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NICCOLO' TOMMASEO

DELL'ITALIA
LIBRO PRIMO
I PRINCIPI
CAPITOLO PRIMO. EUROPA.
Senza la libert, senza la pace d'Italia, non avranno i popoli che la circondano l
ibert piena n pace onorata. Molti vincoli fin da tempi antichissimi alla pi eletta
parte dell'umanit la congiunsero: la religione, l'ingegno, la lingua, e le arti,
e i commerci, e le armi, e le memorie, e la giacitura e la forma sua stessa: n tu
tti son rotti questi vincoli, n romperli tutti la natura consente. Or se le cose
d'Italia non si possono a verun patto dalle europee separare, giova, io credo, c
on le italiane sventure e speranze, toccare per sommi capi le sventure e le sper
anze di tutta la grande famiglia.
Coli'attiepidirsi degli odii sembra che nelle menti umane pi vivi insorgano i dub
bi. La guerra passata dalla materia allo spirito, e l'uomo si sente diviso dai f
ratelli perch la divisione nel fondo dell'anima sua. E da una morta quiete rifugg
ono; e nel cambiamento, perci solo che cambiamento , cercano il non conosciuto ben
e. Lo cercano sospettosi, impazienti, infiammati di sdegnoso amore, di tetro cor
aggio; lo cercano senza curar delle vie che potrebbero pi sicure condurli; e vici
nissimo sempre lo sognano e gli si protendono incontro, e del non sentire nelle
brevi soddisfazioni altro che insaziato desiderio, si sdegnano; e che si augurar
e non sanno.
Vedete la Francia, la invidiata e temuta Francia, strascinare nella polvere i su
oi deputati, i suoi pari, il suo re; calpestare, come fanciullo farebbe di gi log
oro arnese, quella Carta per cui tante parole ha profuse e tanto sangue; inviare
i suoi soldati, i suoi preziosi soldati, sentinelle in Grecia, servitori nel Be
lgio, sgherri in Ancona; vedetela brutta del sangue proprio, vergognosa del pres
ente, dell'avvenire pensosa: nessuno delle opinioni sue fortemente sicuro: or un
languore d'infermo, or un impeto di furibondo; ora una trepidezza senile, or un
a smania infantile di novit: e, nella inerzia apparente delle cose, le idee preci
pitare il cammino, e divorarsi l'una con l'altra, e confondersi laddove pi paiono
disgregate; e la repubblica in molte menti somigliare a tirannide, e la trista
monarchia farsi declivio a non buona repubblica; e i disinganni succedere tanto
rapidi che appena lasciano vita alle illusioni; e mal posti e peggio sciolti i p
i terribili problemi che finora la Provvidenza abbia offerti all'umana natura: e
i pensieri, le speranze, le necessit degli altri popoli, sordamente accolte per v
ia sotterranea, scoppiare in Francia quasi per aperto cratere, e su tutta Europa
versarsi od in fumo tetro o in minacciosa favilla.
Vedete in Ispagna la guerra concitarsi tra uomini devoti ad una troppo vecchia c
onsuetudine, e uomini devoti a una troppo nuova speranza; vedete uno zio contend
ere alla nepote infante lo scettro; e nascondersi dietro alle spade de' suoi: ve
dete le guarentigie dei popolari diritti ad altri negate in nome della libert, ad
altri inflitte, quasi castigo dai pochi ai molti; predicate con gl'incendii, co
n le rapine, con le armi; e tante volont, tante idee repugnanti venirsi a rimesco
lare e ad infrangere nel fragile animo di giovane donna.
Eccovi il Portogallo alle mani d'una fanciulla (poich di fanciulli e di vecchi og
gid sono ingombri i pi de' troni d'Europa), la stanchezza delle vergognose discord
ie chiamar pace; e l'arbitrio di pochi nobili, chiamar libert; e la libert di lui
somigliante a crepuscolo, non come di giorno che nasce ma come di giorno che muo
re; e piena di rettili cortigiani la reggia; e timidi o vani o spensierati i min
istri: e del popolo cura nessuna, come se popolo pi non fosse; nessuna cura dell'
ispirare fiducia ed affetto, dello scuotere l'ignavia antica, del vincere l'igno
ranza, dello scemare i dispendii, del prepararsi alla nuova guerra che forse rug
ge vicina.
Eccovi l'Inghilterra che trema dell'Irlanda e di se; a racconciare intenta piutt
osto che a rinnovare; che da' presenti ordini suoi non pu vietare si traggano con
seguenze degli ordini stessi distruggitrici; e avvezza a far dell'interesse misu
ra al diritto, teme di riconoscere diritti che in interessi immediati non si ded
ucano; l'Inghilterra a cui le private virt causarono fin ora i danni della civil
corruzione e delle politiche cupidigie; dove la nobilt fu tollerata e fu grande f

inattanto che pot e volle il bene; ora forza che ceda, ora che la volont col poter
e, e pi che il potere, le manca.
Poi nella Svizzera fazioni nuove, e l'aristocrazia che di sua decrepitezza s'irr
ita, e la democrazia che impronta le sta sopra, e chiede pi diritti che il popolo
non desideri; e per bene mal noto ed incerto mette a repentaglio beni sopra ogn
i cosa desiderabili, l'agevolezza del governare, la contentezza dell'ubbidire, l
a semplicit del costume, la tranquillit della vita.
Poi le provincie della Prussia, alla Francia un tempo soggette, aspirare a pi lib
erali ordinamenti: poi la Germania che sente sotto la sua Dieta tremare la terra
, e vede nell'Holstein i contadini armati assaltar le citt; la Germania desta al
concepire ma sonnolenta al deliberare, che a molte idee si sospende anzi che app
rendersi ad una; molti dubbi fa sorgere in suo cammino innanzi d'arrivare a cert
ezza; che tenta col pensiero se stessa e gli altri popoli per conoscere ragionan
do di che l'umanit sia capace operando; che nella Inghilterra, nella Francia, in
Italia fece sentire quanta forza cratrice e distruggitrice, quanti dolori e quant
e gioie si ascondano in quelle aeree teorie, in quegli indeterminati affetti, in
quella irresoluzione ch' dello scetticismo frutto insieme e radice, ed la pi terr
ibile sventura perch la pi lunga.
Abbiamo l'Ungheria che morde il suo freno, e tende a mutare non da servit a liber
t, ma da despotismo monarchico a barbarie feudale. Abbiamo la Serbia e la Bosnia
frementi d'armati; e Mahmud che a' ribelli risponde co' protocolli, non pi col co
rdone; e da popoli chiamato giaurro, e disprezzato come il papa da' suoi, e per,
come il papa, da' principi d'Europa protetto, protetto da' propri nemici. Abbiam
o la Polonia soverchiata da ottantacinquemila baionette, ma non ispenta; la Polo
nia cratrice della pi pura tra le moderne rivoluzioni, e per premiata dalla compass
ione dell'intera umanit; la Polonia che non dal consociarsi alla plebe dei cospir
atori europei, non da una fiaccola di discordia agitata in Germania, in Savoia,
in Portogallo od in Francia, deve attendere il lume della sua libert, ma dalle pr
oprie virt, dalla fede propria e dal Cielo. Abbiamo la Russia a cui l'ignoranza d
e' popoli unica forza; degna rivale ed erede dell'imperio ottomanno; la Russia,
mescuglio d'esotica eleganza e d'ingenita selvatichezza, mostro di due capi, un
de' quali in Parigi, l'altro in Siberia: la Russia, pi sudicia, e da vera civilt p
i lontana della Turchia; la Russia che, appena d'Asiatica comincer a diventare pot
enza Europea, sar morta.
Guardate in Algeri la civilt impotente a rendersi amabile, e respinta con gli odi
i, forse di nuovo con le armi: guardate in Egitto semi di libert gettati dalla ma
no d'un despota: ascoltate nella Persia sobbollire con sordi romori la guerra: e
nelle tranquille Indie cominciar le sommosse: e nella tranquillissima Cina inte
re provincie resistenti, e battaglie di ribelli, e Mandarini trucidati sul campo
. Guardate principii di dissensione nel glorioso nido dell'americana libert: poi
la Giammaica co' suoi negri tumultuante: e tumulti nel Brasile, stragi nel Per, s
tragi nel Messico; e tutta la spagnola America una catena di vulcani o vomitanti
tuttavia fiamma viva o di mal sedata eruzione fumanti.
E in altri tempi discordie terribili agitaron le genti: ma non mai s comunicabile
era la commozione, non mai s profonda: non mai le passioni degli uomini s manifes
tamente servirono, e credettero servire, ai diritti dell' umana, natura: non mai
pi strani fatti accompagnarono un ammirabile mutamento. Sei rivoluzioni in otto
mesi: re senza) popoli, e popoli senza re: privati uomini creditori di re, e cre
atori: principi vituperati dalla sconfitta, vituperati dalla vittoria; avviliti
dall'esilio, avviliti dal regno; scornati dal disprezzo de' popoli, scornati dal
patrocinio de lor confratelli. I servi de' vecchi monarchi alleati con gli elet
tori del nuovo per conculcarlo; e le trame degli esuli spargersi impotenti per l
e nazioni vicine; ed uno sciame di mercenarii morire in nome di una fanciulla, d
ifesa da un esule di due patrie, da un vedovo di due corone; e gli uomini, quasi
consci di non possedere pi patria, migrare a lunghe colonie in cerca di terre st
raniere: e sempre nuove terre scoperte, e le vie del comunicare incredibilmente
agevolate; e, pi che gli spedienti del soddisfarli, moltiplicati i bisogni; e cre
sciuta di bisogni piena tale che, siccome il mare in Olanda, gi sovrasta al suolo
che noi calchiamo: e quali dighe potranno tenerla che romorosa e torbida non tr
abocchi?

Dighe sufficienti saranno il cipiglio d'un re, l'orecchio d'una spia? Dighe suff
icienti saranno le migliaia degli assoldati, quando gli assoldati cominceranno a
sentire vergogna del vivere senza famiglia e senza scopo, del morire fratricidi
ed infami? O dighe sufficienti saranno le costituzioni politiche, quali le veng
ono con s nuova facilit procreando i legislatori nostri? Forse la costituzione d'O
landa dove la facolt dello eleggere realmente in poche e potenti mani raccolta? F
orse la Belgica, dove il ministro l'una camera mette a cozzo con l'altra per rom
pere la pi dura e alle sue voglie restia? Forse quella di Sassonia, da cui non to
lto che le elezioni sien fatte a' suoi stessi ordinamenti contrarie, e dove nell
a mollezza degli oratori, ai Comuni forza chiedere con istanze soppressione de'
privilegi, alleggerimento d'imposte, diminuzione delle pubbliche spese, libert de
lla stampa? O quella di Nassau, dove i chiamati a difesa de' popolari diritti, i
n quindici segrete adunanze deliberano de' tributi che il popolo dovr pagare, e s
on poscia rimandati in silenzio? O l'Annoverese dove l'una camera le cose dall'a
ltra proposte superbamente rigetta? O quella dello elettorato d'Assia, dove i no
minati dal popolo e dal governo rifiutati son tanti, che la convocazione fatta i
mpossibile, dove poi l'adunanza sciolta per altra averne ai despotici desiderii
pi docile? Od altre costituzioni germaniche, dove la corruzione degli eleggenti l
a maggiore libert che rimanga? O quella forse di Francia, dove non vergogna desti
tuire un magistrato biasimator de' ministri; interdire a un deputato della nazio
ne i civili diritti; dove le imposte, e i vincoli, e i caviliosi processi politi
ci, e le stragi civili, e le miserie tutte de' Governi assoluti si vengono di gi
orno in giorno moltiplicando; dove la camera non difende n conosce il volere o l'
utile delle moltitudini, n veruna determinata idea; dove la discussione di tante
gravi materie leggermente si passa, e per cagioni misere tanta tempesta s'innalz
a di clamori e d'insulti; dove il timore e le cupidigie de' governanti sono con
inaudita docilit da quasi concorde suffragio appagate? O la costituzione, da ulti
mo, d'Inghilterra, che non le imped essere mercatrice infida di discordie e d'all
eanze, di illusioni e di disinganni, di libert e di tirannidi;che non le insegn es
sere giusta alle sue colonie, umana all'Ilranda; da cui non furono potute toglie
re le corruttrici ricchezze al suo clero, la corruttrice ignoranza al suo popolo
, la pena della frusta a' suoi soldati, a' suoi giovinetti operai la pena, ancor
pi orribile, d'un lavoro che spazio non lascia n all'adempimento de'religiosi dov
eri, n alle pi strette necessit della vita?
Onde dobbiamo concludere che siffatte guarentigie de' popoli se non inutili, son
o insufficienti al bisogno; e l'imitazione, in ogni cosa servile, o l'astuzia o
l'inesperienza ha create le pi; e di codeste si pu ripetere il detto di
quel deputato francese: "la legalit ci ammazza". Veramente se i despoti il vero l
or utile conoscessero, forse potrebbero con parca generosit di ben congegnate cos
tituzioni divertere alquanto da se la tempesta. Ma costoro in quella vece, tra l
a provocazione ondeggiando e la paura, tremano del male da se medesimi concitato
, e la fiamma divoratrice non ispengono col soffio, ma fanno pi viva. Quelli stes
si fra principi a' quali il nome di libert non dovrebbe suonar terrore, co' despo
ti pi svergognati cospirano, a danno dell'aspettante e credula umanit. Dopo sett'a
nni di sangue, dopo cinquant'anni d'ansiet e di discordie, approda finalmente un
fanciullo bavarese ad innalzare, come per trastullo, sulle rovine d'Atene il suo
soglio; e i soldati bavaresi vengono tra quelle rovine ad apprendere l'alfabeto
greco; e i confini del nuovo regno sono segnati non gi dal greco sangue, ma dall
a verga inglese e francese e russa e ottomanna. I Belgi conquistano l'indipenden
za col sangue; e noi li vedemmo costretti a mendicare il re come il tozzo del pa
ne, costretti ad accettar salvatore uno straniero mal noto; fatti zimbello di se
ttanta e pi protocolli (arma nuova e degna del tempo): e dopo trenta mesi di tedi
osa incertezza, ecco alzarsi a rassicurarli la voce d'un ministro di Francia che
parla e dice: "la separazione del Belgio dall'Olanda non peranche un fatto comp
iuto". E se la barbarie di Niccol non era a compiere i suoi fatti pi pronta che l'
umanit di costoro; se tu, Polonia infelice, vincevi, i protocolli de' principi t'
aspettavano al varco; i principi europei, della tua vittoria pietosi e de' peric
oli di tua nuova libert, sarebbero accorsi a rattenere la mano stanca dicendo;
"Figliuola, tu combattesti, ora noi parleremo. Parola di re vai pi che sangue di
popoli. Provvederemo a noi, provvederemo al tuo nemico, provvederemo da ultimo a

te. Prepara il cuore alle speranze, il petto alle ferite, il collo al giogo: e
riposa".
Sventurato chi libert spera da altra forza che dalla propria e da Dio! Non umanit,
rammentate, non giustizia son guida a costoro. Ingegnatevi di parere terribili
od utili ai re: sarete protetti. E l'uno e l'altro otterrete diventando migliori
. E allora potrete far senza la protezione dei re: verr allora la volta vostra di
proteggere e di perdonare. Ma intanto, ripensatelo, i due schifosi principii ch
e governano al tempo nostro l'Europa, si sono incarnati in due schifosi uomini:
Metternich e Talleyrand. Metternich l'ispiratore di Nesselrode, il cavalcatore e
sperto della Germania, e vero preside della Dieta: Talleyrand2, l'agile bracco d
i molti cacciatori, che annusa da lontano la sventura, che porta appi del padrone
repubbliche e regni come sua preda. In Talleyrand e in Metternich ho detto esse
re incarnati due principii, che ai due sciagurati uomini forse lunghissimo tempo
sopravivranno: in Talleyrand la politica frodolenta e schernitrice, e sempre ve
nduta, e sempre venale, l'arte dell'essere sotto diverse forme il medesimo, e so
tto le medesime forme diverso: in Metternich la politica della materia bruta, il
genio dell'inerzia, l'arte difficile della stupidit.
Ma da ben altro stupore che Io stupore tedesco sono comprese oggid le nazioni: st
upore delle troppe novit che s'incalzano, stupore del dubbio che fredda ogni affe
tto, ogni vincolo sociale allenta; stupore del passato che fugge via come sogno,
e par non lasci traccia di s, ma la lascia profonda. L'eredit delle memorie sperp
erata dai prodighi padri nostri; la catena delle consuetudini rotta. Anzich disce
rnere delle cose passate, la parte necessaria e la inutile, la fugace e la etern
a, noi tutto confondiamo in un odio o in un amore. E, dopo avere o distrutto o v
eduto distrugga, i fondamenti dello edificare e gli istrumenti del restaurare ci
mancano. Non abbiamo principii fecondi, perch scopo vero non abbiamo; e facciamo
scopo de' mezzi; e i mezzi son cose mutabili, e presto passa la stagion loro; e
passata che sia, rimaniamo delusi e melanconici; e a nuovi mezzi ci appigliamo
come ad ultimo fine; e succede, non aspettata, al sogno affannoso la vigilia del
dolore.
Le quali cose ci insegnano che le politiche calamit son ramo e foglia di profonda
radice; che le politiche questioni da ultimo si riducono a questioni morali, fi
losofiche, religiose; che i governanti non credono ai governati n questi a quelli
, perch gli uni e gli altri o non credono in principii comuni, o le opere loro so
n come s'e' non credessero; che incerti i fatti perch malcerte le idee; gli animi
mal paghi non solo perch nell'altrui giustizia ed umanit non trovano appagamento
e sussidio, ma perch contentarsi non sanno; che la tirannide e la servit durano s v
ivaci, perch i pi ferventi a libert tengono nelle consuetudini e nelle intenzioni n
on so che di tirannico e di servile; che consuetudini ed idee conformi e virt e c
redenze o ci mancano, o giacciono inerti; e sola l'educazione pu ridarle o riscuo
terle, sola l'educazione rimedio sufficiente a s varie e s tenaci sventure.
Tale l'Europa. Vediamo l'Italia.
CAPITOLO SECONDO. L'ITALIA.
L'odio delle soggiogate nazioni contro l'usurpatrice prepotenza di Roma, l'ameni
t della terra e del cielo, il trovarsi a forti ed avide nazioni confinante, e da
tante parti accessibile, fecero l'Italia bersaglio alle vendette e alle cupidigi
e dei popoli e de' regnanti, de' vicini e de' lontanissimi; la fecero teatro men
sovente de' propri che degli altrui dolori e delitti. Quindi la favolosa abbond
anza de' suoi dominatori, di lingua e di fede e di costumi e di stirpe e di facc
ie differentissimi; quindi l'impossibilit dello stringersi o tra loro o co' suddi
ti in alleanza; quindi la reciproca instabilit e debolezza; quindi la guerra cont
inua di sospetti e di dispregi e di tradimenti. E per tradimenti ben pi che per f
orza caddero le italiane repubbliche; e il tradimento fu chiamato, e da taluni f
orse creduto, giustizia, gloria, religione. Nella Toscana de' Medici, nella Vene
zia degl'Inquisitori, una politica lentamente crudele, avvelenatrice, degeneratr
ice, preludeva alla sapienza scellerata dell'Austria: Lombardi e Regnicoli soffr
ivano a padrone un goffo, borioso, sprezzato saccheggiatore: il Piemonte, tormen
tato da nemici e da amici, vedeva i suoi re prostituirsi al pi forte, e per vitup
erose perfidie farsi grandi: la Romagna, troppo spesso alle mani di preti, depra

vati se esperti del mondo, inesperti se buoni, veniva educandosi a tale scuola,
ove all'uomo forza disimparare non pur la civile ma l'umana dignit. Qualche princ
ipe ad ora ad ora sorgeva notabile per bont o per valore o per senno; e la second
a met del secolo passato parecchi ne vide di cosifatti: ma il tempo manc di mutare
le instituzioni, nonch migliorare le consuetudini; e il retaggio de' mali preval
se. Cinque secoli ormai ci stanno sopra di pi o meno palliata tirannide: n a cance
llare cinque secoli dalla storia basta l'acume d'una penna o la punta d'una spad
a.
L'Italia non bene uscita della lunga barbarie, trov il reggimento popolare, prima
via di salute; vi si gett di gran corso; la divor in trecent'anni, poi cadde sott
o le ambizioni dei tristi e sotto la propria lassezza.
Troppo viva fu in sul primo, troppo fu grande; e tre secoli di libert e di giovin
ezza abusati, dovevano con cinque di schiavit e di letargo espiarsi. Quella forte
e provvidente semplicit di costumi per cui l'Italia antica fu libera, conviene c
he sotto altre forme rinasca, perciocch i costumi perversi causarono i mali nostr
i: e i beni materiali, dalla libert moltiplicati, che, nella povert di tante altre
nazioni, fecero beata l'Italia, i beni materiali le fiaccarono il braccio, le c
orruppero l'anima. E l'anima corrotta rese il braccio pi debole: e la forza del v
olere, come che stanco e guasto, fu tuttavia pi viva della forza del fare e molti
plic le ire, i tedii, i tormenti.
Da questa forza del volere corrotto provennero, con tanti altri mali, le aspiraz
ioni frequenti all'invasione straniera; la qual giungeva detestata insieme e inv
ocata. E di qui singolare propriet delle sventure d'Italia: che tutti i tiranni o
le vennero stranieri, o dallo straniero le furono imposti, o dallo straniero me
ndicaron sostegno. Onde pu dirsi non essere nazione al mondo, cui, pi che all' Ita
lia, i re siano estranei.
Altra propriet singolare delle sventure nostre: che l'oppressore, da una parte de
gl'italiani acclamato, dall'altra per lassezza sofferto, non ebbe a rincontrar q
uasi mai resistenza efficace; e pot colla frode pi che con la forza assodarsi; e c
on la frode avvelenare i popoli, e farli sempre pi a resistenza impotenti. L'iner
zia de' popoli origin o conferm de' regnanti la dapocaggine: ed uomini corrotti o
svogliati furono agevolmente governati da uomini svogliati ed imbecilli. Quindi
nessuna immagine splendida di regale decoro; quindi grette le corti; gretti i fr
equentatori di corte, e in gran numero i disprezzatori di gretta autorit: e nel d
isprezzo trovata sufficiente vendetta de' propri mali; e il disprezzo congiurato
all'inerzia per sempre pi depravare gli animi, non indocili a potest non amata.
Nessun principato italiano fu onorato di cos vero amore come la repubblica vcneta
, il cui governo era pure una cappa di piombo dorata. E i principi, conoscendosi
stranieri nel regno, lo governarono quasi sempre come straniero; lo guardarono
come il signore guarda le zolle che gli nutriscono i vizi e l'orgoglio.
Dagli sciagurati predecessori i presenti redarono quell'animo da sudditi alienat
o, dell'amor loro e dell'odio non curante. Quindi i popoli barattati come arment
i; le provincie divise e squarciate siccome carne da macello: piemontese la Savo
ia, savoiarda la Sardegna, torinese Oenova, napoletana la Sicilia, francese la C
orsica, Malta inglese, Lucca borbonica, Parma imperiale adesso e borbonica fra b
reve, Carrara modenese, tedesca Toscana, semitedesca Ferrara, pi che tedesca Vero
na, tedesca Venezia, tedesca Milano.
E che importa a' principi qual popolo signoreggino, purch signoreggino? Qual diff
erenza tra pecora e pecora, altro che il miglior vello da tondere, il miglior la
tte da spremere? Date a Carlo Alberto la Croazia, a Leopoldo II la Beozia, la Si
beria a Francesco IV: accetteranno sull'atto, purch credano che nella Siberia, ne
lla Beozia, nella Croazia, le rendite avranno pi pingui, i soldati pi duri, i sudd
iti pi pazienti.
Or quai maraviglia se uomini tali s'attengono all'antica consuetudine degl'itali
ani principi, d'affidare all'orecchio straniero i secreti del proprio terrore, e
con l'aiuto dello straniero ferro raccogliere la corona propria caduta nel fang
o? E i principi stranieri avidi di potere con apparente onest vessare gli stati p
osseduti da altri, accorrono volenterosi: e il tedesco ormai fatto il vindice id
dio scioglitor d'ogni nodo. E nei popoli cresce il disprezzo con la vergogna; e
gli sdegnosi dell'onta presente, siccome gli angariati dell'Egizio, vengono molt

iplicando. Principi d'Italia, mala via tenete; mal secolo questo per voi: secolo
d'ira e di giudizio, secolo di terrori inusitati e d'inusitati ardimenti.
Ma i principi italiani insistono nella medesima via: qual pi briaco qual meno, br
iachi tutti.
CAPITOLO TERZO. NAPOLI.
Li collocheremo non per ordine di regione e non per ordine di potenza: ma primi
verranno i meno, ultimi i pi colpevoli delle nostre calamit. Le colpe dell'uno s'a
vvedr facilmente il lettore essere ad altri ancora comuni, e non averle noi a cia
scun capitolo ripetute per non ci andar troppo fra le medesime miserie ravvolgen
do.
Napoli dunque sia primo.
Con tuttoch del giovine principe l'educazione sia misera, triviali le maniere e l
'animo debole; e inetti e' si scelga i ministri; e codesta bella parte d'Italia
lasci solitria, e quasi straniera al resto della nazione e a se stessa
e alle pubbliche miserie riparare non sappia; e l'introduzione de' libri aggrava
ndo di peso insopportabile, impedisca le vie dell'innocuo sapere; e nei diritti
municipali lasci al governo cacciare gli artigli; e gli odii antichi tra Napoli
e Sicilia non siano con alcun ordinamento benefico temperati; nondimeno forza co
nfessare che principe cosifatto tra i principi d'Italia il migliore. Forse a ci l
o costringe la natura degli uomini su cui regna; e la potenza delle opinioni in
tutti gli ordini diffuse pi equabilmente che in altra regione d'Italia. Che tra i
principi e' sia il men tristo, la tolleranza delle private associazioni che pi d
'ogni pubblico ministero possono beneficare la patria, e taluno de' suoi stessi
decreti, e il rifiuto di collegarsi in alleanza manifesta al tedesco, lo attesta
no.
Ma la precipua cagione perch tristi diventano i governi l'inerzia; l'inerzia che
lascia languire il bene, o lo corrompe; l'inerzia che agli antichi e ai nuovi ma
li concede insinuarsi negl'intimi seni della societ, e scommetterla tutta. N paese
ha l'Italia, dove gli antichi e i nuovi mali dall'inerzia irritati, appaiano pi
minacciosi, che nel regno del giovine Ferdinando. Nel qual fecero, prima che alt
rove, mostra di s, fin da tempi lontanissimi, e il dolore della libert perduta, e
l'orgoglio della libert conquistata, e le straniere invasioni e le stragi cittadi
ne, e le cittadine e le straniere tirannidi, e la vilt ed il coraggio, e la virt e
il tradimento. La lava che porta impresse le sanguinose vestigia di Normanni, d
i Maomettani, di Svevi, d'Angioini e d'Aragonesi, di Francesi e di Spagnuoli, e
di Nelson e di Murat, di Frimont; suolo mal fermo, pieno di rovine e di fiamme.
Antichissima quivi la lotta; antichissime, e ad ogni tratto ringiovanite da nuov
e iniquit le vendette. Nota da gran tempo l'arte delle congiure e delle sconfitte
, la dolcezza d'invocare nuovo giogo quasi divino benefizio; aperto da gran temp
o l'abisso tra i pochi collocati in sull'ardue vette d'una civilt ideale, e le mo
ltitudini oziosamente sdraiate nel fondo. Quivi pi espressi e quasi direi pi esage
rati molti pregi e difetti della natura italiana: l'abbondanza della parola, del
la fantasia, del pensiero, alla quale difficile che l'opera corrisponda. la vita
de' sensi da tanti aiuti e conforti agevolata, solleticata; la difficolt del ris
cuotere amore vero e rispetto da uomini tanto svegliati d'ingegno e tant'agili d
i volere. Da ci segue urgente pi che altrove la necessit di porre alla meglio per v
ia delle istituzioni in equilibrio la potenza con l'atto; di far meno inerti, e
quindi pi moderate e pi paghe e pi forti le facolt degli spiriti. Accorgimento di po
litica dunque sarebbe col il molto fare, per molte nuove cose versare e quasi aff
aticare i pensieri. Ma il Re di Napoli rammenta egli forse i suoi doveri e peric
oli?
In luogo di propagare l'amore del lavoro, l'amore degli operosi studi; in luogo
di efficacemente favorire l'italiano commercio; di appianare le inutili disuguag
lianze; di togliere quel reciproco sospetto che avvelena la vita civile, e la po
litica consuma; il re di Napoli va profondendo decreti per concedere a tale o ta
l'altro comune il diritto di tenere una fiera, quasi che a simili poco pi che dom
estiche occorrenze sia la regia autorit destinata; per interdire di nuovo l'intro
duzione di grani esteri nella Sicilia; per vietare il commercio dei cavalli este
ri, e dell'estere spille; per insegnare la secreta arte del bene sbucciare le su

ghere. Il re di Napoli crea una regia commissione per avverare se di buon conio
siano i titoli della napoletana nobilt, e alle indagini della regia commissione a
ggiunge necessaria guarentigia, il suggello della regia parola. Il re di Napoli
prima che inviare nelle straniere nazioni uomini esperti, a raccogliere delle ut
ili istituzioni l'esempio; invier in Grecia un cavaliere di San Gennaro, per dire
al regolo Otone: d'ora innanzi tu sarai cavaliere di San Ferdinando. Il re di N
apoli non sapr destare l'amore de' sudditi in altro modo che percorrendo di volo
le provincie rallegrate dalla instancabil natura e attristate instancabilmente d
agli uomini; e non lasciando delle sue peregrinazioni vestigio, altro che quel d
enaro distribuito ai poveri, ben minore di quello che i veri poveri avranno dovu
to sudare per apprestargli dimostrazione di gioia non vera. Il re di Napoli sapr
meglio ancora significare la sua carit verso i poveri, lavando con fasto d'umilt r
egia i lor piedi al cospetto di baroni e di conti. Il re di Napoli sapr dimostrar
e la sua piet verso Dio, alle funzioni commemorative della Passione assistendo co
l corrispondente corteggio di gentiluomini di camera, e di maggiordomi. Il re di
Napoli sapr dimostrare in qual concetto siano da lui tenuti uomini che la societ
adorerebbe come re veri delle anime se altri fossero da quel che sono, degnando
che i vescovi passino in lungo ordine, insieme col presidente de' birri e con le
damigelle di corte, a baciare alla regina la mano.
Poi si lamentano che i ribelli, gl'iniqui non adorino proni a terra la regia mae
st! Poi vanno gridando anatema a chi sospetta, un trono essere proprio ad altr'us
o, che ad inezie venerate, a preziosi ozii, ad ipocrite cerimonie! E se con un g
inocchio v'inchinate agli altari, l'altro porgete a baciare alla plebe prostrata
, perch dolervi s'altri tal suddito a voi, quali voi siete a Dio?
Io veggo un tuo confratello, o re di Napoli, veggo Mahmoud, che sente la necessi
t d'innovare, e innova a dispetto de' popoli, a ritroso de' costumi, pure innova,
e conosce il riposo essere peggiore della morte. Alahmoud e Mehemet1 prevengono
i popoli nella via de' rivolgimenti: i principi italiani pi duri e pi infedeli d'
un turco, negano la possibilit del muoversi: e per vincere la paura, chiudono gli
occhi e gli orecchi, si cacciano sotto il trono, e con ambedue le mani lo affer
rano, e non s'avveggono come il peso del seggio che sta per isfasciarsi, li schi
accia. Escite, fanciulli, escite da quell'inonorata nicchia, escite ne' liberi c
ampi, nel sole aperto, e guardate. Spegnere i voleri impossibile; moderarli biso
gna. I non crudeli desiderii, e l'animo fiaccamente buono, e le timide cure a qu
esta o a quella parte d'amministrazione dedicate non bastano. Generali rimedii a
mministrare forza: e non dalle corti straniere prender consiglio, e non dello sd
egno di straniere corti tremare vilmente; e avere per fermo, potersi in fatto di
libert concedere senza pericolo tutto quanto si pu concedere senza delitto.
E questo sia detto a te, o re di Napoli, e re di Gerusalemme, e duca di Parma, d
i Piacenza, di Castro.
CAPITOLO QUARTO. LUCCA.
Un altro Borbone! - Ma i Borboni d'oggid cercano volentieri presso la Casa d'Absb
urgo ospitalit ed alleanza: e i soldati di Francesco accorrono a sbarbicare da Na
poli la non abbarbicata costituzione di Spagna: e un palazzo di Francesco accogl
ie l'esule sapienza di Carlo decimo e l'esule Maest di Enrico Quinto; e il figliu
olo della Regina d'Etruria pare non trovi gioia se non accanto a Francesco. Ma n
on gioisce del pari il suo piccolo e buono e delizioso stato; non gioisce il pov
ero, co' propri sudori costretto a mantenere due corti, una in Lucca, una fuori,
e doppia mandria di stipendiati, e numero strabocchevole d'emeriti a' quali la
parsimonia di Carlo Lodovico dopo fatiche brevissime concede riposo. E intanto l
e imposte si aggravano, e cresce il languore: e l'industria incredibile del Lucc
hese appena basta a sostentargli la vita. Se buona l'amministrazione, se mite il
governo, se la corruzione non cos come altrove diffusa, merito non certamente de
l principe; il quale, in luogo di curare l'istruzione del popolo, di rinnovellar
e di uomini e di metodi la sua fiacca universit, pensa a fondare un collegio musi
cale per cui si moltiplichino le imbecillit corruttrici dell'italiano teatro.
Ed ecco una prova fra mille di verit omai notissima: essere tutta nel denaro comp
endiata la politica de' presenti principi, ed il diritto. Carlo Lodovico il suo
ducato non conosce ad altro segno che ai milioni di barbonacci che ne sugge: in

Lucca non vede che una caverna di sassi e di fango con entro vene di prezioso me
tallo. Quando saranno esauste le vene, il duca dalla miniera passer in altra terr
a, senza pur degnare la prima d'un guardo. A Lucca intanto la gioia di versare l
e sue ricchezze nell'amoroso seno delle paffute viennesi e stipendiar, ducato, t
edesche donne, come stipendiava, repubblica, tedeschi soldati: a Lucca la gloria
di poter dire: "io mantengo un principe, pure per la bizzarria di avere un prin
cipe: lo mantengo come i ricchi mantengono un animale raro, un pappagallo, uno s
truzzo". Veramente, se
Lucca non prova sufficiente a mostrare che certi principi sono arnesi per lo men
o inutili, io non so qual pi forte argomento s'aspetti. Che ha egli mai Carlo Lod
ovico di principe altro che il danaro e il nome?
Istupidisce in grette quistioni religiose; vede un qualche sogno d'ambizione pas
sargli d'innanzi: poi fiaccato dall'educazione, dal vizio, timido come fanciullo
, mobile come fanciullo, prodigo de' secreti, e non d'altro che di fanciullesche
audacie capace, ricade sopra se medesimo e dorme.
Ma giova che re non buono non sappia fare il bene e non l'osi; perch, se osasse,
in poco tempo diverrebbe padrone d'Italia e corruttore: giova che nel comune lan
guore una forza maligna non sorga efficace. Non sono senza mistero le tenebre de
lla notte, n senza vita i silenzii della morte.
Che questo Carlo Lodovico i sudditi suoi disprezzi, non fa meraviglia: tale orma
i in tutta Europa il costume dei principi; n principe altro significa che esattor
e e insultatore di popoli. Che questo Lodovico pi che altro disprezzi il suo duca
to, e s'ingegni di trame il midollo, cosa conforme a natura di principe il quale
tra poco forse potrebbe mutare stato, siccome conforme a natura di fittaiuolo s
fruttare il terreno ne' pochi anni che a coltivarlo gli restano.
Della figlia di Francesco d'Austria Carlo Lodovico entrer successore. E Lucca all
ora (cos profetarono i potentati) diverr merc toscana: e se il vaticinio s'avvera,
avr fine la sconcia diversit di moneta e di molte civili consuetudini, per cui dir
esti il confine di Pescia essere frontiera d'un regno. Ma se la intricata e lent
a ed arbitraria amministrazione toscana, se la intricata e lenta ed arbitraria g
iustizia, nella provincia lucchese trapasseranno; se i costumi pi schietti e la p
i franca lealt, vestigi dell'antico reggimento, ed effetto della buona industria p
er la quale il lucchese lo svizzero della Toscana, nel nuovo stato di cose perir
anno; se la superbia ed ignoranza e doppiezza che parecchi de' magistrati fioren
tini rende spregevoli, vorr togliere a Lucca il conforto unico che le rimanga, il
potere essere retta da' suoi; se la nuova mistione, non come da uguale ad ugual
e, ma come da dominante a dominata, non che temperare i rancori antichi, li far p
i presenti ed acuti; allora io non so dire qual de' due principi all'infelice Luc
ca parr meno desiderabile, se Carlo Lodovico o Leopoldo secondo.
All'angustia degli stati la qual comprime la vita, la congiunzione di stato a st
ato poteva essere rimedio opportuno: ma i principi nostri sanno agglomerare, uni
re non sanno. E i potentati, che scuotono l'urna agitatrice delle sorti de' popo
li, queste cose non curano.
Ritrovarono in lor cammino due donne ch'in altri tempi avevano portato corona, e
dissero fra s: "Che facciamo noi di queste due donne? Qual brano di nazione dare
mo noi loro mangiare? Con quale avanzo di lacerato abito coprirem noi le costoro
vergogne? Scegliamo un popolo esperto del morso dei divoratori, e che sotto il
morso rinasce: scegliamo un abito gi da lunga pezza lacerato: l'Italia. - Ma qual
parte d'Italia?". Ed agitarono l'urna: e alla regina d'Etruria tocc la repubblic
a di Lucca, e all'arciduchessa d'Austria il ducato di Parma. E i potentati sente
nziarono e profetarono: "Voi lucchesi, onorerete questa vedova pia come vivente
simbolo della repubblica vostra: e tu Parma e Piacenza, a questa vedova feconda
t'inchinerai come a Dio, conciossiach ogni potest vien da Dio ". E i popoli tacque
ro e si inchinarono. Allora i potentati alzarono di nuovo la voce, e profetarono
e dissero: "Tu, regina, consolati, che quando sarai fatta cadavere, il figlio t
uo sieder duca di codesta repubblica. Tu potresti morire domani, lasciar tuo figl
io fanciullo: ma non temere: questo fanciullo governer Lucca tua con sapienza, pe
rch la governer con potere legittimo: la governer come Dio, imperocch ogni potest vie
n da Dio". - E profetarono ancora e dissero: "Te, reale fanciullo, con la potenz
a che abbiamo dal cielo ricevuta, ungiamo fratello nostro. Tu di questa donna sa

rai riconosciuto erede a tempo, sinattanto che al Cielo piaccia coronarti d'altr
a non meno legittima eredit. Ad altra donna succederai: la morte che t'avr posata
sul capo la prima corona, andr con la mano medesima a posarla sul capo d'un altro
fanciullo che ha nome Leopoldo secondo; la morte ti condurr di sua mano sul tron
o di Parma. E voi, popoli, ubbidirete ai decreti di noi regnanti legittimi, e de
lla morte". - E i popoli ubbidirono e tacquero. Quanto ancora taceranno, non so.
CAPITOLO QUINTO. PARMA.
Nella procellosa ma feconda stagione delle italiane repubbliche, e nel nascere d
el principato, quando la libert tramontata consolava tuttavia di lieto crepuscolo
il cielo nostro, l'essere Italia in tanti stati divisa e contare tanti centri d
i vita, la vita accresceva; e il grido dell'italiana gloria, quasi per vicini ec
hi ripercosso, veniva moltiplicando. Ma ora di questo frastaglio che di tanti po
poli impedisce farsi nazione, abbiamo perduto i beni e i compensi, i mali aggrav
ati. Troppe abbiamo capitali, codici, accademie, universit: pi de' principi il sem
e vien tralignando, e pi formicola Italia di regoli, di vicer, d'arciduchi, di gra
n duchi, di duchi, di cardinali; Maest, Beatitudini, Altezze imperiali, Altezze r
eali, Eminenze. Oi le eredit di Torino e di Modena e di Milano son, grazie al ciel
o, assicurate: ora Ferdinando e Leopoldo con le nuove Auguste provvederanno ne q
uid respublica detrimenti capiat.
Intanto alle sette piaghe d'Italia era destinato s'aggiungesse l'ottava: una fem
mina tedesca venuta con esorbitanti spese a dissugare un terreno da secoli avvez
zo a mutar signore; venuta a rammentar le gesta di Bonaparte facendo da trentase
i uomini armati condurre in carcere uno scrittore; venuta ad imporre il disprezz
o di s in popoli che l'avrebbero con animo s volonteroso onorata. Aveva tutore e s
atellite tale uomo al quale era uffizio, era gloria il farla vile: ed ella col s
uo satellite faceva a capo a nascondere, come con gradito compagno d'infanzia: e
d egli era il duca vero, vero successore di Pier Luigi Farnese; e di turpi esemp
i e di abiette donne le bruttava il talamo, le infamava la corte. Amministravano
gli affari uomini meno amici alla patria che ingegnosi; e se di leggi non trist
i la provvedevano, con la negligenza d'ogni altro ordinamento conducente a felic
it, temperavano il benefizio. Ed ella ai decreti senza intendere sillaba, sottosc
riveva domandando in lingua francese, la duchessa di Parma, se quel decreto pote
sse far bene a' suoi cari sudditi: e rispostole del s, riposava consolata.
Ma se il consorzio di Bonaparte non pot a nobili pensieri esercitarla, gli splend
idi donativi della citt di Parigi ben pi facilmente l'aveano alle magnificenze edu
cata: n Parma poteva a ciascuno de' troppi frequenti suoi parti emulare ne' tribu
ti la parigina docilit ed opulenza. Pur doveva a suo dispetto imitarla; doveva il
danaro italiano sperdersi vergognoso tributo a vergognosa fecondit. Era serbato
all' Italia dover disprezzare la vedova di Napoleone, e inchinarsi alla moglie d
'un Neipperg: era serbato all'Italia vedere Maria Luisa arridente ad un Neipperg
, intanto che Napoleone fremeva abbandonato alle proprie rimembranze; era serbat
o all'Europa vedere la spada d'Austerlitz caduta in retaggio alla moglie di Neip
perg.
Donna infelice, e degna, ben pi che di disprezzo e d'odio, di compianto; schiava
delle umane prepotenze, e della tua propria debolezza! E allorch il figlio ti dom
andava quali di Napoleone fossero i riposti disegni, con quale animo e' ti chiam
asse al suo trono, con quale ne scacciasse la ministra di sua grandezza: che gli
avrai tu risposto? Che gli avrai detto quando il misero carcerato nella reggia
dove suo padre dorm vincitore, t'interrogava qual fosse la fronte di Napoleone me
ditante la guerra, quali di Napoleone vincitore gli sguardi, quali gli sguardi d
i Napoleone sconfitto, quali le ultime parole che dal suo labbro intendesti, qua
li con lui le tue gioie, quali i tuoi patimenti? E che risponderai tu a quel sec
reto pensiero che ti parla e del marito e del figlio? No, tutta non tua la colpa
, se balestrata dalla sventura pi alto che non era il tuo posto, scendesti in luo
go pi basso che alla bont dell'indole tua non si convenisse. E se i posteri dovran
no, infelicissima, negarti riverenza ed amore, non vorranno, io spero, aggravart
i d'infamia. Infamia agli sciagurati che t'hanno venduta alla fortuna, rivenduta
al disonore; infamia ad un padre che volle della propria codardia punir te, fac
endoti spettacolo al mondo; volle dell'onte proprie punire l'Italia aggravando c

on la tua, umiliazione la nostra sventura.


Ma bene sta. Giova che gli oppressori nostri non sappiano opprimerci se non col
vituperare se stessi. Or qual guerra pi crudele potrebbero i traditi popoli mover
loro, di quella ch'eglino a s medesimi fanno? E sar poi delitto degno di prigione
o di morte l'offendervi, sciagurati, se a voi stessi infliggete oltraggi cos san
guinosi? Oh veramente disprezzabili vi fate pi che non bisogni, pi che l'odio stes
so d'un nemico non degnerebbe o saprebbe desiderare.
CAPITOLO SESTO. TOSCANA.
Siamo alla qvarta piaga d'Italia.
Il nome di Leopoldo I, despota riformatore; il nome di Ferdinando III, uomo prov
ato dalla sventura, indulgente per natura e per arte; la timida inerzia del giov
ine Leopoldo; serbarono, nella durezza degli altri governi, la fama al toscano d
i soave e benigno. Giustificavano quella fama il libero accesso dato a' libri fo
restieri, la censura meno stupidamente rigida che altrove, la bont di parecchi is
tituti, o piuttosto tolleranze economiche; il favore dato dal principe ad alcuni
uomini di favore degnissimi; l'ospitalit agli esiliati per politiche vicende con
cessa. Ma le prepotenti instigazioni dell'Austria, la paura, la tiranna paura, m
utaron le cose, e mali nuovi aggiunsero ai vecchi e i vecchi dalle apparenze pal
liati manifestarono. Incominciamo dal pubblico insegnamento.
Gi da molti anni le universit di Pisa e di Siena giacevano agli studenti stessi lu
dibrio; e ne uscivano laureati a torme, che sulla societ si calavano, ingombro e
minaccia. Non buoni collegi, men che mediocri seminarii; ogni culto di riposta e
rudizione, di squisite lettere ed eleganti, smarrito. Ora, e de' professori e de
gli studenti s'incomincia a sentire paura. Ora le statistiche indagini tollerate
in Torino, tollerate in Napoli, in Austria commendate, in Toscana interdette; s
ciolta una societ che s'accingeva a promuoverle, come se la statistica fosse la s
atira di Leopoldo II, fatta privilegio del governo, dal governo negletta, ignora
tine i metodi. Non curati i monumenti delle belle arti e dell'antichit, pe' quali
s ricca miniera la Toscana; lasciati vendere, lasciati perire: tre buoni giornal
i soppressi, libera la ristampa del Libro de' sogni. Alla diffusione del vero, i
l governo toscano con quali argomenti provvede? Con la ristampa del Libro de' so
gni. Che mai sarebbe, o patria di Galileo, della tua civilt, se dopo lungo medita
re non si fosse scoperto che duca fa quattro e coniglio venti, principe settanta
sette e testuggine ottantasei? Se moneta si potesse spremere dalle favole indian
e, dall'Edda, dal Talmud propagati nel volgo, i governi nostri e il Talmud e l'E
dda e le favole indiane propagherebbero. Debito alla censura proibire tradotto,
meno goffamente che dal Martini, in volgare il Vangelo, ma debito insieme permet
tere che il Libro de' sogni corra per le mani de' poveri a creare un vizio di pi,
a moltiplicare degli altri vizi gli alimenti e gli effetti, ad alternare le ill
usioni ai disinganni, la gioia falsa alla vera disperazione, alternarle a presta
biliti tempi, alternarle con infaticabil vicenda.
Se denaro volete, mandate gli sgherri vostri, rubate a viso aperto; ma non traff
icate sull'ignoranza, sul sogno, sulla cupidigia, sulla necessit, sulla morte. Su
lla morte, dico. E quanti dallo scellerato giuoco per lubrica rovina sospinti, d
i disperata fine perirono? Un di costoro, non venne egli nel sorriso di Boboli,
sotto le tue finestre, o Leopoldo, a cercare la morte? E di questo pubblico vene
fizio, nulla ti dice la coscienza, nulla il tuo confessore? E di che dunque il t
uo confessore ti parla? Di che la tua fede?
Ma intanto che danaro da mille bocche si sugge, nelle terre pi fiorenti di questa
Toscana celebrata per elette culture e per industrie felici, molti sono che dor
mono sulla paglia, e sei d della settimana pane asciutto li nutre. In Firenze ste
ssa, se i forestieri non fossero che portano con la depravazione danaro, sarebbe
incredibile la miseria; e grande tuttavia ; e l'ospizio di mendicit gli accattoni
tutti non cape. E a questi mali il pio granduca non pensa, perch d'altre cose be
n pi gravi che la fame de' suoi sudditi a lui confidata la cura.
Amministrate in modo pessimo le provincie. Nella mano de' commissari e de' vicar
ii raccolte troppe maniere di poteri: molti de' vicarii, scelti per sordido favo
re, ignoranti, arroganti, rapaci. La giustizia, se non all' oro, venale a un sor
riso, a un cipiglio. Intricata, dispendiosa, barbarica la giurisprudenza: le leg

gi, congerie di decreti e di consuetudini, labirinto agli stessi legulei. Per pi


confusione, le cause medesime al foro ecclesiastico e al secolare, ora a vicenda
, ora a un tratto recate. Nessuna cura di prevenire con l'educazione le frodi, i
delitti; Livorno inospitale nella notte per fatti di strana ferocia. Nessun ese
mpio di pena severa a' magistrati colpevoli; guarentigia nessuna a' magistrati s
tessi contro l'insolenz de' capi: nessun'arte di conciliare a s gli alienati di vo
lont: nessun adito libero a querele efficaci: interdette querele o suppliche sott
oscritte dai pi.
De' municipali diritti una larva: le deliberazioni del comune invalide senza il
suggello di Firenze, da Firenze mutate, cassate ad arbitrio. Delle nuove leggi e
d ordinamenti i pi rilevanti fatti di soppiatto conoscere a' magistrati, spada co
ntro il debole, laccio all'ignaro, non mai veramente al popolo promulgati. La fo
rza adoperata a sproposito; timore del male e del bene, quando passano gli angus
ti confini dalla meschinit d'un governo strisciante ed ombroso, e del proprio ali
to temente, prefissi. - E a questi mali il pio granduca non pensa, perch d'altra
cosa che dell'educazione de' suoi sudditi e del governo de' suoi magistrati a lu
i dal cielo confidata la cura.
A rendere in Toscana, non so s'io dico meno o pi che altrove intollerabile il lez
zo della polizia, concorrono con l'imperizia di chi regge, la paura ed imperizia
di chi ministra. E per codesta doppia paura ed imperizia, il paese infesto di s
atelliti che sbagliano e di spie che frantendono.
Onde, la scipita bont che di Leopoldo farebbe un cittadino simile ai mille, princ
ipe sciagurato lo rende, congiunta a tanta opinione del proprio merito, e tanta
inscienza del merito altrui, a tanta stupidit di consiglieri e mediocrit di minist
ri. Mescolando clemenza a durezza, ne fanno un farmaco nauseoso e impotente: d'u
n passo avanzandosi, retrocedendo d'un passo, e sempre per isbieco, non sai se v
ogliono avanzarsi, se retrocedere, n per qual via sei vogliono, n se abbiano via.
Si tenta anco il bene; a certe parti pi materiali dell'amministrazione si provved
e, si disseccano le paludi della senese maremma; ma a patto che non ne sia ragio
nato in stampa, a patto che non sia lecito nominare pure a titolo di lode, il gr
anduca, senza ch'egli la lode assaggi, se pericolosa, se sapida troppo, e alla p
ropria gloria acconsenta. Ogni pubblica espressione di un qualunque sia sentimen
to si teme; ogni rendiconto si evita: il despotismo ambirebbero, ma senza fatica
, senza rumore; celarlo vorrebbero fino a se stessi. Fidano nella facile e mite
natura del popolo; e nell'atto che s'ingegnano d'imaginarlo a s intieramente devo
to, lo temono: mescuglio strano di vilt, di bonariet, d'impudenza. Cacciati in car
cere uomini sospetti di trame politiche, si fruga, s'interroga, si promette ai p
alesatori protezione e denaro, poi si rimandano liberi, e si offre il compenso d
el danno. Si vieta ad un autore dar in luce gli scritti dalla censura approvati,
poi si offre di rifargli le spese delia stampa per punire s del proibito delitto
, e per fare indenne il colpevole del delitto commesso. Massima principale della
Toscana politica questa: "Se certe verit non lasciamo profferire, se certi atti
puniamo, non gi per noi, ma timore degli altri potentati. Noi n principii abbiamo
n forza, n volont, n diritto: all'altrui volont ministriamo. Persona o cosa che all'A
ustria non piaccia, fosse a noi cara, come soffrirla? E come negar luogo nelle n
ostre gazzette alle liste di proscrizione dal russo carnefice vergate col sangue
?".
Ecco a che mani commesso il destino d'uno tra pi nobili e pi celebrati popoli dell
a terra! Ecco a qual fine riescirono tanti splendidi fatti, tante audaci speranz
e, tanti monumenti di eleganza magnifica, di sublime bellezza; tanta luce di sci
enze, tanti prodigi d'amore e di fede! Ecco il vostro principe, ecco i rettori v
ostri, concittadini de' Farinata e degli Alighieri! Potranno altri popoli numera
r tra coloro che li governano uomini pi malvagi, ma una s compiuta collezione d'in
etti, ma tanto fiore d'imbecillit, dove mai?
Or come, altri chieder, come un popolo pu egli di tali uomini tollerare il governo
? Per quale interminato declivio vennero le generazioni precipitando da Farinata
a Don Neri Corsini, e da Dante a Leopoldo II? Pensiero di terrore e di dolore!
Ma qui non luogo di fermarvi la mente. Qui tocchiamo le piaghe del principato: d
ella nazione parlando, troppe, pur troppe avremo calamit da compiangere.

CAPITOLO SETTIMO. MODENA.


Cantiamo il duca di Modena. Egli clementissimo sovrano e padre2, egli sospirato
principe, d'aurea sagacit, d'alma presenza, d'energici sguardi, egli augusto eroe
, immortale per celeberrime gesta, scritte in aurei volumi. Oh viva il salvator
nostro, viva! Cantiamo il duca di Modena.
Egli con Guglielmo d'Olanda e con Carlo di Francia, sostegno de' troni legittimi
, dopo mancata l'eroina senza macchia, la donna sublimata oltre la natura umana,
la donna idolatrata dai realisti, come da un amante che adora l'amata, idolatra
ta non come una persona, ma come una causa. E veramente questa donna infelice fu
causa di un certo effetto che nuocerebbe alquanto alla causa de' re legittimi,
se a difenderla non bastassero gli energici sguardi del duca di Modena. Cantiamo
gli sguardi del duca di Modena.
Egli che di Modena fece una benedetta e privilegiata citt; e fortific la magistrat
ura sopra i costumi, che polizia si denomina; e mise in moto pattuglie continue
di dragoni per far osservar la festa. Egli ha stupendamente saputa conciliare la
riverenza dovuta al pontefice con le usurpazioni che sui diritti ecclesiastici
fecero i principi, non permettendo che scritto del papa sia senza l'exsequatur n
e' loro dominii promulgato. Questo irriverente exsequatur al buon duca non piacq
ue: che l'esecuzione de' religiosi ordinamenti non deve dipendere dalla volont di
principe o irreligioso o sciocco od errante. Ma ben piaceva al buon duca il dir
itto censorio, senza Il quale non pu esser cosa tollerabile al mondo. E per che fe
c'egli? All''exsequatur sostitu nihil obstat; scoperta degna dell'aurea sagacit di
tal principe. N giova il dire che nihil obstat politica elissi, la quai si risol
ve nel seguente costrutto: nihil obstat quin exsequatur: non giova notar cavilla
ndo che il secondo motto pi ingiurioso perch fa pensare alla possibilit dell'ostaco
lo. Nihil obstat rimarr nella storia degli accorgimenti gesuitici un'immortale sc
operta; e gli inventori della quasi-legittimit ne suderanno di invidia.
Per le quali cose io venero forte il duca di Modena; e la sua figlia adottiva, l
a Voce della Verit, che combatte contro il pantano degli svergognati, e contro il
nulla del fango, e contro la palpabile impotenza, e contro V imbecillit del crit
erio: la Gazzetta dell'Italia Centrale che trae dall'Inferno le sue metafore, co
ntro i venduti anima e corpo al demonio della rivolta, contro gli scandali di cu
i si fa riso e festa in inferno, contro la diabolica ispirazione, contro la prim
ogenita di Satanasso. Presto, grida la gazzetta dell'Italia Centrale, deh presto
sia colma la misura della divina vendetta. Cesser tosto, cesser l'esistenza di qu
esti inqui. - "E tra noi molti e molti desiderano che il fuoco coperto sotto cene
re ingannatrice metta finalmente le sue faville, perch si possano spegnere l'ulti
ma volta nel sangue di quegl'impenitenti che ricevettero col bacio di Satanasso
il pegno dell'infernale loro missione". Le quali parole, in piana lingua recate,
significano:
Noi desideriamo che siano commessi delitti, perch l'ira nostra di delitti abbisog
na: noi profetiamo con volutt le sventure, purch sventure de' nostri nemici. Prest
o potremo perseguitarli e incatenarli ed ucciderli: deh che ristanno? Noi siamo
assetati di giustizia e di sangue. Anime d'inferno, per piet, non vogliate esser
moderati; non ingannate la nostra cocente speranza. O Vergine santissima, donaci
una mezza dozzina di teste scomunicate, e noi ne faremo monile al verginale tuo
collo. Siccome il cervo desidera alle fonti dell'acque, e cos noi, anime sante,
aneliamo a battaglia. Leggiadro e devoto spettacolo entrare nel tempio, e l, tra
il vestibolo e l'altare, vedere strozzato un inviato di Satanasso; poi a mezzo i
l tempio una forca a guisa di cero propiziatorio; e dinanzi al sacramento, poter
con le proprie mani scannare un'ostia imprecata! Se in nome di Dio le stragi si
fanno, perch non nel tempio di Dio? Al suon festoso de' sacri bronzi? Per le man
i d'un Vescovo? o del duca istesso, del principe sospirato? Oh trionfatore della
diabolica progenie di Polonia, il tuo zelo santo, la tua religione la nostra. O
r, perch tutti trucidar non possiamo questi milioni d'iniqui, alla tua Siberia, o
Niccolo, li affidiamo. Sii tu, piissimo, lo sgherro nostro.
Cos la Voce della verit decorata dall' eccelso patrocinio del duca di Modena, onor
a gli oracoli divini che dicono: "Giudizio senza misericordia a colui che non fe
ce misericordia". E son questi che piangono sulla religione conculcata, son ques
ti che accoppiano il nome di Francesco IV al nome delle pi venerabili cose che fa

cciano grande l'umanit. No: nel linguaggio d'ira s stolta, di s vile vendetta, non
la verit, non Dio. Voi siete atei di fatto, mentite a voi stessi.
Ma giova che dalla bocca di tali uomini tali parole si ascoltino. Chi mai creder
ebbe che umano pensiero possa degradarsi tanto se questi documenti non fossero?
Il principe di Canosa, il bali Samminiatelli, il conte Leopardi, sono apostoli d
i libert eloquentissimi: e se d'altra parte gli errori degli uomini a libert devot
i non invogliassero molti buoni, basterebbe la Voce della Verit a convertirli a p
i liberali pensieri. Oh lo strano rivolgimento che deve essersi compiuto negli an
imi e nelle cose, perch dovessero i difensori dell'ordine porger l'esempio d'una
licenza cos svergognata di dire; perch le due parti avverse dovessero non della pr
opria ma delle altrui stoltezze aiutarsi! E amici e nemici di libert son festuche
agitate in vorticosi giri dal vento, annunziatrtci della sovrastante tempesta.
Or alla Voce della Verit ritornando, in altra guisa non possono ragionare uomini
che chiamano incorreggibili i popoli, e per non trattabili se non con rimedii dis
perati; ed esaltano la giustizia dell'impero Ottomanno. Ma qui non sono tutte le
conseguenze legittime di quelle dottrine. Non basta che il duca di Modena prosc
riva ogni libro dove ricorrano i nomi di libert, di patria, d'Italia; non basta c
he chiuda le scuole dove s'acquista la terribile facolt di leggere; gli forza o p
roibire o mutilare la Bibbia, dov' parlato dei diritti de' popoli, de' delitti de
' principi; gli forza imporre una multa sulle parole, una censura sui pensieri,
pena di morte o di carcere duro sui desiderii; gli forza taglieggiare gli uomini
a lui sospetti, come gi fece gli ebrei, proibire a costoro la generazione, accio
cch non n'escano figli dannati e ribelli.
Non basta. Il ducato di Modena non pu godere in pace i frutti del suo governo, se
tutti gli stati circostanti non sieno alle medesime norme attemprati. Forza dun
que propagar il terrore, tentar di convertire l'Italia intera in . un carcere du
ro, compire con la parola, non potendo coll'opera, l'uffizio di carnefice.
Non basta. Molte nazioni d'Europa, talune all'Italia confinanti, sono contaminat
e di micidiale veleno. Converrebbe distruggerle: ma poich tanto al duca di Modena
non concesso, che resta egli a fare? Mattina e sera volgersi a Dio clementissim
o, e pregare con lacrime che le uccida; maledire ogni ora del giorno, maledire c
on serafica devozione i disprezzati nemici; supplicare il padre comune che renda
agl'iniqui doppiamente rabbiosa la vita, doppiamente crudele la morte, fin nei
sacrarii della morte spargere la calunnia e lo scherno.
Non sanno quel che si chieggano gli sciagurati, quando chieggono sangue. Riescir
anno a mietere poche teste; ma, purificata la causa de' popoli dalle follie che
la velano e la deturpano, si mostrer tutt'a un tratto nella sua bella e terribile
nudit: il movimento che lieve e sparso pareva, apparr profondo e continovo: non s
i vedranno pochi forsennati che simulano con lo scalpitare de' piedi il tremito
della terra; sar la terra che trema, i monti che fumano al tocco di Dio.
CAPITOLO OTTAVO. PIEMONTE.
Carlo Alberto fra i principi d'Italia il pi miserabile, se non l'autore de' pi gra
vi mali. Se parecchi de' valenti uomini (e molti sono) del suo regno, e' non tem
e occupare nelle civili faccende, se non rifugge da qualche
nuovo provvedimento economico; queste arti che, in altro tempo usate e da altr'u
omo, avrebbero conciliata alcuna riconoscenza, a lui non tergono dalla fronte l'
infamia. S'' lascia fermentare e con la non curanza fomenta gli odii della umilia
ta Genova; se non pensa a dotare il suo stato di leggi migliori; se all'educazio
ne gesuitica lascia libero il campo; se i suoi patiboli e le sue carceri vincono
di gran lunga in reit la perplessa e tsaditrice politica che vituper la sua casa,
sleale e valorosa reggitrice d'un popolo valoroso e leale; nessuno che ne prend
a maraviglia, perch da tal pianta nessuno ch'osi attendere frutti migliori. Carlo
Alberto, l'amato fratello di tutti i legittimi principi dal bei di Tunisi a Nic
col; Carlo Alberto, quattordici anni or sono, altri fratelli contava ed altri all
eati. E con regia fede, con regio coraggio li abbandon: ed espi col tradimento la
colpa; e dell'averla espiata non anche sicuro, corse a combattere lo straniero c
on lo straniero, a vendere il proprio sangue alla causa poco fa detestata. Vide
sperdersi il sogno del trono d'Italia, al trono di Sardegna s'aggrapp disperato:
temente sotto la bandiera de' popoli, sotto la bandiera de' despoti valoroso. Il

mercenario che vende per poco soldo la vita, e per causa sconosciuta si scaglia
contro sconosciuto nemico, pi re di costui. Al mercenario viene un uomo e gli di
ce: "Io ho bisogno di gente che muoia per me, che uccida in mio nome: cambia con
un tozzo di pane il tuo sangue: io ti do questa spada, dammi tu l'ira tua". A C
arlo Alberto dissero i principi: "tu hai bisogno d'un trono: vendici l'onor tuo;
con la grazia nostra lo compreremo". E a Carlo Alberto parve bello il mercato.
Ma prima ancora che ci seguisse, una seconda coscienza (anco la vilt ha i suoi rim
orsi), una seconda coscienza gli aveva insegnato degno modo d'essere ribattezzat
o re. E Firenze lo vide ne' tempi del buon Ferdinando rinnovare taluna delle tur
pitudini medicee, insultare all'affetto d'una rara moglie, e la tiberiesca facci
a or comporre ne' confessionali ad ipocrita compunzione, or serenare ne' postrib
oli alla dolcezza di baci venali. E frattanto i compagni delle sue giovanili spe
ranze o languivano nell'esilio, o, stretti il cuore dagli artigli dell'Aquila, d
i lenta morte perivano, al principe di Carignano pregando anima men villana se p
ii; se impazienti, esecrando con imprecazioni il suo nome.
Ormai questo re di Sardegna ha dimostro che n principi n popoli possono aver seco
fidata alleanza. N le presenti sue carezze all'oppressore straniero son punto da
credere pi leali delle passate minaccie. Purch gli facciano il regnare sicuro, cos
tituzioni e patiboli a lui tutt'uno. E gi fu detto che non prima d'avere tentato
indarno la Francia e' si volgesse all'alleanza dell'Austria; e l'Austria lo sa;
e son due vili che si tradiscono aiutandosi, consci del reciproco tradimento.
Ma che l'Italia, anche donatore di libert debba temere costui, gliel consigliano
e le cose passate, e la natura antica dei re. Carlo Alberto non assumer maschera
di liberatore se non quando vedr le cose a s e a' pari suoi disperate; quando l'It
alia non avr pi bisogno di lui, e non aiuto dovrebbe aspettarne, ma inciampo. E qu
esto rammentino i timidi amici dell'annacquata e a menome dosi graduata libert, c
he in Italia non mancano.
CAPITOLO NONO. AUSTRIA.
La Russia e l'Austria, sono nell'ordine della Europea civilt le due forze figuran
ti la inerte materia, che si aggrava sulla spirito per punirlo insieme e per ecc
itarlo col pungolo del dolore. Onde non a castigo soltanto d'Italia da ascrivere
l'antica e quasi fatale potenza ch'ebbe su lei la parte men nobile d'Alemagna.
In una stupida nazione che si sdraia sopr' una delle pi svegliate e gentili, io v
eggo ancor pi che un flagello, un consiglio; e guai a chi non sa profittarne! Del
resto qualunque altro siasi men disamabil tiranno tornerebbe pi terribile a noi,
perch meno difficilmente si stringerebbero nodi di morte tra l'oppressore e l'op
presso.
A dimostrare di quale ombra l'ale dell'Aquila coprano l'Italia intera, ogni dire
poco e soverchio. Chi non conosce come, ne' d del pericolo, l'Austria promettess
e libert; come poscia alle antiche e alle nuove piaghe d'Italia insultasse; come
l'inviato a difendere in Vienna i diritti del nuovo regno deludesse; come, lui d
ipartitosene, altri pi non curasse chiamare in sua vece: quali governatori alle d
ue provincie preponesse, impotenti al bene, docili al male; a qual vicer le itali
ane sorti o piuttosto il parco di Monza affidasse, di quali autorit lo fornisse,
non ad altro idoneo nell'oziosa bont, che a perseverantemente promuovere la propa
gazione della casa d'Absburgo insieme con l'augusta consorte, peritissima del ba
llare sola d'innanzi a uno specchio? Chi non sa qual nuova escita abbiano da dic
iott'anni appresa i milioni della fertile Venezia, della pingue Lombardia; come
in cambio de' suoi milioni all' Italia si mandino tedeschi panni, e fin tedesco
pane da vendere; come le franchigie del porto a Venezia concesse, non sieno che
derisione e ruina; quali cure sien prese del commercio marittimo, quanta ignoran
za de' buoni provvedimenti economici; quante barriere al passaggio degli uomini,
delle idee, delle merci; che gretta avarizia; come gravi le imposte sulle perso
ne, sulle terre, sulle arti, sull'epistolare commercio, sulla carta, sulla giust
izia. Chi non conosce a quali usi codesto zelatore della religione serbi le cose
di Dio, come nella societ cattolica, che sel soffre, cacci ghermitore l'artiglio
: come nell'elezione de' vescovi imponga al ligio pontefice; e vescovi tedeschi
all'Italia infligga, ignari degl'Italiani costumi, ignari della lingua, come i v
escovi e i parochi voglia raccomandatori di servit, e vieti loro ogni libera comu

nicazione con Roma; e le ecclesiastiche franchigie stesse converta in catena, e


le faccia strumento a tirannide?
Ma l'augusto uomo s'ingegna di soffocare la speranza nel germe, e per via dell'e
ducazione a suo senno moderata, opprimere sapientemente. Moltiplica scuole e gin
nasi, benefici se liberi fossero, se ciascuno potesse a suo grado nuove vie d'in
segnamento tentare; ma che resi, come sono, e per uniformi metodi e pedanteschi
e per servile ubbidienza, e per dissuetudine d'ogni eleganza vera, d'ogni dottri
na profonda, non dissimili dall'austriaca milizia, fanno gli ingegni degenerati
dall'antica energia, delle antiche glorie dimentichi. E se la gravezza dell'educ
azione ad ottenere pieno l'intento non basta, non de' tedeschi la colpa. Certo c
he dal pi delle scuole venete e delle lombarde, le buone parti degli antichi meto
di sono sbandite, n le migliori accettate dei nuovi: l'insegnamento mutuo per ist
olta paura proscritto; parecchi de' libri elementari, mediocri e tristi, e pure
imposti al maestro con indeclinabil comando. Certo che i professori de' licei e
delle universit non potendo, se non per via d'esame, ottenere le cattedre, gli uo
mini maturi dall'inonorato sperimento rifuggono, corrono i giovani bramosi di pa
ne pi che di lode. Il sacerdozio dell'educare alla verit le generazioni crescenti,
trafficato, posto all'incanto: se ne impadronisce assai volte chi pu con artifiz
i pi fortunati comprarlo. Quindi professori nelle italiane universit, che l'italia
no non sanno; professori di giurisprudenza uomini che dalla cattedra celiando co
nfessano saperne meno degli scolari; professori di latina letteratura uomini che
la prosodia non conoscono; professori d'estetica uomini che Shakespeare chiaman
o mentecatto, professori di chirurgia uomini che straziano l'ammalato con ignora
nza barbara, da sollevare nella scolaresca adunata fremiti di compassione e di s
degno. Professori d'una ad altra scienza, che mai non conobbero, trabalzati: pro
fessori mercatanti, parasiti, applauditi per ischerno, fischiati: la fama di due
celeberrime universit dal tedesco lezzo in modo deplorevole contaminata. La cens
ura, stolida vessatrice, in un luogo permettere ci che in altro proibiva; proibir
e a Milano scritti a Vienna permessi; le gi permesse opere confiscare; pene gravi
minacciare a chi stampi in altre parti d'Italia cosa non approvata nel regno; a
ll'oracolo di Vienna ad ogni tratto ricorrere, e mesi ed anni aspettarne la risp
osta.
Lentissima l'amministrazione della giustizia, e gl'incolpati confitti in carcere
mesi ed anni prima che si ponga mano al processo. Gli avvocati fiaccati e istup
iditi da prove lunghissime, da ogni quistion criminale interdetti; s che l'accusa
to non ha difensore. Scelti non pochi de' giudici tra tirolesi, uomini dalla naz
ione alienati, che l'odio non temono, anzi l'ambiscono come documento di ben pre
stati servigi. Nel giudice relatore tutta ristretta la cognizione, s che dal suo
voto, e dalle ragioni ch'egli o avveduto adduce in pro' della triste causa o mal
accorto tralascia in pro' della buona, decisa l'opinion de' colleghi.
Castigate col bastone le irriverenze, le confessioni col bastone talvolta estort
e: l'omicida mitemente punito se non confesso; l'uomo sospetto per atti politici
, non da prove ma da indizii condannato; condannato al carcere duro.
Ordinata, quasi gerarchia venerabile, la polizia; fitto ovunque di spie. Seminat
a tra cittadini la diffidenza, peste pi terribile della paura; e spie o sospetto
di spie perseguitare, per accorgimento dell'Austria, fin gli esuli in terra stra
niera; renderli astiosi ed ombrosi, e solitari, e impotenti. Le vie di Milano ad
ogni canto munite di sentinella; e per le vie di Milano le guardie di notte a d
rappelli sonare nell'armi come in citt temente d'assalto. I passaporti non senza
odiose investigazioni concessi, sotto iniqui o sciocchi pretesti con intollerabi
le arroganza negati: interdetto a pena di confiscazione il rimanere fuori di sta
to senza licenza e senza guarentigia della famiglia: considerati gli uomini pegg
io che animali, trattati non solo gli averi ma le persone come propriet del tedes
co.
I diritti del municipio nulli: le congregazioni centrali schiave; i denari munic
ipali estorti, rubati. Non pu chiesa o comune ordinare lavoro o statua, non chies
a o societ, od istituto di beneficenza accettare legato di trenta lire o d'una me
ssa, un uomo lombardo o veneto assumere titolo di cavaliere o d'accademico, non
invitare a privato ballo in sua casa gli amici, senza impetrarne l'assenso. Al t
rono di Vienna sospesi i nostri destini; da Vienna leggi e magistrati e maestri

e vescovi e pane: e soccorsi vituperosi ai potentati d'Italia.


CAPITOLO DECIMO. PAPA.
Chi queste pagine scrive, non arrossisce di professarsi. cattolico: arrossirebbe
se parte del cattolico dogma fosse il credere necessario ed utile all'onor dell
a romana sede la corte romana. Debito anzi di credente stima egli, le turpezze d
i cotesta corte rammentare; acciocch, fatto senno una volta, chi colpa ci ha ne a
rrossisca e ne tremi; chi con intenzioni non ree ci coopera, o pur le soffre, si
ravvegga, e pensi d'efficace rimedio.
Rammentarle, ho detto, che numerarle tutte sarebbe superflua fatica. E quand'io
avessi con lunghe parole dimostrato che ogni istituzione buona negli stati papal
i pi che in altro luogo d'Italia negletta o abusata; che innumerabili i despoti,
che dei legati e delegati delle provincie intollerabilmente licenziosa l'autorit,
e ogni potere in essi raccolto; che a molte autorit dello stato compete diritto
di fare le leggi, o le fatte abrogare; che l'auditore del papa pu sospender l'eff
etto di sentenze dai tribunali profferite; che le leggi barbariche, gli avvilupp
ati processi, le incomposte indagini criminali, gli arbitrii de' giudici, le app
ellazioni alla gran voragine di Roma, dove il povero soverchiato sempre, per l'i
mpossibilit, non foss'altro, di sostenere la lite; che queste ed altre simili cau
se fanno sovente essere iniquit la giustizia; che i diritti municipali sono illus
ioni, che micidiali e pessimamente distribuiti i dazi, le gabelle, le imposte; c
he il popolo in alcune parti di Romagna terribile al principe e a' buoni e a s st
esso per quasi feroce ignoranza; che il viaggio della befana si distribuisce per
almanacco nelle citt dove sono ancora proibite le opere di
Galileo; tali vergogne e tant'altre simili in una sola si verrebbero a compendia
re, ed questa: non ha governo l'Italia s concordemente detestato com' il pontifici
o.
Cotesto pagano lusso ostentato in sacre pompe, in istipendii di cardinali e di v
escovi sfaccendati, e di nunzi che vanno per le corti a diffondere il lezzo dell
e romanesche vilipese astuzie, e talor anco di pi laide sozzure; questo che fu da
gli antichi padri con s forti rimproveri condannato; questo che tanti uomini, per
indole buoni fa parere superbi, avari, cupidi di turpe lucro; cotesto lusso for
se alla maest della religione cos necessario, che per esso convenga tollerare tant
e prevaricazioni e tante ignominie? Per esso farvi sonare all'orecchio continove
parole: "O stolti e ciechi! Pi cara cosa egli l'oro od il tempio?".
Che se in altro tempo i vescovi e prelati offuscavano di lusso lo splender della
chiesa, avevano almeno di che farlo, e non accattavano ad usura, mendicando lo
strazio e il danno; e vescovi battevano moneta, non che riceverla dalla man de'
tiranni, e papi edificavan citt, nonch spopolarle con esiziale governo. Se per ino
pia di danaro i papi talvolta una citt obbligavano, non la obbligavano allo stran
iero, al nemico del nome italiano, e, obbligata, sapevano riscattarla. Se la spa
da della giustizia brandivano con la mano sacrata a benedire, avevano almeno for
za sufficiente a trattarla, la trattavano per libera scelta de' popoli volontero
si. I tuoi predecessori, o Gregorio, difesero sovente con l'autorit del nome Roma
gna ed Italia dalla rapina de' barbari; tu con la forza dell'armi, con l'astuzia
del preside degli sgherri creato da te cavaliere, non sai le pubbliche vie, non
Roma stessa difendere dalla rapina.
Se con le forze de' propri sudditi sapesse il papa fiaccare i propri sudditi rib
ellanti, parrebbe forse credibile che mera malvagit di costoro fosse alla Romagna
cagione di s pertinaci sventure. Ma Gregorio decimosesto non pu resistere al disd
egno de' popoli se non l'elmetto di dragone austriaco sostituendo al triregno. N
on co' suoi lo straniero, ma con lo straniero a lui forza combattere i suoi.
Fedele a' suoi impegni con Dio il santo padre profonder sempre vistose somme per
conservare il deposito sacro del pontificio dominio, indipendente ed assoluto, c
ome lo ricev dalla chiesa. Intendete? Il mantenersi re di Roma impegno contratto
con Dio! Ubbidiente al precetto: "Qualunque cosa voi fate, fatela in nome di Ges
Cristo", in nome di Cristo il santo padre supplica un ebreo che gli sia liberale
d'usura. Miserabile cosa, il servo de' servi ragionar di dominio! Miserabil cos
a affermare ricevuto dalla Chiesa l'arbitrio di mal governare!
Quando Galeazze Visconti scriveva al suo soldo uomini Alemanni e Belgi e Unghere

si e Britanni; quando i Francesi non si vergognavano comperare l'amicizia svizze


ra, e pagare provvisioni annue in pubblico e in privato, e fare accordi con inde
gne condizioni, avevano almeno danari, e non erano papi. Se Alessandro sesto ora
con questo potentato or con quello giocava di frodi e di tradimenti, era pi orri
bile al certo il delitto, ma la vilt non tanto quant'ora. La corte romana traffic
ava i principi della terra, non i principi lei. Qui si tratta di accattare vergo
gne, d'impero servile, di prostituzione dolorosa: qui la donna disonorata e fame
lica compera a prezzo di povert e di sangue l'infamia. Omnibus meretricibus dantu
r mercedes; tu vero mercedes dabas; et apud te diverso modo agitur quam apud cae
teros. N la sollecitudine de' potentati ostentata a favore del papale governo pu p
arere indizio di riverenza a chi conosca la fiacca e schernitrice politica dei p
otentati d'Europa. All'anglicano, al luterano, allo scismatico, al nipote di Giu
seppe, al figliuolo di Filippo Uguaglianza, l'onore del pontificato (e sei sa Gr
egorio stesso) non preme: preme che il congegno, qualunque siasi, della macchina
europea non sia spostato d'un atomo; perch la menoma scossa potrebbe l'intero ed
ifizio trarre nella rovina. Quando torna, combattono per la Luna; quando torna,
combattono fin per la Croce. E qual differenza dovrebbe, di grazia, porre Niccol
o tra il ministro della guerra in corte di Roma ed un eunuco del serraglio; tra
il gran visire e il cardinale Bernetti? La Francia (e con questo nome intendo i
pochi ch'ora la governano), la Francia accorre armata a destar le speranze,, ind
i assiste tranquilla ai supplizi. Ancona protetta con la stessa lealt che Niccolo
protegge Mahmud, che Francesco protegge il Papa, ogni giorno da lui schiaffeggi
ato ne' suoi pontificali diritti. Niccolo non potendo con la guerra tenere la re
gina del Bosforo, si pens volerla conquistar con la pace; e disse a Mahmud: non p
otei soppiantarti nemico; vediamo s'io posso strozzarti amico. Francesco, il qua
le non avrebbe osato mai per via di conquista occupare Bologna, l'occupa a titol
o di elemosina. E per tal modo, il nerbo russo, il bastone croato, la frusta ing
lese, la baionetta prussiana, la spada francese s'intrecciano in forma d'arco tr
ionfale, sotto cui Gregorio il buon vecchio riposa dalle sudate vittorie, e beve
a gran sorsi le benedizioni de' popoli.
Scandalo, odo rispondere, ma inevitabile. E come no? La politica pontificia , non
meno che la "cappella pontificia, cosa necessaria all'armonia del mondo cattoli
co E che sarebbe mai di San Pietro se una legazione russa in Roma non risiedesse
? Che sarebbe di Cristo se nella elezione del suo vicario non avessero parte i r
e della terra? Che sarebbe il culto se il corpo di Cristo non fosse per le vie d
'Ancona scortato da soldati francesi oltraggiaci le donne con motti e Dio con le
bestemmie? Sarebbe, senza tali sussidi, della religione, della giustizia e del
culto, quel che sarebbe del piccolo Otone se la corte di Roma non dichiarava dov
uti ad esso i riguardi che s'usano verso i governi amici e riconosciuti.
Intendete voi la sicurezza d'una corte riconosciuta dalla corte di Roma? Intende
te voi l'indipendenza della corte di Roma, che per sapere se un re sia legittimo
, aspetta gli avvisi del Tamigi e del Boristene; consente s'imponga re protestan
te a nazione cattolica, re cattolico a nazione scismatica; che se Niccolo gliel
chiedesse, darebbe a Rotschild la corona di Gerusalemme e il ducato di Castro? E
che non farebbe Gregorio a favore di Niccolo? Non ha egli per porre in luce i d
iritti del potente, gettato, quasi velo funebre, un breve sui conculcati polacch
i, e detto loro: " mentre voi combattevate il mio grazioso alleato, io, padre de
' cattolici, scrissi a favore del vostro nemico: ma la lettera and smarrita per v
ia; n, mentre voi combattevate, curai divulgarla. Ora che tante migliaia de' vost
ri dormono in sanguinoso sepolcro, tanti vanno errando in cerca di pane, tanti n
ella deserta Siberia gemono e muoiono sotto il flagello d'inumani satelliti; ora
che siete tutti abbandonati, scorati, degni di compassione a coloro stessi che
possono reputarvi colpevoli; ora io sorgo animoso a consumar la vendetta del vos
tro nemico; ora io stampo il mio breve, e vi consiglio: figliuoli, non combattet
e il vostro legittimo re".
Questo disse Oregorio. Disse ai morti: non combattete. Disse ai deportati, ai pr
oscritti: non combattete. Sventurata Polonia! le nazioni piangono sulla tua tomb
a: e il padre tuo, viene e getta, per benedizione, uno scherno. Egli insulta ai
dolori di un popolo, il collegato dei re! Aspetta che la sventura sia consumata,
per gridare contro i figli della sventura; e, dopo palpato il cadavere dell'ucc

iso e accertatosi della morte, sfodera anch'egli il suo pugnale, e con mano trem
ante glielo configge nel seno.
Nuova specie di doni al Parlamento d'Inghilterra mandava Giulio II: ma Gregorio
decimosesto all'imperatore delle Russie manda tributi di sangue '. E se Federico
a Roma inviava il carroccio della vinta Milano, a Roma potrebbe inviare Niccolo
in ricche bare i cadaveri de' Polacchi da se trucidati.
O se pure alle tue, ed alle utilit de' popoli tu stimavi accomodati consigli di p
ace e di pazienza, perch non adattarli almeno alla novella sventura? Perch non dir
e ai debellati: "Figli miei, io vi compiango. Ho pregato per voi: ho sentiti nel
l'animo i vostri conflitti e i vostri dolori. Ma Iddio, negli arcani della sua g
iustizia, ha voluto aggravarli. Piangiamo insieme, insieme speriamo, non dall'ar
mi distruggitrici n dalle promesse fallaci degli uomini, ma dalla virt e da Dio pi
lieti destini". Queste parole, non ingiuriose al tiranno, avrebbero consolato gl
i oppressi; avrebbero conciliato alla sede romana la riverenza di molti, alla st
essa romana corte dignit. Ma per altre vie la romana corte da gran tempo usata a
cercare dignit, e a non trovare che scandali.
Or chi questo frate che dona ai soldati di Francia tabacchiere guarnite di diama
nti, che dispensa titoli di marchese, che crea ordini nuovi d vieta cavalleria: c
he ha un fisco apostolico, una dogana apostolica; che mangia il corpo di Cristo
seduto in trono; che le sue benedizioni dispensa allo sparo de' cannoni del cast
el sant'Angelo; che sulla propria medaglia fa, come emblemi di s, incidere ghirla
nde d'alloro e di quercia, una spada e una serpe? E tutti costoro dal rosso capp
ello de' quali la elezione accompagnata da congratulazioni dell'esercito, come s
e nuovi capitani all'esercito s'aggiungessero, costoro che ammettono i credenti
al bacio dell'anello, come di santa reliquia, chi sono? E questi carabinieri che
giurano un deciso attaccamento tanto di giorno quanto di notte, per terra e per
mare, in tutte le stagioni, a piedi e a cavallo, a chi dunque lo giurano? E que
sti armati ch'entrano trionfanti in Forl? Svizzeri al servizio d'un Papa. E quest
i che muovono a rincontrarli in aria anch'eglino di trionfo? Tedeschi stipendiat
i da un papa. Se le cose procedono di questo passo, noi vedremo tra poco creato
Cardinal Diacono il generale Salis, e il Geppert sedersi in concistoro successor
e all'Albani. E se intanto al popolo stanco, sembrasse a troppo caro costo compr
ata la gloria d'emulare i trionfi della romana repubblica, il buon pontefice lo
accheter promettendo di pregare la misericordia di Dio. Ed ecco il cambio: "Voi p
er me pagate: io prego per voi. Le spese crescono; ma rallegratevi: io prego". N
on dice: io soffro; pregate. Dice: io prego, soffrite.
Egli prega! E ai tanti dolori della Chiesa di Dio nuovi dolori sopraggiunge, con
ficcandole in capo una corona pi grave che di spine, e un cilicio indossandole di
profana armatura? Egli prega!
E per amor del suo regno tuttogiorno costretto a violare i comandi di Colui che
invit a s gli aggravati da travagliosi pesi per sollevarnegli; di Colui che la mor
te del tristo non vuole ma la conversione e la vita? Egli prega! Ma quale interc
essione invocare? Oh ben grate saliranno le tue preghiere, povero vecchio, di te
che, la pecora smarrita trovando non la imponi gi sulle spalle con gioia, ma la
commetti al mercenario che la trascini; al soldato, che nel cospetto dello stran
iero la uccida.
Pi erano orribili d'un tuo figlio i peccati, e pi severo a te correva il dovere di
prolungar con ogni arte quella vita procellosa in sin che a porto di perdono ar
rivasse. E tu a viva forza la tronchi! E per quel tuo diadema pi vile che stereo
un'anima immortale fin la sua prova bestemmiando il nome di Dio! Oh, non ti chieg
ga egli ragione di quell'anima e di quel sangue: non ti rinfacci di avere diment
icato, non essere delitto al mondo che sanarsi non possa. E perdoni il terribile
atto alla tua religione, povero vecchio; e all'imperizia tua, ed ai sinistri co
nsigli che ti circondano. Ma deh! non rinnovarlo almeno: non ispargere di nuovo
sangue la terra in cui regni. Gi quel sangue, lo vedi, per reo che fosse, non fec
e a te n pi devoti i sudditi n pi lucida la corona; gi Io vedi, il terrore, anco nell
a mano de' forti, debole scudo. E quando vai per salire il tuo trono, quando sta
i per posare nel tuo letto, quando sei per accogliere nel seno il re mansueto; o
h pensa allora all'anima di colui che moriva bestemmiando: e quando ricevi i mes
saggi de' re stranieri, quando stai per versare nella mano straniera l'oro de' t

uoi; quando un lampo di gioia ti serena la mente, quando la spina del dolore ti
si rifigge nell'anima; pensa ai cadaveri degli uccisi per tua cagione, per tuo c
onsenso, per tuo comando;
e que' cadaveri, se ne ascolti il linguaggio, se la presenza continova non ne pa
venti, saranno a te consiglieri pi fidi che non sieno i tuoi cardinali imbecilli,
i tuoi rapaci alleati. Ma quando pure le predette cose non fossero, per amore d
ella spirituale podest alle tue mani confidata, dovresti alla temporale por modo.
E non l'hai detto tu stesso, che a compiere gli uffizi del pontificale minister
o ti fu impedimento la cospirazione degli empi? Che, la tempesta sedata, potesti
alquanto respirare della concetta paura? Ma che nuova mole di cure, in ricompor
re l'ordine turbato, ti oppresse?' Egli dunque il tuo scettro che ti fa impaccio
a trattare le chiavi, e tu stesso l'affermi. E per la tua camera apostolica imp
auristi: e per trovare chi dal male della paura pi certamente ti liberi, saresti
pronto di nuovo a benedire coloro che altri predecessori tuoi avrebbero, come op
pressori della Chiesa e dell'umanit, dalla cattolica comunione respinti. E se un
re venisse, e, come Balac, dicesse: "ecco un popolo contro me; vieni e maled a qu
esto popolo di me pi forte; ch'io possa in qualche modo percuoterlo"; e per prezz
o della maledizione portasse l'inviolabilit dei papali dominii, il breve ai Polac
chi vi dice assai quale risposta saprebbe apparecchiare Qregorio. Ma se non Greg
orio, verr finalmente un pontefice, il quale dir: "il re de' Moabiti mi condusse e
m'impose: vieni e maledici a Giacobbe: t'affretta e detesta Israello. Ora in qu
al guisa detester io coloro che Dio non detesta?" Ma e' ridiranno: "Vieni in altr
o luogo; di dove una parte d'Israello tu scorga, e tutto vedere noi possa. Di l m
aledicilo". E il pontefice, considerato da un'altr'altura il popolo ai re nemico
, dir: "Non Dio com'uomo, che possa mentire, n come figliuol d'uomo, mutabile. Par
l: or non far? Promise: or non atterr la promessa? A benedire io sono nominato: la
benedizione impedire non posso. Iddio con Giacobbe: la voce di Giacobbe squillo
di vittoria, vittoria sui re. Iddio lo liber dall'Egitto. Tempo verr che a Giacobb
e sar narrato ci che operasse il Signore per lui. Come leonessa sorger questo popol
o, come leone si rizzer". E i re scornati diranno allora al pontefice: "taci: non
maledire a cotesto popolo, e non benedire". E in altro luogo nuovamente lo cond
urranno, se pur piacesse a Dio ch'egli di quivi la maledizione versasse. E il po
ntefice dalla novella altura intoner profetando: "Oh belli i tuoi padiglioni, Gia
cobbe, e le tue tende, Israello! Siccome valli frondose, siccome orti irrigui lu
ngo la corrente de' fiumi. I tuoi tabernacoli pose Iddio come cedri sull'acque.
Posasti tranquillo a guisa di leone, come leonessa che niuno oser destare dal son
no. Colui che a te benedir, sar egli medesimo benedetto: colui che a te maledir, tr
a i maledetti verr numerato. Oh chi sar vivo nel tempo quando operer tali cose il S
ignore!".
Ben pi forte d'ogni arme sarebbe la voce di un papa che la vera sua forza sentiss
e. E pi che cento battaglie varrebbero le parole ch'egli profferisse con affetto
d'amico: "non vogliate, prego, fratelli miei, non vogliate far questo male". E p
erch acquisti forza la voce de' papi, una sola condizion convien che s'avveri: ch
e intendano il dover loro, e il Vangelo; e le parole de' loro predecessori, un d
e' quali affermava: farsi lecito ai papi non solo in queste miserie mondane, ma
nella stessa ecclesiastica costituzione "librare i decreti de' canoni, e de' pre
decessori misurare i precetti, acciocch quelli di loro che la necessit de' tempi r
ichiede siano per la restaurazione della Chiesa ammolliti, e dopo diligente cons
iderazione ricevano temperamento".
Che se l'autorit de' tuoi stessi non ti piega, o Qregorio: se ai danni che seguir
ono dalla guerra del pontificato col regno, ami aggiungere i danni e le vergogne
che seguiranno dalla ben pi funesta concordia del pontificato con la tirannide;
se nulla insomma delle cose presenti osi tu mutare od inflettere; tutti allora,
tutti insieme rivendica gli smarriti diritti; spargi sangue non solo per ritener
la fuggente Romagna, ma per riconquistare tutte quante le provincie a San Pietr
o consacrate; al duca di Modena, al re cattolico, a tutta Europa movi la guerra.
Combatti per le immunit perdute, combatti pe' beni alla chiesa rapiti, combatti
per quella istessa bolla che scomunica gli accattanti ad usura danaro giudeo, pe
r quella che tu stesso, te papa interdice; difendi fino il diritto di fare gli u
omini eunuchi, acciocch con voce pi delicata cantino il Dio degli eserciti e delle

vendette.
Che pi? Egli medesimo, le sacerdotali divise rigettando, si faccia carabiniere, a
rtigliere; di monaco, re; di re, capitano. Ufficiali gli siano i cardinali suoi,
caporali i suoi vescovi. Il fumo de' fucili succeda alla nube d'incenso; siano
mine le catacombe, depositi di polvere omicida le tombe de' martiri. E perch no?
Se la corte necessaria alla sede, sar debito a Gregorio d'uccidere per mantener q
uella corte, come San Pietro per fondar quella sede mor.
Queste cose giova che sieno, giova che il papa, come re, si avvilisca ed infami;
che uom buono paia, per la indegnit della politica sua condizione, malvagio; acc
iocch i meno accorti e i pi pii chiaramente conoscano che questo stato intollerabi
le, che mutare bisogna, che Iddio lo comanda. Se un governo s abbietto, s lebbroso
d'ogni male, fosse da stimare intangibile, Iddio non sarebbe.
CAPITOLO UNDICESIMO. SPERANZE.
Delle calamit che i principati italiani o promovono o soffrono, giovava accennare
parte almeno senza timore e senz'odio; n ad uomini ch'hanno in lor mano delatori
e soldati, carcerieri e carnefici, bandi ed encicliche, delitto gridare: "Voi s
iete ingannati, o siete colpevoli. Piet del vostro popolo; piet di voi stessi". Di
rlo dovere. Il male comincia laddove il rimprovero avvelenato da odio superbo, d
a iniqua vendetta, da turpi cupidit. Delle quali passioni noi sentiamo l'anima no
stra libera; e la vita daremmo per isvellerne dal cuore de' sudditi e de' princi
pi, le radici.
Ma pi che le nostre parole, giover ad assennarli Io spettacolo delle pubbliche cos
e, nel quale la Provvidenza viene a poco a poco i disegni suoi sempre pi chiarame
nte manifestando.
E dobbiamo per prima speranza numerare ci stesso che, di per s considerato, sventu
ra; il mancare, dico, di grandi animi idonei a dominare le moltitudini e i casi
umani. Non istrascinata da una volont prepotente; non allettata da promesse effic
aci, non atterrita da efficaci minacele, non abbagliata da' lampi della gloria,
non addormentata sull'origliere d'una pace sicura, ma e della ignominiosa pace e
della inutile guerra sperimentando gli effetti, certa d'un avvenire diverso aff
atto dalle cose che gli si aggirano innanzi agli occhi, l'umanit se ne giace non
decrepita ma stanca, non disperata ma scorata; e dalle cadute acquista vigore, e
sperienza dai falli, dalle sconfitte costanza. Se un grand'uomo sorgesse che per
forza d'ammirazione o d'amore potesse aggiogarla al suo carro, ella volenterosa
pur per breve esperimento di cosa nuova, al suo carro s'aggiogherebbe: ma Dio l
a commise ad eunuchi deformi, che flagellare la possono, non sedurre. Quand'anch
e i re volessero esercitare intera l'antica autorit, non potrebbero: ch gi comincia
a mancare il nerbo d'ogni governo non buono, il danaro. Le pubbliche imposte s'
aggravano ogni anno pi sulla Francia: nell'Inghilterra moltiplicano i fallimenti;
l'Austria, per rubare che faccia, rimarr sempre povera, causa la necessit degli e
serciti e degli sgherri. De' minori non parlo. Ma n minori n grandi s'arrenderanno
s facile a' tempi; e molti cozzeranno pi furibondi che mai contro la maest tremend
a de' popoli e la non domabile necessit delle cose. Pi sar scarso il danaro, e pi di
danaro abbisogneranno per empiere la minacciosa voragine. Alla fine, concederan
no a goccia a goccia, concederanno com'uomo che accarezza la fiera scatenata, pe
r poscia incatenarla pi forte, e percuoterla. I popoli sotto la maschera della cl
emenza conosceranno il tremito della paura; e pi cupidi si faranno e pi baldanzosi
. E nuovi diritti chiederanno, e, o per grida o per armi, li conquisteranno tutt
i: e la vendetta de' popoli riposer per poco meravigliata dell'essere pi stanca ch
e sazia: e freddato l'impeto dell'ira, l'umanit sentir le sue piaghe; e incrudelir
contro quelle, sperando nell'eccitato dolore un sollievo. N il dolore star; n star l
'incessante flagello della sventura, finch dalle proprie miserie gli occhi degli
uomini non si levino a Dio, lui solo onorando liberatore vero, da lui solo e pac
e e forza e splendore aspettando. E l'otterranno: e la fede operosa in Dio e in
Oes Cristo ispirer la sociale fiducia; e con la religione sorgeranno uomini degni
di pensare e dire e operar cose grandi, con la religione principii e mezzi nuovi
di agevole e perfezionatore governo. Non a tutte le nazioni preceduto da cos fie
ra tempesta apparir il nuovo sereno: a tutte frattanto forza soffrire. Impetuoso
pu non essere il vento al quale comandato dileguar questo nugolo di locuste che s

eggono divoratrici sulle terre d'Europa.


