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“Buona Strada”
significa augurarti una vita piena di avventure!
Ma non si tratta di avventure verso terre remote,
lontane... irraggiungibili!
Si tratta di un’avventura che ogni uomo può fare
quando costruisce la sua vita come una strada,
quando non si siede mai sulla comoda meta raggiunta,
quando è disposto a rischiare sempre,
pur di non ripetere i suoi soliti passi....
Questa avventura segue i sentieri dello spirito,
attraversa i mari immensi della coscienza,
solca gli spazi infiniti della vita interiore,
non si stanca di superare gli ostacoli improvvisi
di chi lotta per salvaguardare la propria interiorità...
... e finalmente intravede,
raggiunge e si lascia avvolgere da una luce,
incontra una persona che mai poteva immaginare,
un Uomo, un Dio ...
che da anni ha percorso con te questa interminabile strada
e da anni vuole incontrarti
per sussurrarti nel cuore che anche tu hai scritto il tuo Vangelo...
Il Quinto Vangelo!
La tua vita, i tuoi incontri, i tuoi deserti, la tua storia...
Buona Strada!
La Strada entra… dalle ginocchia!

Consentitemi, almeno per questa volta, di stravolgere uno dei più famosi e veritieri detti della
terza branca. Sì, è vero, che i nostri piedi sanno da dove entra la strada. Lo hanno imparato bene in
tanti e tanti chilometri percorsi, spesso con fatica.
Ma a volte ci sono differenti “vie di ingresso” che sfuggono ad uno sguardo poco intenso o
distratto. Una di queste è appunto dalle ginocchia.
Cosa intendo dire? Non è forse in ginocchio che da piccoli ci hanno insegnato a pregare? Non
è forse in ginocchio che stiamo davanti a Gesù Eucaristia? Che contempliamo il mistero della
Consacrazione?
Avete già capito cosa volevo dire. Tante volte siamo partiti per le nostre attività, le uscite e i
campi mobili, trascinati dall’entusiasmo iniziale che ci porterebbe a fare chissà quali grandi
imprese. Tante volte ancora, sicuramente tutte le volte, abbiamo cominciato le nostre attività con la
preghiera.
Quante volte invece abbiamo portato la preghiera al ritmo dei passi? Durante il cammino e
non solo quando, arrivati a destinazione, è spontaneo ringraziare il Signore. E’ proprio durante
quelle occasioni che abbiamo usato “le ginocchia”.
Quelle volte invece che ci è capitato, con rammarico, di rimanere a casa, abbiamo pregato per
coloro che erano in uscita: abbiamo “usato le ginocchia”.
Pregare per ciò che si fa è altrettanto importante che farlo bene, facendo del nostro meglio
come siamo abituati a fare. Ma nel nostro meglio è compresa la preghiera. Anche quando siamo
stanchi e crediamo che una cosa fatta senza sentimento o senza voglia non abbia valore. Impariamo
da Teresa di Lisieux che quando era stanca si rivolgeva al Signore pressappoco così: Signore, sono
stanca e non riesco a pregare, ma fai finta che io sia come un cagnolino che adesso dorme ai tuoi
piedi ed accettami per quello che sono.
Altro che mancanza di sentimento!
C’è un modo per portare la preghiera con sé per tutto il giorno: è la “preghiera del cuore”.
Magari puoi farti spiegare dal Don cosa è e come si fa (e chissà che non se ne parli in un prossimo
numero di C.d.M). In breve: si tratta di pregare coinvolgendo il corpo e allenando la mente. Altro
che New Age! Chissà quanta gente paga fior di quattrini per imparare ciò che la Chiesa ci insegna
da anni!
Allora…

Buona Strada… con le ginocchia!


CATECHESI SUL SERVIZIO

1) SERVIRE E’ REGNARE, SE LO SI FA PER SCELTA.

A) “Servire” è una parola latina che indica l’essere a disposizione di qualcuno.


Servus era lo schiavo (da sclavus, cioè senza le chiavi di casa) ; poi, pian piano, è diventato
anche sinonimo di “domestico” ( da domus, casa) o anche “maggiordomo”(da major in
domo ,cioè colui che presiede alla vita della casa.
In poche parole, servire è sempre stato un sinonimo di sudditanza, più o meno sofferta ma
sudditanza.

B) Solo con il Cristianesimo questa parola così poco…simpatica ha preso un’altra direzione.
Gesù ha detto di essere il servo di Dio e dell’uomo; la Madonna ha proclamato nel
Magnificat di essere una piccola serva alla quale Dio ha affidato un grande compito. Sulle
orme di Gesù , ci sono stati dei grandi servi della umanità che hanno fatto enormi sacrifici
per aiutare il prossimo.

C) I primi servi della umanità sono senz’altro di 12 apostoli che , lasciato il loro lavoro (San
Pietro era anche sposato), la casa, il paese e gli amici, si sono sparsi per il mondo a portare
la buona novella. Senza di loro – forse- noi avremmo ancora i punti deboli dei Greci e dei
Romani che , per esempio, accettavano tranquillamente la schiavitù. Se abbiamo dei dubbi
su questo punto, non dimentichiamo che la tratta dei neri dall’Africa all’America fu fatta da
nazioni cristiane e che oggi ci sono ancora milioni di schiavi per i quali nessuno dice niente.

D) (Un bel modo per riflettere sul senso del servizio ai fratelli è quello d vedere insieme il film:
MISSION , con Robert De Niro. E’ stupendo , anche perché descrive un fatto
sostanzialmente vero – tristissimo! – nel quale ci fanno bella figura dei cristiani ed una
altrettanto pessima figura altri cristiani. L’insegnamento finale è che bisogna lavorare per il
bene anche se non si è compresi dai propri cari. *** Se serve, ho il VHS da prestare.)

