del COMECON. A partire dalla seconda met degli anni 70 il surplus
commerciale della Comunit nei confronti della CEE (che era ancora a sei) diminuisce fino a trasformarsi in
disavanzo, ma ci dovuto in larga misura a una caduta degli acquisti piuttosto che a un aumento
dellexport da parte dei paesi COMECON. Si riduce nel complesso linterscambio tra area CEE e area
COMECON. Nel periodo critico 1980-83 linterscambio con la CEE scende dal 25% a meno del 10% dei
flussi complessivi del COMECON, le importazioni dallarea CEE cadono in media del 16% allanno (-22%
nel solo 1982).
Tra gli ultimi anni 70 e i primi anni 80 (che sono fondamentali per comprendere gli eventi successivi
fino al crollo dell89) assistiamo a un duplice movimento di riduzione delle importazioni tra le due aree. Tra
il 1980 e il 1985 lintegrazione economica tra CEE e COMECON che era cresciuta rapidamente negli anni
70 diminuisce notevolmente. La CEE riduce le sue importazioni di alcuni prodotti tradizionali dallarea del
COMECON: i prodotti alimentari, che nel 1970 costituivano circa il 30% del valore delle vendite totali
dellarea COMECON verso la CEE scendono al 20% nel 1975 e al 10% nel 1987. Il calo dovuto solo in
parte a una riduzione dofferta da parte del COMECON (ad es. per la crisi dellagricoltura polacca), ma a un
calo della domanda CEE: la CEE ha rimodellato in questi anni le politiche agricole al suo interno, ha incluso
i paesi meno sviluppati dellarea mediterranea e deve fare i conti con le proprie eccedenze agricole. Nel
settore del tessile, tra il 1975 e il 1985, la quota nelle importazioni CEE scende dal 9 al 5,5%. La CEE si
rivolge ad altre aree. In valore, limport della CEE dal COMECON cresce solo 2,5 volte, mentre 7 volte
dallarea mediterranea. La creazione e il rafforzamento della CEE hanno in qualche misura modificato le
tradizionali correnti di scambio tra le due aree.
Daltra parte, i paesi del COMECON sono di fronte in questi anni ad un decremento dei ritmi di crescita,
accompagnato da una lunga serie di obiettivi mancati nel campo della tecnologia e della produttivit. La
scarsit crescente di energia e di alcune importanti materie prime (salvo che per lURSS), costituisce un
notevole problema per essi, ma soprattutto la crisi valutaria di alcuni paesi che fa crollare nellultimo
decennio gli acquisti di tecnologia dallOccidente. LEst dunque acquista meno, e questo comincia ad essere
un problema per lOvest.
La riduzione di acquisti dallOvest di macchine e tecnologia negli anni 80 produce ulteriore contrazione
della crescita e rende i paesi dellEst ancor meno capaci di esportazioni competitive di alcuni prodotti verso
lOvest (che preferisce aprire alle produzioni di paesi asiatici o mediterranei).
La caduta dellimportazione da parte della CEE di produzioni tradizionali (alimentari, tessile, ecc.), e
lincapacit di sostituirle - anche a causa del diminuito acquisto di nuove tecnologie per carenza di valuta
forte - con altre produzioni intermedie competitive sui mercati occidentali, insieme con la crisi debitoria di
alcuni di questi paesi, determinano allinterno dellarea COMECON un mutamento di tendenza, che punta
alluscita dalla spirale del debito e allintensificarsi della cooperazione e interscambio nellarea
COMECON: nel 1980, il 42% delle esportazioni sovietiche si dirige verso i paesi europei del COMECON,
nel 1985 il 43%.
Questo rischio di arroccamento dellEst sentito come un problema non secondario dallimperialismo
CEE. Scrive S. A. Chapman: Se, da un lato, la riduzione dei legami con lOccidente e il rafforzamento
dellinterdipendenza tra i paesi COMECON comportano qualche problema per le economie dellEst - la
tecnologia sovietica non in generale sostituibile a quella dellOvest, quanto meno nel breve periodo questo risultato appare, se possibile, anche meno desiderabile se confrontato con le finalit della politica
estera comunitaria (4): i mercati est-europei costituiscono uno sbocco non secondario per le esportazioni
occidentali, con grosse potenzialit di sviluppo. Si tratta dunque di elaborare una nuova e diversa strategia
complessiva nei confronti dellEst, che lingegner De Benedetti paleser nel suo intervento dellaprile 1988.
3. Poli dominanti e poli dominati: il protezionismo CEE
Le difficolt economiche dei paesi del COMECON globalmente presi (sar opportuna in seguito
unanalisi differenziata) non sono semplicemente il prodotto di unorganizzazione economica inefficiente.
Con questultima si interseca e interagisce lazione economica del polo esterno in posizione dominante.
La CEE tra il 70 e l80 ha adottato nei confronti del COMECON una politica tariffaria non preferenziale.

72

E ci ha giocato un ruolo non secondario nel limitare le esportazioni dei paesi dellEst. stata adottata una
politica protezionistica con introduzione di barriere non tariffarie (escluse dal GATT). Il commercio con i
paesi del COMECON risulta essere uno dei settori dove il protezionismo comunitario pi frequente. Nel
1976 la tariffa media applicata ai paesi del COMECON di circa 1/3 pi alta di quella dei paesi in via di
sviluppo, superando anche quella per gli altri paesi industrializzati. Nel 1976 pi dell80% delle vendite
ungheresi verso la comunit risulta sottoposta a barriere, quote o licenze; seguono gli altri tradizionali
esportatori di prodotti alimentari, Polonia (70%), Bulgaria (60%).
stata dunque perseguita una politica di discriminazione della CEE verso il COMECON.
4. Poli dominanti e poli dominati: crisi capitalistica e indebitamento dellarea del COMECON
A partire dagli anni 70, in concomitanza con la grande crisi, ai paesi del socialismo reale, ritenuti
potenziali debitori abbastanza affidabili e solvibili - e, in ogni caso, garantiti dal grande ombrello (umbrella
theory) dellURSS, il pi grande produttore mondiale di petrolio e di molte altre materie prime -, vengono
offerti crediti a condizioni apparentemente vantaggiose. Il ricorso al credito occidentale in presenza di una
produzione di merci non competitiva sul mercato occidentale (per acquisire valuta) appare, tra laltro, la
strada pi semplice per avviare le trasformazioni strutturali nellindustria e acquisire nuova tecnologia. Tra il
1971 e il 1975 si assiste, dunque, ad una crescita molto accelerata del debito.
Tale espansione - oltre che a fattori endogeni - appare dovuta in primo luogo alla necessit da parte
delle istituzioni creditizie occidentali di collocare fondi in eccesso sul mercato delleurodollaro. I gruppi
dirigenti dei paesi dellEst europeo, di Polonia e Ungheria in primo luogo, sembrano convinti di poter attuare
rapidamente un grande balzo in avanti, acquisendo a credito dallOccidente tecnologie avanzate. Esse
dovrebbero consentire un rapido incremento della produttivit e la produzione di merci competitive anche sui
mercati occidentali, con cui ripagare agevolmente i debiti contratti e lo stesso servizio del credito (le quote
che bisogna pagare ogni anno ai creditori a titolo di rate e di interessi).
Questo calcolo si rivela del tutto sbagliato. E questo non solo per le inefficienze dellorganizzazione
produttiva interna - occorre osservare che la produzione in questi anni continua a crescere, per quanto a ritmi
meno sostenuti che in passato - ma anche per i vincoli del mercato mondiale. Invece che ampliarsi e aprirsi
alle merci prodotte nellarea COMECON, si verifica il contrario, con una restrizione non solo per i non
competitivi prodotti dellindustria, ma anche per le produzioni tradizionali (abbiamo gi visto il modo in cui
la CEE ha operato protezionisticamente nei confronti dei prodotti alimentari del COMECON). Tra il 1976 e
il 1980 larea COMECON rallenta lespansione debitoria. Tra il 1980 e il 1983 esplode la crisi del debito in
Polonia (1981) e Romania (1983). La svolta operata allinterno del COMECON allinizio degli anni 80 con una politica di austerit interna e di contrazione dellimport in valuta occidentale - porta, nel periodo
1982-84, a una flessione dellindebitamento netto.
Negli anni successivi al 1984 - e qui probabilmente interagiscono nuova politica gorbacioviana e scelte
di politica economica - la tendenza si inverte nuovamente e lindebitamento dellEst subisce una forte
accelerazione: tra il 1984 e il 1987 il debito complessivo dei paesi del COMECON passa da 82 a 125
miliardi di dollari. (La situazione fortemente differenziata tra i 6 paesi: la Romania, ad esempio, attua una
politica di rigidissima compressione dei consumi interni per uscire dalla spirale del debito, mentre la
situazione di Ungheria e Polonia appare pesantissima e praticamente senza via duscita).
5. Poli dominanti e dominati: la CEE apre al COMECON
Nellestate 1988 le indicazioni di De Benedetti e Giscard sembrano trovare una prima realizzazione nella
stipula dellaccordo commerciale CEE-COMECON. Laccordo non ancora gran cosa, ha un valore politico
pi che economico, pone le premesse per il riconoscimento giuridico tra i due organismi e un quadro di
riferimento entro il quale negoziare accordi bilaterali tra la Comunit e singoli paesi del COMECON. In tal
modo la CEE si presenta con la forza di ununit sovranazionale, mentre i paesi del COMECON si
presentano isolatamente. Infatti, contrariamente a quel che si potrebbe ritenere, la struttura economica della
CEE risultava molto meglio integrata di quanto non fosse la struttura dellormai disciolto COMECON, in cui
lintensificazione del processo integrativo stata ostacolata dai singoli paesi, che temevano limitazioni alla
propria sovranit.

73

Lobiettivo della distruzione di un mercato comune relativamente autonomo contrapposto alla CEE
vicino ad essere raggiunto. Il vecchio adagio funziona sempre: divide et impera. Nella primavera-estate del
1990 la CEE stipula accordi con Cecoslovacchia, RDT, Bulgaria, Romania.

III
Gli anelli deboli
1.
Nel 1988 sono gi poste molte delle premesse esterne che rendono quasi obbligate alcune scelte interne
dei paesi dellEst. stata invertita la pericolosa (per il capitale occidentale) tendenza alla chiusura dei
mercati dellEst e alla ricerca di una via duscita dalla morsa del debito. Il calo del prezzo del petrolio ha
giocato in questo un ruolo significativo, riducendo le entrate valutarie del maggior esportatore di prodotti
energetici, lURSS. Le economie dellEst vengono di nuovo sospinte verso Occidente, e la morsa del debito,
che stringe di nuovo - e in modo ben pi pesante che alla fine degli anni 70 - alcuni paesi europei del
COMECON, le rende pi fragili e subalterne, pi disponibili ad adottare le politiche economiche che Fondo
monetario e Banca mondiale cercano di imporre loro.
Ma per poter realizzare questo, la posta in gioco diviene direttamente politica: occorre un rovesciamento
dei regimi politici dellEuropa centro-orientale, una rottura netta con la loro origine e il loro codice
genetico. Per quanto involuti o burocratizzati siano - in differente grado - questi regimi e i rispettivi partiti
comunisti che ne costituiscono la direzione e lossatura, essi devono pur sempre tener conto del consenso - o,
sia pure, del non-dissenso - della stragrande maggioranza dei lavoratori: uno sciopero prolungato nelle
democrazie capitalistiche occidentali viene assorbito quasi fisiologicamente, una protesta operaia, in Polonia
o in URSS, scandalo. Basta dare uno sguardo alla storia recente dellUngheria o della Polonia, della RDT o
della Cecoslovacchia, per vedere come i gruppi dirigenti di quei paesi siano stati tentennanti e
sostanzialmente riluttanti a seguire le dure politiche di austerit (di tagli ai salari e alloccupazione, di tagli al
sostegno statale per i prezzi dei beni di largo consumo) che gli esperti del FMI almeno dai primi anni 80
consigliavano di attuare.
In quellormai lontano 1988, rapporti neppure tanto confidenziali degli istituti del grande capitale
indicano anche quali possono essere i paesi primi beneficiari degli aiuti e dellintervento occidentale e che
dovrebbero fungere da cavie dellesperimento: Polonia e Ungheria. L i mercati sono pronti, la forza-lavoro
qualificata, i governi abbastanza disponibili. Non certo un caso che siano proprio gli stessi due paesi ad
essere indicati come i sostenitori pi decisi della politica di Gorbaev (5). Qualcuno in altri tempi avrebbe
forse detto: gli anelli pi deboli della catena.
Questi due paesi, che hanno avuto storie interne e strutture produttive notevolmente diverse - la Polonia
scossa dalle fondamenta dal movimento di Solidarnosc e incapace di ritrovare un equilibrio; lUngheria,
segnata, invece, dopo linsurrezione del 1956, da 30 anni di relativa stabilit politica con il kadarismo hanno per due elementi comuni: a) laver avviato alcune riforme in direzione del mercato ben prima della
perestrojka di Gorbaev; b) il pesantissimo e pressoch insolvibile debito estero.
Questultimo aspetto li rende anelli deboli, economicamente pi ricattabili. Anelli deboli per spezzare
lintero sistema di alleanze politiche e di struttura economica del COMECON; anelli deboli per scardinare un
portone pi robusto e ben pi appetibile, lURSS.
2. Polonia: una storia esemplare
Il caso polacco appare per molti versi anomalo ed esemplare a un tempo per la comprensione del nesso
interno/esterno nella crisi economica e sociale che investe quel paese.
La crisi politico-sociale interna esplosa nel 1970 con gli scioperi e manifestazioni operaie a Danzica che
portano alla rimozione di Gomulka, cade in concomitanza con lultima crisi in ordine di tempo del
capitalismo: la crisi mondiale di eccesso di capitali liquidi non collocabili in settori direttamente produttivi,
cosa che spinge i banchieri occidentali ad incentivare il ricorso al credito di paesi terzi. una storia che
riguarda non solo la Polonia ma tutto il mondo - e limmiserimento del cosiddetto Terzo Mondo.

74

Il nuovo gruppo dirigente polacco sceglie la strada di unaccelerazione, un grande balzo degli
investimenti senza precedenti nella storia del paese, in proporzioni talmente vaste da portare nellarco di 7
anni (1971-77) allincremento del 77% di beni strumentali durevoli: nel corso di 7 anni sono sorti quasi la
met di una seconda Polonia e quasi gli 8/10 di una seconda economia polacca. Il nuovo gruppo dirigente
di Gierek ritiene necessaria la modernizzazione delleconomia attraverso una rivoluzione tecnico-scientifica.
Tale modernizzazione sarebbe dovuta avvenire con limportazione della tecnologia pi avanzata
dallOccidente: essa, nel quinquennio 1970-75 aumenta di 5 volte. LObserver scrive in quegli anni che la
Polonia ha unindustria supermoderna.
Tale scelta al superinvestimento, se nasce allinterno del nuovo gruppo dirigente polacco, desideroso di
successi rapidi per riconquistare il consenso operaio perduto nei cantieri di Danzica, indubbiamente
incrementata dalla grande - e relativamente nuova - disponibilit di accesso al credito occidentale.
Ma le macchine, le licenze, la tecnologia importate massicciamente dallOccidente al prezzo di una forte
espansione del debito, non riescono a superare il basso rendimento del commercio con lOccidente e a
raggiungere unalta dinamica di esportazioni in quellarea; la Polonia non riesce a produrre merci
competitive sui mercati occidentali in misura tale da poter compensare il debito. Per di pi, si assiste al
fenomeno dellesportazione non remunerativa: unesportazione il cui costo in valuta (importazione per i
bisogni della produzione destinata allesportazione) , in definitiva, superiore ai proventi in valuta che se ne
ricavano: quindi un export che non fa diminuire, ma aumentare il deficit della bilancia dei pagamenti.
impressionante la dinamica dellescalation dellindebitamento in valuta negli anni 70: esso passa da
0,6 miliardi di dollari nel 1970 (pari alla met del valore dellexport annuale; la quota del servizio del credito
equivale a circa il 10-12% delle entrate dovute allexport) a 3,6 miliardi di dollari (pari alle dimensioni dellexport in valuta libera) nel 1974. Alla fine del 1978 raggiunge i 15 miliardi di dollari, pari quasi al valore
dellexport di tre anni e il servizio del credito ammonta al 60% dellexport. Le difficolt polacche sono
accresciute dal fatto che il debito viene accumulato non solo in grandi proporzioni, ma anche molto
rapidamente, il che fa crescere velocemente anche il servizio del credito: nel 1979 esso giunge gi a 4,1
miliardi di dollari. I banchieri occidentali hanno fatto il loro mestiere. Alla met del decennio la Polonia
entrata nella spirale del debito: bisogna contrarre debiti per pagare il servizio del credito. Dal 1977 si
comincia a limitare drasticamente le importazioni dai paesi capitalistici, ma questo non riesce a fermare la
valanga del debito.
Una storia esemplare, si diceva: la megalomania e la cecit politica a un tempo dei dirigenti polacchi
post-gomulkiani servono perfettamente in questo caso le necessit di collocazione dei capitali occidentali.
A partire dalla met del 1980 la situazione economica della Polonia peggiora in modo accelerato. I
tentativi governativi di imporre politiche di austerit e di aumentare i prezzi si scontrano, come nel 1976, con
una dura opposizione operaia, ora forte e organizzata da Solidarnosc (che - non certo un mistero - riceve
cospicui finanziamenti e grande appoggio dal Vaticano e dalla CISL internazionale). Il 13 dicembre 1981 il
generale Jaruzelski impone la legge marziale (che verr abrogata il 22.7.1983).
Nel periodo 1980-82 vi una caduta cumulativa del reddito nazionale pari al 22% (domanda interna
-25%, consumo -14%, investimenti -52%).
Nel 1982 viene varata una riforma economica, che, verso la fine degli anni 80, si avviciner di molto al
modello ungherese. La riforma contempla una maggiore autonomia delle imprese statali e listituzione di
consigli dei lavoratori nelle fabbriche, con compiti di direzione dellimpresa. Il loro ruolo rimane per in
gran parte sulla carta. Gran parte dei prezzi continuano ad essere fissati o influenzati dai ministeri centrali.
Dal 1983 vi una ripresa della produzione aggregata di circa il 5% annuo, ma con tasso decrescente, che,
nel 1987 si attesta sul 2%. Tra il 1983 e il 1988 gli sviluppi pi significativi delleconomia polacca sono:
ripresa del reddito e del consumo, con un ritorno ai livelli gi precedentemente raggiunti, seguita da
prospettive di crescita moderata; persistente attivo nella bilancia commerciale, insufficiente tuttavia a pagare
gli interessi sul debito arretrato, nonostante il consistente contributo aggiuntivo delle rimesse dallestero;
squilibrio interno persistente, nonostante la pesante tassazione dei salari, che risultano per costantemente
superiori ai livelli prefissati; drastici aumenti dei prezzi.
Negli ultimi anni dell80 si introduce - dietro sollecitazioni del FMI - la cosiddetta riforma radicale. Essa
porta a un rapido sviluppo del settore privato al di fuori dellagricoltura (1 milione di persone comprese le
imprese Polonia, di propriet esclusiva degli espatriati, e le joint-ventures); ad una considerevole
liberalizzazione delle transazioni in valuta estera nel settore pubblico; allesposizione delle imprese ai prezzi
internazionali.
Unulteriore crescita delleconomia polacca ostacolata per dalla penuria di valuta estera e dallo sforzo
di ridurre la dinamica del debito estero, mentre lo squilibrio interno, per un verso, risulta pi difficile da

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riassorbire a causa del modesto tasso di crescita, e, per laltro, rende pi gravoso il compito di aumentare
lexport netto.
Il governo polacco fa di tutto per aumentare lesportazione, svalutando lo zloty, dando autorizzazioni per
il commercio diretto per oltre 700 titolari di concessioni, sostituendo le organizzazioni statali di commercio
estero con imprese commerciali, concedendo alle imprese esportatrici la possibilit di trattenere la valuta
estera: le esportazioni in valuta crescono nei primi 4 mesi del 1988 del 32%. (Ma nello stesso periodo le
importazioni crescono egualmente del 27%).
Leconomia polacca nel periodo 1983-1988 non dunque stagnante, e, prima degli scioperi del maggio
1988, si prevede un aumento del reddito di circa il 3%: una significativa ripresa della crescita.
Ma tale crescita non sufficiente a portare il paese fuori della spirale del debito, che negli anni 80
continua a crescere senza scampo. Un attivo annuo di oltre 1 miliardo di dollari, cui si aggiungono le rimesse
dagli emigrati allestero di 1 miliardo e 25 milioni di dollari (1987) non sono sufficienti a pagare gli interessi
sul debito estero, cresciuto a 33 miliardi di dollari nel 1986 (il 43% del PIL polacco, superando di oltre 5
volte il valore delle esportazioni in valute convertibili). La caduta del dollaro insieme con gli interessi non
pagati porta il debito nel 1988 a 38 miliardi di dollari. Ma, quel che pi interessante per i risvolti politici,
che oltre i 2/3 delle scadenze appaiono nel 1988 imminenti: si concentrano nel periodo 1990-1996. Oltre 2/3
del debito complessivo consistono di debiti ufficiali concessi da governi di paesi membri del Club di Parigi.
La Polonia non riesce dunque a uscire dalla spirale del debito: nel 1988, pur avendo restituito in interessi
nel corso degli anni pi di 50,6 miliardi di dollari, continua ad essere debitrice di altri 40. La Polonia non
potr uscire dalla crisi finch dovr destinare il grosso delle sue entrate in divisa al pagamento degli interessi
sul debito.
E il 1990 alle porte...
3. Il vicolo cieco
Come nelle altre economie est-europee, c in Polonia una domanda solvibile superiore allofferta di beni
di consumo. Laumento dei prezzi (con la riduzione di sussidi statali per tenerli bassi) la misura classica per
riequilibrare domanda e offerta. Nel 1988 il governo tenta, ancora una volta, di imporre una politica di
austerit, con un piano di aggiustamento dei prezzi e dei salari: bisogna dimostrare ai creditori occidentali
che la Polonia un cliente ancora affidabile. Alla politica di austerit Jaruzelski cerca una legittimazione
popolare proponendo un referendum. Ma la popolazione indisponibile ad accettare gli aumenti dei prezzi.
La risposta operaia non si fa attendere: a maggio esplodono scioperi e proteste.
Il governo risponde, da un lato, bloccando la spinta allesportazione e incrementando lofferta di beni di
consumo (anche importati), dallaltro, tentando la strada forte: si vara una legge che: a) concede al governo
poteri economici straordinari fino alla fine del 1988; b) rende illegali gli scioperi economici e c) d
espressamente al governo il potere di congelare prezzi e salari.
Punto e daccapo. Situazione senza via duscita.
La Polonia entrata nel FMI, ma non ha avuto accesso ai fondi addizionali; lappartenenza alla Banca
mondiale dovrebbe portare a consistenti prestiti, ma nel 1988 - data in cui cominciano i cambiamenti politici
- nessun beneficio stato ancora ottenuto.
La pressione esterna politica ed economica insieme e si combina con un crescente dissenso organizzato
allinterno del paese. Il governo polacco ha bisogno di ottenere sostegno popolare per le politiche di austerit
cui il debito estero vincola. Lunica via duscita appare laccordo con Solidarnosc, che sembra poter contare
sulla piena benevolenza delle autorit monetarie internazionali e su un consenso interno talmente ampio da
poter imporre le ricette del FMI. Ed questa la strada che viene intrapresa - con le avances di Solidarnosc e
le risposte dello storico (e ministro) Geremek e di Baka, governatore della Banca Centrale, entrato nell88
nel politburo del POUP - gi nellestate dellanno di grazia 1988, quando De Benedetti e Giscard, De
Michelis e De Mita hanno indicato in Polonia e Ungheria i cavalli di Troia del sistema sovietico.
Agli inizi del 1989 si inaugura la Tavola Rotonda tra governo e opposizione, che prevede nuove elezioni
in giugno. Solidarnosc si presenta come lunica forze politica in grado di avere fiducia dallOccidente, con
cui poter rinegoziare e dilazionare il debito: senza la collaborazione dei governi creditori - dicono gli esperti
di Solidarnosc - la stabilizzazione economica e politica del paese sembra impossibile. Alle elezioni di
giugno, nonostante unalta astensione, un autentico voto plebiscitario per Solidarnosc.
4. Sovranit limitata

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Nellestate-autunno del 1989 la politica polacca appare letteralmente nelle mani dei banchieri
occidentali, dei loro pi o meno grands commis politici e del Vaticano. Il 14 e 15 luglio si svolge a Parigi un
vertice ospitato da Mitterrand per sostenere Polonia e Ungheria. A fine luglio la CEE concede alla Polonia
aiuti alimentari per 180 miliardi di lire, ma a condizione che il governo destini i proventi della vendita al
pubblico di tali beni in programmi di ristrutturazione economica. Bush, nel suo viaggio in Polonia, presenta
un pacchetto di aiuti finanziari basato su tre punti: costituzione di un fondo polacco-USA di 100 milioni di
dollari per sostenere limprenditoria privata; promessa di un prestito di 325 milioni di dollari da parte della
Banca mondiale; intervento del Club di Parigi per allungare la durata del debito estero polacco.
Oramai Solidarnosc matura per andare al governo: nellagosto Mazowiecki riceve lincarico di primo
ministro; Bush promette laiuto USA (un aiuto abbastanza avaro, per la verit, ma la superpotenza militare
USA non naviga pi nelloro) e si complimenta con Gorbaev per aver consigliato il POUP di partecipare al
governo guidato da Solidarnosc. Il cui leader, Walesa, a fine agosto, chiede allOccidente finanziamenti per
eliminare il comunismo. La Polonia, dice, la punta di diamante dei cambiamenti allEst: se falliamo tutto
sar pi difficile per gli altri paesi. Abbiamo conseguito vittorie politiche, ma non siamo in grado di
conseguire da soli successi economici.
In ottobre il premier Mazowiecki in persona che va alla carica: aiutateci, vi conviene, la stabilit
europea in pericolo, a minacciarla la possibilit che la gravissima crisi economica in Polonia sfoci in
esplosioni di collera popolare, in tensioni sociali non pi contenibili; sostenere lo sforzo riformatore a
Varsavia significa fare i vostri stessi interessi (un altro metamorfosato da arringa-popolo e organizzatore
della protesta sociale in strenuo difensore dellordine come Boris Elcyn si rivolger, due anni dopo, con
parole pressoch identiche ai banchieri occidentali).
Il governo guidato da Solidarnosc presenta nuove credenziali: un personale politico di provenienza
sindacale che gode della fiducia di buona parte dei lavoratori; nuove leggi che favoriscono la privatizzazione
e gli investimenti stranieri; un programma di misure economiche di austerit (molto pi severe di quelle
tentate dai precedenti governi a guida POUP), che sembra avere tutte le carte in regola per soddisfare le
richieste di allineamento al sistema economico occidentale. Ma al presidente della CEE Delors questo
sembra ancora insufficiente: Siete sullorlo della bancarotta e non basta la manna dellOccidente per sanare
la vostra economia, democratizzare bene, ma la democrazia non risolve la crisi economica e la fame della
gente. Occorre una ristrutturazione globale dellagricoltura e dellapparato industriale, e questo dovete farlo
voi (6). Quando nellagosto 1989 Solidarnosc va al potere si in una crisi gravissima: iperinflazione, calo
della produzione, fermate dellindustria.
A fine settembre vengono stanziati 1000 miliardi di lire dal gruppo dei 24 coordinato dalla CEE: si
tratta di un vero e proprio piano a lunga scadenza per il risanamento delleconomia polacca. Alla svolta
politica di Varsavia e Budapest corrisponde una svolta meno clamorosa, ma sostanziale di CEE & C. Un
prudente piano di aiuti viene varato in ottobre anche dallItalia. La Polonia, primo tra i paesi est-europei,
ottiene (febbraio 1990) un prestito di 723 milioni di dollari dal FMI: aiuti a sostegno del piano di
stabilizzazione economica di Mazowiecki (che cos usufruisce del 90% della quota versata al FMI tre anni
prima come adesione).
5. Cura polacca
Il primo gennaio 1990 entra in funzione il piano Balcerowicz. La ricetta polacca deve servire da guida
per tutte le altre economie liberate dallo straordinario 89 (economisti sovietici si recano pi duna volta
in pellegrinaggio a Varsavia): le linee direttrici appaiono sostanzialmente simili in tutti i paesi dellex
COMECON: economia di mercato fondata su privatizzazione delle imprese statali e liberalizzazione dei
prezzi; apertura ai capitali occidentali, da cui si attendono investimenti a man salva; chiusura massiccia di
molte imprese non competitive, con conseguente crescita vertiginosa della disoccupazione, cio creazione di
un ampio esercito di riserva di forza-lavoro, che dovrebbe rendere pi solerti sul lavoro i pigri lavoratori
dellEst; abbassamento dei salari reali. Ma se questi sono i programmi, non assolutamente detto che
possano essere realizzati: il processo che ha luogo nelle economie dellEst si sviluppa attraverso specifiche
contraddizioni.
La politica economica di Balcerowicz ha prodotto, tra il 1989 e il 1991: un calo della produzione
industriale (-33,7%), degli investimenti (-24%), della produttivit dellindustria (-20%), del salario reale
medio (-37%). I disoccupati sono oltre 2 milioni (10,5% della forza-lavoro). La Polonia attraversa la crisi pi

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grave della sua storia. Le esportazioni sono aumentate di poco, mentre cresce enormemente limportazione.
Cresce il deficit del commercio estero e il FMI ha ora sospeso i versamenti al fondo di garanzia dello zloty.
La privatizzazione procede con enormi difficolt. Le imprese pubbliche continuano a rappresentare
l80% della produzione industriale e l81% delle entrate fiscali. Il settore privato resta secondario
nelleconomia: nel primo semestre 1991 rappresenta il 19,4% del valore della produzione industriale, il 43%
delledilizia, l80% del commercio. Nel giugno 1991 il governo, cercando di aggirare lostacolo, ha
presentato un piano di privatizzazione generale per 400 imprese dun colpo: il 70% del capitale di esse
doveva essere distribuito sotto forma di azioni gratuite a tutta la popolazione. Ma la legge a un punto morto
per la resistenza dei lavoratori, che non hanno alcuna intenzione di veder scomparire i loro diritti sindacali e
autogestionari in cambio del 10% delle azioni.
Il capitale straniero ha investito poco in Polonia, e quando lo ha fatto, per eliminare concorrenti, come
nel caso della ABB.
6. Ungheria
Una vicenda non molto diversa rispetto al debito estero vive lUngheria. Essa si trova nel 1988 gravata
da un indebitamento con lOvest altissimo, di 19-20 miliardi di dollari (con un servizio sul credito che
assorbe oltre il 60% dei ricavi delle esportazioni in valuta), il pi alto tra i paesi del COMECON in rapporto
al numero di abitanti.
Dopo il primo shock petrolifero (1973) appare facile chiedere prestiti alle banche commerciali
occidentali. Lesplosione dei prezzi del petrolio e di altre materie prime ha fatto abbassare i tassi di interesse
sui mercati internazionali. I tassi di interesse, divenuti negativi in termini reali, sembrano creare condizioni
piuttosto favorevoli per i paesi in via di sviluppo e i paesi socialisti che accedono al credito nella speranza
che questo avrebbe facilitato la crescita nel lungo periodo. Il debito netto ungherese in valute convertibili
cresce, infatti, in misura molto ridotta tra il 1971 (848 milioni di dollari) e il 1973 (1096), ma nel 1974 balza
a 1537, nel 1976 a 2852, nel 1979 raggiunge quota 7532.
Laspettativa di poter ripagare il debito attraverso lincremento delle esportazioni sul mercato mondiale
viene per disattesa. Alla fine degli anni 70 la situazione cambiata drasticamente per il rallentamento del leconomia generato dalla politica antiinflazionistica degli USA e per la crescita dei tassi di interesse (occor reva attrarre denaro per ripianare il deficit di bilancio degli USA). La stagnazione delle economie di mercato
sviluppate e la crisi di quelle sottosviluppate penalizza la domanda nei confronti delle esportazioni ungheresi,
colpite in particolare anche dalle limitazioni alle importazioni da paesi terzi decise dalla CEE. Le
esportazioni ungheresi vedono ridurre continuamente le proprie quote sui mercati diversi dal COMECON,
del 15% circa tra il 1978 e il 1981, e dell11% tra il 1981 e il 1984.
Nel 1979 lUngheria tenta di mettere in moto un meccanismo di aggiustamento che consiste
nelladozione di misure restrittive della domanda interna, riducendo per soprattutto gli investimenti
piuttosto che i consumi della popolazione. Il condizionamento del debito comunque implacabile. Se nei
primi anni 70 era sufficiente un surplus nella bilancia commerciale pari all8-10% del PIL per evitare di
cadere nella trappola del debito, agli inizi degli anni 80 questa percentuale avrebbe dovuto salire all80100%.
LUngheria cade in un circolo vizioso, impossibilitata a far fronte al peso della restituzione del debito.
Dichiarare di non pagare pu significare la confisca di tutti i proventi delle esportazioni e lobbligo di pagare
in valuta contante le importazioni. Leconomia ungherese dipende molto dalle importazioni di tecnologia
dallOvest, che non possono essere sostituite da importazioni dallarea COMECON. Nel 1982, dopo i prestiti
delle banche commerciali, lUngheria costretta, come paese indebitato, a ricorrere al FMI, che tende a
imporre la sua riforma economica. E questultima - di per s evidente: qui nessuno regala nulla corrisponde agli interessi strategici del capitalismo occidentale e non a quelli del paese.
Tra il 1982 e il 1984 lUngheria registra una buona eccedenza nelle esportazioni; il gruppo dirigente
crede di poter evitare la trappola del debito correggendo in termini moderati il programma radicale del FMI.
7. La perestrojka ungherese
In questo periodo, a partire dal 1980, comincia, con ampio anticipo rispetto a Gorba ev, una perestrojka
ungherese. Si sviluppa un mercato delle abitazioni, si aprono le porte a partner stranieri, si liberalizza il
mercato dei capitali (la Borsa di Budapest apre nel 1984), si garantisce per legge lemissione di obbligazioni

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da parte delle aziende per finanziare gli investimenti. Si punta ad estendere le piccole-medie imprese per
allargare ulteriormente il mercato, e a limitare la presenza dello Stato alle imprese di rilevanza strategica (nei
primi anni 80 le organizzazioni tradizionali dello Stato e del settore cooperativo impiegano il 97% dei 3,8
milioni di salariati, nel 1987 si scende all88%). Agli inizi del 1985 si varano misure per accrescere
lautonomia delle imprese e il ruolo del mercato, sviluppare il sistema dei prezzi e delle strutture finanziarie.
Ma proprio nel 1985 si registra per la prima volta nella storia del paese un tasso di crescita negativo (1,4%). Si vara il cosiddetto piano di dinamizzazione economica. Ma ci non fa che gonfiare il debito, che nel
giro di tre anni passa da 12.989 milioni di dollari a 18.765 (1987). La riforma del 1985 porta il paese sul lorlo della bancarotta, crescono le importazioni, mentre le esportazioni diminuiscono costantemente.
Si accresce cos lo spazio negoziale del FMI.
A distanza di 6 anni, lintervento del FMI ha imposto non solo rigide misure economiche, come la
politica fiscale introdotta nell87, ma anche la trasformazione dei rapporti di propriet, che sono di
importanza strategica per la struttura sociale del paese. A fine 87 si contano circa 40.000 piccole imprese
private e uneconomia sommersa che si calcola alimenti il 20% dei redditi delle famiglie. Cominciano a
sorgere banche autonome e banche estere, la Citybank in testa. Viene varata una legge sulla cooperazione
che permetter ai privati di avere imprese fino a 500 dipendenti. Lultima tappa del programma di
stabilizzazione e aggiustamento strutturale del FMI il piano di liberalizzazione.
8. Arriva puntualmente l89 ungherese ...
Le vicende politiche del paese si intrecciano strettamente con questa situazione debitoria. Anche in
questo caso, come per la Polonia, si tratta di un paese a sovranit economica limitata, e il vero sovrano
economico - risulta chiaro - non ad Est (lorso sovietico), ma ad Ovest.
Puntualmente per lUngheria - come per la Polonia - arriva lazione CEE: il 26 ottobre 1988 si firma un
accordo decennale, il leader ungherese Posgay rileva limportanza dellaccordo con la CEE. Allincirca nello
stesso periodo, lUngheria chiede una riforma del COMECON, i cui gravami e obbligazioni inceppano le sue
aperture verso i mercati e le economie occidentali. Alla riunione di Madrid dellaprile 1989 i 12 della CEE
aprono a Polonia e Ungheria. Col mercato unico del 93 i due paesi dellEst potranno con tutta probabilit
scambiare liberamente quasi tutte le loro merci con la CEE (mentre le esportazioni sono ancora ridotte a
meno del 10% soprattutto perch un gran numero di beni sottoposto a contingentamento, misura con cui la
CEE difende i suoi prodotti dalla concorrenza extracomunitaria). A settembre si varano nuove norme
valutarie, il forint diviene quasi convertibile, viene nominato un Consiglio per la deregulation, guidato da
Tamas Sarkozy.
Nel marzo 1989 sono in migliaia in piazza a chiedere un rinnovamento politico in nome della rivoluzione
ungherese del 1848; nascono nuovi partiti. Il POSU (il partito operaio socialista ungherese) rivela forti
spaccature interne. I riformatori hanno la meglio, viene rivista la storia del passato, si riabilitano le vittime
dello stalinismo. I funerali di Nagy a met giugno segnano il momento alto dellopposizione. Ai primi di
ottobre si riuniscono a Budapest partiti dellEst e dellOvest, dai DC ai liberali e agli ex comunisti, per
discutere la fine della cortina di ferro. Ai primi di ottobre 1989 comincia il congresso del PSU (il POSU ha
cambiato nel frattempo nome). Vince la frazione che propone un socialismo democratico, pluralista, ad
economia di mercato. Comincia lecatombe dei simboli del comunismo: per lanniversario dellinsurrezione
del 1956 viene tolta la stella rossa dal palazzo del parlamento ungherese. Il 18 ottobre lo Stato cambia nome,
eliminando laggettivo popolare dalla denominazione ufficiale della Repubblica. Qualche giorno dopo - a
svelare il carattere di restaurazione borghese in atto - il Parlamento approva (con soli 44 voti contrari) la
legge sullabolizione delle cellule di partito sui posti di lavoro. Al vertice dei partiti socialisti europei a
Milano, il PSU chiede di aderire allInternazionale socialista. Alle elezioni del marzo e aprile 1990 vince la
formazione di centro-destra Forum democratico, col 45% dei voti. Il nuovo Partito socialista ottiene solo il
9%. LUngheria entra a far parte del Consiglio dEuropa.
Note
1. Cfr. V. Zaslavsky, Il consenso organizzato, Il Mulino, Bologna, 1981.
2. LEspresso, 17.4.1988; il corsivo mio, A. C.
3. LUnit, 23.10.1989, il corsivo mio, A. C.

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4. C. De Vincenti, M. Mulino (a cura di), Il difficile sentiero della perestrojka, Liguori, Napoli, 1990, pp.
330-31; corsivo mio, A.C.
5. Cfr. ad es. Rassegna sindacale 7.3.1988.
6. Cfr. LUnit, 24.10.1989.

10
La disgregazione dellURSS

Con la formazione della Comunit di Stati Indipendenti LUnione delle Repubbliche Socialiste
Sovietiche cessa la sua esistenza, recita testualmente la Dichiarazione di Alma-Ata del 21 dicembre 1991,
firmata dai presidenti di 11 repubbliche della ex Unione (1). Questa nuova Comunit nasce sin dalle origini
su equivoci e ambiguit, in una situazione ancora magmatica e confusa, su cui si addensano oscure
prospettive di contenziosi e conflitti difficilmente controllabili.
Al di l della piena di emozioni e passioni che levento suscita, occorre interrogarsi nel modo pi
rigoroso e lucido possibile sul come e perch ci sia potuto accadere, sulle cause profonde e sui processi
contraddittori che hanno condotto alla dissoluzione del primo Stato nato da una rivoluzione con finalit
comuniste (se si fa eccezione per la breve esperienza della Comune di Parigi schiacciata nel sangue). Quanti
non si accontentano di spiegazioni semplicistiche o autoconsolatorie hanno di fronte a s il compito di
riprendere lindagine sui 70 anni di storia della formazione economico-sociale dellURSS e sul contesto e le
connessioni internazionali in cui tale formazione si sviluppava attraverso le sue specifiche contraddizioni.
Riprendere questo lavoro di indagine fondamentale per rispondere al coro borghese che canta linevitabile
fallimento del comunismo, lutopia caduta (2), e per evitare la duplice - e speculare - tentazione della
rimozione di una storia o della sua mitizzazione.
1. Stagnazione e ritardo tecnologico del periodo brezneviano
La denuncia della mancata rivoluzione informatica e di un ritardo crescente rispetto alle economie
occidentali, stato il motivo principale addotto da Gorbaev per far accettare nel 1985 allintero gruppo
dirigente sovietico la perestrojka, intesa come accelerazione dello sviluppo economico. Sotto questo profilo
il sistema sovietico appariva con una caratteristica opposta a quella che Marx, in una nota del I libro del
Capitale (capitolo 13), indicava per una societ comunista, dove le macchine, considerate esclusivamente
come mezzo per rendere pi a buon mercato il prodotto, avrebbero avuto ben pi largo campo dazione che
non nella societ borghese, in cui il limite delluso delle macchine dato dal fatto che la loro produzione
costi meno lavoro di quanto il loro uso ne sostituisca (3).
A fronte del modo di produzione capitalistico, che deve continuamente rivoluzionare il suo modo
materiale di produrre - introducendo tecnologie labour saving - per contrastare la caduta tendenziale del
saggio di profitto, il modo di produzione sovietico (tra virgolette, perch mi sembra pi corretto parlare di
formazione economico-sociale di transizione, in cui sono compresenti in modo contraddittorio e conflittuale
diversi modi di produzione) apparso negli anni brezneviani stagnante, conservatore.
La spiegazione affermatasi in URSS negli anni successivi, in particolare dopo il 1988-89, secondo cui
allorigine di tutti i mali sarebbe lassenza di una economia di mercato, appare unilaterale e ideologica nel
senso deteriore del termine.
A cosa attribuire allora la crisi economica - non quella a carattere catastrofico degli ultimi due-tre anni di
esistenza dellURSS, ascrivibile essenzialmente alla rottura del precedente sistema di organizzazione
delleconomia - ma quella di stagnazione, con ritmi di crescita tendenzialmente negativi?
La tendenza alla crisi delleconomia sovietica precedente la perestrojka illustrata dai seguenti dati: il
rendimento dei fondi investiti (produzione del reddito nazionale per ogni rublo di fondi fissi produttivi) cala
sensibilmente dal 1970 (quando era il 54%) al 1984 (38%); cala sensibilmente il saggio percentuale di
crescita della produzione industriale (da circa il 10% del 1960 al 3% circa del 1985); dal 1970 tende a
decrescere il saggio degli investimenti totali di capitale. La mancata innovazione tecnologica non dovuta

80

solo ad una caduta degli investimenti di capitale (fortemente limitati a partire dal 1976, caduti a zero nel
1979 e poi lentamente ripresi).
Il progresso tecnico in URSS stato evolutivo (modernizzazione parziale, compreso lacquisto di
macchine e attrezzature che avevano gi larga diffusione allestero), e non rivoluzionario, con adozione di
sistemi tecnologici del tutto nuovi. E non solo di questo si tratta: la scienza fondamentale e la tecnica
applicata hanno subito notevoli arretramenti: alla fine degli anni 80 si producono 2,1 volte meno campioni
di nuove tecniche che negli anni 60 e il livello tecnico di questi campioni molto basso. Mentre le spese per
la ricerca sono cresciute notevolmente (arrivando al 5% del reddito nazionale; tra il 1975 e il 1990 il numero
dei ricercatori nelle diverse branche dellindustria cresciuto del 70%, le spese di bilancio della rubrica
scienza e servizi scientifici si sono innalzate a 30 miliardi di rubli lanno tra il 1980 e il 1985), la parte di
scoperte pubblicate a livello mondiale si ridotta praticamente della met tra l84 e l89.
Questo ritardo della scienza un elemento relativamente nuovo del sistema sovietico, tipico dellet
brezneviana, e attribuibile forse al clima generale di stagnazione culturale. In precedenza, invece, vi era un
notevole sviluppo scientifico, che non trovava per applicazione nelle imprese sovietiche, nel modo
materiale di produrre: leconomista gorbacioviano Aganbegjan riferisce il caso di un nuovo sistema di
colata dellacciaio inventato dai sovietici, ma applicato su larga scala in Giappone e non in URSS. Un caso
analogo si verifica anche per lestrazione del carbone (4).
Va detto per che le nuove tecnologie trovano impiego in modo parziale nel settore militare, ma non
sembrano avere ricadute consistenti negli altri settori produttivi, e questo fa s che la stessa tecnologia
militare finisca con larretrare.
Quali sono le ragioni che hanno impedito la seconda vera rivoluzione industriale in URSS? La questione
andrebbe affrontata juxta propria principia, evitando il ricorso a schemi preconfezionati o a spiegazioni
monocausali.
Intanto, va detto che neppure la rivoluzione tayloristica (pi che di una rivoluzione si trattava di una
razionalizzazione capitalistica dellorganizzazione del lavoro sulla base delle tecnologie esistenti) ebbe luogo
in URSS: lorganizzazione del lavoro sovietica non stata affatto mutuata (come ancora oggi parte della
sinistra sostiene) dal modello di impresa capitalistica: tutti i tentativi di dar vita ad un taylorismo sovietico
dagli anni Venti in poi falliscono. Lo stesso stachanovismo, che cosa ben diversa dal taylorismo, poich
nasce dal basso e su iniziativa operaia, dura solo qualche anno (nel 1938 gi praticamente esaurito). I
tentativi di accrescere la produttivit per addetto riducendo la forza-lavoro considerata eccedente (il pi noto
il caso del complesso di ekino) sono limitati e isolati, non si generalizzeranno mai. La produttivit del
lavoratore sovietico, pur crescendo nel corso degli anni, rimane per sempre due-tre volte inferiore rispetto a
quella del lavoratore occidentale; negli anni della stagnazione il divario tende a crescere.
Non pare molto produttivo per lanalisi, in presenza di questi elementi, il ricorso alla nozione di
capitalismo di Stato, a meno che non si voglia ridefinire del tutto ex novo tale nozione (o impiegarla come
una sorta di flogisto per indicare che non si tratta di modo di produzione comunista). Lo scopo della
produzione ( il concetto marxiano di Zweck der Produktion, che informa di s soggettivamente e
oggettivamente un sistema economico-sociale) che caratterizza le economie capitalistiche (massimizzazione
del profitto) e che le spinge allintroduzione di nuove macchine per espellere gli operai e accrescere nel
complesso il controllo sulla forza-lavoro (anche attraverso laumento del sempre pi ricattabile esercito di
riserva dei disoccupati), difficilmente rinvenibile nelle economie di tipo sovietico, nelle quali si
manifestano invece fenomeni opposti: stando alle oramai numerose descrizioni empiriche del modo di
funzionamento delleconomia sovietica, i direttori delle imprese giungono alla sistematica falsificazione dei
dati pur di non aumentare considerevolmente la produzione e di mantenere invariato (o accrescere) il numero
di lavoratori di riserva nelle imprese; e, soprattutto, n direttori, n maestranze operaie appaiono interessati
allintroduzione di nuove tecnologie che riducano il numero di occupati.
Si potrebbe dire che leconomia sovietica del periodo brezneviano ha rimosso una razionalit
capitalistica senza per questo aver costruito una nuova razionalit socialista: lo spreco di risorse e le
irrazionalit cos di frequente denunciate nella letteratura sullargomento (come la sovrapproduzione di
trattori in quantit molto maggiori che negli USA; o il continuare a produrre articoli un tempo necessari e poi
del tutto inutili; o, peggio ancora, lapertura di un numero di cantieri superiore alle possibilit effettive di
realizzazione nei tempi previsti, come sin dagli anni 50 denunciava leconomista Valovoj) (5), sembrano
costituire il tratto distintivo del sistema. A spiegare il quale non basta la tesi ancor di recente sostenuta di una
burocrazia onnivora, che dirotta risorse dal settore I (produzione dei mezzi di produzione) e dal settore II
(produzione dei mezzi di consumo per le grandi masse) al settore III (produzione di beni di lusso per la
burocrazia dominante), per difendere i propri privilegi (6).

