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EDITORIALI

LA QUALIT
DELLA DEMOCRAZIA
Non riesco proprio a condividere
lenfasi meramente quantitativa
con la quale divenuto duso corrente
esaltare i numeri
di fenomeni pur importanti
di partecipazione democratica.
Perch ci sento molta passivit,
che ha molti numeri
ma quasi nessun elemento
di soggettivit forte, autonoma.
Mario Tronti

EDITORIALI
Mario Tronti *

LAVORO E POLITICA
Un grande futuro alle nostre spalle?
Una conversazione
a cura di Sandro Morelli e Mario Santostasi
Per motivi opposti, rappresentanza politica del lavoro non si
pi data. Ma siccome questa linfa vitale continua a scorrere nelle vene della societ capitalistica, essa si indirizzata
come un fiume in piena l dove ha uno sbocco, cio nella
rappresentanza sindacale
MARIO TRONTI, Il caso Cgil, giugno 2002 1.

Quale Stato

artiamo dal tuo commento al 23 marzo 2002 non tanto per porti
qualche domanda postuma, ma soprattutto per far data, tentare
una periodizzazione. Rileggendo il tuo testo, sembra di capire che
tu considerassi quellepisodio come una clamorosa surroga, da parte
del sindacato o, meglio, della CGIL , della rappresentanza del valore
e degli interessi del lavoro, della sua stessa natura conflittuale, dinanzi
al vuoto di identit, di iniziativa, di protagonismo della sinistra politica.
Noi, tra molti, vi vedemmo anche di pi: anche un momento di
incontro e di potenziale, nuova aggregazione di culture (culture del
lavoro e valori e obiettivi dei movimenti, diritti sociali e diritti civili e
di cittadinanza, ecc.), di esperienze, di generazioni che, in effetti, non
si ferm l, ma dette anche altre grandi prove di s: non solo una specie di lungimirante intuizione del tema cruciale della precarizzazione
(non era quello gi anche uno dei moventi profondi e generali di quella sollevazione di massa contro la manomissione dellArt. 18?), ma,
pi concretamente, soprattutto la mobilitazione di dimensioni inedite
per la pace, e poi elementi di critica diffusa del neoliberismo gi pre*
Mario Tronti professore emerito di Filosofia politica e presidente del
Centro di studi e iniziative per la riforma dello Stato.
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Mario Tronti, Il caso Cgil, Quale Stato, 2, 2002, pp. 29-36.

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senti nelle esperienze dei Forum sociali e in esperimenti di campagne
orientate a obiettivi specifici, ma di valore generale. Insomma, per
farla grossa, un processo embrionale, tumultuoso, eterogeneo ma
promettente, di formazione di una nuova soggettivit fra il sociale e il
politico, un far ressa di nuove (o rinnovate) potenze sociali critiche
alle soglie delle culture politiche e della rappresentanza politica della
sinistra, per invaderle, trasformarle in radice.
Col senno di poi, aggiorneresti il tuo giudizio? Si tratt, forse, di
una grande illusione destinata a esaurirsi in ragione delle sue stesse
basi precarie, o tu individui pi generali ragioni e responsabilit, e
magari un lavorio soggettivo diretto a ostruire le vie gi tanto difficili
di un rinnovamento cos radicale?