I futuri pontefici, troveranno formata, e coopereranno a formare una religione n
on di materia e di apparenze, svestita d'oro e di ferro, adorante in ispirito; l
a quale sar veramente religione cattolica, vivente, e communicante la vita, forza
d'espansione non gi di compressione; cosa non immaginabile a noi dal presente av
viliti, e fatti impotenti a comprendere, non che l'avvenire, il passato. Non che
stendere la mano al velo che copre il futuro, e squarciarlo con le inuguali pun
te de' nostri sistemi, giova adorare questo mistero stesso come provida legge, c
ome occasione di virt e di piaceri. Cotesta indefinita atmosfera, in cui nuotano
i germi di tante incognite cose, tiene non so che della venerabilit dello infinit
o, e lascia l'animo respirare pi largamente, e pi largo apre il campo alle creazio
ni umane, perch gi il desiderio creazione. Onde io son certo che la religione catt
olica nella essenza sua non sar mai dalle nuove libert delle nazioni distrutta, ch
e giover per contrario a edificarle: ma in quali modi la rigenerazione nuova potr
venirsi operando, e per quali trasformazioni, non so. I terremoti e i vulcani sp
ingono il mare l dov'era la terra, e fanno valle del monte; ma le nuove acque col
tempo apportano nuova fecondit, e i nudi massi del letto antico si coprono di ve
rdura, di ricchezza e di popoli.
Frattanto ad evitare e a' principi e a' popoli molti errori e ruine, varrebbe pi
ch'altro quella virt dalla quale tutte
le cose della terra saranno rinnovate: la fede. Se i principi credessero in Dio
veramente, in Dio padre di tutti gli uomini, in Ges Cristo di tutti gli uomini li
beratore e fratello; crederebbero nella redenzione non nella schiavit, crederebbe
ro nell'amore de' popoli non nella protezione tedesca. Direbbero a Dio le parole
del pescatore: "Tutta notte abbiam lavorato, e indarno: nel nome tuo gitter di n
uovo le reti". E pescherebbero preziosa ricchezza. E Cristo mostrerebbe loro chi
debbano veramente temere. Temere il sospiro del povero, la preghiera dell'inerm
e, l'ignoranza e i falli dell'uomo per negligenza loro ineducato e colpevole: te
mnere il silenzio del carcerato, l'anelito del morente in fraterne battaglie, la
rimembranza del giustiziato per la sicurezza d'un trono: temere gli eserciti pr
opri, i propri adulatori, i propri ministri: temere se stessi.
CAPITOLO DODICESIMO. CONCLUSIONE.
Piaccia a Dio che questo precipitarsi che ora fanno i governi stessi da libert te
mperati per la via del rigore inutile e della rea diffidenza, non confermi i pri
ncipi assoluti nelle loro infelici dottrine. Punire le intenzioni, procacciarsi
i nemici con la sollecitudine ch'altri si procaccia gli amici, profetare delitti
, proibir cose che varrebbero ad impedirli, prolungare a sommo studio le operazi
oni dolorose, istigare gli odii per essere nel comune dissociamento sicuri; acca
rezzare i diritti accessorii intanto che corrono pericolo i principali; tender l
e mani al passato, quando il presente gi fugge; proscrivere il bene stesso da uom
ini sospetti indicato; protrarre i rimedii, s che giungano, non che inutili, pern
iciosi; questi malnati uffizi non chiamino provvedere. Non pi tempo di far danzar
e intorno al tarlato trono i fantasmi del vostro orgoglio, simili a quelle vecch
ie matrone che faceva saltar sul teatro Nerone. L'epoca degli individui raccogli
enti in s le forze e la sapienza delle nazioni intere, passata: ormai gli effetti
della Redenzione cominciano fin nella politica a sperimentarsi; e i diritti con
egualit ripartiti non iscemeranno nella distribuzione, ma verranno secondo il nu
mero de' partecipi moltiplicando.
Io dico ai meno ingiusti: non operare a viso aperto la tirannide poco: temere le
violenze estreme non basta. E dico a voi che, nelle vostre forze sicuri o nelle
altrui, sfidate il disprezzo delle moltitudini: Napoleone aveva tutta quasi l'E
uropa per s, e in men d'un anno l'ebbe contra s tutta quanta. Io scinder, dice il S
ignore, il tuo regno, e io dar al servo tuo.
Re della terra, i falli de' vostri nemici sono a voi per qualche tempo ancora so
stegno. Molti delitti potete, e molte calamit, risparmiare: molto cedendo, molto
potete ancora serbare per voi. Ma se nell'obliviosa inerzia, nella crudele noncu
ranza, nel fasto insultatore, nel truce sospetto, nella prepotente avarizia dura
te, l'umanit riscossa alla fine si lever senz'ir e senza spavento, si recher sopra s
e stessa come un sol uomo, guarder nella polvere, e stesi trovandovi i suoi decre

piti dominatori, n degnando calpestarli, dir tra commossa e pensosa: "i re sono in
fermi: lasciami! dibattersi nel delirio": poi di nuovo guatandosi a' piedi, escl
amer con affetto di compassione pi profonda: "i re sono morti, preghiamo Iddio per
l'anima loro".
Marzo 1835.
LIBRO SECONDO
LA NAZIONE
CAPITOLO PRIMO. ASSUNTO.
Coloro che il desiderio infiammato dall'ira confondono colla speranza; dalle acc
ennate cose conchiuderanno, nuove sorti e men dure venirsi in breve all'Italia p
reparando. Ma dal comprendere la necessit d'un qualsiasi mutamento al felicemente
operarlo, lunghissimo intervallo. Dalla verzura del colle, dopo affissato lo sg
uardo nella luce dell'azzurro sereno, egli facile chinarlo sulle inuguali ripe d
el fiume minacciante, e sugli sterpi che ingombrano la sottoposta campagna: ma n
on s facile render pi molle il precipitoso declivio, gli sterpi divellere, sgombra
r le macerie, e migliori stanze edificare a coloni migliori. Forza discendere ne
l duro campo delle quotidiane e tacite e pi tediose che pericolose battaglie; dal
l'intelletto portare la fiaccola nella volont; il vigile e sano sentimento de' po
chi comunicare alle assonnate moltitudini, render non solo imperioso ma santo il
bisogno, determinar netto il fine, scegliere i mezzi e impadronirsene, e persev
erantemente adoprarli. Or noi vedremo quante delle numerate condizioni all'Itali
a manchino; n per colpevole orgoglio o per compassion crudele, o per fiacco timor
e di biasimi maligni, ci aggregheremo a coloro che utile cosa stimano imbaldanzi
re con false gioie l'afflitto, e coprire di panni gai le ferite sanguinanti. No,
confessiamolo, non tutta ne' principi delle sventure italiane la colpa. E se qu
esto fosse, potrebb'egli un giorno, un giorno, dico, reggere l'imperio loro? Pri
ncipi e sudditi (io parlo de' pi irrequieti) si nocciono reciprocamente e s'ignor
ano. N questo in Italia soltanto. Onde coloro stessi fra gli stranieri che delle
sventure altrui inorgogliscono senza rimorso, non potrebbero senza stoltezza ino
rgoglir delle nostre.
Certo che ad ogni miglioramento delle cose politiche sempre dovette precorrere o
r pi or meno evidente il miglioramento delle cose sociali; senza il quale ogni ri
voluzione pi acuto dolore e pi romorosa ruina. E perch dunque a Licurgo pi che ad Ag
ide facile impresa riformare i costumi di Sparta? Perch con semplici versi Solone
ottien cosa che non pot coll'impero della concitata eloquenza Demostene? Perch al
Bruto di Tarquinio serbata altra sorte che al Bruto di Cesare? Perch Federico Ba
rbarossa riporta infamia l donde trae quasi lode Federico secondo? Perch tanta dif
ferenza tra un Olgiati ed un Teli? Perch la morte d'Alessandro non frutta a Firen
ze libert se non quanta basta ad eleggere Cosimo!
Perch l'omicidio inutile d'un Borbone punito con un fiume di sangue, con la domin
azione d'un despota, col trionfo d'un nuovo Borbone, portato su gli omeri da Sco
zzesi e Croati e Cosacchi? Perch?... Altra interrogazione, e pi forte, potrei sogg
iungere; ma non voglio.
Comoda scusa, voler tutta vedere in altrui la cagione delle nostre sventure; in
altrui prima che in noi stessi cercarne il rimedio. Di que' tanti beni, e prepar
azioni al bene che possono i men potenti fra sudditi sicuramente operare sotto i
l men sopportabile de' governi, si dir in altro luogo. Qui solamente affermiamo c
he non dottrina di stupida rassegnazione ma di graduato e continovo perfezioname
nto la nostra; che per apprendere ad andar francamente, cadere talvolta bisogna;
ma guai se frequenti son le cadute, se rovinose. Da queste cadute le mie parole
tendono a preservare l'Italia; poich la via che conduce al disperare tutta lubri
ca di stolte speranze. E per giova domandare agli uomini che da mezzanotte all'au
rora promettono liberata l'Italia: siete voi tutti concordi? E le moltitudini de
lle quali v'annunziate interpreti, gridan elleno ad una voce con voi? - "Ottimi
eventi speriamo, ma vorremmo piuttosto ogni estrema calamit, che servire".
Nel presente discorso, non altro che verit promettiamo: quella che a noi tale app
arve dopo molto osservare le passate cose e le presenti, dopo molti disinganni p
rovati e molti e non ignobili affetti sentiti, e molti e non vili dolori. Verit p
romettiamo: e se dura l'abbiam detta a' principi, non meno dura ci sar forza il d

irla talvolta a' nemici de' principi. Gl'intimi mali di questa nazione, de' suoi
beni stessi infelice, numereremo: osserveremo il povero e il ricco, la citt e la
campagna, poi la donna, regina della famiglia, educatrice dell'uomo potentissim
a. Cos discorse le condizioni sociali, venendo agli uffizi, considereremo gli amm
inistratori del potere, i ministratori del sapere, i ministri delle cose divine:
da ultimo, distinguendo gli uomini per opinioni, diremo degli indifferenti, deg
li affezionati al presente ordine di cose, degli amici ad ordine nuovo. E l'ampi
o argomento trattando, chiediamo d'esser letti con quel medesimo affetto del ben
e con che scriviamo. E a chiunque la nostra parola parr severa, chiediamo tollera
nza e scusa dalla necessit: promettiamo ritrattazione volenterosa d'ogni errore c
he tale ci sia dimostrato.
In una sola cosa lo scrivente non teme di errare, ed la pi grave fra tutte; quell
a che a parlar lo move, ed l'alito della stanca sua vita. Errore io non temo nel
credere che all'Italia ed al mondo pu dalla religione sola di Ges Cristo venir pa
ce e libert; nel credere che la via contraria la via delle prove inutili e delle
ignominiose discordie. E gi l'odio d'ogni religione incomincia a parere superstiz
iosa follia; gi lo scherno ricade non invocato sugli schernitori del Cristo; gi co
mincia a parere cosa venerabile ogni credenza sincera, cosa necessaria all'umana
felicit una sincera credenza; gi in ogni arcana fibra dell'essere umano un nome s
'insinua, e persiste invincibile, e scacciato ritorna, e si fa sentire potente b
en pi che un nome, ben pi che una idea; e con esso ogni cosa grande, ogni cosa poc
o senz'esso: il nome di Dio. Perch dovr io vergognarmi di professare una verit tant
o cara? Perch distruggere un altare al qual s'inchinarono tanti alti ingegni, tan
te anime generose, gloria dell'umana natura? Perch rigettare una religione che ta
nto fece per la libert de' popoli; e tanto far, pi fedelmente osservata, pi largamen
te applicata? Miserabile colui che nelle sante questioni dell'umana felicit stima
cosa ridevole o vana invocare quel nome! Egli il Dio nostro: or chi ci vieter di
rendergli gloria7 Egli il Dio de'padri nostri: or perch non ardiremo esaltarlo?
CAPITOLO SECONDO. POVERI.
Gli auspizi dal popolo. E con questo nome denotiamo principalmente la parte d'um
anit pi diletta a Dio, perch pi modesta; meno infelice perch meno esperta e men avida
delle misere felicit della terra; pi terribile perch pi buona; la gran famiglia de'
poveri.
Le vicende economiche sono, quale effetto, e qual causa delle vicende morali, de
lle politiche occasione assai volte ed impulso. Verit ormai comune ma che porta s
eco ammaestramenti innumerabili: la materia essere allo spirito, secondo gli usi
suoi varii, e peso e penna, e di servit pericolo ed istrumento di libert: lo spir
ito, o, trascurando i mezzi di soddisfare a' bisogni corporei, o soprammisura mo
ltiplicandoli, apparecchiare a se stesso e ad altrui lunga pena d'affanni.
La miseria pertanto, che siccome in tutta Europa cos nell'Italia dilata le sue ra
dici (e miseria chiamo la sproporzione tra il desiderio e il potere, di qualunqu
e sorta sien essi) minaccia di togliere un giorno alla societ quell'aspetto di fa
lsa quiete che a nascondere il manco dell'intrinseca pace le resta. E mentre l'o
ro italiano esce da tante parti tributo o concesso dalla dappocaggine de' regnan
ti, o richiesto da' que' bisogni che l'arte italiana non cos bene peranche impar a
soddisfare, o da uno stolto lusso e crudele miseramente profuso; intanto che mi
gliaia e migliala delle vostre giornate, o infelici, una notte divora, per illum
inare le danze e pagare il sorriso d'un principe, non credute e vigliacche dimos
trazioni di riverenza poco dissimile dal disprezzo; intanto che gli ozi codardi
della titolata ignoranza, e la decrepita vanit e la fiacca libidine, trovan fomit
e nella ricchezza mietuta dai mali noti poderi, e spremuta col sudore dei mal no
ti e vilipesi coloni, intanto questa beata terra sostenta intere trib di pezzenti
, senza certo pane; intanto i rivolgimenti improvvisi che perturbano il mondo, s
crollando a un tratto le fondamenta e dell'antica opulenza e de' nuovi opificii
e de' meglio costituiti commerci!, contendono al povero fin la sicurt della miser
ia; lo fanno, se non per ira, per incertezza inquieto; intanto i fittizi bisogni
che vengono moltiplicando, al soddisfacimento dei veri scemano guarentgia; e per
soddisfare ai veri, moltiplicano in modo pi contagioso i fittizi.
Ah no, non fece Iddio questo cielo arridente e questi piani s dolci, e questi col

li s gai, per contrasto ed insulto alla miseria dell'uomo: no, non fece s vivide a
i figli d'Italia le menti, e s docili al bene gli affetti, acciocch pochi si godes
sero, romiti nell'orgoglio, i privilegi dell'utile e i tesori del bello, mentre
che i molti languiscono nel silenzio dell'ignoranza e nella solitudine del dolor
e. Un sol uomo che patisca difetto del necessario laddove molti soffrono tediosa
saziet del superfluo, vergogna non solo del principe ma dell'intera citt. Or se a
migliaia fossero i giovanetti educati a tali professioni che appena servissero
a reggere la vita, nonch a nutrire di sane dot trine l'ingegno, e a procurarsi co
n che poter diventare, senza nuovi disastri, mariti e padri; se a migliaia le do
nne senz'altra dote che la presto insidiata e presto sfiorita bellezza, a cui l'
adolescenza fosse desiderio tormentoso, la giovinezza pericolo, l'amore sventura
, il titolo di madre o noia o dolore; ognun vede che tale stato non potrebbe dur
are senza tremendo pericolo.
Antico male, diranno. Ma in altri tempi o non era s profondo od ebbe almeno ripar
i: la larghezza de' ricchi, l'intrinseca ovver creduta dignit di coloro che la fo
rtuna e l'origine avevano privilegiati; la non alterabile fermezza delle pubblic
he cose, che, estinguendo la speranza freddava il desiderio del meglio, s che l'u
omo quasi non pareva del proprio male conscio a se stesso; la sicurezza di guada
gnare o d'impetrare quel poco che pur servisse a' veri bisogni; la vita pi parca,
pi gradito il lavoro, pi virilmente tollerato il disagio; gli animi pi temperati,
pi semplici, pi sereni. De' quali rimedii o conforti gran parte perirono: i ricchi
ondeggianti tra prodigalit ed avarizia, le moltitudini disprezzanti l'autorit per
ch in mano ad uomini d'imperizia sperimentata; fatte acute a novit; la quiete degl
'ilari affetti mutata nella malinconica gioia di lontane speranze, un indefinito
senso di malessere, occupante gli animi pi riposati; alle passate succedentisi n
uove scosse, che tolgono ogni equilibrio, e mettono insano disamore dei beni che
restano, fiducia insana che i mali tutti abbian fine prossima; ecco ragioni pur
troppe, perch l'antica piaga dell'inopia de' molti nella pinguedine de' pochi, d
ebba, quando pur non fosse, parere pi fonda e pi tormentosa che mai. Le quali cagi
oni si fanno di giorno in giorno pi forti, pi forti ad ogni novit, anco benefica, l
a qual segua nel mondo.
Del resto se la crescente miseria porta seco timore di gravi turbazioni, non per
che nelle turbazioni, quasi in un unico bene, noi dobbiamo, siccome taluni dicon
o, porre speranza. Fosse pure speranza legittima, sarebbe vana. Con tacita incur
ia i governi son colpa del misero stato de' molti; i pi le insolite violenze non
tentano: or le violenze insolite ed improvvise sole possono a straordinarii movi
menti incitare le genti. E tanta l'ignoranza delle proprie utilit; tanto antico i
l vezzo di considerare il principe come cosa e nel bene e nel male separata dal
popolo; che nell'istesso patire i pi non veggono come e quanto ne sia reo chi gov
erna; e al caso, alla stagione, alla momentanea mancanza de' lavori, alle macchi
ne nuove vanno imputando la calamit che li preme. O se del principe si lamentano,
si lamentano non tanto perch troppo esiga e nulla conceda, ma perch poco spenda i
n fabbriche, in arredi, in pompe di misera magnificenza. Plebe infelicissima, gi
unta a tale di sventura che il vero tuo male
non senti, e l'aggravamento del male stesso invochi a sollievo! Oh, nella tua se
mplice ignoranza, non degna di disprezzo, ma di compassione, e d'amore, come sar
ebbe ancor facile governarti, e a che poco prezzo comprare le tue benedizioni e
il tuo sangue! Ma gl'insensati non sanno l'inesauribile vena di bont che ne' pove
ri petti nascose la provvidente natura; e sulle chine teste della folla agguagli
ata dalla sventura passano come sopra strada selciata, senza degnarle d'un guard
o, senz'avvedersi che sono membra d'uomini vivi, se non quando taluna esce del c
omune ragguaglio, e fa loro intoppo al cammino.
Con tali disposizioni di mente, quanto il popolo italiano sia lontano tutt'ora d
al comprendere la necessit d'un intero rivolgimento, chi che non vegga? Converreb
be istruirlo: e questo non fanno i principi, perch non curano e perch temono: ques
to non fanno, anco l dove possono, i ricchi e gli scienziati, perch non osano o no
n degnano o non sanno; e frattanto spendono gli anni e le ire nel maledire alla
durezza dei principi.
Efficacissimo sarebbe il lume della religione a rischiarare le menti: senonch mol
ti degli amatori del presente non possono di lei amare l'intero e verace spirito

; amplificano la parte che tratta de' propri diritti, quella che tratta de' prop
ri doveri passano leggermente, fanno di Dio un loro ministro, di Ges Cristo un lo
r suddito.
E per imprimere nelle menti pi rozze l'idea d'uno stato migliore, non altro si ri
chiederebbe che porre in luce, e alle presenti ocecorrenze applicare le eterne v
erit del Vangelo. L'amico de' parvoli e degli afflitti; quegli che tanta gioia pr
omise al povero e al benefattore del povero; quegli che il giudizio supremo dell
e umane virt nella beneficenza conchiuse; quegli che ai ricchi crudeli fece suona
re s dure minacce come agl'ipocriti; quegli che tra poveri scelse e la madre e gl
i amici, ai poveri apprest di sua mano i lavacri, a' poveri imband convito della p
ropria carne e del sangue; che a cielo aperto volle nascere, a cielo aperto mori
re; che quant'era pi abbietto nell'opinione degli uomini rese colla creatrice par
ola e con gl'esempii pi splendido d'ogni potest e d'ogni fama; quegli, togliendo a
lle mortali grandezze i fallaci prestigi, volle gittare le fondamenta d'una soci
et, dove la dignit fosse servigio, la ricchezza ministero; dove pertanto nessuno f
osse ricco e nessuno indigente.
Ed cosa importante a notare come il cristianesimo, nell'atto che promove e coman
da gli utili rinnovamenti, prevenga delle innovazioni precipitose i pericoli; pe
rch solo il cristianesimo sa con vincoli meravigliosi congiungere il nuovo e l'an
tico; la diffidenza di s, e la fiducia nelle invincibili forze del vero; l'odio d
ell'errore e l'amor degli erranti. N innovazioni pi pericolose io conosco, di quel
le che la mera utilit consiglia; senza che siano da fine pi alto nobilitate. Terri
bile, pi di cento tiranni terribile, sarebbe quel giorno, che la plebe italiana,
levandosi, combattesse non pe' diritti dell'anima propria, non per la felicit de'
posteri, e per la dignit de' fratelli; ma per un letto pi morbido, per un tozzo m
en duro.
E non liberatore ma cospirator miserabile io chiamo chiunque, trafficando la fam
e o la cupidigia del povero, alla guisa che il seduttore traffica la nudit della
bellezza innocente, gli si fa incontro, e compera l'amor della patria come si co
mpera un tradimento. Vergognoso dare mezzana alla libert la moneta, far dipendere
la pi certa delle cause da una speranza s spesso fallace; tentar di elevare l'ani
ma umana per le vie che la infangano! Bello all'incontro poter dire: "noi siamo
di libert martiri, non mercatori, a questo nome consacriamo l'intero esser nostro
, perch l'anima nostra non conosce nome pi caro e pi venerabile dopo il nome di Dio
. Anco le delizie del vivere la libert porta seco: ma chi non altro in lei cerca
che le delizie del vivere, anco queste trovare disperi. E di queste parlando, no
n per noi ne parliamo; ma pe' nostri fratelli che soffrono, pe' nostri vecchi pa
dri, pe' figli de' nostri amici, per le madri de' nemici nostri, se pur tra uomi
ni italiani abbiamo ancora nemici. Se ciascuno di noi potesse in s come il divino
Liberatore, accogliere le ignominie, i tedii e gli spasimi, dell'intera umanit,
ciascuno di noi anelerebbe a poter con la sua morte espiare l'altrui sventura, a
poterla espiar con la vita".
Queste sono parole terribili, ma dolci, ma degne d'Italiani: e io conosco tali c
he saprebbero profferirle nella potenza e nella modestia dell'anima. Ma son poch
i, pochi sono. Nella dissuetudine lunga delle civili affezioni, nella perdita, a
ntichissima omai, d'ogni nazional dignit, dissociati dal principato, dissociati d
alla nobilt, dissociati da' lor pari stessi, qual meraviglia se la povera plebe n
on si sente pi battere il core al nome caro di patria? Aggiungete le brevi illusi
oni, alternate a frequenti amari disinganni; aggiungete le tante e s fallite prom
esse; poi condannate quegl'infelici se alle grida vostre non rispondono con inni
di gioia riconoscente.
Si dir, nessuna mutazione di stato essere mai compiuta da un popolo tutto di eroi
; agli alti affetti essersi quasi sempre mescolate passioni dannabili; il fine g
eneroso de' pochi bastare a dirigere le braccia dei molti; non doversi badare al
la intenzione quando sia buono l'effetto. E queste cose in parte sono falsissime
e detestabili, in parte vere: ma vere altres, che le rivoluzioni pi fortunate fur
ono inaugurate da intenzioni pi rette; che fin l'ultima plebe, prendendo l'armi,
sapeva dover morire per cosa pi grande che una moneta od un pane, che fin l'ultim
a plebe ha l'anima capace di ispirazioni sublimi.
E quando credeste poter con la speranza del lucro levarla a cose grandi, o vi co

nverrebbe, per adempir la promessa, legittimare la rapina, ed aprire uno steccat


o dove i vestiti e i pasciuti combattessero a morte contre gl'ignudi; o se tale
estremo aborriste, voi dovreste mentire al popolo, e con lusinga crudele inganna
rlo. Chi non vede che, mutato il presente ordine in altro migliore, le nuove nec
essit dello stato, la incertezza, non foss'altro, delle cose avvenire, indurrebbe
ro accrescimento notabile di dispendii e di cure; onde alle pecunarie gravezze v
errebbero a sopraggiungersi e gli uffizi municipali, e i militari esercizi, e, q
uello ch' fra tutte le cose pi penoso a' dissueti, agli assuefatti pi dolce, il tem
perante esercizio de' propri diritti?
Curiamo pacatamente i mali del popolo; non vogliamo, fingendolo sanato, esporlo
a' cimenti di malattia pi rischiosa; non vogliamo per puerile impazienza viziare
le speranze d'intere generazioni. Procediamo con fede. Aspettiamo, non che gli u
omini muoiano (gli uomini son poca cosa!), ma i falsi principii, la speranza del
male. Da questo buon popolo, che pi di noi soffre, impariam sofferenza. Deh che
sotto colore di farlo libero noi noi facciamo e pi misero e pi corrotto!
Cosa venerabile il popolo. Quando dalla squallida veste che lo ricopre, il pensi
ero s'innalza a vagheggiare le vere sue forme, e la verginit dello spirito che ne
l gran corpo eccita il battito di perpetua giovent, si comprende che quivi il fio
re delle umane speranze, nel popolo le virt pi gentili perch le pi forti; nel popolo
il vero amore, perch dalla sventura, quasi da soffio continuo, ravvivato. La sve
ntura larga al misero di dolcezze nascoste alle anime appassite dalla prosperit,
dall'orgoglio, dal dubbio. Ella che alle piccole gioie, che son le pi grate, gli
tien desto il sentire; ella che gli fa soave il bisogno della confidenza sincera
e de' mutui conforti; ella che rende agli occhi suoi pi preziosa la religione, i
l pi vero de' conforti, la pi continova delle felicit.
Libert, rammentiamolo, del pari che felicit, non accrescimento ma diminuzione di d
esiderii: e noi libert cerchiamo per via contraria a quella per cui la rinvennero
tutti i popoli della terra.
CAPITOLO TERZO. RICCHI.
Per guasto che sia, sempre il popolo sano appetto ai nobili e a' ricchi, da' qua
li procede sempre la corruzion degli stati. Se costoro durassero argine alla usu
rpazione de' re, se si offrissero modello di virt magnanime al volgo; n il volgo d
iverrebbe mai servo, n i re tiranni. Ma cedendo da questa parte e premendo da que
lla, alla nazione insegnano cedere, ai principi opprimere: e, disprezzati dagli
uni, odiati dagli altri, ad ambedue le parti sospetti, rimangono vitupero degli
avi, ombre di funesto augurio a' nepoti.
In poche parti d'Europa potrebbero i nobili e i ricchi riacquistar tuttavia tant
a autorit di ben fare, quanta in Italia. Ma non vogliono. E se il popolo, a loro
siccome a vindici di libert, si volgesse; ed eglino timorosi pur dell'invito, vol
terrebbero le spalle, e scusandosi direbbero ai re: noi non conosciamo costoro.
Non parlo de' pochi i quali, abdicato il titolo di nobile, d'altro non si gloria
no che di non somigliare a' lor pari; dico che se i pi divenissero quali non sono
, la faccia d'Italia sarebbe in breve cangiata.
Se fossero in un medesimo desiderio col popolo; se ai fratelli indigenti non gri
dassero: andate in pace, copritevi e saziatevi, ma di coprirli e di saziarli pre
ndessero cura; se il benefizio convertissero in merito altrui ed in proprio vant
aggio, esercitando l'industria del povero, e aprendogli nuove fonti di lucro; se
coll'esempio dell'amorosa compassione e dello zelo virile eccitassero le abbatt
ute anime a pi alti pensieri; se col fatto, con la parola, col silenzio almeno e
con l'assenza delle corti sapessero farsi rispettare al despota, e la causa prop
ria separar dalla sua; certo la gloria loro sarebbe pi splendida ancora della pub
blica utilit.
Ma per ci fare, convien rimettersi in corrispondenza col popolo, e rispettarlo, e
rammentarsi che il compimento d'ogni precetto cos politico come religioso, l'amo
re. Or l'amore dalla ricchezza inaridito nelle anime quasi pianta morsa da anima
i velenoso. E come potrebbero i ricchi amare i concittadini e la patria, se i pi
di loro fin della famiglia l'amore disimpararono? Se non altro che i tristi esem
pi, e la noncuranza crudele e la spensieratezza stolta, e l'arte infernale di tu
tto riferire a s, e le durezze inutili e le sozze provocazioni ai minori, e agli

uguali le ipocrite dimostrazioni d'affetto, e la vile sommissione ai pi ricchi e


ai pi forti, quand'anco nulla abbiano a sperare, nulla a temere da loro; se quest
e e non altre sono le cose ch'e' pongono co' congiunti e con gli amici in comune
?
Il patrizio convien che scacci dell'anima come un rimorso ogni memoria di ci che
fu la sua patria, di ci che furono gli avi suoi: e se questo non fosse, potrebb'e
gli sostener la vista de' palagi ch'egli abita? Il suono del nome che porta? Ter
ra non benedetta, perch beve la pioggia che abbondante in lei cade, e non genera
ch'erbe maligne e vapori pestiferi.
Ogni coltura dell'ingegno negletta dai pi: le arti del bello, mezzane a corruzion
e, non pi ministre a quelle forti volutt che raccolgono in un sospiro una vita. Co
rrotta la fonte de' veri cio de' profondi piaceri, la vita rimane una tediosa ind
agine di delizie, le quali tanto pi si allontanano quanto pi lontano si cercano. E
qual cosa ad intelletto sano pi misera di questi piaceri che nuotano, quasi erbe
fradice sopra morta palude, sull'anima de' nostri felici? Non li sapere alterna
re con alcuna fatica, non li saper dirigere a scopo alcuno, non saper echeggiare
a
quella voce di verit che lo stesso diletto manda al cuore dell'uomo per farlo acc
orto della sublime natura sua; questo il tormento che fa gli sciagurati pi misera
bili d'ogni pi sozzo accattone. Qual meraviglia se a tanta indigenza condotti, s'
ingegnano delle pi vili cose adornare l'essere proprio; se, tra vanit e cupidigia
e paura, non osano in alcun modo significare disistima a quel principato che lor
o stessi opprime ed insulta, e li tiene a s d'intorno come ciurma di servi, e al
suo cocchio li attacca, siccome bestie docili e nitide in giorno di gala?
Qi taluni dell'avarizia, taluni dell'inerzia, taluni dell'ignoranza cominciano ad
arrossire. Gi quel villano disprezzo ond'erano oppressi gl'ignobili di sangue, f
ossero pure e d'ingegno e di virt nobilissimi, scema, ed temperato, se non da amo
re sincero, da pudore almeno, e dall'orgoglio, che a' propri fini vede omai cond
ucevole cammino opposto all'antico.
Ma perch la rigenerazione in costoro si compia, troppe sventure bisognano ancora.
I nobili e i ricchi, anche buoni, spessissimo fare il bene non sanno; o sia che
alla intenzione non risponda l'ingegno; o sia che all'ingegno non aggiunga anch
ee l'affetto; o sia che ciascuno da s solo non osi, e dall'unirsi rifuggano per a
ntico uso o per nuovi timori; o sia che la cura delle cose proprie, miseramente
disordinate, rubi ai pi volenterosi il tempo di curare le altrui. In tal parte d'
Italia tu ritrovi la nobilt collegata tuttavia al principato, la propria credere
inseparabile dalla forza d'un solo: in tal'altra la trovi contenta d'abborrir l'
oppressore straniero, e persuasa d'avere con l'odio e col disprezzo pagato ogni
debito alla patria afflitta. I pi acconci a giovare intanto che si allontanano da
l principato in modo da farsegli apertamente nemici, non s'avvicinano al popolo
in modo da veramente conoscerlo: o nell'avvicinarsi al popolo, si contaminano de
' vizi di quello, senza deporre per i vizi aviti: o troppo nascosti nella solitud
ine, o troppo versanti nel mondo; o di gran lunga superanti la misura della civi
lt comune, o sotto alla comune misura giacenti.
La nuova generazione sapr, speriamo, rifare se stessa. A ci, ripeto, varr la sventu
ra. Ell' che matura il senno, e lo ridona smarrito; ell' che allontana i pericoli
della nuova corruzione, e i cuori corrotti purifica: ell' che sull'anima umana ap
passita, quasi sulle foglie d'albero piantato lungo la via polverosa, spande le
fresche acque dell'alto, e lo deterge, e di verzura pi allegra lo ammanta. Infeli
cissima patria! Nuovi dolori ed insoliti t' forza invocare, che ti rendano il sen
so de' consueti. No, non spenta l'eterna tua giovent: ma lo stato tuo sar misero s
empre, infinattanto che le tue miserie altamente non senta, non senta la bellezz
a de' giorni che Iddio ti destina.
E per scuotetevi o nobili, scuotetevi o ricchi; alla servile vostra condizione, a
l disprezzo che vi aggrava, ai pochi beni che vi restano, ai molti pericoli che
v'attendono, infelici, pensate. Voi, pi che ogni principe, delle rabbiose sommoss
e sperimentaste i flagelli; voi pi che ogni principe, della popolar gratitudine c
oronerebbe il trionfo. Voi fortunati, e noi tutti, se le vostre forze conosceste
, se degnaste voler essere gloriosi e felici! Qual cumulo di gioie nuove, una vi
ta piena di cure liberatrici, di ricambiati affetti, di non pericolosi ardimenti

! Qual missione degna dei figli di Dio, ricreare un popolo, ridonargli l'alito d
ella speranza! Quanti dolci pensieri presagio e frutto della nobile impresa! Qua
nte immagini ispiratrici, all'et giovanile da lei promesse: quante rimembranze ne
i lunghi anni del mesto riposo! Quante ghirlande sul feretro: e sulla tomba, qua
nt'ombra di religiosa e lieta riverenza e d'amore! Voi, dacch pi re non abbiamo n m
agistrati, ma pubblicani e satelliti e prepotenza mutata in costume, voi siate i
rettori nostri. Le nostre sono ingloriose e dure angustie; ma le vostre sono du
re ed infami. Dalla schiavit noi, dall'infamia liberate voi stessi. Ecco vi stend
iamo la mano: la stendiamo con fiducia d'amici, con ansia di sventurati. Non la
rigettate, per Dio. Non vi prostrate sotto il pi che vi calca, per dispetto di no
i sottoposti: non aspettate che queste destre supplichevoli s'alzino minacciose
ed armate. Chiediamo noi forse gran cosa? Volgere uno sguardo di compassione agl
i afflitti, mettere non un grido ma un sospiro di piet per gli oppressi; non coop
erare all'ingiustizia, non ci insultare col lusso, non ci corrompere co' tristi
esempi; questo chiediamo, non altro. Deh come potreste voi dimenticarci, come di
sprezzarci, se tutti abbiamo rinnovellata l'antica fraternit nel dolore? Tutti si
am nobili e siam volgo del pari, perch siam tutti del pari infelici.
CAPITOLO QUARTO. CITT.
Se l'aspetto delle italiane citt fosse col decrescere della gloria loro venuto de
crescendo in magnificenza e in vaghezza, e ad ogni nuova sventura taluno de' mon
umenti che le fanno superbe, la terra avesse repentinamente inghiottito; se tutt
a in somma la regione d'Italia fosse un cumulo di dolenti rovine; e se dalla ved
ova terra spuntassero a un tratto, come per nuova creazione, le torri, i templi,
i dipinti, le sculture, i palagi, le ville; non potrebbero gli animi pi stupidi
rimanere freddi alla vista di tale miracolo. Or il miracolo tutti i giorni si ri
nnovella: e quando il sole ritorna a piovere su questi monumenti la luce di Dio,
noi dovremmo ogni giorno levar l'intelletto dalle miserie che premono l'anima n
ostra, e ricevere dentro una nota almeno di tante armonie. Ma pi che il dolore, i
l tedio ci chiude gli occhi e gli orecchi alle letizie di questo secondo univers
o dell'arte; s che all'animo ne penetra una immagine pallida come di sogno. Quell
a pace che spira da tanta leggiadria e maest insieme unite, si sperde come profum
o di fiore in deserto: e sopra un terreno popolato di simulacri spiranti, di mem
orie immortali, di ceneri eloquenti, d'ombre di santi illustri e di guerrieri ma
gnanimi e d'alte donne, i pi di noi giacciono come sotto la volta di cieco sepolc
ro. Vedersi serrati da quelle medesime mura che bevvero tanto sangue italiano e
tanto straniero; pregare in quei templi dove l'inno della libert vol grato al sign
ore, toccar queste pietre, ciascuna delle quali risponde inudite glorie o inudit
sventure; e non fremere di piet e di vergogna; e all'estrinseca bellezza de' sass
i e delle tele sorridere di gioia schiava, com'uomini esciti di mente, e star pa
scendo l'erba che spunta appi di queste altezze, come il cavallo domato pasce app
i delle altere piramidi; questa sventura, in nessun popolo della terra tanto terr
ibile quanto in noi, perch vissero popoli pi infelici, ma non pi privilegiati del n
ostro.
E pure io spero che non indarno l'Italia tante volte sia stata grande; che sia n
on indarno questo tesoro di rimembranze alle nostre piuttosto che alle altre man
i affidato: e se noi lo lasciamo arrugginire sotterra o smarrire, tutto sperderl
o non possiamo volendo pure, n tutto possono gli stranieri portarselo: e a dispet
to degli altri e di s, la terra italiana sar sempre invidiata; e il disprezzare tu
tti insieme i suoi figli parr sacrilegio stolto e villana vilt. Or se questo , verr
giorno, speriamo, che, aprendo gli occhi e guardando, l'italiano s'accorger d'ess
er chiamato a gran cose; e, come se dopo lunghe escavazioni avesse scoperto i mo
numenti che imparadisano il suo paese e le memorie che lo consacrano; interroghe
r i luoghi e i tempi, e n'avr risposta evidente, perch'egli sar fatto degno d'inten
derla. Adunque finattanto che questi monumenti non dissipa dalla faccia d'Italia
la mano di Dio, in loro io pongo una certa speranza. Son queste le carte compro
vanti la legittimit de' nostri immortali diritti.
Ma frattanto il passato fa col presente pur troppo dolorosa dissonanza. E nelle
nostre citt, siccome gli animi sono dissociati, cos la vita tutta uno strano contr
asto. Palagi accanto a casipole, miseria dura accanto a dura opulenza; leziosa d

elicatezza d'affetti, e freddezza di cuore, venente or da troppo inesercitato or


da troppo esercitato sentire: dalla diversissima educazione, dai vari consorzi,
diversificate le tempre e le indoli troppo pi che a bene ordinata societ non conv
enga. Le quali differenze, allorch la nazione non ha scopo comune, concorrono a s
empre pi scommetterla; a mantenervi una sorda e timida guerra. Il vicino ignoto a
l vicino, gl'inquilini agl'inquilini: legisti, medici, negozianti, dall'utile un
iti, dall'utile divisi: aggregazione, non associazione d'uomini.
Questi, ben sapete, son danni non dell'Italia soltanto, ma, pi che di lei, di mol
ta parte d'Europa. E perch dunque la societ si turba, e nuove cose domanda? Perch v
era societ non abbiamo. Se di questo male sola fosse a patire l'Italia, l'esempio
de' popoli circostanti, quasi aria che fa forza per entrare in spazio vuoto, la
premerebbe al bene, la costringerebbe a unit. Che se in Italia gli effetti d'alc
uni mali si mostrano pi manifesti che altrove, egli perch l'Italia non ha velo alc
uno d'impostura n di boria nazionale n di vittorie recenti, n di materiali forze so
tto un principato congiunte, da coprir le sue piaghe; perch l'Italia, dalle sue g
lorie passate e dalla sua religione collocata spettacolo alle genti, e n il bene
n il male pu patir mediocri; non pu fuggire alla venerazione o allo scherno, dev'es
sere o gogna od altare. Se dunque, dell'Italia parlando, io rammento sventure no
n proprie a lei sola, mia non ma dei fatti la colpa: n, perch generali, tacerle io
dovevo, anzi questa ragione a cercarne pi intimi rimedii, ragione a pi sinceramen
te compiangerle, anzich disprezzarle. Posto ci, seguitiamo.
L'ordine, custode d'ogni felicit, in nessuna parte men noto che nelle citt grandi,
ove pi se ne parla. Ogni
novit, e sia pur misera, accetta; sempre nuovi stranieri, che vengono a perder le
virt proprie e a guastare le altrui, che avvezzano l'uomo a stimare il suo simil
e come un lucro, a gettarglisi addosso come sopra una preda: l'ondeggiare delle
opinioni ad ogni vento d'oltre mare o d'oltre monte: le moltiplicate occasioni d
i amare smodatamente, quindi d'odiare e di disprezzare e la raffinata arte di na
scondere l'odio e il disprezzo, s che le sale eleganti hanno pi ipocriti che non l
e chiese: cagioni che tolgono all'umana natura ogni vigore, la fanno rabbiosa di
cose insolite che non sa definire, non sa conquistare.
Resterebbe alle italiane citt uno strumento di civilt sempre nuovo, e potentissimo
: le arti del bello. gi per opera d'alcuni pochi la musica segnatamente e l'archi
tettura, arte popolare la prima, arte nazionale la seconda, si vengono rinnalzan
do. Ma gli esempi del meglio son pochi: e la schiera degli artisti comuni che og
ni d pi raffittisce, ristringe ogni vanto al farsi artigiana e bracciante, e cambi
are la gloria con una lode coniata in moneta. Ed anche i pochissimi sequestrati
dal gregge, o per bont d'animo condiscendente, o per passatempo, o per vezzo d'ed
ucazione mutato in natura, o per ferrea necessit, tengon dietro all'esempio dei p
i, e col loro proprio lo confermano. Nessuno poi, ch'io mi sappia, propone all'ar
te uno scopo; e cotesto solo trattarla come cosa divisa da ogni sapienza, da ogn
i giustizia, delitto al quale la corruzione dell'arte medesima segue per pena.
Il culto del bello (e in questo nome comprendo ogni fecondo affetto) ormai privi
legio di pochi, non religione di tutti. Quindi le consuetudini popolari, le pubb
liche istituzioni, le pubbliche feste sfiorate di quella grazia che in altri tem
pi le faceva s care, senz'impeto d'amore, languide, mute. O vizio, o vanit, o curi
osit peggio che puerile, od abitudine serva, sospinge gli uomini come pecore ai c
onviti, ai passeggi, alle danze, agli spettacoli, alle solennit della religione c
he celebrate dal cuore sarebbero
pur s belle. Sola, la plebe, l'infima plebe porta ancora in simili intertenimenti
una qualche favilla di poesia poich la plebe almeno le religiose tradizioni rite
nne; e non sa peranco arrossire, come di soverchia semplicit d'ogni franca signif
icazione d'affetto. A noi nulla in tali ocecorrenze pi dice la fantasia, nulla il
cuore: dall'alto de' cocchi, o mescolati alla folla, passeggiamo come in ampia
solitudine; se non che la folla ci vieta godere della solitudine stessa i dilett
i, e volgere gli occhi liberi alla letizia de' campi e de' cieli. Da tali diport
i noi ritorniamo non gi rinnovellati d'amore e d'energia; non gi pi sereni, pi liber
i, pi composti, ma freddi, ma vuoti, ma stanchi. E pure a tutti i popoli che sent
irono la propria dignit fu s cara la gioia dell'essere insieme: e pure tanta parte
di civilt son le pubbliche feste, che l'indole loro dello stato della nazione su

fficiente indizio: e pure la religione e la storia e il cielo nostro potrebbe fa


rle mirabilmente solenni!
Le capitali moltiplicano, i centri dell'albagia cortigiana, dell'ambizione gover
nante, della vanit galante, della presunzione letterata, di quell'orgoglio che vi
ene all'uomo dal credersi, conoscendo poche cose e pochi uomini, disobbligato da
l conoscere e dall'amare la inestimabile variet degli uomini e delle cose. Nelle
capitali s'apprende a disprezzare la provincia, a disprezzare il popolo: n poi le
nostre son tali che vogliono farsi alla nazione originai tipo d'eleganti costum
i. Non sanno far senza lo straniero; e in cose dove il francarsi sarebbe pur fac
ile, dove l'obbedire da nessun tiranno pu esser mai comandato, in quelle appunto
pi chini serviamo. Ligi allo straniero nel foggiar maniere ed abiti cos come nel r
affazzonare costituzioni, altro non abbiamo di proprio che la diffidenza delle f
orze nostre, la diffidenza de' nostri fratelli.
Questa, questa la fonte delle nostre sciagure: noi non ci amiamo, infelicissimi,
noi non ci amiamo. Che giova maledire alla straniera ed alla intestina tirannid
e? Amiamoci. Che giova bestemmiare la provvidenza di Dio, la quale vuole meno co
n sangue e con lacrime, che con amore comprata la libert? Amiamoci, dico. Il temp
o incalza, moltiplicano obbrobriosi i pericoli, il peso dell'onta comincia a div
entare intollerabile. Amiamoci, per piet! Dall'amore avr ispirazione l'ingegno, il
coraggio: con esso sapremo parlare, sapremo morire. Si rincontreranno i nostri
sguardi moribondi negli sguardi d'un fratello benedicenti; e la terr s'aprir per r
icevere il nostro sangue non avvelenato dall'odio, riceverlo germe puro di liber
t e di trionfi.
Ma se cercate amore, entusiasmo, fede; fuggite le citt capitali: ivi l'uomo affet
ta la depravazione, e l'ambisce, e si duole quasi di non saper essere pi depravat
o. Nelle citt di provincia, la natura italiana v'apparr pi natia. Delle terre non p
arlo vicinissime alle grandi citt: non parlo di quella poca schiuma o di nobili o
di galanti, che raccoglie in s quant'hanno di abbietto le grandi, e quanto di gr
etto o d'immaturo le piccole societ: ma dico che nelle provincie, e tanto pi quant
o pi dal centro del governo lontane, gli animi serbano parte almeno dell'antica f
orza. Sar forza o torpida o miseramente dispersa; ma consunta non . E perci appunto
che forza , non sar distruggitrice rovinosa, non temer di parere timida se non com
pie delitti.
Il pericolo si che frattanto la corruzione non invada questi ultimi sacri penetr
ali della nostra speranza. Altro pericolo non men grave che il furore impaziente
de' pochi non ecciti contra s questa forza, la qual tornerebbe terribile assai p
i della ferrea verga tedesca. E per cosa profittevole non meno ai principi che ai
nemici de' principi sarebbe conservare alle provincie il pi che si possa di vita:
e le patrie loro istituzioni come fuoco sacro custodire, e le spente risuscitar
e. N, chi ben pensa, consorzio pi veramente civile di questo delle non grandi citt,
dove gli uomini non distratti da ambizioni smodate, n da continuo solletico di p
iaceri, n da incessanti novit, si conoscono e si reputano gli uni agli altri neces
sari per vivere in pace. Poi nella vita del municipio l'uomo collocato tra la so
litudine e la frequenza, tra la natura e l'arte, tra la citt e la campagna, deve
di necessit conservarsi e meno stupido e meno orgoglioso, meno corrotto e men fre
ddo. Per queste cose io ripeto, che siccome d'una nazione il povero sempre migli
ore del ricco, cos le citt minori son sempre pi vera imagine dell'indole di lei, ch
e non le citt principali.
Altre delle quali in Italia languono in abbietta decrepitezza, alberghi di stran
ieri, ville di lusso, musei d'anticaglie: altre pi giovani, e destinate a grandi
cose, se rammentassero il debito loro, se i cittadini pi ragguardevoli sapessero
non temere l'animosit timorosa de' principi, e non credere impossibile cosa che u
n re non copra del suo patrocinio.
Appunto perch troppo prossimamente aduggiate da' principi, le nostre dominanti, c
om'oggi per derisione le chiamano, son quali le abbiamo descritte: e perci appunt
o giova desiderare che, moltiplicatisi i centri di civilt, l'orgoglio delle metro
poli cada. Il bene allora, nelle provincie latente, per nuovo moto impressogli u
scirebbe a galla, e la terra d'Italia, quasi rivolta da potente aratro, si verre
bbe di se medesima rinfrescando.
Perch grand'errore egli quello de' molti, volere che per impulso altrui questa in

ferma cammini, che il sangue da altri sparso per lei la rinsanichi. No, la liber
t non n prestito n accatto; e tristo preludio alla riverenza
la compassione; no, non pose Iddio a s vil prezzo il pi magnifico de' suoi doni. S
i avvoltolano immemori e gaudiosi nel lezzo dell'ozio; poi tutt'a un tratto s'al
zano per lamentarsi che la perfidia straniera manchi alle millantate promesse, e
non li faccia uomini. Uomini siate. Libert chiedete a voi stessi, al vostro brac
cio, alla vostra coscienza, all'ingegno: libert chiedete alla beneficenza che vi
dar i fratelli, all'educazione che creer i cittadini: il resto chiedete non al ven
to di Francia, non al fumo di Germania, non alla nebbia d'Inghilterra: chiedetel
o a Dio. Questa pioggia che viene dall'alto, non acqua che si derivi da immondi
canali; questo sole che si compera aprendo gli occhi, e levando gl'intoppi che n
e ruban la vista; non incendio del quale occorra portar di lontano le faville, p
erch ci riscaldi. Deh non sia tacciata di credula la disperazione nostra: non cer
chiamo sanit donde ci venne tante volte la morte: non offeriamo il seno di questa
nobile Italia alle infami carezze di chi l'ignora, pi infami che le antiche feri
te. E se migliori non sappiamo essere, n pi lieti da noi, serbiamo almeno tanta di
gnit nel dolore, da soffrire in silenzio, da non guaire come un fanciullo impoten
te.
Ma le forze son poche. Poche non sono: sono inerti; disperse, pugnanti fra s. Voi
non sapete n moverle n congiungerle n conciliarle: non sapete e non volete; e a qu
el fortissimo che solo potrebbe per voi, non alzate il pensiero. Dunque soffrite
.
Dura sentenza, ma irrevocabile. Possono i commovimenti d'Europa della vostra lib
ert essere occasione, non causa: possono ben essere occasione e causa di pi atroci
sventure. Amar lo straniero, dovere: amarlo come fratello, come alleato perpetu
o nella gran lega che Dio strinse fra i pi nemici popoli della terra. Ma pregarlo
invasore; ma dirgli: "Noi vogliamo a te d'ogni cosa essere debitori; ti facciam
o padrone di noi, perch tu ci restituisca signori di noi stessi; ti vendiamo l'es
sere nostro perch tu ci redima; promettiamo di mostrarci sotto le tue bandiere pi
coraggiosi che sotto le nostre proprie non fummo; distendi sulle rive de' nostri
fiumi i tuoi padiglioni, appoggia sul nostro seno il tuo ferro" questo dire, qu
esto dopo tanti disinganni ripetere; - ah troppa, Italiani, troppa follia!
N io li accennati mali fingo od esagero. Ben m' gioia confessare che da alcun temp
o in qua, le opinioni e le consuetudini vengono o mutando in bene, o la funesta
loro efficacia temperando. Le patrie cose meno neglette, le arti pi nobili meno v
enalmente esercitate, l'ozio meno augusto, un pi forte senso di vita ne' municipi
i diffuso, gli odii provinciali men acri, e un'ambizione di miglioramento che pu
facilmente esser volta a nobile scopo. Ma questi son beni ottenuti senza saputa
delle moltitudini, e per meno esemplari; son ben ristretti a picciol numero d'uom
ini, e a molto male, o vecchio o nuovo, confusi. Qiova notarli; ma boriosamente
amplificarli non giova. Troppo lo fa questa nuova generazione che, per vedersi m
eno anneghittita di quella a cui succede, si tiene gi grande e gi gloriosa. E il t
enersi li lontana dall'essere.
CAPITOLO QUINTO. CAMPAGNE.
Ma dal contaminato alito delle sale rilucenti, e dalla preziosa noia de' vizi ci
ttadini, conduciamoci all'aria inebriata della gioia de' fiori, alla libera magn
ificenza de' campi. Qui l'umana natura come il favoloso gigante, toccata la terr
a, riprende la sua dignit: questo riso verginale della sempre rinnovellata verdur
a vi parla di sempre nuove e sempre modeste speranze: questo cielo che si stende
magnifico, quasi tetto ospitale di libert, vi consola la vista offuscata dal tre
mulo lume della scienza superba, che, per parere pi viva, chiude ogni spiraglio a
gli splendori dell'alto.
Ristretti nell'angustia delle forme gl' ingegni, fecero della libert, d'ogni bene
, altrettante immagini materiali; che, appunto perch materiali, sfuggono al godim
ento dello spirito: ma intanto che libert si va tentoni cercando fra le tenebre d
el dubbio, e nel torrente degli odii e nella mota de' sistemi; intanto alle nost
re porte chi gode della libert pi pura gli effetti: la pace dell'animo, la fede, l
'amore.
La famiglia non , grazie al cielo, nelle campagne cos disfatta com' nelle case di m

olti liberatori. Gli affetti degli uomini dove son eglino pi disgregati: sull'aia
del mietitore, o ne' gabinetti de' cospiranti? Dov' la modestia, la perseveranza
, l'abnegazione di s, condizioni a libert necessarie? La parte del popolo italiano
pi degna e d'ottenere sorti migliori e di tentarle, dai principi meno temuta, da
' nemici de' principi men curata. E, come avviene nel mondo, meno si lagnano que
lli che pi di lagnarsi materia avrebbero; meno ambiscono quelli a cui di maggiori
beni s'apparterrebbe il diritto.
La campagna sinora ne' rinnovamenti sociali ebbe s piccola parte, perch a questi r
innovamenti andavano congiunte tante grandi sventure, che il non avervi cooperat
o, alle virt di quelle generazioni innocenti fu premio e fortuna. Patirono, vero,
delle rivoluzioni gli effetti; ma non ne patirono il tormento pi orribile, i dis
inganni: soggiacquero a tirannidi d'ogni maniera; ma l'abitudine del soffrire, l
e consolazioni del domestico affetto, le religiose speranze fecero ad essi men d
ure spine di quella via che a noi l'ozio, l'indifferenza, l'orgoglio, la scienza
stessa rendono tanto affannosa. Soffrirono e soffrono, guardando alla terra che
dovr tra poco accogliere il cenere stanco, guardando al cielo ove siede il padre
degl'infelici, e il giudice degl'ingiusti. Soffrirono e soffrono nella consolaz
ione di operare e di meritare alcuna cosa nel mondo, non nella stolta credenza c
he la tirannide sia insuperabile impedimento a virt. Ma quando gli uomini saprann
o e di che si sdegnano e perch combattono, quando le temerarie congiure daranno l
uogo ai solenni giuramenti delle moltitudini innanzi agli altari adunate; quando
le rivoluzioni impareranno l'arte non solo d'abbattere e di sconvolgere, ma d'e
dificare e di stabilire; quando insomma della politica libratrice, cos come della
aggiogatrice, pochi non saranno i sacerdoti e molte le vittime, allora s'alzer la
pi eletta parte del popolo a profetare i destini d'Italia; e riceveranno con gau
dio la novella parola e la feconderanno con l'amore e col sangue; allora il mani
polo del povero coltivatore sorger sopra gli altri; e quello sar giorno d'augurio
infallibile; e da quell'anno prender la novella ra italica il corso suo.
Ma prima che queste cose succedano, altra sventura, e la pi mortale di tutte, pot
rebbe accadere: che i contagi dell'esempio, e questa larva di civilt che coll'org
oglio del miglioramento ci fa essere senza vergogna peggiori, corrompessero le i
taliane campagne. Se le comunicazioni da luogo a luogo agevolate, se certe comod
it della vita ne' villaggi diffuse, se insomma i materiali effetti della civilt fo
ssero dalle istituzioni e dall'educazione moderati per guisa da rendere pi avvedu
te le menti, non pi cupide; allora la civilt che noi vediamo lenta e quasi insidio
sa serpeggiare nel contado, gioverebbe, come scintilla elettrica, farvela scorre
re in un baleno.
La parte del popolo veramente possente per nerbo di braccia e per costanza di cu
ore, risponder sempre languida ad ogni voce di libert; se la voce de' preti a libe
rt non li chiama. Ora i preti non sono dai pi tra gli amici della libert n stimati n
degnati d'uno sguardo.
Molto a tal fine, giova ripeterlo, molto potrebbero i ricchi. Educare la famigli
a rusticana; educarla con la parola fraterna, con l'esempio di miti virt, con ist
ituzioni che insegnino la parsimonia, la previdenza, con novit sempre innocenti e
d evidentemente proficue; educarla alla conoscenza delle patrie leggi, al sentim
ento de' civili diritti, all'arte di scernere il vero dal falso, i doveri che im
pon la natura e Dio, dai doveri che infliggono i capricci degli uomini; vincere
la sua deplorabile incuria degli utili comuni; ai bisogni dell'intelligenza sodd
isfare, dopo gradualmente eccitatone lo smarrito sentimento; le sorti dure del v
illico migliorare, antivenendo le leggi; alla elezione buona de' parodii provved
ere, e alla loro dignit; tenere il contadino lontano dai cittadineschi contagi, e
rendergli onorato ed accetto lo stato suo; seco convivere, reputarli essenzial
parte della felicit propria; aggregare insomma il popolo alla nazione, aggregando
se stessi al popolo come a nobile ordine cavalieresco: questo l'ufficio de' ric
chi. Fuggano a rinfrescarsi nelle correnti perenni della santa natura, a ingenti
lirsi nella sincerit degli affetti, ad elevarsi nella semplicit delle gioie; ad im
parare il buon uso di quella ricchezza che sola preziosa, il tempo; a sentire co
me il miglior diporto sia la variet de' lavori, come la rendita migliore sia la p
arsimonia del vivere; come l'amore de' fratelli sia il benefizio pi vero e di pi c
erta gratitudine ricambiato. L sotto quelle ombre agitate dal vento, l nel teatro

de' silenzi! notturni, rientrando in se stessi, le proprie miserie conoscerebber


o, sentirebbero le calamit della patria. Alla campagna, sciagurati! Finch non vi r
ibattezziate in que' puri lavacri, sarete maledetti, insopportabili. I vostri an
tenati, violenta e ladra generazione, ma coraggiosa almeno e robusta, dalle citt
fuggivano per combattere le giovani libert: voi la citt abbandonate per ridonarle
speranza di altre giovani libert, per fornire a voi stessi franchigia di ben fare
.
Ma coloro che sperano poter donare nuova vita alla patria, o trascinando seco al
primo segnai di sommossa il popolo abitatore dei campi, che non li conosce, o l
asciandolo spettatore ozioso delle cittadine querele, si ravveggano costoro del
folle consiglio. Che a favor vostro, di voi che non li amate, s'armino in un sub
ito, vana speranza: ma se stessero a riguardarvi in silenzio, sarebbe pessimo au
gurio. Guai quand'un popolo d'argomenti abbisogna per farsi libero!
"Noi non vi conosciamo, non intendiamo le vostre dottrine. E altra volta fu grid
ato libert: ma con qual animo? con quale successo? Voi vi annunziate liberatori p
i fortunati e pi santi: sia. Mostratemelo intanto. Beneficateci, coprite la nudit d
e' nostri figli, ascoltate le nostre querele: e se altro non potete, piangete co
n noi, sedete almeno una volta alla nostra mensa; parlateci. Parlateci: degnate
sapere i mali che di sanare intendete; fate che non vi sieno ignoti coloro che d
ite fratelli. Parlateci. Ma voi ci disprezzate in cuor vostro: la nostra miseria
v'ispira non piet ma ribrezzo, la nostra semplicit, non riverenza ma scherno. Voi
ci disprezzate, infelici. Voi nel fondo dell'anima, vilipendete quella religion
e ch' l'unico nostro bene; e se poteste, vorreste rapircela. La vostra libert latr
ocinio, l'umanit vostra barbarie: voi siete tiranni. Lasciateci in pace: poich nul
la donar ci potete, non toglieteci Dio. Quegli vero liberatore ed amico: di lui
parlateci, e v'intenderemo; nel suo nome stendeteci la mano, e la stringeremo".
CAPITOLO SESTO. DONNE.
Fondamento e norma della citt la famiglia. Or le famiglie pi povere sono, in Itali
a cos come dappertutto, le pi virtuose: e ci conferma quel che gi dicevamo, essere n
el popolo, non altrove, la nostra speranza.
Quali siano le pi tra le mogli de' ricchi, gli effetti cel mostrano: divorate dal
vermine della noia, schiave dell'apparenza, schiave degli umani pregiudizi, sch
iave di straniere consuetudini nel vestire, nel cibo, nel linguaggio, negli atti
. In nessun nobile pensiero atte a trovar distrazione dalla propria miseria; non
ad altro potenti se non a fiaccar l'anima degl'infelici che senza compassione s
tanno loro d'intorno. Ed questa la donna, la maestra de' gentili pensieri, l'ang
elo della consolazione, la rivelatrice all'uomo dei secreti dell'anima sua? Ques
ta da cui dipendono la pace della nostra vita, il destino de' nostri figli?
Quali io le ho dette, no tutte non sono; e meno in Italia che in Francia: ma son
o ancor troppe; son quelle che pi traggono a s gli sguardi, delle quali pi contagio
so l'esempio; quelle che pi s'aggirano nell'angusta sfera che dicesi alta societ,
dal cui rivolgimento creduta dipendere la fortuna delle nazioni; quelle che pur
talvolta pensano libert, che sovente ne cianciano. E di libert recano auspizi l'in
erzia, la vanit, l'affettazione del male, la debolezza de' corpi, delle volont, de
' pensieri. Di libert parlano; e menano in feste di danze e d'amori la vita, inta
nto che le migliaia languiscono, e torbido s'affaccia il presente, e lampeggiant
e fra le tenebre l'avvenire. Trovassero almeno una lagrima per tante sventure! M
a in esse l'amore di novit moda straniera: la libert vagheggiano come divertimento
dalle noie presenti, come solletico di volutt.
Se i despoti ai pi tra coloro, che libert vagheggiano, dicessero: "Libert chiedete?
L'avrete ad un patto. Non pi lusso insano, non pi conversazioni stupide, non quot
idiano teatro. La pi ricca e delicata di voi dovr contare le ore con opere fruttuo
se, educare da s i propri figli, delle cose domestiche prender cura; cercare i po
veri come cerca ora i piaceri, beneficarli non solo col pascerli ma col farli mi
gliori, beneficarli onorandoli di vero cuore; dovr con la cittadina alternare la
vita campestre; dovr, compiuti i doveri, conoscere i propri diritti, ed esercitar
li e insegnarli alla propria famiglia; e e i diritti del povero ignorante, dell'
oppresso ignorato, difendere". - Se questo dicessero i despoti, e soggiungessero
poi: "Chi del nostro governo pacifico si contenta, avr noie condite di rimorso,

e sonnifere melodie, e passeggi immobili in cocchi eleganti, e diritto d'effemin


arsi e d'imbestiarsi a grande agio; potr pascere di latte venale i suoi figli, e
affidare l'anima loro ad anima venale; potr dai sudori del povero trarre alimento
a preziose vergogne; e potr comprare l'oblio de' diritti con l'oblio de' doveri,
e potr disprezzarci purch si renda egli primo spregevole, e ci porga in tributo,
e ci porti in ostaggio l'ozio suo, le sue congratulazioni bugiarde, il suo codar
do sorriso". - Se cos parlassero i despoti, dite qual sarebbe la vostra risposta?
e quale la scelta?
Abito , non impeto la passione in costoro: son essi che la vanno frugando, la sol
leticano, invece di esserne solleticati. L'intelletto dell'amore, l'affetto dell
'amore, l'immaginazion dell'amore, non hanno. Il lungo secreto sospirare ad un i
ncognito bene; i fantasmi della memoria per lontananza confusi e mutati in idoli
aerei di speranza; que' sensi a cui le parole non bastano, or s profondi, or s al
ti, or s tenui che fuggono all'anima stessa di chi li prova; que' lampi di pensie
ro che mostrano un mondo interminato d'idee, come in un grido inarticolato o in
un cenno s'asconde materia di parole innumerabili; que' fremiti di pudore che ab
belliscono fin la colpa e racconsolano l'anima errante nella coscienza di sua no
n affatto smarrita dignit; que' piaceri innocenti che il cielo non nega anche ad
un amor non puro, e che sono i pi ardenti, i pi memorabili; que' moti repressi per
ch non trovano corrispondenza n pur nell'oggetto d'un degno amore; e le soavi lacr
ime dell'amor che comincia, e le lacrime amare dell'amor che teme dover morire,
e le lacrime sublimi dell'amore che lascia l'anima vuota di s, piena tutta di nuo
ve rivelazioni e di nuovi dolori, quante sono di voi che per prova le intendono,
sventurate? Quante di voi che possano farne malinconica consolazione ai lunghi
e deserti anni senili, e scuola all'et giovinetta che sulle vostre orme s'avanza,
e o disprezzate vi calpesta, o v'incalza imprecate alla tomba?
Incominciano (l'avvertiamo di buon grado), incominciano, anco tra ricchi, alcune
anime pi gentili ad arrossire di s misero stato: l'educazione si fa meno ignobile
: la donna gi sente essere chiamata anch'essa a nutrire l'indebolito spirito di p
i forti pensieri. Ma gli esempi (ripeto) son pochi, e (come la virt sempre suole)
modesti.
Frattanto la confusione degli ordini sociali che, operata dalla virt, sarebbe mas
simo bene, operata dalla necessit, dal caso, dal vizio, i mali nostri moltiplica.
E gli stolti trastulli, la leziosa gentilezza, gli artifizi del male, si vengon
o dalle nobili alle ricche e dalle ricche a quelle che ricchezza ambiscono, e da
quelle che ricchezza ambiscono
a quelle che si vergognano della povert, diffondendo. Non solo la passione impedi
mento a virt; ma l'imitazione, la vanit, l'avarizia, l'invidia. E queste misene i'
tacerei se alle miserie politiche non si riferissero come causa ad effetto; tac
erei se quella parte della nazione ch'io sempre nomino con riverenza, non fosse
da queste miserie ogni d pi minacciata.
La poveretta, che, lieta del suo pudore, passava, guardando pi a Dio che alle pro
prie sventure, dalla chiesa al talamo e dal talamo alla bara, or s'infosca in de
siderii rei, in sciagurate speranze. Ora tardati, or fatti impossibili dalle amb
ite doti, e dal terrore della voragine coniugale, i matrimonii: ora precoci e im
meditati, e dalla benedizione de' padri, e dall'esempio delle madri non consacra
ti. Inesperta de' reciproci doveri e diritti, la coppia infelice si trova aggiog
ata, n sa come o a qual fine. O la noia, o i sospetti, o la miseria, o nuove pass
ioni che sorgono nel non soddisfatto animo, fanno procellosi i giorni, disperate
le notti, tetri i d festivi, ogni trastullo fonte di nuove amarezze: e, quel che
non potrebbe la miseria estrema, convertono in abito l'infelicit, le smanie del
dispetto in natura.
Oh chi pu dire gli affanni che all'uomo e alla donna prepara un'educazione svogli
ata ed improvida, la qual non sa farci n liberi con dignit n schiavi con pace? Chi
pu dire quali sciagure minaccino un popolo dove un matrimonio non fosse pi n sacram
ento divino n contratto leale n traffico utile n passione sincera n breve giucco, ma
pur conservasse la dignit del sacramento, la rigidit del contratto, la bassezza d
'un traffico, la terribilit d'una passione, la ridevolezza d'un giucco?
La famiglia, ecco la vera costituzione della cosa pubblica. Quando la donna schi
ava insieme e tiranna, schiavi a vicenda e tiranni non i principi solamente, ma

i cittadini presso che tutti. Perch se i due mali, tirannide e servit, non fossero
insieme confusi, e non ne partecipassero governanti E governati, non avrebbero
vita cos tenace com'hanno; e se i re non ubbidissero al male, saprebbero non esse
re indocili al bene; se i sudditi non si compiacessero nel soverchiare e nel dis
pregiare i loro pari, non sarebbero da' re con tanta impudente vigliaccheria con
culcati. E una tra le radici della schiavit, ripetiamo, la donna. Se nella famigl
ia non s'adempie l'antico precetto, ch' pur sempre nuovo, l'amore, la libert non p
u che accrescere agl'odii licenza, e alle forze dissolventi efficacia. E laddove
gli animi non reggono al peso delle domestiche cose, ogni peso che loro si sovra
pponga, li trover curvi e stanchi. Inetto a educare se stesso, come potr l'uomo av
er cura sapiente de' figli? Divorata da inenarrabili e mal tollerati dolori, la
donna come potr far serena di s la famiglia, nutrirla di coraggiosa e nobile since
rit, d'affezioni n ligie n prepotenti? Dove impareranno i figli la sapienza che sol
a fa grandi gli uomini, sola le repubbliche grandi, la sapienza del cuore? Piang
iamo sui mali di queste creature infelicissime, perch mali nostri: piangiamo sull
a loro disperata e inquieta rassegnazione, perch simile alla impotente inquietudi
ne ed alla forzata menzognera pace d'Italia.
Da tante calamit quale scampo? Uno solo. E l'ho gi detto pi volte. Vieto rimedio, m
a unico, inefficace perch non curato. Che se tanto forti sembrate a voi stessi, d
a poter rigettare la religione come soccorso inutile; rispettatela, perch la donn
a ha bisogno di pregare come ha bisogno d'amare; rispettatela perch la religione
sola ha fatto un dovere della felicit, del piacere una virt, dell'amore una santif
icazione, della donna un angelo, della sua sommissione un trionfo, delle sue lac
rime un inno, degli obblighi suoi le speranze della patria, de' suoi diritti i d
iritti del genere umano. Se per amor di voi stessi, per amor delle mogli e delle
sorelle vostre rispettarla non sapete, infelici; rispettatela almeno per piet de
ll'Italia.
E qui pi che altrove mai, parmi luogo d'insistere sopra una verit che i politici d
i tutte le parti del mondo sembrano ogni d pi disprezzare; e ogni d pi manifesta ric
evono del disprezzo la pena. Non ne' gabinetti e non negli accampamenti si libra
no i destini d'un popolo; no, tanto non possono la frode o la forza, i capricci
di pochi superbi o le ciance. L'anima della nazione sta nelle sue mani stesse: l
a politica vera si esercita continova, onnipotente, nella Chiesa, nella casa, ne
l cuore. Le pi grandi forze della natura son le meno palpabili: le cause de' pi mo
lteplici effetti son le pi semplici nell'intima natura loro. Diplomazia, polizia,
re, governi; fantasmi! Nulla al mondo che sia vero e durevole tranne la fede e
l'affetto. Costituzione, repubbliche, guarentigie d'ogni sorta, son forme, son c
olori, son mezzi. Con tirannici stenti ed ire e terrori innalzerete un edifizio
novello; e l'edifizio cadr fatto in polvere dal sospirare d'una donna, dall'incia
mpare d'un parvolo, dal pregare d'un vecchio.
CAPITOLO SETTIMO. MAGISTRATI.
Che l'esattore straniero, che i principi servi alla straniera vilt sieno quali no
i li sperimentiam tutto giorno; certo, non italiano che non debba sentirne dolor
e e rossore: ma che uomini tali rinvengano tra gl'italiani stessi gente a servir
li disposta; che l'ambizione o la cupidigia possano spegnere nella coscienza di
tanti ogni senso di dignit, quest' la vera nostra piaga e vergogna. Volesse Iddio
che in pochi uomini fosse la colpa de' mali d'Italia, che i veri suoi tiranni no
n fossero sparsi pel corpo di fei, come insetti schifosi, instancabilmente stris
cianti, che i nostri nemici non sedessero alla medesima mensa con noi, non s'int
erponessero quasi fiume d'oblivione fra i principi e il popolo; ciurmaglia tanto
noncurante e tanto abbietta da alleggerire le infamie de' principi. Son essi ch
e noi tradiscono e loro: son essi la mano che lega e ruba, e volge le chiavi del
la vendetta. Tolta l'ampia base, la quale tanto pi s'allarga quanto pi prossima at
terra, di questa piramide che ci schiaccia non rimarrebbero che rovine.
Nobili e popolani, amministratori e giudici, esattori e soldati, per lucro, per
vanit, per abitudine, per paura, partecipano a' danni nostri e de' principi in qu
ella scellerata congiura. Se ciascun di loro osasse pure una particella del vero
che sanno manifestare, non principe che, non foss'altro, per amore di s, non des
se luogo a pi sani consigli. Se gli umili rapporti del senato lombardo-veneto sov

r' altro argomento versassero che la foglia de' gelsi, e simili cose; se le vene
ratissime sovrane risoluzioni non fossero senza alcuna querela ai popoli imposte
, se i camerieri d'onore, e i camerieri secreti di cappa e spada, e i protonotar
ii, e i maggiordomi de' sacri palazzi apostolici, e l'altra genia cos fatta osass
ero far suonare un suono di quel vero ch' secondo la vera piet; no, non reggerebbe
al peso del disprezzo pubblico il buon sacerdote, e la stessa arroganza tedesca
di se medesima tremerebbe. Ma come potrann'altri arrossire de' propri apparenti
vantaggi se voi non arrossite de' vostri veri ed ultimi danni? Se il danno comu
ne ad utilit vostra recate? Ond' che i principi, all'aspetto di tanta codardia si
consolano, da voi giudicando il gregge intero; e i sudditi vedonsi traditi dai l
or tutori e fratelli, o s'abbandonano in disperato letargo, o sognano sogni di s
angue. S: delle tirannidi"
delle rivoluzioni che hanno attristata e forse attristeranno l'Italia, ne' magis
trati italiani, pi che in altri, la colpa.
Finch i destinati alla tutela de' municipali diritti getteranno essi diritti quas
i soma inutile, li convertiranno in catene di volontaria servit; finch gli amminis
tratori delle pubbliche rendite non intenderanno quali siano le utili spese, qua
li i ruinosi vantaggi, quali gl'insensati risparmi; finch tra giudici non sorger u
no mai cui la lunga esperienza, invece d'indurare, abbia ammollita l'anima, cora
ggioso a denunziare la mole indigesta e la difformit ripugnante e l'incivile seve
rit delle leggi, finch tra gli ascritti agli ordini militari, uno mai non lever la
voce per dire l'ignoranza stupida in cui quegli sfortunati si giacciono, e l'ine
rzia corrompitrice, e la solitudine da ogni patrio e domestico affetto, per dire
come sieno peso alla nazione e piaga profonda; finch non mancheranno uomini s sve
rgognati da assoldare i delatori e capitanare gli sbirri, uomini che mercanteggi
ano sulla deiezione della nostra natura, uomini che braccheggiano il delitto sic
come preda; finattanto che il titolo di commissario di polizia non diverr pi orrib
ile cosa che il titolo di sgherro e di carnefice (poich il carnefice strozza un u
omo, e costoro uccidono la dignit della specie; il il carnefice divide il capo da
un busto, ed essi la societ dilacerano a brano a brano); finattanto insomma che
i ministri della podest pubblica i lor diritti e doveri riferiranno non ai govern
ati, ma al governante qual ch'egli sia, la salute d'Italia sar disperata.
Carlo Alberto promulga una legge colla qual vieta entrino nel regno libri sedizi
osi, ritratti ribelli; e lo vieta sotto pena d'un anno di catena, e di due anni
e di tre; sotto pena d'un anno di galera, di quattr'anni, di cinque. Chi non den
unzia il possessore d'un foglio ove Carlo Alberto sia chiamato vile, carcerato d
ue anni, multato, e la met della multa al delatore; e il nome del delatore se pur
e, ad imitazione del re, non presceglie pubblica infamia, celato. Cos risponde Ca
rlo Alberto alle minacce che doppiamente grave gli fanno quell'ignominiosa coron
a. Posto sui confini di Francia, sui confini di Svizzera, re di citt marittime a
cui tutto giorno approdano novelle e idee e interessi pi sediziosi d'ogni parola
stampata; assordato da voci che tutt'intorno gli gridano la sua bassezza; egli m
inaccia galera, e catena a chiunque osa incidere un'immagine di lui, e scrivergl
i sotto Carlo Alberto, l'ipocrita; a chiunque osa possedere un'immagine di Carlo
Alberto, l'ipocrita, a chiunque osa leggere un consiglio severo a lui diretto,
e non ha l'anima s venale da mandare per tali delitti un suo fratello alla catena
ed al remo. Questo fa Carlo Alberto. E non vede che se il fischio della galera
e il nero pan della carcere pena dovuta agli uomini che lo infamano, a lui primo
dovuta. Ma quella sentenza non dal solo re sottoscritta; porta quattro altri no
mi: Caccia, Pensa, Barbaroux, l'Escarne. Un principe che temesse la taccia non di
co di iniquo, ma di stolto, dopo aver domandato ai suoi ministri intorno a siffa
tta legge consiglio, pur per provarli, e fattala di loro mano sottoscrivere li d
oveva incontanente dalla sua presenza scacciare come traditori o come usciti di
senno; e lasciare ad essi la scelta tra la galera e lo spedale de' pazzi; mostra
re al suo popolo quella carta, e dire: io ho fatto sperimento della mia calamit e
della vostra; ho fatto le viste di voler cosa stolta e crudele; e conobbi che u
n cortigiano non rifugge da cosa alcuna che sia stolta e crudele. Io vi do quest
a carta da riporre non negli archivii miei, ma ne' vostri; e vi fo sapere come c
oloro che non dubitarono di soscrivere alla mia infamia, si chiamano: Caccia, Pe
nsa, Barbaroux, l'Escarne. Ma quello che Carlo Alberto non fece de' suoi ministri

, sar fatto e de' suoi ministri e di lui. E que' suoi quattro che con tali puntel
li credono sostentabile un trono, possono riposare nella fiducia di non peritura
celebrit. Quand'altri vorr rammentare un consigliere imbecille o un decreto impot
ente, gli correranno al pensiero: Caccia, Pensa, Barbaroux, l'Escarne.
Ma per vie pi spedite il re di Gerusalemme alla sua meta cammina. Un Carlo Albert
o, aguzzature di quella mannaia, alla quale, dodici anni or sono, era sottoposto
il suo collo; un Carlo Alberto per doppio rispetto simile al boia, in quanto uc
cide egli che poc'anzi doveva essere ucciso; questo spettacolo da mettere compas
sione nei pi accaniti nemici del re, in vedere s miseramente avvilita l'umana natu
ra. Non coscienza del diritto quella che in costui fa crudeli gli sdegni, la med
esima cupidigia che spinge l'assassino ad uccidere chi gli contende la preda. Ca
rlo Alberto, mascherato da re legittimo, gesticola scene di sangue.
Se non che il tocco miracoloso del seggio reale Io purific dalle antiche macchie:
egli santo. Crede alla propria divinit; conta i propri diritti con quel raccogli
mento che conta in chiesa le Avemmarie del coroncione donategli da Sua Santit: Ca
rlo Alberto ha coscienza di re, Carlo Alberto trucida di buona fede i ribelli. M
a che uomo tale rinvenga ne' sudditi suoi, giudici obbedienti, ch'egli non sia d
i propria mano costretto a carcerare i lettori della Giovine Italia; quest' di ch
e giova farvi avvertiti se mai non sapeste. Ogni uomo onesto dovrebbe, giunto a
tal passo, interrogata la condizione de' tempi, parlare un franco linguaggio e d
ire: "Questi che voi dinnanzi a me strascinate, saranno, o principe, colpevoli v
eramente, io lo credo. Ma costoro hanno e in Italia e fuori compagni pur troppi:
n tutti finirli dato a forza di re. I quali compagni potrebbero forse per vie mi
gliori conseguire vittoria; e noi giudici, e te primo, o principe, condannare a
morte, seguendo l'esempio nostro. Tempo di ricorrere a rimedii meno somiglianti
alla muta crudelt delle fiere. L'ordine pubblico e la sicurezza de' cittadini fur
on pretesti tante volte recati a coprire il terrore e le cupidit de' tiranni, che
ormai pochi credono a queste parole pur con sincero animo profferite. Or chi mi
dice che cotesti sciagurati appunto, che io veggo incatenati dinanzi al mio tri
bunale non siano i pi improvidi di tutti, e i men rei? Come potr io penetrare nel
secreto de' cuori? Come sceverare la malignit profonda dell'animo dai traviamenti
momentanei della passione, dall'ignoranza o dalla debolezza dell'intelletto, da
i prestigi dell'immaginazione abbagliata? Come potr io, pi severo di Dio stesso, t
roncar quella vita che Dio gli lascia, forse a correggimento di s, forse a bene d
i molti? Come stringere in angusto spazio l'anima d'un infelice, comandarle che
in un attimo cambi affetti e pensieri; e forse nell'atto ch'ell'odia o dubita o
maledice o dispera, mandarla al tribunale di Dio? E perch compiere quest'ufficio
di demone pi che di giudice? Non per assicurare da' pericoli imminenti lo stato (
la carcere gi l'assicura) ma per insegnare altrui la virt col terrore. Trista scuo
la e impotente maestro! Quali frutti produca l'albero del patibolo, cel dicono i
passati secoli, e il nostro lo grida. Ed io per accrescere odio al mio principe
, per chiamare sul capo de' colpevoli stessi pi Scellerati la compassione degli u
omini, mi far pi che Dio, e men che schiavo? Io con un pensiero nella fredda mente
concetto, librer le arcane passioni d'un'anima concitata? No: tanta potenza, non
m' concessa; io la rigetto da me come peso intollerabile, come pericolo di etern
i rimorsi: la rigetto per amor del mio re. Altri pi coraggioso l'assuma. Io stess
o la riprender forse un giorno, ma quando? Quando i re avranno in modo felicitata
l'Italia, che ormai chiaro si vegga, ogni apparecchio di sommossa essere insidi
a scellerata; quando i popoli potranno e apertamente lagnarsi, e sinceramente gr
idare che sono contenti dei re; allora forse il mio nome scritto appi d'un foglio
potr convertirsi in un istrumento di morte".
Ma prima che i giudici nostri osino tale linguaggio; i despoti libert parleranno.
I pi degli uomini che in paese schiavo accettino un pubblico uffizio, si tengono
in debito di vendere all'altrui volont il tempo, l'opera, la parola, ogni diritt
o fuor che quello de' lucri. Altri affetti nutriranno forse in lor cuore, altre
opinioni forse accarezzeranno ne' crocchi fidati: ma contro gli affetti e le opi
nioni proprie sapranno al bisogno operare. Al ribelle non ancora sospetto arride
ranno il sorriso del vile; il ribelle scoperto e impotente, con tranquillo animo
condanneranno. Ve chi reputa stolte e ingiuste le leggi; e pure l'adempimento n
e impone, e la violazione di quelle punisce; v' chi sa e chi dice spregevole il s

uo principe, e pure augura con amplificazioni di vilt squisita, di adulazione non


chiesta, lunghi anni e felici al paterno dominio. Commedia la vita loro; nella
penna, nella toga, nell'ubbidienza, nell'impero, nel principe, nel popolo, non a
ltro veggono che una moneta. Venga un nuovo padrone e li tenga servi ai medesimo
salario, non sar men caldo lo zelo; il salarie scemi, ecco sudditi men devoti: c
resca, ecco levata in estasi la vilt: pencoli, ecco l'armento levar le nari, come
al sopravvenire della tempesta, e fiutare il vento, da qual parte minacci. Albe
ri che non hanno radici, paglie ad ogni aura docili. Un cane, appetto loro, un e
roe.
Coraggiosi talora al male per private passioni od utilit, al bene restii; in ozio
se fatiche logoranti la vita. Scelti il pi delle volte non de' migliori ma de' pi
impronti, de' pi piaggiatori, de' pi accorti a procedere per oblique vie ed a leal
i uomini sconosciute, qual maraviglia che, pur volendo, non sappiano tentare il
meglio? N solo fra i giudici del villaggio e i commissari di polizia, l'ignoranza
ha i suoi fidi: li ha fra i giudici della vita e della morte; li ha fra i censo
ri della sapienza di tutti i paesi e di tutti i secoli; li ha fra governanti d'i
ntere provincie, fra i regi ministri. Io non credo siano al mondo leggi, sentenz
e, decreti, stesi in lingua pi barbara, con pi strani ragionamenti, con pi affettat
a goffaggine, delle leggi, sentenze, decreti dei principi e magistrati d'Italia!
O Villamarina! O segretario della guerra e della marina nella corte del Re di S
ardegna, io prometto infallibile a te l'eternit della fama, siccome ad uno de' pi
singolari scrittori che fra suoi singolarissimi l'Italia vanti. Le parole da te
dirette ai soldati improvvisamente chiamati sotto le insegne, vivranno: vivranno
documento d'una miracolosamente spaventevole imbecillit. "Mentre il primo bionde
ggiare dei campi, gli occhi ed i pensieri lieti vi portava sopra la falce di mes
se; da cui teneri ed affettuosi rivolgendosi alle famiglie vostre, dolce in cuor
e vi si accendeva la speme, che felice negli agricoli lavori... Spirava Maggio a
llorch foste chiamati: il dieci di Giugno vi trov incorporati gi nei rispettivi reg
gimenti... Ben potevate negli evoluzionanti battaglioni il pareggio sostenere co
' vecchi vostri fratelli d'arme. Il suggello di collaudazione
voi apponeste cos al piemontese militar sistema... Sappiate che assai pi che nei m
atricolati ruoli de' corpi impressi stanno nella sovrana sua mente li vostri nom
i". Cos scrive un ministro di Carlo Alberto. Ed bello vedere di tanta abiettezza
fatta interprete tanta barbarie.
Se le sorti d'Italia mutassero, certo non sarebbe difficile trovare ministri e m
agistrati migliori d'un Villamarina, e de' pari suoi. Ma i presenti, anche buoni
, dalla consuetudine prava condotti, de' vizi comuni pi o meno deplorabilmente pa
rtecipano. Non tutti, vero, ambiscono mostrarsi nell'avvilire le citt pi zelanti d
e' despoti stessi: non tutti considerano l'uffizio loro come un arco sempre teso
contro le prone e pur nemiche moltitudini. Se ne contano, vero, non pochi, che
sebbene, i debiti di magistrato separando interamente dai debiti di cittadino, d
elle leggi la ragione non cerchino, pure nell'osservarle con zelo, risparmiano i
l pi che si possa i diritti del popolo, con l'incuria non l'offendono, con la sop
erchieria non l'irritano. Ma, buoni o tristi, amici a colui che li assolda od av
versi; quasi tutti dalla nazione vivono separati, lei non conoscono. Avvezzi al
comandare in modi assoluti, ogni opposizione li fa sprezzanti se debole; se fort
e, li irrita.
Oh l'immagine del vero magistrato, come veneranda ed amabile si presenta al pens
iero! Egli mediatore tra una forza che tende ad indebolirsi per eccesso, e una d
ebolezza nella quale risiede il fomite della forza, s'ingegna di far s che l'una
dall'altra soverchio non si scostino; e, conservando a questa il movimento, cons
erva a quella la vita. Egli umile ai soggetti, ai preposti autorevole, parla a c
iascuno de' suoi doveri e de' diritti altrui, e cos mantiene a ciascuno sempre fo
rti i diritti. Egli rispetta la sventura pi che la potenza, e la teme; con pruden
za animoso, con amorevolezza severo, con piet punitore: amico dell'accusato, educ
atore dell'ignaro, consigliere dell'errante, fratello del pi disprezzato fra gli
uomini: tutto a tutti.
Egli antivede, non previene: infrena, non aggioga: guida, non istrascina: annunz
ia il male per farne accorti i colpevoli, non lo denuncia per provocar la vendet
ta: sa non esser corrotto e non corrompere; sa studiare il popolo, non sa n degna

esplorarlo. Argomenta da' propri gli altrui dolori, i non provati dolori indovi
na, co' propri difetti scusa le altrui colpe, con la propria ira non giudica le
offese altrui. Nell'esperienza de' libri egli cerca soluzione agli enigmi che no
n pu spiegare con l'esperienza degli uomini: cerca nella religione un conforto a
quei guai che l'umana politica non pu medicare. Ogni giorno della sua vita un per
fezionamento di s e de' suoi simili; gli ozi stessi non infecondi; tutti alla pat
ria i pensieri. A lei le utilit de' suoi cari, a lei saprebbe posporre le speranz
e d'una riposata vecchiezza, per lei ripudiare il frutto di fatiche e di noie ta
nti anni durate, il frutto della sovente invidiata, sovente calunniata virt. Prim
a che servire a voglia ingiusta, egli deporr del suo grado le insegne; si priver,
se bisogni, del necessario pane; sapr, se bisogni, vivere d'onorato lavoro; o, s'
altro non pu, ir mendicando di porta in porta nel nome della patria e di Dio.
Tale immagine del buon magistrato in altri metter disperazione, altri mover forse
a riso. A questi rispondo: piangete, miserabili, sopra voi stessi. A quelli dico
: finch tali magistrati non abbia l'Italia, e molti, sar sempre ludibrio delle naz
ioni. Con grandi sacrifizi s'espiano le grandi sventure. Poi, rassicuratevi. Al
coraggio de' magistrati veramente buoni pena s dura non destinata. I re son vili.
Non temete di loro, ed eglino tremeranno di voi.
Ma io grandi cose ai presenti magistrati non chieggo. Chieggo, quando vien coman
data opera dannosa alla patria, osino interporre una parola di preghiera, o di d
ubbio: chieggo, se la necessit del pane li stringe, o par che li stringa a tacere
, tacciano almeno senza lusso di codardia, tacciano in dignitoso dolore: chieggo
l'addormentata violenza non destino; l'inerte imbecillit di chi comanda non isti
ghino al male; chieggo, l'uno all'altro non siano denunciatori, per oblique vie
non aspirino a salire sul conculcato compagno; della diffidenza, del rancore, no
n offrano ai sudditi e ai principi esempio: con la turpe opera loro pi danno non
facciano alla nazione che far non potrebbero certi principi congiurati. Questo i
o chieggo ai presenti magistrati; non pi.
Chieggo ai giovani, che innanzi di ricevere da tali principi un pane, interroghi
no l'avvenire e se stessi. Chieggo ai padri, che piuttosto alla nobile cultura d
e' propri campi, piuttosto ai traffichi onesti e dalla scienza guidati, piuttost
o all'officina dell'artefice studioso, piuttosto all'officina del fabbro e alla
marra destinino i figli loro, che all'interminato tirocinio de' pubblici magistr
ati, ai raggiri dell'infima ambizione, alla luce sporca d'un titolo, alla dignit
d'una vita ove chi non fa il male, opera assai per aver nome d'onesto. Tali omai
sono i nostri governi, che l'aratore persona pi veneranda del giudice; e il serv
o del villico pi del regio ministro. Potesse almeno un'anima tutta vergine negli
affetti, e fresca in sua buona coscienza, salirvi di lancio: ma chi si mette per
quella strada, non giunge alla meta che stanco e fiaccato dalle noie dello squa
llido e fangoso terreno. Poi, se, dopo lungamente simulato e patito, e' volesse
in subito, gittando da s le grucce e la vecchiaia dell'anima, darsi a conoscere a
ltr'uomo, ritroverebbe o nella sorda resistenza o nell'odio palese o nella fredd
ezza insultatrice la pena delle audaci speranze. E per lasciate ad altri stomachi
il pane dei re; altra magistratura, o giovani, e pi vera, scegliete: e tra color
che comandano in nome di un uomo e coloro che comandano in nome della giustizia
, sar giudice Iddio. Egli retribuir a ciascheduno secondo la fede avuta nel bene.
E poich la pubblica autorit s sovente ricorre alla forza; poich senza la tutela dell
a soldatesca i nostri uomini non potrebbero governare; poich la costituzione de'
civili uffizi! rende imagine del militare servigio, s per la irrazionale ubbidien
za, s per la ostilit nella quale il magistrato, del par che il soldato, posto rimp
etto ai concittadini suoi; non sar inopportuno qui dire alcuna cosa de' nostri so
ldati. De' Lombardi non parlo, n de' Veneti, i quali fremono relegati nella Boemi
a o nella Ungheria; de' Tedeschi non parlo, che fanno in Lombardia le lor veci i
ntollerabili o per animalesca sozzura, o per affettazione barbarica, o per goffa
arroganza: uomini che pi potentemente d'ogni altra cagione concorrono a far male
detto il giogo tedesco; e ad involgere nel disprezzo degli austriaci oppressori
la lealt, la costanza, la forza, per le quali s rispettabile la nazione alemanna.
De' Lombardi adunque fatti austriaci, e degli Austriaci fatti lombardi non parlo
. Ma quale sia a' giorni nostri il soldato napoletano e il toscano e il lucchese
e il parmigiano e il papalino, lo dice la fama. L'occasione potr forse, com'eran

o sotto il giogo di Napoleone, farli ridivenir valorosi: ma quali li rese il val


ore di Ferdinando e di Maria Luisa, di Carlo Lodovico e di Leopoldo non possono
non arrossire di s.
I pi maschi soldati d'Italia ha il Piemonte: ma de' soldati suoi stessi Carlo Alb
erto diffida: toglie i Genovesi a Genova, alla Savoia i Savoiardi; due reggiment
i savoiardi nella capitale accarezza, perch la difendano all'uopo dall'amore de'
suoi.
Di Gregorio XVI ho parlato abbastanza: non rammenter dunque le sue guardie nobili
, n le mostre militari da' tedeschi ostentate in Bologna, innanzi alla folla ammi
rante; n le allocuzioni che agli armati di varie lingue rivolge in latino, in fra
ncese, in tedesco il visitatore e vicario apostolico; n i soldati volontarii, a'
quali concesso armarsi ad arbitrio, e menar le mani e le spade, licenza intoller
abile, e genere nuovo di legale anarchia.
Tale lo stato della milizia italiana: o alienata dai principi, o impotente a dif
enderli. Ma pure li difender insinattanto che la diserzione non sia persuasa da v
icine speranze. Questo importa avvertire. I pi tra' pi acri nemici delle dominazio
ni presenti non alzeranno una mano ad abbatterle, se non quando ne sapranno cert
issima la rovina. E cotesta la calamit nostra: volere gli effetti, e temere le ca
use: aspettare che i principi si degnino di stramazzare per lasciar luogo alle n
ostre future vittorie.
Ma i pochi che anelano ad operare, queste cose non pensano; e il primo vessillo
di libert che s'innalzi, credono vessillo di salute; e negli scarsi e dispersi e
discordanti compagni veggono raccolto dell'intera nazione il destino, la forza,
la volont: e chi non al par di loro sognator di trionfi, chiamano traditore e nem
ico.
CAPITOLO OTTAVO. EDUCATORI.
Nell'educazione ogni nostra speranza. E fra tanti spettacoli di dolore, questo c
i conforta: la sollecitudine con cui si moltiplicano da ogni banda le scuole, e
nuov metodi si sperimentano, e i libri a istruzione spettanti si leggono. Dall'i
struire all'educare un gran passo: e talvolta il procedere dell'una cosa all'alt
ra nuoce: ed avv un'ignoranza pi felice, pi pura, pi gentile, pi forte, d'un sapere i
ncompiuto, orgoglioso, dissolutore. Qui cadono le cose intorno ai vizi sociali a
ccennate pi sopra; ma cade ancora a notare che la nuova educazione dai detti vizi
tende in parte almeno a prosciogliersi. Merc la religione, a cui gli uomini per
forza invincibile di natura, lentamente ma pure vogliosamente ritornano; e se no
n la ricevono in s con quella energia che crea le cose grandi, ne sentono almeno
l'utilit e la bellezza; merc la religione, la scienza dell'educare diverr, speriamo
, virt, e invenzione, e creazione nuova, e nuova libert.
Ma perch l'istruzione istessa vengasi in tutti gli ordini sociali equabile distri
buendo; perch diventi quotidiano pane di tutte le intelligenze; perch il pezzente
ed il villico travagliato e lo sfortunatissimo pescatore, e la moglie dell'infim
o artigianello, sentano di questo sole il calore e la gioia, molte fatiche a dur
are ci restano. Poi, quello che di giorno in giorno viene a' miei occhi abbassan
do, l'insegnamento delle maggiori discipline, affidate in Italia a diciassette u
niversit, le quali si usurpano diecimila scolari e pi, per rimandarli alle paxrie
loro pi depravati, e, forse pi insipienti di prima. Pur giova che ci sia, per diffa
mare questo impotente modo d'insegnamento, il quale ormai non pi condizione neces
saria al perfezionamento de' giovanili intelletti, ma piuttosto ne toglie le var
iet, ne impedisce la potenza inventiva, la libert ne incatena. L'uomo ormai s'amma
estra e s'educa leggendo, ascoltando, viaggiando, scrivendo, osservando la natur
a stessa e se stesso. Un buono consigliatore di studi vale un intero liceo; un v
iaggio in varie citt vale pi che il lungo soggiorno stupido in una sola, ogni buon
o scrittore molto sufficiente maestro. Negli scrittori appunto si raccoglie a' d
nostri l'autorit e di professori e d'amici e di punitori e di eccitatori e di mag
istrati e di principi: la parola regina. Le universit rimarranno s, ma accademie l
ibere; della propria, non della autorit regia, vivranno. Gli scrittori frattanto
ne terranno le veci, e, a loro medesime insegnando, le dirizzeranno a pi nobili c
ose. - Gi nella stessa razza degli scrittori una vita nuova s'insinua. L'adulazio
ne incomincia a parere fin ne' gazzettieri schifosa; n andr molto che i governanti