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forse pi ricca di possibilit di indagine ulteriore la nozione di compromesso sovietico, almeno per
let brezneviana: lo scopo della produzione sarebbe qui - diversamente dal periodo staliniano, in cui lindustrializzazione accelerata del paese, a qualsiasi costo, era obiettivo assolutamente prioritario - non quello,
come recitavano tutti i manuali di economia politica del socialismo del massimo soddisfacimento del
benessere del popolo, ma quello del mantenimento della pace sociale, dellequilibrio raggiunto tra operai e
sistema sovietico.
2. Economia e ideologia della perestrojka
La perestrojka si presenta ai suoi inizi come uskorenie, accelerazione dello sviluppo economico. questo
lo slogan pi frequente al XXVII Congresso del PCUS (febbraio 1986). E i manifesti di quel periodo lo
gridano in modo inequivocabile: La qualit garanzia di progresso, Ritmi qualit disciplina, Il nostro
compito prioritario: accelerare con tutte le forze il progresso tecnico-scientifico, Pensare in modo nuovo,
lavorare in modo creativo, Produttivit + qualit = successo. In un libro del 1987 leconomista L. Abalkin
(che stato vice-premier nel governo Rykov) indica nella crescita delle dimensioni della produzione, nella
notevole complessit dei legami economici, nei mutamenti in atto nella scienza e nella tecnica, la necessit
dellaccelerazione (7).
Il decremento dei ritmi di crescita - soprattutto a partire dalla met degli anni 70 - viene spiegato nei
termini della classica contraddizione marxiana tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione.
Alla perestrojka, che Gorbaev designava nel 1987 come seconda rivoluzione, continuazione della
rivoluzione dOttobre, si pone allora il compito di adeguare i rapporti di produzione allo sviluppo delle
forze produttive, di passare da un modello estensivo di sviluppo ad uno intensivo, con unapplicazione
massiccia delle innovazioni tecnologiche e la diffusione generalizzata di quella rivoluzione tecnicoscientifica, che i paesi capitalistici avevano saputo sviluppare in modo molto pi ampio dopo la crisi che
negli anni 70 aveva colpito le loro economie. In questa prima fase non si parla affatto di economia di
mercato (questa espressione sar introdotta solo verso la fine del 1989), ma di piena applicazione della
legge del valore, di calcolo economico, fondato su tale legge, da parte di imprese e organi di pianificazione,
di estensione dei rapporti mercantil-monetari nel socialismo. Si insiste molto sul fattore uomo come
soggetto attivo e responsabile, interessato ai risultati della produzione: bisogna evitare perci di limitare e
comprimere la sua creativit con la tutela minuziosa dallalto, con un sistema di comando che dal centro
impone e prescrive ogni cosa; va invece sviluppata lautonomia decisionale dei collettivi di lavoro delle
imprese e va concesso anche ai singoli, purch non sfruttino lavoro salariato, la possibilit di svolgere
unattivit lavorativa in proprio, soprattutto nella sfera dei servizi. I lavoratori devono sentirsi effettivamente
padroni di quella propriet socialista che la Costituzione attribuisce loro.
questa grosso modo lideologia della prima fase della perestrojka: non si tratta di cambiare il sistema
economico, n i rapporti di propriet, ma di svilupparli in senso socialista. questo il quadro di riferimento
per i primi provvedimenti legislativi in campo economico: la legge sul lavoro individuale (1.5.1987), la legge
sullimpresa statale, in vigore dal 1.1.1988, e la legge sulla cooperazione (1.7.1988). La prima si pone anche
lobiettivo di far venire alla luce e in qualche modo controllare il lavoro sommerso. Importanza ben
maggiore viene attribuita alla legge sullimpresa statale, il cui varo preceduto da un lungo esame di diversi
progetti e da un importante Plenum del Comitato centrale del PCUS (giugno 1987), che, riferendosi
esplicitamente ai tentativi di riforma economica degli anni 60, e rivendicandone leredit teorica (di
Neminov in particolare) (8) traccia le linee di quella che viene chiamata riforma radicale delleconomia.
La legge colloca limpresa al centro del sistema economico: autogestione, autofinanziamento e
autosufficienza sono i tre principi intorno a cui deve ruotare la sua attivit. Vengono conferiti ampi poteri ai
collettivi di lavoro, fino alla possibilit di eleggere il dirigente dazienda. Si contempla la possibilit,
attraverso una complessa procedura, della chiusura dellimpresa in deficit e del licenziamento dei lavoratori.
La legge sulla cooperazione, preceduta da una grande campagna di citazioni dellultimo Lenin (il socialismo
inteso come sistema di cooperatori civilizzati) tende a favorire liniziativa del lavoro associato. La stessa
proposta di cessione della terra in affitto, avanzata da Gorbaev nella seconda met del 1988 e dibattuta nel
Plenum sullagricoltura (marzo 1989) si muoveva ancora nellottica di sviluppare liniziativa,
limprenditorialit dei singoli, allinterno per di un sistema basato essenzialmente sulla propriet statale, in
cui sovchozy e kolchozy hanno un ruolo predominante.
I risultati di queste prime riforme, tuttavia, non sono quelli sperati: i lavoratori delle campagne sono
riluttanti a trasformarsi in imprenditori autonomi (9). Le cooperative prosperano essenzialmente nella sfera
del commercio e dei servizi, speculando sulle inefficienze del sistema: laccusa pi frequente che viene loro

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rivolta quella di accaparrarsi beni a prezzi statali e rivenderli sul mercato libero a prezzi di gran lunga
superiori. La diffusione delle cooperative (che agli inizi del 91 impiegano circa 5 milioni di addetti, con un
giro di affari intorno al 5% del PIL) non sembra contribuire a quel rapido incremento di produttivit che la
perestrojka esigeva, accresce invece la disorganizzazione economica. Ma linsuccesso maggiore si registra
nelle imprese statali, dove lautonomia e lautofinanziamento che la legge contempla, consentono - invece
dellauspicato miglioramento della qualit della produzione e della produttivit del lavoro - un ingiustificato
aumento dei prezzi in una situazione di fatto monopolistica. Lallentamento dei vincoli di piano, il mancato
rispetto degli obblighi contrattuali tra imprese - che prima il piano imponeva (sono diversi i decreti
presidenziali che invocano, ma invano, come le gride manzoniane, la loro osservanza) - generano una
situazione di anarchia, in cui - come ripete spesso Gorbaev nell89-90 - il vecchio sistema di
organizzazione delleconomia ormai rotto, ma il nuovo (ma quale?) non comincia ancora a funzionare.
Alla rottura del precedente sistema di organizzazione economica un contributo decisivo viene anche dalle
repubbliche, entrate in regime di autofinanziamento dal 1 gennaio 1989. Le spinte nazionalistiche e lo
scontro interetnico andrebbero esaminati anche in questo quadro.
Andrebbero indagate in modo approfondito le cause non solo del fallimento di queste prime riforme, ma
anche degli effetti perversi che esse hanno provocato. Unilaterale e semplicistica, e strumentale ai soli fini
della lotta politica in URSS, appare la tesi che scarica tutte le responsabilit sulla permanenza del sistema
amministrativo-di-comando, sulle resistenze del vecchio apparato dei ministeri centrali verso una legge che
li avrebbe privati di numerose prerogative.
Accanto a tali resistenze occorrerebbe considerare attentamente lirrisolta questione del calcolo
economico e dei prezzi nel sistema sovietico; e la questione dei soggetti chiamati a sostenere le riforme: la
classe operaia sovietica ha mostrato indifferenza, se non ostilit verso una perestrojka, che prospettava,
accanto ad una valorizzazione formale del ruolo dei produttori, la fine di alcune garanzie essenziali (pieno
impiego, illicenziabilit, prezzi stabili e una modesta crescita del tenore di vita). E quando ha cominciato a
muoversi (con le lotte di massa dei minatori nellestate 1989), ha stentato a trovare una sua autonomia
politica, egemonizzata dai movimenti nazionalistici o dai fautori della rapida introduzione delle
privatizzazioni e delleconomia di mercato.
Ed stato il partito di questi ultimi che, con laggravarsi della crisi economica prodotta dalla
disorganizzazione del sistema, ha guadagnato sempre pi terreno in campo ideologico e politico, sotterrando
liniziale progetto di perestrojka. E cos si vara (marzo 1990) una legge sulla propriet che deve porre fine
alla propriet statale socialista e consentire le privatizzazioni. Le Tesi per il XXVIII Congresso del PCUS
propongono il passaggio alleconomia di mercato regolato (aggettivo, questultimo, sul quale si scatena
sulla stampa del PCUS uno dei dibattiti pi bizantini della sua storia). Nellestate del 90 si contrappongono
tre diversi piani di passaggio alleconomia di mercato (Abalkin, atalin, Aganbegjan), in autunno il Soviet
Supremo approva un documento di mediazione. Nel luglio 1991 viene varata la legge sulle privatizzazioni
massicce dal governo Pavlov (uno dei promotori del golpe dellagosto 1991), che, per quanto riguarda la
scelta strategica delleconomia di mercato, non si differenziava dai radicali. Quando Elcyn assume il
potere nellagosto del 1991 pu proclamarsi il vero continuatore della perestrojka.
Si pu tentare di delineare in qualche modo la composizione delle forze che spingono al passaggio alla
economia di mercato (cercando per di evitare semplificazioni, forzature e schematismi): alcune erano
latenti nella societ (leconomia nera era una parte consistente delleconomia sovietica) e con la perestrojka
sono venute allo scoperto, acquisendo sempre maggior peso (nel 90 leconomista radicale Tatjana Korjagina
calcolava in 30.000 il numero di miliardari); altre sono il prodotto diretto della perestrojka, i perestrojkamen,
come il milionario Tarasov, imprenditore di una cooperativa, o Arkadij Volskij, presidente dellUnione
scientifico-industriale, e membro del PCUS fino al 90 ( una parte degli apparati di Stato e di partito che si
ricicla); una parte punta - una sorta di borghesia compradora - a svolgere il ruolo di intermediazione per la
penetrazione di capitali occidentali, in un paese che tutti gli studi degli economisti occidentali riconoscono
essere a lunga scadenza una ricchissima e appetibilissima miniera di materie prime e risorse, il vero business
del 2000 (10).
3. Il nodo dei nazionalismi
Perch in URSS le tendenze nazionalistiche e separatistiche - che parevano, se non eliminate del tutto,
fortemente sopite per decenni fino alla met degli anni 80 - si sono risvegliate in modo talmente dirompente
da mettere in crisi e porre fine allesistenza dello Stato sovietico stesso? Per rispondere a questa domanda
occorre considerare la struttura dello Stato sovietico quale si presentava prima della perestrojka.

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Scrive Hugh Seton-Watson: le varie costituzioni sovietiche, compresa quella del 1936, sono state
definite federali, ma lUnione Sovietica non era uno stato federale bens uno stato unitario. Lessenziale
requisito di un governo federale - che i territori non siano subordinati allautorit centrale ma coordinati ad
essa, non era soddisfatto. A parte ci, lapparato statale era in realt dominato dal Partito comunista, la cui
organizzazione era strettamente centralistica (11). LURSS era tuttavia uno stato federale sui generis, che ha
consentito ledificazione nazionale e persino la formazione di unidentit etnica sconosciute presso molti
popoli del vecchio impero russo.
Per la comprensione dei rapporti interetnici e soprattutto tra nazionalit e centro mi sembra molto pi
produttiva - di contro allidea abbastanza diffusa dellURSS pre-perestrojka come Stato totalitario che si
reggeva essenzialmente sulla repressione e la coercizione - la tesi di Viktor Zaslavsky, emigrato per motivi
politici dallURSS (e dunque non certo sospettabile di simpatie brezneviane) e autore nel 1981 di un
fortunato libro sul consenso organizzato (12), secondo cui la politica sovietica delle nazionalit perseguita da
Stalin, e perfezionata da Chruev e Brenev, tendeva ad integrare gli intellettuali (cio i principali
organizzatori potenziali di ideologie e movimenti nazionalistici) delle singole repubbliche nel sistema
sovietico attraverso un meccanismo di trattamento preferenziale delle nazionalit autoctone: Dalla met
degli anni 50 la maggior parte delle cariche pi alte, comprese quelle del governo, sono appartenute ai
membri della nazionalit titolare praticamente in tutte le repubbliche. Le lites politiche locali, formatesi
principalmente per cooptazione da parte dellapparato centrale del partito, restano vincolate allautorit
centrale piuttosto che alla loro etnia (13). A questo si accompagnava una redistribuzione delle risorse da
parte del centro dalle regioni pi ricche a quelle meno ricche (meridionali e centro-asiatiche): lo sviluppo
socio-economico delle repubbliche era considerato un mezzo per promuovere luguaglianza tra le nazionalit
e per integrarle nel sistema sovietico. In tutte le repubbliche furono create inoltre strutture identiche nei
settori dellorganizzazione statale, della burocrazia e dellistruzione. Si raggiunta cos una notevole
omogeneit nelle strutture statali repubblicane.
stata indubbiamente condotta anche una politica repressiva nei confronti di qualunque insorgenza
nazionalistica o separatistica, ma non pu essere considerata il tratto dominante della politica sovietica verso
le nazionalit, quanto piuttosto un elemento complementare. Lo stesso dicasi per il processo di russificazione
(e oppressione grande russa) sovente denunciato da molti (anche se limposizione dei caratteri cirillici per le
lingue non russe dal tagiko allazero appariva uninutile sopraffazione). Anche nel caso di repubbliche in cui
- per le migrazioni interne allUnione (i cittadini sovietici che nel 1990 vivevano fuori delle loro repubbliche
dorigine superavano i 60 milioni) - i russi erano una fetta consistente, o addirittura maggioritaria, la politica
sovietica favoriva laccesso della nazionalit locale allistruzione superiore e alle professioni privilegiate e
dirigenti. In Lettonia, ad esempio, gli immigrati russi erano impiegati nella stragrande maggioranza in lavori
manuali. I russi si sentono anzi la nazionalit pi sacrificata. Di qui anche la nascita di un nazionalismo russo
antisovietico, che accusa il regime sovietico di privare il popolo russo delle sue ricchezze naturali in nome di
astratte ideologie internazionalistiche o pansovietiche (14).
Il PCUS svolgeva un ruolo fondamentale nellintegrazione delle lites culturali e politiche repubblicane
nel sistema sovietico, svolgendo il ruolo di filtro, cooptazione, integrazione. E funzionale a questa politica di
integrazione delle nazionalit appare anche la trasformazione della composizione etnica del partito, che da
una iniziale netta prevalenza di russi (rispetto alla percentuale di popolazione russa allinterno dellUnione)
negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione dOttobre, tende progressivamente a fare una politica
di riequilibrio, favorendo laccesso di personale di altre nazionalit (15). Era stata anche elaborata e
perfezionata nellepoca brezneviana lideologia della formazione di una nuova comunit storica, il popolo
sovietico, come risultato delle trasformazioni socialiste (16).
Questa politica di integrazione delle nazionalit nello Stato sovietico ha funzionato per decenni.
3.1. Le cause dellesplosione dei nazionalismi
Secondo Z. Brzezinski - ed una tesi condivisa da molti - le riforme gorbacioviane (forte allentamento
della stretta repressiva, glasnost, democratizzazione della societ) hanno dato al malcontento etnico a lungo
represso loccasione di salire alla superficie. Ma questa tesi mi sembra vera solo in parte ed eccessivamente
semplificatoria. Essa pu valere forse per le tre repubbliche baltiche; o per il Nagorno-Karabach, assegnato
nel 1923 allAzerbajdan e rivendicato in manifestazioni di piazza ad Erevan gi molto tempo prima della
perestrojka da gruppi nazionalistici armeni (molti studiosi attribuiscono a Stalin una deliberata politica di
divide et impera per dare al centro la possibilit di gestire come arbitro super partes le diverse spinte

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nazionalistiche). E tuttavia, fino al 1988, armeni e azeri convivevano abbastanza pacificamente, il numero di
matrimoni misti era notevole, decine e decine di migliaia di armeni vivevano a Baku e di azeri in Armenia.
Come e perch allora si aggrega il nazionalismo? come e perch diviene separatismo?
Occorrerebbe innanzitutto procedere nellanalisi operando le dovute distinzioni, soprattutto perch si
tratta di un immenso paese con popolazioni diversissime per storia, cultura, sviluppo economico-sociale,
tenore di vita. Nazionalismo non significa necessariamente separatismo. Il nazionalismo russo, per tutta una
fase, ha propugnato lintegrit dellURSS. divenuto separatista solo nel 1989, quando si saldato col
progetto politico di rompere il sistema sovietico. Si veda in proposito il famoso manifesto di Solenicyn del
settembre 1990, pubblicato dalla Komsomolskaja Pravda in oltre 20 milioni di copie, che propone la
formazione di una nuova aggregazione statale formata da Russia e popolazioni slave, liberandosi della palla
al piede rappresentata dalle repubbliche meridionali e centroasiatiche.
Lesplosione nazionalistica e separatistica nelle diverse repubbliche piuttosto un prodotto della
perestrojka, che ha operato una cesura profonda con il passato, nel campo economico, politico e istituzionale,
ideologico.
La stagnazione economica non consentiva pi quella politica di compromesso sociale, di trasferimento di
risorse e ampliamento degli apparati burocratici delle singole repubbliche che aveva assicurato il precedente
consenso. Gi nel 1986 Gorbaev avvia una politica di ridimensionamento dellapparato amministrativo, e
ci rende incerto il destino e la collocazione degli intellettuali delle repubbliche. Il rimedio proposto dalla
perestrojka, lautofinanziamento delle repubbliche, il chozraset repubblicano, annunciato gi nei primi
scritti degli economisti della perestrojka ed entrato in vigore dal 1 gennaio 1989, sortisce effetti negativi,
provocando la disintegrazione economica del precedente sistema e spingendo le repubbliche al
particolarismo economico. Si pu aggiungere ancora che il malcontento sociale provocato dalla crisi
economica che investe il paese e che colpisce in particolare le repubbliche meridionali e centro-asiatiche,
gravate da un notevole tasso di disoccupazione, non trovando inizialmente forme sindacali organizzate
attraverso cui esprimersi, cade sotto legemonia dei movimenti nazionalistici.
La nuova ideologia gorbacioviana (il novoe mylenie), che accompagna i profondi sommovimenti della
perestrojka d una sanzione ufficiale alla crisi di credibilit che lideologia elaborata nel periodo brezneviano
attraversava e che aveva uno dei suoi punti cardine nellidea di popolo sovietico. Lideologia nazionalista
aiuta a riempire il vuoto lasciato dal crollo dellideologia marxista e, soprattutto, unisce il popolo intorno ai
suoi nuovi leader in un momento di dolorose trasformazioni sociali. E poi, la tanto proclamata casa comune
europea potr riservare un posto alle repubbliche centro-asiatiche, garantite in precedenza nella casa
comune sovietica?
I movimenti nazionalisti non sarebbero sorti se non ci fosse stata una forte spinta organizzatrice e
politica. Qui occorre un approccio differenziato. Si possono distinguere:
A) Un nazionalismo separatista anticentralistico e antisovietico (baltici, Georgia, Armenia, Moldavia)
che si salda sempre pi coi radicali di Elcyn in unalleanza che ha come obiettivo principale il
rovesciamento del sistema sovietico del partito-stato, della pianificazione centralizzata, e punta
allintroduzione rapida delleconomia di mercato. A sostegno di tale nazionalismo intervengono in modo pi
o meno aperto e diretto anche forze esterne interessate alla rottura del sistema sovietico (analogamente a
quanto accaduto per il separatismo sloveno e croato sostenuto da Austria e Germania). Questa convergenza
diviene sempre pi chiara alla fine del 90. Il subitaneo riconoscimento da parte di Elcyn dellindipendenza
baltica nei giorni convulsi dellultimo agosto pone il suggello a questa politica. A questo tipo di nazionalismo
va ascritta anche la nuova forma di nazionalismo russo (espressa nel manifesto di Solenicyn) antisovietico.
B. Si pu ipotizzare la presenza di un nazionalismo conservatore, alimentato da quanti, con il
passaggio alleconomia di mercato, vedono svanire quella politica di redistribuzione delle risorse da parte del
centro, insieme con i vantaggi loro riservati dal vecchio compromesso sociale (il programma degli
intellettuali centro-asiatici si oppone alleconomia di mercato); o da quel ceto politico che intendeva - con
una strategia rivelatasi catastrofica - mettere in difficolt il centro gorbacioviano per ripresentarsi come
restauratore del buon ordine perduto. A questo tipo di nazionalismo appartiene il nazionalismo russo
antiseparatista di gruppi come Pamjat.
In assenza di altri partiti politici organizzati, i Fronti nazionali finiscono col trasformarsi in partiti politici.
La perestrojka mette progressivamente in crisi il partito, che non riesce pi ad essere promotore di una
politica unitaria. Il PCUS perde rapidamente la sua capacit centralizzatrice, comincia a scindersi in partiti
comunisti delle singole repubbliche: cominciano i baltici agli inizi del 90, prima del XXVIII Congresso di
luglio, con un programma che sostiene le rivendicazioni indipendentiste, anche se rifugge dallestremismo di
un Landsbergis. In Georgia e in Ucraina i comunisti votano insieme con i nazionalisti le dichiarazioni di
indipendenza, e cos avverr poi in tutti i 10 Soviet repubblicani che hanno proclamato lindipendenza. La

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sospensione generalizzata e sine die dellattivit del PCUS decretata nellagosto del 1991 da Elcyn e
avallata da Gorbaev non fa che accelerare il processo di disgregazione.
4. Agosto russo e fine dellURSS
La dis-Unione era un evento in qualche modo annunciato e gi iscritto nellesito del processo seguito al
golpe falso di agosto, con la messa al bando del PCUS, la presa del potere da parte degli eltsiniani e la
rivoluzione strisciante criminal-borghese (17). Un evento annunciato, per il carattere stesso delle forze, del
programma, della ideologia coagulatisi intorno al carismatico Boris, marcatamente borghesi e
filocapitalistici, che richiedevano di sancire una rottura definitiva con lo Stato nato dallOttobre. Infatti, se
lUnione costituita nel 1922 ereditava il vecchio impero zarista, con i suoi problemi di rapporti tra decine e
decine di nazionalit ed etnie diverse, era tuttavia il portato di un evento profondamente e radicalmente
nuovo, una rivoluzione con finalit comuniste. La reazione capitalistico-borghese espressa dai vincitori di
agosto aveva bisogno, per potersi affermare, di rompere definitivamente con questa forma di Stato, e
costruire un nuovo Stato.
La causa prioritaria della distruzione dellUnione non va dunque individuata tanto nellemergere dei
nazionalismi separatistici - che pure si sono sviluppati e affermati, esplodendo nelle dichiarazioni di
indipendenza di tutte le repubbliche tra agosto e settembre del 1991 - quanto nel carattere capitalisticoborghese delle forze che hanno preso il potere in agosto.
Tuttavia, i tempi e i modi estremamente rapidi che hanno sancito, nellautunno del 1991, la fine dello
Stato sovietico, andrebbero pi attentamente analizzati, soprattutto per le contraddizioni che si sono
manifestate allinterno e allesterno dellURSS e che hanno spinto ad accelerare questo esito.
Se non vi sono dubbi ormai - neppure tra coloro, mi sembra, che avevano inopinatamente salutato lagosto russo come rivoluzione democratica e non violenta - sul carattere capitalistico-borghese della rivo luzione dagosto e delle forze che lhanno diretta, con la conseguente necessaria rottura del precedente assetto
statuale emerso dalla rivoluzione dOttobre, resta da spiegare ancora perch le forze del capitalismo pri mitivo in URSS e, soprattutto, quelle del pi maturo capitale internazionale, cui quelle interne allURSS fanno
riferimento, abbiano favorito - o non sufficientemente contrastato - il processo di disintegrazione
dellUnione. Perch, se era sicuro e dichiarato interesse dellimperialismo americano distruggere e
smobilitare - e ridurre allimpotenza - uno Stato che si presentava come suo antagonista, non certo
nellinteresse del capitalismo globalmente inteso, che tende allunificazione del mercato mondiale, la
frammentazione e segmentazione dei mercati, la rottura di uno spazio economico unitario dellimmenso
continente euroasiatico che lURSS costituiva.
Lideale, per le sorti del capitale mondiale, sarebbe stato la rottura dello Stato sovietico - in quanto Stato
e organizzazione economica che tendeva in qualche modo a controllare la sua economia, a renderla meno
permeabile alla penetrazione del capitale esterno - ma, al contempo, la conservazione dello spazio
economico comune che lURSS rappresentava.
Ma non sempre i piani del capitale vanno a segno, n, soprattutto, si devono confondere i piani con la
capacit reale di attuarli. Non si pu dimenticare, infatti, che il capitale contraddizione in processo, e la sua
stessa possibilit di riproduzione - non infinita - permeata di contraddizioni.
Allinterno di una tendenza complessiva della forma di capitale pi avanzata, quella del capitale
transnazionale, che tende a spezzare e ridisegnare le precedenti forme statuali (lintero globo sar interessato
da questi processi), il processo di disgregazione dello Stato sovietico andrebbe letto alla luce delle seguenti
contraddizioni:
4.1.
Contraddizioni tra la neoborghesia sovietica, che tende a imporre il rapido passaggio alleconomia di
mercato con costi altissimi per la grande maggioranza della popolazione e le masse popolari (18).
La situazione economica sovietica si presenta nellautunno 1991 con caratteri oramai catastrofici: crollo
della produzione (-7% nellindustria, -9% nellagricoltura; i mancati versamenti da parte delle repubbliche,
insieme al crollo della produzione e dei proventi fiscali, hanno provocato nel 1991 un deficit federale che si
aggira sui 300 miliardi di rubli; caduta del 15% nel reddito nazionale, del 31% nelle esportazioni;
linflazione galoppa al 5% a settimana (19) e il rublo ridotto a scambiarsi per meno di un cent. di dollaro
USA. Ai primi di novembre si preannuncia un crac finanziario. A fine novembre il bilancio federale

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dellUnione talmente in rosso da non poter garantire il pagamento degli stipendi ai dipendenti. Gosbank e
Vneekonombank, rispettivamente banca di Stato e banca per il commercio estero, sono sullorlo della
paralisi per la perdita di controllo sulle filiali delle repubbliche e soprattutto per la guerra che ha mosso
contro di loro la Banca centrale di Russia. Di fronte alla disastrosa situazione economica (che provoca veri e
propri tumulti per il pane, preludio per i vincitori di agosto, di ben pi pericolosi sommovimenti, che fanno
invocare loro il rafforzamento delle truppe antisommossa), le rivendicazioni nazionalistiche e separatistiche
servono alla neoborghesia per dirottare lattenzione e linteresse su un nemico esterno, il lontano Centro
dellUnione, o gli abitanti della repubblica vicina, o il vicino di casa di etnia diversa. Ma la miccia
nazionalistica, una volta accesa, diviene difficilmente controllabile.
4.2
Contraddizioni interborghesi - di una nascente borghesia sovietica, primitiva e rozza, fragile e non
ancora molto estesa, n fornita di forti apparati ideologici - che si sviluppano ben presto allindomani di
agosto tra i salvatori della democrazia, in una lotta per il potere che fa principalmente leva sul
nazionalismo per trovare in esso una fonte di legittimazione.
La base sociale e politica dei vincitori di agosto non consolidata: essi hanno vinto pi per la debolezza
dei loro avversari che per forza propria, pi per dis-egemonia che per capacit egemonica propria. La
contenibile ascesa di Elcyn al potere in Russia si basata essenzialmente su unazione critica e distruttiva
che ha fatto leva sulla crisi economica indotta dallo sfascio del precedente sistema di organizzazione
delleconomia e le difficolt e le ambiguit del centro gorbacioviano. Non ha vinto le elezioni alla presidenza
della Russia nel giugno 1991 sulla base di un programma politico ed economico chiaro, ma della denuncia
demagogica, cavalcando qualsiasi scontento. A un certo punto della sua carriera politica, fulminato sulla via
di Washington, Elcyn ha abbracciato e propagandato lutopia neoliberista (con la privatizzazione e il libero
mercato tutti i russi saranno in pochi mesi ricchi e soddisfatti). Se Elcyn esprime consapevolmente la
tendenza capitalistico-borghese, e il suo obiettivo dichiarato quello di cancellare con un colpo di spugna
tutto il passato, egli e il suo entourage non hanno n la competenza, n unadeguata base sociale per attuare
tale programma, n soprattutto operazione facile e breve - come quella del costringere ad ammainare una
bandiera rossa o sostituire i simboli del potere sovietico - trasformare a colpi di decreti e imposizioni una
struttura economico-sociale costruitasi nel corso di 70 anni. Una cosa voler promuovere le privatizzazioni,
tuttaltra riuscire ad attuarle.
in fondo questa debolezza dei rappresentanti di una neoborghesia che aspira a divenire
effettivamente tale, che li spinge a cavalcare il nazionalismo in quanto identit sicura e sedimentata e a
presentarsi come i paladini pi intransigenti degli interessi nazionali, rilanciando demagogicamente sempre
pi avanti richieste e rivendicazioni di tipo nazionalistico, per mantenere il consenso popolare strappato nelle
elezioni. Il nazionalismo e le rivendicazioni nazionalistiche vengono evocati e suscitati da gruppi dirigenti in
difficolt di legittimazione.
La reviviscenza del nazionalismo separatista anche il frutto della necessit dei nuovi ceti politici di
trovare un terreno pi solido - su cui e per cui chiedere consenso - di quanto non sia quello delle improbabili
riforme economiche. Questa necessit di ottenere consenso in modo populistico e demagogico stata indotta
dal modo in cui si sono avvitati i nuovi meccanismi politici e la lotta politica in URSS a partire dal 1988-89.
Ma il nazionalismo riesumato e promosso porta alla contrapposizione di una repubblica allaltra e alla
spaccatura del fronte eltsiniano, tra fautori del mantenimento di uno spazio economico comune nella ex
Unione (come Javlinskij) e sostenitori dellautosufficienza russa. Il nazionalismo spinto di una parte degli
eltsiniani (Sobak, Chasbulatov) scatena la risposta dellUcraina, in cui la situazione economica appare meno
disastrosa che in Russia.
Linstabilit della situazione politica nella ex URSS porta alla sostituzione molto rapida di dirigenti, astri
nascenti e stelle cadenti nello spazio di un mattino. Il governo russo cambia a pi riprese la sua
composizione. A met settembre 1991 si dimette dalla carica di premier del governo russo, che ricopriva da
un anno e mezzo, Ivan Silaev: ex membro del PCUS (in cui stato per 31 anni), sostenitore del partito di
evardnadze, aveva svolto un ruolo di primo piano a fianco di Elcyn nel golpe vero, divenendo il 25
agosto uno dei quadrumviri, insieme con Javlinskij, Volskij e Lukov, e capo del governo provvisorio
dellURSS dopo larresto di Pavlov. A met settembre appare gi profondamente incrinata lalleanza
costituitasi intorno a Elcyn nei giorni di agosto, il parlamento contesta i suoi decreti, una parte del
movimento democratico lo mette sotto accusa. Tra i salvatori della democrazia si scatena una oscura lotta
di potere: se il carismatico Elcyn sembra pronunciarsi a favore del Trattato economico dellUnione, i suoi

87

ex compagni di cordata sparano a zero contro di esso, cercando di far leva sul nazionalismo russo. A met
settembre Chasbulatov dichiara che anche la Russia potrebbe scegliere lindipendenza. Ai primi di ottobre
Ruckoj accusa di incompetenza, banditismo e tradimento diversi ministri del governo russo, rei di
appoggiare il trattato economico, che rid vita al centro contro gli interessi della Russia e ci considera
mucche da continuare a mungere. Su questa strada lo segue i primi di ottobre - ma per contrastarlo - il
neosegretario di Stato Burbulis (un ex ideologo di marxismo-leninismo), sostenendo che la Russia ha il
diritto di divenire lerede legale dellURSS al seggio di sicurezza allONU. Javlinskij diviene inviso ai
deputati russi per essere diventato il responsabile economico dellUnione e per il fatto di considerare
positivamente il trattato economico. Si dimettono dal governo russo ai primi dottobre Gavrilov, ministro
dellecologia, e Saburov, vicepremier e ministro per leconomia, accusando il governo russo di incapacit di
realizzare la riforma economica gi deliberata e di ostacolare ladesione agli accordi sul trattato economico.
Sulla firma di questo trattato il governo russo si spacca e la maggioranza dei deputati, ivi compreso il grosso
degli ex comunisti, vi si oppone, ritenendo il trattato sfavorevole alla Russia, un modo perch le altre
repubbliche possano continuare a sfruttarla. A due mesi dal glorioso agosto i vincitori continuano a
litigare mentre la situazione peggiora di giorno in giorno: il parlamento russo non riesce a riunirsi, il governo
ridotto senza alcun potere, Elcyn annuncia la sostituzione di met dei ministri e il 1 novembre 1991 si fa
attribuire dal parlamento russo poteri speciali. Del nuovo governo varato ai primi di novembre egli stesso
primo ministro. Lex marxista-leninista Burbulis il suo vice.
A novembre Elcyn ha scelto di risolvere la crisi interna e la paralisi del suo governo percorrendo due
strade parallele: a) quella della piena indipendenza economica e politica della Russia (ad onta dei trattati
economici firmati); b) lavvio, costi quel che costi, della sedicente riforma economica, che comincer, in
ossequio alla mitologia liberista, con la cosiddetta liberalizzazione dei prezzi. Per tutto il mese di novembre
il granduca Elcyn (il titolo glielo ha conferito lerede degli zar Romanov) opera per sottrarre e avocare a s
quel che rimasto dei poteri del centro: non finanzia pi le spese al ministero degli esteri, n in generale
quelle del centro. Dopo un mese, lUnione rischia la bancarotta e Elcyn assume il controllo del ministero
delle Finanze dellURSS. La fine dellUnione sar sancita a Brest l8 dicembre e ad Alma Ata il 21.
Gorbaev, larchitetto della dissoluzione dellimpero sovietico (20) esce ingloriosamente di scena con un
finale senza pompa, come titola la Pravda del 24 dicembre. Ma la conflittualit interna al gruppo dei
vincitori non diminuisce e porter nellottobre 1993 al bombardamento del parlamento da parte delle truppe
speciali fedeli a Elcyn (21).
La rottura dellUnione appare dunque come il risultato di questa lotta interna condotta dai nuovi boiari
della Russia.
Le ragioni pi profonde dei dissidi interni alla squadra eltsiniana, al di l di una mera lotta per il potere,
vanno ricercate nelle enormi difficolt economiche del paese e nellincapacit di proporre una terapia
efficace, con la possibilit sempre meno evanescente di rivolte popolari e del riorganizzarsi di forze
comuniste o comunque anticapitalistiche.
4.3
Contraddizioni strutturali del capitale mondiale in questa fase: se da un lato esso interessato al
mantenimento di uno spazio economico comune nella ex URSS, dallaltro non in grado di fornire
lappoggio economico necessario per sostenere le forze borghesi interne allURSS favorevoli al
mantenimento dellunione economica.
Esemplare la storia dellastro caduto Javlinskij, sostenuto dalla scuola di Harvard e da Jeffrey Sachs e
fautore del mantenimento di uno spazio economico comune in tutta lUnione.
Nellottobre 90 Javlinskij, che era stato tra i coautori dellormai celebre e fantasioso piano dei 500
giorni, si dimise dalla carica di vicepremier del governo russo quando Elcyn propose di applicare tale piano
alla sola Russia e non a tutta lUnione. Il piano del giovane economista sovietico - elaborato nella primavera
del 91 e ulteriormente perfezionato durante lestate - per il rapido passaggio alleconomia di mercato (tema
questo su cui da un paio di anni si discuteva, con non poca confusione ed equivoci) (22) prevedeva un
massiccio apporto di capitali occidentali, ma a condizione che rimanesse uno spazio economico comune, che
non si indebolissero, ma si rafforzassero le strutture finanziarie e commerciali dellUnione, che vi fossero un
governo e una banca centrale che garantissero per gli ulteriori debiti che le imprese e gli organi di
intermediazione finanziaria sovietici contraevano.
La prospettiva del mantenimento dellUnione come spazio economico unitario, senza barriere doganali,
con ununica politica creditizio-monetaria e fiscale, una comune unit monetaria e un unico corso valutario

88

era allora unanimemente condivisa anche dai pi sfrenati sostenitori della pi rapida e violenta introduzione
delleconomia di mercato, come si pu evincere dal dibattito, sulla rivista diretta da Gavril Popov (23), a
proposito del documento elaborato dal FMI sulleconomia sovietica. In tutti gli interventi, dalla
presentazione di Sitarjan alle osservazioni collettive di Istituti dellAccademia delle Scienze dellURSS (di
Economia, dellEconomia mondiale e dei rapporti internazionali), alle note di Obminskij, Loginov, Olsevi,
se si segnalano divisioni e in alcuni casi contrapposizioni nella valutazione delle proposte del FMI, non si
mette invece in discussione il carattere unitario delleconomia sovietica.
Il piano Javlinskij fu nella primavera del 91 fortemente contestato dallallora premier Pavlov (coinvolto
in seguito nello strano golpe di agosto) non certo per la sua difesa di uno spazio economico comune in
tutta lUnione, ma per il ruolo determinante affidato allintervento del capitale occidentale.
Dopo larresto di Pavlov e la presa del potere da parte degli eltsiniani sembra che nulla possa contrastare
la resistibile ascesa di Javlinskij. A met settembre ottiene lassenso formale e ufficiale per il suo piano dal
consiglio di Stato presieduto da Gorbaev. Ai rappresentanti del capitale mondiale riuniti a Bangkok (ottobre
91) presenta il suo piano, articolato in tre fasi, che dovrebbero portare a un forte incremento della
privatizzazione. Fondamentali rimangono comunque la moneta unica, ununica zona doganale e
commerciale, una politica monetaria e di credito centralizzata. Nellautunno del 91 Javlinskij diviene volens
nolens il paladino dellintegrit dellUnione, dice che lalternativa ad essa sarebbe il disastro per tutti, e
denuncia lesplosione di sentimenti nazionalistici e di tendenze allisolazionismo come il pericolo pi grave
che pu portare alla disintegrazione economica e allo scontro politico nel paese. Il nostro, insieme al piano,
presenta anche il conto (la richiesta era stata grosso modo quantificata in 20 miliardi di dollari, ai quali per
va aggiunta la richiesta di crediti speciali e a lungo termine per la costruzione delle infrastrutture di mercato
e il sostegno a una politica sociale per far fronte in qualche modo ai previsti licenziamenti in massa). Senza
molto successo, tuttavia, perch, magnifici ma non munifici, i 7 Grandi, quando si tratta di allargare i cordoni
della borsa, chiedono garanzie e dati precisi piuttosto che litanie di pentimento sugli orrori del comunismo e
professioni di fede nelle magnifiche sorti e progressive del libero mercato. La delegazione sovietica si
presenta a Bangkok col documento ideologico dal titolo Superare leredit del sistema totalitario, ma non
presenta quelle statistiche che i 7 attendevano, e, quando offre dati, appare un postulante o poco credibile, o
altamente a rischio: le riserve auree dellUnione si sarebbero ridotte, in un paese produttore di oro, da circa
2.000 tonnellate del 1985 ad appena 240, 8 volte meno delle riserve dellItalia; in un solo anno, tra l89 e il
90, quando la situazione economica non si presentava con tratti cos catastrofici come nel 1991, lURSS
avrebbe esportato 700 tonnellate di oro. Nonostante gli accorati e disperati appelli, come quello del neo
ministro degli Esteri dellURSS Pankin rivolto a Bush (fidatevi della nuova Unione e dateci un aiuto
massiccio), i 7 concedono alla fine molto meno di quanto richiesto: 7,5 miliardi di $ per aiuti alimentari
(che anche un modo per sbarazzarsi a buon mercato delle eccedenze agricole USA e CEE). N sul fronte
del FMI, su cui tanto si era speso Gorbaev, andata meglio: lURSS ammessa, ma solo a met, come
membro associato e non a pieno diritto; la differenza sostanziale, potr usufruire dellassistenza tecnica,
non di crediti diretti.
Sono destinate cos a tramontare rapidamente - almeno per il momento - le fortune del nostro eroe, che
aveva puntato moltissimo sullintervento del capitale occidentale come fattore determinante per la
stabilizzazione delleconomia sovietica e la convertibilit del rublo, considerate premesse necessarie per il
passaggio ad uneconomia di mercato integrata nel mercato mondiale.
4.4
Contraddizioni interimperialistiche. Se il capitale in quanto capitale complessivo interessato alla
mondializzazione e universalizzazione della forma merce, esso al contempo autorepulsione, conflittualit
tra capitali. Rispetto alle sorti dellURSS, USA e Germania si sono scambiate le parti sostenute nella vicenda
jugoslava, dove la Germania ha puntato in modo deciso e da subito alla rottura dello Stato federale e al
riconoscimento di Croazia e Slovenia, l dove gli USA sembravano privilegiare il mantenimento dello Stato
jugoslavo. A dare la spallata finale al fallimento del Trattato dellUnione stato il referendum
indipendentista dellUcraina, la repubblica pi popolata e ricca dopo la Russia, referendum benedetto pi che
tempestivamente da George Bush anche prima della trionfale vittoria dellex brezneviano e ora
ultraindipendentista Kravuk. Gli USA, superpotenza economica in declino, ma unica superpotenza militare,
vedono nel disgregarsi dellUnione la possibilit di rientrare nel gioco, come guardiani della pace mondiale,
col pretesto di difendere la terra dal possibile esplodere di conflitti tra le repubbliche dellex URSS detentrici

89

di armamenti nucleari. Mentre la politica tedesca e della CEE in generale, pi di ogni altro, aveva investito
capitali e diplomazia sullUnione Sovietica, facendosi paladina della gorbacioviana casa comune europea.
Note
1. Cfr. Izvestija del 23.12.1991.
2. questo il nuovo titolo che M. L. Salvadori assegna alla sua Storia del pensiero comunista, Laterza,
Roma-Bari, 1991.
3. K. Marx, Il Capitale, Libro I, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 435-436.
4. Cfr. A. Aganbegjan, La perestrojka nelleconomia, Rizzoli, Milano, 1988.
5. Cfr. D. Valovoj, Ekonomika v eloveeskom izmerenii, Politizdat, Mosca, 1988.
6. Cfr. E. Mandel, Socialisme, Planification centralise, march et dmocratie, in AA.VV., La
perestroika, conomie et socit, Qubec, Presse de lUniversit, 1990, pp. 52 segg.
7. L. Abalkin, Kursom uskorenija, trad. it. Il nuovo corso economico in URSS, Editori Riuniti, Roma,
1988.
8. Cfr. M. S. Gorbaev, Izbrannye rei i staty (Discorsi e articoli scelti), tomo 5, Politizdat, Mosca,
1988, p. 161.
9. Sulle ragioni di ci si vedano le interessanti osservazioni di V. Danilov, in Il Passaggio, Roma, 1990 n.
4/5.
10. Cfr. ad esempio quello dellUnione Banche Svizzere nella primavera 90, o quello del FMI
pubblicato agli inizi del 91.
11. Cfr. H. Seton-Watson, Nations and States, Methuen, London, 1977, cit. da V. Zaslavsky, Dopo
lUnione Sovietica, Il Mulino, Bologna, 1991.
12. V. Zaslavsky, Il consenso organizzato, Il Mulino, Bologna, 1981.
13. Cfr. V. Zaslavsky, Dopo lUnione sovietica, op. cit., p. 22 sg.
14. Cfr. ad esempio la polemica sollevata su Moskovskie Novosti nel 1989-90 a proposito degli aiuti a
Cuba.
15. Si possono confrontare utilmente le tabelle elaborate da T. Rigby, Il partito comunista sovietico
1917/1976, Feltrinelli, Milano 1977.
16. Cfr. ad es. la voce Sovetskij narod (popolo sovietico) in Sovetskij Enciklopedieskij Slovar
(Dizionario enciclopedico sovietico), Mosca, 1986. Cfr. anche S. Kaltajchian, La teoria marxista-leninista
de la nacion y la actualidad, Ed. Progress, Mosca, 1987.
17. La definizione di Tatjana Korjagina, ex collaboratrice di Elcyn.
18. Viene infatti immediatamente decretata la liberalizzazione dei prezzi a partire dal gennaio 1992. Con
un gioco di parole lIzvestja del 24 dicembre 1991 cos annuncia il provvedimento: Il popolo apprezzer il
prezzo dei liberi prezzi.
19. Nel solo mese di agosto 1991 stata emessa pi carta moneta che in tutto il 1990. La Banca di Stato
ad ottobre stampa banconote in offset per mancanza di carta e inchiostro per un normale conio.
20. La definizione del filosofo Michael Walzer, cfr. Il Manifesto, 15.12.1991.
21. Cfr. in questo stesso volume il capitolo LOttobre di Boris Elcyn.
22. Cfr. A. Catone, Il mercato del socialismo, in La Contraddizione, Roma, 1990, n. 19.
23. Voprosy Ekonomiki. Si vedano in particolare i nn. 4 e 5 del 1991.