Mario Tronti
una buona mossa ripartire da quellevento che, davvero, incise con forza sulla realt. Quello, s, fu un punto dincrocio virtuoso di tante cose. Accade sempre che questi eventi, provocati
da circostanze anche occasionali, poi ci dicano qualcosa di pi e
ci interroghino ben oltre le circostanze che li hanno prodotti e
la contingenza nella quale si sono svolti.
L la contingenza qual era? Era un momento di grande difficolt delle forze di sinistra perch cera stata, lanno prima, una
dura sconfitta elettorale e, nel corso dellanno che segu, una
mancata risposta politica da parte delle forze sconfitte. Matur e
si espresse, cos, anche una critica dal basso verso i gruppi dirigenti, mentre giganteggiava a suo modo la figura del leader della
destra, che intorno a s concentrava comunque molta ostilit.
Poi, cera la corposa realt della vita concreta di grandi masse
sociali, soprattutto di lavoratrici e di lavoratori che cominciavano a sentire sulla pelle i danni provocati dallattacco a storiche
conquiste sociali, e a temere il peggio per il futuro.
Insomma in quelle settimane e, in modo straordinario, in
occasione di quellevento, si verific e non ricordo, dopo di
allora, qualcosa di simile un incontro vero fra il lavoro e la
politica. Poi anche vero che attorno al lavoro, si aggregarono
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altre soggettivit sociali e di movimento, vi fu la felice fusione
tra il movimento organizzato, in realt la CGIL, con altre esperienze e culture, movimenti, in molti casi esterni non solo al sindacato, ma anche alla politica. Ricordo anche io quella grande
presenza giovanile nella marea di popolo che scese in piazza.
Ecco, fu proprio una grande manifestazione di popolo.
Il sindacato (la CGIL) fu lunica grande organizzazione storica che si trov, in quel momento, a percepire, quasi da sola,
quella spinta, a doverla, quasi obbligatoriamente, rappresentare.
Io non credo che sia stata una grande illusione; stato un
movimento molto reale; lunica grande illusione fu forse quella
di aver trovato in quella circostanza un leader politico. Ma l si
manifest una spinta reale, che poneva grandi questioni.
Il sindacato si caric di quella spinta, di quella domanda di
massa. Lo fece, dovette farlo, perch latitava una capacit direttamente politica di assumere su di s quella domanda e di rappresentarla. Ancora oggi questo, semmai, un punto grande di
non superata polemica nei confronti dei partiti della sinistra di
allora, di quei gruppi dirigenti.
L si manifest, infatti, un punto di divaricazione che avrebbe
prodotto, poi, tutti i suoi effetti: la spinta popolare andava da una
parte e la risposta politica cominciava ad andare da unaltra
parte. Ricordo che, a un anno dalla sconfitta elettorale, proprio
in quellanno, nel 2002, presero il via le grandi manovre attorno
alla possibile unit dei riformisti. Si apr, insomma, quel percorso che avrebbe poi portato alla nascita del Partito democratico.
Secondo me, invece, quello era il punto in cui poteva veramente partire in grande, con una base di massa, quella che oggi
si dice, spero provvisoriamente, una cosa o una casa rossa. Se
la risposta politica avesse accolto quella domanda, si sarebbe
data loccasione di dare il via allimpresa della ricomposizione di
una grande sinistra in Italia.
Ecco perch dico che non si tratt di una grande illusione
ma, piuttosto, di unopportunit mancata. E mancata proprio
perch c stata unassenza di risposta politica.
Il passaggio possibile, dunque politicamente necessario, era
dalla mobilitazione sociale e sindacale a un progetto politico che
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raccogliesse le potenzialit implicite in quellevento e le declinasse in termini politici. Quellaggregazione, insomma, era la
prefigurazione di una soggettivit politica, proprio per i caratteri che si erano presentati in quella grande mobilitazione popolare: il lavoro al centro, ma anche la capacit del lavoro di aggregare intorno a s altri soggetti spinti al conflitto dalle questioni
critiche attualmente in campo, il rapporto, appunto, tra diritti
sociali e diritti civili; lattivizzazione di una dimensione popolare, la irresistibile espansivit di una forza sociale che chiedeva
una forma politica.
Il fatto che, a partire da quel bivio cruciale, la risposta politica abbia preso una strada del tutto diversa da quella invocata da
quella domanda, da quella spinta, esattamente per me la
radice delle difficolt e delle divisioni nelle quali ci troviamo
oggi. Sempre, alla radice di una crisi, c una opportunit emersa e non colta.

Non un giudizio leggero: ci sono responsabilit per tutti. E immaginiamo che si possano opporre obiezioni da pi parti della sinistra, dentro e fuori questa rivista. Se ve ne saranno, come speriamo, riprenderemo lanalisi di questi cinque anni che descrivi cos cruciali. Ma
ritorniamo alla vicenda che stiamo vivendo.
Se ripercorriamo gli anni seguiti a quel nodo, non possiamo dire
che i segni dei tempi ci consegnino con chiarezza la conferma di quello che siamo venuti dicendo. Infatti, per interpretare i mutamenti
intervenuti non possiamo semplicisticamente ricorrere alla registrazione di un seguito di sconfitte: in fondo, Berlusconi (il berlusconismo
altra storia!), seppur per unincollatura, stato battuto da uno schieramento vasto di centro-sinistra che, finalmente, ha portato al governo anche linsieme delle sinistre, e sulla base di un programma condiviso. Eppure subito sono sorte tensioni anche aspre, allinterno dello
schieramento politico vincente e anche nel suo rapporto con quellinsieme di forze della societ che, pure, hanno contribuito grandemente al suo successo. Al primo duro confronto su un terreno cruciale per
lunificazione del mondo del lavoro (il rapporto fra le generazioni a
proposito del sistema previdenziale, la riconquista del vasto mondo
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della precariet verso lobiettivo del suo seppur graduale superamento, ecc.), il compromesso sociale raggiunto il 23 luglio scorso con il
governo ha inasprito la tensione fra lala radicale e lo schieramento
moderato dellUnione, ha messo in tensione il sindacato con le sinistre politiche, prodotto tensioni e divisioni nella stessa CGIL e nel suo
rapporto con quellarea vasta di movimenti con cui si era pi volte
cimentata per la realizzazione di un incontro fecondo e stabile. Ma,
nello stesso tempo, non si pu non registrare il fatto che quellaccordo ha certamente ricevuto un larghissimo e partecipato consenso da
parte delle lavoratrici e dei lavoratori, e lha ricevuto attraverso la pratica democratica e non scontata del referendum di ottobre sul
Protocollo del 23 luglio.
Come interpretare linsieme di questi fatti? Siamo forse una
possibile interpretazione, non lunica alla dissoluzione culturale,
politica e programmatica del crogiuolo del 23 marzo e a un ripiegamento, a una ridislocazione di una parte grande di quellarea sociale
su un versante se non moderato, realisticamente rassegnato come
ha scritto qualcuno , secondo la comprensibile logica per la quale,
non potendo avere di pi e meglio, tanto vale tenersi il pi possibile
quello che si ha, riducendo il danno al minimo?