E) PREGHIERA: per riflettere sulla valenza “irivoluzionaria” che può avere un vero servo,
leggiamo il MAGNIFICAT di Maria (Vangelo di Luca 1, 46-56): letto attentamente si
constata che una piccola ragazzina di 15 anni , abitante in uno sperduto villaggio montano
della Galilea, dice cose tremende contro i ricchi ed i potenti. Si ha l’impressione che, se
l’avessero ascoltata quella della polizia segreta, l’avrebbero arrestata subito. Dopo averla
letta con una analisi del testo, è bello recitarla come preghiera o addirittura cantarla.* Se
interessa, c’è anche una stupenda versione musicale di Bach che esalta la Madonna (lui
protestante e quindi critico con la devozione alla Madonna dei cattolici) con uno splendore
musicale di enorme impatto emotivo.(Anche in questo caso, se interessa, posso mandare il
cd o il nastro magnetico.)

2) SERVIRE E’ PAGARE DI PERSONA.

A) C’è un episodio storico che dice quanto sia importante sacrificarsi per gli altri – servendo – e
pagare di persona. Non lo racconto spesso perché si può fraintendere ma serve a dare una
idea.
B) All’inizio del 1800 dilagava anche in Europa il vaiolo. E’ tuttora una malattia tremenda,
inguaribile, capace di far morire o diventare ciechi.
Anche adesso in Africa miete vittime a milioni ed anche gli europei rischiano di prenderla
malgrado che adoperino ogni precauzione. Si dice che anche Fausto Coppi , l’indimenticato
campione di ciclismo avversario di Gino Bartali, sia morto per aver contratto la malaria.

C) Un medico viennese, Jenner(1749-1823), cercava di trovare un rimedio a questa terribile


malattia. Studiando ed osservando, si accorse che le mucche da latte contraevano raramente
il vaiolo. Incuriositosi, notò che, estraendo dalle mammelle delle mucche alcuni virus di
vaiolo, si poteva inoculare su un soggetto sano che si ammalava ma poi, immunizzatosi, si
salvava per sempre. Era nato così il vaccino, dalla pustola della mucca.

D) Jenner fece numerosi esperimenti su animali , tutti con esito positivo, ma mancava quello
decisivo: sull’uomo. Tutto faceva pensare che l’effetto immunizzante sarebbe stato effettivo
ma non c’era la prova reale. Fu così che nel 1796 Jenner prese una decisione tremenda: fare
l’esperimento sul proprio figlio. Lo scultore Monteverde ha immortalato nel marmo questo
momento terribile: si vede Jenner, con un volto orrendamente deformato dalla paura, che
inocula il vaccino sul proprio figlioletto. Adesso sappiamo che il risultato fu positivo ma è
indubitabile che il rischio fu enorme. Jenner era stato capace di servire pagando anche lui di
persona una tremenda responsabilità.

E) Anche noi ci troviamo spesso a dover prendere decisioni difficili: piove a dirotto e tutti ti
dicono di rimandare l’uscita. Tu sai che una uscita è importante e che il rischio di
ammalarsi è grande; tu sai che lo scautismo educa anche al sacrificio ; tu sai che è facile
ricevere gli applausi quando tutto finisce bene; tu sai…………….. E’ in questi momenti che
una solida fede in Dio ti può sostenere.

F) Anche Gesù ebbe paura ed una gran voglia di gettare la spugna. Quando annunciò che
sarebbe stato crocifisso, San Pietro (giustamente)gli suggerì di non andare a Gerusalemme
m scappare semmai ad Atene, ad Alessandria o a Roma stessa. Gesù non solo non accettò
ma respinse con una durezza tremenda il suo papa : la durezza di Gesù indica che anche lui
aveva i nervi a pezzi per proseguire nel suo cammino (VANGELO DI MATTEO 16, 21-
28)

G) Anche Socrate aveva avuto l’occasione si fuggire dalla condanna a morte ma non volle
farlo, per non smentire con i fatti quello che aveva insegnato con la parola. Egli ha perso ma
dei suoi uccisori non sappiamo nemmeno il nome, di lui abbiamo un ricordo stupendo.

3) SERVIRE E’ ATTINGERE ACQUA DALLA FONTE DELLA FELICITA’.

A) Finora abbiamo parlato dei sacrifici correlati alla parola servizio. E’ giusto e ovvio che si
cominci da questi. Ma la finale è ben altra: chi fa servizio al prossimo per amore di Dio è la
persona che più di tutti attinge acqua alla fonte della felicità.

B) Nel Vangelo di Giovanni (4,1-41) si legge di Gesù che, seduto ad un pozzo, chiede da bere
ad una samaritana. Questa dapprima ha poca voglia ma poi, conquistata dalla personalità di
Gesù , non solo gli dà l’acqua ma chiama tutti i suoi compaesani ad ascoltare il profeta
appena arrivato. E’ l’icona i quanto ci si può realizzare se ci si dedica a servire Dio : da Lui
si beve l’acqua della vera felicità.
C) Ci fu una donna famosa per aver cercato la felicità in tutti i pozzi della vita: Marylin
Monroe. Era bellissima, la sua fotografia appariva a raffica da tutti i settimanali, aveva
cambiato mariti ad ogni piè sospinto eppure……..un giorno si suicidò. Qualcuno disse che
era stata la Mafia americana a costringerla ma la verità è un’altra, molto più semplice: era
stanca di una vita passata da un peccato all’altro. Davvero l’acqua della vera felicità non
esiste lontano da Dio.

D) Un altro episodio famoso: l’Innominato. Nel romanzo di Manzoni “I Promessi sposi” si


parla di un nobile potentissimo che rapisce Lucia per toglierla a Renzo, suo promesso
sposo,e darla al perfido Don Rodrigo. Lucia è rapita a Monza, viene portata nel castellaccio
dell’Innominato ma costui, famoso per le sue scelleratezze, sente così tanto salire il rimorso
che tenta di suicidarsi. Se si ferma è solo perché sente le campane della chiesa che invita alla
Messa con il Cardinale Federico Borromeo. L’Innominato, tra la sorpresa generale, va dal
cardinale e…….scoppia a piangere. Convertito, ripara tutti i danni e si dedica a fare del
bene. (Nota: il fatto è sostanzialmente vero.)