11
La fine del PCUS

1. Fine del PCUS, fine del comunismo? alcune questioni da non eludere

90

Nel suo primo discorso pubblico del 22 agosto 1991 dopo il tentato anomalo putsch, Gorbaev difende
lidea socialista e la rivoluzione dOttobre: stata una vera rivoluzione. Del PCUS, di cui ancora il
segretario generale, dice: Tutto si pu cambiare, tanto pi il PCUS, che non uno strumento politico di
per s reazionario, ma ha al suo interno migliaia di veri democratici. Con alcune eccezioni, il PCUS,
soprattutto i militanti di base, con noi. Alla fine il partito anche in questa situazione ha preso decisioni
giuste: la segreteria del partito non ha accettato di condividere loperato del comitato di emergenza.
Che il PCUS stesse per subire unepurazione, ma non per essere disciolto, era opinione corrente (1).
Appena qualche giorno dopo (24 agosto), invece, Gorbaev si dimette dalla carica di segretario e propone
lautoscioglimento del Comitato Centrale: non stato capace di prendere una posizione decisa di condanna
e di resistenza, non ha chiamato i comunisti alla lotta contro la violazione della legalit costituzionale. A
determinare tale repentino mutamento di opinione erano intervenuti nel frattempo i comizi di piazza di
Elcyn e Popov violentissimi contro il PCUS, gli assalti alle sedi del partito e ai suoi simboli, il decreto di
Elcyn che sospendeva dautorit e privava dei beni il partito comunista russo. In seguito, il 29 agosto, il
Soviet Supremo dellURSS, prima di autosciogliersi, sospende a tempo indeterminato lattivit del partito su
tutto il territorio dellUnione.
Fortissimo stato limpatto emotivo per la scomparsa dalla scena mondiale, e non solo dellURSS, del
partito, che, nel bene e nel male, era stato - grazie allenorme prestigio che una rivoluzione vittoriosa gli
aveva conferito - allorigine della costituzione di tutti i partiti comunisti nel XX secolo. Per questa sua storia,
che lo ha posto per molti anni come centro del comunismo mondiale, stato possibile anche presentare la
caduta del PCUS come disfatta definitiva del comunismo. Enfin! Communisme: la chute titolava non
senza soddisfazione il numero speciale (un numro pour lhistoire) de Le Figaro magazine (2). I borghesi
non hanno celato la loro esultanza, da sette decenni attendevano questo momento. Qualcuno ha ironicamente
ringraziato i maldestri golpisti di agosto per essere stati gli strumenti inconsapevoli dellastuzia della
Ragione, accelerando la definitiva sepoltura della ammorbante carogna del comunismo (3).
Delluscita di scena del PCUS si sono ufficialmente congratulati i dirigenti del PDS, salutando - con
qualche eccezione, come quella di Tronti e Asor Rosa (4) - i fatti di agosto come rivoluzione democratica:
la morte del comunismo sovietico una vittoria della sinistra democratica, scrive Veltroni (5). Ma, dal
versante opposto, e rifiutando decisamente qualsiasi nesso tra PCUS e progetto comunista, anche quanti in
Italia si richiamano ancora esplicitamente al comunismo hanno, con diversi gradi e sfumature, accettato (6)
la sospensione dellattivit del PCUS e il sequestro dei suoi beni come un fatto positivo, o, quantomeno,
come un destino ineluttabilmente ormai segnato dalla storia: la rimozione di un ingombrante cadavere
(cadavere vivente, spettro di un apparato, nel gi citato articolo di Tronti e Asor Rosa), le mort qui saisit le
vif della societ sovietica, la fine di un equivoco storico dannoso: un partito che si chiamava comunista, ma
che di comunista non aveva pi nulla, essendo divenuto il partito di una nuova classe possidente (7), s che
finalmente, senza nostalgie e senza rimpianti, si pu dar vita a un nuovo inizio che potrebbe liberare forze
sane anche per il comunismo: n lutto n festa, suggerisce OConnor (8).
Anche se la crisi del PCUS era evidente, non fossaltro che per la caduta a valanga del numero degli
iscritti (4 milioni nel giro di un anno), la dissoluzione, nello spazio di un mattino, di un partito che contava
ancora formalmente oltre 15 milioni di aderenti, apparsa come un evento di straordinaria portata, inatteso e
sorprendente: appena qualche giorno prima giornalisti e studiosi che indagano da anni con competenza e
seriet sulla societ e sulleconomia sovietiche scrivevano che i conti col PCUS bisognava farli e che sarebbe
ingenuo pensare che il PCUS fosse finito come partito (9).
Questa repentina uscita di scena pone immediatamente una questione: com potuto accadere? com
potuto accadere, cio, che un partito che la stragrande maggioranza dei politologi e dei sovietologi
definivano partito-re, partito che concentrava nelle sue mani lintero potere economico e politico di un
immenso Stato, quel partito che contava ancora tra i suoi iscritti ben 1.200.000 militari, abbia abdicato tanto
rapidamente, e praticamente senza opporre quasi resistenza, non solo al suo potere, presunto o reale che
fosse, ma alla sua esistenza stessa? Questione, questa, che ne pone necessariamente altre: che tipo di partito
era nella realt effettuale dellURSS il PCUS? e, cio, di quali interessi era portatore, quali strati sociali,
quali ceti (o classi?) rappresentava? In che rapporto si collocava con quella classe operaia di cui si
proclamava rappresentante e avanguardia? Che ruolo giocava in esso il riferimento allideologia, al
marxismo-leninismo? Come si trasformato questo partito negli anni della perestrojka, quali processi
molecolari sono intervenuti che ne hanno minato alla radice la forza di coesione e lo hanno, letteralmente,
disfatto? E, last but not least, perch tanto accanimento da parte delle forze liberal-radicali, in URSS e in
Occidente, nella impresa maramaldesca di ammazzare un morto (10)?

91

2. Il partito comunista in URSS da Lenin a Brenev


Il partito comunista dellUnione Sovietica, al di l dei principi e dellideologia proclamati, certamente
non era pi da lungo tempo il partito che Lenin aveva teorizzato e contribuito a costruire e che era stato la
forza dirigente nella rivoluzione dOttobre e nei primi anni che ad essa seguirono. I bolscevichi allora, come
si evince da un documento del 1919, si preoccuparono di distinguere il ruolo di direzione politica del partito
dalla gestione e dallamministrazione dello Stato.
E non era certo pi neppure quel partito di Stalin basato sulla fede e su una disciplina ferrea (11), che
aveva imposto - al prezzo di immani sacrifici per le masse e gestendo, sotto la pressione dellemergenza, le
contraddizioni in seno al popolo alla stessa stregua di contraddizioni antagonistiche - i ritmi di
industrializzazione bolscevichi dei primi piani quinquennali, che in un decennio trasformarono
radicalmente un paese arretrato in una potenza militare in grado di sconfiggere con le proprie forze lesercito
hitleriano. Lindustrializzazione del paese per costruire le basi materiali del socialismo, a ritmi accelerati e
a qualunque costo, repressioni e terrore compresi, era lo scopo principale introiettato dai quadri del partito, in
cui si mescolavano coercizione e consenso attivo, dittatura ed egemonia, obbedienza passiva alle direttive
gerarchiche e senso orgoglioso dellappartenenza al partito. Quel partito che la costruzione staliniana del
marxismo-leninismo e il Breve corso di storia del partito comunista (bolscevico) cementavano
ideologicamente.
Il partito che invece prende forma negli anni successivi, e si struttura con Brenev, il partito chiamato a
gestire un sistema economico-sociale che, come scrive Boris Kuravili, esteriormente uguale al
meccanismo economico degli anni Trenta-Quaranta, avendone per perso il carattere sistemico e insieme ad
esso lefficienza. Lattuale meccanismo economico si trasformato in una parvenza intrinsecamente
scoordinata e decomposta del meccanismo del periodo straordinario di sviluppo, la brutta copia di
quello staliniano (12): il marxiano Zweck der Produktion, lo scopo della produzione del sistema
brezneviano sembra essere non tanto quello dei ritmi accelerati dello sviluppo economico, quanto, piuttosto,
il mantenimento di un articolato e complesso compromesso sociale, un compromesso sovietico per il
consenso organizzato, con contrattazioni informali ed equilibri di volta in volta raggiunti: tra dirigenti
dimpresa e operai; tra impresa nel complesso (dirigenti, tecnici, operai), da un lato, e Gosplan (comitato per
la pianificazione statale) e ministeri economici dallaltro; tra Gosplan e ministeri; tra apparati ministeriali e
apparati di partito; tra lites dirigenti delle singole repubbliche e il centro dellUnione; tra dirigenza
repubblicana e popolazione (13). Il partito si configura come il luogo di questo compromesso, che
sopportabile e funziona finch ci sono risorse disponibili da ridistribuire, ma rischia di divenire precario, a
partire dalla met degli anni 70, per la sensibile riduzione dei ritmi di crescita, fino alla stagnazione. La
pratica di questo compromesso e della contrattazione informale allenta necessariamente i vincoli di
disciplina, fa s che le direttive del centro e degli organi superiori vengano sistematicamente eluse o applicate
solo in parte, favorisce la corruzione e una situazione di ipocrisia generalizzata, a doppio fondo, in cui regola
e non pi eccezione che lagire effettivo dei singoli soggetti diverga sempre pi dai principi proclamati: il
richiamo allideologia si fa via via pi formale, relegato in dibattiti accademici.
oggi ampiamente diffusa lopinione che il PCUS non fosse altro che un grande contenitore di
burocrati, opportunisti, carrieristi; come inevitabilmente succede a qualsiasi partito non sottoposto agli
stimoli della competizione elettorale [...] i suoi iscritti non erano militanti, ma uomini dellapparato,
interessati pi alla conservazione che alla perestrojka (14); con lesclusione dei giovani giovani e degli
anziani legati al passato, le ragioni delliscrizione al PCUS erano molto simili a quelle che sospingono molti
meridionali a votare DC (15). Ma tale lettura - che fa comodo, in fondo, anche a una sinistra che, pi che
fare i conti con la storia, propensa a chiuderli per riscriverla totalmente ex novo - appare eccessivamente
schematica e unilaterale. Se diamo la parola a uno studioso, certo non sospetto di simpatie brezneviane, il
quadro appare diverso. Nel 1987 Zdenek Mlynar, ex segretario del partito comunista cecoslovacco che, in
esilio a Vienna, dirigeva un centro di ricerca sulla crisi dei sistemi di tipo sovietico, stimava in poco pi del
25% gli iscritti al PCUS che svolgevano funzioni nellapparato del potere statale, mettendo nel conto tutte le
funzioni direttive e di governo, dalle pi basse alle pi alte e in tutti i campi, dagli apparati politici alle forze
armate alla polizia, fino agli apparati di direzione delleconomia. Il partito si sovrappone parzialmente
allapparato di governo, ma non soltanto un apparato di potere; la restante maggioranza degli iscritti non
pu identificarsi con llite del potere: Molti prendono la tessera perch ci vantaggioso per lesercizio
della professione, per la carriera. E questo vale per tutta una serie di lavori che esigono una qualificazione di
grado universitario: dai settori scientifici (nel campo delle scienze sociali liscrizione al partito condizione,
di fatto, della possibile carriera), allinsegnamento, al giornalismo, alla medicina, ad altre occupazioni
privilegiate fino a quelle dellintellettualit tecnica. Il forte aumento di iscritti - dai meno di 7 milioni alla

92

morte di Stalin ai quasi 20 milioni di oggi - si spiega [...] soprattutto con la crescita di quegli strati sociali per
i quali il lavoro qualificato e quindi lesercizio di professioni con maggiori privilegi sono legati alliscrizione
al partito. Stimando che questi gruppi rappresentino il 30% dei tesserati, operai e kolchoziani costituiscono il
resto. Nel PCUS, prosegue Mlynar, vi un ampio ventaglio di interessi sociali, di punti di vista diversi, e
decisamente non sono soltanto interessi e punti di vista dellapparato del potere o della direzione. Il
problema chiave allora di vedere se, in questa situazione, allinterno del partito esiste la possibilit che
lapparato di potere e di direzione sia efficacemente controllato dagli altri strati sociali, o se, al contrario, gli
interessi di questi ultimi vengano subordinati ai punti di vista dellapparato del potere, legato alllite
governante. E, in sostanza, la questione della democrazia interna al partito (16).
Anche lespressione partito-Stato, entrata da tempo nelluso comune per designare il PCUS, dice
troppo e troppo poco a un tempo. In un discorso del 19 giugno 1986 Gorbaev denunciava che per il
Gosplan non vi autorit, non vi segretario generale, n Comitato centrale. I suoi funzionari fanno quel che
vogliono (17). Questammissione importante: il partito-Stato brezneviano non affatto un monolite, il suo
centro non controlla e non esercita un potere effettivo e totale su tutti gli apparati statali. Nel caso su citato
lo Stato-partito che si autonomizza dal partito-Stato.
3. Il PCUS nella perestrojka
Possiamo distinguere due fasi della perestrojka, ponendo lanno 1988 come spartiacque ideale.
Nella prima assistiamo a un tentativo di riforma economica allinterno di un sistema che conserva una
propriet statale pressoch generalizzata e una pianificazione centralizzata (anche se resa flessibile e
modificata in senso indicativo e non imperativo); riforma che sintende introdurre in un sistema politico che
si vuole in continuit-rinnovamento con la rivoluzione dOttobre e la costruzione del socialismo (18). Il
partito comunista non messo in discussione, anzi chiamato a farsi promotore del rinnovamento, dando
voce alla gente (glasnost), sviluppando la democrazia socialista al suo interno e nella societ. questo il
compito che il 27 Congresso (febbraio 1986) si pone. Tra il 1986 e il giugno 1988, quando si svolge la XIX
Conferenza di organizzazione del PCUS, si apre allinterno del partito, sui suoi organi di stampa, presso gli
istituti scientifici del Comitato Centrale, un vivace dibattito non solo sulla riforma economica (cui dedicato
il Plenum del giugno 1987), ma sul modo in cui avvenuta la costruzione della societ sovietica, in
particolare sul periodo di Stalin (19), sulle cause strutturali dellorigine del burocratismo, sullautogestione e
lautogoverno delle masse (samoupravlenie era allora una parola che sincontrava spesso), sul ruolo del
partito comunista, sulla possibilit di uno sviluppo della democrazia allinterno di un sistema monopartitico:
ancora nel 1988 il filosofo Anatolij Butenko scriveva che si pu avere un unico partito politico ed essere una
societ pi democratica di quelle che ne hanno dieci (20). Si rivaluta, sulla scia del partito comunista cinese,
il ruolo di Bucharin, i cui scritti cominciano ad essere pubblicati sul Kommunist (21) e poi in volumi di opere
scelte. anche presente la tendenza ad approfondire la conoscenza di autori marxisti quali Gramsci e
Lukcs, il patrimonio teorico dei quali viene ritenuto fondamentale per la costruzione di una societ
socialista sviluppata (22). Il partito registra la presenza, al suo interno, di una lotta ideologica molto aspra
(che riguarda soprattutto la lettura della propria storia e di quella del paese), ma questo appare un segno di
grande vitalit, come non si conosceva da anni, e come mostra la XIX Conferenza, nel corso del d ibattito che
la prepara (ivi compresa la critica radicale ai processi in corso, soprattutto nellambito ideologico-culturale,
espressa da Nina Andreeva) (23) e durante lo svolgimento dei suoi lavori (incluso lo scontro Elcyn-Ligaev
sui privilegi degli apparati). La XIX Conferenza, che si apre con lo slogan di sapore leniniano del Tutto il
potere ai Soviet (in sostanza i consigli municipali e i parlamenti repubblicani, fino al Congresso
dellUnione), traccia le linee fondamentali per una riforma costituzionale che avvii una separazione delle
funzioni tra Stato e partito. Il partito in questi anni non sembra affatto un cadavere vivente, ma il centro e il
motore politico di iniziative destinate a mutare rapidamente e radicalmente la societ sovietica.
Si vara nel dicembre 1988 la riforma elettorale, che porter nel marzo 89 alle elezioni del nuovo
Congresso del popolo. Il voto non in genere favorevole agli uomini dellapparato, vi unecatombe di
primi segretari di partito; a Mosca vi la vittoria plebiscitaria di Elcyn, uomo del PCUS che si presenta
come il fustigatore inesorabile dei privilegi, ai danni di Zajkov, segretario del PCUS moscovita, che verr,
per questo, sostituito dallallora gorbacioviano (e poi accusato di golpismo) Prokofev. Ma uno scontro che
si svolge quasi del tutto allinterno dello stesso partito. come se una parte del partito abbia voluto punire,
col voto, una parte dellapparato di partito che anche apparato di potere. un voto, in generale, contro
quellapparato, non un voto contro il comunismo, n per un programma di privatizzazioni rapide o per
leconomia di mercato (di cui nessuno ancora parla esplicitamente). Basta vedere i programmi elettorali

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con cui si presentano i candidati (la stragrande maggioranza dei quali appartiene al PCUS): si tratta spesso di
programmi vaghi o localistici e parziali; limpegno per la democrazia e la glasnost, la pulizia e lonest, il
rifiuto della corruzione, o anche la salvaguardia dellambiente, una migliore organizzazione dei trasporti e
della distribuzione dei beni di consumo. Le conseguenze del voto si riflettono immediatamente nel Comitato
centrale, da cui, nel Plenum di aprile del 1989, ben 114 membri tra effettivi e supplenti vengono
dimissionati. Il partito, comunque, continua ancora per qualche tempo ad essere luogo di iniziativa e lotta
politica, vede accrescersi il numero dei suoi iscritti, anche se non con lo stesso ritmo registrato negli anni
brezneviani. Deve registrare qualche abbandono, ma non rilevante: 4.000 nel 1987, 18.000 nel 1988 (24).
Gli abbandoni sono molto pi consistenti nel corso del 1989 (136.000), e, dato ancor pi significativo, il
58% costituito da operai (25). Ma non solo di questo si tratta. Linsoddisfazione operaia si apertamente
manifestata nei grandi scioperi dei minatori dellestate dell89, nelle proteste di massa e negli assalti alle sedi
di partito di molte citt importanti (Sverdlovsk, Volgograd, Tjumen), in cui interi comitati di partito avevano
dovuto dimettersi. Cosa c alla radice della frattura tra classe operaia e partito, che sembra consumarsi in
questi anni? Si pu formulare lipotesi che la causa principale dellabbandono e della rivolta operaia siano
state le riforme economiche introdotte dalla perestrojka, che rompevano il vecchio compromesso
brezneviano, ponevano - con la prospettata ristrutturazione delle imprese - i lavoratori in una posizione di
insicurezza riguardo il proprio futuro, riducevano il loro potere dacquisto. Salvo le parole sulla restituzione
ai lavoratori dei loro effettivi poteri di soggetti della propriet sociale, e alcuni articoli - rimasti in gran parte
disattesi - della legge sullimpresa statale (entrata in vigore nel gennaio 1988), che riconoscevano ai collettivi
di lavoro il diritto di elaborazione del piano e lelezione del direttore dimpresa (26), il PCUS della
perestrojka non elabora alcuna politica seria per la classe di cui si pretende il rappresentante e garante.
A partire dall89 - e molto pi apertamente negli anni successivi - nel PCUS convivono di fatto pi
partiti, con progetti, programmi, ideologie, organigrammi e apparati, nonch organi di stampa (un baratro
ormai separa le Izvestija da Sovetskaja Rossija), diversi e contrapposti. Sarebbe interessante studiare nei
dettagli come e perch questo sia avvenuto. Non si trattato solo dello scontro tra innovatori e
conservatori che fa parte della dialettica interna di un partito. avvenuto un colossale passaggio di campo
ideologico e politico, uno spostamento, agli inizi molecolare, e che ha assunto in seguito i caratteri di un
fiume in piena. Una buona parte dellintelligencja e dellapparato del PCUS, che ancora nell88 si schierava
per una riforma del socialismo, che rifiutava un marxismo ossificato e dogmatico in nome, per, dello
sviluppo creativo del marxismo, si ritrova, dopo qualche anno, dallaltra parte della barricata: da Elcyn,
uomo dapparato, che fa carriera attraverso lapparato, e che, in nome dei principi del comunismo si presenta
come paladino della lotta contro la burocrazia, e, appena mette piede negli USA o in Giappone, scopre le
magnifiche sorti e progressive del capitalismo; fino a - buon ultimo - quellAleksandr Jakovlev, il teorico
della perestrojka, che qualche giorno prima del fallito putsch si dichiara deluso dal marxismo.
La formazione di un partito liberal-borghese nel PCUS incontra evidentemente un terreno fertile: la
burocrazia che si arricchita attraverso la corruzione e trova la possibilit di veder riconosciuti legalmente attraverso il pieno riconoscimento della propriet privata - le ricchezze acquisite; leconomia nera e parallela
che pu venire ora chiaramente allo scoperto. Un ruolo fondamentale in questa conversione di massa al
neoliberismo (si pensi che leconomista atalin, che proponeva il passaggio alleconomia di mercato in 500
giorni, era, fino ai primi anni Ottanta, un acceso sostenitore del dirigismo dallalto e della centralizzazione
pi spinta) pu aver giocato lesito delle trasformazioni politiche dell89 in Europa centro-orientale, che
passano rapidamente da un progetto di comunismo riformatore alla messa al bando di qualsiasi forma di
socialismo. Ma sulle ragioni profonde di questa trahison des clercs andrebbe avviata una ricerca seria,
ricorrendo anche ad alcune fondamentali categorie gramsciane: a quale classe (nazionale o mondiale) sono
organici i nuovi intellettuali della perestrojka?
Andrebbero indagati a fondo anche i contorni dellaltro partito che si costituisce dentro il PCUS e che
passa sotto il nome di conservatori. Possiamo accontentarci della spiegazione - Leit Motiv e luogo comune
della pubblicistica degli ultimi anni Ottanta - che vede in essi essenzialmente i difensori dei privilegi e delle
posizioni di potere di cui godevano gli apparatiki? La tattica che i conservatori seguono appare molte
volte contraddittoria e suicida. Solo una parte di essi tende a rapportarsi ai lavoratori, con la creazione tra
l89 e il 90 dei Fronti Uniti dei Lavoratori, agitando la parola dordine della difesa sociale degli strati pi
deboli. Ma i conservatori tendono in linea di massima a presentarsi piuttosto che come partito che difende
gli interessi della classe operaia, come partito dellordine: nellaprile del 91, in occasione degli scioperi dei
minatori - che, egemonizzati dai radicali, avevano assunto un carattere direttamente politico di attacco al
governo - Polozkov, segretario del PC russo (costituitosi nellestate del 90 per creare unorganizzazione che
contrastasse i radicali e rilanciasse il ruolo del PCUS), chiede provvedimenti contro gli scioperanti.
Solo una minoranza allinterno del PCUS si esprime chiaramente in termini di classe (26).

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Tra il 1990 - in particolare dopo lo strano esito del 28 Congresso (luglio 90), dal quale tutto lasciava
presagire una scissione che non ha poi avuto luogo - e il 1991 si consuma la crisi del PCUS: la caduta di
iscrizioni e la restituzione di tessere assume andamento catastrofico. Ma questo il segno, anche, che il
PCUS ha perso gran parte del suo potere effettivo, non governa i municipi di Mosca e Leningrado,
allopposizione in molte repubbliche; si sono formati, a partire dalle repubbliche baltiche, partiti comunisti
nazionali separati dal PCUS. Ma soprattutto nelle imprese e nelle Unioni industriali che il partito (che gi
pi partiti in uno, e si comporta schizofrenicamente, paralizzato nella sua iniziativa) vede scemare
sensibilmente la sua influenza e la sua presa. Se ancora nell86 Gorbaev poteva denunciare come
scandaloso il comportamento degli organi del Gosplan che non rispettavano lautorit del Comitato centrale,
nel 90-91 intervenuta oramai una frammentazione e autonomizzazione delle repubbliche, dei consorzi
industriali, delle singole imprese. Nessuno ascolta pi gli ordini o le raccomandazioni del Centro.
Come e perch questo processo di decomposizione sia intervenuto in modo tanto rapido meriterebbe una
trattazione pi attenta e meditata. Andrebbe studiato il nascere e rafforzarsi di nuove figure sociali di
imprenditori allinterno stesso del partito (come il cooperatore Tarasov, divenuto miliardario in pochi
mesi). E andrebbe considerato con attenzione anche il ruolo svolto dalla rottura dellideologia precedente,
che era s recepita in modo sempre pi formale, ma costituiva, nondimeno, il sostrato e lorizzonte entro il
quale si muoveva il senso comune della gente sovietica, quel senso comune dellepoca brezneviana - fatto di
situazione a doppio fondo e di certezze sociali - che viene scalzato alla radice negli anni della perestrojka.
4. Mondializzazione del capitale e distruzione del PCUS
Il capitale transnazionale, nuova forma di sviluppo del capitale, capitale mondializzato, ha bisogno, per
la sua espansione, di spezzare i precedenti assetti degli Stati, di creare strutture statuali il pi possibile
permeabili alla sua penetrazione, interfacciabili, compatibili con il suo sistema. Da qui lesigenza di
impedire - con la guerra economica e la guerra fredda contro lURSS e i paesi dellex blocco orientale o la
guerra calda e micidiale contro lIraq - la possibilit stessa di esistenza di centri statuali ed economici in
qualche modo autonomi. Un filo rosso lega la distruzione di Bassora e Baghdad e la disintegrazione del
vecchio assetto europeo emerso dal 1945, dallURSS alla dilaniata Jugoslavia.
La permanenza del PCUS rendeva anomala la situazione dellURSS rispetto a quella degli altri paesi
dellEuropa centro-orientale dopo i cambiamenti del 1989, dove si era rapidamente passati da una prima fase
di rivoluzione democratica ma non antisocialista (si pensi ad esempio ad alcune forze riunite in Neues
Forum che si battevano per il mantenimento di una DDR autonoma e non capitalistica) ad una seconda fase
di controrivoluzione e restaurazione borghese (28). Per le caratteristiche assunte nel corso del tempo dal
PCUS, per lintreccio profondo che si era istituito tra partito e Stato, la sua uscita di scena appariva un
elemento essenziale per sancire - in modo politico, ma anche simbolico e dimmagine - una rottura di
continuit con il precedente assetto statuale costituitosi in seguito alla rivoluzione dOttobre. Questa rottura
di continuit aveva bisogno non solo di una semplice messa fuori gioco dalla scena politica del partito
comunista in quanto tale (essa era per una parte gi avvenuta e ed era, per la restante, iscritta nelle previsioni
per il futuro), ma anche della sua totale criminalizzazione (29). E occorreva additare il partito comunista
come il principale responsabile non solo del fallito putsch, ma anche di tutti i mali di cui la societ sovietica
aveva sofferto e soffriva, come la piovra (cos abitualmente lo designava la stampa eltsiniana) che
soffocava con i suoi tentacoli lintera societ, perch bisognava - per questa rottura di continuit col vecchio
Stato, per la formazione di un nuovo Stato omologo al modello richiesto dalla forma attuale di sviluppo del
capitale - condannare definitivamente e senza appello lidea di comunismo. Lattacco dunque viene rivolto
non solo contro quel determinato partito, che nel corso del tempo si era trasformato, burocratizzato, involuto,
ma contro il comunismo, il progetto comunista in s. Il ritorno di Leningrado al vecchio nome (neppure di
Pietrogrado, ma di Sankt Peterburg), la riassunzione della bandiera zarista, labbattimento delle statue di
Marx ed Engels, Sverdlov e Lenin, sono atti che conferiscono alla rivoluzione dagosto russa un
inequivocabile segno di destra, non certo di emancipazione e liberazione da un dominio.
Questo passaggio era un evento atteso e preparato da forze che, come quelle riunite attorno a Elcyn,
nonostante non avessero un partito formalmente costituito, erano tuttavia ben organizzate (non si vince,
neppure in URSS, una campagna elettorale per la presidenza armati esclusivamente di buona volont e di
coraggio siberiano): nei comizi di Elcyn e Popov del 22 agosto il PCUS viene subito additato come il
principale e diretto artefice del putsch, il cui scopo principale - dichiara il sindaco di Mosca nel suo
intervento alla seduta del soviet di Mosca del 22 agosto - era restituire il potere al PCUS (30). Lobiettivo
del controgolpe dunque lopposto: togliere tutto il potere al PCUS. La piovra del PCUS ha smesso di

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vivere titolava trionfale Kuranty del 27 agosto, compiacendosi - non senza qualche ironia - della rapida
evoluzione delle opinioni di Gorbaev su quanto accaduto. Lessenza della rivoluzione russa del 91,
scrive V. Starkov, era proprio in questo, nelleliminazione del potere del PCUS: in ci la rivoluzione dagosto
si iscrive in quelle dei paesi dellEuropa centro-orientale e ha il merito di una sua originalit: non stata n
sanguinosa come quella rumena, n di velluto, come quella cecoslovacca (31). Eppure la responsabilit del
PCUS (che erano gi diversi partiti in uno) nellorganizzare il golpe non maggiore della sua responsabilit
per averlo fatto fallire negando ad esso il suo appoggio ufficiale.
La rottura del precedente assetto statuale passa attraverso la rottura definitiva - traumatica e fortemente
spettacolare - della precedente ideologia a quello Stato legata, per poter dare legittimazione ad unaltra
ideologia di Stato, quella di mercato e libert. Anche in URSS, dunque, a due anni di distanza dall89,
avvenuto il passaggio alla seconda fase.
Note
1. Si veda ad esempio il titolo del Corriere della sera del 23.8.1991.
2. Le Figaro Magazine, 7 settembre 1991.
3. Cfr., ad esempio, Vittorio Strada sul Corriere della sera del 23.8.1991.
4. Cfr. LUnit, 29.8.1991.
5. Cfr. Repubblica, 25.8.1991.
6. Con alcune significative eccezioni, come quella dei firmatari del documento pubblicato sul Manifesto
del 28.8.1991.
7. Come lo ha definito K. S. Karol sul Manifesto del 12.9.1991.
8. Cfr. Il Manifesto 6.9.1991.
9. Cfr. larticolo di O. Sanguigni, in Il Manifesto, 23.8.1991.
10. Come scrive G. Prestipino, Il Manifesto, 11.9.1991.
11. Cfr. K. S. Karol, Il Manifesto, 12.9.1991.
12. Cfr. la rivista EKO dellIstituto di Economia di Novosibirsk (in cui hanno lavorato alcuni dei
principali sostenitori della perestrojka, come A. Aganbegjan), trad. it. in Il difficile sentiero della perestrojka,
Liguori, Napoli, 1990, pp. 65, 68.
13. Su questo tema, cfr. M. Cox e altri, Il compromesso sovietico, Feltrinelli, Milano, 1977; Rita Di Leo,
Operai e sistema sovietico, Laterza, Bari, 1969; V. Zaslavsky, Il consenso organizzato - la societ sovietica
negli anni di Brenev, Il Mulino, Bologna, 1981.
14. Cfr. G. Pasquino, LUnit, 28.8.1991.
15. Cfr. Rita Di Leo, LUnit, 11.9.1991.
16. Cfr. Il progetto Gorbaciov, allegato a Rinascita del 23.5.1987, pp. 35-36; il corsivo mio (a. C.)
17. Riportato da S. Cohen in Il progetto Gorbaciov, op. cit., p. 158.
18. Si veda il discorso di Gorbaev nel novembre 1987 per il 70 anniversario dellOttobre.
19. Si vedano ad esempio le relazioni al Convegno moscovita sullelaborazione di una nuova
concezione del socialismo dellaprile 1987, in Voprosy Filosofii, 1988 n. 11, pp. 31-71.
20. Cfr. il bollettino dellagenzia Novosti, 3.3.1988.
21. Cfr. Kommunist, 1988, n. 2.
22. Il clima politico-culturale del tempo mi sembra venga abbastanza rispecchiato nellintervista ad
Anatolij Butenko, in A Sinistra, 1989, n.3.
23. Cfr. Non posso venir meno ai principi, Sovetskaja Rossija, 13.3.1988 (trad. it. in N. A. Andreeva, I
principi non regalati, Quaderni di Nuova Unit, Lecce-Teramo, 1995, pp. 11-30).
24. Cfr. O. Sanguigni, Il Manifesto, 7.2.1989.
25. Cfr. O. Sanguigni, Il Manifesto, 28.6.1990.
26. Diritti di cui i lavoratori sovietici si sono ricordati in seguito, quando una successiva legge li ha
privati di essi; cfr. il documento elaborato dallUnione dei collettivi di lavoro nel loro congresso costitutivo
del dicembre 1990, in La contraddizione, 1991, n. 26.
27. Cfr. gli scritti di Nina Andreeva del 1988-1991, ora raccolti in I principi non regalati, op. cit.. Su un
versante che invece problematizza lesperienza del passato e ripropone un comunismo critico si colloca la
Piattaforma dei club marxisti del PCUS, presentata nella primavera del 90 per il 28 Congresso, Pravda,
16.4.1990 (unampia sintesi pubblicata in Marxismo oggi, 1990 n.1/2).
28. Vi sono forze, come ad esempio la maggioranza dellitaliano PDS, che tendono a confondere
sistematicamente i due momenti, etichettando il tutto come rivoluzione democratica.

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29. Questa operazione ideologica di riduzione di tutta lesperienza a crimine contro lumanit continua
ancor oggi con Le livre noir du communisme (di S. Courtois et alii, R. Laffont, Parigi, 1997).
30. Cfr. Kuranty 23.8.1991; il numero si apre con le parole dordine: Debolscevizzare lo Stato +
departitizzare il presidente di tutto il paese.
31. Cfr. Argumenty i fakty, n. 33. Il settimanale, insieme ad altre dieci testate, usc nei giorni del fallito
putsch in unobaja gazeta, un giornale comune. Cfr. larticolo. La rivoluzione russa dellanno 1991, la
nostra variante.

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Il dibattito su Stato e democrazia al crepuscolo dellUnione Sovietica

Lattuale iperpresidenzialistica costituzione della Federazione russa stata partorita dai bombardamenti,
nellottobre 93, di un parlamento eletto in condizioni di pluripartitismo, accompagnati dal massacro di
migliaia di cittadini in pieno centro di Mosca. Il democratico Elcyn, quando la demagogia populistica non
pi sufficiente, risolve a colpi di cannone il conflitto politico-sociale (o etnico-nazionalistico, come in
Cecenia).
Negli anni seguiti alla liquidazione cruenta dellopposizione parlamentare (caso unico nellEuropa
postcomunista, salvo che - ma in forme diverse e meno plateali - nellAlbania di Berisha) si andato
consolidando un regime che garantisca i profitti dei supermonopoli (russi e occidentali: si pu ben dire che
il capitale, non ha nazione) a detrimento di una popolazione ridotta in gran parte alla fame. Un regime che
tende al controllo completo dellinformazione sui mass media, che limita, grazie anche al costo divenuto
proibitivo rispetto al passato sovietico di libri e altri beni culturali, la possibilit di accesso alla formazione
culturale della popolazione (la stessa scuola dellobbligo stata ridotta di due anni), lontano anni luce da
quella cosiddetta glasnost cui si appellavano tanto i democratici nel periodo gorbacioviano. Lesistenza di
un numero incredibilmente elevato di guardie armate private, di corpi speciali di polizia sottratti ad ogni
controllo dellautorit giudiziaria e luso fortemente discrezionale della polizia rendono una frase priva di
senso il richiamo a quello Stato di diritto che Gorbaev proclamava di voler instaurare in URSS. La Russia
doggi, con lo strapotere dei supermonopoli e delle grandi organizzazioni mafiose che da essi promanano,
con la sua costituzione iperpresidenziale che concede poteri di pura facciata al parlamento, ancora
lontanissima dallaver raggiunto le condizioni minime di una democrazia parlamentare borghese che i
democratici dellera gorbacioviana proclamavano come loro obiettivo primario, contrapponendola al
partito-Stato sovietico, al sistema amministrativo di comando.
Se solo proviamo a confrontare i contenuti e lampiezza del dibattito teorico-politico in URSS negli anni
1987-1990 con il vuoto e la miseria del presente, si ha chiara nozione di quanto le cose siano peggiorate. Con
ci non si vuol fare alcuna apologia retrospettiva di Gorbaev, che - come la popolazione russa ha mostrato
di aver compreso nelle ultime elezioni presidenziali del 1996, in cui lex presidente dellURSS ed ex Gensek
del PCUS ha ottenuto una percentuale infima di voti - va considerato come uno dei maggiori responsabili
della rovina presente. Si vuol solo ribadire che lattuale regime russo ha soffocato e appiattito non solo la
sostanza della democrazia, ma anche la riflessione teorica e il dibattito sulla democrazia, riflessione che
invece si era affacciata in URSS, e non solo nel periodo gorbacioviano, in forme non becere e quantomeno
degne di un certo interesse. Anche perch la fase che precede lo smantellamento di uno Stato, proprio per il
fatto che la distruzione di uno Stato richiede che vengano minate le basi ideologiche su cui esso si fonda,
pi ricca di analisi critiche sulle questioni del potere e delle istituzioni, sul senso da dare ai fondamenti dello
Stato stesso. Allinizio della perestrojka (1985-1990), la critica allideologia brezneviana del socialismo
sviluppato non si presentava subalterna allideologia capitalistico-borghese dello Stato e della democrazia,
come avverr in seguito. Non era stato, cio, cancellato lo spartiacque tra democrazia borghese e
democrazia socialista, in una generica esaltazione della democrazia, con cui si assumeva tout court il
modello capitalistico-occidentale. La riflessione sulle forme della democrazia non rimuoveva quella sul suo
contenuto economico-sociale.