Ripartiamo dallultima considerazione: quando si mancano le


occasioni e si deludono speranze e sentimenti forti, comincia
una deriva che nessuno pi riesce a controllare. Direi che questa
una regolarit, pi che della politica, della storia: quando si
presenta un fatto che pu cambiare il corso delle cose, se qualcuno riesce a impiantare sul percorso appena aperto una forza
reale, in grado di avviare lattuazione di quel progetto di cambiamento, allora comincia un processo positivo di crescita, di
mutamento dei rapporti di forza. Quando questo non avviene,
quando quel passaggio non viene colto e coltivato politicamente, allora comincia proprio una fase di continua decadenza, di
continuo logoramento. E penso purtroppo che oggi siamo al
logoramento anche materiale di quellaggregazione di massa.
Certamente, oggi non saremmo in grado di produrre di nuovo un
evento di quel genere.
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Temo che si siano innescati processi molto pi profondi di
quanto noi stessi non riusciamo a capire. In quella grande
massa di popolo s insediato un processo di scomposizione:
rimasta una forte avanguardia, ancora politicamente mobilitata, decisa a porre obiettivi di grande trasformazione e anche
motivata a riprendere un percorso. Di quella parte di popolo
abbiamo visto qui a Roma, il 20 ottobre scorso 2, una mobilitazione certamente larga ma mi pare senza pi quella capacit straordinaria di aggregazione che cera stata negli anni di cui
stiamo parlando.
La cosa che pi mi preoccupa la constatazione del fatto
che una parte di quel popolo ha via via intrapreso, a partire da
l (e, certo, non solo da l: un evento come quello ha una forte
potenza simbolica, ma poi i processi sono molto pi complessi), una sorta di percorso antipolitico, segnato da una sfiducia
generalizzata.
Questo un fenomeno molto tipico, che si realizza non tanto
in ragione delle sconfitte subite, quanto perch non ci sono state
pi vittorie sul campo. La metterei cos: non pesano tanto le
sconfitte, ma la mancata vittoria, la sensazione di non riuscire
pi a battere lavversario, anche lavversario di classe, non solo
quello politico. L si innesta un elemento di sfiducia verso la
politica, come uno strumento, unarma non pi in grado di proLa manifestazione si svolse sulla base di un appello pubblicato il 3 agosto 2007 su il manifesto, Carta e Liberazione promosso dai tre direttori dei periodici e da una ventina di importanti personalit della sinistra
sociale e politica, articolato in sette punti, dichiarato non contro il governo,
e rivolto a [] chiunque si riconosca nellurgenza di partecipare, per ricostruire un protagonismo della sinistra e ridare fiducia alla parte finora pi
sacrificata del paese. Delle forze politiche della sinistra cosiddetta radicale
non ader Sinistra democratica. Successivamente, i leader di PRC, PDCI,
Sinistra democratica e Verdi si incontrarono e convocarono per l8 e il 9
dicembre unassemblea nazionale della sinistra e degli ecologisti (i cosiddetti
Stati generali della sinistra), con lobiettivo di promuovere il percorso costitutivo di una federazione unitaria delle sinistre, a partire dalla federazione dei
gruppi parlamentari e dalla predisposizione di una consultazione popolare sui
programmi. Lassemblea si svolta con successo.
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durre queste vittorie. Penso che queste cose, queste distinzioni
cruciali, le persone (e soprattutto le persone di quel popolo di
cui abbiamo detto, cariche di aspettative, di speranze e anche di
esperienze) le sentono e le valutano molto pi e molto meglio di
quanto noi non riteniamo: pu esserci, insomma, una vittoria
elettorale contingente pur dentro una tendenza lunga che esprime una sconfitta culturale e politica. E questo il nostro popolo
se posso dire cos lo capisce e lo sa.
Ora, a me pare non vorrei essere banalmente frainteso, ma
non intendo neppure eludere il nodo che, soprattutto se ci
sforziamo di guardare alle cose dal punto di vista di quelle persone, nelle ultime elezioni politiche e nella vicenda che ne
seguita si verificato esattamente il fenomeno del quale ho
appena detto: lazione del governo Prodi, insomma, stata
avvertita come la sconfitta politica di quella aggregazione di
massa che si era realizzata in quegli anni. Si potuto verificare
nel concreto, intendo dire, che quella domanda non era arrivata a farsi governo, perch al governo era andato, magari, un progetto politico come quello del Partito democratico (o dellunit
dei riformisti, se si preferisce), che poco o nulla aveva a che fare,
appunto, con le motivazioni profonde dellevento di massa dal
quale siamo partiti nel nostro ragionamento. capitato altre