E) Anche noi chiediamo al Signore di credere nel servizio: soprattutto se è rivolto ai giovani
(nella AGESCI) o ai genitori (nel MASCI) è un grande regalo che si fa a Dio ed alla
comunità. Noi stessi ci sentiremo persone realizzate e piene di ottimismo : in fondo abbiamo
nel senso desiderato: la felicità.

F) (PER ALTRE INDICAZIONI RIVOLGERSI A: DON ROMANO NICOLINI –


RICCIONE – TEL. 0541 606577 + E-MAIL: rcnico@tin.it)
TRE ESEMPI SUL SERVIZIO

“Servire “ è un concetto difficile da mettere in pratica perché porta in sé la connotazione della


dipendenza da un altro. “Se sono servo – facilmente si pensa – devo fare quello che mi dicono gli
altri. A me invece piace agire di mia iniziativa”.
E’ vero, tuttavia non c’è nessuno al mondo così libero come colui che spontaneamente decide di
farsi servitore di altri. Una coppia di genitori , per esempio, sono servi …….maltrattati dai figli
(sotto un certo punto di vista) eppure questo non pesa affatto perché lo fanno per amore.
E’ per questo che presentiamo tre esempi di servizio: gli àmbiti sono diversi tra loro ma il minimo
comun denominatore è uguale per tutti: l’amore a Dio ed ai fratelli.

1° ESEMPIO : IL CORAGGIO DI SERVIRE.ANCHE DA SOLI.


1) Oggi viviamo la giornata in compagnia di MADRE TERESA DI CALCUTTA.
2) Il suo vero nome era Teresa Bondaxìu.Era albanese:divenuta suora nella congregazione
delle figlie di Loreto,Teresa viene mandata in India a fare scuola in un esclusivo college di
tipo inglese.
3) Giunta in India,Suor Teresa si fa subito amare dalle sue allieve per la bravura con cui
insegna,per la dedizione al suo servizio,per la completezza della sua personalità.
4) Malgrado l’affetto delle sue allieve , Suor Teresa era inquieta:
vedeva che,oltre le mura del college, la differenza sociale fra le sue alunne (tutte figlie della
alta borghesia indiana)e la povera gente era abissale.
5) Aveva paura anche lei di optare per stare dalla parte dei poveri. Rimandava la decisione
quando un giorno,durante le vacanze, ebbe l’occasione di fare un lunghissimo viaggio in
treno fin dentro le zone più remote dell’India.
6) E’ una esperienza sconvolgente:terminato l’anno scolastico,Suor Teresa saluta le sue alunne
ed annuncia che la troveranno solo dentro le zone più povere di Calcutta.
7) Così avviene. Suor Teresa,sola,senza una casa,senza nessuna protezione,entra nei quartieri
più malfamati,dove nemmeno la polizia osava entrare. Non sapendo da dove cominciare,un
giorno incontra su un marciapiede un uomo che sta morendo:Suor Teresa lo accoglie fra le
sue braccia,lo consola,gli dà qualche conforto e poi lo vede spirare. Quell’uomo,vissuto
come un rottame, muore con la dignità di un figlio di Dio.
8) Da quel momento,Suor Teresa diventa la madre dei moribondi, di coloro che nessuno vuole
vedere.
9) Suor Teresa sente bruciare dentro di sé la ovvia domanda che si farebbe chiunque:”E SE
SBAGLIASSI TUTTO? SE FOSSE VERO CHE LE MIE CONSORELLE FANNO
MEGLIO DI ME EDUCANDO NEL COLLEGE LE DONNE CHE GOVERNERANNO
L’INDIA?” .Evidentemente le devono venire in mente le parole di Gesù(Matteo
16,24):”Chi vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
Passa un po’ di tempo che le pare interminabile quando un giorno Schubashili, ,una
bellissima ragazza indiana figlia di un marajà,si china a fianco di Teresa:nasce la immensa
schiera delle Figlie della Carità,suore che fanno voto di non possedere niente ma di fare da
madri a chi non ha nessuno.
10) Gli anni trascorrono lentissimi: fra le altre cose,le suore devono soccorrere anche coloro che
sono espulsi dalle loro case per le guerre. La fatica è enorme ma le suore,cresciute a
dismisura,hanno una resistenza incredibile che attingono ogni mattina da una ora di
adorazione davanti alla Eucaristia.
11) E’ vero che il bene non fa notizia ma è vero anche il contrario:un giornalista americano
viene a sapere tutta la vicenda,il Papa Paolo 6° regala alle suore l’auto con le quali il
governo indiano lo ha accolto,a Oslo il comitato le assegna il premio Nobel per la Pace.
12) Da quel momento è un susseguirsi di riconoscimenti:tutti fanno a gara per aiutarla andando
fra i suoi seguaci (uomini e donne),invitandola a parlare ovunque.
13) Quando muore tutta l’India la accompagna nel suo ultimo viaggio:lei
cattolica,straniera,suora,piccola e gracile è riconosciuta eroe nazionale.
14) Diceva:”Io sono come una matita con la quale Dio può scrivere quello che vuole.” E anche:
”In Paradiso San Pietro si lamenterà con me perché gli ho riempito ogni angolo di poveri”.
15) A nemmeno 5 anni dalla sua morte,il Papa la proclama beata.

DOMANDE:
a) Dove trovava Madre Teresa la forza per andare avanti?
b) Perché è stato dato proprio a lei il Premio Nobel per la Pace?
c) Come possiamo ripetere in piccolo le sue azioni?
ATTIVITA’:
Nel corso della giornata saranno pronunciate almeno 10 parole dette in questa pagina.
Alla sera chi avrà saputo capirle sarà in vantaggio rispetto agli altri.