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Pu essere utile ripercorrere rapidamente alcuni temi del dibattito che si svolse nella seconda met degli
anni 80 in URSS.
1. La democrazia economica socialista
Il dibattito teorico-politico che si sviluppa a ridosso della XIX Conferenza del PCUS (giugno 1988)
rappresenta per molti versi il punto pi alto delle elaborazioni e delle proposte di superamento, allinterno di
una prospettiva socialista, della degenerazione burocratica della societ sovietica, quando si ancora alla
ricerca di una via originale, e non di marca americana, per dirla con Gramsci. la fase in cui unala della
perestrojka sviluppa il discorso sulla propriet sociale socialista in inscindibile connessione con quello
sullautogoverno (samoupravlenie) socialista (1).
1.1 Nazionalizzazione dei mezzi di produzione e socializzazione reale.
Nella sua relazione al XXVII Congresso del PCUS (febbraio 1986) Gorbaev sottolinea la grande
attualit del problema della propriet socialista in quanto base del nostro ordinamento sociale. Il rapporto
con la propriet, sostiene allora, viene modellato innanzitutto dalle condizioni concrete in cui luomo
posto, dalle possibilit che egli ha di influire sulle condizioni della produzione, sulla distribuzione e
utilizzazione dei risultati del lavoro. Gorbaev propone quindi di rivitalizzare i collettivi di lavoro (sanciti
dalla Costituzione del 1977) e di responsabilizzarli ai risultati dellattivit economica della loro impresa. I
lavoratori devono sentirsi padroni effettivi delle condizioni di produzione, nella consapevolezza che i
ministeri, gli enti, gli organismi territoriali non sono i proprietari dei mezzi di produzione, ma solo istituti
dellamministrazione statale, responsabili dinanzi alla societ delluso efficiente del patrimonio del popolo
(2).
Queste affermazioni aprono la strada alla critica dellidentificazione di statizzazione e socializzazione. La
statizzazione, scrive Butenko, era concepita da Marx, Engels, Lenin, unicamente come il primo atto di un
lungo e travagliato processo che avrebbe dovuto portare alla socializzazione effettiva. Mentre il problema
principe del socialismo nella soppressione dellopposizione tra lavoro manuale e intellettuale, tra dirigenti e
diretti, tra funzioni di esecuzione e di comando (il che possibile con la trasformazione dei produttori
immediati in compossessori e amministratori reali dei mezzi di produzione), lesperienza sovietica stata
caratterizzata, invece, dallesaltazione della potenza dello Stato, dalla fede nella capacit del suo apparato di
realizzare in piena indipendenza, senza la partecipazione dei produttori diretti, il passaggio dalla
nazionalizzazione alla socializzazione. Divenne cos un luogo comune delleconomia politica del
socialismo sostenere che con la nazionalizzazione si erano affermati gi i nuovi rapporti di produzione
socialisti, mentre la nazionalizzazione ne costituiva semplicemente uno dei presupposti (3).
Il problema del socialismo : come far s che la propriet sociale sia effettivamente tale? La teoria
sovietica del socialismo reale sosteneva che in URSS ogni produttore diretto era, al tempo stesso,
proprietario dei mezzi di produzione. Ma, sostiene Butenko, in qualsiasi formazione economica non basata
sulla produzione individuale - in cui le funzioni di possessore e produttore diretto sono due funzioni distinte
di uno stesso individuo - il rapporto tra proprietario e produttore si stabilisce attraverso un complesso di
mediazioni, di anelli intermedi, che collegano le due figure e le due funzioni. Il modo in cui si realizza il
rapporto tra proprietario e produttore diretto viene determinato dal (e a sua volta determina il) modo di
produzione materiale, dal livello di sviluppo delle forze produttive. uno specifico rapporto di produzione.
Nel capitalismo, la separazione tra propriet e produzione di tipo antagonistico: il proprietario privato, in
quanto padrone delle condizioni di lavoro e della forza-lavoro che ha acquistato dal lavoratore, si
contrappone al produttore diretto. Ma una separazione tra propriet e produttore diretto deve darsi anche nel
socialismo, che si fonda, per definizione, sulla propriet collettiva dei mezzi di produzione e non sulla
produzione privata individuale. Il socialismo si presenta, anzi, con un tratto peculiare, comune alle
formazioni caratterizzate da una propriet collettiva: i singoli partecipanti al processo produttivo, e al
processo economico in generale, sono comproprietari, cio proprietari solo parziali di una propriet comune.
Questa situazione di compropriet implica una serie di conseguenze ed apre una serie di problemi spesso
trascurati in passato. Infatti, perch la situazione di compropriet si realizzi, necessario costruire un sistema
di anelli intermedi. Grazie ad essi, i comproprietari si uniscono per formare un proprietario unico,
superiore; le loro particolari funzioni di compropriet si fondono in una funzione generale di propriet. Ma
questo solo un lato, quello pi visibile, della questione; laltro, che il proprietario superiore, unico, che

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rappresenta i diritti dei compossessori, che esercita le funzioni generali, entra a sua volta in rapporto diretto
con ciascuno di essi in quanto produttori diretti. Il proprietario collettivo-superiore assume forza concreta nei
confronti dei singoli comproprietari concreti e le sue decisioni hanno valore di legge nei confronti dei singoli
comproprietari. Questaspetto della questione apre contraddizioni che, se non risolte correttamente, giungono
a snaturare il carattere stesso della propriet sociale. Inoltre, il sistema di anelli intermedi non pu essere dato
una volta per tutte, perch il rapporto del possessore delle condizioni di produzione con il produttore diretto
si modifica con lo sviluppo delle forze produttive, dei metodi di lavoro. In passato, prosegue Butenko, si
insistito, a proposito della propriet socialista, solo su un aspetto della questione, negativo per i singoli: la
compropriet implica che nessuno possa disporne autonomamente, singolarmente, senza il consenso e la
decisione comune di tutti gli altri comproprietari. Ma si trascurato laltro aspetto, positivo per il singolo,
che la propriet implica: e cio che essa non effettivamente tale se i tratti sostanziali della propriet possesso, uso, disposizione su di essa - si esplicano senza (se non contro) la volont del singolo. Ci
comporta che per definire una propriet socialista non sufficiente la sanzione giuridica della propriet di
tutto il popolo, ma occorre verificare di volta in volta i meccanismi concreti, reali, che rendono questa
propriet effettiva. Il discorso va dunque spostato su coloro che - in nome e per conto del popolo - gestiscono
la propriet sociale. Se questi, di fatto, si sostituiscono - o, addirittura, si contrappongono - ai singoli
comproprietari, si ha la burocratizzazione, per combattere la quale Butenko propone lo sviluppo della
democrazia economica socialista, cui si ispirano, anche se in modo contraddittorio, la legge sullimpresa
statale del 1987 e le proposte di sviluppo di cooperative nel settore dei servizi e della piccola produzione (4).
Il ruolo fondamentale e prioritario in questa fase rimane affidato alla propriet statale, di cui si chiede la
socializzazione reale, e alla propriet cooperativa; mentre un ruolo marginale assegnato alla propriet
individuale, cui non consentito, nella legge sullattivit lavorativa individuale, di assumere forza-lavoro
salariata.
1.2 Lanomalia sovietica
Per la comprensione di una determinata formazione economico-sociale, non pu essere sottovalutata la
questione dei rapporti giuridici di propriet. Una propriet statale generalizzata, se non ancora la
realizzazione di una propriet socialista (questa implica gestione effettiva da parte dei produttori del processo
economico della societ) pu costituirne tuttavia quello che Engels chiamava il mezzo formale (5).
La struttura economico-sociale sovietica si trovava, alle soglie della perestrojka, in una sorta di blocco
della transizione al socialismo: quel che possiamo definire la sua anomalia. Infatti, poich la propriet
statale generalizzata, nelle condizioni del moderno processo produttivo, non la propriet socialista, ma non
neppure la forma ideale per lo sviluppo capitalistico, se tale propriet statale non trapassa a propriet
effettiva di tutta quanta la societ - il che comporta pieno sviluppo e valorizzazione della creativit e
dellattivit di ciascun membro di essa, in quanto individualit libera - d vita anche a fenomeni regressivi
rispetto al capitalismo, il quale esalta - ma in misura limitata ad alcuni membri della societ in
contrapposizione con tutta quanta la societ - la determinazione positiva della libera individualit. In altri
termini: in condizioni di blocco prolungato della transizione, in cui stata soppressa la razionalit parziale e
di parte del capitale, ma non si imposta, al contempo, una nuova razionalit sociale, che sussuma sotto
tutta quanta la societ, con la socializzazione effettiva dei mezzi di produzione, la determinazione positiva
della libera individualit (che il capitalismo riserva solo ad alcuni), si sviluppano tutti quei fenomeni negativi
denunciati in passato dalla sovietologia occidentale e, durante la perestrojka con fortissimi accenti
autocritici, anche dalla pubblicistica sovietica: inefficienza, sprechi, bassa produttivit, scarsa innovazione
tecnologica, stagnazione produttiva.
Da tale blocco prolungato, da tale anomalia, era possibile uscire o in direzione di uno sviluppo del
socialismo, o cancellando lanomalia stessa, rappresentata dal sistema sovietico di transizione bloccata e
omologando questultimo alle strutture dellOccidente capitalistico. questa la strada che, a partire dal
1989-90, viene imboccata dal gruppo dirigente gorbacioviano (6).
1.3 Autogestione economica e sociale, autogoverno politico
Ritorniamo a quello che appariva unembrionale elaborazione di superamento allinterno di un progetto
socialista dellanomalia sovietica.

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Lesercizio del potere da parte dei lavoratori nella societ socialista - in cui si conserva la divisione della
societ in classi - esige, sostiene Butenko, un grande ampliamento della democrazia, caratterizzata da due
elementi di fondo:
A) Nel socialismo tutti i lavoratori sono compossessori dei principali mezzi di produzione, delle
ricchezze sociali; per questo il loro atteggiamento verso la produzione sociale e tutto il corso dello sviluppo
economico dipendono dal grado e dalle forme della loro partecipazione alla realizzazione delle funzioni di
direzione.
B) La democrazia socialista non solo un mezzo per dirigere lo sviluppo delleconomia, ma anche una
forma che consente ai lavoratori di esprimere la loro volont su tutte le questioni di vitale importanza.
precisamente grazie ad essa e attraverso essa che si sviluppano le qualit sociali, civili di ogni membro della
societ socialista (7).
I lavoratori, i loro collettivi e le loro organizzazioni giocano, dunque, il ruolo principale nel sistema
politico del socialismo, agendo come autoamministrazione socialista del popolo; e il partito comunista conclude Butenko - rimane la forza dirigente di questo sistema, orientando lattivit di tutti gli elementi del
sistema dellautoamministrazione socialista del popolo, cercando di far partecipare effettivamente le masse
agli affari di tutta la societ. Lo sviluppo sempre pi pieno della democrazia socialista porter
allautoamministrazione comunista dei lavoratori stessi, senza che alcun potere sia posto al di sopra di essi,
salvo il potere della loro propria unione (8).
Alla XIX Conferenza del PCUS (giugno 1988) Gorbaev prospetta una combinazione di democrazia
rappresentativa e democrazia diretta: necessaria unorganizzazione del potere e della gestione tale da far
s che lultima parola, quella decisiva, spetti sempre al popolo e che ai processi di autoregolazione e
autogoverno della societ si dischiudano i pi ampi orizzonti (9). E propone una distribuzione dei poteri fra
i principali gangli del sistema politico, in primis tra partito e Stato. Compito fondamentale diviene quello di
rigenerare la sovranit dei Soviet dei deputati del popolo, basandosi sul principio che nessuna questione di
ordine statale, economico o sociale pu essere risolta eludendo i Soviet (10). Al contempo, nel rafforzare i
Soviet, in quanto fondamento della democrazia rappresentativa, indispensabile creare le condizioni di uno
sviluppo generale della democrazia diretta: nei luoghi di produzione e residenza, nelle riunioni e assemblee
di cittadini, nel processo di discussione delle principali decisioni di interesse generale o locale [...] Possibilit
enormi si celano nello sviluppo di tutte le forme di autogoverno socialista del popolo. Da noi esiste gi la
base giuridica, politica e in una certa misura psicologica per il loro ampio dispiegamento, specie nei collettivi
di lavoro. Gorbaev insiste anche sul controllo operaio, quale garanzia decisiva per le masse contro
larbitrio, il soggettivismo e labuso di potere. Esso un tratto distintivo del sistema politico del socialismo,
organico al nostro ordinamento sociale (11). La combinazione di democrazia rappresentativa e democrazia
diretta viene proposta a diversi livelli del sistema politico-sociale: nelle organizzazioni sociali, con
assemblee generali e consiglio damministrazione o altro corpo eletto; nel collettivo di lavoro, con assemblea
generale del collettivo e consiglio del collettivo (12).
La XIX Conferenza sembrava quindi muoversi lungo una direttrice di sviluppo pieno della democrazia
socialista, puntando a combinare la restituzione ai lavoratori di un potere effettivo di decisione sulle
questioni della produzione e delleconomia, allinterno della propriet statale, con lattuazione di una reale
democrazia rappresentativa nei Consigli, dal Soviet Supremo dellUnione ai Soviet locali. Il discorso sullo
Stato di diritto (e Gorbaev si esprimeva allora nei termini di Stato socialista di diritto) sembrava
collocarsi allinterno di questo contesto, sottraendosi allastratto formalismo giuridico. Lo Stato di diritto,
sosteneva Gorbaev, consiste nel garantire concretamente la supremazia della legge. Nessun organo statale,
nessun collettivo, nessuna organizzazione di partito o di massa, nessun cittadino pu sottrarsi al dovere di
ubbidire alla legge. Come i cittadini sono responsabili dinanzi allo Stato di tutto il popolo, cos il potere
statale responsabile dinanzi ai cittadini. I loro diritti devono essere fermamente difesi da qualsiasi arbitrio
del potere e dei suoi rappresentanti (13).
2. Stato e societ civile
Il discorso sullo Stato di diritto si sviluppa in parallelo con una riflessione sulla societ civile
(gradanskoe obestvo).
2.1. La nozione di societ civile nel dibattito politico-giuridico sovietico

100

Tale espressione era, fino al 1987-88, pressoch introvabile nella letteratura politica sovietica, la quale
non solo non assumeva la riflessione gramsciana sulla societ civile, ma riteneva che il ricorso da parte di
Marx a tale nozione fosse circoscrivibile esclusivamente alla sua fase giovanile (14).
Il recupero della nozione di societ civile nella letteratura politica della perestrojka non ha alcun
legame esplicito con Gramsci, n tale tematica stata oggetto di studi particolari. Limpiego peculiare di tale
nozione da parte di Gramsci non era tuttavia ignoto. Su di esso avevano richiamato lattenzione al Congresso
gramsciano di Mosca del 1967 gli storici K. Cholodokovskij e B. Lopuchov. Il primo interpreta la societ
civile come sistema complesso di organizzazioni e istituti privati non statali, tra i quali i pi importanti sono
i partiti politici, in particolare quelli che garantiscono legemonia culturale alla borghesia; la societ civile
una struttura che serve non solo a respingere i colpi rivoluzionari diretti, ma a garantire alla borghesia la
possibilit di manovrare per la lotta di classe in generale. Secondo Lopuchov, Gramsci scopre limportanza
particolare, nella formazione dei paesi occidentali (diversamente dallOriente e dalla Russia, poveri di istituti
di societ civile), di una sfera di rapporti sociali libera dallintervento diretto dello Stato, o, pi
precisamente, del potere politico. la sfera dei rapporti reciproci tra interessi privati, nella quale operano le
associazioni politiche ed economiche a carattere non statuale, la Chiesa, nonch le istituzioni laiche,
religiose, culturali; la societ civile , dunque, tale, in quanto distinta dalla societ politica, nella quale lo
Stato esercita la sua giurisdizione diretta. La nozione di societ civile interpretata essenzialmente - n
poteva essere altrimenti, dato il contesto storico in cui tale lettura di Gramsci interviene - in funzione della
rivoluzione in Occidente, e viene escluso un suo impiego allinterno della societ sovietica: la societ
civile non viene vista come un elemento positivo (da sviluppare in URSS e nel socialismo), ma come un
dato, una peculiarit, dello sviluppo storico dellOccidente e della strutturazione della societ borghesecapitalistica (15).
Tale nozione in parte arrivata in URSS per via indiretta, attraverso gli intellettuali di alcuni paesi dellEst. Nella sua comunicazione al convegno gramsciano di Urbino del 1987, lungherese Tibor Szab, ad
esempio, definisce la societ civile, come il luogo principale della lotta culturale, nonch come linsieme
delle organizzazioni private (scuole ecclesiastiche, sindacati, partiti, diverse comunit); insieme nel quale
coesistono pluralit di interessi e pluralit di partiti. Col prevalere dei comunisti in Ungheria dopo il 1948
viene soppressa, egli dice, la societ civile cos intesa, vengono compresse e bloccate tutte le iniziative della
popolazione: lo Stato-partito si contrappone al resto della societ civile. La conclusione che in un paese
dove la societ civile era embrionale prima della conquista del potere e fu in seguito eliminata dallo Stato
onnipotente, bisogna ricominciare daccapo, ricostituire tutte le forme della societ civile che prima
esistevano, e rinnovarle in una forma adatta alla situazione internazionale e nazionale attuale.
Ma, in ultima analisi, il ricorso alla categoria di societ civile per contrapporsi allo statalismo, allonnipotenza e invadenza dello Stato, deve molto meno a Gramsci che alla tradizione liberale.
2.2. Propriet sociale e societ civile
Nel momento in cui si avvia in URSS il dibattito teorico sulle forme di propriet e sulla propriet
socialista, A. M. erepachin critica lidentificazione, implicita nelleconomia politica del socialismo, tra
Stato e societ socialista.
Dal punto di vista ideologico, lo Stato socialista nelle sue diverse fasi - dalla dittatura del proletariato
allo Stato di tutto il popolo - si presenta come servitore degli interessi sociali, come espressione dei bisogni
materiali e culturali della stragrande maggioranza dei membri della societ; esso, quindi, non appare come
contrapposto alla societ, ma ad essa omogeneo. Tuttavia, Stato e societ non possono essere posti sullo
stesso piano: il primo andrebbe considerato come una parte della societ. La societ civile intesa come:
il complesso di tutti i rapporti non politici, e prima di tutto di quelli economici, esistenti nella societ (16).
Limpiego del concetto di societ civile in quanto distinta dalla societ politica, serve a erepachin
per avviare la critica allo statalismo, inteso come fusione di Stato e societ: occorre invece, afferma con
insistenza, distinguerli nettamente, e allargare progressivamente il controllo sociale sullattivit dello Stato:
questa la condizione pi importante per uno sviluppo progressivo della vita sociale, per la democratizzazione
del regime politico. Quanto maggiore lautonomia degli elementi vitali della totalit sociale - imprese,
istituzioni, organizzazioni, associazioni artistiche, singoli cittadini - rispetto alla regolamentazione e
controllo da parte dello Stato, tanto pi societ e Stato sono forti e vitali (17).
In tal modo si avvia la critica ai fondamenti della legislazione dellURSS, che pongono lo Stato come
unico proprietario della propriet sociale (o le teorizzazioni della economia politica del socialismo che
affermano la propriet socialista essere di tutti in generale e di nessuno in particolare). Se lo Stato lunico

101

soggetto dei rapporti di propriet sociale, tutti gli altri anelli economici perdono la loro caratteristica di
soggetti, si passivizzano e deresponsabilizzano. In questo senso si pu parlare, secondo erepachin, di
alienazione: i soggetti concreti del processo economico - non solo i produttori diretti, ma anche le imprese perdendo la caratteristica di soggetti attivi del processo di produzione e delegando tale compito allo Stato
(cio, nei fatti, allapparato amministrativo), riconosciuto come unico soggetto della propriet sociale,
alienano la loro prerogativa di soggetti.
Lerrore che alla radice della teorizzazione sulla societ in generale come unico proprietario della
propriet sociale risiede, secondo erepachin, in una concezione metafisica che ha rinnegato la dialettica
dellazione reciproca del tutto e delle parti. Tale concezione universalizza ed ipostatizza il ruolo dello Stato,
riducendo a mere comparse accidentali il ruolo dei soggetti empirici, delle parti concrete che compongono la
totalit. Ci porta a concepire la societ socialista come monolitica, o tendente al monolitismo, spinge ad
ignorare lesistenza delle contraddizioni presenti al suo interno (e cos la scienza sociale sovietica aveva
abbandonato il terreno dellanalisi concreta della situazione concreta).
erepachin tra i primi ad usare con valenza positiva la nozione di societ civile, contro le pretese
totalizzanti dello Stato. Ma se solo di questo si trattasse, il suo discorso non uscirebbe dal solco della
tradizione liberale. Ci che appare, invece, interessante, il suo tentativo di elaborazione di una concezione
della societ civile socialista, basata sulla propriet sociale in quanto tale. Nel 1987-88, infatti, la
perestrojka non si presentava ancora come processo di privatizzazione della propriet statale, ma come
percorso di socializzazione effettiva, reale, contrapposta alla socializzazione esclusivamente formale
realizzatasi in precedenza con la statizzazione della propriet. La legge sulla propriet (1990) e i successivi
piani di passaggio alleconomia di mercato stravolgeranno le richieste di socializzazione reale fatte dai critici
della statizzazione: si pone come obiettivo una privatizzazione su larga scala, con semplificazioni e
banalizzazioni ideologiche - come si pu evincere dal documento sul passaggio ad uneconomia di
mercato, firmato da atalin e altri economisti (18) - che cancellano con un tratto di spugna un dibattito
teorico certo intricato, ma ancora interno in qualche modo al marxismo.
2. 3. Stato di diritto e societ civile
La nozione di societ civile viene adottata in modo pi ampio nella pubblicistica della perestrojka
intorno al 1988, quando si comincia a parlare di riforma politica e di Stato di diritto ( pravovoe
gosudarstvo). Anche questa formula era affatto ignota in precedenza, e Gorbaev non fa ad essa ricorso se
non nel 1988, nella sua relazione alla XIX Conferenza del PCUS, aggiungendovi per laggettivo
socialista: Stato socialista di diritto, espressione che sar in seguito sempre pi spesso impiegata (19).
Anatolij Vengerov definisce lo Stato di diritto come lorganizzazione politica della societ che crea, con
laiuto del diritto, le condizioni per lesistenza e lattivit della societ civile; questultima il sistema
degli istituti e rapporti sociali che consente ad ogni cittadino e ad ogni associazione di cittadini di
estrinsecare liberamente le proprie capacit creative (20).
Il nesso Stato di diritto/societ civile viene istituito in termini strettissimi, ma in certo modo rovesciati
rispetto a quanto sostenuto da Vengerov, in un saggio di V. Bibler, pubblicato nel 90, in una fase teorica gi
postcomunista: prioritaria non la costruzione dello Stato di diritto per garantire esistenza alla societ
civile, ma il radicamento di una forte societ civile per il mantenimento dello Stato di diritto in URSS. Anzi,
qualsiasi riforma economica (la legge sulla terra o sulla propriet) o politica (la formazione di una
democrazia basata sul diritto) pu aver successo ed essere irreversibile solo nel clima della societ civile,
senza la quale tutte le migliori innovazioni rischiano di degenerare nel totalitarismo o in un passato di tipo
patriarcale. Bibler considera la carenza di societ civile molto pi grave del deficit alimentare e mette sotto
accusa una storia settantennale, dalla rivoluzione dOttobre in poi, in primo luogo per il fatto di aver distrutto
la societ civile. Solo un profondo radicamento dei pilastri della societ civile pu rendere irreversibili tutte
le trasformazioni socio-economiche e socio-politiche in URSS, mentre, senza una societ civile sviluppata
unillusione o un autoinganno pensare ad uno Stato democratico che possa funzionare normalmente: lo
Stato democratico di diritto (nella pubblicistica sovietica della fase dissolutiva dellURSS scompare la
dizione socialista) solo la punta di un iceberg profondo, la societ civile, che pervade tutte le forme
dellattivit e del comunicare umani (21). Bibler fa esplicito riferimento alla nozione di societ civile
esposta negli scritti giovanili di Marx, in particolare la Questione ebraica e la Critica della filosofia del
diritto di Hegel, per respingere con decisione la connotazione negativa che Marx riserva alla societ civile,
intesa come societ fondata sullegoismo, sul denaro come essenza estraniata delluomo. La definizione

102

delluomo come bourgeois, Brger, come unico soggetto sovrano di rapporti economico-sociali basati sul
contratto, sarebbe, a suo modo di vedere, una delle definizioni generali delluomo e della societ (22).
La societ civile gioca, invece, un ruolo positivo, centrale nella - e per la - moderna civilt
industriale, concetto che Bibler intende collocare al di l dellalternativa e della contrapposizione
capitalismo/comunismo, contrapposizione che egli, sulla scia di molti intellettuali della perestrojka, rifiuta,
in quanto fondata sul determinismo economico (che verrebbe invece superato nella societ civile, in cui
luomo contemporaneo pu produrre e vivere normali relazioni sociali in modo consapevole, libero
responsabile) (23).
Lesistenza della societ civile presuppone, secondo Bibler, la presenza di soggetti reali, individui,
autonomi e sovrani. Ma si pu essere soggetti sovrani solo in quanto proprietari. Solo il soggetto della
propriet (prima di tutto: il proprietario individuale della propria forza-lavoro, della propria potenza creativa)
ha una reale possibilit di essere cittadino (24). Da questo discorso discende che, se c propriet statale non
ci pu essere societ civile. Su questo piano il mercato - di merci, capitali, forza-lavoro - viene inteso da
Bibler come condizione di formazione e di esistenza della societ civile, come un suo presupposto
ineliminabile (pur non identificandosi con essa).
Bibler non limita la societ civile al luogo dei rapporti o dei bisogni economici, ma la concepisce,
piuttosto, come la forma in cui i lavoratori, o semplicemente i membri di una moderna civilt industriale - in
quanto cittadini, cio in quanto singoli ed autonomi soggetti giuridici, che prendono parte alla vita
economica, sociale, politica - entrano in relazione tra loro. La societ civile non si limita alla sfera
economica, ma presuppone una dinamica politica sviluppata, caratterizzata da una dinamica di libera
formazione e/o dissolvimento di formazioni e organizzazioni partitiche (intese proprio come partiti, cio
come parti particolari, non statali, della societ civile), la cui differenziazione corrisponde alla
differenziazione e strutturazione della societ civile.
Vi un uso eclettico, con il ricorso a tradizioni filosofiche diverse, in questi tentativi di definizione della
nozione di societ civile. Elaborazioni di notevole interesse si accompagnano a cadute teoriche e
banalizzazioni sconcertanti: dallaccento posto enfaticamente, in modo piuttosto apologetico che critico,
sulla civilt industriale alla teorizzazione della fine del conflitto e dellantagonismo tra capitalismo e
socialismo, allesaltazione acritica del formalismo giuridico, come se la lezione del Capitale di Marx fosse
passata invano, come se il lavoratore si presentasse sul mercato del lavoro effettivamente libero, e non solo
giuridicamente libero. Ma, soprattutto, il ricorso alla categoria di societ civile serve alla nuova ideologia
russa liberal-borghese per portare un attacco a fondo alla propriet statale, intesa come negazione della
societ civile.
3. La democrazia bloccata: il sistema amministrativo-di-comando
A partire dal 1988 (XIX Conferenza di organizzazione del PCUS) la letteratura economico-politica sovie tica si arricchisce ancora di una nuova formula, estranea al vocabolario non solo del marxismo ortodosso,
ma anche alle critiche di parte marxista sviluppatesi in Occidente e nei paesi est-europei nei confronti dei
sistemi del socialismo reale: administrativno-komandnaja sistema. A tale formulazione se ne affiancano
altre che combinano in vario modo, oltre che administrativnyj e komandnyj, anche gli aggettivi prikaznyj
(prikaz = ordine, disposizione), avtoritarnyj, bjurokratieskij, direktivnyj, adresnyj; ma la formula pi diffusa
appare questa (25).
Essa sembrava riferirsi in un primo momento esclusivamente alla gestione delleconomia (sistema
upravlenija chojziajstvom), ma si estende poi alla sfera politica, sociale e culturale, fino a designare nel
complesso tanto il periodo staliniano - definito gi dai tempi di Chruev come periodo del culto della
personalit (kult linosti) - che quello brezneviano, indicato ormai universalmente come periodo della
stagnazione (zastoj), della quale tale sistema ritenuto il maggior responsabile: 60 anni di vita dellURSS
vengono cos unificati - indipendentemente dalle specificit e peculiarit delle diverse fasi storiche - in un
comune giudizio negativo.
I due aggettivi che designano il sistema non erano ignoti - il primo soprattutto - al vocabolario sovietico:
la critica ai metodi amministrativi era abbastanza diffusa in passato, e lo stesso Gorba ev in precedenti
occasioni (26) vi fa ricorso a pi riprese. Ci che nuovo, invece, e che sembra dar vita a un nuovo concetto,
limpiego del termine sistema. Sintende operare in tal modo una rottura radicale con le precedenti
interpretazioni di parte sovietica sul proprio passato: non si tratta pi di una deformazione del socialismo
determinata da una singola personalit e dalla sua cerchia, non di una temporanea violazione della legalit
socialista (tesi affermatasi nel periodo chruscioviano e confermata nei successivi manuali di storia del

103

PCUS), non di un atteggiamento burocratico o di abitudini scorrette di un certo, anche rilevante, numero di
dirigenti e funzionari dello Stato e del partito (27). Il ricorso al termine sistema implica qualcosa di molto
pi ampio, con cui sintende comprendere e spiegare sia il culto della personalit, sia il burocratismo, sia
tutti gli altri fenomeni negativi - denunciati dalla stampa della perestrojka, tanto nella sfera economica
(meccanismo di freno, stagnazione, modello di crescita estensivo, penuria cronica di beni di consumo e
strumentali, arretratezza tecnologica, mancata realizzazione dei piani, sprechi, inefficienze, diseconomie,
bassa produttivit, cattiva qualit dei prodotti, ecc.), che in quella politica (violazione della legalit,
autoritarismo, assenza di democrazia, regime repressivo e poliziesco, dittatura dellapparato del partito e
dello Stato sulla societ), o sociale (irresponsabilit dei dirigenti, passivit delle masse, compressione della
libera individualit, corruzione) - come forme fenomeniche, transitorie o permanenti, di unessenza
strutturata e complessa, dotata di capacit di vita autonoma, in grado di riprodursi indipendentemente dalle
singole contingenze storiche, dai singoli individui o gruppi di potere: un sistema, appunto. A rigettare il quale
- annunciava Gorbaev - era diretta la perestrojka.
Tuttavia, se vi in generale una comune valutazione negativa di tale sistema, n Gorbaev, n la
letteratura politica della perestrojka hanno fornito in termini marxisti una definizione univoca del suo
contenuto di classe, dei rapporti sociali di produzione in esso dominanti, n delle cause che hanno portato
alla sua costituzione: si trattava di socialismo, ancorch primitivo, autoritario, profondamente deformato? o
della negazione reale del socialismo? oppure era la pretesa stessa, su cui si fondava il progetto marxiano, di
socializzare i mezzi di produzione, a determinare le aberrazioni del sistema?
Gorbaev sembra proporre - anche se attraverso alcune oscillazioni e zigzag - uninterpretazione del
sistema amministrativo-di-comando come deformazione del socialismo. Egli si muove, allinizio, allinterno
delle coordinate teoriche della riforma economica degli anni 60, che proponeva lintroduzione del calcolo
economico pieno e una certa autonomia delle imprese, poich leccessiva centralizzazione aveva creato un
sistema ossificato e poco flessibile, che non rispondeva pi n ai bisogni di una produzione intensiva n,
soprattutto, a quelli della popolazione. Nella gestione delleconomia prevalevano il comando dallalto,
nonch criteri amministrativi e non economici (28).
Il Compendio di teoria del socialismo si muove sostanzialmente sulla stessa linea. Il sistema
amministrativo-di-comando - vi scritto - caratterizzato da rigido centralismo, regolamentazione
dettagliata della responsabilit e del modo in cui si chiede di operare, norme assegnate con un indirizzo
preciso (direktvnye adresnye zadanija). Tale sistema ha svolto un ruolo positivo nel superamento
dellarretratezza del paese nei primi anni, ma successivamente entrato in conflitto con i bisogni di uno
sviluppo economico intensivo e del progresso tecnico-scientifico (29). Il che si manifestava nella crescente
contraddizione tra le esigenze delleconomia socialista e le ridotte possibilit del sistema burocratizzato e
ipercentralizzato di reagire operativamente alle esigenze del progresso tecnico. Il tentativo di abbracciare con
la pianificazione centralizzata tutti e tutto fino ai minimi particolari bloccava liniziativa e lautonomia delle
imprese, scuoteva lautorit del piano, dava origine alla pratica di una sua arbitraria correzione.
Lipercentralismo nella gestione e pianificazione deform i rapporti di propriet, port alla concentrazione
nelle mani dei ministeri del potere di disporre dei mezzi di produzione statalizzati. Il che signific
sottomissione degli interessi della societ a quelli degli apparati ministeriali. Privati della possibilit di
disporre direttamente dei mezzi di produzione, di realizzare il profitto, imprese, collettivi di lavoro,
lavoratori, a poco a poco non si sentirono pi padroni della produzione, furono estraniati dalla propriet
sociale e questo provoc il progressivo calo della loro partecipazione cosciente e attiva al processo
produttivo, del loro interessamento ai risultati della produzione, da cui la stagnazione. La propriet di tutto
il popolo cominci ad essere considerata come una sorta di propriet di nessuno (30).
Di deformazione del socialismo parla anche un saggio sulla moderna concezione del socialismo redatto
dalla sezione di scienze sociali del Presidium dellAccademia delle scienze dellURSS , ma ponendo laccento con forza sul nesso economia-politica gi messo in luce da Gorbaev alla XIX Conferenza dorganizzazione del 1988: le deformazioni della democrazia socialista sono legate non solo ad un abuso del potere, ma
hanno radice nel sistema amministrativo-di-comando. Quando domina incontrastata la propriet dello Stato scrivono gli autori - non vi sono le precedenti forme di sfruttamento, ma possibile che con questa forma di
propriet manchino le basi socio-economiche necessarie per la libert della persona: sia il culto della
personalit, sia lusurpazione del potere, sia le forme totalitarie di governo nei singoli paesi socialisti, aveva no a loro fondamento proprio le forme statali di propriet, che avevano rafforzato la dipendenza economica e, di conseguenza, politica - dellindividuo (31). In questo testo si propone la visione di un socialismo in cui
siano presenti diverse forme di propriet (statale, cooperativa, individuale, azionaria, di imprese miste),
lasciando per una funzione guida alla propriet collettiva. Ci si muove ancora nella visione (sostenuta nel
modo pi convincente da Butenko) di una perestrojka che abbia il compito di trasformare una propriet, solo

104

de iure sociale (ma il cui potere di disposizione di fatto dellapparato partitico-statale), in una propriet
effettivamente sociale.
Tuttavia, laccentuazione sul ruolo negativo in linea di principio della propriet statale, costituisce uno
dei punti di passaggio attraverso cui una parte degli intellettuali della perestrojka approderanno nel campo
teorico liberal-borghese: il sistema - autoritario in economia e autoritario in politica - si formato a causa
della forzata eliminazione della propriet privata e del mercato ad essa collegato, con la costituzione di un
gigantesco Moloch della propriet statale (sulla scia, quindi del Dispotismo orientale di Wittfogel) (32). Non
pi quindi il sistema amministrativo-di-comando ad essere concepito come una degenerazione del
socialismo, ma la pretesa stessa di abolire la propriet privata che inevitabilmente conduce a quel sistema;
il progetto di Marx, allora, il vero responsabile (33).
A tale visione corrisponde la proposta, affermatasi nellestate del 90 (34) e ripresa con maggior vigore
nella primavera del 91 con il piano Javlinskij di procedere nei tempi pi rapidi alla destatizzazione e
privatizzazione della propriet e alleconomia di mercato.
Questo esito non era necessariamente predeterminato nel progetto di perestrojka, ma non era neppure
necessariamente escluso. Il progetto era - letteralmente - ambiguo e lambiguit si rivela anche nella formula
sistema amministrativo-di-comando, che, nel momento in cui viene enunciata, riesce nellobiettivo politico
di unificare le diverse forze (e progetti) che promuovono la perestrojka nella comune designazione in
negativo di un sistema di cui si propone la ricostruzione (perestrojka) e si realizza invece la dissoluzione.
NOTE
1. Cfr. ad esempio A. P. Butenko, Vlast naroda posredstvom samogo naroda (Il potere del popolo a
mezzo del popolo stesso), Mysl, Mosca, 1988; A. iglik, Lautogestion socialiste, Progress, Mosca, 1989.
2. Cfr. Pravda, 24.1.1986.
3. Cfr. A. P. Butenko, O charaktere sobstvennosti v uslovjach realnogo socializma (Il carattere della
propriet nelle condizioni del socialismo reale), in EKO, 1988, n. 2, pp. 124 sg.
4. Cfr. A. P. Butenko, O charaktere sobstvennosti..., op. cit., pp. 108 sg. La legge sullimpresa statale,
varata nel giugno 1987, entra parzialmente in vigore dal 1.1.1988. Nellelaborazione teorica che la precede
non mancano rilevanti ambiguit, che si riflettono anche negli articoli della legge: non vengono
adeguatamente affrontate dal punto di vista teorico, n tantomeno risolte, alcune questioni fondamentali,
quali quella del rapporto piano-mercato. Lidea stessa di piano viene fortemente indebolita dallesaltazione
della centralit dellimpresa singola. E mentre da un lato si richiede una partecipazione effettiva e non
formale dei lavoratori alla gestione dellimpresa, dallaltro si separa ed isola limpresa statale stessa o la
cooperativa dal contesto economico generale: se si d la possibilit ai lavoratori della singola impresa di
elaborare il piano di impresa, nulla si dice invece su come essi potranno partecipare allelaborazione di un
piano economico che investa tutta la societ.
5. Cfr. F. Engels, Antidring, Editori Riuniti, Roma, 1971, p. 197.
6. Si veda in particolare la legge sulla propriet del marzo 1990, che consente le privatizzazioni; il
programma di passaggio al mercato (autunno 1990), basato sulla scelta di una massiccia privatizzazione; la
legge del luglio 1991 sulle privatizzazioni.
7. Cfr. A. P. Butenko, Vlast naroda posredstvom samogo naroda, op. cit., p. 151.
8. Ibidem, pp. 151-152.
9. Cfr. URSS oggi, Bollettino politico, economico e culturale, dellAmbasciata dellURSS, vol. XVII, 1530 giugno 1988, n. 12, p. 40.
10. Ivi.
11. Op. cit., pp. 48-49.
12. Cfr. iglik, op. cit., pp. 205-6.
13. Cfr. URSS oggi, op. cit., p. 56.
14. Cfr. ad es. la voce gradanskoe obestvo nel Filosofskij slovar, Politizdat, Mosca, 1986.
15. Cfr. E. Ambartsumov, Il congresso gramsciano di Mosca del 1967, in P. Rossi (a cura di), Gramsci
e la cultura contemporanea, II, Editori Riuniti, Roma, 1969, pp. 411-415.
16. Cfr. A. M. erepachin, O nekotorych socialno-filosofskich predposylkach sovremennogo
ekonomieskogo mylenija i putjach ego perestrojki (Su alcuni presupposti economico-sociali dellattuale
pensiero economico e i modi della sua ricostruzione), in Voprosy filosofii, Mosca, 1987, n. 12, p. 7. Il corsivo
mio, A. C.
17. Ivi.

105

18. Per unanalisi di tale piano, cfr. A. Catone, La transizione sovietica alleconomia di mercato, in
Comunisti oggi, novembre 1990.
19. Basta scorrere il vol. 7 delle opere scelte di Gorbaev, che raccoglie scritti dallottobre 1988 al
giugno 1989 (Izbrannye rei i staty, Politizdat, Mosca, 1990).
20. Cfr. A. Vengerov, Nesuie konstrukcii pravovogo gosudarstva (I pilastri della costruzione dello Stato
di diritto) in Obestvennye Nauki (Scienze Sociali), Mosca, 1990, n.3. pp. 50-66.
21. Cfr. V. Bibler, O gradanskom obestve i obestvennom dogovore (Societ civile e contratto
sociale), in erez ternii (Attraverso le spine), Progress, Mosca, 1990, p. 336.
22. Ivi, p. 354. Degna di nota lattenzione che egli riserva alla traduzione del termine brgerliche
Gesellschaft, e limpiego che egli fa del termine russo buruaznoe obestvo (societ borghese),
distinguendolo, senza per contrapporlo, rispetto a quello di gradanskoe obestvo. Del tutto assente
invece ogni riferimento a Gramsci.
23. Ivi, p. 335.
24. Ivi, p.341. Il corsivo mio, A.C.
25. Cfr. W. F. Haug, Gorbatschow - Versuch ber den Zusammenhang seiner Gedanken, Argument,
Amburgo, 1989, p. 135; AAVV., Oerk teorii socializma (Compendio di teoria del socialismo, redatto sotto la
direzione di G. L. Smirnov; alla sua elaborazione concorrono tra gli altri Bogomolov, Butenko, Kiselev),
Politizdat, Mosca, 1989, p. 168.
26. Cfr. il rapporto al XXVII Congresso del PCUS e la relazione al Plenum del giugno 1987 dedicato alla
riforma economica, in M. Gorbaev, Izbrannye rei i staty, tomo V, Politizdat, Mosca, 1988, pp. 129 sg.
27. La denuncia del burocratismo era stata fatta in vario modo, oltre che da Lenin, da tutti i dirigenti
sovietici a lui succedutisi, da Stalin a ernenko.
28. Cfr. la gi citata relazione al Plenum del giugno 1987, il discorso per il 70 dellOttobre, il discorso
agli studenti del novembre 1989, in Pravda, 26.11.1989.
29. Cfr. Oerk teorii socializma, op. cit.. Cfr. anche la relazione di Burlackij al seminario moscovita sul
rinnovamento della concezione del socialismo (Problemy razrabotki koncepcii sovremennogo socializma), in
Voprosy Filosofii, XLII, 1988, pp. 31-42.
30. Oerk teorii socializma, op. cit., pp. 168-69; cfr. anche A. Butenko, O charaktere sobstvennosti..., op.
cit.
31. Cfr. AAVV., Radikalnaja ekonomieskaja reforma (La riforma economica radicale), Vysaja kola,
Mosca, 1990, p. 25.
32. K. A. Wittfogel, Il dispotismo orientale, SugarCo, Milano, 1980.
33. Cfr. tutto il libro di A. Cipko, Le radici della perestrojka - dimenticare Marx, ed. Ponte alle Grazie,
Firenze, 1990; in particolare laffermazione che uneconomia priva di mercato, ossia monopolistica e
socialista, non porta a niente altro che alla povert e ad una vita da caserma, p. 61.
34. Cfr. il documento Uomo, libert, mercato, firmato da numerosi economisti in Izvestija, 4.9.1990.