la inibiranno come sanguinosa ironia, come ingiuria di nemici. E non forse ingi
uria degna di pena venire narrando alle genti come attraesse gli sguardi della r
egina di Napoli la Venere Callipiga; e come il granduca di Toscana si mostrasse
in Napoli esimio archeologo nel contemplar due caproni di materia tenera, e sapi
entissimo e vasto erudito, e ragionatore pien di sagacia e di vigoria? Non ingiu
ria forse narrare a lui che regge le sorti toscane e le felicita, come, quand'eg
li tornava con la donna associata a' suoi reali destini, l'entusiasmo dell'esalt
azione eruppe nelle pi energiche esclamazioni, mentr'egli sa che quegli applausi
eran cosa da stringere il cuore di compassione a' suoi stessi nemici?
Ormai compassione, non altro, spirano ne' pi i pochi canti dettati o da compra ri
conoscenza e da vili speranze; e uno scrittore di fama arrossirebbe ormai di get
tarsi, col Tasso, ai piedi della ducale clemenza, e rinnovare le palinodie vitup
erate del Monti. Parecchi ormai cominciano a dire a se stessi: "Io nacqui per re
ndere testimonianza alla verit, renderla in faccia agli uomini tutti, sien pure r
ispettabili per autorit o per immeritate sventure, sien pur colpevoli o per forza
abusata o per abusato dolore. Qui la mia speranza e la vita mia tutta".
Un immortai benefizio possono gli scrittori apportare alla patria, determinando
le idee politiche, in que' che pi parlano di politica incerti ancora (onde viene
la noncuranza e il sospetto de' popoli, e il vantaggio de' despoti, i quali ci ch
e si vogliono purtroppo sanno); distinguendo le sventure medicabili con rimedii
politici da quelle che da altra causa provennero e pi profonda; le differenze mol
tissime conciliando nella unit suprema del fine; temperando ogni eccesso; tutte l
e quistioni riguardanti minute particolarit, e per indefinibili in teoria, tralasc
iando; da' beni in alcuna parte noti facendo argomento agl'ignoti, accomodandosi
all'intelligenza de' parvoli, ogni pompa d'orgoglio e d'ira evitando.
Alla parola, o scrittori, sar dato distruggere le scellerate altezze del mondo, e
d infrangerne i simulacri. E sar parola semplice e consolatrice; che tollera la c
ontraddizione, che vuole libert non per s sola ma per tutti; che ambisce non di co
mmuovere con lo strepito, ma col profondo significato convincere: s che coloro st
essi che, fatti increduli dalla servit, per l'angustia dello spirito non vi si ac
quetino in sul primo, a poco a poco vi adagino l'affetto e la fede. Non crediate
gi con declamazioni tutt'a un tratto mutare le moltitudini: le moltitudini non i
ntenderanno le declamazioni vostre; ma i graduati ammaestramenti, gli esempi, l'
esposizione chiara de' mali presenti, gl'incoraggiamenti amorevoli intenderanno.
Chi non intende l'amore?
Amate, scrittori; e sarete grandi; e troverete nell'amore consolazioni ineffabil
i ai dolori vostri, e potrete consolare coloro che languono oppressi. E per amar
con pienezza, credete. E l'affetto languido e disperato si rallegrer nella fede:
e la vostra parola non pi vagante tra il rammarico e il dubbio e il terrore e l'
imprecazione e il rimorso
or simile a bolla colorata, or a pallida nube, or a schiuma che, mossa dalla tem
pesta, si frange e mostra sotto di s l'onda livida e l'alghe immonde, la vostra p
arola acquister corpo e vita; correr pura, snella, sonante; e un concorde impeto e
cciter negli animi umani quasi per divino miracolo cospiranti; e a voi finalmente
ritorner, colomba di pace, col verde della speranza, ad annunziare l'inondazione
dei dolori finita, e l'iride nuovo che tra la religione si stende e la libert, c
ome tra il cielo e la terra.
CAPITOLO NONO. PRETI.
II dominio tirannico della materia nella societ cattolica si fece sentire cos come
altrove; e intanto che i vincoli materiali venivansi restringendo, gli spiritua
li allentarono. E pi del gregge son forse infatuati i pastori.
A buona parte de' preti italiani o virt o dottrina manca; a non pochi e dottrina
e virt. E intanto che ogni cosa si rifa nuova, e' ricusano di proceder nel vero,
e negano la terra che va. Intanto che delle nuove idee gl'ingegni, dall'orgoglio
ingrossati, si servono per negare i veri che sono d'ogni credibilit fondamento;
essi dimenticano fin gli antichi argomenti con che solevano que' veri difendere
i lor dottissimi antecessori. Il cristianesimo un tempo precesse l'umanit, le mos
tr il luogo in cui porre i suoi tabernacoli: e qual sarebbe il mondo senz'esse, c
el dicono le stupide inezie degli ultimi preti pagani. Ora i preti nostri lascia

rono ad altri capitanare questa interminabile spedizione nei mondi del vero: ed
per che le scienze, l'una dall'altra segregate, si combattono a vicenda e si nocc
iono; per che gli uomini diventarono s puerilmente creduli ad ogni nuova menzogna.
Lo zelo stesso de' sacerdoti pii, per difetto di scienza, apparisce ridicolo. Po
chi del resto sono i zelanti di cuore, pochi possono dire con Paolo: l'evangelio
nostro non di parole soltanto; ed cosa deplorabile il sordido ozio in cui s'ing
aglioffano preti e frati. Fosse almeno di preghiere popolata la costor solitudin
e, e l'esenzione dagli obblighi della vita attiva li facesse pi desti ad interced
ere a pr degli uomini travagliati. Ah pochi pensano le miserie de' tempi, i delit
ti de' principi, i turpi esempi de' propri confratelli. E se pensassero, pur uno
di cento preti, pur uno di dieci vescovi, ben altra saresti in breve giro di te
mpo, o misera Italia. Si credono che l'ordine sacro conceda il diritto di vivere
dei doni dell'altare, intanto che crolla l'altare il qual santifica i doni, di
dormire sdraiati nel tempio, senza purgarlo dalle sozzure che vi si vengono quot
idianamente ammontando. Son preti per isciogliersi da ogni dovere di cittadino e
d'uomo, per vestirsi della nudit del crocefisso, per coglier fiori e frutta dall
'albero della croce. La sicurezza impudente, la mendicit non umile ma procace, la
prepotenza minacciosa, l'indevozione profanatrice, la sbadataggine stupida, l'a
nimalesca pinguedine, che, quasi a mostra, s'ostenta da tanti di questi ministri
di Dio, move a nausea i credenti, gl'increduli a scherno. E taluni di costoro,
non per tolleranza sapiente n per paziente carit, ma per vile condiscendenza, per
disprezzo della propria missione e di s, con gl'increduli s'addomesticano, e adul
ano le costoro stoltezze. Di quali altre sozzure siano non poche di queste sacre
bocche contaminate, non Dio solo che il sappia, e lo sa il buon popolo che ne a
rrossisce per loro; e dalla indegnit del ministro viene, ignorante com', strascina
to con dolore e con ribrezzo ad argomentar la fallacia del ministero.
Tra i puri di lussuria non pochi sono immondi di vizio pi tetro agli occhi di Dio
, l'avarizia. Per questo dimenticano le leggi della chiesa, e impinguano le case
proprie degli averi dovuti alle necessit dei poveri; per questa si fanno e casta
idi e mercanti e mercenarii, per questa vendono le benedizioni e Cristo; mettono
taglia sulla vita degli uomini e sulla morte, sulla gioia e sul dolore, sulla c
redulit e sul peccato; per questa strisciano nelle case de' ricchi a sorbire la b
roda che, siccome a buffoni e peggio che a cani, con disprezzo si pon loro innan
zi; per questa non credono alieni da s n i lazzi dal parassito, n gl'intrighi del r
aggiratore, n le mene dell'invidioso nemico, n l'abiettezza del cortigiano, n i mis
teri nefandi della prostituta politica. Oh parlate a tali uomini, che amino d'am
ore fraterno; che non odiino, perch l'uomo che odia nelle tenebre e cammina nelle
tenebre, e dove si vada, non sa; che in uno spirito unanimi s'affatichino per l
a fede; se non conoscono amore, se tra lor medesimi s'odiano, si perseguitano co
n ipocrita rabbia; se un chiostro stesso nido talvolta di scherni crudeli e di m
emori invidie e d'odii pertinaci.
Tutti, no, di questa tempra non sono; havvene mirabili per carit generosa; havven
e dotti di vera sapienza: ma pochi. I vescovi, rapiti nell'estasi della propria
dignit, separati dal popolo, separati dalla civile societ; ministri, anzi schiavi
a' potentati della terra; n signori n plebe, n di Dio, n del mondo; fortunati se rag
giratori; raggirati se buoni; forti talvolta al nuocere; timidi o inetti al giov
are; non solleciti di coltivare seminarii veri di piante per cui rifiorisca la t
erra di Dio disertata; non solleciti d'impedire la moltiplicazione pestifera di
preti senza pane, senza mente, senza carit, senza patria. Nelle campagne il clero
men guasto; ma indecentemente povero o inegualmente agiato; ma oppresso; ma sci
olto da que' vincoli di forte unit che son freno all'abuso e stimolo al bene; imp
otente per dissuetudine, per incuria, per ignoranza; da' principi costretto all'
uffizio infame di spia. Ed ecco i ministri di Lui che ci ha rigenerati, e pu di n
uovo rigenerarci in isperanza viva.
Oh di che speranza feconda, pure al pensarla, l'immagine del pastor buono! E nel
le campagne segnatamente. Laddove non hanno accesso n soldati n sgherri, egl'imper
a col consiglio, benefica con la parola, predica con l'esempio, fa perpetuo il p
udore, l'amore severo, serena la morte. Maestro a' suoi figli de' loro diritti n
on meno che de' doveri; e de' loro diritti rimpetto alle autorit pubbliche difend
itore, ogni buona cognizione di nuovo appresa comunica ad essi, agli sperimenti

ed alle gioie della vita campestre con essi partecipa, per essi scrive profittev
oli insegnamenti, e da' libri li sceglie, e ne' famigliari colloqui li legge; e
la prole tenerella educa alla dignitosa sofferenza, alla scienza dell'utile vero
. I d festivi per sua cura pieni di cordiali preghiere, di lieti cantici, di non
oziosi trastulli; per sua cura, non pi stolto lusso e tedioso spettacolo e adoraz
ione idolatrica il culto: e le preghiere si fanno come il cuore le detta, al pri
mo arridere della luce, nelle sacre tenebre della notte, sotto gli alberi gravi
di frutta mature, tra l'imperversar della grandine dvastatrice. Procurata con sem
plici artifizi la mondezza e la snellezza de' corpi; con nuovi avvedimenti sviat
e le rare malattie: di nuove opere fatta lieta la mestizia del verno: con nuovi
premii di lode animata l'industria: tutti i nuovi spedienti dell'arte adunati ad
ornare senza corrompere, a perfezionare senza incatenar la natura. Dalla natura
, dalle sue candide gioie, dalle sue misteriose grandezze, dalla severa ed ornat
a semplicit, dalla variet liberalissima, dall'immutabile ordine suo, da quanti arc
ani ella asconde nel fiore caduco e nelle stelle immortali, nell'insetto invisib
ile e nell'etere immenso; dalla natura tolte le norme all'amore, la legge alla v
ita, il freno ai diritti, la base ai doveri; date ale alla speranza ed occhi all
a fede. Oh in mezzo agli uomini e in mezzo ai campi la religione pur bella! E v'
ha chi ne ignora l'uso, chi la fa strumento di rovina alla patria! Ahi della sto
la di tali sacerdoti la scure del boia men rea.
Ma quali che siano i preti nostri, conservano tuttavia sul popolo e rustico e ci
ttadino autorit ben pi forte che molti non credano; perch nel popolo sta con alte r
adici piantata la fede. E chi ne dubita, vegga le elemosine tutto d fatte alle ch
iese ed a' frati, le messe pagate, il lusso de' sacri riti, le moltitudini che s
'affollano ne' templi per novene, per esposizioni, per prediche; i libri che a m
igliala si vendono, i rosari, gli abiti, le immagini sacre; le pratiche divote c
he in tante famiglie non sono dismesse; quelle stesse missioni che nel modenese
si fanno, alle quali accorrono da cinquanta miglia lontano le genti, e scalze mi
surano lungo cammino, e tengon dietro all'immagine del crocefisso accompagnata d
a uomini armati, tra gli scoppi della polvere micidiale e i canti del Miserere,
e il guerriero suon delle trombe. Or se la religione, di tal manto vestita, ha p
ure in tanti spiriti forza, io lascio ad altri giudicare la sentenza di coloro c
he vorrebbero dalla nuova libert proibite le pratiche del culto esterno che dicon
o la cattolica religione, retrograda, colpita al cuore, consunta. In un popolo d
i venti millioni, de' quali gli acattolici ed i miscredenti non son pur la vente
sima parte, e' sorgono a maledire alla religione dei pi, poi si chiamano interpre
ti dei comuni voleri. Cantano diritti, e insultano a quello ch' tra i diritti pi s
acro: tolleranza gridano; e a chi con loro non sia, intimano guerra. Non curano
ammaestrare, non curano persuadere: declamano. Hanno forse dimostrata l'impossib
ilit di congiungere credenza cattolica e libert? Non eran forse repubbliche quelle
d'Italia ne' tempi della fede viva e delle sublimi speranze? O di quelle repubb
liche i mali eran forse alla cattolica religione dovuti? Se lo sanno, se l'hanno
con lunghi studi discoperto, e perch non cel provano? Perch non proibiscono ai ca
ttolici svizzeri, ai cattolici americani esser liberi?
Mostrateci una filosofia, che faccia le gioie s sante, si miti i dolori; che offr
a all'amore, alla compassione, alla beneficenza sostegni pi fermi, pi preziose gua
rentigie, mostrateci fra gli allievi della filosofia vostra, un Giovanni, un Fnlon
, un Vincenzo de' Paoli, una sorella della carit; provateci che i mali della chie
sa cattolica sono delle sue dottrine conseguenza legittima, e non abuso de' tuoi
non indegni ministri; provateci che i migliorati costumi de' ministri e le muta
te consuetudini civili non verrebbero a poco a poco sgombrando le dannose superf
luit della abusata credenza cattolica; provateci che i beni di quella si possono
e si debbono per altra via conseguire; convincete, operate; e dopo parlato co' f
atti, conchiudete allora: la religione cattolica colpita al cuore, consunta.
Consunta, la religione cattolica? E chi lo dice? Uomini (io non detraggo alle in
tenzion e all'ingegno, rispettabili sempre) le cui credenze, come l'erba del cam
po, crescono e muoiono; uomini che non pure credenze stabili ma opinioni ferme,
ma chiare dottrine non hanno; uomini che l'audacia delle gloriose speranze seppe
ro congiungere alla dolorosa angoscia del dubbio; uomini che nulla hanno ancora
operato, e si vantano come di cento guadagnate battaglie; nulla hanno operato, e

si trovano lassi come dopo cento gloriose sconfitte. Son costoro che gridano al
l'Italia intera: la tua religione consunta.
La fede cattolica colpita al cuore? E non v'accorgete, incauti, che con questa a
vvelenata parola voi ferite nel cuore millioni e millioni di vostri fratelli? Li
alienate da voi? Li dividete tra s? E, quando a voi badino, confondete le menti
loro, dissipate le forze, annullate il coraggio? Or se la fede loro consunta, a
qual s'atterranno? Con che riempiranno l'immensurabile vuoto? Con che medicheran
no la novella piaga che alle antiche si aggiunge, e in orribil modo le esaspera?
Al governo dispotico voi sostituite repubblica: bene sta. Alla credenza cattoli
ca quale sostituite? Qual' la credenza vostra? A voi religione la filosofia: inte
ndo: ma quale? Non l'avete ancor detto. Non avete posta una pietra; e volete dis
truggere un edifizio.
Ma tutte queste cose, fossero pure certissime ed alte, sarebbero forse possibili
? Dopo diciotto secoli durano alcune orme tuttavia della superstizione pagana: e
voi presumete in un giorno appianare le profonde orme lasciate sulla terra dai
piedi del Cristo? Oh dove coloro la cui parola pi potente che il grido di venti s
ecoli? La cui virt faccia tanta novit credibile a un tratto ed accetta alle genti?
Pi facile all'uomo spegnere questo sole e un altro accenderne di terrestre scint
illa, che questa consunta credenza cattolica consumare: e senza questa fede che
voi dite colpita al cuore, non avr n salute n forza la vostra inferma e decrepita g
iovent.
Laonde cotesti sogni lasciando, noi da colui ch' principio e fine di tutte le cos
e grandi, prenderemo gli augurii. E siccome le elezioni dei deputati del popolo
negli Stati Uniti d'America tra le mura de' templi si fanno; noi sull'altare pos
eremo, come in culla fidata, la nostra libert. Se i preti indegni la libert tradis
cono e Dio; se i preti ignoranti credono Iddio a libert nemico; se i preti dalle
autorit rattenuti o da appariscenti ragioni ingannati, al nostro desiderio contra
stano; non iscendiamo a zuffa coi primi, illuminiamo i secondi; gli ultimi disin
gannando eccitiamo. E questo si tenga per fermo: che il cristianesimo diviso da
libert, sar sempre manco; la libert nemica del cristianesimo, sempre serva; che l'u
nione di que' due nomi sar indizio certo della vicina pace del mondo; che solo la
bandiera su cui que' due nomi staranno scritti, s'alzer vincitrice.
CAPITOLO DECIMO. INDIFFERENTI.
L'incuria del pubblico bene, quasi diviso affatto dal bene privato, massima sven
tura nostra e d'Europa. Fra coloro stessi che si dicono per l'Italia deliberati
a morire, havvene che sotto il nome di libert tutt'altra cosa intendono; e stiman
o le rivoluzioni conciliabili a' propri agi e piaceri, fonte di sicure glorie e
di premi. Havvene che con la certezza sognata dell'esito adulano l'inerzia propr
ia.
Perch, con maraviglia insultatrice interroga lo straniero, perch nella Francia gli
animi all'operare s desti,
In Italia paghi del cruccio e del desiderio? Perch la Francia ed altre nazioni, a
ccanto all'Italia son giovanile non isfruttate n dalla gloria n dalla sventura; pe
rch non ebbero a tollerare calamit con tanto artifizio preparate, e tali da fiacca
r senza scuotere, da tener desto il tedio e addormentato lo sdegno: perch la rivo
luzione francese sconvolse dal fondo le pi procellose passioni; onde se grandi fu
rono i moti, furono pur grandi i delitti: perch l'inuguaglianza delle condizioni
destava in Francia le ire assai pi vigorose; perch pi accensibile il popolo in Fran
cia, e pi mobile, e, siccome meno originale, pi dall'imitazione condotto, e i pros
eliti pi facili, e i guidatori pi alacremente obbediti, e pi ciecamente seguiti gli
esempi: perch unit di nazione manca all'Italia, manca alle provincie possibilit di
stringersi a un tratto insieme: perch gl'infelici sperimenti della Francia stess
a (i quali in lei pure intepidirono le audaci speranze) son quasi gelo che cade
sull'anima a quanti si sentono pi divisi, e pi sventurati.
Altri sono fra noi, (come in Francia e assai meno che in Francia) i quali nutron
o ancor pi servile pensiero. A costoro poco importa che Leopoldo secondo sia gran
duca o bifolco, Carlo Alberto .ammazzato od ammazzatore, Maria Luisa moglie a un
tedesco o ad uno uccisor de' tedeschi; purch le rendite loro non vengano meno, p
urch grida di morte o di vita non turbino i cari lor sonni. Uomini che si cibano

di conversazioni, di teatro, di giuoco, di villeggiatura, di cerimonie senz'amor


e, e d'amore senza cerimonie; ai quali il cielo fu largo di molta freddezza e di
molta sensitivit, di fantasia potente a immaginare il pericolo, d'un cuore aritm
etico, d'una logica inesorabile. Son questi i pi terribili nemici ai nemici de' d
espoti; son questi i perpetui vincitori in ogni sconfitta dell'onore d'Italia. C
ombattono e vincono col non si movere, collo stare alla feritoia a vedere, comba
ttono e vincono coll'interrogazione, col ghigno, col dimenare il capo, col
lavar delle mani. Altri si sfogano in derisorie adulazioni alla forza nuova che
minaccia l'antica; altri strisciano con pi devozione che mai a' gradini di quel s
udicio altare che dicesi trono.
Del resto se tiepide sono le moltitudini alle istituzioni nuove, son pur freddis
sime alle presenti; e lo dice la bassa opinione in che son tenuti i principi d'I
talia dagli infimi de' lor sudditi; e i titoli di dispregio che il nome loro acc
ompagnano, e gli stessi forzati onori e quasi caritatevoli applausi che nel lor
passaggio li accolgono, onori ed applausi resi cos a Ferdinando come alla contess
a Lucchesi.
Non pochi, vero, tra gli amici del nuovo, ci preparano, non s'avvedendo, nuove s
ciagure, senz'alleggerire le antiche; ma le antiche son tali che durarle impossi
bile, pi per nuova infermit sopraggiunta all'oppressore, che per nuova forza sopra
ggiunta all'oppresso. Il mondo ha bisogno di nuovi sperimenti; e dalla pena dell
e nuove colpe esciranno col tempo nuove e pi generose virt. Questo cielo tranquill
amente velato di nuvole malinconiche pare a voi pi desiderabile delle impetuose p
rocelle: ma tanta tristezza dell'aria e della terra non pu che non cessi. Insorge
r la tempesta, terribile ma necessario passaggio alla libert dello splendido orizz
onte, ai torrenti di luce che irrigheranno, diffusi per innumerabili vie, la rin
ascente natura.
Chi dell'Italia dispera, forza che disperi di tutta l'umanit, perch i nostri sono
i destini d'Europa. N questa vicenda di popoli che sorgono e poscia irreparabilme
nte precipitano, dottrina che regga alla prova del ragionamento e de' fatti. Tre
volte sorse l'Italia, tre volte cadde: ebbe civilt di popoli federati e mercatan
ti; ebbe la gloria d'una sola citt conquistatrice del mondo e benefattrice e tira
nna; ebbe la moltiplicata vita di rivali repubbliche: resta ancora a sperimentar
e la vita dell'intera nazione o in un sol corpo composta, o distinta in grandi r
egioni da vincoli federali congiunte. Cadono, vero, ma risorgono i popoli per gi
rare in cerchio pi grande e con movimento pi libero. E tutti risorgeranno. Tramont
il sole altissimo dell'orientale civilt; ma la nuova giornata della vera creazion
e comincer da quel lato. Cadr l'Inghilterra, cadr la Francia, sperimenteranno i lan
guori e le ignominie e gli scherni de' quali i superbi lor figli amareggiano tut
to giorno l'Italia abbandonata; ma sorgeranno, coll'Italia insieme, pi grandi, e
dalla sventura propria impareranno a compatire, a soccorrere alla sventura.
CAPITOLO UNDICESIMO. RETROGRADI.
Fra i devoti alla stupida o rabbiosa inerzia delle presenti monarchie, altri lo
fanno per utile che loro ne venga o in ambizione o in denaro; altri pochissimi i
n buona coscienza. Sui primi non importa fermare il pensiero; non son costoro ch
e possano fare rivoluzione o disfarla. Possono ben tradire una parte che conosca
no debole: ma eglino con la presenza, ancqra pi che col tradimento, le nocciono.
Quanto ai vogliosi d'un titolo cortigiano, l'ambire ai d nostri miseria s misera t
ale picciolezza che del temere uomini cosiffatti o dello invocarli non so qual s
ia peggio. Ora dico a que' pochi i quali sinceramente credono essere delitto non
farsi fango sotto il piede dei re.
Chi di voi dubita ancora se i principi d'Italia abbiano o no bisogno, al ben far
e di sprone, al mal fare di freno; misuri gli atti loro alla misura de' precetti
divini. - Nessuna cosa vantava Samuello avere oltre al giusto ricevuta dal popo
lo, nessuna mai persona del popolo afflitta.
Dicano i principi nostri, se loro d il cuore, altrettanto. Quante volte al peccat
o del mio fratello dovr io perdonare? Sette? Non sette, risponde, ma settanta vol
te sette. Ma Ges Cristo mente, Qes Cristo un ribelle. Neppure una volta! Gridano i
patiboli di Francesco quarto; tuonano i fucili di Carlo Alberto e i fucili di O
regorio decimosesto. Queste son le dovizie di bont, di pazienza, di longanimit, pe

r le quali e' si dimostrano ministri in terra della potest dell'Eterno.


Ma le insane violenze i' non temo: non la tirannide stimolante, s la narcotica mi
fa paura. L'Austria sola conosce le vere arti del tiranneggiare; laddove Niccol
o, Carlo Alberto, Francesco quarto sono benefici risvegliatori. E grande argomen
to dell'Austriaca sapienza gli il bando dato alla Voce della verit dagli stati lo
mbardi, perch quel grido di cornacchia riscuote.
Coloro pertanto che sotto all'insegna Modenese si stringono, vorrebbero diventar
e partito; partito veramente non sono. Oente che guarda alle nuvole, e vi ravvis
ano mostri armati; guarda nelle pozzanghere della via, e inorridiscono al veder
rovesciati gli edifizi e gli uomini e il cielo. Altri de' quali credono allo str
ano miracolo, e piangono; altri fingendo di credere, imbestialiscono in rabbia m
endicata. Temerarii giudizi!, interpretazioni maligne, private e pubbliche delaz
ioni, raggiri abiettissimi; e, pessimo de' peccati, devota gioia nello scoprire,
nell'immaginare gli scandali. Ribrezzo ne mostrano, e li afferrano come prezios
a arme da combattere i paventati nemici; perch nelle follie de' nemici la loro sp
eranza.
Stanno appiattati dietro una siepe di baionette e dicono ai re: carcerate, uccid
ete. Hanno da loro la forza; e poi ricorrono ad artifizi tenebrosi, come il malv
agio impotente. Leggi, decreti, danaro, giudici, soldati, esploratori,
censori, piena libert d'accusare e di vituperare, niente a costoro manca; e ogni
strumento in lor mano fiacco, perch fiacco il braccio, e l'anima fredda, e la cos
cienza il cui tuono pi forte di migliaia d'armati, li sgomenta gridando: voi siet
e piccoli e miserabili.
E dell'essere piccoli arrabbiano, e quest'ira che ad ogni istante si manifesta d
el torto loro argomento continovo. I loro avversarii in quella vece, battuti, tr
aditi, dispersi, non si turbano per, e fanno cuore: s che ad essi piuttosto conver
rebbe imputare la colpa contraria, soverchia intrepidezza, indolenza soverchia a
i mali da s, per diretta o indiretta via, procacciati.
Ma ne' retrogradi nessun germe di vita: non ingegni potenti a difendere le viete
dottrine, non argomenti che riempiano l'intelletto, che movano il cuore; non id
ee grandi e feconde, non desiderii, perch il desiderio a' lor occhi delitto. La r
eligione, onnipossente strumento, usare non sanno; non sanno, e sarebbe s facile,
rendersi il popolo amico; e temono ogni vivo commercio con quello. Ordine, grid
ano; e il disordine viene per le stesse loro grida crescendo. Unica forza a cost
oro, l'ho detto, son gli errori e le colpe della parte contraria. Nella terribil
e mischia le ragioni si trovano in strano modo avviluppate e confuse: dall'una p
arte, schiavit, religione, ordine; dall'altra libert, vendette e guerre, e sciagur
e. In sin che questa non in tutto falsa apparenza non si dilegui, non avran term
ine le calamit dell'Italia. Mostrate insieme congiunti, libert, ordine e amore; e
avete vinto. Questa distinzione chiave che pu sola aprirci le porte d'un avvenire
pi degno: e par cosa ben facile, ma tra tutte la pi difficile e la pi lenta, se gi
udichiamo agli effetti. Perch la purit de' principii dal mescolarsi delle passioni
, e pur dal contatto di molti e molti uomini, maculata. Ma degno sarebbe dell'et
nostra, e degno dell' Italia, presentar netta d'ogni sordida superfluit la gran c
ausa degli umani destini. E se il presente libro aiutasse pure in alcuna parte a
d operare questa benefica distinzione, non dolore o pericolo il quale, da chi qu
este cose scrive, non si accetterebbe a cos nobile prezzo.
Distinguendo principii da principii, apprenderemo a distinguere uomini da uomini
: e non tutti coloro che le nostre bandiere non seguono, reputare nemici. I veri
nemici nostri son pochi. Toglietene gl'interessati di seconda mano, i quali non
servono ad un principio ma ad un calcolo; toglietene gl'ingannati dalle apparen
ze che ho dette, toglietene i timidi: gl'invasati dal pretto abborrimento delle
cose nuove, restano in s picciol numero da mettere piet non paura. Giova dunque no
n ingrossar co' sospetti e con gli odii la schiera avversa; comprendendo in essa
tutti gli uomini dubbi che opinione propria non hanno, e non aman la nostra per
ch non bene la conoscono ancora. In ci prendiamo esempio dai despoti stessi, che d
i quanti non movono contro loro apertamente, sospettan s, ma non osan pigliare ve
ndetta. Stolta e crudele, e a voi medesimi funesta vendetta sarebbe.
Onde se le cose non corrono con la rapidit del desi" derio nostro, non disperiamo
. Il tempo per noi: ciascun giorno porta a chi ci odia una campale sconfitta. Eg

lino si rannicchiano nel negare, ma il positivo nostro; eglino di tutto lo spazi


o non tengono che un solo punto, ma il campo nostro si stende incommensurabile:
eglino della divina autorit poche parole torcono alla meglio in pr loro: per noi s
ta l'essenza della intera legge divina.
Per non temiamo: e sicuri della vittoria, lasciando a chi ci perseguita gli odii
pazzi e le risse peggio che plebee, procediamo.
CAPITOLO DODICESIMO. LIBERATORI.
Ma venendo a coloro che dell'amor patrio vorrebbero fare un privilegio, all' Ita
lia interdire il diritto di procurar ne' modi che pi convenienti le sembrino libe
rt; noi diremo.
Non v'inganni la esultante speranza. Non tanto i retrogradi temete, quanto gl'in
differenti; e son troppi. Badate a quest'esercito di dormenti. Aspettatevi infed
elt negli amici, simulazioni al tempo accomodate, nel pericolo subite fughe, timi
dit funeste, un vagar di pensieri e di voglie, una strana volubilit di fortuna.
Ben veggo tra voi parecchi ne' quali non solo da lodare l'amor di patria sincero
, ma il vivido ingegno, e i candidi affetti, e l'animosa facondia, e la generosi
t de' lucri vili sdegnosa, e gli studi, e la modestia, e il coraggio, e il deside
rio della comune concordia, e la fiducia nel vero. Ma finattanto che in Rhodez d
irete raccolto il fiore dell'italiana virt, finattanto che non rigetterete da voi
quanti credano poter con la vendetta recidere i nostri lacci; per piet nascondet
evi, e non aggiungete vituperio alla comune calamit. Con ordini tanto severi e co
n virt tanto sante converrebbe che ormai procedessero i liberatori d'Italia, che
nessuno del popolo possa dirgli: tu hai fatto forza al mio volere, hai sparso in
utilmente e indecorosamente la patria terra d'umano sangue.
E se con grande cura il terrore, con cura non meno sollecita vedete di non eccit
are il disprezzo; non fate (cosa crudelissima a pensarci!) non fate risibili i d
iritti e gli affanni d'un popolo. I vanti perpetui, e le perpetue minaccie; e qu
ell'ira senza dolore e quel rancor senz'affetti, e quell'inasprirsi nel pensiero
de' mali senza mai por mente a' rimedii, e quell'ignoranza caparbia, e quel vil
ipendio d'ogni opinione differente, non che diversa; e quell'inerzia mortale, in
tanto dimenare di bocche, e quell'animo alienato da ogni diligente indagine, da
ogni discussione severa, sono cose lacrimevoli a chiunque ami l'Italia, spregev
oli agli oppressori, spregevoli allo straniero che fin coll'amore c'insulta.
Altri di voi, delle estreme cose invaghiti, sdegnerebbero patteggiare coi popoli
non che co' re: vogliono guerra a morte. Altri nel popolo fidando, e non curand
o gradatamente mutarlo, impazienti si buttano col desiderio sotto i piedi dello
straniero; l'indipendenza italiana vorrebbero comperare col getto di tutte le it
aliane memorie.
Ma, qualunque voi siate, innanzi di tentar cosa che possa la rigenerazione nostr
a sempre pi ritardare, pensate, fratelli, pensate allo straniero che, siccome gi f
ece delle Romagne, prender quindi pretesto a coprir di putredine altre regioni d'
Italia; pensate alla vergogna che in noi tornerebbe dall'avere servito alle vogl
ie d'esteri instigatori, per cader vittima d'estere spade e d'italiani patiboli.
E voi, gi da quattro o da quattordici anni convitati all'amaro convito dell'esili
o, deh consacratelo con nobili esempi; e, se non altro che il desiderio e la par
ola sono al vostro caso concessi, la parola sia degna, il desiderio sia puro. No
n date allo straniero superbo, non date spettacolo d'inerzia disperata, o di tra
me impotenti. Soffrite con dignit, rispettate i fratelli della sventura: imitate
gli Illustri di loro, e sono non pochi; non rissate tra voi, non T'accusate, non
vi calunniate a vicenda. Siate modello ai lontani concittadini; fate arrossire,
non gioire di voi, gli odiatori vostri; create nell'esilio un'Italia pura, un'I
talia concorde, al perfezionamento e alla gloria propria tendente con forza di c
ontinovo amore. E prima d'innalzare tra italiano e italiano la trincera nemica p
ei nomi di costituzione o di repubblica, di religion naturale o di fede cattolic
a, rammentiamo che il disputare de' modi e de' nomi di libert fu cagione all'Ital
ia dell'averla perduta; rammentiamo che questo sarebbe novello pretesto agli avv
ersarii nostri di dire, l'Italia essere tanto grande da non poter vivere che div
isa. L'odio! Per piet, tremate dell'odio. Questo il nostro tiranno.
Non societ senz'amore; non amore senza fede in principii comuni. Comuni principii

convien dunque porre all'italiana e all'Europea societ, o lasciar tempo alla esp
erienza che li ponga; o, meglio, ai gi posti e abbandonati poi, ritornare.
A tali patti libert ci attende, non subita io credo, ma certa. Il nostro giorno f
u tetro: ma, prima di ascondersi, a un tratto il sole illustrando i nugoli adden
sati, sorrise, e di splendida gioia inond la campagna. Passer lenta e vigilata in
dolori la notte: ma il nuovo giorno escir finalmente sereno; e, se non le abbattu
te nostre fronti, Illuminer di letizia le tombe nostre. E i nostri figli in rigua
rdarle diranno: qui posano coloro ch'hanno combattuto e pianto e pregato per noi
. Dormano benedetti, ed in pace.
Marzo 1835.
LIBRO TERZO
PRINCIPII FILOSOFICI
CAPITOLO PRIMO. PROPOSIZIONE.
Vedemmo le colpe e le sventure de' principi, le colpe e le sventure de' popoli.
I principi corrompono i popoli col governo loro, e li lasciano da amici e da nem
ici corrompere: non ne conoscono i mali, non curano di conoscerli, non di render
conto a persona del bene o del male operato, non di chiedere notizia o consigli
o. Dal popolo staccati; capi morti, infilati al busto con una spada, o tenutivi
fermi da una catena. Quando pure del resto
innocui fossero, funesti sarebbero in ci che, privi di vita, non rispondono al mo
vimento, noi possono n ricevere n guidare.
Molti de' sudditi, svogliati od infermi. La vita dell'uomo interiore, unico fond
amento di pubblico bene, negletta. Molti di que' che promettono porre l'anima pe
r la verit, proclivi a rinnegarla nel fatto; onde sarebbe prudenza rinnovare a co
storo l'invito di Oedeone: chi pauroso si sente, ritorni addietro. Pregiudizi ne
' credenti, pregiudizi ne' gl'increduli; intolleranti i liberatori, intolleranti
gli schiavi. I re guastano i magistrati e i preti; i magistrati guastano i re;
i ricchi guastano i preti e le donne; i preti guastano le donne e i re. Noi siam
o assai sventurati da sentire la sventura nostra, non assai da sentirne dolore e
fficace e virile vergogna.
Pure ogni giorno viene addolcendo l'acerbezza del frutto desiderato. Le opinioni
si vanno faticosamente agitando; e da quell'attrito escir luce e calore. E, di q
uelle opinioni le incerte assodate e rischiarate le oscure, una nuova verr costit
uendosi alla qual s'addiranno dapprima i pi saggi delle due fazioni contrarie; po
i le moltitudini, liete alfine d'aver trovata un'idea chiara; poi tutti. Da s med
esime si disfaranno le associazioni importune, dopo avere anch'esse in qualche g
uisa servito alla causa della giustizia: da s medesima l'associazione vera, vale
a dire la nazione, s'andr componendo. Tutto confidare a casuali esperienze non gi
ova, le esperienze non aspettate, ch' quanto dire gl'insegnamenti della provviden
za, evitar non si possono n fuggire.
E, vedete, mentre gli uomini giacciono, le cose vanno: sotto questa minacciosa q
uiete sobbolle un miracoloso e non vincibile movimento. Noi non osiamo incontrar
e la verit; la verit viene a noi; ci percuote della sua luce, e ci avvezza all'aus
tera volutt de' suoi nobili abbracciamenti. O camminando, o strascinati, o portat
i, una lunga via misurammo. Giova ricorrerla col pensiero.
La libert, sul finire dell'andato secolo, ci apparve con nomi nuovi e con l'antic
o volto di straniera tirannide: e, trista coorte, seguivano lei la corruzione, l
'incredulit, la rapina. Le speranze de' buoni rimaser deluse, deluse le speranze
de' tristi: il popolo guardava trasognato, e taceva. Taceva quando Francesi e Ru
ssi e Tedeschi venivano ad insultarlo in sua casa; taceva quando Napoleone, il s
uperbo senza piet, lo cacciava a falangi ad illagrimato macello, e lo gravava d'i
mposte, e vassallo lo rendeva alla Francia, e in unit non nazionale ma despotica
lo componeva. Il tuono de' cannoni copriva il lamento de' mille; e il moto febbr
ile concepito in quel subitaneo travolgersi delle cose, simulava la forza. Pure
giov quella scossa; non rese tutti armigeri gl'italiani, non li fece nazione, non
pot bene conciliare gli animi alienati: pure giov. Alleggerito il peso delle grav
i e per uso men dure e meno ridicole consuetudini antiche: fatto pi spedito il pe
nsiero; molti uomini educati all'amministrazione degli affari; fiaccato l'imbeci
lle orgoglio patrizio; la plebe emancipatasi alquanto; le comunicazioni agevolat

e; eccitate le industrie; insegnata ai re la sventura.


Nella seconda met del diciottesimo secolo, i principi d'Italia iniziati dal senno
di pochi veggenti all'amore di generose verit, vollero di proprio moto iniziare
a quelle i popoli; e farsi di re, educatori, uffizio nobilissimo; farsi istillat
ori di libert per via di dispotismo, pericolosissimo uffizio. Bello esempio, e de
gno che prima l'offrisse questa mirabile Italia. Ma i principi che osavano tanto
, nella forza loro stessa incontravano ostacoli; e potevano facilmente ingannars
i, facilmente col pretesto della nuova libert consolidare la potenza propria, e q
uindi abusarne; potevano sortire indegni successori, che, mutando proposito, ren
dessero il nuovo male pi malagevolmente sanabile dell'antico. Poi, questo dono de
i re faceva parere il soddisfacimento del debito loro un atto di quasi divina li
beralit; non che scemare, accresceva de' governanti l'orgoglio, e la fede nell'au
torit e onniveggenza propria; e i popoli intanto, sotto la gratitudine, quasi sot
to nuovo giogo curvati, ogni cosa aspettando da altri, nulla oprando da s, rimane
vano, e male idonei a mantenere il bene, e mal capaci a comprenderlo. Perch la li
bert, cos come i vantaggi tutti, in tanto si sente e si ama, in quanto fatta parte
dell'essere proprio: n per cosa donata o mendicata gli uomini cos volenterosarnen
te combattono, come per cosa con lungo travaglio e pericolo conquistata.
E per se da un canto la rivoluzione di Francia e il turbine napoleonico vennero a
sturbare i benefici provvedimenti dei re, dall'altro giovarono scuotendo i popo
li, e dai principi ai popoli il fomite della vita e l'iniziazione della libert tr
asportando. E i re tornarono, dopo il diluvio di sangue, se non mutati, certo pi
dimessi di prima. Quand'anco la vergogna delle timide fughe e delle reiterate sc
onfitte fosse potuta uscir loro di mente, non era certo uscita di mente ai popol
i, che impararono con bene altr'occhio a riguardare la regia Maest. Ripresero cos
toro lo scettro con quel piglio tra sdegnoso ed avido, che un povero famelico ri
ceve il pane della non sudata elemosima: e Napoleone vinto continu ad atterrirli
col nome, colla memoria ad umiliarli; e la sua tomba deserta parve il pi glorioso
de' troni; e sui troni vostri stette lo squallore della tomba.
Tra mansuefatti, ed incerti, e timidi, i principi restaurati si lasciano andare
a qualche graziosa concessione, se non nelle istituzioni, nel fatto: e, parte pe
l ricevuto impulso nel precedente governo, parte per la sospirata tranquillit del
la pace, l'istruzione, i commercii, l'amore di non ben conosciute novit, presero,
in breve giro d'anni, incremento.
Allora si meditarono i moti di Napoli, di Lombardia, del Piemonte, che, distesi
a tutta Italia, rispondevano ad altri moti di tutta Europa, e del mondo. Era lib
ert, quella che si preparava piena di pregiudizii, e d'intolleranza, e di schiavi
t, e di tirannide: si trapiantava una costituzione straniera, e dallo straniero v
eniva la mossa. Al fremito dell'Italia risposero i re con supplizi, con carceri
e con esilii, le moltitudini guardarono ignare ed incerte; gli amici delle novit
confermaronsi nelle opinioni loro, e negli odii; crebbero le diffidenze e gli sc
andali: pareva che le cose volgessero al peggio. Ma intanto la Francia, fatta pi
costante a difendere le sue franchigie, gridava il sommesso sospiro di tutti i p
opoli, e tutti pendevano dall'esempio di lei. Era imitazione servile cotesta; er
a ammirazione ligia: pur come scossa, giovava. Intanto la Grecia scriveva col sa
ngue i diritti dell'umanit, cancellati da tante spade; intanto l'America faceva e
sperimento di sua giovine vita in libert procellose. E alle tempeste d'America ri
spondeva il cannone di Navarrino; e i moderni Sciti, per quella cupidigia a cui
deve la tirannide tante sconfitte, la greca civilt difendevano. Per questa s'azzu
ffavano in terra gi greca ed ottomanni e cosacchi e dalla Grecia fuggivano a man
vuote quegli Arabi che, d'altra guerra apportatori, dovevano accamparsi indi a n
on molto sulle sponde del Bosforo. Per questa cupidigia coloro ai quali la succe
ssione legittima unico diritto di regno, applaudivano al violatore della success
ione legittima in Portogallo; e s medesimi affratellando allo spergiuro usurpator
e, coll'alto loro voto l'usurpazione e Io spergiuro sancivano. Cos le sventure e
i trionfi dei re, le follie e le sventure de' nemici de' re, tutte alla gran cau
sa della comune libert cospiravano. Siamo alla tempesta di Luglio. Un re che dell
a nazione diffidava, ed ella di lui, nonch concedere guarentigie nuove, le quali
il suo trono consolidassero, si prova di togliere le gi concesse. Una citt tutta i
n armi; Carlo decimo vinto: la Francia conferma col silenzio la parigina vittori

a. N la Costituzione, illegittimamente da pochi raffazzonata, n il terrore de' reg


nanti, rendono cos feconda di beni quella vittoria alla Francia, come fu di spera
nze ai popoli tutti d'Europa. Il Belgio, la Polonia, l'Allemagna, l'Inghilterra,
l'America, il Portogallo, la Spagna, l'Italia si scuotono. Ma le discordie, la
frode, il terrore, le cupidigie vilissime d'uomini senza fede rovinarono quelle
precipitose speranze.
Noi delle durate calamit profittiamo a correzione; cerchiamo le cause perch le ten
tate rivoluzioni ebber fine s misera, e vedremo ch'ell'erano irreligiose, incerte
di s, diffidenti del popolo; che intendevano a mutare i nomi, non la realt delle
cose, che sul passato non si fondavano, volevan anzi a fronte a fronte combatter
lo: falli gravi, e meritatamente puniti. Dall'esperienza apprendiamo che un pi fo
rte di noi deve venir dietro a noi; ma forte sar, perch poser l'un piede in sul pas
sato, l'altro tendendo al non ben fermo avvenire. Gi noi vedemmo tutti coloro che
in nuove religioni cercavano nuove libert, cadere sprezzati, perch con tutti e du
e i piedi si lanciavano nell'avvenire d'un salto; vedemmo gl'innamorati della co
stituzione di Francia, della costituzione di Spagna, della repubblica, a fine no
n lieta riuscire, perch servilmente imitavano, e perch l'effetto del bene scambiav
ano con la causa. Quand'altro non ci avessero le sventure fruttato, che questa f
elice insieme e terribile necessit di salire ai principii altissimi delle cose pe
r isciogliere le quistioni della pratica vita, sarebbe gi molto. E voi vedete le
forze, le passioni, gl' interessi risolverai tutti in principii. Ogni cosa messa
in questioni, perch lo spirito umano incomincia a scoprire la colleganza delle m
inime cose alle grandi, e le economiche essere un medesimo con le sociali, e le
sociali con le religiose, e le religiose con le metafisiche, e tra le metafisich
e e le corporee divina, anzich lotta, armonia. La vittoria de' mali minori si con
obbe essere inseparabile dall'acquisto de' beni massimi; e l'acquisto d'essi ben
i, dalla distruzione di mali antichi e reconditi che degradano la nostra natura.
Per trovare dunque rimedio alle sventure da noi raccontate, necessario ai princi
pii della scienza salire; determinare il significato di que' vocaboli in cui si
compendiano gli amori e i terrori del genere umano: diritto, dovere, moralit, uti
lit, religione, legge, libert, premio, pena. Parole in Francia ed in Italia e in t
utta Europa abusate; abusate di mala fede ed in buona, dai dotti e dagl'ignorant
i, dai popoli e dai preti e dai re. A dileguare i dubbi tanti che in quelle si c
elano, e d'una in altra ricorrono, quasi nemico ritraentesi di trincera in trinc
era, ci sembra inevitabile metterci addentro in una discussione alquanto scienti
fica, e rifarci da alto.
L'assunto nostro ecco in breve qual'. Ogni libert vuol guarentigie, e le guarentig
ie richieggono statuite forme; ora importa conoscere se le forme siano di libert
cagione od effetto. Libert e tirannide, entrambe, dalle due contrarie fazioni son
chiamate diritto; importa concepire del diritto una vera idea: senza la quale,
e libert e sovranit e costituzione son nomi pieni di tenebre e di pericolo. Del di
ritto adunque primieramente diremo.
CAPITOLO SECONDO. DIRITTO.
Chi ben riguardi, vedr, l'idea del diritto non avere ne' trattati de' filosofi e
de' politici alcuno stabile fondamento. Anche qui si manifesta la disposizione d
el secolo nostro a far materiale ogni cosa; perch tutti coloro (e sono troppi pi c
he non paia) i quali nella forza posero, se non il diritto, la tutela di quello,
non fecero che o prevenire il sistema degli uomini neganti lo spirito o trame l
egittime conseguenze. E notate come tutta questa materialit di pensieri fino nell
a religione s'insinuasse: perch il diritto divino, quale i despoti oggi giorno lo
intendono, altro non che la forza. Talch noi vediamo il sistema della materia pe
r tre vie diverse invadere le umane menti: la politica, la filosofia, la religio
ne: e la politica d' Hobbes e de' seguaci di lui diretti o indiretti, la filosof
ia di Tracy, la religione di de-Maistre, negare in tutto od in parte la dignit de
ll'anima umana.
Coloro stessi che, all'estremo contrario gittandosi, altro delle cose non lascia
rono se non l'idea, tolsero anch'eglino la base del diritto togliendogli la real
it; e rinchiudendo l'uomo in se stesso, gl'imposero di tutto recare a s, e tutto i
nsieme tollerare, il bene ed il male, senza incitamento di premio, senza repress

ione di pena; poich il male ed il bene son cosa relativa, individuale, un'apparen
za, un'idea.
La nozione del diritto in tal modo abusata, non poteva n a' principi n a popoli of
frire difesa valida: n potr
mai. La licenza del cittadino indegno o dell'indegno principe, trovano nel dirit
to tentazione o pretesto. Col diritto scompagnato dalla morale, si difende il su
icidio, l'omicidio, tutte le bizzarrie di Nerone. Ed invero la storia de' delitt
i umani piena d'appellazioni al diritto, siccome ad ottimo sotterfugio dal dover
e. La storia delle umane discordie strada tutta selciata di diritti e di diritti
ombreggiata.
Lo stretto diritto dall'egoismo generato, e lo genera: l'uomo che a quello s'aff
erra, non pensa che a s, fa solo s medesimo centro della famiglia e della societ, d
ella terra e de' cieli. Sta sempre colla spada alla mano: tutti suoi debitori, t
utti contro lui congiuranti. L'uomo del diritto l'uomo delle paure, delle liti,
delle vendette: l'uomo del diritto un principe del secolo decimonono.
Perch mai la societ presente s disgregata, s dubbia, s misera e s bramosa d'immaginar
felicit? Perch tanto difficile divenuto poter ottenere ci che a voi spetta, e pote
r appagare altrui di ci che altri reputa a s spettante? - Per la stessa ragione ch
e tanto nella societ presente si disputa del diritto. Laddove poco si vuol dato a
d altri, e molto a s; tutti a s arrogheranno moltissimo, agli altri pochissimo con
cederanno. E poich la giustizia reciproca, eccovi la societ intera in perpetuo mot
o di guerra.
Non ponte che pi certamente metta, di questo, all'invasione del diritto altrui: p
oich, difendendo gli estremi limiti del proprio, non si pu non trascendere nel dir
itto contiguo. E le dispute si fanno inestricabili; perch non filo pi tenue, e pi l
ungo, e con pi varii giri entrante in s, del diritto.
Un sistema che dalle intenzioni separa gli atti, dalle cause gli effetti, incomp
iuto, e non pu non essere falso. Datemi un uomo al quale gli uffizi sociali fosse
ro non mai dalla morale e sempre dal diritto governati: costui sarebbe o un imbe
cille o un tiranno. Datemi un popolo dove nessuna altra legge fosse conosciuta o
venerata, che la vegnente di fuori; e io con questo popolo vi creer uomini di co
nversazione, uomini di corte, uomini di toga, giocatori, ambasciatori, giudici d
i Carlo Alberto, generali dell'armi pontificie: non potr crearvene un cittadino.
Datemi un uomo al quale il dovere sia unica legge: costui sar, se volete, persona
strana, noiosa, ridicola, non sapr beffarsi dei vostri difetti e dei vostri scru
poli e delle comuni sventure; non sapr guadagnarsi un grosso pane alle spese altr
ui, non istendere con garbo una supplica o una sentenza di morte; ma sar un uomo
semplice e intero, di quella semplicit ch' condizione ad ogni pi lodata grandezza.
Ponete unica e ignuda la teoria del diritto; e la legge civile e politica di nec
essit vi si trasforma in legge criminale, il comando pi non regge se non per la vi
rt del divieto.
Gli uomini si meravigliano che tante mole di doveri li prema, che preti, princip
i, maestri d'ogni genere, parlino sempre in nome del dovere, e nessuno lo adempi
a. La ragione ben chiara. Il dovere non ormai pi se non la salvaguardia del dritt
o. Non pi il dovere nostro che crea l'altrui diritto ed il nostro proprio; egli i
l diritto nostro che crea l'altrui dovere, quasi manico a noi opportuno per affe
rrare uomini e cose. Le societ pi rozze combattevano per il diritto con l'ugne e c
o' pugni, poi Con le mazze e con le armi; ora si combatte col dovere, comodissim
o arnese. Come potr io aver dagli uomini molto pi che a me dovuto non sia? Il modo
facile; persuader loro che a me sia dovuto ci che dovuto non m'.
Ed ecco gli uomini affacendati a scaricarsi addosso l'uno all'altro pesi a nessu
no sopportabili, eccoli condotti a reciprocamente ingannarsi; e chi sa meglio al
leggerire il peso del dover proprio, quegli si tiene pi ingegnoso e pi fortunato.
Di qui, cred'io, sgorga il veleno che la nostra educazione contamina. La nostra
educazione traffico nel quale si mette a frutto l'umana credulit per trame molti
diritti all'educatore, doveri moltissimi all'educato. Vien poi la volta che l'ed
ucato si faccia educatore egli stesso; ed eccolo gi reso avveduto a difendere sot
to l'usbergo del dovere altrui la debolezza del proprio diritto. Due sole person
e rimangono sotto la perpetua sferza dell'arrogante maestro, flagellate da dover
i senza compenso; e sono: il povero, e la donna; creature infelici, che sole reg

gono la societ. Se il mondo fosse pieno di principi, di nobili, di ricchi, di let


terati, Iddio non gli avrebbe promessa l'esenzione di un secondo diluvio.
I principi, i ricchi, vivono del dovere altrui, come le bestie carnivore vivono
dell'altrui carne. Quando non trovassero pi da sbranare si sbranerebbero giuridic
amente tra s; perch nel diritto una forza sbranativa, una forza che non permette n
compassione, n posa. Pi facile innalzare edifizii senza mura, che mantenere uno so
ciet nella quale il diritto fosse (non dico gi l'unica) la principal norma alle az
ioni degli uomini.
La parola diritto, come a' d nostri s'intende, non tradizione n orientale n greca n
italica: tutta romana. A Roma noi dobbiamo la scienza del diritto, come dobbiamo
non poche delle invasioni straniere, e le tre pedanterie che implacabili ci per
seguitano: la pedanteria letterata, la pedanteria monarchica, e la pedanteria de
mocratica. Roma, quanto pi degenerante dall'antica virt, tanto pi diventa la citt de
i diritti.
Ma chi bene considera l'intimo senso di questa parola, la conoscer derivata e gra
mmaticalmente e filosoficamente da parola pi antica e pi venerabile. Diritto accen
na a rettitudine, a direzione, a reggimento; suppone una norma che lo misuri, un
a guida che lo mantenga nella linea e nel limite suo; suppone insomma una legge,
e intelligenze che la mostrino, e volont che la adempiano. voce pertanto, ch'esp
rime idea secondaria, e che non poteva, senza deplorabile perversione di idee, a
rrogarsi il primato.
Il diritto adunque richiede una norma che lo determini. Or quale? Donde in me ti
tolo di possedere, di operare, di non essere offeso? Dal diritto stesso? Se ques
to , perch dunque distinguere il diritto dal fatto?
Norma al diritto, altri diranno, la legge scritta da natura nel cuore degli uomi
ni. Potrei rispondere che gli interpreti di questa legge la volsero in tante par
ti contrarie, da farla norma ad ogni torto pi repugnante a natura: potrei ramment
are il diritto di schiavit, tutti quanti i diritti di privilegio, la potest di Ces
are sulle donne di Roma, la potest degl'imperatori germanici sul mondo noto, la p
otest dei monarchi di Spagna sui mondi ignoti, la potest dei pirati su tutti i mar
i e gli oceani, la potest delle murene patrizie sulle carni dei servi.
Questo potrei rispondere, ma questo non dico. Dico soltanto: ammessa per norma d
i diritto una legge, ecco dal campo angusto del diritto noi siamo trasportati ne
lla regione ampissima del dovere: e qui v'attendevo. Certamente, o s'ammette una
legge anteriore al diritto; o il codice dell'umanit il libro d'Hobbes, il codice
delle iene.
CAPITOLO TERZO DOVERE.
Gioverebbe trovare un principio dal quale procedano le ragioni d'ogni cosa genti
le e buona e proficua, s nell'uomo individuo e s nell'uomo cittadino; un principio
che dalla semplicit sua comprenda quant'hanno di vero e d'utile e la forza e la
necessit e la giustizia e l'amore, e non faccia che porre alle dette norme pi cert
a guarentigia e pi stabile fondamento. Cerchiamolo fuori delle astruse teorie; e
ci sar forse pi facile rinvenirlo.
Per quell'amore invincibile di s, ch' verit da tutte le umane azioni e pensieri, an
co i pi dannosi e colpevoli, confermata, per l'amore innato di s, l'uomo cerca inc
essantemente il proprio bene, e lo trova nel conveniente esercizio delle morali
e intellettuali e corporee facolt. Da tale amore derivano le inclinazioni, i biso
gni: dall'esercizio delle dette facolt, se immoderato, le noie, i dolori, i rimor
si, le discordie, le guerre, la morte dolorosa e temuta; se moderato, il piacere
, la gioia, la pace, la speranza di beni sempre pi grandi. Il moderato esercizio
conduce a perfezione le facolt stesse, lo immoderato le indebolisce e degrada. Se
immoderato l'esercizio dell'una, le altre tutte ne sono offese; se dell'una mod
erato, se ne giovano tutte. Non dunque amore di s vero, senza esercizio delle pro
prie facolt, n esercizio pieno delle facolt senz'ordine e senz'armonia.
L'ordine ci vien dato dalla natura delle facolt stesse. La volont eleggitrice del
bene e del male, causa del merito e del demerito, prima in nobilt: segue l'intell
etto discernitore del vero e del falso, cio del bene e dei mezzi che lo promuovon
o o lo conservano, del male e de' mezzi che lo disviano o lo scemano o lo volgon
o in bene: ultimo il corpo, significatore e ministro dell'intendere e del volere

. Se il troppo delicato o troppo faticoso esercizio delle facolt corporali, nuoce


al rettamente e fortemente intendere, al rettamente e fortemente volere; se la
volont o in molti oggetti traviata, e in un solo confitta, toglie la libert all' i
ntelletto, e al corpo esercizio o riposo; se l'intelletto, o non usando o abusan
do l'acume suo, degli oggetti desiderabili la contemplazione non cura, o nei men
o desiderabili si sofferma; pervertito allora l'ordine della natura nostra, l'uo
mo falla all'amore di s.
Di qui spunta l'idea del dovere, pi alta e pi profonda che l'idea del diritto; spu
nta dal bisogno intimo dell'essere umano. Siccome io debbo amare me stesso e non
posso disamarmi, cos debbo cercare gli esercizi che pi veramente al bisogno dell'
esser mio soddisfacciano; e trascurarli non posso ch' io non offenda la mia prop
ria natura.
Or dall'ordine delle facolt numerate esce l'ordine degli umani doveri. Primi quel
li che spettano al retto esercizio che quanto dire al perfezionamento del volere
; poi dell'intendere, poi degli organi. Nella volont sta l'amore, quell'amore di
s ch' concreato all'anima umana: alla volont, come pi prossima al principio della vi
ta, spettano i doveri pi santi. Tutte le potenze dell'uomo sono strumenti alla vo
lont; l'anima umana volont, l'uomo amore.
I primi doveri pertanto sono dell'uomo a s stesso: quelli che lo stringono agli e
nti di fuori non sarebber doveri s'egli cessasse d'amare il bene proprio, cessas
se cio d'esser uomo. E perch il bene di lui vero e sommo consiste nell'adempimento
dei doveri che agli altri enti lo uniscono, per que' doveri sono tanto important
i e ad anima non corrotta s cari.
Anco in una sola e medesima facolt siccome varii possono essere gli esercizi, cos
di varia importanza avvien che sieno i doveri. Ognuno sa che il dovere della san
it deve non mai essere posposto alla gradevole sensazione
d tale o tal parte del corpo. E cos ogni qualvolta le gradevoli sensazioni turbino
l'esercizio buono del desiderio o del pensiero, debito l'evitarle, o l'usarle c
on parsimonia, e con quelle cautele che la propria esperienza o le umane institu
zioni sulla retta esperienza fondate, insegnarono. Di qui segue il dovere della
continenza, dell'astinenza, della sobriet, dell'annegazione insomma, per dirla co
n vocabolo cristiano. Le quali sono virt di consiglio quando s'usano per evitare
il lontano pericolo; son virt di precetto quando s'usano per fuggirlo vicino.
E, in generale parlando, importa distinguere gli esercizi necessarii dagli utili
, e gli utili dai meramente piacevoli; i primi riguardano pi prossimamente l'amor
e di se; per portano seco i doveri pi grandi; gli utili meno, ancor meno i meramen
te piacevoli.
Ma nelle societ depravate l'uomo sente pi forte il mancare degli esercizi piacevol
i, e pi se ne sdegna; e molte volte le rivoluzioni si fanno pi per le comodit che p
er la necessit della vita intellettuale e morale e corporea.
Cos, quanto al cuore, chi odia pi colpevole di chi troppo ama, perch cerca soddisfa
zione all'amore di s in passione direttamente all'amore contraria. E per Cristo ap
erse il cielo alle meretrici, e lo chiuse agli ipocriti, ai zelatori inebriati d
i fiele. L'amore soverchio in tanto colpevole in quanto perturba l'ordine delle
affezioni, e ruba la forza d'amare altri oggetti che sono d'amore o pi o non meno
degni, quindi conduce a disamarli, e ad odiare gli ostacoli che a quell'unica p
assione s'oppongono. Ma chi potesse grandissimamente amare le bellezze de' corpi
, senz'essere punto distratto da contemplar le bellezze degli spiriti, quegli sa
rebbe e innocentissimo e felicissimo. E a cotesto torrente di volutt beveremo, va
rcate le brevi angustie del corso terreno.
Il soverchio amore del bene nostro, ossia l'amor proprio, nemicissimo del vero a
more di s. Per amor proprio noi secondiamo alla cieca l'amore intemperante degl'i
nutili o dannosi esercizii del corpo nostro e de' vani o perversi esercizii dell
'ingegno; e la nostra volont facciamo unica regola delle cose. Offendiamo noi ste
ssi direttamente da noi; ci offendiamo per via indiretta, irritando o lusingando
gli altri ad offenderci; e dico, lusingando, perch non tutte le offese ci spiacc
iono, e ve n'ha che noi comperiamo a ben caro prezzo.
L'ordine degli amori insegna pertanto a curare quell'esercizio dell'esser nostro
, che non turbi n l'interna armonia, n l'esterna degli uomini e delle cose.
Ed ecco i nostri utili mutati in doveri. La celeste anima di Fnlon, dall'un canto,

confuse con l'amor proprio l'amore di s: dall'altro Elvezio e Bentham o libarono


poche gocciole del calice mistico delle umane felicit, o ne ostentarono, agitand
o, la feccia. S, certo, l'utile ha parte in tutte le umane affezioni ed operazion
i; s, certo, ogni calcolo umano si risolve in calcolo d'utilit: ma quest'utilit la
pi rigida lgislatrice che sia mai stata; ma non cosa materiale; e da beni stessi m
ateriali esce spiritualissima, e tanto pi vera: e vuoi essere cercata non gi negli
ultimi effetti suoi, ma nella causa profonda. Elvezio e Bentham prostituirono c
on vile linguaggio due purissime verit. Ben faceva Omero a distinguere la lingua
degli Dei dalla lingua degli uomini.
Nell'antecedente ragionamento ho gi posto l'uomo legato con vincoli di famiglia e
di citt: n si poteva altrimenti. L'uomo nasce dall'uomo, nasce tra gli uomini, vi
ve imperfetto senz'essi; e se la trista societ lo corrompe in guisa da far deside
rabile la solitudine del deserto, colpa non della natura che a societ l'ha creato
. E Rousseau ci viveva.
L'uomo solo, potesse pur viver solo, non avrebbe diritti, poich diritti io non ch
iamo le relazioni dell'uomo colle cose corporee senza riguardo ad altr'uomo. I b
isogni dell'amore di s, gli sarebbero tutti doveri, in quanto degnamente soddisfa
tti; in quanto smoderatamente, sarebbero vizi. I diritti cominciano l dove cominc
ia la societ: e son diritti in quanto sul dovere si fondano. Io ho diritto che le
mie facolt morali, intellettuali, corporee non siano lese, perch debbo serbarle e
perfezionarle, perch non posso non lo volere: e cos, necessit, istinto, amore, dov
ere, diritto, diventano sola una cosa.
Egli perci ch'io debbo amare la societ, e a tutti i suoi figli giovare. Questa soc
iet m'educa infante alla vita corporea, m'istruisce fanciullo alla vita intellige
nte; e infante e fanciullo e giovine ed uomo, esercita la pi essenzial parte dell
'esser mio, l'amore. La societ, co' suoi primi rudimenti, co' suoi trastulli, co'
suoi civili e bellici uffizi, al mio corpo ginnastica quotidiana, al mio ingegn
o scuola sempre ascendente e non terminabile mai, all'animo mio perfezionatrice
continova.
Io debbo amare tutti i membri di lei, perch tutti (anco i tristi) contribuiscono
o possono contribuire al perfezionamento mio; debbo amarli come parte del bene e
ssere, vale a dire dell'essere di me proprio: amarli dunque com'amo me stesso. I
l disamarli un lasciare inesercitate le mie facolt, uno sconfortar quelli dall'es
ercitarle vie meglio con l'amore e con l'opera mutua: l'odiarli un nuocere a me
stesso direttamente con l'odio, indirettamente con gli effetti dell'odio. Amarli
, e non li soccorrere, non li difendere, non esercitare in ogni modo le loro fac
olt tutte, e pi le principali, sarebbe contraddizione: contraddizione l'amarli, e
non far loro quel bene che ogni anima non corrotta vorrebbe a s medesima fatto; p
erch questo il pi intero e quindi il pi soave esercizio delle proprie facolt. Ecco n
el fondo dell'umana natura trovato il precetto del buon Salvatore.
Ecco insieme come le idee del diritto e del dovere sempre meglio dimostrino l'ar
cana loro fraternit. Io debbo amar l'utile, vale dire il perfezionamento mio; deb
bo dunque amare quanti mai possono direttamente o indirettamente procurarlo, val
e a dire tutto il genere umano. Amare comprende il non nuocere, e comprende il g
iovare. E se l'uomo ha dover di giovare, n'ha insieme diritto: purch, giovando al
l'uno, ad altri non noccia, o a s stesso. Ed ecco dal dovere scaturire altra font
e di diritti larghissima, e dalla legislazione civile quasi interamente negletta
.
I limiti del dovere diventano limiti del diritto: preziosissima norma. Io debbo
lasciar libero l'esercizio delle altrui facolt insino a tanto che quell'esercizio
non mi tolga l'adempimento d'un mio proprio dovere. Quando il dover mio cominci
a ad esserne offeso od impedito, comincia allora ad essere offeso il diritto: io
posso lagnarmi perch debbo resistere; posso vietar di fare perch debbo fare io.
N pi semplice n pi certa n pi salda base pu darsi al diritto. Semplice, perch' la nat
mia stessa: certa, perch' il sentimento irrecusabile dell'essere mio: salda, per
ch nessuna umana forza, non l'onnipotenza divina, non la propria mia libert pu dist
ruggerla.
Io non son libero di non volere il mio bene: posso volontariamente illudermi del
le vie che a quello conducono; ma l'illusione sar ben presto punita. Io non posso
, come Rousseau presumeva, fare del mio proprio diritto l'intiero piacer mio; e

la sovranit dell'uomo o del popolo, ogni qual volta incomincia a volere il male,
diventa illegittima anch' essa.
Havvi dunque una legge che domina la libert: legge che l'uomo rinviene in s, e non
per soggettiva, perch si fonda sulla natura immutabile degli enti di fuori, ed da
ll'azione di quelli rivelata, rischiarata, sancita. L'esperienza, la tradizione,
la scienza (la quale altro non che tradizione illustrata), non fanno che insegn
are vie meglio i pi veri soddisfacimenti dell'amore di s, vale a dire i doveri, va
le a dire i diritti. L'azione dell'uomo sopra s stesso, il commercio sociale, la
potenza religiosa, non fanno che svolgere questa rivelazione infinita, la quale
in tutti i punti dello spazio e del tempo verr continuandosi ed ampliandosi, infi
no che durer l'universo.
Di qui consegue che in tutte le cose, anche menome, ha luogo il dovere; che la l
ibert, comunque s'intenda, perch vera sia, non pu mai stimarsi al dovere contraria,
poich'altro non la libert che l'intero possesso di tutti i mezzi pi conducevoli a
bene adempiere gli umani doveri. Cos nelle altissime necessit come nelle ordinari
e occorrenze del vivere, quell'azione che meglio esercita le facolt nostre, dover
e; da quella non potremmo senza colpa astenerci. E tra due atti, l'uno pi l'altro
meno conducevole al perfezionamento intero dell'uomo, non in lui libert di presc
egliere il meno. La sua libert per contrario deve in queste due cose esercitarsi:
nel volere fortemente il meglio; e nello scegliere i mezzi che a quello pi diret
tamente conducono. Onde ognuno vede che la volont dell'uomo, da questo bisogno de
lla natura propria sempre in alto sospinta ad indefinito perfezionamento; sempre
condotta ad esercitare l'intelletto nella indagine dei mezzi pi proprii al gran
fine, e rendere per tal modo sempre pi certa e, se cos posso dire, inevitabile la
via del bene.
In qual maniera dalle accennate leggi derivino tutti gli uffizi sociali, e in es
sa trovino sanzione nuova, diremo pi sotto. Qui giova porre come corollari delle
cose ragionate, e come germi delle cose ragionate, e come germi delle cose che r
estano a ragionare, gli assiomi seguenti.
La prima origine del dovere un istinto invincibile di natura. Dal dovere si gene
ra e si diramaci diritto.
Il dovere la necessit morale di esercitare tutte le facolt dell'ente ragionevole i
n modo conforme all'amore di s.
Il diritto la potenza morale di fare tutti gli atti necessari od utili all'ademp
imento di tutti i nostri doveri.
La gradazion de' doveri segue l'importanza delle umane facolt.
La morale e il diritto privato e pubblico stanno in queste due massime: l'uomo h
a diritto di adempiere i proprii doveri; ha dovere di difendere i propri diritti
.
Pi forte il dovere, e il diritto pi forte.
Chi trascura un dovere, perde un diritto.
Chi non si cura de' proprii diritti, non adempie i doveri.
Ad alcuni esercizi del proprio diritto si pu rinunziare quando non sia cosa urgen
te adempir con essi il dovere corrispondente: non si pu mai rinunziare al diritto
stesso.
Il diritto preziosa cosa in quanto il dovere gli corrisponde; non dunque affare
di mero lucro, o di mera comodit. Gli l'insegna e il simbolo del dovere.
Per tremi l'uomo d'assumersi nuovi diritti, i quali altri non sono che debiti.
I pi di coloro che posseggono od amministrano la potest, la ricchezza, la scienza,
la bellezza, la religione, le trattano come diritti liberi da dovere. Quindi le
pubbliche e le private calamit.
Chiunque allarga oltre modo i diritti, offende i doveri.
Chiunque vuole imporre a s stesso o ad altrui, doveri che non gl'impose natura, r
ende e agli altri e a s difficile od impossibile l'adempimento degli essenziali d
overi, e ne scema l'autorit e la potenza.
Chi pretende imporre doveri senza diritti corrispondenti, costui risica di perde
re i diritti proprii.
Chi mette in dubbio gli umani doveri, toglie la base ai diritti: ed ecco una del
le ragioni perch l'incredulit conduca non men prestamente che la superstizione all
a bestiale tirannide.

E qui della religione, come di soddisfattrice potentissima dell'amor di s, come d


i guarentigia de' civili diritti, giova alquanto stesamente discorrere.
CAPITOLO QUARTO. APPLICAZIONI RELIGIOSE.
Se l'uomo deve, quant' in lui, procurare ogni esercizio delle proprie facolt che n
on le distrugga e non le infermi, deve, per necessit logica, credere in Dio.
Questa credenza gli accresce in infinito l'amore; e, spandendo l'amore accresciu
to sopra gli uomini tutti e sopra s, lo felicita: questa gli dona e forza e digni
t all'intelletto, e i campi della meditazione dilata; questa aiuta lo stesso pros
peramento delle corporee facolt. L'uomo che crede, sa meglio soffrire il dolore e
il disagio, meglio resistere all' impeto del piacere, con pi pacato animo affron
tare il pericolo, e per tal modo vincerlo o menomarlo. Tutti i popoli valorosi c
redettero: e ci guardi il cielo dal sortire a difensori un esercito d'atei.
Io veggo la credenza nella divinit poter cooperare alla perfettibilit indefinita d
ell'uomo, facendo in lui pi retto e pi pago l'amore di s. Rigettarla, conchiudo, sa
rebbe delitto. Veggo la distinzione dell'ente che pensa da' corpi bruti poter av
ere gran forza a far pago l'amore di me stesso, siccome quella che nobilita l'um
ano pensiero e gli accresce libert e perseveranza infino alla morte e desiderii m
agnanimi al di l della morte. Dunque negare l'immortalit di quest'ente, un distrug
gere il mio pensiero col mio pensiero, un contraddire a me stesso, un togliere a
gli altri e a me stesso il pi potente de' conforti, il pi nobile de' piaceri; ben
peggio che dimezzare l'umana natura.
Trovo una religione che mi si dice rivelata: e innanzi pur di riconoscere se la
rivelazione sia vera, cerco s'ell'aiuti alla umana perfettibilit, se m'insegni a
meglio e pi contentamente soddisfare all'amor di me stesso. Trovo che s: dunque, c
onchiudo, ella vera. E come non essere se fondamento di lei l'amore di tutti con
tutte le forze, e se all'amore di tutti dato per misura l'amor di se stesso?
Ecco dunque, il principio dell'amore di s mi conferma alla verit della religione;
e la verit della religione suggello al principio dell'amore di s.
Questo principio medesimo norma a distinguere ci ch' dovuto alla fede religiosa, d
a ci che si arroga superstiziosa credulit. La fede religiosa, soddisfacendo nelle
cose essenziali all'amore dell'essere proprio, fa degli essenziali bisogni soddi
sfatti sorgere le utilit ed i piaceri: or tutte le credenze e le pratiche per le
quali il mero piacere o la mera utilit fossero al bene necessario anteposte, son
false, o dalla malizia, o dalla ignoranza abusate. Dovunque la religione comodit,
mestiere, lucro; dovunque la religione non retto amore, pi religione non .
Le messe pagate, le indulgenze pagate, le dispense pagate, le prediche pagate, s
ono crocifissioni quotidiane dell'immortale Amico nostro.
E similmente, qualunque opinione o consuetudine religiosa all'amore contrasti o
lo vizii, combatte e debilita l'umana natura. Tali le superstizioni paurose; tal
i gli esagerati concetti della giustizia di Dip scompagnata da misericordia; tal
i le carceri e i roghi del Santo Uffizio. Cosa anticristiana siccome i soldati d
el papa, cos que' soldati che nelle nostre meretricie processioni con le baionett
e rizzate proteggono il sacramento. Cosa anticristiana tutti gli artif izi pe' q
uali all' amore di Dio e degli uomini surrogata o la forza o la frode o il timor
e o il riguardo; cosa anticristiana gli orgogli delle sette ereticali, e gli org
ogli delle acri dispute teologiche; cosa anticristiana lo zelo sfavillante nelle
fiamme dell'ira.
Certo la religione ha i suoi terrori pe'rei; che siccome l'esercizio stemperato
delle facolt corporee cagiona dolore o morte, cos l'esercizio abusato del desideri
o non pu non trarre con s la sua pena; i tormenti del desiderio medesimo non soddi
sfatto. Ma il terrore non l'unica via di ricondurre gli uomini al retto amore di
s; ch'anzi di tutte pi obliqua, perch terrore odio vivo di male che si vegga immin
ente, e il modo dell'allontanarlo s'ignori. Questo insegna la stessa dottrina de
' teologi, che, in lor linguaggio, la contrizione dall'attrizione distinsero.
La norma pertanto di cui disputiamo, siccome nelle civili indagini cos nelle reli
giose ci mostra la sua rettitudine. C'insegna quanto le sette tutte cristiane ad
ogni altra credenza sovrastino; quanta nella societ cattolica in special modo si
a bellezza e consonanza ai bisogni dell'essere umano. L'unit primieramente, che d
ell'amore facilita l'esercizio, e rende l'uomo in piena concordia pi pago. Poi, l

a docilit della mente che risparmierebbe, osservata, l'oziosa fatica e la noia od


iosa delle questioni; che nelle pratiche verit fa riposar l'intelletto, e volge l
'attenzione di lui a quelle cose che pi giovano il civile consorzio. Poi la river
enza alle tradizioni, la riverenza alla conosciuta autorit, la certezza dell'atte
nersi all'interpretazione seguita dai pi degli uniti nella medesima fede, l'osser
vata gerarchia, la bella conformit delle preghiere e de' riti, sono spedienti che
all'amore preparano, che l'amore confermano, compongono in pace il desiderio, i
n pace il pensiero, Di qui siamo condotti a distinguere i pregi essenziali dell'
unione cattolica dalle accidentali sue forme o venenti da abuso, o torte ad abus
o, od inutili perch non intese, o frantese perch inopportune, e certamente mutabil
i. Recher qualch'esempio: non gi ch'io qui voglia o possa trattare di proposito il
grande argomento.
La credenza nel Purgatorio distende oltre i confini della vita l'esercizio dell'
amore; fa l'amore essere puro ed alto, e pieno di compassione e di riconoscenza
e di preghiera e di fiducia e di gioia; fa lieta di speranze ai credenti la vita
, lieto di speranze il pentimento, consolata la morte; leva l'intelletto a grand
i pensieri, ed esercita la potenza di quello in un mondo al quale la miglior par
te dell'uomo destinata '. La credenza pertanto del Purgatorio soddisfa degnament
e al retto amore di s, degnamente esercitando le umane facolt: e allora solo diven
ta superstiziosa quando la grazia si cambia in moneta, e il prete l'anima purgan
te che si dimena chiedendo elemosina; e i suffragi son fatti pompa di lusso mise
ro; e ardono le candele dell'espiazione intanto che il lume della preghiera muto
, e l'anima del vivo fredda pi che il cadavere dell'estinto. Certo non cattolica
cosa fare commercio della comunione de' Santi, una delle pi divine idee che dimos
trino la religione divina. Anco i preti, lo so, hanno dovere e diritto di vivere
; ma domandino denaro per vivere, non per pregare; sia pagata la mensa, non gi la
messa. Par differenza d'un apice; ma d'un mondo.
Altro esempio. La dottrina della confessione, antica quanto il cristianesimo, se
bbene variata di forme, ci addita un rimedio sicuro al rimorso, terribilissima d
elle sventure, siccome quella che ferisce insieme la volont e l'intelletto, e fa
l'uomo odiare le operazioni proprie e se stesso. Or la confessione ci guarentisc
e il perdono. Ed umiliazione
leggera, sofferta non innanzi agli uomini ma innanzi a Dio: per senza danno mansu
efa le superbie dell'intelletto, e gli benefico esercizio pur col ridurlo a rend
ere ragione a s medesimo del male commesso. , oltre a questo, umiliazione giusta,
perch P umano peccato, per individuale che sia, degradando le nostre facolt, furto
fatto non solo a noi stessi, ma a tutti gli uomini, ai quali le facolt nostre, m
eglio esercitate, avrebbero potuto recare miglior giovamento. Quindi la giustizi
a di confessare, ad un uomo almeno, il torto fatto all'intera societ; confessarlo
, non come ad uomo imperfetto, ma come a Dio, di tutti gli uomini padre. Questo
della confessione .lo scopo ed il merito. Ma i preti cattivi ne fanno o scuola di
cor ruzione od ipocrita necessit; gl'ignoranti ne fanno materiale esercizio; mol
ti tra i cattolici l'usano non come rimedio ma come sotterfugio al rimorso. La c
onfessione ha smarrito il suo fine se non perfezionatrice dell'umana natura, e d
i lei conciliatrice con Dio e con se stessa.
Nobilissima cosa , finalmente, la gerarchia, perch, dividendo gli uffizi, li agevo
la; perch mantiene l'unit, principio d'amore; perch sanamente contempera i doveri a
i diritti. Ma quando ai vescovi o a' preti dagli ordini della gerarchia vietato
o impedito l'esercizio de' lor santi doveri; quando per grette dispense il crede
nte dell' ultima America forzato ricorrere a Roma, e son peccati che Pietro solo
pu sciogliere, allora l'unit cattolica, non che rinvigorirsene, indebolita; e il
diritto, soverchiamente teso, allenta il dovere. Non fa tanto male alla Chiesa l
'impertinenza de' principi vietando ai vescovi il libero commercio con Roma, qua
nto fa Roma stessa imponendo ai vescovi che tale commercio versi sopra minute qu
estioni le quali ai soli vescovi dato comodamente conoscere; e che rubano al cap
o universal della Chiesa la mente di provvedere a ben pi gravi occorrenze. Il dir
itto, io ripeto diventa ingiusto in quanto scema o toglie adempimento al dovere.
E cos, scorrendo tutte le parti essenziali della dottrina e della costituzione ca
ttolica, troveremmo, in essa avere soddisfazione pi sicura ed intera, l'innato bi
sogno dell'anima, l'amore di s. Quelle stesse applicazioni della legge universale

(certo mutabili secondo i tempi) che paiono minute troppo, e in troppa angustia
restringere l'umana libert, giovano primieramente in quanto assuefanno l'intelli
genza e il volere ad un ordine certo (e l'ordine con dizione necessarissima di f
elicit); giovan poi, in quanto risparmiano agl'intelletti ignari molte perplessit
e tediose, agi' intelletti curiosi molti inutili dubbi, molte fatiche agli uomin
i nelle cose della vita occupati, molte omissioni e deviamenti a coloro che di n
orma certa e di legge imperante, quasi di stimolo continuo abbisognano al bene.
Furono e sono pietoso benefizio dalla religione prestato alle moltitudini, e non
colpa di Dio se cos spesso le perverte o le manda a vuoto l'indegnit de' ministri
. La tirannide che i tristi preti e i tristi principi inflissero al genere umano
, omaggio reso dall'Onnipotente all' umana libert la qual deve per mezzi liberi e
ssere dagli uomini stessi e acquistata e rivendicata.
Del resto, allorquando gli uomini, fatti dall'intelletto pi agili, e dal volere p
i fermi, e pi liberi dalla tirannide noiosa del senso, potranno e pi facilmente ved
ere il bene e pi spontaneamente seguirlo; allora talune di quelle cattoliche disc
ipline che furono nei precedenti secoli od utili o necessarie, o cadranno dall'u
so, o saranno da nuovi ordini riformate.
Cotesto non pur lecito ma inevitabile. Tutto ci che vive s'immuta: e le nuove par
ticelle conserte al tessuto de' corpi nostri, l'umana personalit non distruggono.
Finch la costituzione cattolica fu potente a grandi cose, venne sempre accomodan
dosi a' tempi. Poich questa immobilit delle estrinseche decrepite forme, incomodo
non bellezza, colpa non lode. S, molti saranno della costituzione cattolica i mut
amenti, innumerabili, non immagina
bili da umano pensiero. Quella ch' sola destinata a durare immortale, l'unit della
fede. Senz'unit di fede non societ religiosa: nell'unit della fede la societ civile
istessa veramente perfetta. Chi non cattolico, solo. La fede cattolica la fede
delle nazioni: tutte le altre credenze, individue opinioni, o patti individui. L
a Riforma di Luter fu moto non solamente individuo, ma negativo; si ritirarono, n
on corsero innanzi; detrassero, non aggiunsero; contesero, non insegnarono. La l
ibert politica dalla Riforma non venne: e l'Italia del medio evo lo dice. Nell'El
vetica terra e nella Britannica pi antichi posavano i germi di libert, e la German
ia di quali franchigie ella dbitrice a Lutero? E Lutero fu spietato alla plebe, e
Calvino intollerante, e Arrigo tiranno.
Ma tra' protestanti, rispondono, son famiglie pi felici e pi puri costumi che non
tra' cattolici. Quanto a purit di costumi, ripensate di grazia ai fondatori Luter
e Arrigo, ripensate a certi preti e vescovi d'Inghilterra, e alle figlie de' pre
ti; ditemi se tra non selvaggi popolo pi brutale delle plebe di Londra; rammentat
e i costumi delle pi tra le famiglie cattoliche non cittadine, le quali null'hann
o a invidiare alle buone famiglie protestanti; poi, dimostratemi che dall'esser
cattolico venga necessariamente la corruzione della vita; dimostratemi che tutti
coloro ch'eretici non sono debbano essere tristi; dimostratemi che con tali ist
ituzioni civili ed abitudini e temperamenti quali gli hanno le pi tra le nazioni
d'Europa cattoliche, i lor costumi dovrebbero mutare in meglio pur col perder l'
unit della fede; dimostratemi che l'unit della fede alla moralit dei popoli settent
rionali, naturalmente pi composti e pi freddi e meno soggetti al passionato amore
delle cose sensibili, nocerebbe; dimostratemi insomma che due beni insieme uniti
, sien cosa minore d'un bene solo; pensate da ultimo che i pi buoni tra' protesta
nti al principio cattolico pi che al protestante s' attengono, non approfittano d
ella libert dell'esame, credono le cose che son loro insegnate, e dai loro confra
telli credute, interpretano la Bibbia non a capriccio, ma quasi sempre secondo l
e tradizioni, e il pi delle volte secondo le tradizioni cattoliche. N potrebbero i
n altro modo. Se a nessun principio comune, cio cattolico, s'attenessero, se la l
ibert dell'esaminare fosse, quale teoricamente la vogliono, indefinita; il protes
tante, interpretando la Bibbia a suo senno, potrebbe negare non solo la divinit d
i Cristo, e la colpa originale, e tutti del cristianesimo i fondamenti; ma Dio e
la ragione dell'uomo: e potrebbe o per malizia o per ignoranza trovar nella Bib
bia parole confermanti i pi strani sogni della sua mente; e con l'autorit d'un lib
ro che gli si da per divino, potrebbe dimostrare che quello non libro divino; e
altre simili assurdit in infinito. Onde nei principii del Protestante contraddizi
one continova; n pu egli essere cristiano credente e ragionevole se non contraddic

endo a s stesso, e in alcuna cosa almeno rimanendo cattolico.


E s'avverta come i benefizi che nella societ la religione profuse, e potrebbe pi l
argamente profondere, in tanto son benefizi in quanto si fondano nella realit; no
n sistemi teorici, n ideali fantasmi, n simboli. Alcuni filosofanti, dotati d'inge
gno assai retto, da conoscere quanta fosse nel cristianesimo e sociale e filosof
ica bont, ma volendo pur con umani ragionamenti spiegare in tutto i misteri della
religione, come se umani ragionamenti bastassero a spiegar pure i misteri della
vita animale e dei corpi bruti; pensarono di trattar come simboli i dogmi della
Trinit, del peccato originale, della Redenzione, dell'Eucaristia, sostituendo a
un sistema di cose un giuoco di tropi. Ma se le metafore religiose bastino a cre
ar quella fede che insegna a vincere ed a morire, io non so.
Ben so che, a modo interamente simbolico interpretando le espresse parole del Va
ngelo, Oes Cristo ci apparr mentitore; e la pi alta dottrina che uscisse di labbra
d'uomo, riescir mescolata ad inutili e stolte e vili imposture. So che gl' insegn
amenti di lui cos strettamente dipendono dal dogma della Trinit e del peccato orig
inale e dell'Incarnazione, e l'Incarnazione e l'Eucaristia per tal modo si corri
spondono; che o tutto forza negare, o tutto ammettere; o accomodar l'intelletto
alla credenza di cose insegnate o premesse, quasi postulato, da tanto legislator
e; o cercare una religione, una fede, un culto nuovi i e per misero orgoglio rip
udiare la pi bella eredit ch'abbia mai data il Cielo all'umana famiglia.
Io sento risuonarmi nell'anima continovo l'ordine di questo immenso universo, e
negarne non posso la divina bellezza, n la verit dubitarne, ch'io non menta ai sen
si miei, non m'immerga in un vortice di questioni senza pr tormentose. Qual forza
sospende nel vuoto altissimo queste sorgenti inesauste di luce? Qual forza dal
morto germe e putrefatto e invisibile, trae la vita dell' arbore maestosa? Qual
forza dagli elementi medesimi in varia proporzione conserti trae carbone e diama
nte, acqua ed aria, la virt della calamit e la virt della folgore? Mistero. - Che c
osa la luce, l'attrazione, il calore? - Mistero. - Il moto, lo spazio, il numero
, i corpi? Mistero. - Ma queste forze, ma questa bellezza son fatti: negarli, pe
rch'io non li intendo; sarebbe dolore inutile, imbecille vendetta. Crediamo a ta
nti miracoli; approfittiamone a meglio amare noi stessi. Crediamo, perch l'uomo i
l quale vuol tutto comprendere, sar condotto a negare se medesimo; perch l'uomo il
quale di tutto vuol dubitare, sar, peggio che ateo, uno sciocco. Crediamo, perch
la fede la via della libert, della pace. Chi dubita, in pena, od in tedio; chi du
bita, non opera; chi dubita, o trema, o freme; chi dubita, non ha tempo d'amare
n gli altri n s.
Per tal modo, opporranno, ogni credulit si santifica. Non vero. Prima di farmi qu
esto rimprovero mostratemi un nuovo Cristo. Io so certo che le rivelazioni sopra
nnaturali necessarie all'umanit son compiute oggimai: so certo ch'ogni credenza c
ontraria o diversa dalla cristiana, credulit femminile. I creduli siete voi che d
ate la necessit al caso, la sapienza al nulla, l'onnipotenza ai fenomeni, lo spir
ito alla materia, la pena ed il premio ad enti immeritevoli di premio e di pena.
I creduli siete voi che la ragione, idolo dai piedi d'argilla, ponete in luogo
di . Dio. I creduli siete voi, che, ad ogni vieta novit che vi appaia, chinate la
fronte; ad ogni nuovo dio che vi strisci tra' piedi, tendete la mano per foment
arlo coll'alito de' vostri baci. I creduli siete voi che aspettate un Messia. Pe
r me, consumato. La religione, apertaci innanzi un'interminabile via, lasci liber
e l'ali alla ragione che di tutta sua forza la percorresse, non altro limite pon
endo alla comprensione di lei, che la sua medesima capacit. Qual pr del fermarsi i
n via sopra cose che voi stessi gi dite incomprensibili, o qual pr del negarle, qu
ando sono affermate da autorit tanto santa, e parte di tant'alto sistema? Qual pr
del mettersi a mercantare con Dio, e dirgli: " no, tu chiedi troppo, tu vendi a
ben caro prezzo il tuo dono; e quand'anco cotesta credenza che imponi fosse cond
ucevole alla mia felicit e alla virt, io rifiuto insieme con essa il mezzo di vive
re e pi felice e pi buono". - Oh no, non pi dubitare oziosamente, non pi pedantescam
ente discutere: egli tempo d'operare e di credere, credere acciocch l'opera sia f
orte, operare acciocch la fede sia piena. Quando avrete inventata una dottrina pi
possente, pi intera che quella di Cristo, e dimostratane co' fatti l'integrit e la
potenza, allora, non prima, rigettate i misteri che sono anello o fondamento o
sanzione alla dottrina di Cristo.