volte di scambiare delle vittorie elettorali con delle vittorie politiche, un fenomeno che diventa tanto pi frequente quando lo
sguardo della politica si fa superficiale.
Quello di cui dovremmo preoccuparci, invece, come contrastare quella grande sfiducia, quella grande critica alla politica
che viene ormai non soltanto dai nuovi e tradizionali ceti intermedi, ma che ha coinvolto anche il mondo del lavoro. Daltra
parte, segni anticipatori del problema non sono mancati: da
anni vediamo che il voto operaio del Nord sempre meno massicciamente si orienta a sinistra. Sempre pi spesso, anzi, si dirige verso un popolarismo leghista, o verso quel fenomeno nuovo
che lastensionismo, non antipolitico, ma politico.
E se le testimonianze che ho raccolto sono attendibili, mi
pare di poter dire che anche nel corso della consultazione sindacale che ha preceduto il referendum dello scorso ottobre, in
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molte assemblee si espressa fortemente una tensione schiettamente antipolitica, specie nei settori operai.
Ne ricavo che quella divaricazione di cui ho detto poco fa,
continua ad agire e, forse, ad accentuarsi. Un processo che ha
assunto una sua certa autonomia, dunque, e che almeno fino
a questo momento non si riesce a contrastare. Quella unit di
popolo, di lavoro e nuove forme di soggettivit conflittuali, si
dissolta.
Come tentare oggi una risposta politica, uniniziativa efficace in grado di contrastare e invertire questo processo? Oggi le
condizioni perch un tentativo del genere possa avviarsi con
successo, sono certamente meno forti di qualche anno fa. Ho
gi detto dellattenzione che secondo me va riservata alle
forti avanguardie che sono ancora in campo e abbiamo visto
fortemente presenti e combattive in occasione della manifestazione dello scorso 20 ottobre. Bisogner certamente ripartire da
questa forza senza per dimenticare che si tratta di una forte
avanguardia che non ha pi dietro di s, intorno a s, quella
base di massa.
Ma su questo punto, immagino, torneremo tra poco.
Qui, per concludere il ragionamento sollecitato dalla vostra
domanda, mi interessa soprattutto sottolineare le radici e i caratteri profondi della deriva che ha prodotto e sta ancora producendo questa sorta di smottamento politico nel senso comune
anche di tante lavoratrici e di tanti lavoratori. Un problema che
investe direttamente, mi pare, anche il sindacato, che ho limpressione subisca un po passivamente, piuttosto che contrastare, questa disillusione di massa, contenendo la sua azione in quel
quadro di governo di cui parlavamo, piuttosto che spingere per
forzarne i limiti.
E non aggiro la vostra obiezione. Devo dire che e qui si
potrebbe aprire un discorso pi generale non riesco proprio a
condividere lenfasi meramente quantitativa con la quale divenuto duso corrente esaltare i numeri di fenomeni pur importanti di partecipazione democratica: 3 milioni e mezzo di partecipanti alle primarie per la leadership del Partito democratico, 5
milioni di votanti al referendum sindacale di ottobre, e infine i
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mirabolanti 8 (o dieci?) milioni di sostenitori accorsi ai gazebo
del nuovo partito berlusconiano (ci torner dopo, se vorrete).
Anche il sindacato i cui numeri, almeno, sono certificati
rischia di farsi prendere un po troppo da questa enfatizzazione.
Che non mi convince mi spiego perch queste forme di
democrazia quantitativa, in realt non spostano niente dal
punto di vista dei rapporti reali, non dimostrano niente, neanche una verificabile volont politica di effettiva partecipazione.
Io vedo, infatti, che c molta passivit, la risposta a unagenda
dettata dai grandi mezzi di comunicazione di massa, che ha
molti numeri ma quasi nessun elemento di soggettivit forte,
autonoma. Sicch io non vedo l, in quel genere di fenomeni di
partecipazione, lelemento che pu invertire questo percorso di
deriva, anzi, vi vedo lespressione di una inconsapevole sua
legittimazione di massa.
In queste forme di consultazione democratica sono stati
espunti tutti i motivi di critica, di contestazione, e resta in
campo la forza dello stato delle cose esistenti, entro i cui confini non resta che aggirarsi.
Questo un grande tema politico che, per, deriva proprio da
qualche cosa che avvenuto nel profondo della societ, anche
nella societ del lavoro. Bisognerebbe andare analiticamente a
interrogare questo humus che nato l, che si coltivato l. Ci
vorrebbe quasi una ricerca empirica che faccia affiorare questa
cosa, anche perch, una volta espressa, ci si pu cominciare a
ragionare su, per vedere quali possono essere i rimedi.