2° ESEMPIO: UNA PERSONA CHE HA SAPUTO GESTIRE DA SOLO IL TREMENDO


SERVIZIO AI BAMBINI MUTILATI DI GUERRA:

DON CARLO GNOCCHI.(1902-1956)


A) Durante la seconda guerra mondiale,il fascismo ebbe la malaugurata idea di aiutare Hitler
nelle sue folli imprese. Una di queste – la più insensata – fu il tentativo di invadere la
Russia.
B) Oltre 100.000 uomini furono inviati in Russia per sottomettere un paese nel quale è
impossibile vivere da straniero: le distanze sono così colossali che nessun esercito
(nemmeno quello di Napoleone) ha potuto sopravvivere.Il freddo è così assoluto che non
esiste al mondo un esercito capace di combattere durante l’inverno: si pensi che la nafta dei
carri armati diventava dura come la pietra.
C) Assieme ai soldati si fa notare ed amare un sacerdote milanese:Don Carlo Gnocchi. Pur
potendo godere dei vantaggi riservati agli ufficiali,Don Carlo è sempre vicino ai suoi
soldati,esposto a tutti i pericoli.
D) Durante la disastrosa ritirata,Don Carlo si prodiga come un eroe:non si tira indietro da nulla.
Una frase sola lo perseguita:ogni soldato che muore gli ripete:”Don Carlo,si salvi, non
rimanga qui con me nelle retrovie ma vada avanti . Quando tornerà in Italia mi prometta che
penserà ai miei figli.” Certamente – ripete immancabilmente il buon cappellano – stai
tranquillo!”
E) Tornato in patria,Don Gnocchi vuole mantenere la parola data: comincia a raccogliere gli
innumerevoli orfani di guerra. Poco dopo però si accorge che i ragazzi più
abbandonati,quelli che nessuno vuole ,sono i mutilatini:bambini ai quali le bombe hanno
rubato uno o più arti,senza braccia e talora anche senza gambe. Sono nella disperazione più
cupa!
F) Don Carlo non si arrende:apre una casa a Milano dove accoglie questi bambini che sono
nella più totale dipendenza dagli altri.In poco tempo la casa si riempie.I soldi non bastano
mai.Don Carlo è allo stremo. Anche se è un prete , gli viene voglia di dubitare sulle parole
di Gesù:”Uomini di poca fede,perché vi affannate del domani?(Matteo 6,25-33). Tuttavia,
da bravo cristiano e da vero uomo non si arrende rimandando a casa i bambini : prima o poi
il denaro per il pane e per le pròtesi arriverà… E arriva:Bonzi e Lualdi,due aviatori eroi di
guerra,vogliono dimostrare che l’Italia,malgrado la disfatta , è ancora capace di audaci
imprese sportive.
Con un piccolo mono-motore battezzato “Angelo dei bimbi”,Bonzi e Lualdi riescono a
trasvolare l’Atlantico e ad atterrare all’aeroporto di New York: è un trionfo,soprattutto
presso la comunità italiana che soffre da lontano per la pessima reputazione che si ha
dell’Italia. Bonzi e Lualdi portano a Don Gnocchi una somma ingente per aiutare i suoi
piccoli mutilatini.
G) Don Carlo Gnocchi muore in ancor giovane età,a 54 anni, ma stupisce ancora una volta il
suo paese:per la prima volta nella storia di Italia dona gli organi sani del suo corpo per farli
trapiantare.Ancor oggi ci sono persone che vedono con gli occhi di Don Gnocchi.
H) Papa Giovanni Paolo 2° ,che ha subìto gli orrori della guerra nella sua Polonia,ha voluto che
Don Gnocchi fosse proclamato beato. Con lui salgono in trionfo anche i mutilatini e gli
innumerevoli soldati sconosciuti che gli hanno affidato i figli prima di morire.

DOMANDE
A) Don Carlo Gnocchi era obbligato ad andare in Russia ?
B) Tornato a casa, Don Gnocchi avrebbe potuto dimenticarsi delle promesse fatte e
pensare a se stesso. Dedicandosi agli altri ha davvero vissuto una vita monotona o no?
C) Ci sono anche oggi bambini che sono mutilati dalle mine anti-uomo prodotte anche in
Italia . Cosa possiamo fare per fermare questa strage che dura per anni anche dopo la fine delle
guerre?In Sierra Leone c’ è un vescovo di Cesena, Mons. Biguzzi, che spende somme
considerevoli per pagare il riscatto di bambini che sono costretti a fare il soldato a servizio dei
grandi:possiamo fare qualcosa?

Si pensi : i soldati adulti mandano avanti i bambini nei campi minati tanto la loro
competenza nell’uso delle armi è minima. Un recapito per aiutare Mons. Biguzzi è:Don
Marino : Tel.05473810 53 oppure il sottoscritto: 0541606577.

ATTIVITA’
Disegniamo tante bombe quanti siamo noi,scriviamoci sopra il nostro nome e descriviamo
anche l’impegno che vogliamo prendere per dare un sollievo ai tanti bambini mutilati che ci
sono anche oggi.