13
La casa comune europea...

Tra il 1987 e il 1989-90, lo slogan gorbacioviano della casa comune europea, di unEuropa dallAtlantico agli Urali, si era notevolmente diffuso: in Italia, in piena gorbymania, leditore Mondadori
pubblic una raccolta di scritti e discorsi di Gorbaev dal titolo La casa comune europea (1). Rilanciato dai
potenti mass media, lo slogan risuonava nelle piazze tra i bagni di folla del presidente sovietico nelle sue
vacanze romane dellautunno 1989, e nei resoconti degli speaker televisivi, inserito tra i discorsi di papa
Wojtila, evocato e incastonato con gli altri slogan del gorbaciovismo: interdipendenza, perestrojka, glasnost.
Ma cosa sintendeva effettivamente per casa comune europea? Cosa implicava questa metafora per i
popoli dellURSS, da un lato, e dellEuropa occidentale, dallaltro? E come si trasformato, e perch, il
significato di tale espressione, fino a comprendere in essa gli Stati Uniti e il Canada? Cercheremo in queste

106

note di indagare sul contesto politico in cui lo slogan-proposta della casa comune europea nasce, sullideologia che lo sottende, sulle contraddizioni - culturali e ideologiche, oltre che economico-politiche - in cui
vive la sua non lunga stagione.
1. La Comunit europea: uno dei tre centri dellimperialismo moderno
Nella prima fase della politica gorbacioviana (1985-1987) la riconsiderazione del ruolo dellEuropa
occidentale, della Comunit europea, assume unimportanza particolare. Il PCUS - dice Gorbaev al XXVII
congresso del partito (febbraio 1986) - ritiene che una delle direttrici principali della propria attivit
internazionale sia quella europea. Loccasione storica dellEuropa, il suo futuro sono nella cooperazione
pacifica degli Stati del continente. Da ci deriva la necessit di proseguire lungo la linea della distensione e
della sicurezza in Europa sulla base del processo avviato ad Helsinki (2). Il richiamo agli accordi di Helsinki
dellestate 1975 non casuale. Essi avevano segnato un relativo successo della politica estera sovietica, che
si era mossa nei primi anni 70 sulla base del programma, varato dal XXIV congresso del PCUS (marzoaprile 1971), di pace e collaborazione internazionale contro il pericolo di una nuova guerra. Per lEuropa il
programma si prefiggeva il riconoscimento definitivo dei mutamenti territoriali intervenuti nel continente
alla fine della seconda guerra mondiale; una svolta radicale verso la distensione e la pace nel continente; la
convocazione di una conferenza paneuropea; listituzione di garanzie per la sicurezza collettiva in Europa; lo
scioglimento a tal fine della NATO e del Patto di Varsavia, o, come primo passo, la liquidazione delle loro
organizzazioni militari; leliminazione delle basi militari straniere; la riduzione delle forze militari e degli
armamenti nelle regioni in cui la contrapposizione bellica era particolarmente pericolosa, prima di tutto in
Europa centrale (3). La conferenza per la sicurezza europea, iniziata nel 1973 con la partecipazione di 33
paesi europei, degli USA e del Canada, si concluse a Helsinki nel 1975, recependo alcuni dei punti-cardine
del programma sovietico: riconosceva i confini ereditati dalla seconda guerra mondiale e fissava il rispetto
dellindipendenza e sovranit degli Stati, lintegrit territoriale e linviolabilit dei confini, il rigetto del
ricorso alla forza, la non ingerenza negli affari interni. La dirigenza sovietica salutava con calore, allora, gli
accordi raggiunti come evento di enorme importanza internazionale, che dava inizio a una nuova tappa
della distensione e si rivelava un importante passo avanti sulla strada del rafforzamento dei principi della
coesistenza pacifica e dello stabilirsi di rapporti di collaborazione paritaria tra Stati a diverso regime sociale
(4).
I 10 anni che separano gli accordi di Helsinki dalla nomina di Gorbaev a segretario del PCUS sono
caratterizzati, tuttavia, da un accrescersi della tensione internazionale, da un incremento della corsa agli
armamenti: dalla bomba al neutrone al progetto reaganiano di scudo spaziale, al dispiegamento in Europa dei
missili a media gittata Pershing 2 e Cruise e di quelli sovietici SS 20. opinione abbastanza diffusa che
lURSS ereditasse dalla precedente gestione brezneviana degli ultimi anni un rapporto particolarmente
difficile con lEuropa occidentale: lintervento in Afghanistan (1979) e, soprattutto, linstallazione dei missili
SS20 sembravano, agli inizi degli anni 80, aver ottenuto leffetto di far allineare sulle posizioni del governo
USA anche un paese come la Francia, che in passato aveva mostrato di voler praticare una politica autonoma
e relativamente indipendente in seno allAlleanza Atlantica (5).
Questo accadeva proprio nel momento in cui il rapporto di Gorbaev al XXVII Congresso recuperava in
qualche modo laffermazione, fatta da Brenev al XXIV Congresso del PCUS (1971), ma non pi ripresa in
seguito, su USA, CEE e Giappone come i tre poli dellimperialismo mondiale (6). In tale rapporto, infatti, se
si d forte rilevanza alle relazioni sovietico-americane - il periodo degli incontri al vertice con Reagan
(Ginevra, novembre 1985; Reykjavik, ottobre 1986) - si sottolinea, per, la nascita di nuovi centri di potere
in competizione con gli USA. Lanalisi sovietica in questa fase si sofferma particolarmente sulla rilevante
forza economica della CEE, di cui si prevede unulteriore crescita e capacit di innovazione tecnologica a
lungo termine. Gorbaev parla esplicitamente di contraddizioni interimperialistiche: La supremazia
economica, finanziaria e tecnologica sui concorrenti pi vicini, di cui gli USA hanno goduto fino alla fine
degli anni 60, stata sottoposta ad una dura prova. LEuropa Occidentale e il Giappone sono riusciti in
alcuni settori a guadagnare qualche punto sul leader americano. Essi hanno lanciato agli Stati Uniti una sfida
anche sul terreno della tecnica davanguardia, tradizionalmente egemonizzato dagli USA. Washington invita
costantemente gli alleati a non sprecare energie in lotte intestine. Ma come riunire sotto un unico tetto i tre
centri dellimperialismo moderno quando gli americani stessi, manipolando i dollari e i tassi di sconto, non
disdegnano certo la possibilit di alimentare la propria economia a spese dellEuropa occidentale e del
Giappone? Ogni qualvolta si raggiunge un accordo fra i tre centri dellimperialismo, questo risulta essere
nella maggioranza dei casi la conseguenza della pressione americana o di un aperto diktat, in quanto

107

persegue prima di tutto gli interessi e gli scopi degli Stati Uniti stessi. Gorbaev osserva poi che diversi
governi dei paesi dellEuropa Occidentale, partiti socialdemocratici e liberali e movimenti dopinione
mettono in discussione la leadership statunitense, e, anche se non ci si pu aspettare che il consolidato
complesso dei comuni interessi economici, politico-militari e di altro genere dei tre centri di forza nelle
reali condizioni del mondo contemporaneo possa essere spezzato, gli alleati-concorrenti non si piegano pi
in modo rassegnato alle imposizioni degli USA (7).
Sulla base di questanalisi delle contraddizioni interimperialistiche, la politica gorbacioviana nella prima
fase della perestrojka, diversamente che in passato - quando la CEE era considerata semplicemente come una
testa di ponte dellimperialismo USA e lURSS si opponeva allintegrazione politica della CEE,
condannando i partiti comunisti occidentali ad essa favorevoli - riconosce lEuropa occidentale come unit
politica e tende, anzi, a rafforzarla. In questo contesto si inseriscono anche gli sforzi per accordi di vertice tra
CEE e COMECON. La CEE, daltra parte, sembra essere pi aperta nei confronti delle trasformazioni che la
perestrojka promette e lURSS pensa di poter far ricorso in misura maggiore che in passato alla tecnologia e
alla forza economica della Comunit europea.
La politica sovietica verso lEuropa Occidentale in questa prima fase pare confermare il giudizio di
Timmermann: malgrado le molteplici affermazioni in contrario di Mosca, vi sono stati sufficienti segnali dai
quali si comprende che lattivit quotidiana della diplomazia sovietica continuer a perseguire lobiettivo
dellallentamento dei legami transatlantici fra lEuropa Occidentale e gli USA e a seminare quanto pi
possibile la discordia tra i partner della NATO al di qua e al di l dellAtlantico (8).
2. La proposta di unEuropa autonoma dalla tutela statunitense
Un invito ad una politica europea autonoma e indipendente dagli USA viene anche dal best seller
gorbacioviano, Perestrojka, apparso sul finire del 1987 nelle principali lingue occidentali (9), in cui
lanciato lo slogan della casa comune europea (Evropa - na obij dom; obeevropejskij dom). Per colpa
della NATO, lEuropa si trovata di nuovo aggiogata al carro della guerra. La principale responsabilit per
la divisione dellEuropa della NATO e di quanti chiedono una revisione dei confini europei, ignorando le
realt politico-territoriali, mentre lURSS ha ripetutamente proposto di smantellare i blocchi (10). Ma
ancora pi esplicito il paragrafo dedicato ad Europa e Stati Uniti: un vero peccato che i governi dei
paesi della NATO, inclusi quelli che a parole si dissociano dai pericolosi estremismi della politica
americana, finiscano per cedere alle pressioni assumendosi cos la responsabilit dellescalation. Gorbaev
porta ad esempio il bombardamento USA di Tripoli dellaprile 1986, quando gli aerei americani decollarono
dalle basi inglesi sorvolando lo spazio aereo dellEuropa occidentale. E lEuropa occidentale? - si chiede
Gorbaev - I governi dei paesi della NATO assistettero in silenzio agli sviluppi e non osarono opporsi a
questa azione degli Stati Uniti. Gorbaev ricorre in modo inconsueto alla mitologia per rafforzare questo
invito ad unEuropa autonoma dagli USA: Lantico mito greco del rapimento di Europa ha assunto oggi una
particolare attualit. [...] Si ha a volte limpressione che la politica indipendente delle nazioni dellEuropa
occidentale sia stata loro sottratta e venga trasportata al di l dellOceano, e che gli interessi nazionali
vengano cancellati con il pretesto di difendere la sicurezza.
Ma non basta. Dopo questo attacco, Gorbaev ripropone limmagine di unEuropa ricca di storia e di
civilt, che bisogna preservare dallassalto dei sottoprodotti culturali statunitensi: Una grave minaccia
incombe anche sulla cultura europea. una minaccia che si diffonde con lassalto della cultura di massa
proveniente da oltre Atlantico. Comprendiamo molto bene la preoccupazione degli intellettuali dellEuropa
occidentale. Ci si pu chiedere come mai una cultura profonda, intelligente e profondamente umana come
quella europea indietreggi davanti allorgia primitiva di violenza e di pornografia e al fiume di sentimenti
volgari e di pensieri grossolani. Qui Gorbaev sembra riprendere - almeno nei toni - quellantiamericanismo
diffuso in settori non marginali della cultura europea degli anni 20-30, analizzato da Gramsci in
Americanismo e fordismo (11). Gorbaev nega di perseguire una politica che intenda giocare la carta europea
contro quella americana, di seminare contrasti tra le due aree, ma trasforma poi tale diniego, procedendo
nella metafora della casa comune, in un ulteriore invito rivolto alla Comunit europea a difendere la propria
autonomia: La nostra idea di una casa comune europea non implica certamente la proposta di chiudere le
porte in faccia a qualcuno. Ma dopo questa rassicurazione: Non ci piacerebbe vedere qualcuno che abbatte
a calci le porte di una casa e siede a capotavola nellappartamento di qualcun altro (12). Lo slogan della
casa comune europea nasce, dunque, allinterno di questa politica, che tende a valorizzare lautonomia
politica, ma anche culturale, della Comunit europea rispetto alla politica USA.

108

3. Una casa comune in cui convivono sistemi economico-sociali e politici diversi


importante ora sottolineare un punto. Quando Gorbaev nel 1987 reclama lappartenenza dellURSS
allEuropa, non lo fa sulla base dello smantellamento del socialismo in URSS e negli altri paesi del
COMECON, non propone unomologazione di sistemi economici e politici diversi, ma rivendica anzi pi
volte e con forza il diritto alla fruttuosa convivenza, compenetrazione e interazione di due sistemi
economico-sociali diversi nella medesima casa comune. Scriveva nel 1987: tempo che tutti riconoscano
questa semplice verit: LOvest non pu superare le barriere esistenti imponendo il suo modo di vivere
allEst, e viceversa. [...] La casa in comune, certo, ma ogni famiglia ha il suo appartamento e vi sono
diversi ingressi. Tuttavia soltanto insieme, collettivamente, seguendo le norme sensate della coesistenza, gli
europei possono salvare la loro casa (13). Tale posizione viene ribadita ancora nellestate del 1989 nella
ufficialissima sede del Consiglio dEuropa a Stasburgo: Lidea dellunit europea deve essere ripensata
collettivamente, in un processo di elaborazione creativa di tutte le nazioni: grandi medie e piccole. Ma
bisogna accettare la diversit dei sistemi: il superamento della divisione dellEuropa non pu significare
annullamento dellesperimento socialista. Lappartenenza degli Stati dEuropa a diversi sistemi sociali una
realt, un dato storico che va riconosciuto (14). Che lURSS non debba rinunciare alla sua diversit lo
afferma ancora, il primo agosto 1989, nel discorso alla I sessione del Soviet Supremo dellURSS su temi
della politica estera: A Strasburgo stato detto al mondo intero che, in caso di successo della perestrojka, la
comunit internazionale si troverebbe di fronte a un nuovo Stato socialista. Tengo a precisare che si tratta
appunto di uno Stato nuovo, ma di uno Stato socialista (15).
unidea - abbastanza vaga, invero - di integrazione nellEuropa senza rovesciamento dei regimi
socialisti. Nel giro di pochi mesi tale progetto destinato a saltare.
4. I mattoni della casa comune
sempre nel libro Perestrojka che Gorbaev elenca i problemi di fondo che pongono la necessit di
edificare la casa comune: eccesso di armi in unarea densamente popolata, che renderebbero catastrofica
anche una guerra convenzionale; la necessit di una politica ecologica comune; lo sviluppo economico nelle
due parti dEuropa e il progresso scientifico e tecnologico che indicano la necessit di cercare una forma di
cooperazione reciprocamente vantaggiosa; il comune interesse alla soluzione del problema Nord-Sud. La
base reale su cui pu svilupparsi questa politica indicata in: una coscienza antimilitarista delle popolazioni
europee, formatasi sulla base dellamara esperienza di due guerre mondiali; una grande esperienza
internazionale; il fatto che si sia sviluppato un ampio e fitto reticolo di informazioni nel continente; la
presenza di un immenso potenziale economico e scientifico, che viene disperso nel conflitto Est-Ovest (16).
Per quanto riguarda questultimo punto della costruzione della casa comune economica, in questa
prima fase, in cui non ancora intervenuta la controrivoluzione dello straordinario 89, n il COMECON
entrato in crisi, si infittiscono le proposte di collaborazione tra URSS e CEE, tra COMECON e CEE. Nel
1988 si intensificano le trattative per linstaurazione di legami diretti tra COMECON e CEE, e, da parte
sovietica, si sottolinea che il mercato, per essere effettivamente europeo, non pu fare a meno di tali
legami. Occorre creare le condizioni per dar vita a un reale mercato europeo, costruire un sistema di legami
qualitativamente nuovo sulla base dellequilibrio di interessi, in favore di tutti i partecipanti al processo
comune europeo. I presupposti perch ci avvenga gi vi sono: lattuale fase della rivoluzione tecnicoscientifica, lesistenza e la distribuzione delle materie prime e della forza-lavoro, i tradizionali scambi
economici e commerciali esistenti in Europa (17). Lo sviluppo della cooperazione tra COMECON e CEE
anche nel campo della standardizzazione, delle previsioni economiche, della statistica e della tutela
dellambiente, oltre che nella soluzione dei concreti problemi commerciali e nelladozione di nuove forme di
cooperazione economica bilaterale, pu schiudere possibilit qualitativamente nuove in Europa, dove il
mercato unificato interno della comunit dovr convivere con il mercato unito dei paesi del COMECON
sotto il tetto della comune casa europea (18).
5. Quale idea di Europa?
Come si cercato di mettere in luce nei paragrafi precedenti, il contesto in cui nasce il discorso della
casa comune europea segnato dal tentativo politico di separare - anche se non di contrapporre - lEuropa

109

Occidentale dagli USA e di stringere con la CEE un rapporto economico privilegiato, che consenta allURSS
di ottenere la tecnologia necessaria per accelerare la ristrutturazione economica.
Il ricorso alla metafora della casa comune europea, per, implica, volens nolens, una questione che non
pu essere ridotta alla mera proposta, contingente e tattica, di collaborazione economica e politica sostenuta
da uno slogan dindubbia efficacia. La questione, insita nellaffermazione della casa comune europea, che,
inevitabilmente si pone, quella della costruzione di una determinata idea di Europa, come luogo non solo
geografico, ma anche, e soprattutto storico-culturale, di una comune civilt, che comprenda al suo interno
anche la Russia, anzi, lURSS. Ed questa una questione per nulla scontata, n in Occidente, n in URSS.
Lidea di Europa e di europeo si costruita in modi diversi nel corso dei secoli, a seconda che Europa
fosse contrapposta a Oriente o ad America, a Russia o ad Africa.
Nel periodo della guerra fredda e del bipolarismo, Europa significava essenzialmente Europa
occidentale, Occidente: lEuropa era prevalentemente contrapposta allURSS pi che agli USA, (il Giappone
non insidiava ancora pericolosamente con la concorrenza della sua organizzazione del lavoro toyotista i
mercati dellEuropa occidentale). Se ne mostra pienamente consapevole Gorbaev quando afferma che in
Occidente c chi cerca di escludere lUnione sovietica dallEuropa. Ogni tanto, automaticamente,
identificano lEuropa con lEuropa occidentale (19).
La proposta gorbacioviana di casa comune europea implica la costruzione di unidea di Europa
radicalmente altra da quella costituitasi nel periodo della contrapposizione politica e ideologica Est-Ovest:
implica la ricerca di tratti comuni fondamentali da porre alla base del nuovo edificio. Poich Gorbaev
esclude in questa prima fase della perestrojka che sia in atto un processo verso una galbraithiana
convergenza di sistemi, il tratto comune di questa nuova proposta di identit europea non pu essere
rinvenuto n nel sistema politico (democrazie popolari da un lato, e occidentali dallaltro), n in quello
economico (economia pianificata da una parte, economia di mercato dallaltra), n nellideologia
(marxista-leninista da un lato, liberal-democratica o socialdemocratica dallaltro). Sotto questo profilo
lEuropa occidentale molto pi simile agli USA o al Giappone. Ma proprio da questi ultimi, invece, che la
proposta gorbacioviana, formulata nel 1987, di casa comune europea con la compresenza di sistemi
economico-sociali diversi, tende a differenziare lEuropa.
Occorre dunque rinvenire lelemento comune europeo in qualcosa che vada al di l dei sistemi economici
e politici. Non sufficiente, a questo scopo, il riferimento geografico ad unEuropa che va dallAtlantico
agli Urali, elemento che pure viene insistentemente evocato nei discorsi gorbacioviani ben prima del lancio
dello slogan della casa comune europea e che acquisisce, attraverso lapparentemente neutro ribadire
unoggettiva realt geografica (e la creazione di un nuovo stereotipo), una forte valenza politica (20).
Gorbaev abbozza unidea di Europa soprattutto sulla base di un comune passato e una comune cultura,
religione, civilt. Nel XXVII Congresso del PCUS la direzione europea della nostra politica estera fu
caratterizzata in tutta la sua importanza [...] Perch tanta attenzione per lEuropa? In Occidente c chi cerca
di escludere lUnione sovietica dallEuropa. Ogni tanto, automaticamente, identificano lEuropa con
lEuropa occidentale. Tutto questo non pu cambiare le realt geografiche e storiche. I legami commerciali,
culturali e politici della Russia con altri Stati e nazioni europei hanno radici profonde nella storia. Noi siamo
europei. La vecchia Russia era unita allEuropa dal cristianesimo, della cui venuta sulla terra dei nostri avi
lanno prossimo si celebrer il millenario. La storia della Russia parte integrante della grande storia
europea. I russi, gli ucraini, i bielorussi, i moldavi, i lituani, i lettoni, gli estoni, i careli e altri popoli hanno
dato tutti un grande contributo allo sviluppo della civilt europea. Perci si considerano a buon diritto suoi
eredi legittimi (21).
Gorbaev non si limita ad evocare la matrice cristiana per inserire lURSS nellEuropa, ma anche tutta la
storia europea, grandiosa e tragica (22), che fa s che lEuropa dallAtlantico agli Urali sia una entit
storico-culturale unitaria (23), costituita dalla comune eredit del Rinascimento e dellIlluminismo, dei
grandi insegnamenti filosofici e sociali del XIX e XX secolo. [...] Nelleredit culturale europea insito un
immenso potenziale per una politica di pace e di buon vicinato (24).
opportuno sottolineare i punti salienti e i passaggi di questo discorso.
- Gorbaev denuncia lidentificazione del concetto di Europa con quello di Europa occidentale. Non si
tratta ovviamente in questa sede di un discorso meramente geografico. LEuropa un insieme unitario
(celostnost), costituitosi nel corso di millenni, attraverso una storia comune, dallantichit al XX secolo,
unificato da una comune fede cristiana, da una cultura comune, che tutti gli europei, dellEst e dellOvest,
hanno contribuito a costruire. Gorbaev insiste, come si visto, su un patrimonio culturale, uneredit
culturale europea, impastata di valori cristiani e umanistici, da difendere contro i sottoprodotti culturali, la
cultura di massa che viene da oltre Atlantico, dagli USA.

110

- Per questa comune eredit culturale nel concetto di Europa non rientrano soltanto i paesi dellEuropa
centro-orientale (Ungheria, Polonia, ecc.), ma anche, e a pieno titolo, la Russia e altre repubbliche facenti
parte dellURSS.
- E cos lURSS, in fondo, se non lerede principale della storia russa? Se la Russia fa parte dellEuropa,
anche lURSS , a pieno titolo, parte integrante della casa comune europea. Questo passaggio appare
implicito nel discorso gorbacioviano, che gioca sul riferimento alla storia dellantica Rus e della moderna
Russia e passa poi direttamente a parlare di Unione sovietica.
Le implicazioni di questo discorso sono molteplici, e, dietro lapparente retorica, nientaffatto ovvie. Vale
la pena perci affrontarle nei loro diversi aspetti contraddittori.
6. Europa e Russia
Gorbaev rivendica lappartenenza a pieno titolo della Russia-URSS allEuropa. Se, per comodit
espositiva mettiamo tra parentesi, per il momento, la problematica identificazione che egli tende a operare,
anche se non dichiaratamente, tra Russia e URSS, resta la questione del rapporto Russia/Europa. Tale
rapporto stato oggetto, a partire dalla formazione del mondo moderno, di una lunghissima querelle, tanto
nella cultura occidentale, che in quella russa.
Non certo questa la sede per ricostruire nei dettagli il modo in cui lEuropa occidentale si sia
rappresentata la Russia nel corso dei secoli. Il libro di Dieter Groh (25) a questo proposito una preziosa
fonte di informazioni e documentazione. In linea di massima, si pu dire che se le rappresentazioni che le
culture dellEuropa occidentale si sono date della Russia nel momento in cui questultima entra nel gioco
delle potenze europee sono state diverse e controverse, limmagine che stata tuttavia prevalente, dopo un
periodo di russofilia dellIlluminismo, che ammirava ed esaltava le figure di Pietro il Grande e Caterina di
Russia (esemplare il caso di Voltaire), stata quella di un paese estraneo, altro dallEuropa, da essa
radicalmente diverso e diviso, se non ad essa contrapposto. Il modo stesso in cui viene impostata la
descrizione o lanalisi della societ e cultura russe riflette questa immagine precostituita di un paese diversoestraneo allEuropa, la quale a sua volta tende ad autoidentificarsi sempre pi con la sola Europa occidentale.
Molte delle pubblicazioni dedicate alla Russia propongono, sin dal titolo, la separazione-contrapposizione di
Russia ed Europa, presentate come entit a s stanti, da confrontare e comparare appunto per la loro
diversit.
Nel 600, vengono spesso equiparati pericolo turco e pericolo russo, la tirannia russa addirittura
peggiore di quella del tradizionale nemico turco (26). Ma soprattutto nellOttocento che viene a rafforzarsi
lo stereotipo della Russia come Stato dispotico par excellence. Tale rappresentazione, frequentissima negli
ambienti legati ai movimenti rivoluzionari liberali, democratici e socialisti dell800, pienamente
giustificata dal ruolo politico reazionario, di pilastro della Santa Alleanza e della controrivoluzione, che
limpero russo svolge nel continente europeo. Come scrive Engels nel 1875, limpero russo forma, come
hanno dimostrato in modo evidente il 1848 e il 1849, lultimo grande contrafforte della reazione nellEuropa
Orientale: nessuna rivoluzione pu ottenere la vittoria definitiva nellEuropa occidentale finch lodierno
Stato russo le sussiste accanto [...] La caduta dello Stato russo, il crollo dellimpero zarista, una delle
condizioni preliminari della vittoria finale del proletariato tedesco (27).
Ma con la giusta condanna politica del ruolo svolto dallimpero zarista si mescolavano e confondevano
altre rappresentazioni, in cui un ruolo centrale veniva svolto dalla coppia polare civilt-barbarie, di una
Russia che, in quanto barbara, doveva essere considerata estranea a una storia dEuropa intesa come storia
della civilt. Nel momento in cui si afferma una filosofia della storia come ininterrotto progresso
dellumanit, la Russia finisce con lesser presentata come il paese della non-storia, della stagnazione, oltre
che dellillibert e del dispotismo. Si inserisce cos - talvolta surrettiziamente - un altro elemento, non
derivante affatto dal ruolo politico che la Russia svolgeva allora nellEuropa delle rivoluzioni: quello della
contrapposizione di Europa e Asia, civilt e barbarie, libert e servit, principio romano-germanico e
principio slavo (28).
Ma se per lo schieramento socialista e rivoluzionario la Russia dispotica e arretrata il principale
ostacolo per una rivoluzione sociale in Europa occidentale, anche nello schieramento conservatore, per
motivi certo diversi e legati in parte ad interessi statuali ben determinati, la Russia continua ad essere
rappresentata come estranea allEuropa o un pericolo per la sua civilt. E mentre le filosofie progressiste
tendono a distinguere il popolo russo dal governo dispotico, quelle conservatrici propendono per la condanna
in blocco del regime zarista e del popolo russo, della razza slava: quel popolo, barbaro, pu essere
governato solo da un regime dispotico (29).

111

Tutti questi motivi, elaborati nella prima met dell800, si ripeteranno fino alla rivoluzione del 1917.
Mentre le profonde trasformazioni sociali che intervengono in Russia, dallemancipazione della servit della
gleba (1861) allintroduzione di nuclei consistenti di capitalismo, costituiscono loggetto di accurate analisi e
vivaci dibattiti allinterno del movimento marxista (30), si conserva invece, in vaste sacche della cultura
occidentale, la rappresentazione di una Russia come totalmente altro dallEuropa, sovente per contrapporre
allimmagine di decadenza europea e di crisi di civilt che a fine secolo si va costruendo, il mito - e lo spettro
- di un popolo barbaro e incivile e perci stesso popolo nuovo, giovane e forte: i russi, nuovi germani,
avrebbero dato la spallata finale allEuropa-impero romano in disfacimento. Oswald Spengler un
rappresentante esemplare di questa tendenza (31).
7. Russia ed Europa
Ma una diversit russa rispetto allEuropa viene affermata anche in Russia. Dopo limpresa napoleonica,
sotto il regno di Nicola I, si avvia un dibattito sullidentit russa e sul rapporto con lEuropa occidentale. Si
pone la questione se la Russia appartenga, anche se in una condizione arretrata, alla societ occidentale o se
incarni una civilt sui generis che deve essere salvata dalla contaminazione occidentale (32).
Gli zapadniki, gli occidentalisti, nei primi decenni del secolo scorso, puntano lindice sullarretratezza
russa, sul suo ritardo rispetto alla cultura occidentale, condannano lautocrazia zarista e la servit della gleba,
propugnano lideologia illuminista e aspirano alleuropeizzazione della Russia. Alla base di questo
processo alla vecchia Russia si possono collocare le Lettres sur la philosophie de lhistoire (la prima
pubblicata nel 1836) di Petr aadaev, che mette sotto accusa la tradizione della chiesa ortodossa: la Russia
non ha n un passato n un futuro, non n Oriente n Occidente e non ha dato alcun contributo alla cultura
perch le fa difetto il dinamico principio sociale del cattolicesimo, base costitutiva dellintera civilt
occidentale (33). Gli occidentalisti proclamano che la strada imboccata storicamente dallEuropa occidentale
quella cui la Russia deve ispirarsi: la Russia pu realizzarsi solo nel contesto della civilt occidentale e non
contrapponendosi ad essa. Da qui lesaltazione di Pietro il Grande e del suo sforzo di occidentalizzazione del
paese. Gli occidentalisti di tendenze radicali, ispirandosi a Hegel e alla sinistra hegeliana, sostengono la
necessit della rivoluzione per la Russia e per lEuropa, riscoprendo in questo una missione russa. Il
movimento occidentalista, di cui i decabristi possono considerarsi i precursori, si divider, alla fine degli
anni 40, in unala democratico-rivoluzionaria e socialista (Belinskij, Herzen, Ogarev) ed in una liberalborghese (Kavelin, Botkin, Kor).
Se lOccidente appare agli zapadniki un modello da imitare (e per questo fatto stesso, per, si conferma
una diversit russa rispetto allEuropa occidentale), per gli slavofili, invece, esso un paradigma
improponibile, al quale oppongono una via di sviluppo specificamente russa, del tutto diversa da quella
perseguita dallEuropa occidentale, evitando le disarmonie e le contraddizioni di questultima. Il rifiuto
dellOccidente trapassa in alcuni, come Aleksej Chomjakov, in esaltazione dellunicit della Russia e della
sua superiorit rispetto allOccidente, della sua missione e del suo destino di civilt universale del futuro. La
Russia deve quindi sviluppare i caratteri originali della propria cultura, e in questo modo avrebbe potuto
salvare non solo se stessa, ma anche lOccidente, altrimenti destinato alla decadenza: nel circolo filosofico
dei ljubomudrye (amanti della saggezza), lidea del tramonto dellOccidente era stata avanzata negli anni
Venti, un secolo prima di Spengler, dal principe Odoevskij (34). Il gruppo degli slavofili (Chomjakov,
Kireevskij, Samarin, Aksakov) elabora una concezione di integrazione, pace, armonia tra gli esseri umani.
Fondamentale appare il concetto di sobornost, una comunit di credenti uniti da amore, libert, verit,
collaborazione, che la comune contadina e altre antiche istituzioni russe avrebbero conservato. Gli slavofili
ritengono che questo ideale sia ormai irrealizzabile nella civilt occidentale, dominata dal razionalismo e
dalla costrizione, plasmata dallautoritarismo della chiesa cattolica e dallindividualismo protestante. Pietro il
Grande, introducendo i principi di razionalit, legalit, coercizione in Russia, avrebbe arrestato larmonioso
sviluppo naturale del paese, il cui futuro risiede in un ritorno ai principi originari e nel superamento della
malattia dellOccidente, lacerato da contraddizioni e moribondo. Il rifiuto netto dellOccidente, percepito
come luogo della decadenza e della corruzione, cui si contrappone il carattere sano e forte del popolo russo,
assume toni razzisti, da nazionalismo biologico (35) nellopera di Nikolaj Danilevskij, La Russia e
lEuropa, pubblicata nel 1869, e che anticipa molti dei temi spengleriani (36). E non un caso che egli
contrapponga Russia ed Europa come entit nettamente separate, divaricate, inconciliabilmente antitetiche.
Danilevskij anche il progenitore della corrente eurasiatica, che, attraverso varie vicende e canali pi o
meno sotterranei, percorre la storia russa e sovietica del XX secolo fino ai nostri giorni. Essa si afferma
esplicitamente tra i russi dellemigrazione successiva alla rivoluzione dOttobre, negli anni Venti. Uno dei

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suoi esponenti pi illustri il linguista Nikolaj Trubeckoj (collega e amico di Roman Jakobson), che nel
volumetto LEuropa e lumanit (1920) svolge uninteressante e acuta critica delleurocentrismo; ma, al
contempo, separa nettamente la cultura e la civilt russo-slava dalla cultura europea, chegli designa
costantemente come civilt romano-germanica, caratterizzata da egocentrismo, spirito di rapina e di
asservimento (37). E il peggior crimine del movimento socialista quello di voler imporre lordinamento
europeo in tutto il mondo (38).
Che la Russia sia Eurasia piuttosto che Europa, che essa abbia una sua specificit radicale che le vieta
di omologarsi allEuropa occidentale, un tema che riemerge, dopo aver aver attraversato come un fiume
carsico la societ sovietica, nellURSS brezneviana, sul finire degli anni 60. Lideologia slavofila in nuova
veste riappare in alcuni romanzi dei dereveniki, gli scrittori di villaggio, (Abramov, ukin, Rasputin),
nelle pitture di Glazunov, in riviste come Molodaja Gvardija, Na Sovremennik, Moskva: si disprezza il
filisteismo borghese, si manifesta ammirazione per le fonti bizantine della cultura russa, si esalta la nazione
russa contro le altre nazionalit non russe dellUnione sovietica; i mali della societ sovietica vengono
attribuiti al marxismo, teoria, come sosteneva anche Trubeckoj, nata tutta allinterno della cultura
dellEuropa occidentale e non trapiantabile in Russia (39).
8. Oriente e Occidente. La Russia parte organica dellEuropa
Si comprende meglio allora - se si guarda a questa lunga, plurisecolare querelle, segnata in profondit da
concezioni che, tanto in Russia quanto in Occidente, privilegiano la separatezza, se non la contrapposizione,
di Russia ed Europa - la difficolt di costruire una nuova idea di Europa includente la Russia, che la metafora
gorbacioviana di casa comune europea implica.
Un tentativo in questo senso costituito dalle riflessioni di un russo dellemigrazione, docente di storia
del cristianesimo negli USA e in Francia, Vladimir Vasilevic Vejdle (1895-1979), la cui idea di Europa
sembra essere, almeno in parte, alla base del discorso gorbacioviano sulla comune cultura europea. Un
saggio di questo autore, Il compito della Russia, scritto nel 1956, viene significativamente riproposto nel
1991 da Voprosy Filosofii. Vejdle si oppone alla contrapposizione netta di Russia e Occidente, una
costruzione ideologica che paradossalmente il risultato di due correnti tra loro avverse, occidentalisti e
slavofili. Ma la categoria stessa di Oriente applicata alla Russia (e anche allEuropa slava e ortodossa in
generale) a rivelarsi problematica per la sua indeterminatezza. Essa nata come categoria polemica, ma
senza base scientifica. Cosa sia lOccidente, cio lEuropa Occidentale, pi o meno chiaro ad ognuno,
ma cosa sia lOriente, molto meno chiaro; questo concetto viene costruito a piacimento al solo fine di
contrapporlo nel modo pi duro possibile allOccidente, sia che questultimo venga valutato in termini
positivi che negativi. [...] Basta pronunciare questa parola perch tutto ci che europeo, ma che non si
riferisce allEuropa Occidentale, si trasformi rapidamente in qualcosa che ormai non ha nulla a che fare con
lEuropa, in qualcosa di alieno, nemico, orientale (40).
Lautore passa poi a smantellare uno dei capisaldi - accettato tanto da aadaev quanto dagli slavofili - su
cui veniva costruita la contrapposizione Europa/Russia: il fatto che questultima affondasse le sue radici
nella tradizione bizantina. Ma tale tradizione, al pari di quella occidentale, nasce e si sviluppa sulla base de lla
cultura classica antica e del cristianesimo; in questa veste fu trasmessa ai popoli dellEuropa orientale.
Educata da Bisanzio, lantica Rus non poteva essere separata dallEuropa; gli influssi delle culture
caucasiche e transcaucasiche non modificarono questa situazione di fondo.
Tutto il discorso di Vejdle tende a dimostrare un ascendente diretto e prevalente della cultura greca
sullarte russa, un legame di questultima col mondo classico molto pi forte di quello che intrattenessero gli
stessi europei dOccidente. E la religione ortodossa risponde a una concezione armonica e non inquieta della
vita: Se c mai stata una cultura della spiritualit armonica, stata la cultura greca. E se il cristianesimo
greco che penetra tutta la vita spirituale dellantica Rus viene chiamato Oriente o Asia, allora non si sa
cosa sar permesso chiamare ancora Europa (41).
Lantica Rus, insomma, per la sua educazione bizantina era Europa, possedeva cio i presupposti
fondamentali dello sviluppo culturale europeo. Il suo isolamento le fece correre il rischio di collocarsi fuori
dEuropa, ma questo non accadde, nemmeno nei cinque secoli che vanno dallinvasione tartara a Pietro il
Grande, che allontan definitivamente il pericolo, ripristinando lunit dellEuropa. I due secoli successivi
allimpero di Pietro il Grande testimoniano della appartenenza incontestabile della Russia allEuropa. La
riunificazione con lOccidente signific per la Russia trovare il suo posto in Europa e al contempo trovare se
stessa. [...] LEuropa una unit plurinazionale, incompleta senza la Russia; la Russia una nazione europea,
incapace, senza lEuropa, di raggiungere la pienezza del suo essere nazionale (42).

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9. LEuropa moderna sotto il segno del capitale


Lidea di Europa che Vejdle propone, dunque, si fonda essenzialmente su una ricostruzione storica che
pone la civilt europea come erede diretta dellantichit classica e del cristianesimo, concepiti come
presupposti fondanti e imprescindibili dellEuropa stessa. Tutto il corso successivo della storia e della cultura
europea concepito nientaltro che come sviluppo, quasi senza soluzione di continuit e, soprattutto, senza
fratture significative, di quei presupposti. Su questa base egli pu rivendicare la piena appartenenza
allEuropa della Russia. Su questa base egli pu addirittura rivendicare una maggiore europeit, rispetto ai
contemporanei modelli occidentali, delle arti figurative dellantica Rus, in quanto pi vicine al concetto di
armonia (che egli attribuisce in modo piuttosto affrettato, alluniverso greco).
Ma non forse linquietudine, linappagamento, la sete di conquista, o, per dirla con Marx, limpulso
alla massima valorizzazione del capitale, ci che caratterizza lEuropa moderna?
Il limite di fondo del discorso di Vejdle - e, vedremo, anche di Gorbaev - nel proporre unidea di
Europa, dalla quale stato espunto ogni riferimento al modo di produzione capitalistico che qui ebbe la sua
nascita e il suo battesimo e impose prepotentemente il suo segno. E quello capitalistico un segno che va nel
senso di una rottura radicale con i modi di produzione antico - con il suo universo greco-romano, la cultura
classica - e feudale, con il suo universo cristiano. Non si comprende lEuropa moderna, la sua storia, senza
fare criticamente i conti con il Nuovo Mondo; ma il nuovo mondo non tanto, o soltanto, lAmerica
scoperta, ma quello del capitale, con la creazione del moderno proletariato, con la sua inquieta sete di
conquista di mercati e materie prime, col suo impulso alla massimizzazione del profitto che lo spinge a
sottomettere territori e popolazioni. Come osserva giustamente Alfonso Iacono, impossibile comprendere
la moderna idea di Europa, che si ripercuote anche sul pensiero filosofico, senza tener conto del rapporto che
i popoli europei e il capitalismo intrattengono con gli altri popoli; un rapporto di dominio che stato
imposto con la colonizzazione (43).
Quello spirito armonico che gli slavofili vogliono ritrovare nella concezione della chiesa ortodossa e che
Vejdle connota come una caratteristica essenziale del mondo degli antichi greci, stato soppiantato in
Occidente dallinquietudine del capitalismo. Piuttosto che in continuit col mondo antico e cristiano, la
moderna Europa, segnata dal capitale, appare in rottura con esso, anche se i costruttori di ideologie
pretendono di fare dellEuropa occidentale il luogo non solo geografico, ma anche culturale, economico e
politico in cui la civilt si sviluppata attraverso un ininterrotto processo teleologico, che ha avuto la sua
origine in Grecia e il suo pi alto coronamento nellet capitalistica contemporanea.
Proporre, come fa Gorbaev, lappartenenza della Russia allEuropa, senza voler scorgere, il segno
capitalistico imposto sulla sua parte occidentale, appare problematico. Potrebbe suonare indirettamente come
critica anticapitalistica, come il tentativo, in prospettiva, di sottrarre Europa allabbraccio di Zeus,
presentatosi questa volta non pi sotto forma di fulgido toro, ma nelle vesti pi prosaiche di monsieur Le
Capital, per condurla finalmente verso la terra felice di unumanit liberata dai rapporti capitalistici di
sfruttamento e di dominio. O potrebbe trattarsi, piuttosto, di unoperazione ideologica di occultamento della
realt: uniniziale affermazione di appartenenza della Russia-URSS allEuropa, per passare poi a sostenere
la necessit storica di un passaggio ad Europa/Occidente, a quellEuropa segnata dai rapporti capitalistici .
Vedremo che il corso lungo il quale la perestrojka si avvia negli ultimi anni propende in modo sempre pi
netto verso questa seconda prospettiva: la tanto rivendicata appartenenza della Russia-URSS allEuropa
significher allora tendenza allomologazione delle strutture economiche e politiche dellURSS con quelle
del capitalismo.
10. Russia e URSS
Occorre ora ritornare a quanto, per comodit di esposizione, avevamo messo tra parentesi: la
sovrapposizione di Russia e URSS che Gorbaev mette in atto, quando rivendica lappartenenza della Russia
allEuropa. Tale sovrapposizione, anche a prima vista, solleva problemi ancora maggiori di quanti non ne
apra la rivendicazione dellappartenenza della Russia allEuropa, e, anche questa volta, tanto in URSS,
quanto in Occidente.
LUnione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, che nasce in seguito alla rivoluzione dOttobre e si
costituisce come Stato plurinazionale multirepubblicano alla fine del 1922, duplicemente connotata: come
Stato socialista e come Stato che riunisce al suo interno, giuridicamente a pari titolo, diverse repubbliche

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socialiste (quindici dopo la seconda guerra mondiale), uno Stato che, nei programmi dei suoi fondatori,
avrebbe dovuto definitivamente por fine allo sciovinismo grande-russo che caratterizzava limpero zarista
come prigione dei popoli. I due segni, socialista e multinazionale-antisciovinista si sarebbero dovuti
armoniosamente fondere: il segno socialista non poteva che essere anche antisciovinista. NellURSS
avrebbero dovuto convivere con pari dignit le circa 140 nazionalit ed etnie che abitavano il suo immenso
territorio, oltre due terzi del quale appartiene geograficamente allAsia. Questo implicava per che lURSS,
se ereditava i territori della vecchia Russia zarista, si costituiva formalmente, in quanto Stato, nel segno della
rottura pi radicale con la Russia imperiale: non mutavano solo i rapporti di propriet, ma anche i rapporti
tra le nazionalit.
LURSS, insomma, nasceva da una duplice rottura: con il capitalismo e con il passato zarista. LURSS si
presentava, inoltre, come il paese in cui era stato raggiunto un primo successo allinterno di un pi vasto e
universalistico progetto di liberazione rivolto non solo al proletariato dei paesi capitalistici, ma anche ai
popoli delle colonie, sottomessi forzatamente nellorbita dellimperialismo. Un progetto di liberazione che
chiamava allunit i proletari e le nazioni oppresse dellintero globo e che non ambiva certamente a costruire
una casa comune europea, ma una casa comune mondiale. Nel frattempo, in attesa del maturare del
processo rivoluzionario nel mondo, si rafforzavano le strutture dellURSS, la casa comune dei popoli
sovietici.
Ritornare ad identificare Russia e URSS doveva apparire alquanto strano, o, piuttosto, straniante, ai
sovietici non russi; doveva avere il sapore di unesclusione - o di una russificazione forzata - sancita anche
formalmente nelle espressioni ufficiali dei capi di Stato. Quale attrattiva poteva avere, poi, il richiamo ad una
comune appartenenza europea per i popoli delle repubbliche sovietiche dellAsia, dagli uzbeki ai tagiki?
forse per questo che lo slogan della casa comune europea stato scandito, nei discorsi ufficiali o nelle
analisi dei commentatori politici, molto pi fortemente fuori dellURSS che al suo interno.
Le questioni che la sovrapposizione di Russia e URSS apre in Occidente sono di altro tipo. Va detto,
anzitutto, che tale sovrapposizione/identificazione appare qui pi facilmente accettata, divenuta quasi senso
comune. Si potrebbero fare moltissimi esempi di pubblicazioni pi o meno recenti - testi prodotti dalla
cultura accademica, dalla critica militante, libri divulgativi, articoli giornalistici, denigratori, descrittivi o
apologetici - in cui, per riferirsi allURSS, si impiega il termine Russia (44). Nonostante il fatto che
lURSS abbia vissuto come entit statuale per 70 anni (fino alla sua ingloriosa fine nel dicembre del 1991),
essa continua ad essere appiattita sulla Russia anche nelle pubblicazioni pi recenti degli ultimi anni 80.
Questo scambio semantico, che si pu riscontrare tanto in autori critici della realt sovietica, quanto in scritti
non caratterizzati da antisovietismo, o addirittura apologetici, sembra un fatto neutro, senza spessore o
rilevanza ideologica o politica, un vezzo letterario o il prevalere di una tradizione retorica col ricorso alla
sineddoche che nomina la parte per designare il tutto.
Il fatto che lidentificazione di Russia e URSS sia divenuta senso comune nel linguaggio colto e
scientifico come in quello popolare e che, apparentemente, non vi siano implicazioni di carattere politico,
non per una buona ragione per accoglierlo acriticamente. Seguendo la lezione di Gramsci dovremmo
interrogarci sul chi, perch e come produce le idee che divengono poi senso comune. Si potr cos scoprire
che dietro limpiego apparentemente innocente, tanto a destra che a sinistra, di termini che paiono
intercambiabili, si nascondono operazioni ideologiche e giudizi politici sullURSS.
Abbiamo gi visto che quando Gorbaev rivendica lappartenenza della Russia allEuropa e denuncia
lidentificazione semantica dellEuropa con la sola Europa occidentale non sfonda una porta aperta. Tanto in
Russia, quanto soprattutto in Occidente, la contrapposizione di Europa e Russia, lesclusione della Russia dal
concetto di Europa, e lidentificazione di Europa e Occidente, ha alle spalle una tradizione consolidata.
Prima della rivoluzione dOttobre questa contrapposizione si manifestava essenzialmente come opposizione
tra liberalesimo in Europa occidentale e regime feudal-patriarcale in Russia, tra democrazia e dispotismo.
Ci accade soprattutto nella prima fase delle rivoluzioni borghesi dell800; in seguito, quando nella societ
capitalistica di fine 800 si affermano tendenze autoritarie, la Russia viene demonizzata solo in determinate
circostanze - in cui un concorrente dellimperialismo occidentale - ma anche accettata come pari grado,
come attesta la sua partecipazione al primo conflitto mondiale con le forze dellIntesa.
Dopo lOttobre, al pregiudizio antirusso si somma - e si fonde con esso - quello anticomunista. Scriveva
Dietr Groh agli inizi degli anni 60: Verso la met del secolo scorso ci furono due prognosi, evocate come
spettri dai fogli periodici e dai libri, lo spettro della Russia e quello del comunismo: ebbene, oggi si pu dire
che lo spettro del comunismo diventato realt solo ad opera di quello della Russia, e quello della Russia
solo ad opera di quello del comunismo; e ci perch i russi cercarono di realizzare le estreme conseguenze
della filosofia sociale dellOccidente (45).