Intanto, pi in superficie, la transizione italiana continua a produrre


le sue metamorfosi: la pi rilevante, in qualche misura storica, la
dissoluzione del maggior partito della sinistra in un soggetto politico
come stato detto a vocazione maggioritaria, che abbandona cio
il suo riferimento primario al mondo del lavoro e declina una sua configurazione che con qualche arcaismo potremmo definire interclassista (lavoro, impresa, consumatori), unificata per non pi dalla
Rerum novarum di Leone XIII quanto piuttosto da versioni pi o
meno temperate del canone liberista.
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Ma rimandiamo ad altro momento lanalisi delle turbolenze di
questi giorni (anche perch non avrebbe molto senso discutere sul
piano strettamente politico-partitico delle tendenze e dei possibili
esiti di una situazione in cos rapida e confusa evoluzione). Invece ci
concediamo la licenza di una analisi sommaria per tentare di provocarti su un tema che ti caro.
Proviamo a ipotizzare che con singolare simmetria (ed escludiamo pure il sospetto di un banale consociativismo) i due protagonisti
di queste settimane di contatti fra Partito democratico e Partito del
popolo, o delle libert, o come si chiamer, convergano nel progettare (e non solo attraverso una nuova legge elettorale) un nuovo sistema politico che, con la motivazione (del resto molto popolare) di
semplificare il caos partitico, abbia la funzione effettiva di consolidare in forme politiche la deriva di cui ci hai detto, liberando qualsiasi
ipotesi di governo non certo dai conati di rinascita di un centro moderato quanto dalla incidenza delle forze pi radicali e delle loro basi
sociali, perseguendo cio in buona sostanza lobiettivo finora mancato: il disciplinamento non solo del mondo del lavoro e del vitale universo associativo e di movimento che si affacciato sulla scena in
questi anni, ma della stessa forza critica del sindacato, della sua
autonomia, della capacit aggregativa che, seppure in forma di surroga, ha messo in campo in altre occasioni.
Potrebbe essere questo persino al di l di pi consapevoli strategie o intenzioni attuali il modo col quale finir col realizzarsi la
riconquista di un primato della politica, inteso non certamente come
principio democratico regolatore delleconomia finanziarizzata e del
privatismo mercantile (che fu lobbiettivo dichiarato del sommovimento democratico negli anni precedenti), ma come governo forte di
una societ che non si pacifica?
Ho capito la provocazione. Francamente, per, non riesco ad
assegnare questa lucidit strategica al ceto politico che sta conducendo questa operazione. Se cos fosse, sarei quasi pi contento di avere a che fare con qualcuno che ci sta pensando seriamente. Posso sbagliare (perch magari qualcuno a questa cosa ci
sta pensando), ma mi pare proprio che si tratti piuttosto di una
sorta di risposta passiva agli eventi.
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Naturalmente, poi, una tale risposta non pu essere definita
del tutto passiva perch, nel momento in cui si organizza, interviene su processi reali e li accelera. Leffetto, infatti, che si vede
in queste ore laccelerazione del processo, una sistemazione
di quella deriva che dicevamo prima, una sistemazione quasi
definitiva. Credo che noi stiamo andando finalmente alla conclusione di questa lunga transizione: la fine della cosiddetta
seconda Repubblica. Era nata con i referendum sul maggioritario, e nel momento in cui si torna al proporzionale, si chiude; poi
le soluzioni politiche sono da mettere sotto osservazione, perch
chiariscono molto la situazione.
Dico una cosa che, a prima vista, potrebbe sorprendervi:
secondo me, gli scenari politici che si prospettano sono abbastanza interessanti, perch potrebbero contribuire a chiarire
finalmente una situazione troppo confusa, che, poi, potremo
forse interpretare in modo pi chiaro.
Che cosa sta per avvenire (a quanto pare)? Si profilano due
schieramenti: da un lato quello dominato dal partito populista
evocato da Berlusconi, dallaltro quello incardinato sul Partito
democratico, un partito liberale di massa. Queste saranno sembra le due risposte.
Certo, dietro questa semplificazione del sistema politico-partitico, si sta dislocando una pi accentuata confusione sociale.
Infatti, se ripensiamo a quella massa articolata e sterminata del
23 marzo 2002 e consideriamo la sua scomposizione-ricomposizione politica, capiamo subito che, senza ombra di dubbio, quellinsieme ci si presenter ancora pi distribuito e disperso in
entrambi gli schieramenti in via di aggregazione.
Non a caso, da una parte, parlando di un Partito del popolo,
si allude al Partito popolare, privo, per, di personalit portatrici
di idee strategiche: dietro, insomma, non c Sturzo, ma listinto,
lintuizione tattica e spregiudicata del solito Berlusconi. Cos
come dietro al Partito democratico non c il bagaglio di idee di
un Keynes dei nostri giorni, capace di proporre una diversa e originale impostazione del rapporto tra economia e politica. Abbiamo, ormai, ceti politici che, piuttosto, si adattano alla politica,
senza conferirle dimensioni strategiche nei confronti dellaltro
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dalla politica, leconomico, il finanziario, il tecnologico, lo stesso
sociale. Tuttavia, certamente, si impongono passaggi che possono
essere decisivi. E questo lo , secondo me.
Come avete proposto anche voi, penso anche io che siamo
dinanzi al tentativo di ripristinare un primato della politica nel
governo della modernizzazione: questa ambizione io la vedo, nellidea di governo che il Partito democratico sembra voler sostenere. E penso anche che il tentativo di tornare a una sorta di primato della politica potrebbe aprire scenari meno oscuri di quelli che abbiamo fin qui conosciuti. Intanto, si tornerebbe sembra a riaccreditare un po la cosiddetta forma partito, in controtendenza rispetto ad alcuni dei fattori della deriva di massa
verso lantipolitica di cui abbiamo parlato prima. Fra questi fattori, credo non sia stata marginale la sostituzione della forma
partito con la forma coalizione (se posso dire cos). La forma
coalizione veramente produttrice di antipolitica: le aggregazioni improbabili, incomprensibili anche a livello di massa, litigiose al proprio interno, che abbiamo sperimentato in questi
anni, penso proprio che abbiano concorso al diffondersi di una
sfiducia estesa e profonda nei confronti del teatrino della politica che ne stato generato.
Avete capito bene quello che penso: un processo di riaggregazione fondato su partiti che dovessero trovare di nuovo nel
Parlamento il luogo deputato alla costituzione di maggioranze di
governo, potrebbe essere secondo me un fattore di potenziale risanamento della malattia politica di cui ha fondamentalmente sofferto la cosiddetta seconda Repubblica...

