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POSTFAZIONE.

THE BLUES MUST GO ON

e, passeggiando per il Rione Prati, a Roma, dovesse capitarvi di


avvistare un bel signore alto, sempre elegante anche in abbigliamento casual, occhi azzurri, faccia simpatica con una irresistibile
erre moscia molto personale, probabilmente vi siete imbattuti in Marcello Rosa. Il quale non che passi il suo tempo libero bighellonando
senza meta per le strade del quartiere, ma essendo portatore sano di
uno di quei volti che, appunto, essendo noti lasciano in chi li osserva il
dubbio classico (ma dove lho gi visto sto tipo?), automaticamente
attira lattenzione. N va tralasciato che, pur avvicinandosi agli ottanta,
il nostro ne dimostra almeno venti di meno (nonostante la televisione,
che secondo gli invidiosi invecchia precocemente chi la fa, o lha fatta,
e la Grande Botta), ch il vostro cronista, avvicinandosi ai cinquantatr, sembra di poco pi giovane. Dice: Rosa che se li porta bene, o
il cronista che se li porta pessimamente? Sosterrebbe Quelo: la seconda
che hai dtto. Ma anche la prima, aggiungerebbe subito dopo, in barba
allinfallibilit oracolare.
Insomma, Marcello Rosa , nonostante tutto, vivo, vegeto e a parte
qualche acciacchetto combattivo come sempre. E, dunque, questa
(specie di) autobiografia non segna la resa, la fine della lotta, come probabilmente qualcuno sommessamente auspicava, ma ne inaugura una
fase nuova, pi belligerante, se possibile, e tatticamente pi raffinata:
col vantaggio di aver sputato il roast beef, di aver fatto nomi, cognomi,
snocciolato fatti, situazioni, circostanze, avvenimenti nel libro che avete
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AMARI ACCORDI

appena finito di leggere dunque dato un volto ai nemici, bastonato i


cattivi, avvisato e mezzo salvato i cos cos, e regalato una parola buona
ai buoni il nostro un passo avanti.
Anche perch, e sarebbe stato assai strano lopposto, il carattere del
trombonista non si mica addolcito. Tuttaltro. Come egli stesso ha
confessato, lo spirito di bastian contrario ce lha inscritto nel Dna,
mentre la tendenza a diciamo rompere le palle gli venuta strada facendo, rendendolo cos emblema di un gianobifrontismo evidente: la
bella faccia, e simpatica, nasconde un aguzzino senza piet, un piantagrane instancabile, uno che se pu risparmiarsi uninvettiva rischia di
sentirsi male (e dunque non se la risparmia). Uno che, per e vivaddio
dice le cose in faccia, come ormai non fa pi nessuno, col rischio di
alimentare, soprattutto in un ambiente chiuso, leggermente asfittico e
poco aerato come quello del jazz italiano, un sistema di equilibri precari
in bilico sul nulla, addirittura (per certi versi, e absit iniuria verbis) con
sfumature di omert non certo malavitosa quanto piuttosto grottesca,
scadente, caricaturale, cialtrona.
Tanto che in casa editrice il dubbio ce labbiamo avuto, e la domanda
ce la siamo fatta: vale davvero la pena pubblicare una lista cos spietata
di nomi e misfatti? La risposta ce la siamo data: se i fatti narrati sono
veri, s, vale la pena. E quindi.

Momentacci
Rigoroso, scrupoloso, caparbio, ossessivo, ansioso, perfezionista, insomma, un brutto carattere.
Ma questa sar la parte peggiore. Ce ne sar pure una buona No, no, il
carattere questo, lo dicono in tanti. Poi ci sono anche quelli che lo apprezzano, per in tanti lo definiscono cos!
Ma pu essere un espediente retorico quello di evidenziare i difetti, cos
da indurre a prendere le sue difese, a parteggiare per lui. O una specie di
inversione di proverbio: Accusatio non petita, absolutio manifesta.
[]
E poi anche ipersensibile e ostinato fino alla collera, fino al litigio.

