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Posture
Giorgio Agamben
Negli ultimi anni della guerra, mentre era internato in un campo di prigionia, Emmanuel Lvinas comincia a scrivere quello che
diverr il suo primo libro, Dallesistenza allesistente, pubblicato nel 1947. Non facile misurare la novit e il singolare, quasi feroce
svolgimento che qui riceve lontologia del suo maestro di Friburgo, Martin Heidegger. Lessere non pi un concetto,
unesperienza sordida e crepuscolare, che si coglie tra il sonno e la veglia, negli stati di fatica e di insonnia, nel bisogno e nella
nausea e, innanzitutto, nelle posture e nelle imposture del corpo. Nella stanchezza, in cui la coscienza sembra allentare la presa e
quasi disdire il suo abbonamento allesistenza, in realt ancora lessere che appare, in un evasivo ritardo rispetto a se stesso e
come in unintima lussazione. Si dinoccolato e spostato e quindi mi sfugge e non riesco a afferrarlo: ma c. Per questo la fatica
cerca riposo nel sonno senza trovarlo e scivola cos suo malgrado nellinsonnia, quando si veglia senza che vi sia altro da vegliare se
non il fatto brutale di esserci.
La veglia anonima. Nellinsonnia non sono io che veglio la notte, la notte stessa che veglia. Lessere non qui dono, luce,

annuncio, apertura: una presenza rivoltante a cui sono, per, irrimediabilmente inchiodato, qualcosa che non posso assumere
altrimenti che abbandonandomi a una postura che anche gi sempre impostura. Questo starmene rannicchiato sul letto, questo
mio (non-mio) coincidere integralmente e senza riserve con la mia giacitura, questo mio (non-mio) non essere altro che insonne
postura: sdraiato, bocconi, supino, su un lato con le gambe fetalmente ripiegate questo e nientaltro lessere. Poich
inassumibile, posso solo addossarmelo; poich impossibile o troppo brutalmente possibile, non posso dirlo, ma solo giacerlo
(coricare deriva etimologicamente da collocare).
NellEsausto, Gilles Deleuze, pur senza farne il nome, cerca di andare al di l della fenomenologia puntigliosamente descritta da
Lvinas. E lo fa, secondo la precisa intuizione di Ginevra Bompiani, non tanto cercando di dar corpo al pensiero, quanto di dare
pensiero al corpo, di esporre un corpo che porti impresso nella sua stessa postura il pensiero. Cio non soltanto risolvendo, come
Lvinas, lontologia, la dottrina dellessere, in una dottrina delle posture, ma cercando una postura che la faccia finita con lessere,
ne esaurisca fino allultimo la possibilit. Lesausto come i film per la televisione di Beckett che commenta non si stanca di
sillabare questunica domanda: Come si esaurisce una possibilit, che cos una possibilit esausta?
Si tratta, per Deleuze, di fare i conti con Heidegger, una delle sue due bestie nere in filosofia (Io sono il solo filosofo francese,
amava ripetere, che non mai stato n heideggeriano n marxista). Egli sapeva, infatti, che il primo a aver messo lessere in una
postura era stato proprio Heidegger, la cui analitica dellessere si apre proprio con la celebre costatazione di una implacabile
giacitura: Lessenza dellesserci giace [liegt] nellesistenza. Lesserci stato gettato nel mondo, ma si direbbe che, una volta
gettato, non cade in piedi, ma sdraiato (liegen significa innanzitutto essere sdraiato). In Heidegger, tuttavia, questo riposare
dellessere nellesistenza si traduce immediatamente in un primato della possibilit. Che lessenza giaccia, stia distesa nellesistenza
significa che il mondo si apre per luomo in possibilit, che tutto gli si presenta come un possibile modo di essere a cui gi sempre
consegnato. In quanto giace presumibilmente desto e supino (Heidegger non sembra far molto caso del sonno) nellesistenza,
lesserci inesorabilmente consegnato alla possibilit: giacere potere. Se allessere sdraiato dellessere corrisponde in questo senso
un primato del possibile, occorrer allora immaginare una postura che esaurisca integralmente e senza riserve ogni possibilit.
Scommettere, cio, su che cosa si pu ancora fare quando tutto diventato impossibile e su che cosa c ancora da dire quando non
pi possibile parlare.
Questa postura lo stare seduti. Deleuze critica sempre senza nominarne lautore le tesi di Lvinas sulla stanchezza e sul suo
intimo nesso con il giacere. Lo stanco sembra non disporre pi di alcuna possibilit, ma, in verit, egli ha semplicemente esaurito la
capacit di metterla in atto, non la possibilit come tale. Lesausto, invece, esaurisce tutto il possibile. [] Mette fine al possibile, al
di l di ogni stanchezza, per continuare a finire. Per questo non gli si addice lo stare sdraiato: Sdraiarsi non mai la fine, lultima
parola, la penultima, e si rischia di essere abbastanza riposati, se non per alzarsi, almeno per girarsi o strisciare. Lesausto, come
in Nacht und Trame, resta seduto al suo tavolo, con la testa china appoggiata alle mani, mani sedute sul tavolo e testa seduta sulle
mani.
Che cosa significa, allora, sedersi? Qui il linguaggio viene provvidamente in soccorso al pensiero. Nelle lingue indoeuropee, lo stare
seduti associato allidea di inoperosit, di sospensione di ogni attivit. Dal latino sedeo derivano cos desidia e desidiosus, che
significano linerzia, lo starsene seduti senza far niente, e sedare, che significa far cessare, mettere fine a unoccupazione o a un
movimento. Per questo, nel Nuovo Testamento, Cristo si siede alla destra del Padre solo quando ha portato a compimento
leconomia della salvezza (avendo compiuto la redenzione dei peccati, si sedette alla destra della Maest Hebr. 1,3). Quando
rappresentato in atto di governare il mondo, come Pantocrator, Cristo invece rappresentato in piedi. Lo stesso vale per il potere
profano: nel momento in cui siede sul trono, il re inattivo, immobile effigie della gloria e non del governo (con una caratteristica
inversione, nel nostro mondo, in cui tutto rovesciato, il lavoro legato invece allo stare seduti davanti a uno schermo).