Chi dubita, ho detto, non ama. L'orgoglio tratta il dubbio come diritto scevero
da doveri; e sola questa considerazione basti a dimostrare quanta sia nel dubbio
potenza dvastatrice. Nel dubbio, l'intelletto nulla crea, nulla fa, poco vede; e
ci che vede, rifiuta: il dubbio distruzione tormentosa ed inutile, perch la cosa
distrutta ritorna sempre ad apparire gigante in sua terribile realit. Lo spirito
ondeggiante sopra s, divezzato dall'amore (perch l'amore chiede certezza in cui si
riposi), par quasi diviso da s medesimo, e cerca le proprie forze, e non le rinv
iene. Dissociando le facolt dell'uomo, non maraviglia se il dubbio dissocii l'uma
na famiglia; faccia l'uno dell'altro e diffidente, e oppressore. Di dubbio infat
ti si pascono le discordie; e la tirannide si pasce di dubbio.
Credere adunque bisogno dell'umana natura, necessaria conseguenza dell'amore di
s; ma giova che alla fede sien posti e limiti e norme: e il limite norma esso ste
sso: e il difetto di norma conduce a interminata credulit. Or questa norma nella
religione cristiana pi divina che in altre, perch le credenze di lei metton tutte
ad amore, e l'amore sublimano.
Per le quali cose non religione che pi efficacemente aiuti l'umana perfettibilit,
della nostra; perch non religione che temperi tanto armonicamente gli affetti, e
li innalzi, e comandi che sempre s'innalzino pi, senza n smarrirsi n torcere mai. L
'umilt, virt all'amor proprio direttamente contraria, tra tutte pi amica all'amore
di s. L'umilt previene l'umiliazione; risparmia il tormento di troppo desiderare,
di troppo indagare; ci dispone alla fede, ci dispone all'affetto: l'umilt ci stog
lie dalla soverchia e angosciosa (quand' prolungata) contemplazione di noi stessi
; c'insegna i conforti della pazienza e le gioie della preghiera; ci fa doppiame
nte soavi i beni che dagli uomini e da Dio riceviamo, e per tal modo ci rende pi
intensi e pi durevoli e pi delicati i piaceri. L'umilt compone in operosa pace le u
mane facolt, s che nessuna ricalcitri, e tutte concorrano in perfezionarsi a vicen
da, perch l'umilt non si crede mai d'aver tocco l'ultimo termine della perfezione,
d'aver mai coll'adempimento agguagliati i suoi sublimi doveri. Ecco adunque l'u
milt sempre intenta a salire; e quella virt che pareva radere la terra con timido
volo, eccola occupare per la forza latente ch' in lei, le altissime regioni del c
ielo. Di s diffidando, non mai disperando, ell' prudente, non timida;
ardita alla necessit, non audace. Sulle forze proprie non osa appoggiarsi, teme l
a solitudine dell'anima, e a tutte le forze della terra e del cielo si associa,
e in quelle si versa per impeto di speranza e d'amore. L'umilt insomma virt sublim
e, virt forte, virt sociale: essa che par s tapina, s gracile, s romita. Ecco perch gl
i uomini grandi tanto pi son umili, quanto e dove sono pi grandi; ecco perch delle
grandi cose l'efficacia maggiore che l'apparato; ecco perch la religione dell' um
ilt tutt'insieme la religion dell'amore; ecco perch gl'infermi e i piccoli sono el
etti a fiaccare i grandi, a confondere i forti. Ecco le dottrine della politica
che chiamano liberale, da Ges Cristo e profetate, e sancite, e nobilitate in imme
nso. La prima costituzione ci fu data nell'albero della scienza, la seconda ed u
ltima nell'albero della croce.
CAPITOLO QUINTO. SCIENZA DEL DIRITTO. SUA IMPERFEZIONE INEVITABILE. COME SUPPLIR
LA.
Di religione ho parlato lungamente, perch trovando il principio del dovere da lei
confermato con tanta virt, mi parrebbe stoltezza rigettare s forte sostegno. E d'
un qualche sostegno ha necessit la legge, significatrice, anzi che autrice di vir
tuosi costumi. Della insufficienza della legge per s sola a costituire la societ e
a mantenerla, giover dire un poco.
Quando non sia dal sentimento morale moderata ed applicata, la legge il pi formid
abile de' tiranni. Pi l'uomo s'attiene alla lettera di lei, pi s'attiene alle mate
riali apparenze de' fatti, e pi corre pericolo d'ingannarsi. Oli stessi giurecons
ulti lo intendono quando distinguono equit da giustizia; quando un certo valore c
oncedono alle circostanze attenuanti ed alle circostanze aggravanti.
Non ha la vita due fatti che si pareggino in guisa da poterli assoggettare alla
medesima norma. Or una delle condizioni pi essenziali a giustizia la generalit del
la legge: vedete dunque dalla giustizia stessa nascere pericolo d'ingiustizia gr
avissimo. Aggiungiamo l'inscienza, la durezza del legislatore; l'insufficienza d
ell'umana parola ad esprimere intero l'umano concetto; aggiungiamo l'ignoranza,

l'incuria, gli affetti, le passioni de' giudici: aggiungiamo l'astuzia, la stolt


ezza de' difensori, aggiungiamo il variare de' tempi e de' luoghi sufficiente a
distruggere ogni bont della legge. Rammentiamo, che secondo l'interna e non compu
tabile reit dell'umano volere, leggiera colpa misfatto orribile, orribile misfatt
o colpa degna di compassione e di scusa, rammentiamo che in una menzogna pu nasco
ndersi pi malizia che in uno omicidio. E queste cose computate, vedremmo, la sent
enza essere non l'ultimo passo, ma il primo della giustizia; l'esecuzione di que
lla doversi o mitigare o aggravare secondo la meglio conosciuta indole del colpe
vole; vedremmo che molte colpe de' privati son colpe de' principi; molte colpe d
egli uomini, colpe delle leggi e de' tempi. Vedremmo, non essere giustizia in te
rra, se non giustizia ne' cuori degli uomini; comprenderemmo il senso della subl
ime preghiera: venga il tuo regno.
Il regno degli uomini per s solo (e dico de' meglio disposti) impotente ed ingius
to, perch versa nei fatti
che sono i rami, non negli affetti, radice del male e del bene; perch non pu non a
doprare la forza; e la forza, sia pur giusta, limite duro e incomportabile all'a
more: perch non pu tanto allettare col premio quanto mettere terror colla pena. Le
gge che premia non ha senso: forza che premia, corrompe il premio ed il merito c
he premia, delle dieci volte le nove prostituisce il pudore della virt. Resta dun
que la pena: la pena zoppa, sorda, fredda, simile a meditata vendetta; la pena g
iudicata da uomini colpevoli sopra uomini colpevoli, eseguita talvolta sopra un
infelice poco men che innocente, da un tristo macchiato di vili delitti. E spess
o la pena delitto maggiore del fallo.
Se Dio non fosse che, sotto questa corteccia della politica e del diritto, mante
nesse nel cuore de' popoli il germe immarcescibile del dovere; se Dio non fosse
che la societ del povero governasse con l'amore, intanto che i principi s'argomen
tano di governarla col terrore e con l'odio, la societ perirebbe, come, al cessar
e del respiro, perisce la vita.
L'amore di s medesimo l'organo della respirazione; il dovere l'aria che s'inspira
e poi si respira mutata in diritto. Non meraviglia se nel diritto si trovi un e
lemento mefitico e corruttore.
Diritto, forza per mantenerlo, violenza per estenderlo; forza per rivendicarlo,
violenza per vendicarlo; vendetta privata e pubblica; ecco la storia dell'umana
poltica. Dall'un capo della linea il diritto, l'odio dall'altro.
Amore del proprio bene, vero; quindi, per necessit, del bene altrui; dovere; forz
a di vincer s stesso, forza di giovare altrui; pace, concordia; premio di buona f
ama e di gloria; la morte principio ad una vita d'amore pi alto e non mutabile ma
i: questa la storia dell'umana virt, questo l'ideale del secolo d'oro; questa, so
tto forme varie, l'utopia di tutti gli uomini grandi; questa la dottrina di Cris
to. Dall'un capo della linea l'amore; il diritto nel mezzo; dall'altro capo l'am
ore di nuovo.
Chi fa del cristianesimo un aiutante del boia, bestemmia Cristo. Uno de' pi grand
i ingegni italiani ch'abbia dato il passato secolo; uomo che si diceva e si cred
eva de' pi puri cattolici della terra, dopo difeso e lodato il Santo Uffizio, fec
e l'apoteosi del boia. Il Santo Uffizio, se veramente tenero della religione, av
rebbe dovuto condannare il condannator degli eretici; e, se qualcuno pur meritas
se la pena del fuoco, bruciare (me ne sa male, ma debbo pur dirlo) bruciare il c
onte de Maistre.
Spetta alla religione rendere inutile, non moltiplicare la pena. Pi la religione
in un popolo abbassa, e pi la forca diventa sgabello al trono. Chi non vuole il c
ristianesimo, avr la polizia senza scampo. Togliete dalla societ il tribunale inte
rno, il principato delle coscienze; e i tribunali di carne e i principi di fango
diverranno intollerabili. O preti buoni, o buoni birri e buone spie; non c' mezz
o.
Gl'immensurabili mondi delle intelligenze e delle volont, accanto a' quali l'univ
erso visibile (e sia pur ingrandito dal telescopio e dal calcolo e dall'immagina
zione) breve pugno di polvere; e il loro avvolgersi per orbite vastissime; e il
rincontrarsi, amico o nemico, sempre fecondo di nuove armonie; sono dalla legge
umana trattati come fossero nulla. All'incontro la scienza del dovere, abbraccia
e il diritto e la radice del diritto, e la colpa e la causa della colpa; guaren

tisce la legge stessa dagli abusi di chi la roga, e di chi l'abroga, e di chi le
deroga (e son quasi tutti): e di chi la interpreta, avvocati, giudici, scienzia
ti; e di chi la elude causandola, e di chi la elude affrontandola, la elude col
non ci pensare, la elude col servamente adempirla. La scienza del dovere ci porg
e una norma comune, con cui misurare le azioni e i pensieri; e conduce l'umanit n
ell'imperio della vera uguaglianza.
Quando i nostri legisti ci cantano: tutti uguali dinnanzi alla legge; pronunzian
o, senz'avvedersene, doppia menzogna. In societ depravate, quali le nostre, tutti
sono uguali dinnanzi alla legge, fuor quelli che son s piccoli da passarle attra
verso, o s grossi da lasciarsela passare tra piedi, o s leggeri da scapparle innan
zi, o tanto sapientemente lenti da attender ch'ella faccia il suo corso; tutti u
guali dinanzi alla legge, fuori che i re, e i ministri dei re, e i favoriti dei
re, e i favoriti dei ministri de' favoriti dei ministri dei re; tutti, fuori che
gli stranieri potenti, fuori che i ricchi, fuori che i preti e i frati; e le be
lle donne; e gli uomini mediocremente furbi, e gli uomini pi che mediocremente im
becilli.
Uguaglianza parola abusata da liberatori e da despoti, ed or confusa con somigli
anz, ora con parit; or ha senso di diritti comuni, or di comuni sventure. uguaglia
nza nell'anarchia in quanto tutti possono parlare a un tempo e a un tempo ammazz
arsi salvo il privilegio della voce e della mano pi forte, e salvo o non salvo il
diritto del primo occupante. L'uguaglianza nella tirannide, in quanto che tutti
ugualmente infelici o in potenza o in atto, salva la special buona grazia o la
speciale antipatia del tiranno e degli innumerabili colleghi suoi. Tutti, in ogn
i sorta di buono reggimento o di pessimo, uguali in alcun rispetto, in quanto al
meno son tutti perforabili e morituri.
La vera uguaglianza non cosa numerica, ma proporzionale; non consiste nella pari
t dei diritti assoluta; ma nella massima indeclinabile; che a dover pari sempre p
ari il diritto.
Tutti dobbiamo amare noi stessi; e in ci siamo uguali. Tutti esercitare utilmente
le nostre e le altrui facolt; e in questo uguali. Tutti forniti delle facolt mede
sime: uguali anche in questo. Ma forniti in proporzioni varie: e qui le disuguag
lianze cominciano. L'arte del ben governare sta nello educar per guisa l'uomo e
l'umanit, che quelle facolt specialmente, le quali in modo pi diretto riguardano la
social vita, siano in ugual proporzione svolte, al possibile, in tutti i cittad
ini; e le differenze rimangano tali e tanto visibili che si possano sotto certi
ordini facilmente distribuire.
Raccogliendo le cose dette vedremo, le leggi sole per s non poter mutare lo stato
de' popoli; molto meno le costituzioni, che sono le pi estrinseche e pi generiche
e meno generali di tutte le leggi; sono insieme le pi contenziose, perch separand
o pi fortemente il diritto dal dovere; pigliano ignudi diritto contro diritto e l
i mettono quasi a capegli. Vedremo le leggi civili e poliliche divenir causa di
bene, in quanto che sempre gli effetti son cause anch'essi; ma quel bene essere
lume riflesso anzich direttamente vibrato. Vedremo la principale utilit delle legg
i essere in ci; che assegnano i mezzi del bene, fanno pi regolari e pi stabili le c
onsuetudini, senza le quali non libert n pace n societ sopportabile alcuna. Ma i mez
zi chieggono un fine, i metodi un principio, le consuetudini tranquillit e forza
d'animo, che dalle leggi civili non data mai, che talora dalle politiche tolta.
Di qui sempre pi chiara esce la necessit del ricorrere quasi a suprema tutela, all
'idea del dovere e sovr'essa fondare le costituzioni della cosa pubblica. E il d
overe, in questi nuovi aspetti considerato, non peso o catena, ma dolce bisogno
e dolcissima libert. Dall'amore si muove e tende al diritto; figlio dell'uno, gen
eratore dell'altro. Amore, dovere, diritto; sublime trinit.
Per questa via si fanno modesti e sicuri e non invasori i diritti: che il dovere
li tempera insieme e li guarentisce, e li fa strumento alle utilit de' fratelli.
Le quali utilit, come ho detto, necessariamente derivano dal dover l'uomo eserci
tare in tutti i modi l'intelligenza e l'amore: ond' portato ad amar tutti come s p
roprio, ch' il pi compiuto esercizio dell'amore che sia a creatura concesso. Fare
che l'uomo ami altrui pi che s, non potrebbe Dio stesso: che ci sarebbe togliere la
personalit di lui, e, nell'atto ch'esiste, annullarlo. Ma per amore di s pu ben l'
uomo i propri comodi e piaceri posporre agli altrui,

perch questo perfezionamento delle facolt sue, questa via di pi grandi felicit. Dimo
striamolo.
AI perfezionamento delle facolt corporali, abbiam detto dover essere il perfezion
amento delle morali anteposto. Se dunque per esercitar l'amore verso i fratelli,
io patisco disagi e dolori, posso fra questi dolori sentirmi e migliore e pi pag
o che non atei in mezio alle volutt pi squisite. La morte mia stessa, se necessari
a al bene altrui, pu essere a me giovamento; i' posso con desiderio vivissimo des
iderarla.
Concedere all'utile altrui parte de' corporei piaceri, sovente esercizio salutar
e delle stesse corporee facolt. Chi s'astiene da cibi squisiti per essere liberal
e ai poveri del suo pane; chi si consacra, in altrui servigio, a vita operosa; c
hi s'assuef per tempo a sostenere i disagi de' viaggi penosi, delle intemperie, e
a rompere la catena delle care consuetudini, ed a indocilire, in mille forme pi
egandolo, l'essere proprio s che al prim'urto non cada e si rompa; quest'uomo, no
n solo per uso altrui ma per proprio diletto, vivr e pi robusto e pi lieto e pi fort
e al variare de' casi; e pi vivamente sentir, quando gli si offrano innocui, i non
di continuo goduti piaceri.
Quantunque non necessario al mio tema, al quale non mancherebbero esempi pi accet
tabili al volgo de' lettori; pure, appunto perch'io stimo i lettori miei, ed ho
in proposito di non isfuggire veruna difficolt, v recare in esempio un'istituzione
cattolica molto in tutte le et disputata, il celibato de' preti. Il prete (qual
dovrebb'essere, non quali i pi sono) all'altrui bene sacrifica le volutt coniugali
. Il vizio della istituzione sta tutto nel condurre
l'uomo al terribile voto innanzi ch'egli ne comprenda la gravit e la bellezza o n
el condurvelo gi deliberato, educato ad infrangerlo. Ma posto che l'uomo conosca
il suo sacrificio, e per lunga prova a quello si prepari meditando e operando; p
osto che gli uomini a ci chiamati, non siano gi tali che, coniugati ancora, contam
inerebbero la sociale famiglia, io veggo nel celibato un fatto nobilitatore dell
a nostra natura. Ell' buona cosa che questo quasi ideale esempio di moral bellezz
a sia porto agli uomini; perch nessuna alta cosa dev'essere dall'uomo aliena. Gio
va del resto notarlo; i mali odierni della Chiesa cattolica dal celibato non ven
gono. I preti inglesi ammogliati, non tutti sono al certo modelli di cristiane v
irt, n molti de' nostri cittadini ammogliati sono gran fatto migliori de' preti; e
tra i preti ve n'ha, commendevoli per carit magnanima: n i preti tristi, ripeto,
sarebbero mariti santissimi: perch se il celibato porta seco un pericolo di scand
ali, il matrimonio de' preti ne porta pi molti e pi gravi: l'avarizia, l'ambizione
, l'inerzia, vizi i quali ben pi che la fornicazione contaminano la religiosa e l
a social vita. E i preti buoni, tra le cure del tempio e della carit, tra i dover
i dell'ammaestrare le moltitudini e del correggerle, del lottare co' grandi, del
conversare co' piccoli, del consolare gli addolorati, dell'assistere a' morient
i; tra le sollecitudini dell' educazione e del nutrimento e del collocamento de'
figli, tra il dolore e il rossore de' falli loro, e la necessit del doverli e il
rammarico del non saperli punire; tra i pericoli e gli spasimi d'un consorzio i
nfelice; tra le nuove comodit, e i nuovi affetti tenacissimi; e il moltiplicato p
ensiero della ignuda vecchiaia, e l'aggravata timor della morte; tra l'accresciu
ta mole de' propri utili ed affanni e piaceri; i preti buoni, ammogliati, or sar
ebbero freddi mariti e padri, or freddi ministri; e non credo giungerebbero a qu
e' prodigi d'amore che fecero meravigliosa di tanti preti cattolici la vita e la
morte. Onde, sebbene, questa di cui parliamo non sia istituzione evangelica, e
possa la Chiesa, volendo, mutarla (e la muter forse un giorno); pure io tengo per
fermo che sempre tra' cattolici saranno anime devote al nobile sacrifizio. E qu
esta che pare violazione ingiuriosa alle leggi della natura, , dove se ne adempia
lo scopo vero, conferma di quelle; in quanto che la natura perfezionata i pi alt
i prepone ai men alti esercizi, e alla volutt d'esser padre, la volutt d'aver figl
i quanti mai possono cristiani essere dall'opera d'un apostolo felicitati.
Dalle corporali venendo alle facolt della mente, dico che il moderarne l'esercizi
o in altrui pr, le nobilita sovente e ne raddoppia la vita: perch l'uomo all'altru
i bene occupato, abborre dalle vili altercazioni, e dalle inutili sottigliezze,
e dalle corruttrici dottrine, e da quanto pu nell'animo altrui od incitare l'odio
o far l'amore pi lento; e ne' veri, che sono pi splendidi e all'umanit pi proficui,

si compiace; e, la boria del letterato deposta, alle intelligenze de' molti il


sapere, accomoda e l'eleganza; e del ben collocato ingegno ha premio nella ricon
oscenza de' buoni che lo attende ancor pi desiderabile che la immortalit della fam
a. Poi, l'uomo che a temperato esercizio educa la facolt del pensare, del bene in
ogni cosa si bea, e del contrario non cura. E, cos studioso del bene com', non pu
n di sospetti crudeli ne di basse diffidenze alimentare l'orgoglio, e degli uomin
i le pi degne parti considera, e li ama onorandoli; e ne' tristi istessi discopre
il tesoro sepolto della non mai al tutto contaminata natura; e fa della benevol
enza, della piet, dell'ammirazione, della verecondia quasi ghirlanda alla sua nob
ile vita. In questi esercizi sfogando la forza della fantasia, la distoglie dall
e immagini tetre ed abbiette; e, non mai sfrenandola, le risparmia quella stanch
ezza ond' prostrato e quasi morto il pensiero; e rende essa fantasia cratrice del
bello, perch bellezza non che raggio d'amore; e la compone con l'intelletto sever
o e con la memoria abbondante e con l'affetto sereno in possente armonia.
Quanto alla facolt del volere, il principio del dovere, risparmiando le passioni,
rende gli affetti pi vivi; restringendo il desiderio fa l'anima pi contenta; e to
glie all'amore che svii in pochi oggetti, e lo innalza l dove a lui dato spaziare
su tutti. Meno offendo io l'altrui volont, e meno altri ha cagione di offender l
a mia. Lasciando tra diritto e diritto uno spazio libero, e ciascuno dal suo lat
o cedendo un poco, avviene che sieno reciprocamente pi liberi i movimenti. E ques
to il secreto della libert, secreto ignorato a' d nostri. Noi della libert facciamo
una menade conquistatrice; ed vergine in s raccolta. Noi la libert poniamo nello
estendere il cerchio nostro; ed allora la libert nostra pi gravemente minacciata,
perch pi corre risico di urtar nell'altrui.
Ecco in qual modo la cura del massimo bene proprio innalza alla cura del massimo
bene altrui. La natura ha queste due cose tanto strettamente congiunte, che mor
tai forza non le pu separare1. Tanto all'uomo possibile felicitar s odiando altrui
, quanto gli possibile odiar s stesso.
Dalle cose ragionate consegue, che la scienza del nudo diritto impotente a regge
re l'umana societ, perch tutti non abbraccia i movimenti e i bisogni dell'umana na
tura. La scienza del dovere, sull'amore fondata, abbraccia la vita della coscien
za e la vita sensibile e la domestica societ e la politica, e la terra ed il ciel
o.
In questa lunga disquisizione, cercando le leggi della natura umana, noi, senza
volerlo, abbiam sempre rincontrato il Cristianesimo: e non ce ne vantiamo, perch
non nostra la scoperta, e non ce ne dogliamo, perch' fatto importante a sapersi,
ad approfittarne utilissimo. Senza consumare il prezioso tempo, ed ora pi prezios
o che mai, in dubbi inetti, in dispute sterili, in zuffe o teologiche od atee (p
erch la teologia malmenata rincalorisce il semi-morto serpentaccio dell'ateismo,
e l'ateismo rimescolola belletta teologica); noi gi teniamo in mano la chiave del
futuro; non resta che volgerla, e aprire. La natura umana amore tutta; il Crist
ianesimo dirige e svolge e sublima l'amore; dunque il Cristianesimo amico e libe
ratore dell'uomo.
Ma, rispondono, il Cristianesimo, abusato, nuoce. Lo so. E anche l'irreligione n
uoce; ma nuoce usata. Per far male agli uomini, bisogna non applicare alla vita
la vera dottrina di Cristo: per far bene agli uomini, bisogna dimenticarsi di cr
edere che Dio non sia. Tra l'ateismo e il cristianesimo, io trovo i rabbini, gl'
imani, i bramini, i bonzi, Spinosa, Voltaire, Enfantin, i Templari!. Vi prego di
scegliere.
Ma il Cristianesimo ha gi compiuto l'opera sua; deve, come il Giudaismo, a nuova
religione dar luogo. - E' non ha compiuta per anche l'opera sua, perch non stato
ancora ai bisogni sociali, neppur nella menoma parte, applicato. Poi, la nuova r
eligione che deve soppiantarlo, dov'? - La faremo. - Fatela; e, innanzi di predic
arla, credetela come si crede a religione, non come a sistema. Questa condizione
alla mission vostra io pongo, quest'una.
N la presente abiezione ed ignominia scemi ai credenti coraggio, od aggiunga ai n
on credenti baldanza. Iddio non ha bisogno di parer vittorioso per vincere; n la
verit si deturpa per le turpezze di chi le ministra. E queste turpezze medesime s
on violazioni della legge cristiana, non osservanze; n legge male adempiuta, per
ci solo ch' male adempiuta pu dirsi falsa, o priva di vita. Non il cristianesimo mo

rto; ma voi che non lo intendete e voi che ve ne fate mercato, voi siete morti.
Uomini nuovi d'intelletto e d'amore sentiranno venir loro da esso nuova fiamma d
i vita, ammireranno la sua incorruttibile giovinezza.
Quello che pi d'ogni cosa disciolse la societ cristiana si l'aver frapposta quasi
un'arida solitudine tra l'intelligenza e la volont, tra la credenza e l'amore; l'
avere nel dogma, nelle ignude parole del dogma, commentate con altre parole fred
de e aride e buie e inutili, posta la vita eterna; l'aver disputato, sentenziato
, anatemizzato, incatenato ed ucciso; l dove conveniva tacere, orare, compiangere
. Riconduciamo all'amore la fede; e la vittoria per noi.
E qui giova notare come quella che taluni al cristianesimo appongono, le sue dot
trine escludere il mondo visibile, accusa falsa. Il cristianesimo, venuto a deli
berare l'umanit da ogni importuna tirannide, non poteva per certo porre a paro i
bisogni corporei co' bisogni dell'intelletto e del cuore. Non neg per quelli, e a
noi commise la facil cura di trarre da' suoi principii le conseguenze che circa
al soddisfacimento d' essi bisogni corporei ne scendevano bellissime ed infinite
. Questo gran campo lasci egli alla libert nostra aperto: e per tal modo intese a
volercela esercitare, anzich domarcela con soverchiamente determinati dettami.
E gi vedete l'antica legge, della quale la nuova il perfezionamento non gi distruz
ione, quanto luogo conceda alla creazione ed alla moltiplicazione e godimento de
lle cose visibili: onde la seconda parte del domma rivelatore poteva bene passar
sene leggermente, poich nella prima se n' era tanto lungamente discorso.
Poi, nel vangelo stesso, molto della natura e de' beni corporei e della felicit t
errena si tratta. E che fa Ges Cristo i dodici tredicesimi della sua vita altro c
he predicar coll'esempio la necessit del dare opera alle cose del mondo? E quegli
stessi miracoli tanto leggermente giudicati dal volgo de' filosofanti, che altr
o son eglino se non l'omaggio che le apparenze corporee rendono alla realit dello
spirito, alla legge che fa nuovo ogni cosa; il pegno delle mutazioni ineffabili
che pu in ogni natura operare la parola incarnata! E la storia della religione n
on forse in questo proposito piena d'imitabili esempi? Lavori solitarii e comuni
, arti e scienze con nobile amore professate, istituzioni mirabili, benefizii ch
e di generazione in generazione si propagano; e se l'indegnit umana ne abus, chi n
' reo?
Ma per dominare appunto la materia, e immutarla, e partirla a' bisogni de' pi, e
maneggiarla continovo senza invescarvisi, e senza che alcuna parte nel tenace co
ntatto se ne disperda, conveniva sapersene distaccare; conveniva amarla non per
sola s, ma per fine pi alto; e l'annegazione era condizion necessaria non solo di
spirituale beatitudine, ma di temporale, costante ed equabile godimento. Altro s
enso non hanno i consigli da Cristo datici, di combattere la carne acciocch non v
inca lo spirito, cio combattere il falso amore di s, acci che non perda l'amore ver
o, non noccia all'amor de' fratelli.
E se in altro modo il cristianesimo non avesse giovato alla conoscenza ed al per
fezionamento delle cose naturali, che predicando l'amor de' fratelli, e il debit
o di giovar loro cos come a noi stessi, avrebbe con ci solo avanzata ogni religion
e d'assai, superato l'istinto della natura che alla contemplazione delle cose es
terne con tanto irresistibile impeto ci trascina. Perch quest' impeto sempre men
forte dell'amore che noi portiamo a noi stessi.
E finalmente, quella misteriosa dottrina dell'originale caduta, , chi ben la cons
ideri, germe di tutta perfettibilit, immarcescibile. Perch l'uomo il qual si sa de
gradato dalla naturale dignit, e posto in continovo pericolo di cadere pi basso, d
eve far della vita uno innalzarsi continovo, un continovo sforzo di libert: deve
in ogni atto e pensiero l'amore della propria dignit e franchigia trasfondere, e
sussidii di libert trarre dalla religione, dalla societ, dalle invisibili e dalle
visibili cose. L'uomo all'incontro il qual si reputa immacolato ed alto, e non p
ensa alle forze infinite che per lui spese e a lui serb un infinito liberatore (e
di qui s'intende la materiale utilit della fede in Cristo come in vero uomo-dio)
; costui tanto pi debole diventa quanto pi credesi forte, tanto pi corre pericolo d
i cadere servo, quanto pi facile stima la conservazione della sua bellissima ed a
rdua libert.
CAPITOLO SESTO. APPLICAZIONI MORALI.

Se, dopo le cose dette, alcuno volesse confondere l'amore di s con l'amor proprio
, e tacciare d'eleveziano il principio mio, non sarebbe mia colpa. Per lavare l'
umanit dalle macchie contratte nella pingue palude dell'amor proprio, tuffiamola
nell'acque vive dell'amore di s; e sar monda.
Il mio principio pu stare, se vuoisi, distinto dalle idee religiose; e anche un a
teo pu servirsene; troncandone le legittime conseguenze, e rimanendo, come sempre
fa, terra terra. Altri cui piaccia sciogliere libero il volo, trover dappertutto
il principio medesimo dalle sue conseguenze nobilitato. N l'amore di s contraddic
e alla religione, n questa ripugna a quello. L'una modera gl'istinti dell'altro,
e lo innalza, e gli risparmia lunghi dubbi ed errori. Che, da solo la sua ragion
e aiutato, possa l'uomo serbarsi intero, quale la religione idonea a farlo, io n
on credo. Che senza una tradizione religiosa l'umana natura non potesse fortemen
te conoscere ed operare la propria dignit, io non saprei dubitare. Ma questa cred
enza mia di cristiano, sovrapposizione ch'io aggiungo al principio dell'amore di
s; distruggete, se vi piace, l'edifizio; il fondamento rimane inconcusso.
Riman vero sempre che dal retto amore di s procedono tutti i doveri, e dai doveri
i diritti. Onde la virt rettamente si definisce con Aristotile, abito del dovere
; e in ogni cosa s'insinua il fecondator d'ogni cosa, l'affetto; e si dimostra l
a benevolenza essere principio costitutore di societ ben pi valido che la mera giu
stizia non sia.
Giova distinguere i principii di morale essenziali alla conservazione dell'ordin
e, dai principii secondari posti a guarentigia dell'ordine stesso: mezzi piuttos
to che fini. I primi, eterni; variabili gli altri secondo i varii stati dell'uom
o, della societ, della specie. Tra' primi io pongo gli ufficii di benevolenza, tr
a' secondi gli ufficii di giustizia. Questa classificazione rovescia molte teori
e celebrate: e per mi par vera.
La benevolenza pu compiere tutte della giustizia le veci: giustizia senza benevol
enza ipocrita ovver tiranna. N Dio stesso pu fare eccezione alle norme di benevole
nza, perch son leggi dell'umana e dell'universale natura; alle norme di giustizia
le eccezioni sono e debbono essere innumerabili: e ci che in una gente, in un gi
orno legge giusta, pu, in altre circostanze che pur parranno somigliantissime, di
ventare violazion della legge.
La propriet de' beni corporei rispettabil cosa: ma Dio permise agli Ebrei e coman
d violarla. Dio stesso non poteva dir loro: odiate gli Egizii, come disse: spogli
ate gli Egizii.
Chi fece il senso del giusto e dell'ingiusto venire dall'istituzioni, dagli arbi
trii, e dalle passioni dell'uomo, intese della giustizia scritta ne' codici; ed
quella di cui ragionano i pi. Non popolo od uomo al mondo in cui la natura non is
tampasse la giustizia dell'amore. Possiamo abusarlo, costringerlo, in pochi e no
n degni oggetti; rinnegarlo no mai. Essere amare: Dio supremo ente, somma carit:
l'uomo pi prossimo a Dio, pi e meglio ama. Amare volere e far bene: il bene non pu
non essere verit: il bene gioia. Dunque nell'amore il bene, il vero, ed il bello;
poich non altro il bello se non vero con gioia.
Questa norma della benevolenza non solamente non soggetta agli arbitrii delle um
ane istituzioni, ma di tutte le umane istituzioni ci d fedelmente a conoscere la
rettitudine. Pi la giustizia d'un popolo conforme a benevolenza, meno la giustizi
a necessaria a comandare la pratica della benevolenza od a farne le veci; e pi i
costumi sovrastanno alle leggi, e sono rispettate le leggi perch rispettati i cos
tumi e pi felice e pi veramente libero il popolo.
Date un dramma d'amore ai condannatori ed ai medici degli umani delitti, e i del
itti verranno in modo non credibile diminuendo. Perch (giova ripeterlo) l'amor ve
ro a giustizia non repugna. Conviene, ed necessario, che il tristo esercizio del
le umane facolt porti i suoi tristi effetti; come necessario che il buono sia fer
ace di buoni. La pena, quand' semplice effetto del male, non causa di mali nuovi
e pi grandi, manifestazione d'amore.
Il principio del qual disputiamo, misura i sistemi tutti, perch di tutti comprend
e la parte accettabile; ha per fondamento ben pi che un'estrinseca e cieca necess
it; ha per effetto non solo la privazione del dolore, e i piaceri dell'orgoglio e
del senso, ma tutte le pi squisite gioie, e utilit interminabili: ha per mezzo, n
on la forza brutale, ma tutte, insieme temperate dell'individuo, della societ, de

lla natura le forze; ha per movente il dovere, per conseguenza il diritto, per f
ine ultimo Iddio. Morale, medicina, scienza de' corpi, scienza dello spirito; sc
ienza civile, criminale, economica, politica, religione; ogni cosa comprende, di
tutto rende un'alta ragione; da ogni cosa trae sempre nuove ed agevoli consegue
nze. E, ci che pi vale, principio antico, da tutti i filosofi confessato, da tutti
gli uomini riconosciuto; se fosse nuovo, mi farebbe paura.
Io non fo che dedurre le conseguenze che ne derivano necessarie: dedurle con lea
lt di raziocinio, senza smania di seminar paradossi, senza orror di ripetere cose
antiche.
E talune delle antichissime, almeno nella suprema ragion loro, parranno nuove, p
erch il genere umano s' allontanato dalla natura delle cose e sua propria; perch i
filosofi avendo paura e vergogna delle verit manifeste ed antiche, le fecero con
la loro affettata oblivione desiderabili di vergine giovent. Qui diremo delle con
seguenze morali; e non gi di tutte, che sarebbe fatica infinita.
Dal dovere e dall'istinto d'amare il proprio essere, nasce il dovere di conserva
re la vita. Il suicidio non mai diritto: la natura non guasta ad esso repugna: r
epugna il pensiero che l'uomo, finch vive, pu sempre esercitare proficuamente le p
roprie facolt. Se il corpo soffre, pu l'ingegno vedere, pu l'animo amare alte cose.
Se l'ingegno impedito dai dolori del corpo, l'amore non malfatto impossibile al
cuore. Or nell'amore la vita. Quell'uomo stesso al quale malattia o demenza tog
liesse l'uso fin dell'amore, non potrebbe privare se stesso di vita, perch non sa
egli se la malattia o la demenza debbano durar sempre; non sa se, uccidendosi,
e' tolga ad altri ed a s meriti innumerabili.
Dal dover di vivere nasce il diritto di non essere ucciso. Io debbo difendermi,
dunque posso. Non debbo mai togliere ad altri la vita, se non per adempire il de
bito che ho di conservare la mia. E il diritto concesso all'uomo individuo, alla
societ non dato se non alle medesime condizioni, cio nell'urgente pericolo. A chi
mi nuoce io debbo impedire di nuocermi, non debbo troncar la via di giovare a s
stesso, se non quando egli possa troncarla, a me. Or uccidendolo, io gli rendo i
mpossibile il correggersi, il perfezionarsi; e fo cosa contraria al diritto, per
ch contraria al dovere.
Non posso ragionar de' doveri morali senza toccar de' politici; perch le son cose
inseparabili: e l'assunto mio si voler dimostrare i vincoli che indissolubilmen
te le stringono. Lascio ad altri la cura di suddividere l'universo in quante fac
cette presenta il cristallo rotto d'un sistema, e considera l'accidente come fos
se sostanza. La smania di teoricamente dividere viene dall' essere gli uomini pr
aticamente disgiunti e dagli altri e da s; e li disgiunge in pi misero modo che ma
i. In divisione siffatta le idee si confondono. Tempo di raccogliere e di rannod
are le cose disperse: quest' la pi difficile e la miglior delle analisi. Seguitiam
o.
Dal dover di cansare il percolo nasce il dovere di sperimentare alcuna volta il p
ericolo, appunto per apprendere a superarlo. E perch noi moderni, principi e popo
li, temiamo il pericolo, e' ci persegue e ci assedia.
Dobbiamo dunque talvolta affrontarlo; e pi che il pencolo, affrontate la fatica,
il dolore, il disagio. La mollezza madre di codardia; la mollezza stretta con la
tirannide in trista alleanza. Quindi che i prncipi la proteggono; e permettono e
stipendiano ballerine, intanto che destituiscono o proscrivono professori, inta
nto che tolgono l'arme di mano ai cittadini, di mano agli scrittori la penna.
Persin che il principe assolder a suo servigio i custodi della pubbica pace; li a
ssolder minaccia perpetua di guerra: finch i cittadini tutti non sapranno in milit
are ordinanza far contro al nemico od interno od esterno; l'Europa non avr n ripos
o n forza. Finch i cittadini non saranno soldati, n i soldati n i re saranno mai cit
tadini.
Ma quando pure gli italiani principi a questo condiscendessero, gran parte del p
opolo italiano getterebbe via da s come giogo insoffribile Io strumento liberator
e. L'artigiano e il rustico e il pezzente s'accomoderebbero al proprio bene in b
rev'ora; ma i tenaci del vitupero, ma gl'illiberali e gl'illiberabili sono i tit
olati d'ogni genia; titolati di stirpe, d'ingegno, d'uffizio, di chiesa, di banc
a. Domandate ad un conte, o, peggio, ad un banchiere: vuoi tu collocarti in line
a militare col servo tuo? Risponder mostrando un pezzo di moneta, e dicendo: ecco

il valore d'un cambio. Io pago i miei liberatori come i miei servitori: lascia
ch'io 'nfradici in pace.
Voi parlate agli uomini d'amare s stessi, ed eglino pensan denaro; rammentate i l
oro diritti; ed eglino guardano se il diritto richiegga danaro o lo dia: domanda
te loro l'osservanza de' doveri, ed e' rispondono con denaro. Il danaro rapprese
nta il valore di tutte le cose, perch tutte le cose son fatte mercabili: il corag
gio, l'amore, la fede, la libert.
Gli uomini che non conoscono, se non per immaginazione, il pericolo, saranno sem
pre pessimi cittadini. E se non il pericolo, ripetiamo, conoscete almeno il disa
gio, ai depravati pi orribile del pericolo ancora. Studiate il disagio, il dolore
; che sar uno studiare voi stessi. Studiate quanto pu farvi e pi agili e pi robuste
le facolt corporali: apprendete un'arte meccanica. Questo dice all'uomo la sua na
tura, e l'amore di s. La cura stessa delle corporali facolt, perseverantemente ten
uta, condurrebbe l'uomo a pieno ben essere e a libert, perch non si possono i corp
orali vantaggi interamente conseguire senza esercitar degnamente le forze dell'a
nimo e dell'ingegno. E l'ingegno, moderatamente esercitato, fa il corpo stesso p
i agile, e della carnai soma lo sgombra.
N al dovere di perfezionare in tutti i possibili modi l'ingegno e l'animo proprio
e l'altrui, potr l'uomo soddisfare, se a capriccio di pochi, gli si neghi facolt
di leggere, di parlare, di scrivere, d'associarsi; onde non diritti ma doveri in
alienabili sono la libert delle associazioni, la libert dell'educazione, la libert
della stampa, e solo allora si perdono, quando l'ordine pubblico per loro abuso
si turbi. Dio solo pu toglierle, perch Dio solo infallibile. La chiesa cattolica a
cui fu dato non errare nelle cose a fede spettanti (perch gi determinate da un'au
torit della quale essa non che fedele conservatrice), la chiesa cattolica stessa
le dottrine non sue e le dannose societ non condanna, se non fatte pubbliche; non
ha giudizio se non posteriore, non ha pena altro che spirituale; e, pura che si
a, da ogni violenza rifugge. Le libert da noi rammentate appartengono adunque all
a morale ancor pi intimamente che alla politica: per non sacre; e l'abuso loro pi t
erribile del disuso. N dal propagato errore verr mai tanto male quanto dalla verit
soffocata.
Tornando al principio nostro, ognun vede come mutato in dovere il continovo inde
finito reciproco perfezionamento di tutte le umane facolt, sia potente a creare u
na societ nuova, con sempre rinnovellati spiriti procedente per interminato cammi
no.
CAPITOLO SETTIMO. ORDINE DEI DOVERI E DEI DIRITTI.
Il principio da noi posto ci mostra non pure il fondamento ma l'ordine dei dover
i.
Alle persone che la natura pose pi prossime a noi, pi dovuto l'amor nostro, siccom
e a quelle con le quali ci lega di pi stretto vincolo l'amor di noi stessi. Quind
i la costituzione ammirabile della famiglia, fonte di affetti, di virt, di piacer
i, d'ammaestramenti, inesausta; costituzione che sola basterebbe a dimostrare l'
esistenza di Dio, perch' profonda religione essa stessa.
La famiglia sta quasi mezzo tra il cittadino e la patria, tra l'uomo e Dio: vinc
olo sacro dell'uno con tutti, dell'uno e imperfetto con l'Unico e Immenso. La pa
ce, l'ilarit, la franchezza, la pudicizia, il mutuo aiutarsi, il mutuo compatire,
la comunit d'ogni cosa, son virt che dal nido domestico spiegano il volo nei larg
hi campi della libert, e li rallegrano quasi d'aereo concento.
Qui pi che altrove, si offre a conoscere la naturai congiunzione mirabile de' tre
principii accennati. Nell'amor di madre, di figlio, di marito, di moglie, si ve
de dall'amor di s nascere come bisogno, non come peso, il dovere; e dal dovere il
diritto. Nel figlio i' amo una parte di me; nella moglie me stesso, che in due
non siam ch'uno.
Ond'io non posso non fare e non volere a costoro quel che a me stesso vorrei e f
arei: e lo debbo; e ho diritto di farlo.
Altra conferma della verit medesima, la condizion della donna. Noi l'abbiamo aggr
avata di doveri, l'abbiamo di diritti alleggerita, ed ella sovente dell'ingiusto
imperio si vendica collo scuotere il giogo dei doveri, coll'arrogarsi diritti n
on suoi, col farsi infelice, col fingersi libera, e far noi tutti infelici.

Seguitando, vediamo che, siccome pi attinente all'amore di s, con pi forti nodi ci


stringe il vincolo dell'amicizia. Quel vecchio adagio: l'amico essere un altro n
oi, conferma alla lettera ci ch'io dico. L'uomo, nell'amico ama s stesso; e pi s'am
a in quanto che i propri difetti nell'amico non vede; o, in lui trovandoli, dell
'esempio fa scusa. E per, pi moltiplicheranno tra gli uomini le somiglianze d'opin
ioni, d'affetti, di consuetudini, pi si far stretto il vincolo della vita, e cogli
amori cresceranno i diritti, e coi diritti le gioie. A ci tende la religione con
la sua potente unit, forza mirabilmente conciliatrice e per libratrice: a ci dovreb
be tendere l'educazione, unificatrice potente in popoli bene temperati.
E noi ci sentiamo tanto fiacchi e diffidenti, perch siamo soli; e questa societ no
stra ospizio d'infermi che aiutarsi con opera mutua non sanno; o, se pur si stra
scinano l'uno accanto all'altro, non fanno che per titillarsi dolorosamente, o p
er contagiosamente addossarsi, o per crudelmente percuotersi. Fra gli antichi la
sostanza del cittadino rimanevasi una; e comodo arbitrio era concesso alla vari
et delle forme: oggid le forme per forza uguali, dissimile il resto. L'originalit c
on l'unit si concilia; da discordia nasce uguaglianza di schiavit.
Che altro sono l'incredulit, il dubbio, la diffidenza, se non amore falso di s? L'
uomo non vuoi credere che a s stesso: or chi non crede a cose pi alte della natura
propria, non crede a' simili suoi, non crede alla propria natura. Chi si confid
a poter da s solo esercitare degnamente le proprie facolt, perde le infinite forze
che dagli esterni oggetti gli verrebbero a tal uopo; crudele in s stesso, non s'
ama. L'egoismo suicidio.
Amare s stesso, credere, amare altrui, confidare, esser forte: tutt'uno.
Pure, in tanta dissoluzione, alcun fausto indizio ci si offre di nuove simpatie.
Circa a religiose materie si disputa con odio men velenoso: ed massima, almeno
in parole accettata, la tolleranza; tristo vocabolo che indica quanto sia diffic
ile agli uomini il tollerarsi, non che l'amarsi: e dico agli uomini che la relig
ione millantano, cos come a quelli che si fanno onniscienti della lor fede nel nu
lla.
Oli odii nazionali si vengono, quasi vecchia neve soffiata da gelidi venti, all'
alito di stagione novella struggendo. La rabbia del Misogallo pare ormai cosa vi
llana a coloro stessi che pi dal Gallo non isperano il canto di libert: lo stesso
nome tedesco, da pi di secent'anni imprecato, e gravido di tanti e non vendicati
dolori, suona men tetro a chi rammenta la germanica libert.
A conciliare gli animi e a concentrare le forze, a far le nazioni, cos come gli u
omini individui, rientrare in s stesse, e quindi in altrui rifondersi per forza d
'amore, molto varr la sventura. Questi sacri ed amari pellegrinaggi d'Italiani in
Francia, in Egitto, in Algeri, in Inghilterra, in Ispagna, in America; di Spagn
oli e di Portoghesi in terra di Francia; di Polacchi in Francia, in Svizzera, ne
l Portogallo, nel Belgio; questo camminare delle dinastie senza tetti e delle pr
ofughe nazioni; questo lungo gemito di Rachele che va piangendo i suoi figli, qu
esta elemosina ricevuta da' principi e ricevuta da' popoli; questa tessera dell'
ospitalit che un'intera parte del mondo presenta all'altra, scritta per man del d
olore; questo rincontrarsi delle opinioni vaganti per via, quasi monti che il ce
nno di Dio spianta dalle radici, quasi fiumi che l'uno nell'altro si versano, e
con terribile armonia di romore confondono l'acque, a trovar pace in un mar senz
a rive; son cose piene di profondo mistero. E voglia Iddio che tutte le nazioni
lo intendano; e degl'infelici che picchiano alla loro porta battuti dal turbine,
ed incalzati dalla furia inseguente, dicano con amore: a questi uomini non facc
iate male alcuno; dacch'entrarono sotto l'ombra del tetto nostro.
La serie pertanto de' sociali doveri si viene ordinando giusta le relazioni che
danno pi compiuto esercizio all'amore di s. Io debbo a cose pari soccorrere innanz
i il congiunto che l'estranio: ma se al congiunto si tratti di rendere corporale
servigio non necessario, ad altr'uomo servigio intellettuale e importante, pend
e da questa parte la bilancia del dovere; da questa il diritto.
E cos la condizione perpetua posta alla rivendicazione degli umani diritti: che i
l rivendicarli sia probabilmente men pericoloso del lasciarne la violazione impu
nita; avrebbe impedito le tante stragi delle quali orribile la storia, omicidii
inutili, stolti delitti; avrebbe impedito e discordie e congiure, e fatiche innu
merabili, nelle quali ad altro non s'intese che ad evitare mal minore con male p

i grande, o a prevenire con danno grave leggiero svantaggio, o a procacciare il m


en nobile esercizio delle facolt proprie togliendo ad altrui per pi lungo tempo es
ercizio pi utile di pi nobili facolt.
Qui cade distinzione importantissima: del danno morale ed intrinseco, dal fisico
, che potrebbesi chiamare apparente. Il danno fisico inevitabile talvolta a fare
che il male scemi: talvolta necessario ad accrescere il bene. Il mal morale sem
pre dissolutore d'ogni societ, da qualunque siasi od economica o politica utilit c
ompensato.
L'idea del danno materiale ci porta alla terribile questione della propriet; alla
qual giungesi per due vie contrarie: la beneficenza e la forza, l'elemosina e i
l furto. Poich l'idea di carit inseparabile dall'idea di giustizia. L'elemosina de
ll'avente al non avente dovere, perch il vantaggio che viene all'animo dalla bene
ficenza pi grande che la privazione del bene non necessario, comunicato all'indig
ente fratello. E in generale parlando, la mia comodit sempre diritto men venerabi
le della necessit del fratello. E se con la perdita di un mio minor bene io posso
a lui comperare un ben maggiore, mio debito il farlo. Questa legge, adempiuta,
rinnoverebbe dal fondo l'umana societ; sarebbe l'applicazione piena del grande as
sioma cristiano. Nessuna perfezione, per alta che immaginare si voglia, andrebbe
esclusa di qui: perch la vita mia stessa del corpo, secondo questa legge, io dov
rei (come dissi pi sopra) dare volenteroso, quando certo fossi che la vita morale
del fratel mio avesse ad esserne vantaggiata. Se non che l'incertezza di quell'
arcana utilit, e la speranza di poter, vivendo, recarne di viemaggiori, porrebbe
confine alla severa sublimit di cotesta legge, serbandone l'adempimento a necessi
t straordinarie di grandi speranze o di grandi sventure.
Ora tornando alla quistione incominciata, la carit, ripeto, dell'avente, dovere;
ma nel fratello povero non gi sempre un diritto corrispondente al dover nostro; e
questa verit che ha sua ragione nelle dottrine accennate. A ciascun dovere dell'
uomo corrisponde nell'uomo stesso, un diritto di adempir quel dovere, cio di fare
gli atti che all'adempimento di detto dovere conducono: ma al dovere dell'uno u
omo non corrisponde gi sempre nell'altr'uomo un diritto. Perch se al dovere altrui
corrispondesse in me sempre un diritto, io potrei passare intera la vita nel ri
vendicare l'adempimento dei doveri altrui, senza che tempo mi restasse di pensar
e all'adempimento de' miei. La qual guerra, fatta reciproca e comune, distrugger
ebbe ogni societ ed ogni forza. E questo appunto fecero insino ad ora i potenti e
gli aventi, esigendo dal debole l'adempimento de' suoi doveri, o esagerati o im
maginati, e frattanto trascurando d'adempiere i propri.
Il diritto dell'altr'uomo, incomincia veramente l dove incomincia il suo proprio
dovere. Onde se nella societ noi troviamo veri doveri dall'un lato e diritti veri
dall'altro, teniam per certo che nella medesima persona eh' gravata del dovere
un diritto; nella medesima persona ch' dotata del diritto, un dovere. Questo prin
cipio fecondissimo, che fa compiuta ed equa la scienza delle umane societ.
Ed applicandolo al caso nostro, ne segue che il diritto di ripetere l'altrui, qu
ivi comincia, dove comincia il dovere di sostentare la vita. Quand' altri mezzi
a sostenerla non restano che la carit del fratello, mio diritto implorarla, prete
nderla. Ma perch questo s'avveri, troppe condizioni si richieggono, e troppo rare
. Vuolsi ch' io abbia indarno tentati quanti mezzi forniva l'industria, per comp
erarmi con la fatica il mio pane; vuoisi ch'io nulla possegga del necessario all
a vita, vuoisi ch'io non possa in tale stato durare senza imminente pericolo; vu
olsi ch'io non abbia de' passati beni abusato, e non mi sia per prodigalit o per
incuria condotto a s misero estremo. L dove coteste condizioni manchino, io potr vo
lgermi all'altrui carit, che renda le mie miserie men gravi, ma non avr per questo
al soccorso un civile diritto. Se tutte si adunino, e se la preghiera volta a c
oloro ch'esaudirla potrebbero, fosse vana; io posso rubare, perch debbo vivere. S
e delle dette condizioni manchi taluna delle meno importanti; il dovere, se non
intero, in qualche parte ha luogo; ed ha luogo in qualche parte il diritto, non
gi di torre l'altrui cosa, ma d'esigere che alla mia necessit si sovvenga. Quindi
il diritto del pubblicamente lagnarsi, e dello insorgere al bisogno, non per man
dare a sacco l'altrui, ma per rivendicare le facolt dalle quali pi larghe vie sien
o aperte alle moltitudini, di sostentare la vita.
Il diritto si fa pi largo, allorch non de' miei proprii bisogni si tratta, ma degl

i altrui. Io posso allora e debbo chiedere pane non solo pe' morenti di fame, ma
per gl'infelici che a gran pena l'acquistano sudato e scarso: posso, perch la co
mpassione, e la giustizia, e il coraggio (quando non nocciano a coloro stessi a
cui giovare desidero) sono esercizi nobilissimi della natura mia. Chiedendo il b
ene loro, io vo bene e fo bene a me stesso. E questo il secreto mirabile della l
ibert: costituire tutti difensori al diritto di ciascheduno, e ciascheduno di tut
ti. Quel diritto ch'io non ho come cittadino individuo, al pi agiato vivere; medi
ante l'associazione lo acquisto, perch'altri ha il dovere d'acquistarlo per me,
ripetendolo, rivendicandolo, con parola, con opera, se bisogni. Questo, dico, il
secreto della libert; questa insieme l'essenza della religione cristiana.
E giova notare altra eccezione importante all' indefinito e tirannescamente perp
etuo diritto di propriet ch' piaga del mondo, in quanto si considera come mero dir
itto. Allorch manifestamente apparisca, che l'avere altrui frutto de' miei sudori
, e a me di ragione dovuto, n io possa per vie pi civili rivendicarlo, e senz' ess
o a me e a' miei fratelli corra travagliosa la vita, la rapina o il furto diritt
o mio di legittima propriet: n pi a cotali atti convengonsi i brutti nomi di rapina
o di furto. Contro il ladro pezzente io ricorro al giudice, contro il re ladro
ricorro alla forza od all'arte, quando per dalla forza o dall'arte non segua peri
colo di peggior danno. Gl'Israeliti potevano spogliare le case degli Egizi, perc
h si toglievano le negate mercedi de' canali scavati e delle innalzate piramidi.
E questo diritto di propriet, perch non esce del sacro limite dei doveri. - Dir com
e sia dovere il diritto di propriet. - Se i miei beni vengono da mia fatica, io d
ebbo serbarli, perch con essi io esercito la facolt del corpo a mantenere la vita;
dell'ingegno e dell'animo; spendendogli nella riconoscenza del vero, nell'acqui
sto del bene. Se vengono da eredit o da fortuna o da lavoro non corrispondente in
merito od in gravita all' abbondanza loro, ma nessun altro abbia titolo in essi
pi prossimo; io debbo pure serbarli per l'uso che ho detto. Sono ministri all' a
more di me preziosi: n posso rigettarli alla cieca, per la ragione medesima che n
on posso rigettar le occasioni che mi si offrono di perfezionare me stesso.
Ma quando le ricchezze diventino impedimento a ben fare, quando partendole in mo
lti io posso esercitare pi efficacemente le facolt di un maggior numero de' miei f
ratelli, quando la povert pi direttamente mi conduca a virt io posso allora alienar
le ricchezze, perch lo debbo. La scelta dipende dall'opinione concetta del valor
delle cose, dall'arte di usarne, dalla natura de' tempi in cui l'uomo vive, dal
la missione alla qual credesi destinato. La ricchezza soma ch'io posso tenere, p
osso deporre, secondo che meglio credo con essa o senz'essa sciogliere verso me
stesso gli obblighi miei. Elia, Ges Cristo, gli Apostoli, i primi monaci, Frances
co d'Assisi, qualche antico filosofo, prescegliendo la povert, fecer cosa, second
o il fine, pi o meno sapiente e divina. Diogene, e molti frati de' giorni nostri,
prescelsero la povert non come sacrificio o dovere, ma come agio e diritto. Menz
ognera virt che pu essere non dissimile da peccato.
Falsa del resto, intrinsecamente falsa l'idea ch'hanno tuttora della propriet gov
ernati e governanti, scrittori e lettori; de''quali i pi la considerano or come c
osa divisa affatto dall'esercizio delle pi nobili facolt dell'uomo, or come cosa s
uperante in valore politico le pi nobili facolt. Non pensano che laddove la propri
et de' beni visibili non mezzo d'esercitar l'affetto, massimo dovere dell'uomo e
massimo vincolo di societ, quivi guerra, e dissoluzione di morte: non pensano che
l'affetto pu essere esercitato dai meno possedenti con pi merito e con pi forza, e
sercitato dai pi possedenti per mezzi ai quali il molto possedere non aggiunge, a
nzi toglie sovente, efficacia: non pensano che la propriet guardata come guarenti
gia di civili virt (non dico gi come indizio di merito, ch' troppo manifesta stolte
zza), guardata come guarentigia di virt, distrugge della virt medesima i fondament
i: non pensano che l'uomo nulla possedente, in tanto risica d'essere inetto ad e
sercitare tutti i civili diritti in quanto gli mancarono occasioni d'esercitare
taluni de' civili doveri; in quanto e' non conosce l'arte dell'amministrare le m
ateriali utilit della vita. Falsa, dico, l'idea volgare della propriet: e non per
armi o tumulti pu farsi pi retta, ma per lente esperienze amarissime. Verr giorno c
he, la propriet de' beni mercabili non sar diritto individuo ma comune, o, meglio,
parte individuo e parte comune, individuo il necessario, comune il resto; o le
nuove costituzioni serberanno ai governanti il diritto di togliere gl'ingrandime

nti smodati dell'avere; o, meglio, le costituzioni stesse saranno per tal modo o
rdinate da rendere detto ingrandimento difficile, e da scemarne i pericoli. Cert
o che lo stato economico delle societ non pu durare perpetuamente cos mostruoso com
': certo che il denaro deve di necessit perdere quella miserabile onnipotenza per
cui gli fu dato non solo rappresentare ma simular la ricchezza, e con l'immagina
ria ricchezza moltiplicare gl'immaginarii bisogni: certo che questi e gli altri
non numerabili mutamenti se benefici saranno, non si faranno per forza violenta
ma s per forza di persuasione e di coscienza; che non dai privati uomini derubant
i e non dai governi confiscatori pu venire il diritto, ma dai governi costitutori
e dal volere delle moltitudini in tranquilli e legittimi modi manifestato.
CAPITOLO OTTAVO. LIMITI DELLA LEGGE.
I doveri appunto e i diritti che allo spirito pi direttamente s'attengono, paiono
a qualche modo immutare il diritto e il dovere di propriet, ed altri simili: nod
o di questioni innumerabili, che n la legge troncare, n il giuresconsulto pu sciogl
iere. Ne dar un solo esempio: il quale esempio ci sar quasi passo ad altro argomen
to.
La propriet d'un pugnale o d'un libro osceno, cosa non dissimile dalla propriet de
lla casa o del campo. Posso io togliere a chi lo possiede il pugnale od il libro
? - Se ha luogo dovere, ha luogo diritto. Ma il dovere ha luogo men di frequente
che a taluno non paia. Io debbo togliere lo strumento del male a chi certamente
ne abusa, o si dispone con segni chiarissimi ad abusarne. S'io veggo il pugnale
imbrandito al suicidio, debbo fermare la mano suicida, e rapirle il ministerio
d'un delitto o d'una sventura: lo debbo, perch il dovere d'impedire il male altru
i, pi forte del dover di lasciare intero a ciascuno l'uso della sua libert. Le fac
olt mie sono pi nobilmente esercitate nell'impedire il male certo, che nel permett
ere il male con la fiducia di bene incertissimo.
Del libro pericoloso il fatto sta in altro modo. Pu il padre impedirlo al figliuo
l suo, perch al padre l'amore di s, imponendo pi imperiosi doveri, concede insieme
diritti pi forti, e perch nell'et adolescente l'autorit, e per natura, e per uso, ha
pi forza della ignuda ragione. Pu l'amico sottrarre con dolce forza d'amore il li
bro pericoloso all'amico: ma qui non ha luogo assoluto diritto di rapirglielo; d
ebito solamente di palesarne il pericolo; non ha luogo dover di rapirlo, perch qu
esto un atto di forza estrinseca; e la forza estrinseca ove si tratti di male de
llo spirito, non n degno ned efficace rimedio, non persuade, non muta l'animo; pu
in quella vece accendere il desiderio, irritare l'orgoglio, pu nuocere forse pi ch
e non farebbe la lettura del libro non buono.
A minore diritto pu persona estranea, a minore diritto la pubblica autorit porre m
ano ne' libri altrui; perch n l'estranio, n lo sgherro sa qual uso il possessore ne
faccia; non sa se li legga; non sa se li serbi appunto perch'altri non ne abusi
; non sa se ne studii la parte innocua; non sa se li studii per confutarli; non
sa se quella lettura possa a lui essere ascetica, e dimostrargli meglio che molt
'altri argomenti l'inezia dell'errore: o, se queste cose allo sgherro son note,
note sono per mezzo non credibile e non legittimo, il delatore.
Poi la pubblica autorit non conosce, non pu conoscere, volend'anco (e vuole ben di
rado), quali le vere, quali siano le false dottrine; quali de' libri meritin pr
emio, e quali condanna. In Firenze sar peccato lodar la statistica, o i metodi d'
educazione discutere; in Bologna raccomandare ai frati l'operosit; in Venezia, ra
mmentare le glorie avvenire dell'Italia; in Torino accennare alle iniquit di colu
i che gener il Valentino. Una medesima verit, palliata sotto ambigui vocaboli, e c
oagulata nel ghiaccio delle astrazioni, passer innocente, perch inavvertita; espre
ssa colla semplicit dell'affetto, sar itadi mento. Agli equivoci osceni l'imperial
e suggello, ad allusione politica la carcere o il bando. Non pu dunque l'autorit d
el governo in alcun modo esser giudice del vero e del falso; n il trono fu mai l'
albero della scienza, sebben talvolta dia frutti di morte.
E quand'anco sapesse gl' innocui da' pericolosi discernere, potrebb'egli il prin
cipe dei pericolosi efficacemente interdire la lettura e l'accesso? E se potesse
le clandestinamente stampate, potrebb'egli sopprimere le opere forestiere? E qu
al occhio di censore percorrer questa quotidiana biblioteca che viene a guisa di
fiumi da ogni parte inondanti; qual mente distinguer netto il vero dal falso? E s

e il censore s'inganna, come correggere l'error suo, come dimostrar ch'e' s'inga
nna? Pubblicando il libro vietato, o dieci altri libri dettando per dimostrare i
nnocenti le dottrine del libro vietato? La fallibilit del censore, la impossibili
t del correggerlo, basti sola a mostrare quanto sia cosa barbarica la censura.
Ma poniamo il censore infallibile: il mestiere suo stesso il pi grossolano de' fa
lli. Non solamente i peccati che nelle nuove opere vengono pullulando, spettereb
be alla sua verga notare, ma i peccati nuovi che si vengono nelle opere antiche
scoprendo, laddove le opere antiche sembrano accennare a fatti presenti, e le sv
enture de' popoli e i falli de' principi vaticinare. La storia antica un libello
contro Gregorio e Carlo Alberto: Demostene vai pi che il Messagero di Francia, e
pi Tacito che la Tribuna. La storia moderna; la storia che nasce sotto i nostri
occhi quotidiana, libro pi ch'altri, proibito e velenoso.
Ma lasceremo noi per le mani de' sudditi andare il veleno? Anco il veleno, potre
i rispondere, merc; anco dal veleno si traggono medicamenti; se non che dalla mat
eria allo spirito il paragone non torna. Spetta, ripeto, non a' principi, ma ai
padri, ai maestri, agli amici, ai preti additare il veleno delle anime, e offrir
ne gli antidoti. Il Governo non caccia per le private case i suoi delatori e i s
uoi giudici ad investigare quali dottrine nei penetrali della famiglia s'insegni
no, quali si tengano ragionamenti. Questo non uffizio a cui bastino il magistrat
o o lo sgherro.
Amate voi antivenire tutti quanti i pericoli de' libri rei? Bruciate i libri tut
ti, perch in tutti scandalo. Ai corrotti ed agl'inesperti scandalo il vero; scand
alo la Bibbia stessa: ai non esperti e non corrotti giova conoscere il linguaggi
o dell'errore, per apprendere come la verit si difenda. Eran tristissimi un tempo
i libri d'astrologia giudiciaria: era terribile l'erudizione e la filosofia del
signor Francesco Arouet.
Non vietando, no, ma insegnando si fuga l'errore: n per chiudere gli occhi e tura
re gli orecchi e' s'allontana o si svia. E ciechi e sordi e mutoli a voi converr
ebbe, o principi, fare i sudditi vostri; persuader loro che ciascuno di voi nece
ssario come Dio; che qualunque uomo non crede alla impeccabilit regia, dannato. M
a finch nelle vostre gazzette stesse rammenterete l'Inghilterra e la Francia, e i
nomi di costituzione e di libert, pure per infamarli o deriderli, i dannati, o p
rincipi, siete voi.
Per comporre i sollevati animi in morta pace, accecare non basta, assordare non
basta: conviene cancellare il passato, fare che il vero non sia, l'onnipotenza d
ivina superare, togliere agli uomini colla libert la ragione. O dateci un popolo
pi che bestia, retto da un principe pi che Dio; o concedete la libera stampa. - Qu
esto dilemma fondato sulla necessit delle cose, sopra un diritto di propriet ben p
i sacro di quello pel quale i principi si dicon legittimi; propriet del dovere, pr
opriet della intelligenza, propriet di s stesso.
Per riparare e prevenire s gli abusi della parola e s del pensiero, educate. L'edu
cazione, insegnando il valor
delle cose, e le ragioni, e il retto uso loro; e per lenta potenza di consuetudi
ni moderando gli eccessi, toglie al male che nasca, e, nato, ne rintuzza gli sti
moli, e lo ammenda, e lo espia. Dico l'educazione, che tutto l'uomo e tutti gli
uomini abbraccia; dell'istruzione sola non parlo, ch' di sua natura insufficiente
, ineguale.
Ma spetter forse a' governi il privilegio dell'educare? Sann'eglino educare i gov
erni? Son eglino degni giudici dell'onesto e del giusto, de' metodi e de' sistem
i, degli errori antichi e delle nuove scoperte? Oiova egli che i governi usurpin
o l'autorit de' genitori, l'autorit del genere umano? E se giova, egli possibile?
E i governi che si credono poter educare i popoli, non sono forse governati, ing
annati dagli educatori che scelgono?
Senza libert d'educazione, educazione vera non . N mai uomini impastoiati apprender
anno ad andare, n mano legata potr mai fare sperimento del proprio vigore. O il go
verno s'educhi in miracoloso modo balie, nutrici, precettori, genitori, servitor
i, maestri, i quali educhin poscia a senno del governo il fanciullo, o lascino a
lle cure domestiche l'arbitrio di ci ch'eglino n conseguire n vietare non possono.
I governi educare non possono; dunque non debbono: la loro impotenza n' prova. P
erch l'impossibile non dovere: dice l'antico proverbio.

Sapete voi quali siano i legittimi educatori dell'uomo? L'aria che prima egli sp
ira, la terra verso la qual cade piangendo; la luce, pi o men lieta, a cui s'apro
n gli occhi innocenti; il verde de' campi, il color delle mura, i pi o men tersi
cristalli della finestra, i primi suoni, i primi oggetti, ch' e' tocca; il riso
della madre, il latte della balia, le carezze del padre: poi le parole de' servi
, gli atti degli amici, gli atti degli estrani; poi le novit che sopravvengono; i
l variare del cielo, il variar degl'imperi, poi l'inescogitabile caso, cio Dio: e
primo ed ultimo l'amor di s stesso cio la natura. I libri, gli autori de'
libri, i diretti insegnamenti, i premi e le pene degli uomini, appunto perch dire
ttamente operanti, posson o meno; e meno di tutti, le cure de' governi, perch con
forza e pi di tutte diretta e pi di tutte presuntuosa, operanti.
Possono anch'essi i governi acconciamente educare gli uomini, s, ma non operando,
istituendo. I libri di pubblica educazione sono non i testi adottati, n il codic
e; ma le consuetudini, ma gli esempi. Questa suol essere scuola potente, perch pr
ocede indiretta. I governi non sann'altro che proibire e comandare: tristo mesti
ere, e fallito. Sappiano permettere, e si riavranno.
Dalle quali considerazioni apparisce, che la legge forzata dalla natura sua a ri
tenersi entro certi confini. Quali son essi, e quali a desiderare che sieno? La
legge non fa che determinare le forme secondo le quali certi doveri naturali han
n'a essere soddisfatti; dico que' doveri che riguardano le pi visibili relazioni
dell'uomo con l'uomo. La legge scritta nelle intenzioni non penetra, se non talv
olta quant' necessario a misurare alla meglio la gravita dell'offesa, ed misura
incertissima sempre. La legge scritta guarentisce la esteriore sicurezza e la ma
terial quiete degli uomini; guarentisce l'esercizio materiale degli spirituali d
iritti, in quanto possono materialmente esser lesi. Ma si pu non offender la legg
e scritta, e atrocemente peccare. Basta, o commettere delitti che vadano da spir
ito a spirito; ovvero dei delitti commessi sulla materia cancellare ogni traccia
; o corrompere i compiici, o le vittime, o i testimoni, od i giudici; o finalmen
te alla forza pubblica opporre la viva forza.
Le quali vie, ben pi che a' privati, sono aperte all' ardire de' principi. I prin
cipi, quand'anche non osino abrogar legge giusta, od infrangerla con un colpo di
scettro, possono eluderla o con leggi appositizie che ne scalzino le fondamenta
, o corrompendo gli esecutori, o, (il pi orribile de' delitti) corrompendo coloro
stessi che debbono patirne danno o vergogna. Fiaccano d'ignoranza e d'accidia i
l cuore e la mente de' sudditi; poi, cos stretti da non visibili vincoli, cingono
a loro non riluttanti la visibil catena. Nessun muro pertanto separa interament
e dalla morale, il diritto: il diritto riguarda un cerf ordine di fatti, la mora
le li abbraccia tutti quanti; fondamento e sanzione alla legge, ne previene le v
iolazioni, ne previene gli abusi, i difetti ne supplisce, l'ingiusto rigore ne t
empera. E se gl'indeterminati dettami della coscienza alla distribuzione e alla
protezione degli umani diritti non bastano; non per che dai dettami della coscien
za possano mai legislatori o giudici emanciparsi.
La legge scritta punisce gli ammazzamenti, i ferimenti, gli schiaffi, alquanto p
onderosi, i saccheggi, i furti, le truffe,
gli stupri provati, gli adulterii provati; quelli che si possono avverare o con
fogli o con giuramenti.
Il diritto di cittadinanza, i diritti coniugali, i diritti di paternit e di tutel
a, le varie vie dell'acquistare e del possedere, la servit, gli usufrutti, le suc
cessioni, le donazioni, i contratti, le obbligazioni d'ogni maniera, le transazi
oni, le prescrizioni, e i diritti che a tutte le accennate cose conseguono o cor
rispondono, quali pu determinarli la legge; ditemi se non han tutti per immediato
soggetto quella materia che dicesi corpo umano, o quella materia che si chiama
denaro.
Tacer della legge politica; la pi materiale di tutte, e dovrebbe esser meno. Dallo
scettro alle manette, dall'ambasciatore all' esploratore, dal ciambellano al ba
rgello, tutto materia. Materia il censore, il soldato, il premio, la speranza.
La legge non insegna l'amore: or senz'amore non societ; le leggi dunque societ civ
ile non fanno. Posson bene disfarla: e ne abbiamola Dio merc, qualche saggio".
Ma se di leggi ha bisogno il governato, ne ha bisogno altres il governante: e la
libert politica di questo e di quello dev'essere da norme certe diretta. E se una

qualche latitudine non si pu non concedere al governante, senza che sarebbe impo
ssibile il comandare, una qualche lati, tudine non pu negarsi al governato, senza
che gli impossibile il veramente ubbidire. E poich la legge non presume di togli
ere il libero arbitrio, deve lasciare di civile e politica libert tanto almeno qu
ant' necessario a bene usare il libero arbitrio. Aggiungo, la libert essere all'ub
bidire pi necessaria che al comandare: e meno pericolosa perch porta seco meno ten
tazioni e meno facilit dell'abuso.
L'impotenza pertanto delia legge chiara prova, della. impotenza del legislatore
e della debolezza del principe. Dal conoscimento della propria impotenza verr dun
que ai governi forza novella: perch non tanto alle leggi s'appoggeranno quanto a'
costumi, e nel concorso di tutte le forze e le volont cercheranno sostegno.
Ne' popoli buoni furon buone le leggi, perch poche; e quelle poche pi significazio
ne che norma del pubblico costume: e per non di frequente applicate da' giudici,
e applicate con equit molta, e se violate talvolta, infrante piuttosto che eluse,
perch forza era quella che le violava, non frode. Ma, ci che pi rileva, eran poche
; n in casi speciali si sminuzzavano; ed erano sentimento vivo, non archeologica
scienza. A' d nostri, la legge storia, filologia, orittologia, cimitero.
Il mondo cresciuto, dicono, in civilt: e i moltiplicati accorgimenti degli uomini
chieggono freni convenienti. Ma i freni appariscono tanto pi necessarii a chi li
tiene, quanto pi stringono: onde secondo questo ragionamento, la tirannia cresce
rebbe collo incivilirsi de' popoli. Ed ben vero che certa maniera di spurio inci
vilimento solido sgabello a tirannide.
Per migliorare le consuetudini conviene diradare le leggi, e fare che agli uomin
i sia principal norma la coscienza di s. Cattivo significa schiavo, e significa t
risto.
CAPITOLO NONO. APPLICAZIONI CIVILI
Dalle cose accennate discendono come conseguenze, le verit che intorno alle cose
civili e le criminali e le economiche e le politiche, soggiungiamo.
Vorrebbe Rousseau, che la civil societ distruggesse l'uomo individuo, per farlo i
n tutto consenziente ai beni e a' mali della comune famiglia. Ma la societ, bene
costituita, non fa che rendere e pi vivo e pi interamente soddisfatto l'amore di s;
e i fatti stessi lo provano da Gian Giacopo addotti, della storia di Sparta e d
i Roma.
Dico che in societ bene temperate, all'amore di s raddoppiata la vita, poich'e' tr
ova nel comun bene un appoggio; nelle corrotte, e' combatte s stesso, credendo il
bene individuo diviso dal bene de' pi.
Il principio innovatore della legislazione civile, principio che allarga i limit
i della libert senza allentare i vincoli dell'umano consorzio, si questo: "non im
pedire le azioni degli uomini quando non corra evidente il dover d'impedirle". E
il dover d'impedire la azione incomincia l dove comincia il prossimo pericolo ch
e quell'azione impedisca altrui l'adempimento de' propri doveri.
I doveri, abbiamo detto, consistono nell'esercitare, mantenere, perfezionare le
proprie facolt. In quel consorzio che lascia e fa l'uomo non perfettibile, o sono
insufficienti o impotenti o ingiuste le leggi.
Possono le leggi peccare o sopraccaricando di doveri inutili, cio falsi, il citta
dino; o non determinando l dov'
necessario, con norme certe, l'adempimento degli essenziali doveri. La tirannide
commette ambedue questi falli, perch non pu non aggravar dall'un lato, che troppo
non alleggerisca dall'altro: e li commette ambedue la licenza, perch non pu non d
ar via ad azione disordinata, che disordinata reazione non segua.
Ho detto: non determinando l dov' necessario: perche in popolo non guasto, additar
e una via sola di bene e chiuderne molte con importuni divieti, gli un far mater
iale la conoscenza e la pratica della virt. In popolo all'incontro dove l'intelle
tto pi desto che la volont non sia forte, ritegni pi forti convien porre alla volon
t, che non corrano al male; consolidando le abitudini, s che l'amore delle novit, q
uasi torrente che incorre continovo, non le scalzi e travolga. La legge pertanto
deve del pari tenersi lontana e dal divenire troppo positiva, cio materiale; e g
enerica troppo, ch' altra specie di materialit, e di tirannide.
Alle facolt del corpo immediatamente, all'altre tutte mediatamente appartengono i

diritti di cittadinanza, e di propriet; la libert personale: alle facolt della men


te, la libert dell'educare, dell'educarsi, del leggere, dello scrivere, del parla
re: alle facolt dell'animo, il diritto d'amare, d'essere amato, d'aggregarsi a so
ciet qualsivoglia, di professare una religione e il culto da quella richiesto. I
quali diritti sempre che servano al compimento d'un dovere, sono non men venerab
ili del diritto di marito e di padre.
E perch l'amore di s tende per innata necessit all'associarsi, e nel consorzio rinv
iene il pieno esercizio delle umane facolt, per si trasmettono con espresso patto
o con tacito, e dalla legge per ragionevoli induzioni s'attribuiscono, e dalla n
atura della societ stessa e dell'uomo son dati a talun cittadino od a tutti insie
me, i diritti di rappresentare l'altrui diritto, d'immedesimar s medesimo agli al
tri, congiunzione nobilissima. Di qui discendono le relazioni tra discendenti, a
scendenti, affini, tutori, eredi, mandatarii, fra tutti insieme i cittadini d'un
a nazione, fra tutti insieme i cittadini del mondo.
Ma perch quei diritti si possano rappresentare e porre in atto, e siano insomma d
iritti civili, alcune condizioni conviene che s'avverino. Che non sia reputato o
ffesa del dovere altrui un atto il qual pu disturbare per poco l'esercizio dell'u
na facolt, ma per giovare all' esercizio delle altre. A quel modo che il dolore c
agionato dal ferro d'un chirurgo non delitto; non pu il fanciullo dolersi che l'i
ngegno di lui sia con qualche fatica agli studii esercitato; n pu il colpevole doi
ersi di pena giustamente inflittagli, sebbene gli scemi o gli tolga un qualche m
ezzo d'esercitare taluna delle men nobili tra le sue facolt.
Altra condizione: che il danno all'esercizio delle dette facolt portato, sia di t
ale natura da impedirle evidentemente, e non cos tenue, da potere, anzi dover pas
sarsene inavvertito. Alla tenuit o gravita del danno, nessuna misura stabile pu se
gnarsi: e quelle che la legge determina, non possono non essere, almeno in parte
, poste a caso e ad arbitrio. Pure il determinarle si fa necessario. E alle norm
e della legge, regola delle meno fallaci il seguente assioma: che il danno sia t
ale, che, se andasse impunito, ne verrebbe, per conseguenza legittima e prossima
, lunga serie di danni maggiori; cio violazione di sempre pi gravi doveri.
Altra condizione, e accennata pi sopra: che l'azione della quale si disputa, sia
in certi modi comprovabile: e questa condizione, abbiam detto restringere grande
mente i limiti della legge scritta, e dimostrarne la inevitabile, e non so s'io
dica benefica insufficenza. Benefica; perch se la legge scritta potesse l'uomo in
tero, almeno apparentemente, abbracciare, vorrebbe, presuntuosa com', della legge
morale i dettami e soppiantare e combattere, la natura umana raffazzonando al g
retto modello dell'arte.
Queste osservazioni premesse, vediamo per sommi capi, come dal principio del dov
ere si generino i diritti civili, e quanta ne ricevano dignit.
I diritti di cittadinanza non sono cosa all'umano arbitrio soggetta, perch corris
pondono ad altrettanti doveri. E le soverchie condizioni imposte all'acquisto di
tale diritto, confondono i materiali interessi coi civili. doveri in troppo mis
ero modo.
Nel luogo dov'io, da lungo o da brevissimo tempo, esercito gli uffizi d'uomo e d
i cittadino, debbo possedere i mezzi a tale esercizio convenienti. S'io non eser
cito i doveri civili, perdo i diritti; e la societ che non possa o non voglia con
durmi ad esercitar que' doveri, e pur non mi privi de' corrispondenti diritti, s
ociet minacciante rovina.
Rarissimi, e non da legge numerabili, sono i casi ne' quali all'uomo divenga cos
a civilmente illecita, il diritto di cittadinanza rigettare, e ad arbitrio presc
egliersi altra dimora. Pu ben la legge provvedere che ai cittadini che rimangono
quest'abbandono non neccia civilmente, e porvi condizioni opportune: condizioni,
s, non ostacoli. Il codice di Napoleone, per esempio, interdiceva i diritti di c
ittadino a chiunque accettasse uffizio qualsiasi in terra straniera, a chiunque
militasse senza permisione dell'imperatore sott'estere bandiere, tuttoch non nemi
che allo stato. E queste cautele sono tiranniche, perch soverchie; e significano
ostilit perpetua dello stato in cui la legge posta coi popoli tutti. E di tale os
tilit durano vestigii tuttavia in molte leggi di tutte le nazioni del mondo.
I diritti del matrimonio anch'essi dipendono da un dovere, in quanto che l'uomo
il quale non s'ammoglia sentendo di non poter vivere in celibato n virtuoso n pago

, cos come l'uomo o il governo che direttamente o indirettamente al celibato lo s


tringe, offendono un dovere ambedue. Il diritto di generare porta il dover di nu
trire la famiglia, il dover d'educarla; che certamente preso da s solo il solleti
co della copula, non punto un diritto. Quindi l'inviolabilit del contratto segue
evidente; e gl'inconvenienti del divorzio, e la necessit di ripararli, almeno, co
n inviolabili norme.
L'amore di s muove l'uomo che al matrimonio aspira, o l'ha gi contratto, a miglior
are le condizioni dell'essere proprio. Ecco fatto ministro di perfettibilit il ma
trimonio, non solo nel padre ma nella moglie e ne' figli, e nella intera famigli
a della citt: ecco ragione perch, laddove i matrimoni son rari, o tardi, o precoci
, o traffico, o formola, quivi la libert sia impossibil cosa: poich l'animale libe
ro animai perfettibile; e chi perde la perfettibilit divien bruto.
I diritti domestici vengono di giorno in giorno scemando di forza, perch dal dove
re scompagnati: e il diritto di generare si reputa cosa distinta dal dovere di d
are alla patria figli robusti, dal dover di allattarli, e crescerli a virt; e tut
ta quanta l'educazione considerata come puro e pretto diritto, non ministero, ma
imperio.
Dalle cose accennate consegue che l'istituzione del divorzio non pu venire da leg
ge civile, ma solo da religiosa credenza; perch dalla perpetuit o dalla solubilit d
el vincolo pende la vita dell'uomo, della donna e della famiglia; e volont n sapie
nza umana non tanto forte da librare il peso di cos grandi cose. Il divorzio diri
tto l ove creduto dovere, l ove stimata necessaria a tranquilla vita l'aggiunta di
tal condizione al tremendo contratto. Or la legge umana non giudice del dovere:
non fa che trarre del dovere gi determinato e creduto le conseguenze, assoggetta
ndone l'adempimento a certe regole o cerimonie, che in forza del presupposto dov
ere, diventano doveri al cittadino esse stesse. Ma creare il dovere spetta alla
fede: fede o in naturali verit o in rivelate. E si ponga come in generale princip
io questo, fecondissimo: che la legge umana non pu creare il dovere l ove dovere n
on .
Quale sar dunque la forza della legge sulla durata dell'alto contratto? La legge
lascia a ciascun cittadino libert di scegliere qual credenza a lui paia migliore.
Se a prete cattolico cade in animo d'abiurare, e trafugarsi negli ordini di Lut
ero, e' lo possa civilmente, e il contratto di lui non sar irrevocabile, e i suoi
figli dinnanzi alla legge saranno legittimi. Del mutamento render conto alla Chi
esa cattolica e a Dio; di tali cose il magistrato non degno giudice. Ma se il pr
ete vorr insieme titolo di marito e di cattolico, la legge civile non gliel potr s
enza tirannide e senza stoltezza concedere; perch a lei non ispetta rompere gli s
tatuti d'una religiosa societ n pu ella fare che ci ch' lasci d'essere, che i nomi di
prete cattolico e di padre legittimo perdano il loro significato. La legge civi
le non potr in atti ai quali sia condizione il dichiararsi cattolico, considerare
come prete cattolico il prete ammogliato; non potr volgersi a lui come a pastore
delle anime, come a dispensatore degli ordini sacerdotali; non potr in somma con
servar seco quelle relazioni che pure tra il governo civile e l'ecclesiastico pe
r quanto indipendenti e' si facciano l'un dall'altro, occorrono ad ogni istante.
Il medesimo s'intenda detto d'ogni religione per istrana e falsa che sia, purch r
eligione, non gioco. Se al prete cattolico piacer farsi turco, suo danno. Purch tu
rco si dichiari, goda egli pure i vantaggi della poligamia, ed abbia figli legit
timi da quante mogli solleticano il suo bestiale appetito.Cotesta a molti parr tr
oppo larga licenza: ma a quel modo medesimo che i re permettono il mercato meret
ricio, possono, e a ben pi forte ragione, permettere il matrimonio maomettano. Lo
permettono i principi cristiani ai maomettani lor sudditi: or come vietarli a q
ue' cristiani che vogliono mutar credenza? O sperano con la forza del birro cont
enere il peccato? E la poligamia non legittima non forse peccato peggiore? E se
ad un solo de' sudditi vostri interdite il diritto di rinnegare, perch concederlo
ad un intero popolo che vel chiedesse? Se sola la forza deve rattenerli dal mal
e, vinta ch'avranno essa forza, ricupereranno il diritto. Il diritto sta dunque
nel braccio pi muscoloso, e nella palla meglio diritta alla mira. Se i consigli,
e le ammonizioni, e gli affetti, e le abitudini, e il pudore, e la coscienza nol
tengono, vada, e sia di qual fede gli piaccia.
La poligamia, quando parte di religiosa credenza, anch'ella soggetta a certe nor

me, e non rompe la civil societ. Ne impedisce al certo i perfezionamenti, ma non


la distrugge: e le storie cel dicono; e la Bibbia anch'essa. Ma il suicidio dell
e vedove indiane, male direttamente contrario a natura, e nuoce all'adempimento
d'un santo dovere; onde il governo che lo permette, colpevole, non foss'altro, d
'indegna fiacchezza; e non con la forza, ma con le innumerabili armi che la cari
t porge, dovrebbe averlo ormai dopo s lungo tempo, abolito.
Ritornando al soggetto, io dicevo: "la legge umana non poter creare il dovere l o
ve dovere non ". N, l dov', pu insegnare a compirlo. Chi v' impone tenere in mano la
penna, v'ammaestra egli a scrivere? v'ispira egli la prosa di Cesare o i versi d
i Dante?
La legge segna le formole esteriori; non gli uffizii della patria podest: n, per s
evera o minuziosa che fosse, toglierebbe al padre le vie di corrompere e rendere
infelici i figliuoli. Or poich non pu fare il bene, giova almeno che non lo imped
isca. E di qui, ripeto, la libert d'educazione discende conseguenza spontanea.
Deve il Governo all'istruzione del popolo dal canto suo provvedere; ha quindi di
ritto di fondare e collegi e universit: ma diritto gli manca di surrogare i suoi
collegi e le universit alla sapienza del mondo intero; perch non solo non ha dover
e che a ci lo stringa, ma deve piuttosto il contrario; deve permettere e fare che
si moltiplichino le vie del sapere.
Spetta del resto alla legge vegliare che i diritti stessi de' privati non siano
visibilmente e legalmente esercitati in modo da trascendere i limiti del dovere;
e per la patria potest de' Romani era delitto ne' padri, delitto ancor pi deplorab
ile nella legge.
Che i diritti della tutela si fondino tutti sul dovere, chi che nol senta? E non
s'accorga convenirsi porre un limite oltre al quale l'uomo acquisti interi i ci
vili diritti, quando ragionevolmente da credere ch'egli abbia appresa a conoscer
e l'importanza de' doveri propri e le vie d'adempirli? Ma il termine e le guaren
tigie dalla legge poste, ognun vede non essere sufficienti a far santi i tutori
e gli amministratori de' beni altrui; n a far sapientissimi gli uomini ch'hanno v
arcato d'un minuto il ventesimo primo anno, di stupidi ch'erano quattro minuti i
nnanzi. E a questo modo son tutte le leggi. Necessarii limiti; ma limiti sempre,
e non altro.
Le leggi riguardanti l'acquisto, la trasmissione, la perdita della propriet, trov
ano l'intima ragion loro non tanto nella convenienza di rispettare un diritto, q
uanto nella necessit di lasciar libera a ciascuno e a tutti la soddisfazion del d
overe. Se la propriet fosse mero diritto, non sarebbe mai lecito violarla; e, sec
ondo le leggi stesse civili, si pu talvolta, e conviene.
Ma perch la legge civile ha considerata sempre la pi material parte della vita; le
propriet pi sacre, dico quelle degli affetti, de' pensieri, degli scritti, dell'e
sser proprio, da lei non furono custodite. Dalla propriet degli affetti e de' pen
sieri deducesi, ripeto, conseguenza necessaria, la libert delle opinioni, dell'ed
ucazione, delle associazioni,
e, per tutto comprendere in uno, la libert dell'innocuamente usare la propria lib
ert; formola la qual contiene assai pi franchigie che non contengano le costituzio
ni tutte intorno alle quali si disputato e si disputa. E dalla propriet, riguarda
ta come dovere non come diritto, escono netti i confini delle medesime libert, co
nfini che nessuna umana istituzione pu porre o pu cancellare. I quali confini sono
segnati da questa legge semplicissima: illeciti que' mezzi d'adempire il dover
proprio, che l'adempimento del dovere altrui rendono od impossibile od inutilmen
te difficile.
Quanto alla propriet degli scritti, la cui violazione in Italia causa forse non p
iccola della condizione misera delle lettere, e della indegnissima dei letterati
; essa propriet in tanto diritto, in quanto che, nello scrivere, la legge deve su
pporre ch'io adempia un dovere, il dover di dire, com'io so meglio, l'utile veri
t, o d'ingentilire con le immagini del bello decente gli animi de' miei fratelli:
e se non l'adempio, o mi punisce la legge stessa o mi punisce l'inutilit e la ve
rgogna dell'opera mia. Da questo dovere adempiuto nasce il diritto che l'opera m
ia sia rispettata, ch'edizioni non n'escano mio malgrado o mutilate o scorrette;
perch se a tutti data facolt di pubblicarla, data insieme facolt di pubblicarla se
condo la possibilit e il senno loro: nasce il diritto di poterla correggere, ampl

iare, rifondere, cose o rese difficili od impossibili dal moltiplicarsi a voglia


altrui le ristampe: nasce il diritto di ricevere da' compratori del libro una m
ercede non gi dell'opera buona, ma del tempo speso e delle durate fatiche, una me
rcede per la mia vecchiaia, per la vecchiaia del padre mio, per l'educazione de'
miei figli, per l'adempimento insomma di santi doveri.
A' quali doveri s'io non potessi in parte almeno soddisfare co' diritti che mi v
engono dall'opera dell'ingegno, nessuno potrebbe in opera d'ingegno porre sua cu
ra: e, non pi libri d'educazione, non pi insegnamenti morali e civili, non pi perfe
zionamento o diffusione delle scienze e delle arti necessarie alla vita; ovvero
l'autore dovrebbe dalla elemosina del governo aspettare il suo premio o finalmen
te il privilegio dell'ingegno a soli i ricchi o di proprio censo o di principesc
a liberalit resterebbe. E se giova restringere il sapere umano nella man de' Gove
rni, o nella mano de' ricchi, lascio che i ricchi stessi e i Governi lo dicano;
gente spensierata e infingarda, la quale nelle utilit del vivere cos come nelle vo
lutt del pensiero, ama non ministrare ma che le sia ministrato.
S'aggiunga l'abjezione misera a cui la tipografica licenza conduce gli scriventi
; che, male rimeritati da' librai sempre tementi di rovinosa ristampa, si veggon
forzati a misurare con la vilt del premio gli studii, il tempo, il dovere, la fa
ma: e ben si vedr, dalla propriet letteraria pendere non come da causa efficiente
ma da concomitante, la dignit dell'umano pensiero. Le quali ragioni, ed altre che
potrei recare, si stringono tutte nella formula nota: "la propriet letteraria di
ritto perch, se diritto non fosse, toglierebbe o impedirebbe agli scriventi l'ade
mpimento d'un alto dovere".
Dovere della legge pertanto negare a tutti i cittadini la ristampa d'un libro, s
enza l'assenso dell'autore o di coloro a' quali trasmesso dell'autore il diritto
; e sar pensier loro far s che le ristampe moltiplichino, se queste posson tornare
a reciproco giovamento; cio se il libro pu avere spaccio grande; onde non pericol
o alcuno che, per avarizia di pochi, soffra impedimento od indugio la manifestaz
ione del vero.
E ci che dico d'un libro, s'intenda e d'invenzione e di perfezionamento qualsiasi
di scienza o d'arte: cio che nessun'opera possa rifarsi col metodo del perfezion
atore o dell'inventore senza consenso di lui, o di coloro ne' quali pass il suo d
iritto. E per togliere pi sicuramente ogni pericolo di monopolio e di prepotenza,
potrebbe la societ, seguendo il giudizio di arbitri idonei concedere all'invento
re o al perfezionatore o all'autore una sola ricompensa per sempre, proporzionat
a al merito, al dispendio ed alle utilit future dell'opera: la qual ricompensa pr
ovvedendo alla necessit, e (se l'opera da tanto) ai comodi dell'autore, gli forni
sse i mezzi di compiere a tutt' agio i personali e i sociali doveri. Che se l'in
venzione o l'opera si sperimentasse di maggior bellezza ed utilit che gli arbitri
non avessero giudicato, sia sempre aperto l'appello, e la giustizia sicura.
La medesima formola del dovere, applicata all'originario mezzo d'acquistare la p
ropriet de' materiali beni, dico l'occupazione e l'invenzione, ne conchiude in ev
identi assiomi la teoria. Il diritto di primo occupante sacro, in quanto offre i
mezzi all'uomo di esercitar degnamente le sue facolt, di soddisfare all'amor di
s, di adempiere i debiti propri, senza altrui detrimento. Quando l'occupazione to
glie ad altri od a s il mezzo di adempiere il debito loro, siccome nelle invasion
i antiche od in quella che fu causa al Portogallo e alla Spagna, e sar all'Inghil
terra (se non l'espia) di crudeli sventure; allora l'occupazione delitto. Quando
le cose occupate eccedono i limiti delle umane facolt, sicch quelle, nel mantener
ne il possesso, o si stancherebbero o si corromperebbero; quando insomma l'utili
t delle cose occupate convertesi in danno (come segue nelle possessioni degli str
aricchi, o negli stati cresciuti a mole soverchia), allora l'occupazione delitto
. Ed facil cosa vedere come i diritti che s'arroga lo stato sull' invenzione de'
tesori, ed altri simili privilegi, sien cosa ingiusta, perch da nessun dovere sa
ncita.
Che sul dovere si fondi la dottrina intera della servit, non sarebbe men facile d
imostrare. E qui, come altrove, la legge pu ben sopire le questioni che insorgono
, non pu far tranquillo il consorzio, e amichevoli le corrispondenze degli uomini
, quando gli animi non sono tranquilli e disposti a mutuamente tollerare gl' inc
omodi e gli uffizii della vita. La giurisprudenza delle servit, illuminata da que

st'alto principio, di spinosissima ch' in molti luoghi, e minuta, e arbitraria, d


iventa e agevole e grande, e immediatamente procede dall'altezza de' naturali di
ritti.
Il medesimo dicasi degli usufrutti, e di simili o godimenti o possessioni o faco
lt; dove, se una legge morale non previene le offese, innumerabili torti alle civ
ili ordinazioni si possono fare, innumerabili ed impuniti.
Oli acquisti della propriet per via di successione pare in sul primo concedano di
ritto anteriore al dovere; ma questo dimostra appunto la impotenza della legge c
ivile, la quale del testamento non modera se non le estrinseche forme; e intanto
che in altre e pi rilevanti cose restringe la libert pi di quello che ad umana aut
orit sia concesso, in questo non sa dirigerla ed illuminarla. Falso del resto che
sgombri da dovere pervengano i diritti all'erede; ch'anzi gli si addossano del
defunto i doveri; onde a lui, se soverchi gli paiono, si fa lecito rifiutare l'e
redit. E questo istesso diritto di rifiutarla deve avere per causa non solamente
il vantaggio proprio, ma l'esercizio d'un pi nobile amore di s, la coscienza del n
on essere alla possession di que' beni da giustizia chiamato, ma da iniqua o paz
za o soverchiamente amorosa volont del defunto. Questo diritto nobilissimo pochi
sono che vogliano al modo ch'iodico esercitare, perch l'altezza del corrispondent
e dovere non sentono.
E perci, dove manchi espressa volont del defunto, i beni cadono nei pi prossimament
e attinenti a lui, come in quelli a cui, per l'ordinaria norma dell'amore di s, d
oveva egli naturalmente lasciarli. La supposizion della legge pu essere a molte e
ccezioni soggetta; possono i beni d'un cittadino a tutt'altri essere giustamente
debiti, che ai parenti suoi; ma ci prova insieme e la insufficienza della legge,
e la forza del dovere, che ad ogni diritto dovrebb' essere perpetuo fondamento.
Tutte le confessioni e i contratti su questo medesimo fondamento riposano. E per
ch la violenza e il timore e le altre cause che spengono o viziano 1'umana libert,
non lasciano all'amore di s l'esercizio degli uffizi suoi, perci que' contratti d
ove simili cause intervengono, son dalla legge annullati. E se questo principio
a tutte le convenzioni dell'umana societ si stendesse - che l dov'entra timore o f
rode, non sia valido vincolo n di dovere n di diritto - ne uscirebbero conseguenze
alla maest dei principi nostri non care. Senza smarrirsi nella fantastica contem
plazione del sociale contratto, certo che ogni relazione tra suddito e principe
serie continua di patti, ai quali la spontaneit del volere e la veracit dell'ademp
imento, possono solo mantenere fermezza. Or ne' Governi nostri il volere schiavo
; l'uomo ingannato, ignorante; la violenza lo spaventa ad ogni tratto, e lo turb
a: e se il pi forte non attien la promessa, non chi possa condurvelo per pacifich
e vie.
La fede de' contratti dovere che s'attenga, acciocch ne segua il diritto di fare
eh' altri attenga la sua. Qui l'amore di s fa chiaro vedere la provida sua virt. D
ate all'uomo arbitrio di violare una civile promessa, e la societ diventa impossi
bile: e una guerra vile di frodi sottentra alla guerra dell'armi, e la prepara e
la esaspera, e la perpetua: e l'uomo rimane incerto non dell' altrui solamente
ma della sua propria volont. Havvi una fede che lega l'uomo a se stesso, come fos
se un altr'uomo; havvi una societ, direi quasi, che la libert umana stringe col de
siderio e coll' affetto e con la mente e col corpo e con tutte le forze proprie.
Se il patto si rompe, egli non crede pi a se medesimo; il governo del proprio es
sere diventa anarchia. Non solo dunque l'amor de' fratelli, ma il retto amore di
s lo stringe alla data promessa; senza la quale osservanza la volont di lui ondeg
gerebbe in contrarie risoluzioni a ogni istante, perderebbe la coscienza di s, te
merebbe in prima, da ultimo dispererebbe; schiava e tiranna, ineffabilmente infe
lice. Quest' il tormento dell'uomo senza fermi principii, questo il tormento d'u
na societ senza fede: questa la profonda ragione del contratto, del voto.
Voto , come ognun vede, anco il matrimonio: al par di tutti i voti, cosa santa e
terribile; fatto esercizio oggid pi di reali diritti che di personali. Quindi le d
otali quistioni, sordidissime.
Quanto a' varii modi del trasmettere in altrui la propriet delle cose nostre, la
legge non punisce la frode se non manifesta ed estrema; e a prove della frode se
gna condizioni ad avverarsi non facili, e le formole da lei destinate a prevenir
la son tali che talvolta la frode medesima men dannosa. Perch la legge quale ora

la fanno, non previene l'umana malvagit ma suppone gli uomini malvagi; e, come ta
li, ne modera i movimenti; ond' insieme freno impotente ai tristi, insulto a' non
tristi. I contratti di mutuo, di deposito, di mandato, di fidejussione, i contr
atti aleatorii, se principii pi alti della legge umana non li moderassero, sarebb
er fomite di liti perpetue. E gi le liti moltiplicate ogni d pi con le leggi e con
la violazion delle leggi, palesano Io stato nostro.
A volere, secondo i principii del dovere e del retto amore di s, correggere la ci
vile giurisprudenza, molti sarebbero i generali mutamenti da fare, e grandemente
importanti.
Diminuire il numero delle leggi.
Determinare il linguaggio l dove la lingua non per s bene determinata dall'uso com
une, e non punto in Italia. - I vocaboli ambigui definire - ma le definizioni se
parare dal codice, ch' libro d'ignudo e imperioso precetto.
Per la ragione medesima separare dal codice ogni motivo della legge, ogni frase
teoretica, catechetica, parenetica, pruriti del secolo: altri libri a ci destinar
e.
Laddove un codice manchi, compilarlo, e non perpetuar la vergogna di legislazion
e accozzata da sparse membra senza capo n vita.
Le nuove volont del legislatore, i decreti che vengono per variare di circostanze
accumulandosi, nettamente distinguere in generali e speciali; e i generali fond
ere di tempo in tempo nel codice; quando il variare delle circostanze non li abb
ia di per s, come segue, abrogati.
Porre in ciascuna legge il principio cos chiaro che n'escano pi chiare che mai si
possa le conseguenze, e non la sminuzzare in particolarit soverchie.
Far pi semplici che si possa le forme degli atti civili. Le forme del processo ri
durre a picciol tempo e dispendio: rendere impossibile la sventura che uno sbagl
io d'ordine dia alla ragione torto, al torto ragione.
Separare fortemente dalla legge l'autorit del diritto romano, degli altri codici,
de' tribunali, de' libri, s che la legge sia non erudizione o teoria, ma consuet
udine ed assioma.
Rendere gli avvocati il pi che si possa inutili, agevolando le vie della concilia
zione, e ammaestrando il popolo ne' doveri dalla legge ordinati.
A tal fine porre come principal parte d'educazione popolare l'intelligenza del c
odice.
Concedere ai giudici equa latitudine d'interpretazione, e porre guarentigie pi fo
rti al loro ampliato potere anzi che restringerlo ed annullarlo.
Scemare importanza alle facolt de' magistrati amministratori che n'usurpano tanta
; e accrescerla a' giudici, autorit pi antica e pi necessaria.
Provvedere che tra le leggi e le consuetudini sia tanto potente concordia, che l
e consuetudini adempiano il difetto intrinseco delle leggi; e le leggi diventino
consuetudini anch'esse.
Nella mente de' giudici, degli avvocati, de' cittadini associare all'idea del di
ritto sempre l'idea del dovere, s che l'uno con l'altro si temperi, e si facciano
pi agevoli insieme e pi forti. Ma questo, supponendo la morale, non imponendola c
ome parte del codice.
CAPITOLO DECIMO. APPLICAZIONI CRIMINALI.
Infliggere la pena dovere della pubblica podest, non gi mero diritto. Questo princ
ipio serve a temperare e la gravita delle pene e de' punitori l'arbitrio.
Il dovere della pena, vale a dire il suo fine questo: che si eviti per essa il m
al pi grave il quale dalla impunit proverrebbe. Se la pena medesima causa di mal m
aggiore o di pari, ell' stolta od ingiusta. Or le pi tra le pene oggigiorno usitat
e o non medicano il male, o l'aggravano.
Acciocch la pena non neccia, conviene che ridesti nel colpevole il sopito amore d
egli altri, cio che in lui raddrizzi il torto amore di s. N questo si fa senza illu
minar l'intelletto, senza confortare il cuore di nuove abitudini,
che lo rendano di pi degni affetti capace. Le nostre leggi non provvedono a quest
o: s'ingegnano (e sovente indarno) d'eccitar lo spavento, l'odio, la diffidenza,
ch' d'odio infaticabile ispiratrice; dunque le nostre leggi son triste.
Per infondere amore, bisogna amare: la pena stessa deve ne' governanti e ne' lor