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La fusione dei due spettri che si aggiravano per lEuropa ottocentesca, quello della Russia e quello del
comunismo, nello spettro dellUnione Sovietica, stata oggetto di innumerevoli variazioni sul tema che
coniugava dispotismo zarista e dispotismo comunista, barbarie russa e barbarie sovietica. Viene compiuta
cos consapevolmente unoperazione ideologica che tende a collocare fuori e contro lEuropa/Occidente,
lEuropa/civilt, sia il passato della Russia zarista, che il presente dellURSS. E si afferma linterpretazione
secondo cui la rivoluzione dOttobre pi che una rottura col passato della Russia zarista, costituisca la
continuazione del vecchio impero, dispotico e barbarico, asiatico e non europeo.
Questa operazione estremamente chiara in Croce che nella sua Storia dEuropa sostiene la sostanziale
estraneit della Russia allo svolgersi della storia europea che egli idealizza come storia della libert. Gli
elementi occidentalizzanti introdotti dagli zar riformatori, in primis Pietro il Grande, sarebbero stati recepiti
in Russia in modo superficiale, sopraffatti dalla tradizione russa. Ma non questo lessenziale: lequazione
autocratismo-comunismo pi volte evocata. Ecco quanto scriveva nelledizione del 1938 della Storia
dEuropa: Il comunismo, che si suol dire essere ormai disceso nei fatti e attuatosi in Russia, non si punto
attuato in quanto comunismo, ma nel modo che gli segnavano i suoi critici, e che era consentaneo alla sua
interna contraddizione, cio come una forma di autocratismo, che ha tolto al popolo russo anche quel non
molto respiro mentale e di libert, che pur possedeva o si procurava sotto il precedente autocratismo
czaristico. Il comunismo non si realizzato nellEuropa occidentale e media, perch mancano le due
condizioni che erano nella Russia: la tradizione czarista e il misticismo: sicch par che non dicesse male il
Miljukov quando, or son dodici anni, giudicava che il Lenin in Russia stava fabbricando sul saldo suolo della
buona antica tradizione autocratica, ma che per quel che riguardava altri paesi, disegnava castelli in aria
(46). Solo nellautocratica Russia il comunismo, che secondo Croce illibert per definizione, poteva trovare
terreno fertile: lURSS non che una riedizione del dispotismo della Russia zarista. Per questo lURSS pu
anche non essere mai menzionata, sufficiente riferirsi alla Russia.
Nel 1951, a oltre un secolo dalla la sua prima edizione, viene messa in circolazione negli Stati Uniti, in
pieno clima di guerra fredda e di maccartismo, unedizione ridotta dellopera del de Custine, La Russie en
1839, che descrive la Russia di Nicola I come terra del dispotismo, un dispotismo che affonda le sue radici
nel carattere essenzialmente asiatico della Russia. Si rievoca cos il parallelo: Russia dispotica generatrice di
una URSS dispotica (47).
Ma forse il testo nel quale si evidenzia nel modo pi netto il cortocircuito URSS-Russia, in quanto
polarit opposta allEuropa-Occidente, quello di Wittfogel, Il dispotismo orientale (pubblicato negli USA
nel 1957), secondo cui la storia mondiale va nettamente distinta in: storia dellOccidente, che sin dallantica
Grecia aveva potuto sviluppare lidea e la pratica della democrazia grazie allesistenza di una struttura
economica basata essenzialmente sulla propriet privata; e storia dellOriente - e qui il concetto di Oriente
comprende tanto la Cina che lEgitto dei faraoni o gli imperi assiri e babilonesi - dove, invece, la necessit di
grandi lavori collettivi di canalizzazione per irreggimentare le acque necessarie allagricoltura aveva favorito
il sorgere di una propriet collettiva delle terre, attribuita al dio nella persona del faraone o ai despoti
orientali. In queste societ idrauliche, come le chiama Wittfogel, lassenza o lo scarso peso della propriet
privata determinava un governo dispotico che si avvaleva di un enorme apparato burocratico per organizzare
la vita economica e sociale del paese. Marx aveva impiegato per designare societ di questo tipo
lespressione dispotismo orientale. Tale dispotismo era ben presente nella Russia zarista e si sarebbe
trasferito, secondo Wittfogel, nellURSS staliniana, con la sola differenza che, invece che essere preposto
allorganizzazione di uneconomia essenzialmente agricola, assolveva il compito dellindustrializzazione del
paese, divenendo un dispotismo industriale, caratterizzato da un regime collettivista di propriet, dal ruolo
preponderante della burocrazia, dallassenza di uneconomia di mercato, e quindi, anche, da assenza di
democrazia e libert individuale (48). Il voluminoso lavoro di Wittfogel segna cos una tappa nella
definizione della nozione di civilt occidentale contrapposta a Oriente e allURSS. Si istituisce infatti un
nesso diretto tra struttura economica e regime politico, in funzione apologetica per le economie capitalistiche
e demonizzante nei confronti delle societ in cui stata abolita la propriet privata dei mezzi di produzione:
solo la propriet privata - la bibbia di Wittfogel - pu garantire libert e democrazia. Lesclusione della
Russia-URSS dallEuropa, la contrapposizione di Russia-URSS ed Europa funzionale alla costruzione
dellidentit europea come identit occidentale, di un determinato modello occidentale fondato su rapporti di
produzione capitalistici, su istituti di economia di mercato basati sulla propriet privata dei mezzi di
produzione.
Si pu dire, in definitiva, che lidentificazione di Russia e URSS servita ad affermare questidea di
continuit tra autocratismo zarista e dispotismo staliniano ostacolando la comprensione scientifica della
specificit del fenomeno staliniano e della formazione economico-sociale sovietica. Negli anni del

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maccartismo e della guerra fredda apparsa quasi naturale lantitesi: Asia-Oriente-barbarie-dispotismo, da


un lato, e Europa-Occidente-civilt-propriet privata-libera impresa-libert-democrazia, dallaltro.
Il fatto che anche a sinistra si sia accettata lidentificazione di Russia e URSS pu essere spiegato in due
modi: o si trattato di inconsapevole subalternit a questa visione demonizzante dellURSS; o si trattato -
il caso, mi sembra, di Bordiga e Dunayevskaya (49) - del consapevole rifiuto di riconoscere il carattere
sovietico dellURSS, che viene invece definito come un paese a capitalismo di Stato. In altri casi, si trattato
di una critica al modo in cui era stato affrontato il problema delle nazionalit, ad una paventata russificazione
del paese, che in alcune fasi sembr prevalere come scelta politica dei dirigenti sovietici.
11. La casa comune europea si sposta oltre Atlantico
Ho cercato di esaminare nei paragrafi precedenti le ambiguit e le contraddizioni presenti nella formula
apparentemente ecumenica e autoevidente di casa comune europea. Ho cercato di far emergere anche il
non detto che quella formula implicava. La fortuna di tale formula stata comunque effimera. Gi nel 1989 i
confini della casa comune si ampliavano enormemente, sino a comprendere USA e Canada. Noi siamo
convinti - scrive Gorbaev nel messaggio inviato al 18 congresso del PCI nel marzo 1989 - che [...] gli
europei, insieme agli americani e ai canadesi nel loro comune interesse, possano far risorgere lidea, perduta
nei secoli, di unEuropa integra, dove ognuno conserva la propria originalit nazionale e una libert di scelta
illimitata, dove non vi siano armi nucleari [...] Il movimento operaio, le forze di sinistra e le forze
democratiche hanno il dovere di dare - con il pensiero e con lazione - il loro contributo originale e
determinante a questo processo (50). E qualche mese pi tardi: Si continua a sospettare che LUnione
sovietica abbia piani egemonici, che voglia staccare gli USA dallEuropa. [...] La realt di oggi e le
prospettive dellimmediato futuro sono chiare: lURSS e gli USA sono parte naturale della struttura politicointernazionale europea [...] Nessun altro approccio ammissibile (51).
Si pu supporre che questa estensione dellEuropa oltre Atlantico possa essere un espediente tattico, una
forma di rassicurazione, una excusatio non si sa quanto petita, nei confronti della superpotenza USA. Si pu
supporre che Gorbaev, che si era pi volte, in passato, riferito alla Carta di Helsinki del 1975, alla cui
stesura avevano partecipato anche USA e Canada, ritenga che i due paesi non possano essere lasciati da parte
in un nuovo processo di distensione e cooperazione europea. E, tuttavia, questa nuova idea di Europa che
egli propone molto diversa da quella chegli disegnava nel 1987 evocando il mito di Europa rapita oltre
Atlantico: unEuropa che tende ad identificarsi con la NATO e con lOccidente capitalistico. In questa
successiva versione, lEuropa ritorna ad essere - come nello stereotipo che Gorbaev inizialmente criticava lEuropa Occidentale, anzi lOccidente, lOccidente capitalistico avanzato. In questo senso non solo USA e
Canada, ma anche il Giappone rientra in quel club dellOccidente alle cui porte bussa Gorbaev, il club delle
grandi istituzioni del capitale transnazionale: i Sette Grandi, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca
mondiale.
Il tentativo - debole e carico di intime contraddizioni, politiche e teoriche a un tempo - di costruire una
nuova idea di Europa che non si identificasse con quella di Occidente, che non portasse, cio, come segno
distintivo principale quello del capitale, stato ormai riassorbito. Rivendicare allora lappartenenza della
Russia-URSS a questa Europa-Occidente, questa Europa del capitale, non pu significare altro che accettare
questultima come lunico possibile punto di approdo della perestrojka. Nella nuova formulazione della
casa comune europea implicito il messaggio di rinuncia ad una propria specificit, di accettazione
dellomologazione, di passaggio ad Ovest.
Non esaminiamo qui in modo analitico i processi politici ed economici, intervenuti in URSS e negli altri
centri fondamentali della politica internazionale (USA, paesi della CEE, Giappone), che portano, nel volgere
di qualche anno, ad abbandonare il disegno di una comune casa europea includente unURSS socialista ed
escludente gli USA. Ma, indipendentemente dagli atteggiamenti e dallazione delle diplomazie dei paesi
della CEE (divisi tra tendenze a sviluppare un polo autonomo e subalternit agli USA) e dal ruolo svolto
dagli USA (che certo non accoglievano di buon grado una loro esclusione dal teatro europeo: la cosiddetta
guerra del Golfo non forse stata fatta anche contro questo rischio?), la crisi dellURSS e dei paesi del
COMECON che appare il fattore determinante.
Ed crisi non solo economica, ma anche ideologica: da un progetto di perestrojka che si pretendeva
sviluppo del socialismo, lintelligencija sovietica, i costruttori di ideologie, passano allaccettazione dei
valori e dei modelli economici e politici dellOccidente come il migliore dei mondi possibili, assumono
acriticamente lequazione di Wittfogel secondo cui lassenza di propriet privata non pu che generare
dispotismo. La rivoluzione dOttobre finisce, cos, con lessere interpretata come uninterruzione del

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percorso storico della Russia verso la civilt, e lunica forma di civilt diviene, nei discorsi dei nouveaux
philosophes della perestrojka, quella occidentale-capitalistica, fondata sulleconomia di mercato: Stalin
avrebbe riportato la Russia dentro lAsia, barbara, dispotica, liberticida, dove lindividuo annullato (52).
Ma Stalin non era - come scrive lex ideologo del PCUS Cipko in un libro dal titolo illuminante per
comprendere questa conversione ad Ovest dellintelligencija sovietica (53) - che lallievo di Lenin e di Marx:
lerrore di fondo sarebbe nel progetto comunista stesso. Il programma per una rapida transizione
alleconomia di mercato basata sulla propriet privata, che nellottobre 90 viene approvato dal Soviet
Supremo, segna questa conversione a Ovest in economia. Il sostanziale appoggio dato dallURSS nonostante qualche mossa della diplomazia sovietica per defilarsi o giocare in proprio - alla War in the
Gulf suggella, anche in politica internazionale, la piena subalternit della dirigenza gorbacioviana ai voleri e
ai valori dellOccidente: una piena subalternit anche ideologica, come dimostra un articolo di Gorbaev (54)
a difesa delle motivazioni ideologiche addotte per scatenare il massacro.
NOTE
1. Cfr. M. S. Gorbaev, La casa comune europea, Milano, Mondadori, 1991 (prima edizione novembre
1989).
2. M. Gorbaev, Rapporto al XXVII Congresso del PCUS, in Pravda, 26.2.1986, p. 8.
3. Cfr. A. A. Gromyko, B. N. Ponomarev, Istorija vnenej politiki CCCP 1917-1985 (Storia della politica
estera dellURSS 1917-1985), tomo II, Ed. Nauka, Mosca, 1986, p. 395.
4. Ivi, p. 420.
5. cfr. H. Timmermann, La politica sovietica verso lEuropa occidentale. Leredit di Brenev e il nuovo
approccio di Gorbaev, in AA.VV., La politica estera della perestrojka, Editori Riuniti, Roma, 1988, p. 176.
6. Cfr. anche V. Kudrov, Tri centra imperializma - novye aspekty protivoreij (I tre centri dellimperialismo: nuovi aspetti delle contraddizioni), in Kommunist 1985, n. 13; A. Jakovlev, Meimperialistieskie
protivoreija - sovremennyj kontekst (Le contraddizioni interimperialistiche - il contesto attuale), in Kommunist, 1986 n. 17.
7. Cfr. M. Gorbaev, Rapporto al XXVII Congresso del PCUS, cit., p. 3.
8. Cfr. H. Timmermann, op. cit., p. 179.
9. Cfr. M. Gorbaev, Perestrojka i novoe mylenie dlja naej strany i dlja vsego mira, Politizdat, Mosca,
1988 (trad. it. Perestrojka - il nuovo pensiero per il nostro paese e per il mondo, Mondadori, Milano, 1987),
capitolo VI, LEuropa nella politica estera sovietica.
10. Cfr. M. Gorbaev, Perestrojka..., cit., p. 258 (edizione italiana).
11. Nel quaderno 22, Gramsci, se da un lato analizza lamericanismo come modo di produzione
capitalistico avanzato che va superato con lelaborazione di un ordine nuovo socialista, basato su un sistema
di vita originale e non di marca americana, svolge, dallaltro, una critica serrata allantiamericanismo di
destra, secondo il quale gli americani sono rozzi, stupidi, privi di civilt, mentre gli europei incarnerebbero
una cultura raffinata e maturata nel corso di tremila anni. Cfr. Antonio Gramsci, Quaderni del carcere,
edizione critica a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino, 1975, pp. 2178-2180.
12. Cfr. M. Gorbaev, Perestrojka..., cit., pp. 277-279 (edizione italiana); il corsivo mio, A.C.
13. Ivi, pp. 259-261.
14. Cfr. M. S. Gorbaev, La casa comune europea, cit., pp. 211-212.
15. Ivi, p. 196, evidenziazione mia, A. C.
16. Cfr. M. Gorbaev, Perestrojka..., cit., pp. 261-264 (edizione italiana).
17. Cfr. G. Voroncov, Il piano economico della casa comune europea, in URSS Oggi, 1988, n.23-24, p.
40.
18. Cfr. I. Franceva, COMECON-CEE: sviluppo dei legami bilaterali, in URSS Oggi, Roma, 1988, n.
19-20, p. 27.
19. Cfr. M. Gorbaev, Perestrojka..., cit., p. 255.
20. Si veda ad esempio il discorso di Gorbaev a Berlino all11 congresso della SED, nellaprile 1986,
in Za novoe politieskoe mylenie v medunarodnych otnoenijach - dokumenty i materialy (Per il nuovo
pensiero politico nei rapporti internazionali - documenti e materiali), Moskva, Politizdat, 1987, p. 292, o il
discorso al consiglio mondiale della pace (ivi, p. 294), o in occasione della visita in Ungheria del giugno 86
(ivi, p. 303), la risoluzione del Plenum del CC del PCUS del giugno 1986 (ivi, p. 97), il discorso di Gorbaev
in occasione della visita di Jaruzelskij dellaprile 1987 (ivi, p. 525), o in Romania nel maggio 1987 (ivi, p.
550).

118

21. Cfr. M. Gorbaev, Perestrojka..., cit., p. 255 (edizione italiana); evidenziazioni mie.
22. Ivi.
23. Ho modificato qui la versione italiana: nelledizione russa (p 206) il termine impiegato celostnost.
Esso rinvia a un concetto filosofico ben determinato che implica, secondo la definizione del Filosofskij
slovar, lunit interna delloggetto e la sua differenziazione dallambiente circostante.
24. Cfr. M. Gorbaev, Perestrojka..., cit., p. 264.
25. D. Groh, La Russia e lautocoscienza dEuropa - saggio sulla storia intellettuale dEuropa, Einaudi,
Torino, 1980. A questo testo far principalmente riferimento per trattare per sommi capi latteggiamento
occidentale verso la Russia nel XIX secolo.
26. Cfr. D. Groh, op. cit., p. 26.
27. Cfr. F. Engels, Le condizioni sociali in Russia, in K. Marx, F. Engels, India Cina Russia, antologia a
cura di Bruno Maffi, Il Saggiatore, Milano, 1976, p. 278.
28. Si veda ad esempio Arnold Ruge, in Groh, op. cit., p. 303.
29. Tra le opere che meglio esprimono questa tendenza e che ebbero maggior fortuna (e vedremo luso
propagandistico che se ne far anche un secolo dopo la sua pubblicazione) vi sono i 4 volumi de La Russie
en 1839, del marchese Astolph De Custine, pubblicati nel 1843: la Russia, caratterizzata da uno spirito di
servile sottomissione, rimasta fuori della civilt europea perch la religione scismatica dei greci divenuta
una religione politica. Contro la Russia, che non che un conglomerato di orde barbariche, Friedrich List
invita, nel 1846, a rafforzare ed estendere il ruolo della Germania, poich la razza germanica chiamata per
sua natura e il suo carattere a dirigere le vicende del mondo. LEuropa andr incontro a un futuro di barbarie
se non muter la sua politica verso la Russia, ammonisce E. Kolbe (Russland und Deutschland) nel 1847
(cfr. Groh, op. cit. pp. 227-234). Tocqueville evoca nel 1849 lo spettro del giogo zarista in tutta Europa, e
sarebbe il giogo non di una potenza di matrice europea, ma asiatica, che, estesasi a dismisura in Asia,
guiderebbe i mongoli allassalto dEuropa. Con la guerra di Crimea (1853-1856), che segna la definitiva
rottura delle precedenti alleanze, avviene la saldatura dei diversi motivi russofobici: Russia pericolo per
lEuropa, barbarica, propaggine della barbara Mongolia, incivile, dispotica, illiberale, retrograda e immobile,
e, per converso, Europa faro di civilt, libert, rispetto dellindividuo, progresso. Tali motivi si ritrovano in
Gustav Diezel (libert occidentale contro schiavit asiatica; i russi sono un popolo gi ampiamente corrotto,
privo di ogni eticit, cfr. Groh, op. cit., p. 288), in Emile Montgut: lo spirito russo lodio dellindividuo e
il suo assorbimento nello stato a vantaggio del potere dispotico (cfr. Groh, op. cit., p. 243). Jakob Philipp
Fallmerayer riprende in questi anni limmagine del pericolo dellorda barbarica, della Russia come valanga
mondiale: lEuropa che diventer russa, o la Russia europea? [...] Questa propaggine della Mongolia
semibarbara dovr forse dominare il mondo? [...] La Russia giovane e in piena ascesa [...] la rabbia
bizantina dei moscoviti verr meno solo con lultimo respiro del grande impero slavo (cfr. Groh, op. cit., p.
267, evidenziazioni mie). Lo spettro dei russi, animaleschi e misteriosi, cos evocato nel 1855 da Bruno
Bauer: Questo popolo col volto di uomo e il corpo di leone la sfinge che sta dinanzi allEuropa di oggi e
che le ha posto il compito di interpretare lenigma del futuro. Gli occhi del mostro sono rivolti, vigili e
immobili, sullEuropa, la zampa leonina alzata e pronta a colpire (cfr. Groh, op. cit., p. 329, evidenziazioni
mie).
30. Uno spazio specifico riservato alla questione sulle possibilit teoriche e premesse storiche del
passaggio dalla comune rurale russa al comunismo: cfr. Marx, Engels, op. cit., pp. 300-315.
31. Cfr. O. Spengler, Il tramonto dellOccidente [pubblicato nel 1918 e nel 1922], Longanesi, Milano,
1978.
32. Cfr. L. Kochan, Storia della Russia moderna, Einaudi, Torino, 1968, p. 167-168.
33. Cfr. N. V. Riasanovsky, Storia della Russia - dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, Milano, 1992,
p. 362.
34. Ivi, p. 361.
35. la definizione di Riasanovsky, op. cit., p. 450.
36. Cfr. L. Kochan, op. cit., p. 170.
37. Cfr. N. Trubeckoj, LEuropa e lumanit, Einaudi, Torino, 1982, p. XIII.
38. Ivi, p. 64.
39. Cfr. W. Laqueur, Glasnost - radici, prospettive e limiti della rivoluzione di Gorbaev, Rizzoli,
Milano, 1989, pp. 122-162.
40. Cfr. V. V. Vejdle, Rossija i Zapad (La Russia e lOccidente), in Voprosy Filosofii 1991 n. 10, pp. 6364.
41. Ivi, p. 65. 42. Ivi, p. 68, evidenziazione mia, A. C.

119

43. Cfr. di A. Iacono la voce Europa, in Europische Enzyklopdie zu Philosophie und Wissenschaften,
a cura di H. J. Sandkhler, Felix Meiner Verlag, Amburgo, 1990, p. 946.
44. Cito a caso da unimmensa bibliografia: S. Eddy, The Challenge of Russia, New York 1931; A.
Ruggiero, Tecnici americani in Russia, in La Stirpe, settembre 1932; E. Walter, Russias Decisive Year,
New York 1932; W. Frank, Dawn in Russia, New York 1932; E. Winter, Red Virtues: Human Relationship in
the New Russia, New York 1933; W. Citrine, I Search for the Truth in Russia, London 1936; C. Scarfoglio,
Nella Russia di Stalin. Russian Tour, Firenze 1941; John Maynard, Russia in evoluzione, Milano 1947; A.
Werth, La Russie en guerre, Paris 1965; Arrigo Levi, Il potere in Russia, Bologna 1965; Amadeo Bordiga,
Struttura economica e sociale della Russia doggi, Milano 1966; A. Dallin, La Russie sous la botte nazie,
Paris 1970; Raya Dunayevskaya; Russia as a State-capitalist Society, Detroit 1973; Sheila Fitzpatrick,
Cultural Revolution in Russia, 1928-1931, Bloomington 1978; Alberto Jacoviello, Lettere dalla nuova
Russia - i primi anni dellera di Gorbaev, Milano 1987; Silvio Fagiolo, La Russia di Gorbaev, Milano
1988; E. Novazio, La Russia di Gorbaev, Milano 1988; ledizione italiana del libro di M. Lewin, The
Gorbaev phenomenon, A historical interpratation, viene presentata col titolo La Russia in una nuova era,
Torino, 1988; Sergio Romano, La Russia in bilico, Bologna 1989.
45. Cfr. D. Groh, op. cit., p. 3.
46. Cfr. B. Croce, Storia dEuropa nel secolo XIX, IV edizione, Bari, Laterza, 1938, pp. 354-55;
evidenziazioni mie, A. C.
47. Cfr. G. Petracchi, Russofilia e russofobia: mito e antimito dellURSS in Italia, 1943-1948, in Storia
contemporanea, 1988, n. 2, pp. 243-44.
48. Cfr. K. A. Wittfogel, Il dispotismo orientale, SugarCo, Milano, 1980.
49. Cfr. nota 44.
50. Cfr. M. Gorbaev, La casa comune europea, cit., pp. 311-12.
51. Ivi, p. 213, evidenziazione mia.
52. Cfr. ad esempio S. A. Mndojanc, Formacii ili civilizacii?, in Voprosy Filosofii, 1989 n. 10;
Problemy razrabotki koncepcii sovremennogo socializma, in Voprosy Filosofii, 1988 n. 11.
53. Cfr. A. Cipko, Le radici della perestrojka - dimenticare Marx, Ponte alle Grazie, Firenze, 1990.
54. Cfr. La Stampa, 25.2.1992.

14
LOttobre di Boris Elcyn

I. La natura dello scontro tra presidente e Parlamento


Nelle situazioni storiche concrete - in questo concrescere di elementi diversi prodotti dallo sviluppo
storico - raro che i conflitti di classe si presentino in forma pura. Molto spesso le cose sono mescolate e
intrecciate in modo tale che il riconoscimento degli interessi di classe e del conflitto di classe risulta difficile.
il caso dello scontro - apparentemente solo istituzionale - svoltosi in Russia nel 1993 tra la maggioranza
dei deputati del Parlamento e il presidente Elcyn, e culminato il 3-4 ottobre negli scontri armati e nel
bombardamento del Parlamento da parte dellesercito chiamato da Elcyn, col massacro di 800 (secondo altre
fonti 1.500) persone.
Il conflitto che nei mesi precedenti serpeggiava in varie forme nella Russia si espresso in ottobre nella
forma pi acuta del confronto militare, una forma cui anche i peggiori e pi cinici esponenti delle classi
sfruttatrici dominanti non amano ricorrere volentieri, non fossaltro che per ragioni di convenienza e
praticit, se non proprio di belletto. LURSS-Russia aveva conosciuto negli ultimi tempi (dal 1988 in
particolare) confronti armati con intervento dellesercito contro le manifestazioni nazionalistiche nei paesi
baltici, nel Caucaso, in Asia centrale. Ma quegli scontri, che pure avevano indubbiamente una forte carica
inespressa e mascherata di conflitto sociale, erano per rivestiti dalla patina del nazionalismo e del
separatismo. Non si erano mai presentati nella loro forma nuda di guerra civile, com accaduto a Mosca il
3-4 ottobre 1993. Russi che sparano su altri russi... questo che fa scandalo anche per il cinico Elcyn, che,
cavalcata a lungo la tigre del nazionalismo russo (contro linternazionalismo comunista), ha dovuto, nel suo

120

discorso televisivo, spendere qualche parola di commiserazione per il comune sangue russo versato.
Nonostante la CNN ci presentasse le cose come una gara sportiva e il macabro rituale di foto turistiche sullo
sfondo del Parlamento cannoneggiato - operazioni di rimozione dellevento - resta il fatto pesantissimo di un
episodio di guerra civile in Europa come non se ne vedeva da decenni.
Piuttosto che sulla dinamica degli eventi del 3-4 ottobre 1993, conviene soffermarsi sulla natura dello
scontro intervenuto, sulle ragioni profonde che hanno portato ad esso. Tra chi e perch esso avvenuto?
- Si trattato di una lotta per il potere tra individui avidi di potere, banditi della stessa risma (i vari
Elcyn, Ruckoj, Chasbulatov), per spartirsi le spoglie della Russia? Una lotta sostanzialmente estranea agli
interessi del proletariato e delle masse popolari, le quali perci, a giusto titolo, non sarebbero intervenute che
in minima parte (sbagliando obiettivi, trascinate da estremisti e nostalgici)? In questo caso il conflitto non
avrebbe avuto natura di classe, ma di lotta individuale tra pretoriani ambiziosi.
- O si trattato di uno scontro tra frazioni e opzioni diverse allinterno di un identico progetto volto alla
trasformazione in senso capitalistico della societ ex sovietica? Tra via ultraliberista (secondo le ricette di
Jeffrey Sachs e del Fondo Monetario Internazionale) propugnata da Gajdar e via di passaggio graduale e
controllato al capitalismo proposta da Volskij e Ruckoj? O, sempre tra frazioni capitalistiche: tra borghesia
nazionale, mirante a conservare alla Russia un patrimonio industriale ragguardevole, salvando il cosiddetto
complesso militar-industriale e le grandi strutture dellindustria pesante che hanno costituito il nucleo della
potenza industriale sovietica (Unione industriali, Unione civica) e borghesia compradora, che si arricchisce
attraverso il ruolo di intermediazione commerciale che svolge nella svendita alle grandi compagnie
occidentali delle risorse del paese, che non investe nellindustria russa ma conserva nelle banche svizzere le
ragguardevoli fortune accumulate facendo depredare il proprio paese, e che in politica estera si appiattisce
totalmente al servizio degli USA (il ministro degli esteri Kozyrev)? In questo caso avremmo un conflitto di
classe, che si svolge allinterno della medesima classe, una contraddizione senza polarit antagonisticamente
contrapposte.
Nel primo caso il proletariato e le sue organizzazioni politiche non avrebbero avuto interesse alcuno a
prender parte e farsi coinvolgere nello scontro; nel secondo, il suo interesse allesito dello scontro sarebbe
stato abbastanza relativo, a seconda della valutazione sulla scelta di quale frazione sarebbe stato opportuno
nel breve e medio periodo appoggiare. In entrambi questi casi, il proletariato avrebbe avuto comunque un
ruolo o nullo o di compartecipe subalterno, legato al carro della borghesia.
Per cui, espresso lo sdegno verso i macellai di Mosca e i loro sostenitori di Washington, Bonn, Roma,
ecc., e pianti i caduti proletari (trascinati - secondo questa versione - in una battaglia senza senso per i loro
interessi), non resterebbe che osservare con lucida freddezza lo sviluppo venturo della situazione, senzaltro
gravida di altre contraddizioni che si profilano allorizzonte.
Se su una cosa non vi il minimo dubbio, sul fatto che i due principali leader della resistenza
parlamentare, Ruckoj e Chasbulatov, erano dichiaratamente e convintamente non comunisti. Ruckoj era stato
anzi uno dei promotori della disgregazione del PCUS e fautore della sovranit russa contro lURSS.
Altra questione invece se, nel confronto contro un nemico pi odioso e pericoloso quale la frazione
capitalistica rappresentata da Elcyn (borghesia compradora legata al capitale USA) non convenisse ai
comunisti stringere unalleanza tattica con laltra frazione capitalistica di Ruckoj, Chasbulatov, Volskij.
Ma questo solo un aspetto dello scontro sociale, politico e istituzionale che si svolge in Russia gi a
partire dallagosto del 91 e si precisa ancor meglio negli anni 92-93, dopo la dissoluzione ufficiale dellURSS e la presenza della repubblica russa come principale attore sui territori dellex Unione.
Uno scontro che si era gi annunciato tra agosto e dicembre 91 tra fautori capitalistici di ununione
economica nellex URSS (lex pupillo del FMI Javlinskij) e fautori della Russia autonoma e sovrana (Gajdar,
ma, allora, anche Ruckoj). Uno scontro che prosegue tra fautori di una linea economica di smantellamento
rapido del complesso militar-industriale (7.500.000 addetti), il nucleo duro dellindustria pesante in
Russia, e direttori di industria che - privatizzata o meno che sia - vogliono conservarla, chiedendo
sovvenzioni statali, agevolazioni fiscali, e un mercato protetto ( lUnione industriali di Volskij).
Il favore concesso dai principali governi occidentali ai primi forse va spiegato non solo sulla base di una
fede religiosa nel neoliberismo sfrenato che li animerebbe, ma con qualcosa di ben pi palpabile e
sostanzioso: la crisi di sovrapproduzione dei paesi capitalistici occidentali. Ci comporta la necessit di
distruggere il potenziale produttivo della grande industria ex sovietica proprio in quei settori che erano
considerati nella pianificazione sovietica prioritari (e, dunque, meglio dotati del settore II destinato alla
produzione di beni di consumo) e avrebbero potuto rivelarsi competitivi. Se vincesse la linea economica di
Gajdar, la Russia, dopo il fallimento delle sue principali imprese, finirebbe col dover acquistare acciaio
dallOccidente.

121

forse anche questa la ragione per cui la via di una transizione al mercato regolata dallo Stato e da un
potere centrale forte (con una penetrazione capitalistica di notevoli dimensioni attraverso le imprese miste, le
joint-ventures) tollerata e incoraggiata dallOccidente in Cina e viene, invece, osteggiata in Russia (con la
demonizzazione operata dai mass media occidentali di un Ruckoj o un Volskij di Unione civica, che non
fanno, in fondo, che proporre la via cinese per la Russia): la Cina, che conosce ora altissimi tassi di
sviluppo, parte da una base della grande industria molto inferiore a quella russa e non costituisce, allo stato
attuale, una preoccupazione per le economie occidentali, che dallampliamento del mercato cinese traggono
vantaggi.
Laltro aspetto dello scontro, delineatosi con sempre maggior forza nellultimo anno quello dellopposizione, resistenza e organizzazione, prevalentemente sotto le bandiere dei comunisti, degli strati popolari pi
colpiti dalla politica economica di Elcyn, i pensionati in primo luogo (1). Questa opposizione e questa
resistenza non si sono estese, vero, alla grande massa dei lavoratori russi, ma avevano cominciato a
costituire un punto di aggregazione e di riferimento con potenzialit molto pi ampie, a mano a mano che il
fallimento delle promesse di magnifiche sorti e progressive fatte da Elcyn veniva meno. Tanto pi che secondo i piani degli strateghi del FMI - la riforma economica economica effettiva era ancora tutta da
farsi: tutti i provvedimenti precedenti si erano infatti limitati al tentativo (pienamente fallito) di
stabilizzazione monetaria e ad alcuni esperimenti di privatizzazione. Nel 1993 il risanamento delle grandi
imprese, quello che implica cessazione di attivit e licenziamenti massicci non era stato ancora effettuato. Ed
proprio questo laspetto centrale che ci pu aiutare a spiegare le ragioni dello scontro anticipato contro la
resistenza proletaria che Elcyn ha cercato. In altri termini: lattuazione della politica economica del FMI in
Russia avrebbe provocato in tempi molto ristretti una massa di licenziati che, in presenza di centri di
opposizione anticapitalistica gi organizzati ed operanti, avrebbero potuto coagularsi e costituire
unopposizione operaia di massa al processo di transizione capitalistica. Unopposizione che occorreva
preventivamente decapitare, prima che potesse crescere troppo.
Per questo lo scontro culminato nel bombardamento al Parlamento non soltanto uno scontro tra due
linee di transizione al capitalismo (che trovano certo anche i personaggi e i tipi umani adeguati allo scopo,
sufficientemente ambiziosi o individualisti): questo solo un aspetto di esso. E probabilmente, se si fosse
trattato soltanto di uno scontro intercapitalistico, non si sarebbe giunti allo scontro militare coi caratteri della
guerra civile (non certo un caso che Chasbulatov e Volskij abbiano cercato incessantemente il
compromesso con Elcyn per arrivare a un programma economico-sociale ragionevole). Laltro aspetto quello apparso anche occultato o confuso tra le bandiere dei nazionalisti e le questioni dello scontro
istituzionale - quello del conflitto di classe tra classi antagonistiche. Un conflitto che non si manifestato
nella sua forma pura, ma che nondimeno non pu essere espunto dal nostro orizzonte.
Per realizzare in Russia una transizione capitalistica adeguata ai livelli imposti dal mercato mondiale,
occorreva un potere forte, un pugno di ferro, dotato di strumenti repressivi eccezionali per controllare e
irreggimentare lenorme massa di disoccupati e di immiseriti che in tempi ristretti il processo di
risanamento economico delle grandi imprese avrebbe comportato.
Lesistenza di un regime parlamentare o di democrazie parlamentari con forme di regolazione del
conflitto quali le ha conosciute sinora lOccidente capitalistico, risultano inadeguate a questa fase della
transizione capitalistica in Russia (sono inadeguate addirittura in Occidente, che tende a modificare i suoi
regimi parlamentari in senso presidenzialistico): la grande crisi economica non consente di spendere risorse
per la costituzione di quei paracadute sociali utilizzati tradizionalmente dalle borghesie forti per
ammorbidire i conflitti. Un regime di tipo fascista, dotato di poteri estremamente forti, diviene dunque una
necessit vitale per la transizione capitalistica in Russia secondo il modello caro al FMI in questa fase di crisi
capitalistica mondiale. Laltro modello, quello di una transizione pi lenta, con ammortizzatori sociali e la
salvaguardia della grande industria, risultato meno accettabile al grande capitale transnazionale, che ha
bisogno di distruggere capitali eccedenti (e se si costretti a chiudere lILVA, perch conservare il
complesso militar-industriale russo?). Sotto questo aspetto, tutto lo scontro sulle questioni istituzionali,
sulla costituzione della repubblica russa, non affatto di secondaria importanza.
Se si prova a ricostruire per sommi capi la storia della ex Repubblica socialista federativa sovietica russa
(RSFSR) a partire dalle elezioni del marzo 1990, da cui emerge la nuova composizione del congresso dei
1068 deputati del popolo, che elegge Elcyn presidente, si potr agevolmente notare che tutto loperato di
Elcyn e dei suoi un continuo colpo di Stato strisciante contro la costituzione della RSFSR e dellURSS.
Soprattutto dopo il 12 giugno 1991, quando Elcyn vince le elezioni presidenziali a suffragio diretto, tutto
un susseguirsi di decreti e colpi di forza contro il PCUS e contro lURSS. Tra giugno e dicembre 1991 passando attraverso il golpe di agosto - la Russia di Elcyn tende ad occupare le funzioni dellURSS, a
prendere la sua banca di Stato, le sue ambasciate allestero, il suo esercito. Dopo la dissoluzione dellURSS,

122

per, Elcyn cerca di risolvere il problema della legittimazione costituzionale, cercando di far approvare una
costituzione presidenziale con poteri estremamente ampi e discrezionali. Il Parlamento russo, quello stesso
che aveva votato Elcyn presidente e gli aveva concesso nel 1992 poteri speciali per attuare le riforme
economiche, si sposta progressivamente, sotto la pressione delle regioni di provenienza dei deputati, contro
la politica di Elcyn e a difesa delle prerogative del Parlamento, impedendo al progetto di costituzione
ipercentralistica e autoritaria di Elcyn di andare in porto. Lesistenza del contrappeso parlamentare ai
superpoteri presidenziali costituiva per le forze di opposizione sociale e per il proletariato russo una
possibilit di avere una voce (non certo un potere) istituzionale. Occorreva eliminare anchesso.