Lo stare seduti la cifra dellesaurimento di ogni possibile azione, la postura dellesausto che riuscito a sloggiare lessere dalla sua
dimora nella possibilit. Per questo una figura dellesausto , in Deleuze, lo studio. Come lo studente in Kafka o in Melville, che
siede in una camera dalla volta bassa, con i gomiti sulle ginocchia e la fronte fra le mani, chi studia non intende concludere nulla.
Come il talmudista (talmud significa studio) chiosa e rovista le prescrizioni della Torah fino a renderle inapplicabili, cos lo
studioso rimugina e sbriciola le sue possibilit di ricerca una dopo laltra, infinitamente. Lo studio ha gi esaurito ogni possibile
realizzazione, perch in se stesso interminabile e inesauribile.
Come pensare, allora, una possibilit esausta? Non si tratta in alcun modo di una possibilit che sia stata integralmente realizzata
nellatto e di cui non resti pi nulla. Una tale condizione definisce piuttosto, lo abbiamo visto, la condizione dello stanco, di chi si
abbandona sdraiato alla sua spossatezza. Veramente esausta solo quella possibilit che si portata come tale nellatto e per questo
non ha pi alcuna possibilit di essere messa in atto e realizzata. una possibilit che non precede latto per esaurirsi in esso, ma lo
scavalca e perdura al di l di esso.
possibile che nelle sue instancabili e stravaganti letture, Deleuze abbia incrociato i trattati di quei logici medievali che hanno
pensato in modo radicalmente nuovo la relazione fra la potenza e latto, la possibilit e la sua realizzazione. Uno di questi Roberto
Grossatesta, il geniale autore di quel De luce che doveva esercitare una non trascurabile influenza su Dante. Un primo modo egli
scrive in cui possiamo immaginare il compimento (perfectio) di ci che in potenza nellatto quando esso cessa di essere in
potenza per diventare un atto perfetto. Vi per un altro modo ai suoi occhi pi interessante in cui la perfezione, avvenendo,
conserva il possibile nella sua imperfezione (salvat ipsum in imperfectione). Sia lesempio di qualcosa che pu diventare bianco
(albisibilis, biancheggiabile): secondo il primo modo, questa possibilit si realizza e compie nella bianchezza (albedo), in modo
che loggetto non pi biancheggiabile, ma solo e definitivamente bianco (album). Nel secondo caso, invece, la perfezione del
biancheggiabile lo salva nellatto come biancheggiabile. Non pu certo sorprendere che, come esempio di questa possibilit che si
conserva come tale nellatto, Alberto Magno menzioni il mimo e la danza: Levoluzione circolare [volutatio] che compiono i mimi
la perfezione del volubile [volubilis significa: che gira] in quanto essi sono volubili e la danza delle donne che ballano il
compimento del loro essere abili alla danza e della loro potenza di tripudiare e danzare in quanto potenza [perfectio earum
saltabilium sive potentium tripudiare et choreizare secundum quod in potentia sunt].

qui evidente che lopposizione potenza/atto, possibile/reale stata neutralizzata, che, come lostinata dabbenaggine dello
studente, anche il tripudio della danzatrice presenta una figura dellessere che ha veramente esaurito tanto le sue possibilit che le
sue realizzazioni. E, con queste, anche le sue posture o imposture. La figura ultima dellessere non la postura, ma il gesto. Esso
non pone n impone nulla espone soltanto. Come nei film di Beckett, nellincessante andirivieni di Quad o nel sognatore seduto di
Nacht und Trame, la postura si congeda e dissolve in un gesto. E come, nel gesto del danzatore, il danzabile non diventa mai
danzato, cos, nel gesto del vivente, il vivibile non diventa mai vissuto, ma resta vivibile nellatto stesso di vivere.
Questo testo di Giorgio Agamben la postfazione all'edizione nottetempo de L'esausto di Gilles Deleuze.

Tags dell'articolo: Deleuze Letteratura Libri Personaggi Psicoanalisi Saggio cultura Alberto Magno Emmanuel Levinas Franz
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allesistente L'Esausto Nacht und Trame

Materiali
4 novembre 2015

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2015 doppiozeroISSN 2239-6004