o ministri, come in Dio, esser d'amore ministra. E ci vuol dire che le pene dai p
rincipi nostri inflitte non possono (a similitudine de' lor premii) non essere c
orruttrici, anco laddove son giuste.
E per raddrizzar l'amore di s, necessario che la pena insegni all'uomo l'esercizi
o pi retto delle proprie facolt. Dunque la solitudine oziosa del carcere, o la com
pagnia di malvagi che a vicenda si uccidono, accomunando il contagio de' propri
pensieri; dunque l'inutile vergogna de' pubblici lavori, infamati dalla catena e
dal birro, son pene degne esse stesse di pena. Aggravare di ferri la persona de
l reo, nutrirlo pi volte alla settimana con pane ed acqua, siccome il codice aust
riaco detta, sono diritti che certamente non don la natura.
Ingiustissimo l'appareggiar nella pena uomini d'et, di condizione, d'educazione d
iversa. Il lavoro, intollerabile al ricco, sar leggier cosa al bracciante; il cib
o ad altri stomachevole, ad altri parr lautissimo, sar sperato premio del delitto.
Quest'uguaglianza tirannica viene da non riguardare la pena come occasione di m
eglio esercitar le abusate facolt, e per non la proporzionare allo stato vario del
le facolt stesse. E ci dimostra come non ogni uguaglianza sia da reputare equit.
Dalle cose dette non men chiaro apparisce quanto barbarica sia la pena del basto
ne. E se i sudditi sono s stupidi, ch'altra pena non sentono, educateli, non li b
astonate.
Nulla dir della gogna. Erra chi crede far gli uomini migliori, abbassandoli agli
occhi propri e agli altrui. La gogna pena soverchiamente crudele a chi ne sente
l'obbrobrio; inutile a chi nol sente: o stoltezza o delitto.
Infame a chi l'adopra il marchio d'infamia. Iddio non iscrive n al parricida n al
principe scellerato il suo delitto sulle spalle o in fronte: ma i principi son p
i severi perch pi santi e pi sapienti di Dio. I principi dicono all' uomo errante: t
u non puoi pi correggerti, correggerti pi non devi: e giova che tutti lo sappiano,
tutti coloro che ti vedranno ignudo. Sii dunque infame e aborrito: abborisci, e
dispera.
Chi desidera sciogliere la questione della pena di morte, non la consideri secon
do ragion di diritto, ma domandi piuttosto: ha egli dovere lo stato d'impiccare
il colpevole? - E la coscienza risponder tosto ad ogni uom probo, che no. Allora
solo dovrebbe, quando senza la morte non si potesse ottenere la correzione del c
olpevole, o la comun sicurezza. Or la correzione del colpevole dalla morte tronc
a; e forse gli si fa disperata la fine della terrena sua prova; e certo si preve
ngono con empiet irreverente i giudizii di Dio. Nella pena di morte da leggi uman
e inflitta, un principio d'ateismo.
La quale, quando pur fosse necessaria, non dimostrato che necessaria sia, e noi
si pu dimostrare se non per esempi. A ci bisognerebbe l'esperienza di mezzo secolo
almeno, la qual dicesse come, in varie condizioni d'uomini e di cose, il non im
piccare un reo sia sempre corruzione del corpo sociale gi sano. Dico gi sano; perc
h s'egli guasto, non alla abolizione della pena, ma ad altre pi forti cause, dovre
bbesi il peggioramento imputare.
Ma poich pare a voi non poter frenare la furia de' colpevoli pur con la carcere,
poich nella crudelt del
supplizio ponete la pubblica sicurezza, tagliate, se vi d l'animo, tagliate ai co
lpevoli i piedi, il naso, le braccia; lasciategli l'anima. Un'anima vai mille tr
oni.
N mi si adducano incontro le stragi mosaiche e simili esempi. Teocratici non sono
i nostri governi, n tali i principi nostri li vogliono; e cos bene dedurrebbesi d
alla morte d'Agag la notte di San Bartolomeo, come bene dal diluvio si dedurrebb
ero le inondazioni ordinate dal re d'Olanda. N la legge di Mos n gli oracoli di Sam
uele son modello agli amici del re mansueto che viet percuotere con ispada i suoi
propri nemici. Al papa stesso l'onnipotenza della forca interdetta; negate le c
hiavi ch'apron la tomba; perch il papa destinato custode s della fede; non ammazza
tore de' figli di Dio.
Ma se trista cosa il carnefice difenditore dei re, non men trista il carnefice d
ei re punitore. Queste reciproche, e da' sudditi pi agognate che conseguite vende
tte, ritardano la maturit delle sorti nostre; e mantengono nelle due contrarie pa
rti le ire, i sospetti, i terrori; trasportano non dal torto alla ragione ma dal
la vittoria alla vittoria il diritto; allontanano sempre pi deplorabilmente l'ide

a del diritto dalla idea del dovere; e, (cosa terribile a pensarsi!) contristano
l'umanit con rimorsi di delitti avvenire. Deh s'impari almeno da' popoli, poich i
re la rifiutano, la politica dell'amore, quella che ha sempre creato le cose gr
andi, ha sempre delle pi vittoriose iniquit trionfato. A questa politica, se non p
er virt, per interesse atteniamoci; amiamo, non foss'altro, per non somigliare ai
re, per fare il contrario di quel che i re fanno.
A forza di minacciar morte ai principi, voi rendete l'odio vostro ridicolo se im
potente, aborrevole se efficace; a forza di minacciar morte ai principi, li fate
quasi di compassione meritevoli, perch l'uomo condannato a morte (e sia un parri
cida) mette compassione in ogni anima umana. Oh, credete, la terra innaffiata da
l sangue d'un principe, germoglier nuovi principati; e da quel di Luigi pullularo
no le spade innumerabili di Bonaparte, e quello d'Enghien1 inond di Cosacchi la F
rancia; e dal teschio, eternamente insepolto dell'Estense e del Carignano, escir
ebbe puzzo di schiavit, e verminosa putredine di tiranni. Non nel collo che regge
la testa del Carignano, non nelle arterie che portano la vita all'amaro cuor de
ll'Estense, la causa delle italiane sventure. Flagelli son questi: ma pi alta, e
non troncabile da umana spada la mano che li agita. Qual forza potr disarmarla? F
orza d'amore.
Fra i delitti politici soglionsi comprendere quegli scritti che al Governo non p
iacciono: ma il contrario piuttosto talvolta delitto.
Dovere de' principi lasciar libero l'adito all'utile verit; dovere de' cittadini
manifestarla, diffonderla. E quando i principi ne li impediscono, anco de' mezzi
vietati servirsi, purch non illeciti in s; e quando i principi nell'indocilit s'im
bestiano, allora pi altamente sgridarli, e le brutture loro con forte libert rivel
are. Egli perci che, il presente libro scrivendo, io credo e sento di adempire un
dover sacrosanto. N'avr in premio la povert certa, forse l'esilio e la carcere; e
, come espiazione degli altrui falli e d'altri falli miei propri, senza timore l
'aspetto.
Ma poich delitti politici sono imputabili ai cittadini; i governanti, se pur degn
ano essere uomini sono anch'eglino a colpa soggetti: gli atti loro oeobono tutti
a sindacato essere sottoposti: questo dovere de' popoli, per lor diritto. E l'au
torit de' governanti a qual altro fondamento s'appoggia, se non al dovere d'opera
re la pubblica utilit? Or secondo che diventa imperfetto di questo dovere l'ademp
imento, nella proporzione medesima viene diminuendo il diritto. Se in nulla il d
overe adempiuto, il diritto nulla; al giudice sia tolta la carica, al soldato l'
insegna, al principe il trono. Se il male che dalla mutazione dovrebbe probabilm
ente procedere, maggior del vantaggio, allora dovere de' popoli soffrire in pace
, e cer care altre vie; ma il dovere de' popoli non diritto dei re.
Un sindacato pertanto alla regia, siccome a tutte le altre autorit, tanto pi neces
sario, che, senza tale guarentigia, la stessa autorit regia corre pencolo di rovi
na. Giova richiamare all'ordine il deputato della nazione per non giungere all'e
stremo di doverlo cacciare dal Parlamento di viva forza; giova creare un diritto
criminale pe' re, come i re l'hanno pe' popoli, acciocch non si rinnovellino le
zuffe civili e le atroci congiure e i regicidii, e le infamie della semplice mon
archia. A questo debbono divenire i principi stessi per amore di s.
Noi regniamo, dicono, per la grazia di Dio, non per concessione del popolo. Otti
ma cosa la grazia di Dio, ma non vieta che governante da buone leggi frenato sia
per lo meno cos legittimo come uno sfrenato tiranno. Per grazia di Dio regnavano
Nerone e Caligola, ma nella grazia di Dio, Ambrogio vescovo, cacciava dal tempi
o l'imperatore vilmente omicida. Nessuno dir che in capo a re sciocco le inezie p
iovano dalla grazia di Dio; che dalla grazia di Dio nelle vene a Luigi decimoqui
nto corressero i legittimi estri delle generose libidini; ch'Erode re si burlass
e di Cristo per la grazia di Dio. Ogni cosa per la grazia di Dio vive e muore: p
er essa regnano e per essa rovinano i re; per essa Washington e Mahmud, per essa
i tristi e i buoni principati, le buone e le tristi repubbliche. Per la grazia
di Dio la pecora si pasce d'erba, e di pecore il lupo: il regno dell' Inghilterr
a e della balena sui mari, il regno di Mehemet e dei coccodrilli sul Nilo per la
grazia di Dio.
Il diritto criminale dei re, quale i re d'oggi giorno l'intendono, nella forca;
il diritto criminale de' sudditi, nella sommossa; il diritto criminale de' popol

i, nel cannone. Il carnefice, la rivoluzione, la guerra son tre gemelli. Ma il p


eggio si che tutti e tre insieme, il pi delle volte, cospirano contro i popoli a
favor de' regnanti; e la rivoluzione accresce faccende al carnefice; e le guerre
si fanno e si differiscono a comodo, a capriccio dei re.
Il dovere di conservarsi, posto base al diritto, toglie di mezzo ogni guerra che
di difesa non sia. E il dovere di perfezionare se stesso, regolato dalla legge
immutabile di prima perfezionare la qualit pi spirituali dell'uomo individuo e del
la specie, toglie di mezzo ogni guerra mossa da cupidigia e da orgoglio.
Dovere del cittadino conoscere per qual causa egli corra a morire e ad uccdere; e
se ingiusta la vede, dover suo rigettare da s la sacrilega spada. L'obbedienza m
ilitare detestabile dottrina, che ne' principi infonde un diritto scevero di dov
eri, impone al cittadino un dovere vedovo di diritto. Conosciuta l'equit della gu
erra, obbedir ciecamente ai cenni del capitano dovere tanto pi sacro, quanto pi l'
indocilit porterebbe a ciascun soldato e all' esercito tutto e alla patria perico
lo di rovina. Ma quivi pure l'obbedienza si limita nei confini dell'onest; che se
il capitano comanda inutile crudelt o tradimento, la coscienza di ciascun uomo p
robo deve a questo vituperio ripugnare. Le leggi militari che ci governano, son
leggi poste da tiranni o da despoti per guidare alla schiavit od alla morte un po
polo di schiavi o di bruti. E il codice militare come il simbolo della regia pol
itica e dello stato comune nostro.
Il risuscitarsi della coscienza individua negli animi umani, toglier, con questo,
altri simili obbrobrii. La forza della coscienza individua rivelazione in gran
parte dovuta al cristianesimo, un pi vivo e pi retto sentimento del l'amore di s. G
li uomini che prima si computavan per masse, or cominciano a computarsi per capi
; e ciascuna vita uno stato, ciascun'anima un mondo. Questo nuovo principio fort
issimo non poteva nella societ penetrare senza che paresse in sul primo dissolver
la; ma dall'individualit pi profondamente e pi rettamente sentita non pu non eccitar
si nel comune consorzio vita pi viva; le facolt di ciascuno pi variamente esercitat
e, non possono non creare nuove relazioni; non temperare gli utili veri degli uo
mini, cio gli amori, in nuove e pi sublimi armonie. Finch l'amore di s non conosca e
non moderi le forze proprie, finch la coscienza individua non senta dai doveri v
enire i diritti, la societ non potr non parere una solitudine nella folla, stato d
i non evitabile e non tollerabile guerra, bestemmia contro Dio. Ma quando il cri
stianesimo avr tutto compresa di s la gran mole, ed infusosi, mente motrice, in og
ni parte di quella, allora la coscienza individua con la sociale saranno una nor
ma sola. Il codice militare sar dunque, con gli altri tutti, dalla coscienza indi
vidua riformato. Le nazioni pi non s'addosseranno le infamie dei re per alleggeri
rle o per aggravarle, con scellerati duelli; e cessata la interna guerra tra cit
tadino e cittadini, tra suddito e governante, cesseranno gl'incentivi e i pretes
ti della guerra straniera, che sempre dal timor delle zuffe intestine alimentata
; e il perfezionamento dell'arte bellica e delle altre a quella ministre, render
il fratricidio cos facile che i pi deboli e pi vili tra gli uomini non potranno mai
gloriarsene; e le invasioni, bench fortunate, parranno imprudenza, ai propri van
taggi contraria ben pi che agli altrui. Questo gioco di morte apparr miserabile co
me una sfuriata di pazzi che si bastonano senza intendersi; apparr nella orribili
t sua cos ridicolo come il gioco dell'oca. L'era del fratricidio, che da Caino si
continova infino a Bonaparte, non so quant'ancora potr strascinarsi: forse la gue
rra durer lungo tempo ad essere espiazione, e purga" zione terribile, e innesto d
i civilt; a far le veci delle inondazioni ormai vinte e de' non pi paventati diluv
ii. Ma la difficolt, non foss'altro, del costituire una forza gigante, contro cui
le minori forze non possano e non vogliano cospirare, toglie alia gloria guerri
era il suo pi potente solletico. La musa delle battaglie ha perduti gli animosi e
stri suoi.
La guerra duello orribile, il duello ridicola guerra; se pur cosa ridicola viola
re doveri e diritti. Al duello ripugna l'amore di s cos come l'amor de' fratelli:
non intendo l'amor della vita, ma l'amore e il debito di mirare in ogni atto all
a propria perfezione e all'altrui. Io debbo non gettar la vita in impresa inutil
e e abietta, perch abietta sempre, con qualunque titolo si nobiliti, la vendetta.
E s'altri m'offende, od offende il vero, o persone che a me son care, non col d
oppio torto di farmi ammazzare, non col triplice torto di ammazzarlo spetta a me

respinger l'offesa, ma con arme pi degna dell'uomo. Il duello non costumanza bar
barica ma ferina.
Un duello a pugni, a calci, a morsi, a graffi, a spiedi, sarebbe tenuta pazza e
vil cosa; un duello a spada o a pistola cosa degna di nobil uomo e d'eroe. Lo st
rumento giustifica l'atto: la dignit tutta nella figura dell'arme; e l'onore d'un
a famiglia o d'un popolo si difende come difendevano il loro i gladiatori in Rom
a, come lo difendono i tori in Ispagna.
L'usanza superstiziosa non men che ferina. Singolar fatto! Della religione vilip
endiamo i sublimi misteri e i soavi precetti, della superstizione i duri legami
e le stolte credulit rispettiamo.
A me dunque il diritto di non accettare una sfida, perch n'ho dovere; n'ho dovere
, perch l'omicidio, il suicidio, l'odio, la ligia credenza ad opinione falsa e mi
serabile, son pessimi esercizi delle membra, dell' anima, dell'ingegno. infamia
combattere per una inezia in modo tanto serio, per cosa seria in modo tanto inet
to, non punto infamia rifiutar di combattere; perch ben migliori vie ha l'uomo pr
obo di mostrarsi non vile. Chi che non sappia ornai, pi coraggio richiedersi a di
gnitosamente sostenere e smentire co' fatti, che a bestialmente ripulsare un ins
ulto? Chi che non sappia, maggior coraggio richiedersi in questi miseri tempi a
sopportare che a deporre la vita?
Contro la schiavit dell'opinione, fra tutte le schiavit pi tenace, e cagione di tut
te, giova che la coscienza individua venga coraggiosamente lottando. L'uomo che
teme il duello non come pericolo ma come delitto, abborrir dalle stolte provocazi
oni egli stesso, e le altrui stolte provocazioni sapr con un sorriso di piet riget
tare. A poco a poco il duello cadr come caddero le code imborsate, e i lacch, e il
guardinfante.
Meglio che con pene severe, potr la legge domare l'imbecille mania col disprezzo.
La minaccia di pene severe, accrescendo il pericolo nobilita questa inezia di s
angue: e agli uomini pi cuoce parere una volta sciocchi, che non due volte colpev
oli.
I delitti di religione diventarono ormai delitti politici, non che civili, per l
o immischiarsi che fecero l'una nell'altra contagiosamente le due potest. Ma i li
miti che le dovrebbero distinguere, sono dall'idea del dovere segnati. dovere de
lla podest spirituale imporre a tutti que' che in lei credono l'adempimento de' r
eligiosi doveri loro; a que' che in lei non credono, o non le obbediscono, persu
aderlo, e agevolarlo; or la violenza non solo non lo persuade n lo agevola, ma Io
fa parere e pi paradosso e pi duro. dovere della secolar potest assicurare a tutti
i cittadini l'adempimento de' loro doveri o religiosi o d'altro genere sieno; e
l'esercizio dei diritti che ad adempir que' doveri sono o necessarii ovver cond
ucevoli. La differenza tra le due potest in queste cose: che la spirituale impone
il dovere, ma con la forza assicurarne l'adempimento non pu: la temporale non im
pone il dovere, ma ne assicura l'adempimento, vietando ai cittadini tutti, che i
n qualsiasi modo volontario e sensibile lo impediscano; ed assicura non solo il
dovere religioso, ma il naturale; il politico, e tutti. Or se la civile s'arroga
il diritto d'imporre i doveri religiosi, e la religiosa discende ad usare i mez
zi estrinseci che alla civile son proprii, e l'una e l'altra uscendo della propr
ia natura, si fanno impotenti. Trasmutate in forza la prima, la seconda in crede
nza; date al papa la fune, la stola al re; non avrete n papa, n re: due in un fasc
io, e nessuno.
Allora la legge pare che invada il dominio della religione, quando impone a cias
cun cittadino lasciar libero altrui d'adempire quelli che ciascuno reputa religi
osi doveri: ma qui de' suoi limiti la legge non esce: vieta soltanto che si facc
ian atti co' quali pi o meno materialmente impedire l'esercizio delle altrui faco
lt. Se quegli atti non fossero materiali, non potrebbe la legge civile vietarli.
Libro in cui si combatte la religione cristiana, non ispetta al principe proibir
lo, perch' egli non di tali cose giudice competente; e perch un empio libro non o
bbliga i credenti a leggerlo, non atto di material violenza o di seduzione inevi
tabile. Proibirne ben deve la lettura a chi potesse nuocere, il tribunale religi
oso; deve confutarne gli errori.
Non mai, come a' giorni nostri (e ben pi che a' tempi di Costantino e di Carlomag
no) fu la religione puntellata dalla forza de' principi; non mai la religione pi

miseramente fu schiava. Perch i principi non la possono mai proteggere senz' avvi
lirla; e pur la promessa di proteggere l'opera di Dio, bestemmia.
Insomma n nel codice civile entri il simbolo, n sia il codice criminale vindice de
' sacramenti. La Chiesa inerme; la legge non atea, ma a tutte le religioni ugual
e; e la Chiesa sar forte, e la legge sar cristiana.
Se il culto cattolico, in terra in cui vivano o venti milioni di cattolici od un
a sola cattolica famiglia, verr disturbato, abbia pena il disturbatore, come se s
i trattasse del culto acattolico o dell'ebreo. Possano far processioni e sonar c
ampane, e predicare cos a tutt'agio cattolici come ebrei; perch la strada di tutti
, a tutti la societ concede licenza di fare squillare un corpo sonoro, sia ferro
sia coccio, purch non turbi in modo grave la pace a' vicini. Se in paese cattolic
o queste facolt sono al maomettano interdette, in paese maomettano saranno con ap
parenza di diritto interdette ai cattolici, e l'intolleranza apparr, frutto o dov
ere della vittoria; e l'ossequio pi ragionevole sar l'ossequio meglio armato. Pone
te il principio ch'i' combatto: e a quel modo che il Sant'Uffizio poteva uccider
e i maghi, a Robespierre sar lecito uccidere i preti.
Si dir: sola la religion vera ha privilegio di carcerare e d'uccidere. Se questo ,
carcerate e crocifiggete Ges Cristo: che la sua religione non certamente la vost
ra.
Non solo non dovere adoprare a castigo di colpe religiose la forza; ma dovere as
tenersene: quando, ripeto, la colpa religiosa non sia violenza sensibile, che al
lora sensibile dovr essere parimenti la pena. Chi ruba arredi sacri, chi le sacre
funzioni disturba, dovr pi gravemente esser gastigato di chi ruba un anello o tur
ba una civile adunanza, in quanto offende un pi sacro diritto, val a dire nuoce a
ll'adempimento di dovere pi sacro: e la legge deve supporre che tanto il cattolic
o, quanto l'ebreo, la sua fede osservando, ne creda la verit, cio reputi di verame
nte compiere il dover suo. La proporzione del resto deve non eccedere i limiti d
ell'equit: che sarebbe impossibile porre tra un furto civile ed un sacrilego quel
la distanza ch' tra il corpo e l'anima, fra l'uomo e Dio. Ch'anzi ugual pena deve
imporre la legge ed al ladro di sinagoga e al ladro di sagrestia; perch la relig
ion vera non deve dalla falsa distinguersi per il privilegio de' supplizii, e pe
r la sovranit del dolore.
Sotto l'impero della legge civile, non cadono le bestemmie; sciocca impertinenza
che in ogni bennata anima (credente o no) mette dolore e ribrezzo. Se l'offendo
re professa altra fede, alle parole di lui, provocatrici ed ingiuriose, dovuta l
a pena che a tutte le ingiurie provocatrici, quando sia chi degni denunziarle e
chi voglia pigliarne vendetta. Se l'offensore cristiano, spetta a' suoi fratelli
cristianamente ammonirlo; e, dove l'esempio noccia, dichiararlo dalla cristiana
societ separato.
Quando la bestemmia, sia scandalo, quando turbi la pubblica pace; allora non com
e bestemmia forza punirla, ma come offesa, ripeto. Per la ragione medesima, forz
a vietare i libri osceni a pubblica vendita esposti, o le oscene figure, e le pr
ostituzioni provocatrici, e la diffusione a bello studio procurata nell'infimo p
opolo di libri dove le dottrine religiose non sieno lealmente discusse, ma insol
entemente derise; perch queste cose tutte sono nel novero de' fatti che disturban
o il degno esercizio delle umane facolt; che sensibilmente e certamente nocciono
alla bont del civile consorzio, senza che vantaggio ne segua.
Il civile consorzio sensibilmente non turbano le apostasie, delle quali l'umana
coscienza deve conto a Dio non agli uomini: e non lo turbano le nuove sette reli
giose che alla predicazione restringono l'opera loro; quando dalla predicazione
non segua turbamento della pubblica quiete, o vicino di turbamenti pericolo. Ram
mentiamo sempre che la legge sociale non ad altro che al sociale ordine pu essere
data custode; che a lei non ispetta, n a' suoi ministri discutere le filosofiche
teorie n le teologiche controversie decidere; che s'ella dovesse degli errori tu
tti della mente conoscere, e tutti condannarli, dovrebbe fino ai sistemi di fisi
ca, di geologia, di medicina, stendere il giudizio e le pene. L'esistenza di Dio
, la libert e l'immortalit dell'anima umana, e que' dettami di legge morale senza
i quali non possibile la costituzione divina della famiglia: ecco le sole verit c
he alla legge sociale appartenga, com battute, difendere, perch sono della medesi
ma societ fondamento; difenderle, dico, non gi col punire chi le assalisse, ma col

togliere dal pubblico commercio le opere corruttrici, coll' impedire (per vie c
ivili, non mai criminali) ogni promulgazione della contraria dottrina. Quanto ai
dogmi, e alle pratiche innocue delle religioni varie, non le rispettare delitto
, perch irrita gli odii, e rende pi lenta la vittoria del vero.
Io vorrei solamente imposto, che l'uomo il qual venisse a combattere per iscritt
o una religiosa dottrina, dovesse dichiarare ad un tempo, quale sia la religione
sua, qual creda egli la vera. Cotesto distruggere, e abbandonarmi solo senza ri
fugio fra le rovine; cotesto rapirmi il mio nutrimento sotto pretesto che sia gr
ossolano, e insalubre per poi lasciarmi basire di fame, crudele stoltezza. Se de
lla religione altro non avete che idee negative, che dubbi: se ad altro non siet
e buono che a turbare gli intelletti, a scorare animi umani, se altro non sapete
insegnare al mondo che l'alta novella del vostro non sapere, del vostro non cre
dere nulla, tacete.
Ad ogni credenza religiosa pertanto, e sia pure bizzarra, rispetto: alle declama
zioni, alle derisioni, agli stolti dubbi, non inflitta pena, ma imposto silenzio
. Chi non ama il cristianesimo o dica di credere alla sinagoga, a Maometto, ad E
nfantin, o crei fede nuova; o si taccia. I danni del resto che dalla predicazion
e di religioni non vere posson venire all'umanit, spetta alla societ cristiana imp
edirli coll'educazione sollecita, coll'istruzione sapiente, con la preghiera, co
n l'esempio dei beni che le verit da lei credute apportano all'umana famiglia.
Laddove il papa re, ben comprendo che egli si rechi a debito sterminare ogni opi
nione che cattolica romana
non sia; perch i doveri del papa diventano in certa guisa diritti di re: ma cotes
ta novella prova del non potere acconciamente il medesimo uomo essere principe d
ella terra, e pontefice di Ges Cristo.
Perch, badate, il papa, non pu come principe punire tutti i falli che deve come po
ntefice fulminare.
Se la vostra religione abbisogna, per vivere, dell'imperio della legge civile, l
a vostra religione delitto. I soldati nemici posti a vigilare sulla tomba, non p
oterono impedire la risurrezione del Cristo; ma i soldati, amici, non l'avrebber
o di certo operata. L dentro a quella tomba, l sotto a quel sudario, non nelle lan
cie di fuori si nascondeva la vita e l'autor della vita. Di Ges Cristo ebbero i r
e bisogno, non Ges Cristo dei re. Sconsigliati! Voi non credete all'onnipotenza d
ivina. Prima i fucili, poi gli anatemi; poi di nuovo i fucili; prima Geppert, po
i S. Pietro: prima il boia, poi Dio.
Ma se i delitti religiosi fa di bisogno che vadano civilmente puniti; ecco il sa
cerdozio ricorrere, come a patrono, al ministro di polizia; ecco il sistema di H
obbes portato nel pacifico regno di Cristo. Il cardinale .Bernetti obbesiano.
Quando il cristianesimo nacque, venivano le seduzioni i terrori e le empiet a mil
le a mille; pur nel contagio
egli crebbe, e fior di nuova salute le anime che si sposarono a lui. Amate voi ve
ramente la fede vostra? Siate migliori, e pi coraggiosi, e pi semplici e meno cort
igiani; e la fede vostra, credete, trionfer. Ma potreste voi con gli articoli del
codice criminale difenderla? Potreste con quelli soffocar le bestemmie tutte, e
i dubbi spegnere, e le apostasie secrte impedire, e, quelle che d'ogni apostasia
son pi triste, le ipocrisie? Lo potreste? N Dio non ha fatti i re tanto forti che
bastino a tener le sue veci.
Le cose accennate ci mostrano con qual misura convenga misurare il diritto canon
ico: istituzione di giustizia e di libert ne' tempi a cui nacque, guasta poi od a
mmiserita dalla schiava tirannide della cattolica societ. Quando nella vecchia na
zione gi dissoluta, una nazione novella venivasi componendo, le leggi canoniche e
rano come il nuovo diritto civile di lei, e o combattevano o temperavano le ingi
uste disuguaglianze delle pagane consuetudini. Quindi tra il diritto civile e il
canonico guerra continova; provida allora, tediosa e funesta di poi, perch suppo
neva tra le due potest inimicizia necessaria ed irreconciliabile, e, pur supponen
do, la rinfiammava. Non gi che la legge civile siasi affatto liberata dal paganes
imo che la informa, ed a lei massima autorit; ma di giorno in giorno il vecchio s
pirito le viene mancando, e sottentra la vita del nuovo spirito cristiano. I nem
ici stessi d'ogni religione coloro che la fede cristiana gridano ad ogn'istante
distrutta, altro non fanno che applicare i cristiani dettami alle cose civili; e

perch traggono in forma nuova vecchie conseguenze di vecchio principio, si credo


no il principio stesso immutare.
Onde il diritto canonico cosa in gran parte a' d nostri impotente: perch nelle mut
ate relazioni delle due potest, vuoi serbare le norme medesime e fino il medesimo
linguaggio; perch di liberale ch' egli era un tempo ed umano, divent pi gretto e p
i tirannico del civile; perch alle nuove necessit originate dalle nuove relazioni t
ra lo stato e la chiesa, non provvede con nuove istituzioni opportune; perch quel
le minute particolarit le quali in altri tempi si convenivano allo stato delle me
nti e degli animi e dimostravano anch'esse la forza del principio cattolico che
le creava e metteva in atto, oggid sono ingombro, sono indizio e cagione di fiacc
hezza. La resistenza che un tempo si conveniva fare alla profana autorit invaditr
ice, divenne ne' passati secoli invasione delle sacre autorit nella profana, e le
gittim quasi le invasioni sacrileghe della profana autorit nella sacra; onde, finc
h le istituzioni medesime dureranno, sar cosa impossibile porre fine a queste reci
proche recriminazioni e vendette. Quello a che deve ormai tendere col suo diritt
o canonico la cattolica societ, si conquistare a s, e alle altre societ tutte per c
onseguente, vera e piena libert nello stato. Questa ottenuta, le relazioni tra la
cattolica e la civile radunanza verranno determinate da leggi comuni: n la liber
t n la tirannide saranno odioso privilegio. Le leggi canoniche allora non governer
anno se non gli interni uffizi della societ seco stessa: e quivi pure, fatte pi pa
rche, pi piane, pi razionali, meglio risponderanno alla mutata condizione de' temp
i.
Fatta la materia vindice dello spirito, e gli sgherri luogo-tenenti degli angeli
, egli era inevitabile che la material potest le ragioni dello spirito profanamen
te invadesse; e i principi, quello che per la religione intendevan di fare, face
ssero primieramente in proprio vantaggio. Quindi la polizia e la censura. I qual
i diritti che i re s' arrogano, come siano al dovere contrarii; com'a' sudditi c
orra dovere di infrangerli, non chi non vegga. Applicando il principio del dover
e e dell'amore di s a tutta quanta la legislazion criminale cos come all'altre, ne
verrebbero innovazioni non numerabili e certo innocenti.
Ma il lungo tema ci spinge; ond' forza sorvolare, piuttosto che misurar camminand
o, la via che ci resta.
CAPITOLO UNDICESIMO.
APPLICAZIONI ECONOMICHE.
Ogni forza che pu servire al retto esercizio delle facolt umane, ricchezza. L'acqu
a buona, l'aria buona, le donne belle ed oneste sono ricchezza.
La possibilit mera dell'uso, scompagnata dall'uso presente o prossimo, ricchezza
vera non fa.
Ci che nuoce all'adempimento de' propri doveri, ch' quanto dire all'amor di s, ricc
hezza pare, non , e a lungo andare partorisce miseria.
Se le ricchezze combattono l'esercizio del pensiero, o dell'affetto, preparano s
chiavit, o la fomentano.
Le ricchezze pi nobili son quelle che giovano a meglio esercitare l'affetto.
Le materiali ricchezze, stabilmente godute, son sempre effetto del buon esercizi
o delle intellettuali e morali facolt.
Separare l'economia pubblica dall'altre scienze, e dalla morale, impossibile. L'
economia pubblica un ramo di filosofia religiosa.
Quando con la ricchezza crescono i desiderii, i desiderii irritati una volta, es
sendo di lor natura pi pronti a crescere che la ricchezza, rendono gli uomini pi i
nfelici di prima e pi inquieti gli stati.
Pu quindi Io stato arricchire, e i cittadini impoverire, quando tutti non abbiano
il bisognevole, o quello che cominciarono a imaginare siccome bisogno.
Pu all'incontro lo stato impoverire, nel crescere dalla individua ricchezza.
Le questioni economiche traggono dietro a s le politiche, perch quelle riguardano
necessit pi sensibili, e perch la politica dei pi quasi tutta materiale.
Ma le questioni economiche non si sciolgono se prima sciolte non siano le morali
. Sempre le cose invisibili governano le visibili.
Non nell'abondanza de' beni materiali consiste il benessere, ma nella proporzion
e dei beni ai bisogni.

Laddove gl'ingegni sono esercitati, esercitati gli affetti, quivi la povert ricca
della propria industria, della propria moderazione, della beneficenza altrui.
L'equilibrazione violenta della propriet, senza contare i mali politici ed i mora
li, genera forse tanti anni economici quanti ne toglie. Ma in nazione corrotta e
gli non meno difficile evitarla che renderla innocua.
La questione politica si risolve al d d'oggi in questione di propriet perch dall'un
a parte e dall'altra reputata questione di mero diritto senza doveri.
L'Italia in questa parte siccome in altre parecchie, assai meno corrotta di quel
che l'Inghilterra e la Francia.
L'inuguale godimento dei beni sensibili (sia o no scompagnato da propriet) necess
ario per tener sempre desto l'esercizio delle facolt e far pi vivo, e per pi content
o l'amor di s.
La somiglianz e concordia nell'adempimento de' doveri, verace uguaglianza.
L dove l'economia domestica ignorata o falsata, mal si conosce la pubblica: e i p
i degli stati europei non conoscono n questa n quella.
Il ricco ozioso ladro: e tenta il povero all'ozio, al lusso, a vizi, a rapina. I
l lusso omicidio.
Ogni soldo che il governo detragga ai privati oltre al necessario ai doveri dell
o stato, latrocinio, strumento di corruzione e di tirannide.
Farsi render conto delle pubbliche spese e delle pubbliche rendite, non diritto
de' popoli, ma dovere.
In societ ben costituita, al commercio delle cose materiali deve crescere dall'un
lato l'importanza, intanto che dall'altro gli scema. Scema considerato come fin
e di felicit; cresce considerato come mezzo di spirituali comodit e godimenti.
Il codice commerciale, a questa guisa innovato, diventa e meno minuzioso e pi imp
ortante d'assai.
La forza cratrice dell'ingegno umano, e la potenza sociabile ch' nell'umana natura
, si verr di qui a non molto mirabilmente esercitando nel moltiplicare e variare
in infinito, i modi, i patti, i mezzi, gl'intenti, le guarentigie delle societ co
mmerciali, e de' contratti privati e de' pubblici.
Certe materiali guarentigie scemeranno col tempo, quando le si conosceranno inci
ampi al bene, sovente, anzi che aiuti; freni inutili al male.
Per tal modo, e per questa ragione, le leggi commerciali, e le civili tutte, ver
rannosi ogni d facendo pi semplici.
L'inutilit e gl'incomodi delle moltiplicate cautele saranno da ultimo conosciuti
ed evitati non solamente nelle civili, ma nelle politiche cose.
La variet in ogni cosa, verr generando, con la unit vera, la vera libert.
L'economia politica, e la politica anch'essa, di negative ed ostili che furono i
nsin ora, diverranno scienze positive; saranno cio, in molte cose, il contrario d
i quel che sono.
L'economia politica sar da ultimo un modo d'educazione dell'intelletto e dell'ani
mo.
CAPITOLO DODICESIMO. APPLICAZIONI POLITICHE.
Se la sovranit si vuole mero diritto, non n nel governante n nei governati; se' mer
o dovere, n in questi n in quello.
Il governante ha i suoi diritti come ministro del popolo: il popolo ha i suoi di
ritti come obbligato da' propri e da' doveri altrui. Le questioni del diritto ve
ngono tutte dal non conoscere la reciprocit de' doveri.
La sovranit vera consiste nella potenza d'impedire il male e nella potenza di far
e il bene. Questa potenza pu essere in tutto divisa dalla material forza. La sovr
anit non si delega; non si pu delegare la vita.
Il popolo non pu amministrare. Or la sovranit si manifesta oggid pi nell'amministraz
ione che in altro. Segno che falsa idea noi moderni abbiamo della sovranit; segno
che la sovranit del popolo a' d nostri titolo derisorio.
Se il popolo sovrano nel senso materiale e despotico di questa parola, una parte
del popolo allora dev'essere men che popolo. Tali erano un tempo i servi e gli
schiavi: tali nella rivoluzione di Francia i devoti al re, i moderati o di moder
azione sospetti.
La sovranit non in parte alcuna del corpo sociale, come in nessuna parte del corp

o umano la vita. Il capo necessario alla vita cos come il cuore: ma una ferita al
cuore uccide pi presto che una ferita nel capo.
Ciascuno sovrano in quest'opera. Chi nulla pu operare di volont propria, schiavo.
Ciascuno suddito in quanto lascia operare. L'intollerante tiranno.
Il popolo non ha diritto di essere governato a suo modo; ma secondo giustizia. L
a sovranit vera del popolo consiste nel diritto di non patire chi gli comandi di
cosa contraria al dovere.
Il principe potrebbe esser despota se fosse infallibile; il popolo sovrano assol
uto se fosse incolpabile.
Il delitto non operazione; cosa (come suona il vocabolo) negativa. Per la piena l
ibert del male schiavit pretta.
Quando il popolo sente altamente i doveri proprii, allora sovrano. Sovrano chi c
omanda a se stesso.
Sovrano il popolo quando, i propri doveri pu liberamente operare, e partecipar de
l comune consorzio ai mezzi di oprarli sempre pi francamente.
I maggiori diritti del governante vengono da pi forti doveri.
I principi d'oggi son pi abietti de' servi, perch si credono pi che ministri.
Il governante deve operare il meno ch'e' pu; operar tanto che basti per movere ad
operare, per lasciar operare.
Le forme di governo non creano la nazione: la nazione, cio la natura, crea quelle
.
L'una forma, allorch non partorita, a dir cos, dalla natura delle cose, oltre ai d
ifetti suoi propri, pu avere i difetti della forma contraria; la repubblica esser
tirannide, essere anarchica la monarchia.
Chi disputa per costituzione repubblicana, o per altra, senza educar la nazione
a libert, vale a dire all'adempimento de' propri doveri; disputa dell'ombra dell'
asino. Le norme d'ogni buona costituzione son date dalla storia stessa della naz
ione, e sono in quelle pi che frutto nel germe. Ogni passo violento retrocessione
. Tutte le guarentigie sociali fondate sulla propriet de' materiali beni saranno
manchevoli, perch fondano il dovere sul diritto, al contrario di quel che desider
a la natura delle cose.
I governi dispotici in tanto son tristi in quanto fanno pi difficile e pi incerto
l'adempimento de' pubblici e de' privati doveri.
Al governante, qualunque sia, s'appartiene custodire, non assorbire il diritto;
per la ragione ch'egli non potrebbe assorbire la propriet, le virt, gl'ingegni, di
tutti i cittadini dello stato, e i doveri loro.
Il governante deve temere della propria passione, della propria impotenza a vede
re ed operare ogni sorta di necessario bene: ha dunque dovere d'imporre a se ste
sso un freno, e di darsi un sostegno.
Non possono i popoli i propri doveri adempire senza conoscere se le cose del gov
ernante comandate siano al dovere conformi o contrarie. Dover loro pertanto cono
scere e le leggi e i giudizi, e gli ordinamenti del Governo; e se difformi da gi
ustizia, impedirli.
L'educazione non ist nel leggere e nel far di conto; sta nel pratico esercizio di
tutti i doveri. Dal dovere di educarsi, escono tutte le civili e politiche libe
rt.
L'impotenza costituzionale del principe, e il merito o il demerito tutto dato ai
ministri, sistema, nella presente corruzione, imperfetto e ingannevole: ma simb
oleggia quel tempo quando il sovrano, qualunque egli sia, poco potr perch poco pol
iticamente avr a fare; e tutti, grandi e piccoli, saranno ministri nell'ordine lo
ro.
I re presenti non sanno governare; n i popoli sanno reggersi di per s. L'educazion
e lor convien che si compia a forza di sventure e di errori.
La politica scienza sperimentale: e finora ha sempre operato a caso, a passioni,
ad aeree teorie.
Con queste norme s'innova il diritto delle genti, del quale nella storia dell' u
manit non vera immagine alcuna, e molte idee false ne' libri.
Il nuovo diritto delle genti si fonder sul dovere, cio sull'amore.
Nei rari casi di discordia e di guerra, risparmier molto sangue e molti delitti,
mettendo in atto le federazioni dei molti deboli contro i pochi potenti.

Vieter nelle guerre l'intervento de' governi, ma non l'intervento de' privati uom
ini e delle societ commerciali od altre qualsiensi; condizione necessaria di civi
le e politica libert.
Con pi potente artifizio impedir la guerra e le desolazioni che ne tengono vece; i
ntrecciando cio gl'interessi de' popoli tutti fra loro, s che sciogliere non si po
ssano senza scompaginare la civile, non che la politica vita.
Agevoler le comunicazioni; e con la facilit del pienamente conoscere molte cose, t
oglier ogni pericolo dello stoltamente imitare taluna.
Istituir congressi non di principi ma di popoli, e invier deputati dell'intera uma
nit a ragionare di religione, di scienza, di felicit, or in Costantinopoli, or in
Filadelfia, or in Atene, or in Roma. Non in Parigi: perch Parigi a quel tempo non
sar che fango e rovine.
AL LIBRO TERZO ILLUSTRAZIONE PRIMA
D'altre origini date all'idea del diritto.
Artefice e misura del giusto e dell'ingiusto, afferm Kant, essere l'uomo; e gi l'u
omo essere misura d'ogni cosa aveva detto un sofista nel Teeteto. Ma chi non ved
e che, fatta soggettiva la morale, non v'ha pi diritto? Ben diceva Goethe, che il
sistema Kantiano insegna la tolleranza: insegna anche pi; l'indifferenza al male
ed al bene, poich'ai male ed al bene toglie realit. S'ascolti a questo proposito
il signor Lherminier: "L'homme est, et se fait libre; et ce fait fondamental es
t la source de consquences fcondes; car si l'homme est libre, il doit rester et se
maintenir libre: donc il est sacr; et le droit se traduit en obligation. Mais si
l'homme est oblig, il est responsable: ses actions se peuvent qualifier bonnes o
u mauvaises. Voil donc, comme rsultat de la libert qui se connat, le droit, l'obliga
tion, l'imputabilit". Che significhi nelle dottrine di Kant il farsi libero; e co
me sia gratuita cosa dedurre un dovere da questo porre che fa l'uomo a s stesso l
a propria libert, non necessario ch'io dica. Resta per altro a dimostrar la ragio
ne perch dalla libert dell'arbitrio di ciascun uomo venga agli altri uomini dovere
di guarentirgli la sua civile e politica libert. Quest'accozzamento di parole no
n offre idea chiara, non che chiaro sistema.
N chiara idea porge la definizione posta da Kant medesimo, del diritto: "Il compl
esso delle condizioni secondo le quali pu l'arbitrio dell'uno conciliarsi all'arb
itrio dell'altr'uomo, secondo le leggi dell'universale libert". Qui si ammette il
diritto dell'universale libert preesistente al diritto; si fa del diritto una tr
ansazione, un bilico, un che negativo.
Tutte adunque le nobili parole di Kant: universalit, necessit della legge morale,
obbligazione che della morale fondamento; perdono autorit quando si rammenti che
il concetto dell'uomo n' non pure intenditore ma creatore a se stesso.
Fra le idee del Kant e del Bentham, che paiono per s lungo intervallo disgiunte,
pure un comune vincolo, a cui giova por mente. Kant reca ogni cosa all'umana sog
gettivit; e Bentham anch'egli rende il dovere e la moralit soggettivi. Il filosofo
alemanno, giunto alla morale, forzato a contraddire a se stesso, e fondare prin
cipii molto pi rigidi che dalle sue dottrine non potesse dedurre; ma Bentham dedu
sse di quelle dottrine la legittima conseguenza, recando all'uomo individuo e al
l'utile proprio, ch' quanto dire alle opinioni dell'utile proprio, ogni norma che
i moralisti facevano oggettiva, e indipendente dall'uomo.
E alla sentenza del Bentham rispondeva gi da molti secoli Platone nell'Ippia magg
iore, dove il sofista vorrebbe il bello non fosse altra cosa che l'utile. E Plat
one medesimo nel Filebo, dopo aver detto che il disordine dolore, e il ravviamen
to all'ordine piacere; soggiunge che nel contemperamento della ragione al piacer
e consiste il bene supremo; e distingue la scienza del contingente (proprio quel
la del Bentham) dalla scienza del vero assoluto.
Ma i principii stessi di Bentham, che paiono ondeggianti all'arbitrio dell'umano
interesse, dipendono, se ben si riguardi, da pi alti principii, e pi necessarii.
Perch se da certe azioni mie deve, nell'ordine naturale delle cose, seguire utile
a me, da altre danno; forza che l'ordine delle cose sia soggetto a certe norme;
le quali governando l'universo morale, non possono certo non essere morali anch
'esse. Chi dunque a coteste norme s'attenga, non pu non conseguire l'effetto che
segue certissimo all'adempimento di quelle, l'utile proprio, il vero utile dico.

Dividere per tanto la morale dall'utile non che uno staccare la causa dall'effe
tto; cercar l'utile immediatamente in luogo del buono, non che cercare un solo e
ffetto ed incerto, dove potreste ottenerne molti ad un tempo e certissimi. E qua
ndo Bentham si crede di dar morte al dovere, consigliando agli uomini cerchino l
'utilit, non s'avvede, che gli uomini tutti al suo consiglio risponderanno: ma qu
al il vero utile mio? Che debbo io fare per giungere a possederlo? Questioni all
e quali, per quante circonlocuzioni adopriate, mai non potrete pienamente rispon
dere, se non salendo alle leggi per le quali infallibile che da tali azioni uman
e segua vera utilit, da tali altre danno. E nel conformarsi a coteste leggi consi
ste appunto il dovere; il qual potrebbesi, se a Bentham piacesse, definire la no
rma che insegna ad ottenere il pi vero e pi stabile piacere ed utile che all'uomg
concesso.
E quando il Bentham definisce il vizio un calcolo sbagliato, non vede che le ope
razioni del calcolo han le sue leggi, le quali bisogna seguire; e non nell'umano
arbitrio riformarle; e son leggi comuni a tutti quanti calcolarono mai o calcol
eranno sino alla fine de' secoli. Altri le applicher a pochi numeri, altri a molt
issimi; ma le leggi non per col variare de' numeri muteranno natura.
Porre la differenza dal vizio alla virt, come il Bentham vuole, nel lume dell'int
elletto, e dire che l'uomo virtuoso veggente, il colpevole cieco; secondo le ide
e stesse del Bentham, mera follia, un negare la volont; l'amore, essenzial parte
dell'uomo, causa motrice di tutte le umane deliberazioni.
Il meschino filosofante si crede distruggere l'idea del dovere, col domandarci:
e chi dice a voi che cotesto che voi cos chiamate, sia dovere; e perch? - La ragio
ne mei dice; e mei dice mostrandomi che il mio dovere il pi degno esercizio delle
mie facolt.
Ma tanti s'ingannarono nella estimazion de' doveri, e tanti s'ingannano. - E nel
l'estimazione degli utili, non son forse pi frequenti, e pi colpevoli, e pi abietti
gli errori? Falsa certamente quella virt che non rende l'uomo felice: ma le virt
cristiane, a confessione degl'increduli stessi, rendono felicissimo l'uomo; n all
a teoria del dovere manca sanzione; perch alla sanzione del piacere e dell'utile
(che non distrutta da lei, anzi resa pi ferma) altra ne aggiunge pi alta e pi nobil
e; e, siccome l'esperienza ci mostra tuttod, pi potente.
"Gli uomini, ben nota il S. Jouffroy, obbediscono all' impeto dell'affetto, o al
la speranza dell'utile, o alla legge morale: sono cio passionati, o sono egoisti,
o son virtuosi". Ma la virt, ripetiamolo, non esclude n l'utile, n l'affetto: assi
cura quello, e questo governa.
Io non tengo del resto col S. Jouffroy che la legge morale allora soltanto sia r
ivelata all'uomo quand'egli comincia a sentire le proprie relazioni co' simili s
uoi. Certamente, nascendogli in societ, non pu non ricevere dalla societ il primo l
ume che lo aiuta a conoscere la moralit delle azioni: ma quella occasione d'inten
dere la verit, non cagione; e l'uomo, anche solo, avrebbe doveri; avrebbe facolt d
a esercitare; n, segregato ch'e' fosse dalla societ, in solitudine di deserto o di
carcere, la sua moralit perderebbe.
Altro principio fu posto al diritto da un chiaro ingegno vivente: la necessit del
le cose: Io debbo (dic'egli a un dipresso) operare il bene, perch necessaria dal
bene operato mi viene utilit, necessario dal bene omesso e danno e dolore, n a me
soltanto, ma a quanti sono simili miei; n leggier danno o dolore, ma tale che dis
turba o distrugge le facolt necessare all'esser mio, le forze all'essere della soc
iet necessarie. E quando gli uomini conosceranno i necessarii effetti delle liber
e azioni, diverranno tutti per logica necessit virtuosi ed ottimi cittadini.
Necessit vocabolo di varii sensi, i quali non giova confondere insieme; abbiamo l
a necessit per la quale i gravi tendono al centro; abbiamo la necessit per la qual
e gli uomini tendono al bene; abbiamo la necessit assoluta e perpetua: abbiamo la
condizionale che prende sua forza da certe circostanze o da certi accidenti, e,
quelli tolti o mutati, svanisce: abbiamo la necessit reale, qual' nella natura de
gli enti; abbiamo quella ch' nella intelligenza pi o meno esercitata, nella fede p
i o meno veggente, dell'uomo. Tutte le quali necessit, strette in fascio, danno al
l'umano operare una certa norma; non giovano per grandemente a stabilire una fort
e e facilmente comprensibile idea del diritto.
La necessit delle cose non distrugge l'umana libert; non toglie la scelta de' mezz

i pi o meno conducevoli al bene; non vieta che per via di sacrifizio e d'espiazio
ne l'uomo si sdebiti in parte almeno della pena a' suoi falli necessariamente or
dinata; non insegna evitare i mali che da altrui colpa possono a noi per assolut
a o accidentai forza degli enti venire; insomma la necessit non fornisce n norma s
icura ai doveri n ragione chiara ai diritti, n lume ai dubbi, se non all'ultime co
nseguenze; quando si sien conosciuti per esperimento gli effetti lontanissimi e
non altrimente che per esperimento conoscibili, dell'umano operare. La necessit p
ertanto conseguenza, non principio; sanzione della legge, non legge essa stessa;
si dimostra nella pena e nel premio, non nella bont e nella realt dell'azione che
dovr la pena o il premio meritare. La necessit idolo da' piedi interminabili, ma
senza capo. Sciolto che sar l'uomo dalla catena mortale, potr certamente conoscere
la vera ed intera necessit delle cose; ma, conosciutala, non vorr, spero, chiamar
la necessit! Brutto nome!; e, per dirla con Pindarica voce, inimico.
Poi, la necessit per qual ragione cos si denomina? Non perch sia caso fortuito (nec
essit e casualit si distruggono); ma perch soggiace ad un ordine prestabilito. Or n
on ordine senza norma. Meglio dunque che fermarsi all'ultimo anello di cotest'or
dine, dico la necessaria conseguenza de' beni e de' mali operati, salire all'ane
llo altissimo, dico le leggi dell'ordine moderatrici. In questa come in altre co
se molte, la salita pi facile della scesa.
Aggiungete che non sempre essa necessit col suo ferreo suggello si manifesta; e m
olte cose appaiono da certe regole di convenienza e di equit governate. Non gi che
quelle medesime cose non vadan soggette a legge certa; ma spesso lo scontro di
due o pi leggi nel fatto medesimo dominanti, ne deduce un effetto che sembra ecce
zione alla regola universale, e non . Per conoscere adunque intera la necessit del
la quale disputiamo, converrebbe conoscere tutte le possibili conseguenze di tut
ti i possibili accozzamenti di ciascuna legge, e di ciascuna con tutte, calcolo
superante ogni forza d'umano intelletto. Guai se facciamo del dovere metafisica
insieme ed algebra.
Il principio della necessit, cosi come quello dell'ignudo diritto, principio che
limita, esclude, principio negativo. Che sia negativo l'insegna lo stesso vocabo
lo: necessit. E non ha in s, chi ben guarda, sanzione o guarentigia altra che ques
ta; non potere azione non buona alle ultime sue conseguenze condursi, senza che
l'uomo, senza che il corpo civile sieno, secondo la gravita della colpa, inevita
bilmente o danneggiati o distrutti.
Sotto questa sanzione non cadono, propriamente altro che i fatti pi grossolani; e
d sanzione non degna della nobile nostra natura. Tanto men degna, che il male ca
de sotto lei troppo pi visibilmente che il bene: ed pi visibile e pi certa la neces
sit del dolore, che del piacere non sia.
Un autore per trattati di diritto criminale ben noto all'Italia, con molte prove
s'argomenta di puntellare il diritto, nella mente sua scompagnato affatto dal d
overe: le quali prove converr chiamare a disamina.
Ad impedire, dic'egli, l'ingiustizia, n la legge di Dio n i precetti naturali bast
arono; dunque il diritto che mira ad efficacemente impedirla, non pu non essere c
osa diversa dai religiosi e dai morali dettami. - S, certo: il codice criminale e
il civile non sono materialmente un medesimo col Vangelo o con l'Etica, che ad
impedire l'ingiustizia non bastano per una sola ragione semplicissima: che non t
olgono all'uomo la libert. Ma il codice criminale e il civile impongono doveri, p
uniscono la violazion di doveri; e queste cose ordinando, il legislatore si cred
e di adempiere un proprio dovere. La procedura istessa, non nella morale esplici
tamente ma della morale legittima conseguenza. Se la legge non imponesse un dove
re, il diritto di esigerne l'osservanza sarebbe vano: se la legge non minacciass
e di pena il violator d'un dovere, sarebbe tirannica. Che s'ella adopera a sanzi
one la forza, la differenza nel mezzo, non in altro: l'applicazione che per essa
si fa della norma morale, varia o diversa; la norma riman la medesima; semprech
la legge sia giusta.
Che se la legge de' codici non pu n deve punire l'ingratitudine, ci dimostra che la
legge de' codici in limiti pi angusti si aggira che la legge de' cuori: ci dimost
ra che, per s sola, la legge de' codici impotente a rendere gli uomini virtuosi,
e civilmente felici.
Nessuno conceder al dotto autore, che le leggi morali richieggano uguale capacit d

i mente negli uomini tutti: ch'anzi si attemperano alla varia capacit di ciascuno
, e la aiutano, non la forzano mai. La politica legge piuttosto suppone di molte
cose la conoscenza che i legislatori non curano d'insegnare: e perci, non fosse
per altro, spessissimo ingiusta.
Certo n la morale consiste tutta in regole pratiche, n tutto in dottrine speculati
ve il diritto, come voleva il Lampredi; n l'una riguarda alle azioni interne, l'a
ltro all'esterne, come Kant affermava. Ma e nell'una e nell'altro pratica e teor
ia; la morale abbraccia le azioni tutte interne ed esterne, il diritto le estern
e e non tutte. N la morale stabilisce, come insegnava il Tomasio, i doveri, e il
jus di natura i diritti; ma nella morale sono e doveri e diritti, nel jus di nat
ura e diritti e doveri.
Del resto l'A. medesimo viene d'accordo con noi l dove dice la morale essere la s
cienza madre di tutte le altre che dirigono l'uomo. Or come la madre nulla avr di
comune col figlio?
Poi: "La nozione del diritto una creazione della ragione umana, la quale presupp
onendosi dal gius di natura eguale in tutti, ha in ogni individuo un valore mede
simo ed un medesimo inalterabil giudizio". - Qui l'autore dimentica d'aver
che la morale impone doveri molto pi che non conceda diritti. Poteva, io credo, d
a quella via confessare che la morale appunto perch impone i doveri, i diritti co
ncede e assicura: e solo quando i doveri sono inuguali, fa inuguali i diritti.
Ma lasciando da parte le contraddizioni involontarie dell'autore, notiamo che se
il diritto fosse creato dalla ragione umana, e non nella natura delle cose cio n
el dovere fondato, sarebbe proprio gioco misero agli umani arbitrii. Soggiunge:
"L'esistenza dei diritti derivanti dalla pura ragione, dev'esser tale nella ragi
one di tutti; e se ci di fatto potesse ottenersi, i movimenti morali degli uomini
sarebbero tutti nel senso de' diritti, tutti seguirebbero le linee che i diritt
i prescrivono; n per la regolarit di questi movimenti sarebbe necessaria la teoria
, e neppur la idea de' doveri, essendo certo che i dettami della pura ragione, d
ai quali i diritti desumono la loro esistenza, hanno una prerogativa ingenita, t
utta lor propria, eguale in tutti, e perci senza bisogno di correlativi, i quali
meglio ne assicurino l'autorit". Prima risposta. - L'autore comincia dal porre ch
e l'esistenza de' diritti derivanti dalla pura ragione, necessariamente nella me
nte di tutti; poi ne ragiona come di lontana utopia; se ci potesse ottenersi. Io
credo che questo non s'otterr mai, perch mai le menti degli uomini potranno concep
ire un diritto, senza che la coscienza abbia la parte in tale concetto.
Seconda. - Se i movimenti morali degli uomini fossero tutti nel senso de' diritt
i, come l'autore desidera, la morale succederebbe a diritto, e i diritti altrui
sarebbero rispettati in virt d'un dovere.
Terza. - Se i diritti desumono l'esistenza dei dettami della pura ragione, e se
fino ad ora l'esistenza dei diritti non tale nella ragione di tutti, ne segue ch
e l'idea del diritto non fondata nell'umana natura, ma nella ragione de' pochi.
Questi pochi sarebbero del diritto creatori, e idoli, e dei. Pur troppo la teori
a dell'Autore ha fondamento in una orribile realt. " Potrebbe in vero una forza i
rrazionale turbar quest'ordine, e opporsi al moto cui il diritto segna una linea
: ma questa forza perturbatrice non sarebbe un diritto, il qual colla forza di c
ui legittimo titolo, potrebbe lontano da s respingerla: e se la forza a questo sc
opo mancasse, e il diritto venisse nel suo esercizio distrutto, l'impero della p
ura ragione verrebbe, in questo stato di cose, a cessare, e quello d'altri e div
ersi principi sarebbe necessario al ristabilimento dell'ordine". La forza non sa
rebbe diritto? E perch no? - L'autore ha detto che il diritto titolo della forza,
ma non ha mai dato chiara idea del diritto. Affermarlo procedente dalla ragion
pura, chiamarlo una linea; non definirlo.
Ma qualunque siasi queir idea, riman vero sempre che il diritto secondo l'autore
non sostenuto dalla forza, si muore; e a lui sottentra la necessit d'altri e div
ersi principii. Quali principii mai che non sieno n di diritto n di dovere? Forse
la religione? Ma la religione ha diritti e doveri? O la forza bruta? Ma se la fo
rza bruta disturbatrice dell'ordine! Forse il caso? - Questa reticenza terribile
.
Vedete dunque! Il diritto che deve essere uguale in tutti, non in tutti uguale:
il diritto che dovrebbe durare eterno, col cessar della forza al quale titolo ce

ssa. Se queste son ferme basi di civile consorzio, vegga l'Autore.


N solo per sopravvenir di forza maggiore il diritto finisce, ma la pura ragione c
he al diritto vita, perde l'impero suo, ogni qualvolta i diritti vengano in coll
isione tra loro. Ecco dunque, i diritti non possono somigliare alle orbite de' p
ianeti: e' cozzano insieme; e nelle loro battaglie la pura ragione non ha di dec
idere modo alcuno. Quando pi ne sarebbe bisogno, ella tace.
Ma sentiamone illustrazioni pi chiare: "Nel sistema del diritto ideale gli uomini
considerati come puri enti razionali, astrazione fatta da tutti i bisogni della
lor sensitiva natura, esercitano le loro morali qualit come agenti, il potere de
' quali misurato dall'eguaglianza di tutti; e sarebbe ridicolo dire che tra due
quantit eguali tra loro, l'una lo rispetto all'altra, perch l'una ha verso dell'al
tra il dovere d'essere quel ch'ell'".
Prima risposta. - Quand'anche il diritto potesse fare astrazione dai bisogni del
la sensitiva natura, non potrebbe prescindere da' bisogni morali che sono pi fort
i de' bisogni razionali stessi, n per turbazione veruna periscono.
Seconda. - N anche considerati com' enti razionali, gli uomini son tutti uguali t
ra loro, nel senso che l'autore vorrebbe, Simili, s, non uguali.
Terza. - No, due quantit non sono uguali perch l'una abbia verso l'altra doveri: m
a le quantit non hanno n men diritti, ch'io sappia; e gli uomini non sono quantit:
molto meno quantit uguali.
Venendo al nodo della questione, l'Autore lo tronca con uno scambio di voci: "Se
per dovere s'intende il non potere un uomo opporsi all'esercizio del diritto d'
un altro, il concetto male spiegato; e convien dire piuttosto che niun uomo, rel
ativamente al suo simile, pu avere un dritto maggiore di quel ch'egli ha".
Lascio star che il dovere non consiste soltanto nel non si opporre all'esercizio
del diritto altrui; ma domando: qual sar la misura del diritto? - Non l'eguaglia
nza, mera ipotesi dell'autore. Non la forza, ch'anzi il diritto titolo della for
za, e poi dalla forza annullato. Non la ragione, perch la ragione nel dubbio tace
e si estingue. Qual sar dunque del diritto la misura, se il dovere non ? E il non
potere avere un diritto maggiore del proprio, egli altra cosa da quella che vol
garmente si chiama dovere?
Con questi e simili argomenti si risponda assai di leggieri agli altri argomenti
, o uguali o simili, del professore Pisano.
ILLUSTRAZIONE SECONDA
Autori che riconobbero l'importanza dell'idea del dovere.
Un di quelli che pi chiaramente espressero l'indivisibilit del dovere dal diritto,
fu, ci grato il notarlo, un autore italiano: il quale nel suo Trattato del diri
tto penale insiste su questa idea come sopra feconda verit; e noi che quelle part
i dell'opera sua non avevamo percorse innanzi di scrivere il terzo libro, nonch d
olerci dell'essere antivenuti, godiamo dell'averlo alla nostra opinione compagno
. Rechiamo le sue stesse parole: "L'existence sociale n'est pas seulement un dro
it de l'homme: elle est un devoir. Ce point nous parat essentiel: c'est un un pri
ncipe fondamentel de la doctrine que nous professons, et qui la distingue d'un g
rand nombre de thories.... Chaque homme est dou des mmes droits et des mmes devoirs:
il a une carrire parcourir, un but atteindre et sa responsabilit personnelle. Cha
que homme a le devoir d'agir en consquence, et le droit premirement, de ne pas tre
empch: secondement, d'tre aid, s'il se peut".
Da noi s' veduto perch sia dovere lo stato di societ, quale sia l'esercizio delle f
acolt umane pi degno, quale il fine dell'uomo: cose che il nostro italiano non dis
corse perch non evidentemente necessarie al proposito suo. Osserveremo, per altro
, che il diritto, ammesso da lui, di essere da altri aiutato nell'adempimento de
' propri doveri, rivocabile in dubbio come diritto: certa cosa, e fondamento nec
essario di societ, riguardato come dovere in altrui. In me il diritto di non esse
re impedito, non in me il diritto di essere aiutato, ma in altrui il debito d'ai
utarmi. Questa legge divinissima dell'umana societ morte d'ogni tirannide.
Segue: "Ne pas se nuire dans la poursuite du vrai et du bien, ni dans celle de l
'agrable et du bien-tre, tel est le premier devoir des hommes entre eux. S'aider d
ans l'une et dans l'autre, tel est le second devoir". Osserveremmo che nella ric
erca del piacere pu l'uomo essere senza altrui colpa impedito, quando il piacer s

uo impedisca l'adempimento del dovere altrui; se l'eccezione, evidente per s, non


fosse dall'Autore medesimo sottintesa.
"On sent, en rapprochant le devoir de ne pas nuire, du devoir de s'entr'aider, q
ue le premier est plus positif et plus imprieux que le second". Giover forse notar
e che certe omissioni sono pi gravi di certe azioni dirette; quando cadono sopra
pi gravi doveri. Tralasciar di soccorrere il padre pi forte cosa che dare uno schi
affo a uomo ignoto. Ma l'Autore qui parla principalmente dei doveri dalla legge
umana vendicati: e in cotesti, certo, il fare pi gravemente punito dell'omettere;
prova delle imperfezioni che sono inevitabili nella legge umana. E l'Autore sag
giamente l'avverte l dove dice:
"Est-ce donc la justice morale dans toute son tendue, que le pouvoir social a dro
it d'exercer? C'est la justice morale: mais exerce dans un but restreint et dtermi
n, la garantie des lemens constitutifs de l'ordre social: c'est la justice morale,
mais confie des tres imparfaits et faillibles".
E quando egli afferma che "le droit de dfense est une mesure de l'importance rela
tive de ses devoirs" (proposizione che, inversa, pi vera, cio che il dovere misura
all'importanza varia de' diritti), non segue forse cos fedelmente il suo princip
io, come quando conchiude: "Tout s'explique par une chane de devoirs, qui drivent
rationnellement les uns des autres: le devoir de l'ordre moral, celui de l'ordre
social, celui de pouvoir social: enfin celui de la justice humaine. Le premier
est le but, les autres sont des moyens". Applica quindi alla propria scienza le
cose dette; e ragiona: "Prvenir les dlits, dit-on, c'est un droit du gouvernement:
c'est mieux qu'un droit c'est un devoir. Mais les devoirs faut-il les accomplir
par un moyen quelconque ou par un moyen lgitime? Le pre le devoir de nourrir ses
enfants; pourra-t'il les nourrir au moyen du vol, lors mme qu'il pourrait ainsi l
es nourrir mieux que par son travail? Le citoyen a dvoir d'obir la loi: doit-il obi
r une loi inique, une loi qui lui ordonnerait de prostituer son enfant? Le gouve
rnement le droit de prvenir les dlits: a-t' il droit pour cela toute sorte de moye
ns?" - Da noi s' veduta non solamente la risposta da darsi a tali domande ma il p
erch d'essa risposta: si data la scala e l'ordine de' doveri; s' dimostrato come l
'osservanza d'un dovere allorch nuoce all'adempimento di dovere pi alto, fallo, o
colpa, o delitto.
L'Autore cos definisce il delitto: "Violation d'un devoir envers la socit ou les in
dividus, exigible en soi, et utile au maintien de l'ordre publique: d'un devoir
dont l'accomplissment ne peut-tre assur que par la sanction pnale, et dont l'infract
ion peut-tre apprcie par la justice humaine". Non credo che l'amore soverchio che g
li uomini sogliouo portare alle cose da s pensate, m'inganni, perch quest'amore, i
n cosa si piccola, non pu, grazie al cielo, esser grande. Ma parmi che nella defi
nizione da me proposta dove il delitto si dice: violazione e sensibile di un dov
er sociale, sia forse pi schiettamente espressa l'idea dell'A. Dico sociale perch
l'offesa degli individui stessi in tanto punita in quanto offenda i vincoli dell
'umana societ. E dicendo sociale e grave, comprendo in queste due voci l'idea che
l'A. esprime con la parola "exigible. Dicendo grave, intendo utile; intendo anz
i pi; poich non dovere che utile non torni alla conservazione dell'ordine. Ma dire
che il dovere la cui lesione costituisce il delitto debba esser tale che l'osse
rvanza sua non possa da altro venire assicurata che dalla pena, mi pare dir trop
po. La pena non pu, cred'io, essere mai la guarentigia unica n la pi forte. Quando
da ultimo io dico, violazione sensibile, in questa voce comprendo la clausola: "
dont 1'infraction peut-tre apprcie par la justice humaine". Perch se si parla d'un c
omputo esatto dell'intima gravita della colpa, parmi che la giustizia umana non
possa farlo mai; se si parla di quella parte di colpa ch' giudicabile perch cade s
otto il senso, e per legittima deduzione conduce a trovar la misura probabile de
lla intenzione del reo, la parola sensibile esprime, s'io non erro, il concetto.
Giova ancora recare un bel passo dell'A. nostro: "On a longuement discut pour sav
oir si le dlit ne serait pas la lsion d'un droit. La question, en apparence du moi
ns, est une question de mots. S'il y a devoir exigible dans l'offenseur, le devo
ir doit correspondre un droit positif existant quelque part ici bas. Les devoirs
envers Dieu et envers soi-mme ne sont pas de ressort de la justice humaine. Les
deux dfinitions peuvent donc se prendre indiffremment l'une pour l'autre.
"Mais telle n'est pas la pense de tous ceux qui dfendent la seconde dfinition. A le

ur yeux, tuer un homme avec son consentement, n'est pas un meurtre, pas plus que
n'est un vol l'acte de prendre quelque ehose avec le consentement du propritaire
. Outrager un homme frapp d'un jugement en forme n'est pas un dlit: un particulier
qui tue un homme condamn mort, peut-tre rprim par voie de police, mais il ne commet
pas un homicide. Pourquoi? Parce que celui qui consent
tre tu, renonc son droit d'existence, parce que ce droit l'homme condamn mort, ne l
possde plus; parce qu'un infme n'a pas de droit au respect.
Tel est leur principe: telles sont les consquences qu'ils en ont tires. Il est inu
tile d'en faire ressortir la bizarrerie; inutile de remarquer jusqu' quel point o
n peut les tendre: enfin nous ne concevons pas sur quel fondement on peut dans le
ur systme punir par voie de police l'homme qui gorge de son autorit prive un condamn
mort".
Di qui si conchiude quello a ch' io medesimo giunsi per altra via: il diritto di
far adempiere un dover sociale, esser sempre in alcuno: essere se non nella per
sona che ne ha pi di bisogno; ne' concittadini di lui; essere, molto pi legittimam
ente, nei tutori dell'ordine pubblico. Voi siete povero: altri ha dover di socco
rrervi, ma voi non avete il diritto di esigere il soccorso o di volerlo per forz
a: io bens e tutti gli altri concittadini abbiamo dovere di esigerlo in nome vost
ro; e, quando la cosa presenti pericolo di disordine pubblico, il governo o la n
azione ha dovere di porre in uso la forza stessa perch i cittadini sieno indotti
a migliorare la misera condizione vostra. Togliete questo dovere, parlate di dir
itti soltanto; averete di qui pretta anarchia, di l pretta tirannide.
Il S. Collina, in un'opera ch' io cito a cagione d'onore, pi volte conobbe l'impo
rtanza di questa verit, "Per avere il diritto di regolare il mondo civile, bisogn
ava sentirsi uno spirito sciolto dal proprio individuo e vivente una vita univer
sale; ed allora questo diritto si faceva un bisogno, una necessit sociale". Altro
ve detesta i diritti non bilanciati da' doveri, e sulla medesima idea ritornando
scrive queste belle parole: "Se tutta questa magnifica serie di diritti che l'u
omo nella sua maest costituiscono, discendono dalla emancipazione del Cristianesi
mo, l'emancipazione stessa un'egual serie di doveri c'impone; imperocch svanisce
ogni diritto, e ingiuria diventa, quando un dovere di pari vigore non gli rispon
de. N vale che questi nell'osservanza di quelli sieno contenuti; pubblicarli fara
d'uopo pi apertamente, inculcarli; stamparli profondi nell'anima libera de' citta
dini, come i diritti si pubblicavano, si inculcavano, si stampavano: e non rifor
matori, n benefattori della societ devono riputarsi coloro che con questo severo a
vvertimento non educavano i cittadini". Un altro Italiano onorevole, il signor M
arocchetti: "Les droits de l'homme figurent, pour nous, sur la mme ligne que les
devoirs ne peuvant, en bonne logique, admettre les uns sans que les autres s'ens
uivent".
E questa verit medesima riconosceva uno scrittore francese, il quale parlando del
libro di Silvio Pellico, dei doveri degli uomini, dice:
"Il n'est si chtif aujourd'hui qui ne revendique ses droits: et dans cet pouvantab
le conflit de droits divers et divergens, on oublie les droits de la socit pour la
quelle nous sommes crs, et de Dieu qui nous a crs. Oh! la singulire maladie!... Et qu
i donc a des droits? Que ce mot de sauvages trouve un jour son application, et v
ous verrez ce que deviendra la socit avec des droits individuels, dont chacun peut
user ou n'user pas, user bien ou mal user... C'est le despotisme de chacun sur
tous que vous tablissez, la guerre, l'tat sauvage... Mais cette folie passera comm
e tant d'autres ont pass dj ". Chi scrisse le citate parole, ponendo il dovere, neg
a assolutamente il diritto, e corre nell'eccesso contrario: ma sente almeno con
forza una verit tanto sacra, e tanto repugnante ai pregiudizi del secolo.
Uno scrittore ormai vecchio: "Point de droit sans devoir; point de devoir sans d
roit". E Gall istesso: "S'il ne m'est impos aucun devoir envers vous, vous n'en r
econnatrez aucun envers moi... San devoir rciproque, point de secours mutuel. Chac
un s'rigera en matre; et nos relations seront celles des animaux de proie".
L'Europeo, egregio giornale del S. Bchez e della scuola di lui: "Dans les ides de
ces gens l les fonctions sociales ne sont
Cas un devoir, mais un droit. Ainsi les aristocrates d'argent et mrs valets possd
ent les emplois, les donnent, les vendent, les achtent, et s'en servent au sens l
e plus large de leur dfinition de la proprit: Jus utendi et abutendi sua re".

Poi: "Loin que ce soit le droit de proprit qui constitue la monarchie, c'est donc,
tout au contraire, le devoir de protection qui lui donne seul son existence...
Qu'on appelle le chef de l'tat, roi, prsident, empereur, directeur, consul, monarq
ue, dictateur; peu importe. Il doit tre avant tout protecteur: son existence ne s
aurait tre spare de la masse populaire: il lui doit son temps, sa pense, son coeur,
tout sa vie".
Un altro giornale confutando le dottrine di Bentham, da' suoi ragionamenti condo
tto ad affermare che Bentham istesso "se trouve contraint de voir son intrt ou n'tr
e que celui des apptits et des passions grossires, ou subir la loi du devoir... Le
devoir c'est la raison rglant la vie, ou ce que notre nature exige que nous fass
ions et que nous nous interdisions. L'un est son bien, son intrt; l'autre le contr
aire. Ainsi le devoir est la rgle de l'intrt, et l'intrt la fin du devoir... L'intrt s
ns le devoir c'est l'picurisme, et c'est l'picurisme qui, mesure
que le devoir prissait par la dcadence des institutions nationales dans les ancien
s tats, dvora successivement les civilisations antiques... De mme que le devoir seu
l engendre le faux intrt, l'intrt seul engendre le faux devoir. La richesse, le fast
e, les plaisirs corrupteurs, les attentions les plus minutieuses et les plus ind
iffrentes du commerce de la vie, les ruses, les mdisances, les vengeances; point d
e vices, point de passions, point d'inutilits, qui ne se tournent en obligations.
Tout est devoir hormis le devoir lui-mme... ".
Questa medesima sentenza fu toccata di volo, ma con l'accento della coscienza in
culcata, da un dotto trattatore delle politiche cose, il Commendatore Pinheiro P
ortoghese: "della resistenza legale alle ingiustizie dei governi noi facciamo, d
ic'egli, non solamente un diritto ma sibbene un debito al cittadino".
E un anonimo inglese: "La libert n'est que la science du devoir mle a celle du droi
t, qui la contrebalance... enfin 1'indpendance dans l'ordre". Il vocabolo mescola
ta non molto proprio, a dir vero; n il diritto contrappeso al dovere, ma consegue
nza di quello. L'idea per dell'Autore s'accorda alla nostra.
Il sig. de Lamennais, sebbene in alcun luogo delle opere sue dica che "l'objet d
irect de La socit vritable est la garantie du. droite, ed esalti "le systme qui donn
e la socit le droit pour fondement", e quella "libert, qui conforme aux lois de la
nature bien ordonne, a son principe dans le droit le plus pur"; e sebbene da ulti
mo ponga dall'un lato l'umanit libera, e dall'altro, quasi limite al diritto di l
ibert, una potenza che mantiene la certa cognizion de' doveri; nondimeno in altri
luoghi, pi propriamente parlando dice che il diritto del libero credere e del li
bero pensare e dire vien dal dovere di liberamente obbedire a Dio; dice che senz
a comuni credenze, dalle quali derivano doveri comuni, non pu essere societ, dice
che la religione, legge del dovere, vincolo degli uomini con Dio e degli uomini
tra s; cita le belle parole del Belga Robiano: "Ne' dogmi e ne' precetti della Ch
iesa contenersi tutte le nozioni de' diritti e de' doveri, ch' quanto dire, dell'
ordine". Onde se da certe parole di lui apparisce che il diritto e' voglia contr
apposto al dovere, e l'ordine d'obbedienza, com'egli lo chiama, contrapposto all
'ordine di libert: meglio guardando si vede, che senza libert non pu essere obbedie
nza, n senza obbedienza libert vera mai; che nell'atto della pi alta libert, l'uomo
pi docilmente obbedisce a qualche altissima legge della natura sua; nell'atto del
la obbedienza pi profonda, purch spontanea, l'uomo s'innalza in una regione pi ch'e
terea d'inneffabile libert.
Non cos chiaramente vide ed espose questa idea la Revue Rpublicaine, la quale con
gergo nuovo e' insegna che "les droits enfreints font les devoirs viols". Lascio
ai francesi giudicare dell'eleganza di questo giudizio, e ai filosofi della sua
verit.
Meglio un oratore spagnuolo: " Poich parlate agli uomini dei lor diritti non fors
e giusto rammentare i doveri?". E meglio dei repubblicani di Francia il sultano
Mahraud il quale concedendo i diritti civili agli ebrei, diceva non ha molto: "g
iusto che, se uguali i doveri, uguali sieno i diritti".
Il S. Droz nella sua morale applicata alla politica, insiste ancor pi fortemente
sull'idea del dovere.
"Il ne peut exister deux morales; l'une pour 1'homme priv, l'autre pour 1'homme p
olitique. Les obligations sont les mmes...
"Les actions sanglantes suivies de sanglantes ractions, avertissent les esprits s

ages d'examiner si la vraie doctrine politique est en effet la doctrine des droi
ts. Deux redoutables dangers l'accompagnent. Elle est violente... aussi ne faitelle le plus souvent que changer de mains l'arbitraire... Elle n'oblige point co
nserver les biens qu'elle prconise; et souvent ses dfenseurs abandonnent avec lchet
ces mmes droits que d'abord ils rclamaient avec fureur.
"Il est des lois imposes notre espce. Ces lois... prescrivent des devoir dont l'ac
complissement peut seul produire un tat de sagesse et de bonheur, que nous avons
dit tre le but de l'art social. De ces ides simples nat cette consquence que la vrai
e doctrine est la doctrine des devoirs... L'homme a des droits: mais si ces droi
ts sont l'objet dominant de votre pense, vous avez une me vulgaire. - L'tat o rgnerai
t l'ordre le plus admirable serait celui dont tous les citoyens ne s'occupant qu
e de leurs devoirs, les droits de chacun auraient la plus solide et la plus comp
lte garantie... La doctrine des devoirs est fille des lumires et du malheur... Cet
doctrine repousse celle de l'oppression, puis qu'elle annonce que tous les homm
es sont ici bas pour s'entr'aider. Elle tablit ce principe que nos obligations en
vers nos semblables croissent en raison des moyens qui nous sont donns pour exerc
er sur eux de l'influence. Cette doctrine, amie de tous les sentiments affectueu
x, peut seule enseigner rsoudre le problme si difficile de rendre les caractres fer
mes sans pret, et doux sans faiblesse... La doctrine des droits excite une fougue
passagre; la doctrine des devoirs inspire une fermet constante...
"Eh! quoi! nie dira-t-on: n'est-il pas des droits inalinables?... C'est le devoir
qui, en se mlant avec eux, leur communique ce caractre. Le droit dans toute sa pln
itude, peut-tre dfendu, modifi, rejet, au gr de celui qui le possde; ce caractre d'ina
inabilit, qui parat d'abord rendre si imposans quelques-uns de nos droits, ne fait,
en ralit, que restreindre notre puissance: et la restriction que nous acceptons s
erait onreuse si nous n'tions ddommags par le sentiment de ce qu'il y a de plus nobl
e dans l'homme, la soumission volontaire la saintet du devoir... Si mes semblable
s sont intresss ce que je maintienne l'avantage que j'allais cder, je vois natre en
moi et autour de moi, un nouvel ordre de sentimens et d'ides; je conserve mon dro
it, parce qu'ainsi l'exige le devoir, le devoir qui seul est sacr... Le devoir me
prescrit de ne pas m'avilir mes propres yeux, le devoir me commande de ne pas l
aisser dgrader en moi l'tre sorti des mains du Crateur. Pour exprimer ces ides, essa
yez de substituer le mot droit au mot devoir; vous n'y parviendrez pas...
"Souvent les droits sont prilleux soutenir... C'est ce calcul qui tant de fois a
rendu les partisans de la doctrine des droits si lches dans les dbats politiques.
La devoir ne favorise pas assez les illusions de l'intrt et de la crainte... Boiss
y-d'Anglas: est-ce vos droits ou vos devoirs que vous pensiez sous le poignard d
es assassin?
"Sans doute, nous pouvons devenir infidles la thorie la plus juste; mais que fautil conclure de cette triste vrit? La thorie du devoir n'en reste pas moins celle qu
i, par elle-mme, a le plus de force; et qui par consquent, peur le plus en communi
quer aux mes...
"Il est utile que les fonctions publiques soient accessibles quiconque est digne
de les remplir. Mais dans un tat o ce principe est reconnu, si la thorie des droit
s chauffe les ttes, quelle multitude d'individus vont s'agiter!... Le principe don
t je parle n'aurait tous ses avantages que dans un tat o les hommes seraient forms
par la doctrine des devoirs. Ces hommes reconnaissaint les obligations qu' impos
ent les dignits, sentiraient quel admirable instinct fit donner aux fonctions pub
liques le nom de charges... La libert de la presse est la gardienne de beaucoup d
'autres liberts: mais combien de danger et d'abus l'accompagnent chez des hommes
qui crivent tout ce qu'ils ont ou croient avoir le droit d'crir! Si, forms par une
autre doctrine, ils ne livraient la presse que les penses et les faits dont leur
devoir les oblige nous instruire, ils criraient moins, et avec plus de sagesse.
"La question des droits repose sur une vrit secondaire. Quand nos passions la tran
sforment en vrit principale, il y a erreur et funestes consquences. Le droit n'est
qu'un corollaire du devoir.
"Mais, dira-t-on sans doute, les Amricains ont prospr; et c'est sous la bannire des
droits qu' ils ont march. Oui, et leur succs tait infallible; car la doctrine des d
evoirs se trouvait dans leurs moeurs...
"A la manire dont je soutiens la doctrine des devoirs, il est vident que je la veu

x pleine, entire, complte. Chacun exige que les autres remplissent leurs devoirs e
nvers lui, et souvent se dispense de remplir les siens envers eux. Il est une tho
rie incomplte des devoirs qui n'est que la thorie de l'oppression dguise. Pour qu'un
tat recueille les fruits de la vritable doctrine des devoirs, il faut que les pri
ncipes en soient rpandus dans toutes les classes de la socit, commencer par les plu
s hautes.
"Si la doctrine des intrts est prche ayec violence dans l'intrt du grand nombre, elle
est la doctrine des droits: si
elle dgnre de manire concentrer les affections sur l'intrt exclusif de la patrie ou d
soi-mme, de la corporation ou de la famille dont on est membre, c'est la doctrin
e de l'oppression: si, mieux conue, elle dirige les mditations vers l'intrt universe
l, c'est la doctrine des devoirs...
" Peut-tre tait-il invitable que des peuples fissent l'essai de la doctrine des dro
its avant que les hommes s'levassent la doctrine des devoirs. On a vu des crivains
rpandre les demi-connaissances qui excitent l'enthousiasme pour la thorie des dro
its; on en verra d'autres faire jaillir les vives lumires qui pntrent les mes d'amou
r pour la thorie des devoirs. Comment la verrions-nous dj rpandue? Elle est harmonie
avec le plus haut degr de civilisation...
"En suivant la doctrine des droits, ou s'est mpris sur les moyens qui peuvent le
plus efficacement concourir rendre l'homme meilleur et plus heureux. Il suffit d
e la force pour tablir l'oppression; on s'est imagin qu'il suffit de changer la fo
rce de place pour garantir les droits... Pour briser un tel gouvernement, il suf
firait de ses partisans. Ceux-ci n'tant point imbus des principes du devoir, leur
intrts sont bientt divergens: qu'est-il besoin de les attaquer? Ils se dvorent les
uns les autres.
"Si les mes ne sont pas nourries l'cole du devoir, l'interprtation des lois, si bon
nes qu'elles puissent tre en elles-mmes, sera certainement vicieuse. Toutes ces di
fficults doivent faire sentir combien il importe d'agir sur les mes, d'essayer d'a
mliorer les hommes afin que leurs qualits maintiennent ce que les lois ont de sage
, et remdient ce qu'elle ont d'imparfait...
"L'homme n'a des devoirs remplir que parce qu' il est un tre moral: il n'est un tr
e moral parce qu' il est un tre intelligent. La brute n'a point de devoirs, l'enf
ant au berceau n'en a pas encore. Nos devoirs naissent et meurent, pour ainsi-di
re, avec notre intelligence; ils sont suspendus pour l'insens; ils renaissent au
mme instant que sa raison. Le plus noble privilge de l'homme est d'avoir sur la te
rre des devoirs remplir: c'est l la preuve de sa supriorit sur les tres; le gage de
son immortelle existence. Un certain dveloppement de ses facults est ncessaire pour
qu'il connaisse ses devoirs et les accomplisse. Sans ce dveloppement il ne peut
ni rendre ses semblables tous les services qu'ils ont droit d'attendre de lui, n
i mme offrir son auteur un vritable hommage. L'exercice de l'intelligence dans tou
tes les classes de la socit et le noble rsultat de cet exercice, l'adhsion raisonne a
ux devoirs, sont de bienfaisantes innovations du christianisme. Comment serait-e
lle vraie la prtendue philosophie qui s'lve contre lui?...
"Sans doutes nos devoirs nous sont indiqus par la nature, par une rvlation premire u
niverselle: mais ne pouvons-nous les mconnatre, les oublier? Un livre sacr est donn
l'univers: l nos devoirs sont crits d'une manire positive, simple et touchante. Qu'
une si noble et si douce morale se propage, qu'elle dirige nos facults; alors la
socit attendrait une prosprit inconnue et un plus haut degr de civilisation. Vainemen
t chercherait-on alleurs que dans 1'Evangile des moyens aussi puissans peur tre a
ltre; mais il faut singulirement dnaturer le christianisme pour faire de son discipl
e un homme inutile. Chaque page de l'Evangile inspire l'amour du genre humain; e
t, comment manifester cet amour sinon par des actions gnreuses? C'est se former un
e trs fausse ide de sa morale, que de s'imaginer qu'en rpandant sur la terre on anan
tirait les travaux des arts et les richesses qu'ils produisent. Les travaux devi
endraient plus actifs, parce qu'on cesserait d'en tre distrait par une foule de p
assions; on verrait s'accrotre les richesses; seulement on en ferait un meilleur
usage. - En ne parlant qu'humainement, on peut prouver que toutes les nations de
viendront chrtiennes. Jamais les hommes ne se passeront d'une religion positive;
jamais ils n'en trouveront une plus pure que le christianisme: donc le progrs des
lumires les amnera tous l'adopter; et avec lui pratiquer la doctrine des devoirs.