... una specie di convalescenza dopo la malattia...


S convalescenza forse la parola giusta, perch, se penso che
questa potrebbe essere una condizione necessaria per riconquistare, forse, un terreno politico pi chiaro e credibile, per fronteggiare un po il degrado del senso comune che dilagato in
questi anni, tuttavia non penso affatto che si tratterebbe di una
condizione sufficiente a definire le basi di una svolta culturale e
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politica: le eventuali due forme partito dominanti concorrerebbero, di fatto, ad assecondare seppure in campi fra loro in competizione, e in forme e con intensit diverse lattuale processo
di forte stabilizzazione capitalistica.
Insomma, mi sto chiedendo, innanzi tutto, quali possano
essere le strade lungo le quali riuscire a rinobilitare la politica,
perch sono convinto che questa questione sia pi importante
delle riforme elettorali o costituzionali. Se, infatti, non si riabilitasse lagire politico, le riforme non servirebbero proprio a
niente, perch non avrebbero mai una legittimazione popolare.
La dimensione oggi delegittimata proprio quella politica. Su
un terreno politico delegittimato, si potrebbero solo innestare
riforme istituzionali difensive o del tutto strumentali, perch
aderenti a quella delegittimazione.
Come sappiamo bene, non tutte le istanze, le domande che
provengono dai vari settori sociali sono in s giuste. Ci sono
anche domande sbagliate, cui le forze politiche devono contrapporsi. Ma, appunto, ci vogliono allora forze politiche che abbiano salde radici sociali e culturali e quella capacit di lettura delle
cose che stata propria delle grandi forze politiche.
Ecco, al di l delle considerazioni contingenti sul processo
politico in atto (e persino prima delle considerazioni di merito e
di schieramento), il nostro problema, il problema del paese,
della sua democrazia , innanzi tutto, questo: come darsi forze
politiche consistenti e in grado, comunque, di governarlo nella
democrazia. Questo problema non stato affatto risolto in questi ultimi anni. Anzi

Se non interpretiamo male il tuo pensiero, il dissodamento dei territori della politica non comporterebbe affatto, di per s, che venissero
subito abitati da un soggetto rappresentativo del lavoro e delle sue
alleanze sociali.
Dunque, poich non pensabile acconciarsi n alla permanenza di
questa prospettiva e neppure a una specie di teoria dei due tempi
prima la riabilitazione della politica poi la ricomparsa della rappresentanza del lavoro quali potrebbero essere, oggi e qui, le condizioni
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sufficienti che, con quelle necessarie, potrebbero avviare la svolta
politica e culturale che, pur mancata, frustrata, non si pu certamente dirsi rinunciata? In altri termini, vedi, in giro, la formazione
delle condizioni attuali di una prospettiva diversa? Insomma, per parlar chiaro, questo faticoso, incerto processo di confluenza di sinistre
politiche, sociali (e sindacali, per la loro parte e nella loro autonomia)
in una soggettivit politica unitaria e plurale della sinistra (come si usa
ripetere di questi tempi), quali spazi reali ed efficaci pu offrire alla
ricostruzione di una rappresentanza politica del lavoro? Da quali
valori, da quali contenuti, da quale capacit autonoma di rappresentanza ricominciare nella nuova fase politica, dando per scontati i
progetti di marginalizzazione delle sinistre sia nella politica che nella
societ? E per andare dove, questa volta?
un interrogativo che stringe da presso anche il sindacato,
diremmo soprattutto la CGIL, che dalla semplificazione in senso
moderato della nomenclatura dei partiti non pu non sentire minacciato quello spazio di autonomia programmatica e politica che stata
la lunga e combattuta impresa della sua storia in questo cinquantennio. A quali condizioni pensabile che questo spazio sia ricavabile da
un progetto di unit sindacale che non si limitasse a ritornare al
mestiere del sindacato, dinanzi allinvadenza di un quadro politico
largamente egemonizzato dalle potenze sociali e culturali del capitalismo neoliberista?
Ho capito. Volete concludere proprio con la madre di tutte le
domande. Non mi sottraggo. Recentemente, ho in effetti sottolineato 3 lesigenza di reimpiantare nella societ e, contemporaneamente, nella cultura del paese, una vera e propria lotta per
legemonia.
Mi spiego meglio: dicevo poco fa che levento del 23 marzo
2002 avrebbe potuto segnare lavvio di una storia nuova mentre,
invece, continuata poi una vecchia storia. Quellevento, infatti, si collocava dentro un cambio di egemonia a favore delle clas3
Per la pi recente riflessione di Mario Tronti sul tema, si veda in:
<www.centroriformastato.it/crs/mercurio/mario_tronti/laboratorio> la sua
relazione al seminario CRS Per un laboratorio di cultura politica a sinistra.