A leggerlo cos, tutto dun fiato, sembrerebbe un autoritratto di Marcello


Rosa. Pur verosimile, labbiamo preso in prestito da un delizioso scritto
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del poeta Cesare Viviani*. Certo, al trombonista assomiglia molto,


moltissimo.
Prima di iniziare a lavorare alla realizzazione di questo volume, non
lo conoscevo personalmente (Rosa, dico, non Viviani). Lavevo visto
spesso suonare, e sempre mi sono sentito in debito nei suoi confronti
per avermi corrotto e traviato, bambinetto davanti a una radio con
enormi manopole, e al televisore risplendente di bianco e nero, instradandomi ai piaceri del jazz (e delle belle gambe, grazie a quella splendida
vocalist di nome Minnie Minoprio). Per molti della mia generazione
oggi fa strano dirlo, e sentirlo dire forse di pi i primi passi nella
materia avvennero proprio grazie alla Rai, lungimirante ed efficace nellaffidare a personaggi del calibro di Rosa, Cerri, Mazzoletti e altri, il
compito di alfabetizzare, come fossero tanti maestri Manzi dello swing,
le plebi alla nuova lingua musicale in rapida diffusione anche nel nostro
paese. Erano i tardi anni Sessanta, il boom stava lasciando il passo al
boom-boom-cha del rock, le musiche anglosassoni parlavano dialetti
incomprensibili e cera dunque bisogno di precettori allaltezza.
Dopo aver letto il manoscritto, e avviato la produzione del libro,
sembrava che la nazione intera si premurasse di mettermi in guardia:
per un arco di due mesi non una sola persona tra amici, colleghi e appassionati che non avesse da raccontarmi un episodio, quasi sempre
sgradevole, del quale Rosa si era reso turpe protagonista: una lite di
qua, un vaffanculo di l, alterchi, piazzate, scenate, chiassate, gesti marchiani, bisticci, battibecchi, contrasti plateali. Tanto che, preparandomi
al primo incontro a casa sua per discutere di certi dettagli editoriali, ci
mancava solo che decidessi quale arma da difesa portarmi dietro, ben
mimetizzata nella vecchia cartella di pelle.
Nella sua bella casa di viale delle Milizie, invece, Marcello si dimostrato un perfetto ospite. Tra le pareti ricoperte di disegni, dipinti, fotografie, poster e locandine (quasi tutta produzione del maestro) ho colto
uno degli elementi fondamentali alla luce del quale lintero libro guadagnava una nuova, e irresistibile, sfumatura: lautoironia. Autoironia che,
nel complesso paesaggio delle sensibilit del nostro, non si limita al
ridere di s stesso, come da definizione manualistica, ma addirittura de* Almanacco dello Specchio 2008, a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi,
Milano, Mondadori, 2008.
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clina una Weltanschauung, una visione del mondo assai pi ricca e cromaticamente contrastata di quella seccamente manichea che pu
talvolta trasparire dalle pagine del libro. Per Marcello Rosa la vita che
devesser presa con swing: elasticit, rischio, improvvisazione, avendo
per sempre le idee chiare e conoscendo bene il giro armonico. Sapere
quanti chorus si hanno a disposizione e dare in quelli il meglio che si
pu, per poi tornare in sezione, al proprio posto, a portate lacqua per
gli altri. Solisti e gregari al tempo stesso, sempre consapevoli del momento e della circostanza.
Lautoironia di Marcello tale per cui qualora un giorno siate ammessi nella toilette padronale dellappartamento, tappezzata anchessa
di foto e locandine, con i pi grandi jazzisti della storia a trafiggervi in
sguardi profondi e pensosi mentre fate il bagno se alzerete la tavoletta
del water ci troverete appiccicata una sua foto.
Il che non vuol dire che Rosa non si prenda sul serio. Al contrario.
Marcello si prende sul serio ben oltre i minimi sindacali, ma possiede il
rarissimo dono di riuscire a dribblare anche il ricordo pi doloroso, il
fattaccio pi amaro, lepisodio pi sgradevole grazie a una finta, a un
doppio passo col quale lancia la palla oltre il difensore e sgattaiola verso
la rete: il sorriso. Capita spesso che durante i suoi concerti rimemori
qualcuno degli avvenimenti sui quali ormai siede edotti, ma lo fa in
modo irresistibilmente umoristico. Che poi, lascoltatore medesimo
che mentre sogghigna pensa ai soldi persi in diritti dautore dal trombonista, o a qualche altra sventuretta, e dice tra s e s: ma che cavr da
ridere? Ecco il grande gioco di prestigio, lillusionismo. Ecco, per,
anche quello che si perde in qualche punto della lettura: si perde la
voce di Marcello Rosa, dentro cui si agita quellironia ormai romanizzata
nonostante i natali austroungarici, lerre moscia che rotola come una
biglia su un piano inclinato, la voce abbassata di un paio di toni dallet,
e la capacit di preparare, piazzare, trasmettere e far vibrare una battuta
come un guitto dalta scuola.
Durante la nostra prima chiacchierata squill il telefono di casa; lapparecchio, collocato su un mobile basso in corridoio, appena fuori la
porta del salotto nel quale ci eravamo sistemati, era a una distanza tale
che, anche non volendo, mi metteva nelle condizioni di ascoltare la conversazione che di l a poco Marcello avrebbe intrattenuto con lignoto
interlocutore. Dopo il canonico Pronto? e un saluto biascicato, al232