..
"Li la doctrine des droits, l'enseignement n'a point sa vritable base. Il rpand alo
rs des ides incompltes, violentes, propres rendre un grand nombre d'homme incertai
ns de leur sort... Mais, unie la doctrine des devoirs, l'instruction ne produira
jamais que des effets salutaires. J'ajoute que la doctrine des devoirs spar de l'
instruction, ne serait qu'un misrable leurre imagin pour nous soumettre des devoir
s factices, en nous drobant la connaissance des obligation vritables".
In molte cose, senza ricordarmene e senz'avvedermene, io convenni col libercolo
del s. Droz da me letto nov' anni sono. I principii che nei passi recati sono ap
poggiati all'autorit dell'esperienza e del sentimento, nel mio povero scritto, di
pendono da pi generali principii, e conducono a pi varie e pi severamente dedotte,
e certo pi liberali conseguenze. Perch l'egregio francese contentandosi d'accennar
e a quella verit, non prese cura di fecondarla col raziocinio, ed applicarla a tu
tte le dottrine che vien poi nel suo libro esponendo.
E un simile difetto del non trarre dallo stabilito principio tutte le legittime
conseguenze, e del lasciare esso principio senza il necessario fondamento di pre
messe ragioni, da notare in un libro del signor Hepp, dove si dimostra la civilt
essere insieme diritto e dovere dell'uomo e dell'umanit tutta quanta; i diritti a
lla societ bisognevoli essere giustificati dai doveri morali che all'uomo impone
il fine al quale egli destinato, e la natura del civile consorzio; doversi i dir
itti della pubblica autorit fondar sui doveri morali dell'uomo, e i doveri dell'u
omo essere titolo a' diritti di lui verso la pubblica autorit. Ma il signor Hepp
nel suo pregevolissimo libro questi doveri suppone, non mostra come da essi proc
edano mano mano i diritti; e unico dovere a lui la necessit che corre all'uomo de
l sociale commercio: e da ultimo il dovere inteso dal signor Hepp non so che di
angusto e di timido, che da ogni novit rifugge, che in certe forme si chiude, che
mutila spietatamente se stesso. Ma poich in molte idee noi ci siamo scontrati, r
eputo dover mio, le dottrine esposte da me con la sua autorit confortare, citando
fedelmente que' luoghi tutti dove le opinioni nostre convengono.
"C'est ainsi que se dveloppa l'ide de la civilisation, comme rsultat du concours si
multan de tous les individus pour atteindre le but de l'humanit. Ce but una fois p
os, il devenait ncessaire d'en placer l'accomplissement sous des garanties suffisa
ntes, et c'est ainsi que naquirent les ides de la vie sociale et du droit, s'appu
yant l'une et l'autre sur le devoir moral de l'homme d'assurer son dveloppement,
et revtant ds-lors, toutes les deux, une autorit et une saintet toute morale. Ce poi
nt de dpart me donna, ds le dbut, ce que d'autres systmes ont vainement cherch, savoi
r une base rationnelle et essentiellement morale pour prescrire l'homme la vie s
ociale comme un devoir, et pour lui assurer dans le sein de la socit la garantie o
u le droit de se dvelopper dans toute la latitude des besoins de sa nature.
"Ces points tablis, je voyais tomber tout naturellement cet chafaudage d'hypothses
qui obstruent la plupart des systmes dont on a essay pour expliquer la nature des
rapports sociaux; car ds que la capacit et le devoir du dveloppement taient dmontrs po
ur l'individu, et qu' il tait prouve que la vie sociale seule en renferme la gara
ntie, j'en dcoulait la consquence directe, que cette mme vie sociale est pour lui e
t un devoir et un droit; qu'ainsi il ne dpend ni de l'homme de vivre hors de la s
ocit, ni de la socit de mconnatre dans l'homme le droit de se dvelopper; que ds lors
te dernire doit respecter en lui toute la latitude d'actions dont ce dveloppement
lui dicte le besoin.
"Ces rsultats me plaaient bien loin de toutes les thories tablies jusqu' ce jour, et
m'imposaient de rpudier -la-fois les doctrine du droit divin, et celles non moins
fausses et absurdes de la souverainet des volonts.
"Comment concilier la notion du droit, ncessairement imprissable et perptuelle, par
ce qu'elle dcoule directement du devoir moral et absolu de l'homme d'accomplir sa
destine, avec des systmes qui reposant l'un et l'autre sur les volonts (celle du d
espote, celle des masses), condamnent une perptuelle instabilit, soit le droit et
le devoir de l'individu de vivre d'une manire conforme sa nature, soit le devoir
et le droit du pouvoir social de lui assurer les garanties indispensables au dvel
oppement rgulier de son existence?
"Ici la libert m'est apparue non plus comme le rsultat phmre des combinaisons humaine
s, ou de concessions bnvoles de la part de la socit, mais comme un droit absolu, com

me une ncessit imprieuse, garantie par le perptuel devoir impos l'homme de s'en assur
er le bienfait. Mais cette libert elle-mme, bien souverain, inalinable et imprescri
ptible, n' ha de valeur qu'autant qu'on la considre dans ses rapports avec notre
destine; elle s'ennoblit, elle s'pure, elle se sanctifie mesure que cette destine a
pparat l'homme plus belle, plus noble, plus sacre; elle ne s'tend et ne se consolid
e qu'en proportion de l'usage plus rationnel qu'il sait en faire....
"J'ai vu en lui une crature -la-fois physique, intelligente et morale, oblige par i
nstinct comme par devoir de se dvelopper dans cette triple direction. Ce dveloppem
ent qui n'a de signification qu'autant qu'il trouve dans sa libert morale et dans
l'immortalit de son me, fondes sur l'existence de Dieu et sur la relation intime e
ntre l'homme et son Crateur, le devoir positif et sacr de travailler la ralisation
de toutes les fins de son existence, devient dans ma thorie le point de dpart de l
a vie social.
"Je renonce la prtention quivoque d'avoir proclam des faits et des principes nouvea
ux. Au contraire, je reclame comme un mrite d'avoir essay d'expliquer l'homme soci
al par l'homme moral, sans sortir du cercle d'ides et d'expriences de la vie prati
que, et en n'mettant aucun principe, dont les lments ne se retrouvent pas dj dans la
conscience des gnrations contemporaines, ou dans la sagesse consacre des sicles.
"Le but le plus constant de mes efforts a t de rveiller dans les mes le sentiment vi
f et puissant de la dignit humaine, de la saintet de la vie sociale....
"La vertu n'tant autre chose que la constance et le courage avec lesquels nous ch
erchons faire triompher les convictions qui rsultent de notre but suprme, des obst
acles que nous rencontrons dans le monde matriel; il est clair que la combinaison
de l'lment moral ou divin qui nous anime, avec l'lment matriel, est ncessaire peur qu
e nous puissons nous attribuer une dignit morale...
"Le vrai est le bien ralis, le bien est le vrai raliser par le concours de notre in
telligence et de notre volont. L'un et l'autre se dterminent en gnral par ce qu'exig
notre but suprme, et dans l'application par ce qu'exig le but particulier de l'obj
et dont il est question. Une chose n'est vraie qu'autant qu'elle est conforme ce
qu'elle doit tre; elle n'est bonne qu'autant qu'elle remplit le but pour lequel
elle existe. Le vrai est le but atteint, le bien est le but atteindre. Le vrai e
st le bien en tat de repos, le bien est le vrai en action.
"Le saillant de cette distinction diminue insensiblement mesure que nous faisons
des progrs dans le perfectionnement de l'intelligence et de la volont, mesure que
la raison russit raliser son idal....
"Il ne peut jamais tre question de sacrifier d'une manire gnrale les ressources que
nous avons pour assurer notre bien tre matriel, au dsir de dvelopper l'intelligence
ou d'ennoblir notre volont. Mais comme ces buts diffrens ont une liaison plus ou m
oins intime et directe avec notre but suprme, il est ncessaire qu'en vue de cette
liaison il s'tablisse entre eux une dignit relative, et qu' en cas de collision en
tre les devoirs qu'exigent leur fins partielles, la priorit soit accorde celui des
ces buts qui est dans le rapport le plus immdiat avec le perfectionnement de not
re tre moral.
"La loi, dans sons sens pratique, et considre dan ses rapports gnraux avec la civili
sation, est l'expression des besoins sociaux; l'obissance la loi ou l'accomplisse
ment des besoins sociaux (devoir sociaux) est donc ncessaire son tour. La science
des lois est la science des ncessits sociales; elle doit donc avoir pour base la
connaissance intime de la nature et des besoins vritables de l'homme, considr, soit
en lui-mme, soit dans ses rapports avec la socit. Elle doit en mme temp approfondir
la nature de l'association civile, rechercher ses besoins, et dterminer de cette
manire les devoirs sociaux.
"L' organisation sociale est essentiellement subordonne aux besoins lgitimes des i
ndividues, et ceux-ci ne peuvent jamais tra ataqus dans leurs droits ncessaires par
l'ignorance, les passions ou la violence du lgislateur. De l'observation de ce p
rincipe fondamental dpend la bont et la lgitimit des lois et de l'tat social, et le d
evoir moral d'obissance prescrit aux individus....
"Un fait important recueillir est que, quelque exclusivement que l'homme paraiss
e livr un brutal gosme dans ses rapports avec ses semblables, des mouvements de bie
nveillance et d'humanit lui chappent parfois, et que sa meilleure nature se rveille
par moments pour combattre les impulsions grossires qui le poussent habituelleme

nt. D'un autre ct, quelque avanc, que l'homme paraisse dans son dveloppement moral,
quelque force que semble s'tre lev en lui l'empire de la raison et la voix d'un gnreu
x dsintressement, il n'en est pas moins constant qu'il est beaucoup de cas o il est
surpris par un instinct moins noble, et o un gosme aveugle le constitue en hostili
t avec des intrts qu'il croit opposs aux siens. Ces faits, vrifis par l'observation jo
urnalire, prouvent, d'une manire incontestable, que toute thorie qui aspire expliqu
er les phnomnes de l'homme social, et dterminer sur ces phnomnes la nature des instit
utions civiles, doit tenir un compte exact de l'influence simultane et rciproque,
quoique variarne dans ses proportions, des deux instincts que nous avons signals.
"Ainsi, dans la cration d'une telle thorie il ne faut jamais prsumer les hommes ess
entiellement mchans; ou ne fonderait sur une telle hypothse qu'un arbitraire despo
tique; mais il faut les considrer comme essentiellement libres (moralement), comm
e essentiellement arbitres de leur destine. Un systme qui les supposerait essentie
llement bons, serait sans dfense contre l'abus qu'ils feraient de leur libert, et
protgerait mal tant les intrts d'autres individus que ceux de la chose publique, ou
tre qu'il irait peut-tre jusqu' prescrire comme des devoirs sociaux tels actes de
vertu, telles prestations positives, qui, pour conserver le caractre du mrite mora
l, ont besoin de ne dpendre que de la conviction prive des individus. Un tel arbit
raire ne serait pas moins funeste que celui de la premire hypothse, et non moins o
ppos la dignit et l'intrt bien entendu de l'homme et de la socit.
"En cas de collision entre les devoirs sociaux de l'individu et ses devoirs abso
lus ou moraux, ou entre l'existence et les droits de l'individu et l'existence s
ociale, les infractions qu'il commet ou que la socit commet, doivent tre values par l
'quit, qui n'est qu'un recours immdiat aux lois ternelles de la justice absolue.
"Les droits absolus et ncessaires, c'est--dire, les droits dont il jouit par cela
seul qu'il est homme, antrieurement tout acte et indpendamment de tout fait de sa
part, lui sont indispensables pour vivre d'une manire conforme sa nature: ainsi l
a socit lui doit leur gard une garantie et une protection absolues. Il y a plus enc
ore: non seulement la socit est tenue de respecter ces droits d'une manire absolue,
mais l'homme lui mme ne peut en aucune faon les mconnatre ou les affaiblir par son
fait; car, comme ces droits se rattachent ncessairement au fait mme de son existen
ce, et que se fait est antrieur toutes manifestation de sa volont, ils sont placs p
ar l mme hors de l'empire de cette volont. Le premier devoir de l'homme est de se m
aintenir dans la jouissance de ces droits; il n'est aucun considration qui puisse
l'autoriser y renoncer, ou qui puisse lgitimer une telle renonciation faite en f
aveur de qui que ce soit; car son droit ne saurait aller jusqu' anantir le titre d
'o ses droits manents:... en d'autres termes, il ne saurait cesser d'tre homme... C
'est droits sont donc, son gard, inalinables, ils sont hors du commerce l'gard des
tiers (individus et socit), ils sont imprescriptibles....
" Rpartir indistinctement entre tous ses membres une gale portion de biens et d'av
antages positifs physiques ou matriels, moraux et intellectuels; ce serait une prt
ention aussi bizarre que rvoltante. Elle est bizarre en ce qu' il faudrait que la
socit galist la part des facults physiques, intellectuelles et morales de ses membre
s, pour maintenir l'galit de leurs lots de biens matriels. Mais eue est surtout rev
ouante, en ce que cette intervention force de la socit, ft-elle possible, tablirait e
ntre les hommes une ingalit odieuse; car elle enlverait la capacit et au mrite ses rc
mpenses, pour les transporter sur l'indolence, l'incapacit et le dmrite.
"L'homme arriv sa virilit, la conviction de ses devoirs, au sentiments de ses droi
ts, l'apprciation judicieuse des divers intrts qui existent pour lui, place son act
ivit morale sous la direction de sa raison, modre ses penchans sans les dtruire, et
s'applique de toutes ses facults, et qui lui procure, avec la paix intrieure, cet
te satisfaction morale, ce bonheur, ce bien-tre, dans lequel il trouve la solutio
n du problme de son existence.
"Il a fallu, peut-tre, que notre espce traverst d'aussi folles et d'aussi sanglante
s expriences pour arriver la conviction salutaire que ses droits reposent sur ses
devoirs, que sa dignit morale est la premire de ses prrogatives. C'est sur ce terr
ain que germent toutes les vertus civiles; car elles ont leur racine dans les ve
rtus prives ".
Il sommo de' filosofi d'Europa viventi, Antonio Rosmini, in un opuscolo intitola
to Principii della scienza morale, applicando a detta scienza la sua dottrina de

ll'idea universale dell'essere, mostra come il vero bene morale sia quello dove
1'ente pi intero; e il male consista nella contraddizione tra il non essere o l'i
mperfetto essere, e la volont che tratta l'oggetto quasi che ivi fosse l'essere v
ero, il pieno essere; come insomma la bont con la verit non sia che una cosa. Semp
licissimo assioma, svolto con mirabile ricchezza d'ingegno. Ascoltiamolo l, dove
egli dichiara, come la forza dell'obbligazione si manifesti nell'uomo.
"Quand'io ho l'idea della cosa, e tuttavia disconosco e nego a me stesso ci che l
a cosa ha in s di pregio, io sento di fare ci che non conviene, io sento un rimors
o; io ravviso una turpitudine nel mio operare. Questo rimorso, questa coscienza
di operar male una manifestazione della forza obbligante.
"La convenienza di pronunziare e dire a me stesso di conoscere ci che conosco n pi
n meno; di fare questa deposizione di ci che m' noto, senz'alterarlo e contraffarlo
, e la disconvenienza di fare il contrario, aperta ed evidente perse. Ora questa
convenienza ch'io sento di far ci appunto l'obbligazione morale prima, per s chia
rissima, ragione e fonte di tutte le altre obbigazioni; quella convenienza ci che
forma l'onesto; quella disconvenienza ci che forma il turpe morale.
"L'obbligazione in questa prima operazione di riconoscere ci che pur si conosce e
per s evidente; e non ha bisogno di dimostrazione poich se io conosco una cosa, e
dico a me stesso di non conoscerla, io sono in contraddizione con me stesso, i'
oppugno me stesso, ed appunto nella contraddizione e nella pugna che sta la sco
nvenienza in che abbiamo fatto consistere il male. Ho forse bisogno di prova, ch
e volendo noi dire a noi stessi ci che conosciamo, dobbiamo dire che conosciamo?
Non siamo noi pervenuti gi al principio di contraddizione? Non abbiamo con ci rido
tta la scienza de' costumi alla prima ragione? Se noi diciamo di non conoscere c
i che conosciamo, non facciamo noi con ci uno sforzo per fare che non sia ci ch', e
che sia ci che non ? Non oppugniamo noi con questo l'essere?".
E pi chiaramente di poi: "L'uomo riceve involontariamente le percezioni e idee de
lle cose. Quand'egli si muove a fare stima di queste cose ch'egli conosce, ben s
'accorge che non dee dissimular nulla a se stesso di ci che conosce. Ma succeda c
he gli si presenti (forse a caso a principio) qualche interesse sensibile o qual
che pensiero d'orgoglio, che gli faccia credere utile a lui il disconoscere quel
le che conosce e giudicar delle cose a lui note in modo contrario alla sua cogni
zione; ecco allora fattasi a lui presente una nuova ragione. Egli sa di dover se
guire la prima: ne sente l'assoluta ed immutabile obbligazione. Tuttavia questa
obbligazione non lo sforza meccanicamente".
In tutto questo ragionamento una sola proposizione potrebbe parere non vera, non
in se stessa, ma perch posta in primo luogo, e data quasi origine prima al dover
e; laddove dice: che il rimorso la manifestazione della forza obbligante. S certo
: ma non la prima, e non la pi forte. Innanzi che la disconvenienza del mentire a
l vero, 1' anima sente la convenienza del pienamente assentirvi: n l'A. la neg, ma
la tacque.
Questo principio dell'essere applicato alla scienza politica, darebbe nuovissime
e nobilissime conseguenze; dimostrerebbe il nulla delle potest; la dignit dello s
pirito in qualunque siasi terrena condizione e' si trovi; la vilt della presente
politica fondata sul falso; l'inezia di tante economiche teorie; la stoltezza de
l tanto dare importanza a certe materiali consuetudini, formule e riti; additere
bbe le nuove fondamenta su cui fondare una nuova societ di uomini e di cittadini.
Ma questo lavoro che volentieri lasciamo al venerabile autore. Qui ci sia lecit
o notare dell'opuscolo suo alcune idee intorno al dovere e al diritto, secondo i
l nostro parere, pi strette che la natura delle cose non chiegga.
Noi dobbiamo, dic'egli, amare i simili nostri secondo l'ordine dell'amore che ad
essi dovuto: "non per che, se a noi viene imposto questo dovere, essi abbiano al
tres il diritto al nostro amore in istretto senso, e possano pretenderlo come cos
a propria. I padroni del nostro amore siamo noi; e noi non dobbiamo render conto
che alla legge, al legislatore supremo, nel quale la legge. Possono bens gli uom
ini lamentarsi se noi gli odiamo, perch questa un'ingiustizia che ha essi appunto
per iscopo; ma non si toglie loro tuttavia con quest'odio una vera loro proprie
t; e non sono essi propriamente, ma si la forza della legge che me lo impone.
"La parola diritto, com'io qui la prendo, la propriet di ciascuno. Una cosa di mi
o diritto il medesimo che dire una cosa mia. Ora s'io invado una cosa altrui, la

rubo, la guasto, in tal caso io faccio un danno altrui, io ledo un altrui dirit
to.
"I doveri adunque verso gli uomini miei simili, ai quali corrisponde un vero dir
itto, sono compresi nella formula " non fare danno al tuo simile". Hanno diritto
gli uomini solamente a questo, che loro non sia fatto danno, che non sia levata
loro qualche cosa di cui sono i padroni.
"I diritti degli uomini adunque rispondono a dei doveri negativi o proibitivi; o
ltre ai quali doveri proibitivi, ve n'hanno poi dei positivi; siccome quello del
l'amore del prossimo, che non pu mai essere propriet altrui.
"Non dunque il diritto dell'uomo che produce il dovere, la legge che intima il d
overe".
Di queste sentenze molte concordano alle opinioni nostre; la differenza piuttost
o nelle ragioni addottene che nello stesso principio. Certamente, io non posso c
hiamare in giudizio l'uomo che non m'ama, n cacciare in carcere l'uomo che m'odia
. E questa verit ci dimostra che col solo diritto impossibile costituire societ di
sorta veruna. Ma della detta verit non buona ragione, a parer mio, il dire: voi
non potete esiger l'amor mio perch l'amor mio non cosa vostra. Havvi de' casi, e
non pochi, ne' quali e l'uomo individuo e la societ possono avere diritto a roba
posseduta da altrui; onde il paragone non regge, e, reggess'anco, pi materiale ch
e il soggetto non porti.
Annunziare il diritto con questa formula "una cosa di mio diritto il medesimo ch
e dire unji cosa mia" gli , ripeto, farne un po' troppo materiale l'idea. mio dir
itto, poste certe condizioni, ammogliarmi; questo diritto non propriamente una c
osa: ina chi mei vietasse senza ragione giusta, m'offenderebbe s ch'io potrei ric
hiamarmene, il diritto non tanto una propriet quanto la facolt e il poter morale d
i farne buon uso, cio d'adempiere con essa un dovere. Anche le facolt umane posson
o, se cos piace, chiamarsi propriet, ma qui non userei questa come parola pi accomo
data n come pi nobile.
Del resto i diritti sociali non son tutti compresi, pare a me, nel non ricevere
danno, se s'intenda la voce danno nel senso usuale. L'uomo non solo ha diritto c
he non gli sia levata cosa ch' sua, ma che non sia tolto o reso difficile 1'uso d
elle sue facolt; la facolt, tra l'altre, d'acquistar cosa ch'egli possa un giorno
chiamare col nome di sua. Chi s'appoggia per via di privilegi, di donazioni regi
e, di concessioni venali, di brighe, di commerci, gli averi, le cariche, i poter
i insomma che, distribuiti fra molti, di molti eserciterebbero le facolt, costui
certo offende un diritto.
Il diritto non sar, se cos piace, di tale o tal uomo; sar della societ tutt'intera,
in molti de' suoi membri od in tutti, offesa o impedita. Ma sar vero diritto; e o
gni buon cittadino vorr rivendicarlo a tempo e a luogo, se non in proprio nome, i
n nome de' suoi fratelli che soffrono, e dell'umanit conculcata.
Non far danno! Cotesta legge nell'intero suo significato comprende innumerevoli
cose, e distrugge tutte le umane tirannidi.
Io non direi pertanto che i diritti rispondono a doveri negativi o proibitivi, s
e non prendendo la voce negativo in senso s largo da comprendervi il positivo pre
sso che tutto. E questa distinzione dei doveri positivi dai negativi, in molte p
arti mi pare erronea, inutile in molte; giacch ogni dovere negativo ha sua ragion
e in dover positivo; e il dovere negativo stesso, non sar mai in modo negativo in
teramente adempiuto. Per non far male in nulla, bisogna far bene, e chi non fa c
he astenersi dal male, di necessit lo commette. Perch il bene, qualunque e' si sia
, positivo sempre, e non pu mai consistere nel restarsi dall'operare, nel nulla.
Havvi adunque, se cos piace, dei doveri pi o meno positivi, ma tutti i doveri cos d
etti negativi hanno alcuna parte di positivo; e in tutti i doveri che impongono
il fare, necessariamente compreso il dover di non fare la cosa contraria a quell
a che il dovere comanda. Queste parranno a taluni sottigliezze, ma in tali sotti
gliezze illvizio e la tirannide sovente s'involgono per confondere le pi chiare i
dee di giustizia.
Ma quando l'autore conchiude "non il diritto che pr il dovere, la legge che lo in
tima", egli viene allora del tutto nelle idee nostre, quando per legge s'intenda
la legge morale, la natura delle umane facolt, l'amore di s.
Dall'amore di s non pu mai la volont umana prescindere, sebbene l'atto morale non s

ia tale perch a me piacevole, ma perch conforme alla verit, come l'autore ben nota
Ma il bene con l'umana natura ha relazioni cosiffatte, che il sommo piacere di e
ssa natura nel bene; che il possesso del bene non pu ad altro segno essere conosc
iuto se non al sentimento che ne viene all'anima, al soddisfatto amore di s.
I doveri umani non sono prodotti direttamente dall'io umano, siccome da causa; m
a l'io indivisibile dalla conoscenza e dall'adempimento di tutti i doveri. L'uom
o i doveri non crea, perch non ha creato se stesso; ma ai doveri son norme i biso
gni naturali dell'uomo; e sarebbe assurda cosa che, amando i doveri, e' non veni
sse ad amare sempre pi degnamente se stesso.
L'egregio A. vuole che l'uomo nulla pi debba a se stesso di quel che deve all'uma
na natura, della quale egli parte; e questa proposizione egli illustra con molto
senno, e, illustrando, la tempera. Non per che l'esercizio delle mie proprie fac
olt non debba esser da me curato, pi che di tutte le altrui; non per eh' io non deb
ba, prima che 1'altrui, curare la vita, l'ingegno, l'anima mia. Posso donare un
mio ben minore ad un bene maggiore altrui, perch questo stesso pi nobile esercizio
delle mie facolt; ma non posso, n pur volendo, parificarmi a tutti i partecipanti
all'umana natura. La natura stessa a questa confusione ripugna. Ges Cristo non d
isse: ama te stesso, perch sarebbe stoltezza fare dell'istinto un precetto: disse
: ama gli altri come te stesso, perch questo il pi nobile esercizio delle tue faco
lt. Non cosa accidentale ed estrinseca, come l'A. la chiama, l'istinto dell'amore
di s.
Questo istinto, die' egli, dal quale 1'uomo irrisistibilmente condotto all'ademp
imento del dovere che gl'impone di cercare la propria felicit, questo istinto pu t
ogliergli il merito dell'adempimento del dovere medesimo. Ma se 1'uomo cerca il
proprio benessere per mero istinto, e' non adempie allora il dovere, non che un
bruto. E gi l'autore confessa che l'uomo per essere pi prossimo a s di tutti gli al
tri uomini, e per meglio conoscere s che altrui, ha verso s doveri pi stretti, ma q
uesti doveri "vengono da una legge pi alta non gi da un odioso privilegio a mio fa
vore". Egli illustra pur degnamente questa verit con 1'esempio dell'amor paterno;
se non che, sempre scarso l dove trattasi di diritti, soggiunge: i i figliuoli n
on hanno altri diritti che quelli dell' uomo verso i genitori; ma i genitori deb
bono a s stessi e a Dio, la cura de' figliuoli ". Se i genitori sono pi che tutti
gli altri uomini, prossimi ai figliuoli, e' sono pi in grado di far loro e il ben
e e il male. Or le relazioni essendo pi strette, essendo pi grande la possibilit di
far danno, e il pericolo di non far tutto quel bene che si dovrebbe, la qual om
issione un danno anch'essa; ognun vede che nella medesima proporzione crescono i
diritti del figlio, diritti, se cos piace, di non essere danneggiati, pur sempre
diritti. E son diritti perch son doveri. Deve il figlio provvedere da s alla cons
ervazione ed al perfezionamento delle proprie facolt; suo diritto dunque ch'altri
n direttamente n indirettamente gli neccia. Or perch i genitori possono pi di tutti
, non foss' altro per incuria, nuocergli od impedirlo, verso i genitori egli ha
pi forti i diritti. E in quell'et ch'egli non pu essi diritti esercitare, perch non
pu n anco adempire i doveri (mirabile corrispondenza sempre di queste due idee!) i
n quel!' et per lui debbe rivendicarli la legge, e la privata e la pubblica carit.
Queste per altro son tenui differenze; e nelle idee pi essenziali io vo lieto di
poter convenire con tale uomo, ch'io nomino e nominer sempre con senso di affettu
osa riverenza.
Or a tutte le cose allegate aggiungeran luce e luce ne avranno le sentenze del s
ignor Jouffroy del quale toccammo pi sopra.
"Au fond il n'y a qu'un devoir pour l'homme, celui d'accomplir sa destine..... Ce
devoir, bien compris, contient en rsum tous les autres, mais il n'en est pas moin
s ncessaire d'en tirer ceux-ci: et ce travail exige beaucoup de mditations...
L'empire sur soi-mme, ou le gouvernement par l'homme des facults ou des forces qui
sont en lui, est la condition sans laquelle il ne peut arriver la plus grande s
atisfaction possible de sa nature...
Tout devoir, tout droit, toute obligation, toute morale dcoulent d'une mme source
qui est l'ide du bien en soi; l'ide d'ordre. Supprimez cette ide, il n'y a plus rie
n de sacr en soi pour la raison, plus rien d'obligatoire, par consquent plus de di
ffrence morale entre les buts que nous pouvons poursuivre, entre les actions que
nous pouvons faire: la cration est inintelligible, et toute destine une nigme...

Le motif goste conseille, le motif moral oblige...


La conformit de la rsolution de la volont la loi du devoir, est prcisment ce qui cons
titue la moralit...
N'ai-je pas le droit d'tre rassur contre cette divergence d' un petit nombre d' ho
mmes, quand je les vois agir et parler comme s'ils taient de mon avis, quand je t
rouve dans toutes les langues les mots de droit et de devoir, de punition et de
rcompense, de mrite et de dmrite?
Si j'ai un droit, j'entends par l, moi et tout le monde avec moi, que vous tes, vo
us, oblig de le respecter, qu' en ne le respectant pas vous manqueriez un devoir.
Ainsi mon droit vous impose un devoir; ainsi vous le reconnaissez tous, quoiqu'
il soit le mien et non le vtre...
Quand je cde l'impulsion passionne, mon action ne port aucun caractre moral mes yeu
x; et je ne me sens aucun droit d'tre respect dans ce que je fais; car je ne le fa
is pas comme bon en soi, mais comme rpondant mon dsir...".
In queste parole del Vico ch' io cito da ultimo come suggello delle cose discors
e, sono acconcissimamente conciliate due, in apparenza contrarie, idee d'utilit e
di dovere. " Gli uomini, per la loro corrotta natura sono tiranneggiati dall'am
or proprio, per lo quale non sieguono principalmente che la propria utilit; ond'e
glino, volendo tutto l'utile per s, e niuna parte per lo compagno, non posson ess
i porre in conato le passioni per indirizzarle a giustizia. Quindi stabiliamo ch
e l'uomo nello stato bestiale ama solamente la sua salvezza, presa moglie e fatt
i figliuoli, ama la sua salvezza con la salvezza delle famiglie; venuto a vita c
ivile, ama la sua salvezza con la salvezza delle citt; distesi gl'imperii sopra p
i popoli, ama la sua salvezza con la salvezza delle nazioni; unite le nazioni in
guerra, paci, alleanze, commerci, ama la sua salvezza con la salvezza di tutto i
l genere umano. L'uomo in tutte queste circostanze ama principalmente l'utilit pr
opria; adunque non da altri che dalla provvidenza divina deve essere tenuto dent
ro tali ordini a celebrare con giustizia la famigliare, la civile, e finalmente
l'umana societ; per gli quali ordini, non potendo 1'uomo conseguire ci che vuole,
almeno voglia conseguire ci che pu dell'utilit; che quel che dicesi giusto. Onde qu
ella che regola tutto il giusto dell'uomini, la giustizia divina, la quale ci mi
nistrata dalla divina Provvidenza per conservare l'umana societ. Perci questa scie
nza, per uno de' suoi principali aspetti, dev'essere una teologia civile ragiona
ta della provvidenza divina; la quale sembra aver mancato finora".
"La natura umana, intelligente, e quindi onesta, benigna e ragionevole, riconosc
e per leggi la coscienza, la ragione, il dovere".
ILLUSTRAZIONE TERZA
Considerazioni filologiche.
Bella l'origine della voce diritto; la medesima che di rettitudine; onde non mar
aviglia che diritto avesse anche il senso di dovere; e Dante:
m'avea 'n ira assai pi l che dritta non volea.
Pi bello e pi sapiente di tutti 1' uso per cui diritto viene a dire vero, non fint
o: perch al diritto la verit sorgente, quello manifestazione di questa.
E acciocch si vegga come la medesima idea nelle varie lingue venga per modi, non
uguali (che sarebbe meno mirabile), ma arcanamente simili, espressa; osserviamo
come dirizzare in antico avea senso di correggere e dirizzare e correggere si ge
nerarono dal latino rego ambedue; etimologica cognazione, causata non dall'analo
gia de' suoni ma s delle idee. Onde al diritto si contrappongono due idee che pai
ono differenti, eppure s nell'essenza loro e s ne' vocaboli da cui sono espresse,
convengono in singolar modo: l'errore ed il torto.
E siccome diritto ha senso talvolta tutt'uno con dovere, e cos torto 1' ha di cos
a non solo al diritto, ma benanco al dovere contraria. Torto dicevano gli antich
i il peccato1 e far torto per fare offesa comechessia; ed anche per danno; perch
siccome diritto, dovere e utilit son gemelli, cos torto e danno troppo bene s'appa
iano.
Or badate alle varie specie di idee che nel nome di dovere si stringono. Dovere
suprema invincibile necessit; dovere obbligazione morale; di cosa che siam per fa
re, tutto che non dovuta, diciamo doverla fare; diciamo che la deve seguire, per
ch crediam fermamente che segua. Dev'essere, modo di asseverare talvolta, che non
inchiude n necessit n dovere. Talvolta ne' trecentisti mero ripieno. Tanto questa

idea di dovere si viene variando nelle menti degli uomini, e nelle menome cose i
nsinuandosi.
E la medesimezza dell'idea del diritto con l'idea del dovere si manifesta singol
armente nel modo comunissimo: devo avere, che vale: altri a me deve. Gi nel seno
stesso della voce dovere abbiamo l'avere, poich debeo altro non che de-habeo. E v
eramente il dovere, chi ben lo consideri, possessione, diritto: non solo il dove
re altrui, ma il proprio nostro; il fondamento di tutti i diritti; e chi si cred
e non aver pi doveri, i diritti stessi ha perduti, come s' gi dimostrato. Quindi ch
e la lingua nostra etimologicamente traduce il latino debeo nella frase avere a,
avere da, nella quale tranne il luogo della particella, niente mutato.
Fare il suo dovere, modo comunissimo: e, soddisfarlo, e, compirlo, e, adempirlo:
e dimostrano come il dovere sia cosa pi attiva del diritto, e meglio eserciti le
umane facolt; ed essendo men facile a pienamente soddisfarsi, richiegga perfezio
n maggiore nell'uomo; lo faccia per conseguente e pi beato e pi grande.
Dovere innoltre acquista senso affine a convenienza, a misura comune, perch vero
maestro di vera convenienza il dovere. Fuor del dovere non pi bellezza durevole n
urbanit sincera n grazia: fuor del dovere non norma sicura ad azione nessuna degli
uomini.
Gli uomini e i codici, quelli per corruzione talvolta, questi talvolta per neces
sit, restrinsero l'idea del dovere ai doveri pi materiali; e i negozianti perfezio
narono la nuova teoria chiamando doveri i debiti, e ponendo il dovere come contr
ario all'avere. O da gran tempo la voce debito aveva ristretti quasi unicamente al
danaro i suoi generali significati: ora non resta se non che il medesimo faccia
si di dovere: e se le cose vanno per la medesima via, si far.
L'idea di giustizia, come quella di dovere, conduce all' idea di convenienza e m
isura. E giusto vale per l'appunto, e statura e misura giusta vale, conveniente:
analogia non fortuita, chi ben pensi.
Giustizia, non solamente nelle pessime definizioni che la Crusca ne reca, ma ne'
sistemi de' dotti e nella pratica di molti uomini, ora un patto umano, or umana
virt; ora virt divina or l'unione di tutte le virt; or la misura delle azioni uman
e nel commercio della vita. Giustizie erano i diritti feudali, giustizia il trib
unal criminale; e giustiziere in antico dicevasi il boia, e giustiziare tagliar
la testa; e far giustizia impiccare. N questa tanta confusione d'idee in un vocab
olo mero caso.
Havvi dunque una giustizia iniqua; ma la parola equit conserv puro il suo nobile s
ignificato; ed sempre intesa per giustizia temperata. L'equit non stretta, vale a
dire angusta, come suol dirsi la giustizia, e il diritto; ma larga e liberale;
ed appunto perch liberale, pi parca, e pi potente nella sua parsimonia.
Molti l'idea del diritto misurano dal potere, e corrompono la giustizia; giovere
bbe l'idea del potere misurare piuttosto dall'idea del dovere. Ed il filosofico
uso della lingua nostra dire non posso, in luogo di dire: non debbo. E par che l
a sapienza popolare, interprete della divina, con queste tre sillabe dica: quand
o manca il dovere, manca il diritto: e manca la forza. Dovere e potest, sono l'un
o all'altra fondamento. Allorch l'uomo deve non fare la cosa, egli come se le fac
olt sue non potessero veramente operarla. Lo stato dell'animo di lui dovrebbe ess
er tale, da rendere anco materialmente impossibile quell'azione; e la forza del
dovere dovrebbe comandare al corpo suo stesso, e co' dolci vincoli della coscien
za legarlo. Questa l'orgine d'obbligare.
Obbligato, tenuto hanno il senso generai di dovere; e poi, di quello special doy
ere che il beneficato verso il benefattore contrae; quasi per dinotarci come i d
overi e i diritti stretti dalla beneficenza siano tra i doveri e tra i diritti i
pi venerandi. Ed in fatti dalla beneficenza acquistano santit i doveri religiosi
e i domestici ed i civili.
Obbligato, tenuto paiono voci di senso servile, ma tali non saranno a chi pensi,
non ogni legame essere ferreo; legame, e tenacissimo, esser l'amore, la pi dolce
cosa e la pi libera della vita; non a chi consideri, come esser tenuto sia talvo
lta il medesimo che essere sorretto; e sempre significhi adesione e consorzio. N
l'obbigazione impedisce di fare: il diritto piuttosto, col pretendere ch'altri f
accia, dall'operare si sta. L'obbligazione promuove all' incontro l'opera umana,
e le nuovo stimolo sempre; per la qua! cosa pi vera ministra di libert, che il di

ritto. E nello sdebitarsi delle obbligazioni proprie, l'uomo viene a sciogliersi


appunto da servit, ad esser libero; e obbliga gli altri, ed acquista diritti. Gi
1'obbigazione medesima, appunto perch impon di fare, non pu imaginarsi divisa da u
na qualche facolt; parola di bellissimo senso.
Ma perch l'uso moderno fece pi angusti e pi materiali i significati delle voci pi be
lle; facolt venne a significare ricchezza, e facoltoso uomo ricco. Quasi che nel
denaro ogni diritto si stesse nascosto, ed ogni potenza.
Facolt presso i latini era facilit e facilit d' operare viene assai pi dall'esercizi
o del dovere che del diritto. Cel mostrano i principi, gravi di diritti, e pur b
uoni a nulla.
Jus ai latini era la voce esprmente ogni specie di diritto. E' distinguevano jus
da lex; jus da aequum; distinzione che Orazio non rispetta l dove, profetando il
sistema di Bentham, dice:
"..... Utilitas justi prope mater et aequi".
Pi nobilmente assai Cicerone: "Non mihi vita mea est utilior quam animi talis aff
ectio, neminem ut violem commodi mei gratia". Sentenza veramente conforme al ret
to amore di s; come l'altra: "neminem malum esse, nisi stultum eundem". Perch Roma
, siccome gi dissi, la patria di quel diritto che s'allarg sterminatore su tanta p
arte di mondo, per jus nel latino si faceva sinonimo a quante mai libert, a quanti
abusi di libert capivano in uomo. E sui juris facere valeva anco appropriarsi no
n giustamente; e suo jure agere, operare ad arbitrio, a capriccio.
Ma che il diritto, quale i Romani l'intendevano, fosse a giustizia sovente o imp
edimento, o contrasto, lo dinota il summum jus summa injuria, detto da Tullio, t
ritum sermone proverbium; e da Terenzio ancor pi fortemente definito, summum jus
saepe summa est malitia; e pi debolmente, ma non indegnamente reso da Columella:
jus summum antiqui summam putabant crucem: onde pare che al summum fosse l'aequu
m jus contrapposto, quasi per indicare, poter essere altres un jus iniquum.
Pi nobile senso era alla giustizia serbato, siccome quella che tutta evidentement
e nel dovere si fonda. Cicerone: "Quae animi affectio suum cuique tribuens, atqu
e hanc quam dico societatem conjunctionis humanae munifice et aeque tuens, justi
tia dcitur: cuius adjuncta sunt pietas, bonitas, liberalltas, benignitas,comitas,
quaeque sunt generis ejusdem". Ecco dunque la giustizia fondata sopra un affett
o dell'animo, eccola fatta conservatrice dell'umana societ con larghezza e con eq
uit, non per sommo e stretto diritto; eccole aggiunte compagne la piet verso Dio e
verso i maggiori, e verso tutte le venerabili cose, la bont, la liberalit, la cle
menza, l'affabilit, figlie tutte dell'amore, tutte adempitrici generose de' natur
ali doveri.
Altra dichiarazione nobilissima abbiamo del senso di questa voce in Cicerone med
esimo: Justitia, erga Deos religio, erga, parentes, pietas, vulgo autem bonitas,
creditis in rebus fides, in moderatione animadvertendi lenitas, amicitia in ben
evolentia nominatur. Dalla giustizia, nessuna cosa si esclude; ella abbraccia il
dovere e l'amore di s, Iddio e gli uomini, i nemici e gli amici, i congiunti e g
l'ignoti; non quella giustizia che trova contrariet fra le umane leggi e le divin
e, fra il dovere e il diritto, fra la severit e la compassione, fra i pubblici e
i domestici affetti.
Ma gl'italiani antichissimi, io penso che a jus congiungessero idee ben pi nobili
che scrittori letterati non fecero poi; e mei prova il verbo jurare che certo n
on viene dal prestar giuramento in giudizio; ma e jus e jurare e forse jubeo ste
sso hanno radice in vocabolo di pi ben alto significato; forse Giove, Gious, Zeus
come il Vico al modo suo divinava. Da jus viene jurgo, brutta idea, e degna inv
ero di quel diritto al quale i tribunali sono vindici.
L'idea del dovere, nella morale di Roma pagana ricorreva pi rara che l'idea del d
iritto; onde, posciach la lotta dei diritti tra popolo e plebe cess (la quale tene
va e negli uni e negli altri viva la potenza del dovere, perch i diritti disputat
i non possono, senza che in parte almeno si soddisfaccia al dovere, difendersi),
posciach quella lotta cess, moltiplicarono i giureconsulti e diradarono gli uomin
i onesti. Il Cristianesimo, rinovellando e rinforzando la teoria del dovere, die
de vita novella all'umana famiglia. E i vocaboli stessi dimostrano questa verit.
All'idea di dovere par che gli antichi accoppiassero l'idea di intrinseca inugli
aglianza; s che l'uomo che alcuna cosa doveva, era, secondo loro, il men forte; e

il pi forte avesse per s puro e schietto il diritto. Di qui l'origine della schia
vit; di qui il figliuolo stesso, perch inferiore, considerato s come cosa, e gravat
o di pretti e ignudi doveri. Onde Virgilio, per dire sottoposto, disse debentem:
spaventosa eleganza.
... Juvenem exanimum, et jam nil Caelestibus ullis Debentem.....
Debere significava inoltre fatale necessit, e pericolo di prossimo male; e sempre
meglio dimostra come le belle e liete idee di dovere fossero dalle men belle e
men liete nell'animo di quegli antichi in certa guisa coperte.
Con altra voce esprimevano il dovere men duro; officium; che valeva e dovere e u
ffizio e uffiziosit e carica e assunto. Confondeva il conveniente col necessario;
ma era pur bello, in ci che, discendendo dalla medesima origine con facilitas, a
dditava la cognazione del dovere al diritto.
Strana definizione dell'ufficio da Tullio:
"Est officium quod ita factum est ut ejus probabilis ratio reddi possit". - "Quo
d rationne actum sit, id officium appellamus". - Dell'uffizio la ragione poneva
egli nella mente pi che nell'animo, nel ragionamento pi che nell'amore; e ci prova
differenza eh' tra la pagana filosofia e il cristianesimo, il quale insegna a se
ntire, prima che a ragionar la virt.
Resterebbe a dire degli usi e de' sensi di aequitas, opus est, oportet, in latin
o; di conviene, bisogna, e simili, in italiano: di chr e dei in greco; e della mi
rabile corrispondenza tra ofilo debeo, e ofeleo juvo; tra chr opus est, e chreia u
tilitas, come se tra dovere e utilit conoscessero i Greci un perpetuo necessario
legame: dovrei poscia percorrere i filosofici sensi di lex e nomos, dikei, themi
s e i lor bellissimi derivati ed affini; e di licet, potestas; est, exousia, ed a
ltri molti; per conchiudere come le pi belle significazioni di dette parole sien
quelle dove dall'idea del dovere esce l'idea di potest e di diritto. Ma gi l'annot
azione cresciuta in esorbitante lunghezza.
LIBRO QUARTO
PRINCIPII RELIGIOSI
DIALOGO PRIMO. DE' GOVERNANTI, SECONDO IL VANGELO.
Un principe. - Un'anima di principe.
Principe. Che denso e fetido fumo!
Anima. Fumo di principe.
P. Fumo di ribellione, malvagi!
A. La ribellione in te stesso, nella verit ch'io sono per rivelarti, mandato da D
io.
P. Iddio re legittimo: tu non vieni in suo nome.
A. E anch'io fui re: ed ora sono spirito ignudo. E vengo, per pena delle mie reg
ie iniquit, a rammentarti cose ch' io stesso gi m'ingegnai di dimenticare o frante
ndere. Son tuo fratello: dammi la mano.
P. Come fredda!
A. Mano di principe.
P. Di quale?
A. Che importa il nome? Sei tu forse altra cosa che un principe?
P. E non basta? La maest, l'altezza nostra son nulla?
A. Nulla. Per dimostrare che misera cosa fosse la regia dignit, Cristo volle nasc
ere di regia stirpe ma in povero stato, e permise che alla regia stirpe s'inseri
sse la donna che fa d'Uria. Uno solo il Signor de' Signori, e non accettator di
persone. I principi de' gentili credevansi avere dominio intero ne' sudditi; e c
hiunque si sentisse maggiore esercitava maggior potest. Non cos tra voi, dice Cris
to. Il figliuolo dell'uomo non venne perch gli fosse ministrato, ma s a ministrare
. Non il discepolo sopra il maestro, n il servo sopra il signore. E in questa com
une sudditanza, dappoi che i servi conobbero il padre, tutti diventan fratelli.
Chi dunque pi grande, quegli che si conosca ministro: chi si esalta, umiliato. A'
discepoli che andando per via, disputavano tra s qual di loro fosse il maggiore,
e' risponde: chi vuole essere primo, costui sar l'ultimo. Tutti parimenti partec
ipi al dolore ed al regno; al regno stesso terreno, in quanto che il regno anch'
esso osservanza di fraterni doveri. Or chi di voi prende cura di farsi piacente
a' fratelli?. La potenza vostra sopra loro data per difendere il giusto, contr'e
sso fango. I potenti che lui abbandonano, Iddio depone dal seggio. Umiliatevi du

nque a' sudditi vostri; dignit riavrete. Fatevi uomini non pi sopra la legge ma se
condo la legge. Operate in modo da poter senza paura invocare il testimonio di t
utti, acciocch dicano liberamente se furto o violenza fu rinvenuta in vostra mano
: confessate il peccato commesso contro il Dio de' popoli; cedete come Mos cedeva
, al consiglio de' minori di voi; domandate, siccome Mos domandava, al popolo ist
esso uomini savi ed esperti che, dal popolo approvati, lo reggano: imitate il pa
dre di famiglia che al bisogno trae fuori dal suo tesoro e le vecchie cose e le
nuove. Cristo novit v'insegna, novit vi comanda: ma voi e non entrate nella nuova
via, ed entrare altrui non lasciate.
P. La religione cattolica ogni novit fugge e vieta - il papa lo dice.
A. Ma non Qes Cristo. Egli vuole che il nuovo liquore sia messo in vasi nuovi, ac
ciocch quello e questi si conservino sani. La stagione mutata: pi larga la via del
male, e pi larga fatta la via del bene. All'ubbidire nuovi modi, e nuovi al gove
rnare, e nuovi al punire.
P. Oh s, punire.
A. Ma la pena temperata d'amore. - "Se agli uomini "rimetterete le colpe loro, e
a voi saranno rimesse le "vostre". - "Con qual misura misurerete, sarete e voi
"misurati". - "Misericordia voglio, e non sacrifizio". - "La tua durezza tesoreg
gia contro te la giustizia del "cielo". - "Chi si adira al fratello, reo d'etern
o giudizio". - Queste sono parole di colui che ha veri e giusti i giudizi, del f
ortissimo Iddio degli spiriti. E chi le ascolta di voi? Chi cristiano di voi?
P. Perch dunque nessun prete mai ci suona all'orecchio parole tali?
A. Perch i pi de' vostri preti sono o spensierati o codardi. Or a qual titolo dovr
ebbero dal resto dei credenti essere i principi esclusi? Perch a tutti imposto il
perdonare, a voi solo sempre il punire? Perch puniti senza che liberamente dican
o le ragioni dell'operar loro, o le scuse? Perch ad ogni parola preparato in risp
osta l'arco teso a ferire? Perch non rammentare che il timor di Dio pu talvolta im
porre debito sacro di non obbedire al precetto dei re? Perch mai a coloro che dic
ono: i tuoi predecessori c'imposero duro giogo: tu alleggerisci un poco di quest
o imperio gravissimo; perch rispondere . le durezze dello stolido Roboamo? Non pu
niva gi Cristo i due ciechi preganti soccrso; e intanto ch'altri li sgridava taces
sero, ed essi pi forte che mai: e Ges si ferm, e li chiam a s benigno; e: che volete,
domand, ch'io vi faccia? Ma voi, quando mai v'usc di bocca quest'interrogazione p
ietosa: che volete ch'io faccia? Indegna la stimereste di principe, e Ges non la
stimava indegna d'un Dio.
P. Or dove i ciechi in Italia da soccorrere? Altro io non veggo che uomini di de
siderii e di sdegni, dal vizio ammolliti, per debolezza inquieti, di s solleciti,
della moltitudine ignari; che ad una futile teoria, ad una larva d'ambizione sa
crificherebbero il sangue de' mille. E son questi che soffiano nelle ire, e soll
evano fumo lagrimoso e cenere immonda.
A. Ma sotto al brulicar di costoro ben altra moltitudine si agita chiedente gius
tizia colle anime intisichite dall'ignoranza, co' cenci che portano insegna di d
olore alla faccia del sole. E se tacciono, se della miseria loro i miseri non s'
avveggono, cresce delitto a voi, non diritto. Certo se difficilmente entra il ri
cco ne' regni de' cicli, s che pi facile passerebbe un cammello per la cruna d'un
ago, or che dire del principe?
P. Mostrami, prego, repubblica, dove non siano pezzenti.
A. Se pezzenti per colpa di quelli che la repubblica reggono, costoro ne avranno
la pena: se pezzenti per altra cagione, la miseria consolata dal potere in part
e almeno a senno suo esercitare ciascuno le facolt proprie. E se pur sempre in un
popolo parte dovessero inevitabilmente patire, nessuno dovrebbe i proprii dover
i ignorare. E i pi degl'italiani li ignorano; ed colpa, o principi, vostra.
P. De' genitori.
A. De' genitori, e vostra.
P. De' preti.
A. De' preti, e vostra. - Or chi di voi che dica: i'ho piet di questa turba ch' me
co?. Chi che nel povero vegga Dio, l'ami come s stesso? Che fate voi de' tributi
che dal povero popolo raccogliete? Son tutti rifusi nel bene di lui? Nessun dana
ro ad uomini inutili o indegni? Nessuno in opere inutili o indegne? Dio punir i f
urti vostri; li punir quando pure a nessuno de' sudditi fosse inopia di pane; per

ch Cristo ai re non concesse privilegio di ladri. Ben disse che i figli dovevano
farsi liberi di tributo, cio porre insieme quel tanto, non pi, che alla cosa pubbl
ica bisognasse. E voi, simili al servo che il suo conservo strozzava dicendo: re
ndi quel che tu devi; e lo cacciava in carcere finch rendesse il debito suo. Ma i
conservi da ultimo accorati grideranno al comun Signore, ed egli punir di tormen
ti voi principi servi malvagi. Servi pigri e cattivi! Quel talento che unico vi
rimane, e nascondete sotterra, vi sar tolto. Molti che primi furono, sarann'ultim
i; e gli ultimi primi.
P. Oh queste minaccie non vengono a me. Mansueto principe son io: mia cura la pa
ce del mio popolo, e l'ordine.
A. L'ordine tuo, sai tu veramente che sia? Vieni e imparalo. Siedi quaggi sulla n
uda terra. La nuda terra il paragone d'ogni umana grandezza; la nuda terra il tr
ipode delle vere rivelazioni.
E il re sedette e guard.
E vide un lento albeggiare tra le nubi ammontate; e il sole sorgeva non dissomig
liante da pallida nube. Se non che sovra poche e sparse vette del rotto nembo bi
ancheggiava la luce; e pochi sedevano, quasi gente affannata, su quelle alture,
in atto di chi guarda cosa lontanissima; e agli occhi non crede. Per le pendici
e nella valle tenebrosa, le moltitudini o assonnate o sospirose o frementi: in f
ondo, gi nella parte pi distante del cielo, il seggio dei re. E i re temevano quel
l'aurora simile a crepuscolo; e per non la vedere, si gittavano bocconi; e i cor
tigiani, per meglio difenderli, sdraiati e ammontati sui re.
E da quel fondo, con voce per terrore fioca gridavano ai popoli: dormite; e perc
h sentivano un bisbiglio tra i .popoli come di gente che non dorme, gridavano: gi
urate di dormire; giurate per Dio. E comandavano al sole: sta; e il sole squarci
ava la nube, e saettava un raggio fino In fondo alla valle; poi si ravvolgeva ne
l mesto velo, e taceva.
Onde i re, forte irati contro i popoli e contro il sole, s'armavano di paura com
'istrice. E de' popoli chi taceva come pecorella che pasce, altri urlava: e i se
duti sulle vette altissime mandavano un grido che veniva alla valle quasi concen
to di non intesa parola; e la parola si spandeva nel vano de' cieli. Ma gi nella
valle i fratelli si gittavano un contro l'altro sassi e polvere e fango, e casca
vano fiaccati da lassezza del misero dimenarsi. E cos fiaccati, gli amici e i pro
ssimi non si potevano aiutare a vicenda n anch'essi: e nell'ozio reo s'annoiavano
. E dalla valle alle falde e dalle falde alle pendici saliva, agile in sua tardi
t, lo sbadiglio.
Per iscuoterlo, s'accingevano taluni a forare il muro delle Alpi, e di l sogguard
avano lo straniero; e le Alpi erano fatte come via regia sdrucciolevoli. E Io st
raniero veniva e flagellava d'un colpo e popoli e re. Queste cose vedendo, il re sbuffava senza fremere; e non arrossiva. Ma la vision
e continuava pi arcana che mai.
E in una stanza aperta alle pioggie ed a' venti stava sdraiata una femmina con i
n capo una tiara, e aveva un Tedesco nel letto, e un Francese appi del letto, e S
citi e Britanni vegliavano all'uscio; e i figli di lei guatavano alla porta, qua
l con fremito, quale con empio sorriso. Ed uomini in vesti purpuree e violacee s
tavan di fuori mercatando le notti della femmina, e imborsando denaro. E il Tede
sco di sotto al capezzale toglieva due chiavi, e con quelle le ammaccava la fron
te. E l'infelicissima faceva l'atto di persona che arride.Poi quelle immagini disparivano all' occhio del re; ed altre nuove sorgevano, co
me zampilli che in nuova forma zampillano dalla terra.
Vide sedersi a una mensa con gli stranieri gl'italiani principi; altri alla mens
a, altri sotto, a raccogliere i bricioli e le stille cadenti. E mangiavano sangu
e di ribelli e di soldati; mangiavano cervella d'uomini imbandite da servi in to
ga e da servi in pianeta. E bevevano inchiostro di gazzettieri e spuma di delato
ri; e poi trangugiavan cenci, trangugiavano mitre; e i pi forti rodevano le corna
ai pi deboli. Ma i pi pareva mangiassero, e non mangiavano, e siccome a viziati f
anciulli, il cibo biascicato cadeva loro in seno a cospergerli di sozzura.
Quando in un subito trem sotto gli adunati la terra: e quelli rizzarsi come traso
gnati, e voci per l'alto gridare vendetta. E i re combattere con le voci, e bale
strare in aria i gravi loro corpi, e poi stramazzare superbi del non avere rinco

ntrato un nemico.
Al torbido giorno seguiva inquieta una notte; e i popoli sonnecchiavano sulle ca
tene, e i re sulla mensa. Poi svegliandosi a un tratto, saltavano: saltavano sul
le teste dei giacenti; e a chi pi volenteroso invocasse l'insulto de' piedi, gett
avano un tozzo di pane e un sorriso. Il papa ballava ora con un caporale tedesco
, ora con un banchiere giudeo; e il giudeo gli sputava in viso una schiuma giall
a che il prete raccoglieva siccome tesoro. E Carlo Alberto ballava or con lo spe
ttro di Ferdinando settimo ed ora con l'ombra d'un carbonaro: e Modena col carne
fice. 6 Luisa aveva per danzatori tre scheletri: lo scheletro di Napoleone, e lo
scheletro di Neipperg, e lo scheletro di suo figlio: e i due primi la stringeva
no con istrette di morte, e il terzo la abbracciava come fanciullo che d'altrui
sente compassione e di s. E, andando, si rovesciavano l'un sull'altro: e sotto gl
i altri tutti Oregorio; e lo calpestavano tutti; ed e' ringraziava San Pietro de
ll'avere nobilmente menata la danza.
E in quel vortice pareva che tutte girassero a tondo le cose, e si confondessero
come in sogno; e sulla loggia dell'Orcagna s'innalzava, stendardo di servit, la
colonna insultatrice di Cosimo; e accanto al letto in cui dormiva la druda di Le
opoldo primo, stava il letto sul quale sogn libert Frate Oirolamo Savonarola. Ed e
ra un mescersi indicibile di nomi e di cose; un accoppiarsi di bellezze e di bru
tture, e di parti ferine ad angeliche; e di grandi corpi boccheggianti in secola
re agonia, e tronche membra d'intera vita esultanti; ed ossa illustri commesse c
on ossa infami si formavano in organi nuovi: e fiori uscivano dalle ossa sepolte
; ed altri fiori sul marmo delle tombe spargevano mani di giovanetti e di donne;
e molti antichi e molli nuovi edifizi sotto al lieto suo verde inghiottiva, qua
si gran tomba, la terra. E il tremito continuava.
E per quel tremito pi cose venivano in luce che non cadessero sepolte nel buio; e
pi vite si scotevano che non si perdessero: e le memorie, pallidi e muti fantasm
i, prendevan corpo e colore, e danzavano aereo ballo con le speranze. E da ogni
atomo d'Italiana polvere esciva una memoria, altre terribili ai re, altre terrib
ili ai popoli; e da ogni fil di verde una voce. E il tremito continuava.
Ma al principe che queste cose vedeva, non sofferse il cuore di mirare pi oltre:
e si lev dalla ignuda terra dove stette durante la visione seduto: e col rizzarsi
da quel trono de' popoli, la rivelazione spar.
DIALOGO SECONDO. LA CHIESA SECONDO IL VANGELO.
San Pietro, San Giovanni, Gregorio settimo, San Francesco, Gregorio decimosesto.
Pietro. Chi se' tu che sopra il camice indossi una divisa tedesca, e sopra la di
visa tedesca una pianeta, e sopra la pianeta una divisa svizzera; e tieni il sac
ramento sulla punta della spada, e raccogli denari nel calice che serba il sangu
e di Cristo?
Gregorio XVI. Sono il tuo successore; vicario di Cristo.
Pietro. Un pescatore inerme son io: e quegli a cui ti dici vicario non aveva luo
go dove posare il suo capo.
Tu ch'ai tesoro e soldati e cuochi e ambasciatori e bestie che a te servono, tu
chi sei ?
Gregorio XVI. Un infelice al quale durissimo peso cadde in collo; n sa come porta
rlo n come sgravarsene.
Pietro. Mediamente infelice se mentisci al precetto: non possediate n oro n argent
o. E perch molte erano le possessioni di quel giovanetto a cui Cristo diceva: se
perfetto vuoi essere, va e dona ai poveri tutto quant'hai; per quel giovanetto se
n'andava turbato.
Giovanni. Ma il precetto di nulla possedere, ben l'intese Francesco, ed ebbe ver
o titolo di fratello.
Francesco. E Innocenzio papa mi negava udienza: e al fin l'ebbi: e le adunanze d
ell'ordine mio si tennero in campo aperto; n furono per men solenni.
Giovanni. E la tua regola fece il cristianesimo qual era in prima, amico de' par
voli, perch questo l'indizio della divinit sua, datoci da Cristo: la buona novella
recata ai poveri. E il prete che alle miserie del popolo non sa compatire, e cu
rarle non degna, costui, pur non operando male alcuno, contro Ges co' tiranni cos
pira.

Pietro. Onde, acciocch si ritorni al cristianesimo di Cristo, forza , Gregorio, la


tua gerarchia tutta mutare, dico, in quanto le temporali turpezze la fecero mos
truosa; distruggere la genia supervacua de' cardinali; gl'inutili vescovi toglie
re, digrassare i pi ricchi, a' ricchi frati imporre nuov'ordine, i preti avari pu
nire, i tuoi palazzi abbandonare; solo tenerti le chiese, palagi di Dio.
Gregorio XVI. Ma s'io contro chi proponeva tali cose arrotai fino a quest'oggi l
'anatema?
Pietro. Quando le sollecitudini del secolo e la fallacia delle ricchezze soffoca
il Verbo, s ch'e' riman senza
frutto, allora ad inusitati rimedi forza ricorrere; allora strappare l'occhio ch
e ti scandalezza e gittarlo lontano.
Gregorio XVI. Pure degna cosa che l'operaio abbia anch'egli la sua mercede.
Pietro. Abbia il suo cibo, ma coll'operare sei comperi. r, novanta fra cento de'
preti tuoi, che fann'eglino al mondo? - Abbia il suo cibo, ma non pi del suo cibo
; non pranzi lussuriosi, non cocchi, non ville, intanto che il povero soffre, e
la cosa pubblica negli estremi. Non hai tu letto quello che fece Davide allor ch
'ebbe fame? Tolse i pani dall'altare e mangi.
Gregorio XVI. Dunque ai principi sar diritto rapire i beni del tempio?
Pietro. Non a' principi diritto rapirli, ai preti dovere il concederli. In nuovi
istituti di carit, d'educazione, d'industria, erogare gli argenti inutili delle
chiese, cos come i vescovi d'un tempo li consacravano alla liberazion degli schia
vi; e le nuove offerte rivolgere a santi servigi; e dalle offerte superstiziose
i semplici sconsigliare; e miglior uso insegnarne. Imitare insomma il maestro, c
he i pani mandatigli da Dio, ringraziando, divise, e agli affamati part.
Francesco. A quanti de' preti nostri potr nel giorno della giustizia il giudice d
ire: i' ero affamato, e mi deste mangiare; peregrino, e mi raccoglieste; in carc
ere, e veniste a me? Quanti sono che accattino, siccome io feci, non per s, ma pe
' miseri? Che a mercede fatichino, siccome io feci, pe' miseri, non per s? Quanti
sono che le esenzioni degli averi e delle persone ecclesiastiche, siccome io fe
ci, ricusino, e di ricusare consiglino, e anzi per quelle non combattano, quasi
per fondamento di fede?
Pietro. Del tempio di Dio fanno spelonca, perch fanno mercato; e vendono, e barat
tano; e non temono il flagello che sonante li caccia. E non sentono la voce che
grida: quel che avete gratuito, gratuito date. Or non gratuito il sangue di Cris
to? Perch dunque i suffragi mercati, la dateria, le indulgenze? Perch tanto vaghi
di mondane pompe costoro? Tanto amare i primi posti nel banchetto della vita? S d
uri al povero, al ricco s molli? Perch il pastorale s fragile al tocco dello scettr
o? Fuggite, sconsigliati, da un mondo che vi corrompe e v'insulta; non ad altro
mostratevi che ad insegnare il vero, a mitigare il dolore, a consolare la morte.
Nessun civile uffizio se non di pubblico ammaestramento, ambizione nessuna.
Francesco. Ammaestramento? Se la scienza loro boriosa, ispida, vuota! Se, fatui,
portan le lampane, e all'olio non pensano? Se a chi non dei loro e parla di Dio
, con cipiglio farisaico rispondono: "In nome di qual potest parli tu? Chi fu mai
che codesta podest ti concesse?" Ignoranti i pi de' vescovi; i seminarii nido di
sudata e sbadigliata ignoranza; goffe le pi delle prediche, i pi de' libri fiacchi
; adulati gli errori del popolo; nelle formule la religione costretta; la confes
sione per incredibili ignoranze abusata. Ed io povero fraticello, non all'accatt
are e all'opera delle braccia soltanto destinavo i miei, ma a predicar la parola
; e, ammaestrato dall'esperienza, il carico de' lavori alleggerivo ad essi, il d
overe degli studi imponevo.
Giovanni. Il titolo di accorti ambiscono, non di santi; di accorti il titolo non
di dotti. E se Cristo viene, e si presenta con in fronte l'insegna di libert, pr
egano ch'e' vada lontano da' loro confini. La libert nell'America, nella Francia,
nella Svizzera, nel Belgio, in San Marino, condannare non osano, perch dai princ
ipi tollerata; in Polonia la maledicono; dalle proprie terre la cacciano.
Pietro. Non comprendono che larga fonte di libert sia il Vangelo. Il Vangelo scom
unicato perch non insegn le scomuniche, ma l'amore.
Gregorio XVI. Or non insegna il Vangelo separare i buoni da' tristi?
Pietro. S: quando la separazione giova, non quando cagione di pi deplorabile scand
alo. S: quando alle pi gravi colpe, pi grave s'infligga il castigo: quando, innanzi

che sui ribelli sudditi, l'anatema cada sui preti indegni che governarli non sa
nno, sui re malnati che tengono in catene la chiesa di Dio. Ma tu gli Anconitani
scomunichi, e non Francesco. O voi che scolate dal bicchiere una gocciola ed in
ghiottite un cammello, mondate prima il vaso entro, e il di fuori sar presto mond
o. Ma i ministri tuoi, fatti insegnatori dei precetti degli uomini, accumulano p
esi insopportabili, e li impongono alle spalle altrui, moverli pur col dito non
sanno. Onde pi i tristi preti o i preti stolti s'ingegnano di confondere insieme
i due reggimenti e della religione far lenocinio a tirannide; e pi i non credenti
le due cose confondono in comune biasimo, i credenti una dall'altra interamente
le staccano, e, non osando applicare la religione alla vita civile, questa per
necessit privano di morali guarentigie e di solido fondamento. Ond' che parte del
popolo italiano con le labbra onora Iddio, ma il cuor loro lontano da lui.
Giovanni. Quanti de' preti nel tuo governo inquinati somigliano al re mansueto?
Quanti hanno rispetto al divino mandato: se porti il tuo dono all'altare, e quiv
i rammenti d'avere un fratello nemico, va, riconciliati, poi ritorna ad offrire
il tuo dono. Di. quante inimicizie la vostra politica fomite quotidiano!
Pietro. Fu mai veduto a' tempi d'Ambrogio il prete fatto dagli altari promulgato
re di politiche pene? fu mai
veduto l'Inferno fatto quasi atrio atrio alla carcere, e ai ministri del tempio
affidata una nuova parte di diritto criminale, quale alla potenza de' tiranni pi
crudi n conseguire n tentare concesso? Or se ministra dei principi la parola che i
nsegna e condanna, perch non anco la parola che . assolve? Se il pulpito, perch no
n il confessionale sar cosa regia? Perch non benediranno i re, se i pontefici male
dicono? Perch non pontefici i re? Gregorio XVI. Ma la sicurezza mia e della Chies
a? Giovanni. Uomo di poca fede, che dubiti? Non senti tra il fremito della tempe
sta, la voce del maestro dicente: "Son io, non temete. Nessuna cosa non sar possi
bile a voi". Perch dunque rivolgervi ai re, come i preti della sinagoga al soldat
o romano, e riceverne per risposta: "avete la guardia: andate, custodite la tomb
a come sapete".
Pietro. Bisogna che Ges molte cose patisca da' Seniori e dagli Scribi e dai princ
ipi de' sacerdoti; bisogna che il figlio dell'uomo sia quotidianamente tradito n
elle mani degli uomini, tradito perch Io vendano e lo flagellino; tradito da uno
de' suoi, da molti de'suoi. E i principi de' sacerdoti si congregheranno a consi
glio per tenere Ges Cristo ad inganno. Ed altri Io rinnegher per paura. E interrog
ati: qual volete schiavo de' due: Nicolo o Oes Cristo? Cristo, risponderanno. Gre
gorio XVI. I rimedii, padre? Pietro. Uno solo. Torni cittadino il prete, cos come
deve tornare cittadino il principe; e non per privilegi sovrasti, ma per purit d
i zelo e per potenza d'ingegno. Pi schietta e ai tempi meglio accomodata la disci
plina; meno cerimonie e meglio comprese, e pi fortemente animate dallo spirito di
carit. I tribunali ecclesiastici giudici non d'altre cose che d'ecclesiastiche.
La violenza imposta dai principi ripulsare; alle ingiuste leggi che offendono le
coscienze, resistere; vietare che i vescovi sieno nominati dal principe; vietar
e che il principe l'ecclesiastica educazione disturbi; vietare che sulle parole
sacerdotali al popolo divulgate il principe eserciti la sua codarda censura; i p
rincipi recalcitranti dalla chiesa dividere. All'educazione ecclesiastica volger
e gl'inutili beni, anzich spenderli in legni dorati e in candele e lampane che br
ucino a dieci a dieci innanzi a un'immagine, e in messe biascicate da uomini che
del corpo di Cristo fanno carne da macello e moneta. Una nuova enciclopedia cat
tolica, con le cospiranti forze di tutti g' ingegni, fondare. Quella stupida greg
gia ch' degli ordini monastici tanta parte, con pi vigorosi statuti ordinare, con
pi severe condizioni scemarne il numero, ai vescovi assoggettarli, perch Roma n vuo
le n pu agli utili ed agli uffizi loro con la debita sollecitudine provvedere: de'
torti bens a loro fatti e de' torti fatti al minor clero star contro i vescovi i
ndegni vendicatore; far della pontificale potenza un'arme di ecclesiastica liber
t, per contenere i forti e i deboli sollevare, e tutti comporre in armonia riposa
ta. Le abusate facolt vescovili frenare, non mai rapirle; facolt che da Cristo ric
evettero uguali alle mie; la spiritual vita diffondere per tutte le membra, non
gi raccoglierla nel capo a stagnare con incessante pericolo. Non altro che la sup
rema vigilanza su tutta la gran mole cattolica a s destinare, nobilissimo e pi che
regale uffizio: che nessuno la opprima, che il moto di lei non sia languido, ch

e la verit alla conquista di sempre nuove intelligenze benefica si distenda; che


ad ogni creatura sia predicata la buona novella, e sempre nuova appaia per le nu
ove conseguenze che il perfezionato umano ingegno ne verr deducendo. Rinfrescare
la santa consuetudine de' provinciali e de' nazionali e de' generali concilii, i
l cui vituperoso abbandono indizio della depravazione vostra: e nei concilii dis
cutere non le cose del dogma, ormai definite o non definibili, ma i pratici perf
ezionamenti da compiere, le novit da tentare, quelle tante novit che ai credenti v
eri comanda l'amore degli uomini, l'amore di Dio. Le novit negli antichi tempi da
gli apostoli, e da' papi e da' vescovi e da' dotti tentate, proporre a s stessi i
n esempio; alcuni instituti alla pristina semplicit revocare, altri e sempre nuov
i sopraggiungere, spirituali tutti, che rispondano alle novit sempre incalzanti d
el secolo, e le volgano a bene, e le signoreggino; non gi riforme tentare (riform
a gretta parola e cosa pi gretta) ma rinnovazione dell' intima essenza, ma contin
uazione non interrotta e quotidiano ricominciamento di vita. La novit, chi ben gu
arda, cosa cattolica; l'errore al contrario cosa vecchia sempre, cosa rancida l'
eresia. Nell'errore la corteccia del nuovo: ma la corteccia per s non d frutto. Il
vero radice eterna, di sempre nuovi fiori e sempre nuove frutte feconda. Il var
io nell'uno non meno verit che bellezza; il vario senza l'uno putredine e morte.
Pi svariati elementi nella unit si congiungono, e pi l'unit si fa vera: l'unit toglie
te, e n pur dieci, n pur quattro elementi dureranno a reggere insieme. E innanzi c
he la cristiana religione sorgesse, e dopo nate le sette che la divisero, intant
o l'umana natura pot grandi cose in quanto ebbe forza di credere e concordar nell
a fede. In tanto le sette acattoliche durano, in quant'elle hanno alcuna cosa di
cattolico in s: e alcuna cosa di cattolico fece grandi l'Oriente, l'Egitto, l'Et
ruria, la Grecia, Roma repubblica. Unit di fede, e nell'umano ordine e nel divino
, condizione necessaria a creare e a comprendere le cose grandi. E questo germe,
o fratello, in cui si accolgono tutti gli umani destini.
Gregorio XVI. Io non li intendo.
Francesco. Ascoltali almeno.
Pietro. Sotto all' albero della scienza cresce l'umana vita e moltiplica. Ma non
nel tocco e nella distruzione di quelle frutta la scienza consiste. E ignorare
alcune cose immutabile natura dell'uomo; e giova talune ignorare, per molte divi
nare, e amar molte.
Perch l'immaginazione ala all'affetto, e luce all'intendimento; e l'uomo che molt
o crede sapere, l'immaginare non cura. E si fa stupido. Sotto l'albero della sci
enza scherzano le nazioni: e quella che pi sapr goderne senza macularne, palpando,
i fiori e le frutta, sar pi felice. E Cristo venne per insegnarci a goderne e ad
astenercene.
E perch l'altero oriente a quelle frutta s'avvent con avido orgoglio, divenne schi
avo, e mor: e schiava, allorch sper satollarsene, divenne la Grecia, e mor: schiava
Roma, e mor.
E la nuova nazione di Cristo, che seppe e l'ombra e l'olezzo e la vista inspirat
rice dell'albero santamente godere, crebbe, e nel suo seno accolse i barbari e l
i dom; e fu repubblica, e di repubbliche madre.
E quando la nazione cattolica gust la scienza del male, fu schiava, e madre di sc
hiavi. E pi i figli di lei si fecero nella scienza orgogliosi, e pi schiavi divenn
ero. E quando il sapere si purificher nella fede, allora libert sar nota all'Italia
, e a tutte le genti.
Fede e libert son gemelle; forze ambedue per le quali 1 intelligenza e la volont p
ercorrono l'orbita destinata, e non si perdono nel vano immenso, e non sono dall
'una delle due parti per impeto soverchiante ingoiate.
Verr lo spirito, co' secoli, sempre pi facendosi dominatore della materia, e l'uma
na libert sempre pi rinforzando il suo regno, e verr con essa rinforzando la fede,
e la chiesa di Dio dilatando i suoi tabernacoli.
Gregario VII. folle chi spera d'incontrar l'avvenire cacciandosi nella tenebra d
e' secoli andati. Ogn'istante creazione nuova: ad ogni mover di passo l'umanit va
lica abissi smisurati, se stessa trasfigurando. Pu un'idea mutare l'orbita delle
umane intelligenze; e misteriosa come la creazione del Verbo la potenza d'un nom
e.
Fu tempo quando alla potest che viene dal ciclo era bello trattare quel fango che

dicesi oro, quella sozzura che dicesi regno; perch'ugni altra forza,abusando di
quelle cose, s'era dimostra impossente a volgerle in bene.
Fu tempo quando, il diluvio de' delitti coprendo i troni e i popoli travolgendo,
un'arca sola galleggi sovra l'acque romoreggianti, e in lei, quasi in nido, conv
enne nascondere le insegne della terrena potest. Ma, le acque scemate, e vestita
del suo verde la terra, quella necessit miracolosa ebbe fine.
E allora le repubbliche sorsero, e i papi benedissero alle repubbliche. E quando
i papi contro quelle cospirarono insieme coi re, allora il regno di Dio non fu
sulla terra.
Fu tempo quando convenne la forza da' tiranni abusata santificare, e vincere con
essa i tiranni; e per visibili vie ricondurre all'invisibile regno le genti.
Al Redentore fanciullo mirra ed oro ed incenso, al Redentore gi maestro de' popol
i, ulivo e palma e le lagrime di donne amorose.
Ed io, nell'atto d'arrogare insolite potest alla mia sede, adopravomi a sanare i
costumi turpi de' preti miei; e alla Francia, all'Inghilterra, alla Polonia, al
la Norvegia, all'Africa, all'Armenia stendevo i pastorali pensieri; e la parola
raccomandavo necessaria a ferire il serpente, e gridavo indegno del titolo regal
e Filippo primo di Francia.
E intanto del mio soverchio curare la temporal potest prossime e gravi portavo le
pene, imprigionato da' miei, e costretto, per difendermi da un principe scomuni
cato, ricorrere ad altro guerriero gravato anch'esso d'anatema.
E' conveniva che i vicari di Cristo la forza umana usassero in prima, abusassero
poi, per far chiaro alle generazioni avvenire, che momentaneo alle due forze do
veva essere il vincolo, per rendere omaggio alla libert dell'uomo e del vero.
Ma la profana potest nella sacra, e la sacra nella profana incorrendo, com'onde a
d insuperabile sponda si frangeranno; e quasi per flusso e riflusso continovo, b
arcoller, senza avanzarsi in cammino, l'umana vita.
Roma delle armi carnali abusndo fu violata da' barbari: Roma, abusante delle spi
rituali, stuprata dai re. La serva Italia , per Roma, tuttavia tiranna de' popoli
: Roma si muti, e l'Italia ridiverr vincitrice.
Francesco. O religione che tra le ombre d'un giardino nascesti, che tra pastori
innocenti e da pescatori semplici fosti rivelata alla terra, la natura tuo nido.
Ed erano le primizie della greggia e del campo i primi tuoi sacrifizi; e la colo
mba e l'iride primi messaggi della restituita alleanza; e pos sulle altezze solitr
ie d'un monte l'arca libratrice; e nella frequenza degli uomini nacque la torre s
uperba, confusione degli umani linguaggi.
Perch nella solitudine le anime comprendon se stesse. E fra una tortora ed una co
lomba parlava il Signore ad Abramo i destini di un popolo; e Giacobbe sopra un o
rigliere di pietre dormendo, contemplava le visioni del l'alto. E nel deserto ta
cente, non gi nel tripudio de' con viti, ebbe vaticinii di conforto la madre d'Is
maele desolata.
Sara presso una fonte d'acqua, presso una fonie d'acqua fu conosciuta Rachele1:
Rachele sepolta lungo la via.
Pingue gli il pane d'Aser, e sar mangiato dai re: ma Nettali libero cervo; la sua
parola sar di bellezza.
Tra i giunchi del fiume la culla dell'uomo liberatore: ne' campi e' rinvenne la
sposa, rinvenne la sua missione ne' monti.
Di un rovo esce la fiamma di Dio, d'una verga esce la vittoria d'uno scettro.
Nel deserto la colonna di fuoco, nel deserto l'amarezza delle acque addolcita, n
el deserto il pane dall'alto, nel deserto acqua viva dal nudo sasso; nel deserto
la legge; la legge sulla vetta d'un monte, alle falde l'idolo bruto.
Ad ogni stagione di nuova libert si raccoglie un uomo, pochi uomini si raccolgon
lontan dalla folla; e rinnovano pensando, ricreano pregando, parlando fanno.
Perch dalle alture solitrie meglio si domina il piano: quivi la terra pi prossima a
l cielo.
Quivi si rinfresca l'umana natura appassita, e l'allentata si fa pi agile a rimba
lzare sotto il tocco potente della volutt e del dolore.
Quivi gli uomini da un pensiero comune stretti, e dalla morta societ separati, a
lei si congiungono pi strettamente che mai, si congiungono come spirito al corpo,
per animarla, non per marcire con essa.

E nell'amara caligine dei secoli andati apparvero le famiglie de' solitarii c


ome fiamma dal rovo; e diedero all'Italia, diedero al mondo libri, terreni, art
i, affetti, preghiere ed esempi. Ma non ogni solitudine ne' silenzi! del deser
to; e
tempo verr che saran tutti popolati i deserti, e nel popoloso deserto delle citt l
e anime liberatrici saranno chiostro e romitaggio a s stesse.
E tra le folte ombre di nuovi pensieri ed alle fresche acque di nuovi affetti ri
poseranno, e sulla vetta d'un desiderio altissimo raccorranno le stanche ale; e
guarderanno pietose alla devastazione della sottoposta campagna.
Istituti nuovi, non nuove religioni, chiede l'Italia, chiede l'umanit, dove meno
anguste le regole e sieno pi larghe le idee.
E anch'io, dagli anni assennato, da ventuno a tredici capi la regola mia restrin
si, che poi, per colpa de' miei figli degeneri e degl'infingardi pontefici, rima
se ineguale ai tempi, e nuda di vita.
Ma tu risuscita, o Padre, il cadavere abitato gi dallo spirito mio; o lo dissolvi
; e di vite nuove ripopola il deserto d'Italia.
Giovanni. Il deserto d'Italia ripopoli di vite nuove l'amore. Esempi d'amore, o
diletti dal cielo, esempi d'amore offrite alla misera patria.
Patria non ha chi non ama: chi non ama schiavo.
Nell'amore istesso l'amore infondete. L' uomo dall' alta sua natura degenerato,
si crede d'amare, e non ama.
Amate in ispirito la donna, e amerete la patria, amate in ispirito Iddio: patria
avrete.
Di grandi cose rivelatrice l'anima innamorata: l'amore profeta.
L'amore insegna la fede. Quando i popoli tutti ameranno, saremo un ovile e un pa
store.
Molte colpe saranno perdonate a chi molto ama: or ch' mai la servit, se non colpa?
I vizi e gli errori consumer come fiamma l'amore. Laddove non amore, ivi non rede
nzione, ivi inferno. Amore redenzione continova.
DIALOGO TERZO. DELLE RIVOLUZIONI SECONDO IL VANGELO.
Un Prete, un Miscredente.
Prete. Questi palazzi e queste logge e questi templi che noi prendiamo dall'alto
con uno sguardo, e che, slmili a misteriosa rivelazione, spirano nello stranier
o superbo un senso di riverenza il qual somiglia alla fede, son pur fattura di p
opolo libero, e profondamente credente: n la fede gli vietava il coraggio e la co
scienza delle magnanime cose. E tutto quant'ha di grande l'Italia, o religione o
di religione effetto; o repubblica o di repubblica avanzo. Ella credette; e le
fu reputato a giustizia ed a gloria2. Che se quella libert and macchiata d'odii e
di delitti, non deve ai delitti le sue glorie l'Italia. Ma voi che nulla credete
, or che faceste voi sulla terra altro che distruggere, e che farete altro mai?
Miscredente. Quand'altro uffizio non fosse serbato a noi, che sgombrare alla lib
ert umana le vie, molto avremmo col distruggere edificato. Al cristiano, la schia
vit sacrosanto precetto. "Se alcun ti percuote la destra mascella, porgigli e l'a
ltra. A chi teco vuol contendere in giudizio e rapirti la tonaca, e tu lascia an
che il pallio.
Chi t'avesse angariato per Io spazio d'un miglio, altre "due miglia, va seco". S
entenze opportune molto alle comodit de' tiranni.
P. I' potrei rispondere che il consiglio non precetto; che tutte le umane e divi
ne leggi insegnano essere colpa la sofferenza, quando l'altrui malizia venga da
quella inutilmente attizzata; che dal maestro supremo d'ogni suprema virt conveni
va escissero insegnamenti altissimi, i quali non da tutti n sempre, ma pur doveva
no essere da qualch'anima rara in qualche occasione opportuna osservati, quasi a
mostra delle forze dell'animo umano. Io piuttosto rammenter l'esempio di Cristo,
che la domanda dell'autorit insultatrice non degn di risposta; e allo schiaffeggi
atore codardo, perch, diceva, perch mi percuoti? Non ogni ingiustizia dunque da so
ffrire con pace, ma sole quelle dove la sofferenza pu giovare alla causa buona, p
i che la difesa o il lamento.
M. Rispondere con lamenti ben poco. Operare bisogna: e a voi l'operare interdett
o.

P. Chi lo dice? A voi che non credete, l'operare diritto; a noi che crediamo dov
ere. Noi all'operare pi validi impulsi abbiamo, e guarentigie pi sicure, e norme p
i certe. Ecco come. Perpetuo uffizio del cristiano, egli : risparmiare il dolore a
ltrui, toglierlo o scemarlo pur col proprio dolore o pericolo; impedire che il m
ale si faccia. Di qui necessaria conseguenza: sollevare gli oppressi, patire per
loro e combattere; purch dal nostro patire o dal combattere alleviamento certo,
od almeno grandemente probabile, venga ai lor mali. Altra conseguenza: le ingius
tizie, donde che vengano, da principi o da plebi, additare, riprendere; e, dove
sia necessario e si possa, reprimere. Per sacro dovere, debbo io procurare la pu
bblica libert, come alleviatrice di dolori, e d'ingiustizie reciditrice. La pazie
nza i miei propri mali a soffrire m'insegna, non a tollerare gli altrui: e la pa
zienza che insegna a soffrire il dolore, non insegna a soffrire il delitto. Or l
e imposte soverchie, le milizie corrotte e corruttrici, l'educazione o avarament
e distribuita o abusata, la negata o indugiata od incerta giustizia, le libe
rt ecclesiastiche (libert, dico, non immunit) violate; sono delitti dei re. Dunque
reprimerli, dunque punirli bisogna. M. Ma se il reprimerli fosse nuovo delitto?
P. Allora delitto sarebbe quand'un atto illecito con atti illeciti si combattes
se; quando pericoli di male peggiore dalla resistenza venissero: quando i libera
tori minacciassero governo non men violento e pi irreligioso che i despoti; quan
do l'amore non fosse alla nuova libert fondamento. E badate che tutta sull'amo
re si fonda la libert dell'uom cristiano. Amare Iddio vale impedire che Dio sia
da ingiustizie tiranniche offeso. Amare altrui come s, vale impedire ch'altri sia
ingiustamente fraudato dell'esercizio legittimo d'ogni sua facolt. Ed bello in u
na sola parola conchiudere ogni religione ed ogni politica: amore.
M. Queste guarentigie che dalla fede voi deducete, noi dalla religione togliamo,
e assai ferme, e credibili a tutti.
P. A tutti fuori che a ventuno e pi dei ventidue milioni abitanti l'Italia. Quand
'anco gli argomenti razionali bastassero al filosofo, al popolo non basterebbero
; quand'anco ad altri popoli fossero assai, non sarebbero al nostro: e noi ragio
niam dell'Italia. Ma in tutti i popoli della terra agli umani motivi aggiungere
i divini fu avvertenza non mai impunemente sprezzata. Voi la naturale uguaglianz
a degli uomini tutti date per ragione d'uguaglianza civile e politica: noi alla
naturale uguaglianza sopraggiungiamo una uguaglianza celeste, quella che ci vien
e dal sangue di Cristo, liberatore comune, comune amico.
Qui, come altrove, la verit religiosa alla naturale non fa contro, ma pi potente d
i quella. E tanti infelici che la dignit di cittadino non sentono ancora, ben pi f
ortemente sentiranno la dignit di cristiano. E in luogo di dire al pezzente dall'
ignoranza e dalle antiche ingiurie avvilito: tu sei non minore d'un re, perch hai
forze ed ingegno ed animo non minori di lui (falso vanto e superbo): bello pote
r dire: tu sei non minore d'un re, perch creatura di Dio, perch fratello di Cristo
, e lavato nel suo sangue, ed erede di eterno regno. I re fino ad ora fecero del
la religione, cosi come d'ogni autorit, monopolio; agli usi loro la mercantarono:
ma voi fate religiosa la libert; e i. principi allora della religione pi che mai
si manifesteranno oppressori; e diranno: non rimanga presso noi, perch dura sul n
ostro capo la mano di Dio. - E avrete vinto.
M. Ma voi raffazzonate una fede cattolica a senno vostro; e un nuovo simbolo, no
n adottato dalla chiesa, ponete.
P. Io vi reco l'autorit degli apostoli e di Oes Cristo; e potrei recarvi gli esemp
i di molti tra i pontefici ed i vescovi e i preti cattolici, e di nazioni cattol
iche intere, che questa dottrina confermano: potrei provarvi che in nessuna altr
a credenza mai tanti principii di libert si discussero e tanti fatti di vera libe
rt si tentarono quanti nella cattolica: potrei raffrontare Sparta e Roma ed Atene
alle repubbliche del medio evo; potrei soggiungere che la libert americana dei p
rincipii cattolici ancor pi che dei protestanti legittima conseguenza; e che i pr
incipii cattolici darebbero libert ancor pi forte che l'americana non sia; potrei
da citazioni innumerabili dedurre che gl'increduli nemmeno in teoria seppero ide
are vera immagine di libert, che g' increduli nel fatto furono intolleranti e tira
nni; ma a due domande io restringo il mio dire: provatemi voi che tra le cose ch
' io affermo e le dottrine cattoliche quali il Vangelo e la Chiesa e i padri le
fecero, sia contraddizione inconciliabile: poi mostratemi un simbolo di fede pi c

onforme a natura ed a libert. Altri di voi viene e dice: io credo nel Progresso p
erch veggo l'umanit che s'avanza in sua via; n si sa di qual via parli egli, n si sa
se progresso dell'umanit paia a lui Io scendere da Cristo a Voltaire il buffone,
e da Giovanni Apostolo al miserabile Byron. Altri dice: io credo in Dio, reggit
ore della gran macchina mondiale; ma parmi ridicolo ch'egli, immenso, ponga pens
iero a noi omiciattoli: e ci vuoi dire: credo in un Dio sbadato e impotente e ign
orante di quel che fa, credo in un Dio che non pu pensare due pensieri alla volta
, ed tanto piccolo da distinguere le cose del mondo in piccole e grandi, tanto i
mbecille da staccare i particolari dai generali che sono con quelli tutt'uno. Al
tri: io credo in Dio; ma la rivelazione rinnego; e affermo Cristo, il pi grande d
egli uomini, uomo bugiardo e impostore. Altri: io credo in Dio ogni cosa, e ogni
cosa Dio; credo Dio la materia e i fenomeni; dio il male e il nulla; credo un'
intelligenza che in molte contrarie si suddivide ed una; molte intelligenze che
si staccano da una forza cieca e poi si confondono a quella; credo il caos ordin
ato, credo la necessit fatta libera; credo l'individuo esstente insieme e non e
sistente; credo l'assurdit unico mistero del mondo. Altri: io credo il corpo ugua
le allo spirito in dignit; l'ubriachezza e la poesia, estri ugualmente sublimi, u
n panereccio non meno terribile d'un rimorso. Altri: io credo all'umana ragione
; credo i misteri puerilit ed impostura, ogni cosa piana e patente, l'uomo con so
le le sue forze, infallibile, impeccabile; e se pecca e se sbaglia, poco importa
re l'errore e il peccato, la ragione umana rimaner sempre divina. Altri: io cred
o che l'uomo un bruto. Altri: io nulla credo, perch nulla so.
Altri: io credo che l'uomo inganna se stesso, e che la conoscenza del vero cosa
impossibile. Se altri simboli restano da numerare, rammentatemeli, vi prego. Il
simbolo del cattolico questo: io credo in un Dio libert somma, somma verit, sommo
amore; nel quale gli attributi sono essenza, essenza una; credo nell'umana ragi
one perch illuminata da Dio; nell'umana virt, perch da Dio sostenuta; credo che l'
uomo err, perde delle sue forze, ma le riebbe in grazia d'un mediatore infinito;
che per esso l'umanit acquist forza infinita; infinito tesoro di verit, d'amore, di
libert: credo che ogni cosa ordinata al trionfo della verit, della libert, dell'am
ore: veggo in ogni fatto dell'uomo individuo, de' popoli, dell'umanit, in ogni
creatura de' cieli e della terra, in ogni sostanza, in ogni apparenza, vegg
o Dio cio la libert, la verit, l'amore: credo la materia in infiniti modi dominabil
e e perfezionabile dallo spirito; credo non numerabili con numero umano, non imm
aginabili ad umano pensiero, gli ordini e i mondi degli spiriti superiori all'uo
mo e inferiori, bene o male adopranti la libert, viventi in felicit od in dolore;
e sull'umanit per arcano modo operanti, ed essa su loro: credo che il male difett
o dell'uomo, ma permesso da Dio per trame bene pi grande: che il dolore limite de
ll'umana natura, non male, ma avviso del male, e presentimento e strada di bene;
che la libert non consiste nella distruzione del dolore, impossibile, ma nella
forza di signoreggiare il dolore s che conduca a verit, ad amore, ed a libert; e q
uei dolori che a tal fine non conducono, sopprimere come falli o delitti: cred
o nell'educazione graduata interminabile dell'umana famiglia, per l'esempio e i
l precetto e la mediazione di Cristo; nella comunicazione quotidiana di Cris
to, persona divina ed umana, con l'umana natura: nella comunicazione di Dio con
l'umanit, in tutti i modi visibili ed invisibili, che fa l'uomo creatore e
cooperatore con Dio; credo all'arcana potenza della preghiera che in divini modi
s'accorda con la immutabilit delle leggi universali, come s'accorda la prescienz
a con la libert, la libert con la grazia; credo all'uguaglianza annunziata e recat
a da Cristo; credo alla diffusione de' meriti e delle sventure di generazione in
generazione; ma perch ogni sventura bene, credo l'eredit del bene rimanere da ult
imo predominante; credo nella societ degli spiriti, nella chiesa universale ed un
a perch destinata ad essere universale: credo nella potenza perfezionatrice de' s
acramenti, fecondata dalla libert e dall'amore, perch dovunque amore e libert, ivi
verit senza fallo: credo che l'uomo perfettibile, onde comecch abbia fallito, pu es
sere perdonato, e risorgere: credo la necessit della pena, l'espiazion della colp
a; credo l'immortalit degli spiriti; quando e' beveranno alle fonti (quaggi n'assa
ggiano poche stille) della verit, della libert, dell'amore. Quest' il mio simbolo;
che la bont degli altri tutti comprende; ed positivo, intanto che gli altri non s
ono che detrazione o negazione parziale del mio. Or ogni negazione per sua natur

a impotente; n mai co' simboli accennati societ comporremo. - Il vostro non vero,
voi dite. Mostratene un altro pi grande; e ditemi se il grande sia falso.
M. La studio intanto delle cose invisibili stoglie dai presenti uffizi della soc
iet voi credenti; e l'ambizione del regno eterno vi disamora d'ogni terreno vanta
ggio.
P. Errore. Fra le vie di salire agli eterni, non ultima usare bene i terreni pia
ceri; astenersene opportunamente; non gi privarne altrui, anzi in altrui diffonde
rli per equabile modo, e con materiali aiuti l'intelligenza di tutti giovare e l
'affetto. Nella cura pertanto degli utili presenti noi siamo del pari con voi; s
e non che, a noi che crediamo, presenti e desiderabilissimi beni sono le pi recon
dite utilit dello spirito; e per le utilit dello spirito con pi fervore che per alt
re a noi spetta combattere. La guerra vostra di voi non credenti per sole le com
odit della vita; la nostra per quelle e per altre molto pi nobili cose. La libert n
ostra dunque pi ampia, pi profonda; deve di necessit mostrarsi al resistere pi desta
e pi coraggiosa.
M. Ma come dimenticare il dettato: che i re comandan per Dio?
P. Certo, la buona autorit dei re Dio protegge; la trista permette, cos come perme
tte a ciascun uomo il tristo uso delle sue facolt. Gliel permette materialmente,
non gliel rende legittimo. Anco la procella ed il turbine son da Dio; ci non fa c
he l'uomo non debba a tutto potere difendersi dalla procella e dal turbine. Ness
un papa, ch'io sappia, scomunic i parafulmini, n gl'incatenatori delle bestie fero
ci; or i tristi re son bestie feroci, e le franchigie politiche parafulmini.
M. Perch dunque il dover d'ubbidire ai preposti, anche discoli?
P. Due sorta di malvagit possono essere ne' governanti: le private e le pubbliche
. Se re o presidente di libero stato dovesse cadere di grado e sostener pubblica
pena, perch macchiato di dissolutezza, o goloso, o iracondo a' suoi, non potremm
o pi rinvenire n re n presidente n amministratore alcuno fra gli uomini, e le rivolu
zioni durerebbero eterne. Adunque, sebbene i privati vizi divengano in principe
assai di leggieri pubbliche calamit, nondimeno il confondere le due cose alla pri
ma, sofisma e delitto. Quando San Paolo ci consiglia obbedire anco a' governanti
non buoni, intende al certo nelle cose innocenti. Nessuno afferm che, se cenno d
i principe vi comandi d'uccidere il padre, voi dobbiate obbedirgli. Non chi poss
a a due padroni servire senza odiare o spregiare l'uno de' due. Or uno il re de'
re, il signor de' signori. Noi siam figli d'obbedienza, ma non conformati all'i
gnoranza antica. Paolo stesso c'insegna il ragionevole ossequio, ragionevole a D
io nonch a misera creatura terrena. In tutto ci che non sia contrario n a morale, n
a religione, n al pubblico bene, s'obbedisca anche all'uomo di comandare non degn
o, purch ne' convenienti modi in autorit stabilito. Laddove cominciano i falli suo
i pubblici, quivi la disubbidienza dovere.
M. Cotesta clausola non inopportuna; non vieta per che si perpetui la razza de' g
overnanti assoluti.
P. Vieta, se ben si consideri. Certo, non da presumere che il pi sapiente, il pi s
anto tra' cittadini debba sempre e possa prendere sopra s la podest dell'impero; c
erto egli forza soffrire talvolta governanti imperfetti; n l'elezione stessa in l
ibero stato saprebbe evitar questo danno. Or perch inevitabile e tremendo il peri
colo, cresce ad uomini cristiani dovere d'attenuarlo in ogni possibile modo. E i
l modo s'offre spontaneo. Togliere al governante qual ch'egli sia, l'assoluta po
test di nuocere, imporgli certe norme, fornirgli consiglieri partecipanti alle pu
bbliche cose in modo efficace. Per quella ragione adunque ch' dovere al cristiano
fuggire le occasioni del peccato, e risparmiarle altrui; per quella ragione che
noi preghiamo Iddio, non ci lasci cadere in tentazione; dobbiamo a' governanti
cansare il pericolo di divenire tiranni, e dalla tentazione di disprezzarli e da
lla necessit di combatterli dobbiam preservare noi stessi. Dalle quali cose conse
gue che siccome il governo assoluto istituzione consentanea alla religione de' P
ersi e de' gentili e de' mussulmani, il governo da leggi efficaci temperato isti
tuzione conforme alla dottrina di Cristo, e del Vangelo prossima e irrecusabile
conseguenza.
M. Ma perch dunque a' cristiani fu bello patire in s tanti strazi, e permettere ch
e i loro fratelli in s gran numero li patissero?
P. Varie di ci le ragioni. Prima la bellezza di seguire un esempio a tutti i prec

edenti secoli ignoto, un esempio che moltiplicato in tanti mirabili modi, doveva
della novella fede la divinit dimostrare. Straordinarie cose eran quelle, e non
imitabili a tutti, come la morte del Cristo. Poi, si consideri che in sul princi
pio, lo scarso numero de' perseguitati non solo non sarebbe potuto resistere all
a forza tiranna, ma l'avrebbe irritata senz'alcun pr; ed ho gi detto che, quando l
a resistenza si fa pericolo di mal peggiore, delitto.
Quando la cristiana famiglia crbbe in tal forza da poter muover guerra all'impero
cotesta non sarebbe gi stata guerra dei pi contro un solo, o contro pochissimi st
ipendiati da lui; ma guerra di molti tuttavia contro i molti, guerra di sacerdot
i contro sacerdoti, di credenti contro credenti, del popolo cittadino contro il
pagano, guerra ad un tempo religiosa e civile. Della quale non sarebbe stato cer
tamente esito desiderabile, una breve tregua alla persecuzione, tregua da nessun
patto valido guarentita: e sempre di nuove persecuzioni durava il fomite sinatt
anto che ad uomini cristiani sovrastasse imperatore pagano. Dovevano i cristiani
adunque, per aver compiuta vittoria, mutare la dinastia; dovevano dal lor posto
tutti i pagani magistrati cacciare, disarmare i pagani soldati, non gi per intol
lerante vendetta, ma per vivere non perseguitati e sicuri. Quindi cagione inesti
nguibile d'odii, quindi irritati, e per ravvivati i pregiudizi pagani; quindi opp
osti alla diffusion della fede innumerabili impedimenti.
La divina virt della croce faceva miglior mostra di s nel mutare non per via della
forza ma della parola le anime umane. Che se que' primi credenti avessero coll'
armi difesa la nuova libert, non a Dio ma all'armi loro avrebbero gli uomini attr
ibuito della fede il trionfo. Ed era consiglio di Dio che n a furia di popoli n a
protezione di principi si potesse riputare dovuto il pacifico regno di Cristo.
S'aggiunga che il martirio de' primi cristiani era disobbedienza solenne a' vole
ri de' principi; era professione di fede insieme e di libert. Che s'altre vie di
libert non
isceglievano allora que' valorosi, ci non fa che in loro non fosse coraggio affat
to dissimile dalla presente codardia d'innumerabili cristiani. Soffrivano, ma no
n piegavano (1), sapevano morire, ma non concedere alla principesca violenza pur
e un motto od un cenno. Se avessero sacrificato agli dei per irriverenza degli u
omini che comandavano in nome di Dio, allora, s, la fiacchezza nostra dall'esempi
o de' martiri avrebbe scusa. Ma Papa Gregorio XVI non martire, complice, ed ogni
vitupero s'accomoda per fuggire il martirio: e il diritto canonico dalle catted
re dell'Austria insegnato, e l'indegno trattamento alla religione cattolica fatt
o in Polonia, vel dicono. Allora, per non essere corrotti, soffrivano; ora soffr
ono perch corrotti; era allora vittoria il morire, ora il non repugnare sconfitta
.
M. Ben so che Cristo non pose perpetua ned unica condizion di salute il martirio
e il silenzio. Ma Cristo, alla potest del cielo ogni esito delle umane cose reca
ndo, toglie a' suoi, se non diritto, volont d'operare. Chi, dic'egli, di voi pu, p
ensando, aggiungere un cubito alla propria statura? Voi non potete un sol capell
o far nero di bianco.
P. E questa verit: e dobbiamo ripensarla, perch la verit mai non nuoce. No certamen
te, l'uomo di per s non pu far nero un capello se non col tingerlo; e, confessate,
il pi delle vostre rivoluzioni non furono naturali ed intrinseci mutamenti, furo
no superficie trascolorate, tinture ed imbratti. Nulla pu senza Dio umano braccio
o pensiero: e se Dio non volete, dite natura, necessit delle cose, fato, fortuna
: la verit riman sempre vera, se non che pi terribile. Quale il Vangelo la pone, v
erit soave, Ispiratrice d'indefettibil coraggio, mallevadrice perpetua di libert.
Perch, siccome Iddio mai non muore, cos mai non muore la speranza di chi crede in
lui; e con la speranza gli s'accrescon stimoli a meritare i suoi doni. La fede i
n Dio, per tal modo la disperazion vincendo, e perfezionando l'umana natura, acc
iocch di libert sia pi degna, le apportatrice di doppia utilit: e, nonch togliere spi
riti all'uomo da potere aiutarsi da s, glieli aggiunge; e a lui scorato per lungh
e avversit, li ridona.
In altro rispetto ancora, la fede in uno onnipotente soccorso e sapientissimo ai
uta a libert vera; perch mostra dalla violenza stessa dovere escire inevitabile la
pena; dalla natura stessa delle cose, invincibile la libert.
M. Qui ritorna l'obbiezione di prima: giacch la natura delle cose s'affatica per

voi, null'altro a voi resta se non soffrire intanto ch'ell'abbia compiuta l'oper
a sua, riposarsi e tacere.
P. Primieramente a noi spetta non contraddire all'opera della natura; e questo s
forzo grande ad uomini depravati; pi grande assai d'ogni ponderosa fatica. A noi
spetta non cooperare in nulla a' tiranni; e col silenzio almeno, e con la forza
d'inerzia resistere. La qual forza facile usare l ove si tratti di fare il bene;
ma dall'impeto del male si lascia con troppa facilit vincere. Poi, la lenta opera
della natura spetta a noi affrettare con la continova opera nostra. A noi spett
a da ultimo, le leggi d'essa morale natura annunziare, perch'altri le osservi, e
della loro violazione s'accorga. A noi spetta dunque per tutte le vie la ingius
ta forza respingere: in prima le piane, poi le ardue; in prima la preghiera, il
consiglio, la richiesta, poi l'esazione, la minaccia; e, quando giovi e bisogni,
la forza. Ma siccome nella preghiera cos nella forza, al cristiano debita cosa i
nfonder l'amore, dal quale la preghiera fatta pi potente dell'armi, senza il qual
e ogn'impeto d'armi cade pi vilipeso di fiacca preghiera. E questo il male de' pi
tra voi altri liberatori, che il fremito vostro non ha in s n calore n refrigerio d
'affetto.
M. Ed ecco le vostre perpetue raccomandazioni agl'infelici che sieno felici, ai
tormentati che preghino, agli schiacciati da' tristi che si rialzino e diventino
buoni. La morale riforma, voi comandate che alla riforma politica vada innanzi,
ma la schiavit politica della depravazione morale causa presente e continova. Si
ha un bel gridare: siate migliori! Se i re lo impediscono? Se tolgono che al po
polo la verit si divulghi, che gli uomini si associno, che sien arbitri della pro
pria virt?
P. Troppo vero che in tutte le questioni da tempo antico intricate, chi s'ingegn
a di scioglierle, rinviene sul primo non sola un'apparente petizione di principi
o, ma molte: troppo vero che gli effetti del male diventan cagioni, che la corru
zione nostra, procratrice dei despoti, dalla presenza de' despoti ingangrenita. M
a sopra questo viluppo di dubbi e di mali s'innalza il principio liberatore, al
quale conviene che ascendano le menti nostre. Il principio si questo. Dalla serv
it politica la libert morale debilitata; distrutta non . Non vive, non visse tirann
o, il qual possa od abbia mai potuto impedire ogni esercizio delle sociali virt.
Quegli esercizii pertanto che vietati non sono, ed essere per umana forza non po
ssono, prescegliamo; e ci faremo capaci di pi ampia libert. Chi per contrario si m
ostra inetto a godere pur de' pochi beni che un governo assoluto gli lascia, que
gli il bene pi largo sprecher miseramente, o lo convertira, come ferro pi acuto, in
suo peggior danno. E per, prima che ad opere di sangue, veniamo, fratello, ad op
ere di virt.
M. Rideccoci sempre al medesimo! Messe in vece di sommosse; giaculatorie invece
di palle.
P. Non sempre. Quando le vie soavi non giovino, e sia chiaro il diritto, e chiar
a la probabilit del poterlo rivendicare, allora il resistere bello. Bello, a cagi
one d'esempio...
M. Negare i tributi?
P. Appunto.
M. Ma Cristo li pagava a Tiberio.
P. Cristo si lasciava tradire; non per comandava a noi, tollerassimo il tradiment
o.
Poi rammentiamo qual'era ne' tempi di Cristo la nazione giudaica: e intenderemo
che sospingere tali uomini alla rivendicazione de' materiali diritti intanto che
bisognava scuoterli al sentimento degli spirituali doveri, sarebbe stata e colp
a e follia. Cristo, liberatore di divina saggezza, non tutte insieme le mutazion
i dello spirito umano venne a portar sulla terra, ma cominci da annunziare la pi a
lta e pi generale e pi feconda, dico la religiosa, lasciando a quella, che poi com
piesse la politica e la civile e la domestica e la intellettuale a bell'agio. Tu
tte insieme le dette rivoluzioni movendo, o tutte egli avrebbe indugiate, o dovu
to miracolosamente invasarle nell'umanit non capace di tanto, vale a dire forzar
la ragione umana, e toglierle il merito delle battaglie, e le gioie delle scoper
te, e delle vittorie il trionfo. Misera cosa, e degna della impaziente debolezza
di un liberatore moderno sarebbe stato incominciare dal niego di un soldo l'ema

ncipazione dell'umana natura; sarebbe stato un far mostra di restringerla ne' mi


seri beni materiali, uno esporla a pericoli innumerabili d'essere abusata e fran
tesa.
M. S: ma le parole con cui Oes Cristo, scioglie il dubbio avvedutamente postogli,
son generali, e tengono del precetto.
P. Anzi si restringono nelle particolarit delle persone e del luogo e del tempo.
E quel che v'ha di precetto,
favorisce l'nterpretazione pi libera, anzich la pi vile. Osserviamo. Detto, che i fi
gli dovrebbero andare esenti da tributo, siccome liberi, aggiunge: "a fine di no
n iscandalezzare costoro, da per me il tributo, e per te". A quella guisa che, p
er non iscandalezzare gli Ebrei, Ges Cristo alle loro cerimonie s'accomoda, egli
ch'era venuto a mutarle, a quella guisa condiscende al tributo per evitare lo sc
andalo.
M. Ma altrove: "rendete quel ch' di Cesare a Cesare; "a Dio rendete quel ch' di Di
o."
P. S. Risponde alla interrogazione mussagli: se sia lecito o no dare a Cesare il
censo. Non domandavano se illecito fosse il non darlo, ma se lecito il darlo: in
terrogazione doppiamente maligna. Ond'egli non dice: rendete a Cesare qualunque
strabocchevole imposta e' vi chiegga; dice: rendete quel tanto che bisogna a sos
tenere il governo di lui, quel tanto ch'egli in pr vostro dovr rifondere. N certame
nte intes'egli che tutte di Cesare fossero le sostanze di tutti i Giudei, n che t
utte le monete romane che in Palestina correvano si dovessero agli esattori di R
oma. E notate l'ultima clausola, che divinamente tempera l'apparente durezza del
le prime parole: a Dio rendete quel ch' di Dio. Dunque, se i principi chieggono d
elle cose dovute a Dio, dover sacro negarle; dover sacro adunque negar le impost
e, allorch servano ad usi da Dio non voluti. Se questo non fosse, dovrebbe il sud
dito porgere al principe la fune e il veleno per finir l'innocente. A Cesare dun
que quel che di Cesare, nulla pi: non mai a Cesare quel che di Dio.
M. Le negate imposte trarranno il principe a concussioni violente: e il cristian
o aborre dal sangue. Onde le resistenze di lui non potendo essere se non di suon
i, altro non fanno che irritar la rabbia de' tristi, e moltiplicare le calamit de
lla patria.
P. Giova ripeterlo: quando la causa sia giusta, quando non disperato l'evento, q
uando il male che si mira a respingere o non tanto leggero che non meriti rivolu
zione, o non sia da rivoluzioni irrimediabile, allora al cristiano adoperare la
forza non delitto, come non delitto respingere l'omicida. La Bibbia, la storia e
cclesiastica, porgono esempi e molti ed illustri di principi fiaccati, di popoli
ribellanti: e i Gesuiti stessi li approvano.
M. Ma i sacerdoti a quel tempo la ribellione guidavano: sempre l'autorit di Dio,
espressa, pareva secondo le dottrine vostre a ci necessaria.
P. E poich i sacerdoti tradirono il loro uffizio, segue egli da ci che debbano tra
dire i popoli il loro? Se la legge di continenza da preti conculcata, segue egli
che ai fedeli debba essere mai cosa sacra l'incontinenza?
M. Ma tolta la norma d'autorit secondo la quale reputar la giustizia o l'ingiusti
zia delle rivoluzioni, il cattolico si fa protestante, e ammette gli arbitrii de
l libero esame.
P. No. Perch nelle cose che spettano al dogma e alla morale e alla disciplina, e'
non si diparte mai dall'autorit della chiesa; ma ne' temporali negozii, Cristo n
on disse che l'autorit della chiesa dovesse dai cittadini essere interrogata, ed
in ozio stupido aspettata per secoli interi. Nessuno mai afferm che, per essere l
a religione principal norma di tutte le umane cose, debbano tutte le umane cose
venire da' preti comandate, o consigliate o permesse, che non contrarre un'obbli
gazione civile, non mangiare, non dormire, si possa senza concessione del papa.
N per gli atti civili di un popolo mancano di norma certa. Non sono, cred'io, nece
ssarie nuove decisioni di alcuna autorit per comprendere che le imposte soverchie
son furto, le demeritate largizioni son furto; che l'ignoranza, l'errore de' po
poli, procurato o non impedito, delitto de' re. Certamente, il meglio sarebbe ch
e l'autorit possente de' preti aiutasse i popoli a trarre dalla religione consegu
enze di politica libert: ma se i preti non fanno, non per questo che la libert deb
ba dirsi agli uomini disperata; ch'anzi per essa pu sorgere nuova speranza di rig

enerare il sacerdozio stesso, e la societ religiosa francare.