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si dominanti che si era gi dato con la galoppata neoliberista
partita negli anni Ottanta e sviluppatasi nei Novanta. Linteresse che riservammo e stiamo ancora riservando a quellevento,
nasce dunque dalla constatazione che, nel 2002, si manifestarono lesistenza e il protagonismo forti di una grande e variegata
massa, ricca di presenze nuove e giovanili, non disponibile ad
assecondare lavvenuto cambio di egemonia.
La lotta per legemonia deve avere un cuore, un centro vitale. E io penso che ancora oggi questo centro non pu che consistere nel riportare il valore del lavoro al primo punto dellagenda politica. Il cambio di egemonia che prese il via negli anni
Ottanta era andato, infatti, esattamente nel senso opposto: la
competizione di mercato e, dunque, la centralit dellimpresa
come principio regolatore assoluto e, di conseguenza, il lavoro
come fattore subordinato.
Naturalmente non si tratt di uninvenzione, ma della materialit di un processo che ha avuto successo perch derivava
anche da grandi mutamenti sociali: le profonde modificazioni
del lavoro, la fine della centralit operaia e tutto quello che
avvenne nella struttura economico-finanziaria globale.
Si sta finalmente tornando a discutere sul valore e la configurazione del lavoro oggi. Aris Accornero, gi nel 1986, aveva
parlato del lavoro dopo la classe 4. Effettivamente, la stessa
figura antropologica del lavoratore che non si ritrova pi pienamente dentro una struttura di classe, che era in parte oggettiva,
ma molto pi soggettiva, nel senso che era fatta di coscienza di
classe: pensiamo soltanto a che cosa possono aver voluto dire la
cosiddetta atomizzazione, e le enormi trasformazioni del postfordismo ancora, per tanta parte, poco esplorate.
Ho partecipato, recentemente, a molte interessanti discussioni: sullultimo libro di Sergio Bologna 5, e poi sui lavoratori
della conoscenza, e su tutta la grande questione del precariato, soprattutto intellettuale. Di volta in volta, la mia convinA. Accornero, N. Magna, Il lavoro dopo la classe, Il Mulino, 1986.
S. Bologna, Ceti medi senza futuro? Scritti, appunti sul lavoro e altro,
DeriveApprodi, 2007.
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zione si accresce e si fa pi salda: riportare questa questione
del lavoro al centro dellagenda politica uno dei principali
impegni che dobbiamo assumerci. Se vuoi produrre una politica che non sia di mero adattamento a ci che c; se hai in
mente una trasformazione in grande dellattuale societ capitalistica, devi mettere il lavoro al centro dellattenzione e dellattivit politica.
Naturalmente voi avete ragione: questa operazione non la
compiranno certo le grandi aggregazioni politiche che pare stiano strutturandosi. Bisogner, dunque, trovare una nuova aggregazione politica che sia in grado di assumere e di praticare questa esigenza.
Ma questo che cosa significa, oggi? Voglio essere chiaro: io
non penso pi il lavoro come lo pensavo negli anni Sessanta,
cio come un punto di vista parziale da cui per possibile
cogliere e interpretare le contraddizioni fondamentali della
complessit sociale. Contraddizioni e complessit che oggi,
peraltro, non possono pi essere lette a livello nazionale, ma
vanno interpretate a livello mondiale.
Quando guardo il mondo, mi rendo conto che il punto di
vista operaio, il punto di vista del lavoro non basta pi a gettare
luce sulla totalit del mondo. Naturalmente sto solo e sommariamente accennando a un passaggio che per fondamentale
perch strategico, ed anche teorico in quanto rimette in questione le categorie marxiane, la figura di Marx: il mondo non
pi leggibile dal punto di vista del lavoro, ma lo stesso capitale
mondiale non pi leggibile dal punto di vista del solo lavoro.
Servono altre categorie, non che sostituiscano, ma che aggiungano qualche cosa daltro, cio le politiche di potenza, la finanziarizzazione che, nella sua forma contemporanea, fuoriesce gi
dal quadro noto.
Quello che io vedo in grande, poi, un ritorno di politicamondo a livello di grandi potenze globali, di fronte a cui quello
che era il vecchio Stato nazione che noi avevamo in mente in
Europa, tipo la Spagna contro lInghilterra, sono quisquilie. Se si
pensa che si ha a che fare con un continente come la Cina,
come lIndia, con il risveglio dellAmerica Latina, con quello
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che pu venire dallAfrica, insomma ti rendi conti che sei in una
fase di mutamento strutturale del terreno storico-politico.