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levidente domanda Chai da fare?, proveniente dallaltro capo del


filo, Marcello rispose: un momentaccio, con una sfumatura dolente
nella voce che per un attimo pensai che forse, in mattinata, gli fosse
successo qualcosa di molto spiacevole. O che io stesso fossi una rottura
di scatole da liquidare nel pi breve tempo possibile.
La volta successiva, stessa scena, e stessa risposta (non allo stesso interlocutore, spero). A quel punto capii la differenza, sottile ma geniale,
che c nel dire un momentaccio piuttosto che sono in riunione.
Pensateci.
Applicando il medesimo scartamento di senso ad alcune delle pagine
del libro, si coglie la formidabile sterzata, si afferra una nuova chiave interpretativa, si acciuffa se non la voce il verso dal quale prendere
non tanto le cose che racconta, ma il modo in cui lo fa.
Gli avvenimenti, purtroppo, non li pu cancellare nemmeno una risata, o quel particolare modo di riportarli. Anche a rischio di apparire
paranoico, Rosa spiattella non soltanto i tracciati di un evento, ma anche
gli elementi essenziali e costitutivi, non esitando mai nellassegnare responsabilit e colpe, dal suo punto di vista. Su questa materia, altro non
si pu fare che lasciare al lettore la facolt di giudizio.
C, per, un punto sul quale forse vale la pena soffermarsi, in chiusura
di questo libro: la fortuna critica di uno dei migliori trombonisti che
lItalia abbia mai prodotto. Che, invece di fortuna, sarebbe pi corretto
parlare di terribile sfiga.

Critica della (s)ragion critica


In un libro introvabile, pubblicato in proprio dallautore, e dunque gi
di difficile reperimento al momento delluscita*, Arrigo Zoli, lautoreeditore, si prese la briga di disegnare una mappa, assai minuziosa, di
quello che, sin dal titolo, e nel corso di dettagliate considerazioni preliminari definiva come jazz moderno italiano. Il volume, diviso in
schede biografiche, agili e snelle, nelle quali non mancava anche un
breve profilo critico, era il risultato di uno studio addirittura pionieristico,

* Storia del jazz moderno italiano. I musicisti, Roma, AZI Edizioni, s.d.
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il cui scopo era quello di descrivere anche numericamente la scena del


jazz moderno italiano*. Pur con qualche ingenuit metodologica, Zoli
compil un testo di indubbia utilit, dal quale si evince che alla chiusura
della ricerca, il primo gennaio 1982, in Italia erano attivi centocinquantacinque musicisti di jazz moderno anche se il volume riporta duecentoquaranta biografie la cui et media si aggirava sui quarantanni.
No, non come state pensando. Zoli non dimentica affatto di parlare
di Marcello. La scheda che lo riguarda inserita nel capitoletto dedicato
ai trombonisti (con Rosa sono presi in considerazione Collatina, Coniglio,
Migliardi, Pellacani, Pezzotta, Piana, Schiaffini e Terenzi; pensate: tutta
lItalia del trombone contava appena una decina di esponenti). Lautore
inizia bene, snocciolando i dati biografici e le coordinate essenziali per
ricostruire il tragitto artistico del nostro.
I dati anagrafici. Abbazia (Jugoslavia), 16 giugno 1935. Vive a Roma
La formazione. Dai 5 agli 11 anni prende lezioni di piano (a Roma). A 15
studia la chitarra classica. A 18 passa definitivamente al trombone.
Le prime esperienze jazz. Nel 1954 con la South River Ragtime Band, una
formazione di jazz tradizionale. Nellambito del jazz moderno nel 195556 con Cantini, Biseo, Petrin.