3° ESEMPIO: UN GIOVANE CHE SI E’ SPESO PER LA SUA CITTA’ AIUTANDO I POVERI


ANCHE CON LA POLITICA:
IL BEATO ALBERTO MARVELLI
F) A Rimini,figlio di un bancario e di una mamma dalle lontane origini tedesche, Alberto
Marvelli cresce come un ragazzo robusto e allegro.
G) Nell’oratorio dei salesiani è un idolo: quando arriva lui,col suo vocione potente,si
organizzano i giochi più lunghi e turbolenti. Terminato di giocare,Alberto è sempre il primo
ad accettare l’invito dei padri salesiani per andare in chiesa a pregare.
H) Si iscrive al liceo classico dove ha per compagno di classe il grande regista Federico
Fellini:malgrado che Fellini sia un canzonatore di coloro che vanno in chiesa,Alberto non si
lascia spaventare. La frase di Gesù che sorregge Alberto è :Non temete coloro che possono
uccidere il corpo: temete piuttosto coloro che possono uccidere e il corpo e l’anima e
portarvi nella Geenna (=inferno) . Se uno si vergognerà di me davanti agli uomini, anche io
mi vergognerò di lui quando comparirà davanti al Padre mio.
Allora voi mi direte:Non ti ricordi di me? Io allora risponderò:No, ti sei vergognato di me
davanti agli uomini, anche io mi vergogno di te davanti al Padre mio.
I) Dopo la maturità,Alberto si iscrive ad ingegneria; la guerra è imminente. Chiamato a fare la
visita militare di tre giorni,anche se sa che non sarebbe mai tornato in quella città del
Veneto,Alberto organizza i ragazzi del posto con uno slancio incredibile. Ancora oggi c’è
gente che si ricorda di quel riminese matto che in tre giorni ha fatto parlare di sé la piccola
cittadina veneta.
J) Scoppia la guerra: approfittando della sua buona conoscenza del tedesco e del nome della
madre,Alberto aiuta tutti con un coraggio assoluto:una volta,distraendo le guardie
tedesche,riesce a far evadere un intero vagone di deportati. La SS gli dà una caccia spietata
ma Alberto si salva usando anche tecniche di sopravvivenza imparate dal suo amico Gigi
Zangheri,presidente della Azione Cattolica e degli scouts. L’affetto di Alberto per Gigi è
immenso.La collaborazione fra scouts e Azione Cattolica è così intensa e fraterna che è
fatica distinguerli l’uno dall’altro.
K) Passata la guerra,Rimini è un cumulo di macerie così tanto che si pensa addirittura di
trasferire la costruzione della città in un’altra parte. Alberto è dirigente della Azione
Cattolica e della Democrazia Cristiana ;il Comune è in mano ai Comunisti,acerrimi nemici
della prima e della seconda. Malgrado ciò,i Comunisti decidono che ad Alberto Marvelli
vada l’assessorato comunale più importante di tutti: quello della ricostruzione.
L) Alberto non si tira indietro: va in Comune alle 7 del mattino e vi rimane fino alle 3 o alle 4
del pomeriggio,ascoltando tutti e cercando di aiutare ognuno,anche con i suoi soldi
personali.Malgrado fosse un ottimo ciclista,ogni tanto lo vedono tornare a casa a piedi
perché ha regalato la sua bicicletta!
M) Ogni giorno Alberto va alla Messa e fa la Comunione; talora può farla solo alle 4 del
pomeriggio. Siccome allora era obbligatorio il digiuno assoluto dalla mezzanotte sia dal cibo
che dall’acqua,Alberto resta senza mangiare e bere per oltre 16 ore!
N) Una sera (1946) Alberto inforca la sua fida bicicletta e si avvia verso un quartiere di Rimini
per fare una riunione. La strada è tutta dissestata,l’illuminazione è assente…..:un camion
militare alleato,correndo a velocità pazza nella notte,travolge Alberto e scompare nel buio.
O) Al funerale,un corteo lungo quasi 4 chilometri accompagna Alberto al cimitero: nella
sorpresa generale,un numero enorme di poveri espone una lista lunghissima di favori
ricevuti dal giovane militante della Azione Cattolica. Ora l’ingegner Alberto Marvelli,copia
fedele del grande giovane torinese Piergiorgio Frassati,, riposa nella chiesa di S.Agostino
nella città di Rimini. Anche lui è annoverato fra i Santi ricostruttori di questo nostro
incredibile Paese che sa generare eroi anche nel mezzo delle situazioni più impensabili.

DOMANDE
G) Alberto Marvelli,pieno di doti fisiche e morali,avrebbe potuto pensare a se stesso e farsi una
grande carriera da dirigente industriale. Collaborando con la Azione Cattolica e gli scouts ha
invece lasciato una traccia indelebile: come possiamo imitarlo?
H) Con lo sport e le uscite,Alberto attirava moltissimi giovani all’oratorio ed alla
chiesa:possiamo fare anche noi qualcosa di simile?

ATTIVITA’
Su un cartellone attacchiamo il disegno di una bicicletta (nella quale Alberto era un eccellente
praticante) :davanti alla bicicletta disegniamo una strada con tante tappe. Su ciascuna di esse
scriviamo il nostro nome e l’impegno che vogliamo prendere per attirare altri ragazzi a Dio ed alla
Chiesa.
CONCLUSIONE
Al termine della conoscenza di questi tre esempi, domandiamoci chi è veramente felice: colui che
pensa per sé oppure i personaggi sopra descritti ?
Gesù ha detto che c’è più gioia nel donare che nel ricevere : questo lo ha concretizzato nel suo
modo di fare e nell’invito rivolto ai suoi seguaci.
Chi di noi fa o è invitato a fare servizio educativo con i ragazzi, si senta onorato perché viene
ritenuto capace di donarsi senza pensare a se stesso ed anche – ammettiamolo – persona che ha un
certo numero di valori da trasmettere agli altri.
Pur confessando la propria indegnità , non dimentichiamo che il servizio educativo è quello che più
di ogni altro si avvicina al valore della nobiltà.

Don Romano Nicolini Riccione tel. 0541 606577


La trappola per topi
Questo racconto può essere utile quando si presenta l'occasione di parlare della Comunità, per far
meglio riflettere su come ognuno si debba far carico dei problemi dell'altro.
Un topo stava guardando attraverso un buco nella parete, spiando quello che il contadino e sua
moglie stavano facendo. Avevano appena ricevuto un pacco e lo stavano scartando tutti contenti.
"Sicuramente conterrà del cibo" pensò il topo.

Ma quando il pacco fu aperto il piccolo roditore rimase senza fiato. Quella che il contadino teneva
in mano non era roba da mangiare, era una trappola per topi!

Spaventato, il topo cominciò a correre per la fattoria gridando: "State attenti! C'è una trappola per
topi in casa! C'è una trappola per topi in casa!".

La gallina, che stava scavando per terra alla ricerca di semi e vermetti, alzò la testa e disse: "Mi
scusi, signor Topo, capisco che questo può costituire per lei un grande problema, ma una trappola
per topi non mi riguarda assolutamente. Sinceramente non mi sento coinvolta nella sua paura". E,
detto questo, si rimise al lavoro per procurarsi il pranzo.