II. 1990-1991 - Dallabolizione del ruolo-guida del PCUS alla dissoluzione dellURSS
1. Le elezioni del marzo 1990
I membri del Parlamento russo che Elcyn ha preso a cannonate il 4 ottobre 1993 erano stati eletti nel
marzo 1990, quando esisteva ancora lURSS, ma in un contesto politico e ideologico che aveva gi
fortemente messo in discussione il ruolo del PCUS e sancito il pluripartitismo. Al Plenum del comitato
centrale del PCUS (5-7 febbraio 1990), infatti, era passata la proposta di abrogare larticolo 6 della
costituzione brezneviana dellURSS (approvata nellottobre 1977) che recitava:
Il partito comunista dellUnione Sovietica la forza che dirige e orienta la societ sovietica, il nucleo
del sistema politico, di tutte le organizzazioni statali e sociali. Il PCUS esiste per il popolo ed al servizio
del popolo. Il Partito comunista, forte della dottrina marxista-leninista, stabilisce la prospettiva generale di
sviluppo della societ, la linea della politica interna ed estera dellURSS; dirige la grande attivit edificatrice
del popolo sovietico, conferisce un carattere sistematico e scientificamente fondato alla sua lotta per la
vittoria del comunismo [...].
La legge del 14 marzo 1990 (che introduce un intero nuovo capitolo, il XV-1 sui poteri del presidente e
istituisce il consiglio presidenziale), dopo aver abrogato dal preambolo le parole cresciuto il ruolo guida
del Partito comunista, avanguardia di tutto il popolo, riscrive lart. 6 nel modo seguente:
Il Partito Comunista dellUnione sovietica, gli altri partiti politici, le organizzazioni sindacali, giovanili
e le altre organizzazioni sociali e movimenti di massa contribuiscono, attraverso i loro rappresentanti eletti
nel soviet dei deputati del popolo e in altre forme, a determinare la politica dello Stato sovietico e a risolvere
le questioni di interesse dello Stato e della societ.
Larticolo 7, anchesso profondamente modificato, riconosce tutti i partiti politici, purch operino nel
quadro della Costituzione e delle leggi sovietiche.
Le elezioni per il rinnovo dei Soviet dei deputati del popolo nella Federazione russa, in Ucraina e in
Bielorussia, si svolgono, dunque, in una situazione che riconosce il pluripartitismo e lo sta sancendo per
legge, anche se il quadro istituzionale ancora quello della Costituzione della RSFSR, Repubblica Socialista
Federativa Sovietica Russa (con i cambiamenti e le aggiunte introdotti dalla legge del 27 ottobre 1989
approvata allundicesima sessione del Soviet Supremo della RSFSR).
2. La Costituzione della RSFSR
Nel preambolo della Costituzione si fa ancora riferimento alla Grande rivoluzione socialista dOttobre,
compiuta dagli operai e contadini di Russia sotto la guida del partito comunista con a capo V. I. Lenin,
rivoluzione che ha abbattuto il potere dei capitalisti e dei grandi proprietari terrieri, ha instaurato la dittatura
del proletariato e ha fondato lo Stato Sovietico, strumento fondamentale per la difesa delle conquiste
rivoluzionarie, per la costruzione del socialismo e del comunismo; sotto la guida del partito comunista
stata costruita una societ socialista sviluppata. Si fa riferimento altres alle idee del comunismo
scientifico.
I soviet dei deputati del popolo costituiscono la base del sistema politico, cui sono sottoposti tutti gli altri
organi dello Stato (art. 2). Essi, rinnovati di norma ogni 5 anni, sono il Congresso dei deputati del popolo
della RSFSR, il Soviet Supremo della RSFSR, i Congressi dei deputati del popolo, i Soviet Supremi delle
repubbliche autonome, i Soviet locali dei deputati del popolo, da quelli delle regioni autonome a quelli di
citt e di villaggio (art. 85). Il capitolo XI stabilisce il sistema elettorale: a suffragio universale, eguale,

123

diretto e a scrutinio segreto (art. 91), con diritto di voto attivo e passivo per tutti i cittadini diciottenni (art.
92). Hanno diritto di presentare candidati a deputati del popolo i collettivi di lavoro, le organizzazioni sociali,
i collettivi degli istituti scolastici medi e superiori, le assemblee di elettori convocate sulla base del luogo di
residenza, e, per i militari, sulla base dellunit di appartenenza. Il numero di candidati illimitato, ciascun
partecipante allassemblea preelettorale pu proporre qualunque candidatura, compresa la propria. Nelle
schede elettorali pu essere compreso un numero illimitato di candidati (art. 96). Il deputato svolge il suo
incarico senza interrompere la propria attivit lavorativa. Durante le sessioni del Congresso o del Soviet,
nonch per lo svolgimento degli incarichi parlamentari, il deputato viene esonerato dagli obblighi della sua
attivit lavorativa, ha diritto al risarcimento delle spese connesse alla sua attivit di deputato (art. 100), gode
dellimmunit parlamentare (art. 102); ha lobbligo di render conto della sua attivit e dellattivit dei Soviet
agli elettori, ai collettivi e alle organizzazioni sociali che hanno presentato la sua candidatura e, se non si
mostrato degno della fiducia degli elettori, pu essere privato del mandato in qualsiasi momento per
decisione della maggioranza degli elettori (art. 103).
Organo supremo del potere statale il Congresso dei deputati del popolo della RSFSR. Esso composto
di 1068 deputati, di cui 900 eletti nelle circoscrizioni elettorali territoriali e 168 in quelle nazional-territoriali:
4 da ogni repubblica autonoma, 2 da ogni regione autonoma, uno da ogni distretto autonomo e 84 dai territori
e dalle regioni (escluso le formazioni autonome), dalle citt di Mosca e Leningrado (art. 105). Il Congresso
elegge a scrutinio segreto tra i suoi deputati il Soviet Supremo e il Presidente del Soviet Supremo. Il Soviet
Supremo lorgano legislativo, con poteri di disposizione e controllo, in attivit permanente. Il Congresso,
invece, si riunisce in sessione ordinaria una volta lanno e in sessione straordinaria se convocato su richiesta
di almeno 1/5 dei deputati o del Soviet Supremo, del suo Presidium, di una delle sue due camere, o delle
autonomie locali. Il Soviet Supremo composto di due camere: il Soviet della repubblica, eletto tra i deputati
delle circoscrizioni territoriali, e il Soviet delle nazionalit, eletto tra i deputati delle circoscrizioni nazionalterritoriali. Le due camere hanno egual numero di deputati e pari diritti. In seduta congiunta eleggono il
Presidium del Soviet Supremo. Le leggi entrano in vigore se approvate dalle due camere (cfr. artt. 104-111).
3. Le formazioni politiche presenti nel nuovo Parlamento russo
Alle elezioni del 4 marzo 1990 si presenta un gran numero di candidati, con i programmi pi vari, taluni
molto particolaristici e settoriali, altri estremamente vaghi. Ma in questa situazione ancora abbastanza fluida
e indeterminata si delineano gi sostanzialmente due blocchi: uno democratico-radicale, che propugna il
passaggio rapido al mercato e vede nel sistema del socialismo reale il nemico principale; laltro,
costituito da movimenti sociali e patriottici, ideologicamente eterogenei, ma unificati dallopposizione al
corso gorbacioviano, dalla volont di difendere le acquisizioni del sistema sovietico e, soprattutto, dalla
protesta contro laggravarsi delle ineguaglianze sociali. Al centro del loro programma la rivalorizzazione
della repubblica russa che fino ad allora si identificava con lURSS e praticamente non aveva sue proprie
istituzioni.
Vi una buona affermazione dei candidati radical-democratici in Russia (in Ucraina e Bielorussia si
affermano le formazioni nazionalistiche). Il gruppo Russia democratica pu contare su circa 1/3 di deputati
del Congresso.
4. Il nazionalismo russo: la Russia contro lURSS
Con le elezioni di marzo, tuttavia, entrato prepotentemente sulla scena il nazionalismo russo. Esso era
presente anche prima, ma la caratteristica nuova consiste nel fatto che - di fronte allaggravarsi della
situazione economico-sociale, allesplodere di movimenti nazionalisti-separatisti dal Baltico al Caucaso e ai
rapidi mutamenti istituzionali - esso (o almeno una sua parte consistente) comincia a pensare in termini di
confini e territori stabiliti, di repubblica federativa russa, di gran lunga la pi estesa e popolosa repubblica
dellURSS, il suo cuore e il suo corpo stesso, rispetto a cui le altre repubbliche non appaiono che come
accessori non indispensabili e forsanche parassitari. E come nel periodo brezneviano era diffusa tra diversi
cittadini sovietici la convinzione di essere sfruttati, privati delle loro ricchezze naturali, dagli altri paesi del
COMECON, cos si diffonde ora lidea che la ricca Russia stia pagando per le altre repubbliche, sia
impoverita dai parassiti - centroasiatici e meridionali - che consumano le sue risorse. Si pubblicano calcoli
secondo cui il 61% dellattivo della repubblica russa stato utilizzato dai dicasteri centrali per investire nello
sviluppo delle altre repubbliche. La Tass scrive che la repubblica russa stata trasformata in un donatore

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economico. Si diffonde, insomma, allinterno di questo neonazionalismo russo, un discorso non molto
diverso da quello che porta i dirigenti di Slovenia e Croazia a rompere la federazione jugoslava. Anche i
nuovi sindacati - forti tra i minatori protagonisti degli scioperi del 1989-90, si pronunciano per la piena
sovranit delle repubbliche, in particolare per quella russa. E il 18 settembre del 90, diffuso in decine di
milioni di copie dalla Komsomolskaja Pravda, appare il manifesto ideologico di Solenicyn: nulla viene
prima dellorgoglio nazionale russo.
Non sono esattamente queste le motivazioni che spingono il leader del partito comunista di Leningrado,
Gidaspov, a chiedere in una riunione di comunisti russi il 21 aprile 1990 la creazione, anzi, la ricostituzione
del partito comunista russo indipendente (era stato sciolto nel 1925). Allinterno del PCUS, lopposizione di
sinistra (cio: contraria alla destatizzazione della propriet) alla linea gorbacioviana vede nella creazione di
un partito comunista russo, che poteva contare su 10 milioni e 700.000 iscritti (sui circa 19 milioni del
PCUS, secondo i dati del XXVII congresso del 1986), un utile contrappeso a Gorbaev, segretario generale
del PCUS e presidente dellURSS con ampi poteri dopo la riforma costituzionale del marzo 90. I discorsi
che accompagnano la proposta di ricostituzione di un partito comunista nazionale russo fanno leva sul
sentimento di mortificazione e abbandono della Russia. Il 19 giugno 1990 si svolge lassemblea per la
ricostituzione del partito comunista russo. Il congresso esprime fortissime critiche a Gorbaev ed elegge
segretario Polozkov. A settembre, il partito sar ufficialmente costituito. (Polozkov sar sostituito ai primi di
agosto 91 da Kupcov).
Il 29 maggio 1990 il Parlamento della RSFSR elegge a suo presidente Elcyn contro il concorrente
Vlasov e contro i gorbacioviani. Elcyn, nel corso della campagna elettorale, ha dichiarato di volersi battere
per radicali trasformazioni in economia e politica (e raccoglie cos a piene mani i voti dei radicali) e per un
ampliamento della sovranit della RSFSR (e riesce cos a farsi votare anche da una parte dei comunisti
nazionalisti russi - che sostenevano la necessit di creare un PC russo indipendente - e dagli altri deputati
patrioti non schierati). In tal modo Elcyn, potendo contare inizialmente solo su 1/3 di deputati, diviene
presidente della RSFSR.
Con la vittoria di Elcyn, i radicali, che hanno gi conquistato con Popov e Sobak le due capitali russe,
controllano posti-chiave nel sistema politico sovietico. Elcyn dichiara di voler introdurre una vera
democrazia occidentale e di voler divenire presidente attraverso unelezione diretta. Sul New York Times il
sovietologo Sestanovich si felicita dellelezione di Elcyn (che, oltretutto, ancora un dirigente del PCUS;
abbandoner ufficialmente il partito solo a conclusione del 28 congresso, nel luglio 1990, dopo esser stato
proposto da Gidaspov come vicepresidente del partito; e lo abbandona con la motivazione che oramai il
presidente di tutti i russi): appare finalmente sulla scena unopposizione non comunista significativa disposta
a procedere verso il mercato e pronta a sacrificare anche gli ultimi simulacri dellidentit statuale
dellURSS.
Ed proprio cos: dal momento dellelezione di Elcyn (fine maggio 90) alla dissoluzione dellURSS
(dicembre 91) si assister ad uno scontro continuo volto ad esaltare la piena sovranit della Russia contro
lURSS, che sar liquidata nel giro di un anno e mezzo.
Sin dal primo momento della sua elezione a presidente del Soviet Supremo Elcyn comincia col
dichiarare prioritarie le leggi della Federazione russa rispetto a quelle dellURSS: saranno sospese le leggi
dellURSS che contrastano con la sovranit russa: larticolo anti-URSS viene votato a larga maggioranza dal
Congresso dei deputati del popolo: 544 voti contro 271 (8 giugno 1990). Il 9 agosto il Presidium della
Federazione russa definisce nulli tutti i contratti stipulati dallURSS con enti esteri dopo il 12 giugno, giorno
di proclamazione della sovranit della Russia, se non concordati con le autorit della repubblica. Con la
proclamazione di sovranit, il congresso dei deputati di Russia si riserva il diritto di uscire liberamente
dallURSS. Il 19 settembre 1990 il Soviet supremo della Federazione russa chiede le dimissioni del primo
ministro dellURSS, Rykov, e la formazione di un governo di coalizione che non sia pi espressione del
solo PCUS. Il 31 ottobre 1990 la federazione russa vara una legge che mette sotto controllo diretto della
federazione le risorse e le infrastrutture situate sul suo territorio.
Il Parlamento russo insomma (in cui i radicali sono solo un terzo, ma che ha eletto a sorpresa Elcyn suo
presidente) si muove in continuo contrasto con lURSS. Si cavalcano i temi del nazionalismo, del
risentimento nazionale, della patria russa e slava contro linternazionalismo comunista. Il dualismo di poteri
Elcyn-Gorbaev gi cominciato agli inizi dellestate del 90. I decreti di Elcyn puntano a strappare ogni
leva di potere a Gorbaev-rappresentante-dellURSS. Elcyn, pur di ottenere questo, non esita a sostenere le
rivendicazioni separatiste delle altre repubbliche sovietiche, dei baltici in primis. la statualit sovietica che
bisogna distruggere, come chiaramente suggeriva sin dal giugno 90 il commentatore del New York Times.
A met novembre 1990 interviene un accordo tra Gorbaev ed Elcyn in base al quale la Russia avr il
diritto di costituire un suo proprio servizio di sicurezza, separato e indipendente, che andr a sostituire il

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KGB federale, una sua banca per il commercio estero, un suo proprio bilancio nettamente separato da quello
dellURSS; parteciper inoltre alle decisioni in materia di politica monetaria. un altro sensibile passo
avanti nellacquisizione di sovranit e statualit piena della Russia a discapito dellURSS.
Tra novembre e marzo del 1991 Elcyn fa di tutto per contrastare lo svolgimento del referendum
pansovietico sul nuovo trattato dellUnione. Nel febbraio-marzo 91 si acutizza lo scontro Elcyn-Gorbaev.
Il 10 marzo i radicali riescono a portare a Mosca mezzo milione di persone alla manifestazione contro il
referendum sul trattato dellUnione. Alla testa del corteo vi sono le bandiere bianco-rosso-blu della Russia di
Kerenskij. Il referendum, tuttavia, si tiene e d un risultato inequivocabile: 75% di s allURSS rinnovata. I
votanti sono stati l80% degli aventi diritto.
Elcyn, a fine marzo 1991, presenta un programma per trasferire il potere dal governo centrale alle 15
repubbliche. A fine aprile vi una dichiarazione congiunta di Elcyn e Gorbaev nella quale sembra
raggiunto un compromesso tra i due su un patto federativo che riconosce pienamente il principio
dellautodeterminazione delle repubbliche e la loro adesione volontaria allUnione. Laccordo con Gorbaev
prevede una coalizione di governo per fermare la grave conflittualit tra centro e repubbliche in cambio di
elezioni politiche e presidenziali a breve.
Il 13 agosto 1991 Elcyn rivela un accordo con Gorbaev: dopo il 20 un decreto dar alla Russia la
propriet sugli impianti. Si tratta in sostanza del trasferimento del potere economico.
Con il putsch di agosto, Elcyn pu delegittimare il Soviet dellURSS: lunico legittimo quello di
Russia, quello del Belyj dom, della Casa bianca, come, con chiara connotazione ideologica filoamericana,
viene ora chiamato ledificio che ospita il Congresso del popolo, che, con Ruckoj e Chasbulatov, stato il
centro della resistenza contro i gekaepisti, i maldestri Janaev, Pugo, Pavlov & C.
Il 22 agosto, alla riunione straordinaria del Parlamento russo, Elcyn dice che la Russia ha salvato lU nione. Perci pu arrogarsi il diritto di mettere sotto controllo della Federazione russa (in pratica sotto suo
controllo diretto) la TV sovietica e tutte le imprese sovietiche, proclamare la completa sovranit economica
della Russia, vietare lattivit del partito comunista, chiudere i giornali comunisti, cambiare la bandiera della
RSFSR, formare la Guardia Nazionale russa e vietare la presenza del partito comunista nellesercito
sovietico.
5. Allavanguardia della desovietizzazione
La contrapposizione Russia-URSS - come emerge chiaramente dalle dichiarazioni di Sestanovich - ha un
duplice carattere: a) copre il risentimento nazionale russo verso lURSS; b) in funzione direttamente
antisovietica, anticomunista, volto ad accelerare il processo di destatizzazione e il passaggio alla economia
di mercato. Per questo, nei 19 mesi che separano lelezione di Elcyn a presidente dalla dissoluzione del lURSS, la rivendicazione della sovranit della Russia si intreccer strettamente con lazione condotta dai
radicali in direzione della desovietizzazione. Tale duplice carattere della contrapposizione eltsiniana
allURSS in nome della grande Russia non viene chiaramente colto dai membri del partito comunista russo,
che, contribuendo anchessi allindebolimento della statualit dellURSS, si votano al suicidio politico. La
cecit o la connivenza - oggettiva o soggettiva che sia - dei membri del PC russo rispetto a questo progetto
stata enorme. Anchessi hanno sostenuto il nazionalismo russo contro lURSS, illudendosi forse di
contrastare in tal modo il potere del Gensek, del segretario generale, e di cambiarne la linea politica.
Elcyn, divenuto un contropotere rispetto al Cremlino, propugna sempre pi decisamente la riforma
economica. I suoi consiglieri economici sono atalin, Petrakov, Silaev (primo ministro della Russia) e
Javlinskij. Propongono la privatizzazione immediata di industrie e servizi per convincere gli investitori
occidentali. Il 1 novembre 1990 la Russia comincia a realizzare il programma di stabilizzazione
delleconomia e di transizione al mercato in 500 giorni proposto da atalin. Il programma era stato adottato
l11 settembre dal Soviet supremo della federazione russa, con la raccomandazione di metterlo in atto quali
che fossero le decisioni prese dalle istanze centrali dellURSS. La sessione del Congresso straordinario dei
deputati del popolo di fine novembre 1990 discute sulla privatizzazione della terra senza giungere a una
risoluzione.
Il 24 dicembre 1990 la federazione russa vara la legge che riconosce la propriet privata sui mezzi di
produzione. Essa entra immediatamente in vigore il 1 gennaio 1991. Il 20 marzo 91 Ivan Silaev, primo
ministro della federazione russa, presenta al Soviet Supremo e al consiglio dei ministri della repubblica un
programma di stabilizzazione e di passaggio alleconomia di mercato. Tale programma dovrebbe essere pi
realistico del piano atalin, abbandonato qualche mese prima, e pi adatto alle condizioni della Russia.

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Lattacco di Elcyn - e del Parlamento russo che vota per lui - non si rivolge solo contro la statualit dellURSS, ma anche contro il partito comunista. Si comincia dai simboli. Nella seduta del Soviet supremo
della RSFSR del 23 novembre 1990, condotta da Chasbulatov, si adotta il nuovo inno nazionale russo (tratto
da un passo di Una vita per lo zar, composto nel 1836 da Glinka). Poi si passa alla sostanza: dal 16 marzo
1991 entra in vigore una legge che vieta di cumulare cariche di partito e di Stato. Dopo la sua incoronazione
a presidente eletto direttamente dal popolo (giugno 91) prosegue pi spedita la marcia di Elcyn contro il
PCUS: uno dei suoi primi decreti (20 luglio 1991) vieta la presenza di organizzazioni e funzionari del partito
comunista sui luoghi di lavoro. Anche il sindacato, secondo il decreto, deve concordare la sua attivit con
lamministrazione dellimpresa. Insieme con evardnadze e Jakovlev, Ruckoj, che ha abbandonato a luglio
91 il PC russo, ma non ancora il PCUS, e sta fondando il movimento dei comunisti democratici, approva
il decreto anti-PCUS.
6. Una nuova Costituzione presidenziale e desovietizzata
La questione di un nuovo assetto istituzionale, di una nuova Costituzione per la Russia, ancora
formalmente RSFSR, era stata posta allordine del giorno dalle forze liberal-radicali elette al Parlamento
russo nel marzo 90: si trattava di rompere culturalmente e simbolicamente, con lassetto ereditato dalla
rivoluzione dOttobre e sancire, anche istituzionalmente, la fine di un sistema economico fondato sulla
propriet di Stato.
Il 12 ottobre 1990 allesame di unapposita commissione parlamentare, costituita in estate e presieduta
da Elcyn, il progetto di nuova Costituzione della RSFSR. Nel preambolo non si fa alcun cenno alla scelta
socialista e si esprime grande preoccupazione per la perdita di statualit della Russia. La discussione
tempestosa. Il deputato S. Glotov definisce il progetto il funerale del sistema sovietico (2). Il documento,
approvato a schiacciante maggioranza come base dei lavori della sessione del Congresso dei deputati di
Russia di novembre, prevede una repubblica presidenziale, in cui il Soviet supremo si chiamer Duma (come
prima della rivoluzione). Lo Stato, si dice nel progetto, partecipa alla regolazione dellattivit economica in
un sistema in cui operano mercato, libera iniziativa e concorrenza; si riconoscono ampi diritti allimpresa
privata; si sostituisce la formula diritto al lavoro con quella di diritto di guadagnarsi da vivere lavorando.
Un referendum dovr approvare la nuova Costituzione.
Insieme col referendum del marzo 91 sul Trattato dellUnione, in cui Elcyn subisce una sonora
sconfitta, se ne svolge un altro per unimportante modifica costituzionale: elezione diretta del presidente
russo. La proposta di Elcyn ottiene il 70% di consensi. aperta la strada al presidenzialismo. Il 4 aprile
1991 il congresso russo attribuisce pieni poteri al presidente Elcyn e il giorno successivo adotta la legge che
prevede lelezione del presidente della federazione russa a suffragio universale. Alla sessione di aprile 1991
del Congresso russo Elcyn viene messo in minoranza sulla sua proposta di repubblica presidenziale. Ma poi
le sorti si capovolgono: i deputati comunisti, guidati da Polozkov, votano per Elcyn contro la mozione del
raggruppamento centrista Russia, che vuole il riconoscimento del grande ruolo della Russia nel contesto
delle altre repubbliche sovietiche, ma si oppone alla frantumazione dellURSS e alla transizione al
capitalismo. Elcyn riesce cos ad ottenere poteri supplementari (non pu per sciogliere i soviet eletti n
introdurre una gestione presidenziale). E, soprattutto, Elcyn ottiene che le votazioni per lelezione diretta del
presidente della RSFSR si tengano molto presto, il 12 giugno.
Nella campagna elettorale per le presidenziali russe di giugno Elcyn si sceglie come vice Ruckoj. Gli
altri candidati sono lex premier Rykov (Gromov vice), espressione ufficiosa di Sojuz e del PC russo,
Bakatin, ex ministro degli interni, Makaov (il suo vice leconomista Sergeev, nemico dichiarato delle
privatizzazioni), Z^irinovskij.
Il 24 maggio 1991 si chiude il quarto congresso dei deputati del popolo con lapprovazione degli
emendamenti costituzionali che consentiranno la creazione della presidenza esecutiva: il presidente avr
qualche potere in meno rispetto a quanto previsto dal progetto di legge di Elcyn (non avr il potere di
sostituire i massimi funzionari a livello di repubbliche autonome), ma sar una figura di grande rilievo. Per la
mancanza dei 2/3 non viene approvato larticolo sulla departitizzazione della presidenza, che Elcyn vuole
per procedere a departitizzare tutte le strutture chiave della societ, per sottrarre lo Stato al controllo del
PCUS. Il segretario del PC russo, Polozkov, si rende conto - ma troppo tardi ormai - dellerrore commesso.
Tenta invano di far rinviare le elezioni presidenziali di due-tre mesi e dichiara poi che le elezioni
presidenziali sono illegali e che listituto stesso della presidenza significa distruggere i principi democratici
ed in sostanza una svolta verso la monarchia. Il congresso approva quasi tutte le modifiche costituzionali
che conferiscono al presidente i poteri dellesecutivo.

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Elcyn vince le presidenziali del 12 giugno col 55% dei voti. Il 10 luglio la sua incoronazione a
presidente di Russia. Rivolge un appello alla grande Russia che si sta risollevando. Il patriarca Alessio II
saluta lelezione di Elcyn come la fine di sette decenni di un potere che ha distrutto in tre generazioni di
russi la capacit di attivit spirituale. Bush invita Elcyn a Washington. Chasbulatov, uno dei leader dello
schieramento eltsiniano, diverr presidente del Parlamento, battendo il candidato Baburin di Rossija.
7. Dallagosto russo alla fine dellURSS
Tra settembre e dicembre 1991 si consuma definitivamente la distruzione della statualit dellURSS. La
Russia assume progressivamente a colpi di decreto le principali funzioni dellURSS: controllo russo di tutta
lindustria estrattiva ed energetica (anche se la produzione continua a calare); imposizione del controllo
totale da parte del governo russo della produzione di oro e diamanti, sottraendo tale funzione al dipartimento
sovietico (Gochran). Mentre la crisi economica (derivante dalla disgregazione dei legami economici) procede
a ritmo impietoso, con calo vistoso di produzione e raccolti, Elcyn, a met ottobre 1991, annuncia la
creazione di una valuta russa (rublo barrato) per arrestare linvasione di rubli dalle altre repubbliche. A fine
ottobre chiede la creazione di una banca di Stato che incorpori tutta la valuta e le riserve auree sovietiche. La
proposta ritirata qualche giorno dopo e sar attuata in dicembre. Ai primi di novembre Elcyn annuncia che
la Russia non finanzier pi le spese del ministero degli esteri sovietico e sospende il finanziamento per la
costruzione della centrale nucleare di Curaga a Cuba.
LURSS in rapida agonia: dalle repubbliche non arrivano pi finanziamenti al centro, il deficit nel
bilancio dellUnione immenso (200 miliardi di rubli) e Gosbank e Vneekonombank sono sullorlo della
paralisi per la perdita di controllo sulle filiali repubblicane e soprattutto perch al centro la pressione della
banca centrale di Russia ha portato alla resa la Gosbank. Il 20 novembre il governo Elcyn boccia la richiesta
di ulteriori finanziamenti per lultimo trimestre per lUnione; il 30 novembre Elcyn accetta di coprire la
bancarotta sovietica garantendo il pagamento di stipendi che lURSS non pi in grado di versare a milioni
di cittadini. In cambio, Elcyn prende il controllo del ministero delle finanze dellURSS, ormai strangolata
finanziariamente.
L8 dicembre 1991 a Minsk i dirigenti di Bielorussia, Ucraina e Russia dichiarano che lURSS in quanto
soggetto di diritto internazionale e realt geopolitica ha cessato di esistere e siglano laccordo che crea la
Comunit di Stati indipendenti aperta a tutti gli Stati membri dellURSS. Il 19 dicembre Elcyn si appropria
di 4 ministeri del Cremlino: comitato economico inter-repubblicano, servizi di sicurezza, degli esteri e del linterno. Il 21 dicembre, ad Alma Ata, allaccordo di Minsk aderiscono le quattro repubbliche dellAsia
centrale, il Kazachstan, lArmenia e lAzerbajdan. La Russia si impossessa di tutte le ambasciate allestero.
A fine dicembre lURSS non esiste pi.

III. 1992-93. La Russia dopo lURSS - Il conflitto tra presidenza e Parlamento


8. Le prime divisioni nel campo dei vincitori di agosto: il rapporto Russia-Unione
La situazione tra i vincitori di agosto fluida, gi allindomani della vittoria serpeggia il conflitto tra
Parlamento e presidenza. A met settembre il Parlamento sconfessa alcuni decreti del presidente e lo accusa
di essere antidemocratico. Ai primi di ottobre piena crisi tra i vincitori di agosto. Il governo russo
spaccato, il Parlamento diviso.
Uno dei principali punti di discordia che divide il Parlamento russo e lo stesso governo la sorte
dellUnione e del nuovo Trattato di comunit economica (alla cui firma - che gli eventi successivi
provvederanno ben presto a vanificare - si giunger faticosamente ad Alma Ata il 18 ottobre tra 8
repubbliche: Russia, Bielorussia, Armenia, Kazachstan e le 4 repubbliche centro-asiatiche). Gi ai primi di
settembre Silaev si dimette da premier della Russia per divenire primo ministro dellUnione. Viene accusato
dagli eltsiniani di tradire la Russia. Burbulis, segretario di Stato russo, e il governo russo sono contro
laccordo economico di Alma Ata tra le repubbliche, caldeggiato da Javlinskij e approvato da Elcyn. Ed
proprio sulle sorti dellUnione che Ruckoj apre lo scontro con Elcyn, accusando di incompetenza,
banditismo e tradimento diversi ministri del governo russo, rei di appoggiare il trattato che rid vita al
centro contro gli interessi della Russia e ci considera mucche da continuare a mungere. Dunque, si agita il

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nazionalismo russo contro lUnione. Javlinskij diviene inviso ai deputati per essere diventato il responsabile
economico dellUnione e per essere a favore del trattato. Due ministri si dimettono ai primi di ottobre
lamentando lincapacit del governo russo di avviare la riforma economica e la sua riluttanza ad aderire al
Trattato dellUnione. Elcyn fa un rimpasto di governo. Dopo le dimissioni di Silaev, assume direttamente la
carica di primo ministro. Burbulis il suo vice. Contro il trattato economico si schierano curiosamente anche
molti degli ex comunisti. Javlinskij, Chasbulatov e Silaev sono invece per il Trattato. Chasbulatov e Ruckoj
sono qui su posizioni contrapposte.
Ai primi di novembre Russia democratica appare spaccata in tronconi antagonisti su due questioni
fondamentali: passaggio al mercato e rapporti con lUnione. Abbiamo cos, su un versante, i populisti, che
tendono a difendere i redditi pi bassi anche a costo di rallentare il passaggio al mercato, contrapposti ai
liberisti; e, sullaltro, i fautori di una grande Russia, del tutto staccata dalle altre repubbliche, contrapposti
agli unionisti, favorevoli al mantenimento di una qualche forma di Stato federale. Gli accordi di Minsk e di
Alma Ata superano oramai la questione del rapporto Russia-Unione.
Ed emerge con maggior nettezza e in tutta la sua portata laltro punto di dissenso nel Parlamento: la
riforma economica. La presidenza Elcyn d il via al programma di privatizzazioni e annuncia la terapiashock sui prezzi. Gajdar ne il padrino. I primi provvedimenti liberalizzano totalmente il commercio estero e
pongono gli investimenti stranieri sullo stesso piano di quelli russi. Per la liberalizzazione dei prezzi, a
Mosca si diffonde il panico, e Volskij, uno dei quadrumviri vittoriosi dellagosto russo, parla di tragedia. Ma,
messe da parte le perplessit, il primo novembre 1991 il Parlamento concede a Elcyn poteri speciali per un
anno per portare avanti le riforme economiche. Il giorno dopo si pronuncia per la promulgazione di una
nuova carta costituzionale. Alla vigilia dellanniversario dellOttobre vota la messa al bando del partito
comunista.
Altro punto di dissenso allinterno del Parlamento e tra Parlamento e presidente il rapporto da tenere
con le repubbliche della federazione. Qualche giorno dopo aver concesso poteri speciali a Elcyn, il
Parlamento boccia il suo decreto sullo stato demergenza in Ceceno-Inguscezia.
Ma ci che pare accomunare la maggioranza del Parlamento russo in questi momenti di agonia
dellURSS la volont di rottura col passato. Il 12 dicembre (dopo laccordo di Minsk che decretava la fine
dellUnione) viene stracciata la Costituzione sovietica del 1922.
9. Lo scontro fra due vie di transizione al capitalismo
Le divergenze tra Elcyn e Chasbulatov si manifestano ben presto, sin dalladozione della terapia shock
da parte di Gajdar. Chasbulatov ne chiede le dimissioni agli inizi di febbraio 1992, dopo che il costo della
vita quadruplicato nel mese di gennaio. il momento della farsa occidentale del ponte aereo di aiuti a
Mosca (che si riveleranno fondi di magazzino avariati). il momento in cui Elcyn si lamenta ad Ottawa
delle promesse di aiuti occidentali non mantenute. Elcyn agita lo spettro del pericolo rosso e della dittatura
comunista per invocare aiuti dallOccidente. Ed gi da questo momento che la stampa d notizia dellesi stenza di un partito anti-Elcyn guidato da Ruckoj, che chiede un cambio di governo.
Comincia a manifestarsi in piazza lopposizione sociale alla politica di Elcyn; tra gli obiettivi vi anche
il ripristino dellURSS. Sono le prime manifestazioni di uno scontento popolare guidate da comunisti:
100.000 (secondo i dati del ministero dellInterno russo) il 9 febbraio a Mosca (3). Il 23 febbraio, giornata
dellesercito, sono ancora manifestazioni di piazza e scontri con la polizia. Il generale Makaov ottiene di
deporre la corona sulla tomba del milite ignoto. Tra le bandiere, il colore prevalente il rosso dei comunisti,
ma vi sono anche simboli anarchici e zaristi.
Mentre sfilano i cortei degli oppositori, uniti dal rifiuto della terapia shock di aumento dei prezzi, Ruckoj
sembra collocarsi a fianco dellopposizione popolare contro Elcyn, chiede addirittura di liberare i
gekaepisti di agosto e di chiudere il caso senza processo; si oppone anche alla consegna di Honecker a
Bonn. Al tempo stesso, Ruckoj continua a prestare particolare attenzione al nazionalismo russo: al
Congresso delle forze patriottiche (febbraio 92) definisce incostituzionale latto di cessione della Crimea
allUcraina (voluto da Chruev nel 1956), chiede la sovranit della RSFSR sullOssezia del Sud (che entro
i confini della Georgia), il mantenimento delle isole Kurili (che Chasbulatov a settembre del 91 voleva
offrire ai giapponesi in cambio di aiuti economici).
Ma Ruckoj, stranamente, si ritrova in questi mesi anche al fianco di Gorbaev (e accanto a evardnadze,
Jakovlev, Nakasone, Gary Hart) nella promozione della Fondazione Gorbaev. Nellinverno del 92 lex
presidente sovietico un aperto sostenitore di Elcyn, oltre che un beniamino degli occidentali e del Vaticano
(4). Mentre le autorit di Mosca decidono di vietare la manifestazione comunista e antigovernativa del 17

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marzo, nonch tutte le manifestazioni per tutta la durata della riforma economica, Gorbaev annuncia di
voler collaborare con le autorit di Mosca. A Bonn, il 5 marzo, dichiara che Elcyn e i suoi devono vincere.
Per tutto marzo continua a dar patenti di democratico a Elcyn (5), sostenendo che c uniformit di vedute
sulla riforma della societ verso un nuovo sistema, mentre le divergenze riguarderebbero solo tempi e
modi, sarebbero determinate da esigenze tattiche. Il nemico principale per Gorbaev sono le forze che si
oppongono alle riforme.
Il 17 marzo c il tentativo di riunire i deputati del disciolto Soviet dellURSS per ridar vita allUnione.
La manifestazione raduna alcune decine di migliaia di persone e 200 deputati. Il vertice del Parlamento russo
bolla il raduno dei deputati sovietici come golpista.
Nei mesi successivi la situazione economica peggiora fortemente: i redditi reali dei salariati sono
decurtati del 50%, quelli dei pensionati del 60%, mentre di aiuti occidentali non c ombra. IL FMI, anzi,
chiede che venga liberalizzato il prezzo del greggio.
Di fronte al pericolo di una crescita della tensione sociale, vengono diffuse a luglio voci di golpe.
Servono a Elcyn per rafforzare i poteri del ministro degli Interni, limitare il diritto di manifestazione a
Mosca, nominare un comitato molto ristretto per la sicurezza dello Stato, di cui segretario Skokov (che,
fedelissimo di Elcyn, si dissocer dalla sua politica nel marzo 93).
A met agosto 92 la frazione parlamentare dellUnione industriali riunisce a Mosca 2500 dirigenti di
imprese, la maggior parte dei quali chiede le dimissioni di Gajdar, accusato di essere il principale
responsabile del collasso dellindustria, della paralisi del sistema finanziario e di una sconsiderata
privatizzazione, nonch il fautore di una politica tendente a far cessare rapidamente lassistenza di Stato alle
imprese. I dirigenti di imprese si oppongono altres alla tassa del 28% sui beni prodotti.
A fine settembre Gajdar illustra in Parlamento il disastro economico della Russia e propone un rigido
regime di austerit. Si accentuano le critiche dei deputati che erano stati in passato favorevoli a Elcyn.
Qualcuno, come la Starovojtova, chiede la sostituzione di Gajdar con Ruckoj o Volskij.
Dal 1 ottobre parte la farsa dellazionariato di massa con voucher da 10.000 rubli. Loperazione
criticata dallUnione industriali e dallUnione civica: nessuno sa quale sia il valore reale dei buoni di
privatizzazione. Il corso del rublo, intanto, continua la sua disastrosa discesa rispetto al dollaro.
10. 1992 Il primo scontro di autunno
Mentre si avvicina la scadenza dei poteri speciali concessi a Elcyn (possibilit di destituire e nominare il
governo senza consenso parlamentare), prende forza il cosiddetto centro, costituito ora da Ruckoj,
Chasbulatov, Volskij. Dal punto di vista economico-sociale essi rappresentano le esigenze della grande
industria statale contro la politica di Gajdar. Dal punto di vista istituzionale, si propongono di limitare i poteri
del presidente. Un nuovo progetto di legge prevede che il presidente ottenga il consenso del Soviet supremo
e la conferma del Congresso dei deputati sul nome del premier da lui scelto. Tuttavia, i centristi paiono
voler perseguire un compromesso con Elcyn e stringere con lui unalleanza strategica. Ai primi di ottobre
92 Elcyn cerca il consenso dei nazionalisti: allultimo momento annulla il suo viaggio in Giappone (dove
dovrebbe trattare sulla cessione delle Kurili), decora alcuni generali, blocca il ritiro delle truppe russe dal
Baltico.
In politica economica Elcyn opera una piccola svolta, facendo una concessione ai centristi: una
squadra speciale, guidata da Ruckoj, veglier sul programma di riforme economiche. Elcyn elogia lUnione
civica (che guarda con favore al modello cinese), mentre Volskij moltiplica gli attacchi al governo Gajdar,
reo di portare alla disintegrazione dello Stato.
Frattanto Elcyn comincia a giocare unaltra carta: riunisce a Mosca i leader di tutte le repubbliche
federate e delle regioni autonome per costituire un Consiglio dei capi delle repubbliche, da lui presieduto.
Il 21 ottobre 1992 la seduta del Soviet Supremo boccia a larga maggioranza (114 voti contro 59) la
richiesta di Elcyn - motivata con la necessit di approvare il progetto di nuova Costituzione - di rinviare a
marzo il Congresso dei deputati del popolo di dicembre. Elcyn teme di perdere i poteri speciali concessigli
fino al 1 dicembre, che gli consentono di nominare i governi senza consenso parlamentare. Il Soviet vota
per riprendere sotto controllo le Izvestija. Poltoranin, ubais, Kozyrev e Burbulis accusano Chasbulatov di
stare attuando un colpo di Stato strisciante.
Nellautunno 92 lo scontro politico a Mosca vive una delle sue fasi pi acute. Gli ex compagni di
cordata di Elcyn e sostenitori del passaggio alleconomia di mercato si trovano uniti nellopporsi alla
prosecuzione del governo Gajdar e al prolungamento dei poteri speciali concessi a Elcyn. E quella che per
alcuni mesi precedenti era stata una battaglia svoltasi a livello solo politico, diviene ora una battaglia che si

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collega al risentimento sociale contro gli effetti della politica economica adottata da Gajdar, sostenuto da
Elcyn. Sembra sia possibile il saldarsi di un fronte che raccoglie, da una parte, lUnione industriali di
Volskij - con la richiesta di non distruggere, tagliando le sovvenzioni statali e penalizzandola col sistema di
tassazione, lindustria di Stato - che comunque lunico settore produttivo di rilievo (la privatizzazione ha
interessato intermediazione e commercio, o operazioni puramente speculative, di svendita di beni russi) e,
dallaltro, lo scontento sociale per limmiserimento palpabile e immediato delle masse; cui si aggiunge una
fetta di intellettuali nazionalisti e di settori dellesercito, disgustati dalleccessiva occidentalizzazione del
paese, da una politica estera di Kozyrev del tutto prona agli USA (i quali, certo, hanno guardato di buon
occhio anche lo sgarbo fatto ai giapponesi). Tra laltro, gli USA, per soli 5 miliardi di dollari, hanno potuto
acquistare le testate nucleari dellarsenale sovietico, garantendosi il monopolio delluranio. Elcyn e Kozyrev
hanno affiancato Bush nella messinscena del rafforzamento dellembargo contro Saddam Hussein, inviando
due navi nel Golfo.
Per la prima volta dopo lagosto russo e la dissoluzione dellUnione, lopposizione sociale promossa dai
comunisti - soprattutto quelli pi attivi di Trudovaja Rossija (Russia lavoratrice), guidata da Anpilov - e il
risentimento nazionale antiamericano e antioccidentale contro la penetrazione del modo di vita americano
(che trova vasta risonanza nel Fronte di salvezza nazionale), potrebbero godere di una consistente
rappresentanza politica che si concretizza in un progetto di transizione diverso: la via cinese (che in questa
fase piace anche a Roj Medvedev, leader del partito socialista dei lavoratori), in cui le imprese statali
continuano ad avere un ruolo guida nelleconomia del paese.
In questo caso, la rovina del governo Gajdar - e anche, almeno in parte, delle fortune di Elcyn che lo ha
sostenuto - si avrebbe non solo per effetto di unopposizione parlamentare e di giochi di palazzo, ma anche
grazie allopposizione sociale, che, se non ha ancora coinvolto la stragrande maggioranza della popolazione,
tende ad estendere rapidamente la sua influenza, mentre il progetto eltsiniano perde di giorno in giorno
capacit di egemonia. Non certo la stessa cosa se la sostituzione di Gajdar avviene come avvicendamento
tra due forze borghesi in competizione tra loro, senza intervento di terzi incomodi, o se avviene anche
grazie allapporto determinante delle mobilitazioni di massa promosse dai comunisti, soprattutto da quelli
che col gorbaciovismo hanno rotto da tempo e si propongono, ancorch in modo schematico e predicatorio,
la socializzazione dei mezzi di produzione. In caso di vittoria, Ruckoj o Volskij avrebbero dovuto comunque
pagare il conto alle masse in rivolta contro limmiserimento. Una vittoria dei centristi contro Gajdar
avrebbe comunque spostato i rapporti di forza a favore anche dei comunisti. Questentrata in scena delle
masse e di forze organizzate che le dirigono infatti la cosa che preoccupa maggiormente i nuovi padroni
russi.
La posta in gioco nello scontro dellautunno 92 anche lassetto costituzionale, cosa non di poco conto.
Perch il modo in cui Elcyn si servito dei poteri speciali ha convinto un numero crescente di deputati della
pericolosit di una costituzione presidenziale che non tenga conto alcuno del Parlamento. La Russia non ha
ancora una nuova costituzione, e lo scontro, anche su questo terreno, implica forti rischi per Elcyn.
Comincia cos, ad opera dei vari Burbulis, Poltoranin & C., la campagna di demonizzazione dellavversario e
del Parlamento, cui si prestano in gran parte i mass media occidentali che ci dipingono Chasbulatov, Ruckoj
e Volskij come rappresentanti del vecchio sistema comunista, conservatori, ambiziosi e avidi di potere (6) e
diffondono la storiella che il Parlamento russo disobbedisce al presidente solo perch (al pari dei
parlamentari italiani tangentopolizzati) non vuole andare a casa.
La lotta che si svolge certamente una lotta di potere, i cui protagonisti sul davanti della scena non sono
n intrepidi senza macchia e senza paura, n integerrimi. Sono, certo, anche degli ambiziosi. Ma non una
lotta tra boiari e principe, non una lotta per sostituire semplicemente al principe un altro principe che si
svolge al chiuso, tra i corridoi del palazzo. Perch in questa lotta intervenuto anche il terzo incomodo,
una parte degli strati di popolazione maggiormente immiseriti dalla politica economica di Elcyn.
Ma, daltra parte, ben lungi dallessere una lotta tra socialismo e capitalismo: n Ruckoj, n Volskij, n
Chasbulatov si sono dichiarati mai per il ripristino della propriet statale, contro leconomia di mercato, e
neppure per il ripristino dellURSS (Ruckoj nellautunno del 91 stato uno degli oppositori pi decisi di
questa eventualit). Ma il contesto in cui la lotta tra le due vie capitalistiche (contraddizioni tra borghesia
nazionale e borghesia compradora) si inserisce, fa s che una sconfitta di Elcyn ad opera dei centristi
dia oggettivamente maggiore spazio e agibilit politica alle opposizioni anticapitalistiche e ai comunisti.
Spazi che vengono fortemente ridotti nellambito del nuovo assetto istituzionale voluto da Elcyn
(costituzione presidenziale con enormi poteri dellesecutivo rispetto al controllo del Parlamento).
Se il blocco sociale e politico che agli inizi dellautunno 92 sembrava potesse formarsi (anche intorno al
Fronte di Salvezza Nazionale, che in questa fase appare particolarmente attivo), si fosse in qualche modo
consolidato e avesse trovato azione e obiettivi comuni, la transizione capitalistica di Elcyn avrebbe ricevuto