Fin qui, Zoli sta andando bene. E prosegue anche meglio, elencando
con sufficiente precisione le formazioni a nome di Rosa, le partecipazioni
a festival, le esperienze di insegnamento e le altre attivit, nelle quali
rientrano i lavori televisivi e radiofonici. Poi un breve accenno alle attivit extrajazz, che in questo caso si limitano alla partecipazione ad
alcune commedie musicali di Garinei e Giovannini. Tutto giusto, esatto,
preciso. Infine, il profilo critico. Che recita:
Strumentista. Musicalmente si mosso nellabito del jazz tradizionale
fino a un mainstream moderno. La sua sensibilit solo relativamente moderna non deve far dimenticare il suo genuino senso del jazz, la buona
natura melodica, la lunga e appassionata dedizione al jazz.

* Del libro, e del jazz tricolore, ne parlo pi approfonditamente in: Il saltarello del
cannibale. Temi, paradossi, lampi di genio e storia allincontrario di un secolo di jazz
italiano, in Alyn Shipton, Nuova Storia del Jazz, Torino, Einaudi, 2011, da me tradotto
e curato.
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Qui, in maniera del tutto inspiegabile, Zoli prima tracolla, poi precipita
al suolo, come un cavallo incapace di tenere landatura. Gi lincipit
quanto meno ingeneroso, dal momento che allepoca Marcello si era
gi messo in grande evidenza come compositore e arrangiatore. Ma
lautogol solo rimandato, e sta tutto in quello sfortunatissimo avverbio:
relativamente. Lautore, cio, ci dice che non lo stile, n la cifra linguistica, ma la sensibilit di Rosa limitatamente, parzialmente moderna,
dunque ancorata a schemi, modelli, metodiche, prassi e modalit espressive antiche, obsolete, tutte inscritte in un lasso temporale ormai superato
dagli eventi.
Il che totalmente falso. E, soprattutto, indifendibile.
Prima di provare a spiegare perch, tuttavia, mi preme puntualizzare
un passaggio: il problema, in questo caso, non Zoli, al quale va dato
atto, pur non essendo un critico militante o uno storico del jazz, di aver
compilato un lavoro assolutamente encomiabile. Il vero problema che
(quasi) tutta la critica jazzistica italiana ha avuto di Marcello Rosa la
stessa bislacca considerazione, confinandolo in una narrazione di grana
grossa, relegandolo alla monodimensionalit di un sopravvissuto del dixieland, cancellandolo di fatto dagli scenari contemporanei in nome di
una (legittima) onnivora ricerca di un futuro qualsiasi, obbedendo a
una (giusta) rincorsa al nuovo e stupefacente*.
Gi, ma cosa significa, esattamente, essere moderni (nel jazz, cos
come nelle arti)? Quand che si consegue la patente di modernit? E
per quanto tempo bisogna circolare col foglio rosa prima di potersi
sedere tranquillamente alla guida del proprio tempo ed essere considerati
cronologicamente simultanei? E quanti punti servono per vincere la
qualifica di contemporaneo?