M. Ma nell'applicare le verit rivelate ai negozii della vita, possono i popoli ca
dere in inganno: ed allora?
P. Anco i preti in coteste cose s'ingannano, perch, non a queste, ripeto, l'infal
libilit della Chiesa s'estende: ma gli errori de' preti e de' popoli verranno col
l'esperienza sempre pi menomando; e i mali che l'errore porter seco naturalmente,
verranno assennando gli uomini; e sopra ogni cosa li assenner l'amore, che sempre
meglio far sentire nella pubblica vita il suo potere profondo.
Voi dunque tenete che l'autorit della religione possa non essere delle umane cose
continua moderatrice?
P. L'autorit della religione pu e deve; ma non l'autorit de' ministri di lei. La re
ligione, io credo, verr col procedere della civilt prendendo sempre maggiore spazi
o negli animi umani, finch riesca a comprenderli tutti. E questo istesso disputar
e che se ne fa tutto giorno, questo volerla bandire, or da una parte, or dall'al
tra dell'umana coscienza, come se l'umana coscienza non fosse cosa indivisibile,
ci dimostra la forza di lei dilatabile in infinito, e, al par di tutti gli elem
enti della creazione, communicabile. Ma pi la religione sar fonda e forte ne' cuor
i, e meno ella avr bisogno d'estrinseci puntelli o pungoli, che la reggano insiem
e e la spingano ad ogni passo. Ond' essa allora diverr come l'aria che noi spiria
mo, fuor di cui non vita; ed appunto per ci non sar possibile chiuderla In otri o
in ampolle, quasi merc o quasi viatico, come vino straniero o com'essenza odorosa
. Ne' inutili diverranno per questo i ministri della religione, come inutili non
saranno i ministri del civile governo; ma per la cresciuta concordia e per l'as
sodata intelligenza de' popoli, agli uni e agli altri saranno alleggeriti i cari
chi, scemate le tentazioni dell'abusare, i pericoli del cadere. Pi la specie uman
a s'avanzer nell'interminabile via e pi la parola sovranit (falsa parola e tirannic
a, o s'applichi ad uno o s'applichi ai molti) verr perdendo e prestigio e signifi
cato; pi s'avverer la divina profezia del Liberatore, che il pi grande abbia ad ess
ere l'infimo; pi verr sorgendo unica sovranit legittima che possa durar sulla terra
, la sovranit della legge. Perch la legge, quando non sia cieco arbitrio, ma venga
dalle norme immutabili della natura, la legge la voce di Dio rivelata o dalla c
oscienza, o dagli uomini che il Signore ha mandati, o dal consenso de' popoli. L
a legge naturale, se bene intesa; la rivelata, se interpretata fedelmente; la ci
vile, se giusta, non son che una legge. L'ultima senza le due prime, non basta;
ma l'ultima complemento alla seconda, come la seconda alla prima, e, a quel modo
che la rivelazione commento alle leggi della natura nostra, la legge civile, se
buona, commento alla rivelazione, e rivelatrice essa stessa. Ed ecco in qual mo
do le societ civili perfezionate, perfezioneranno il sentimento religioso e lo ag
evoleranno senza punto immutarlo. Questo principio fecondissimo. Allora le insen
sate contese della spirituale e della temporal potest cesseranno, perch ciascuno a
vr in s parte di questa e di quella: e nessuno sar tanto stolto da voler gareggiare
di pesi maggiori. Allora si comprender la ragione vera e del comandare e dell'ub
bidire; perch la nazione comander al magistrato che faccia tutti i cittadini ubbid
ienti alla legge, cio alla natura, cio a Dio: e ciascun membro della nazione ubbid
ir di buon grado, perch non un uomo gli comander, ma la legge, la natura, e Dio ste
sso. I governanti allora saranno cosa sacrosanta, non perch nominati da Dio, ma p
erch ministri di Dio. E finattanto che rimangono ministri di lui, sacrosanti: olt
re a quel confine, colpevoli e degni di pena. Il diritto divino, dal principe no
n passer gi nel popolo,
ma rimarr nella legge, in Dio stesso. E finch queste cose non si avverino, il diri
tto del comandare e il debito dell'ubbidire, saranno alberi senza radice; ragion
e di s non avranno. E la tirannide democratica cio la demagogica, s'alterner colla
monarchica, cio l'oligarchica: e l'uomo non vorr credere alla legge, perch non sapr
credere in Dio.
M. Ma frattanto dovremo noi aspettare che il regno de' mali principi cada in bra
ni da s?
P. No. Resistere bisogna, ripeto. E allora la resistenza delitto, quando porti p
ericolo di danni peggiori, o d'uguali; o quando sia pi violenta che la cosa non c
hiede.
M. Voi desiderate, Io veggo, rivoluzioni ideate da Serafini, e operate da Santi.

E chi dice rivoluzione, dice disordine; dice cooperazione di molti e non de' pi
mansueti; di molti che nel valicare di lancio un abisso non pu che non saltino al
quanto pi l della mira, per tema di precipitare nel fondo.
P. Io voglio che delle rivoluzioni almeno il concetto sia puro, voglio che le in
tenzioni almeno sien degne dell'Italia e di quel Dio che la fece s bella. Voglio
che, se nel trambusto dell'operare, la linea del dovere da taluni varcata, i pi n
on servano al costor delitto, non credano il delitto necessario passaggio a migl
ior giustizia. Voglio che gli erranti sien pochi e repressi; e ogni torto rimang
a il pi che si possa dalla parte dei re. Voglio che nel terribile sommovimento la
religione degli Italiani sia salva; e rimanga sopra la lunga tempesta, splendid
a conducitrice. Voglio che la fede in Dio, non negli uomini, sia pietra del nuov
o edifizio; e chiunque in essa pietra di libero moto inciampa, sappia che cadr co
n dolore; chiunque ne provoca sopra s la rovina, sappia ch'e' sar bruttamente schi
acciato. Voglio che nel procedere della civilt, pi giuste e pi generose si facciano
le rivoluzioni anch'esse; e che il mio desiderio non sia vano, la Polonia vel m
ostra, dove nobili furono ed innocenti le intenzioni de' popoli, dove auspice al
la lotta di sangue fu invocata la vergine dell'amore. Voglio che non vergognosa
pi di vile sconfitta sia la vittoria de' liberi, ma composta, ma pia. Forza, , dis
se Cristo, che seguano scandali; ma guai all'uomo per cui lo scandalo viene.
M. Intanto la pia rivoluzione polacca ebbe fine qual forse Niccolo non osava aug
urare: e voi vedete gli effetti dell'empia rivoluzione di Francia.
P. N alla piet son dovute quelle sconfitte, n all'empiet questi vanti. Ma se religio
sa non fosse stata la rivoluzione polacca, sarebbe assai prima, e meno gloriosam
ente perita: e se l'avessero resa ancor pi cristiana, cio pi democratica che non fu
, e se non negli uomini bugiardi ma in Dio avesser tutta riposta la operosa sper
anza, avrebbero vinto: e se religiosa fosse stata la rivoluzione di Francia, non
sarebbe durata orribile di tanti dolori e di tanti delitti, quanti non commise
n il decimoquinto Luigi n l'undecimo; non si sarebbe conchiusa con le glorie sangu
inose d'un despota; non avrebbe dovuto ricevere siccome dono quelle franchigie,
per le quali aveva tant' anni combattuto come per naturale diritto. E la costitu
zione che per vie pi miti potevano ottenere da Luigi decimosesto, sarebbe, io cre
do, stata pi larga che la concessa dal diciottesimo; e per vie pi agevoli potevasi
, io credo, pervenire alle povere libert di cui gode al presente la Francia, n Rob
espierre parmi punto sgabello necessario alle glorie di Luigi Filippo. Ma quando
pure dagli umani delitti avesse Iddio tratti assai pi grandi beni che i presenti
non paiano; non perci che i delitti siano condizione di pubblica felicit: non che
a pi nobile prezzo non si possa libert comperare. E tanto peso io d nelle cose pol
itiche alla religione, che molti de' mali onde fu tormentata la Grecia, e sar, io
li reco al suo scisma. Se dall'occidente non fosse stato diviso per fede l'Orie
nte, forse non era misera preda de' barbari; o pi presto o pi efficacemente a libe
rt risorgeva.
M. La conclusione delle vostre prediche dunque, che le rivoluzioni lecite a tutt
i i popoli, siano illecite al nostro?
P. Lecite sempre, e a tutti, se giuste e proficue: illecita quando convenga inna
nzi, d'imprenderla, prepararne le vie, l'esito assicurarne. Le quali cure, perch
richieggono fermezza e di volere e di mente, per dai pi dei liberatori sono sprezz
ate: ed questa la terribilissima delle sventure nostre. A vederli grettamente so
lleciti delle piccole cose, delle veramente grandi o negligenti od ignari; delle
proprie forze esageratori; pronti a menare trionfo d'un grossolano insulto all'
autorit fatto, d'un sordo ru more di fama venuto di Germania o di Francia; a vede
rli or nella Francia or nel Piemonte, or in Napoli, or in Lucca, or nella stupid
a sposa d'un principe porre speranza; e di speranza inebriarsi ad ogni rivoluzio
ne che sorga; e, quella miseramente finita, rivolgere altrove il guardo avido di
piet; e cos d'illusione in illusione trascinare i delirii del pensiero e Io strep
ilo della catena; il cuor mi si serra, e l'animo cade, e conforto non trova se n
on levando gli occhi all'eterno sereno l dove risplende inestinguibile il lume de
lla umana speranza.
M. Di ci ben dite. La credulit nelle altrui, la diffidenza nelle forze nostre piag
a d'Italia. Io stesso che alla tanta efficacia delle opinioni religiose non cred
o, sento che di fede manchiamo: fede in noi stessi.

P. E come fidare in se stesso chi non fida in Dio? Come non credere in Dio chi p
ur non vuole disperare in tutto
di questa tanto infelice e tanto debole umanit? Vedete la forza, la virt, la sapie
nza degli uomini, di quali cose potente a pr de' popoli sventurati. Ne' pi culti e
pi ricchi e pi operosi e men servi paesi, millioni e millioni ai quali il pane, i
l pane quotidiano manca; costretti a nutrire la vita d'ancor pi magro alimento. Q
uanto pi procedenti nelle vie dell'industria le genti, tanto pi minacciate da subi
ta ruina, da fame, da civili tumulti; le pi dell'arti pi schifose e pi gravi eserci
tate a prezzo dell'ingegno, e della sanit e della vita, pi avaramente di tutte rim
eritate dalla societ sconoscente; gli uomini trafficati, permutati, venduti non s
ulle coste d'Africa e di America solamente, ma nelle pi civili e pi libere contrad
e della terra; trafficate, vendute, corrotte, abbandonate, schiave sempre le don
ne: il commercio tiranno; il danaro onnipotente; la campagna serva alla stolida
e fiacca ed arrogante citt; gli uomini o dalla ricchezza soverchiante o dalla int
ollerabile povert stupiditi. La servit dappertutto, dappertutto il dolore; costitu
zioni e repubbliche insufficienti a rintuzzare la prepotenza, accomodate sovente
a farla pi legittima e pi ladra che mai; nazioni intere rubate, calpestate cos dur
amente da spremerne sangue; dura la giustizia espletata: la calunnia non domabil
e, il debole invendicato, impunito il reo, o troppo atrocemeute punito. Di qui l
'ozio, la noia, la maldicenza, la diffidenza, l'odio, la vendetta; di l la fame e
le lagrime: il male altrui ai pi speranza di bene; l'ignoranza minacciosa accant
o all'inutile scienza; sterili fatiche, ozii laboriosi: e gli uomini affannarsi
senza sapere il perch, morire senza sapere il come; e senza sapere a qual titolo,
trucidarsi. Inique guerre, tiranne le paci, bugiarde le tregue, barbara la civi
lt, omicida l'amore, la frode regina, stupidi i deboli, vili i forti: l'edifizio
sociale maceria di pietre mal commesse con cemento di cenere umana e di sangue.
Guardate l'Inghilterra, la Francia: e ditemi se a questo lacero panno gettato su
lle piaghe umane convengasi il nome di libert: guardate gli antichi popoli di Gre
cia e d'Italia, libert fondate sulla tirannide, sull'orgoglio, sull'odio; e poi d
ite s'altra libert sia possibile al mondo fuor quella alla quale fondamento l'ugu
aglianza della divina origine: mezzo la communione delle forze, de' pesi, de' be
ni, de' meriti: legge il sacrifizio di ciascuno a pr di tutti, di ciascuno a pr di
ciascuno; scopo l'adempimento di tutti i doveri, l'acquisto di tutte le perfezi
oni; teatro il cielo e la terra, spazio l'infinito, vindice Iddio.
M. Viete cose: da alcuni potenti ingegni ricantate ai d nostri, e da molti imitat
ori servi, senza crederne la verit, ripetute.
P. Or perch mai gl'ingegni potenti in ricantare queste viete cose si compiacciono
tanto? E perch tanti gl'imitatori servi della superstizione, anzich della filosof
ica verit da tant'altri non deboli ingegni sostenuta? Perch le facezie dell'Arouet
, le declamazioni del Diderot, la gelida critica del d'Alembert, la squisita dot
trina storica de' Volney, de' Dupuis; e il dubbio erudito di Bayle, e la annacqu
ata metafisica di Condillac6, e le note argomentazioni contro le assurdit de' mis
teri, contro i delitti de' fanatici, contro le infamie de' preti, contro a' mali
infiniti che all'umanit cagion questa stolida invenzione di un legnaiolo e di qua
ttro pescatori; perch non hann'elleno pi potere sugli umani intelletti? Quali nuov
e tenebre d'ignoranza si addensarono sopra noi? Come inaridite le fonti della sa
pienza e della poesia e dell'amore a cui bevvero gli uomini del secolo andato? P
erch nelle meno schiave nazioni d'Europa, l'America, la Svizzera, l'Inghilterra,
le religiose questioni meno avvelenate dagli scherni e dagli odii? Perch nella Fr
ancia stessa pi si vengono gli animi a libert vera educando, e pi sincera si fa la
riverenza d'ogni religiosa dottrina? E' convien dire che non sia poi tant'utile
cosa la facile sapienza del disprezzo; e' convien dire che questo infangar di pa
ssioni la trattazione degli alti argomenti, sia indizio di senno decrepito anzic
h di vigor giovanile. E tanto falso la fede essere a nostri d imitatrice, e indipe
ndente l'incredulit; ch'anzi quanto meno schiavi gl'ingegni, e meglio nutriti di
memorie e d'affetto tanto pi a religione s'incamminano, dove all'incontro ne' pi d
egli uomini che negano certi veri, ognun sa come sia ripetitrice perpetua di vec
chie cose, e dalla dottrina istessa fatta pi stupida l'ignoranza. Ed senno decrep
ito chiamare la cristiana verit decrepita o morta perch i pi de' suoi la frantendon
o, perch ne abusano. Se quest' chiamate decrepita la ragione umana, morta la liber

t, perch se tutte le nostre sventure vengono dal non adempire le cristiane dottrin
e, e dal frantenderle, come mai chiamar danno cosa dalla quale conviene che gli
uomini s'allontanino per aver danno? Mostratemi un male vero che sia della relig
ione cattolica conseguenza legittima: e io cedo. Mostratemi religione che dopo d
iciotto secoli di vita, sempre combattuta da forze nemiche ed amiche, dalle forz
e nemiche ancor pi che dalle amiche riceva novelle testimonianze di onore, nuova
bellezza e maest. N queste sono sofisticherie teologiche: ma storia presente. N la
forza che da comuni credenze alle nazioni verrebbe, pu esser posta in dubbio da a
ltri che dagl'ignoranti dell'umana natura. E voi certo siete uomo da soffrire in
pace ch'io creda, sole le credenze cattoliche potere far salda ed operosa la sa
nta alleanza de' popoli. E mentre l'un d'essi combatte, preghiamo (a voi stesso
io 'l dico) preghiamo per la loro, come per la salute nostra faremmo; i loro des
tini congiungiamo al nostro pi veramente che finora non seppimo: soccorriamoli di
mediazione e di parola e d'oro e di ferro; e l'una e l'altra nazione, come fami
glia a famiglia, ripetiamo; ascendi meco, e combatti per me, acciocch'io poscia
combatta per la terra e per il diritto ch' tuo.
M. In ci consento: e vi stringo la mano. Oh molti preti a voi somigliassero!
P. E molti increduli a voi!
DIALOGO QUARTO. EDUCAZIONE POLITICA.
Un padre. - Una madre,
M. Crescono con lui le mie gioie; e i miei pensieri intorno a lui si aggirano co
ntinui; e li confonde l'amore.
P. Le condizioni nostre civili, e l'educazione pessima da noi avuta, ci assuefan
no a riguardare i figli nostri come deserti nel vuoto del mondo, a rifiutare gli
aiuti che dalle cose esterne potrebbero venirci a bene istituirli.
M. Ma quel nutrire di politica le tenere menti, quell'abbatterle di dolore e con
trarie di sdegno, parmi un affrettare e le miserie e le passioni e i pericoli ch
e troppo dovranno un giorno assalirgli l'ancor giovane vita.
misene e di passioni e di pericoli, appunto perch troppo tardi s'infonde nelle id
ee e negli affetti de' figli nostri; appunto perch primi maestri di politica sono
ad essi le tragedie dell'Alfieri e i giornali di Francia; appunto perch il nome
di patria suona loro nella mente innanzi che nel cuore; e suona come figura rett
orica. Quindi all'amor di patria sfiorita la sua pi vera bellezza, il pudore; qui
ndi l'amore medesimo mutato in odio superbo; e tutti i nobili sentimenti abbassa
ti da un villano orgoglio; e la debolezza e l'intolleranza, gemelle indivisibili
, alternarne la tirannia sugli animi loro; quindi esagerate idee di virt quasi te
atrica e quelle modeste virt nelle quali la libert consiste, sprezzate come ineffi
caci, o aborrite come servili. Sempre sull'atto di tentare altissime cose, di mu
tare la faccia del mondo; e poi, nelle menome faccende, incerti, volubili, iraco
ndi, tiranni.
M. Tu dunque vorresti a bambini di sette anni e di dieci ragionar di costituzion
e e d'equilibrio di poteri politici?
P. Io voglio insegnar loro discernere il giusto dall'ingiusto; giudicare con la
norma della giustizia ogni cosa, fare d'osservazioni tesoro. E la madre a tale i
nsegnamento pu essere idonea non meno che il padre.
M. Come?
P. Ecco un esempio. Tu esci con lui; incontri a caso uno sbirro; gli definisci l
o sbirro, gli dimostri la vilt del mestiere; e lasci a lui conchiudere la vilt del
governo che di tali strumenti non si vergogna. Esci d'una porta, t'abbatti in u
n carico di merci delle quali si sta per pagare gabella; e conchiudi col fargli
notare che la gabella talvolta maggiore del valor della merc.
M. Intendo. E cos quand'egli vede passare il principe da un lato, un pezzente dal
l'altro, io gli fo sapere che
quel pezzente, fosse pure agli estremi della necessit, non saprebbe come volgersi
al principe per aver soccorso e giustizia. E cose simili in infinito.
P. A questo modo gli si fanno comprendere le stoltezze della censura, le ingiust
izie della giustizia; tutti insomma i mali e i beni, i conforti e i rimedii, per
via d'esempi, d'imagini. Egli da molte idee particolari, coordinate, trarr deduz
ioni generali, che senza la diretta opera nostra, gli si convertiranno in affett

i. E nota che i fanciulli, a trarre da un principio chiaro conseguenze legittime


, sono pi avveduti di noi.
M. Ma i' temo che tanta materia di meditazioni e di dolori, accumulata di buon'o
ra, non levi in fiamme di sdegno, divoratrice della sua, tormentatrice dell'anim
a di chi l'ama.
P. Temeresti a ragione, se a temperare di speranza i dolori, e di sofferenza gli
sdegni, non venissero la religione e l'amore; e non insegnassero il dovere di f
arsi alla patria autore di sorti pi liete. 11 pensiero di educare se stesso coope
ratore di libert, od espiatore almeno de' torti comuni, mitigher in lui l'ardenza
dei desiderii, e, concentrandoli, li far pi possenti, dar modestia all'ingegno, san
tificher la sua vita. Adoperando s forte contrappeso dall'un lato, io non temo sop
raccaricar la bilancia, s che pericolosamente trabocchi. E per vorrei, tutte quant
e le nuove idee che si vengono nella sua mente ordinando, fossero o simboli o ri
chiami di morali o religiose o politiche verit.
M. Tutte? Impossibile.
P. Dir come. Tu devi addestrare il pensiero di lui a saper trarre da tutte le cos
e che lo circondano materia di paragoni e di figure, le quali gli rammentino ide
e di verit pi nobili che quelle che il mondo corporeo suol destare. Per tal modo,
l'immaginazione aiutando all'intelligenza, e l'intelligenza all'affetto, egli ve
rr in un sol cerchio a comprendere la bont, la verit, la bellezza. Per dichiararti
con esempio la cosa, ti legger di cosiffatte similitudini alcune che mi vennero a
questi giorni scritte: e tu, quelle che meglio puoi esporgli, esporrai; e su qu
esto modello ne conierai altre a migliala: e io cos dal mio canto. Leggo, quali l
e gettai sulla carta: e non nuoce il disordine in osservazioni l'opportunit delle
quali dev'essere non cercata con arte, ma offerta dal caso.
--La natura le sue pi grandi operazioni compie sotterra e le invola all'occhio dell
'uomo. Cagioni invisibili, lente e quasi sotterranee preparano le sventure e le
glorie de' popoli.
- I pianeti, or appariscono, ora dispaiono all'occhii nostro. Cos la gloria de' p
opoli. L'Italia oscurata al l'occhio de' superbi che la riguardano da un lato so
lo.
- Non morte in natura, che non sia di vite nuove feconda. La morte di certi prin
cipii politici vita a principii nuovi.
- Una fronda, per tenue che sia, tutta coperta d'animaletti invisibili. La, dov'
altri non vede che un re, ben guardando si trova innumerabile schiera di bestie.
- Al polipo tagliato in brani, da ciascun brano ripullula intera una vita. Quest
a Italia polipo tagliuzzato sempre, sempre fecondo di vite individue, che della
comune compensano almeno in parte il difetto.
- Ad una pianta soglionsi ne' varii paesi, sovente nel paese medesimo, apporre p
i nomi. Sovente i governi medesimi, le medesime idee, da taluni si credon diverse
, perch si presentano con nome mutato.
- D'alcuni insetti l'abdome coperto dall'ali. A certi amici della libert, la sman
ia di sollevarsi da terra viene dal ventre.
- Chi volesse ad ogni parte del corpo civile non sana applicare un rimedio propr
io, senza pensare alla cura del
corpo intero, e stimasse potersi l'educazione da s, la religione da s, la politica
da s riformare, imiterebbe l'errore di que' medici antichi i quali alla cura di
ciascun membro de! corpo umano assegnavano una speciale scienza.
- Liberare l'Italia senza conoscerla, vizio di molti italiani, presunzione di mo
lti stranieri. Ma la patologia senza fisiologia non pu stare.
- D'ogni malattia tormentosa o pericolosa la crisi. Affrettarla, o renderla per
violenti rimedi pi violenta, stoltezza colpevole.
- Siccome la dieta medicina al corpo, all'animo l'astinenza. Certi liberatori po
ngono la sanit nella licenza di molto inghiottire.
Questi non sono che saggi ed esempi. Conviene accomodare le similitudini all'int
elligenza del fanciullo, alle circostanze che sorgono ad ogni momento improvvist
e: e a ci la madre ha pi ingegno che il padre, assai.
M. Lo credi?

P. Lo so. Credo, poi, che da tutte le idee, quanto possono in mente umana capire
non sia difficile trarre applicazione a verit religiose e politiche: dalla matem
atica, dalla grammatica stessa. E siccome le immagini delle cose corporee debbon
o alla verit che ho detto innalzargli il pensiero, cos quelle verit possono renderg
li tutti gli altri studi e pi dilettevoli e pi profondi. 1 giochi, i passeggi, i n
omi de' luoghi e delle cose a lui pi care, amerei gli rammentassero nomi illustri
d'uomini e di fatti italiani: la politica insomma gli fosse pratica di religion
e; la religione teoria di politica.
M. Ma fanciullo nutrito di tali idee, vuoi tu chiuderlo in solitudine di romito,
o dargli compagni a' quali e' comunichi il secreto domestico?
P. Prima condizione d'educazione buona , al parer mio, insegnare il silenzio. E g
li uomini e i popoli disimparano
l'arte del ben parlare quando la scienza del ben tacere smarriscono. N la virt del
silenzio cosa che superi le forze d'un animo fanciullesco: e i Catoni son molti
l dove chi sappia educarli. Io voglio che degli affetti pi sacri egli apprenda a
far a se stesso, non ch'altri, mistero; sappia le cose da nascondere e le cose d
a dire; conosca il modo di esprimere l'utile verit, senza pericolo inutile; e di
tacerne parte senza vile menzogna. Sia questa non minima delle mie cure e delle
tue. E, questa avvertenza premessa, io non temer d'affidare a quel cuore ancor te
nero, e forti affetti, e gelosi desiderii: affetti, dico, e desiderii, non dico
disegni.
M. Non gli affideresti, cio, il secreto politico dell'animo tuo: ma gl'insegneres
ti quante mai cose possono della politica dargli altra idea da quella che gl'inc
ulcherebbero i re.
P. Per l'appunto. Dunque vorrei non solamente le pareti della sua stanza, ma un
portafogli adorno d'immagini, disegnate da lui d'Italiani illustri: adorno di mo
tti che accennino alle sventure e alle speranze d'Italia, da lui medesimo scelti
sotto il nostro consiglio; trascelti in primo dalla Bibbia, poi da' pi forti scr
ittori antichi e moderni. Dalla Bibbia, per esempio, giova cogliere in sul primo
i pi semplici e pi accomodati all'et puerile.
- Era un uomo ricco il qual vestiva di porpora, e ogni d banchettava splendidamen
te. Ed era un mendico il qual giaceva alla porta di lui, pien di piaghe, e desid
erava saziarsi de' minuzzoli che cadevano dalla mensa del ricco, e non era chi g
liene desse.
- Figliuoli, quanto difficile a chi nel denaro confida, entrare nel regno di Dio
!
- Guai a voi, o ricchi, perch la consolazione vostra l'avete gi.
- Ad un ricco uomo la terra frutt largamente e pensava tra s dicendo: che far io, c
he non ho dove riporre il raccolto? E disse: far a questo modo. Getter gi i miei gr
anai, e ne far di maggiori; e quivi aduner il ricolto tutto ch' m' venuto, e tutti i
miei beni. E dir all'anima mia: tu hai gi molti beni riposti per anni molti: ripo
sa, e mangia e bei e banchetta. Ma a lui disse Iddio: stolto, in questa notte ti
sar chiesta ragione dell'anima tua. E quel che adunasti di chi sar? Cos va chi tes
oreggia a s, non a Dio.
- Non hanno radice, ma son uomini del tempo: poi quando nasce tribolazione e per
secuzione per cagion della nuova parola, ristanno.
- Liberati dalla mano de' nostri nemici, senza timore serviamo a lui in santit ed
in giustizia tutti i d della vita.
- Cominciarono ad accusarlo, dicendo: abbiamo colto costui che sovvertiva il pop
olo nostro. - Erode e la corte sua lo spregi.
E per venire a' profani, quand'egli avr compiuto il suo decim'anno, tu devi, (per
esempio) sotto ad un quadrettino vuoto di figura, fargli scrivere di sua mano:
"Di quest'umile Italia fia salute." E allorch'agli domanda chi questi sia, tu ri
spondi: "un ignoto. Anzi moltissimi ignoti. Perch "omai non pi stagione che un pop
olo possa dovere
o sventura o felicit ad un sol uomo." Tutti coloro, soggiungerai, che si nutrono
di verit, d'amore e di virt, n d'orgoglio, n d'argento, n d'ira tutti saranno salute
d'Italia. E a lui rivolta, dirai: "E tu pure, puoi essere, e devi. - L'Italia ta
nto infelice, che, per farsi migliore ha bisogno dell'opera di tutti i suoi figl
i. Un italiano del resto, un cristiano cosa tanto grande che di nessun alto conc

etto deve mai disperare. E tu pure, figliuol mio, tu pure sei nato per giovare a
ll'Italia, pregando, parlando, operando. Guai se il tuo debito non adempii"
M. A proposito di quadri e d'imagini, vuoi tu presentargli alcuno de' pi splendid
i fatti della storia di Grecia e di Roma? Qualche Armodio', o qualche Bruto?
P. Non parlarmi di Bruti. Prima che d'Aristogitone i' vorrei tenergli discorso d
'Aristomene: ma prima che di Bruto, i' vorrei parlargli di Brama. Vorrei, se pot
essi, insegnargli la storia romana dopo la storia de' Tartari: certo dopo quella
degli Eruli. Oh cotesti Bruti sono tra le piaghe nostre una delle pi verminose:
e Roma ci perseguita, viva e morta. Io far dunque che ripeta i versi di Dante:
Libert v cercando ch' si cara,
Come sa chi per lei vita rifiuta";
ma senza pensare al suicidio di Catone. Col Petrarca ripensi anch'egli all'Itali
a, parlando
"Alle piaghe mortali
Che nel bel corpo..."
ma non ridica: "Bench 'I parlar sa indarno"; perch mai non parla indarno chi parla
col cuore.
M. Tra poco dovremo prepararlo ai destini dell'intera sua vita. Io per me credo
che l'esser nato non povero, non tolga il dovere e l'utilit di possedere nell'ing
egno e nella mano le forze necessarie a guadagnare il suo pane. E ad uomo che fo
rse dovr molto patire, e non sempre dovr sicuramente abitare le grandi citt, meglio
che la giurisprudenza, i' crederei accomodata la medicina; e meglio che la medi
cina, alla qual si richiedono esercizio continovo e studi, un'arte meccanica non
grossolana, che, per lunghi anni abbandonata, si possa senza troppa difficolt ri
pigliare.
P. Anch'io Io credo; e si far. - Non foss'altro, sar molto salutare esercizio alle
membra di lui. Giova prepararlo ad una vita piena di spirituali conforti e di c
orporali disagi; vita di prossima e lunga battaglia, di vittoria lontana.
M. I consigli non gli mancheranno; non gli mancheranno le gioie e le lagrime del
l'amore materno. Io vorrei che gli affetti di patria gli fossero e infiammati e
fatti santi dalla preghiera; vorrei che fin da' primi anni e' cominciasse a trov
ar nella preghiera e ispirazione e conforto; e virt purificatrice dell'anima comm
ossa, moderatrice de' baldanzosi pensieri. Dalla preghiera educato, e' crescer no
bilmente, e operer grandi cose.
P. Oh possa egli con la voce e con l'esempio diffondere la nuova dottrina; e in
udire quel ch'egli far, molti vengano a lui1, molti l'amino. Insegniamogli non ar
rossir del Vangelo; imporre a tutti il rispetto delle proprie credenze; non teme
re n il disprezzo degl'insipienti, n lo scherno degli stolti; far della religione
liberamente professata augurio di animosa e libera vita. Perch i rispetti umani s
on vestigio e son causa di schiavit; e avvezzan l'uomo a simulare, a mentir col s
ilenzio, a piaggiar col silenzio, a dimezzare l'anima propria e l'ingegno, a spe
gnere l'estro, a soffocar l'eloquenza. Tutti dicano, tutta intera, l'opinion lor
o; e la fede e la letteratura e la scienza, per questa nuova franchezza, s'innov
eranno. Lo scherno e il disprezzo degli increduli intolleranti pi fiacco de' rogh
i del Sant'Uffizio1; ma non meno oltraggioso alla verit, non meno alla libert vera
inimico.
M. Se ciascuna citt d'Italia contasse dieci giovani a questo modo educati, tra me
zzo secolo sarebbero davvero mutate le sorti di lei. L'educazione la pi certa e p
i veramente terribile cospirazione che concedano i tempi: terribile perch pura. Le
donne, siccome i corpi nostri nella luce del sole, cos sono destinate a produrre
le nostre anime nella luce della giustizia; a generare la sapienza nel silenzio
della notte e della sventura.
P. Oh la gioia e la gloria della nuova generazione educata all'amore! La mente n
ostra, di noi fiaccati dall'antichissima schiavit, non giunge ad immaginarne l'al
tezza. Quando gli uomini sentiranno il fine della vita, la forza redentrice del
dolore, l'onnipotenza d'un grande pensiero! Quando la vergine che s'inginocchia
all'altare giurer d'esser la donna d'un cittadino, d'un padre di liberi! Quando a
lle strettezze domestiche, ai tedii inevitabili della vita sar consolazione conti
nova il pensiero d'avere una patria! Quando i matrimoni saranno alleanze politic
he, sante davvero! Quando il nome di libert suoner venerato nel cuore degli uomini

come il dolce nome di padre, come l'alto nome di Dio!


M. Se dei tempi da te desiderati facciam paragone col nostro, qual dolore e qual
onta!
P. Onta e dolore; ma non senza scuse n senza conforti. Siamo infelici, vero, e co
lpevoli; ma uno spirito di vita tuttavia spira in noi; non tutte informa ugualme
nte le membra del lacero corpo; ma spira. Oh se sapesse lo
straniero crudele quanti secreti nasconde questa terra desolata; se indovinasse
le preghiere del pio, i desiderii del saggio, i rimorsi stessi del tristo, meno
che altrove combattuti dall'orgoglio e dal dubbio; anzich calpestarla col disdegn
o, s'inchinerebbe a baciarla. E i destini de' popoli che ci disprezzano, stanno,
quasi germe profondo, in questa terra nascosti.
M. Certo che le vere speranze nostre son tutte negl'infanti e nei lattanti.
P. Ben dici. Perch, come mai sperare da questa societ disgregata e dispersa quasi
atomi di polvere rotati dal turbine, come sperar libert? Quando fu mai libert senz
a concordia, e concordia senza unit di pensieri, e unit di pensieri vera senza con
formi credenze? Ad operare questa potente conformit, deve l'educazione nostra di
tutta forza concorrere; a questa i libri, a questa le consuetudini della vita, a
questa i negozii, a questa i piaceri. E senza l'unit della fede n pur negli studi
profani avremo unit ed efficacia; e l'una scienza con l'altra, e ciascuna pugner
seco stessa. A principii, ad abiti, a credenze uniformi educhiamo i figli nostri
, tutti noi quanti amiamo l'Italia. E la tradizione adoperiamo ottimo vincolo d'
unit; la tradizione, fuor della quale ogni novit di principii e d'istituzioni lang
uisce com'albero senza radice. Non altro desideriamo che unit: e, pur desiderando
, l'avremo. E la nazione che prima si lever pi concorde nel credere, quella sar pi f
orte e pi benemerita dell'umanit travagliata.
DIALOGO QUINTO. LETTERATURA POLITICA.
C..... - M..... - R..... - T.....
T. Simile a Tarpeia e in bellezza e in desiderii indomiti e crudelmente puniti,
quest'infelice fu sempre delusa ed oppressa dall'ingrato straniero.
M. Oli ornamenti stessi a lei sono ingombro: e le glorie passate, quasi strascic
o di antico paludamento, fanno inciampo alle glorie avvenire. E questo, come nel
l'operare, s'avvera cos nel pensare. Le antichit di lei, s belle e s arcane e s varie
, moltiplicarono in isconcio modo la mania degli eruditi, antiquarii, lapidarii,
numismatici, filologi, traduttori, commentatori: e i monumenti profani s'ammont
arono ai sacri, gli etruschi ai greci, i greci ai romani, i romani ai barbarici.
La scienza divisa in regioni guerreggianti tra loro, , come i regni divisi sogli
ono, desolata. E la pedanteria si caccia fino nella politica; e le citazioni di
un Cola Montano istigano l'inutile omicidio dell'Olgiati; e un Cola di Rienzo va
ntato dottissimo di legger pataffii.
C. A quest'abondanza di memorie deve per la letteratura d'Italia una delle sue pi
preziose ricchezze: a lei le tante storie e s splendide, che nessuna letteratura
moderna od antica pu vincerne il numero; a lei le cronache s care
per ischietto sapore di verit; a lei que' tanti statuti municipali s degni che li
Conoscano le generazioni present, e ne approfitti chi studia a fermamente fondare
la nuova libert. Poi, le storie tante che trattano delle nazioni straniere, quan
to mai altra nazione fino al presente secolo non contava: poi que' viaggi per cu
i l'umana civilt deve tanto all'Italia: poi la storia ecclesiastica, quasi tutta
italiana, poi le storie degli ordini monastici in Italia nati, e sono i pi verame
nte civili, poi quelle stesse vite de' Santi dove l'imaginazione, ministra della
piet, popolava d'idoli poetici il mondo invisibile, e con la fede creava.
T. Ma queste creazioni alla sincera fede nocevano. E nocevano alla fede le dispu
tazioni canoniche e le teologiche sottigliezze, imbrattando di umane passioni la
sua purit.
R. Notate, vi prego, che i primi a pascersi di vento dialettico furon gli eretic
i, e strascinarono i credenti sull'ingrato terreno.
C. Ma respintili appena, potevano i credenti ritrarsene; e pur si misero ad inse
guirli, e la morale con distinzioni confusero, e con sillogismi imbarbariron la
fede; e la morale e la fede divennero eredit pedantesca; scienza e tradizione pi c
he operazione ed affetto.

M. Con Aristotele imperversarono i trattati di logica, e le discussioni inamabil


i, e, peste dell'umano ingegno, i commenti. Per liberarci da' triboli aristoteli
ci, corremmo alle foglie odorose e dolce-verdeggianti di Platone; ma la filosofi
a non coglieva intanto le frutta del vero. Per l'Accademia del Ficino; perirono i
sogni del Campanella e del Bruno, sopravvenne la scuola del Cimento; gl'ingegni
si volsero alle cose naturali, e i preti intanto abbracciati allo scheletro d'A
ristotele. Venne l'Enciclopedia e Condillac; e i preti fermi allo scheletro d'Ar
istotele.
R, Eccettuate almeno dal vostro dispregio il Muratori, il Gerdil e i grandi che
a questi somigliano.
M. Grandi; ma pochi.
C. Co' teologi cospirarono i canonisti, co' canonisti i giurisperiti, a far irto
di spine e grave di fango il cammino del sapere, a far buia l'idea chiarissima
della giustizia, a favorire i tiranni. E dal tempo di que' giureconsulti che att
ribuirono all'imperatore diritto su tutte le cose del mondo, fino agli avvocati
presenti, io non veggo troppi scritti da citare, o troppi esempi, che abbian gio
vata l'Italica libert. Ben veggo, i pi di coloro che pi sapientemente definirono le
questioni degli umani diritti, non essere stati avvocati.
T. In questo, non meno che in altri fatti, cade a ripensare come ci che in princi
pio fu gloria, troppo lungamente e quasi per meccanica forza continuato, diventa
sse sventura. Gloria la podest de' pontefici sui re della terra: gloria la tanta
variet d'italiani governi, di nature, di sorti; gloria gii studi della giurisprud
enza che nell'undicesimo secolo sorsero col nascere delle italiane repubbliche.
Se non che della papale podest approfittarono col tempo i re; approfittarono i re
della variet soverchia e della divisione e della esiguit degli stati; della giuri
sprudenza da ultimo, fatta caviliosa e incivile, approfittarono i re.
M. Ma la parte pi splendida della nostra letteratura si conchiude ne' tempi e ne'
luoghi dove la libert spandeva di s qualche raggio; dico la Toscana dal decimoqua
rto secolo al decimosesto. Romagna, Piemonte, Lombardia, Venezia, Napoli, antica
letteratura non hanno; e la moderna raggio riflesso delle glorie toscane. Togli
ete Dante e il Petrarca; non avrete n l'Ariosto n il Tasso; togliete i prosatori t
oscani, terrete il Segneri e il Pallavicino e il Bartoli: togliete i toscani sto
rici; non avrete n il Bentivoglio n il Davila"; togliete la pittura e la scoltura
toscana, non resta che il colorito de' Veneti. Solo la musica, (i cui primi sagg
i, e profani e sacri, alla Toscana son debiti anch'essi) la musica sola ebbe in
Napoli tale incremento da coprire di luce pienissima le glorie antiche. Ma, se d
i filosofia ragioniamo, innanzi al Telesio ed al Campanella ed al Bruno, fioriro
no gli orti Oricellarii; e al Vico e ai discepoli di lui precesse il segretario
fiorentino, primo fra i moderni a intravvedere la filosofia della storia. Or se
le glorie toscane son tutte sorelle o figlie di libert, e se le glorie degl'itali
ani studii, come da Omero la greca poesia, sgorgan tutte dagli studii toscani, o
gnun vede che la letteratura nostra tutta intera o frutto o radice di libert; o d
a lei viene o a lei tende; s'ingegna o di dipingerla vincitrice, o di ritenerla
fuggente, o di raffermarla pericolante, o di rintracciarla smarrita. C. Vantano
le beneficenze de' principi. Ma i principi trovarono il secolo fatto gi, approfit
tarono delle sue glorie, le decimarono, le bruttarono. Poi, quali in Italia i pi
sopportabili mecenati? Oli educati in seno a repubblica, i pi memori tuttavia del
le democratiche consuetudini, o i pi nemici di quelle? Lorenzo o Cosimo primo? Le
on decimo o Cosimo terzo? Nessuno dir che a Roberto di Napoli dovesse il Petrarca
la gloria dell'aver sospirate con tanto sublime dolore le vergogne d'Italia. E
quanto debba la nostra letteratura agli Svevi, lo dicono i versi amorosi che sol
i in quella corte suonarono: non opere storiche, non libri di scienza; salvo il
trattato della uccellagione, e il trattato de' tre impostori; opere in vero degn
e di cortigiani e di re.
T. Ben meglio che i principi stranieri, onorarono l'Italia le straniere nazioni,
accogliendo i suoi dotti, apportatori d'ogni alto sapere. E di libri italiani s
tampati in estero paese, o di libri stranieri trattanti d'uomini o cose italiane
, potrebbersi comporre intere biblioteche.
R. A propagare l'italiana civilt giovarono altres le guerre dall'Italia fatte e pa
tite; i concilii giovarono; grandi accademie religiose e politiche, dove pi volte

i destini dell'umanit s'agitarono quasi in urna.


T. Osservate per come, in tanto agitare di cose, la nostra eloquenza non avess'ag
io di modellarsi; e prima di lasciare profondo vestigio di s, disparisse. Perch l'
eloquenza si nutre d'affetti comuni ad uomini molti, o di pensieri universali ch
e abbraccino molti uomini o molte cose: e quelli ci furono tolti dalle nostre di
scordie, questi dalla grettezza delle filosofiche e delle teologiche disputazion
i.
M. E la povert di comuni affetti ci tolse la gloria drammatica, la quale d'affett
i comuni si nutre assai pi che d'universali pensieri; ond'Eschilo e Sofocle e Sha
kespeare tanto sovrastano a Schiller; e in questi quattro conchiuso tutto il dra
mma d'Europa; come in Aristofane, nel Molire, nel Qoldoni la commedia europea. Oo
ethe, i tragici francesi, il Metastasio, l'Alfieri, ed Euripide anch'esso, fanno
soliloquii non drammi.
R. Pi facilmente che in parola, gl'italiani tradussero i comuni affetti, e i reli
giosi principalmente, in marmi, in tela, ed in suoni. L'architettura, come la pi
popolare fra le arti, prima fior e prima cadde; poi cadde la scultura, arte, dopo
quelle, di tutte pi forte: poi la pittura: ultima sopravvisse, come dell'altre p
i personale e pi indeterminata, la musica.
T. Gli un conforto a pensare, come nazione s franca alle opere dell'ingegno, si d
imostrasse affettuosamente sollecita alle opere della mano; s agile all'imaginare
e in ragionare s ferma; tanto innamorata del bello, e tanto conoscente dell'util
e; come la medesima lingua parlassero l'Alighieri, ed il Galileo, Michelangelo e
il Colombo; quanti uomini fossero in Leonardo da Vinci. L'agricoltura, l'idraul
ica, l'algebra, l'astronomia, l'ottica, la notomia, quanto debbano agl'italiani
ingegni, lo straniero vel dica.
R. Ma se l'accademia del Cimento, s'eccettui, ed altri pochi istituti di simil f
atta, l'ingegno italiano (non so s'io debba chiamarla sventura o fortuna, o impa
zienza degli animi ancor pi che energia delle menti) ama camminar solo per propri
o cammino: s che l'arte dell'associarsi, e dell'educare a questo modo altrui e se
stesso, tuttor nuova fra noi.
T. All'educazione italiana governata da' frati si comunicarono molti mali delle
fratesche societ; le quali, degenerate, insegnarono quasi parte di umana e divina
virt, l'egoismo. 1 gesuiti fecero l'educazione men tediosa in sul primo, ma pi le
ggera e pi gretta: e le universit e le accademie che potevano in parte emendarla,
consumarono la sua rovina. 11 cinquecento echeggi degli antichi; il seccato ebbe
nuova pazzamente la poesia, nuova assai nobilmente la prosa: il settecento la po
esia pi corretta, la prosa sudicia: il nostro ondeggia tra la pedanteria e la bar
barie. S'insegnano a' villani le desinenze latine: i letterati ignorano le latin
e eleganze. Si quistiona stupidamente di lingua, alla forma dello stile poco o p
unto si pensa. Affettatori d'eleganza molti de' non toscani, molti de' toscani a
ffettatori d'ineleganza: arte troppa perch poco affetto: troppe parole perch poco
pensiero; molta esagerazione perch poca fede. Oli scrittori che credono, quelli e
pi scarichi del giogo dell'imitazione, e pi caldi, e pi schietti.
R. Ma certa imitazione avvedutamente procurata e nascosta, non istimate voi buon
a a conservare la forma del bello ?
M. Il bello non si conserva, si crea ad ogn'istante; come Dio ad ogn' istante ri
crea l'universo. Io per me tengo che l'epopea greca e l'architettura di Roma, gl
oriose cose ambedue; e la romana e la greca lingua, ambedue divine, alla potenza
dell'arte e della lingua italiana nocessero; e credo che l'Italia sarebbe assai
bene vissuta senza i greci filologi regalarci da Maometto secondo.
T. L'imitazione dell'antico ha fatti gli uomini sovente fanciulli, e rimbambiti,
e simili a bruti animali. L'ornamento fu giudicato cosa distinta dal pensiero,
pi rilevante di quello; e il belletto dello stile rese floscie le idee. N l'antico
vezzo dell'imitare mut per mutare di modelli: e dopo copiati i latini e la loro
mitologia, copiammo i francesi e la loro stolta empiet.
R. Concedo anch'io che la peste de'molti generi pessimi redati dal volgo degl'im
itanti, ha debilitate per lunghe generazioni le fantasie nostre e gli affetti. P
oemi eroici, cavaliereschi, eroicomici, didascalici; novelle a iosa, e satire, e
poesie berniesche, e pastorali, e descrittive, e poesie in dialetto, e drammi d
i sentimento, e romanzi storici miseramente abusati e frantesi; ogni cosa vi ram

menta le piaghe nostre, vi ripete che la pi italiana letteratura d'Italia tutta n


el secolo decimoquarto.
M. Aggiungete le gare inaudite di lodi, e di biasimi, avanzo ed effetto delle ad
ulazioni principesche e delle risse civili; aggiungete la religione immischiatas
i alla letteratura, come denunziatrice, non come ispiratrice; aggiungete le idee
quasi per deserto interminabili divise dagli affetti; e lo scrittore s sovente d
imentico d'avere una fede e una patria.
C. Quanti gli scrittori italiani che alla religiosa e civile educazione de' frat
elli profondamente pensassero? L'Alighieri Tirato contemplante, il Petrarca in s
ua giovent, il buon Compagni, il candido Villani; Savonarola, il primo epico ferr
arese; il Davanzati non quando lodava i fatti d'un principe ma quando commentava
la parole d'un uomo; il Ouidiccioni quando con veramente episcopale autorit ramp
ognava l'Italia, il Machiavelli quando si faceva maggiore del secolo; e secolo e
gli a s stesso; il Buonarroti in quattro versi e in tutta la vita; l'Ariosto in q
ualche divino terzetto delle satire, in qualche stanza del poema, in qualche sta
nza ed in certe sue rime inedite il Tasso gentiluomo; il Varchi, a cui gli affet
ti civili tergevano le aggrumate pedanterie di grammatico; il Segneri, eloquente
perch santo, il Filicaia quando si destava dal sonno di Cosimo terzo, il Galileo
nobilissimo de' filosofi, il Muratori, onestissimo de' dotti; il Beccarla e il
Filangieri, predicatori non ortodossi ma non senza fede; il Parini sdegnoso; l'a
rrabbiato Alfieri; il Oozzi infelice; il Foscolo affettature d'infelicit, d'amore
, di rabbia. Dei viventi
R. E son pi de' morti; se non per forza d'ingegno, per ardore d'affetto. E forse
pi sinceramente accorati e sdegnosi, e parecchi pi credenti che molti de' loro pre
decessori non fossero. E Dio benedica la loro parola; e faccia per dolore pi pura
la lor combattuta virt.
M. In questa parola il secreto del genio. L'altissimo degl'ingegni, se privo di
tutta virt, diverrebbe stupido come bruto. Aveva le sue virt Machiavelli, e la sua
fede anche Byron. No, la carne n il sangue non rivelano quelle verit che son pote
nti a commuovere e mutare dal fondo le anime umane. Abnegar se medesimo conviene
, per comprendere altrui; e comprendere gli affetti altrui per poterli con la pa
rola signoreggiare.
R. Alla efficacia della parola nocciono, io credo, ancor pi che i mediocri cultor
i delle lettere, i mediocri cultori di quelle scienze che riguardano la natura d
e' corpi: i quali corrompendosi nelle cose naturalmente conosciute, e quelle che
ignorano bestemmiando, e a guisa di fanciulli giudicando dalle apparenze l'inti
ma virt degli enti, ritardano sovente i veri progressi della civilt e delle loro m
edesime discipline. Perch le stesse loro discipline han bisogno di pi alti princip
ii che le illustrino, e di virt che le guidi a nuove scoperte, e le applichi alle
utilit della vita.
T. Non negate per che le scienze naturali allargando il campo alle umane meditazi
oni porgono alla fede e alla virt pi abbondante alimento. Tiranne in sul primo, di
ventano da ultimo ancelle; e il mal che cagionano in pi largo bene si cangia. Que
sto di tutte le tentazioni e di tutti i falli umani il mirabile gioco: ch'aprono
alla provvidenza divina e alla umana virt campo da fare di s pi magnifica mostra.
Da quest'altezza giova considerare e l'originale caduta dell'uomo, e i delitti c
he inondaron la terra; e ie conquiste dei re, e le tirannidi, e le rivoluzioni d
e' popoli; e le eresie, gli errori, ed il dubbio. Ogni ma'e non cagione ma occas
ione di virt sublimi.
M. E di sublimi virt abbiam bisogno per risorgere noi vessati e giacenti, come pe
core non aventi pastore. Molta la messe, gli operai pochi; preghiamo il signor d
ella messe ci moltiplichi i compagni al lavoro.
R. S, ma per ismania di trovare compagni o seguaci, non aggreghiamoci a coloro ch
e le credenze nostre hanno a vile.
C. E pure Qes conversava co' pubblicani, co' peccatori mangiava. Ed bello poter m
utare a pi nobili sensi un nobile ingegno, potere almeno ispirargli dubbio saluta
re degli errori suoi.
T. Se non agli uomini per opinioni troppo diverse divisi, stringiamoci ai giovan
i almeno, che ferme opinioni non hanno; e di ferme abbisognano.
M. Il volgo de' nostri letterati si parte in due schiere: altri simili a fanciul

li sedenti nella piazza, che gridano: noi cantiamo, e voi non saltate; noi ci la
mentiamo e voi non piangete, altri simili al giudice vile ed iniquo che vedendo
non poter giovare con fiacche parole all'innocente, se ne lava le mani. Altri po
chi combattono la violenza col disprezzo, e sopra calamit lagrimevoli ridono. N io
tra l'arme degli oppressi vorrei fosse illecito annoverare il sorriso, ma sorri
so misto di pensoso e dalla virt represso dolore.
T. Pi sovente bisogna parlare com'uomo ch' ha podest di dire altamente alte cose;
e quello che i timidi in secreto bisbigliano, predicare da' tetti; e alle accuse
de' principi de' sacerdoti nulla rispondere, se non quando ne venga vantaggio a
lla promulgazione del vero. Quando la verit pura si parli, e con intenzioni pure,
e con quanta prudenza conciliabile all'ardire ornai chiesto dalle nostre sventu
re e vergogne; del resto giova rimettere la cura a quel Dio che disse beato chi
soffre persecuzione per la giustizia, beato chi per lui sar maledetto.
R. Per Dio.
M. Libert con religione, non che un nome di Dio.
T. E agli amici di lei Ges Cristo ripete: ecco i' vi mando s come agnelli tra lupi
: per me sarete condotti innanzi ai presidi e ai re. All'uomo giusto forza ornai
, come Cristo, ricevere in s le miserie de' popoli sventurati ed erranti, e i lor
mali portare. E gl'invitati alle nozze del dolore, che per sottrarsene, fuggono
alla villa e divertono a basse negoziazioni, son vili. Ad altri pi forti, ad alt
ri pi mansueta spetta levare la voce, secondo l'et, la natura, l'ingegno, i vincol
i della vita: ma a tutti levarla debito; a tutti soccorrere di diretto od indire
tto benefizio i fratelli.
R. Lasciamo a Dio la cura dell'avvenire; e speriamo.
T, Speriamo, operando: ed amiamo. Tra i conforti del raro amore, dell'amicizia r
arissima, nell'estasi delle memorie, nell'ebbrezza delle speranze; negli agi e n
elle angustie della vita; nell'esilio, nella carcere, sul patibolo, amiamo.
DIALOGO SESTO. STORIA D'ITALIA.
Brenno. Cesare. Dante. Napoleone.
Dante. Sempre la Francia! Sempre avviticchiata all'Italia, come il serpente lusi
nghiero all'albero della scienza. Da Brenno a Pipino, a Carlo Magno, a Ugo di Pr
ovenza, all'Angioino, al Valois, a Carlo ottavo, a Francesco I, a Luigi XIII, al
generale Bonaparte, all'imperatore Napoleone, a Murat, ai Borboni di Napoli; se
mpre la Francia! Sempre invocata e scacciata, trionfatrice e sconfitta, rubatric
e e punita!
Brenno. La Francia a voi diede molti popoli, molti principi, molte parole, molte
stoffe, molte consuetudini, e pi servili che libere; voi deste alla Francia molt
e idee; le deste due uomini ne' quali si compendiano molte delle pi grandi idee d
ell'antico mondo e del moderno; Cesare e Bonaparte. Cesare il cominciatore della
sua civilt, colui che aggiog la Francia alla famiglia Europea; Bonaparte il consu
matore della sua rivoluzione, colui che fuse nella Francia tanta parte d'Europa.
Cesare. La Francia come l'ultimo lembo d'Italia. N finch Roma non avesse a s congiu
nte le Oallie, poteva gloriarsi di possedere l'Italia tutta quanta: n poteva altr
i che un domator delle Gallie farsi dittatore perpetuo di Roma, l' regnai non pe
rch pi fortunato e pi accorto o pi popolare di Pompeo: regnai perch vincitore della F
rancia. La Francia m'educ l'esercito e il nome; la Francia tenendomi lontano dall
a citt nido delle grette e odiose ambizioni, mi fece ad altri non sospetto, desid
erabile ad altri: la Francia pose tra la repubblica e me un Rubicone da varcare;
m'offerse la possibilit d'una guerra.
Brenno. Guerra tra italiani e francesi guerra ormai non di nazioni ma di municip
ii, guerra civile. E la Francia, finch'avr nemica o alienata da s l'Italia, sar deb
ole sempre, e finch la politica degl'Italiani principi sar contraria alla Francia,
eterna in Parigi vivr la discordia, e nella reggia di Parigi il pericolo.
Napoleone. Invadere l'Italia per salvare la Francia fu, ben veggo, turpissima in
giustizia, ma dalle precedenti sventure o colpe francesi preparata. Oggimai non
invaderla ma assimilarla bisogna; procacciarle istituzioni non materiamente ugua
li, ma virtualmente simili, che per vie diverse conducano al medesimo fine.
Brenno. L'Italia deve respingere la Francia occupatrice, bramarla alleata. E com
e non essere alleati popoli avvinti omai con vincoli sacri di sangue? La qual co

ngiunzione alle mie incursioni dovuta: e l'essersi tanto crudele ostilit conchius
a con tanta intima parentela, dimostra qual differenza corresse dalle invasioni
degli Eruli e de' Goti e degli altri barbari senza nome, alla mia. Le parti d'It
alia possedute da' miei, alla civilt del pari che alla mollezza romana rimasero p
i reste; ond' a sperare che, meno infiacchite dalla servit lunga, e alla nuova scoss
a pi docili, a pi forte civilt sorgeranno.
Dante. Ma ne' da' Galli antichissimi pot Roma cadere distrutta: e i Franchi posci
a alla sua grandezza servirono; e i Francesi moderni, dopo averle rapito ogni co
sa, furono stretti a renderle fino il suo vecchio pontefice. Indarno Brenno cont
rappeso con la spada l'oro italiano; Carlomagno all'incontro accumul il ferro e l
'oro sulla medesima parte della bilancia, ma pi nocque donatore e proteg gitore,
che Brenno aggiungendo alla rapina l'oltraggio. Napoleone ammont sull'una parte d
ella bilancia la propria spada e le sue corone e le sue vittorie e suo figlio, m
ise dall'altra un vecchio disarmato; e il prete disarmato fu di maggior peso agl
i occhi di Dio. Poich' il destino che tutti gli oppressori de' popoli sieno insie
me della societ religiosa tiranni, acciocch si conosca che libert e religione son u
no. Guai a' vinti! gridasti, o Brenno! Guai a' vincitori! piuttosto.
Cesare. Roma assediata da' Goti, getta loro addosso, per dardi e saette, i monum
enti dell'imperatoria grandezza. Minacciata da Attila, gli manda incontro un pon
tefice, e vince. Attorniata dagli avoltoi longobardi, manda loro sopra l'aquila
imperiale tramutata dal Campidoglio al Bosforo e dal Bosforo al nido di Brenno.
I barbari circondarono, calpestarono Roma; e Roma scosse dal venerabile corpo il
fango barbarico, e rimase italiana. L'Iddio la campava da Attila; quello Iddio
che da Brenno.
Dante. Roma, la Toscana, Venezia furono i penetrali dove pi puro d'estranio alime
nto, arse tutto di s il fuoco sacro d'Italia. Ma nella Venezia dove ardeva men vi
vo, pi presto si spense; si spense quand'ogni vestigio di democrazia svan dalla co
stituzion dello stato. Nella Toscana brill vivissimo, poi lamb moribondo la terra,
non mai s'ammorz, da Tagete a Leopoldo. Le arti e i riti egizii, e le asiatiche
istituzioni e le greche memorie, quivi trovarono asilo: i pochi magnati alemanni
trapiantativi nel medio evo, non mutarono l'indole nativa del popolo.
E cos nella terra medesima s'ebbero mirabili esempi e frutti di tutti e tre que'
governi che nella vita delle nazioni con dura vicenda si alternarono finora: i p
ochi, l'uno, i molti; i Lucumoni, i re di Chiusi, il comune; la confederazione d
elle dodici citt, l'alleanza di Porsena con Tarquinio, la lega toscana. La Toscan
a manda a Roma i fabbricatori delle cloache e l'innalzator della cupola miracolo
sa; insegnatori delle pagane cerimonie e principi della fede cristiana; Tarquini
o e Leon decimo, aruspici e cardinali.
Napoleone. Ma l'Etruria dominante i due mari; e ne' moderni tempi Firenze e Pisa
e Venezia e Genova, eran per indole e per necessit mercatanti; e con le merci in
sieme, compravano e vendevano e permutavano idee. Ond'io non so se dall'estere n
azioni che l'Italia detesta come strumenti di servit, venissero a lei maggiori gl
i utili o i danni. L'Italia nell'innata sua forza ha calore e capacit da smaltire
gli alimenti che le vengon di fuori, e convertirli in propria sostanza; onde le
fa di bisogno sempre nuovo pascolo d'idee, d'affetti; e quando in s non lo trova
, seco stessa si rode, e l'anela di fuori. Da questa innata forza e calore e cap
acit, venne forse la rabbia delle intestine discordie, e la smania incessante del
nuovo e l'invocare ora le idee ora l'armi straniere. E non forse favolosa in tu
tto la tradizione delle dodici tavole navigate di Grecia, n del Tarquinio dalla G
recia approdato, n de' lari troiani, n del fuggitivo Antenore, n, molto meno, delle
greche colonie che infiorarono le ultime spiagge della lieta penisola. E, non o
stante i divieti di Catone e di Crasso, la greca rettorica ebbe in Roma splendid
a sede; e rifior la greca letteratura confortata d'italiani spiriti, e in suolo p
i profondo mise pi fonde radici. I costumi e gl'ingegni de' popoli da Roma vinti,
le portarono svariata novit; e la regina del mondo ebbe imperatori e belve e filo
sofi e meretrici e retori e giocolatori e poeti stranieri. Or quell'immane cibo
all'immensa capacit dell'Italia non bastava. La religione cristiana venne da un a
ngolo dell'Asia a riempire tanta fame; ma perch non tutti non accettarono il nuov
o nutrimento, e i pi di que' che lo gradirono, lo gradirono scarso; per l'Italia n
on avendo con che rintegrare le forze languenti, veniva meno. L'imperio greco no

n pot certo fornirla di nuovi alimenti. Giunsero i barbari; e portarono schiavit f


ierissima, ma ferace di libert: l'uno sull'altro popolo si accumularono; tutti di
vor l'Italia, e a s ne fece letame; e diede il sangue suo, e bevve il loro. I Long
obardi cominciarono a stagnare indigesti, ed ecco un papa chiamare i Franchi, e
i Franchi venire, portando nuov'arme e costumi e costituzioni nuove. Cessato l'i
mpero di Carlomagno, l'Italia si volge agli Ottoni; ma il non curante ed arrogan
te tedesco la induce a ricercare in se stessa novit salutare; il tedesco della li
bert la innamora. E il tedesco dominio in ci giov sempre all'Italia, che col suo le
targo la scosse; dove le scosse violente portate da altre nazioni, non so per q
uale destino, ci addormentavano. Sopravvengono le crociate, nuovo pascolo e imm
enso di passioni e d'idee. La nuova lotta della libert col tedesco, altra forte n
ovit, pot rapire a s tutte le voglie d'Italia: la lotta della libert con gli avanzi
non della straniera tirannide ma della vecchia schiavit, tenne occupati gli spiri
ti fin quarant'anni quasi dopo la lega lombarda: ma il vecchio cibo era smaltito
; e nuovo mancava. Ecco i nomi de' Ghibellini e de' Guelfi, nomi che inchiudono
un mondo d'idee, che esprimono l'eterna guerra de' molti coi pochi. I grandi cer
carono novit in troppo nota cosa, nell'armi e nelle idee d'oltremonte; gli amici
del nuovo la cercarono nella religione e nella libert, ma impicciolite e contamin
ate ambedue dagli orgogli e dagli odii. Create le arti, ricreate le scienze, cre
ata una lingua, augumentati i commercii, sparso il nome italiano per tutte le no
te contrade della terra; e pur tante novit non bastavano, e per fame di nuovo ali
mento, l'Italia divorava se stessa. Non bastavano, perch sola la libert pura con r
eligione pura possono riempire l'interminata capacit dell'ingegno e dell'animo um
ano; dell'italiano sopratutto, che ha in s le pi elette doti e pi varie della umana
natura. Quindi il perpetuo supplicare de' ghibellini alla forza tedesca, o non
come a forza tedesca ma come a cosa che speravasi nuova; e rimproverato Alberto
del non saziare gli appetiti della misera donna; e benedetta la memoria d'Arrigo
, perch nel breve passaggio non pot fare accorti i suoi settatori de' danni ch'ogn
i invasione, anco benefica, porta seco; e con Ludovico il Bavaro dileguati gl'in
canti; e sorgere, quasi palinodia, del poema sacro, pochi anni dopo morto il poe
ta, sorgere sublime un grido contro il bavarico inganno. Gi prima che venisse il
Bavaro a sotterrarlo, il ghibellinismo con Manfredi era morto alla battaglia di
Benevento, e, quasi a vendetta dello straniero che aveva tante volte gridato: ch
i vende l'Italia? il paltoniere italiano aveva anch'egli gridato alla sua volta:
chi compra lo re? Un sogno nuovo ci viene di Francia; e di l a pochi anni lo squ
illo de' Vespri lo sperde: approda una speranza d'Aragona, e poi nuovi uomini s'
incalzano sopra nuovi uomini; e gl'italiani infelici scambiano la novit delle per
sone con la novit delle cose. Colombo crea un mondo, ma non per l'Italia. Le camp
ane da Pier Capponi minacciate non hanno pi voce: e i Vespri terribili suonano in
faticabilmente pel corso di lunghi secoli a chiamar sull'Italia francesi e spagn
oli e tedeschi. La novit pi fruttuosa che ci venisse di fuori la stampa; e l'Itali
a se ne impadroniva come di creazione sua propria. Ben veniva di Spagna uno isti
tuto indiritto a impedire il nascimento di nuove cose, e buone e triste, l'Istit
uto d'Ignazio; inquisizione accomodata alla fiacchezza de' tempi, poich la stagio
ne d'un Benedetto e d'un Francesco, creatori dell'Italia degni, era gi da lunghi
anni finita. Cos, perduta ogni appetenza delle grandi cose, senza nutrimento appr
opriato a lei, debilitata dall'inerzia, dissanguata dai re, abbeverata da poche
acque ed immonde, l'Italia si trascin fino al secolo decimottavo: e tremava anc
ora per l'aria malinconica il suono delle campane de' Vespri quando cominciaro
n gli squilli della tromba che doveva fare intenti i popoli della terra alla riv
oluzione di Francia. Debole com'era l'Italia misera, non seppe discernere il te
tro sapore de' cibi che la scuola d'Aroutt le porgeva; e, perch leggieri, parvero
alla debolezza sua confacenti, e li trangugiava bramosa; ma, per quella mirabil
e virt ch' in lei di smaltire e idee velenose e spade laceratrici rimanendo pur vi
va, quel pasto non le diede la morte, ma la riscosse un poco, e la fece di altre
nuove cose vogliosa. E dopo le nuove idee vennero le nuove avventure; ed io, It
aliano, gliele portai, spensieratamente crudele, e fuor di mia intenzione pietos
o. Venni, e la prima orma del mio piede era una battaglia, dopo quella di Beneve
nto, la pi memoranda all'Italia. Ambedue coteste battaglie annunziavan la fine d'
una straniera tirannide; ambedue fiaccavano la settentrionale baldanza: l'una in

nome di Dio, l'altra contro, ma pi religiosa forse negli effetti ch'empia ne' pr
opositi: ambedue vinte dalle armi di Francia; ambedue promettitrici bugiarde, pu
r nondimeno iniziatrici a nuovi destini. E, stampata la prima orma in Italia, st
ampai l'altra in Egitto: e, ritornato da questa crociata di sublimi ingiustizie,
trovai la rivoluzione decrepita, e la spensi in Francia, fuori la ringiovanii b
attezzandola col nome d'impero. E l'anima mia italiana non si sazi dei palagi di
Roma, di Firenze, di Napoli, di Venezia, di Milano, di Vienna, di Madrid, di Var
savia, di Berlino; e si trov prescritto il cammino dalle navi inglesi e dai geli
mandati da Dio. Allora assaggiai la novit che sola a gustare mi rimaneva, la novi
t della sventura; e sentii la fede e scopersi che i destini del genere umano eran
destini di libert infallibile e non lontana: e morii. Morii legando all'Italia n
uove idee, nuova vita; e il nuovo sentimento che la fa conscia di quella capacit
per cui le furon moltiplicati con le glorie i tormenti. Ma giova ch'ella soffra:
di novit grande scola ai non vili il soffrire.
Dante. L'uffizio che ora adempie la Francia, del divulgare la verit da tutte part
i raccolta, e del porgerla sminuzzata ai popoli della terra, ben pi nobilmente co
mpi per gran tempo l'Italia. Le cose altrui riceveva con gola, non gi per propria
indigenza ma per averne pi largo alimento; e pascevasi di tradizioni greche, di s
pagnuole, d'arabiche, di gertnaniche, di britanne, e, posseditrice di lingua imc
omparabile, pur nella francese e nella provenzale si compiaceva; e la mania dell
e cose francesi diede luogo da ultimo all'amor delle inglesi e delle alemanne, a
mmirate servilmente in sul primo, ben presto con equit giudicate. Cotesti inimici
del nuovo, che vengono con fiacco furore predicando contro le imitazioni della
straniera barbarie, non veggono che il presente vizio anch'esso dimostrava l'inn
ato bisogno e capacit della natura italiana; non veggono che gli ammirabili framm
enti de' ruderi greci e romani, a costruire nuovo edifizio non bastano; e ignora
n forse costoro, che dalle idee tutte altrui, conosciute e sentite, sgorga pi abb
ondante, e pi sicuro di sua novit, il sentimento proprio e il concetto.
Napoleone. Le irruzioni di popolo in popolo, fossero d'idee o fosser d'armi, sem
pre, infra 'l danno, apportarono alcun giovamento.
Brenno. Sempre. Se l'eunuco Narsete, se Belisario, altro eunuco, avessero perpet
uata in Italia la potest de' Cesari d'Oriente, l'Italia sarebbe oggid pi saracena c
he il Bosforo. E lo scisma venne a fare i pontefici santamente ribelli. Sotto Al
boino incomincia l'indipendenza de' grandi dal principe; i successori di lui con
solidano il dominio fondato sulla propriet della terra, e addestrano una razza di
schiavi s, ma schiavi disposti a gradatamente emanciparsi, di schiavi operanti.
I Saraceni minacciando l'Italia e l'Europa, fanno balzare da terra gli eserciti
crociati, involontarii ministri di libert. Oli Ottoni fanno germogliare la pianta
dell'italiana democrazia; gli Svevi con sangue italiano e tedesco la nutrono. E
sempre il tiranno serve, quasi materia allo spirito, a libert.
Cesare. N meno di cinque secoli bisognarono a sciorre la grande compage del vecch
io impero: n senza senno altissimo i Longobardi, in meno incivile societ costituit
i, ebbero fra tutti i barbari dominio pi lungo, e lasciarono il nome a quella par
te d'Italia alla quale i tuoi, o Brenno, lasciaron le razze: n senza ragione tra
Augustolo ed
Alboino corse lo spazio di un secolo, tra Alboino e Carlo lo spazio di due: n inv
ano, a sgombrar le reliquie della ormai tiranna antichit, per pi d'un secolo incor
sero i nomadi delle settentrionali e delle meridionali contrade, finattanto che
i popoli, presi di misterioso spavento e pieni d'ignoto dio, presentirono la fin
e del mondo. E veramente nuovo mondo col secolo undecimo si faceva l'Italia e gr
an parte d'Europa. Cinquecent'anni circa dopo di Cristo si scioglie l'Impero d'O
ccidente; Cinquecent'anni dopo ia morte del mondo antico scoperta l'America; tre
cent'anni dopo scoperta, l'America si ribella all'Europa; l'Europa ai re. Ma cot
esto non che il barlume della vera libert, la quale non prima del dumilesim'anno
mostrer qualche raggio della sua luce alle nazioni aspettanti.
Dante. Dalla rovina d'un imperio gigante sorge pi grande ancora in sua spirtuale
forza e a vita perenne destinato, il municipio. Ed io ne' miei tempi, allorch que
lla vita, stretta in angusto spazio, seco medesima combatteva, io al municipio d
etrassi per esaltare l'impero, com'uomo che i mali presenti conosce, e i passati
e i futuri non teme. Ma degno figlio del cristianesimo, e degno parto di dieci

dolorosi secoli fu il municipio; e nacque nella citt; e nobili d'ogni razza contr
'esso e contro le citt combattevano; e i preti erano del municipio difenditori. O
nde i nobili allora combatterono i vescovi; e se i vescovi non diventavano poi m
agnati, e i pontefici re, non sarebbe a me stato forza invocare, come rimedio de
lle piaghe d'Italia, l'Impero; n sulla mia patria si stenderebbe oggid grave l'omb
ra tua, o da' miei tardi sdegni invocato ed imprecato Rodolfo.
Cesare. Ma quando l'Italia non seppe della libert de' liranni ministratale, profi
ttare; quando le repubbliche dalla necessit fondate, caddero a pietra a pietra di
roccate dall'odio; allora il ciclo mand tiranni ministri di schiavit piena, voglio
dire di schiavit sonnolenta; allora Medici ,e Visconti, e tristi papi; e per pi s
trazio, un governo squisitamente tiranno sotto il titolo di repubblica: allora l
e battaglie allo straniero gloriose, infami all'Italia; allora Tedeschi alternar
si con Turchi, e Turchi con Francesi, e Francesi con Ispagnuoli, per disertare e
Napoli e la Sicilia e la Sardegna e Lombardia e Romagna, e ogni cosa; e or degl
i Spagnuoli Sardegna e Sicilia; or de' Francesi or de' Tedeschi il Piemonte, or
de' Francesi or de' Tedeschi Milano, e un potentato italiano avvinto di parentel
a ai due perpetui nemici dell'italiano nome, or a questo vendere gli ozii e la f
ama, or a quello; e imparentato il tedesco non pure a Sardegna ma a Parma e a To
scana; e l'infame Ludovico, e l'infame Alessandro, e l'infame Cosimo dal tedesco
accattare l'investitura degl'italiani dominii. Lucca allora costretta a comprar
e per oro l'indipendenza, e dalle oligarchiche tirannidi lacerata; Venezia perde
re l'arcipelago e Cipro e Candia e la Morea: Siena vessata da' Spagnoli, da' Fra
ncesi vessata, per cadere sotto le zanne di Cosimo; e assalita da un cardinale l
a libert ricovratasi ignuda e trepida sulle rocce di San Marino. Le elezioni de'
pontefici ignominiose pel voto de' re, voto pi scellerato che quel di Marozia: pe
r misere quistioni d'immunit, scomunicate repubbliche; e poi levato per mediazion
i o per denaro l'anatema; i nipoti di un papa contendere in ridicola guerra ai d
iscendenti d'altro papa un ducato; all'amore paterno d'un papa dovuta la tiranni
de di Luigi Farnese e di Ranuccio, dovuta una nuova suddivisione dell'Italia, e
dalla nuova suddivisione dell'Italia preparato dominio all'avvilita figliuola d'
un imperatore tedesco. Infesto d'assassinii il mare, di tradimenti la terra; mas
nadieri ne' dintorni di Roma; masnadieri soventi que' cavalieri dell'ordine che
il tristo Cosimo fondava quasi per profanare il prim'ordine di cavalleria, istit
uzione santa da privati uomini posta nel tempo dalla gloria italiana. Gli amici
della libert non altro spediente rinvengono che le congiure; e i pi de' congiurato
ri o vittime di tirannide o ambiziosi macchinatori di nuove tirannidi anch'essi;
i Pazzi, gli Olgiati, i Porcari, Lorenzino, Burlamacchi, i Fieschi, Vacher, Bedm
ar, Aniello. E vendicatore ultimo della ben caduta libert fiorentina sorge un osc
eno rinnegatore di Dio; intanto che un altro vilissimo, mille volte pi vile del d
iffamato segretario, si congiunge, fiorentino, all'esercito espugnator della pat
ria; e, per paura del pubblico odio, soffia in cuore al tiranno scellerati consi
gli, e, il tiranno ucciso, s'affretta ad eleggergli un successore. Ma gi le sangu
inose laidezze medicee si diffondono contaminatrici ne' popoli: e il vizio nudat
o del magnifico manto che in Roma antica lo vela; nudato delle attillate eleganz
e che fino alla met del secolo decimosesto lo fecero tollerabile; apparisce fasto
so e gretto, sfacciato ed ipocrita. Incomincia la peste dei cicisbei; all'ambizi
one del comando succede la vanit meschina de' titoli: la nobilt si divide pi e pi da
lla plebe: le italiane cose precipitano come sasso rotato per china.
Dante. Eppure gran forza ci bisognava a non precipitare per s lungo declivio in m
odo ancor pi miserabile; e a non affatto stritolarci per via. Oi gran segno della
potenza italiana quel repugnare che il popolo nostro fece alle dissolutrici e sc
hiave dissensioni onde s'origin la riforma: e l'Italia, terra di dissensioni perp
etue, l'Italia nido d'ardite novit, l'Italia dove tanti uomini sorsero pi alti di
virt e di dottrina e d'ingegno che Luter non fosse, a combattere i papi, a seminar
e eresie; l'Italia al giogo dell'eresia mai non seppe piegare il collo: e sola u
na corte e pochi uomini qua e l sparsi ne furono contaminati, il popolo intatto.
N questo merito delle prepotenze di Roma, insufficienti a tanto effetto, anzi ido
nee a provocare l'effetto contrario; merito della fede e degl'ingegni italiani a
bbisognanti d'unit come d'aria e di pane: che se la materiale unit tolta loro, tan
to pi la spirituale dei principii sentono necessaria; e cedeste differenze che co

rrono da cattolico a protestante stimano frivole ancor pi che dannose. E in mezzo


a tanti esempi di sozzura offerti dai principi stranieri e nostri, a tanta diss
uetudine di forti cose, a tanta stanchezza d'antiche glorie, d'antiche calamit, d
'antichi odii; a tante deserzioni crudeli e delusioni amarissime, ed arti infern
ali di lenta e certa tirannide, pur qualche impeto generoso balzava, sorgeva qua
lche ardito concetto; e, se sogni, eran sogni almeno di gente usa a pensare alte
cose e a poterle.
E Firenze, la da me fulminata Firenze, non mai fu si grande come il d quando cadd
e, quando i suoi cittadini divennero a un tratto guerrieri, quando le mani allac
ciate d'un imperatore e d'un pontefice non bastarono a strozzarla, se ad alleato
non invocavano il tradimento. Tu pure, o Siena infelice, cadesti: e a te ripens
er con affetto di cittadino e di figlio chiunque elesse la libert per madre e per
patria ogni libera terra. E Arezzo anch'ella nel d del pericolo e nelle rovine d'
ogni repubblicana costituzione risorgeva repubblica; e Pisa aveva gi quarantenni
combattuto per la bella libert. E quando il secolo decimosesto, e con lui l'itali
ana grandezza vergeva all'occaso, l'Italia ebbe la battaglia di Lepanto e il Con
cilio di Trento; nobile sforzo, frustrato dalla colpa di credenti disamorati e d
'orgogliosi protestanti, ma non indegno della cattolica e della italiana potenza
. Ultima a consolare di gloria i nostri dolori tu fosti, o Genova; e, per segno
di vita ancor non estinta, sulla fine di quel medesimo secolo componevi in conco
rdia l'antica nobilt con la nuova; poi pi e pi volte, quasi per indizio di vita, ag
itavi la lite tremenda; e da ultimo, sulla met del decimottavo secolo, rimandavi
tu sola, tu indipendente se non libera citt, rimandavi scornata la stupida caparb
iet del tedesco. Poi sorgeva la Corsica: e nell'isola di Napoleone la libert, dal
suolo italiano bandita, si rifuggiva; e la Francia doveva stendere su quegli sco
gli usurpatore lo scettro per assicurarsi il possesso del suo futuro padrone. Ed
egli doveva in mano all'Italia rimettere le disusate armi, e sperimentarne a pr
oprio vantaggio la forza su tutti i campi d'Europa, sperimentarla nelle Calabrie
a suo danno. In ogni secolo dunque abbiam saggi del valore, saggi dell'ingegno
italiano. E qual altro popolo mai, oppresso da tante memorie e da tante ingiusti
zie; lusingato, corrotto, invaso, disarmato, tradito, solo coll'invidia de' popo
li, solo contro la cupidigia de' principi, solo contro se stesso, qual popolo av
rebbe mai retto a prova s lunga e s tormentosa?
Cesare. Se nelle contrade nelle quali allignarono Lodovico il Moro, Alessandro s
esto, il Valentino, e Cosimo e Francesco e Gastone de' Medici e gli ultimi de' O
Gnzaghi; se nelle contrade sulle quali imper la repubblica di Venezia; se in cont
rade dove le braccia furono per ben tre secoli lasciate a forza digiune dell'arm
i, e gravate d'ozio, gravissima delle catene; se quivi ancor seme di virt, scinti
lla d'affetto, s'ascriva a miracolo d'inesauribil natura e di divina bont. Nel qu
al ordinamento risplende, con la bont, la giustizia superna: che i popoli italian
i, i quali dell'avere abusata la libert dovevano con lunga tirannide esser puniti
, in questa tirannide stessa potessero rinvenire e ragioni e cagioni di nuova e
pi stabile libert. Perch gl'iniqui principi, avvisandosi di domare i popoli col dis
sociarli e disarmarli e corromperli, vennero corrompendo e debilitando ancor pi m
iseramente se stessi: e da ultimo diventaron tanto inetti, che i popoli al fine
se ne dovettero di viva forza avvedere. I vizi dell'animo scemarono, vero, ai d n
ostri, in alcuni principi; ma i difetti della mente crebbero in isformato modo:
non pi cos crudeli e laidi come i predecessori loro, ma pi sbadati e pi solennemente
imbecilli.
Dante. E questa stessa imbecillit di Oregorio che i propri danni e della chiesa n
on sente, giudizio di Dio;
per mostrare a tutti gli uomini quanto sia necessario staccare le due potest che,
congiunte, diventano, in s strana foggia mostruose; per dimostrare quanto schifo
so sia il regno della materia che allo spirito s'attortiglia, e di tutta forza l
o vuoi soverchiare; per farci accorti della nuova rigenerazione che nella chiesa
si viene lentamente e dolorosamente preparando, come quando dal corpo freddo e
quasi putrefatto esce fra i dolori e i languori lo spirito a pi libera vita, per
render via pi chiaro agli occhi umani il miracolo di questa fede che, battuta dag
li estranei e da' suoi, vive e vince; per rendere pi venerabile, nel re stolto il
pontefice buono; per insegnare a distinguere gli uomini dalle dottrine; le acci

dentali cose dalle essenziali; per educare a giudizi pi giusti, a logica pi virtuo
sa gli amici di libert, giudicatori talvolta insofferenti e imprudenti e maligni,
acciocch, rispettando le cose rispettabili, e contro le ree volgendo lo zelo abb
ian pi facile e pi piena e pi durevole la vittoria. Tutti codesti insegnamenti s'in
chiudono nelle stoltizie di Papa Gregorio: che sono, ripeto, provvidenza di Dio.
Napoleone. Oi quello spegnersi di tante famiglie regnanti d'Italia, gli Angioini
e gli Aragonesi e i Paleologhi, e i Gonzaghi, e i Farnesi, i Visconti, gli Sforz
a e que' di Montefeltro, e que' della Rovere; e i matrimonii infecondi de' figli
uoli e dei fratelli di Cosimo terzo; e il raccogliersi in una donna l'eredit degl
'Estensi e de' Malaspini e de' Cibi e de' Pichi, e de' Pii, dimostrava che insie
me col numero de' flagelli sarebbe venuto cessando il numero delle piaghe; che n
uove istituzioni dovevano dar luogo alle antiche, che l'era della grande unit si
veniva con lenta opera ma continova preparando. E io che dell'Italia feci tre br
ani, due simulacri di regno, e uno squarcio d'impero, io sento rimorso del non a
ver saputo la meridional parte affratellare con la settentrionale, siccome alle
stesse mie utilit s'addiceva; rimorso dell'avere agevolate pi le Alpi che gli Appe
nnini. Seppi le materiali strade di Lombardia alla Toscana, e dal Piemonte a Nap
oli aprire; le morali non volli. Quindi certe misere gare municipali, sopite pri
ma, co' moti del nuovo mio regno si ridestarono: e Milano, la serva capilale di
regno servo, insuperbiva di non so che sull'avvinta Firenze. E quand'anco ad Eug
enio fosse statp concesso potenza, non avrebb'egli forse giovato all'Italia cos c
om'ora le giovano le sue sventure: perch, successore all'imperio e a' pensieri mi
ei, non l'avrebbe saputo unificare, e raccogliere le voglie sparse. O l'avrebbe
forzata con quasi tirannica mano, o si sarebbe lasciato portare dagl'impeti di l
ei, che di libert non conosceva altro ancora che imagini false. Cortigiani, e pia
ggiatori, e soldati (pessima razza, quand' cortigiana) avrebber covata del lor ca
lore pestifero la nuova schiavit; o la independenza nuova avrebbe, tra le invidie
e le superbie antiche, trasceso ogni limite. E chi ne vuoi prova, riguardi alla
vita, alle opinioni, agli scritti de' pi illustri uomini al mio imperio divoti:
gente, i pi, desta dell'ingegno, ma umiliata dell'animo, che la gloria guerriera
recavano a civile onoranza; gente vaga di croci e di pompe e di strepito e di ba
gliori, stordita dal romor de' miei passi, lieta di servire a non ignobil padron
e, e d'avere popoli e principi al servizio compagni; religiosa di me, non curant
e del popolo, non curante di Dio. Di siffatta generazione, vera libert non poteva
per certo escire. Ma il silenzio degli anni che seguitarono, e quell'inglorioso
patire, e quell'ozio sconsolato, assennarono gli uomini, li condussero a pensar
e la vanit d'ogni gloria, la vilt d'ogni giogo, la necessit d'una fede, la bellezza
d'una guarentigia e stabile libert. Le questioni civili e le religiose tennero i
l campo delle zuffe guerresche e la guerra delle opinioni preparava la pace degl
i animi. Di Germania, di Francia, d'Inghilterra vennero all'Italia esempi, confo
rti, rimproveri, e dubbi, e soluzioni di dubbi; e quest'intervallo di vent'anni
che pare s vacuo e s desolato, pieno di vita e d'imprese e di creazioni di Dio. Pi
cammino misurarono dal MDCCCXIV al MDCCCXXXV le idee che non in tutto il passato
secolo, che pur ne misurarono tanto. E questo accelerato moto al mio regno si d
ebbe, di me che l'Europa abbracciando, la scossi, la strinsi, le feci sentire i
comuni dolori, la comune vita. N, raccolto entro alle solitrie profondit dell'orgog
lio, i' ero conscio a me stesso del grande miracolo che si operava per la mia ma
no; non per di meno il miracolo si veniva operando.
Cesare. Ormai non i principi ai popoli, ma i popoli a s debbono rinnovare la vita
. E se poco ne' suoi, meno deve sperare l'Italia ne' re stranieri. I Carlovingi
e gli Angioini gliel dicono; e le promesse infide di Francesco primo di Francia
all'assediata Firenze; e le inutili preghiere che i fuorusciti fiorentini volgev
ano a Carlo; e le bombe da Luigi XIV lanciate sui tetti di Genova; e le speranze
genovesi tradite dalla pi non temente Inghilterra.
Dante. Ma i disinganni, i dolori, le noie, ogni cosa all'Italiano e ai popoli tu
tti, espiazione e preparazione ad avvenire men tristo. Ciascun popolo col dolore
riscatta se stesso; e in questa parola redenzione non solo la fede cristiana, m
a la scienza politica tutta quanta. Patire, migliorare noi stessi, vincere il ma
le dovunque e' si trovi, ricomperarci, risorgere. L'orgoglio che trasse il prim'
uomo a sperare dalle cose materiali grandezza rivale di Dio, trasse

I principi e i popoli in simile inganno. Quando i beni materiali saranno dalla f


ede cio dall'umilt dominati, dalla fede cio dall'amore adoprati; allora non pi paret
e frapposta tra l'uomo e Dio, ma diverranno quasi etere trasparente per cui libe
ra penetri la luce del sole eterno, diverranno cosa spirituale anch'essi que' be
ni; e altre realit non saranno nel mondo, che le realit degli spiriti; e allora ve
rr sulla terra il regno di Dio.
A che questi suoni malinconici, a che questa turba in tumulto? Allontanatevi. El
la non morta, ma dorme.
Prima ch'ella si desti, scritto che muoia chiunque vorrebbe destarla cacciandole
un ferro nel cuore. Molti de'suoi falsi amici destinato che muoiano, e l'eredit
degli errori loro si sperda.
Sinch il fermento alla massa intera non penetri, vana torner la speranza.
Ben quarant'anni dopo esciti di servit durissima, i tuoi figli, o Signore, vagaro
no nel deserto.
Sar gran tempesta nel mare; ed Egli far vista di dormire, e i suoi fidi grideranno
piet. E grandi guerre saranno, e opinioni di guerre. Ma non temete. Conviene che
ci si faccia.
E fecero consiglio contro lui, come perderlo: e perdettero miseramente se stessi
. Edificarono in arena, e venne il fiume, e spir 'l vento, e fece impeto nella ca
sa, la qual cadde, e grande fu la rovina.
Nacquero in breve i germi di libert; ma col sorgere del sole, perch senza radice,
seccarono. Ed altri caddero tra le spine.
E intanto la pietra riprovata divenne pietra angolare ': e il germe negletto pul
lul per insita forza sua.
I popoli che sedevano nelle tenebre, videro una luce grande, che li scosse dall'
ombra di morte.
E alla donna, che, tormentata, male in s medesima si contorceva, Egli venne, e to
cc la mano, la mano languida e incatenata; e la febbre della libert, e la febbre d
ella schiavit fugg tosto; e la infelice, sanata, a Lui, non ai re, ministrava.
Allora E' si mostr a' suoi fedeli trasfigurato in mirabile modo: e percossi che g
li ebbe di stupore e di timore, disse: alzatevi, non temete.
E soggiunse: andate, e di nuovo ammaestrate le genti. Ogni libert si conchiude ne
l conoscimento del vero. La parola ha creato, la parola ha redento: or chi potr l
iberare se non la parola?
LIBRO QUINTO
RIMEDII
PARTE PRIMA
CAPITOLO PRIMO. DEL CONSIGLIARE I PRINCIPI.
Veduti i mali, vedute le dottrine secondo le quali e trovare i rimedii ed applic
arli, d'essi rimedii tratteremo: diremo ai principi quel che dovrebbero fare per
vivere meno gravati di terrore e d'infamia; ai popoli, come resistere alle ingi
uste voglie de' principi, per vie pacifiche in prima, quindi per altre; come, ot
tenuta vittoria, profittarne.
N paia semplicit soverchia consigliare i re: non mai stoltezza il dovere. Se no i
re, ne approfittino i lor nemici. E perch si conosca generale il consiglio, non d
ir principe, dir governante; onde questo non sar se non come proemio ai doveri e ai
diritti che si competono agli uomini o liberi o gi prossimi ad essere. Ne approf
ittino, ripeto, gli amici a libert, non pochi de' quali, se amministrassero la so
mma delle cose, seguirebbero forse in dirczione apparentemente contraria, la tra
ccia vituperosa dei re.
CAPITOLO SECONDO. NATURA D'OGNI GOVERNO.
Laddove il Filangieri afferma la conservazione essere lo scopo de' governi, s'in
ganna. I governi tutti, quand'anco non s'aggiunga la forza degli uomini, pur per
la lenta operazione del tempo, si sfruttano e cadono: conviene secondo le nuove
circostanze innovarli. Non conservare se stessi, ma perfezionare l'umanit scopo
loro. Nulla operare di nuovo, gi grande ingiustizia. E possono in ci peccare, non
meno che le monarchie, le repubbliche. E tutti i reggimenti dove ogni astuzia po
litica sar posta, quasi in gioco di saltimbanco, nell'equilibrio de' poteri, dove

l'un ordine all'altro sar nemico, e per tal modo si creder conservare lo slato; o
languiranno impotenti a bene, o saranno da stolte discordie agitati.
CAPITOLO TERZO. GRAZIA E GIUSTIZIA.
Primo dovere de' governanti, udire il vero. Tutti possano dunque chieder giustiz
ia. Le domande di favore accuratamente distinte da quelle di vero diritto; giorn
i e luoghi differenti si serbino a queste o a quelle. Sia un luogo pubblico dove
possano i cittadini tutti deporre le istanze, sottoscritte del nome loro; gli s
critti anonimi, rigettati. La soppressione d'un'istanza, gravemente punita.
Contro gli abusi degli amministratori e dei giudici, possano i cittadini richiam
arsi a due commissioni composte d'uomini che in quegli uffizii siano lungamente
versati. Da esse commissioni salgono le istanze, se non esaudite, al parlamento,
dov' parlamento, se no, al capo, quai ch'ei si sia, dello stato. E il parlamento
e il capo dello stato per tal modo si alleggeriscono di molte minute cure, e ma
l convenevoli a loro.
Libere a tutti le udienze, non per ordine d'iscrizione ma secondo la gravita del
la cosa. E non concedute se non dopo presentata invano alla detta commissione l'
istanza.
Se il ricorrente si lagna d'un ministro del governo, la commissione, secondo l'i
mportanza della cosa, esiga o in iscritto o a voce la discolpa di quello, ammett
a un dibattimento: nelle occasioni pi gravi il dibattimento sia pubblico.
Le dette due commissioni abbiano relatori in tutte le provincie e un relatore st
raordinario visiti ogni anno le provincie: tutte, a raccogliere di persona le ti
mide o compresse o mal intese querele.
Deciso ch'abbia la commissione detta, l'uomo del governo e il cittadino, sia vin
cente o perdente, possano ambedue pubblicare la ragion loro. Quest'ultimo appell
o preserva vie meglio il cittadino dalla prepotenza, e il magistrato dalla cavil
iosa calunnia.
CAPITOLO QUARTO. PRONTEZZA, FERMEZZA.
A buon governo condizione precipua la prontezza. Giustizia lenta ingiustizia. Di
o solo pu differire, perch non differisce se non al corto nostro vedere, e ciascun
momento di tempo tutt'insieme giudizio ed esecuzione irrepugnabile del giudizio
. Giustizia lenta segno, ancor pi che di malvagit, d'impotenza. La prontezza a Nap
oleone quadruplicava la forza.
Altra condizione necessaria: la sicurezza. Male certo, in fatto di politica, nuo
ce talvolta assai meno di bene incerto. Perch dal bene incerto le speranze, dalle
speranze le illusioni, dalle illusioni i disinganni: i quali nelle anime non no
bilissime attizzano odii e vendette. I malcontenti pi terribili sono i delusi e g
li elusi.
Massima dunque sacra e a principi e a cittadini liberatori: non permettete tropp
o largo pascolo alla speranza. Determinate e fin dove intendiate venire, e fin d
ove lasciate ch'altri giunga. Allor ciascun sa quel che debba operare ed ometter
e, pensare e volere.
CAPITOLO QUINTO. VIGILANZA.
Molte cose deve il governante conoscere di per s. I palazzi son divenuti la tomba
del principato.
Visiti spesso i luoghi pubblici, i privati; solo, accompagnato; all'improvvista,
con preparata solennit, di giorno,
di notte. Chi non sa interrogare, non sa rispondere; chi non sa essere nobilment
e delatore a se stesso, sar dai delatori aggirato, e pi vile di loro.
Non per sedurre l'innocenza come Leopoldo sovente faceva, deve il governante esc
ire del suo cerchio incantato, agitare un poco lo stagno puzzolente de' languidi
affetti, spirare l'aria del popolo, vestire le vesti del popolo, intendere il s
enso arcano di questa tremenda e soave parola: deve intervenire alle feste popol
ari, agli spettacoli pubblici, alle solennit della chiesa, sorridere con lui, pre
gare con lui, piangere (se ha lacrime in cuore) con lui. Assistere talvolta all'
amministrazione della giustizia nelle citt, ne' villaggi; alla pubblica istruzion
e, alla gestion degli affari. Visitare le case degli ufficiali suoi, per vedere

il lusso soverchiante le rendite; segno certo di corruttela; visitare gli uffizi


, conoscere la minacciosa inutilit di tanti custodi, scrivani, uscieri, segretari
i, aggiunti, ed aiuti. Ammaestrare altrui ammaestrando se stesso: nessuna indagi
ne sprezzare, nessuna temere.
I principi a' d nostri conoscono per udita lo stato de' sudditi loro, come fosse
la storia de' lontani ottentotti o degli antichi caldei; la conoscono, i meglio
avvisati, per via de' ministri, e ministri di polizia. E la polizia studia il de
litto, non la virt; il pericolo, non il bisogno; teme l'ira de' sudditi, non il d
olore.
Ma la polizia, credetelo, sarebbe sott'altro nome essenzial parte anco dei nuovi
governi: perch la polizia inviscerata ne' moderni costumi; e la diffidenza, il t
imore, l'incertezza, la speranza di potere fare il bene spiando il male, son pes
ti della moderna societ. E finattanto che i governanti saranno pi audaci o pi timid
i de' governati, finattanto che tra questi e quelli vivr diffidenza, sempre, pi o
meno accortamente velata, sar polizia.
CAPITOLO SESTO. VIAGGI.
Preziosi al governante i viaggi: e lunghi e brevi, e prenunziati e improvvisi; s
empre modesti. Non accettati, n tollerati spettacoli straordinari, dispendio inut
ile, e dai pi maledetto, cagione a' pochi di peculati turpi, alle moltitudini di
gozzoviglie, di ferite, di morti.
Visitar le campagne, i ricchissimi, i poverissimi de' campagnoli, paragonare il
linguaggio e le condizioni loro; visitare i preti pi vicini alle citt, e i pi lonta
ni; le scuole rustiche, gli opifici; consultare gl'ingegneri, gli artieri, gli a
gronomi, gli economisti; di questi fare sua compagnia, la qual succeda ai ciambe
llani, alle dame d'onore, e a simili amenit.
Frequenti i viaggi nelle citt di provincia, che sempre son le pi buone, e le pi fru
ttifere, e le pi conculcate. La capitale voragine delle municipali franchigie, ri
cchezze, virt.
CAPITOLO SETTIMO. GIUNTE.
Le cautele adoperate per conoscere il vero non sono mai troppe. Onde gioverebbe
per pi guarentigia istituire giunte straordinarie che esaminassero gli atti de' m
agistrati, e dirizzassero le consuetudini pendenti ad abuso. Principal
merito di tali giunte sarebbe notare gl'inconvenienti che da una istituzione pro
vengono; se costanti, od imputabili ad accidentai cagione; se costanti, proporre
dell'istituzione medesima il rinnovamento.
La lunga dissuetudine dell'obbedire alla legge anzi che all'uomo, e non solo in
Italia, diede all'ordine sociale siffatta incertezza, che un'istituzione nuova,
e per abuso di chi comanda e per abuso di chi ubbidisce, bentosto si fa diversa
dall'origine sua; e sotto le apparenze medesime, la sostanza muta. Queste tacite
mutazioni, queste ricadute ne' vizi antichi potrebbero far vana la stessa liber
t.
Le operazioni e i viaggi di tali giunte sieno, secondo i bisogni, pi o meno frequ
enti; non mai a determinati periodi, perch nelle operazioni periodiche l'abito fa
dimenticare il fine vero al quale son volte. Le relazioni d'esse giunte, fatte
pubbliche, darebbero ai magistrati occasione di scolparsi o di ravvedersi; ai ci
ttadini di conoscere le proprie utilit ed operarle.
CAPITOLO OTTAVO. STATISTICHE.
Ma la spontanea manifestazione del vero, meglio d'ogni ufficiale indagine, atta
a promuovere le utilit dello stato.
Non solamente corrispondenze a tal fine si mantengano tra uffizio ed uffizio; ma
a tutti i cittadini si chieggano osservazioni, documenti; si distribuiscano mod
elli di tavole statistiche; giornali statistici si raccomandino; gli ingegni si
educhino all'amore del vero positivo, ch' grande artifizio per renderli tollerant
i di governo non tristo.
Sola una statistica bene composta e fatta pubblica e dalle testimonianze espress
e e tacite dell'universale confermata, pu darci un equo catasto. Senonch quale al
d d'oggi

lo abbiamo, il catasto dispendio infinito, e causa perpetua d'errori e di legali


ingiustizie. Variano le colture, varia la fecondit delle terre, variano i posses
sori, variano i prezzi. E fintanto che non si trovi modo di proporzionare all'an
nue rendite, computate per approssimazione, di ciascun cittadino, l'imposta; fin
tanto che il municipio non sia in tal forma costituito da rendere questa operazi
one facilissima e certa, giustizia non avremo.
CAPITOLO NONO. DELAZIONE.
Punita. Il nome del delatore segnato d'infamia dalla pubblica autorit. La spia v'
insegna vituperosamente ed imperfettamente quel che potreste per mille altre vie
pienamente e senza vergogna conoscere. Stare a vedere dallo spiraglio quando si
pu tutta godere la luce del sole aperto, stoltezza.
Assuefatevi ed assuefate non ad ascoltare di traverso ma a rettamente osservare:
dagli orecchi portate la politica negli occhi; e la politica di voi principi, e
di voi, nemici de' principi, sar riformata.
Una sola specie di delazione permessa: la delazione delle opere virtuose. Ogni l
odevole atto dell'infimo tra cittadini sia noto, sia solennemente annunziato, no
n gi per premiare chi n'ha il premio gi in s; ma per consolare ed elevare gli umani
con un nobile esempio. La teoria delle ricompense qual fu proposta finora, mate
ria! cosa, quasi come la teoria delle pene.
Alla delazione sostituiscasi la denunzia: denunzia pubblica, specialmente degli
impiegati minori contro gli atti ingiusti e vili de' superiori loro. Inestimabil
i sarebbero di questa consuetudine le utilit: i cui pericoli verrebbero in breve
tolti dal pubblico pudore vie meglio che dal timore del gastigo.
CAPITOLO DECIMO. POLIZIA.
Si distinguano i confusi poteri della polizia: l'edilit commessa ad un magistrato
municipale; le trasgressioni di legge sociale insieme e morale: l'indagini del
reo, la raccolta degl'indizi o delle prove, cadano sotto un uffizio che dal trib
unal criminale direttamente dipenda.
Dalla decisione d'un magistrato della edilit, d'un giudice criminale di terzo gra
do, di un commissario ai passaporti (che sarebbero i tre uffizi da sostituire al
le infamie della polizia) facile e guarentito l'appello. Ai magistrati iniqui od
ingiustamente severi, pubbliche e non illusorie le pene. Uomini di specchiata p
robit a tali uffizii si destinino.
Dico, giudice criminale di terzo grado, infinattanto che quelle trasgressioni st
esse che chiamansi di polizia, possano essere giudicate da giudici cittadini, el
etti alla lor volta dalla intera citt, i quali due ore del giorno destinino a tal
e uffizio. E ci si potr quando gli uomini apprenderanno l'uso del tempo, quando le
forme del procedere e del giudicare saran fatte pi semplici e pi sicure.
Spersa la falange infame de' birri: invece di quelli, uomini portanti insegna de
l lor ministero, rispettabili per onest, rispettati dall'autorit che li adopra, st
ipendiati in modo da non aver bisogno di straordinarii guadagni; eletti dal
municipio, forza cittadina. Agevolati i viaggi. Una sola gabella. Un sol passapo
rto per tutto lo stato, finch passaporti si credano necessari; e non sono. Le con
suetudini contrarie son tra le pesti d'Italia le pi noiose; e lancia pi intollerab
ile del dolore.
Il magistrato municipale possa concedere al cittadino l'uscita per viaggio quals
ivoglia: il sospetto politico non sia pretesto a divieti o ad indugi; il crimina
le bens, ma su valide ragioni fondato. Ogni arbitrio degli ufficiali, represso da
grave pena.
CAPITOLO DECIMOPRIMO. PARLAMENTI.
Nella monarchia despotica la volont dell'uno , senza che pure sel sappia, moderata
dalla volont de' cortigiani, delle cortigiane, de' principi stranieri; dalla for
za delle cose, dall'ira popolare, dal caso.
Quante monarchie ebbero vita non ingloriosa, soffrirono istituzione simile a' pa
rlamenti; e dalla distruzione di tali guarentigie provenne delle monarchie la ru
ina.