Questo macigno che tu stai illustrando, sulle spalle di chi pu essere


messo?
Non vedo in giro qualcuno che neanche lo tenti, perch dovrebbe farlo una grande forza politica, e intendo una grande forza
politica di dimensioni europee. Limpresa che meritava di essere
tentata era quella di una grande sinistra che poteva nascere su
quella base ma subito dopo doveva essere declinata in termini
europei. Non puoi fare molto dal punto di vista della piccola
Italia. Solo unEuropa politica pu mettersi in questa grande trasformazione del mondo e avere la capacit di mediare tra
Atlantico e Pacifico, tra Occidente e Oriente, oltre che tra Nord
e Sud del mondo. Solo a quel livello puoi sperare di prendere
parola su quei processi; al di sotto non ce la fa nessuno.
Ma non voglio darvi limpressione di scantonare. Resto
fermo al problema che mi avete posto: come rispondere a unemergenza che si verifica, appunto, sul campo di una lotta per legemonia; come tentare di giocarsi la partita sul terreno del senso
comune, anche del senso comune intellettuale.
Credo che questa riaggregazione, che in corso, non pi per
poli, ma per partiti, lasci uno spazio che necessario coprire.
unimpresa che va affrontata molto realisticamente e molto lucidamente, nel senso che nessuna aggregazione oggi, alternativa o
antagonistica ai livelli di sistema dominante, in grado di essere maggioritaria. Devi saperlo prima di cominciare la cosa, altrimenti confondi i desideri con la realt.
Bisogna mettere in campo, secondo me, una minoranza che
abbia per nella sua coscienza soggettiva quasi lodio per il
minoritarismo, cio una minoranza non minoritaria, una minoranza a vocazione maggioritaria dal punto di vista del discorso,
del progetto, della formulazione delle domande con relative
risposte. Intendo dire che devi elaborare un discorso che pi
forte di tutti gli altri discorsi che mettono in campo le grandi
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forze politiche, un discorso, per dir cos, a vocazione egemonica e tale che non possa essere facilmente contestato, come pu
essere facilmente assorbita lazione quotidiana che puoi produrre a livello di movimenti che si scontrano con grandi realt ostili. Una minoranza autorevole, insomma.
Un possibile partito rosso io lo penso cos: una sinistra
che non possa essere facilmente liquidata, in forza della
potenza di analisi che capace di esprimere e far camminare
nel discorso pubblico, per la forza della proposta con cui viene
identificata. Ho paura, invece, di una cosa che si ponga in
una dimensione difensiva, inconsapevolmente residuale, con
lidea di essere qualcosa di superiore, mentre poi, di fatto,
difende un piccolo spazio.
un progetto che, naturalmente, ha anche bisogno di una
forza, di un consenso, che per non impossibile conquistarsi, purch abbia anche lambizione, e la capacit, di incidere
su pi piani, compreso quello, per esempio, della rappresentanza sindacale.
Ho visto che negli scenari di questa fase di trasformazioni
che si intuiscono nelle vostre domande, si ripresenta il progetto di ununit sindacale che potrebbe rischiare di concorrere ai progetti politici di stabilizzazione moderata di cui
abbiamo detto.
Secondo me bisognerebbe acquisire e assumere lunit sindacale come un bene in s, ad una condizione: che abbia un forte
spazio di autonomia. Un sindacato unito deve avere come referente non unaltra forza politica, ma la sua propria base sociale.
Il caso italiano ha depositato uneredit da coltivare: un soggetto che, proprio in quanto autonomo dai partiti e dal governo,
riesce ad avere una essenziale insostituibile funzione propriamente politica. Soprattutto se il sistema istituzionale si ristruttura su due grandi partiti, un sindacato unito forte, con milioni e
milioni di iscritti, pu essere un soggetto politico con un gioco
molto libero e anche molto efficace a difesa degli interessi e dei
diritti dei lavoratori.
N credo che un soggetto politico unitario a sinistra debba
temere questa evoluzione, perch esso pu avere indirettamente
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una sponda nella rappresentanza sindacale del mondo del lavoro, almeno a livello di condizioni materiali; purch abbia poi la
capacit di tradurre in politica quel versante, quellorizzonte,
muovendosi su pi piani, su pi terreni.
So bene che, al momento, siamo alle parole, ai discorsi.
Bisogner presto fare i conti con la realt delle risorse culturali e
politiche che abbiamo a disposizione, costruire la casa con i mattoni che abbiamo. Allora, se non possiamo dire con lEnciclica:
con la speranza siamo stati salvati, diciamo piuttosto: con la speranza ci dobbiamo salvare.
20 novembre 2007

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