Il topo continuò a correre gridando: "State tutti attenti! C'è una trappola per topi in casa! C'è una
trappola per topi in casa!". Casualmente incontrò il maiale che gli disse con aria accattivante: "Sono
veramente dispiaciuto per lei, signor Topo, veramente dispiaciuto, mi creda. ma non c'è
assolutamente nulla che io possa fare".

Ma il topo aveva già ripreso a correre verso la stalla dove una placida mucca ruminava,
sonnecchiando, il suo fieno.

"Una trappola per topi? - gli disse - E lei crede che costituisca per me un grave pericolo?". Fece una
risata e riprese a mangiare tranquillamente.

Il topo, triste e sconsolato, ritornò alla sua tana preparandosi a dover affrontare la trappola tutto da
solo.
Proprio quella notte, in tutta la casa si sentì un fortissmo rumore, proprio il suono della trappola che
aveva catturato la sua preda. La moglie del contadino schizzò fuori dal letto per vedere cosa c'era
nella trappola ma, a causa dell'oscurità, non si accorse che nella trappola era stato preso un grosso
serpente velenoso.
Il serpente la morse.

Subito il contadino, svegliato dalle urla di lei, la caricò sulla macchina e la portò all'ospedale dove
venne sottoposta alle prime cure. Quando ritornò a casa, qualche giorno dopo, stava meglio ma
aveva la febbre alta. Ora tutti sanno che quando uno ha la febbre non c'è niente di meglio che un
buon brodo di gallina. E così il contadino andò nel pollaio e uccise la gallina trasformandola
nell'ingrediente principale del suo brodo. La donna non si ristabiliva e la notizia del suo stato si
diffuse presso i parenti che la vennero a trovare e a farle compagnia. Allora il contadino pensò che,
per dare da mangiare a tutti, avrebbe fatto meglio a macellare il suo maiale. E così fece.
Finalmente la donna guarì e il marito, pieno di gioia, organizzò una grande festa a base di vino
novello e bistecche cotte sul barbecue. Inutile dire quale animale fornì la materia prima.

Morale: la prossima volta che voi sentirete qualcuno che si trova davanti ad un problema e
penserete che in fin dei conti la cosa non vi riguarda, ricordatevi che quando c'è una trappola per
topi in casa tutta la fattoria è in pericolo.
Costruiamo la comunità
Una comunità deve avere un qualsiasi progetto. Se delle persone decidono di vivere insieme senza
specificare i loro scopi, né essere chiari sui perché della loro vita comune, ci saranno molto presto
dei conflitti e tutto crollerà.
Le tensioni nella comunità vengono dal fatto che le persone si aspettano cose molto diverse e non
mettono a verbale le loro aspettative. Si scopre presto che quello che le une e le altre volevano era
molto diverso. Immagino che sia la stessa cosa nel matrimonio. Non si tratta semplicemente di voler
vivere insieme. Se si vuole che questo duri, bisogna sapere quello che si vuole fare insieme, quello
che si vuole essere insieme.
Questo implica che ogni comunità debba avere una carta o un progetto di vita che specifichi il
perché si vive insieme, e quello che ci si aspetta da ciascuno:«sono convito che la vita comunitaria
non possa fiorire che se esiste per uno scopo al di fuori di essa. Essa non è possibile che come
conseguenza di un impegno profondo verso un'altra realtà, al di là di quella di essere una
comunità»
Più una comunità è autentica e creativa nella sua ricerca dell'essenziale, e più i suoi membri,
chiamati a superarsi, tendono a unirsi.
Al contrario, più una comunità diventa tiepida nei confronti del suo scopo iniziale, e più l'unità tra i
suoi membri rischia di sbriciolarsi e possono apparire delle tensioni. I membri non parlano più di
come rispondere meglio alla chiamata di DIO e dei poveri, ma di se stessi, dei loro problemi, delle
loro strutture, della loro ricchezza e povertà, ecc.

C'è un intimo legame tra i due poli della comunità:


- il suo scopo
- l'unità fra i suoi membri.

Una comunità diventa veramente una e radiosa quando tutti i suoi membri provano un senso di
urgenza.
C'è nel mondo troppa gente senza speranza, troppi gridi lasciati senza risposta, troppe persone che
muoiono nella loro solitudine.
E' quando i membri di una comunità si rendono conto di non essere lì per se stessi né per la loro
piccola santificazione, ma per accogliere il dono di DIO o perché DIO venga a dissetare i nostri
cuori aridi, che vivono pienamente la comunità.
Una comunità deve essere una luce in un mondo di tenebre, una sorgente nella Chiesa e per gli
uomini.
Non abbiamo il diritto di essere tiepidi. Una comunità non è tale che quando la maggioranza dei
suoi membri sta facendo il passaggio da
la comunità per me
a:
io per la comunità
cioè quando il cuore di ognuno si sta aprendo ad ogni membro, senza esclusione di nessuno:è il
passaggio dall’egoismo all’amore, dalla morte alla resurrezione: è la Pasqua, il passaggio del
Signore, ma anche quella della liberazione interiore. La comunità non è coabitazione, perché questa
è una caserma o un albergo. non è una squadra di lavoro e ancor meno un nido di vipere! è quel
luogo in cui ciascuno, o piuttosto la maggioranza (dobbiamo essere realisti!), sta emergendo dalle
tenebre dell’egocentrismo alla luce dell’amore vero.«Non concedete nulla allo spirito di partito,
nulla alla vanagloria, ma ognuno per umiltà stimi gli altri superiori a sé:nessuno ricerchi i propri
interessi, ma piuttosto ognuno pensi a quelli degli altri» (Fil 2, 3-4)
L’amore non è né sentimentale né un’emozione passeggera.
E' un’attenzione all’altro che a poco a poco diviene impegno, riconoscimento di un legame, di
un’appartenenza vicendevole.
E' ascoltare l’altro, mettersi al suo posto, capirlo e interessarsene.
E' rispondere alla sua chiamata e ai suoi bisogni più profondi. è compatirlo, soffrire con lui,
piangere quando piange, rallegrarsi quando si rallegra.
Amare vuol dire essere felici quando l’altro è lì, tristi quando è assente; è restare vicendevolmente
l’uno nell’altro, prendendo rifugio nell’altro. «L’amore è una potenza unificatrice»
Se l’amore è essere teso verso l’altro, è anche e soprattutto tendere entrambi verso le stesse realtà; è
sperare e volere le stesse cose; è partecipare alla stessa visione, dello stesso ideale.
E, con questo, è volere che l’altro si realizzi pienamente secondo le vie di DIO e al servizio degli
altri; è volere che sia fedele alla sua chiamata, libero di amare in tutte le dimensioni dell’essere suo.
Abbiamo qui i due poli della comunità:
- un senso di appartenenza gli uni agli altri
- ma anche un desiderio che l’altro vada oltre nel suo dono a DIO e agli altri, che sia più luminoso,
più profondamente nella verità e nella pace
«L’amore longanime; l’amore è servizievole; non è invidioso; l’amore non si gonfia, non si vanta;
non fa nulla di sconveniente, non reca il suo interesse, non si irrita non tiene conto del male
ricevuto, ma mette la sua gioia nella verità. Scusa tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto».
(1 Cor 13, 4-7)