* Una delle tante eccezioni il libro del compianto Gian Carlo Roncaglia, Italia
Jazz Oggi, pubblicato da De Rubeis nel 1995 (e come il Zoli ampiamente introvabile),
nel quale il trombonista non solo tra i musicisti pi citati in assoluto, ma riceve
dal collega piemontese aggettivi assai significativi, come carismatico e irruento
difensore del jazzman italiano. Al lettore non sar sfuggito che il primo a dedicare
una trasmissione radiofonica al jazz italiano fu proprio Marcello Rosa. Recentissimamente, poi, nellappena pubblicato Dizionario del jazz italiano di Flavio Caprera
(Feltrinelli), il nostro viene definito trombonista di fama mondiale.
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Moderno e contemporaneo
Essendo argomento sul quale studiosi, estetici e pensatori si affannano
da secoli, la far breve. Anzi, come diceva Verdone, lo far strano. In
buona sostanza, mi piacerebbe abbozzare qualche risposta alle poderose
domande con le quali abbiamo chiuso il paragrafo precedente, prendendo in prestito idee e intuizioni di alcuni raffinatissimi pensatori.
Come Giorgio Agamben, ad esempio. Il filosofo romano, inaugurando
il suo corso di filosofia teoretica allo IUAV di Venezia, nel 2006*, cit
Roland Barthes, il quale, a sua volta citando Nietzsche, compendi la
contemporaneit in questo modo: Il contemporaneo lintempestivo.
Appartiene al suo tempo, cio, e dunque perfettamente contemporaneo
colui che non coincide perfettamente con esso, n si adegua alle sue
pretese ed perci inattuale, proprio perch, secondo Nietzsche, afferrare e percepire il proprio tempo possibile solo attraverso una sconnessione, una sfasatura. La contemporaneit, aggiunge Agamben, una
singolare relazione col proprio tempo, che aderisce ad esso e, insieme,
ne prende le distanze. E, quindi, chi coincide pienamente con la propria
epoca non contemporaneo proprio perch non riesce a vederla.
La modernit, invece, assume in s altri sensi. Su cosa sia, una delle
definizioni pi appassionanti lha data Filippo La Porta, il quale oltre
ad essere uno dei pi autorevoli e illuminanti critici letterari italiani del
nostro tempo anche un percussionista (e se avete letto le sue cose vi
sarete accorti di quel particolare ritmo della sua scrittura) e collabora
con Marcello Rosa nel progetto Jazz Tales. La Porta sostiene che un credibile segnalatore di modernit lintensit vitale. E di questa, converrete,
Marcello Rosa ne ha da vendere.
Ma La Porta ci regala un altro appiglio teorico, grazie al quale possibile comprendere meglio perch, a un certo punto, la critica jazzistica
italiana abbia sovente percepito Rosa come relativamente moderno,
e continui a farlo. Lungo gli ultimi due decenni del secolo scorso, il
critico romano ha inaugurato un poderoso percorso di indagine sui nuovi
narratori italiani**, individuando, come caratteristica comune, una fon-

* La lezione stata pubblicata in un prezioso libriccino intitolato: Che cos il contemporaneo?, Nottetempo, Roma, 2008.
** Sfociato nel decisivo La nuova narrativa italiana, Bollati Boringhieri, Milano, 1995.
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damentale refrattarieta al tragico e la tendenza a rappresentare i conflitti