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un duro colpo. Ed proprio per evitare il consolidamento di tale blocco (che avrebbe dato oggettivamente,
nelle condizioni date, spazio allopposizione sociale) che Elcyn, nellautunno 92, sostituir, accettando una
parziale sconfitta, il premier Gajdar con ernomyrdin, uomo dellindustria di Stato (settore petrolifero).
Del resto, gli interessi di classe, la scelta politica gi fatta in precedenza, spingono Volskij, Chasbulatov,
Ruckoj a tentare un accomodamento, a cercare un compromesso con Elcyn, con cui hanno condiviso
pienamente la responsabilit della lotta contro il PCUS, per lo smembramento dellUnione. In questa fase
essi si contrappongono a Elcyn, ma non sostengono le manifestazioni di piazza, e cercano il compromesso
proprio perch la loro non una scelta anticapitalistica. Non vogliono lo scontro militare o linsurrezione
popolare contro Elcyn. Essi si fanno interpreti - con i deputati provenienti dalle regioni - del malessere del
paese, e intendono mantenere tale malessere nellambito parlamentare, porlo sotto tutela per non renderlo
esplosivo. Pensano alluso di potenti leve statali per guidare la transizione capitalistica, limitandone i costi
sociali.
Sono diverse le forze che invitano alla ricerca del compromesso tra Parlamento e presidente, che deve
fare i conti col pieno scacco della sua politica economica: da Gorbaev al patriarca ortodosso, fino ad alcuni
consiglieri illuminati del grande capitale internazionale, che pensa anche alla possibilit di cambiare cavallo,
ed esprime apprezzamenti per Volskij.
Alla settima sessione del Congresso dei deputati del popolo, iniziata il 1 dicembre 1992, lopposizione
alla politica di Gajdar e ai poteri speciali di Elcyn molto pi forte. Il 40% degli oltre 1000 deputati vota la
messa in stato daccusa per Elcyn e chiede di mettere allordine del giorno la sfiducia per Gajdar. La
maggior parte dei deputati, dopo lo scioglimento del PCUS, non appartiene formalmente a nessuna
formazione politica: sono ora contro Elcyn perch dalle loro regioni di provenienza che arrivano critiche
alla politica di Gajdar. in gioco il destino dellindustria pesante: senza sovvenzioni statali e senza
protezionismo, subirebbe un colpo mortale (si calcolano intorno ai 50 milioni, con lindotto e le famiglie, le
persone interessate al complesso militar-industriale). Sono i risultati della crisi economica ad averli spostati
contro Elcyn e soprattutto contro Gajdar: non sono n nostalgici del breznevismo, n anticapitalisti, ma
fautori di una transizione regolata, governata, al capitalismo. ( anche un po ridicola la storiella che
sarebbero attaccati alle poltrone: gli oltre 1000 deputati non lavorano in permanenza al Parlamento, ma solo
nelle sessioni del congresso, 2-3 allanno. E non godono di privilegi enormi).
E lo scontro dellautunno 1992 si conclude col compromesso. Elcyn deve rinunciare dopo il Congresso
di dicembre, a Gajdar, che ha completamente fallito lobiettivo estremamente ambizioso della riduzione del
deficit di bilancio (riduzione dellinflazione e convertibilit del rublo).
11. 1993: Cronaca di un golpe annunciato
Ma per Elcyn si trattato solo di una ritirata provvisoria. Il nuovo governo non ha mutato
sostanzialmente linea di politica economica, ha anzi accelerato le privatizzazioni vendendo alcune grandi
imprese come la ZIL (produce limousine di lusso).
Sono entrati sulla scena politica altri soggetti, in particolare il Partito comunista della federazione russa,
cui, nel novembre 1992 la Corte costituzionale russa ha riconosciuto piena legittimit. A met febbraio 1993
esso svolge un congresso straordinario di ricostituzione e unificazione dei comunisti russi e registra
ladesione di circa 500.000 iscritti.
A marzo 1993, allVIII Congresso dei deputati del popolo, lopposizione si fa pi dura, e lideologia
liberale eltsiniana in forte crisi di egemonia. Il congresso straordinario dei deputati del popolo di marzo
spoglia Elcyn di gran parte dei poteri ottenuti nel 90 e nel 91. Elcyn perde il confronto con lopposizione
parlamentare, che cancella gli emendamenti alla costituzione approvati al precedente congresso: ogni
tentativo di Elcyn di cambiare lassetto costituzionale o di sospendere il congresso e il soviet supremo fa
scattare la messa in stato daccusa per il presidente. Il Soviet Supremo pu ora sospendere un decreto
presidenziale se lo ritiene in contrasto con la costituzione e ricorre alla corte costituzionale. Il congresso si
conclude il 13 marzo e si pensa ad una soluzione costituzionale. Il compromesso precedente dimissionava
Gajdar e Burbulis, ma dava al governo il controllo della banca centrale e diritto di iniziativa legislativa a
Elcyn.
Il 20 marzo Elcyn parla in TV, attacca il Parlamento, ne annulla le decisioni dellultima sessione di
marzo, promulga una legge eccezionale e indice dei referendum per il 25 aprile (sulla fiducia al presidente,
sulla fiducia alla sua politica economica) senza averne i poteri costituzionali. La corte costituzionale russa
sconfessa Elcyn. Quasi tutti gli opinion-makers occidentali plaudono allazione di Elcyn e parlano di un
Parlamento dominato dai nazional-comunisti (7); e i governanti occidentali non sono da meno, Clinton in

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testa. La primavera del 93 costituisce la prova generale del massacro dautunno. Elcyn minaccia il ricorso
alla forza contro il Parlamento se esso ostacoler le riforme.
Ai referendum del 25 aprile Elcyn ottiene un risultato favorevole di misura (53%) su quello che riguarda
la fiducia alla politica economica del presidente (ma i votanti sono solo il 62%); vince nelle grandi metropoli
e perde nelle aree colcosiane precaucasiche. Elcyn non ottiene per il consenso plebiscitario che sperava e
per il quale si era mobilitata tutta la stampa occidentale.
Si arriva cos agli scontri sanguinosi del 1 maggio, provocati dalla polizia. Segue il divieto di
manifestazioni sulla Piazza Rossa. Elcyn cerca a tutti costi lo scontro con i comunisti. Punta a mantenere un
clima di tensione per giustificare il varo di misure eccezionali e la soppressione dellopposizione. Ad ottobre
la strategia sar perfezionata.
A fine aprile Elcyn costituisce una sua commissione per lelaborazione di un nuovo progetto di
costituzione, contro quello gi elaborato dal Parlamento. L11 maggio la commissione d avvio ai lavori e
convoca unassemblea costituente per il 5 giugno. Il fronte parlamentare antieltsiniano, che si era compattato
nelle votazioni del Congresso di marzo, si divide: mentre Chasbulatov contrario a partecipare ai lavori
dellassemblea, che ritiene incostituzionale e illegale, il suo vice Rjabov invece favorevole. Il 5 giugno,
giorno dellapertura dei lavori dellassemblea costituente voluta da Elcyn, si svolge a Mosca una grande
manifestazione indetta contro la costituzione antipopolare di Elcyn.
A luglio lassemblea costituente di Elcyn approva con 433 voti su 585 il progetto della nuova
costituzione, che trasforma la Russia in repubblica presidenziale. Ma delle 20 repubbliche federate solo 8
hanno siglato il progetto e circa 1/3 delle regioni autonome ha opposto un secco rifiuto. Sono queste
autonomie a costituire ora una notevole minaccia per Elcyn. Il quale, nel tentativo di cercare alleati contro il
Parlamento, aveva promesso pi larghi poteri a repubbliche e regioni autonome, promesse che avevano
sortito leffetto di rinvigorire le spinte autonomistiche della periferia. Per garantirsi maggiori diritti, le
regioni di Sverdlovsk, Vladivostok e Vologda si proclamano repubbliche.
Il 23 luglio ernomyrdin decreta il ritiro dalla circolazione di tutti i rubli stampati prima del 1993; i
cittadini russi potranno cambiare un massimo di 35.000 rubli a testa in pochi giorni. Londata di proteste
generali induce Elcyn ad elevare la quota a 100.000 (ma un rublo vale poco pi di una lira). La crisi
economica russa sembra non conoscere limiti, scarseggia il combustibile e molti voli dellAeroflot vengono
annullati. I prezzi delle tariffe dei trasporti rendono proibitivi anche gli spostamenti interni: un volo di due
ore costa ora quanto un salario medio. Ricompaiono malattie (tifo, colera, difterite) che parevano debellate
per sempre. La tensione sociale destinata a crescere, scoppiano rivolte in Siberia, i minatori, che nell89-91
avevano sostenuto Elcyn, sono in fermento. Kozyrev invita Elcyn a instaurare il pugno di ferro.
Il pericolo per Elcyn e la sua banda che la tensione sociale crescente per laggravarsi della situazione
economica, gli scioperi e le sommosse popolari possano saldarsi, unificarsi, trovare un referente politico e
istituzionale e una legittimazione nellopposizione ancora non placata del Parlamento. A fine luglio Elcyn,
tornato dopo una breve pausa sulla scena politica, ingiunge al Parlamento russo di sciogliersi: entro ottobre i
deputati dovranno suicidarsi. Cronaca di un golpe annunciato.
Ai primi di settembre Elcyn sospende dalle sue funzioni di vicepresidente Ruckoj (ricordiamo che era
stato eletto a suffragio universale insieme con Elcyn nel giugno 91, contribuendo in modo determinante,
con la sua figura di militare ed eroe dellAfganistan, alla sua vittoria). Il Soviet Supremo russo respinge
immediatamente il diktat di Elcyn sulla sospensione di Ruckoj. Gleb Jakunin, il fanatico prete filoeltsiniano,
preannuncia un atto di forza contro il Parlamento in caso di messa in stato daccusa per il presidente. A met
settembre Elcyn rimuove Oleg Lobov, e affida la guida delleconomia a Gajdar, che assume il ruolo di
vicepremier: la scelta per ladozione di una politica neoliberista ancor pi marcata. Ma ci richiede, come
diversi hanno ormai annunciato, il pugno di ferro. Il 20 settembre Ruckoj, profetico, annuncia che la
nomina di Gajdar lultimo atto preparatorio prima dellinstaurazione della dittatura.
Il 21 settembre Elcyn attua il colpo di stato, scioglie il Parlamento e assume tutti i poteri. Una parte dei
deputati non va a casa e avanza la proposta di elezioni simultanee per la presidenza e il rinnovo del
Parlamento in marzo. Nonostante lassedio dei miliziani di Elcyn, il filo spinato intorno al palazzo del
Parlamento, la sospensione delle forniture idriche ed elettriche, la censura rigida sui giornali di opposizione,
il Congresso non isolato: a fine settembre una sessantina di repubbliche e regioni autonome della
Federazione russa minacciano di interrompere i rifornimenti a Mosca se Elcyn non toglier lassedio al
Parlamento. Nella sede della Corte costituzionale si riuniscono 56 dirigenti dei parlamenti locali e 18 capi
delle amministrazioni autonome, costituendo un Consiglio dei soggetti della federazione, che si attribuisce
una sorta di potere statale super partes. Scende in campo anche la chiesa ortodossa col patriarca Alessio II
alla ricerca di una mediazione.

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Elcyn e Gajdar devono far presto per scatenare lassalto militare al Parlamento: occorre lanciare lesca
per la provocazione, secondo unantica tradizione russo-zarista. Nel pomeriggio di sangue di domenica 3
ottobre a Mosca compaiono allimprovviso circa duemila manifestanti ben addestrati che si scagliano contro
le forze di polizia travolgendole. Nessuno li aveva mai visti prima, eppure scatenano la piazza: quando il
caos ha inizio, cos come erano arrivati, questi anomali manifestanti scompaiono nel nulla... Chi erano?
Dovevano creare il casus belli che ha permesso a Elcyn di bombardare il Parlamento? (8)
NOTE
1. Nei primissimi anni del potere eltsiniano, ma solo in essi, gli strati del proletariato che, come i
minatori, hanno goduto - per rapporti legati agli impegni di esportazione assunti sul mercato internazionale di un forte potere contrattuale, sono riusciti a conservare o anche a migliorare il loro potere dacquisto; anche
perch, in gran parte egemonizzati dagli intellettuali radical-eltsiniani negli anni della perestrojka, sono stati
corteggiati da Elcyn che ha cercato di farne una sua base di massa.
2. Cfr. Izvestija, 12.10.1990.
3. Gorbaev intanto plaude a Boris, cfr. La Stampa del 31.1.92.
4. Divenuto collaboratore della Stampa, tesse gli elogi di Wojtila, il quale, da parte sua, attribuisce alla
Provvidenza il suo incontro con Gorbaev, cfr. La Stampa, 3.3.1992.
5. Cfr. La Stampa, 26.3.1992.
6. Si vedano ad esempio gli articoli di Sandro Viola su La Repubblica. Si veda anche larticolo di I.
Levin, che definisce Chasbulatov come il ceceno venuto a Mosca, Liberazione, 30.10.1992.
7. Cfr. ad es. S. Viola, in La Repubblica, 21.3.1993.
8. Cfr. C. Remeny, Il Calendario del popolo, n. 571, pp. 21-23.

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La Russia doggi: instabilit e questioni irrisolte

1. Sviluppo del capitale transnazionale e dissoluzione del socialismo reale


Possiamo guardare a quanto accaduto negli ultimi anni (per indicare una data simbolo: il 1989) in
URSS e nei paesi dellEuropa centro-orientale appartenenti al COMECON e al Patto di Varsavia dal punto di
vista della dinamica mondiale del modo di produzione capitalistico. Il quale oggi entrato in una fase nuova
(la pi adeguata al suo concetto), quella del capitale transnazionale. Si intende generalmente con ci un
capitale che non ha pi essenzialmente una base nazionale, o pi basi a carattere nazionale (le societ
capitalistiche multinazionali), ma che tende a varcare (e, nel caso, a rompere) qualsiasi frontiera nazionalstatuale.
Se questa la fase attuale dello sviluppo capitalistico mondiale, quanto accaduto allURSS e agli altri
paesi del socialismo reale, indipendentemente dalle dinamiche socio-economiche interne a ciascun paese,
si inserisce nella logica di rottura delle frontiere e delle compagini statuali di ogni paese che intenda adottare
una qualche forma di controllo statale sulla propriet delle imprese, sullemissione monetaria, sul commercio
estero e interno. Il bisogno di espansione del capitale ha spezzato le precedenti frontiere e dissolto precedenti
modi di produzione (1). Londata di privatizzazioni, che ad Est come ad Ovest si abbattuta tra gli anni 80 e
90 servita - e serve - a rendere disponibili, aggredibili da parte dei capitali transnazionali, imprese,
giacimenti, risorse, mercati, prima sottoposti al controllo dello Stato nazionale.
Non ci soffermiamo qui sul modo in cui limperialismo transnazionale interviene per imporre ladegua mento degli assetti proprietari dei singoli paesi al livello di sviluppo ormai raggiunto dal capitale. Si pu ri cordare che pressioni in tal senso sono state esercitate non soltanto verso i paesi del socialismo reale (ri spetto ai quali era necessario un intervento radicale, per il peso preponderante, quando non assoluto, che in

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essi aveva la propriet statale), ma anche verso quei paesi arabi che cercavano di stabilire un controllo statale
su settori strategici delle loro economie, ad esempio, a paesi che, come lEgitto di Nasser, si erano spinti
avanti sulla strada delle nazionalizzazioni, fu imposta linfitah, lapertura liberista nei confronti del capitale
occidentale.
Con ci - beninteso - non si vuol giustificare affatto il ruolo svolto dai gruppi dirigenti dei paesi del
socialismo reale e dellURSS in particolare, n spiegare gli eventi dell89 con la teoria del complotto delle
centrali spionistiche occidentali. Si vuol semplicemente gettare uno sguardo complessivo sulla dinamica
della storia mondiale: la privatizzazione, in quanto destatizzazione, denazionalizzazione (sottrazione della
propriet al controllo di uno Stato nazionale) corrisponde pienamente allesigenza di espansione del
capitalismo mondiale.
2. Logica del capitale e situazioni storico-concrete
Se corretto e necessario assumere tra le coordinate dellanalisi che intraprendiamo sulla questione russa
oggi anche la funzione e gli interessi di lunga durata, strategici, del capitale transnazionale, non bisogna per
concepire idealisticamente un percorso semplice ed unilineare, una corrispondenza meccanica tra quel che
sarebbe loptimum per gli interessi dello sviluppo capitalistico nella fase attuale e il modo in cui si
realizzata la dissoluzione dellURSS e il passaggio della Russia alla cosiddetta economia di mercato e alle
privatizzazioni. Non era in s inevitabile - n era auspicato da tutte le frazioni del capitale transnazionale (si
veda il documento del FMI nel 90 sul passaggio dellURSS alleconomia di mercato, in cui si
raccomandava di non rompere i legami economici pluridecennali stabilitisi tra le repubbliche dellUnione e
di mantenere un unico grande spazio economico) (2) che, per ottenere ci, si arrivasse, suscitando linedito
problema di una questione nazionale russa, anche alla rottura di una compagine statuale (in particolare, la
separazione di Mosca da Kiev) che si era costituita ed aveva avuto esistenza autonoma diversi secoli prima
della rivoluzione dOttobre. La rottura della statualit sovietica stata determinata dal complesso gioco delle
forze in campo, stato il risultato del duplice movimento di pressione esterna e di azione dissolutrice interna
del campo socialista: la dissoluzione dellURSS stata necessaria perch le forze di dissoluzione interna
(gli agenti interni del capitale transnazionale, Elcyn in testa) potessero averla vinta sui non molto convinti
difensori della statualit sovietica: era, insomma, necessario disgregare lURSS, facendo leva su
nazionalismi e separatismi, perch potesse passare pienamente la privatizzazione della propriet statale
sovietica, perch si potesse realizzare quella soluzione di continuit rispetto allo Stato sorto dalla rivoluzione
bolscevica. Per questa soluzione ha premuto, con tutta probabilit, la lobby militar-industriale USA per
togliere di mezzo un concorrente ancora discretamente armato e pericoloso e giungere ad avere il monopolio
incontrastato delluso della forza nel mondo (donde la teoria e la pratica del nuovo ordine mondiale).
Interessi geopolitici nel concreto storico sono entrati in contraddizione non antagonistica con gli
interessi del capitale transnazionale ad avere un unico spazio economico nellUnione ex sovietica. Il concreto
storico-politico prende il sopravvento e surdetermina in diversi casi la pura logica economica capitalistica.
Lannessione immediata della Repubblica Democratica Tedesca da parte della Repubblica Federale Tedesca,
ad esempio, era stata fortemente sconsigliata dalla Bundesbank, per il prevedibile costo economico (e i fatti
si sono preoccupati di andare anche oltre le pessimistiche previsioni) che avrebbe comportato interfacciare
leconomia della Germania Est a quella della Germania Ovest; ma stata scelta lopzione dellimmediata
unificazione perch segnava definitivamente la fine della minorit politica tedesca ereditata dalla sconfitta
nella II guerra mondiale.
3. I paesi europei postcomunisti sono sostanzialmente normalizzati, la Russia ancora
inaffidabile...
Il regime (3) anticomunista e antipopolare instauratosi in Russia tra i due golpe dellagosto e dicembre
1991 ha ampiamente dimostrato di non essere affatto adeguato alle esigenze che lattuale fase di sviluppo del
capitale transnazionale avrebbe richiesto. Nei rapporti economici dei centri-studio delle principali istituzioni
finanziarie internazionali si tracciavano ambiziosi progetti sulle ampie possibilit di investimento
capitalistico in Russia, definito il grande affare del secolo e del nuovo millennio (4). Se si guarda al volume
degli investimenti esteri in Russia (2-3 miliardi di dollari allanno) esso risulta - in relazione allampiezza del
paese, alle sue risorse, alle non infondate aspettative di qualche anno fa - ampiamente insufficiente. Ci
perch, come scrive lOCSE in un suo rapporto del 1995, la situazione interna russa - dal punto di vista

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economico, sociale e politico - non presenta un sufficiente grado di affidabilit e di stabilit, a differenza
degli altri paesi europei dellex COMECON.
In diversi di questi ultimi, infatti, (il pi significativo il caso della Polonia) la prima fase ultraliberista,
suscitando grande malcontento tra le masse, ha facilitato la vittoria elettorale e lascesa al governo
parlamentare di forze rinate dalle ceneri dei precedenti partiti operai e comunisti, che avevano detenuto il
potere nel periodo del socialismo reale. Il programma e lazione di questi partiti non si presentano come
antagonistici rispetto al capitalismo transnazionale, ne accettano tutte le compatibilit, richiedono ladesione
alla UE e alla NATO. Non un mistero per nessuno che il polacco Kwasnieski abbia avuto lappoggio di
settori importanti del capitale transnazionale. Si pu dire, anzi, che lipotesi socialdemocratica sia apparsa
alle lobbies capitalistiche pi rassicurante di quella di governi ultraliberisti, le cui pratiche portavano
turbolenze tali da scoraggiare gli investimenti in questi paesi. Lipotesi neocorporativa (cio, di governi
che di concerto coi sindacati dei lavoratori e con i partiti operai impongono compressione dei salari,
riduzione della spesa sociale, flessibilit della forza-lavoro secondo le pi moderne esigenze della
produzione capitalistica) la pi adatta alla preservazione della pace sociale, necessaria a garantire da
eccessivi rischi il capitale investito. La precedente struttura industriale, una forza-lavoro mediamente
qualificata il cui prezzo sul mercato da due a quattro volte inferiore a quello esistente a qualche centinaio di
chilometri di distanza, pace sociale e stabilit istituzionale: sono tutte condizioni che rendono allettante e
profittevole linvestimento, una volta realizzate quelle privatizzazioni della propriet statale che consentono
di omologare le economie dei paesi dellex COMECON a quelle del mondo capitalistico. La vittoria
elettorale di Kwasnieski non fa problema, ben al contrario.
3.1 Un paese allo sfascio
Non cos le cose in Russia: la Russia non normalizzata n economicamente n socialmente n
politicamente. La dissoluzione dellURSS e il passaggio alleconomia di mercato basata sulla propriet
privata non ha portato alle masse popolari dellimmensa Russia, ricca di risorse naturali, il benessere
promesso dai riformatori: lacrime e sangue sono stati pi amari e copiosi delle peggiori aspettative.
Liperinflazione, gi nel 92, ha distrutto in pochi mesi i risparmi di una vita. Il dollaro, che nellestate
1990, si scambiava a 15-20 rubli, alla fine del 1995 si scambia a 4.650. Dal 1991 i prezzi dei beni alimentari
e delle medicine sono aumentati da 3000 a 15000 volte, mentre salario e pensioni sono cresciuti solo di 500900 volte. Ci sono oggi in Russia prezzi occidentali e salari da terzo mondo: il pacchetto dei 19 generi
vitali ha un prezzo che ha raggiunto il 45% dei prezzi USA (mentre il salario 1/20); zucchero, burro, salumi
costano addirittura di pi.
Ma linflazione non una calamit naturale: attraverso essa si realizzato un favoloso travaso di
ricchezze dalle tasche della popolazione in quelle dei nuovi russi, i nuovi ricchi che hanno approfittato
della situazione. Dopo la prima amara esperienza delliperinflazione, milioni di cittadini, per salvare quanto
rimane dei loro risparmi, li affidano ad agenzie di fondi di investimento (tanto reclamizzati dai mezzi di
comunicazione di massa), come la MMM. Dopo aver rastrellato miliardi di rubli, quasi tutte dichiarano
fallimento, lasciando in miseria quanti si erano illusi di diventare facilmente rentiers. Altri cercano di salvare
i risparmi acquistando valuta pregiata (dollari, in particolare). I ministri privatizzatori (ubais & C.),
speculando sul corso dei cambi, spingono i cittadini a liberarsi in fretta dei dollari in loro possesso a prezzi
pi bassi delle quotazioni di mercato: anche la valuta forte passa cos nelle mani dei nuovi russi. La
speculazione monetaria e finanziaria arricchisce un piccolo strato, impoverisce la popolazione. Le attivit
commerciali e di intermediazione, incentivate gi nel periodo della perestrojka (sotto la facciata delle
cooperative di consumo) e sviluppatesi irruentemente e selvaggiamente nel primo biennio della Russia
postcomunista (1991-93), traggono enormi guadagni dallinflazione. Ma linflazione avvantaggia anche le
imprese (che nel frattempo si stanno rapidamente privatizzando; indipendentemente da ci, anche le imprese
statali, ormai sganciate dalle direttive del piano e da vincoli, si muovono in una logica capitalistica): agendo
nella maggior parte dei casi in condizioni praticamente di monopolio, possono aumentare i prezzi a
piacimento, mentre si riducono rapidamente i salari reali (salvo, fino al 1994-95, alcuni casi in cui permane
oggettivamente un discreto potere contrattuale ai lavoratori, come nellindustria estrattiva o dellenergia).
Oltre alla forte riduzione dei salari reali, che si attestano ora molto al di sotto del minimo vitale (il
salario medio corrisponde a 45 dollari, mentre per il minimo indispensabile occorrono circa 217 dollari) si
assiste in Russia e nelle repubbliche postsovietiche al fenomeno del non pagamento o del pagamento parziale
e con grave ritardo (un anno e anche pi) dei salari (sia nelle imprese private che statali), nonch al

136

fenomeno del pagamento in natura. Nel biennio 1993-94 solo il 40% dei lavoratori dipendenti ha ricevuto
la paga nei tempi previsti. Il fenomeno provocato tanto dalla speculazione di banche e imprese (per effetto
delliperinflazione, con salari pagati in ritardo si corrisponde un valore di molte volte inferiore), quanto della
crisi reale e di enormi proporzioni che investe leconomia russa nel complesso. Ed stato proprio il mancato
pagamento dei salari a costituire la scintilla che ha dato il via, a partire dal 1994, e in crescendo nellautunno
95, ad unondata di scioperi che ha interessato i principali centri industriali e minerari del paese, anche
quelli che nel 1989-91 sostenevano Elcyn e i riformatori contro il PCUS.
Si avuta una drastica riduzione della spesa sociale. La sua percentuale sul bilancio pubblico (che era
gi a un minimo record nel 94: 9%) scesa al 5,6% nel 95. Sono divenuti inaccessibili alla maggioranza
della popolazione farmaci vitali, si sfaldata ogni forma di assistenza sanitaria. Lobbligo scolastico stato
ridotto da 10 a 8 anni, i testi scolastici sono disponibili a malapena per il 20% degli alunni. Una serie di altri
beni e servizi essenziali (abitazione, energia, trasporti, telefonia), che in passato erano in gran parte a carico
dello Stato e gravavano in maniera irrisoria sulle spalle dei lavoratori (leconomia politica sovietica le
considerava distribuzione sociale del prodotto sociale complessivo, mentre il salario del singolo era
classificato come distribuzione individuale) hanno subito sensibili aumenti di prezzo, peggiorando ancor pi
le condizioni di vita delle masse. Liperinflazione servita anche ad operare una colossale riforma
pensionistica, decurtando il valore reale delle pensioni.
Secondo i dati ufficiali la disoccupazione non supererebbe il 2%, mentre tutte le stime ragionevoli degli
studiosi la collocano tra il 10 e il 15%: circa 10 milioni di persone. Altre stime sono ancor pi catastrofiche
(20 milioni, comprendendo anche una vasta area di lavoro ultraprecario e saltuario). Questi dati, tuttavia, non
ci lasciano cogliere tutta la portata del fenomeno. Le imprese russe, salvo rare eccezioni, non hanno ancora
avviato trasformazioni tecnologiche e di organizzazione del lavoro labour saving (adeguate alla fase attuale
di sviluppo del capitalismo); molte imprese lavorano a ritmo ridotto o non lavorano affatto: mantengono gli
occupati, ma in compenso non pagano i salari, o li pagano in natura. Tra i disoccupati si conta oggi un buon
numero di commercianti falliti e di piccoli imprenditori: quella piccola e media borghesia dei chioschi e
dellintermediazione, del biznes (come lo chiamano i russi dal 1989, con un termine ricalcato dallinglese),
cresciuta notevolmente fino al 1993 e messa in crisi dallavanzare della grande concentrazione capitalistica,
intrecciata alla grande criminalit, degli ultimi anni.
Si avuto insomma un peggioramento generale della qualit della vita. Secondo alcune stime, l80% dei
russi vive al di sotto della soglia minima di povert. Altre analisi pi articolate non si discostano molto da
questo dato: ricchi e agiati sono il 15%, il ceto medio appena il 2%, i poveri il 58%, i miserrimi il 25%.
Anche per il Financial Times (5) la percentuale degli abitanti che vive sotto la soglia di povert pi che
triplicata e oggi comprende 1/3 della popolazione. Lindicatore pi evidente del deterioramento delle
condizioni di vita delle masse russe rappresentato dalla diminuzione assoluta della popolazione (1993:
700.000 in meno nonostante lafflusso di profughi russi da altre repubbliche dellex URSS; 1994:
-1.000.000; nel 1987, invece, su 1.000 persone, cerano 17,2 nati contro 10,4 morti) e dalla sensibile
riduzione della speranza di vita (da 66 a 57 anni per la popolazione maschile, da 74,6 a 72 per quella
femminile). Dal 1992, per la prima volta dal dopoguerra, le statistiche sanitarie hanno registrato un aumento
delle morti per malattie infettive; sensibilmente aumentata la mortalit per le malattie degli organi
dellapparato digerente, dovute con ogni probabilit a prodotti alimentari scadenti, non pi commerciabili nei
paesi che li producono ed esportati in Russia (un bel business per esportatori occidentali e nuovi russi).
aumentato notevolmente il numero dei suicidi (1994: 61.886 suicidi, con un incremento del 33% rispetto al
1993) e degli omicidi (1994: 47.870). Ma nella Russia eltsiniana anche morire un bel problema: i funerali
hanno prezzi proibitivi e molti preferiscono abbandonare negli ospedali i corpi dei loro defunti. In Ucraina
anche peggio.
Nelle altre repubbliche ex sovietiche, come scrive G. Boffa, la situazione anche peggiore: in
Bielorussia il 75% vive peggio di prima; ancor peggio vanno le cose in Ucraina, Kazachstan e nelle altre
repubbliche dellAsia centrale; perfino nelle repubbliche baltiche, le pi occidentali e sviluppate, la
situazione economico-sociale oggi peggiore rispetto al 1990-91 (6).
Laltra peculiarit della crisi russa costituita dal rilevantissimo calo della produzione industriale: nel
1994 risulta in media del 55% inferiore rispetto al 1991. Molti grandi complessi industriali chiudono o
lavorano a ritmo ridotto. Nessuna nuova fabbrica apre i battenti, mentre fermo il processo di rinnovamento
tecnologico degli impianti. La deindustrializzazione accelerata dalla profondissima crisi dellindustria

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meccanica. In diversi comparti industriali non si effettuano riparazioni e sostituzione di pezzi, interi impianti
rischiano di andare completamente in rovina.
Ancor peggio vanno le cose in agricoltura, dove aumenta a dismisura la superficie non pi coltivata e si
infranta in pochi anni lillusione di creare una ricca economia di aziende private (farmer). Una parte
consistente del bestiame stata macellata, lapparato tecnico agrario svenduto. quasi scomparsa la piccola
produzione privata per il mercato: nel 1994, su oltre 128.000 aziende individuali registrate nelle campagne,
solo 3000 portavano prodotti al mercato. Nellestate 1995 si avuto il pi basso raccolto di cereali degli
ultimi 30 anni. Un rapporto dellOCSE ammette: la riforma fallita in agricoltura.
Al crollo della produzione in generale, si accompagna la rovina dellapparato tecnologico-scientifico, il
blocco della ricerca scientifica e tecnica, la fuga dei cervelli (2-3.000 allanno). Si stanno seriamente
pregiudicando le possibilit stesse di sviluppo futuro del paese, che potrebbe essere ridotto a mero fornitore
di materie prime degli Stati capitalistici sviluppati. Il PIL nel 1995 risulta del 33% inferiore a quello del
1991.
4. La prima fase del regime eltsiniano: borghesia compradora?
Il gruppo eltsiniano andato al potere e ampiamente sostenuto dallamministrazione USA (e accettato, ma
senza troppo entusiasmo, dal governo tedesco che avrebbe preferito Gorbaev come interlocutore) godeva
inizialmente di un certo consenso popolare (Elcyn aveva vinto nel giugno 1991 le elezioni presidenziali a
suffragio diretto nella Repubblica Socialista Federativa Russa) e aveva una base sociale, oltre che nella
cosiddetta democrazia dei chioschi (le piccole imprese private, prevalentemente nel settore dei servizi,
della distribuzione e dellintermediazione sorte come funghi grazie alle leggi sullattivit individuale e sulle
cooperative del 1987-88) tra alcune categorie di lavoratori (i minatori in particolare), illusi che la
privatizzazione avrebbe garantito loro migliori condizioni.
Ma il gruppo che ha rovesciato lURSS, pi che su questa base, si mosso essenzialmente come il
dipendente, lagente subordinato, di una frazione capitalistica prevalentemente a base USA, alla quale
doveva buona parte del suo successo e della sua legittimazione internazionale. Pi realista del re, seguendo
fin troppo alla lettera i dettami del FMI ( stato poi lultraliberista J. Sachs in persona a rimproverare Gajdar,
il premier russo fino allo scontro col Parlamento dellottobre 1993, di avere un po esagerato...), ha attuato
una politica economica che ha avuto sul paese effetti pi disastrosi di quelli di una guerra di invasione. Il
governo Gajdar stato quello del capitalismo selvaggio, o, meglio, della rapina a man bassa delle risorse
del paese, come nessun altro governo dei paesi dellEuropa centro-orientale postcomunista stato in grado di
fare. La sua funzione fondamentale era distruttiva: tagliare tutti i ponti, quanto prima, quanto pi
radicalmente fosse possibile, con il passato sovietico. Ma non solo: poich lURSS rappresentava anche un
immenso arsenale militare, potenzialmente concorrente, anche come Russia postcomunista, con quello
imperialistico USA, occorreva incidere anche su di esso, favorendone la disgregazione e la rovina.
Nei primi due anni del loro potere gli eltsiniani hanno agito essenzialmente come borghesia
compradora (7), prona agli interessi della frazione capitalistica USA. Il periodo del governo Gajdar stato
quello della rapina delle risorse del paese, dellimmiserimento della sua stragrande maggioranza,
dellenorme arricchimento di uno strato ristretto, i nuovi russi. stata una sorta di rapida accumulazione
originaria di capitale speculativo.
5. La nuova fase del capitalismo monopolistico di Stato
Lo scontro col Parlamento (autunno 1993) segna un cambio di fase: anche se i capi degli insorti
parlamentari, Ruckoj e Chazbulatov, vengono sconfitti nelle battaglie di piazza dai corpi speciali inviati da
Gajdar e incarcerati (ma dopo qualche mese liberati), sono in ultima istanza gli interessi economici che essi
rappresentavano (e dietro cui si profilava la figura del capo dellUnione Industriali, Volskij) ad avere in
qualche modo partita vinta. Non certo nel senso di una riaffermazione dei poteri del Parlamento rispetto a
quelli del presidente, ch, anzi, sotto questo aspetto, lo scioglimento manu militari del Parlamento russo
rappresenta il passo decisivo per il varo di una costituzione ultrapresidenzialistica che fa del Parlamento poco
pi che un organo consultivo; ma nel senso che da questo momento in poi - col cambio della guardia al
vertice del governo, dove designato il tecnocrate ernomyrdin - al capitalismo selvaggio subentra il
capitalismo monopolistico di Stato (8): concentrazione di banche, fusione di banche e imprese, regime di
favori ed esenzioni fiscali per i grandi monopoli. Occorre precisare che quando parliamo di capitale

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monopolistico di Stato non ci riferiamo al fatto che le imprese siano di propriet statale: per la Russia questo
ormai fuori questione, dato che la privatizzazione delle imprese, anche di quelle di grandi dimensioni,
oramai un fatto acquisito; ci riferiamo al fatto che lo Stato favorisce e incentiva, coi mezzi che gli sono
propri (la leva fiscale in primo luogo, la legislazione) la concentrazione industriale e bancaria di
supermonopoli privati (o a partecipazione di capitale statale: questultima eventualit, in questo caso, ha
importanza relativa, come non ha alcuna importanza se i possessori delle quote azionarie dei supermonopoli
- come gi accade - abbiano in tasca un passaporto russo, statunitense o tedesco). Gli agenti di questo
capitalismo monopolistico non possono essere confusi in alcun modo con la cosiddetta borghesia
nazionale. (Sotto questo aspetto le cose non vanno molto diversamente ad Ovest, dove il liberismo puro
contrapposto allo statalismo propaganda ideologica per poter ottenere - FIAT e Olivetti insegnano benefici, agevolazioni, sgravi fiscali dallo Stato a vantaggio dei privati).
Il paesaggio economico russo tende quindi a cambiare: non che scompaiano - nientaffatto - tutte quelle
forme di capitale puramente speculativo, dellintermediazione, della svendita delle risorse del paese, cui si
legano i traffici criminali e mafiosi, ma esse sono ora in posizione subordinata rispetto allavanzare della
concentrazione capitalistica e al formarsi di supermonopoli che travalicano i confini della repubblica russa e
si combinano con capitali e imprese dei paesi del vicino estero, cio delle ex repubbliche sovietiche, in
primis Ucraina, Bielorussia, Kazachstan.
6. Le diverse anime del capitalismo monopolistico in Russia
La formazione del capitale monopolistico in Russia favorita dalleredit della precedente composizione
della struttura industriale sovietica, caratterizzata da grandi impianti. Contrariamente ad alcune previsioni
che ritenevano poco probabile la privatizzazione dei megacomplessi industriali sovietici, data la difficolt di
reperire le enormi somme di capitali privati necessari ad acquistarli, il ministro russo delle privatizzazioni
ubais ha dimostrato che ci era un ostacolo agevolmente superabile: stato sufficiente sottostimare pi e
pi volte il valore delle imprese per poter raggiungere lobiettivo principale (funzionale per il capitale
transnazionale) della privatizzazione. Ma la struttura e il livello della maggior parte delle imprese ex
sovietiche tale che esse - indipendentemente dal fatto che il proprietario sia lo Stato o il privato - possono
produrre essenzialmente per un mercato interno o per quei settori del mercato estero che erano in passato
acquirenti delle merci sovietiche. Al di l dellesportazione di petrolio, gas e altre materie prime, e di prodotti
del complesso militar-industriale, gran parte delle merci dellindustria ex sovietica non sono competitive sul
mercato mondiale; lorganizzazione del lavoro e gli impianti, se non sono del tutto obsoleti, hanno comunque
un livello di produttivit notevolmente inferiore a quello della media delle imprese occidentali. Gi nel
periodo precedente, ma poi, a partire dal 1989 e soprattutto dal 1992, non vi sono state spese per la
manutenzione degli impianti, tanto meno per linnovazione tecnologica.
Vi sono quindi settori consistenti dellindustria russa che - indipendentemente dalla forma attuale di
propriet - hanno bisogno dellintervento dello Stato (misure protezionistiche, di intervento sul cambio del
rublo, finanziamenti alle imprese). stato osservato (9) che esistono tre partiti nellattuale struttura
economica russa:
1. Il partito, assai potente, degli esportatori, costituito dal complesso energetico, dalle societ
petrolifere, dal Gazprom di ernomyrdin, dallindustria chimica, petrolchimica, metallurgica. contro
lattuale banda di oscillazione del rublo (il corridoio del rublo), che giudica sopravvalutato, e che riduce le
esportazioni.
2. Gli ambienti finanziario-industriali emergenti che fanno capo soprattutto alle banche commerciali, alle
borse valutarie e delle merci, e in genere allestesa rete di intermediazione finanziaria. Anchessi sono contro
la banda fissa di oscillazione del cambio del rublo e per la privatizzazione a basso costo, di cui si sono
assicurati, con lotte interne, i bocconi industriali pi ghiotti.
3. Il partito delle grandi imprese del complesso militar-industriale che ha sofferto molto dalle drastiche
riduzioni di commesse pubbliche e dal calo di finanziamenti statali. contro la privatizzazione, chiede
sovvenzioni statali per le imprese strategiche dal punto di vista industriale e occupazionale, anche a costo di
inflazione e crescita del disavanzo pubblico.
C dunque un forte contrasto tra i padroni dellindustria petrolifera ed estrattiva (che hanno mercato in
valuta allestero in quasi tutte le situazioni) e lindustria pesante produttrice di beni che possono trovare
collocazione solo nel mercato interno o del terzo mondo. ernomyrdin pu essere tranquillamente il grand
commis del capitale transnazionale; ma le macchine e lacciaio che si producono in Russia e alle condizioni
russe (non ancora interfacciate con quelle occidentali) dove collocarle? La neoborghesia monopolistica

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russa divisa in due tendenze, ma entrambe si muovono monopolisticamente, operano enormi


concentrazioni bancario-industriali, entrambe intendono utilizzare lo Stato per franchigie e sovvenzioni.
7. La peculiare instabilit russa
Una delle poste in gioco - interne e internazionali - dellattuale situazione russa stata nel 93, ed
tuttoggi, il destino del nerbo centrale della grande industria ex sovietica (quella costruita dai pianificatori
dagli anni Trenta in poi): essa ha rischiato e rischia la distruzione, facendo della Russia (come hanno
denunciato a pi riprese i comunisti del PCFR e i patrioti russi) un paese deindustrializzato (privo della
tanto osannata e tanto vituperata industria pesante), mero esportatore di materie prime. In fondo, questa
limmagine prevalente che della Russia postcomunista ci stata consegnata nelle analisi critiche della
sinistra: capitalismo selvaggio, paese in svendita, terzomondizzazione, deindustrializzazione.
innegabile che tale prospettiva catastrofica sia possibile e abbia radici nel quadro che abbiamo delineato: del
resto, la colossale polarizzazione di ricchezza e miseria, la caduta verticale delle condizioni di vita,
lillegalit diffusa, la presenza di una forte mafia e criminalit organizzate, le tendenze autoritarie,
linstabilit istituzionale che ha visto - per la prima volta nellEuropa del secondo dopoguerra - un esercito
prendere a cannonate il palazzo del Parlamento del proprio paese, potrebbe far pensare ad una
sudamericanizzazione della Russia.
Alcune frazioni del capitalismo mondiale sembrano voler spingere per un esito simile della crisi russa
(magari incoraggiando le spinte nazionaliste e secessioniste delle repubbliche e regioni autonome della
Russia: che accadrebbe se si generalizzasse il caso ceceno?), togliendo di scena, per un numero
considerevole di anni, un concorrente ancora temibile per il suo arsenale militare e per il suo apparato
produttivo dotato di tecnologia media (acciaio, meccanica, chimica, ecc.).
Per il suo apparato industriale (costruito in 50 anni di pianificazione sovietica) la Russia oggi si
differenzia nettamente dai paesi del terzo mondo e da quelli capitalistici avanzati. la specificit russa,
che rende questo paese non assimilabile n ai paesi dellEuropa centro-orientale, che, per le loro dimensioni
sono in qualche modo integrabili nelle economie della UE, n alla Cina, il cui apparato produttivo, pur
compiendo in questi ultimi anni passi da gigante, non ancora paragonabile a quello russo. La gigantesca
ristrutturazione (perestrojka) industriale del paese, promessa su cui Gorbaev aveva avuto il consenso al
XXVII congresso del PCUS nel 1986 (operando poi in modo affatto diverso), rimasta del tutto inattuata.
Questa presenza di unindustria specificamente russa (non facilmente integrabile a tempi brevi nel complesso
produttivo occidentale: la Russia risulta ancora un boccone troppo grande per il capitale) uno dei fattori di
instabilit della situazione russa.
Ma allinstabilit russa sta concorrendo prepotentemente anche il risveglio e la riorganizzazione del
proletariato, manifestatisi, tra laltro, negli scioperi prolungati di quegli stessi minatori che avevano
contribuito non poco alla vittoria di Elcyn, nonch nel consenso a partiti che si richiamano al comunismo.
La situazione russa si presenta gravida di incognite: crisi di egemonia dei governanti, contraddizioni
strutturali nella neoborghesia russa, risveglio del proletariato, ancora privo, per, di un serio programma
politico che non si limiti alla pur utile combinazione di propaganda e opposizione sindacale e sociale.
questa probabilmente una delle ragioni dellaccerchiamento militare da parte della NATO di un paese
formalmente considerato come amico.
NOTE
1. Cfr. quanto scrive Marx a proposito del ruolo dissolutore che la forma merce esercita sulle precedenti
comunit: Lo scambio di merci comincia dove finiscono le comunit, ai loro punti di contatto con comunit
estranee o con membri di comunit estranee. Ma una volta le cose divenute merci nella vita esterna della
comunit, essa diventano tali per reazione anche nella vita interna di essa, Il Capitale, Libro I, Editori
Riuniti, Roma, 1967, p. 120. Cfr. anche G. Pala, Economia nazionale e mercato mondiale, Laboratorio
politico, Napoli, 1995; A. Catone, Sotto il segno del capitale, Laboratorio politico, Napoli, 1997.
2. Cfr. in questo volume il capitolo La disgregazione dellURSS, 4.3.
3. Tra virgolette, perch gli mancano, per essere tale nel pieno senso del termine, ideologia compattante
le masse, consenso di massa, stabilit di istituzioni.
4. Cfr. ad es. quanto scriveva lUnione delle Banche Svizzere nel 1990.
5. Cfr. i numeri del 31.12.1994 e del 19-20.8.1995.

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6. Cfr. G. Boffa, DallURSS alla Russia. Storia di una crisi non finita, Laterza, Roma-Bari, pp. 357-358.
7. Tra virgolette, poich questo concetto adeguato alla fase imperialistica primonovecentesca, in cui le
si contrapponeva una borghesia nazionale, con cui il proletariato dei paesi oppressi dal giogo coloniale e
dallimperialismo avrebbe potuto stringere alleanze di fase nella guerra di liberazione nazionale.
8. Per uninteressante analisi del passaggio alla fase monopolistico-statale in Russia, cfr. Nina A.
Andreeva, Buruaznaja kontrrevoljucija v SSSR. Predposylki, priiny, rezultaty (La controrivoluzione
borghese in URSS. Presupposti, cause, risultati), in N. A. Andreeva, Sbornik izbrannych statej i vystuplenij,
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9. Cfr. S. Rossi, Il Sole 24 ore del 25.1.1996.

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