Perché un cuore faccia questo passo dall'egoismo all'amore, dalla «la comunità per me» a «io per la
comunità», e la comunità per DIO e per quelli che sono nel bisogno, occorrono tempo e molteplici
purificazioni, delle morti costanti e nuove resurrezioni.
Per amare, bisogna incessantemente morire alle proprie idee, alle proprie suscettibilità, alle proprie
comodità. La via dell'amore è tessuta di sacrifici.
Nel nostro inconscio le radici dell'egoismo sono profonde; costituiscono spesso le nostre prime
reazioni di difesa, di aggressività, di ricerca del piacere personale.

Amare non è soltanto un atto volontario in cui si porta pazienza per controllare e superare la propria
sensibilità, (è un inizio), ma è una sensibilità e un cuore purificati che vanno spontaneamente verso
l' altro.
E queste purificazioni profonde non si realizzano che grazie a un dono di DIO, una grazia sgorgata
dal più profondo di noi stessi, là dove risiede lo Spirito.«Toglierò dalla vostra carne il cuore di
pietra e vi darò un cuore di carne, e metterò in voi il mio spirito» (Ez 36, 26)

Gesù ci ha promesso di mandarci lo Spirito Santo, per comunicarci questa nuova energia, questa
nuova forza, questa qualità del cuore che fanno si che si possa accogliere veramente l'altro - perfino
il nemico - così com'è: sopportare tutto, credere tutto, sperare tutto. Imparare ad amare richiede tutta
una vita, perché occorre che lo Spirito Santo penetri in tutti gli angoli del nostro essere, tutte quelle
parti in cui ci sono paure, timori, difese, gelosie. la comunità comincia a formarsi quando ognuno fa
uno sforzo per accogliere e amare ciascuno degli altri così come egli è. «Accoglietevi a vicenda
come il Cristo ha accolto voi»
Comunione, quando l'amore diventa
comunità, di Enzo Bianchi
Avvenire, 13 settembre 2009

Ci sono brani del Nuovo Testamento che nel corso della bimillenaria storia della chiesa hanno
conosciuto stagioni di grande eloquenza, alternate a periodi di oblio durante i quali venivano
confinati nell’utopia. È il caso dei cosiddetti “sommari” degli Atti degli apostoli in cui Luca
descrive in modo efficace e sintetico la vita della prima comunità di Gerusalemme, facendone una
vera e propria norma capace di ispirare l’agire delle comunità cristiane di ogni tempo e latitudine.

“I credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune … erano un cuore solo e un’anima sola
… Nessuno diceva suo quello che gli apparteneva, ma tra loro tutto era comune … nessuno tra loro
era bisognoso” (cf. At 2,42-45; 4,32-35): sono affermazioni di forte impatto che, fino alla pax
costantiniana, hanno conosciuto un’interpretazione mirante a rinvenirvi la forma primitivae
ecclesiae, dunque un autentico modello per il rinnovamento della comunione intraecclesiale.
Cessate le persecuzioni, questi stessi testi hanno conosciuto grande fortuna presso i padri
monastici, Pacomio e Basilio su tutti, che vi hanno trovato una fonte d’ispirazione decisiva per la
vita delle loro comunità. In seguito, sono stati oggetto delle più svariate letture etico-sociali, che vi
hanno ravvisato l’ideale cristiano della condivisione dei beni, le esigenze della giustizia sociale, e
molto altro ancora, così come hanno conosciuto, per contro, congiure di silenzio e sono stati
disattesi nel vissuto quotidiano della chiesa.

Ma questi testi degli Atti possono ispirare ancora oggi la koinonía, la comunione ecclesiale?

La narrazione di come i credenti vivevano al tempo degli apostoli può fornire indicazioni su come i
cristiani dovrebbero sempre vivere la comunione ecclesiale, al di là del mutamento di tempi e
condizioni? E, in particolare, la stagione ecclesiale e civile che stiamo vivendo può ancora trovare
ispirazione e stimolo nella vita di una comunità cristiana così lontana nel tempo?

Il messaggio che ci giunge dalla chiesa primitiva di Gerusalemme appare chiaro ed esigente per i
cristiani di ogni epoca: chi ha ricevuto il dono dello Spirito santo e ha conosciuto l’irrompere della
forza di Dio nella propria vita, è generato a vita nuova.

Tale novità deve esprimersi concretamente nella differenza cristiana, “differenza” rispetto al
proprio passato da non credente, differenza rispetto a chi non è credente, una differenza che
consiste soprattutto in un “bel comportamento” (1Pt 2,12), rivelato da un tratto ben preciso che
siamo venuti riscoprendo a partire dal concilio Vaticano II: la differenza della koinonía, della
comunione.