CAPITOLO DECIMOSECONDO. CONSIGLI.


Da ogni ordine di persone convochi il governante in istraordinari casi straordin
ari consigli; e assuefaccia a questo i consiglieri soliti, li assuefaccia anche
fuor dell'estrema necessit, perch non ne nascano al maggior uopo gelosie stolte e
rancori.
A tali consigli gioverebbe chiamare alcuno di quegli stessi che si sanno avversa
rii al presente stato di cose, sia monarchia sia repubblica; e, senza punto detr
arre alla propria
dignit, senza scendere a dispute od a rimbrotti, ascoltare. Il male de' governi t
utti si , che vogliono costituire un partito, crearsi cio dall'una satelliti, dall
'altra nemici.
CAPITOLO DECIMOTERZO. ASSOCIARE I NEMICI.
Ripeto che e nelle commissioni dette e ne' consigli, e in certi uffizi principal
mente giudiciali, si potrebbero con grand'utile collocare alcuni tra gli avversa
ri del governo. Cos dal lor canto i liberatori, se alle buone pratiche dalla part
e contraria proposte dessero luogo, pi nocerebbero a quella che non coll'ire e co
lle armi.
Vizio comune e' a' principi e a' molti de' lor nemici, gli considerare il govern
o come cosa divisa dal popolo, s che possano dalle due parti andarne ciascuna all
a sua via, da s il busto, il teschio da s. Quest' che fece ire a male tante rivoluz
ioni, e far.
Associare alla propria l'opera degli avversari pi rinomati e pi valorosi, gli un f
arli impotenti al nuocere. Il premio, ho detto, pu poco; ma pu sempre pi della pena
; pu sui buoni e sui tristi, e nella sicurt e nel pericolo. L'uomo potente a giova
re pi temuto dell'uomo potente a nuocere; perch'ai bene richiedesi pi forza che al
male.
CAPITOLO DECIMOQUARTO. STAMPE.
I principi nostri dovrebbero dire: "Quali beni promettono all'Italia coloro che
chieggono libert? Di che mali si lagnano? Prima di mutare governo, facciam prova
se il presente nostro possa tanto o quanto purgarsi di que' mali, di que' beni o
ttenere. A tal fine concediamo a determinato tempo libera la pubblica trattazion
e di materie che il governo riguardano, con le condizioni seguenti: - che non ge
neriche declamazioni, non esagerazioni del male, non derisioni ed ingiurie; addi
tato, insieme col male, il rimedio".
Restringano i principi la libera discussione nella politica sciolta da amplifica
zioni, e da improperii; condimenti abbondevoli della moderna libert. Principe che
comprime nelle fauci a gli uomini il fiato, per tema che quel fiato noi faccia
cadere o noi porti per aria, vile, stolto, tristo. Vile, perch teme di poco; stol
to, perch s'aggrava il pericolo; tristo, perch se le cose ch'egli vieta, son vere,
suo debito intenderle; se false, debito suo sgannare gli erranti. Ma i principi
non daranno retta a' miei consigli: lo so. Li ascoltino almeno i nemici loro: e
non temano la voce del popolo n la voce de' preti, cos vilmente com'ora i princip
i temono la loro voce.
CAPITOLO DECIMOQUINTO. ADDOMESTICARSI.
Le cose finora notate riguardano pi direttamente la cognizione del vero, necessar
ia al bene operare. All'operare veniamo. Del bene operare prima legge, ognun sa,
non offendere. I principi offendono, non foss'aitro col non curar di piacere. O
nde i sudditi, non amati, non amano. E principe e popolo, paion due bestie nella
medesima stalla; pingue l'una e insolente, l'altra faticante e sommessa. Si toc
cano e non si parlano, non s'intendono; si scalciano alcuna volta; ecco il loro
consorzio.
Addomesticarsi a vicenda; quest' la prima operazione, e difficile. N si pu certo in
segnarla. Chi che insegni l'amore?
CAPITOLO DECIMOSESTO. DONNE.
Le mogli e le madri e le figliuole e le sorelle de' governanti, hanno anch'ellen
o il loro uffizio: uffizio di consolazione, di beneficenza, d'amore. L'educazion

e delle donne, la cura degli infelici, tutti gli innumerevoli doveri l dove la be
nevolenza ha principal luogo, affidati alla donna. Quando l'autorit delle donne n
on buone verr scemando, sentiremo allora come soave e potente sia l'autorit delle
buone. La donna cosa ridicola insieme ed orribile, se non diventa un serio affar
della vita. I principi hanno fatto delle donne un trastullo, un arredo: trattan
o le mogli loro al modo che trattano i sudditi: come cose.
In repubblica son serbati alle donne uffizii ancor pi ardui e pi generosi; n credo
che molte delle presenti vi si accomoderebbero di buon grado.
CAPITOLO DECIMOSETTIMO. EDUCAZIONE.
In questa parola il secreto creatore e conservatore di tutte le istituzioni. Or
un popolo s'educa a virt non premiando qualch'opera buona, ma gli uomini buoni on
orando. Onorare i gi fatti, arte vera di farne. E per onorare intendo non mica sp
orcarli di croci o di titoli; ma collocarli in luogo ove possano essere esempio
di bene, e ascoltare i loro consigli, e ricompensameli col seguirli.
I diretti mezzi, s' detto, anzich favorire l'educazione, la turbano: ma i Governi
possono mirabilmente educare non gi vietando il male, s bene eglino stessi evitand
olo. Negli esempi di tutti quasi i principi il germe di que' delitti che il lor
codice criminale punisce cos duramente.
La pi potente educazione de' cittadini l'abito di vivere insieme cooperando; nell
e associazioni economiche e letterarie, nelle scientifiche e commerciali adunanz
e, nei municipali consigli, nelle corrispondenze continue, nei viaggi frequenti.
CAPITOLO DECIMOTTAVO. ISTRUZIONE.
A tutti facile l'istruzione, forzata a nessuno; facile a' poveri, agli orfani, a
gl'illegittimi; gli orfani forniti dalla societ di un tutore; gli illegittimi di
un tutore e d'un nome; appareggiati agli altri in tutto; e se questi secondi sco
prono i lor genitori, abbiano, come se legittimi fossero, parte all'eredit, finat
tanto che il diritto d'eredit non sia da nuove leggi, conformi alle verit cristian
e, mutato. Il padre che, tacendo i diritti d'un figliuolo illegittimo, ingannass
e i terzi in contratto qualsiasi, come frodatore, punito.
Alle pubbliche scuole nessuno ch'abbia genitori od altri i quali possano e vogli
ano prender cura di lui, sia forzato ad intervenire: ma l'istruzione elementare
sia posta condizione al godimento di que' benefizi civili che debbono anch'ad uo
mo idiota esser cari.
E perch, specialmente ne' luoghi pi vicini a citt, l'imparare a leggere strada al v
illico di ambire condizione
men umile; si fa necessario, insieme con gli elementi del sapere, insegnar loro
i principii dell'arte agraria, innamorarli di quella come di nobilissima profess
ione e liberissima; e le improvvide ambizioni temperare con alte considerazioni
economiche e morali, accessibili a tutte le menti.
La prima fanciullezza, quand'e' non possono ancora la molta fatica, destinata al
leggere ed allo scrivere; poi le domeniche ad istruzione morale e religiosa e c
ivile; e le lunghe sere invernali alla conoscenza teorica dell'arte loro.
Nelle citt stesse, all'artigiano, al bracciante non dovrebbe l'istruzione element
are venire scompagnata dal teorico insegnamento di qualch'arte meccanica, per no
bilitare l'arte meccanica agli occhi loro, e sviarli da' tribolati sentieri dell
a grammatica. La grammatica una delle piaghe d'Italia.
I preti, non privilegiati dispensatori del vero; ma nella campagna specialmente
prescelti. I collegi che il pubblico erario mantiene, aboliti.
Le universit, ai nostri principi fanno paura. Il rimedio facile: non le sbranino
no; le sotterrino. Perche'1 tempo delle universit ornai passato; passato il tempo
de' grandi emporii, de' grandi monopolii. Figlie di libert furon esse; e il voca
bolo stesso ha visibile analogia con le belle parole universalit, comunit, comune,
repubblica. Ma i principi assoluti se ne impadronirono, le assoldarono, se le f
ecero schiave, schiave e meretrici; ora di queste schiave e di queste meretrici
hanno paura. Ma il rimedio facile: le distruggano. Rigidi esami e prove veraci,
imposte ai giovani medici e matematici ed avvocati (de' teologi non parlo: che l
e universit profane non debbono avere facolt teologica), varranno pi che i bugiardi
sperimenti dopo i quali concesso a una torma di miserabili assalire, invocati e

pagati, le sostanze nostre e la vita. In cento dottori dieci al pi ve n'ha di va


lenti, e questi dieci avrebbero corso pi alto cammino per altra via.
Una sola universit in tutta Italia i' vorrei, la quale offrisse e non comandato l
'insegnamento; alla qual fossero addetti i pi chiari uomini della nazione, e svol
gessero le pi nuove o le pi vecchie, le pi astruse dottrine o le pi pratiche della s
cienza: e vi fosse dieci cattedre almeno di storia, come Napoleone voleva. Poi,
nelle citt di provincia, i giovani fossero universit eglino a se stessi; e accadem
ie giovanili del cimento s'aprissero per le scienze naturali, accademie di eloqu
enza e di disputa per le morali e civili: e i giovani apprendessero quivi ad edu
care insieme la parola, il pensiero, la mano.
Per gli elementi delle scienze le universit non sono ormai necessarie; per le ult
ime dottrine e pi alte una basta. I professori dell'universit nostre, ottanta di c
ento, son peggio degli scolari: poich i pi valenti o espulsi o non chiamati, o non
degnano. Peggio, dico; perch gli scolari nulla sanno ma possono apprendere, e sa
nno di non sapere; ma i professori san poco e male, e non possono apprendere per
ch non vogliono; ed hanno perduto dell'ignoranza il rimorso, la freschezza, il pu
dore, la grazia.
CAPITOLO DECIMONONO. LEGGI.
Uno scrittore francese cerc la ragion delle leggi per giudicarle; un autore itali
ano cerc le norme della legislazione per riformarla, innovarla. I due assunti dim
ostrano e la distanza che corre tra il 1750 e il 1785; e la distanza che corre t
ra un ingegno francese e una mente italiana. Io non dico l'opera del Filangieri
migliore; dico che la veduta pi alta, l'idea pi feconda. E d'idee feconde ed alte
la legislazione abbisogna. La Costituente e Napoleone sono pericolosi modelli, m
a grandi. Fare altrimenti conviene, con pi prudenza talvolta, ma con uguale ardim
ento.
Giova tener conto di tutte le questioni e dei dubbi ai quali la legge cagione o
pretesto. La storia della minuta giurisprudenza pratica, norma a perfezionare la
grande giurisprudenza teorica. Conviene in fatto di leggi imitare l'esempio deg
li Asclepiadi, raccogliere le tavolette; verr poi l'Ippocrate, e costituir la scie
nza. - Ma non ella per anco costituita? Non credo.
Le commissioni che ho detto, possono a ci servire. S'invochi l'esperienza de' giu
reconsulti; il lor numero si diradi. I tristi avvocati puniti con pene solenni,
cassati come falsificatori della pi preziosa moneta che corra tra gli uomini; la
parola.
Frutto delle molte esperienze sar, spero, concedere ai giudici (quando i giudici
sieno cittadini e non assoldati al Governo) maggior latitudine d'interpretazione
; si che la lettera non uccida lo spirito. Il massimo e il minimo della pena lon
tanissimi uno dall'altro; non frequenti le multe, che le multe puniscono troppo
duramente il povero, troppo mollemente il ricco; i giudizi pubblici. Il catechis
mo civile, subito dopo il religioso, insegnato a tutti, per tutto. L'uomo del po
polo non conosce n i propri diritti n i propri doveri; per ignoranza sovente patis
ce e fa forza.
Quando i cittadini intenderanno la legge allora l'istituzione di que' che dicon
giurati e io direi giudici cittadini, sar cosa buona. Fin qui non lecito n del tut
to commendarla n biasimarla del tutto. In Italia sarebbe stoltezza darle d'un sub
ito intera accoglienza; e chiamare passionati ed ignari, i cittadini tutti a dec
idere la verit d'un fatto da cui pende la fama d'un loro nemico o la libert d'un a
mico. L'istituzione de' giudici cittadini, perch sia tollerabile, chiede una legi
slazione perfetta.
Serbare agli altri giudici che gli ordinari, i delitti di stato; consuetudine da
lasciare alla Francia.
Il cieco rispetto dalle leggi finora assicurato alle cose, le nuove leggi dovran
no guarentirlo alle persone; e sacro diranno il loro domicilio, sacri gli scritt
i, sacre tutte le volont non nocevoli alla civile famiglia. La forza pubblica non
potr senza la presenza di due cittadini penetrare a veruna casa; n le tacite catt
ure necessarie alla scoperta de' rei fraudolenti, potranno stare celate; ma il g
iorno appresso se ne dia pubblico annunzio, e si adduca la ragione del fatto. E
possano tutti i cittadini interrogare i ministri dell'autorit; ed esigerne schiar

imento, e accusarli e vederli puniti.


A quelle che gli stranieri chiamano penitenziarie e noi diremmo case di correzio
ne dian luogo le carceri; la religione sottentri alla politica, la penitenza all
a pena; e la sociale famiglia riavr i suoi nemici mutati in figli.
L'errante pentito talvolta migliore di colui che gli uomini chiamano innocente e
d onesto, ond' che ritenerlo nella considerazione della colpa, quand'anco e' si d
imostri mutato, e circondarlo di colpevoli, e toglierlo alle abitudini antiche,
gli un avvilire l'anima di lui, gli talvolta commettere delitto pi grave che il s
uo non fosse.
Qui bisogna innovare ogni cosa secondo il principio proposto da un portoghese gi
ureconsulto dottissimo; il quale afferma la colpa essere una malattia dello spir
ito; non potere il giudice sapere in quanti mesi od anni la malattia guarir; non
dover dunque il codice prefinire il tempo della pena; ma i magistrati delle case
di correzione (uomini da scegliersi tra i pi rispettabili e per virt e per sapere
) doverlo secondo il contegno di ciascun condannato, giudicare; un omicida poter
e guarire talvolta in meno spazio di tempo che un ladro; e a leggier colpa comme
ssa da uomo depravato doversi lunghissima medicatura, a colpa orribile ma commes
sa da uomo men tristo, breve. La qual verit feconda svolgendo, io ragiono cos.
Spetta al giudice dichiarare che il fatto dell'accusato colpevole; spetta design
are la qualit del delitto, e mandarlo alle case di correzione, non perch quivi s'a
ffatichi o si giaccia ozioso per un determinato numero d'anni, ma perch sia collo
cato con quelli che sono colpevoli della medesima colpa o di simile; e a simili
correzioni, istruzioni, esercizii sottoposto. Pu l'uomo, dalla legge condannato e
ssere in faccia a Dio poco men che innocente. La dichiarazione del fatto colpevo
le una presunzione dell'intcriore sua colpa; prova non . Per conoscere s'egli sia
reo e quanto sia, conviene osservarlo; e secondo i sintomi del male, tentare la
cura. Oli uomini intanto s'astengon dal male in quant'hanno ragioni d'amare il
bene, e lume a conoscerlo, e vie da ottenerlo. La esperienza, l'osservazione, la
scienza morale e la religiosa, la medica e la frenologica debbono insieme conco
rrere a dirci la natura del male onde il colpevole infermo; senza che, non solo
la pena iniqua, ma scienza criminale non v'.
Le colpe che pi direttamente riguardano le cose corporee, dica la legge men gravi
di quelle che l'intelletto, e quelle che l'intelletto men gravi di quelle che p
ervertono pi profondamente la volont, cio tendono a mutare l'odio in amore. L dove l
'odio appare pi profondo e l'intelletto con maggiore energia inteso al male, quiv
i maggiore la colpa. Ma il giudice pu immaginarlo, affermarlo non pu; sieno dunque
i condannati in varie schiere partiti, non secondo la materiale apparenza del d
elitto, ma secondo quella che ferisce pi direttamente le morali o le intellettual
i o le corporee facolt.
Non sieno costretti i colpevoli della medesima colpa a vivere insieme sempre, no
n si tolgano loro le utilit che posson trarre dal consorzio con rei d'altra sorte
. L'uomo educato ad intellettuali lavori debba parte del giorno lavorare accanto
ai condannati artigiani; debbano gli artigiani apprendere da lui qualch'utile e
sercizio del pensiero; sia posto tra tutti un campo di servigi e d'opere buone.
Lo spirito riceva pi tosto la correzione che il corpo; soffran disagi corporali;
se bisogna; ma i disagi spontanei sofferti per far bene altrui ed a s, per espiar
e il fallo, sieno stimati di maggior pregio. Il ricco al povero renda i quotidia
ni servigi; faccia quelle opere segnatamente che pi sono contrarie al misfatto da
lui commesso; l'omicida assista a' morenti, e curi gli infermi; il magistrato s
overchiatore sia a certi giorni il guattero della casa, il ladro custodisca il d
enaro e le robe degli altri, ad altri presti e doni le sue, doni l'opera propria
ed il tempo. Parte dei loro lavori sien destinati a soccorrere gl'infelici; ed
eglino sappiano di lavorare a tal fine. Le buone azioni da ciascuno ideate e fat
te, sien note a' compagni, pubblicate nel giornal delle carceri. Una statistica
fedele li segua per tutto, renda trasparenti a tutta la nazione le mura della pr
igione, e la speranza dell'onore li rigenerer ben pi veramente che non il timore d
ella infamia.
Pi spirituali, ho detto, che corporee le pene; le tenebre, la solitudine, rade vo
lte l'astinenza, non mai il digiuno, non mai la catena. Sia pena anche l'ozio, p
urch breve, quando gi cominciarono ad amare il lavoro e a trarne frutto. Massima p

unizione non leggere libri, e non poter fare il bene; e vedere il proprio nome s
critto ne' pubblici fogli con biasmi. Non mai puniti con ira; ma in ogni cosa, o
ttima medicina l'amore. I resistenti alle pene, tutt'ad un tratto dall'amore ass
aliti, addolcite le asprezze, la loro riconoscenza, anzich la vergogna eccitata.
Brevi e caldi d'evangelica fiamma i sermoni; brevi le preci e in comune; non dat
e per pena pratiche religiose, come il papa suol fare. Oli uomini crudeli, viole
nti e superbi posti talvolta in compagnia di vecchi, di fanciulli, di donne; sia
n l'un l'altro medicina e rimprovero e dolce gastigo.
A nessuna condizion sociale si usi nel carcere riverenza; il nobile accanto al p
ezzente, accanto al birro il ministro di stato; avuto riguardo a sole quelle dif
ferenze che rendon la pena ai pi agiati insopportabile, o cos leggera ai poveri co
me se pena non fosse.
Apprendano, chi non sa, leggere e scrivere. Spiegate loro le leggi civili e le c
riminali, e la ragione di quelle. Spiegati i fatti della storia che al loro vizi
o pi propriamente riguardano. Nella prigione sien quadri rappresentanti gli atti
della contraria virt. Leggano libri buoni; agli scostumati, que' che spirano pure
zza ed altezza di sensi; agli avidi que' che insegnano astinenza dall'altrui; e
cos del restante. Coi custodi discorrano; e se obbiezioni hanno a fare circa le c
ose lette ed apprese, non col silenzio forzato ma con la saggia parola gli error
i si vincano e le ignoranze.
Apprendano due mestieri almeno, s che, quand'uno mancasse o fosse poco, l'altro s
upplisca, e chi meglio apprende, premiato. La stanza dove convengono insieme al
lavoro od altro, costrutta in modo che ogni atto sia visto dall'invisibil custod
e e ogni suono echeggi e si senta. Possano gli esteri in presenza dei custodi vi
sitarli e parlare; visiti il carcere talvolta alcun magistrato de' primi, ed alc
un prete, ed alcun uomo famoso e non i pi rei si mostrino, ma i meglio corretti;
e questo sia premio. Societ di cittadini al miglioramento de' prigioni consacrate
, si facciano, e veglino sugli atti de' custodi e della pubblica autorit.
Per conoscere se l'animo de' gi colpevoli si venga mutando, o se sia simulazione,
o passeggiero amore del bene e terror della colpa, si lasci a quelli di quando
in quando un qualche esercizio di loro libera volont; e senza ch'e' se ne accorga
no, vengansi le lor secrte disposizioni con prova continova sperimentando. Gli at
ti, le parole, le omissioni son segni, a chi ben guarda, evidenti; e solo la stu
pida ferocia de' presenti aguzzini pu non avvedersi dell'effetto che lascia la pe
na nel cuore di quegli infelici.
Migliorati che appaiano, escan di carcere; e, o sien collocati negl'istituti di
pubblica industria dove possa l'autorit vigilare su tutta la vita loro: od abbian
o almeno di che campare per alcun tempo; e l'autorit con suo certificato li racco
mandi a' cittadini che possano convenientemente occuparli. Non abbandonati al ca
so; ma debbano, uscendo di pena, avere sicuro l'albergo e il vitto. Il dotto por
toghese da me nominato proponeva lontane colonie di condannati, lor pari, dove m
andarli; e quindi, man mano che si mostrino mutati, per altre graduate colonie r
icondurli nella civile famiglia. Ma parmi troppo lento, e talvolta ingiusto rime
dio, che toglie all'uomo parte della sua dignit; e fa l'esilio pena pi dura del ca
rcere. N all'uomo diritto pi largo di Dio; il quale i macchiati d'ogni pi nera iniq
uit, purch il pentimento gli lavi, raccoglie nella sua chiesa e li parifica ai buo
ni. E slmilmente gli esciti di pena, dopo breve prova, riabbiano i civili diritt
i; dopo pi lunga, i politici.
Ma chi le colonie de' condannati volesse, potrebbe a ci destinare un villaggio, u
n borgo, una contrada della citt, e quella cingere, se bisogni, di mura e di forz
e, a difesa degl'innocui cittadini. A que' che ricadono, pi gravi le pene: non pe
r mai cos come ora sono, barbariche e corruttrici.
La costituzione delle case che ho dette sar gran parte della futura libert; sar de'
governi, de' sapienti, de' credenti avvenire massima cura; si tenteranno quivi
esperienze innumerabili, osservazioni si faranno preziose, variissimi metodi si
adopreranno. Alla scienza de' corpi civili avvenne il contrario di quello che al
la scienza de' corpi umani; che qui l'igea si neglesse, e la patologia fu ogni c
osa; ma nella politica non si pens che a' sani o a coloro che sani sapevan finger
si, e gli ammalati si cacciarono in tomba per morti. Noi infelicissimi viviamo a
ncora sotto la legge Mosaica, la legge dell'ira; e qualche imbecille viene a dir

ci che il cristianesimo morto. Ed tuttavia sul principio dell'immortale sua vita


.
Conosciute le piaghe vere degli animi umani, e veduto come si rammarginino, e co
me se ne impedisca il contagio, e come, innanzi che prendan piede, si vincano; a
llora s'avr l'arte vera del prevenire, e la bestiale del reprimere sar dimostrata
impotente; allora la scienza del governare i popoli veramente conosceremo.
CAPITOLO VENTESIMO. PUBBLICI UFFIZI.
Le rettoriche rimpinzano le universit, le universit i dicasteri: i dicasteri pasco
no una turba di sfaccendati, briganti, soverchiatori; educano i delatori, i vigl
iacchi, i malcontenti, non so se pi malcontenti che schiavi. Per molte ragioni il
soverchio numero degli amministranti nuoce al governo ancor pi che a' sudditi; n
on foss'altro, perch moltiplicando e sminuzzando l'impero, lo fa pi grave e pi disp
endioso e pi spregevole; e per uso continuo lo consuma.
Pochi impiegati, ma dotati di tale ricompensa che soddisfaccia al merito ed al b
isogno: secondo il bisogno scemate le pensioni o accresciute; norme immutabili,
non mai numeri immutabili, che son sempre ingiusti. I minori uffizi e pi material
i, non dipendenti direttamente dal capo supremo dello stato, ma lasciatane la no
mina e la direzione a' capi di ciascun dicastero. Questa libera costituzione de'
dicasteri diverrebbe tirannica se agl'inferiori non fosse perpetuo il diritto d
i richiamarsi delle sofferte ingiustizie, e se tutti gli uffizi non fossero sogg
etti a pubblico sindacato. Ma l dove tali condizioni si pongano, i' non veggo per
ch da nomina regia debba dipendere il posto di portiere, di donzello, di scrivano
o di secretario. E parmi cosa insopportabile affibbiare ad uomo avveduto secret
ario sciocco; costringere alla comunicazione di gravi secreti e a continuo conso
rzio persone che mal si saprebbero convenire nelle pi ovvie consuetudini della vi
ta.
Alle famiglie degl'impiegati promesso e vitto e sussidio, ma non promessi uffizi
certi ai figli loro, di qualunque merito od animo sieno. Il merito giudicato da
scritti o da concorsi, o da prove evidenti; risparmiati i concorsi ad uomini no
ti; e i pi onorandi, pregati che accettino. Resi inutili i vanti e le bassezze de
lla antica candidatura: il broglio, la subornazione, le turpi, mediazioni, diffa
mate e punite.
L'immeritamente posposto possa ricorrere: l'indegna elezione sia in modo solenne
ammendata: un magistrato indegno, anche dopo molt'anni, deposto.
CAPITOLO VENTESIMOPRIMO. MUNICIPII.
Pi libero di minute cure il Governo, e meglio alle maggiori pon mente; meno dover
i s'assume; e meno risica d'errare e d'offendere. Mostrai che il diritto dovere;
qui dico che il diritto pericolo.
Governo che assorbe in s tutti quanti i municipali diritti, deve di necessit parer
e ignorante e tiranno; perch nessuno conosce le cose lontane altrui, meglio che a
ltri le proprie vicine, n da questo immischiarsi nei menomi negozii della citt e d
el villaggio, al governo nasce verun giovamento. Anzi, e per liberarsi da un pes
o eccedente ogni umana forza, e per associare all'amministrazion propria la coop
erazione spontanea de' cittadini; laddove municipali franchigie non fossero, dov
rebbe il governo crearle. Tanti sono, a' nostri d, i malcontenti, perch gl'inopero
si, gl'inesperti, gli speranzati son tanti: e tutti cozzano contro i maggiori uf
fizi, perch i municipali son nulla. E nulla essendo il municipio, nulla la citt, l
a famiglia: e il nome di patria diventa suono terribile appunto perch vuoto di se
nso. Non potendo correggere le minime cose, si mira a mutare le grandi: e perch i
l governo vuol tutto inghiottire, i sudditi a poco a poco s'armano a tutto negar
e.
Punire i negligenti consiglieri od amministratori del municipio; se recidivi, fa
rli inabili a civili uffizi, segnarli con note di vitupero. Istituire un magistr
ato supremo, tutore e vindice dei diritti municipali; istituire un giornale dei
municipii; vegliare alla conservazione degli atti e non trasportarli nei capoluo
ghi, come s'usa: ma il sunto mandarne alla capitale della provincia, e alla capi
tale dello, stato; sunto autentico e da potere tener vece dell'atto; gli origina
li lasciare ai comuni.

Nelle elezioni municipali la norma del censo dovrebb'essere od abolita, o larghi


ssima. I comuni pi poveri si badi non sieno soperchiati, e il capoluogo non assor
ba tutto delle deliberazioni il vantaggio. A ci dovrebbe vegliare il magistrato c
he ho detto: s che mentre l'un luogo si abbellisce di oziosi ornamenti, non manch
ino all'altro le prime necessit; e per magnifica fonte ornata di sculture mitolog
iche, non debbano molti villaggi patire la sete; e qui manchi il maestro di arit
metica, mentre nella vicina universit sovrabbondano professori di diritto canonic
o e di pandette. Certamente, delle utilit del capoluogo partecipa il comune intie
ro, e le prime spese debbono a quello essere dedicate, ma tra l'utilit del capolu
ogo e le necessit del distretto, sempre dovrebbe la necessit prevalere. Similmente
laddove bisognasse deliberare di lavoro utile pi all'una parte del comune che al
l'altra, sebbene delle utilit dell'una parte approfitti l'intero comune, non di m
eno giustizia che al luogo che pi ne gode tocchi maggiore la spesa.
E non giustizia che i presenti sostengano soli il dispendio di lavori che debbon
o a' posteri loro fruttare: onde specialmente, l dove si tratti di somma non picc
ola o di povero comune e d'anni infelici, la si distribuisca in lunghissimo spaz
io di tempo, e ai presenti s'attenui.
Si distinguano le imposte che il municipio deve a' propri suoi bisogni da quelle
che a' bisogni della provincia, e da quelle che ai generali di tutto lo stato.
La distribuzione de' pesi sia al municipio stesso affidata: se circa la distribu
zione insorgon querele, giudici dal municipio eletti, decidano.
CAPITOLO VENTESIMOSECONDO. MILIZIA.
Addottrinare il soldato, occuparlo in opere di utile pubblico; dargli in mano, s
'' non l'ha, un'arte o due per quando e' torner cittadino.
CAPITOLO VENTESIMOTERZO. ECONOMIA.
Scemate che sieno al governo le cure municipali, tolte le cariche inutili, scema
te o rase le universit, scemate o in altro modo costituite le milizie, affidati m
olti affari alle commissioni che accennai ed alle indagini degli scrittori; tolt
i gli stipendii delle spie, tolti i sussidii arbitrarii a' teatri, e agli artist
i; tolte le pompe cortigiane; le imposte verrebbero a scemare della met per lo me
no. Le ambizioni a pi alto fine rivolte, le cognizioni economiche in tutti gli or
dini diffuse, le arti meccaniche nobilitate dalla scienza, dalla virt, dall'esemp
io, e fatte parte d'educazione compita, accrescerebbero in poco d'ora le forze e
conomiche dello stato.
Sciogliere a poco a poco tutti i vincoli commerciali; antivenire o temperare gli
incomodi della nuova libert facendo pubbliche tutte le notizie che possono le op
erazioni commerciali dirigere e assicurare, tenendo corrispondenza in tutte le c
itt mercantili d'Europa e del mondo; facendo il commercio, forte vincolo universa
le di utili e di potenze, non gara misera di sotterfugi e di frodi: gli errori e
conomici invalsi nelle moltitudini dileguare; aprir casse di risparmio, il gioco
del lotto abolire, i monti di piet riformare; le associazioni commerciali promuo
vere, alle invenzioni aguzzare gli ingegni, offrire alla nazione modelli del com
mercio e dell'arte straniera, gli stranieri opificii trapiantar nello stato, di
colonie d'agricoli o d'artigiani ravvivare le regioni pi sole, colla religione co
nsacrare l'industria facendone i preti raccomandatori e maestri; dannare lo stol
to lusso non gi con leggi ma con l'educazione e con gli esempi, e volgere ogni ge
nerosit privata a fine di pubblica utilit; ecco mezzi d'animare il commercio e l'a
rte, ben pi efficaci d'ogni divieto o comando.
Pi che l'ineguale e disacconcia distribuzione dell'avere, nocciono alla societ gl'
inutili impedimenti opposti al permutarsi de' valori e delle opere; pe' quali im
pedimenti e le opere si fanno quasi inutili, e scemano in rovinoso modo i valori
. Finattanto che societ non si fondino, alle quali possa il venditore e l'operant
e ricorrere, quegli per trovare spaccio non iniquo della derrata, questi per tro
vare lavoro; finch quelle assicurazioni le quali sopra tante altre cose men gravi
e men casuali cominciano a stendere il lor patrocinio, al ricolto del villico n
on si distendano ed alla giornata del bracciante, gli stati verseranno continova
mente in tremendo pericolo. E un governo avveduto potrebbe, egli, di questo bene
fizio farsi a' popoli autore, aprendo magazzini dove ricevere a prezzi meno usur
arii di quel che soglia l'avidit mercantile, le stagnanti derrate; aprendo banche
dove sulla guarentigia o de' beni registrati o delle derrate deposte o del cred

ito mutuo, possano i cittadini trovar denaro, mettendo in commercio biglietti ch


e rappresentino il valore de' beni registrati e delle derrate deposte; con quest
a sicurezza alle mani, differendo al cittadino il pagamento delle gravezze pubbl
iche sino a quel tempo ch' e' vender la derrata, siccome un uomo di raro ingegnos
i portoghese Pinheiro, proponeva. Pi direttamente che l'industria e il commercio,
promovete, ripeto, istituzioni che ispirino agli uomini desiderio ed offrano po
ssibilit di costituirsi in famiglia. Non a meravigliare se la presente societ cos f
radicia. Noi siam soli nel mondo, esuli nella patria, nomadi in ferma dimora; e
della variet gl'incomodi e i tedii della uniformit sofferiamo.
CAPITOLO VENTESIMOQUARTO. POLITICA ESTERNA.
Non tollerare e non provocare l'ingiuria, politica accomodata al forte ed al deb
ole: al debole in ispecial modo. I governi italiani la ingiuria delle mediazioni
straniere invocano, o soffrono quasi invocata; e molti degli amatori di libert,
a quanto pare, la provocherebbero di buon grado.
Attiva sia la politica interna, l'esterna sia nulla. Al di dentro innovate sempr
e: fuori, non intervenite mai. Giovate con l'esempio del bene; l'esempio conquis
ta. La politica esterna de' governi italiani cosa tanto misera che il pensiero n
on regge a fermarvisi. E nel presente stato, ogni lega, foss'anco de' principi i
taliani tra loro, sarebbe vincolo di reciproca schiavit.
CAPITOLO VENTESIMOQUINTO. NUOVO CONTRATTO.
Ma poich i regoli italiani hanno s a cuore il lor titolo, e gli ozi loro, e il dan
aro, i' vo' proporre un contratto che a tutt'e tre queste voglie soddisfaccia. C
hiamino i sudditi, e dicano: "Tanta la somma di danaro che la Nostra Maest dal su
o governo ha tratta finora: tanto la Nostra Maest ne pretende nel tempo avvenire.
Partite a senno vostro l'imposta: purch la Maest Nostra l'abbia. Purch la Nostra M
aest sia libera dalle sollecitudini del vegliare al vostro bene, giudici, difenso
ri, maestri, sceglieteli a senno vostro. Il danaro alla Maest Nostra assai, con t
anta forza quanta bisogni ad esigerlo. La Nostra Maest non serba a s che il diritt
o d'intervenire pacieri ed arbitri nelle discordie vostre. Pi vivrete concordi, e
meno sentirete l'imperio della Nostra Maest".
Per tal modo accumulati nel principe i comodi, nel popolo i pesi di quella che c
hiamano sovranit, e i principi pi soavemente sfaccendati, e i popoli se ne starebb
ero pi contenti. Ma i principi vogliono per s le odiosit, coi pericoli e colle noie
del regno. Tal sia di loro. Or a' sudditi volgiamo il discorso.
PARTE SECONDA
CAPITOLO PRIMO. LENTEZZA EFFICACE.
Le rabbie, le congiure, i sogni d'un'ombra di congiura, non mutano lo stato de'
popoli. Prima che politico, lo scopo di quanti attendono a vera libert sia morale
: perch quelle cause che all'occhio volgare paiono lontanissime, possono sull'ani
mo umano pi presenti e pi forti. Non ci spaventi la lunghezza del tempo. Se i vent
'anni spesi in misere trame, pretesto ai re di crudelt e d'insolenze, materia all
a nazione di vergogne e d'affanni, si fossero spesi in operare sul popolo e in m
igliorarlo, saremmo gi liberi. Fatichiamo non per l'utile nostro ma de' nostri fi
gli e nepoti; e forse da quella via l'utile nostro stesso riscontreremo.
CAPITOLO SECONDO. DEL RINFRESCARE IL SENTIMENTO NAZIONALE.
Intento morale insieme e politico sia rinnovare negli animi italiani la coscienz
a della propria dignit. La quale non si rinnova ripetendo stupidamente certe paro
le apprese dall'Alfieri o da Napoleone o dalle gazzette di Francia; ma sibbene e
ducando l'anima propria e le altrui a sentire vergogna e misericordia delle comu
ni sventure.
Molti tra gli ardenti a libert, alla nazione non pensano: da s, dagli amici loro,
dai libri stranieri, dalla verit astrattamente considerata, giudicano Io stato de
' popoli e l'esito delle imprese.
Or io dico che l'indifferenza non vizio soltanto de' principi ma de' popoli; dic
o che l'inerzia e l'incostanza e la sbadataggine troppa: dico che fin ne' pi de'
migliori l'amore della libert non necessit perpetua; non loro coscienza, lor vita.

A questo male primieramente riparare bisogna; eccitare ne' popoli i nazionali a


ffetti, che solo bello fanno il combattere, e il vincere fruttuoso.
CAPITOLO TERZO. RELAZIONI TRA SUDDITI E PRINCIPE.
Poco finora si chiese ai principi: si cespir, si minacci; ma la franca istanza, la
incessante manifestazione del vero, fu terrore ai pi coraggiosi.
I pi autorevoli (non per ingegno: l'ingegno sospetto), autorevoli per alta vita,
per titoli, per danaro (autorit terribile ai principi, ed emula loro) propongano
non riforme in sul primo, ma correzioni, temperamenti, e la proposta cada sopra
cose evidentemente utili a tutti e sicure. Cittadini di varie et ordini e luoghi
dieno occasione alle proposte con petizioni sottoscritte da moltissimi nomi; l do
ve le petizioni da molti sottoscritte son colpa, si presentino a fasci, segnate
d'un nome ciascuna. Si ripeta la domanda, s'insista: a forza di sollecitazioni s
i estorca una qualche risposta. Anche contraria, non fa. Dopo un niego, e due e
quattro e dieci, e' si vergogneranno alla fine di negar sempre; n'avranno noia e
paura.
Non temete sia chiuso l'adito ad ogni istanza. Pi facile chiudere sotto una campa
na di vetro l'intera citt. Non temo io gi che le inchieste non sieno esaudite: tem
o non duri perseverante la volont de' chiedenti. Se molti in un volere concordass
ero, il principe anch'egli a poco a poco sarebbe costretto a volere; ma i molti,
e de' pi unanimi, non concordano.
CAPITOLO QUARTO. BENI DA OPERARE.
Havvi de' beni (e sono grandi) a cui conseguire, bastano le forze de' cittadini,
tuttoch abbandonate dal principe, o combattute. Beni economici, intellettuali, m
orali. Questi operati, i politici ne conseguono, come, preparato il declivio, l'
acqua scende tranquilla fcondatrice.
Le tre sorta di bene che ho nominate a vicenda s'aiutano; in tutte bisogna opera
re ad un tempo. L'Italia il paese dove di tale opera pu riescire pi grande l'effet
to, perch in Italia gl'intelletti pi ch'altrove son sani; e sinceri gli affetti, e
le sorgenti economiche o non esauste o non tocche. Certo faticar molto bisogna;
e il tempo che in bestemmiare o in guaire si spende, mettere a frutto.
CAPITOLO QUINTO. FAMIGLIE.
Ineominciam da lontano: e non nostra la colpa. E a chi questi capitoli paressero
troppo elementari e troppo men alti dell'alta politica d'oggid, non li legga.
Di tutti i mali, di tutti i beni de' popoli radice la costituzione della famigli
a; per lei l'Inghilterra, la Svizzera, l'America libere, per lei sempre in tempe
ste la Francia; per lei schiava l'Italia; per lei nella schiavit tranquilli, e di
una certa libert godenti i paesi germanici. Per ritemprar la famiglia, conviene
mutare l'educazione; i matrimoni con nuovi avvenimenti ordinare. Il celibato si
stende quasi contagio fra noi. Or il celibato ha cagione nelle ambite e nelle te
mute doti; nella noia, ormai fatta insoffribile, di educare i figli, nella smani
a e nella difficolt di collocarli in condizione pi alta della paterna; nello spett
acolo doloroso de' pi tra i matrimoni cittadini.
Lasciatemi immaginar l'educazione domestica conforme a ragione e a virt, lasciate
mi immaginare le spese dell'istruzione alleggerite dalle scemate ambizioni e dal
l'aggregarsi delle famiglie che fondino a spese comuni scuole e collegi; lasciat
emi immaginare il celibato non necessario e non operoso, fatto simile a vituperi
o; la fecondit rispettata come procratrice di nuove forze, ricchezze, virt; prescel
ti ne' pubblici uffizi, a circostanze pari, i padri insieme e gli educatori pi sa
ggi; lasciatemi immaginare tutte quelle condizioni che rendano il senso perduto
al nome di padre, di marito, di figlio; e io vi profeter scemato il numero de' ce
libi viziosi; ch' quanto dire degli uomini senza patria; scemato il numero degli
annoiati, de' disperati, de' suicidi. Se cotesto impossibile, dite impossibile
la salute d'Italia, la libert della Francia. Ben so che cotesti ai pi paiono effet
ti della libert costituita, non cause. Son cause insieme ed effetti. N senza famig
lia nacque mai patria, e sempre alla patria precesse la famiglia; e finch i buoni
padri di famiglia alla rivoluzione non prendano parte, rivoluzione fortunata no
n avremo mai. Dell'amore di famiglia fare che spunti l'amore di libert, quest' pri

mo uffizio de' veri liberatori. E a questo i nostri liberatori non pensano.


CAPITOLO SESTO. DONNE.
Dalle donne vennero ai popoli sempre grandi impedimenti a libert, e grandi aiuti.
La donna italiana, d'ispirazione capace, sapiente dell'obbedire, sapiente del c
omandare ove occorra, guarentigia a noi di men duro destino. Fin l dove gli uomin
i sono pi corrotti e pi deboli, quivi le donne sono meno deboli e men guaste di lo
ro.
Ma l'istruzione imperfetta, e male accomodata, sovente perverte l'educazione; e
l'istruzione presente delle donne d'Italia assai volte solletico al male. Pascon
o il corpo e l'ingegno di suoni, di danze, di fiacche letture; d'ozii delicati:
della debolezza dell'animo fanno un vanto, della irritabilit morbosa ai menomi do
lori una gioia; e frattanto i veri dolori della patria, de' mariti, de' figli, d
el proprio lor cuore, non curano.
Men suoni, e meno danze; fugga i collegi e i conventi, conversi con le sue pari,
con gente del popolo, in presenza de' suoi, impari ad amare molte cose e person
e d'affetto candido ed innocente. Le ore tutte alla donna sien piene, e in deter
minati studii partite. Le cure domestiche (e dall'infime ancora nessuna condizio
ne rifugga, perch nessuna condizione libera da' bisogni a cui quelle cure soddisf
anno; e giova saperli da s soddisfare, per meglio esser liberi), i lavori, la let
tura sobria; gli elementi di quelle scienze naturali che pi a donna s'avvengono:
i modesti esercizi ginnastici; i trastulli che possono addestrare la mente; ogni
cosa rivolta ad un fine, ma senza che il fine appaia sempre tedioso, e sovrasti
tiranno.
Abbiano tutte alle mani un mestiere che possa loro campare la vita; e a taluno d
e' pi facili tra gli esercizi civili s'addestrino, e affrettino il tempo quando l
a donna potr vivere la vita indipendente dall'uomo, potr seco trattare da pari a p
ari; e per amore e per ragione e per dovere gli ceder, non per legge iniqua o per
necessit ferrea, quando in molte funzioni della vita privata e della pubblica vi
ta la donna potr tenere le veci dell'uomo, ed essergli aiutatrice ed amica nel pi
eno significato del nobilissimo nome; quando, il tempo di fare il bene le manche
r, non le vie.
CAPITOLO SETTIMO. MUNICIPIO.
Dopo la famiglia fondamento a libert il municipio.
Inutile che i diritti municipali ci sien resi da principe o da repubblica, se no
i non ne sappiamo far uso. E questa tra le tante calamit nostre delle pi lagrimevo
li; che i pi di noi gridiamo per libert le quali, impetrate, ci sarebbero ingombro
. E lo dico a costo che ne gioiscano i re; lo dico perch tutti lo tacciono; e dir
lo dovere.
Quante di quelle politiche verit che sono condizione della vita civile, come il v
edere condizione del leggere, quante sono, non dico nel nostro popolo divulgate,
ma conosciute da' nostri liberatori, e da tutti loro assentite? Molte delle lib
ert che noi dai governi aspettiamo spontaneo regalo, sono, come tutti i beni veri
, in noi stessi. Possono i tiranni pi sfacciati impedire tale o tal'altro eserciz
io de' municipali diritti, tutti rapirli non possono, e noi di tutti l'esercizio
omettiamo.
Unico rimedio mutare i nostri costumi, impresa, ognun vede, facilissima e da con
sumarsi in poch'ore; farci vigilanti, animosi, pazienti, solleciti degli altrui,
cos come degli utili nostri.
Ed perci che in sulle morali generalit insisto tanto, perch fuor di quelle ogni cos
a sembianza fallace.
A ritemprare il municipio, molto varrebbero i ricchi, le popolari franchigie dif
endendo, illuminando le ignoranze del villico chiamato a seder nel consiglio del
suo comune, rimproverando i fiacchi e gl'ignavi.
Converrebbe modellare il municipio agli ordini di ben costituita famiglia; or la
famiglia del ricco dov'? Come tiene egli i suoi servi, egli che mal soffre la po
litica servit ? Or perch a' principi non concesso offendere que' diritti dell'uman
it che il ricco ad ogni istante calpesta? La condizione vile e i depravati costum
i di tante migliaia di anime ragionevoli serventi per prezzo alle irragionevoli

voglie di chi possiede qualcosa, piaga profonda, indizio e quasi sfogo di altre
piaghe nascoste e pi gravi. Fino a tanto che il contratto del padrone e del servo
non sia dalla virt governato, societ non avremo. Fino a tanto che i ricchi vivran
no stranieri al popolo come nel Piemonte, e, moltissimi, in Lombardia; al popolo
misti, ma non curanti di lui e non curati e derisi, come tanti nel Veneto e nel
la Toscana; i governanti non solo non rispetteranno la nazione ma non la potrann
o comprendere.
CAPITOLO OTTAVO. SCIENZA DE' FATTI.
Molti beni da molti si tralasciano perch s'ignora il modo d'oprarli: molti mali s
on tollerati e commessi, perch i pi non v'applicano il pensiero. Alla scienza de'
fatti conviene attendere con cura pi virtuosa e pi sapiente che troppi non soglian
o, per la negligenza de' fatti il cuore, la mente, la immaginazione si chiudono
e inaridiscono.
Raccogliere i fatti, raccoglierli tutti, morali, economici, politici, letterarii
: grandi e piccoli, purch certi, sotto capi generali ordinarli, non inferirne con
seguenze gnralissime, ma ogni menoma circostanza recare a qualche verit generale; n
on facil cosa.
CAPITOLO NONO. NORME PER RACCOGLIERLI.
Ma a fermare le norme dell'osservazione pochi uomini bastano, e possono guidare
le indagini di moltissimi. A questo fine societ statistiche si fondino; e, se il
governo lo vieta, si dia loro altro nome; si faccian secrte. Nessun governo al ce
rto potr impedire cospirazione che tenda alla scoperta di fatti e cifre. Viaggi,
corrispondenze, calcoli, non si risparmino; s'associno all'opera gli stipendiati
del governo ne' pubblici uffici; e non notizie generiche si dimandino, ma cifre
esatte. Tanta milizia,tanti sgherri, tanti carcerati; tanta spesa per la polizi
a, tanta per l'educazione, tale la rendita dello stato, tale l'escita; tali le l
eggi, tale delle leggi l'abuso.
N solo i fatti recenti, ma i passati eziandio; che sono cosa necessaria ad intend
ere le quotidiane sventure: e in ogni momento del presente raccolto uno spazio l
unghissimo del passato. Questo segnatamente in Italia: n senza un po' d'archeolog
ia sar mai compiuta l'italiana politica.(2)
CAPITOLO DECIMO. DEL DIFFONDERE LE NOTIZIE.
Raccogliere i fatti, difficile; darne a comprendere l'importanza, difficilissimo
. Tutti di cifre campiamo, e respiriamo statistica; ma senza pensarci; e de' fat
ti digeriamo poca e la men solida parte. Sia dunque primo uffizio, e direi quasi
, unico, dell'educazione: insegnare l'osservazione de' fatti. Che altro la facol
t cratrice se non potenza d'osservare relazioni nuove tra le cose che ai molti app
aiono lontane od opposte?
Quanto al diffonderne la cognizione, quelli che meno chiaramente svelano le turp
itudini de' governi, si narrino ne gli stessi giornali d'Italia; i pi eloquenti n
egli esteri. S'aggiungano fogli clandestinamente stampati fra noi; ma meno inett
i di quelli che escirono in alcune parti d'Italia: s'aggiungano opuscoli stampat
i fuori. Di questi scritti il linguaggio sia chiaro; da parte ogni declamazione,
da parte le leziosaggini letterarie. Si parli al popolo, ai ciabattini, alle do
nne; si renda l'ingiustizia evidente, si tocchi al vivo la piaga. Si persuadan l
e menti; e gli animi ben presto saranno commossi.
CAPITOLO DECIMOPRIMO. EDUCAZIONE.
Uomini ardenti a libert vera, s'avranno da nuove scuole e da nuovi maestri. Debbo
no i maestri educare s stessi con lunghi esercizi, con la meditazione, con la vir
t, con l'affetto.
Conviene insegnare la grammatica non nei trattati di grammatica, ma leggendo, pa
rlando, scrivendo; l'eloquenza non nei trattati di rettorica, ma scrivendo, legg
endo, parlando; la logica non nei trattati di logica, ma scrivendo, leggendo, di
scorrendo, operando; discorrendo dico, or con famigliare libert, ora con rigido r
agionamento; la metafisica in sul principio per assiomi, e non per analisi, asso

ciandola alle idee religiose, senza confonderla a quelle; la religione, nella pr


atica del ben fare, e negli atti, bene intesi, del culto; le leggi civili nelle
consuetudini del civile commercio; la medicina negli usi della domestica vita; l
'economia pubblica nella privata; la scienza de' numeri nell'economia; parecchie
delle scienze fisiche col disegno; la storia nella famigliare conversazione e n
e' quadri; la poesia con la musica; accomunare l'una scienza coll'altra; in ogni
studio trasfonder l'amor del bene comune; ogni cosa applicare ad usi civili, e
dalla intrinseca bont giudicare la bellezza e la verit.
Questo che i governi d'Italia non faranno mai, questo uffizio de' ricchi. Trovar
e gli uomini idonei; dar loro gli educatori a educare; principalissima cura. Le
scuole normali, purch non fatte schiave ai governi, e non anneghittite nelle angu
stie de' metodi e de' sistemi, saranno feconde di inestimabili beni. Se pubblich
e non possono, sien private.
Dico che i governi d'Italia questo mai non faranno. Gesuiti a Modena, a Roma, in
Piemonte; scolopii in Toscana, tedeschi o servi di tedeschi in Lombardia; solo
in Napoli alquanto di maggior larghezza. Quivi gli istituti abondano, e son fera
ci gl'ingegni; ma i buoni metodi mancano. Napoli la terra delle grandi sventure,
dei grandi pericoli, delle grandi speranze.
Vorrei dire de' metodi: ma sarebbe troppo lunga disgressione dal presente argome
nto. Conchiuder molte cose in una parola; variet. Sieno varii, e saran liberi; e a
libert condurranno. Ogni imitazione servile, bandita. Premii, altri che d'onore,
tolti via. Sommo premio ai giovani nostri sia la speranza del bene.
Doppio d'ogni educazione lo scopo; svolgere le umane facolt, ed assodarle: dar lo
ro agilit e costanza; insegnare il moto e la pace. Paiono uffizi contrarii, ma ri
escono al medesimo entrambi. Cos nell'uomo individuo, cos nella civile famiglia.
Una delle parti della educazione, al mio credere, pi importanti, e par frivola a
molti, la lingua. Nazione avremo quando avrem lingua comune, gli scrittori almen
o e gli uomini culti. Ma non l'abbiamo; e le dispute passate cel dicono; e la qu
estione sott'altre forme rinascer, non temete. Perch' questione di vita o di morte
; e solo gli educatori possono scioglierla daddovero; conformando il linguaggio
ad un tipo vivente, un tipo certo: il Toscano. Che s'abbia a pensare di quella l
ingua che non ispirata dal popolo, che i modi del popolo fugge, lingua de' libri
e de' grandi, cio lingua de' morti; il suo titolo vel dice: aulica e cortigiana.
CAPITOLO DECIMOSECONDO. EDUCAZIONE DEGLI ADULTI.
Popolo dove l'educazione si restringe alle scuole, dove l'uomo si reputa suffici
entemente e dotto e buono quand'ha di che vivere, popolo schiavo. L'educazione v
era incomincia l dove la nostra finisce, agli uomini con la laurea o col mestiere
, col matrimonio alle donne.
Ma intanto i giovani si vengano educando da s. Nella giovent d'oggid veggo segni ch
e mostrano non vano il mio desiderio. La sventura sentita assoda i pensieri; e i
nostri giovani sentono la sventura. Ne ignoreranno le vere cause e i rimedii, m
a la sentono.
S'educhino dunque tra loro. Stringano societ non politiche per ora; morali piutto
sto; abbiano cassa comune, comuni statuti, comuni gli esercizi del bene; corrett
i a vicenda i difetti, infamato il lusso; i vizi con fraterna severit gastigati.
Le discussioni amichevoli con cerf ordine regolate; con esercitazioni scritte ed
estemporanee, educate la parola, il pensiero.
Pongano i giovani insieme una somma da comprar libri, e diffonderli nel popolo;
libri intendo innocui alla fede, a' costumi. Solo gli stolti omai possono creder
e che l'uomo spogliato di fede e corrotto, sia libero.
CAPITOLO DECIMOTERZO. NUOVE ACCADEMIE.
Accademie nuove, le quali espiino il disonore che questo nome rammenta; e si ram
ifichino di provincia in provincia; unite nello scopo, libere de' mezzi, a prati
ci studi dirette; scopo non secreto no, ma da potersi in parte almeno manifestar
e: studi fruttuosi tanto che promettano gloria. Santa cosa la gloria, se mezzo,
non fine. Fine, vanit misera, tormento simile a rimorso, odio talvolta e delitto.
Mezzo, stimolo al bene, effetto e causa di bene. L'ama l'uomo allora, ma pronto
a cercar nel silenzio, nella soppressione del proprio nome, nell'umiliazione, n

ello scherno se occorre, le utilit de' fratelli. Con queste norme, amate, o giova
ni, amate la gloria.
E l'avrete se i vostri studi tendono a novit fruttuosa. Non cercate il nuovo come
nuovo; mirate all'utile vero dei molti, in esso la novit troverete.
Ma codeste accademie, ripeto, non debbono somigliare in nulla alle note fin qui,
se non se a quelle degli Orti Oricellarii e del Cimento; debbon piuttosto cerca
re esempi negli antichi ordini pitagorici, nella scuola di Socrate, nella scuola
di Cristo, degli Apostoli, di certi fondatori d'ordini religiosi, nella solitud
ine di Portoreale, e nell'ardore, a miglior fine rivolto, degli enciclopedisti d
i Francia.
Sieno le adunanze frequenti, e tengano luogo delle stupide conversazioni del gre
gge titolato; or in citt ed ora in villa: in passeggi, in gite, in viaggi. Viaggi
statistici, geologici, agrarii, meteorologici, astronomici, archeologici, poeti
ci: ed apprendere, ed insegnare.
Le tornate non rimpinzate di noiosa lettura, ma variate di discorsi estemporanei
, di disputa, di conversazione amichevole, di letture d'antichi o di moderni, di
vicendevole critica. Leggere insieme, insieme sperimentare; ora concepire, ora
correggere insieme. Il presidente mutato a ogni tornata, e tutti alla volta loro
presidenti. Se insorge contesa, se ne differisca la discussione a tempo pi ripos
ato. Intervengano alle adunanze le donne.
CAPITOLO DECIMOQUARTO. LETTERATURA.
Dire ai letterati italiani: scrivete per il popolo; commentate la storia in roma
nzo, in dramma, in dialogo; conditela in mille modi, poi ministratela cos com', pe
rch nulla potreste voi mai crear di migliore, e la storia contiene tutte le verit
pi efficaci, e le meno vietate in governo di despoti; queste cose dire ai lettera
ti d'Italia, tranne i pochi magnanimi, un parlare a' cadaveri. Ma dirle bisogna.
E Iddio li risusciti.
Quando saranno risuscitati, vedranno che per dare efficacia alle opere letterari
e, conviene informarle di potente unit, che ogni nuovo secolo chiede una nuova en
ciclopedia, non gi quella ch' compatta in grossi volumi, e per ordine d'alfabeto o
di materie, ma un'ordinazione nuova delle umane cognizioni, una nuova maniera d
i collocarle, d'intenderle, d'effettuarle; in che s'abbraccino le nuove cagioni
e i nuovi effetti delle cose, le nuove conseguenze, e i nuovi principii. Ne' tem
pi quando l'ispirazione predomina, quest'opera si fa da ciascuno uomo per istint
o; e i lavori dello scrittore e dell'artista cospirano, senz' avvedersene, al fi
ne a cui tutta la generazione cammina.
Ne' tempi quando il sentimento occupato dal raziocinio, e talvolta soggiogato da
quello, non danno cercare razionalmente siffatta verit; e per tutte le vie ricon
durre ad essa gl'ingegni traviati o esitanti.
Ma a' pochi a' quali omai proposito fermo spendere la vita pel vero, io dir: non
v'aspettate dagli uomini conforto alcuno, dagli amici aspettate ancor pi amaro, r
icambio che da' nemici. Interpretano a rovescio le vostre parole; leggeranno con
la mente quello che va letto col cuore; una o poche sentenze staccheranno dal c
ontesto, e sopra quelle, avvelenate dall'odio, faranno giudizio dell'opera inter
a; vorranno le passioni e gli errori propri adulati, adorati da voi; saranno pi o
mbrosi, pi deboli,. pi intolleranti dei re, se da loro dissentite pure in parte,
vi diranno o stolto o ipocrita; sconoscenti del bene da voi fatto od almeno desi
derato, freddi, schernitori; vi abbandoneranno nel bisogno, nel pericolo vi fugg
iranno; ecciteranno contro voi le ire ed i sospetti, vi oppugneranno con inimico
linguaggio; calunieranno. Ma voi di tali cose non prenderete n meraviglia ned ir
a ned affanno soverchio. E assai vi sar compenso la compassione e l'affetto de? p
ochi buoni, e la speranza del bene vicino, e la gioia del bene operato, e lo spe
ttacolo della natura che innamorata vi guarda e v'incuora ad amare, e la voce di
Dio, e la bellezza della povert vostra incontaminata, e le ispirazioni continove
del vostro arcano dolore.
CAPITOLO DECIMOQUINTO. ARTI.
Le arti che parlano all'orecchio sono pi spirituali e pi possenti di tutte. Rifacc
iamo politica, cio popolare, la poesia; rifacciamo interprete d'idee vere e forti

la musica; e avremo educato il popolo meglio che con universit e collegi. Uno nu
ovo dramma, una nuova commedia bisogna all'Italia. La sterile e livida e quasi t
irannica ira del conte astigiano non (scuoter mai le viscere del popolo d'Italia;
e guai se fosse da tanto. Ogni letteratura, ogni politica, ogni credenza, fonda
ta sull'odio, dannata a morire. Laddove l'Alfieri non odia, quivi egli grande.
Il Goldoni il poeta degli umani difetti, difetti di un popolo molle e castrato;
un de' pi grand'uomini del secolo scorso, secolo che non pi.
Io voglio che il dramma sia non declamazione ma vera azione; non copra della sua
porpora le piaghe del cuor
umano, ma le sveli, le palpi, lo faccia fremere di dolore e di piet, non di rabbi
a; voglio che il poeta comico mostri come le prime debolezze conducano a' grandi
vizii, preparino le grandi sventure; voglio che sia profondit nella sua leggerez
za, sien lagrime nel suo riso. La vita oggimai meno semplice e men trasparente c
he ne' secoli antichi; e di pi varii elementi si compongono gli affetti dell'uomo
. Difficile conoscerli, difficilissimo rappresentarli. Sotto la virt la passione,
sotto il vizio talvolta nascondesi la virt; le apparenze talvolta prosa e fango;
il fondo delle cose, onda limpida e poesia. Bisogna divinare i secreti delle an
ime, rivelarli; temperare ogni eccesso di lode e di biasimo, d'amore e d'odio, e
ccesso ch' insieme stoltezza e ingiustizia; abbellire il bello sensibile col mora
le; non accarezzare siccome la bellezza, il deforme, ma farne occasione a bellez
za, manifestando il fine a cui fu destinato; in ogni cosa far sentire una nota d
ell'eterna armonia.
Troppo io chieggo; ma necessario. - E finch a tali drammi, e rappresentati da tal
i attori quali i nostri, assisteranno in dugento teatri d'Italia cinquecento bip
edi spiumati ogni sera, avremo a centomila bipedi quattr'ore del giorno ben pegg
io che perdute. Del dramma cantato non parlo. Per mortificare con pena spaventev
ole i ribelli, e domarli, dovrebbero i principi in vece di carcere condannarli a
lla quotidiana lettura d'un libretto d'opera. Un libretto d'opera fa per un regg
imento tedesco; un ballo tragico vale per due cardinali legati.
Riparo a questo torrente di sporca imbecillit che c'inonda, istituiscansi societ f
ilodrammatiche, filarmoniche, dove pochissime tragedie e poche commedie si rappr
esentino, si diano tradotte le migliori degli stranieri teatri, si cantino le op
ere meno scipite; e opere nuove si ordiscano sopra parole men triste; e s'accomo
dino alla vecchia musica parole che dicano se non pi poetici, meno stolti concett
i.
La scienza e l'eloquenza e la poesia saranno nello illustrare il cristianesimo a
vita nuova suscitate. E il cristianesimo dar dell'arte dello scrivere ben pi alta
idea che i pi grandi scrittori fin qui non avessero: e ci mostrer nella parola es
sere misterii onnipotenti; la lingua essere il popolo, essere l'umanit, essere il
Verbo di Dio; essere strumento e vincolo di libert, e di uguaglianza e di sovran
it sulle cose; essere l'eredit dei pensieri e degli affetti e dei destini che l'un
a generazione viene all'altra legando; n lo scrittore poterla rinnegare o insudic
iare con imitazioni difformi o con superbe licenze senza rinnegare la patria e b
estemmiare la verit. Il cristianesimo ci mostrer che venerabile cosa sia la bellez
za; e con che gioia e tremore, con che perseveranza e purit debbano gl'ingegni um
ani accostarsi a vagheggiarla ed a coglierla; niente detratto al vero, e niente
aggiunto; l'utile contemperato al piacere in modo che sieno una cosa; n la mente
n il cuore n la fantasia soverchianti; severo il concetto, l'affetto abbondante; f
orte lo stile, soave il linguaggio; non un apice inutile, non una voce mal posta
; calcolo i ragionamenti, scultura le immagini, musica i suoni (3).
CAPITOLO DECIMOSESTO. ARTI DEL BELLO VISIBILE.
Le arti del disegno ricreate da intenzioni civili, sarebbero educatrici convenie
ntissime; e la storia con le sue memorie potrebbe nobilitarle; ed esse le memori
e della storia diffondere nella cognizione degli uomini. Fra tante cose che a ca
ro costo s'imprendono, una serie di immagini incise d'uomini insigni, ne' quali
l'intera storia d'Italia si venisse, come in simbolo, a compendiare, diverrebbe
occasione a pensieri e a discorsi infiniti. E queste stampe distribuite a tenue
prezzo ne' collegi, nelle terre; date per premio a' giovanetti, appese alle pove
re e alle ricche pareti, varrebbero quanto la quotidiana lettura d'un libro buon

o.
Il popolo non sente la potenza dell'arte, ha perduto l'intelletto di quella ling
ua divina che la bellezza; n lo racquister se le armonie di codesta lingua non s'u
sino novellamente ad esprimere alcun nobile affetto.
Ma pi che tutt'altre, all'educazione civile gioveranno le sempre nuove bellezze d
ella natura. Il sole italiano, sebbene appannato dalle frasi dei retori, splende
raccomandatore perpetuo d'ogni altra cosa; splende a dispetto de' retori, a dis
petto de' re. Si educhi la plebe cittadina all'amore de' campi, sia entro alla c
itt stessa un qualche angolo dove il verde della terra rinfreschi gli appassiti p
ensieri. Oli spettacoli in seno alla natura, sono e al popolo pi grati e pi innoce
nti e pi belli. E quello che e' inaridisce e schiaccia, e ci fa schiavi altrui e
nostri tiranni, ignoranti del popolo, e per della libert; gli il continovo starsen
e sepolti nella cloaca dell'arte.
CAPITOLO DECIMOSETTIMO. BENI ECONOMICI.
Siccome tutte le scienze, e pi le pi nobili, entrano nella economica, cos questa in
tutte.
Ragionare dell'equilibrio de' poteri politici a turbe ignoranti o affamate, ragi
onare di morte disperata a una mandria di godenti satolli; gli come predicare vi
gilanza a. briaco, valore al tisico moribondo. Morale, politica, economia, separ
ate l'una dall'altra, s come sono nelle menti d'italiani, efrancesi moltissimi, s
i combattono tra loro: unite, promettono un ordine nuovo di cose, e incredibile
ai pi.
Sotto il nome di economia abbraccio tutte le cognizioni che insegnano a sapere e
ad usare e ad accrescere le forze umane. Economia in tutte le arti, in tutte le
scienze che l'incremento delle arti promuovono: economia nella ginnastica, nell
e cognizioni mediche per il popolo propagate: economia in tutti gli abiti morali
e civili che conducano a meglio conoscere; a pi nobilmente ingrandire la energia
delle corporee facolt senza danno delle facolt pi essenziali alla natura dell'uomo
.
Sorga dunque degna gara tra i cultori delle scienze spirituali per tradurre in m
ateriali utilit le alte loro speculazioni; e tra cultori delle fisiche per elevar
e, quasi sgabello, allo spirito le forze della visibile natura. Ma i pi de' pensa
tori in Italia passeggiano soli tra le nuvole dell'aereo ragionamento; e le scie
nze naturali son trattate da gente che ogni spiritual meditazione disprezzano. F
ra le due schiere gli uomini d'affari camminano, ben sicuri di non essere nel ca
mmino impediti.
CAPITOLO DECIMOTTAVO. ISTITUTI ECONOMICI.
Quest' delle cose italiane fausto indizio; la moltiplicazione degli istituti alla
sorte del povero favorevole; casse di risparmio, scuole di mutuo insegnamento,
scuole infantili, societ d'assicurazione sulle vite e sui beni. Pochi ancora al b
isogno: ma il prosperare de' pochi speranza.
Il languore che, per antico vezzo e perch di stimoli mancano, ben tosto invade og
ni pi forte volere, vieta che simili istituti nelle provincie si vengano propagan
do. Mancano fondatori, direttori; mancan persone che solletichino al bene l'anim
a intorpidita del ricco, ammaestrino i molti, e li facciano confidenti in s stess
i e in altrui
Gioverebbe intanto annunziare al popolo non per via di giornali (in poche parti
d'Italia i giornali popolari metterebbero radice per ora) ma di scritti volanti,
annunziare, dico, i buoni successi de' viventi istituti, e la loro utilit render
e palpabile per via di cifre e d'esempi. Aprire, senza che a ci aiuti il Governo,
aprire un luogo dove tutte le utili novit sieno esposte alla pubblica vista; nom
inare un consiglio che di quest'onore le giudichi degne; per tal modo assicurare
e agli operanti e a' comperatori l'utilit delle nuove merci od industrie; per so
lo questo fatto premiare e promuovere l'arte, i perfezionamenti di quella con fa
cilit divulgare.
Altre casse di risparmio i' vorrei fondate fra noi, od almeno con pi civile avved
imento consacrati al comun bene i risparmi privati. Vorrei che gli uomini dell'a
rte stessa, dello stesso villaggio, della stessa parrocchia, ponendo in comune o

gni giorno una leggiera somma, varia secondo l'et, la possibilit, la natura dell'a
rte ch'esercitano, e simili differenze, aprissero una cassa provveditrice alle n
ecessit della vecchiaia, delle malattie, dell'inopia, dell'educazione; evitassero
per tal modo gl'inconvenienti che vengono al povero da invenzioni di macchine n
uove, dal rincarar d'una merc, da un subito abbassare di prezzi, da un qualunque
rapido mutamento di cose. La nuova compagine sociale che da questo tenue vincolo
si verrebbe a poco a poco intessendo, creerebbe desiderii, comuni l dove non son
o, o son tra loro pugnanti. Vorrei che le assicurazioni, trattate finora commerc
ialmente, divenissero istituzion civile, e tutti i cittadini fossero assicurator
i alla propriet, alla sussistenza, alla libert di ciascuno; e gli operai tutti ent
rassero anch'eglino, in debita proporzione, possessori delle macchine nuove e de
gli opificii, e pel consorzio degli utili cessasse alfine la iniqua guerra tra m
ercatanti e braccianti.
Vorrei alleggerite le spese necessarie a' pegni ed alle ipoteche; le carte signi
ficanti il valore della cosa impegnata, immobile o mobile, commerciabili in modo
meno iniquo che di presente non s'usi, tolti que' tanti ostacoli pe' quali le f
ormule e le cerimonie ritardano, scemano, impediscono e fanno rovinoso il commer
cio di tutti i valori.
Si ricreino con ordinamenti nuovi gli istituti di beneficenza, tanti in Italia e
s degenerati dall'origine antica; si aprano nelle campagne ospedali e monti di p
iet per soccorrere il villico, e sottrarlo alle zanne degli usurai. Si agevolino
al povero i modi d'ottenere danaro; i modi di acquistare la propriet d'una partic
ella di quella terra che egli ha innaffiata di sudori e di lagrime. Oli si abbel
lisca di quiete speranze la vita.
Solo il dissodamento de' terreni abbandonati, la costruzione delle strade comuna
li; solo lo scavo de' pozzi modenesi, la cui merc, non sar pi temuta un giorno la s
iccit delle avare stagioni, e quasi tutta la terra godr il benefizio che gode l'Eg
itto; una sola, io dico, delle tante nuove cose che restano a tentare per far me
n cruda la sorte di questa umanit infelicissima; basterebbe ad occupare con utile
grande migliala di braccia.
Si trasportino colonie d'artigiani dalle grandi citt ne' luoghi dove con meno dis
pendio e con pi vantaggio sia lecito tentare nuove industrie; quelle tante intrap
rese di certo esito che i pochi finora assaggiarono per avidit di denaro, si volg
ano, ad utile degli infelici; e l'utile de' ricchi sar non men grande, e sar dalla
benedizione de' popoli consacrato.
Non sia povero che languisca ozioso, non fanciullo cui manchi maestro: societ si
compongano al collocamento degli artigiani, all'ammaestramento dei derelitti, a
sollievo dell'inopia impotente. Ad ogni contrada un padre de' poveri: e muti ogn
i mese.
Negli asili degli infelici si chiamino con tenue pigione o con nessuna gli artig
iani della citt; che quivi trasportino i loro opifici e si faccian maestri a quel
la povera giovent. Gli artigiani avrebbero gratuito o quasi gratuite
il soggiorno; i poveri gratuita l'istruzione; e la citt dai loro lavori trarrebbe
il necessario a sostentarli. Un istituto siffatto da ben due secoli fiorisce in
Torino.
CAPITOLO DECIMONONO. CASSE.
I ricchi specialmente, ripeto, dovrebbero a tali imprese dar mano. Pronta sempre
una somma ai bisogni improvvisi, pronta alla creazione ed alla ampliazione de'
buoni istituti, pronta all'uopo di resistere all'insolentire de' principi.
Societ si stringano, spontanee, di benestanti in uno intendimento concordi: e, mo
rendo, neghino una particella de' lor beni agli avidi e ingrati e gi ricchi eredi
; la consacrino al povero. Se le cessioni volontarie della, privata propriet foss
ero governate da norme nuove, eviterebbero molti disastri e delitti.
Con qualunque intendimento politico tali societ si stringano, gioveranno. I ligi
al principe le stringano dal lor canto, i devoti alla nazione dal loro: abbia ci
ascuna opinione la sua. Purch societ si facciano, sotto qual bandiera, non monta:
basta che gli uomini prendan uso a congiungersi in vincoli d'amore mutuo, ad int
endersi, a cospirare, prima che con le forze del braccio, con le forze dell'anim
a. Tale che si sar consociato ad altri uomini per impresa non degna, dalla forza

stessa che l'atto dello associarsi avr infusa in lui, sar condotto ad usare que' m
ezzi in pi nobil fine. Poi, l'agitarsi delle parti contrarie dester l'emulazione,
stringer l'uomo all'uomo; opereranno per non essere soverchiati: sentiranno la vi
ta.
Imaginate una societ cos fatta nella decrepita nobilt di Venezia; e la toglierebbe
alla sua vituperata miseria nella sai valica nobilt padovana; e la addomestichere
bbe; nella frivola nobilt vicentina; le darebbe e senno e decoro. Non pongo altri
esempi: perch le generali verit mi paiono meno amare a pensarsi e ad ascoltarsi m
en dure. Fatto che tutta la macchina sociale congegnata in modo da aggiungere av
eri e piaceri agli aventi. Buona parte de' poveri vive de' vizi del ricco; col s
uo sudore li irrita. Pi crescono al ricco i bisogni falsi, e pi crescono al povero
i guadagni dannosi; e' desidera e paga e vende l'altrui corruzione, la propria
schiavit. Questo stato intollerabile: n la filosofia pu mutarlo; n altra religione f
uorch la cristiana. Conviene che il popolo cominci a creare pel povero, e prima c
he al superfluo dei pochi provvegga al necessario dei molti; al necessario non d
el cibo soltanto, ma e del vestito e del soggiorno e della sanit, e del diletto;
diletto dell'animo e dell'ingegno, poich certi diletti sono cos necessari come il
pane.
Tra gli economisti non mancano lodatori del lusso; perch non mancano al mondo adu
latori a nessuna stoltezza o turpitudine. E quelle lodi sono conseguenza legitti
ma delle dottrine del secolo andato: dottrine conducevolissime alle utilit de' ti
ranni.
CAPITOLO VENTESIMO. PRETI.
La religione ha perduta nell'apparenza degli uomini la sua giovent, perch i preti
la vollero a s pi che a' popoli fruttuosa. Ma fruttuosa a s stessi la renderebbero,
mutando stile. Per potenti che i principi siano, i popoli son pi potenti di loro
. Ed eglino, i preti, son pi potenti de' principi; ma noi sanno: e tremano del pe
nsarlo.
Il destino d'Italia in lor mano. Checch ne dicano que' che la vita della societ it
aliana studiano nelle gazzette di Francia, e la sentono tutta nel linguaggio d'i
ncreduli sonnacchiosi o furenti; l'unica potenza valevole a scuotere il popolo n
ostro, ne' preti. Convincerli bisogna, e persuaderli; combatterli opprimerli, pi
uttosto imbecillit che follia. Tra il combatterli e il distruggerli, meno stolto
sarebbe il secondo. Ma perch questa veggono opera disperata, certuni s'appigliano
alla pi stolta; e n' escono effetti, quali co' nostri occhi vediamo.
Ecco a che termini si riduce la questione: possono eglino gli uomini senza princ
ipii religiosi operare fortemente, universalmente, costantemente? E, potessero,
non la religione alto sussidio a virt? E se questo , perch rigettarla? E rigettata
la cristiana, potreste voi sostituire alcuna cosa di contrario o di essenzialmen
te diverso? E se la nuova religione dovesse da ultimo somigliare all'antica, por
terebb'egli il prezzo di correre incontro a tante discordie e perditempi e peric
oli?
Educhiamo i preti, e non gli insultiamo. Se si dovessero
sperdere tutti gli uomi
ni che fanno ostacolo a libert, Robespierre a tant'opra sarebbe poco.
A chi domandasse: quali vorresti tu prima mutati, i preti o i principi; risponde
rei tosto: i preti.
CAPITOLO VENTESIMOPRIMO. COME MUTARLI.
Il pi potente de' rimedii, io lo so; e tutti lo sanno: ma quasi tutti rideranno a
sentirlo proporre in sul serio. il pi potente de' rimedii, il pregare Iddio.
I nostri politici non pregano Iddio. Chi l'Austria, chi la Francia, i cannoni o
i patiboli, la materia sempre. O non s'inchinano a persona, ad idea veruna; cert
i di s, pieni di s; istupidiscono in una speranza rabbiosa, credula, disperata. Pr
eghiamo Iddio.
Altri rimedii non hai? Gli ho; ma tutti men forti. Ho le querele de' buoni popol
ani rivolte ai vescovi contro i preti non buoni; ho la pena da infliggersi ai pr
eti intriganti, compiici del principato, pena spirituale tutta; ed rompere ogni
legame con loro, mostrarsene non aborrenti, ma, come dovere, alienati, scomunica
rli dalla patria; ho gli onori accresciuti ai buoni; ho i libri religiosi scritt

i da uomini secolari ad istruzione de' preti ignoranti: ho i diritti di patronat


o finch durano (e colla libert religiosa e civile cadranno) esercitati in modo con
sentaneo a ragione, non a' privati capricci; ho la riforma de' seminari, operata
da' consigli e dall'esempio della educazion secolare: ho la diminuzione del num
ero de' sacerdoti, operata dalla dignit nuova e dai lucri promessi all'esercizio
de' mestieri profani; ho la diminuzione delle messe, de' benefizi semplici e di
simili indegni lucri; ho la condizione ai parodii imposta, di coltivare le scien
ze agrarie, e insegnarle; ho la privata educazione di che i pochi preti buoni e
valenti possono confortare i giovani ministri; ho le associazioni che possono qu
e' pochi tessere da luogo a luogo co' lor confratelli a fine di migliorare le so
rti del popolo; ho questi rimedii ed altri innumerabili che l'amore insegna agli
innamorati del bene: ma tutti men forti di quelli che ho detto; e che parr ridic
olo, ed il compenso d'ogni scienza economica morale e politica: pregare Iddio.
Dopo la preghiera, la predicazione sar potente strumento. Predicate ai preti. Se
un'enciclica viene, goffa e schiava, a schiaffeggiare Cristo legato, e voi indir
izzate loro altra enciclica: dite Gregorio XVI vuol condannare Abramo e Mos e Aro
nne e i giudici e i profeti, e Dio, che combatterono i re: dite che tali non son
o gli esempi dati alla Chiesa da' papi antichi; dite che sotto gli auspizi della
pontificale benedizione trionf la lega lombarda; dite che benedette da' Pontefic
i sorsero le italiane repubbliche; dite che libera dal giogo dei re si dilata e
vive la chiesa cattolica americana, e la Svizzera; che la Svizzera e l'America c
ontro i re combatterono, e pur non furono maledette, che le ingiuste ed impruden
ti resistenze vieta Dio, non le legittime e le sicure; e un papa negligente dell
a religiosa sua podest pu essere in faccia a Dio pi colpevole che molti popoli dell
a regia podest non curanti. Dite loro che la infallibilit del pontefice (la quale
per non dogma di religione cattolica) sopra tali questioni non cade; che le encic
liche non son decreti, che quand'anco molti vescovi della serva cristianit a quel
la enciclica espressamente assentissero, il fatto starebbe invincibile contro lo
ro; e il papa alle proprie parole contraddirebbe, finch non iscomunicasse tutti i
vescovi e i preti de' paesi ribellati, e de' liberi, e tutti i loro antecessori
, e gran parte della cristiana famiglia.
CAPITOLO VENTESIMOSECONDO. MAGISTRATI.
Gli uomini probi e valenti, in paese servo, non debbono sempre rifiutare le cari
che loro offerte; anzi talvolta lecito ambirle, acciocch non siano occupate da in
etti o da tristi. Quello ch'io biasimo si che la educazione prepari fin quasi da
lle fascie gli uomini ad essere magistrati ligi; li allevi alla schiavit come can
e alla caccia, li addestri a guardare il servigio della patria non come debito,
s come lucro. Ma se sorgesse quest'altra tutta pura ambizione ch'io dico; sorgere
bbe una gara tra i buoni e i rei, salutare. I buoni in quella vece si rannicchia
no o timidi o disperati o superbamente non curanti, i tristi s'avanzano sfacciat
i, e comandano. Per troppo volere, nulla s'ottiene; e questo sventura de' forti
ingegni e de' forti animi; vizio degli animi deboli e dei deboli ingegni. L'idea
le ci ammazza, e ci fa la realit vie pi bassa e vie pi dolorosa.
Certuni (in Italia pi radi che altrove) finattanto che nulla abbiano ottenuto da'
principi gridano, guadagnati da qualunque sia menomo lucro, diventan pieghevoli
pi degli altri; uomini da temere ben pi che gli aperti nemici. Ma il probo cittad
ino, deve gli uffizi pubblici, fin che pu, ritenere, per temperare l'iniquit degli
arbitrii, per migliorare in tempo opportuno le leggi. Poi quando la coscienza g
li dice impossibile compiere onestamente l'uffizio suo, si ritragga. Quel ritira
rsi sentenza di disonore al principe reo; grave pena, nobile esempio, potente co
ngiura. Una rinunzia in tempo, pi cuoce a costoro che non l'acquisto di cento doc
ili schiavi. Il rifiuto di Mardocheo, il rifiuto di Tell son segnali di qualche
grande giustizia.
Possono, intanto che stanno, promettere di leal cuore e giurare fedelt, non alla
persona del principe, ma alla patria che lo soffre. Posson giurare, per arditi c
h'abbiano in mente i concetti; perch gi sanno che la caduta de' principi non risor
gimento de' popoli se non quando i popoli siano a risorgere pronti. Posson giura
re fedelt nelle lecite cose: che nessun uomo richiese patto pi largo. Verso chi co
manda le illecite, il giuramento rotto; n mai per giuramenti fu tolto il libero a

rbitrio.
Or che sarebbe della Lombardia se tutti gli uomini probi lasciassero i pubblici
uffizi tutti al Tedesco ? Che sarebbe degli stati del papa se tutto fosse de' pr
eti quello schifoso governo ? La sventura massima si che taluno degli italiani s
omiglia troppo a' tedeschi in durezza: e certi secolari non son punto cittadini
di tristo prete. Modena fedelmente servita: Lucca pi lealmente e non senza civile
temperanza: colei di Parma, ad arbitrio, pur meno inettamente che il cugino suo
di Toscana. Nel Piemonte la razza nobile tenace di quelle superstizioni che al
suo decoro sopravviveranno, serve abiettamente presso che tutta, serve ad un Car
lo Alberto. Il regno di Napoli ha magistrati men ligi; ha uomini forse pi ch'altr
ove idonei ad essere magistrati.
CAPITOLO VENTESIMOTERZO. COME FARNE SENZA.
Intanto che i buoni vengano, giova sapere, quanto mai si possa, far senza de' tr
isti; giova tra loro e la nazione lasciare un lungo intervallo deserto che li at
terrisca e li assenni. Poste quelle associazioni che ho dette, tra' cittadini; e
create nella societ grande e decrepita altre giovani e forti, non sar cosa diffic
ile queste nuove societ moderare per guisa che rado abbisognino dell'opera del co
mmissario o del giudice. Abbia ciascun'arte, ciascuna parrocchia il suo giudice
conciliatore a cui le querele si rechino; e se alla sentenza di lui non s'acquet
an le parti, sieno scelti altri giudici della societ stessa, innanzi che al tribu
nale s'abbia ricorso. Il giudice conciliatore, e gli altri costituenti quasi un
tribunale d'appello, sien a ragion di voti dalla societ medesima nominati. Cos si
risparmino e scandali e inimicizie e rovinosi dispendii; e si lascino in dispreg
iato ozio i tristi avvocati, gena sotto i governi non buoni ripullulante con terr
ibile fecondit. E l'Italia sel sa: l'Italia appestata da mediocri avvocati; ciarl
ieri, i pi, contro i governi che li soffrono e danno loro ossa da rosicchiare; ci
arlieri e tremanti.
Atto infame sia dichiarato ricorrere per querele alla polizia, come fanno certi
italiani pur troppo, e in patria e fuori, e non tutti del volgo. Finch da noi ci
cacceremo sotto gli artigli di quel mostro impotente, che mai della dignit nostra
augurare?
Per simil modo gioverebbe che gli uffizi della edilit, e altri siffatti, fossero
fraternamente esercitati, e rendessero inutili le cure, come le chiaman oggi, so
vrane; gioverebbe che le somme dovute alle pubbliche imposte si
venissero con lenti risparmi da ciascun de' socii deponendo nella cassa comune,
e si trovassero al debito tempo raccolte senza fatiche e a coloro cui fosse l'im
posta peso insopportabile, sovvenisse la piet de' fratelli. Cos conosciuto il nume
ro de' bisognosi e de' soverchiamente aggravati, si potrebbe meglio provvedere a
i rimedii, si potrebbe per vie di fatti e di cifre dimostrare ai governi l'iniqu
it delle gravezze, e il danno che alla pubblica industria e a loro stessi ne vien
e; si potrebbe proporre partimento pi equo, ed operarlo; e far la nazione esattri
ce di s medesima, con minore durezza e dispendii.
Ma per giungere a questo, conviene che primi i privati dieno l'esempio delle ben
efiche larghezze; che i ricchi al contadino, i negozianti all'operaio facciano m
en gravi le condizioni del vivere; che l'ozio orgoglioso patrizio, e la crudele
avidit mercatante la qual contamina il mondo e sfrutta le anime umane, finiscano.
Se ci sia facile, la Francia vel dica; e se libert senza ci sia possibile, vel dic
a la Francia.
Cos del maestro a' vostri figli, da voi medesimo scelto: cos d'ogni cosa che a com
piuta societ si richiede. Questi quasi domestici saggi di civile costituzione, un
a nuova societ componendo in seno all'antica, pur coll'esempio l'antica riformere
bbero; o colla lor giovane forza la verrebbero disfacendo, cos come la giovane bu
ccia fa screpolare da ogni parte e inaridire l'antica.
CAPITOLO VENTESIMOQUARTO. I FUORUSCITI.
Quale societ facciano in terra straniera i fuorusciti italiani, io non dir: dir qua
l potrebbero farla. Una commissione benemerita provvide per poco ed in parte a q
uegli esuli ai quali la Francia negava sussidio: ma una commissione pi alta i' vo
rrei, che di tutti gli esuli e non pur della sussistenza ma delle opere loro, pr

endesse cura, e gli avviasse ad onorata unit; le discordie componesse; facesse gl


'italiani l'uno all'altro ed utili e cari. L'amara vita dell'esilio non vi sia d
a' dispregi e da calunnie fatta pi tetra. Or se cos disgregati e impotenti coloro
che dicon d'amare la libert, che per quella combatterono, e soffrono, che sperare
? Questa macchia del nome italiano cancellate, o infelici; o di libert non parla
te pi mai.
Stringetevi in societ vera: tutti i fuorusciti si conoscan fra loro; e sia un luo
go dove si possa chiedere di ciascuno e saperne: sien note le miserie di tutti:
sieno distinti secondo l'arte ch'esercitano e secondo le condizioni loro; e a ch
i manca lavoro, si cerchi; e i pi poveri mettano insieme il lor poco danaro, perc
h il vitto comune allevia i dispendii e le incomodit della vita: e a coloro che ha
nno vie certe di guadagno, sia dai pi ricchi anticipato il danaro necessario alle
spese del primo collocamento; e se da taluno scoperta un'impresa d'evidente uti
lit, prima gl'italiani s'offrano promotori, ed invitino coll'esempio gli stranier
i a fiducia. Sia insomma una mutua e continova assicurazione tra tutti i fuorusc
iti onesti: e non coloro che con indegne opere offendessero la patria comune, da
lla societ separati: e costoro stessi non abbandonati in tutto, s che l'estrema in
digenza li faccia disperati del bene; ma collocati in luogo dove non possano tra
viare, o mandati in altro paese; e dagli italiani stessi non accusati sopra meri
sospetti, ma, finch si possa, cordialmente ammoniti. Alla commissione a ci deputa
ta si rechino le querele, le domande; e di nessuna individua persona la carit sia
vessata da preghiere importune.
Coloro ch' arte non hanno, di qualunque et sien essi, l'apprendano; si che, entro
sei mesi o dodici, possano guadagnare il lor pane. Nei d festivi s'esercitin tut
ti ai militari esercizii; e i pi ricchi e i pi nobili n'offran primi l'esempio. I
pi giovani alle scienze militari s'addicano con maggior cura. L'ozioso: infame al
par della spia.
Gli addetti agli studi, volgano gli studi ad un fine; s'accolgano in societ, che
nobil cosa sarebbe, se veramente operosa; se ciascuno la propria disciplina cons
acrasse alla patria; se quanti nobili esempi offrono le altre nazioni si mostras
sero quasi conforto alla nostra; se gl'insulti stranieri, non gi col duello ma co
n la parola pi possente d'ogni arme, si respingessero; se con l'Italia si mantene
sse continua corrispondenza, non di stolte congiure