in modo ludico e teatrale. Ora, che Marcello Rosa sia un musicista di eccezionale tensione moderna (a patto che non si intenda, necessariamente,
la modernit come obbligatoria evasione dai tracciati armonici, lo sconfinamento nellalea e nellatonalit o nella libera improvvisazione, e radicale, o nellallestimento di progetti) lo dice la sua musica: basterebbe
ascoltarla. O leggere con attenzione le esaurienti note di Paolo Tombolesi,
qualche pagina fa. Il problema, per, non quello. Non lo mai stato.
Che Rosa sia stato intempestivo, lo rivela una cospicua serie di marcatori. Prendiamo un numero a caso del Radiocorriere Tv. Il 14 aprile
1970, marted, ad esempio, la programmazione radiofonica prevedeva la
celebratissima trasmissione Per voi giovani, ideata e condotta da Renzo
Arbore. Nel corso di quel pomeriggio, il popolare disc-jockey propose
al pubblico dei radioascoltatori, tra gli altri: Its Five O Clock degli
Aphrodites Child; Se malgrado te di Daniela Modigliani (nome darte di
Daniela Goggi, la sorella minore di Loretta, che proprio quellanno aveva
firmato, grazie ad Arbore, il suo primo contratto discografico con la
Apollo, di propriet di Edoardo Vianello); La zia di Franco I e Franco
IV, quelli della seminale Ho scritto tamo sulla sabbia; Gwendolyne,
cantata da Julio Iglesias, e cos via. Quello stesso giorno, in televisione,
alle 22:45, allepoca un orario da lupi, cera proprio Marcello Rosa, in
uno speciale di quindici minuti, nel corso del quale il nostro, accompagnato da Toto Torquati (pianoforte), Francesco Raimondi (contrabbasso)
e Antonio Golino alla batteria, esegu, tra gli altri, Rosetta, una vecchia
composizione di Earl Hines, e The Black And Crazy Blues di Roland
Kirk (e non Kirk Douglas!). Mettendo a confronto le due scalette musicali,
quella di Marcello un trionfo di modernit, coraggio e lungimiranza.
Tra laltro, nel trafiletto che annuncia la trasmissione, si puntualizza
che Rosa, oltre ad essere disc-jockey radiofonico e appassionato jazzofilo, anche suonatore di uno dei pi difficili strumenti jazz, il trombone. Il che dovrebbe far riflettere su quanto non fosse poi cos semplice
imporre il proprio talento divulgativo e musicale nella televisione di
quegli anni non gi comodamente seduti al pianoforte, o imbracciando
altrettanto comodamente una chitarra, ma azionando uno strumento
ingombrante, difficile da inquadrare (perch il movimento della coulisse,
oltre che ampio, tende a impallare il volto del suonatore), dal suono
buffo e impreciso.
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Ma, per tornare alla lucidissima analisi di La Porta, la colpa pi grave


attribuita a Marcello Rosa, a mio parere, stata quella di dare una
lettura del jazz non problematica, la sua tendenza (peraltro solo apparente) a una rappresentazione ludica dei conflitti espressi dalla musica
afroamericana. Il suo astenersi da ogni forma di coinvolgimento politico,
la procedura di affidare al jazz significati che eludessero la temperie politica e sociale italiana hanno fatto s che linteresse esclusivo per la
musica e il modo in cui suonarla al meglio venisse scambiato per disimpegno, in un momento in cui essere disimpegnati costituiva una colpa
piuttosto grave, e una macchia incancellabile.
Il jazz una musica seria, ma non seriosa; impegnata e impegnativa,
ma che sa al momento opportuno disimpegnarsi; ludica e al tempo stesso
profonda, di una semplicit a volte cos complicata, ha scritto Marcello
Rosa. E questo jazz, giusto o sbagliato, ha continuato a suonare.

Seulbeht noogtsum
Una delle opere pi belle di Marcello Rosa lartista grafico, almeno per
il vostro cronista, una composizione che ebbi modo di osservare a
lungo nel salotto di cui vi dicevo, proprio mentre il mio ospite si divincolava da una telefonata un po pi vischiosa del necessario. Si tratta di
una tavola su cui sono applicate in rilievo lettere di cartone sagomato,
le quali compongono la scritta che intitola il presente paragrafo: Seulbeth
noogtsum. Lopera strategicamente collocata di fronte a uno specchio,
sulla parete opposta: solo attraverso la sua riflessione, infatti, si coglie
il senso del messaggio, ovvero The blues must go on.
Una frase che per Marcello Rosa significa molto, se non tutto. Anche
perch non dice The jazz must go on, o The swing must go on. No,
il riferimento al blues; ma non alle dodici misure, alla struttura armonica, o alle possibilit improvvisative, dunque alla sua superficie. No.
Marcello pensa al blues come agglomerato di sensi, come costellazione
di significati, come giacimento infinito di espressioni, forme, soluzioni,
invenzioni, sfide, problemi, innovazioni.
Per, ci avverte, perch il blues sopravviva e vada sempre avanti, e
nella giusta direzione, bisogna mettersi davanti a uno specchio e guardarsi
in faccia.
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Tutto si pu dire, di Marcello Rosa, ma nessuno pu rimproverargli


di non averci messo la faccia in tutte le cose che ha fatto. E in quelle che
continuer a fare.
Io, personalmente, di questo lo ringrazio.
Vincenzo Martorella

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