Infatti a partire dall’assise conciliare i cristiani sono tornati a porre al centro della loro prassi e della
loro riflessione l’ecclesiologia di comunione, tesi a riscoprire nella chiesa, situata nella compagnia
degli uomini, la sua dimensione di “casa e scuola di comunione”, secondo la profetica intuizione di
Giovanni Paolo II.

Ma come ci viene presentata la realtà della koinonía nel Nuovo Testamento, la norma normans del
cristianesimo di ogni epoca? Innanzitutto la koinonía avviene solo grazie all’iniziativa di Dio: è la
relazione di Dio Padre, Figlio e Spirito santo con il credente e con la comunità cristiana, resa
possibile dall’umanizzazione di Dio; è l’inaudita possibilità di partecipare della vita divina, apertaci
dal Padre, nella sua infinita misericordia, attraverso il Figlio.
Di conseguenza, la koinonía è l’alleanza tra i credenti, che trova la sua fonte nella comunione
intratrinitaria partecipata alla comunità cristiana: la chiesa è koinonía di fratelli e sorelle, animata
dalla comunione al corpo e al sangue di Cristo, segno della partecipazione del credente a tutta la
vita del Figlio, riassunta nella sua passione, morte e resurrezione.

In questo senso la koinonía è anche “comunione dello Spirito santo” (2Cor 13,13), attraverso la
quale il cristiano si dispone ad abitare con Dio e a vivere come suo tempio.

Comprendiamo allora come sia stata possibile un’ulteriore accezione della koinonía che troviamo
testimoniata negli scritti del Nuovo Testamento: la “colletta” in favore di chi si trova nel bisogno.

Siamo così ricondotti all’istanza della condivisione dei beni, che gli Atti testimoniano non come un
ideale, bensì quale vera e propria necessitas per la chiesa nascente.

Essa non nasce da una valutazione pessimistica delle realtà terrene, non nasce dalla volontà di
orgoglioso distacco rispetto ai beni del creato, e neppure da una spiritualità pauperistica: la sua
unica fonte è la discesa dello Spirito santo che è agápe (amore fraterno e disinteressato) e, in
quanto tale, esige che i cristiani si adoperino per eliminare il bisogno e la povertà. “Questo è il
comandamento che abbiamo da Cristo: chi ama Dio, ami anche il suo fratello” (1Gv 4,21). Sì, la
comunione con Dio non può essere vissuta senza un’attenzione reale per la comunità degli uomini,
senza divenire comunione con i fratelli e le sorelle anche nei beni!

La vita del cristiano e della chiesa deve perciò essere plasmata dalla comunione, la quale non è una
tra le tante opzioni, bensì la forma ecclesiae fin dai primi passi compiuti dai discepoli all’indomani
della resurrezione del Signore Gesù Cristo e della discesa dello Spirito santo: la chiesa è
comunione, ovvero, “la comunione incarna e manifesta l’essenza stessa del mistero della chiesa”
(Giovanni Paolo II).

Nella chiesa non c’è posto per l’atteggiamento di sufficienza di chi afferma di non avere bisogno
dell’altro; non c’è alcuna possibilità di dominare come fanno i grandi di questo mondo; non si può
partecipare alla vita ecclesiale senza che un vero sensus ecclesiae sia anteposto all’appartenenza al
gruppo o al movimento; nella chiesa non è possibile contraddire quella comunione dei beni
spirituali e materiali che il Signore ci ha chiesto come segno del nostro essere suoi discepoli.

Certo, la comunione dei cristiani tra loro e con Dio nel pellegrinaggio della chiesa verso il Regno
sarà sempre fragile, continuamente messa alla prova e sovente anche contraddetta; sarà una
comunione che tende a essere piena ma che tale non sarà mai, se non nel Regno eterno.

Ma questa fragilità, questa incompletezza non esonera le generazioni dei credenti dal percepire la
propria chiamata a “essere un cuore solo e un’anima sola”, nel vissuto quotidiano: le esigenze poste
dai sommari degli Atti non hanno perso nulla della loro attualità e del loro valore normativo per la
prassi cristiana.

Se mai, occorrerebbe l’onestà di chiedersi per quale motivo oggi siamo così restii ad ascoltare
queste parole, che suonano ormai come desuete agli orecchi della maggior parte dei cristiani:
perché insistiamo tanto su alcuni aspetti dell’agire morale, mentre preferiamo tacere sulla necessità
della condivisione materiale dei beni, via maestra per eliminare il bisogno e la povertà?
È la nostra una stagione che mette a tacere e disattende questa esigenza ineludibile della “buona
notizia” cristiana?

L’esigenza della koinonía materiale non rappresenta un’istanza di fondamentalismo arcaizzante, né


una riedizione delle ideologie pauperistiche: no, rimettere al centro della nostra attenzione la
koinonía significa riandare alle sorgenti dell’esperienza cristiana per riscoprire che il vero nome
della povertà cristiana è condivisione fraterna, praticata nelle forme e nei modi che volta per volta
si discerne come buoni.

In questo senso anche lo stile di vita dei singoli e delle comunità cristiane deve essere eloquente e
manifestare che si ama la semplicità, la povertà bella, e che questa è sempre garantita e rinnovata
ogni giorno dalla condivisione con gli altri, con i poveri.

Il cristiano è colui che si adopera per eliminare la situazione di bisogno che fa soffrire il suo
fratello: questo avvenne nelle diverse forme di condivisione praticate dalle comunità primitive,
questo è avvenuto lungo tutta la storia della chiesa, questo deve avvenire ancora oggi.

Il cristiano infatti sa bene che, come amava ripetere Giovanni Crisostomo, “il ‘mio’ e il ‘tuo’ non
sono altro che parole prive di fondamento reale. Se dici che la casa è tua, dici parole inconsistenti,
perché l’aria, la terra, la materia sono del Creatore, come pure tu che l’hai costruita, e così tutto il
resto”.

Il cristiano sa che nel giorno del giudizio la sua fedeltà al Signore, che ha condiviso la nostra
condizione umana, verrà pesata anche su questa condivisione fraterna, che è il nome comunitario
dell’amore.

Enzo Bianchi